Jumeirah Capri Palace celebra Ferragosto con “Una Notte a Capri”

Una celebrazione all’insegna dell’alta gastronomia, delle performance dal vivo e della musica, che il 15 agosto accoglierà gli ospiti dell’hotel e i visitatori dell’isola di Capri.

Questo Ferragosto, il Jumeirah Capri Palace celebrerà una delle serate più attese dell’estate italiana con “Una Notte a Capri”, una serata di gastronomia, performance dal vivo e musica sotto il cielo di Capri.

L’evento si terrà il 15 agosto e sarà aperto sia agli ospiti dell’hotel che ai visitatori dell’isola e si concluderà a tarda notte da NOX CAPRI, il nuovo locale notturno dell’hotel.

La serata inizierà a bordo piscina con una cena speciale curata da L’Olivo, l’unico ristorante di Capri con due stelle Michelin, guidato dall’Executive Chef Salvatore Eleante e dall’Head Chef Vincenzo Tedeschi. Ispirato dalla cucina mediterranea, il menù unirà la freschezza del mare, gli ingredienti di stagione e l’approccio contemporaneo che contraddistingue L’Olivo.

La cena sarà accompagnata da uno spettacolo teatrale in quattro atti con la cantante Veronica Simioli e un ensemble di musicisti e ballerini. Creata appositamente per l’occasione, la performance si evolverà nel corso della serata, unendo musica, movimento e teatro sullo sfondo dell’architettura e dell’arte distintive dell’hotel.

Al termine della cena a bordo piscina, la serata proseguirà al NOX CAPRI, inaugurato lo scorso luglio e concepito attorno alla musica dal vivo, alla cultura caprese e a DJ set attentamente curati. NOX CAPRI ospiterà MOA e The Real Deal Band con Kayyca, che si esibiranno dal vivo fino all’una di notte, seguiti dal DJ Claudio De Tullio, che farà ballare gli ospiti fino alle prime ore del mattino.

Per maggiori informazioni e prenotazioni, vi invitiamo a visitare: UNA NOTTE A CAPRI – RESERVATIONS

O a contattare il numero: +39 081 978 0560

I vini del Friuli: Muzic, da un secolo interpreti del Collio a San Floriano

L’azienda di Muzic nasce nel 1927 ma è stata completamente ristrutturata nel 2000.

Siamo a San Floriano del Collio attorno ai 250 metri di altitudine, incastonati tra dolci pendii con innumerevoli versioni di verde, e la vista dei filari in lontananza che si avverte dalla tenuta, è francamente rilassante. Non solo: ha una delle cantine più suggestive di zona che merita il viaggio, perchè risale al xvi secolo ed è scampata alle nefandezze delle guerre mondiali, preservando il soffitto a volta e le pareti di pietra a vista.

Possiede 26 ettari di vigneto a San Floriano del Collio e altri 2 nella doc Isonzo, per un totale di 140.000 bottiglie l’anno e 12 etichette.

Tutte monocultivar più un Collio bianco, cosiddetto da uve autoctone.

Ci accoglie Fabijan Muzic, trentatreenne, spigliato e comunicativo, a spiegare che i vini bianchi costituiscono il 93% della produzione, con presenza di Malvasia Istriana, Ribolla Gialla, Friulano e Picolit, per i vitigni chiamiamoli nazionali poiché la Malvasia non è del tutto ascrivibile a quelli autoctoni, anche se qui si sostiene che c’è sempre stata (dire “sempre” è soggetto del momento storico d’osservazione), e Pinot Grigio, Sauvignon, Chardonnay d’importazione francese.

Per quelli a bacca rossa troviamo a sorpresa il Cabernet Sauvignon per il Collio, poi Merlot e Cabernet Franc per l’Isonzo. Lo stupore iniziale dura però poco: fra qualche anno, con i recenti acquisti di vigneti a San Floriano, anche per Merlot e Cabernet Franc ci sarà un vino dal territorio del Collio.

Il Friulano esce anche in una versione da un singolo vigneto, un cru chiamato Villa de Randis, con affinamento di 4/5 anni in bottiglia, un vino che fa un passaggio in tonneau di acacia per sei mesi, più un anno di bottiglia. La botte di acacia cede poco al succo d’uva fermentato (per giunta qui è stata usata), è molto delicata, non un fard pesante ma un velo di mascara, eppure Fabijan che punta tanto a dare la massima purezza al territorio, non esclude in futuro (anzi, è possibilista) di poterla eleminare per il proprio Collio bianco.

Insomma una presenza di vitigni promiscua che non ha impedito a Muzic di rappresentare uno dei maggiori e iniziali promotori del Collio bianco denominato da uve autocnone, manifesto di produttori che oggi ne conta undici e di cui abbiamo già parlato qui:

Le fermentazioni sono effettuate esclusivamente con lieviti selezionati per una vinicazione che qui orgogliosamente è definita tradizionale (e anche qui adoperando questo termine si pecca del momento storico d’osservazione poichè nel passato la fermentazione era per forza spontanea). Grazie al cielo con Fabijan concordiamo su un aspetto, che il vino è una forma d’arte, giacché chi lo produce, decide che strada dare al vitigno, lo interpreta, lo rende personale.

Dopo essere stati per anni seguiti dall’enologo Giorgio Bertossi, oggi la famiglia Muzic cura direttamente ogni aspetto del vino.

Per la maturazione si usano solo i serbatoi di acciaio (salvo, come anticipato, per il Villa de Randis), dove i vini vi rimangono per cinque mesi e compiono bâtonnage, mentre i rossi trascorrono un anno di affinamento in tonneau.

La degustazione

La maggior parte dei vini è del 2025, ritenuta molto equilibrata e paragonabile al 2021, grande annata non solo in Collio.

Collio Ribolla Gialla 2025 12.5%

18/20 ore di macerazione sulle bucce a freddo, quindi non fermentativa.

Si presenta citrina, floreale d’espressione gialla, ginestra, fresca e sapida. Al palato è molto tesa e certamente minerale.

Collio Friulano Valeris 2025 13.5%

Valeris, dal toponimo della località del vigneto con cinquant’anni d’età, con biotipi più verdognoli rispetto ai moderni gialli, che mantengono le caratteristiche del colore di un Friulano ammandorlato e vegetale di un tempo, probabilmente un po’ rustico ma l’originale.

L’olfatto è fine ed elegante, con note floreali, di camomilla, e di erbe aromatiche. Al palato risulta morbido, fruttato e con note vegetali e ammandorlate. Un vino di grande equilibrio.

Collio Malvasia 2025 13.5%

Come la Ribolla Gialla, esegue 18/20 ore di macerazione sulle bucce a freddo. Prodotta in purezza dal 2009.

Ah, l’aromaticità colpisce immediatamente, con le sensazioni floreali, di rosa, ma è anche fresca e minerale. Al palato è setosa, con il fruttato in predominanza, albicocca e pesca, supportato da note di spezie e di erbe aromatiche, dove spiccano il pepe bianco e la salvia.

Una bella versione non macerata di questo vitigno.

Collio Bianco Stare Brajde 2023 14%

Stare Brajde significa Vecchie Vigne in sloveno, e proprio dai vigneti più antichi, 75/80 anni per la Malvasia, si ottiene il vino. Ho già menzionato la questione dell’uvaggio, che consiste nel dettaglio di Friulano per il 50%, Malvasia Istriana 30%, Ribolla Gialla 20%. Fermentazione alcolica per sei giorni e trasferimento in tonneau da 500 litri di acacia usate per cinque/sei mesi. Stabilizzazione e affinamento in bottiglia di un anno.

Il vino è intenso e glicerico, l’olfatto è al momento incentrato e dominato dal carattere della Malvasia, con note floreali, ma anche fruttate e un principio di albicocca. Il finale è speziato e sicuramente minerale.

Collio Friulano Villa de Randis 2021 14%

Niente botte per questo vino che affina per quattro anni in bottiglia, prodotto in 1300 esemplari.

Molto intenso, con toni mielati e di fiori secchi, di frutta a polpa gialla, agrume succoso, erbacei di fieno. Al palato è pieno e corposo, con molte erbe aromatiche e un finale ammandorlato. Il tutto si traduce in eleganza ed equilibrio. Confesso d’averlo particolarmente apprezzato.

Collio Pinot Grigio 2025 13.5%

Pressutura soffice delle uve intere e fermentazione alcolica che dura 10/12 giorni.

L’olfatto è varietale, con note floreali di gelsomino e di fiori d’acacia, e ancora tenui di rosa, in più piccoli frutti di bosco, come il ribes rosso e la fragolina. Il bouquet si completa con note di frutta esotica, litchi, e agrume, pompelmo.

Al palato è fresco e teso, tendenzialmente acidulo, con ritorni fruttati, e un finale minerale e sapido.

Collio Cabernet Sauvignon 2023 13,5%

La macerazione fermentativa delle uve dura dieci giorni, con tre rimontaggi giornalieri svolti a temperatura controllata.
Dopo la svinatura il vino è affinato in tonneau per minimo 12 mesi, maggiormente usato poichè nuovo non supera mai il 15%.

Bouquet che promette beva e impressiona per la croccantezza, declinato da fiori e piccoli frutti rossi, fra questi ultimi il mirtillo, ribes rosso, mora e amarena. Vi è anche una suggestione di menta.

Al palato, nonostante un tannino non pienamente ancora svolto, è croccante e gradevole, con ritorni dei frutti rossi, un’aggiunta di agrume, e un finale persistente e minerale. In conclusione, possiamo anche non trovarci d’accordo sui quali termini adoperare, ma ciò che importa è trovarci d’accordo sulla qualità dei vini, che personalmente hanno convinto chi scrive.

Ristorante Rocha, la pietra e il gusto del tempo per chef Salvatore Notaro

Il Castello di Rocca Cilento appartiene ad una rara geografia del tempo, quella in cui il passato non si offre come semplice testimonianza, ma permane stratificato nelle pietra viva delle sue mura, nelle volte a vista e nei silenzi che separano una sala dall’altra.

Arroccato nel cuore del Cilento, il maniero domina un paesaggio che dalle alture si distende verso borghi, vallate e versanti collinari fino a intercettare, in lontananza, il profilo della costa. Qui la roccia conserva anche la memoria di una stagione aspra della storia meridionale: nel novembre del 1487, all’indomani della Congiura dei Baroni, Ferrante d’Aragona affidò al governatore Antonio de Mirabilis il compito di restaurare e fortificare, fra gli altri, i castelli di Diano, Agropoli, Rocca Cilento e Castellabate, sottratti ai baroni ribelli e restituiti alla Corona. Il progetto fu affidato all’architetto fiorentino Giuliano da Maiano e quelle fortezze dovevano diventare così baluardi solidi, presidi di un territorio che la monarchia aragonese intendeva ricondurre sotto il proprio controllo.

La lettera del sovrano, scolpita direttamente sui gradini in pietra del ponte d’accesso alla fortezza, non è soltanto un documento, ma la traduzione politica di una vittoria che, nella sua trasformazione in architettura, diviene materia. Pietra su pietra, il potere si fa dunque edificio, il confine si fa bastione, il territorio si fa presidio. Sono trascorsi secoli e quella funzione appartiene ormai alla storia, eppure qualcosa è rimasto intatto: il rapporto quasi viscerale fra il castello e la terra che lo circonda.

Oggi quelle stesse mura non delimitano più un territorio da difendere, accolgono invece chi vi giunge per conoscerlo attraverso una forma diversa di racconto; è in questa continuità, tutt’altro che nostalgica, che nasce il gourmet Rocha.
Il ristorante del Castello di Rocca Cilento non appare come un intruso innestato in una dimora storica, né come il pretesto gastronomico per impreziosire una destinazione già naturalmente scenografica. È, piuttosto, una nuova interpretazione di quel medesimo rapporto con il territorio. Se un tempo la fortezza ne rappresentava il presidio, oggi la cucina ne diventa una forma di lettura.

A guidarla è Salvatore Notaro, appena ventisettenne, ma con un percorso professionale già attraversato da alcune delle cucine più autorevoli dell’alta ristorazione italiana ed europea. Gli inizi a Napoli, ancora adolescente e poi le esperienze accanto a Francesco Franzese e Luigi Salomone e, successivamente, nelle brigate di Enrico Bartolini al Mudec Restaurant e di Norbert Niederkofler al St. Hubertus, entrambe insignite di tre stelle Michelin, oltre all’esperienza al Capri Palace Jumeirah. Un curriculum importante, ma che a Rocha sembra trovare una direzione precisa: non riprodurre ciò che ha imparato altrove, bensì utilizzare quella grammatica tecnica per interrogare il luogo nel quale si trova oggi.

La sua cucina parte dal Cilento, ma non si accontenta di rappresentarlo. Salvatore scompone, osserva, recupera gli elementi più umili e quelli più identitari del territorio e li sottopone a fermentazioni, estrazioni, cotture, trasformazioni fino a restituirli in una veste nuova. È una cucina che non indulge nella nostalgia e non cerca di imbalsamare la tradizione, conservandone piuttosto il nucleo vitale evoluto. La cosiddetta cucina di recupero acquista qui un significato più profondo, senza sprechi, dando valore a ciò che rischia di essere dimenticato, restituendo dignità a una materia povera, riportando alla luce un gesto, un sapore, una consuetudine domestica. In fondo significa recuperare memoria.

Il percorso Visione è forse la forma più compiuta di questa ricerca, un itinerario senza vincoli precostituiti, nel quale Notaro può muoversi liberamente fra territorio, tecnica e intuizione. Il primo incontro avviene con la taccola, non un inizio casuale. La verdura rinuncia al ruolo ancillare che spesso le viene assegnato e diventa materia assoluta, alla brace, fermentata, trasformata in estrazione e crema.

Un ortaggio apparentemente ordinario viene sottoposto a una successione di gesti che ne modificano consistenza e intensità, senza però cancellarne l’identità. È una dichiarazione d’intenti discreta ma inequivocabile: a Rocha la materia prima non viene adornata, piuttosto interrogata.

Arriva l’ostrica Gillardeau alla brace, accompagnata da brodo dashi all’alga kombu, salicornia e ricotta di mandorla. Il mare incontra qui il vegetale; la sapidità marina, l’umami, si misurano con la dolcezza lattica e oleosa della mandorla, mentre l’affumicatura introduce una nota più profonda, quasi ancestrale. È un piatto nel quale il Cilento non viene citato letteralmente e proprio per questo rivela un altro aspetto della cucina di Notaro: il territorio non come gabbia identitaria, ma punto di partenza.

Poi il ritmo cambia con Burro 21, ossia ventuno elementi, racchiusi in una quenelle, il cui contenuto rimane segreto. Ad accompagnarlo, pane nero ai cereali e un soffice Danubio. La parte più significativa non è soltanto ciò che arriva nel piatto, ma il gesto che lo chef invita a compiere. Mangiare con le mani, spalmare il burro sul pane, riappropriarsi di quella dimensione conviviale che l’alta cucina talvolta rischia di lasciare fuori dalla porta. È un piccolo cortocircuito felicissimo: tanta tecnica per restituire, alla fine, la semplicità di un gesto primordiale. Nel calice, a chiudere questa prima parte del percorso, il Metodo Classico Caprettone Pietrafumante di Casa Setaro.

Poi il vino cambia registro e con il Pomodoro entra in scena il Sauvignon Blanc di Franz Haas dal colore giallo paglierino tenue ed un profilo aromatico ricco di sfaccettature, adatto a diverse varietà, diverse cotture dell’ingrediente principale: anche qui Notaro prende un elemento apparentemente semplice, globoso frutto rosso della terra, del duro lavoro nei campi, e ne mette in discussione l’ovvietà. Ma è con L’Attesa che il percorso comincia a farsi intimamente personale.

Bottoni ripieni di nocciola di Giffoni e bottarga. Il titolo è già una chiave di lettura. Non si tratta soltanto dell’attesa del piatto successivo, è quella sospensione che appartiene alla rimembranza familiare, alle tavole dell’infanzia, alle parole pronunciate da una nonna.

Lo chef racconta infatti l’insegnamento ricevuto: prima dello spaghetto alle vongole bisogna mangiare la pasta con le noci. Prima il piatto povero, dunque, poi quello percepito come ricompensa. È una filosofia elementare e, proprio per questo, potentissima: per riconoscere il valore del privilegio bisogna aver conosciuto la semplicità. Il lusso, prima ancora di essere materia, è di per sé consapevolezza.

Quasi per naturale contrappunto, arrivano le Vongole fujute e ritrovate. Lo spaghetto alle “vongole scappate” della tradizione napoletana perde le vongole ma non il carattere: al loro posto, la colatura di alici di Cetara restituisce profondità, sapidità e identità marina. Sottrazione che diventa presenza. E forse è proprio questo uno dei gesti più intelligenti della cucina di Rocha: togliere senza impoverire.

Nel calice Aligoté Bourgogne 2024 di Théo Dancer, moderna interpretazione di uno dei vitigni storici della Borgogna, accompagna il passaggio verso Origine, lattughino con gomasio alle alghe, riso soffiato e beurre blanc allo yuzu. Croccantissimo, netto, quasi verticale e divertente. Il vegetale torna protagonista, ma questa volta con una costruzione che guarda lontano, contaminando il carattere erbaceo della materia con l’umami delle alghe, la consistenza del riso e l’acidità agrumata dello yuzu. È il Cilento che smette, per un momento, di essere riconoscibile e diventa linguaggio.

Si continua con Rancido, da dentice, grasso, mela e finocchio. Anche qui il recupero non è un concetto astratto, il grasso utilizzato proviene dall’osso e dal grasso del prosciutto crudo. Una materia che normalmente verrebbe considerata residuo diventa ingrediente, costruendo intorno al pesce una trama aromatica insolita, quasi provocatoria. Il termine che normalmente evoca un difetto, viene sottratto alla sua accezione negativa e trasformato in una possibilità gastronomica. È forse il punto in cui la cucina di Notaro rivela con maggiore chiarezza la propria indole: non cerca necessariamente la perfezione rassicurante del gusto, ma la sua complessità.

E quando sembra che il percorso abbia ormai detto tutto, arriva Come un Mojito: rum, lime e menta, pre-dessert nato da una circostanza apparentemente marginale come una conversazione fra lo chef e il maître, Davide Sessa, davanti a un mojito sorseggiato al bar. Notaro gli raccontava il menu, un’idea ne ha generata un’altra e quella conversazione è infine approdata nel percorso degustazione.

Anche questo è Rocha: la cucina non nasce soltanto da ricerca, fornelli, quaderni di appunti. Può nascere da conversazione, complicità professionale, da un momento di leggerezza. Il dolce conclude il percorso con Ù Pitittù, un bianco mangiare costruito intorno a miele, latte di capra e pane raffermo. Il pastry chef lo dedica ai viandanti della sua terra, la Sicilia, diretti in Campania che, durante i lunghi spostamenti, portavano con sé proprio questi elementi per potersi nutrire lungo il cammino. È un finale che ricompone molte delle suggestioni incontrate durante la cena: il viaggio, la necessità, il recupero, il pane, la memoria.

Il percorso termina con la deliziosa piccola pasticceria: bombetta fritta con crema pasticciera, maritozzo con panna e frutti di bosco piastrati, macaron ai frutti esotici e pralina di cioccolato al caramello salato. Un ultimo affaccio sulla dimensione ludica della cucina, prima che la cena lasci definitivamente il posto alla conversazione, mentre si sorseggia Francois Peyrot Alla Pera Poire Williams & Cognac. Rocha non finisce con l’ultimo boccone. Rimane, piuttosto, nella sensazione di aver attraversato uno spazio nel quale epoche diverse hanno trovato un punto di contatto. Tra gli ambienti, la cantina custodisce forse la più intensa delle suggestioni.

Ricavata nell’antica cella del maniero, conserva nella trama severa della roccia una collezione di bottiglie di particolare pregio, accanto ad alcuni pregiati vini d’annata appartenuti alla collezione privata del proprietario. Uno spazio appartato da stanza segreta del castello, destinato alle degustazioni e conversazioni intorno al vino, dove la dimensione conviviale assume una fisionomia più raccolta e intima. La pietra antica, il silenzio, le bottiglie allineate come frammenti di ricordi… qui il tempo diventa presenza tangibile. E in questo dialogo fra stratificazione storica e contemporaneità si trova una delle chiavi più autentiche per comprendere Rocha.

La sala prosegue infatti la medesima narrazione con un’eleganza misurata, affidata a luci soffuse, proporzioni armoniose e un’atmosfera raccolta. Nulla appare ridondante, nulla sembra concepito per imporsi. A governare l’esperienza è piuttosto una discrezione consapevole, sostenuta da un servizio impeccabile e sorprendentemente appassionato; ragazzi capaci di accompagnare il commensale nel percorso con competenza e naturalezza, senza mai sovrapporsi alla cucina. È una contemporaneità che non ha bisogno di ostentazioni. Risiede nelle mani di una brigata giovane, nella ricerca tecnica, nella precisione del servizio, mentre tutt’intorno, si continua a respirare una storia che affonda le proprie radici nel Medioevo.

Se un tempo quelle mura furono innalzate per difendere il Cilento, oggi la cucina di Salvatore Notaro sembra affidarsi a un compito diverso e altrettanto ambizioso: accogliere, incantare, custodirne l’identità senza impedirle di cambiare forma. Ed è forse questa la più contemporanea delle forme di memoria.

Bistro Sorrento, selezione internazionale di carni e ricette contemporanee per chi sosta in Penisola Sorrentina

Dieci anni di tradizione enogastronomica e famiglia, di ricerca e cura per le materie prime e la clientela. Pasquale Esposito, titolare di Bistro Sorrento accoglie gli ospiti sempre con il sorriso, assieme ai figli Daniele (chef) e Antonino e ha una particolare attenzione verso le carni, i territori di provenienza, i tagli da tutto il mondo.

E poi le etichette, in menu divise per territori italiani con chicche estere e buona proposta di distillati. 

In carta c’è la tradizione ma non mancano a i piatti innovativi con gli ingredienti trattati nella giusta maniera. In sala lo staff è preparato e disponibile.

Abbiamo provato come antipasto il carpaccio di manzo rucola sedano e senape, la focaccia con blu di bufala, prosciutto Langhirano 30 mesi, olio affumicato e pomodoro di Sorrento, curioso il grissino con filetto di Kobe e maionese fatta in casa.

E poi le carni. “Abbiamo studiato il miglior metodo di cottura possibile: abbracciando la filosofia x-oven, la cottura avviene in un innovativo forno a brace che permette di esaltare il sapore dei cibi mantenendone intatta la morbidezza. La nostra camera di frollatura ospita i migliori tagli di carne che variano periodicamente”, spiega il titolare.

Tre i menù degustazione con paste fatte in casa, diverse tipologie di carne e wagyu per un’esperienza completa e coinvolgente di gusto e scoperta.

 

Bistro Sorrento 

Via Atigliana, 23/25

Sorrento NA

Il Grechetto nell’evento che ne celebra il legame indissolubile con il centro Italia

Per tre giorni, dal 24 al 26 luglio, Civitella d’Agliano, nel cuore della Tuscia viterbese, si è trasformata nella capitale del Grechetto. La ventitreesima edizione di Nelle Terre del Grechetto, organizzata dal Comune di Civitella d’Agliano con la collaborazione della Pro Loco e di Carlo Zucchetti, l’Enogastronomo con il Cappello, ha celebrato uno dei vitigni bianchi più rappresentativi dell’Italia centrale attraverso degustazioni, incontri con i produttori e momenti di approfondimento dedicati alla sua storia e alla sua evoluzione.

Il suggestivo borgo medievale, terra di confine tra Lazio, Umbria e Toscana, ha offerto ancora una volta la cornice ideale per un viaggio tra vino, cultura e paesaggio. Le sue terrazze affacciate sulla Valle dei Calanchi e le antiche vie del centro storico hanno ospitato un itinerario enogastronomico con oltre cinquanta cantine, dove il pubblico ha potuto degustare le diverse interpretazioni del Grechetto grazie al servizio curato dalla FISAR.

Ci sono vitigni che conquistano al primo sorso e altri che chiedono tempo, attenzione e curiosità; il Grechetto appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Storicamente legato all’Umbria, dove trova la sua massima espressione, questo antico vitigno a bacca bianca si è ritagliato un ruolo di primo piano nel panorama enologico italiano grazie a una personalità ben definita, fatta di equilibrio, struttura e sorprendente capacità evolutiva. Dietro il suo nome, che richiama suggestioni elleniche, si cela una storia profondamente radicata nei territori dell’Italia centrale, tra colline, suoli ricchi di minerali e una tradizione vitivinicola secolare.

Dal comprensorio di Orvieto alle campagne di Todi, fino alla Tuscia laziale e ad alcune zone della Toscana, il Grechetto racconta un’identità autentica, capace di coniugare freschezza, sapidità e quella caratteristica nota finale di mandorla che lo rende immediatamente riconoscibile. Un vitigno che oggi, grazie al lavoro di tanti produttori, continua a dimostrare una straordinaria versatilità, confermandosi tra i grandi bianchi del Centro Italia.

Uno dei momenti più interessanti della manifestazione è stata la degustazione tecnica riservata a giornalisti e produttori, ospitata presso il Salone della Cultura di Civitella d’Agliano. In assaggio ben 65 vini provenienti da Lazio, Umbria, Toscana ed Emilia-Romagna, quest’ultima rappresentata dal Pignoletto, vitigno geneticamente imparentato con il Grechetto.

Il banco d’assaggio ha offerto una fotografia estremamente rappresentativa delle diverse espressioni territoriali del vitigno. Pur nelle inevitabili differenze dovute ai terroir e alle scelte produttive, è emerso un filo conduttore ben definito: vini caratterizzati da freschezza, struttura e una marcata identità territoriale. Al naso si sono alternati profumi di agrumi, pesca, mela e pera, accompagnati da fiori di campo, erbe aromatiche e interessanti sfumature minerali. Nei campioni più maturi sono affiorate eleganti note di idrocarburo, miele e frutta secca. Al palato il Grechetto ha confermato la sua cifra stilistica fatta di vivace sapidità, equilibrio e persistenza, con il tipico finale di mandorla che rappresenta una delle sue firme più riconoscibili.

Tra gli appuntamenti più significativi della manifestazione merita una menzione speciale la visita alla cantina Sergio Mottura, una delle aziende simbolo del Grechetto italiano e protagonista nella valorizzazione di questo vitigno. La visita ha permesso di conoscere più da vicino la filosofia produttiva della famiglia Mottura e di comprendere il lavoro svolto negli anni per esaltare le potenzialità di un’uva spesso sottovalutata.

Il momento più emozionante è stato senza dubbio la degustazione di alcune vecchie annate, una vera e propria dimostrazione del potenziale evolutivo del Grechetto. I vini hanno conservato una straordinaria freschezza e un’invidiabile integrità aromatica, sviluppando nel tempo complessi sentori di idrocarburo, miele, erbe officinali, pietra focaia e frutta secca, sostenuti da una trama sapida ancora viva e da una sorprendente eleganza. Un assaggio che ha confermato come il Grechetto, quando nasce da vigneti vocati e viene interpretato con sensibilità e rigore, possa affrontare il tempo con la stessa autorevolezza dei più grandi bianchi italiani. Nelle Terre del Grechetto si conferma così molto più di una semplice manifestazione dedicata al vino.

È un evento capace di raccontare un territorio attraverso il suo vitigno simbolo, mettendo in dialogo produttori, appassionati e professionisti del settore. Un’occasione preziosa per comprendere come il Grechetto stia vivendo una stagione di rinnovata consapevolezza, grazie a vini sempre più identitari e capaci di coniugare piacevolezza immediata, profondità e straordinarie prospettive di longevità.

Sicilia: Cantine Florio, un viaggio nella storia del Marsala

Una delle storie imprenditoriali più significative della Sicilia è quella della famiglia Florio.

Ho avuto la fortuna di visitare le cantine Florio di Marsala e questo mi ha dato l’opportunità di percorrere le tappe di una vicenda imprenditoriale che ha contribuito a far conoscere il vino Marsala nel mondo e a segnare lo sviluppo economico dell’isola.

I Florio furono tra i protagonisti dell’economia italiana dell’Ottocento. Originari di Bagnara Calabra, si trasferirono a Palermo alla fine del Settecento, dove avviarono un’attività commerciale destinata a crescere rapidamente. Nel corso di pochi decenni costruirono un gruppo che operava in numerosi settori, dalla navigazione alle tonnare, dalle attività finanziarie alle produzioni industriali.

Un ruolo centrale nella loro storia fu svolto da Vincenzo Florio, che comprese le potenzialità del Marsala come prodotto destinato ai mercati internazionali. Nel 1833 fondò a Marsala le omonime cantine, contribuendo in modo decisivo alla crescita e alla diffusione di questo vino, già apprezzato dagli operatori commerciali britannici presenti in Sicilia.

Ma torniamo indietro di qualche anno per scoprire l’origine del Marsala. Questa è legata soprattutto agli inglesi, che seppero valorizzare i vini della Sicilia occidentale trasformandoli in un prodotto apprezzato a livello internazionale. Tra i protagonisti spicca John Woodhouse, mercante di Liverpool che arrivò a Marsala nel 1773 per affari legati alla barrilla. Affascinato dalla qualità dei vini locali, intuì il loro potenziale commerciale e diede avvio a quella che sarebbe diventata la storia del Marsala.

Il  Marsala divenne il vino della Marina britannica. Per anni venne consumato sulle navi inglesi come alternativa ad altri vini fortificati, contribuendo alla sua diffusione in numerosi porti del mondo.

Tra le cantine che hanno scritto la storia del Marsala, quella dei Florio fu l’ultima a nascere, ma in poco tempo divenne una delle più importanti, superando per prestigio e vendite i concorrenti inglesi fino ad assorbirne le attività.

Le storiche cantine, affacciate sul mare, rappresentano ancora oggi una testimonianza concreta di quella stagione. Al loro interno si conservano grandi botti e spazi dedicati all’affinamento che raccontano oltre un secolo e mezzo di produzione vinicola.

L’eredità dei Florio, tuttavia, va oltre il vino. La famiglia fu protagonista della vita economica, sociale e culturale della Sicilia, sostenendo iniziative innovative e contribuendo alla modernizzazione dell’isola. Il loro nome resta legato a imprese storiche come la Targa Florio e a una visione imprenditoriale che ha lasciato un segno duraturo nella storia italiana.

Al termine della visita, il percorso si è concluso con una degustazione dedicata ad alcune delle tipologie più rappresentative della produzione Florio. Un’occasione per comprendere come il Marsala sia un vino capace di esprimere caratteristiche molto diverse a seconda del periodo di affinamento e del metodo di produzione.

Nel calice emergono aromi che richiamano frutta secca, fichi, datteri, agrumi canditi, vaniglia e spezie dolci. Con il passare degli anni trascorsi in botte, il vino acquista maggiore complessità e profondità, mantenendo al tempo stesso una sorprendente freschezza.

La degustazione ha permesso di apprezzare l’evoluzione del Marsala attraverso diverse espressioni, evidenziando il ruolo fondamentale del tempo nell’affinamento. Dai profili più immediati e fragranti a quelli più ricchi e strutturati, ogni assaggio racconta una fase diversa della storia di questo vino simbolo della Sicilia.

Un’esperienza che consente di comprendere come il Marsala non sia soltanto un vino da dessert, come spesso viene considerato, ma un prodotto capace di accompagnare formaggi stagionati, piatti della tradizione e momenti di meditazione.

Ecco i vini degustati:

Marsala Vergine Riserva della linea New Geography CLASSIC, versione secca e raffinata, ancora poco nota, caratterizzata da freschi richiami salmastri e agrumati maturati durante l’affinamento.

Marsala Vergine Riserva della linea New Geography PREMIUM, secco ed elegante, conquista per precisione e finezza, rivelando un carattere affascinante e distintivo.

Marsala Superiore Riserva Semisecco della linea New Geography CLASSIC, dalle note di crema, uva passa e vaniglia, con un sorso armonioso che valorizza la qualità e la maturazione del Marsala. Le Cantine Florio rappresentano una tappa ideale per conoscere da vicino il Marsala e le sue molteplici sfaccettature. Un’esperienza che aiuta a riscoprire un grande vino siciliano, ancora oggi capace di sorprendere per complessità e versatilità.

Pizza a Corte – I 4 appuntamenti di agosto

Sono quattro gli appuntamenti di agosto in programma per la rassegna Pizza a Corte, ospitati nel giardino del settecentesco Palazzo Acampora di Agerola, adiacente all’orto di casa.

Il primo è in calendario giovedì 6 agosto, a partire dalle ore 20.00, quando Mauro Espedito, della Pizzeria Owap, di Napoli, proporrà quattro degustazioni, tra le quali una delle sue signature, la Pizza Pepperoni e la Last minute, con blue di bufala, noci e mele di castagno. Il dessert sarà a cura del maestro Pasticcere Pasquale Pesce, dell’omonima pasticceria di Avella.

Il 13 Agosto sarà la volta di Raimondo De Crescenzo (Pizzeria Magma) affiancato da Giuseppe Esposito (Roxy Bar).

Il 20 Agosto, Enzo Bastelli (Basta Pizzeria) e Giuseppe Pepe (Pasticceria Pepe Mastro Dolciere) e giovedì 27 AgostoGiuseppe Pignalosa (Pizzeria Le Parule) e Salvatore Capparelli (Pasticceria Salvatore Capparelli). 

Tutte le serate vedono la partecipazione dei bartender del Madamé Lounge Bar di Agerola, ai quali è affidato il cocktail pairing.

In uno spazio attiguo all’orto, sin dal primo appuntamento, troviamo uno spazio dedicato alla fotografia, con i professionisti dello Studio125 di Napoli, che realizzano scatti d’autore in bianco e nero dedicati ai pizzaioli, agli ospiti e ai clienti, omaggiati di questi splendidi ritratti.

Come di consueto, parte dell’incasso delle serate sarà devoluto alla HHT Italia APS, associazione impegnata nell’assistenza alle persone affette da Telangectasia Emorragica Ereditaria.

Poniente a Salerno presenta il menù estivo creato da chef Gabriele Martinelli

Tra le proposte glamour di Marina di Arechi – Port Village a Salerno, spicca il ristorante Poniente, in posizione panoramica, sull’ultimo tratto della lunga banchina del porto turistico. Vista a Ponente ed esposto all’omonimo vento, propone un originale menù estivo che Mirko Notaro patron con lunga esperienza nella ristorazione, definisce di “tradizione contestualizzata”.

“L’obiettivo è onorare la tradizione con un tocco di estro e di innovazione, accostando ingredienti di origine diversa e tecniche di cottura innovative”, commenta lo chef Gabriele Martinelli, che ancora giovanissimo, vanta già numerose esperienze in cucine francesi e italiane.

Abbiamo degustato alcune proposte della carta estiva: molti i piatti vegetali che mettono in primo piano gli ortaggi mediterranei, ricca e originale anche la scelta di finger food che ben si presta anche per la carta dell’annesso cocktail bar La Terrazza Lounge.

Composizione scenografica per la serie di amuse-bouche ispirati alla cucina tradizionale, screziata di contaminazioni orientali, che aprono la nostra degustazione: lo gnocco fritto ripieno di provola affumicata e maionese al miso di pomodoro servito su un piccolo cubo, la tartelletta con tartare di tonno, pesca e pomodorini, il Chi cerca trova: una piccola cocotte piena di gusci di cozze vuoti a nascondere solo due muscoli pastellati in tempura al nero di seppia, infine, presentato al cucchiaio, un tocchetto di melanzana sottolio con maionese al miso di melanzane e polvere di buccia di melanzana. Combinazioni di sapori capaci di esaltarsi vicendevolmente anche grazie allo spiccato contrasto aromatico.

Sullo stesso tema anche l’antipasto, costituito da diverse consistenze di pomodoro, servito con tre distinti impiattamenti. Iniziamo con il pomodoro pelato biologico, marinato in glutammato per esaltarne la parte umami, ripassato in forno per asciugare l’acqua, ripieno di miso di pomodoro e guarnito con una piccola foglia d’oro, a seguire un mix di pomodorini, di diversa consistenza e acidità, conditi con olio al basilico, aglio nero fermentato, finocchio di mare e serviti con un’insalata di germogli e fiori estivi e infine, per chiudere la trilogia, una bruschetta di pane multicereale guarnita con pomodorini e fragole – una sorta di confettura agrodolce – e sesamo nero tostato.

Strada della Guia Prosecco DOCG di Foss Marai accompagna le prime proposte del menù degustazione suggerite dal direttore di sala Giovanni Cucco.

I lievitati fanno da spalla all’intera serata: la pagnotta ai cereali e lievito madre, la ferratella abruzzese, la chiacchiera al sale maldon e rosmarino, il torinese al pomodoro, abbinati a una noce di burro zafferano e alghe.

Con il primo piatto, ritorniamo all’infanzia, all’aria calda che sa di salsedine e asciuga i capelli bagnati, ai pranzi all’ombra di una veranda che guarda il mare fatti di cibi semplici e freschi, come la pasta all’insalata di pomodori. Lo spaghetto Vicedomini è cotto in un’estrazione di acqua di pomodoro, servito su un carpaccio di pomodori cuore di bue con maionese di miso di melanzane, olio al basilico e insaporito con uova di aringa. In abbinamento non poteva che esserci un vino di luce e di mare: Illuminato Fiano Salento IGP 2025 di Tenuta Giustini è fresco, piacevolmente aromatico, si fa bere con la leggera spensieratezza dell’estate.

Una moderna rivisitazione del pesce al sale è invece la portata successiva: filetto di ombrina, servito con un croccante alle alghe ad alta sapidità, un cannolo di zucchine gialle e verdi, condito con una salsa di pesce arrosto montata con burro e coriandolo e una manciata di sconcigli. Sapido e minerale, caprettone in purezza, Munazei Lacryma Christi del Vesuvio 2025 di Casa Setaro, si abbina in modo equilibrato e completa il piatto senza eccessi o sbavature.

Ritorniamo di nuovo nell’intimità della cucina di casa con la proposta dessert di Gabriele, Non è colazione, un flashback alla più semplice e povera delle colazioni all’italiana: la zuppa di latte. Plumcake all’orzo con gelato al mascarpone ricoperto da cioccolato bianco pralinato, cialde al cioccolato con mousse al caffè: un dolce semplicemente completo e appagante.

L’abbinamento è con due cocktail analcolici: vaniglia e arancia, passion fruit e arancia rossa. Chiudiamo con la tipica patisserie mignon da caffè: il Cannelé de Bordeaux, piccoli dolcetti profumati alla vaniglia e rum e il pralinato alla mandorla salata, mousse di mandorla e orzo in tartelletta.

PONIENTE

Via Salvador Allende

84131, Salerno

Sinapsi Pizza & Grill propone un viaggio enogastronomico sul rooftop panoramico di Torre del Greco

Pizza contemporanea, carni d’eccellenza, mixology ed rooftop affacciato sul Golfo di Torre del Greco; il tramonto come scenografia naturale e un percorso gastronomico pensato per raccontare una filosofia che unisce ricerca, tecnica e convivialità.

È questo il concept della serata dedicata alla stampa organizzata da Sinapsi Pizza & Grill, un’occasione per presentare l’identità del locale attraverso una degustazione capace di mettere in dialogo pizza contemporanea, grill e mixology.

Alla base della proposta di Sinapsi c’è una visione che parte dalla qualità della materia prima e da un rigoroso lavoro sugli impasti. La pizza nasce esclusivamente da una farina di Tipo 1 del Molino Casa Vigevano, rimacinata a freddo e ricca della sua naturale componente di crusca. L’impasto prende forma attraverso un prefermento al 50% con 24 ore di maturazione, completato successivamente con un’idratazione del 75% e una seconda fase di lievitazione a temperatura controllata della durata di 24-36 ore. Un processo studiato per ottenere leggerezza, fragranza e una struttura capace di valorizzare ogni ingrediente.

La degustazione si è aperta con una selezione di antipasti che rappresentano l’anima creativa della cucina. La Fresella RawMeat Starter Carpaccio di Carne abbina carpaccio di manzo, stracciata di bufala e cristalli di lime, mentre il Morbido di Caprese al Vetro reinterpreta la classica caprese con pomodoro gelatinato, mousse di bufala, emulsione di basilico e crumble di pane croccante. A seguire la Cheesecake di Carne, preparata con battuto di Fassona al coltello, crema di formaggio e tarallo napoletano, disponibile anche in versione senza lattosio, insieme a un selezionato tagliere di salumi.

Protagonista assoluta della serata è stata la pizza, raccontata attraverso alcune delle creazioni più rappresentative del menu.

Tra queste il Cappello di Totò, omaggio all’iconico attore napoletano, caratterizzato da un cornicione ripieno di ricotta, completato con crema di datterino giallo, datterini gialli freschi, fiori di zucca, mozzarella di bufala, cacio ricotta, basilico e olio extravergine d’oliva.

Spazio anche alle radici della tradizione con Origini, un ripieno cotto al forno che racchiude ricotta, funghi, prosciutto cotto, salame Napoli, fior di latte, pomodoro, pecorino, basilico e olio EVO.

Originale e scenografica la Ciummarella 2.0, prima fritta e successivamente ripassata al forno. La pizza viene preparata con una base di ricotta e pepe macinato, sulla quale vengono aggiunti crema di datterino giallo, peperoncini di fiume, pancetta aromatizzata, provola e scaglie di Grana Padano stagionato 24 mesi.

Immancabile la Margherita, proposta nella sua essenzialità con pomodoro, fior di latte, pecorino, basilico fresco e olio extravergine d’oliva, simbolo della tradizione pizzaiola italiana.

Tra le creazioni più identitarie anche Terra Mia, dove una delicata crema di fior di latte accoglie, all’uscita dal forno, una tartare di Fassona aromatizzata, tarallo napoletano sbriciolato, zest di limone, basilico fresco e olio EVO, in un perfetto equilibrio tra consistenze e profumi.

Il percorso gastronomico è proseguito con la proposta dedicata alle carni, altro pilastro dell’identità di Sinapsi Pizza & Grill. In degustazione una Tagliata di carne argentina con rucola, scaglie di Grana e datterini rossi e gialli, insieme a tagli di grande pregio come la T-Bone con osso e la Bistecca di Cuberoll, selezionati per qualità, marezzatura e intensità di gusto.

Ad accompagnare ogni portata una proposta di mixology studiata per valorizzare le diverse preparazioni. Il Paloma, realizzato con tequila blanco 100% agave, lime fresco, soda al pompelmo rosa e bordo di sale rosa, ha aperto il percorso con la sua freschezza agrumata. Il Gin Basil Smash, con gin, limone, zucchero e basilico fresco, ha confermato il perfetto equilibrio tra aromaticità e bevibilità. A chiudere la degustazione il grande classico della miscelazione italiana, il Negroni, preparato con gin premium, bitter e vermouth rosso selezionati, ideale per accompagnare la struttura e la complessità delle carni.

La serata ha rappresentato molto più di una semplice degustazione: è stata un momento di confronto con la stampa per raccontare la filosofia di Sinapsi Pizza & Grill, una cucina contemporanea che parte dalla tradizione, valorizza il territorio attraverso materie prime accuratamente selezionate e interpreta pizza, grill e cocktail come elementi di un’unica esperienza gastronomica. In una location esclusiva come il rooftop affacciato sul Golfo, ogni portata ha raccontato una visione fatta di tecnica, ricerca e memoria gastronomica, confermando Sinapsi Pizza & Grill come una realtà capace di coniugare innovazione, qualità e ospitalità in un progetto culinario dal forte carattere identitario.

Calici di Stelle 2026 a Sorrento brinda alla vita nella Vigna delle Sirene

Lunedì 10 agosto alle ore 19 si alzerà il sipario sulla serata Calici di Stelle organizzata da Cantine De Angelis in collaborazione con il Relais Regina Giovanna e andrà in scena un’esperienza sensoriale a tutto tondo tra natura, storia, artigianato e sapori d’eccellenza.

La serata inizierà con la suggestiva passeggiata al tramonto nella Vigna delle Sirene e la visita a una delle cisterne di epoca romana afferenti alla Villa di Pollio Felice.

L’anima dell’evento sarà invece il buffet all’aperto con cibo e vino a chilometro zero. Protagonisti la cucina del Ristorante Pane & Olio con i suoi angoli gastronomici espressione della tradizione territoriale e i vini di Cantine De Angelis: dalle DOP Penisola Sorrentina e Vesuvio, alle IGP Campania Bianco e Nero del Tasso sarà possibile degustare tutti i vini prodotti dall’unica Urban Winery di Sorrento, compresa l’anteprima di Kalliope 2023.

Ad allietare la serata ci saranno anche i gelati di Marco Casa e Ikigai, la gelateria di Monticchio due coni Gambero Rosso.

CALICI DI STELLE

L’evento Calici di Stelle è un format originale del Movimento Turismo del Vino, proposto ogni estate dalle cantine associate.

Il tema di quest’anno “Brinda alla Vita!” invita le cantine a raccontare il vino come espressione di cultura, territorio, convivialità e responsabilità. Non una lezione sul consumo, ma un invito a conoscere il vino, assaporarlo con tempo e curiosità e a vivere il piacere dello stare insieme prendendosi cura anche degli altri.

Ospiti della serata organizzata da Cantine De Angelis al Relais Regina Giovanna saranno artigiani e artisti locali che animeranno l’evento con le loro opere e creazioni.

E per chi vorrà esprimere i propri desideri nella notte di San Lorenzo, un angolo del giardino verrà riservato per l’osservazione delle stelle a occhio nudo.

Calici di Stelle 2026, una serata immersiva tra degustazioni enogastronomiche, arte, archeologia e osservazione astronomica nella notte di San Lorenzo.

L’evento gode del patrocinio di AIS Campania – Penisola Sorrentina e Capri.

Programma completo e Prevendite online: 🔗 www.cantinedeangelis.com/calici-di-stelle-sorrento