L’estate flegrea si accende di perlage: al Nabilah di Bacoli torna “Te le do io le bollicine” per un’edizione da record

Il tramonto che si tuffa nel mare di Bacoli, il suono dei calici che si incontrano e l’atmosfera vibrante del beach club più esclusivo del litorale: lunedì 20 luglio 2026, a partire dalle 19.30, il Nabilah torna a essere il palcoscenico di “Te le do io le bollicine”. Giunta alla sua XVI edizione, la kermesse firmata dall’AIS Napoli celebra la chiusura dell’anno sociale in un crescendo di stile, gusto e convivialità.

Torniamo al Nabilah per la sedicesima edizione di Te le do io le bollicine, ma stavolta lo facciamo con la commozione di vivere questo evento senza la presenza di Luca Iannuzzi. Ma Luca mancherà solo fisicamente perché sarà sempre con noi e tra noi, e a lui vogliamo dedicare questo momento di gioia e di condivisione, che conclude le attività della delegazione AIS Napoli celebrando, in questo bellissimo contesto, la consegna dei diplomi dei neo sommelier AIS e degli champagne specialist che hanno concluso il loro percorso di formazione, dichiara Tommaso Luongo, presidente AIS Campania.

Il percorso degustazione di quest’anno è un’esperienza immersiva che rifugge l’ordinario, strutturato per offrire un itinerario gastronomico che vede protagoniste le firme più prestigiose del panorama campano. L’esperienza inizia con l’energia di un aperitivo d’autore per poi addentrarsi in un viaggio tra sapori e profumi d’eccellenza. La prima parte del percorso è un inno alla raffinatezza: dalle visioni gourmet alle suggestioni stellate e mediterranee, fino all’eleganza della cucina fusion e internazionale. La maestria flegrea e la tradizione partenopea si nobilitano attraverso sapori autentici, mentre l’arte della pizza e la qualità dei prodotti caseari d’eccellenza completano l’offerta.

Il racconto prosegue attraverso un vero e proprio “salotto del gusto”, dove la tradizione convive con l’internazionalità e la freschezza dei prodotti della terra. L’esplorazione culinaria spazia dalle ricercate proposte di mare alle carni più pregiate, abbracciando realtà uniche per sapore e stile. Ogni assaggio è accuratamente studiato dai sommelier per esaltare le oltre 100 etichette di spumanti e champagne in degustazione.

Il percorso si arricchisce con l’eccellenza dell’arte bianca dei maestri panificatori, per poi concludersi in pura dolcezza. Un’area dedicata vedrà all’opera maestri pasticceri e specialisti del cake design, offrendo un finale degno dei grandi eventi internazionali. Il cuore della serata resta la vocazione educativa dell’AIS Napoli: i sommelier della delegazione partenopea guideranno gli ospiti alla scoperta del pairing perfetto, trasformando ogni calice in un racconto. La serata sarà anche l’occasione per celebrare i nuovi professionisti del settore con la consegna dei diplomi per i corsi Sommelier e per il primo corso Champagne Specialist.

Il tutto sarà avvolto da una cornice lifestyle d’eccezione: ad accompagnare il pubblico fino a notte fonda, oltre alle selezioni del DJ resident Coscia, ci sarà l’energia del gruppo Malanotte, tra musica, performance e sorprese.

TE LE DO IO LE BOLLICINE – Elenco partecipanti

RISTORANTI E LOCALI

1. NABILAH 2. VILLA RAIANO EVENTI 3. WHITE CHILL OUT LUNGOMARE 4. LIV EVENTI 5. APERIMOZZ EVENTI 6. AIS 7. CARACOL 8. BERTIE’S BISTROT 9. EGO SUSHI 10. ESSENCIA 11. KONHOA 12. REIWA SUSHI 13. CARGO in collaborazione con Ristorante IL RICCIO 14. FUCINA FLEGREA 15. AGUGLIA 16. CARNOSO DIVINO 17. A CASA VOST 18. CAM CAFE in collaborazione con GUTE RESTAURANT 19. EUFORIA 14 20. VEGA RESTAURANT 21. CORBISIERO 22. BRACERIA CARBONE’ 23. AMARCORD 24. DOGANA GOLOSA 25. LA CUCINA DI VENERE 26. LE DUE TORRI AGRISTOR 27. MAGMA BISTROT 28. NUNU TRATTORIA MODERNA 29. ‘O CUZZETIELLO NAPOLETANO 30. SFIZI NAPOLETANI 31. IL CANNOLARO SICILIANO PIZZERIE 32. KUMA 65 33. IMPASTO VIVO PASTICCERIE, CAKE DESIGN E PASTRY CHEF 34. KOLIBRI PASTICCERIA 35. DAVIDE BOTTI – Pastry Chef 36. VELIOL – Cake Design Pasticceria 37. CIRO MAIORANO – Pastry Chef 38. NAPOLITANO PASTICCERIA CASEIFICI, SALUMI E SPECIALITA GASTRONOMICHE 39. CASEIFICIO FRANZESE 40. CASEIFICIO S. PIETRO E PAOLO 41. LA CAVALLARA e MALAFRONTE – Panifici BIRRE 42. KBIRR 43. BALADIN 44. BIRRA SALENTO 45. SERROCROCE 46. INCANTO AZIENDE VITIVINICOLE, CANTINE E BOLLICINE 47. PROPOSTA VINI / TENUTA DEL MERIGGIO 48. TENUTA ULISSE / TENUTA MIRABELLA 49. CANTINA SALOPACA 50. CANTINA BERTIOLO 51. CANTINA GUALTIERI 52. MASTRO BERARDINO / FOSS MARAI 53. MASSERIA PICCIRILLO / LA MURA 54. BARBATO / VITIS AURUNCA 55. REVI TRENTO DOC 56. STOCCO 57. MOSCONE 58. JOSETTA SAFFIRIO 59. REGUTA WINE 60. VILLA RAIANO 61. FONTANAVECCHIA 62. LES CRETES 63. FERRARI F.LLI LUNELLI 64. CASASETARO 65. FERGHETTINA 66. CONTE LURENA 67. BRAIDA DI G. BOLOGNA 68. CANTINE DEL MARE 69. FRANZ HAAS 70. CA’ DEL BOSCO 71. CUZZIOL GRANDIVINI 72. MONSUPELLO 73. LA SIBILLA 74. SALVATORE MARTUSCIELLO DISTRIBUZIONE, BEVERAGE E SERVIZI 75. MOSCARELLA WINE MERCHANDS distribuzione 76. INWINE DISTRIBUZIONE 77. UGO UMD MEZCALERIA BISTROT 78. WHALE acque 79. ZESPRI – Kiwi ALTRI PARTECIPANTI 80. DOMINIO IBERICO 81. CARNOSO DIVINO

    Alto Adige, visita alla cantina Rottensteiner

    In occasione della terza edizione di Vinaltum che ha avuto luogo a Bolzano a Castel Mareccio, ho avuto l’occasione per conoscere meglio la Cantina Rottensteiner

    Grazie a Federica Schir per averci accompagnato in questa splendida realtà altoatesina. La famiglia Rottensteiner coltiva la vite in Alto Adige da oltre 500 anni e risulta una delle più antiche. L’azienda si trova alle porte di Bolzano e possiede circa 20 ettari di vigne di proprietà suddivise in varie zone. Seleziona inoltre le uve da 45 fedeli conferitori i quali mediamente possiedono poco più di un ettaro  vitato. Fondata nel 1956 da Hans Rottensteiner,  portata avanti dal figlio Anton, oggi al timone dell’azienda c’è Hannes affiancato dalla moglie Judith, che ci ha mostrato l’azienda è raccontato la storia della famiglia.

    La produzione punta su varietà autoctone come il Lagrein e la Schiava per il Santa Maddalena, ma comprende anche un crescente interesse  al Pinot Bianco, che equivale attualmente a circa il 35% della produzione, un dato considerevole  per una realtà  bolzanina. La viticoltura in Alto Adige affonda le sue radici in tempi remoti, le condizioni sono propizie per l’allevamento della vite, gli autoctoni Schiava e Lagrein hanno trovato habitat ideale.

    La tenuta  vanta cinque masi storici che corrispondono ai nomi: Reiterhof, Hofmannhof, Kristplonerhof, Premstallerhof e Köfelehof, ognuno con un passato originale e un ruolo determinante nella produzione vinicola. L’etimologia del cognome deriva da pietra rossa, proprio la pietra porfidica tipica di questo areale. I vini ottenuti sono prevalentemente di monovarietà. La cantina di vinificazione e affinamento é completamente ipogea, gli affinamenti dei vini avvengono in acciaio, ma anche in cemento e botti di legno di varie dimensioni. La gamma dei vini è ampia e comprende varie linee, come, Kitz,  Classic, Cru e Select.

    Due passi nel vigneto hanno antipatico l’ingresso in cantina e la degustazione di alcuni dei loro capolavori enoici con verticale di 6 annate di Lagrein.
    Il nostro tour si è concluso con un aperitivo e light lunch nel vigneto del maso. Oltre ad apprezzare i vini e gli snacks, abbiamo beneficiato di una visita senza pari digradante verso la città di Bolzano e le montagne circostanti con le cime del Rosengarten innevate.

    Ecco i vini degustati

    Weissburgunder Classic Alto Adige Doc 2025 – Paglierino luminoso,  sprigiona sentori di mela,  pera, melone e nuances agrumate,  il sorso è fresco, fine, sapido e equilibrato.

    Carnol Cru Alto Adige Doc 2025 – Pinot Bianco 100% –  Paglierino brillante,  emana sentori di fiori di campo, mela golden, pesca, ananas e lime, vibrante,  coerente e persistente.

    Sylvaner Valle d’Isarco Alto Adige Doc Classic 2025 – Paglierino luminoso,  rivela sentori di fiori di montagna,  pera, susina bianca, mela e accenni agrumate, scivola in bocca fresco e sapido con chiusura lunga e duratura.

    Sauvignon Classic Alto Adige Doc 2025  – Paglierino luminoso,  sviluppa sentori di biancospino, fiori di sambuco, foglia di pomodoro  e pompelmo,  al palato è fresco e contraddistinto da una sapidità e lunga persistenza aromatica.

    Lagrein Rosé Classic Alto Adige Doc 2025 – Bel rosa tenue, rimanda sentori di Iris, fragolina di bosco, lampone e ciliegia, la freschezza stimola il sorso,  è gradevole e corrispondente.

    Premstallerhof Select  Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc 2025 – Tonalità rosso rubino trasparente,  rivela note di frutti di bosco e violetta, al palato è armonioso, leggiadro e suadente.

    Premstallerhof Select Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc 2024 – Rosso rubino intenso, libera sentori di ribes, ciliegia e lamponi,  sorso accattivante,  duraturo e fine.

    Kristplonerhof Cru Alto Adige Schiava Doc 2024 – Schiava 100% – Rubino trasparente, al naso arrivano sentori di viola, visciola e fragola, il sorso è fresco, saporito e persistente.

    Premstallerhof Select Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc 2023 – Schiava 87%, Lagrein 13% –  Rubino intenso,  dipana note di frutti di bosco,  te e mandorla,  sorso vellutato,  tannino setoso, lungo e coerente. 

    Premstallerhof Select Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc 2019 – Schiava 87%, Lagrein 13% – Rosso granato trasparente, con sfumature aranciate, rivela sentori di prugna,  spezie dolci e nuances balsamiche,  il sorso è pieno, appagante e lungo.

    Premstallerhof Select Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc 2018 – Schiava 87%, Lagrein 13% – Granato luminoso, i sentori richiamano i frutti di bosco maturi,  prugna e spezie orientali,  al gusto è avvolgente con tannini nobili, suadente  e lunghissimo.

    Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Select 2023 – Rubino vivace, al naso emergono sentori di ciliegia,  liquirizia e spezie dolci,  il sorso è vibrante e sapido con chiusura lunga e duratura.

    Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Select 2022 – Rubino intenso, presenta note di arancia sanguinella, melagrana e spezie,  al palato è aggraziato,  durevole e corrispondente.

    Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Select 2020 – Tonalità rosso rubino vivace,  al naso sprigiona sentori di amarena,  tabacco, liquirizia e pepe nero,  in bocca è armonico,  setoso e decisamente lungo.

    Lagrein Gries Riserva  Alto Adige Doc Select 2018 – Granato profondo,  emana sentori di arancia sanguinella,  rosa appassita, amarena e spezie,  attacco tannico vellutato,  fine, composito e lineare.

    Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Select 2016 – Rosso granato intenso,  al naso esprime sentori di amarena, sottobosco, funghi, polvere di cacao e spezie,  al gusto è rotondo,  generoso ed armonioso.

    Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Select 2014 –  Bel granato,  naso con sentori di frutta rossa matura,  pepe, liquirizia e nuances balsamiche,  gusto ricco, trama tannica setosa e spalla fresca saporita.

    Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Trigon 2022  – Rosso rubino con sfumature violacee, al naso spiccano sentori di viola, frutti di bosco,  cacao, vaniglia e tabacco,  al palato risulta avvolgente pieno ed appagante.

    Hans Rottensteiner Srl

    Via Sarentino 1a – 39100 Bolzano

    Sito di riferimento: https://rottensteiner.wine/it/

    Il Cilento conquista l’Ambasciatore del Messico: tra grandi vini, cucina d’autore e patrimonio mediterraneo

    Dal vino alla cucina d’autore, dall’archeologia al mare: il viaggio di Sua Eccellenza Genaro Fausto Lozano Valencia tra le specialità di un territorio che si candida a protagonista del Mediterraneo contemporaneo.

    Ci sono luoghi che non si limitano a essere visitati, ma chiedono di essere compresi. Terre che si rivelano con discrezione, concedendo la propria anima soltanto a chi sappia rallentare il passo e ascoltarne il respiro più autentico. Il Cilento appartiene a questa rara geografia dello spirito: epicentro del sapere magnogreco, scrigno di biodiversità e custode di una civiltà mediterranea che continua a esprimersi attraverso il paesaggio, il vino, la cucina e l’ospitalità.

    È proprio in questo scenario che si è svolta la visita di Sua Eccellenza Genaro Fausto Lozano Valencia, Ambasciatore del Messico in Italia, protagonista di un itinerario che ha travalicato il significato della semplice visita istituzionale per trasformarsi in un autentico viaggio culturale e sensoriale. Accademico, politologo e diplomatico di riconosciuto prestigio internazionale, Lozano Valencia ha scelto il Cilento per un pellegrinaggio laico nel cuore della civiltà mediterranea, nel segno di quei 152 anni di relazioni diplomatiche che legano Italia e Messico e che oggi trovano nuova linfa attraverso la cultura del gusto.

    A ideare e coordinare il Grand Tour è stato Gaetano Cataldo, giornalista enogastronomico, divulgatore del vino e fondatore dell’associazione Identità Mediterranea, da anni impegnato nella promozione delle eccellenze agroalimentari del Mezzogiorno e nella costruzione di relazioni culturali internazionali attraverso il linguaggio universale del gusto. È stata proprio la sua visione a riunire produttori, ristoratori, artigiani e istituzioni in un percorso capace di raccontare il Cilento nella sua dimensione più autentica.

    La visita, fortemente voluta dallo stesso Ambasciatore, assume anche un valore simbolico nel solco dei 152 anni di relazioni diplomatiche tra Italia e Messico, trasformando il patrimonio enogastronomico in uno strumento di dialogo tra due culture accomunate da profonde tradizioni agricole e gastronomiche.

    Il viaggio è iniziato a Salerno con una sosta al Giagiù di Ciro Pecoraro, nell’ex Sala Varese, dove l’Ambasciatore ha apprezzato una raffinata interpretazione della pizza napoletana in doppia cottura e una caprese con mozzarella di bufala campana, alimento per il quale ha confessato una particolare predilezione.

    Da qui il percorso si è spostato nel cuore del Cilento vitivinicolo, dove il vino è diventato il filo conduttore di un racconto fatto di paesaggi, persone e identità.

    Alla cantina Paola De Conciliis, la degustazione si è trasformata in un vero viaggio nella cultura del territorio. Da oltre trent’anni l’azienda rappresenta uno dei punti di riferimento dell’enologia campana, contribuendo in maniera determinante alla valorizzazione dei vitigni autoctoni e alla definizione di una moderna identità del vino cilentano. Paola De Conciliis ha accompagnato personalmente l’Ambasciatore attraverso una degustazione che è stata anche una lezione di territorio, illustrando una filosofia produttiva fondata sul rispetto della biodiversità, sulla sostenibilità e sulla capacità di interpretare con autenticità il terroir cilentano.

    Nei calici il Selim, Spumante Brut da metodo Charmat, composto al 10% da uve Fiano e poi da Aglianico vinificato in bianco, il Fiano Donnaluna Cilento Doc e quindi Il Fiano Antece Igt Cilento, vinificato in anfore di terracotta; a seguire il vitigno Aglianicone con il Misterioso Rosato e il Misterioso Rosso (entrambi IGP Paestum) e infine l’Aglianico Naima Doc Cilento. Ciascuno espressione profonda di una diversa sfumatura del Cilento. Tra tutti, è stato proprio il Donnaluna a conquistare definitivamente il gusto dell’illustre ospite, distinguendosi per eleganza, equilibrio e straordinaria personalità.

    Nel borgo medievale di Giungano, l’Ambasciatore è stato accolto da Pietro Manganelli nella storica pizzeria La Panoramica, custode dell’antica pizza cilentana. Tra i forni accesi e la veracità della cucina rurale, è andato in scena un autentico omaggio alla gastronomia del territorio.

    La serata, coordinata da Gaetano Cataldo con Christian Cutino e Giovanni Molinari (Campania da Vivere), ha riunito illustri ospiti, tra cui l’onorevole Alfonso Pecoraro Scanio e il giornalista e assaggiatore di salumi Marco Contursi, che ha omaggiato i presenti con vini della sua cantina personale tra cui un apprezzato Nerello Mascalese.

    Il Cilento si è raccontato in tavola attraverso un percorso di eccellenze: Pizza cilentana al metro con pomodoro cotto e cacioricotta di capra, Fiori di zucca ripieni e ciambotta tradizionali, Patate fresche fritte e caponata di verdure, Parmigiana di melanzane e polpette al sugo, Pezzente alla brace e selezione di formaggi caprini

    Tra i momenti più significativi dell’intero Grand Tour si colloca la visita a San Salvatore 1988, realtà fondata da Peppino Pagano e oggi considerata una delle aziende simbolo dell’enologia del Mezzogiorno. Più che una cantina, San Salvatore è un modello di agricoltura contemporanea nel quale vigneti, allevamento bufalino, sostenibilità ambientale e innovazione convivono armoniosamente. Guidando l’Ambasciatore tra la bottaia, i filari e gli impianti alimentati da biogas e pannelli fotovoltaici, Pagano ha illustrato una filosofia imprenditoriale nella quale il rispetto della natura rappresenta il principio ispiratore di ogni scelta produttiva.

    Una visione che trova la propria sintesi nell’antico ideale greco della kalokagathìa (kalokagathía), termine che unisce kalós (bello) e agathós (buono), esprimendo l’aspirazione all’armonia tra etica, bellezza e virtù. Un concetto che Pagano sente profondamente affine alla propria idea di impresa agricola: produrre qualità significa prima di tutto coltivare il bene, custodire il paesaggio, rispettare gli animali e lasciare alle future generazioni un territorio migliore di quello ricevuto.

    Particolarmente emozionante è stato l’incontro con le giovani bufale, allevate secondo rigorosi criteri di benessere animale, che Sua Eccellenza ha voluto accarezzare e osservare da vicino, rinnovando l’entusiasmo già manifestato per la mozzarella di bufala campana. La degustazione dei rosati Gioì (Spumante Brut Rosé Metodo Classico) e Vetere 2024 IGP Paestum Rosato, entrambi da Aglianico, ha confermato l’eleganza stilistica della produzione aziendale, con il Vetere che ha raccolto il maggiore apprezzamento dell’Ambasciatore. A impreziosire ulteriormente il racconto è stato il legame tra Peppino Pagano e Gillo Dorfles, le cui opere impreziosiscono le etichette aziendali, suggellando il dialogo tra arte contemporanea e cultura del vino che caratterizza l’identità di San Salvatore 1988.

    La cucina ha rappresentato un ulteriore strumento di dialogo interculturale

    Lo chef Alessandro Feo ha proposto una cucina contemporanea capace di unire Mediterraneo e Oriente, con piatti come i buñuelos al pomodoro e il celebre “Risotto tra Osaka e Casal Velino”, nel quale la colatura di alici di menaica incontra l’alga kombu in un equilibrio di grande eleganza, rendendo omaggio tanto alle radici messicane dell’ospite quanto alla creatività della cucina italiana.

    Più legata alla tradizione marinara è stata invece la proposta di Pasquale Tarallo, al ristorante Paisà, con gamberi rossi alla griglia, tortino di patate e alici e gli immancabili paccheri al ragù di tonno con cacioricotta, autentica espressione della gastronomia cilentana.

    Il racconto delle eccellenze territoriali è proseguito al Caseificio Barlotti, dove Raffaele Barlotti ha illustrato la qualità delle produzioni bufaline e il valore della filiera corta, mentre presso Acqua Pazza, Gennaro Castiello ha accompagnato l’Ambasciatore alla scoperta dell’antico e paziente processo produttivo della colatura di alici di menaica, autentico patrimonio gastronomico del Cilento, capace di trasformare un sapere secolare in uno dei condimenti più preziosi della cucina mediterranea.

    Accanto al gusto, spazio anche alla storia

    La visita al Parco Archeologico di Paestum ha restituito all’ospite tutta la forza evocativa della Magna Grecia, ricordando come il Cilento sia non soltanto terra di eccellenze gastronomiche, ma anche una delle culle della civiltà mediterranea.

    Il Grand Tour si è concluso dal mare con una navigazione da Baia Trentova a Punta Licosa guidata da Giorgio Vergona, skipper e produttore vitivinicolo, offrendo una prospettiva privilegiata su una delle coste più affascinanti d’Italia. Tra acque cristalline, promontori e macchia mediterranea, il paesaggio ha completato un’esperienza che ha saputo raccontare il territorio attraverso tutti i sensi.

    Questo intenso fine settimana non rappresenta soltanto il racconto di una visita diplomatica, ma diviene metafora di un territorio che attraverso il vino, la cucina, l’agricoltura, il patrimonio archeologico e il paesaggio continua a costruire relazioni internazionali fondate sulla cultura e sulla bellezza.

    Da Borgo 50 l’estate ha i colori del tramonto sulla baia di Bacoli

    La canicola estiva incoraggia la ricerca di nuovi posti dove poter trascorrere qualche momento di serenità, magari ammirando la magia di un panorama mozzafiato. Siamo a Bacoli, sull’immediata collina che fiancheggia la splendida baia meta turistica nel passato degli imperatori romani. Borgo 50 ha issato le vele spiegate verso la stagione estiva, puntando sul futuro in un luogo che ha visto un inverno e una primavera delicata, tra la crisi generale e il problema delle cozze giunto a rovinare le festività pasquali. Ripartire, dunque, nel segno della concretezza, del territorio e dello spreco ridotto a zero con ingredienti di qualità da piccoli fornitori locali.

    E dunque, per esempio, la parte che avanza del cocomero dopo la preparazione del semifreddo all’anguria con crumble al cioccolato bianco, mandorle e zest di limone viene impiegata nella preparazione di un rinfrescante cocktail analcolico, il Watermelon Smash, in cui il succo dell’anguria viene miscelato con acqua di cetriolo, menta, succo di limone e zenzero.

    Il concept

    Borgo 50 nasce a gennaio del 2016 dalla riconversione dell’ex serbatoio idrico del comune di Bacoli, costruito nella prima metà del secolo scorso per garantire un efficiente servizio idrico alla piccola cittadina dei Campi flegrei durante il periodo della guerra. Realizzato a immagine del più antico e imponente Castello aragonese, “il castelletto” è da sempre luogo denso di fascino e curiosità nell’immaginario dei cittadini bacolesi e dei tanti turisti che nella bella stagione frequentano questi luoghi.

    La struttura, che è ristorante e cocktail bar, dispone di una sala interna di circa 40 posti, di una piccola saletta privata per due persone all’interno di una torre e di un giardino esterno da cui è possibile ammirare il cratere dei Fondi di Baia e i porti di Baia e di Miseno. In primavera e in estate si può utilizzare il giardino per cenare, fare aperitivi o organizzare eventi. È gestito dalla famiglia Mazzella: i due fratelli Erasmo (32 anni) e Rosario (30 anni) portano avanti ciò che è stato avviato dal papà Ferdinando.

    La proposta estiva ed i drink del bar manager Giuseppe Tufano

    Si comincia dai piccoli morsi che soddisfano ogni palato: dalla chips di riso al nero di seppia con ricotta di fuscella, tartare di gambero rosso e zest di limon al Katsu sando di tonno rosso con insalatina agli agrumi per finire con alice indorata e fritta con riduzione di scarola liscia, capperi e polvere di olive nere melanzana baby a scarpone di mare. Una sorta di lungo aperitivo mentre la quiete circostante induce alla riflessione su cosa sia il “lusso”, se la spasmodica esigenza di primeggiare anche nelle scelte turistiche e gastronomiche a costo di tornare più stanchi (e poveri) di prima o un semplice tocco di charme nei luoghi natii, spesso dimenticati perché ritenuti scontati.

    Giuseppe Tufano diverte e si diverte, con la sua esperienza londinese ai vertici di CG Restaurants & Bars fino a ricoprire il ruolo di Holding General Manager del Dirty Martini di Covent Garden, con abbinamenti tra alcool e no alcool come il Mirabilis da St Germain, gin, succo di limone, miele, lavanda e soda o il White Spritz da rosolio di bergamotto, liquore ai litchi, succo di lime, prosecco e menta e l’immancabile Watermelon Smash analcolico.

    Lo chef Giuseppe Esposito – Chef gestisce la brigata di cucina, proponendo elementi mediterranei in chiave semplice e gustosa, come lo gnocchetto con seppiolina locale, peperoncini verdi, pomodoro cannellino flegreo e fonduta di provola d’Agerola e il trancio di ricciola alla brace su verdurine croccanti. Semplicità che non vuol dire mancanza d’amore o rinuncia alle contaminazioni e al sacrificio, ma rispetto per le materie prime esaltate dal minor intervento possibile della mano umana. E la chiamano estate…

    Borgo 50

    Via Castello, 50

    Bacoli (Na)

    Tel. 081 5231934

    Aperto la sera e la domenica a pranzo.

    Giorno di chiusura: mercoledì

    Vittoria celebra il Cerasuolo: nasce l’Enoteca Regionale Sicilia Sud-Est

    La Sicilia è una terra dove il vino racconta la storia di un popolo. Dalle antiche colonie greche alle dominazioni romana, araba e normanna, la vite ha accompagnato nei secoli l’evoluzione culturale dell’isola, dando vita a un patrimonio vitivinicolo tra i più ricchi del Mediterraneo. Oggi questa tradizione continua attraverso denominazioni che hanno saputo coniugare storia, territorio e innovazione, tra cui spicca il Cerasuolo di Vittoria, l’unica DOCG siciliana, simbolo dell’enologia del Sud-Est dell’isola.

    Proprio a Vittoria, nel cuore del territorio del Cerasuolo, il 26 giugno scorso è stata inaugurata la nuova sede dell’Enoteca Regionale SiciliaSezione Sud-Est, la terza dell’isola dopo quelle di Catania e Alcamo. Un traguardo importante per la valorizzazione delle produzioni enologiche siciliane, celebrato alla presenza del Sindaco di Vittoria, dei primi cittadini dei comuni compresi nel disciplinare del Consorzio Cerasuolo di Vittoria Classico, delle istituzioni, dei produttori e della stampa specializzata.

    L’inaugurazione si è inserita nel programma della quindicesima edizione del Vittoria Jazz Festival Music & Wine, manifestazione che unisce musica, cultura e vino, confermando la vocazione della città a promuovere il proprio patrimonio enogastronomico attraverso eventi di respiro nazionale.

    A seguire, la masterclass dedicata al Cerasuolo di Vittoria, condotta con competenza e coinvolgimento da Nino Aiello, ha permesso di approfondire le caratteristiche di un vino che rappresenta un unicum nel panorama italiano. Nato dall’unione di circa il 60% di Nero d’Avola e del 40% di Frappato, due varietà che maturano generalmente in periodi differenti: il Nero d’Avola nella seconda metà di settembre e il Frappato nel mese di ottobre, e quindi il Cerasuolo di Vittoria trova il proprio equilibrio proprio nella complementarità dei due vitigni. Il primo conferisce struttura e profondità, il secondo dona freschezza, profumi floreali e una spiccata bevibilità.

    Contrariamente all’immagine spesso associata ai rossi siciliani, potenti e alcolici, il Cerasuolo di Vittoria si distingue per eleganza, equilibrio e una gradazione generalmente contenuta, caratteristiche che ne consentono il servizio anche a temperature leggermente inferiori rispetto ai tradizionali vini rossi, esaltandone così la componente aromatica e la piacevolezza di beva.

    La degustazione si è aperta con il Floramundi Cerasuolo di Vittoria DOCG 2023 di Donnafugata, vino che esprime immediatamente il volto più fragrante della denominazione. Al naso emergono intensi profumi floreali accompagnati da ciliegia, fragola, melograno e prugna. Il sorso è fresco, minerale, con tannini perfettamente integrati che rendono la beva dinamica e particolarmente piacevole.

    Di maggiore complessità il Sabuci Cerasuolo di Vittoria DOCG 2023 dell’Azienda Agricola Cortese, ottenuto da Nero d’Avola fermentato in barrique e Frappato vinificato in anfora. La combinazione delle due tecniche di affinamento restituisce un vino strutturato, dai tannini vellutati e avvolgenti, sostenuto da una vivace freschezza che dona slancio al sorso.

    Con il Cerasuolo di Vittoria DOCG 2022 di Santa Tresa il livello sale ulteriormente. Dopo l’affinamento in grandi botti e un anno in barrique, il vino si presenta con un’importante struttura e un corredo aromatico ampio che spazia dalla prugna ai mirtilli, dal cioccolato alle note balsamiche e di sottobosco. Non a caso Nino Aiello lo ha definito con una battuta “il Kamasutra del vino”, a sottolinearne la straordinaria complessità espressiva.

    Più essenziale nello stile Il Pittore Contadino Cerasuolo di Vittoria DOCG 2020 dell’azienda Horus. Dopo dodici mesi in acciaio e un successivo affinamento in bottiglia, offre un profilo elegante, con richiami vegetali e minerali che introducono un sorso succoso, dominato da melograno, prugna e ribes nero, confermando ancora una volta la naturale vocazione del Cerasuolo alla bevibilità. Ha colpito tutti i presenti proprio per la finezza e la piacevolezza di beva.

    Ha chiuso la degustazione il Maskarìa Cerasuolo di Vittoria DOCG 2020 di Terre di Giurfo. Più riservato all’olfatto, si apre lentamente verso leggere note vegetali e speziate. In bocca conquista per equilibrio e precisione esecutiva, con richiami al cioccolato, alla ciliegia sotto spirito e una piacevole freschezza che accompagna il finale. Un vino di impeccabile fattura, quasi didattico nella sua interpretazione della denominazione.

    La giornata si è conclusa nel migliore dei modi con una cena al Ristorante Cala Rittu, nel centro storico di Vittoria, dove i piatti della tradizione locale hanno trovato nel Cerasuolo di Vittoria il compagno ideale, a dimostrazione di quanto questo vino rappresenti non solo l’eccellenza vitivinicola del territorio, ma anche un autentico ambasciatore della cultura gastronomica siciliana. L’apertura della nuova sede dell’Enoteca Regionale Sicilia Sud-Est rappresenta un passo significativo per la promozione del Cerasuolo di Vittoria e delle eccellenze del comprensorio. Un luogo destinato a diventare punto di riferimento per produttori, operatori e appassionati, contribuendo a raccontare una Sicilia del vino sempre più consapevole del proprio valore e proiettata verso il futuro, senza dimenticare le proprie radici.

    Magma Bistrot tra i protagonisti di “Te le do io le Bollicine”: al Nabilah una focaccia fredda che guarda al Giappone

    Il 20 luglio Magma Bistrot sarà tra i protagonisti di “Te le do io le Bollicine”, l’atteso appuntamento estivo dedicato all’incontro tra alta gastronomia e grandi vini spumanti, organizzato dall’Associazione Italiana Sommelier – Delegazione di Napoli nella suggestiva cornice del Nabilah di Bacoli. La manifestazione riunisce ogni anno alcuni tra i migliori interpreti della ristorazione campana, con banchi d’assaggio dedicati a spumanti italiani e Champagne, percorsi di degustazione e proposte gastronomiche pensate per esaltare l’arte dell’abbinamento tra cibo e bollicine.

    Per l’occasione, Magma Bistrot presenterà una variazione inedita del suo Aperitivo Sakura a cura del pizzaiolo Raimondo De Crescenzo, che interpreta l’estate attraverso equilibrio, freschezza e contaminazione gastronomica: una focaccia fredda con crema di avocado, salsa teriyaki, sesamo tostato e tartare di tonno rosso. Una proposta che unisce la leggerezza della panificazione contemporanea ai richiami della cucina giapponese, mantenendo al centro la qualità della materia prima e la ricerca di abbinamenti capaci di dialogare con le bollicine protagoniste della serata.

    La partecipazione all’evento rappresenta un’ulteriore tappa nel percorso di crescita di Magma Bistrot, sempre più orientato verso una cucina dinamica, capace di coniugare identità territoriale, creatività e apertura alle influenze internazionali. Un percorso che si accompagna anche a una crescente attenzione per la sostenibilità: il locale ha infatti recentemente completato l’installazione di un impianto fotovoltaico, confermando la volontà di ridurre il proprio impatto ambientale e di investire in un modello di ristorazione sempre più responsabile.

    “Siamo felici di prendere parte a una manifestazione che rappresenta un punto di riferimento per il panorama enogastronomico campano. Eventi come Te le do io le Bollicine sono occasioni preziose per confrontarsi, raccontare la nostra idea di cucina e valorizzare il dialogo tra cibo e vino. La focaccia che presenteremo nasce proprio da questo spirito: un prodotto fresco, contemporaneo e pensato per accompagnare al meglio le bollicine, senza rinunciare alla nostra identità”, afferma Ciro Di Giovanni, patron di Magma Bistrot. Tra ricerca gastronomica, impasti contemporanei e una visione sempre più attenta all’innovazione e alla sostenibilità, Magma Bistrot continua così il proprio percorso di crescita, portando al Nabilah una proposta che racconta l’evoluzione della sua cucina e la voglia di sperimentare nuovi linguaggi del gusto.

    Friuli, Colmello di Grotta – Il Giano che guarda il Collio e l’Isonzo

    A due passi dal fiume Isonzo, tra Savogna e Farra, in località Grotta, si trova la cantina di Colmello di Grotta (appunto), nella collina di Villanova.

    Ma dove siamo, in zona dell’Isonzo del Friuli o in Collio? Perché ospiti del Consorzio Collio, dei suoi vini dobbiamo parlare.

    La soluzione è molto semplice e oltretutto strana. Gli edifici dell’azienda vinicola si trovano nell’Isonzo del Friuli, ma salendo e mirando (parafrasando il poeta di Recanati) di una ventina di metri entriamo in Collio, poiché questi terreni hanno grande affinità con esso e in fase di definizione del disciplinare vi rientrò a farne parte, per di più nella tenuta un tempo vi scorreva il fiume a delimitare le due zone, il quale da indisciplinato ora si è spostato trecento metri più in là.

    Per tale ragione a Colmello di Grotta i vigneti situati in Collio, rimanendo completamente circondati dai relativi dell’Isonzo, sono ritenuti, a torto, un fanalino di coda e la zona è bistrattata.

    Ci importa poco, saranno i vini a parlare di qualità o meno.

    L’azienda vinicola ha 21 ettari, dei quali 15 sono quelli vitati tra Collio e Isonzo equamente divisi, gli altri sono bosco (ottima notizia) e indagando abbiamo contato 13 etichette complessive (ma aumenteranno) per circa 35.000 bottiglie l’anno. E’ certificata bio dal 2018.

    Colmello di Grotta non ha ancora un vino Collio Bianco, probabilmente accadrà il prossimo anno e sarà prodotto solo con uve autoctone, mentre i vitigni monovarietali per il Collio sono: Sauvignon (cloni del Sancerre), Chardonnay (da poco impiantato con cloni dello Chablis), Ribolla Gialla, Pinot Bianco, Pinot Grigio.

    Colmello di Grotta nasce ufficialmente nel 1965, grazie a Luciana Bennati, veneziana innamorata di queste colline, e oggi la cantina è guidata dalle due generazioni successive: Francesca Bortolotto Possati, imprenditrice e interior designer, e sua figlia Olimpia che aggiunge alla passione del vino quella dell’arte contemporanea. In effetti, le belle etichette delle bottiglie nominate Coldigrotta, una crasi che rende il nome più scorrevole, sono interamente disegnate da un artista amico di famiglia, Alfonso Clerici, pittore genovese di fama internazionale che ha lavorato a New York tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80,  frequentando tra l’altro la Factory di Andy Warhol, il celebre atelier di centro di produzione culturale attivo dal 1962 fino a poco prima della sua morte. Del resto dimestichezza con l’arte i Possati l’hanno, sostenendo con passione l’arte vetraria veneziana, e tra i promotori e sostenitori della Venice Glass Week, dedicato festival internazionale che quest’anno ne compierà dieci.

    Per la consulenza enologica in azienda ci si avvale di Daniele Michelet di Conegliano.

    Come ci ha spiegato Roberto Ottogalli direttore della cantina, fino al 2015 per la maturazione del vino si usavano le barrique. Oggi si adoperano delle anfore in gres fatte a mano da cinque ettolitri, al fine di mantenere le caratteristiche del vitigno e del territorio, contenitori che si limitano ad arrontondare il vino, senza aggiungere le cessioni proprie del legno, o delle più comuni anfore di terracotta. I vini pertanto eseguono sia un affinamento serbatoi di acciaio, che in anfora per circa sei fino a dieci mesi con i loro lieviti, e poi sono blendati in percentuali differenti secondo tipologia e annata, in media il rapporto è di 70 a 30 a beneficio dell’acciaio.

    Dopo la pandemia si è scelto di uscire dopo tre anni dalla vendemmia, pertanto la corrente è la 2022.

    Di Colmello di Grotta abbiamo assaggiato i seguenti vini, con l’ausilio di Olimpia Possati e Roberto Ottogalli:

    Collio Ribolla Gialla 2022 12%

    Proviene dall’appezzamento di 1,28 ettari del vitigno in Collio e compie la maturazione in serbatoio di acciaio per il 70% e anfora per il 30%. Prima annata 2004.

    E’ una Ribolla fresca, fruttata, e minerale con pietra focaia, e alcuni riferimenti alle erbe aromaatiche.

    Al palato mantiene la freschezza e al contempo è grasso, glicerico e ampio, con un finale dove ritornano le note minerali e una decisa sapidità, e una lieve ma percepibile sensazione amarognola regalata dal vitigno.

    Collio Pinot Grigio 2022 13%

    Da cloni alsaziani, effettua la medesima vinificazione del precedente vino.

    Un bel mix tra il gelsomino e il pompelmo caratterizza l’elegante espressione olfattiva, che poi s’impreziosisce con suggestioni di tè verde.

    Al palato esce una nota morbida, caramellata, che ricorda la mou, e il frutto che accompagna a lungo il ricordo del vino, assieme a una spiccata salinità.

    Collio Pinot Grigio (ramato) 2022 12.5%

    Ramato è scritto tra parentesi perchè il disciplinare del Collio non prevede di indicarlo in etichetta. Per differenziare i due vini si è ricorso al colore della capsula. La vinificazione avviene solo in anfora dove la macerazione dura venti giorni, svinato e rimesso in anfora per circa un anno con continui bâtonnage. Grazie alla prolungata macerazione, portando via parte degli zuccheri che rimangono sulla buccia, si ottiene un grado alcolico leggermente inferiore.

    Bien fait, fin dall’olfatto il vino conquista con le sue note di frutta secca, di fiori secchi, e di fruttato dove emerge il melone giallo.

    Al palato è ampio, molto elegante e persistente nella coerenza delle note percepite al naso. Una profondità da distillato che ovviamente incontra il mio personale plauso.

    Collio Ribolla Gialla macerata 2023 12.5%

    Il vino, prodotto solo nelle annate in cui l’uva è perfetta, sviluppa l’intera maturazione in anfora, dove permane per due settimane sulle bucce con fermentazione spontanea, e sei mesi di affinamento. Senza aggiunta di solfiti aggiunti rimane un ulteriore anno in bottiglia. La produzione è di appena 666 bottiglie l’anno (noi abbiamo testato la n. 346).

    Anche questo è un vino notevole, con una indiscussa fragranza declinata al balsamico. Credo di riconoscere la celebre pastiglia che per non citarne il nome dirò che è gommosa con note balsamiche a base di levomentolo e olio essenziale di eucalipto, tutta verde e di forma piramidale. Croccante e intrigante si correda anche di frutta gialla matura e susina.

    Al palato ha le caratteristiche dei vini macerati, senza le note astringenti, ricordi di buccia di pesca gialla, e di albicocca succosa. Grande infine la persistenza.

    (atto a divenire) Collio Pinot Bianco 2025 13% campione

    Anteprima della prima vendemmia con bottiglia presa dalla vasca, che uscirà in questo mese di giugno. La vinificazione è essenzialmente in acciaio, con un piccolo passaggio in anfora. 1.300 le bottiglie che saranno prodotte da dieci ettolitri.

    Attualmente all’olfatto gioca sui sentori floreali, con gelsomino, fiori di acacia e altri bianchi, e spezie fra cui il pepe bianco. Molto intenso e fragrante.

    Al suo morbido palato esce invece il tono fruttato (e la rima non guasta) e ha un finale sapido e speziato. Da riprovare più avanti perchè si tratta, di un promettente inizio per un vitigno che amo in particolar maniera, in generale e su ciò che il Collio ha saputo esprimere in passato e ahimè poco nel presente.

    Concludendo, ammetto che non conoscendo l’azienda e avendo alcuni personali pregiudizi, non mi aspettavo un granchè dai suoi vini.

    Che bello che è stato, invece, sentirsi smentiti.

    Non a caso i latini dicevano in vino veritas (sebbene si riferissero ad altro).

    Au revoir.

    SKOK, “scocca” l’amore in Collio

    Sanno bene gli illuminati viticoltori di quanto sia importante e fondamentale la presenza di un bosco a delimitare i vigneti. E’ fonte di umidità e di biodiversità, attuando una naturale filtrazione e purificazione dell’aria.

    Da Skok, a meno di 400 metri dal confine sloveno in località Giasbana nel comune di San Floriano del Collio, Orietta, titolare dell’azienda vinicola assieme al fratello Edi, figli di Giuseppe, del bosco ne sono perfino immamorati, tanto da mancargli nelle escursioni presso altri colleghi fuori dalla loro regione.

    La serenità di cui ho già menzionato in precedenza parlando del Collio, qui si compie e impera, poichè s’unisce a quella di chi produce il vino. I due fratelli e il figlio diciannovenne di Edi che abbiamo conosciuto nel press tour organizzato dal Consorzio del Collio, Nikolaj, apicoltore fin dall’età di dieci anni e mezzo, mi sembrano felici d’esistere, del luogo che li ospita, e orgogliosi della scelta di una vita rurale. Orietta poi è empatica, perennemente sorridente, e sembra baciata da Pan quanda parla di animali e di natura.

    Quando capitombolò la mezzadria, il cui passato è rimembrato da Villa Jasbinae, il palazzo nobiliare posto al centro della proprietà edificato nel 1480 dai baroni Teuffenbach dove si svolgono le degustazioni quando il tempo lo consiglia, Giuseppe (Pepi) Skok e suo fratello Armando con l’aiuto delle banche ne acquistano la tenuta. E’ il 1968 e parliamo di un ettaro di vigneto con cento alberi di ciliegio, prati e bosco, e l’uva qui prodotta assieme al suo mosto si vendeva ad altre aziende.

    Dal 1991 Skok imbottiglia grazie a Orietta e Edi succeduti a Giuseppe, e possiede 18 ettari di terreno, dei quali 11 vitati e nessun desiderio di espandersi ulteriormente.

    Sette sono le etichette prodotte per circa 50.000 bottiglie l’anno.

    Nella tenuta albergano cinque vitigni: Sauvignon, Chardonnay, Pinot Grigio, Friuliano e Merlot come unico a bacca rossa.

    I filari dei vigneti sono alternati tra inerbito e lavorato (che non tutti in Collio attuano), perchè è stato notato che dove tutto era coperto d’erba, quando arriva l’acqua degli acquazzoni estivi se ne va via prima che il terreno la possa assorbire, mentre è recuperata dall’altro filare affianco rasato.

    E’ l’arancione il colore aziendale, dal sito web, alle t-shirt (NE VOGLIO UNA), dai cartoni del vino, alle etichette e capsule di esso con il restyling del 2015, e non poteva essere diversamente. Rappresenta la solarità, l’energià, l’entusiamo, l’amicizia, il divertimento, è il tono delle rivoluzioni pacifiche, insomma tutte caratteristiche che ho ravvisato in Orietta e chi gli sta vicino.

    Abbiamo assaggiato tutti i vini prodotti dall’azienda: i quattro monovitigni che vinificano in acciaio, Collio Pinot Grigio 2024 (36 ore di macerazione sulle bucce e 6 mesi di riposo sui lieviti), Collio Chardonnay 2024, Collio Sauvignon 2024, Collio Friulano Zabura 2025 che proviene da un cru; il Bianco Pe-Ar 2024, un vino da tavola dedicato ai fondatori Pepi e Armando, assemblaggio di Chardonnay (55% di cui circa un quarto è fatto surmaturare sulla pianta e passato in barrique per undici mesi), Pinot Grigio (30%), Sauvignon (15%); e i due Merlot, il Collio Merlot 2023 che vinifica in contenitori in acciaio, il Collio Merlot Villa Jasbinae 2019, proveniente da un unico vigneto, con 18 giorni di macerazione e affinamento in barrique nuove e usate di più passaggi per quattro anni.

    Tutti vini corretti e ben eseguiti, tuttavia se fossi costretto a sceglierne solo due, non ho dubbi che il primo e l’ultimo sono stati quelli che mi hanno maggiormente impressionato. Il Collio Pinot Grigio 2024 per il suo vocato all’arancione aziendale, con agrumi, pompelmo dolce, frutta a polpa gialla, fiori bianchi, e per la freschezza, vivacità, beva e sapidità al palato; ricco ed elegante invece il Collio Merlot Villa Jasbinae 2019 maturato in barrique, con tannini setosi, morbidezza e beva, dominato da piccoli frutti a bacca rossa e scura, come la mora e il ribes rosso, un vino con ancora anni sulle spalle che regalerà emozioni in futuro.

    I Vini Bianchi secondo Falstaff in festa a Roma

    Il 23 giugno il Grand Hotel Plaza su Via del Corso ha ospitato il debutto romano del Falstaff White Wine Party, primo appuntamento italiano di un calendario che nei prossimi mesi toccherà diverse città da nord a sud del Paese. Simon Staffler e Othmar Kiem — team di Falstaff Italia, magazine di wine, food & travel lifestyle con solida presenza in Austria, Germania e Svizzera — hanno scelto la Capitale per lanciare un format che funziona perché è diretto: tasting, convivialità e intrattenimento in un’unica soluzione, accessibile ai navigati WineLovers come ai neofiti.

    Dalle 14:30 alle 22:00, il Salone delle Feste del Plaza ha accolto 54 aziende vitivinicole da quattordici regioni — dall’Alto Adige alla Sicilia — offrendo al pubblico romano una panoramica trasversale dei bianchi italiani. Tra i produttori presenti, nomi come Abbazia di Novacella, Cantina Terlano, Cantina Tramin, Elena Walch, Inama, Livio Felluga, Querciabella, Pio Cesare, Grattamacco, Tasca d’Almerita e Fontanafredda, a rappresentare identità e approcci produttivi differenti. Notevoli i vini offerti in degustazione anche da produttori emergenti come i sicilianissimi Spadafora, i marchigiani Le Cime Basse, i toscani bolgheresi Colle Massari: a questi abbiamo dato particolare spazio nelle note degustative.

    Il programma includeva tre masterclass gratuite nella Sala Giardino d’Inverno. Alle 15:00 il Consorzio Vini di Romagna ha aperto con Albana, l’underdog da scoprire. Alle 16:30 Inama ha condotto una verticale de I Palchi per Super-Soave, il grande bianco veneto. Ha chiuso alle 18:00 La longevità del Gewürztraminer, con Stephan Filippi di Cantina Bozen e Willi Stürz di Cantina Tramin per la prima volta insieme sullo stesso palco.

    La serata si è conclusa con dj set e dress code ispirato alle tonalità del bianco — dettaglio coerente con il concept, non decorativo ma di un’eleganza stand-alone, ispirata dal piacere di stare assieme e celebrare la bellezza dei bianchi italiani che si fanno ormai strada nel mondo come, e ora forse spesso di più, i più affermati rossi italiani.

    Pio Cesare, Timorasso Riserva 2023, Colli Tortonesi DOC.

    Una splendida sorpresa da una cantina tra le più riconosciute per la storia scritta con i loro Barolo e Barbaresco. Un esperimento fuori dalle Langhe e nel cuore dei Colli Tortonesi, per affermare un bianco piemontese ormai protagonista, elaborandolo nel loro stile tipico con bella struttura, profondità del gusto e spiccato contrasto tra acidità e mineralità. Pensato per dare belle e piene sensazioni al palato, di mela e pera e albicocca, realizza l’obiettivo di avere rilevante longevità per un bianco complesso grazie alle armonie da cemento e legno. Promette evoluzione nel tempo evidenziando i sentori di pietra focaia e di idrocarburi. Una scommessa già vinta.

    Elena Walch, Gewürtztraminer Vigna Kastelaz 2023, Alto Adige DOC

    Nella selezione proposta a Falstaff di questa celeberrima cantina, troviamo un eccellente ed originale Pinot Bianco e un Sauvignon Blanc celebre come Castel Ringberg, ma è il loro Traminer aromatico a sparigliare la degustazione: un’insurrezione al naso di erbe aromatiche, rosa canina e agrumi, aprono a un palato ampio e appagante, elegante e tuttavia compassato per equilibrio, dal suadente corredo minerale quasi salino. Puro design enoico.

    Le Cime Basse “Balzani”, 2022, Verdicchio Di Matelica Classico DOC.

    Di Matelica si sa, il Verdicchio è speciale per intensità e ricchezza minerale. Alla piacevole e lunga freschezza si aggiungono note olfattive e gustative di mele verdi, fiori di limone, gardenie e gelsomino. Bello e intenso, l’araldo della casa di Giovanni Lippera. Colpisce nel segno.

    Grattamacco Vermentino 2024, Bolgheri DOC

    È sempre emozionante la riscoperta delle creazioni di casa Meletti Cavallari. La loro tenuta è come un luogo dei miracoli a Bolgheri e il loro Vermentino bolgherese è l’antesignano del genere nell’areale. 

    Parte in legno, parte in acciaio, il lavoro in cantina è quasi alchemico. Ginestra e limoni costieri nel suo bouquet, con spezie e note salmastre a distinguere un vino integralmente bio e lunghissimo al sapore salino.

    Esemplare e tipico, più di così?

    ColleMassari “Melacce” Vermentino 2025, Maremma Toscana DOC

    Una bella novità, dalla personalità scontrosa e piacevole della Maremma: il Melacce è un Vermentino  che alterna onde floreali a risacche minerali avvolte nelle note agrumate tipiche. Molto gastronomico.

    Dei Principi di Spadafora Catarratto Bio 2025, Terre di Sicilia IGP

    Un’espressione smaccatamente biologica di un vitigno tra i più identitari della Sicilia, il Catarratto Lucido. Fresco e salino, fruttato con intensità di pesca pera e mela rossa, l’immancabile nota agrumata di zagara e una cornice di erbe di collina a conferire un piccolo accento amarognolo. Bello e accessibile, amplissima gastronomia, dimostra che anche la nuova generazione con Enrica Spadafora può affermare i gusti e la tipicità dei vini di una casa vinicola davvero antichissima, storica. Tocca farne scorta.

    Vinammare 2026, il festival dei vini della costa

    Ad Acciaroli nasce un nuovo racconto del Mediterraneo del vino tra territorio, cultura e visione.

    Nelle terre in cui il mito mediterraneo continua a dialogare con la salsedine e con la memoria dei luoghi, il porto di Acciaroli si è trasformato nel teatro di una manifestazione destinata ad aprire una nuova riflessione sul rapporto tra vite, mare e identità territoriale. Vinammare 2026 non si è configurato come una semplice rassegna di etichette, bensì come un autentico festival des vins de côte, un progetto culturale e territoriale che ambisce a ridefinire il racconto enologico delle terre affacciate sul Mediterraneo.

    Fortemente sostenuta dall’amministrazione comunale di Pollica guidata dal sindaco Stefano Pisani, questa edizione zero ha assunto il valore di un vero e proprio manifesto programmatico: un primo passo, certamente perfettibile, ma già capace di delineare una visione chiara per il futuro dell’enoturismo cilentano.

    Una Sinfonia di Territori e Sensazioni

    L’atmosfera che ha avvolto il molo dominato dalla storica torre costiera è stata quella di un’eleganza informale, vibrante e partecipata. Un percorso degustativo ha accompagnato gli avventori lungo le coste del Mediterraneo, attraversando idealmente il sole e la mineralità della Sicilia, la raffinata sapidità della Toscana, la freschezza adriatica delle Marche e l’identità profonda del Cilento, con incursioni francesi a confermare il respiro internazionale della manifestazione. Un vero voyage sensoriel nel quale il vino si è fatto linguaggio comune e strumento di dialogo tra territori differenti ma accomunati dalla medesima vocazione marittima.

    Parte del successo dell’evento è certamente riconducibile alla professionalità e alla disponibilità dello staff organizzativo, che ha garantito fluidità e accoglienza durante tutte le fasi della manifestazione. Sullo sfondo, i DJ set hanno costruito una raffinata soundscape experience, accompagnando gli assaggi con discrezione e armonizzandosi con il ritmo naturale del mare. A completare l’esperienza, gli stand gastronomici hanno celebrato la cucina cilentana, autentico chef-d’œuvre della Dieta Mediterranea.

    Il Rigore Tecnico dell’Edizione Zero

    Pur con le inevitabili imperfezioni di un debutto, Vinammare ha rivelato fin da subito una solida impostazione culturale. Protagoniste sono state le masterclass, occasioni di approfondimento sul “vino di costa”. «Composizioni», guidata da Alfredo Capasso, ha introdotto i partecipanti all’arte dell’assemblage, culminando nella creazione di cuvée abbinate ai formaggi locali. Con «Latitudini», il sindaco Stefano Pisani ha raccontato l’identità vitivinicola di Pollica attraverso il progetto Serre di Molino a Vento e l’esperienza «Underwater», dedicata all’affinamento subacqueo.

    Questi incontri hanno arricchito il dibattito sulla viticoltura mediterranea, evidenziando il mare come elemento identitario capace di influenzare paesaggio, cultura e stile produttivo.

    L’Origine e l’Emozione: Peppino Pagano si racconta

    Uno dei momenti più intensi dell’intera manifestazione si è consumato durante la masterclass Origine, nel corso della quale Peppino Pagano, fondatore di San Salvatore, si è raccontato in dialogo con Vincenzo Pagano.

    L’incontro ha rapidamente superato i confini della narrazione aziendale per assumere il tono di una riflessione profonda sul senso dell’appartenenza e sul valore del ritorno alle radici. Con evidente partecipazione emotiva, Pagano ha ripercorso il cammino che lo ha condotto dall’ospitalità di alto livello alla viticoltura, spiegando come il vino rappresenti il più potente ambasciatore di un territorio, capace di raggiungere ogni angolo del mondo portando con sé la storia, il paesaggio e l’anima del Cilento: “un vino buono viene solo nei posti belli e lo producono le belle persone”!

    Particolarmente suggestivo il passaggio dedicato alle bufale, presenza iconica dell’universo San Salvatore. Non semplici elementi distintivi dell’immagine aziendale, ma autentiche protagoniste di un progetto agricolo che, fin dalle origini, ha sostenuto economicamente lo sviluppo dei vigneti e contribuito al mantenimento della fertilità dei terreni attraverso un modello virtuoso di integrazione tra allevamento e agricoltura. Particolarmente toccante è stata la rievocazione del legame con le proprie bufale. Questi nobili animali, la cui effigie domina con fiero éclat le etichette aziendali, furono le “mecenati” silenziose dei vigneti, finanziandone l’impianto e rigenerando l’humus della terra.

    Non meno significativo il ricordo di Gillo Dorfles, il grande intellettuale e critico d’arte che ha lasciato un’impronta indelebile nell’identità visiva delle etichette San Salvatore, trasformando ogni bottiglia in un oggetto capace di coniugare estetica, pensiero e memoria.

    Il Trionfo del Pian di Stio: Un Campione di Razza

    Durante la chiacchierata, il protagonista nel bicchiere è stato il Pian di Stio 2022, degustato per l’occasione nel prestigioso formato Magnum. Questo Fiano in purezza, proveniente dalle vigne d’altura di Stio adagiate oltre i cinquecento metri tra boschi e correnti montane, ha mostrato una straordinaria capacità espressiva. Il profilo aromatico, caratterizzato da richiami di finocchio selvatico, menta e macchia mediterranea, si è sviluppato con progressione e profondità, sostenuto da una trama gustativa di grande equilibrio.

    Il formato Magnum ha ulteriormente valorizzato l’evoluzione del vino, esaltandone precisione, armonia e potenziale di affinamento. Una dimostrazione concreta di come il grande bianco cilentano possa ambire a un affinage capace di sfidare il tempo con autorevolezza e grazia, raggiungendo livelli di complessità degni delle più importanti espressioni del panorama nazionale.

    La Promessa: Verso il “Lazzaruolo”

    Nel finale della manifestazione è emerso uno degli spunti più affascinanti per il futuro. Il sindaco Stefano Pisani, con la sua nota ed esigente lungimiranza, ha “strappato” a Peppino Pagano una promessa: progettare la realizzazione di un vino che sia l’ode definitiva ad Acciaroli. Il progetto, accolto con interesse, potrebbe dar vita a una nuova etichetta la cui etimologia araba (pianta selvatica) o greca (rifugio senza tempesta), lascia sospeso il luogo tra la linfa dei campi e la quiete del mare. Se realizzato, rappresenterebbe un forte simbolo di legame tra territorio, storia e visione contemporanea.

    Uno Sguardo al Futuro

    Se questa edizione zero ha rappresentato il seme, il terreno sul quale è stato affidato appare straordinariamente fertile. Vinammare ha dimostrato di possedere una forte identità narrativa, una visione territoriale riconoscibile e una capacità di coinvolgimento che meritano attenzione e continuità.

    Al tempo stesso, proprio la natura pionieristica dell’iniziativa invita a una riflessione approfondita. Le intuizioni emerse, i punti di forza consolidati e le inevitabili criticità organizzative costituiscono oggi un patrimonio prezioso sul quale lavorare con lucidità e ambizione.

    Molto resta da analizzare e da ripensare affinché l’edizione del prossimo anno possa compiere un deciso salto di qualità. Sarà necessario affinare il format, ampliare ulteriormente il respiro internazionale, rafforzare la proposta culturale e valorizzare ogni dettaglio della customer experience, trasformando un promettente debutto in un appuntamento di riferimento nel calendario enologico mediterraneo. La sfida è affascinante e il potenziale è evidente. Perché Vinammare non è soltanto un evento: è un’idea, una visione, un racconto ancora in divenire.

    E proprio per questo, l’edizione Giugno 2027 dovrà avere il coraggio di essere non solo più grande, ma più incisiva, più autorevole, più sorprendente. In una parola, sbalorditiva.