Vinammare 2026, il festival dei vini della costa

Ad Acciaroli nasce un nuovo racconto del Mediterraneo del vino tra territorio, cultura e visione.

Nelle terre in cui il mito mediterraneo continua a dialogare con la salsedine e con la memoria dei luoghi, il porto di Acciaroli si è trasformato nel teatro di una manifestazione destinata ad aprire una nuova riflessione sul rapporto tra vite, mare e identità territoriale. Vinammare 2026 non si è configurato come una semplice rassegna di etichette, bensì come un autentico festival des vins de côte, un progetto culturale e territoriale che ambisce a ridefinire il racconto enologico delle terre affacciate sul Mediterraneo.

Fortemente sostenuta dall’amministrazione comunale di Pollica guidata dal sindaco Stefano Pisani, questa edizione zero ha assunto il valore di un vero e proprio manifesto programmatico: un primo passo, certamente perfettibile, ma già capace di delineare una visione chiara per il futuro dell’enoturismo cilentano.

Una Sinfonia di Territori e Sensazioni

L’atmosfera che ha avvolto il molo dominato dalla storica torre costiera è stata quella di un’eleganza informale, vibrante e partecipata. Un percorso degustativo ha accompagnato gli avventori lungo le coste del Mediterraneo, attraversando idealmente il sole e la mineralità della Sicilia, la raffinata sapidità della Toscana, la freschezza adriatica delle Marche e l’identità profonda del Cilento, con incursioni francesi a confermare il respiro internazionale della manifestazione. Un vero voyage sensoriel nel quale il vino si è fatto linguaggio comune e strumento di dialogo tra territori differenti ma accomunati dalla medesima vocazione marittima.

Parte del successo dell’evento è certamente riconducibile alla professionalità e alla disponibilità dello staff organizzativo, che ha garantito fluidità e accoglienza durante tutte le fasi della manifestazione. Sullo sfondo, i DJ set hanno costruito una raffinata soundscape experience, accompagnando gli assaggi con discrezione e armonizzandosi con il ritmo naturale del mare. A completare l’esperienza, gli stand gastronomici hanno celebrato la cucina cilentana, autentico chef-d’œuvre della Dieta Mediterranea.

Il Rigore Tecnico dell’Edizione Zero

Pur con le inevitabili imperfezioni di un debutto, Vinammare ha rivelato fin da subito una solida impostazione culturale. Protagoniste sono state le masterclass, occasioni di approfondimento sul “vino di costa”. «Composizioni», guidata da Alfredo Capasso, ha introdotto i partecipanti all’arte dell’assemblage, culminando nella creazione di cuvée abbinate ai formaggi locali. Con «Latitudini», il sindaco Stefano Pisani ha raccontato l’identità vitivinicola di Pollica attraverso il progetto Serre di Molino a Vento e l’esperienza «Underwater», dedicata all’affinamento subacqueo.

Questi incontri hanno arricchito il dibattito sulla viticoltura mediterranea, evidenziando il mare come elemento identitario capace di influenzare paesaggio, cultura e stile produttivo.

L’Origine e l’Emozione: Peppino Pagano si racconta

Uno dei momenti più intensi dell’intera manifestazione si è consumato durante la masterclass Origine, nel corso della quale Peppino Pagano, fondatore di San Salvatore, si è raccontato in dialogo con Vincenzo Pagano.

L’incontro ha rapidamente superato i confini della narrazione aziendale per assumere il tono di una riflessione profonda sul senso dell’appartenenza e sul valore del ritorno alle radici. Con evidente partecipazione emotiva, Pagano ha ripercorso il cammino che lo ha condotto dall’ospitalità di alto livello alla viticoltura, spiegando come il vino rappresenti il più potente ambasciatore di un territorio, capace di raggiungere ogni angolo del mondo portando con sé la storia, il paesaggio e l’anima del Cilento: “un vino buono viene solo nei posti belli e lo producono le belle persone”!

Particolarmente suggestivo il passaggio dedicato alle bufale, presenza iconica dell’universo San Salvatore. Non semplici elementi distintivi dell’immagine aziendale, ma autentiche protagoniste di un progetto agricolo che, fin dalle origini, ha sostenuto economicamente lo sviluppo dei vigneti e contribuito al mantenimento della fertilità dei terreni attraverso un modello virtuoso di integrazione tra allevamento e agricoltura. Particolarmente toccante è stata la rievocazione del legame con le proprie bufale. Questi nobili animali, la cui effigie domina con fiero éclat le etichette aziendali, furono le “mecenati” silenziose dei vigneti, finanziandone l’impianto e rigenerando l’humus della terra.

Non meno significativo il ricordo di Gillo Dorfles, il grande intellettuale e critico d’arte che ha lasciato un’impronta indelebile nell’identità visiva delle etichette San Salvatore, trasformando ogni bottiglia in un oggetto capace di coniugare estetica, pensiero e memoria.

Il Trionfo del Pian di Stio: Un Campione di Razza

Durante la chiacchierata, il protagonista nel bicchiere è stato il Pian di Stio 2022, degustato per l’occasione nel prestigioso formato Magnum. Questo Fiano in purezza, proveniente dalle vigne d’altura di Stio adagiate oltre i cinquecento metri tra boschi e correnti montane, ha mostrato una straordinaria capacità espressiva. Il profilo aromatico, caratterizzato da richiami di finocchio selvatico, menta e macchia mediterranea, si è sviluppato con progressione e profondità, sostenuto da una trama gustativa di grande equilibrio.

Il formato Magnum ha ulteriormente valorizzato l’evoluzione del vino, esaltandone precisione, armonia e potenziale di affinamento. Una dimostrazione concreta di come il grande bianco cilentano possa ambire a un affinage capace di sfidare il tempo con autorevolezza e grazia, raggiungendo livelli di complessità degni delle più importanti espressioni del panorama nazionale.

La Promessa: Verso il “Lazzaruolo”

Nel finale della manifestazione è emerso uno degli spunti più affascinanti per il futuro. Il sindaco Stefano Pisani, con la sua nota ed esigente lungimiranza, ha “strappato” a Peppino Pagano una promessa: progettare la realizzazione di un vino che sia l’ode definitiva ad Acciaroli. Il progetto, accolto con interesse, potrebbe dar vita a una nuova etichetta la cui etimologia araba (pianta selvatica) o greca (rifugio senza tempesta), lascia sospeso il luogo tra la linfa dei campi e la quiete del mare. Se realizzato, rappresenterebbe un forte simbolo di legame tra territorio, storia e visione contemporanea.

Uno Sguardo al Futuro

Se questa edizione zero ha rappresentato il seme, il terreno sul quale è stato affidato appare straordinariamente fertile. Vinammare ha dimostrato di possedere una forte identità narrativa, una visione territoriale riconoscibile e una capacità di coinvolgimento che meritano attenzione e continuità.

Al tempo stesso, proprio la natura pionieristica dell’iniziativa invita a una riflessione approfondita. Le intuizioni emerse, i punti di forza consolidati e le inevitabili criticità organizzative costituiscono oggi un patrimonio prezioso sul quale lavorare con lucidità e ambizione.

Molto resta da analizzare e da ripensare affinché l’edizione del prossimo anno possa compiere un deciso salto di qualità. Sarà necessario affinare il format, ampliare ulteriormente il respiro internazionale, rafforzare la proposta culturale e valorizzare ogni dettaglio della customer experience, trasformando un promettente debutto in un appuntamento di riferimento nel calendario enologico mediterraneo. La sfida è affascinante e il potenziale è evidente. Perché Vinammare non è soltanto un evento: è un’idea, una visione, un racconto ancora in divenire.

E proprio per questo, l’edizione Giugno 2027 dovrà avere il coraggio di essere non solo più grande, ma più incisiva, più autorevole, più sorprendente. In una parola, sbalorditiva.

Il Capodanno del Mugnaio compie 10 anni: la celebrazione del territorio e della filiera agricola di Mulino Caputo

Mulino Caputo valorizza la filiera del grano dal 1924, ed è proprio per celebrare questo impegno che, dieci anni fa, è nato il Capodanno del Mugnaio: una ricorrenza che trasforma il momento della trebbiatura in una vera e propria festa contadina.

Il 6 luglio si rinnova, dunque, il rito che celebra il valore del ‘buono e del bello’, nato dal profondo rispetto per la natura e per la cultura contadina. Come da tradizione, in occasione del Capodanno, il Mulino apre le porte a una riflessione sul valore del chicco di grano: dalla selezione delle sementi alla macinazione lenta che ne preserva le caratteristiche organolettiche. Ogni sacco di farina Caputo rappresenta il compimento di questo “nuovo anno” che inizia con la mietitura.

Il Capodanno del Mugnaio è per noi il momento in cui la terra ci restituisce il frutto di un anno di lavoro” dichiara Antimo Caputo “Festeggiarlo è  il nostro modo di ringraziare la filiera, dal campo al forno e di rinnovare il patto di fiducia tra Mulino Caputo e gli agricoltori.”

Le celebrazioni si terranno presso l’azienda agricola di Francesco D’Amore; il momento culminante sarà la trebbiatura, accompagnata da dimostrazioni di antichi mestieri e momenti di condivisione che vedranno protagonisti produttori, pizzaioli, chef, pasticceri e appassionati. Attualmente il Mulino conta su una rete di circa 3.000 ettari, distribuiti tra Lazio, Campania, Puglia, Basilicata e Molise, in grado di garantire una collaborazione virtuosa basata sulla sostenibilità e sulla valorizzazione delle specificità territoriali.

Per noi il grano non è solo una preziosa materia prima, ma è ricerca e identità” aggiunge Caputo “Grazie anche alla preziosa collaborazione con il Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, coordinato dal professor Mauro Mori, docente di Agronomia e coltivazioni erbacee, che da sempre sostiene la nostra attività di ricerca, abbiamo intrapreso un percorso fondamentale verso coltivazioni biologiche e sempre più sostenibili.”

Mulino Caputo guarda al futuro con la consapevolezza di chi ha saputo trasformare una tradizione in un modello di innovazione agricola, mantenendo sempre al centro il rispetto per la terra. 

Buonissimi 2026, raccolti 268.845 euro nell’evento di beneficenza legato alla lotta ai tumori pediatrici

Una cifra che conferma il risultato straordinario in Campania per l’evento Buonissimi dell’Associazione OPEN OdV, organizzato da Paola Pignataro e Silvana Tortorella in favore della ricerca scientifica.  Il 22 giugno la lunga darsena ha vissuto l’arrivo di migliaia di presenze per conoscere i protagonisti della manifestazione, uniti dalla solidarietà verso i più piccoli e indifesi: quasi 300 postazioni tra cuochi e chef stellati, pizzaioli, friggitorie, paninoteche, pasticcieri, produttori, viticoltori, birrifici artigianali e bartender e un’attenzione  particolare alla sostenibilità e all’offerta senza glutine.

Il risultato di 268.845 euro raccolti riconferma il grande successo di incassi già registrato nella scorsa edizione. Un motivo di orgoglio per tutti, soprattutto perché conseguito in Campania, a testimonianza della straordinaria sensibilità e partecipazione del territorio. Prezioso il supporto del presidente Agostino Gallozzi e di tutti collaboratori  del Marina D’Arechi Port Village. 

La presidente dell’Associazione OPEN OdV, Anna Maria Alfani, commossa sul palco durante i ringraziamenti di rito, ha ufficializzato la conclusione del progetto Editor in collaborazione con il  CEINGE, l’Istituto di Biotecnologie Avanzate dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, che quest’anno avrà a disposizione tutti i fondi necessari per completare l’attività di sequenziamento genomico volto alla prevenzione e cura dei tumori pediatrici. 

Determinante anche il sostegno della Camera di Commercio I.A.A. di Salerno che ha svolto un ruolo significativo nel supportare “Buonissimi”, favorendo il dialogo e l’incontro tra le eccellenze del territorio. Un’azione che ha consentito di avvicinare aziende e produttori agli ospiti e agli chef protagonisti della manifestazione, creando una preziosa rete di relazioni, collaborazioni e nuove opportunità di crescita condivisa.

Il Professore Associato di genetica medica dell’Università Federico II di Napoli e Principal Investigator di CEINGE, Mario Capasso, ha descritto con minuzia la ricerca su oltre 800 pazienti per le mutazioni del DNA presenti in oltre il 12% dei casi e che predispongono i portatori inconsapevoli allo sviluppo successivo della malattia.

Durante la serata è stato consegnato il premio “Franco Ricciardi” alla dott.ssa Fabiola De Gregorio, quale esempio di collaborazione tra clinica e ricerca per l’oncologia pediatrica tra due eccellenze campane come il CEINGE di Napoli e il centro di cura Pausilipon. Roberto Jannelli, Rosario Augusto ed Emiliano Esposito hanno animato sulla Terrazza, tra musica live, cocktail e tanta voglia di divertirsi. Per Paola Pignataro e Silvana Tortorella “Buonissimi 2026 è stato un grande successo, ma la vera soddisfazione è aver visto tanta gente sorridere e stare bene in famiglia in una splendida serata d’amore e gusto”.

Tutte le informazioni e l’elenco completo dei partner e dei sostenitori presenti sono disponibili sul sito www.buonissimi.org.

L’hub innovativo di Picariello Arredo Design con area demo per formazione operatori Horeca

Un punto d’incontro tra cultura del design, innovazione tecnologica e competenza tecnica. Picariello Arredo Design, azienda storica nel settore dell’arredo professionale e contract, si prepara ad aprire la sua nuova avveniristica sede su due livelli in Via Torone a Mercogliano (AV), per ospitare uffici, showroom, aree espositive e una moderna Area Demo & Formazione di oltre 200 metri quadrati, concepita come centro di eccellenza per l’aggiornamento professionale degli operatori del settore Horeca.

Fondata nel 1958 ad Avellino, Picariello Arredo Design è oggi un punto di riferimento per la progettazione e la realizzazione di arredi su misura destinati al mondo hospitality e retail. Con oltre sessant’anni di esperienza e tre generazioni alla guida, l’azienda ha saputo evolversi mantenendo saldi i propri valori fondanti: qualità, affidabilità, attenzione al dettaglio e visione strategica.

Il nuovo hub rappresenta un passaggio fondamentale in questo percorso di crescita. Non si tratta soltanto di una nuova sede operativa, ma di un vero e proprio showroom esperienziale dove architetti, interior designer, imprenditori e clienti potranno conoscere da vicino l’approccio integrato dell’azienda: dalla progettazione alla realizzazione, fino all’installazione e all’assistenza post-vendita.

Elemento distintivo della nuova struttura sarà la grande Area Demo & Formazione, uno spazio altamente specializzato pensato per ospitare dimostrazioni tecniche, corsi professionali, workshop e masterclass dedicati a chef, pizzaioli, pasticcieri, gelatieri, bar tender e operatori della ristorazione. Le sale demo saranno il luogo in cui tecnologia, formazione e confronto diretto con i professionisti si incontreranno per dare vita a esperienze pratiche e ad alto valore aggiunto.

L’area cucina sarà equipaggiata con una completa linea professionale Electrolux, comprendente forno SkyLine, abbattitore, sistemi di cottura a induzione, cuocipasta, friggitrice, zona lavaggio e postazioni dedicate alle tecniche di cottura sottovuoto. Uno spazio progettato per consentire agli operatori di sperimentare le più avanzate soluzioni professionali in condizioni reali di utilizzo.

Particolare rilievo avrà anche la presenza del prestigioso forno Josper, attrezzatura professionale che unisce griglia e forno a carbone in un’unica soluzione. Grazie alle alte temperature raggiunte, garantisce cotture rapide e uniformi, esaltando sapori e succosità degli alimenti. Questo particolare forno sarà protagonista di sessioni dimostrative guidate da chef specializzati Josper, inviati direttamente dall’azienda madre, dedicate alle tecniche di cottura che hanno reso questo brand un punto di riferimento internazionale nel settore della ristorazione.

L’hub ospiterà inoltre un’area dedicata alla pasticceria professionale, completa di impastatrice, fermolievitatore e forno per la cottura, dove saranno organizzati corsi e dimostrazioni per professionisti e operatori del settore.

Per il mondo pizza, la struttura sarà dotata del forno Moretti Forni Neapolis  e Serie S, tecnologia d’eccellenza per la preparazione di pizza napoletana, pizza al taglio e pizza in teglia. Le attività formative consentiranno ai partecipanti pizzaioli di approfondire tecniche, processi e innovazioni legate a uno dei comparti più dinamici del food service.

Ampio spazio sarà riservato anche alla gelateria artigianale grazie alla collaborazione con Carpigiani. L’area dedicata  in fase di dimostrazione e formazione comprenderà mantecatore, pastorizzatore e macchina soft, offrendo un percorso completo di formazione sulle moderne tecniche di produzione del gelato.

La formazione coinvolgerà anche il comparto beverage. L’Area Bar sarà attrezzata con una selezione delle migliori macchine professionali La San Marco e ospiterà corsi di Caffetteria e Latte Art tenuti da maestri specializzati. Completa l’offerta una postazione cocktail dedicata a dimostrazioni e percorsi formativi per bartender professionisti, in collaborazione con Ciam, azienda specializzata in progettazione e realizzazione di soluzioni espositive di design per il food retail.

All’interno della struttura, Picariello Arredo Design presenterà, inoltre, soluzioni complete per hotel, ristoranti, bar, negozi e residenze private, con ambienti progettati per coniugare estetica, funzionalità ed efficienza operativa. Ogni progetto nasce da un’analisi approfondita degli spazi e delle esigenze del cliente, sviluppata attraverso rendering 3D e simulazioni realistiche, per garantire risultati coerenti e distintivi.

Elemento centrale della proposta è l’integrazione tra arredo e tecnologia. L’azienda collabora con brand leader del settore per offrire cucine professionali e sistemi di refrigerazione ad alte prestazioni, capaci di rispondere alle esigenze operative più complesse senza rinunciare al design.

Questa nuova sede rappresenta la sintesi della nostra storia e della nostra visione futura – afferma Carlo Picariello, CEO dell’azienda –. Abbiamo voluto creare uno spazio che fosse al tempo stesso operativo e ispirazionale, in grado di raccontare il nostro modo di progettare: un equilibrio tra artigianalità e innovazione, tra estetica e funzionalità. La nuova Area Demo & Formazione sarà un luogo di incontro e crescita per tutto il settore Horeca, un laboratorio permanente dove professionisti, partner e clienti potranno confrontarsi sulle evoluzioni del mercato e sulle tecnologie più innovative”.

Picariello Arredo Design si distingue per la gestione completa dei progetti contract “chiavi in mano”, offrendo un servizio che include progettazione architettonica, interior design, fornitura di attrezzature professionali, impiantistica e assistenza continuativa. Un approccio che garantisce coerenza, qualità e ottimizzazione dei tempi e dei costi.

Certificata ISO 9001, ICIM e F-GAS, l’azienda opera secondo standard qualitativi elevati, assicurando sicurezza, conformità normativa e affidabilità tecnica in ogni fase del progetto. Con questa nuova sede, Picariello Arredo Design rafforza il proprio posizionamento come partner strategico per imprenditori, architetti e operatori del settore Horeca, confermando la propria missione: trasformare gli spazi in ambienti funzionali, eleganti e durevoli, capaci di esprimere al meglio l’identità del brand e migliorare l’esperienza dell’utente finale.

Orvieto DOC: le mille sfaccettature di una delle Denominazioni più storiche d’Italia

Orvieto è un luogo capace di raccontare secoli di storia, attraversando epoche e protagonisti che ne hanno segnato il destino, dai Papi ai Re. Arroccata su una suggestiva rupe di tufo, la città umbra incanta con i suoi vicoli, dove il tempo sembra essersi fermato, e con il maestoso Duomo, autentico capolavoro del gotico italiano.

La sua facciata riccamente decorata rappresenta uno degli elementi architettonici più iconici, mentre all’interno si trovano cicli di affreschi di Luca Signorelli e del Beato Angelico, tra i più alti esempi della pittura rinascimentale. Proprio durante il press tour abbiamo avuto modo di visitarlo da vicino, apprezzandone non solo la bellezza artistica, ma anche il forte legame con la città.

In questo contesto unico, il vino non è soltanto un prodotto agricolo, ma parte integrante della cultura e della storia del territorio. L’Orvieto DOC, una delle denominazioni più antiche e rappresentative d’Italia, affonda le proprie radici in una tradizione secolare, capace di adattarsi nel tempo senza perdere il proprio carattere distintivo.

Proprio il vino di Orvieto è stato al centro dell’evento “Orvieto DOC, pluralità di anime”, svoltosi il 24 e 25 maggio 2026 nella sala expo del Palazzo del Capitano del Popolo. Due giornate di confronto e approfondimento che hanno riunito giornalisti, tecnici, produttori e operatori del settore, con l’obiettivo di raccontare il passato, descrivere il presente e delineare le prospettive future della denominazione.

L’iniziativa si è aperta la sera del 24 maggio con una cena di benvenuto presso il Malandrino Bistrot, durante la quale gli ospiti hanno potuto scoprire i piatti della tradizione locale accompagnati da una prima selezione di vini.

Un’introduzione che ha trovato il suo pieno compimento il giorno successivo, durante la masterclass del 25 maggio, dedicata all’identità territoriale, al ruolo della ricerca scientifica e alle nuove opportunità di mercato.

La giornata di studio si è aperta con il saluto istituzionale della Sindaca di Orvieto, Roberta Tardani, seguito dagli interventi di Vincenzo Cenci, Presidente del Consorzio Vini di Orvieto, e di Riccardo Cotarella, Presidente della Commissione Tecnica, che ha guidato la degustazione. Insieme a loro sono intervenuti Paolo Nardo, Pier Paolo Chiasso e Massimiliano Pasquini, componenti della Commissione Tecnica.

Nel suo intervento introduttivo, Vincenzo Cenci ha ripercorso il ruolo del Consorzio, che oggi rappresenta oltre trenta cantine del territorio e l’intera filiera produttiva. La sua missione è quella di tutelare, custodire e valorizzare un patrimonio collettivo fatto di paesaggio, cultura agricola, competenze tecniche e identità territoriale, attraverso la promozione della qualità, il sostegno alla ricerca e il rafforzamento della riconoscibilità della denominazione.

Istituita nel 1971, la DOC Orvieto è tra le prime denominazioni italiane

La masterclass ha offerto una lettura contemporanea della denominazione attraverso la degustazione di quattro vini, espressione di altrettante anime distintive.  I vini sono stati degustati in forma anonima con etichette coperte, per mettere al centro non il singolo produttore, ma il territorio, il disciplinare e l’identità collettiva che la Doc Orvieto rappresenta.

Il primo vino, Orvieto Doc Low Alcohol, ha rappresentato l’evoluzione più recente del disciplinare, ufficialmente riconosciuto nel 2025, con una gradazione minima di 10 gradi. Questo aggiornamento amplia il potenziale espressivo della denominazione e apre nuove opportunità interpretative per i produttori. Non si tratta semplicemente di un adeguamento alle tendenze di mercato, ma del risultato di un lavoro scientifico sviluppato dal comitato tecnico del Consorzio, presieduto da Riccardo Cotarella, in collaborazione con l’Università della Tuscia.

Il secondo vino ha ripercorso una tappa fondamentale della storia recente: l’introduzione, negli anni Novanta, della tipologia Orvieto Doc Classico Superiore. Questa scelta ha contribuito a elevare il profilo qualitativo della DOC, valorizzandone struttura ed eleganza. Prodotto nella sottozona storica, il Classico nasce principalmente da Grechetto e Procanico (clone locale del Trebbiano Toscano), dando origine a vini equilibrati, freschi e versatili, con una buona capacità evolutiva e apprezzati sia in Italia sia all’estero.

Il terzo vino, Orvieto Doc Old Vintage, ha offerto un viaggio nel tempo, mettendo in luce la straordinaria capacità evolutiva dell’Orvieto, in grado di mantenere equilibrio, complessità e riconoscibilità anche con l’affinamento.

Il quarto vino, Orvieto Doc Muffa Nobile, è stato dedicato appunto alla Muffa Nobile (Botrytis cinerea), introdotta nel disciplinare nel 2011. Si tratta di un elemento distintivo di assoluta unicità nel panorama italiano: l’Orvieto è infatti l’unica DOC a prevedere esplicitamente questa tipologia, dando vita a vini complessi, eleganti e di grande profondità aromatica.

A definire l’identità dell’Orvieto DOC contribuisce in modo determinante anche lo stile delle singole cantine. Ogni produttore interpreta il territorio secondo la propria visione, dando forma a una pluralità espressiva che rappresenta uno dei principali punti di forza della denominazione: un vero mosaico di interpretazioni che racconta la ricchezza del territorio.

La vocazione viticola dell’area affonda le sue radici nel tempo. Già nel 1931, l’agronomo professor Garavini fu incaricato dal Ministero dell’Agricoltura di effettuare una prima zonazione del territorio, individuando le aree più vocate alla produzione vitivinicola.

Ne risultò una mappatura precisa, che individuava vigneti situati tra i 150 e i 500 metri sul livello del mare: una suddivisione che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento. Non a caso, oggi la storica area dell’Orvieto Classico coincide con quella delineata allora. Garavini individuò inoltre tre tipologie principali di vino: abboccato, secco e dolce, evidenziando fin da subito la versatilità della denominazione.

Un ruolo fondamentale è svolto anche dalla natura del suolo. Circa 10 milioni di anni fa, questa area era ricoperta dal mare: un’origine sedimentaria e marina che lascia ancora oggi tracce evidenti, come la presenza di fossili nei vigneti. È proprio da questa storia geologica che derivano alcune delle caratteristiche più riconoscibili dell’Orvieto: la sapidità e la mineralità che emergono nel calice, sorprendenti in una regione priva di sbocchi sul mare.

L’areale dell’Orvieto DOC è piuttosto ampio e comprende principalmente la provincia di Terni, estendendosi anche ad alcuni comuni della provincia di Viterbo. All’interno di questo territorio si distingue però una zona più ristretta e storica, l’Orvieto Classico, che abbraccia i vigneti attorno alla rupe della città. Qui nasce anche l’Orvieto Classico Superiore, prodotto nella stessa area ma con requisiti qualitativi più elevati e un’uscita in commercio posticipata almeno al 1° marzo successivo alla vendemmia.

Per quanto riguarda la composizione delle uve, il disciplinare prevede una base composta da Procanico e Grechetto per almeno il 60%, mentre il restante 40% può comprendere varietà locali come Drupeggio, Verdello e Malvasia, ma anche vitigni internazionali quali Chardonnay, Sémillon e Sauvignon Blanc. Negli ultimi anni, alcuni produttori stanno sperimentando anche l’introduzione del Vermentino, a dimostrazione della continua evoluzione della denominazione.

L’evento dedicato all’Orvieto DOC ha messo in luce la capacità della denominazione di coniugare tradizione e innovazione. In un contesto complesso per il settore, segnato da dazi, calo dei consumi e una comunicazione spesso penalizzante, il lavoro del Consorzio, il supporto della ricerca scientifica e l’attenzione al mercato confermano l’Orvieto come una realtà attuale, con concrete prospettive di sviluppo e posizionamento.

Prosit!

Napoli, la giornalista Chiara Giorleo presenta il suo libro “Vino, Donna”

90 PROTAGONISTE RACCONTANO IL VINO ITALIANO CONTEMPORANEO. UNA FOTOGRAFIA ECCEZIONALE DEL MONDO ENOLOGICO NAZIONALE

Vino, Donna” sarà presentato al pubblico giovedì 11 giugno alle ore 19.30 presso la Sala Calipso della Stazione Marittima di Napoli, nell’ambito del Salone della Dieta Mediterranea (DMED).

Intervengono:

– Chiara Giorleo, autrice  

– Gilda Guida, delegata Campania dell’Associazione nazionale Le Donne del Vino

– Luciano Pignataro, giornalista
modera: Diana Cataldo, giornalista e imprenditrice

Novanta donne, novanta storie, un racconto corale che fotografa il presente e il futuro del vino italiano attraverso le voci delle sue protagoniste.

“Vino, Donna”, è il nuovo libro di Chiara Giorleo, critica del vino e formatrice bilingue, pubblicato da Luciano Pignataro Wine Blog con il sostegno di Latteria Sorrentina.
Pagine: 320. Prezzo di copertina: 35 euro.

Frutto di oltre cinque anni di lavoro, il volume raccoglie 90 interviste a professioniste di riconosciuta autorevolezza che operano nel mondo del vino italiano. Un progetto editoriale che può essere considerato la prima grande raccolta organica di testimonianze femminili dedicate al vino italiano contemporaneo, offrendo una fotografia inedita di un settore in continua evoluzione attraverso il punto di vista delle sue protagoniste.

Le conversazioni, pubblicate su Luciano Pignataro Wine Blog, hanno riscosso un crescente interesse fino a trasformarsi in un’opera che riunisce produttrici, enologhe, giornaliste, degustatrici, sommelier e professioniste della comunicazione, del marketing, dell’ospitalità e della consulenza, restituendo un affresco autentico e trasversale del comparto vitivinicolo nazionale.

Organizzato in tre sezioni – produttrici ed enologhe, giornaliste e degustatrici, e altre figure professionali coinvolte nel settore – il volume raccoglie le esperienze, le visioni e le storie personali di donne che, con competenza e determinazione, stanno contribuendo a definire il presente e il futuro del vino italiano.

Ad arricchire ulteriormente il progetto sono alcuni contributi di assoluto prestigio internazionale. La prefazione è firmata da Jane Hunt MW, tra le prime donne al mondo a conseguire il titolo di Master of Wine. In quarta di copertina compaiono gli endorsement di Jancis Robinson MW, una delle voci più autorevoli della critica enologica mondiale, e del professor Vincenzo Russo, docente di Psicologia dei Consumi e coordinatore del Centro di Ricerca di Neuromarketing dell’Università IULM.

La fotografia di copertina di copertina è stata realizzata da Guido Harari, autore di alcuni degli scatti più iconici della cultura contemporanea. “Vino, Donna” è una fotografia del vino italiano contemporaneo attraverso lo sguardo e l’esperienza delle sue protagoniste. Un libro che racconta il cambiamento già in atto nel settore e che si propone come fonte di ispirazione per le nuove generazioni, testimoniando il ruolo sempre più centrale delle donne nel mondo del vino.

Vinitaly corre avanti (e noi di 20Italie scattiamo)

Un’edizione davvero articolata quella di Vinitaly 2026 che riserva, da qualche anno a questa parte, colpi di scena imprevedibili. Quando tutto sembra scontato, con il settore fieristico in un momento delicato per via delle tensioni internazionali geopolitiche ed economiche, ripartire dalla semplicità e dalla cura del dettagliato è stata l’ennesima dimostrazione di saggezza stilistica del nostro comparto vitivinicolo.

Parlar male di quanto creiamo di buono è una cultura tipicamente nostrana, quella radicata al proprio orticello, all’invidia per il prossimo e all’autodistruzione. Un Vinitaly “in forma ridotta” non per tutti? Assolutamente falso, anzi. Un evento che ha visto la soddisfazione della stragrande maggioranza dei presenti, testimoniata in video ai nostri microfoni. Anche dai piccoli produttori, che hanno almeno avuto il respiro per poter parlare in serenità con i numerosi buyer presenti.

Di sicuro il vero scopo della fiera, tra le più grandi d’Europa assieme all’astro nascente Wine Paris, non deve mai perdere di vista il rapporto di fedeltà tra chi produce e chi vende. Per gli assaggiatori seriali ci saranno altri contesti dove poter sbizzarrire la fantasia; qui al netto del prezzo elevato del ticket d’ingresso e delle limitazioni negli eccessi, si parla la lingua del mercato. Comunque 90 mila presenze in quattro giorni sono egualmente un numero considerevole, fatto più di qualità e meno di quantità.

Ridisegnate le architetture di padiglioni e stand, alcuni accoglienti e di ottima fattura. Un immenso salotto enologico che ha visto la partecipazione attiva di numerosi consorzi di tutela, cooperativa vitivinicole, singoli produttori provenienti da ogni angolo d’Italia. E poi le masterclass a cui abbiamo partecipato, alcune esclusive ed uniche nel loro genere come quella sul confronto tra vecchie e nuove annate di Brunello di Montalcino grazie al presidente Giacomo Bartolommei del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino o la verticale dello storico Montepulciano d’Abruzzo Riserva “Caroso” di Citra, raccontata dalle parole sincere ed emozionate di Riccardo Cotarella, il guru dell’enologia italiana nel mondo.

Anche il Padiglione Campania ha detto la sua, con il presidente Tommaso Luongo di AIS Campania a presiedere soddisfatto i numerosi eventi tematici, dai bianchi vulcanici con la Master of Wine Cristina Mercuri ai grandi rosati descritti dalla giornalista e wine consultant Chiara Giorleo.

Il supporto silenzioso nel dietro le quinte dei sommelier e la classica accoglienza genuina che contraddistingue il meridione hanno fatto la differenza. Abbiamo dato voce anche a loro, il braccio operativo, i sommelier di servizio Andrea Cerino e Mino Perrotta: “essere qui a Vinitaly è per noi motivo di orgoglio. Possiamo fungere, attraverso il calice, da comunicatori dei territori d’appartenenza, un’esperienza adrenalica che ci aiuta a superare le tante ore di lavoro”. Conclude il capo servizio regionale Enzo Di Donna: “siamo una squadra fortissima perché perseguiamo un obbiettivo comune a favore del pubblico presente”.

Infine le storie, i volti di chi sta sui campi in attesa del raccolto che verrà. Chi offre il sacrificio quotidiano in cambio della libertà d’azione e dell’amore per la terra. I produttori intervistati nella nostra lunga playlist su youtube, anima indispensabile alla riuscita di Vinitaly, che sopportano crisi climatiche e di settore, rincari dei prezzi e posizionamenti globali difficili. Eppure alla lunga l’agricoltura resta sempre l’arma vincente per un Paese a forte vocazione come l’Italia. Vinitaly corre in avanti, ma noi di 20Italie saremo sempre dietro a sostenere idee, progetti imprenditoriali e iniziative visionarie di cultura e fatica contadina.

A Verona si mangia la pizza seduti al bancone in un format originale e coinvolgente

Da Carmine Pizza d’Autore il concept che elimina i tavoli per un unico chef’s table da 12 postazioni.

Carmine Pasqua sembra aver recuperato l’idea stessa della celebre serie televisiva americana Cheers, meglio nota come Cin Cin in Italia, dove al banco di un pub gli ospiti si scambiavano opinioni, saluti e nuovi incontri. Questa volta il tema principale è la pizza e i suoi derivati, dalle mani di un autentico maestro panificatore in grado di conoscere le tecniche di lievitazione moderne e i segreti per abbattere l’indice glicemico dei carboidrati, contenendo così l’apporto calorico della propria dieta.

Ben tre impasti distinti e una selezione pensata come quadri di sapore: dalla tonda senza glutine al farro, alla contemporanea napoletana, per finire con la versione in pala con semola. “Ho voluto portare alla luce tutto quello che c’è dietro una pizza e la sua lavorazione, senza intermediari né barriere fra me e la sala – dichiara Pasqua – da quando, a 3 anni dopo la perdita di mio padre, sono giunto nella città scaligera, cresciuto metaforicamente tra pane e pizza iniziando da fattorino per la consegna d’asporto ed aprendo un mio locale in centro da pochi mesi”.

Ogni gesto, ogni momento del servizio prendono forma davanti agli ospiti: dal rinfrescare il lievito madre allo stendere l’impasto, spiegando come le materie prime si trasformano in un racconto sensoriale. Tanto studio e valorizzazione degli ingredienti a chilometro zero provenienti anche dalla sua amata Calabria che porta con sé nel cuore, come il pomodoro Migliarese, la ‘Nduja di maiale nero, liquirizia DOP e le altre produzioni artigiane del Meridione.

Forno rigorosamente elettrico a 420 °C e topping articolati e gustosi, sperimentati sul campo nel confronto diretto con i clienti. Come la contaminazione alla veneta della Veja, con crema di zucca, Monte Veronese grattugiato, coppa di testa di Este e un gel all’Amarone. Bene anche il doppio crunch al riso venere brie e zucchine o il padellino con stracciatella di Andria, cicoria ripassata, olive e alici di Cetara, o quello dagli aromi complessi alla ricotta di capra, capocollo, cotto di fichi e nocciole.

E poi la Calabria, dove la ’nduja di maiale nero incontra la ricotta di capra e la liquirizia calabrese DOP. Degna di nota è anche la Viola, dove croccantezza dell’impasto di semola e mais esalta il gioco di contrasti fra la dolcezza del cavolo viola, la delicatezza dei cavolfiori e il gusto deciso della carne salata, con pinoli tostati e caciotta alla mela.

Attenzione per l’abbinamento tra cibo e vino, con una selezione enologica pensata per accompagnare le diverse tipologie di pizza: bollicine, Trento DOC, una scelta di rossi leggeri e diversi rosé per chi cerca struttura senza appesantire; una proposta di birre artigianali peculiari, da una blanche al bergamotto a una birra all’acqua di mare, a un’ambrata dai sentori autunnali.

Il percorso gastronomico si conclude con il caffè, ma non parliamo di una classica tazzina da bar, bensì di un monorigine 100% arabica da gustare lentamente per apprezzarne ogni sfumatura, pensato per chiudere l’esperienza con un’ultima nota caratteristica. Ogni ultimo giovedì del mese, infine, è il momento per la degustazione con calice al costo di € 60 per 6 assaggi di pizza e altrettanti vini in pairing. O 5 soste senza abbinamento al costo di € 30 per chi ha voglia di conoscere la filosofia di Carmine Pasqua e del suo concept Pizza d’Autore.

Ambienti caldi, materiali naturali e luci soffuse per un’atmosfera che invita alla conversazione. È un luogo pensato per chi desidera un’esperienza di pizza diversa: più vicina al racconto, alla vita lenta, che al consumo frettoloso.

Carmine Pizza d’autore, via Francesco Berni 12, 37122 Verona (VR). Tel: 045 223 0039

Orari: 18:30 – 23 (martedì e giovedì anche pranzo 12:30 – 14:30); mercoledì chiuso.

www.carminepizzadautore.com

Il sake giapponese attraverso la danza

Dallo sciamanesimo primordiale del Kagura all’ebbrezza urbana dell’Awa Odori l’evoluzione delle strutture coreutiche e della fermentazione del riso come strumenti di coesione sociale: infatti, se la danza avvicina a Dio, in quanto preghiera corporea totale, che unisce anima, mente e corpo nella lode, superando i limiti del linguaggio verbale, il sake giapponese è l’elemento che dissolve il confine tra natura umana e dimensione metafisica.

Non è affatto casuale, vista anche la premessa, che il legame tra danza e sake in Giappone risieda nel concetto di Gosei, ossia di comunione spirituale; antropologicamente, la danza richiede un’alterazione dello stato di coscienza che il sake facilita, agendo da ponte, detto hashi, tra il piano umano e quello trascendentale. Non esiste danza tradizionale giapponese che non sia germogliata in un contesto dove il sake non fosse presente come Omiki, ossia come offerta, oppure come premio o catalizzatore della performance.

Non è da escludersi che da ciò che seguirà possa venir fuori che l’evoluzione tecnica e produttiva del sake possa aver influenzato la complessità dei movimenti nella danza e viceversa, testimoni delle stratificazioni nelle varie epoche di riferimento e delle classi sociali che eseguivano il passo, il sorso e il rito.

L’Era Mitologica: Sciamanesimo, Estasi e il Sake Masticato

Alle origini il binomio danza-sake emerge in Giappone come un dispositivo mitopoietico fondamentale per la risoluzione delle crisi cosmiche: l’evento cardine, riportato nel Kojiki , pressappoco attorno al 712 d.C., e nel Nihon Shoki redatto nei successivi otto anni, è la danza della dea Ame-no-Uzume davanti alla Caverna Celeste, la Amano-Iwato.

Il mondo era sprofondato nel gelo e nell’oscurità più assoluta: Amaterasu, la Dea del Sole, ferita dai continui affronti del fratello Susanoo, aveva deciso di ritirarsi nella Grotta Celeste, sigillando l’ingresso con un enorme macigno. Senza di lei, la vita sulla terra stava appassendo e il Creato precipitò nell’oscurità. Gli dèi, 800 miriadi di Kami, si radunarono allora sulle rive del Fiume Celeste con disperazione, ma non servirono né preghiere né suppliche: dalla caverna nessun segno; fu allora che la dea Ame-no-Uzume ebbe un’idea tanto folle quanto brillante…

Capovolgendo una botte di legno davanti all’ingresso della grotta, iniziò a battere i piedi con ritmo frenetico, come fosse un tamburo primordiale e prese a danzare con tale foga e gioia che i suoi vestiti scivolarono via, mentre brandiva rami di sakaki intrecciati, provenienti dal relativo albero sacro, molto simile alla camelia. La danza era così buffa e vitale che il coro delle divinità scoppiò in una risata fragorosa, un boato che scosse le fondamenta del cielo. Attirata dal baccano e incredula del fatto gli dèi potessero ridersela mentre il mondo era al buio, Amaterasu spostò il masso: in quel momento, gli dei le porsero uno specchio e, mentre lei restava incantata dal suo stesso riflesso, la trascinarono fuori, sigillando la grotta alle sue spalle.

Per festeggiare il ritorno della luce, fu versato il sake e la bevanda fermentata divenne il sigillo di quella ritrovata armonia: un’offerta sacra per ringraziare gli dèi e un mezzo per gli uomini per raggiungere quello stesso stato di ebbrezza gioiosa che aveva salvato il mondo. Da quel giorno, ogni volta che un tamburo batte e una tazza di sake viene sollevata, si ricorda la danza che riportò il sole.

Il Legame Antropologico di Danza e Sake Giapponese

Secondo l’antropologo Orikuchi Shinobu, la danza di Uzume non vuole rappresentare un mero intrattenimento, ma un rito di Tamafuri, ovvero di scuotimento dello spirito, un atto di apertura corporea attraverso la denudazione che riporta nuovamente il sole a portare luce nel mondo. In questa fase arcaica, il sake è indissolubilmente legato alla figura femminile e alla sacralità del corpo: si sostiene che il cosiddetto Kuchikami no sake, ossia masticato in bocca, veniva prodotto da sacerdotesse, le Miko, o vergini che masticavano il riso cotto, riversandolo poi in vasi di terracotta.

Durante l’Epoca Nara ed Heian, il Giappone viveva una fase di centralizzazione burocratica ispirata ancora al modello cinese, mentre la danza e il sake subirono una mutazione fondamentale, passando da pratiche sciamaniche locali a strumenti di legittimazione del potere imperiale. Sotto il profilo sociologico, così come accadeva per il vino e per la birra, come in epoca sumerica, nasceva la distinzione tra nobiltà e plebe.

La danza di questo periodo è dominata dal Bugaku, la danza di corte accompagnata dalla musica Gagaku; a differenza della frenesia e dal rapimento estatico di Ame-no-Uzume, il Bugaku è caratterizzato da movimenti estremamente lenti, geometrici e simmetrici; rappresenta l’ordine del cosmo e la stabilità del trono imperiale e gli abiti sono pesanti, le maschere ieratiche e i gesti seguono una precisione millimetrica. Infatti, come riportato dal Ryō-no-Gige, il commentario ai codici legislativi, stabiliva che la danza non fosse solo arte, ma una funzione amministrativa. Intanto, sotto l’imperatore Tenmu, la produzione del sake venne sottratta alle famiglie e ai santuari locali per essere centralizzata: nacque così il Dipartimento del Sake, il Sake-no-Tsukasa, istituito proprio all’interno del Palazzo Imperiale e, per la prima volta, la figura del Toji, ossia il responsabile addetto alla produzione della bevanda, fu equiparata a quella di un funzionario a tutti gli effetti.

Al tempo, dopo la sua scoperta, l’uso del Kōji-kin prese il sopravvento, sostituendosi a pratiche più rudimentali di produzione, rendendo così il sake più stabile, alcolico e raffinato. Spunta fuori anche il termine Seishu che, destinato esclusivamente all’aristocrazia e ai riti di corte, stava a significare non soltanto sake chiaro, ma stava anche a indicare il termine legale dell’alcolico, esattamente come oggigiorno: esso attiene alla denominazione legale ai fini fiscali stabilita dalla legge giapponese sull’imposta sugli alcolici e valevole solo per i sake filtrati.

In definitiva, durante cerimonie come il Daijō-sai, cioè l’intronizzazione dell’imperatore, la danza Bugaku e l’offerta di sake nuovo, cioè lo Shinshu, caratterizzavano i due elementi che trasformano il sovrano in un dio vivente, l’Arahitogami.

Il legame tra danza e sake si manifestava anche nei banchetti aristocratici descritti nel Genji Monogatari ma il canone estetico voleva che Il consumo di sake non dovesse mai portare alla perdita di controllo, contrariamente al mito di Susanoo, semmai a una “raffinata malinconia“: i poeti ancora oggi bevono e osservano le danze stagionali e il sake è lo strumento che permette di percepire il Mono no aware, cioè la bellezza effimera delle cose.

L’epoca Muromachi, tra il 1336 e il 1573, costituisce il periodo in cui baricentro culturale del Giappone si sposta dall’aristocrazia di corte alla classe dei samurai e al clero buddista. La danza evolve nel Noh, una forma d’arte trascendentale basata sulla filosofia dello Yūgen, a designare la bellezza misteriosa e profonda. Parallelamente, il sake vive una rivoluzione tecnologica senza precedenti all’interno dei monasteri.

Il Noh, codificato da Kan’ami Motokiyo e suo figlio Zeami, non è solo spettacolo, ma un rituale meditativo, basandosi sul movimento Suri-ashi, lo scivolamento dei piedi: il danzatore sembra fluttuare senza mai staccarsi dal suolo. La danza è l’evocazione di uno spirito o di un demone, un atto di comunicazione con il regno dei morti. Nel suo trattato Fūshikaden, ossia la trasmissione del fiore e dello stile, Zeami sottolinea che la performance deve sbocciare come un fiore, richiedendo una concentrazione che rasenta l‘ascesi.

È in quest’epoca che affiora e si diffonde radicalmente la figura dello Shojo, lo spirito marino dai capelli rossi che vive alle pendici del Monte Fuji in prossimità delle spiagge. Nello spettacolo Noh intitolato “Shojo”, lo spirito appare a un uomo virtuoso che vende sake: lo Shojo pur bevendo enormi quantità di sake da una grande sakazuki, invece di barcollare, danza con una fluidità sovrumana. Qui il sake rappresenta la “benevolenza universale” e l’ebbrezza dello Shojo una metafora dell’illuminazione buddista: un’estasi che non offusca la mente, ma la libera dai vincoli terreni. La danza è lo strumento visivo che manifesta questa gioia assoluta e incorruttibile.

Sotto il profilo tecnico, il sake vive in questo periodo la sua evoluzione più importante grazie ai monaci buddisti di templi come lo Shōryaku-ji di Nara: la levigatura del riso, incluso quello destinato al Koji, diventa un must, nasce il Bodaimoto, tecnica di acidificazione dell’acqua, la soyashi-mizu, utile alla stabilizzazione del mosto, inventata dai monaci del tempio Shōryaku-ji a Nara, e la pastorizzazione, scoperta in questa parte di mondo secoli prima di Louis Pasteur. Grazie ai monasteri, il sake non è più solo per i Kami, stando agli shintoisti, ma diventa un mezzo per sostenere le finanze dei templi e per celebrare le arti che lì rifiorivano anche in questi luoghi.

In Epoca Azuchi-Momoyama, datata tra il 1573 e il 1603, si assiste alla nascita dell’Awa Odori. Questo brevissimo ma intenso periodo di transizione, dominato dalle figure dei “Grandi Unificatori”, come Oda NobunagaToyotomi Hideyoshi e infine Tokugawa Ieyasu, segna un mutamento antropologico-sociale radicale. La danza e il sake vengono sottratti al monopolio dei templi e della corte per diventare strumenti di controllo politico e di coesione urbana. Mentre il Noh rimane l’intrattenimento prediletto dai Samurai, nelle strade delle città castello nasce una nuova forma di vitalità popolare: con l’Inaugurazione del Castello di Tokushima, tra il 1586 e il 1857, Il signore feudale Hachisuka Iemasa, per celebrare il completamento della sua fortezza, ordina una festa senza precedenti. Iemasa non si limita a permettere la danza, ma offre persino enormi quantità di sake alla popolazione. Gli abitanti, in uno stato di ebbrezza collettiva, iniziano a ballare in modo irregolare, assecondando il ritmo incalzante dei tamburi. Questo momento segna la nascita della “Danza dei Folli”, la Awa Odori: Il celebre canto “Folle chi balla e folle chi guarda; dato che siamo tutti folli, tanto vale divertirsi ballando!” riflette la funzione del sake come livellatore sociale e così, per pochi giorni l’anno, le rigide distinzioni di classe vengono annullate dall’ebbrezza condivisa.

Oda Nobunaga, nella sua campagna di limitazione del potere temporale dei monaci, distrugge i grandi centri di produzione monastica e la produzione del sake passa nelle mani dei produttori laici e di chiunque voglia svolgere professionalmente l’attività. I signori feudali, i Daimyō, iniziano a usare il sake come strumento di pacificazione: donare il sake al popolo durante la costruzione di un castello era diventato un atto di social engineering vero e proprio per garantire la lealtà e prevenire rivolte. Fattore determinante per il sake, in quest’epoca, è il sandan-jikomi: in pratica è la tecnica che consente di aggiungere riso e acqua in tre momenti distinti, anche se in realtà i giorni sono quattro, permettendo così non solo di controllare meglio il calore della fermentazione, ma di produrre persino sake in quantità massicce, necessarie per i grandi festival urbani.

Socialmente il sake, il suo nome però è Nihonshu, diventa il carburante della comunità, mentre l’estetica della danza cambia; se il Bugaku era linea retta e il Noh era cerchio, l’Awa Odori è la linea spezzata in apparente arbitrio: Il movimento è influenzato dalla percezione alterata del corpo indotta dal sake: baricentro basso, braccia alzate sopra le spalle, per non urtare gli altri nella folla, passi rapidi e sincopati. Con l’Awa Odori la danza assume, per la prima volta, un’accezione popolare e non serve a pregare per il raccolto, ma a celebrare l’esistenza stessa della città e del suo signore, sebbene rimanga legata anche alla celebrazione dell’Obon e quindi al ritorno degli antenati defunti alle famiglie.

L’epoca Edo rappresenta la piena maturità del binomio danza-sake: sotto lo shogunato Tokugawa, il Giappone vive un lungo periodo di isolamento e pace, che permette lo sviluppo di una cultura urbana vibrante: il cosiddetto Ukiyo, ossia il mondo fluttuante; qui, il sake diventa un’industria su larga scala, il sandan-jikomi viene perfezionato, e la danza si trasforma in una forma di intrattenimento professionale e spettacolare.

È proprio durante questo periodo che si assiste a una dicotomia tra la danza teatrale professionale e quella rituale di quartiere.

Il Kabuki: Nato originariamente dalle danze provocatorie di Izumo no Okuni, il Kabuki integra il sake nelle sue trame come elemento scenico e drammaturgico; le scene di banchetto (shuen) diventano momenti topici in cui gli attori mimano l’ebbrezza con una tecnica virtuosistica chiamata Gankō, dove lo sguardo e il corpo riflettono la “distorsione” indotta dal sake.

Lo Shishi-mai Danza del Leone: nelle aree rurali e nei quartieri cittadini, la Danza del Leone assume connotati socio-antropologici unici; durante le celebrazioni, il Leone, interpretato ed animato da due o più danzatori sotto una maschera lignea, passa di casa in casa e il momento culminante avviene quando il Leone “beve” il sake offerto dalle famiglie; qui, l’atto di bere rinvigorisce lo spirito della belva e gli consente di danzare con rinnovato vigore per scacciare gli spiriti maligni (yakuyoke).

Si scoprono le proprietà delle acque, come quelle della fonte sacra Miyamizu, per ottenere Nihonshu con maggiore rotondità o secchezza e, soprattutto, per evitare quelle con componenti ferrose o ricche di manganese. In questa fase lo scettro di capitale passa da Kyoto a Edo, la moderna Tokyo e la figura del Toji viene ufficializzata: spesso condivide con i danzatori di festival una struttura gerarchica e una disciplina quasi militare. In testi come lo Ukiyo-zōshi di Ihara Saikaku vengono descritti banchetti dove la danza è inseparabile dal flusso continuo del sake, evidenziando come l’ebbrezza fosse diventata un requisito per l’apprezzamento estetico. Infine, nei quartieri del piacere di Edo, come Yoshiwara, la danza delle Oiran e delle Geisha era sempre accompagnata dal servizio del sake. Qui la danza non serviva a certo evocare divinità, ma a estetizzare il piacere. Il sake era il lubrificante per una performance continua, dove il cliente stesso diventava parte dello spettacolo.

Insomma, se nell’epoca Azuchi-Momoyama il sake era stato il premio per la costruzione di un castello, a Edo diventa l’anima di un’economia del tempo libero; la danza del Leone che beve è il simbolo di questo periodo: una forza selvaggia e antica che viene “addomesticata” e nutrita dal sake per proteggere la società civile, certo più dedita ad abitudini voluttuarie.

L’Era Moderna e Contemporanea

Con la Restaurazione Meiji del 1868, il Giappone affronta una spinta verso l’occidentalizzazione e la razionalizzazione. Tuttavia, il binomio danza-sake non scompare affatto: esso si trasforma in un potente simbolo di identità culturale e di continuità storica, servendo da ponte tra la modernità industriale e le radici mitiche del Paese. In questo secolo, le danze tradizionali vengono codificate in pratica come “Patrimonio Culturale Immateriale“, mentre nascono nuove forme di espressione.

Rinascita dei Matsuri: Festival come l’Awa Odori di Tokushima e il Sanja Matsuri di Tokyo diventano eventi di massa. Qui, la danza ha perso parte della sua funzione magica per acquisire una funzione di coesione sociale urbana. Milioni di persone si muovono all’unisono, spinte da un ritmo che evoca l’ebbrezza collettiva dei secoli passati.

Butoh: Nel dopoguerra, Tatsumi Hijikata e Kazuo Ohno creano la “danza delle tenebre”: sebbene esteticamente lontana dal gioioso Awa Odori, il Butoh recupera l’aspetto sciamanico della danza primordiale. Il sake, in questo contesto, viene talvolta usato nelle performance come richiamo alla terra, al sangue e alla tradizione rurale distrutta dalla guerra.

Tecnicamente, il sake vive una trasformazione radicale dettata dallo Stato:

Istituzionalizzazione della Qualità: nel 1904 viene fondato l’Istituto Nazionale di Ricerca sulla Fermentazione. Il sake non è più un prodotto empirico, ma scientifico e nasce la classificazione moderna degli stili

Abbandono dei Barili di Legno: per ragioni igieniche e di tassazione, si passa dalle botti di cedro (Tarū) ai serbatoi d’acciaio smaltato. Questo cambia il profilo organolettico del sake, rendendolo più pulito e meno boisé, influenzando anche la percezione sensoriale durante i banchetti cerimoniali.

Il Sake come Ambasciatore: Il Nihonshu diventa la bevanda di Stato, utilizzata nei brindisi diplomatici e nelle cerimonie ufficiali, spesso accompagnata da brevi esibizioni di danza Bugaku per sottolineare la solennità del momento.

Il Kagami-biraki e la Memoria Rituale

Oggi, la massima espressione del binomio danza-sake si ritrova nel rito del Kagami-biraki. Durante l’apertura delle celebrazioni, una botte di sake viene aperta a colpi di martello di legno. Il termine “Kagami” richiama lo specchio di Amaterasu e rompere il coperchio significa “aprire la via” alla fortuna. Questa cerimonia precede quasi sempre le grandi esibizioni di danza. Non è solo un brindisi; è l’eredità del Naorai, cioè la comunione con i Kami. Il sake viene distribuito ai danzatori e al pubblico in tazze di legno (masu), ricreando per un istante quel cerchio magico di ebbrezza e movimento che unisce il Giappone moderno alle sue leggende ancestrali.

Dalle grotte di Uzume alle strade di Tokushima, il sake ha agito come flusso vitale della danza giapponese. È stato l’agente che ha permesso alla danza di evolversi da rito di trance a ordine imperiale, da ascesi Zen a follia popolare. In ogni epoca, il cambiamento nella fermentazione del riso infatti ha rispecchiato un cambiamento nella postura del corpo e nella struttura della società, ecco perché il sake e la danza rimangono, oggi come ieri, i due strumenti con cui il popolo giapponese negozia il suo rapporto con l’invisibile e celebra l’energia della vita in un mondo in continua trasformazione.

Magma Bistrot: il nuovo polo dell’estate vesuviana tra pizza contemporanea, piscina, musica e sostenibilità

Nel cuore esclusivo di Torre del Greco, in Via Enrico De Nicola 28, prende forma una nuova idea di ospitalità e intrattenimento: Magma Bistrot inaugura una stagione destinata a ridefinire il concetto di bistrot contemporaneo sul territorio vesuviano. Non soltanto ristorazione, ma un vero spazio esperienziale dove gastronomia, lifestyle, musica, relax e sostenibilità convivono in un unico progetto. Con una struttura capace di ospitare 200 coperti negli spazi interni e 150 nell’area esterna con piscina, Magma si presenta come una delle realtà più ambiziose della costa vesuviana, pensata per accogliere pubblici differenti in ogni momento della giornata: dal pranzo al tramonto, dall’aperitivo al dopocena.

La prima novità della stagione sarà la riapertura ufficiale della piscina prevista per il 23 maggio, con una programmazione dedicata tra pool party, dj set, format musicali e offerte food create appositamente per vivere l’estate in città.

Pool Party e Radio Magma, l’intrattenimento diventa esperienza condivisa

Due venerdì al mese, Magma ospiterà esclusivi Pool Party serali con ingresso comprensivo di lettino, drink e dj set, offrendo inoltre la possibilità di avere libero accesso alla piscina fino a mezzanotte. Gli ospiti potranno completare l’esperienza scegliendo tra pizza, taglieri oppure menu à la carte. Nel weekend, invece, spazio alla musica con i dj set del sabato e della domenica e “Radio Magma”, format interattivo che permetterà agli ospiti di inviare messaggi e dediche direttamente tramite WhatsApp da condividere live a bordo piscina, trasformando il locale in una peculiare location di aggregazione e socialità.

Pizza, territorio e ricerca: la filosofia gastronomica di Magma Bistrot

La proposta gastronomica di Magma parte dalla pizza contemporanea e da una selezione rigorosa di materie prime campane e italiane d’eccellenza. Tra le nuove pizze stagionali a cura del pizzaiolo Raimondo De Crescenzo spicca la nuova Magma: cremoso di patate, scarole verdi ripassate in padella con olive e capperi, pomodori semidry sott’olio e julienne di carciofini, in un equilibrio che racconta il territorio vesuviano attraverso sapidità, freschezza e tecnica.

Il primo amore di Raimondo De Crescenzo è stato proprioil pane. La passione per gli impasti nasce a soli 16 anni, quando, dopo il lavoro in rosticceria, trascorreva ore accanto al panettiere, affascinato dal lievito madre e dal mondo delle lievitazioni. Da lì il passaggio naturale alla panificazione e poi alla pizza. Dopo le esperienze a Ischia e all’estero, tra Regno Unito, Maiorca e Barcellona, grazie ad anni di esperienza e ricerca sugli impasti, De Crescenzo ha sviluppato uno stile preciso e riconoscibile, trovando in Nuvola Super di Mulino Caputo la farina ideale per le sue pizze.

Accanto alla nuova proposta Magma arrivano anche le pizze estive

La Gialla con pomodorini gialli del piennolo, fiori di zucca e pancetta di Ottaviano;

Nerano, con fonduta di Provolone del Monaco e purea di Zucchine dell’orto;

Norma, con Melanzane fritte e una generosa grattugiata di ricotta salata, ideale per mantenere equilibrio tra struttura e scioglievolezza;

Cetarese, nella variante focaccia con all’uscita dal forno scarola riccia croccante, Alici sotto sale di Cetara, olive nere denocciolate, “cucunci” e pomodorini rossi del piennolo.

Grande attenzione viene dedicata ai fornitori, selezionati per qualità e identità territoriale: Farina Caputo, latticini Latteria Sorrentina, Pomodoro pelato e Pomodorino rosso pizzutello semidry sott’olio Francaterra, Olio extravergine di oliva Torretta, “Pacchetelle” del Piennolo gialle e rosse DOP di Azienda Agricola Ferrara.

Da Giugno spazio anche alle richiestissime pizze “crunch” in versione dessert, pensate per conquistare i palati più golosi con due proposte dedicate: crema gialla e amarene, oppure ricotta, composta di albicocche pellecchielle e scaglie di cioccolato fondente.

Il pranzo estivo tra piscina e bistrot

Dal lunedì al venerdì, Magma Bistrot lancerà una formula pensata per il pranzo estivo: lettino, pizza Margherita o Marinara e acqua inclusi a 15 euro. L’offerta sarà disponibile dalle 12:30 alle 14:30 con doppio turno pranzo: 12:00 – 13:00, 13:30 – 14:30. Gli ospiti potranno scegliere se accomodarsi negli spazi interni oppure nell’area esterna in costume, con possibilità di ordinare ulteriori pizze ed extra al tavolo. Tutti i tavoli saranno disponibili su prenotazione. Parallelamente resterà sempre attiva una sala dedicata al ristorante à la carte, pensata per chi desidera un’esperienza più rilassata e tradizionale.

Dessert d’autore: la frutta del Vesuvio diventa alta pasticceria

Tra le novità più scenografiche della stagione, una storica realtà del territorio realizzerà per Magma Bistrot la linea esclusiva di dessert ispirati alla frutta realistica. Un progetto identitario e territoriale: tutta la frutta utilizzata sarà esclusivamente coltivata sul Vesuvio, trasformata in creazioni di alta pasticceria dall’estetica iperrealistica, come Albicocca Pellecchiella, Ciliegie del Monte, Limone di Sorrento IGP, Mela Annurca, Pera Picciòla, Pesca “percoca” puteolana. Debutta inoltre il nuovo dessert signature “Magma”: un cono di puro cioccolato fondente dal guscio croccante, cuore morbido e colata di lamponi, pensato per rappresentare l’anima scoppiettante del locale e omaggiare il Vesuvio che lo domina dall’alto, simbolo indiscusso di Napoli.

Vini campani, nazionali e birre artigianali

Grande attenzione anche alla beverage experience, con una carta dei vini costruita per valorizzare il patrimonio enologico campano senza rinunciare a una selezione nazionale, capace di soddisfare appassionati e intenditori. Dai grandi bianchi vulcanici del Vesuvio ai rossi strutturati dell’Irpinia, passando per etichette provenienti da altre importanti regioni italiane, la proposta wine di Magma Bistrot punta a creare abbinamenti dinamici tra pizza contemporanea, cucina bistrot e mixology. Accanto al vino, spazio anche alle birre artigianali, con una selezione che alterna identità locale e qualità brassicola italiana. Tra le referenze presenti figurano le birre Follina e la linea N’artigiana nelle varianti Bianca, Rossa, Doppio Malto, Ambrata, Analcolica e Senza Glutine. Completa la proposta Serro Croce La Fresca, disponibile anche nella versione gluten free, in linea con la volontà del locale di offrire un’esperienza inclusiva, consapevole e attenta alle diverse esigenze alimentari.

Sostenibilità e futuro, Magma Bistrot punta all’indipendenza energetica

Oltre alla proposta gastronomica e all’intrattenimento, Magma Bistrot di Ciro Di Giovanni e Nicoletta Di Patre nel 2026 investe anche sulla sostenibilità. La struttura sarà infatti dotata di pannelli fotovoltaici con l’obiettivo di raggiungere una progressiva indipendenza energetica, riducendo l’impatto ambientale e promuovendo un modello di ristorazione più responsabile. Scelta concreta che si inserisce in una visione moderna dell’accoglienza, dove qualità, intrattenimento e attenzione al territorio dialogano con progresso e rispetto per l’ambiente.

Il complesso che oggi ospita Magma Bistrot si inserisce all’interno dello storico Sakura Club Piscine, struttura realizzata nel 1971 dall’imprenditrice italo-giapponese Dorotea Liguori come spazio dedicato all’ospitalità, al tempo libero e agli eventi, immerso in un parco panoramico affacciato sul Golfo di Napoli. La struttura, divenuta nel tempo un autentico punto di riferimento per la città di Torre del Greco, ha intrapreso una nuova fase di rilancio a partire dal 2013, quando Ciro Di Giovanni ne ha avviato la progressiva acquisizione, dando vita a un articolato progetto di ristrutturazione e valorizzazione.

Un percorso che, nel tempo, ha trasformato il complesso in un moderno polo dedicato alla ristorazione e all’intrattenimento, capace di coniugare ospitalità, paesaggio e convivialità contemporanea. Il progetto Magma Bistrot rappresenta la naturale sintesi tra memoria del luogo e visione attuale, con l’obiettivo di reinterpretarne lo spirito originario attraverso un linguaggio gastronomico moderno, mantenendo un forte legame con il territorio vesuviano, i suoi prodotti e lo straordinario paesaggio che lo caratterizza.