Quostro firma il menu di SEMI26, l’appuntamento annuale di Cultura Italiae

Il bistrot porta i sapori e le eccellenze campane all’incontro annuale di Cultura Italiae, in programma a Napoli dal 23 al 25 ottobre. Un menu che unisce identità territoriale, ricerca e contaminazioni internazionali.

NAPOLI – La cucina di Quostro accompagna SEMI26, l’appuntamento annuale di Cultura Italiae che dal 23 al 25 ottobre riunirà a Napoli rappresentanti del mondo delle istituzioni, della cultura, dell’impresa e della società civile. Quostro, bistrot con sede negli spazi di FOQUS – Fondazione Quartieri Spagnoli, nel cuore della città, curerà la proposta gastronomica della cena prevista nell’ambito della manifestazione, quest’anno dedicata al tema Cultura è democrazia.

Un’occasione per portare a tavola una precisa idea di cucina: partire dal patrimonio gastronomico campano, valorizzarne le materie prime e reinterpretarle attraverso tecniche contemporanee e suggestioni internazionali.

Per SEMI26 Quostro propone un percorso costruito intorno a prodotti, sapori e contrasti. Dal riso fritto con verdure pickled alla pancia di maialino beneventano cotta a bassa temperatura, accompagnata da cardoncelli alla yakitori. Spazio poi alla polpetta con pane e confettura di pomodorino del Piennolo del Vesuvio, alla declinazione di friarielli e mandorle e al radicchio all’aceto di Xeres con composta di Melannurca Campana IGP. A chiudere, un craquelin al cioccolato fondente, zucca e peperoncino.

Una proposta nella quale ingredienti profondamente legati al territorio incontrano preparazioni e influenze di altre tradizioni gastronomiche, restituendo una Napoli capace di custodire la propria identità e, allo stesso tempo, confrontarsi con linguaggi diversi.

La partecipazione a SEMI26 si inserisce nel percorso di Quostro, bistrot aperto al pubblico anche al di fuori degli appuntamenti culturali ospitati negli spazi di FOQUS. Una realtà che, accanto alla quotidiana attività di ristorazione, dialoga con il contesto culturale in cui opera, favorendo occasioni di incontro tra cucina, arte, musica e progettualità internazionali e facendo del cibo anche uno strumento di relazione e conoscenza reciproca.

SEMI26 – Storie di Eccellenza, Merito e Innovazione celebra quest’anno i dieci anni del percorso di Cultura Italiae. Tre giornate di incontri e riflessioni sul ruolo della cultura nella costruzione della partecipazione democratica, della libertà e della convivenza civile. Un confronto tra esperienze e competenze diverse, che trova nella condivisione uno dei suoi elementi centrali.

Per il programma completo delle tre giornate, il riferimento è il sito di FOQUS – Fondazione Quartieri Spagnoli: www.foqusnapoli.it. In questo scenario, la presenza di Quostro attraverso la sua proposta gastronomica conferma il valore della cucina come espressione culturale del territorio, capace di raccontare Napoli anche a partire dai suoi prodotti, dalle sue tradizioni e dalle loro interpretazioni contemporanee.

Ornella Buzzone, la rivoluzione gentile del burger gourmet: al Public House di Caserta il panino è una storia da assaporare

Dalla passione per la cucina alla scelta coraggiosa di investire nel proprio futuro, fino a una proposta gastronomica che intreccia artigianalità, memoria e sperimentazione. A pochi passi dalla Reggia di Caserta, Ornella Buzzone ha costruito un’identità inconfondibile, rivendicando ogni giorno il proprio posto in un mondo della ristorazione che continua troppo spesso a declinarsi al maschile.

C’è chi sceglie un mestiere e chi, quasi senza accorgersene, finisce per riconoscersi completamente in ciò che fa. Nel caso di Ornella Buzzone, il percorso passa attraverso una cucina inizialmente coltivata per passione, un blog di ricette, una scommessa professionale e quella determinazione che serve quando un progetto smette di essere soltanto un lavoro e diventa una parte di sé.

Al Public House – Burger Gourmet, in via Gasparri, a Caserta, il panino non è un semplice contenitore di ingredienti. È un esercizio di composizione, un terreno sul quale misurare equilibri e contrasti, ma soprattutto un mezzo per raccontare qualcosa di personale. A partire dalla scelta delle materie prime, passando per le preparazioni artigianali, fino a quelle combinazioni capaci di sorprendere senza perdere il senso della misura, la cucina di Ornella si riconosce nella volontà di andare oltre la consuetudine.

Un approccio che trova una sintesi efficace nelle parole con cui la stessa Buzzone ha raccontato la propria storia: non sono stati soltanto i panini a essere una sua scelta, ma sono stati, in qualche modo, i panini a scegliere lei.

Una passione diventata impresa

Il percorso prende forma nel 2016, quando Ornella entra nel progetto di un pub appartenente a un amico. Alle spalle ha già un interesse concreto per la cucina e l’esperienza del blog Fatto in Casa è più Buono, spazio nel quale condivideva ricette, sperimentazioni e curiosità gastronomiche. Quella che poteva rimanere una passione personale comincia a trasformarsi in una possibilità professionale.

Ornella studia, si forma, approfondisce e porta progressivamente la propria visione ai fornelli. La cucina deve essere sua: non soltanto nel senso operativo del termine, ma come luogo in cui poter esprimere idee, gusto e personalità. Durante i primi due anni lavora come dipendente, occupandosi già della costruzione del menu e della ricerca dei prodotti. Nel frattempo, il locale comincia ad assomigliarle sempre di più.

Quando la società si scioglie e il progetto rischia di cambiare direzione, Ornella si trova davanti a una scelta decisiva. Rinunciare a qualcosa che sente ormai proprio oppure provare a prenderne le redini. Sceglie la seconda strada.

Si rivolge al padre, commercialista, chiedendogli di poter utilizzare i soldi che aveva messo da parte per il matrimonio. Una decisione che racconta molto più di un investimento economico: significa mettere in gioco un progetto di vita per difendere una visione professionale nella quale crede profondamente.

Nel 2018 rileva il locale e riparte da zero, acquistando tutto e occupandosi anche dell’arredamento. Il Public House diventa così uno spazio costruito intorno alla sua identità, al suo carattere prorompente e a un’idea di accoglienza che non separa la cucina dalla relazione con chi si siede a tavola.

Oggi il locale dispone di circa cinquanta posti. Una dimensione raccolta, nella quale il rapporto con l’ospite può mantenere una componente personale e diretta, lontana dall’idea del panino consumato distrattamente e in fretta.

La cucina al femminile, oltre gli stereotipi

C’è una questione che attraversa la storia di Ornella e che, ancora oggi, non può essere liquidata come un dettaglio secondario. Nonostante il lavoro svolto e l’identità costruita intorno al Public House, le capita ancora che qualcuno le chieda di poter parlare con il titolare.

È una scena apparentemente ordinaria, ma proprio per questo significativa. Perché racconta quanto possa essere radicata l’associazione tra autorevolezza professionale e figura maschile, soprattutto in un settore nel quale la cucina domestica è stata storicamente affidata alle donne, mentre la cucina professionale di alto profilo ha spesso riconosciuto maggiore visibilità agli uomini.

Ornella non ha bisogno di trasformare questa contraddizione in una dichiarazione di principio: la sua risposta è il lavoro. È aver costruito un’attività, averne definito il linguaggio gastronomico, aver scelto fornitori e ingredienti, aver sviluppato ricette riconoscibili e aver investito personalmente nel proprio futuro.

La sua è una storia di emancipazione concreta, fatta di decisioni economiche, responsabilità quotidiane e capacità di sostenere le proprie scelte anche quando sarebbe stato più semplice lasciare spazio ad altri.

In questo senso, il Public House è anche un’affermazione di autonomia. Non un progetto che si limita a occupare uno spazio nel panorama delle hamburgerie gourmet, ma un’impresa nella quale la personalità di chi la guida è parte integrante dell’esperienza.

La materia prima eccellente

La cifra gastronomica del Public House si costruisce attraverso una selezione attenta degli ingredienti e un lavoro di trasformazione che coinvolge direttamente la cucina.

Per la carne, Ornella si affida alla Macelleria Cillo, mentre il pane nasce dalla collaborazione con il panificio Rescigno, suo punto di riferimento per la realizzazione di un bun artigianale a lunga lievitazione. La ricetta è frutto di una ricerca condivisa, sviluppata per ottenere un pane morbido e leggero, capace di accompagnare il ripieno senza sovrastarlo.

È un dettaglio tutt’altro che marginale. In un burger ben concepito, il pane non è un elemento accessorio: determina la consistenza del morso, accoglie le salse, sostiene la carne e contribuisce all’equilibrio complessivo.

Ma la ricerca di Ornella non si ferma alla selezione dei fornitori. Confetture, salse, maionesi e numerose preparazioni vengono realizzate direttamente da lei. Anche le cotture di carne, formaggi e verdure sono parte di un lavoro che mira a valorizzare ciascun ingrediente, senza ridurlo a una semplice componente del ripieno.

È qui che il concetto di burger gourmet trova una declinazione personale: non nell’accumulo indiscriminato di ingredienti costosi o spettacolari, ma nella costruzione di un insieme nel quale ogni elemento abbia una funzione precisa.

I mini hot dog, una piccola sfida di equilibrio

La degustazione prosegue con due mini hot dog, una proposta che può sembrare più immediata rispetto ai burger d’autore, ma che richiede attenzione proprio per la sua apparente semplicità.

Il bun artigianale del panificio Rescigno, preparato con una lunga lievitazione, accoglie un wurstel artigianale di Cillo. Completano il panino la coleslaw di cavolo cappuccio, la salsa alla senape e miele, la cipolla croccante e i cetrioli marinati secondo la ricetta di Ornella.

La coleslaw porta freschezza e una consistenza vegetale; la senape introduce una nota pungente, mentre il miele ne ammorbidisce l’impatto. La cipolla croccante aggiunge una componente tostata e i cetrioli marinati contribuiscono con la loro acidità, utile a bilanciare la ricchezza del wurstel.

Il formato ridotto invita all’assaggio, ma non riduce l’attenzione riservata alla composizione. Anche in questa proposta, la differenza sta nella cura delle singole preparazioni e nel modo in cui vengono messe in relazione.

I mini hot dog non sono sempre disponibili: una ragione in più per considerarli una proposta da verificare al momento della visita.

CicoRock: il carattere della cucina, tra brie e cicoria

Se il Plum 2.0 lavora sull’incontro tra frutta, erbe aromatiche e formaggio, il CicoRock sceglie una strada più decisa, nella quale la componente vegetale incontra la ricchezza degli ingredienti di origine animale.

Anche qui la base è un hamburger di 200 grammi di Chianina IGP. A completarlo sono la maionese secondo la ricetta Public, il brie, la cipolla caramellata, la crema di lardo della selezione Cillo, le mandorle tostate e salate e la cicoria ripassata.

È una costruzione gastronomica nella quale la cremosità del brie e la componente grassa della crema di lardo dialogano con la dolcezza della cipolla caramellata. La cicoria, con il suo profilo amaricante, introduce invece una tensione necessaria, dando profondità al morso e contrastando la ricchezza degli altri ingredienti.

Le mandorle completano la composizione con una nota croccante, mentre la maionese contribuisce a legare gli elementi senza cancellarne le differenze.

Il CicoRock mostra un altro aspetto della cucina di Ornella: la capacità di lavorare con ingredienti dal carattere deciso, cercando un equilibrio che non significhi necessariamente delicatezza, ma consapevolezza delle proporzioni.

Plum 2.0: il ricordo dell’estate dentro un panino

Tra le proposte degustate, il Plum 2.0 è quella che restituisce con maggiore evidenza il legame tra cucina e memoria.

La ricetta parte da un hamburger di 200 grammi di Chianina IGP, accompagnato da pecorino, confettura di prugne al rosmarino, radicchio grigliato, mandorle tostate e salate e maionese artigianale alla menta.

La confettura è preparata da Ornella e conservata per poter ritrovare durante l’anno il ricordo di una stagione precisa. Le prugne vengono lasciate riposare per tutta la notte con zucchero e cannella, prima di essere cotte sulla brace. Una lavorazione che restituisce alla frutta una profondità aromatica particolare, tra dolcezza, note speziate e sentori di cottura.

L’incontro con il pecorino avellinese aggiunge sapidità e carattere, mentre il radicchio grigliato introduce una nota amaricante che impedisce alla componente dolce di prendere il sopravvento. Le mandorle tostate e salate contribuiscono con la loro croccantezza; la maionese alla menta, infine, porta freschezza e una sfumatura aromatica che alleggerisce l’insieme.

Il risultato è un panino costruito per contrasti: dolce e sapido, morbido e croccante, intenso e fresco. La carne fornisce la struttura, ma sono soprattutto gli elementi vegetali e le preparazioni artigianali a definire la personalità della ricetta.

Il nome Plum 2.0 suggerisce un’evoluzione, ma il suo centro rimane un ricordo estivo. Ornella lo trasforma in un’esperienza gastronomica disponibile anche al di fuori della stagione in cui nasce, affidando alla conservazione della confettura il compito di trattenere profumi e suggestioni.

È un modo di fare cucina che parla di tempo, di gesti e di memoria: ingredienti che non sempre compaiono in una lista, ma che possono fare la differenza tra una ricetta assemblata e una ricetta pensata.

La degustazione come racconto condiviso

Al Public House esiste anche la possibilità di trasformare la scelta di un singolo panino in una piccola degustazione. Con un supplemento di tre euro a persona, è possibile assaggiare più proposte servite tagliate, con piatti dedicati e una spiegazione delle ricette.

A raccontarle è la stessa Ornella, che lascia per un momento la cucina per accompagnare gli ospiti nella lettura dei propri burger.

È un aspetto importante dell’esperienza, perché restituisce al panino la sua dimensione narrativa. Gli ingredienti non arrivano a tavola come una lista da decifrare autonomamente: vengono presentati attraverso le scelte che li hanno messi insieme, le lavorazioni che li caratterizzano e le ragioni di un abbinamento.

In una cucina che fa della personalizzazione il proprio tratto distintivo, il dialogo con il cliente diventa parte del servizio e contribuisce a rendere l’assaggio un’esperienza più consapevole.

Anche la proposta beverage partecipa alla costruzione dell’esperienza. Ad accompagnare il percorso, il cocktail PUBLIC, ideato da Juliani, che riunisce succo di lime, sour, menta, vodka liscia, rum al cocco e acqua tonica.

La composizione si muove tra note agrumate e freschezza erbacea, con il lime e la menta a definire il profilo più immediato, mentre la componente al cocco aggiunge una sfumatura esotica. La tonica completa il drink con la propria effervescenza e una nota amaricante.

È una proposta che si inserisce nella dimensione conviviale del locale, accompagnando una cucina nella quale la varietà degli ingredienti e la ricerca degli abbinamenti costituiscono il filo conduttore.

Vegetariani, vegani e senza glutine: l’attenzione alla scelta

La ricerca gastronomica del Public House non si esaurisce nelle proposte a base di carne. Fonti gastronomiche dedicate al locale documentano anche alternative vegetariane e vegane, oltre alla possibilità di scegliere un bun senza glutine.

Tra le proposte vegetariane compare il Veggie Burger, con un burger di spinaci e ceci, insalata di cavolo e verza, maionese al curry, anacardi, stracciata e pomodorino confit. Una composizione che mette al centro ingredienti vegetali, consistenze diverse e una componente aromatica affidata al curry.

Il riguardo alle diverse esigenze alimentari amplia le possibilità di scelta e conferma la centralità del lavoro sulle ricette.

Public House, una cucina che porta la firma di chi la crea

A pochi passi dalla Reggia di Caserta, il Public House ha costruito nel tempo una propria riconoscibilità attraverso una proposta che unisce il linguaggio informale del pub alla ricerca gastronomica.

La sua identità non risiede soltanto nelle dimensioni dei burger o nella varietà dei ripieni, ma nel lavoro che precede il servizio: la selezione delle materie prime, il rapporto con i fornitori, le preparazioni realizzate in casa e la volontà di trasformare ogni panino in una combinazione ragionata.

La storia di Ornella Buzzone aggiunge a questo percorso una dimensione personale. C’è la passione iniziale, poi la scelta di investire i risparmi destinati a un’altra fase della vita, infine il coraggio di rilevare un’attività e ricostruirla secondo la propria visione. E c’è, ancora oggi, la necessità di affermare un’autorevolezza che il lavoro ha già dimostrato, ma che non sempre viene riconosciuta al primo sguardo.

Il risultato è un locale nel quale la cucina non è separabile dalla persona che la guida. Un panino può essere molto più della somma dei suoi ingredienti, purché dietro ci siano una visione, una tecnica e qualcuno disposto a metterci la propria firma. Al Public House, quella firma è di Ornella Buzzone e del suo staff tutto al femminile.

Napoli vista dall’alto: quando fare colazione diventa un piccolo lusso (a portata di tutti)

Una terrazza, il mare, il Vesuvio e Capri all’orizzonte. Al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo la colazione diventa un rito lento, da vivere senza fretta, godibile anche dai clienti esterni della struttura ad un costo molto contenuto

Napoli è la classica città che ti ammalia senza chiederti il permesso. Ti mette davanti il mare, il Vesuvio, Castel dell’Ovo e, quando meno te lo aspetti nelle giornate serene, anche Capri. Tutto così vicino, tutto così intenso, tutto tremendamente bello.

Godere di tanta meraviglia è già un lusso. Farlo da una delle terrazze panoramiche più suggestive della città, ancora di più.

Al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo la colazione non è semplicemente il momento in cui si prende un caffè prima di iniziare la giornata. È un rito. E qui, a quanto pare, lo prendono molto sul serio.

La terrazza si apre sulla città con una vista che sembra quasi una cartolina, ma senza filtri: Napoli davanti agli occhi, il Vesuvio a fare da guardiano, il mare che si allunga fino all’orizzonte e il profilo di Capri che, nelle giornate limpide, compare in lontananza come una stella caduta in mare.

E allora ci si siede

La città corre veloce sotto i piedi, mentre qui tutto sembra avere un altro ritmo. Grandi vetrate, luce, panorama e una colazione pensata per essere gustata con calma.

Si parte dalla frutta fresca, si passa alle torte e alle brioche, poi arrivano waffle e pancake. Una tentazione dopo l’altra, mentre il caffè caldo accompagna quello che dovrebbe essere semplicemente l’inizio della giornata e che, invece, rischia di diventare il momento migliore.

Perché c’è qualcosa di profondamente napoletano nel fermarsi davanti alla bellezza

Forse è proprio questo il vero lusso: avere il tempo di guardare.

Osservare il mare, riconoscere il Vesuvio, cercare Capri all’orizzonte e lasciare per qualche minuto che il telefono, le riunioni, gli appuntamenti e la città possano aspettare.

La terrazza del Renaissance Naples Hotel Mediterraneo è aperta alla colazione anche agli ospiti esterni su prenotazione al costo particolarmente interessante di 20 euro a persona, oltre a essere uno spazio ideale per eventi e occasioni speciali.

E se una riunione di lavoro deve proprio iniziare, tanto vale farlo davanti a questo panorama.

Napoli, dopotutto, sa rendere speciale anche una semplice colazione. E qui, tra un caffè e una brioche, diventa quasi impossibile avere fretta.

Chi non conosce il Vesuvio?

Uno dei vulcani più famosi al mondo, la cui massiccia presenza non può essere ignorata da chiunque attraversi la Campania. Il Vesuvio si mostra con un volto sempre diverso a seconda della prospettiva  da cui lo si guarda: viaggiando da nord, il suo profilo è visibile già da Capua, nelle dolci forme boscose del Monte Somma; man mano che si scende verso sud, lungo i comuni del Miglio d’Oro e proseguendo poi internamente verso est, la vista è dominata dal tipico cono brullo e terragno che mai perde la maestosa imponenza che lo caratterizza.

Il Vesuvio ha “tiranneggiato” per secoli questo territorio con le sue periodiche eruzioni (l’ultima nel 1944) e continua a dominarlo: vulcano ancora attivo anche se in stato quiescente, è l’esempio più evidente di natura al tempo stesso sterminatrice e generosa. Nota infatti è la fertilità del suolo di questa Regione, anche per questo motivo definita in passato Campania Felix.

Al Gigante campano e ai suoi vini è stato dedicato un focus di due giorni, Vesuvio Wines Experience Tour, un approfondimento dettagliato sul terroir Vesuvio nel senso più ampio del termine: territorio, produzione vitivinicola e agricola, storia e tradizioni. Due masterclass, la visita al cono del Vesuvio, alla Villa Augustea di Somma Vesuviana, alle vigne di produzione, l’incontro diretto con i produttori hanno caratterizzato la due giorni organizzata dal Consorzio Vini Vesuvio per stampa nazionale ed estera.

Sebbene disciplinati a partire dal 1983, molte sono le evidenze archeologiche che mostrano come in questo territorio la produzione vinicola fosse già attiva e prolifica in epoca romana.

Ne sono testimonianza esempi di ville rustiche completamente dedicate alla produzione del vino, come Villa Regina – inclusa nel complesso archeologico di Pompei emerso a partire dal 1748 – o il più recente ritrovamento, avvenuto sul versante opposto del Vesuvio, la Villa Augustea di Somma Vesuviana. È oggi acclarato che proprio il versante nord est del Vesuvio, rispetto al più noto binomio Pompei-Ercolano, avesse una rilevanza maggiore nell’economia del territorio, all’interno del triangolo costituito dagli importanti centri di Capua, Napoli, Nola.

La grande villa suburbana era dedicata a Bacco, divinità legata al vino, il cui culto, insieme a quello di Cerere – la divinità delle messi- era molto radicato sul territorio, a rappresentare le due colture più praticate: vite e grano. Nell’ultima fase di attività prima dell’eruzione del 472 d.C., che ne fece perdere definitivamente le tracce, la villa era una cantina di produzione vinicola, come appare evidente non solo dal cellaio con le tipiche anfore di terracotta, ma da altri elementi che hanno permesso di ricostruire tutte le fasi di produzione del vino. Ancora oggi, ci ha spiegato il professor Ferdinando De Simone, archeologo e sommelier, esperto di economia e viticoltura antiche, a capo della missione archeologica, alcune festività di quest’area vesuviana legate alla vendemmia ricalcano in molti aspetti le processioni che si facevano in onore di Bacco, a significare un legame mai dissolto tra viticoltura, territorio e popolazione locale. 

Oggi, la moderna produzione di vini vesuviani si distribuisce tra una DOP, la Vesuvio, e due IGP, Catalanesca del Monte Somma e Pompeiano, ed è valorizzata dal Consorzio Tutela Vini Vesuvio che, attivo dal 2015, conta 400 ettari di vigne e raggruppa 114 consorziati tra coltivatori-conferitori, imbottigliatori e cantine di produzione. Queste ultime sono 35 sul totale delle altre tipologie di consorziati: proporzione che fotografa in maniera chiara lo sviluppo di un territorio a vocazione fortemente agricola e la sua evoluzione in forme strutturate e complete non solo di produzione vinicola ma, in alcuni casi, anche di ricettività eno-turistica. Un cammino in fieri, iniziato per affermare una produzione qualitativa – non sempre riconosciuta in passato- attraverso la costituzione del consorzio e la revisione del disciplinare Vesuvio DOC, che ha principalmente valorizzato i vitigni autoctoni dell’areale.

La base ampelografica è costituita nei bianchi da due uvaggi precipui del Vesuvio, caprettone e catalanesca, oltre che da coda di volpe, falanghina e greco; mentre tra i rossi troviamo in prima fila il piedirosso, seguito da aglianico, sciascinoso e olivella.

Da un punto di vista geologico, invece è corretto parlare di complesso Monte Somma-Vesuvio. Il Monte Somma è la parte più antica del vulcano, che prima dell’eruzione del 79 d.C. era un unico blocco con l’attuale cono; rappresenta il versante nord/nord-est del complesso, quello più fresco e boschivo, costituito da suoli vulcanici più complessi, con una percentuale argillosa; copre  tra il 20% e il 25% degli ettari di produzione. La parte Vesuvio invece è costituita dal cono emerso dopo l’eruzione del 79 d.C., quindi di formazione più recente, ed è costituito da suoli completamente vulcanici, di sabbie e ceneri; copre il 75% – 80% degli ettari di produzione.  La presenza di suoli vulcanici permette di preservare vigne a piede franco, talvolta ancora riprodotte attraverso la tecnica della propaggine, localmente chiamata calatura o pass annanz.

Partendo proprio da questa macro differenziazione è stato possibile suddividere l’intero territorio del complesso Monte Somma -Vesuvio in quattro quadranti, allo scopo di poter definire al meglio le caratteristiche dei vini prodotti e comprenderne le differenze, come apparso evidente nelle masterclass di approfondimento.

Un ulteriore passo avanti nella valorizzazione dell’areale, grazie a una nuova generazione di produttori, capace al contempo di mantenere vivo il patrimonio storico-agricolo tradizionale, che rende la viticoltura di questo territorio unica. Perché come scriveva la scrittrice Maria Orsini Natale: “Il Vesuvio è della gente che gli dorme sul cuore.”

Bedin 1862, il ritorno di una storica insegna genovese con la firma di Andrea Serra

Lunedì 28 settembre ho partecipato a un press lunch da Bedin 1862, in Piazza Dante, a Genova, per conoscere da vicino il progetto di Andrea Serra. Chef e pizzaiolo genovese, Serra ha riportato in vita una delle insegne storiche della città con un’idea ben precisa: proporre una cucina legata alle tradizioni liguri, ma capace di parlare al presente.

Inaugurato il 23 aprile 2026, Bedin 1862 nasce da una storia personale fatta di famiglia, radici ed esperienze maturate lontano da Genova. Dopo aver lavorato in diverse realtà europee e aver gestito attività in Sardegna, Serra è tornato nella sua città con l’obiettivo di creare un luogo che lo rappresentasse pienamente.

La passione per la cucina nasce in famiglia. Mamma e nonna cucinavano e il contatto con i fornelli arriva fin da bambino. Con il tempo, però, cresce la voglia di confrontarsi con realtà diverse e di ampliare il proprio bagaglio professionale. “Sentivo il bisogno di contaminazione”, racconta lo chef.

Da qui le esperienze all’estero e successivamente il trasferimento in Sardegna, terra natia del padre, dove Serra sviluppa una filosofia gastronomica basata su materie prime selezionate, lavorazioni artigianali e preparazioni realizzate internamente.

Tra Porto Cervo e Santa Teresa di Gallura prende forma un progetto articolato: catering per yacht e gommoni nella località della Costa Smeralda e un ristorante-pizzeria affacciato sulla piazza principale di Santa Teresa, con vista sulla Corsica.

È qui che nasce concretamente la filosofia che ancora oggi caratterizza la sua cucina. Nel pieno dell’epoca delle preparazioni industriali e delle basi pronte, il ristoratore sceglie infatti la strada opposta, quella di produrre tutto internamente.

Verdure locali, carni del territorio, preparazioni realizzate da zero e una cucina che torna a fare ciò che un tempo era normale: cucinare davvero. Una scelta impegnativa, ma che negli anni si rivela vincente.

Lo chef racconta che tra il 2014 e il 2015 nasce un’altra grande passione: il mondo dei lievitati.

Intraprende così un percorso di approfondimento che lo porta a confrontarsi con alcuni tra i più importanti professionisti italiani del settore. Frequenta corsi e masterclass, studia tecniche e metodologie, ma con un obiettivo preciso: non replicare modelli esistenti, bensì trovare una propria voce.

“Dovevo capire cosa pensassero loro per riuscire a fare quello che volevo fare io”

Un improvviso problema familiare interrompe l’esperienza sarda, costringendolo a rientrare rapidamente in Liguria.

L’occasione arriva con l’acquisizione dello storico immobile che oggi ospita il Bedin 1862. Due anni di lavori, pratiche burocratiche, autorizzazioni e vincoli architettonici trasformano il percorso in una vera maratona.

Apertura rinviata più volte, ma mai abbandonata. Il risultato vede la luce il 23 aprile 2026.

Il cuore del progetto è una cucina che recupera sapori, tecniche e gesti della tradizione familiare ligure. Quella che lui chiama cucina del ricordo. Qui si prepara ancora il pesto come una volta, si realizzano internamente salse e fondi, si lavorano direttamente le materie prime.

Tra le proposte più rappresentative spiccano il latte brusco, la panissa nella sua versione più autentica, le acciughe del consorzio di Sestri Levante e una selezione di fritti liguri che raccontano l’autentico patrimonio gastronomico ligure.

Tra le proposte più originali figura il minestrone fritto, ispirato a una tradizione domestica ligure legata al recupero degli avanzi. Al Bedin 1862 viene servito in tre bocconi, trasformando una preparazione semplice in una proposta contemporanea

La filosofia del Bedin 1862 si estende anche alla selezione delle materie prime. Serra ha scelto di costruire una rete di collaborazioni con produttori locali che condividono la stessa visione.

Tra i fornitori figura Rosso Carne, macelleria attiva nella valorizzazione della razza bovina Cabannina. Completano la rete di collaborazioni piccoli produttori di frutta e verdura, raccoglitori di funghi e il consorzio di pescatori di Sestri Levante per la fornitura delle acciughe.

Accanto alla proposta gastronomica, un ruolo importante è affidato ai lievitati. Pizza, focaccia, pala romana e padellino fanno parte di un’offerta che riflette gli anni di studio e ricerca dedicati da Serra a questo mondo. Tra le proposte spicca una margherita costruita su diverse lavorazioni del pomodoro San Marzano.

Il piatto che più rappresenta la sua idea di cucina resta però il coniglio alla ligure, cotto lentamente a bassa temperatura per 16/18 ore per valorizzarne consistenza e sapore e, come dice lo chef, da mangiare senza l’uso del coltello.

Terminato il racconto di Andrea Serra e della filosofia che guida il progetto Bedin 1862, è arrivato il momento di passare dalla teoria alla pratica. Il pranzo degustazione ha offerto l’occasione di assaggiare alcuni dei piatti più rappresentativi della sua cucina.

Iniziamo con l’apertura di benvenuto, ci destreggiamo tra minestrone fritto, latte brusco all’esterno dorato e croccante, con un cuore morbidissimo e panissa dorata e fragrante si passa poi all’acciuga fritta, focaccetta al formaggio e mini burger servito ancora fumante in una coppa di vetro.

Il percorso pizza racconta bene l’importanza che i lievitati hanno per lo chef.

Tutto nasce dalla farina intera Varvello, scelta per il suo basso indice glicemico e le sue caratteristiche uniche. Dalla semplicità della Marinara e della Margherita si arriva a un Padellino decisamente con tartare di Cabannina, fonduta di blu e pesto.

Archiviato il capitolo pizza, che da solo meriterebbe una sosta più lunga, arriva il momento del poker di primi: trenetta avvantaggiata al pesto; trenetta avvantaggiata salsa di pinoli (avvantaggiata perchè l’impasto è fatto da farina bianca con l’aggiunta di farina integrale); pansotti alla salsa di noci; ravioli au tuccu tipico sugo di carne genovese.

Lasciati alle spalle i primi, che ci hanno accompagnato tra tradizione e interpretazioni contemporanee, arriva lui, il piatto che forse più di ogni altro racconta la Liguria dell’entroterra: il celebre coniglio alla ligure, una carne tenerissima, cotta a bassa temperatura.

Il percorso si avvia verso il finale: un pre-dessert cioccolatino blu fondente e arancio, fresco e delicato e il dessert vero e proprio il Babbamisù (un babà che racchiude la crema del tiramisù).

I vini hanno accompagnato l’intero percorso degustazione, dall’apertura di benvenuto fino al Babbamisù finale. Una sequenza di calici pensata per sostenere la cucina dello chef, creando armonia tra i sapori.

Se passate da Genova, vale la pena fermarsi da Bedin dal 1862. Per assaggiare una cucina che parte dalla tradizione ligure, la rispetta e la propone in una chiave attuale, senza complicazioni inutili.

Prosit!

Bedin dal 1862

Piazza Dante, 52, 16121 Genova GE

info@bedindal1862.it

+39 010 0013439

È da poco finita la quinta edizione del Trentodoc Festival a Trento, in collaborazione con il Corriere della Sera

Un Festival sicuramente unico nel suo genere, affiancato da decine di piccoli eventi mirati diffusi sul territorio, sia nello splendido centro cittadino di Trento sia nelle cantine che circondano il capoluogo.

Per una persona soltanto è quasi impossibile viverli tutti, ma con un po’ di organizzazione gli amanti del vino – e delle bollicine di montagna in questo caso – possono dedicarsi ad eventi dalle indubbie soddisfazioni.

Nei tre giorni di festival si susseguono infatti vari Wine Talks, curati da Luciano Ferraro, direttore artistico del festival e vicedirettore del Corriere della Sera. In queste occasioni si affrontano anche quest’anno temi che riguardano direttamente il mondo del vino, come ad esempio i nuovi modelli di consumo o la managerialità in vigna.

Gli appassionati hanno potuto anche godere di vere e proprie masterclass, iscrivendosi ai Trentodoc Tasting, degustazioni di prodotti d’eccellenza tenute dai migliori sommelier d’Italia degli ultimi anni. Qui non mancano sicuramente bottiglie che difficilmente stappiamo tutti i giorni, spiegate con maestria e semplicità dai sommelier chiamati dal festival e servite dai sommelier AIS con una professionalità impeccabile.

Personalmente ho partecipato all’ultima degustazione in ordine temporale, la domenica pomeriggio, guidata da Stefano Berzi, che, in un evento alla portata di tutti, ci ha preso per mano portandoci nel meraviglioso mondo di sei etichette di Trentodoc, partendo da un Underwater per arrivare a una Riserva con lunga permanenza sui lieviti, passando per un rosato, un Blanc de Noir, un sapido Brut e un’altra Riserva.

Anche questa degustazione, come le altre, si è tenuta in una location d’eccezione. Eravamo infatti in una splendida sala finemente affrescata all’interno di Palazzo Bortolazzi, attualmente sede della SOSAT, in pieno centro a Trento. La scelta eventi in palazzi storici permette quindi ai wine lovers, ma anche agli stessi abitanti di Trento,di conoscere anche parte del patrimonio storico ed artistico della città dei Principi Vescovi.

La possibilità di approfondire ciò che circonda il mondo delle bollicine continua con le Sparkling Stories, a cura di Roberta Scorranese e Manuela Croce, caporedattrice e vicecaporedattrice della redazione Eventi Culturali e Inserti Speciali, sempre del Corriere della Sera, che curano questi incontri portando al festival personaggi che hanno parlato del mondo del vino in base alle loro esperienze.

Le Cooking Tales, invece, hanno portato famosi chef non solo a parlare di bollicine di montagna, sostenibilità e fine dining, ma anche a far assaggiare agli ospiti le loro creazioni, abbinate sapientemente ad alcuni Trentodoc.

Bisogna però dire che il clou del festival restano le Esperienze Trentodoc in cantina. Le cantine aderenti, infatti, organizzano eventi direttamente nelle loro sedi, che spaziano dall’aperitivo ai voli in elicottero sulle vigne, da abbinamenti a volte arditi a prove tecniche di sboccatura, fino a cene con degustazione.

Ho partecipato proprio a uno di questi eventi, una degustazione speciale abbinata ad una cena altrettanto speciale , ambientata nella splendida Villa Margon, di proprietà della famiglia Lunelli  delle Cantine Ferrari. La cena, paradisiaca, era abbinata alla degustazione di annate dell’“Archivio di Famiglia”, in formato Magnum, di alcuni dei migliori Trentodoc della Cantina Ferrari, che hanno fatto del riposo sui lieviti la loro caratteristica distintiva.

Spumanti Metodo Classico a dir poco favolosi, abbinati a pietanze che hanno dietro studi sia sulle cotture sia sugli abbinamenti di sapori, il tutto in un’atmosfera da Mille e una notte. Un festival atipico ma di sicuro interesse sia per la portata degli eventi che della materia prima, senza dimenticare che è un festival non solo per gli addetti del settore ma per chiunque sia appassionato di spumanti o semplicemente di buon bere.

International Coffee Forum, si chiude con oltre 3000 presenze per la II edizione: “Napoli agorà del dibattito tra mercati globali e nuovi consumi”

Oltre venti eventi, 14 premiati, un dibattito collettivo sulla filiera dal chicco alla tazzina che si è trasformato in una festa del caffè e una sua celebrazione.

NAPOLI – Si è chiusa con oltre 3000 presenze, doppiando le 1.500 della prima edizione, la seconda edizione dell’International Coffee Forum, che l’1 e il 2 ottobre ha portato tra i massimi esponenti e interpreti della filiera del caffè italiano al Palazzo dell’Immacolatella Vecchia, iconica location sul Molo Angioino nel porto di Napoli. 

Oltre venti gli appuntamenti nell’intensa due giorni (che quest’anno coincide con la Giornata Internazionale del Caffè) tra panel, showcase, masterclass, presentazioni di libri e spettacoli. Il tutto si è svolto con il patrocinio del Comune di Napoli e dell’Università degli studi di Napoli Federico II e con l’ospitalità dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale. La giornata conclusiva è stata segnata dal congedo della madrina María Ysabel Balbuena. La fondatrice e presidente di ADOMUCA, l’associazione che nella Repubblica Dominicana ha portato le coltivatrici di caffè alla proprietà della terra, al reddito e alla partecipazione alle decisioni, ha tenuto una lezione agli studenti delle scuole del territorio e ha avuto modo di condividere la sua storia. Applaudita a lungo dai giovani studenti napoletani, prima di ripartire, ha firmato la bandiera dominicana che ha donato alla manifestazione. Il giorno precedente aveva tagliato il nastro del Forum e ricevuto l’Award speciale «per il ruolo svolto nella valorizzazione e nella promozione delle donne lungo tutta la filiera del caffè».

Nei sei panel congressuali, moderati dal direttore di Horeca News Fabio Russo, oltre ventiquattro relatori si sono confrontati su export e mercati globali, sul bar come luogo di relazione con il pubblico, su qualità e certificazione, sul consumo domestico, sugli effetti del caffè sulla salute e sulla sostenibilità della filiera. Al tavolo, tra gli altri, Enrico Vergnano, Mario Rubino di Kimbo, Andrea Zocchi di Caffitaly, Nicola Mastromartino di Caffè Motta e Ciro Lollo di Lollo Caffè. Alessandro Borea, presidente dell’Istituto Espresso Italiano, ha presentato il report “Il Bar Ideale”, secondo cui oltre la metà degli italiani consuma caffè al bar due o tre volte a settimana e il 58% sceglie il banco. Il programma ha alternato ai panel altri tre filoni. Quello tecnico ha portato gli showcase “L’Italia in un caffè” dello storico del caffè Guglielmo Campajola e del noto performer Gianni Cocco, che hanno reinterpretato otto caffè di altrettante città italiane, e le cinque masterclass della campionessa mondiale di Latte Art Carmen Clemente, di cui una ‘regalata’ a sorpresa agli studenti accorsi al secondo giorno di manifestazione. Quello editoriale ha proposto i volumi “Dietro al banco: il metodo Gianni Cocco” e “Liberi di diventare” di Mauro Cipolla e Igles Corelli con il contributo del dottor Mauro Mario Mariani. Lo spettacolo, infine, è andato dall’omaggio a Pino Daniele a cinquant’anni da “‘Na tazzulella ‘e cafè”, affidato a Stani Roggiero e ai Bottari della Cantica Popolare, al tango al tramonto di “El último café” su coreografia di Francesco Somma, fino al Café Chantant portato ai giorni nostri tra blues, soul e jazz in una tazza grazie ad Antonio Carluccio, e alla lettura dei fondi di caffè proposta da Maurizio Caso Panza.

Quattordici gli ICF Award 2026, consegnati tra la conferenza stampa di presentazione e la serata finale. Oltre a María Ysabel Balbuena, sono stati premiati il Gran Caffè Gambrinus, Caffè Moreno alla memoria del fondatore Ferdinando Percuoco, Michele Pepe di Cilentum Dessert per il “PanCaffè”, Lollo Caffè e Caffè Motta nei rispettivi venticinquennali, Brita per i sessant’anni, Cronache di Napoli / Cronache di Caserta per i trent’anni di giornalismo, Caffitaly, Mario Rubino per Caffè Kimbo, Eliseo Cuccaro per aver accolto il Forum nel porto di Napoli, Stani Roggiero e i Bottari della Cantica Popolare, Francesco Somma e il CEO di Caffè Toraldo Marco Simonetti.

Nel lasso di tempo in cui si è svolto il Forum, si sono consumate 141.617.584 tazzine di caffè in Italia e 5.666.661.779 nel mondo. Questi i numeri su cui si è fermata l’installazione multimediale Coffee ‘n Time! Ideata da Big Mama con AdHub Media. 

«Il risultato che più ci rende orgogliosi è aver trasformato Napoli in un’agorà del caffè e che per due giorni l’intera filiera si è seduta allo stesso tavolo. Chi coltiva in America Latina, chi tosta ed esporta, chi progetta le macchine, chi forma i baristi e chi la tazzina la serve ogni mattina si è confrontato su mercati, qualità, salute e sostenibilità. È la funzione che vogliamo dare al Forum: un luogo da cui le imprese del caffè guardano ai mercati internazionali partendo da Napoli, la città che del caffè ha fatto un tratto della propria identità», ha commentato Casimiro Lieto, patron dell’iniziativa. Poi il pensiero alla madrina: «Mi porto via l’immagine di María Ysabel Balbuena davanti ai ragazzi delle nostre scuole, a cui ha portato la testimonianza delle coltivatrici che per decenni hanno lavorato il caffè senza possedere la terra né avere voce, e che oggi guidano cooperative. La sua firma sulla bandiera dominicana, che da oggi appartiene alla storia del Forum, unisce le piantagioni dei Caraibi a questo porto, da cui il caffè arrivava a Napoli. Qui il caffè è tornato a essere una festa, e insieme un’occasione di conoscenza».

«Crediamo che la conoscenza sia il primo passo per dare valore al caffè», rimarca Roberto Nocera, dg de La San Marco (main partner dell’evento) e presidente UCIMAC (Unione Costruttori Italiani Macchine del Caffè). «Conoscere il caffè significa non considerarlo semplicemente una bevanda: significa scegliere con maggiore consapevolezza il caffè che beviamo. Un caffè che deve essere buono, sicuramente, ma anche ‘pulito’. Declinando questo concetto nel nostro settore, quello delle macchine da caffè, per noi un caffè pulito significa sostenibilità lungo l’intero ciclo di vita della macchina: nella progettazione, nella costruzione, nell’utilizzo e nella gestione a fine vita. Questa è la visione che vogliamo portare avanti insieme al Forum: qualità in tazza, innovazione e responsabilità in tutto ciò che rende possibile quella tazza di caffè».

«Abbiamo partecipato al Forum perché il caffè napoletano ha bisogno di luoghi in cui la filiera possa dialogare: dal produttore al torrefattore, da chi progetta le macchine a chi forma i baristi», aggiunge Marco Simonetti, ad di Toraldo (official coffee dell’evento). «In questi due giorni sono emersi temi decisivi per un’azienda: la tracciabilità della materia prima, la sostenibilità e la crescita del consumo domestico. Per noi il bar resta centrale, perché è lì che prende forma la cultura dell’espresso ed è lì che bisogna investire nella formazione: una buona miscela acquista valore se chi sta al banco sa valorizzarla. Portare questa tradizione sui mercati esteri significa raccontarla con un linguaggio contemporaneo, senza snaturarla. Il riconoscimento ricevuto lo dedico a chi lavora con noi ogni giorno e a chi, prima di noi, ha costruito la storia di Toraldo: alla mia famiglia».

«Ringraziamo vivamente l’International Coffee Forum per averci investito in questo progetto. La nostra presenza era praticamente d’obbligo», chiude Fulvio Di Santo, fondatore di Didiesse (official coffee pod machine dell’evento). «Attraverso la nostra realtà e attraverso queste manifestazioni di eco nazionale e internazionale puntiamo a far capire l’attenzione e la volontà di far crescere la cultura della cialda anche in Area 1 e Area 2. Speriamo di essere stati d’esempio in termini di attenzione e maniacalità che permette oggi all’industria campana di settore di attestarsi con quote elevate sul mercato nazionale».

Resort Riva degli Etruschi diventa Casa Slow Food Costa degli Etruschi

L’alleanza tanto voluta dal compianto Carlo Petrini ha portato ottimi frutti in giro per l’Italia. Un po’ ovunque la cultura del buon cibo, del territorio e delle materie prime rispettose del concetto di sostenibilità hanno trovato riparo all’interno di ristoranti e strutture ricettizie sensibili al tema.

Mai però si era arrivati a considerare la nascita di una rappresentanza Slow Food in un resort grande quanto un borgo, totalmente autonomo e indipendente con annessa realtà ortofrutticola e vitivinicola. Riva degli Etruschi, storico resort sulla costa di San Vincenzo, diventa così Casa Slow Food Costa degli Etruschi nel percorso comune assieme all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (UNISG).

Il Mariva Dune, uno degli outlet gastronomici a disposizione del complesso, offrirà gli spazi idonei per assemblee, conferenze, formazione e incontri richiesti dalla Condotta Slow Food Costa degli Etruschi. Il Presidente Sandro Tucci ed uno dei soci del Resort di San Vincenzo, Jacopo Lisi, commentano a caldo: «Il rapporto di fiducia oggetto di questo accordo fondamentale per la Comunità nasce nel 2020 e prosegue con la presentazione della Guida di settore e di altre iniziative a supporto dei produttori locali». Il direttore commerciale di Riva degli Etruschi Vieri Mantelli non può che esprimere soddisfazione per un “ecosistema virtuoso, caratteristica di unicità non solo in Toscana”.

Non si guarda al costo, ma all’identità, alla salvaguardia di quelle piccole eccellenze di cui il Belpaese è pieno; la vera soddisfazione arriverà dalla creazione di una serie di experience che porranno l’ospite al centro della natura, respirando l’aria positiva e salubre del contatto con la terra, della visione del contadino e di un approccio radicale allo stress eccessivo delle giornate in città. La partecipazione a Terra Madre Salone del Gusto rappresenta un ulteriore tassello di crescita in tal senso per una realtà con oltre 60 anni di storia, immersa in 35 ettari di parco sulla costa di San Vincenzo.

Alle oltre 400 sistemazioni e a un chilometro di spiaggia privata si affiancano, infatti, ristorazione, agricoltura biologica, produzione vinicola e olivicola; attività diverse che negli anni sono state integrate in un progetto unitario, con l’obiettivo di creare un rapporto sempre più stretto tra ospitalità, territorio e produzione agricola.

Uno dei simboli di questo percorso è il Carciofo Violetto della Val di Cornia, storica coltivazione del territorio tutelata ufficialmente dal 2022 dalla Comunità Slow Food. La Tenuta Guardamare di Riva degli Etruschi è tra le sole quattro aziende a coltivare questa varietà che utilizza nelle cucine del resort, tra San Vincenzo e Baratti, dove vengono coltivati con metodo biologico grani antichi e ortaggi destinati alle cucine della struttura.

Accanto all’orto si sviluppa il progetto vitivinicolo di Riva degli Etruschi, con 6 ettari di vigneti e una produzione che si avvale della consulenza enologica di Attilio Pagli. L’obiettivo è quello di accorciare sempre più la distanza tra ciò che nasce dalla terra e ciò che viene proposto nei piatti e nei calici degli ospiti.

Non si butta via niente, nell’ottica della cucina circolare sempre più necessaria in tempi di zero sprechi e di riciclo degli ingredienti. Ecco dunque la marmellata di mosto e tante preparazioni a menù per soddisfare le esigenze delle 1500 presenze giornaliere estive. In futuro si potrà pensare all’istituzione di una fattoria didattica per preservare anche il lavoro di parte delle maestranze durante la fase di chiusura invernale, continuando nel solco della comunicazione e della vicinanza con le famiglie del luogo.

Un filo rosso che unisce le varie possibilità di ristorazione presenti, coordinate dai due chef resident Enio Fedi, che cura Mariva Dune, Nautico e Mistral e Simona Ciantelli per l’Orto e Magù, quest’ultimo diventato Locale Amico Slow Food, grazie al lavoro portato avanti con la Condotta e con le Comunità locali e all’utilizzo e alla valorizzazione degli ortaggi dell’azienda agricola e delle materie prime del territorio.

La stessa filosofia è alla base di Vini Bagnanti, manifestazione annuale organizzata da Riva degli Etruschi e da Teseo Geri, nella quale vino e gastronomia diventano strumenti per raccontare territori, artigiani e produttori, di cui abbiamo scritto nell’articolo Vini Bagnanti 2026 torna protagonista a Riva degli Etruschi: il grande evento del vino con un grande percorso di degustazione affacciato sul mare.

Olio extravergine d’oliva, vino, basilico per il pesto, zucchine, melanzane e carciofo violetto, il conto arriva a numerare ben 10 specialità realizzate all’interno del resort e in agricoltura biologica. L’elenco si allungherà con il tempo e la fiducia dei consumatori, sempre più alla ricerca del genuino e del sapore d’un tempo, anche godendo del relax sulle spiagge dorate dal mare turchese di San Vincenzo.

L’offerta completa gastronomica di Resort Riva degli Etruschi

L’olio extravergine di oliva biologico nasce dagli ulivi della Tenuta Biliotto a Bagno a Ripoli (FI), 100 ettari totali di cui 34 ettari di bosco e di ulivi, con 5.000 piante centenarie. La proposta gastronomica si articola nei ristoranti e locali del resort: Mariva Dune, dedicato al fine dining; Nautico, con cucina di mare; Mistral, dedicato alla cucina toscana; All’Orto, con una proposta a km 0 legata ai prodotti dell’area agricola biologica; Magù, ristorante e pizzeria e Locale Amico Slow Food; Colto, piadineria agricola con ingredienti a km zero.

Quostro è food partner del SàFF 2026

Il bistrot dei Quartieri Spagnoli al Social Action Film Festival

Dal 5 al 10 ottobre al Complesso Monumentale di Donnaregina, Quostro accompagna la terza edizione del festival che mette in dialogo cinema, Terzo Settore, cultura e comunità

NAPOLI. Quostro è food partner della terza edizione del SàFF – Social Action Film Festival, in programma dal 5 al 10 ottobre 2026 al Complesso Monumentale di Donnaregina, nel cuore del centro storico di Napoli.

Una collaborazione che porta il bistrot dei Quartieri Spagnoli, nato all’interno dell’ex Istituto Montecalvario oggi sede della Fondazione FOQUS, in uno degli appuntamenti culturali che lavorano sul rapporto tra territorio, partecipazione e innovazione sociale.

Nato nel 2024 nel Rione Sanità dall’esperienza di Apogeo ETS, il SàFF è il primo festival cinematografico europeo co-prodotto con il Terzo Settore. La terza edizione propone oltre 60 eventi a ingresso gratuito, articolati tra cinema, masterclass, meeting ed eventi, con ospiti e protagonisti del mondo dell’audiovisivo, della cultura e del sociale.

Il claim scelto per il 2026, “Il cinema è comunità”, sintetizza una visione che mette in relazione istituzioni, industria audiovisiva, università, imprese e oltre cento organizzazioni del Terzo Settore. Sei le parole chiave che accompagnano le giornate del festival: Narrazione, Cultura, Cura, Desiderio, Valore e Felicità.

È all’interno di questo percorso che si inserisce la presenza di Quostro come food partner.

Il bistrot nasce e lavora quotidianamente in un luogo fortemente legato alla vita dei Quartieri Spagnoli e al rapporto tra cultura, impresa e comunità. La sua partecipazione al SàFF prosegue questa vocazione, portando la dimensione gastronomica all’interno di un progetto nel quale linguaggi ed esperienze differenti si incontrano e costruiscono nuove relazioni con il territorio.

Quostro trova così nel SàFF una naturale affinità con il proprio modo di vivere la città: una Napoli contemporanea che parte dalle proprie radici e crea connessioni tra persone, luoghi, cultura e nuove forme di partecipazione.

Il SàFF 2026 si svolgerà dal 5 al 10 ottobre al Complesso Monumentale di Donnaregina, con proiezioni, incontri, masterclass, panel, performance ed eventi aperti alla città.

Per il programma completo e tutti gli aggiornamenti sul SàFF – Social Action Film Festival:

saff-filmfestival.it

QUOSTRO

Via Portacarrese a Montecalvario 69 – Napoli

quostro.it Instagram: @quostro.na