Casentino: il Pinot Nero che guarda al futuro

Cambiamento climatico, viticoltura di alta quota e identità territoriale: il Convegno di Poppi racconta un territorio che evolve senza dimenticare le proprie radici

Ci sono territori che sembrano avere una relazione particolare con il vino e il Casentino è uno di questi. Boschi, altitudine, escursioni termiche e una viticoltura che negli ultimi anni ha trovato nuove chiavi di lettura fanno di questa valle una delle aree più interessanti della Toscana da osservare, soprattutto, in un momento in cui il cambiamento climatico sta imponendo alla viticoltura nuove domande.

È proprio da queste domande che è partito il Convegno Vini del Casentino, ospitato nella suggestiva cornice del castello medievale di Poppi. Un appuntamento che ha messo intorno allo stesso tavolo produttori, tecnici e istituzioni con lo sguardo verso una viticoltura chiamata a cambiare: piogge distribuite in modo diverso, estati più lunghe, inverni meno rigidi e periodi di siccità sempre più ricorrenti stanno modificando le condizioni nelle quali i viticoltori si trovano a lavorare.

A delineare il quadro sono stati Bernardo Gozzini, ex responsabile del Consorzio Lamma Regione Toscana, Gennaro Giliberti della Direzione Agricoltura della Regione Toscana, l’agronomo Ruggero Mazzilli, insieme a Marco Biagioli e Vincenzo Tommasi dell’Associazione Viticoltori del Casentino.

Il tema non è soltanto comprendere che cosa sta cambiando, ma capire come prepararsi al cambiamento. Tre le direttrici emerse dal confronto: innovazione e investimenti per rendere i vigneti più resilienti, gestione dell’acqua come risorsa strategica e una maggiore attenzione alla prevenzione agronomica e alla lettura dei dati climatici.

Una sfida che riguarda il futuro, ma che parte da decisioni molto concrete nel presente. E il Casentino sembra volerla affrontare con consapevolezza, perché evolvere significa capire come preservare la propria identità mentre cambiano le condizioni intorno.

Dopo il confronto tecnico, è stato il vino a prendere la parola: la Masterclass condotta da Luca Radicchi ha messo a confronto nove Pinot Nero, nove interpretazioni diverse di uno stesso territorio. Un vitigno che in Casentino ha trovato condizioni particolarmente interessanti e che oggi è coltivato da 19 aziende su 27 ettari.

La degustazione ha mostrato una gamma espressiva tutt’altro che uniforme: freschezza, trasparenza, componente floreale, frutto, balsamicità, struttura e verticalità si sono alternate nei diversi calici, restituendo un’immagine articolata del territorio.

Terre di Romena 2024 ha aperto la degustazione con una bella trasparenza luminosa, profumi agrumati di arancia sanguinella, piccoli frutti rossi e viola mammola. Fresco, succoso e sapido, con un tannino fine e ben integrato.

Più materico il Giuncaia, Gorgo 2024, da agricoltura biologica, caratterizzato dai terreni argillosi che regalano maggiore concentrazione cromatica e un frutto maturo. Le note balsamiche accompagnano una struttura solida e un tannino più marcato.

Il Lo Ri, Podere Pereto 2023 propone invece un’espressione più calda e mediterranea, con spezie ed erbe aromatiche, acidità più contenuta e buona persistenza.

Grande trasparenza per Ornina 2023, biologico e biodinamico, ottenuto con fermentazione spontanea. Vivace, floreale e agrumato, con eleganti richiami balsamici e aromatici.

Il Podere della Civettaja 2023, biologico, si distingue per luminosità e verticalità. Un naso inizialmente timido lascia spazio a una bocca di grande espressività, con un tannino lunghissimo, fine ed elegante.

Con L’Alberone, I Renzetti 2022 arrivano note di frutto e fiore evoluti e una speziatura delicata. Fresco, equilibrato e lineare.

Pergentina, Passumena 2022 esprime invece un frutto scuro maturo, accompagnato da un lieve accenno di confettura e da una nota balsamica. Intenso, persistente e compiuto.

Poppiena 2021 gioca ancora sulla trasparenza, con frutti rossi e scuri, note floreali e speziate. In bocca mostra equilibrio e compattezza, con un lieve calore alcolico che non disturba.

A chiudere la degustazione è stato Cuna 2021, caratterizzato da intensità olfattiva, dolcezza del frutto, piacevolezza e un finale lungo e armonico. Una delle interpretazioni più complete della Masterclass.

Nove vini diversi, dunque, ma un filo comune: la capacità del Pinot Nero di leggere il territorio attraverso sfumature, più che attraverso la forza.

Il pomeriggio ha portato il pubblico dalle riflessioni tecniche all’incontro diretto con produttori e territorio. L’apertura delle cantine ha inaugurato la 28ª edizione del Festival “Il Gusto dei Guidi”, manifestazione che da decenni racconta il Casentino attraverso vino, cultura e gastronomia.

È qui che il racconto del vino trova la sua dimensione più completa, perché un territorio vitivinicolo non è fatto soltanto di vigneti e bottiglie: è fatto di persone, tradizioni, cultura, accoglienza e capacità di costruire relazioni per trasformare il territorio in un luogo da conoscere, vivere e ricordare.

Un ringraziamento speciale all’Associazione Viticoltori del Casentino, alla Pro Loco Centro Storico di Poppi e a Davide Bonucci di Enoclub Siena per l’invito e per aver creato un’occasione di confronto così ricca.

Il Casentino sta costruendo il proprio futuro attraverso una viticoltura che osserva i cambiamenti climatici, sperimenta, investe e cerca nuove risposte, senza perdere il rapporto con il territorio.

Il confronto tecnico del convegno e la degustazione dei nove Pinot Nero raccontano una viticoltura fatta di altitudine, freschezza, biodiversità e ricerca, il Festival “Il Gusto dei Guidi” aggiunge la dimensione della comunità e della cultura.

Due momenti diversi, ma complementari, che restituiscono l’immagine di un territorio capace di ascoltare ciò che accade, studiare, sperimentare e, soprattutto, continuare a raccontarsi, perché il futuro del vino passa anche da qui: dalla capacità di evolvere senza smettere di essere riconoscibili. E il Casentino, oggi, ha ancora molto da raccontare.

Un ringraziamento speciale per le foto ad Andrea Moretti, fotografo in Firenze.

La naturale ospitalità al DiAletti di Napoli

Tra locali a stampo e mode passeggere, la ristorazione vive spesso di grandi proclami e di identità artefatte, tra web reality e comunicazione preconfezionata. Diventa pertanto sempre più complicato trovare delle oasi ristorative che siano coerenti alla loro mission e che possano definirsi davvero autentiche.

Se l’autenticità procurasse lo stesso sollievo della frescura e doveste trovarvi nel rione Chiaia, probabilmente assumerebbe la forma di un vico adombrato, accarezzato dalla brezza marina proveniente dal Golfo di Napoli, e dal volto della naturale ospitalità di Giorgia.

Nel ventre un po’ nascosto di Chiaia, infatti, il vico Satriano raccoglie il lungo respiro del Mediterraneo e l’austerità di antichi palazzi in un’area di Napoli che è altrettanto centrale e autentica ma meno chiassosa e che ispira al riserbo e alla ricercatezza.

Proprio qui, al civico n.10, si trova il ristorante DiAletti, un vero ecosistema di cucina e vino naturale che, senza urla e proclami, sussurra e professa fermamente la sostenibilità e il rispetto per le comunità rurali che tengono insieme il territorio, impedendo l’erosione della biodiversità, delle tradizioni e di una materia prima che sa anzitutto di risorsa umana, si fa cibo sano, non merce da prendere comodamente allo scaffale, e quindi ingrediente trattato con rispetto.

Ebbene sì, DiAletti, aperto nel 2017, è una ventata di freschezza per la ristorazione e per i territori delle aree interne che guardano alla sostenibilità come a un valore irrinunciabile per condurre virtuosamente la produzione in campo e la pesca.

Qui, al vico Satriano, si fondono ospitalità genuina, cucina di terra, cucina marinara e vini artigianali, ma non è tutto: se l’ospitalità e la coerenza al manifesto etico sono la premessa irrinunciabile assieme alla proposta gastronomica, da DiAletti si può riscoprire quell’antroposofia praticata a tavola che riesce a far incontrare persone nuove, farle rallentare e uscire dalla loro comfort zone, per predisporsi al nuovo e a un piccolo viaggio di scoperta, finalizzato ad arricchire non soltanto il palato.

Se la triangolazione giusta a tavola è l’incontro tra cultura, edonismo ed emozioni, le pietanze qui sembrano essere fatte, oltre che per lo stomaco, per arricchire la mente e il cuore.

Galeotta è stata una cena-degustazione di altissimo rilievo in una serata estiva decisamente molto promettente e carica di aspettative, grazie anche alla presenza di Giulia Ghizzo, produttrice di vini artigianali, assieme a suo marito Alberto Lot, e a Federica Marigliano, architetto ceramista nonché fondatrice del brand “Deslow”.

La cena è iniziata proprio mettendo le mani in pasta, ma non in cucina, bensì durante un workshop di ceramica alla scoperta dei segreti dell’argilla bianca e di come il concetto di materico abbia a che fare con la tattilità e l’ancestrale desiderio di creare, tipico delle popolazioni mediterranee. L’interazione con la matericità plastica della ceramica ha visto, come anello di giunzione, il Fior De Lot e il terreno da cui nascono le uve di cui è fatto. Coinvolgente il racconto della produttrice dei vini, a partire dalla descrizione dei terreni, tra Veneto e Friuli Venezia-Giulia, e dalla scommessa di investire nei vitigni Piwi, come il Bronner e Prior, assieme allo storicissimo Glera. Infatti, la cantina di Alberto Lot ha sede a Sacile, in provincia di Pordenone, mentre i vigneti, tutti potati a doppio capovolto, si trovano poco distanti da Palù di Francenigo, in provincia di Treviso, lungo l’alto corso del fiume Livenza.

Il Fior De Lot 2024, da Bronner in purezza vinificato, senza alcuna filtrazione, ha inaugurato la serata, vincendo l’abbinamento con la pasta fritta ma, più di ogni altra cosa con l’acidità della frutta, svelando una complessità gusto-olfattiva e una persistenza ben oltre il concetto di vino frizzante.

La convivialità, presto raggiunta prima di sedersi a tavola, proprio grazie all’interazione dovuta alla precedente attività, ha reso possibile instaurare immediatamente l’atmosfera social che al DiaLetti è parte integrante del menu.

Se c’è un’altra cosa che viene assaporata, come l’ambiente, prima dell’arrivo delle portate, quella è la cucina a vista, incastonata in maniera millimetrica negli spazi del locale e da cui trapela un rigoroso senso dell’ordine, e il pane: la gratificazione del lievitato va ben oltre il piacere del calore e della fragranza dell’appena sfornato, incontrando la qualità di farine come ianculidda, carusedda e saragolla lucana, oltre ad altre varietà, provenienti da Caselle in Pittari, precisamente dal Mulino a pietra Monte Frumentario, della Cooperativa sociale Terra di Resilienza, condotta da Antonio Pellegrino. Un pane buono, evidentemente un pane di altri tempi, che svirgola dalla metrica del grado di abburattamento e dalla classificazione industriale, per mettere in tavola un alto grado di germe di grano, non senza le difficoltà di panificare una farina per niente addomesticata e malleabile come quelle largamente impiegate altrove.

Pane buono, olio extravergine di oliva buono e la benedizione di vassoi centrali colmi di zucchine tagliate alla julienne, fresche di campagna. Vassoi matericamente artistici, assieme ad alcuni altri elementi presenti a tavola…. di Federica, naturalmente.

Il primo, tra i piatti costituenti l’antipasto, è stata la tartara di pesce serra, con lattuga canasta, limone sotto sale e menta. Ci si potrebbe soffermare a lungo sulla mano gentile che è stata capace di mantenere vivo il sapore e la delicatezza del pescato agli altri ingredienti, sarebbe piuttosto facile, per quanto non banale e scontato, ma il punto è un altro; la lattuga canasta non è stata affatto impiegata come coreografia al piatto, bensì come ingrediente necessario a elevare la texture del piatto: essa è una varietà di insalata vigorosa, nata da un incrocio tra la Batavia e la Iceberg, particolarmente croccante, saporita e resistente al caldo.

Evidentemente sia in sala che in cucina, qui al DiAletti, sanno che la differenza è insita nelle piccole cose e che la semplicità nasconde dettagli fondamentali, ricerca e attenzione.

Un magnum di Filari Ginevra 2023 ha gratificato il palato ed esaltato la tendenza dolce del pesce azzurro: frutto di fermentazioni spontanee, macerazione sulle bucce per tre settimane, con nessuna chiarifica e nessuna filtrazione, ha restituito al piatto un ulteriore accento, giocato sulle note agrumate.

Il Baccalà fritto in pastella di lievito madre e patate, servito con crema di carote, in un gioco di morbidezza e croccantezza, evidenziava tutto lo spessore e il gusto del mussillo, accompagnato al Filari Ginevra 2024, così come il primo piatto di pasta fresca con sugo del pescato e polpa, con odori di stagione, al dente, di delicata aromaticità e dalla piacevole connotazione umami.

La monofagia, la noia del solito branzino e dell’orata, erano già state bandite con il pesce serra, a dimostrazione dell’attenzione alla stagionalità e alla sostenibilità della pesca, ma se non si fosse inteso già, ecco la sottolineatura: la parmigiana di raja, ergo di razza chiodata, quella presente nei nostri mari. Un mattoncino di golosa felicità e intensità gustativa con il sapore intenso del sugo ristretto di pomodoro San Marzano. Il maridaje è tutto giocato sulle bollicine del Fior De Lot 2022, stavolta però nella versione Metodo Classico, e i suoi nove mesi di affinamento sui lieviti.

I vini di Alberto Lot hanno dimostrato, anche grazie al valore rustico delle pratiche artigianali fuso all’eleganza, una grande duttilità di sposarsi con la cucina mediterranea, sia nell’abbinamento per portata che a tutto pasto. È con questa convinzione, che ha trovato assolutamente riscontro con la realtà, che il Filari Margherita 2019, da uve Bronnen macerate per tre settimane, quello nella bottiglia trasparente per intenderci, si è fatto piacere persino con il dessert: una sontuosa granita di limone.

Come fa una granita di limone ad essere definita sontuosa? Anzitutto perché fatta con il limone Sfusato della Costiera Amalfitana, assolutamente biologico e non trattato, in secondo luogo perché assiemato a una sua parte fermentata e, infine, perché capace di veicolare un concerto di riconoscimenti agrumati, tra cui il pompelmo e lo yuzu, con il giusto e delicato apporto di zuccheri, per niente strabordanti.

Il format autentico e originale di DiAletti si completa nella Spesa Naturale: una filiera cortissima dalla campagna alla città, che mette al centro i contadini che praticano agricoltura rigenerativa, rendendo disponibile la materia prima per tutti coloro che ne volessero far richiesta, come fosse un mercato della terra a portata di mano e un from farm to fork for the city proprio sotto casa. Insomma, è proprio vero: se un piatto o un vino hanno qualcosa da dire ce lo dicono in bocca e al DiAletti hanno decisamente tanto da raccontare, grazie alla gustosa convivialità e a una cucina matura, rispettosa della materia prima e coerente con il manifesto etico del locale, nel rispetto dell’ospite e del territorio.

È Emiliano Mancini l’executive chef chiamato a guidare L’Agrumeto Barbecue & More, ristorante immerso nel giardino del noto Hilton Sorrento Palace. 

Ad affiancare Mancini ci sarà lo chef Alessandro Fiorito.

Un indirizzo speciale, con i tavoli disposti all’ombra di un caratteristico pergolato sorrentino, ideale per riscoprire il fascino di quell’autentica Sorrento in cui gli agrumi inebriavano l’aria con il loro profumo. 

Prima ancora della bellezza del luogo e della frescura offerta dalle alberature, è la proposta gastronomica a catturare l’attenzione degli ospiti.

Il menu, ideato da Mancini, chef con trascorsi in noti ristoranti romani ed esperienze maturate in diverse strutture del gruppo, da Roma a Bologna, spazia tra portate di pesce fresco e  carni selezionate, esaltate dalla cucina a vista sulla griglia, e piatti legati alla stagionalità e al territorio, con una forte impronta vegetale.

Tra gli antipasti, la Terrina di patate sfoglie di patate alternate a Provolone del Monaco, tartufo estivo, coulis di pomodoro, polvere di limone bruciato e basilico fresco oppure la parmigiana di mare, con melanzane fritte e polipetti alla luciana.

Non mancano le pizze, in stile sorrentino, preparate con un impasto maturato e lievitato per 72 ore.

L’Executive Chef ha portato a Sorrento, da Roma, la sua amata pasta all’Amatriciana (rigatoni, guanciale di Amatrice, salsa di pomodoro e Pecorino Romano) che propone accanto ai più tradizionali Gnocchi alla sorrentina (Gnocchi di patate, salsa al pomodoro, fior di latte e cialda di Parmigiano Reggiano al basilico). I dolci sono realizzati dalla talentuosa pastry chef Maria Varone.

Si va al calare della sera, quando le luci sospese tra i limoni illuminano il giardino, creando un’atmosfera raccolta e suggestiva.

Orari e aperture

Apertura: Dalle ore 19 (cena)

Ultima seduta: Ore 22:30

Giorno di chiusura: Martedì

“Sogno di una notte di mezza estate” – Un Ferragosto speciale sull’Etna da Villa Neri Resort & Spa

La bellezza immensa della natura, quando scatena le proprie forze nella lava fumante di un vulcano mai domo. Per chi vive alle falde delle sue pendici, l’Etna è un compagno, anzi una compagna sempre presente come un parente stretto che ha fatto la fortuna di un territorio e a volte lo ha punito in maniera dolorosa.

Il panorama de “A Muntagna” e la quiete di un luogo lontano dall’overtourism

“A Muntagna, Idda, Muncibeddu” sono solo alcuni dei termini affettuosi utilizzati dagli abitanti di un luogo meraviglioso, ancora impervio e in parte inesplorato, dove il verde si mescola al grigio delle lente colate trascorse. A Linguaglossa, una delle contrade storiche, il tempo sembra scorrere in una direzione più lenta, tra tradizioni popolari e architetture siciliane in stile Gattopardo. In un piccolo anfiteatro naturale nasce l’idea visionaria dei fratelli Fabio e Salvo Neri, di realizzare un resort di charme dotato di un moderno centro benessere, una piscina con garden esterno ed un ristorante gourmet, il Dodici Fontane, con lo chef Elia Russo intento a proporre il mediterraneo in ogni piatto tra mare e terra.

L’architettura funzionale di Villa Neri Resort & Spa

Le forme sinuose e a basso impatto ambientale del complesso sono state affidate all’architetto Salvo Puleo che ha curato anche gli interni e gli arredi, disegnando personalmente lampade, testate dei letti, sedute, tavoli e persino porta oggetti in vetro bombato che riecheggiano le antiche giare. «Volevo ridisegnare in chiave contemporanea lo stile siciliano che conosco sin da bambino, anche con il supporto delle nuove tecnologie» dichiara l’archistar catanese esperto nella rivalutazione di negozi e hotel di lusso. Il risultato finale è quello di un angolo unico nel suo genere, dove trovare il relax assoluto nel silenzio della valle circostante, prendendo il giusto tempo per sé stessi e il recupero delle energie vitali.

Un Ferragosto da ricordare con l’Etna in attività

E poi con l’Etna sempre in lontananza, ribollente come un tino in fermentazione che sbuffa e si agita regalando di notte emozioni indescrivibili con i suoi pennacchi incandescenti color rosso fuoco. Come durante le feste per il Ferragosto 2026, da ricordare anche per una lieve scossa di terremoto che per fortuna ha lasciato solo qualche graffio alla strada verso Piano Provenzana e le piste da sci.

Ogni anno Salvo Neri ha il piacere di regalare una serata di puro divertimento e cultura con musiche popolari e balli a bordo piscina e tanta gastronomia di qualità. Sempre in compagnia dei vini della famiglia Neri, ben indirizzati dalla consulenza di Calogero Statella e dalla guida commerciale di Santo Neri, figlio di Salvo, bravi a raggiungere la scala di valori tanto apprezzata da appassionati e operatori del settore. Una denominazione in profonda crescita e persino in controtendenza rispetto al panorama sofferente che vive il mondo vitivinicolo in queste fasi.

La cena al Dodici Fontane il gourmet di Villa Neri Resort & Spa

Il lungo weekend è proseguito nella cena degustazione del giorno dopo in un’atmosfera raffinata riservata ai soli ospiti dell’hotel. Tre i menù: Ricordi, Mare, Terra da 8 corse compresi il benvenuto e il predessert, da cui poter selezionare anche singole pietanze à la carte nel caso di particolari esigenze. Attenzione per i prodotti dell’orto e per le intolleranze alimentari, così come per la pasta fresca realizza da Elia Russo con grande manualità. Si parte da gambero panato in stecco ed un mini bun alla piastra.

Quadro pittorico e tanto sapore con il gambero rosso, caviale, pesca, pistacchi e gel di limone che spinge molto sulla parte agrumata. O come il trittico del pomodoro cuore di bue con soia, uova di ricci, granita di cetriolo cetrangolo e spuma di ricotta ovina. Tra i primi, il tubetto verde con liquirizia, creme di erbe spontanee e ricotta salata di buon equilibrio e il risotto con ragù di coniglio e polvere di carrube sono appetitosi e invitanti. Finale con trancio di ombrina, melanzana confit e bietola prima dei dessert tra cremoso al cioccolato, crumble di fava di cacao, salsa frutti rossi e gelato al pepe o il kelp con limone nero e cioccolato bianco.

Light lunch e drink signature a bordo piscina

Interessante la proposta light lunch per il giorno con hamburger e patatine home made o l’intramontabile club sandwich, la caponatina e le insalate internazionali, sempre assistiti dai manager di sala Mario e Salvo anche nella drink list che prevede ogni mese un cocktail signature come special.

La sosta da Villa Neri Resort & Spa segna il passo concreto tra l’idea di enoturismo basata sul copia e incolla senz’anima e chi crede fortemente, da autentico pioniere, nel territorio dove vive realizzando il sogno di molti avventori.

Alla scoperta dei trabocchi, simboli della tradizione marinara abruzzese

C’è una costa in Abruzzo che non assomiglia a nessun’altra: qui l’Adriatico è segnato da macchine da pesca che sembrano uscite da un racconto mitico: i trabocchi che raccontano un pezzo di storia del territorio.

Non sono solo strutture: sono un elemento identitario del paesaggio costiero, un modo antico di vivere il mare che ha modellato la vita delle comunità locali. I trabocchi sono antiche macchine da pesca su palafitta tipiche del litorale adriatico, in particolare del sud dell’Abruzzo e del Gargano.

Costruiti in legno e protesi sul mare tramite lunghe passerelle, permettevano ai pescatori di calare le reti senza dover utilizzare l’imbarcazione, sfruttando la conformazione della costa e i movimenti dei pesci lungo la riva. La loro origine risale probabilmente a diversi secoli fa e, nel tempo, sono diventati un elemento distintivo del paesaggio abruzzese.

Realizzati con tronchi di pino d’Aleppo e altri materiali reperibili localmente, rappresentano un esempio di ingegnosità e di adattamento dell’uomo all’ambiente marino. La grande rete quadrata, sostenuta da lunghi bracci chiamati antenne, veniva immersa e sollevata grazie a un sistema di argani e corde azionato manualmente.

Tra i trabocchi più celebri della costa abruzzese c’è il Trabocco Turchino, reso noto anche da Gabriele d’Annunzio che lo cita nel romanzo Il trionfo della morte.

Il “Vate” soggiornò più volte a San Vito Chietino alla fine dell’Ottocento, rimanendo affascinato dal paesaggio selvaggio della costa abruzzese e dalle straordinarie macchine da pesca che si protendevano sul mare. Lo scrittore ne descrive la struttura e il rapporto con il mare, contribuendo a far conoscere questi antichi strumenti di pesca oltre i confini dell’Abruzzo. Nelle sue pagine, il trabocco diventa il simbolo del legame tra l’uomo e l’ambiente marino, evidenziando l’ingegno con cui le comunità locali hanno saputo adattarsi alla costa e alle sue risorse.

Oggi molti trabocchi hanno cambiato funzione. Pur conservando la loro struttura originaria, sono diventati ristoranti e luoghi d’incontro dove vivere il mare da una prospettiva diversa. Mangiare o bere qualcosa su queste piattaforme di legno significa entrare in contatto con una tradizione che continua a far parte dell’identità della costa.

Sulla Costa, il Trabocco Diamante rappresenta una delle strutture più note per la ristorazione. Durante la mia visita ho pranzato a pochi metri dall’acqua, con una vista aperta sull’Adriatico.

Ho scelto un antipasto di polpo, tenero e ben equilibrato nei sapori, seguito da gnocchetti con cozze e pomodorini, un piatto semplice che valorizza gli ingredienti del territorio senza eccessi. Il menu valorizza il pescato locale attraverso preparazioni semplici che lasciano spazio alla qualità delle materie prime L’ambiente, sospeso sull’acqua, contribuisce a definire un’esperienza che unisce paesaggio e cucina.

Per un aperitivo, il Trabocco San Giacomo, è l’ideale.

La struttura, più raccolta e con un’impostazione meno formale, offre un contesto adatto alla convivialità. La vista sul tratto di costa e la luce del tramonto caratterizzano l’atmosfera, accompagnata da una selezione di assaggi di mare e da un servizio orientato alla fruizione informale.

Visitare la Costa dei Trabocchi significa scoprire uno degli angoli più autentici dell’Abruzzo, uno dei tratti più suggestivi del litorale abruzzese, situato lungo la provincia di Chieti, tra Ortona e Vasto.

La Costa si estende per circa 60 chilometri lungo il litorale abruzzese, regalando paesaggi sempre diversi tra spiagge dorate, calette nascoste, scogliere e aree naturali di grande valore, come la Riserva di Punta Aderci e quella di Punta dell’Acquabella.

Una varietà che la rende una delle destinazioni più scenografiche dell’Adriatico. Se amate le passeggiate vista mare o i percorsi in bicicletta, vale la pena percorrere la Via Verde dei Trabocchi, la ciclopedonale realizzata sul tracciato della vecchia ferrovia adriatica, che regala panorami spettacolari e un punto di vista privilegiato sui trabocchi.

Grecia: Skiathos e il vino di Parissis Winery

Durante i miei dieci giorni trascorsi tra Skiathos e Skopelos, il mare è stato il filo conduttore di ogni giornata: un orizzonte che cambia colore, baie raggiungibili solo in barca, pinete che sembrano tuffarsi nell’Egeo e piccoli porti dove il tempo conserva ancora un ritmo diverso. Ma, da appassionato e cronista del vino, non potevo fare a meno di chiedermi se dietro l’immagine più conosciuta di queste isole, quella fatta di spiagge e vacanze, esistesse anche un’altra storia.

Una storia di terra, di vigne e di vino. A Skiathos questa storia porta il nome di Parissis Winery.

La visita alla cantina rappresenta, per chi ama il vino, un modo diverso di leggere l’isola. Qui il mare non è soltanto un elemento del paesaggio: entra nella narrazione, influenza il clima, accompagna la vita quotidiana e diventa parte dell’identità dei vini. Qui ho ricevuto una fantastica accoglienza

Parissi è una giovane e piccola realtà greca, l’unica delle isole Sporadi e i suoi vigneti si estendono su 45 “strémma” che è l’unità di misura utilizzata in Grecia ed equivale a 1000 m2 ovvero un decimo di ettaro.

La famiglia Parissis ha scelto di costruire un progetto profondamente legato a Skiathos, lavorando con vitigni greci e cercando un’espressione autentica del territorio. Una scelta che, nel calice, assume un significato ancora più evidente.

Assyrtiko, Roditis, Malagousia, Xinomavro e Limnio diventano gli strumenti attraverso cui raccontare una viticoltura insulare che non vuole rincorrere modelli esterni, ma trovare una propria voce.

E proprio assaggiando i vini uno dopo l’altro ho iniziato a riconoscere un tratto comune. Non un semplice dettaglio stilistico, ma una vera firma territoriale: la freschezza e la presenza costante della macchia mediterranea. Un filo conduttore che unisce il primo calice all’ultimo.

Talassa Steria, il mare e la terra

Si parte con Talassa Steria, PGI Magnesia, ottenuto da Roditis in purezza. Già il nome richiama il rapporto tra mare e terra, due elementi che a Skiathos sembrano impossibili da separare. Al naso il vino si presenta intenso, con sensazioni floreali e fruttate che si muovono dalla ginestra verso la frutta tropicale, per chiudere su eleganti richiami di erbe aromatiche.

Al sorso è complesso, fresco e sapido. Tornano le sensazioni di frutta gialla matura, accompagnate dalla macchia mediterranea e da una buona impronta minerale. Il finale è lungo e persistente. È un vino che, mentre lo assaggi, sembra riportarti all’isola. Al sole, alla vegetazione, all’aria salmastra.

Antithessi, l’incontro tra due anime

Con Antithessi, da Malagousia per il 90% e Assyrtiko per il 10%, il profilo cambia. Il naso si apre su una bella maturità del frutto, con pesca e albicocca in primo piano. In bocca l’ingresso è fresco e minerale, confermando le sensazioni olfattive e aggiungendo sfumature di frutta secca, erbe aromatiche e macchia mediterranea.

La Malagousia porta generosità aromatica, mentre l’Assyrtiko contribuisce a mantenere il sorso dinamico. Il risultato è un vino che riesce a essere mediterraneo senza perdere slancio.

Epi Topou, la verticalità della pietra

Con Epi Topou, PGI Magnesia, da Assyrtiko 90% e Roditis 10%, la degustazione prende una direzione più verticale. Al naso emergono subito le sensazioni minerali e di pietra focaia, accompagnate dalla scorza di agrumi e dalle erbe officinali. In bocca il vino entra deciso, fresco e minerale, con note di agrumi e frutta bianca.

La chiusura, con il suo elegante richiamo alla mandorla, completa un sorso preciso e dinamico. È forse il vino che più mette in evidenza la tensione e la freschezza come elementi centrali della filosofia della cantina.

Moscato 2025, la sorpresa della lama

Una delle piacevoli sorprese della degustazione è stato il Moscato 2025 Dry White Wine, un Moscato secco al 12,5%. I profumi richiamano immediatamente la varietà, ma è soprattutto al sorso che il vino sorprende. Mi aspettavo forse maggiore morbidezza, invece entra teso come una lama, fresco, agrumato, con richiami alle erbe aromatiche.

Fine ed elegante, dimostra quanto un vitigno spesso associato a espressioni più morbide e aromatiche possa invece regalare tensione e precisione. Un vino capace di spiazzare piacevolmente.

Parissis Rosé, il colore dell’estate

Il Parissis Rosé, PGI Magnesia, nasce da Xinomavro per il 70% e Limnio per il 30%.

Il colore è un delicato rosa cipria, quasi buccia di cipolla tenue, di grande eleganza visiva. Al naso è intenso e persistente, con note di macchia mediterranea ed erbe aromatiche.

Al sorso mostra maggiore complessità, con fragolina di bosco e pera matura. Fresco e leggermente sapido, propone anche richiami minerali e accompagna il tutto con un’eleganza che lo rende particolarmente piacevole.

Il finale è persistente e invita a un nuovo sorso. In un’isola come Skiathos, dove il rosato sembra naturalmente dialogare con il mare e con la tavola estiva, questo vino trova la sua dimensione ideale.

Vapori, il vino che naviga

Il nome Vapori significa in greco nave cargo, un richiamo al mondo della navigazione riportato anche in etichetta. Per noi italiani il pensiero corre spontaneamente al vaporetto, a quelle imbarcazioni che collegano luoghi e persone. E forse non è casuale che questo vino diventi, idealmente, un ponte tra la terra e il mare.

Prodotto da Xinomavro 70% e Limnio 30%, con una macerazione di 18 giorni sulle bucce, si presenta di un brillante colore rubino. Al sorso è fresco e leggermente tannico. Emergono sensazioni polverose e gessose, accompagnate da leggere note fruttate e da richiami che ricordano la foglia di olivo. In chiusura il tannino diventa più evidente, pur mantenendosi sempre delicato.

Un rosso dalla personalità agile, che privilegia la freschezza e la bevibilità senza rinunciare alla struttura.

Liasti Malagousia, la sorpresa finale

La degustazione si conclude con Liasti Malagousia, un vino che considero una delle più piacevoli sorprese dell’assaggio. Al naso regala sensazioni asciutte di erbe officinali, zenzero e una delicata speziatura dolce che ricorda la vaniglia.

Al sorso entra fresco e morbido, con note di litchi, scorza di agrume candita e ancora vaniglia. Il risultato è equilibrato, piacevole e dinamico. È uno di quei vini che, senza cercare effetti speciali, riescono a conquistare progressivamente. Un bel sorso, capace di invitare naturalmente alla beva.

Riassaggiando tutti i vini, dal primo all’ultimo, ho cercato di trovare una chiave di lettura comune. La risposta è arrivata quasi spontaneamente: la freschezza e la macchia mediterranea. Due elementi che ritornano con continuità nei profumi e nei sapori, pur esprimendosi in modo diverso a seconda del vitigno e dello stile. La freschezza dona dinamismo ai vini e li rende particolarmente piacevoli a tavola; la macchia mediterranea, invece, sembra rappresentare una vera impronta paesaggistica.

Forse è proprio questo il ricordo che porterò con me da Skiathos: non soltanto le spiagge, le barche che attraversano l’Egeo o i tramonti osservati dal mare. Ma anche il momento in cui, davanti a un calice, ho scoperto un’altra dimensione delle Sporadi.

Quella meno conosciuta, più silenziosa e profondamente legata alla terra. Perché un’isola può raccontarsi in molti modi. Attraverso il mare, naturalmente. Attraverso la sua cucina, la sua storia e le persone che la abitano. E, qualche volta, anche attraverso un bicchiere di buon vino.

A Skiathos, per me, quel racconto ha avuto il profumo delle erbe aromatiche, il sapore della mineralità e la freschezza del vento che arriva dall’Egeo.

“Pizza a Corte” ad Agerola, solidarietà e gusto sono le parole giuste che uniscono diverse eccellenze gastronomiche

Un’idea vincente quella proposta agli inizi dell’estate dall’executive chef Vincenzo Guarino del ristorante gourmet La Corte degli Dei di Palazzo Acampora ad Agerola. In occasione dell’apertura del garden esterno, con tanto di orto a vista.

Un ulteriore tassello per la conquista di grandi traguardi futuri, che si unisce a quello della cucina mediterranea, con quel tocco d’eleganza in chiave internazionale e della location mozzafiato, sorta in un antico palazzo già descritto al precedente articolo Metti una sera a cena a La Corte degli Dei di Palazzo Acampora. «Per noi il riconoscimento maggiore è l’apprezzamento dei clienti che scelgono la meta quale viaggio per i propri momenti di gioia e per una serata di relax lontana dalle luci, dal caldo e dal frastuono delle grandi città – dichiara Vincenzo Guarino – ma non nascondiamo il desiderio comune di ambire in alto, soprattutto per la soddisfazione dei miei assistenti in brigata e di mio figlio Angelo, esperto nella pasticceria d’autore».

La vera novità è dunque l’orto coltivato con le principali primizie per le ricette proposte in carta. Ben 6 ettari totali dislocati su diversi appezzamenti, comprendenti frutteti e oliveti secolari. «Le 10 suite sono ormai quasi ultimate e ci consentiranno l’apertura continuativa per dodici mesi l’anno, preservando le nostre maestranze di punta dalla ricerca continua di lavoro nei momenti di pausa. L’unico modo per fare davvero ristorazione e ospitalità ai massimi livelli» conclude lo chef.

E poi tante serate a tema che hanno convogliato i migliori artisti della pizza durante il format “Pizza a Corte” per sostenere il progetto beneficio di HHT Italia APS, associazione impegnata nell’assistenza alle persone affette da Telangectasia Emorragica Ereditaria. L’impegno concreto nel restituire in parte ciò che si riceve, aiutando i più fragili e bisognosi d’assistenza, soprattutto nelle rare malattie genetiche spesso nascoste all’opinione pubblica per mancanza di comunicazione.

Il 6 agosto è andato in scena il connubio tra la tecnica sopraffina del Maestro pizzaiolo Mauro Espedito, della Pizzeria Owap, di Napoli, con ben quattro degustazioni, tra le quali una delle sue signature, la Pizza Pepperoni e la Last minute, con blue di bufala, noci e mele di castagno e l’arte dei lievitati e dei dessert a cura del Maestro Pasticcere Pasquale Pesce, dell’omonima pasticceria di Avella. Impasti classici per le tonde con farine miste tipo 0 e 1 e doppia lievitazione ad alta idratazione.

«Ho dedicato questa pizza ai gusti americani, dove il salame piccante Pepperoni è richiestissimo anche dagli attori nei film come Mamma ho perso l’aereo. Per la Last Minute invece, il mio ricordo affettuoso è andato all’amicizia con un collega bergamasco in Australia, appassionato di formaggi erborinati» racconta un emozionato Espedito. Il finale è dedicato ad un dolce fuori stagione, almeno in apparenza: il panettone con impasto alla nocciola e glassa alla nocciola preparato da Pasquale Pesce che propone nella sua pasticceria storica esistente dal 1896 anche la celebre Cassata Avellana di sua invenzione.

Tutte le serate hanno visto la partecipazione del bartender Ilario Avitabile del Madamé Lounge Bar di Gennaro Buonocore ad Agerola, ai quali è affidato il cocktail pairing. Per la serata le proposte prevedevano il “Palummella”, rivisitazione del signature Paloma con Tequila Jose Cuervo, liquore Italicus con soda e pomodorino d’Agerola o lo “Strawberry Fields Forever” come il successo dei Beatles, con Gin Citadelle, Campari, shrub alle fragole e soda alla menta.

In uno spazio attiguo all’orto, sin dal primo appuntamento, troviamo uno spazio dedicato alla fotografia, con i professionisti dello Studio125 di Napoli, che realizzano scatti d’autore in bianco e nero dedicati ai pizzaioli, agli ospiti e ai clienti, omaggiati di questi splendidi ritratti.

Il prossimo appuntamento tra gusto e solidarietà sarà per giovedì 27 Agosto con Giuseppe Pignalosa (Pizzeria Le Parule) e Salvatore Capparelli (Pasticceria Salvatore Capparelli)

Campania: la storia della produzione della pasta a Gragnano

Pasta Diva è la seconda tappa di Praesentia. Gusto di Campania Divina, format della Regione Campania che, attraverso la valorizzazione di siti culturali e tradizioni eno-gastronomiche, si propone come intento la promozione turistica sul territorio regionale. Focus del tour la pasta, per una due giorni che tra il 13 e 14 luglio ha toccato Castellammare, Vico Equense e Gragnano.

Gragnano è una piccola cittadina incastonata tra i Monti Lattari, in seno a un vallone che guarda il mare. Tale posizione ha favorito fin dal XVI secolo la produzione della pasta: l’acqua di sorgente proveniente dalle montagne retrostanti e le brezze che s’incanalano nel vallone spirando dal mare, determinano infatti il microclima peculiare che ha favorito lo sviluppo di questa arte, tanto che nel XVIII secolo, la realizzazione del nuovo piano urbanistico fu concepita per sfruttare al meglio queste caratteristiche.

Oggi Gragnano è Città della Pasta, con un proprio disciplinare IGP per la produzione, e oltre venti pastifici attivi sul territorio. Abbiamo conosciuto la storia e l’identità di una dei prodotti del Made in Italy più noti al mondo, direttamente nei luoghi di produzione, accompagnati da chi ancora la pasta la fa secondo la ricetta più antica: con amore e lentezza.

La Fabbrica della Pasta di Gragnano della famiglia Moccia ospita il museo della pasta dove è possibile ripercorrere la storia di questa produzione e conoscerne l’evoluzione attraverso gli antichi macchinari: impasto, gramolatura, trafilatura, essiccazione le fasi principali del processo, in passato affidate a singoli macchinari e a specifiche figure professionali. Lupo mannaro, stracciaculo e maccheronaro erano rispettivamente gli operai che uscivano di notte per dare il via all’impasto, quelli che sedendosi e facendo pressione sulla gramolatrice lavoravano il panetto di pasta con veemenza tale da rompere i pantaloni e infine gli addetti al controllo dell’essiccazione della pasta.

E poi c’era l’aizacanne a svolgere il lavoro più caratteristico di tutto il processo: tenendo tra le mani le canne su cui era stesa la pasta ad asciugare, le stendeva lungo via Roma, esponendole alla brezza che saliva dal mare e al calore umido  del basolato, inseguiva il sole, cambiando la posizione durante la giornata, fino al momento in cui tutto doveva essere riportato nei locali interni. Solo nel 1933, con l’avvento della macchina Braibanti, i primi tre processi furono riuniti sotto un unico macchinario, rendendo più agevole l’intera produzione.

“Il disciplinare prevede solo 2 ingredienti: semola e acqua di Gragnano. La trafila deve essere esclusivamente in bronzo e il contenuto minimo di proteine pari a 13 grammi, contro la media nazionale di 10 grammi. Insieme all’alto contenuto di amido, è questo a garantire la tenuta in cottura e l’alta masticabilità della pasta di Gragnano”, ci spiega Antonino Moccia, specificando che il pastificio di famiglia utilizza solo una miscela di semole provenienti da Altamura ed essicca la pasta a una temperatura non superiore ai cinquanta gradi.

Il pastificio Gentile invece ha la sua sede all’interno di uno dei mulini posti lungo un antico sentiero risalente al 1300, nella cosiddetta Valle dei Mulini. Qui avveniva la fase a monte di tutta la filiera: la molitura per la produzione della semola.

Attualmente l’intera area è in fase di recupero da parte del Comune di Gragnano per la costituzione di un museo aperto al pubblico, ma risale al 2014 il primo intervento della famiglia Zampino, titolare del Pastificio Gentile,  sugli unici due manufatti di proprietà privata. Dopo l’attento restauro avvenuto con la tutela della Sovrintendenza, oggi, uno dei mulini risalente al XVII secolo, oltre a essere la sede ufficiale del Pastificio, è stato adibito ad area didattica, stabilimento produttivo e punto vendita.

“Abbiamo riportato il profumo del grano nella valle in cui si era perso da tempo”, ha commentato Alberto Zampino, figlio di Natale colui che all’inizio degli anni Novanta rilevò il nucleo originale del pastificio, un piccolo laboratorio in cui venivano prodotti solo i famosi fusilli di Gragnano. Oggi quello stesso fusillo è ancora realizzato in maniera artigianale, facendo scorrere tra il braccio e il piano di lavoro il ferro che arrotola la pasta. Ma insieme ad esso sono prodotti più di trenta altri formati, esportati nei maggiori paesi del mondo.

Il Pastificio Gentile si distingue anche per essere l’ultimo ad utilizzare ancora il sistema tradizionale di essiccazione lenta, introdotto nel 1919 dall’ingegnere Cirillo per riprodurre i caratteri essenziali dell’essiccazione in strada (vento e umidità), salvaguardando l’igiene del prodotto.

“Si tratta di una ventola combinata con una resistenza, ossia un termosifone, all’interno di una stanza. L’umidità viene controllata empiricamente e regolata giornalmente con interventi manuali.”, ci spiega Alberto, aggiungendo che ormai la maggior parte dei pastifici esegue questa operazione all’interno di celle statiche computerizzate.

Un processo lento quello dell’essiccazione, non meno di ventiquattro ore a seconda del formato di pasta, per un tema particolarmente caro alla famiglia Zampino. Ci racconta infatti Natale che, dopo aver lasciato la sua precedente occupazione di commerciante di auto, nella prima fase di gestione del pastificio il suo più grande problema era la corretta essiccazione del prodotto, che puntualmente si rompeva.

Fu grazie a un anziano amico di famiglia che capì come gestire la fase più delicata del processo: “L’umidità s’accatt e nun se venne”, lo redarguì, insegnandogli che non bisogna avere fretta nel processo di essiccazione ma bisogna attendere con pazienza il respiro della pasta, ossia il lento e graduale rilascio dell’umidità dal cuore del maccherone fino allo strato esterno, da cui evapora.

LA FABBRICA DELLA PASTA DI GRAGNANO

Viale San Francesco, 30

80054 Gragnano (NA)

PASTIFICIO GENTILE

Via Castello, 12

80054 Gragnano (NA)

Ci mancava solo la Popillia Japonica, lo scarabeo che minaccia le prossime vendemmie in Italia

La Popillia Japonica avanza terrazza dopo terrazza tra Piemonte e Lombardia: i vigneti storici del Nebbiolo sono ormai in prima linea. Scopriamone di più del terribile parassita.

Non è più un problema solo di frutteti e prati inglesi. La Popillia japonica, lo scarabeo giapponese che da un secolo mette in allerta l’agricoltura nordamericana, ha imparato a nutrirsi di viti, e oggi  lo sta facendo proprio nei terrazzamenti storici tra Piemonte e Lombardia, culla del Nebbiolo, minacciando anche il vastissimo areale del Prosecco.

Identikit di un invasore

Originaria del Giappone e della Russia orientale, dove i predatori naturali ne tengono sotto controllo la popolazione, la Popillia Japonica è tutt’altro che innocua fuori dal proprio areale. Introdotta negli Stati Uniti oltre un secolo fa, vi è diventata un parassita di riferimento; negli anni ’70 è stata individuata anche alle Azzorre. In Europa continentale è invece una new entry: il primo avvistamento risale al 2014, nei pressi dell’aeroporto di Malpensa.

Lunga circa un centimetro, con elitre color bronzo, torace verde metallico e dodici caratteristici ciuffi di peli bianchi sull’addome, la Popillia si riconosce facilmente. Meno facile è fermarla: il suo comportamento gregario porta centinaia di esemplari a concentrarsi sulla stessa pianta, scheletrizzandone la lamina fogliare nel giro di pochi giorni.

Una diffusione già fuori controllo

Dal focolaio di Malpensa, l’insetto ha risalito la Lombardia, il Piemonte e la Valle d’Aosta, trovando probabilmente nella valle del Ticino – un corridoio d’acqua tra la Svizzera e la Lombardia – una via di espansione naturale. Lo scorso anno è comparsa per la prima volta nei vigneti terrazzati delle alte colline, dopo aver colonizzato per prima gli orti e i frutteti. È stata segnalata anche nei pressi dell’aeroporto Valerio Catullo di Verona, a ridosso delle terre del Prosecco.

Per Daniela Lupi, entomologa dell’Università di Milano, la fotografia della situazione europea è netta: in Italia, Svizzera e Germania “l’insetto è ormai radicato e l’obiettivo realistico è contenerne l’espansione; in Francia e Spagna, dove la popolazione è ancora contenuta, resta invece percorribile l’ipotesi di eradicazione”.

I numeri di una minaccia sistemica

  • Oltre 300 specie vegetali, tra piante e alberi, rientrano nella dieta della Popillia Japonica.
  • L’insetto figura nella lista dei parassiti prioritari dell’Unione Europea, categoria che impone agli Stati membri interventi di contenimento ed eradicazione.
  • Il fronte di avanzata coincide in larga parte con il Piemonte e la Lombardia, comprese le aree del Nebbiolo e, più a est, quelle prossime al Prosecco.
  • La Regione Lombardia ha attivato il bando SRD06, che finanzia reti anti-insetto e trattamenti per i viticoltori colpiti, insieme a migliaia di trappole di monitoraggio già operative sul territorio.

Il danno economico reale resta però difficile da quantificare. Come sottolinea Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti, l’insetto agisce erodendo la polpa delle foglie: indebolisce la pianta e ne riduce la produzione senza necessariamente ucciderla, rendendo complessa una stima puntuale delle perdite – se non nelle aree, esistenti, dove “il coleottero ha già distrutto il raccolto”.

La voce dei tecnici

Simone Lavezzaro, tecnico del Centro di Saggio Agricola 2000, ha condotto prove sperimentali sui vigneti dell’alto Piemonte, osservando da vicino la dinamica dell’infestazione: “I danni che Popillia Japonica può causare in vigneto sono ingenti. Esso ha infatti un comportamento gregario e non di rado su una stessa pianta si possono contare centinaia di esemplari che si nutrono della lamina fogliare”. E aggiunge: “Se non controllato, il coleottero giapponese è in grado di defogliare in pochi giorni una intera vite, compromettendo la capacità di sintetizzare nutrienti e dunque di produrre uva”.

È qui che si misura il vero rischio per la filiera: la defogliazione espone i grappoli al sole diretto e compromette la fotosintesi. Il risultato non è semplicemente un raccolto ridotto, ma un’uva che spesso non matura affatto – non uno standard qualitativo più basso, ma un prodotto non utilizzabile.

Le armi a disposizione e i loro limiti

La lotta chimica garantisce efficacia ma pone un problema d’equilibrio ecologico, oltre che di compatibilità con la pianta stessa. I piretroidi ad azione abbattente, come i prodotti a base di deltametrina (es. Decis Evo), agiscono per contatto con effetto immediato; i sistemici a base di acetamiprid (es. Epik SL) vengono assorbiti dalla pianta per una protezione più prolungata. Entrambe le famiglie, però, colpiscono anche i predatori naturali del suolo – talpe e moffette in primis – che normalmente si nutrono delle larve interrate dell’insetto.

La lotta biologica punta su antagonisti specifici: la mosca Istocheta aldrichi, che depone le uova sul dorso dell’adulto, e le vespe Tiphia vernalis e Tiphia popilliavora, che attaccano le larve nel terreno. Sono strumenti promettenti ma poco compatibili con i tempi stretti della vendemmia.

Restano le opzioni a minore impatto, di efficacia ancora poco documentata sulla qualità dei grappoli di Vitis vinifera: la terra di diatomee, che agisce meccanicamente lesionando l’apparato masticatore degli adulti, e miscele a base di olio di neem, olio di semi di lino e sapone molle, da applicare come trattamento di pronto intervento o come copertura prolungata.

Il metodo di prevenzione più diffuso resta però il monitoraggio: trappole a ferormoni e attrattivi floreali, prive di insetticidi, che intrappolano gli adulti in un sacchetto da svuotare periodicamente. Proprio perché richiamano gli insetti dall’intera zona circostante, vanno posizionate a un’altezza di circa 120 cm e a non meno di 10 metri dalle piante, per evitare di aggravare l’infestazione nell’area da proteggere.

Sul fronte istituzionale, Ministero dell’Agricoltura e assessorati regionali – Regione Lombardia in testa – mantengono toni di emergenza contenuta, per non generare allarmismo, mentre gli agronomi sperimentano nei pressi di Verona l’introduzione di un parassita microscopico contro le larve: un approccio che, per stessa ammissione degli esperti, resta un’ipotesi di lungo periodo.

Un rischio che il settore non può permettersi

Nel frattempo, i viticoltori piemontesi guardano con preoccupazione sia ai vigneti terrazzati storici – sorretti da muretti a secco secolari – sia alle prospettive produttive generali. Nelle aree colpite, molti hanno finito per affidarsi ai trattamenti pesticidi per timore del danno immediato, pur consapevoli della loro efficacia limitata nel tempo e dell’onerosità dell’applicazione su terreni scoscesi.

La comunità entomologica italiana converge su un punto: senza un contenimento efficace, la popolazione dell’insetto continuerà a crescere, con danni crescenti a colture da frutto, prati e piante ornamentali. Per l’uomo il rischio diretto è nullo – l’insetto non è pericoloso per la salute pubblica – ma per la produzione vitivinicola la posta in gioco, nei prossimi anni, è reale.

Una notizia che il comparto avrebbe fatto volentieri a meno di ricevere, in un momento in cui il mercato del vino sta già scontando dinamiche politiche ed economico-strutturali tutt’altro che favorevoli.

Un giorno a Torre del Greco visitando il Museo Mac3 – Museo d’arte Corallo – Cammeo – Città

Quante leggende o inesattezze sono state narrate a proposito del corallo e di chi lo lavora da secoli con grande maestria. Falsi miti che hanno il sapore, purtroppo, della cattiva informazione, spesso a scapito dello stesso prodotto finale da salvaguardare come vera e propria arte.

La storia del corallo e del cammeo a Torre del Greco

Se nelle gioiellerie di tutto il mondo oro, diamanti e altre pietre preziose la fanno da padrone, la laboriosità nel creare piccoli capolavori partendo da uno dei materiali più belli che il mare possa offrire è propria di poche persone competenti e frutto del genio positivo dell’essere umano. La rubrica di 20Italie “Un giorno a” stavolta tocca Torre del Greco, ridente cittadina distesa tra le pendici del Vesuvio sulle sue colline e il piccolo golfo di pescatori nella parte bassa e non poteva trascurare l’attività economica principale della zona: il corallo e le infinite sfaccettature. Ne parliamo con il presidente di Assocoral Vincenzo Aucella: “Bisogna anzitutto sfatare un falso storico, il corallo non si pesca, ma si raccoglie e la regolamentazione, almeno nel bacino del Mediterraneo, è molto stringente sotto l’egida della FAO.

I quantitativi variano fino ad un massimo di 2.5 kg al giorno e 25 kg per stagione, per singola azienda”. Si parte e si rientra allo stesso punto per sottoporre le barche ai controlli di rito; il prezioso materiale viene preso solo in profondità, non vanno intaccati, ad esempio, quelli delle barriere coralline per non distruggere gli ecosistemi vitali in alcune aree del mondo. Un sommozzatore può resistere massimo 10 minuti tra i 50 e i 100 metri sotto la superficie dell’acqua, per poi ricorrere a circa 3 ore di decompressione.

Tutto nasce dalle piccole creature sui fondali del mare

Uno sforzo ripagato poi dalla passione dei clienti che cercano l’oggetto della vita da regalare e indossare nei momenti speciali o per abbellire la casa con un tocco di classe. “Non lo consideriamo un pesce, anche se, in qualche modo, da esso deriva – prosegue Aucella – escrezione solidificata di piccoli molluschi, gasteropodi e polipetti. I coralli più pregiati dipendono esclusivamente dalla tonalità del colore e dalla loro grandezza”. Ben diverso il discorso per i cammei, realizzati anche qui a Torre del Greco, che nascono dall’incisione di conchiglie della specie Cassis costituite da due strati di colorazione differenti, risaltati dalla mano certosina degli incisori.

Un’economia salvata durante la dominazione borbonica, grazie a Paolo Bartolomeo Martin che nel 1805 chiese la cosiddetta “privatura”, che prevedeva l’autorizzazione da parte del Re ad aprire una prima fabbrica e all’esenzione dei dazi per l’esportazione e per il commercio del lavorato, a patto di formare i giovani apprendisti del futuro. Le imbarcazioni “coralline”smisero di portare il corallo in altri porti per essere venduto e l’intera popolazione fu così coinvolta con un cambio di prospettive redditizie e sociali senza precedenti. Oggigiorno 1000 persone sanno incidere il corallo nelle oltre 200 ditte presenti nel territorio comunale per un indotto totale che vede 2000 addetti impiegati a tempo pieno.

Il Museo Mac3 – Museo d’arte Corallo – Cammeo – Città

Il Museo Mac3 – Museo d’arte Corallo – Cammeo – Città è stato fondato per raccontare ai visitatori la magia di quanto vissuto dai cittadini di Torre del Greco nei secoli. Insieme all’Istituto Francesco Degni rappresenta uno dei baluardi di memoria storica del luogo. Tante le sezioni tematiche: dall’antichità al viaggio nel tempo per il tramite di realtà virtuale e visori ottici, fino alla storia del borgo marinaro e dell’ambiente. Le sale alternano installazioni, materiali originali, apparati narrativi e momenti di dimostrazione pratica, per offrire una visita che sia allo stesso tempo culturale, educativa ed emozionale.

L’edificio che ospita il museo è il complesso conventuale dell’Annunziata, edificato su di un’area collinare concessa ai padri Cappuccini, nel 1568 ed è visitabile al pubblico su prenotazione anche per gruppi e scolaresche compilando l’apposito form sul sito https://www.mac3.corallocammeotorrese.it