Feudo Stagnone & Cantine Birgi: il mare nel calice grazie agli appuntamenti targati Gambero Rosso

Feudo Stagnone e Cantine Birgi, protagonisti di un doppio appuntamento romano organizzato da Gambero Rosso per raccontare e valorizzare una delle realtà cooperative più interessanti della Sicilia occidentale.

Due momenti diversi, ma complementari, accomunati dal desiderio di far conoscere un patrimonio enologico profondamente legato alla laguna dello Stagnone, nel territorio di Marsala. Prima una masterclass presso la sede di Gambero Rosso, in via Ottavio Gasparri, poi il 30 settembre una cena al 47 Circus Roof Garden, dove i vini hanno incontrato la cucina mediterranea del Resident Chef Maurizio Lustrati, in una cornice di rara suggestione, con lo sguardo che abbraccia il Teatro Marcello e il Palatino.

Il primo appuntamento ha avuto il carattere di un vero viaggio sensoriale. La masterclass, presentata da Giuseppe Carrus e condotta da Raffaele Mosca, giornalista dalla penna brillante e dalla solida esperienza, ha visto la partecipazione di Giuseppe Figlioli, Direttore di Cantine Birgi e Feudo Stagnone.

Il filo conduttore, racchiuso nel claim “Mar Sale”, ha accompagnato l’assaggio di otto etichette, offrendo l’occasione per comprendere quanto il paesaggio possa diventare parte integrante dell’espressione di un vino.

Fondata nel 1960, Cantine Birgi è una cooperativa che riunisce oggi oltre 800 soci, impegnati nella valorizzazione delle produzioni vitivinicole locali. Una realtà che ha attraversato le trasformazioni del settore mantenendo un legame profondo con il territorio e con la storia enologica marsalese, da secoli conosciuta anche per i suoi grandi vini ossidativi, capaci di conquistare mercati internazionali.

Accanto a questa eredità, il progetto Feudo Stagnone rappresenta una nuova interpretazione del territorio, con una particolare attenzione alle caratteristiche dei vigneti che si affacciano sulla Riserva Naturale dello Stagnone. Qui la viticoltura convive con la laguna, le saline, il vento e una luminosità che sembra cambiare continuamente il volto del paesaggio.

È in questo ambiente che il Grillo trova una delle sue espressioni più interessanti. Vitigno simbolo della Sicilia occidentale, nato dall’incrocio tra Catarratto e Zibibbo, possiede una personalità capace di coniugare freschezza, struttura e ricchezza aromatica. Ma il racconto non si esaurisce nei bianchi: la gamma comprende spumanti, rossi di carattere e interpretazioni che guardano anche alla tradizione dei vini da dessert e ossidativi.

La degustazione si è aperta con il Lucido Brut 2025, Metodo Charmat, un vino fresco e floreale, attraversato da richiami alla frutta tropicale e da sensazioni di mela, pera, ananas e banana. Un ingresso piacevole, giocato sulla vivacità e sulla fragranza.

Di diversa impostazione il Blanc de Blancs Dosaggio Zero 2020, Metodo Classico da Chardonnay, affinato 36 mesi sui lieviti e prodotto a Castellammare del Golfo. Cremoso, fresco e con una sottile evoluzione, ha mostrato una bella sapidità, chiudendo con una delicata nota amaricante.

Con il Trisole 2025, Sicilia DOC, il Grillo si è presentato nella sua veste più giovane e immediata. Il nome richiama le tre isole visibili dai vigneti e il vino ne restituisce idealmente la luminosità attraverso profumi di frutta bianca e tropicale, freschezza e una persistenza sapida che invita al sorso successivo.

Il momento di maggiore profondità è arrivato con il Grillo Feudo Stagnone Riserva 2023, proveniente da un singolo vigneto allevato ad alberello e affinato in barrique di rovere francese di primo passaggio. La consistenza nel calice anticipa un vino di corpo e struttura, mentre il profilo olfattivo intreccia note burrose, macchia mediterranea, sentori salmastri e leggere sfumature fumé. In bocca si distende tra frutta bianca e gialla matura, arancia candita e zagara, componendo un quadro aromatico ricco ma misurato.

Il passaggio ai rossi ha mostrato un’altra faccia della produzione. Il Nerello Mascalese Trisole 2024 ha colpito per la trasparenza del rubino, la freschezza e l’eleganza di una struttura leggera, accompagnata da richiami speziati e vegetali. Un rosso fine, lontano da ogni eccesso, che punta sulla bevibilità e sulla precisione.

Più scuro e intenso il Perricone Feudo Stagnone 2023, con profumi di frutti rossi e pepe nero, un corpo più presente e una personalità decisamente mediterranea. Il Kinisia Rosso Riserva 2022, blend di Nero d’Avola, Perricone e Cabernet Sauvignon, ha invece mostrato maggiore complessità: sensazioni scure ed ematiche, spezie, note vegetali e richiami alla macchia mediterranea si intrecciano con un tannino evidente ma ben integrato.

A chiudere il percorso, Unico Bianco, vino ossidativo a base Grillo, richiamo alla lunga storia enologica di Marsala e alla capacità di questo territorio di esprimersi attraverso interpretazioni che vanno ben oltre i confini dei vini più immediati.

Se la masterclass ha consentito di approfondire le caratteristiche dei singoli vini, la cena del 30 settembre al 47 Circus Roof Garden ha offerto una prospettiva diversa: quella dell’incontro con il cibo.

Il panorama romano ha fatto da cornice a un menu pensato per valorizzare i vini attraverso contrasti, consistenze e richiami aromatici. La tartare di tonno Balfegó, accompagnata da fichi settembrini, formaggio di capra e mandorle, ha incontrato la freschezza del Lucido 2025, mentre il polpo arrostito, con crema di sedano rapa affumicata, ’nduja e polvere di oliva nera, ha trovato nel Metodo Classico Chardonnay 2020 un interlocutore capace di sostenerne sapidità e intensità.

Il risotto ai gamberi rossi di Ponza, zest di lime e polvere di cappero ha dialogato con il Trisole Grillo 2025, in un abbinamento giocato sulla freschezza e sulla componente marina. La ricciola alle erbe del Mediterraneo, servita con il suo fondo ristretto e una purea di patate alla bottarga, ha permesso di confrontare due personalità differenti: la profondità del Grillo Riserva 2023 e il carattere del Perricone Riserva 2023.

Infine, la nuvola di ricotta alle visciole con vele di pane croccante ha accompagnato Unico Bianco, chiudendo la serata con un richiamo alla tradizione e alla versatilità dei vini di Marsala.

A colpirmi, in questi due appuntamenti, è stata soprattutto la possibilità di leggere lo stesso territorio attraverso prospettive differenti. Da una parte, l’approfondimento tecnico della masterclass; dall’altra, la dimensione conviviale della cena, dove il vino abbandona per un momento il linguaggio dell’analisi e diventa parte di un’esperienza condivisa.

Feudo Stagnone e Cantine Birgi dimostrano come una storia cooperativa nata oltre sessant’anni fa possa continuare a evolversi, senza perdere il legame con le proprie radici.

La Borgogna a Caserta: all’Enoteca Il Torchio un viaggio tra i grandi vini di Vincent Girardin

Dal Bourgogne Pinot Noir ai prestigiosi Premier Cru e Grand Cru, una degustazione guidata da Marco Caschera alla scoperta dell’identità e dell’eleganza dei grandi terroir borgognoni.

La Borgogna incontra Caserta in una giornata dedicata alla cultura del vino e alla scoperta di uno dei territori più prestigiosi dell’enologia mondiale. All’Enoteca Il Torchio si è svolta una degustazione dedicata ai vini della maison Vincent Girardin, distribuiti in Italia da Cuzziol Grandi Vini. A guidare i partecipanti in questo percorso sensoriale è stato Marco Caschera, direttore commerciale dell’azienda.

L’incontro ha offerto l’opportunità di esplorare le diverse espressioni della Borgogna attraverso una selezione di sette etichette, capaci di raccontare la ricchezza dei suoi territori, le peculiarità dei vigneti e il valore di una tradizione vitivinicola riconosciuta a livello internazionale.

Un viaggio tra Pinot Noir e Chardonnay, dalle denominazioni regionali ai cru più prestigiosi, per comprendere come il carattere di ogni vino nasca dall’incontro tra vitigno, territorio e sensibilità produttiva.

Dai rossi ai grandi Chardonnay: sette vini, sette espressioni del territorio

Il percorso di degustazione si è sviluppato in due momenti, iniziando dai vini rossi per proseguire con i bianchi. Una sequenza che ha permesso di cogliere le diverse sfumature dei vitigni simbolo della Borgogna, mettendo in luce le peculiarità delle denominazioni e l’identità dei singoli terroir.

I rossi: dal Bourgogne Cuvée Saint-Vincent al Pommard

Ad aprire la degustazione è stato il Bourgogne Cuvée Saint-Vincent Pinot Noir 2023, un vino dal profilo elegante e fruttato, caratterizzato da sentori di ribes nero, lampone e fragola. Al palato offre un ingresso morbido, tannini setosi e una piacevole purezza del frutto, elementi che ne definiscono l’immediatezza e la piacevolezza.

Il percorso è proseguito con il Santenay Le Beauregard 2022, espressione ricca e ben strutturata del Pinot Noir borgognone. Le note di frutta rossa ne caratterizzano il profilo aromatico, mentre al palato il sorso si presenta pieno e corposo, sostenuto da tannini vellutati che contribuiscono a definirne l’equilibrio.

A completare la selezione dei rossi è stato il Pommard 2021 LES Vielles Vignes, che si distingue per un profilo olfattivo intenso, nel quale emergono aromi di frutti neri e spezie, accompagnati da sfumature legnose e affumicate. Al palato rivela una struttura potente, sostenuta da tannini presenti ma ben integrati e da piacevoli richiami legnosi. La buona persistenza aromatica completa il carattere di un vino dalla personalità decisa.

Tre interpretazioni differenti del Pinot Noir, accomunate dalla capacità di esprimere attraverso il calice la varietà e la complessità dei territori borgognoni.

I bianchi: dallo Chardonnay regionale al prestigio del Corton-Charlemagne

Conclusa la degustazione dei rossi, l’attenzione si è spostata sui grandi bianchi della maison Vincent Girardin, a partire dal Bourgogne Cuvée Saint-Vincent Chardonnay 2024. Il vino si caratterizza per un profilo aromatico con note fruttate e floreali, accompagnate da una buona corposità. Freschezza e mineralità contribuiscono a completarne l’equilibrio, valorizzando la ricchezza espressiva dello Chardonnay.

Il percorso è proseguito con il Puligny-Montrachet Vieilles Vignes 2023, un vino che si distingue per la marcata impronta minerale, la pienezza del sorso e un finale lungo e sapido. La mineralità rappresenta uno degli elementi più significativi della sua personalità, accompagnata da una profondità espressiva che richiama la finezza di questa prestigiosa denominazione della Côte de Beaune.

Particolare attenzione è stata dedicata anche al Puligny-Montrachet Premier Cru Les Combettes 2022, che si presenta ricco e avvolgente fin dall’ingresso in bocca. Le note di albicocca, pesca e agrumi si intrecciano con un’acidità ben integrata, capace di bilanciare la pienezza del sorso. Il finale rivela finezza ed eleganza, restituendo la personalità del vigneto e le caratteristiche distintive del terroir di Puligny-Montrachet.

A chiudere la degustazione è stato il Corton-Charlemagne Grand Cru 2021, una delle denominazioni più prestigiose della Borgogna per lo Chardonnay. Un vino di grande complessità, la cui espressione si sviluppa nel tempo attraverso marcate note minerali. Struttura e profondità ne fanno un esempio emblematico della capacità dei grandi terroir borgognoni di dare vita a vini dalla forte identità.

Il terroir come firma del vino

A guidare i partecipanti nella scoperta di queste diverse espressioni è stato Marco Caschera, che ha accompagnato la degustazione con approfondimenti sulla maison Vincent Girardin e sulle caratteristiche dei territori di provenienza.

Il filo conduttore dell’incontro è stato il terroir, elemento centrale nella cultura enologica della Borgogna. In questa regione, il vino non è soltanto espressione di un vitigno, ma il risultato dell’interazione tra suolo, clima, esposizione, caratteristiche del vigneto e scelte produttive.

Ogni denominazione racconta una storia diversa: dalla freschezza fruttata del Bourgogne Cuvée Saint-Vincent Pinot Noir alla struttura del Pommard, passando per la personalità del Santenay Le Beauregard, fino alla finezza degli Chardonnay di Puligny-Montrachet e alla complessità del Corton-Charlemagne Grand Cru.

È proprio questa varietà a rendere la Borgogna un territorio capace di affascinare appassionati e professionisti, invitandoli a cogliere le sfumature che distinguono un vigneto dall’altro e contribuiscono a definire il carattere di ogni annata.

L’Enoteca Il Torchio, un luogo d’incontro per la cultura del vino

La degustazione ospitata dall’Enoteca Il Torchio conferma il valore delle iniziative dedicate alla conoscenza e alla condivisione della cultura enologica. Occasioni preziose per approfondire la storia di importanti realtà vitivinicole internazionali e avvicinarsi al vino attraverso l’ascolto, il confronto e l’esperienza diretta.

Con la maison Vincent Girardin, Caserta ha ospitato un percorso alla scoperta di alcune delle espressioni più significative della Borgogna: dai vini regionali ai cru più prestigiosi, fino al Corton-Charlemagne Grand Cru. Non soltanto una degustazione, dunque, ma un incontro con una cultura del vino nella quale ogni calice diventa il racconto di un luogo, di una tradizione e di una precisa identità.

Un viaggio sensoriale che ha portato nel cuore di Caserta l’eleganza e la complessità di una delle più importanti regioni vitivinicole francesi.

Falstaff Italia a Napoli: molto più di uno “Sparkling Party” gastronomico

Concludiamo con il racconto della giornalista Veronica Caprio, che si unisce a quello della collega Francesca Sepe, l’evento che ha tenuto banco in queste prime fasi d’autunno nella metropoli partenopea. Lo Sparkling Party come non l’avete mai visto nel calice!

Prendete una sera d’autunno, il Vomero, uno dei suoi salotti più eleganti, un chiostro illuminato, la musica, le luci, i calici che si riempiono e oltre cento etichette di bollicine arrivate da tutta Italia.

Aggiungete qualche special guest d’Oltralpe, più di trecento persone tra operatori del settore, giornalisti, degustatori e appassionati e una lunga teoria di bottiglie pronte a raccontare territori diversi.

Ecco, più o meno, il Falstaff Sparkling Party.

Per la prima volta Falstaff è arrivato a Napoli e ha scelto di farlo in grande stile.

Il Chiostro di San Francesco ha accolto una serata che aveva tutto quello che serve per trasformare una degustazione in un vero appuntamento: bollicine, naturalmente, ma anche musica, convivialità, incontri, masterclass e quella voglia tipicamente napoletana di fare festa.

Una prima volta in città che ha puntato subito sul glamour, ma senza dimenticare il contenuto.

Napoli brinda all’Italia delle bollicine

Quasi 40 cantine, oltre 120 etichette e un viaggio dentro la produzione spumantistica italiana che parte dal Prosecco e arriva al Trento DOC, passa dall’Alta Langa e dalla Franciacorta e si spinge fino allo Champagne.

Un piccolo atlante delle bollicine, insomma, arrivato a Napoli per una serata pensata per mettere insieme professionisti e appassionati.

Ed è proprio questa la cosa interessante.

Perché dietro una bolla c’è sempre un territorio.

Ci sono vigne, persone, metodi di produzione, storie familiari e modi diversi di interpretare lo stesso desiderio: quello di portare nel calice qualcosa che sappia raccontare da dove arriva.

Dalle montagne del Trentino alle colline dell’Alta Langa, dalla Franciacorta al Veneto, fino alla Francia.

Tanti territori, tante identità e una cosa in comune: la capacità delle bollicine di parlare a pubblici molto diversi.

E poi c’è la CAMPANIA che deve sempre farsi riconoscere.

Come? Con un uno spumante bianco Metodo Classico fatto di 100% Aglianico il Gioì Blanc de Noir dell’Azienda Agricola San Salvatore, nel Cilento, vicino Paestum.

Colore bianco luminoso e bollicine finissime.

Nato dal desiderio di realizzare uno spumante bianco col vitigno a bacca rossa per eccellenza del nostro territorio sua maestà l’aglianico. Un prodotto unico nel suo genere.

Al palato elegante, setoso e sinuoso, minerale e dal ritorno sapido.

Abbinamenti perfetti: marinato di mare, cruditè e latticini, ma anche prosciutto di Parma.

Affinamento interessante: fino a 36 mesi in bottiglia sui lieviti e poi 3 mesi dopo sboccatura.  Insomma, anche sulle bollicine la Campania vuole decisamente dire la sua.

Dal mare di Cetara alla pizza a portafoglio

E poi arriva Napoli. Quella vera.

Ora, possiamo anche parlare per ore di Metodo Classico, Champagne, Franciacorta e denominazioni.

Ma siamo a Napoli.

E a Napoli il vino, prima o poi, incontra sempre qualcosa da mangiare.

E infatti accanto alle bollicine sono arrivate alcune eccellenze che hanno riportato immediatamente il calice verso il territorio.

Armatore ha portato a tavola i sapori del mare di Cetara con le sue alici.

Casa Iuorio ha raccontato la Campania attraverso la linea di conserve Stappa & Mangia, una cucina campana racchiusa nei barattoli.

Flamigni 1930 ha invece giocato con il dolce e il salato proponendo il suo Panettone nelle due versioni, tradizionale e salata.

E poi lei.

La pizza a portafoglio.

Perché puoi anche arrivare a Napoli con Champagne, Franciacorta, Alta Langa e Prosecco, ma prima o poi devi presentargli sua maestà la pizza.

E così la Margherita è stata preparata al momento dal pizzaiolo napoletano Salvatore Salvo, grazie alla collaborazione con Izzo Forni.

Una pizza calda, mangiata in piedi, piegata nel suo inconfondibile portafoglio.

Quando il territorio entra anche nell’organizzazione

A completare il percorso gastronomico anche i grissini stirati a mano de I Bibanesi e l’acqua minerale naturale Surgiva.

Italesse ha accompagnato le masterclass con i suoi calici, Wilog/IWS ha curato la logistica dell’intera giornata e il servizio delle degustazioni guidate è stato affidato ad AIS Campania.

Tanti tasselli diversi che, messi insieme, hanno costruito una giornata capace di tenere insieme il mondo professionale del vino e quello degli appassionati.

Perché una manifestazione di questo tipo non è soltanto una sequenza di degustazioni.

È anche un luogo dove ci si incontra.

Si conoscono produttori.

Si scambiano contatti.

Si parla di territori.

Si scoprono etichette che magari non avevi mai assaggiato.

E magari si torna a casa con qualche bottiglia in più nella lista dei desideri.

Perché il vino ha anche questo potere.

Fa incontrare le persone.

Una prima volta napoletana con il bicchiere pieno

Per Falstaff era il debutto a Napoli.

E forse non poteva esserci città più adatta per un appuntamento dedicato alle bollicine.

Napoli ha una naturale capacità di trasformare anche una degustazione in un’esperienza briosa.

Basta un chiostro, qualche luce, la musica giusta, persone che hanno voglia di incontrarsi e, naturalmente, qualcosa di buono da bere.

Il resto lo fa la città.

Il Falstaff Sparkling Party ha portato nel cuore del Vomero un pezzo dell’Italia del vino, mettendo intorno allo stesso tavolo territori molto diversi e mostrando ancora una volta quanto sia ampia e trasversale la cultura delle bollicine.

E alla fine, tra un calice di Franciacorta e uno Champagne, una pizza a portafoglio e un piatto di alici di Cetara, il messaggio è arrivato forte e chiaro.

Le bollicine non sono soltanto un brindisi.

Sono un modo per raccontare l’Italia. E Napoli, quando c’è da brindare, sa sempre come fare la sua parte.

Trentino: Cantina Vivallis, storia di vino e identità

Ci sono storie del vino che nascono da una famiglia, altre da un territorio. E poi ci sono quelle che prendono forma dalla volontà di unire le forze, trasformando il lavoro di tanti in un patrimonio condiviso. È il caso di Cantina Vivallis, realtà cooperativa che dal 1908 accompagna il percorso vitivinicolo della Vallagarina, custodendone le radici e interpretandone le potenzialità.

Siamo a Nogaredo, alle porte di Rovereto, dove incontro Patrizia Pensini, responsabile dell’Hospitality di Cantina Vivallis, un viaggio in una cantina in cui la cooperazione non è soltanto un modello produttivo, ma un modo di vivere il territorio e valorizzare il lavoro dei viticoltori.

Dal 1908, una comunità di viticoltori

La storia di Vivallis comincia grazie a don Giovanni Battista Panizza, pioniere della cooperazione nel Trentino dell’epoca austro-ungarica. L’idea era mettere in comune risorse e competenze agricole, creando una struttura capace di sostenere il lavoro dei produttori. Nacque così la SAV – Società Agricoltori Vallagarina, realtà multisettore di cui l’attuale realtà vitivinicola resta l’unico comparto ancora esistente.

Anche il nome Vivallis racchiude una dichiarazione d’intenti: Vallis richiama la valle e la sua vocazione enologica, mentre la lettera V sintetizza quattro concetti fondamentali, Vita, Vite, Vino e Viticoltore.

Oggi la cooperativa riunisce oltre 700 soci e conta più di 900 ettari vitati. Numeri importanti, dietro ai quali c’è soprattutto la volontà di dare valore a persone, vigneti e identità differenti, unite da un progetto comune.

Valentini Von Weinfeld, la memoria delle bollicine

La storia di Vivallis custodisce anche un capitolo significativo della spumantistica trentina. Negli anni Quaranta, la cooperativa acquisì la storica casa spumantistica fondata nel 1899 da Arminio Valentini, pioniere del settore che cominciò a commercializzare il proprio spumante metodo classico con il nome Champagne Valentini prima che la denominazione francese venisse riservata.

Per preservare questa eredità, gli spumanti Trento Doc metodo classico vengono commercializzati con il marchio storico Valentini Von Weinfeld, che richiama in parte il passato austro-ungarico della regione.

I vini fermi conservano invece il marchio Vivallis: due identità che convivono sotto lo stesso tetto, espressione di una storia capace di rinnovarsi senza perdere le proprie radici.

Sostenibilità e ricerca, dal vigneto alla cantina

La capacità di conservare la tradizione non impedisce a Vivallis di investire nell’innovazione. La struttura produttiva, realizzata in gran parte sottoterra, sfrutta il raffrescamento naturale per contenere i consumi energetici. A ciò si aggiungono un impianto fotovoltaico e un sistema autonomo di depurazione delle acque reflue.

L’attenzione ambientale prosegue in vigneto, dove la cooperativa ha investito anche nei PIWI, varietà resistenti alle principali malattie fungine che permettono di ridurre sensibilmente i trattamenti fitosanitari.

Fra i progetti più interessanti figura White Rock, giunto alla quarta annata e ottenuto dall’assemblaggio di Solaris, Bronner e Muscaris, con il Solaris come varietà principale. Il nome richiama la roccia bianca e la dolomia, evocando il paesaggio alpino.

È un vino che testimonia la volontà di esplorare nuove possibilità enologiche, affiancando ai vitigni tradizionali varietà capaci di rispondere alle esigenze di una viticoltura più sostenibile.

Fortunato Depero, quando il vino incontra l’arte

Un altro elemento distintivo della cantina è il legame con Fortunato Depero, artista e grafico futurista cresciuto in Trentino, celebre anche per le collaborazioni pubblicitarie con Campari.

Negli anni Cinquanta Depero realizzò un pannello pubblicitario per la SAV, il cui originale è conservato a Casa Depero, a Rovereto. Da questa eredità è nata la Linea Depero, mentre la sala degustazione e gli spazi dedicati agli eventi ospitano grandi riproduzioni lignee tridimensionali ispirate alle opere dell’artista.

È un incontro fra mondi che sono legati da sempre: il vino, espressione agricola di una comunità, e l’avanguardia artistica che ha contribuito a rendere riconoscibile l’identità culturale del territorio.

Marzemino dei Ziresi e Castelbeseno, il volto della Vallagarina

Il viaggio nella gamma Vivallis trova il suo centro nei vini che raccontano più direttamente il territorio. Fra questi spicca il Marzemino Superiore dei Ziresi, proveniente dalla microzona di Volano, sulla sinistra dell’Adige, e considerato il vino simbolo della cooperativa.

Insieme a Isera, Ziresi rappresenta una delle aree di riferimento per il Marzemino Superiore trentino. I terreni contribuiscono a conferire al vino struttura, pienezza e rotondità, offrendo un’interpretazione riconoscibile di un vitigno profondamente legato alla storia enologica locale.

È proprio il Marzemino dei Ziresi il protagonista del brindisi conclusivo della mia visita, scelta che riporta l’attenzione sul valore dei vitigni territoriali e sulla capacità della cooperazione di renderli ambasciatori di una comunità.

Accanto a questo rosso troviamo Castel Beseno Superiore, Moscato Giallo Passito prodotto ai piedi dell’omonimo castello. Un’espressione più avvolgente della Vallagarina, capace di raccontarne anche il lato più delicato.

Cooperare per dare futuro al territorio

La storia di Vivallis dimostra come una cooperativa possa essere molto più della somma dei propri soci. È una comunità che mette in relazione generazioni di viticoltori, preserva un patrimonio enologico e affronta le sfide contemporanee attraverso sostenibilità e ricerca.

Dalla memoria di Arminio Valentini al segno futurista di Depero, dai vigneti di Marzemino alla sperimentazione con i PIWI, ogni tassello contribuisce a raccontare una Vallagarina ricca di sfumature, dove tradizione e innovazione convivono. Il brindisi finale con il Marzemino dei Ziresi diventa così un omaggio alla terra e a chi, con il proprio lavoro quotidiano, continua a custodirla.

Perché il valore della cooperazione sta proprio qui: trasformare tante storie individuali in un’identità collettiva, capace di guardare al futuro senza dimenticare le proprie radici.

I vini del Vesuvio, una preziosa risorsa per la Campania nel mondo

Due le masterclass guidate dalla giornalista Chiara Giorleo nell’ambito di Vesuvio Wines Experience Tour, per guidare stampa nazionale ed estera in uno studio approfondito dei vini del Vesuvio.

Partendo dal territorio e dalle sue caratteristiche, abbiamo disegnato un quadro completo della produzione vinicola di uno dei vulcani più famosi al mondo attraverso una serie di campioni rappresentativi. I due approfondimenti ci hanno restituito la fotografia chiara di un territorio in evoluzione da una vitivinicoltura di stampo tradizionale verso  scelte che, pur ben radicate nell’eredità territoriale, risultano sempre più distintive,  moderne e capaci di marcare il passo di un mercato esigente.

Il complesso Monte Somma – Vesuvio è costituito da due blocchi: il Monte Somma, geologicamente più antico e complesso, costituito da terreni vulcanici misti ad argilla; il Vesuvio, di più recente costituzione, il cui suolo è rappresentato da sabbie e ceneri vulcaniche scure. La caratteristica principale di questo territorio è l’alta concentrazione di potassio, che se da un lato rende i suoli particolarmente fertili dall’altro determina un innalzamento del PH del mosto d’uva abbassandone l’acidità. Da un punto di vista pedoclimatico, il Consorzio Tutela Vini Vesuvio guidato dal suo presidente Ciro Giordano, ha mappato il territorio suddividendolo in quattro quadranti, per meglio individuare le caratteristiche dei vini: Vesuvio mare (versante ovest), Vesuvio terra (versante sud), Monte Somma terra (versante est), Monte Somma Mare (versante nord).

I disciplinari di riferimento per la produzione vinicola sono tre: Vesuvio DOP, Catalanesca del Monte Somma IGP, Pompeiano IGP. Il primo è chiaramente quello più rappresentativo e storicamente rilevante; l’IGP Catalanesca è quello di più recente costituzione risalente al 2011; il Pompeiano invece abbraccia tutta la provincia di Napoli ad esclusione di Ischia (quindi non è esclusivo dell’areale Vesuvio).

La Vesuvio DOP riconosce la possibilità di produrre vini sia in blend che in monovarietale. La denominazione dei vini in blend può riprendere semplicemente la denominazione Vesuvio oppure aggiungere al toponimo la dicitura Lacryma Christi, che ha valore puramente storico leggendario e non è indicativa di alcuna caratteristica specifica del vino. I monovarietali invece sono espressione dei vitigni più rappresentativi dell’areale – caprettone, falanghina, piedirosso e aglianico – che devono rappresentare almeno l’85% del vino.

Discorso a parte merita la catalanesca, che ha un proprio specifico disciplinare. Varietale importato nel XV secolo dalla Spagna per la produzione di vino, successivamente è stata registrata come uva da tavola, per poi tornare nuovamente ad essere riconosciuta come uvaggio destinato alla vinificazione nel 2006, fino alla costituzione di un disciplinare specifico nel 2011. Tale commistione è dovuta al fatto che la catalanesca è un’uva molto rigogliosa, caratteristica che la rende adatta anche al consumo da pasto.

I VINI BIANCHI

La base ampelografica dei vini bianchi è costituita principalmente da caprettone, falanghina, coda di volpe e catalanesca. Il caprettone è un uvaggio autoctono del Vesuvio, in passato spesso confuso con la coda di volpe, produce vini di media acidità, accentuata sapidità, con sentori citrini e di fiori bianchi. La catalanesca invece si caratterizza per vigoria e buccia spessa che la rende particolarmente resistente; produce vini di buona freschezza e sapidità, marcati da sentori più morbidi di frutta tropicale e albicocca.

Al netto delle peculiarità di ogni campione, la caratteristica principale della batteria di vini è la spiccata sapidità e la nota amaricante di fondo, elementi che, quando ben integrati, si traducono nell’eleganza degli sfaccettati bouquet di macchia mediterranea.

La nostra degustazione si apre con due spumanti metodo classico caprettone e catalanesca in purezza: Volo 31 VSQ di Tenuta La Mura, con sentori di erbe aromatiche e una screziatura ossidata, ha sorso largo e disteso, Català 1930 VSQ di Montesommavesuvio, sbuffi empireumatici ben integrati e sorso netto ed elegante. I due campioni sono rappresentativi di un buon grado di spumantizzazione in un territorio climaticamente caldo, che per le  caratteristiche intrinseche non favorisce lo sviluppo di una spiccata acidità.

I bianchi fermi si sono susseguiti in una carrellata che ha visto alternarsi monovarietali e blend di cantine collocate in ciascuno dei quattro quadranti Vesuvio:

Pietrargento Vesuvio Caprettone DOP 2025 di Tenuta Augustea (Somma Vesuviana  Monte Somma Terra): sentori sulfurei abbastanza persistenti, poi frutta bianca; sorso semplice, morbido e sapido; Munazei Lacryma Christi bianco DOP 2025 di Casa Setaro (Trecase – Vesuvio Terra)- caprettone in purezza: frutta a pasta bianca, fiori bianchi, rosmarino, sorso citrino e verticale con chiusura su pompelmo rosa; Gaius Vesuvio Lacryma Christi DOP 2025 di De Angelis 1930 (Vesuvio Mare)- 60% caprettone/40% falanghina: frutta esotica matura ed erbe mediterranee, sorso ampio, iodato e fresco; Eusebia Vesuvio Lacryma Christi bianco DOP 2024 Masseria dello Sbirro (Ercolano – Vesuvio mare) – 80% caprettone/20% falanghina: lieve nota sulfurea, fiori gialli e vena citrina, un accenno di frutta secca tostata, sorso agrumato e fresco; Vesuvio Lacryma Christi bianco DOP 2024 La Cantina del Vulcano (Somma Vesuviana – Monte Somma terra) – caprettone in purezza: screziatura ossidata anche al palato, frutta gialla, nota mentolata, sorso mediamente fresco e mediamente sapido; Vesuvio Lacryma Christi bianco Superiore DOP 2024 Cantina del Vesuvio (Trecase – Vesuvio Terra) – caprettone in purezza: naso ricco di frutta gialla e zest di limone candito, il sorso disteso ed equilibrato si richiama continuamente; Vigna del Vulcano Vesuvio Lacryma Christi bianco DOP 2023 Villa Dora (Terzigno – Vesuvio Terra) 80% caprettone/20%falanghina: chiaro esempio di un’ottima evoluzione evoluzione che si esprime nel naso intenso di frutta tropicale matura, note lattiche e sentori fumée appena accennati, sorso lungo, morbido e senza spigolosità, di nota sapida ben integrata al sapore di erbe mediterranee; Summa Catalanesca del Monte Somma IGP 2024 Cantine Olivella (Sant’Anastasia – Monte Somma mare) – catalanesca in purezza: naso dolce di fiori bianchi, tiglio e sambuco, al palato fresco, invitante nel gioco alternato tra erbe mediterranee e  sambuco.

I VINI ROSATI E ROSSI

La base ampelografica dei rossi vesuviani vede protagonista il piedirosso affiancato da aglianico, sciascinoso, guernaccia e olivella.

Il piedirosso è un vitigno di non facile gestione sia in vigna che in cantina: sensibile a virosi, è soggetto a fenomeni di riduzione ma, al contempo, il basso livello di antociani che lo caratterizza può determinare anche opposti fenomeni di ossidazione nella ricerca di un equilibrio in fase di vinificazione. I vini da piedirosso sono color rubino scarico, di acidità e tannicità media, sapidi, dal bouquet  floreale.

Anche in questa seconda batteria a spiccare è la sapidità, che trova il suo equilibrio quando è integrata nella trama tannica.

Apriamo la degustazione con una bollicina metodo charmat Capafresca VSQ rosé extra dry di Cantine del Vesuvio da aglianico in purezza, di semplici sentori fruttati e floreali ma brioso, con dosaggio ben equilibrato dalla spiccata freschezza Seguono due rosati, Rosato Pompeiano IGP 2025 Bosco de’ Medici (Vesuvio mare) – piedirosso in purezza: fruttato e floreale con una leggera nota fumée, al palato gustoso e di media lunghezza; Ereo Vesuvio rosato DOP 2025 Cantine Olivella (Sant’Anastasia – Monte Somma Mare) – blend piedirosso, guernaccia e sciascinoso: erbe mediterranee e sentori mentolati, sorso pieno e sapido; 1936 Piedirosso Pompeiano IGP 2025 Antiche Radici (Vesuvio mare) – piedirosso surmaturo: naso di garofano e profumi erbacei, sorso lievemente dolce e succoso; Muscari Vesuvio Lacryma Christi Rosso DOP 2025 Le Lune del Vesuvio (Vesuvio Terra) – piedirosso e aglianico: speziato ed empireumatico, con sentori persistenti di torba, sorso fresco e saporito di trama tannica ruvida; Don Fiore Vesuvio Lacryma Christi Rosso DOP 2025 Fioravante Romano (Ottaviano – Monte Somma mare)  80% piedirosso/10% aglianico, 10% olivella: frutto rosso, sorso immediato e sapido dal tannino ben integrato; Fuocoallegro Vesuvio Piedirosso DOP 2023 Casa Setaro (Trecase – Vesuvio Terra): frutto scuro, lievi sentori fumée, mediamente fresco al palato, gustoso, tannino scorrevole e buona lunghezza; Lahar Vesuvio Lacryma Christi Rosso Superiore DOP 2023 De Falco Vini (San Sebastiano al Vesuvio – Monte Somma Terra)  piedirosso in purezza: frutto rosso, kirsch, spezie dolci, sorso caldo, dominato dal legno, buona sapidità e tannino polveroso; Forgiato Vesuvio Lacryma Christi Rosso DOP 2022 Villa Dora (Terzigno – Vesuvio terra) 80% piedirosso/20% aglianico: floreale, speziato, lievemente fumée, al palato pulito, succoso e lungo, tannino euilibrato e ben integrato; Vigna Lapillo Vesuvio Lacryma Christi Rosso Superiore DOP 2021 Sorrentino Vini (Boscotrecase -Vesuvio mare) 80%piedirosso/20%aglianico: frutto scuro fresco, note iodate, liquirizia, palato ampio, fresco, di buona trama tannica integrata.

Falstaff Sparkling Party celebra l’eleganza delle grandi bollicine a Napoli

Dalle cuvée in Magnum della storica Maison di Épernay al potenziale dell’Alta Langa DOCG, Falstaff Sparkling Party ha riunito al Chiostro di San Francesco al quartiere Vomero a Napoli oltre 300 ospiti, 40 cantine e più di 120 etichette. Una giornata che ha messo a confronto la tradizione francese e le ambizioni del Metodo Classico italiano.

La prima edizione napoletana dell’evento organizzato da Falstaff Italia è stata un successo. Una cornice suggestiva, con le arcate storiche affacciate sul golfo, ha ospitato oltre 300 partecipanti tra professionisti del settore, giornalisti e appassionati, insieme a più di 40 cantine e oltre 120 etichette. Un percorso che ha attraversato alcune delle principali espressioni della spumantistica italiana, dal Prosecco al Trento DOC, dall’Alta Langa alla Franciacorta, con una significativa incursione nella regione francese dello Champagne.

Il risultato è stato un confronto tra territori, metodi produttivi e sensibilità enologiche differenti, nel quale la dimensione conviviale non ha escluso l’approfondimento tecnico. A scandire il programma sono state tre masterclass, tutte esaurite, dedicate all’Alta Langa, a Champagne Boizel e a Ca’ del Bosco.

Alta Langa DOCG, la risposta italiana alle grandi bollicine

Il programma ha riservato spazio all’Alta Langa con la masterclass Il futuro del Metodo Classico italiano, guidata da Simon Staffler direttore di Falstaff Italia e Giovanni Minetti, presidente del Consorzio Alta Langa DOCG. Un appuntamento che ha riportato l’attenzione sul Piemonte e su una denominazione il cui carattere si fonda sulla vocazione delle colline, sulla raccolta delle uve e su tempi di elaborazione rigorosi.

L’Alta Langa DOCG comprende spumanti bianchi e rosati prodotti esclusivamente con il Metodo Classico, ossia attraverso la rifermentazione in bottiglia. Il disciplinare prevede che la base ampelografica sia costituita per il 90–100% da Pinot Nero e/o Chardonnay; per la quota restante possono concorrere altri vitigni non aromatici idonei alla coltivazione in Piemonte.

La zona di produzione interessa le province di Alessandria, Asti e Cuneo. I vigneti devono trovarsi in collina, a un’altitudine non inferiore a 250 metri sul livello del mare, in aree caratterizzate da condizioni adatte alla maturazione delle uve destinate alla spumantizzazione.

Un elemento distintivo è l’obbligo di indicare l’annata di raccolta delle uve. L’affinamento minimo previsto dal disciplinare è di 30 mesi sui lieviti per le tipologie spumante e spumante rosato e di 36 mesi per le versioni Riserva. Il tempo trascorso in bottiglia contribuisce allo sviluppo della complessità aromatica e della struttura, senza annullare il ruolo della freschezza, componente fondamentale dell’equilibrio di un grande spumante.

Tra le espressioni piemontesi del Metodo Classico, Marcalberto racconta una visione artigianale della spumantistica, costruita sulla valorizzazione del Pinot Nero e dello Chardonnay provenienti dai vigneti collinari delle Langhe. L’azienda di Santo Stefano Belbo adotta una filosofia produttiva attenta alla pressatura soffice e all’affinamento delle basi in legno, prima della rifermentazione in bottiglia e della lunga sosta sui lieviti. Una scelta che mira a preservare l’identità del frutto e a coniugare complessità e freschezza.

La gamma comprende diverse interpretazioni dell’Alta Langa DOCG, dal Millesimato al Blanc de Blancs, ottenuto da Chardonnay in purezza, fino al Nature, realizzato esclusivamente con Pinot Nero e senza solfiti aggiunti. Quest’ultimo, con un residuo zuccherino di 2,8 grammi per litro, si colloca nella categoria Brut Nature. Una pluralità di stili che dimostra come, all’interno della stessa denominazione, il Metodo Classico possa trovare espressioni differenti, mantenendo un saldo legame con il territorio e con il lavoro in cantina.

Le bottiglie e il valore del tempo

Tra le etichette segnalate da AIS Napoli nel resoconto della degustazione generale del Falstaff Sparkling Party figura la Riserva Pas Dosé Zero 140 di Enrico Serafino, espressione dell’Alta Langa che si distingue per un affinamento di 140 mesi sui lieviti, pari a undici anni e otto mesi.

Il dato rende immediatamente comprensibile quanto possa essere ampio l’orizzonte temporale del Metodo Classico. Un affinamento così lungo non rappresenta semplicemente un’attesa, ma un investimento produttivo che richiede selezione delle uve, gestione delle riserve, controllo delle condizioni di cantina e una visione precisa dell’evoluzione del vino.

Il confronto con Champagne Boizel diventa comunque particolarmente interessante proprio su questo terreno. Le due realtà appartengono a contesti differenti, con storie e disciplinari propri, ma condividono l’importanza attribuita alla rifermentazione in bottiglia e all’affinamento sui lieviti. È il territorio, insieme alle scelte di cantina, a determinare le differenze di stile che il degustatore è chiamato a riconoscere.

A catturare maggiormente la curiosità è stata la spettacolare bottiglia di Champagne Blanc de Blancs 2012 Brut Grand Cru Legras & Haas Magnum rappresenta un’interessante espressione della tradizione champenoise. Prodotto esclusivamente da uve Chardonnay, come suggerisce la dicitura Blanc de Blancs, proviene da vigneti classificati Grand Cru e si confronta con una delle sfide più affascinanti della spumantistica: preservare freschezza e tensione minerale, lasciando al tempo il compito di sviluppare complessità. L’annata 2012, particolarmente significativa per gli Champagne, aggiunge interesse a una bottiglia in formato Magnum, da 1,5 litri, il cui maggiore volume può favorire un’evoluzione più lenta rispetto al formato standard, a parità di condizioni di conservazione. Un vino che consente di approfondire il rapporto tra Chardonnay, maturità e capacità evolutiva, mettendo in luce una delle interpretazioni più raffinate del Metodo Classico francese.

Franciacorta e le altre anime della spumantistica

Anche i banchi d’assaggio hanno restituito un panorama articolato. Nel resoconto di AIS Napoli compaiono, tra le altre, le interpretazioni di Berlucchi, con la linea Vintage Nature, e Antica Fratta, con Essence Noir, accanto alla già citata Riserva Pas Dosé Zero 140 di Enrico Serafino. Etichette differenti per provenienza e impostazione produttiva, accomunate dall’attenzione alla qualità e al carattere del vino.

La varietà delle proposte ha mostrato quanto sia riduttivo parlare delle bollicine italiane come di un’unica categoria. Il Metodo Classico è una tecnica, ma il vino che ne deriva è il risultato di un insieme di fattori che cambiano da una denominazione all’altra e da un produttore all’altro.

Napoli, dove il vino incontra la cucina

Falstaff Sparkling Party non si è però esaurito nelle degustazioni. La proposta gastronomica ha accompagnato il percorso enologico con una selezione di specialità che ha dato spazio alla cultura alimentare campana.

Salvatore Salvo ha preparato al momento la Margherita nella versione “a portafoglio”, uno dei gesti più riconoscibili della tradizione popolare napoletana. Armatore ha portato i sapori del mare di Cetara, mentre Casa Iuorio ha proposto le conserve della linea Stappa & Mangia. A completare l’offerta, i panettoni milanesi Flamigni e i grissini artigianali de I Bibanesi.

Il dialogo fra vino e cucina ha aggiunto una dimensione concreta alla degustazione: le bollicine non soltanto come protagoniste dell’aperitivo o delle occasioni celebrative, ma come vini capaci di accompagnare un pasto e confrontarsi con consistenze, sapidità e intensità differenti.

Oltre il brindisi, una cultura del vino

La prima edizione napoletana di Falstaff Sparkling Party ha dimostrato come una manifestazione dedicata alle bollicine possa unire divulgazione, confronto professionale e convivialità. Il successo di pubblico e il tutto esaurito delle tre masterclass confermano l’interesse verso un settore nel quale la competenza tecnica si accompagna sempre più alla curiosità dei consumatori.

Champagne Boizel ha portato al centro della scena il valore di una storia familiare e di uno stile costruito nel tempo. L’Alta Langa ha mostrato, attraverso il proprio disciplinare e le sue interpretazioni più ambiziose, le possibilità di crescita del Metodo Classico italiano. La Franciacorta ha completato il quadro con una delle espressioni più riconoscibili della spumantistica nazionale.

In una città che ha fatto della tavola un linguaggio di identità e accoglienza, il vino ha trovato una cornice capace di valorizzarne tanto il piacere quanto la cultura. Perché una grande bottiglia contiene il luogo da cui proviene, il tempo che ha attraversato e le scelte di chi l’ha prodotta.

Il mare in montagna con lo Sciuscià di Agricola Bellaria

C’è un’espressione nel mondo dell’enologia, promossa da Andrea Lonardi, assieme ai colleghi master wine Gabriele Gorelli e Pietro Russo che a un primo ascolto potrebbe sembrare un paradosso geografico o una semplice licenza poetica: “il mare in montagna”. Viene utilizzata per descrivere i grandi vini bianchi della provincia di Avellino, in particolare il Fiano di Avellino e il Greco di Tufo. Eppure, dietro questa suggestione si cela una verità geoclimatica e storica impressionante, capace di spiegare perché un sorso di vino nato tra vette e boschi appenninici possa ricordare in modo così nitido la brezza e la salinità marina.

La montagna nel calice: il clima d’alta quota

L’Irpinia è un territorio marcatamente montuoso e collinare, incastonato lungo l’Appennino Campano. Qui la viticoltura sfida le altezze, sviluppandosi in pendenze che oscillano stabilmente tra i 500 e i 700 metri sopra il livello del mare.

Tale isolamento montano garantisce alle viti un clima di stampo prettamente continentale. Gli inverni sono rigidi e nevosi, le estati ventilate, ma soprattutto l’intera area è dominata da forti escursioni termiche tra il giorno e la notte. Questo sbalzo termico costante agisce come un congelatore naturale per l’acidità delle uve e stimola la pianta a sviluppare profumi intensi, freschi e verticali.

Il mare nel sottosuolo: il segreto dell’antico oceano

Se il clima irpino è figlio della montagna, l’anima del vino è figlia del mare. Per comprenderlo occorre fare un salto indietro di moltissimi milioni di anni, all’epoca in cui l’attuale provincia di Avellino si trovava interamente sommersa dal fondo di un immenso oceano primitivo, la Tetide.

Infatti, l’Irpinia è nata dalla chiusura e dalla compressione dei fondali di quell’antico oceano primordiale a causa della collisione tra la placca africana e quella euroasiatica.

Quando i movimenti tettonici hanno spinto verso l’alto la catena appenninica, quei fondali oceanici sono diventati vette, intrappolando ad altitudini elevate sedimenti marini, argille e rocce calcaree. Il risultato è quello che gli esperti definiscono il “doppio suolo irpino”: un terreno stratificato dove le radici più profonde delle vecchie vigne scavano in un substrato marino ricchissimo di minerali e gusci di conchiglie fossilizzate. Più in superficie, questo strato millenario è ricoperto da un “cappello vulcanico” composto da ceneri, pomici e lapilli, depositati in epoche molto più recenti dalle storiche eruzioni del Vesuvio e dei Campi Flegrei.

Quando si assaggia un Fiano o un Greco, questa complessa combinazione geologica si traduce in una spiccata sapidità, in una forte mineralità e in una freschezza quasi tagliente. Al palato il sorso regala una sensazione nitidamente salmastra, una vera e propria firma salina lasciata dal mare preistorico, per quanto il legame tra geologia e sapore sia indiretto e più complesso della semplice suzione radicale.

Il caso Candida: dove la terra custodisce le conchiglie

Se questo fenomeno abbraccia l’intera denominazione, c’è un luogo dove la memoria dell’oceano si mostra in modo evidente: è il comune di Candida, un borgo situato a circa 570 metri d’altezza e cuore storico della DOCG del Fiano di Avellino.

A Candida il legame biologico con l’antico mare è tangibile a occhio nudo lungo i filari. Il territorio poggia direttamente su terreni risalenti all’Eocene, caratterizzati dalla massiccia presenza del cosiddetto “calcare nummolitico“. Le nummiliti erano piccoli organismi marini monocellulari con un guscio calcareo a forma di moneta che popolavano i fondali oceanici. Camminando tra i vigneti di questo comune, non è affatto raro imbattersi in pietre e rocce affioranti che mostrano chiaramente i segni di queste conchiglie preistoriche fossilizzate.

Il suolo di Candida si presenta come un mosaico perfetto: i calcari marmorini e le arenarie oceaniche nutrono la spina dorsale acida della pianta, per utilizzare una metafora, mentre le argille marine trattengono l’idratazione profonda nei mesi estivi, rilasciando una costante freschezza.

Questo micro-terroir si riflette fedelmente nel calice. Il Fiano di Avellino che nasce a Candida si distingue nell’intero areale per una sapidità sferzante e una struttura poderosa. È un vino che non teme il tempo; anzi, la forte matrice calcareo-marina gli consente di evolvere in bottiglia per anni, sviluppando nel tempo un’affascinante complessità aromatica dominata da note di nocciola tosta e sfumature di idrocarburi. Un ambasciatore perfetto, capace di dimostrare come la storia della Terra possa essere raccontata attraverso il sapore di un vino.

Dal mito alla terra: l’interpretazione di Agricola Bellaria

Se la geologia fornisce lo spartito, sono i viticoltori a doverlo interpretare e, un esempio lampante di questa archeologia enologica applicata alla bottiglia, è rappresentato da Agricola Bellaria, una delle realtà più dinamiche e premiate del territorio irpino, la cui storia si intreccia indissolubilmente con le colline di Candida.

L’avventura di questa cantina affonda le radici nella passione della famiglia Maffei, storica dinastia di Roccabascerana che da secoli abita nel centro storico del borgo, all’ombra del celebre tiglio tricentenario che oggi campeggia fiero nel logo aziendale. Nata inizialmente nel 2002 per valorizzare la produzione di olio extravergine di oliva da piante secolari, l’azienda compie la sua vera svolta enologica nel 2007 con la nascita delle prime etichette, per poi consolidarsi definitivamente nel 2011 grazie all’incontro strategico con Antonio Pepe, manager e viticoltore di Montefalcione con tre generazioni di esperienza contadina alle spalle.

Fin dagli esordi, la filosofia di Agricola Bellaria è stata guidata da un doppio binario: un rispetto viscerale per i vitigni autoctoni, coltivati seguendo i dettami della lotta integrata per preservare l’ambiente, unito a una forte vocazione internazionale che ha portato i suoi bianchi a trionfare nelle più severe degustazioni alla cieca di tutto il mondo.

Vigna Boschi: dove il Fiano incontra i “chicchi d’oro”

Il punto di contatto perfetto tra la storia della cantina e il segreto marino di Candida si chiama “Vigna Boschi”. È in questa specifica e singola parcella aziendale, un vero e proprio cru situato nel cuore del territorio comunale di Candida, che Agricola Bellaria raccoglie i grappoli per il suo Fiano di Avellino DOCG “Vigna Boschi”. Un vigneto che l’azienda stessa ama definire come un “paradiso terrestre”, esposto al sole d’alta quota e radicato proprio su quei terreni calcareo-argillosi saturi di nummiliti e fossili oceanici.

La mano dell’enologo interviene qui per preservare l’estrema purezza del vitigno, senza alterazioni chimiche o mascheramenti in legno. Le uve, vendemmiate rigorosamente a mano nella prima decade di ottobre, affrontano una criomacerazione e una pressatura soffice, per poi maturare in acciaio con la tecnica del bâtonnage.

Il risultato è un Fiano in purezza di straordinaria verticalità. Nel calice, il “Vigna Boschi” esprime un profilo olfattivo intenso e fine, ma è al palato che rivela la sua vera natura: dritto, fresco, sorretto da una spina dorsale acida monumentale e da una sapidità sferzante che pulisce la bocca e lascia un lungo ricordo salmastro. È un vino progettato per sfidare gli anni, capace di evolvere nel tempo verso quelle note complesse e minerali che solo il “mare in montagna” di Candida sa regalare.

Sciuscià: il Mare in Montagna con le Bollicine

Per poter descrive lo Sciuscià è stato necessario descriverne l’origine dei suoi su cui si allevano le uve Fiano necessarie alla sua produzione e del Vigna Boschi, di cui è la versione mossa.

Per lo Sciuscià Irpinia Fiano Doc Metodo Classico Extra Brut 2022, con sboccatura 28 luglio 2026, sono state prodotte soltanto 2700 bottiglie. Le uve, durante la vendemmia di quattro anni fa, sono state raccolte a mano proprio presso Vigna Boschi a Candida e, andando a memoria, con un anticipo di tre settimane per ingraziarsi più acidità possibile, rispetto al Fiano fermo della maison vitivinicola.

Senza diraspare e con pigiatura ultra-soffice, le uve sono state avviate alla prima fermentazione in acciaio e, dopo 8 mesi sulle fecce fini, alla seconda in bottiglia con l’aggiunta del liqueur de tirage. Dopo 38 mesi, a partire dalla seconda fermentazione, è stata effettuata la sboccatura.

La veste dello Sciuscià è elegantemente dorata, di un colore decisamente carico, con un perlage finissimo, per una bollicina di classe, numerosa e non troppo persistente. Al naso il guscio d’ostrica si fonde alle note di lievito, che ricordano il pane appena sfornato, poi alla salvia essiccata e al timo limonato; una apparente nota sulfurea volge subito in idrocarburo, come di nafta vergine, lasciando spazio al cedro candito, alla pesca gialla, al miele di zagara e al confetto di mandorla. Dall’elegante perlage, al palato, ne risulta una texture cremosa. L’ingresso è sapido, subito inondato di sferzante freschezza, con note citriche che rievocano i precedenti riconoscimenti odorosi, cui va ad aggiungersi il pompelmo, e un touch d’ananas non maturo. Ritorna altresì la macchia mediterranea col timo, limonato naturalmente, e la salvia.

Lo Sciuscià di Agricola Bellaria vede il sorso sigillato da un finale leggermente ammandorlato e piuttosto lungo. Ideale per un brindisi dedicato alla fine di questa estate, con cena galante a base di cernia di fondale al forno su fonduta di patate al burro d’Isigny e zafferano.

Champagne Experience 2026

Per la sua nona edizione, l’evento “Champagne Experience” ha riconfermato la sua sede a Bologna.

Questo importante appuntamento italiano è interamente dedicato a uno dei vini più rinomati a livello globale: lo Champagne. Si è tenuto presso gli ampi spazi di BolognaFiere ed è stato organizzato dalla Società Excellence, una prominente organizzazione che racchiude 21 importatori e distributori di vino italiani. Quest’anno l’edizione ha registrato un notevole incremento sia nel numero dei visitatori sia nelle dimensioni degli spazi espositivi.

Sono stati predisposti ben 125 banchi per le degustazioni con le maison e i vigneron più rinomati, offrendo l’opportunità di degustare oltre 800 etichette. Per i partecipanti è stata anche un’occasione speciale per incontrare molti produttori francesi presenti all’evento. L’esperienza si rivolgeva sia ai professionisti del settore sia al vasto pubblico di appassionati.

La manifestazione è stata organizzata con cura, assicurando che i vini fossero serviti sempre alla temperatura ottimale. Il programma includeva diverse masterclass interessanti, mettendo in risalto le particolarità del territorio, molte delle quali hanno avuto il tutto esaurito. Le case produttrici erano suddivise secondo la loro provenienza geografica nelle diverse aree di produzione della Champagne: Montagne de Reims, Vallée de la Marne, Côte des Blancs, Côte des Bar e Maison Classiche.

Le zone della Champagne si differenziano per il tipo di suolo, i vitigni prevalenti e il profilo aromatico dei vini.

Ecco le 5 zone principali:

Montagne de Reims: suolo con prevalenza di gesso in profondità e strati di marna e argilla. Vitigni: Pinot Noir (circa il 60%) e Chardonnay. Vini: vini di grande potenza, struttura, corpo e nobiltà.

Côte des Blancs: suolo altamente gessoso. Vitigni: Chardonnay (circa 95%) Nel calice: acidità minerale vibrante, freschezza, finezza e note di agrumi e fiori bianchi (ideale per i Blanc de Blancs).

Vallée de la Marne: suolo argilloso, marnoso, sabbioso e gessoso; vitigni: Pinot Noir (circa 60%) e Pinot Meunier (circa 30%). Nel calice: vini di grande potenza, struttura, corpo e nobiltà.

Côte de Sézanne: suolo più ricco di argilla e sabbia. Vitigni: principalmente Chardonnay.

Nel calice: vini rotondi, aromatici e di pronta beva. 

Côte des Bar (Aube): terreno kimmeridgiano (marna e argilla calcarea), meno gessoso rispetto al nord. Vitigni: prevalenza di Pinot Noir (oltre l’80%). Nel calice: vini ricchi, rotondi, freschi e con un frutto generoso.

È stata un’esperienza coinvolgente tra i produttori delle cinque aree geografiche. Ecco alcuni assaggi: ho scelto due per ciascuna suddivisione geografica.

Cote des Bar

Cuvée Espression Rosé Chassenay D’Arce è un vino composto per il 67% da Pinot Noir, 28% da Chardonnay e 5% da Pinot Blanc, con un dosaggio di 10 g/l e un affinamento sui lieviti di 48 mesi. Ha un colore rosa salmone che emana profumi di lampone, fragoline di bosco e crostata di frutti di bosco. Al palato risulta saporito, vibrante e persistente.

Stenope Millesime Brut 2013 di Devaux è un blend equamente diviso tra Pinot Noir e Chardonnay, con un dosaggio di 5,5 g/l e un invecchiamento sui lieviti di 84 mesi. Presenta un bel colore giallo dorato e bollicine sottili; offre profumi di prugna mirabella, vaniglia, mandarino, pane tostato e pasta frolla. Al gusto si presenta pieno, fresco, teso e di lunga persistenza.

Valle de Marne

Cuvee n° 744 Degorgement Tardif Extra Brut di Jacqueson si compone di 45% Chardonnay, 35% Pinot Noir e 20% Meunier, con un dosaggio di appena 2 g/l e 92 mesi sui lieviti. Il colore giallo dorato e il perlage fine introducono aromi di frutta gialla matura, pere, crosta di pane e croissant. Al palato è ampio, setoso e armonioso, con una persistenza durevole.

Racines Meunier Extra Brut Collard-Picard è interamente prodotto con Meunier, con un dosaggio di 3 g/l e un affinamento sui lieviti di 84 mesi. Si presenta con un colore giallo dorato brillante e un perlage persistente; al naso è accattivante e fruttato, con note di spezie secche e biscotti fragranti. Al palato è avvolgente, fresco ed espressivo.

Cote de Blancs

Presidence Vieilles Vignes R&L Legras è fatto al 100% di Chardonnay, con un dosaggio di 5 g/l e un invecchiamento sui lieviti di 96 mesi. Ha un colore giallo dorato e perlage sottile, rivelando sentori di albicocca, agrumi, crosta di pane e polvere di caffè. Si presenta fresco, saporito e setoso in bocca.

Revelation du Terroir 2017 Blancs de Blancs Zero Dosage Encry Veuve Blanche Estelle: originale per l’uso esclusivo del Chardonnay con un dosaggio di 7 g/l e 60 mesi sui lieviti. Di un giallo dorato luminoso e bollicine fini, al naso emergono note di albicocca, pesca, agrumi canditi, crema di nocciole e piccola pasticceria. Al palato risulta vibrante, avvolgente e persistente.

Montagne de Reims Grande Tradition Maxime Blin: questa cuvée utilizza il 10% di Pinot Noir e il 90% di Chardonnay, con un dosaggio di 4 g/l e una maturazione sui lieviti di 36 mesi. Di colore paglierino luminoso con bollicine fini, sviluppa profumi di agrumi come pompelmo e lime, fiori di gelsomino, melone e crosta di pane. Al palato è piacevolmente fresco e sapido.

Brut Blanc de Noir 1er Cru Gonet-Medeville è interamente Pinot Noir con un dosaggio di 5 g/l e una permanenza sui lieviti di 30 mesi. Di un brillante giallo paglierino con perlage finissimo; rivela aromi di zagara, mela, lime e nocciola. Il sorso è dinamico, rinfrescante e persistente.

Maison Classiche

Blanc de Millénaires 2017 Charles Heidsieck: composto esclusivamente da Chardonnay con un dosaggio di 9 g/l; matura per 144 mesi sui lieviti. Di un giallo oro luminoso con perlage sottile; al naso presenta note di pompelmo, zagara, pan brioche e mela cotogna. Al gusto è cremoso ed armonioso.

Bollinger La Grande Année Rosé 2018 di Bollinger è uno Champagne composto da Pinot Noir (67%) e Chardonnay (33%), con un dosaggio di 7 g/l e un affinamento sui lieviti di 84 mesi.  Paglierino brillante, si riconoscono sentori di fragolina di bosco, pesca, pompelmo rosa e pasticceria da forno. Il sorso è  vibrante, dinamico e di lunga persistenza aromatica.

Vinòforum 2026, quando il vino incontra l’eccellenza

Chi pensa di andare al Vinòforum semplicemente per assaggiare vino commette un grande errore. Vinòforum è molto di più: è una grande vetrina dedicata alle eccellenze enogastronomiche italiane e internazionali, un luogo dove vino, cucina, olio, pizza, cultura e territorio si incontrano dando vita a un racconto corale del gusto.

Grazie alla famiglia De Venuti, negli anni la manifestazione è cresciuta fino a raggiungere livelli sempre più importanti. Già due anni fa, in occasione del ventennale celebrato al Circo Massimo, avevo scritto che il successo di Vinòforum era ormai una certezza. L’edizione dello scorso anno, con il debutto nella prestigiosa cornice di Piazza di Siena, nel cuore di Villa Borghese, aveva ulteriormente confermato questa crescita. Nel 2026 è arrivata una nuova, significativa conferma: le presenze sono aumentate del 20%, raggiungendo circa 96.000 tra espositori, operatori, pubblico, stampa e istituzioni.

Ma il dato che più mi ha colpito non è soltanto quello numerico. È cambiato il pubblico. Non sono più soltanto i giovani che un tempo partecipavano soprattutto per bere un bicchiere di vino. Oggi Vinòforum richiama appassionati, professionisti, sommelier, operatori della ristorazione e semplici curiosi sempre più interessati a conoscere ciò che stanno degustando.

Ed è forse proprio questa la vera maturità raggiunta dalla manifestazione.

Un grande racconto dell’agroalimentare italiano

La 23ª edizione ha portato a Piazza di Siena oltre 40 ristoranti, circa 60 chef e maestri pizzaioli e centinaia di degustazioni. I 21 Temporary Restaurant hanno raccontato la cucina dei migliori ristoratori di Roma e del Lazio, mentre le The Night Dinner, realizzate in collaborazione con La Molisana, hanno registrato il tutto esaurito.

Il filo conduttore è stato il fattore umano: chef diversi, storie diverse, sensibilità diverse, unite dalla volontà di raccontare una ristorazione capace di mettere al centro persone, prodotti e territori.

«Questa edizione a Piazza di Siena segna un ulteriore grande traguardo nella storia di Vinòforum», ha dichiarato Emiliano De Venuti, organizzatore e CEO della manifestazione, sottolineando il ruolo di Vinòforum come piattaforma di valorizzazione e racconto dell’intero comparto agroalimentare italiano.

Un risultato che coinvolge anche le istituzioni. Roma Capitale, ARSIAL, Regione Lazio, ARSAC, Regione Calabria, MASAF, Regione Marche, Regione Abruzzo e Unaprol hanno contribuito a costruire una manifestazione sempre più articolata, capace di mettere in relazione territori e produzioni differenti.

Per il Lazio, in particolare, Vinòforum rappresenta una vetrina importante per valorizzare un patrimonio agricolo, vitivinicolo e gastronomico che merita di essere conosciuto sempre di più.

Il vino italiano guarda oltre i confini

Dal Consorzio DOC Friuli allo spazio Regione Lazio-ARSIAL, dalla Calabria alla Marche, dall’Abruzzo alla Strada del Barolo e ai grandi vini di Langa, Vinòforum ha portato in scena una fotografia ampia del vino italiano.

Accanto alle grandi cantine della Penisola, non è mancata una significativa presenza internazionale, con le etichette presentate dall’Ente del Turismo Spagnolo e dalla Georgia.

Ed è proprio qui che ho avuto la possibilità di partecipare a due interessanti masterclass, occasioni preziose per uscire dai confini del panorama enologico italiano e confrontarsi con territori e culture del vino molto differenti.

Alla scoperta dei vini della Regione di Madrid

La prima degustazione, condotta da Yolanda Ruiz, sommelier e guida ufficiale, è stata dedicata ai vini della Regione di Madrid.

La denominazione Vinos de Madrid è nata nel 1990 e comprende quattro sottozone, alcune delle quali caratterizzate da vigneti di montagna situati intorno agli 800 metri di altitudine.

Tra i vitigni più rappresentativi troviamo il Malvar, la Garnacha Tinta, l’Albillo Real e il Tempranillo. Particolarmente interessanti le varietà a bacca bianca autoctone, Malvar e Albillo Real, capaci di regalare espressioni territoriali di grande personalità.

Il primo assaggio è stato Albillo Real 4 Monos 2024, D.O. Vinos de Madrid, Subzona San Martín de Valdeiglesias.

Un vino dal naso complesso e intenso, dove emergono erbe aromatiche, frutta gialla e frutta secca, accompagnate da una delicata sfumatura fumé che ricorda il fieno bruciato. In bocca entra fresco, per poi sviluppare rapidamente una piacevole componente sapida e salina. La mineralità è importante e accompagna sensazioni agrumate e leggere note tostate. Un vino che riesce a coniugare freschezza e profondità.

Interessante anche il Camino de Navaherreros 2025 della Cantina Bernaveleva, sempre dalla Subzona San Martín de Valdeiglesias.

Al naso arrivano profumi floreali, fiori rossi e una delicata nota di fragolina di bosco. Il tannino è delicato e ben integrato. Al palato si mostra complesso ed elegante, sostenuto da una buona freschezza, ma capace di allargarsi in bocca attraverso sensazioni morbide e avvolgenti. La chiusura lascia una piacevole nota di ciliegia fresca.

Due vini diversi, ma accomunati dalla capacità di raccontare un territorio vitivinicolo ancora poco conosciuto dal grande pubblico italiano.

Georgia, dove il vino affonda le radici nella storia

Il secondo appuntamento mi ha portato molto più lontano, fino alla Georgia, in una degustazione condotta da Tamar Tchitchiboshvili, Wine Ambassador Georgia.

Qui il vino non è semplicemente una bevanda, ma parte integrante della storia e della cultura del Paese. La Georgia è infatti riconosciuta dall’UNESCO per l’antica tradizione della vinificazione nel metodo tradizionale georgiano.

Le tecniche tramandate di generazione in generazione prevedono l’utilizzo di lieviti indigeni, fermentazioni spontanee, macerazioni prolungate sulle bucce e l’impiego del Qvevri, la tradizionale anfora di terracotta interrata nel terreno.

È una filosofia produttiva che oggi definiamo spesso “naturale”, ma che in Georgia rappresenta semplicemente una tradizione millenaria.

Il Cantina Dekanozishvili 2017 è un rosso che mette insieme l’antico metodo georgiano in Qvevri e la tradizione vinicola dell’antica Roma.

La cuvée è composta da Saperavi 68%, Otskhanuri Sapere 22% e Shavkapito 10%. Le uve, provenienti dai vigneti di famiglia, vengono sottoposte a un processo di appassimento prima della vinificazione. La fermentazione e il primo affinamento avvengono nel Qvevri per circa un anno, prima del successivo passaggio in botti di rovere.

Il risultato è un vino intenso e complesso, caratterizzato da un bouquet raffinato e da una struttura importante. Un rosso capace di raccontare, attraverso il bicchiere, l’incontro tra due culture enologiche lontane nel tempo ma sorprendentemente vicine.

Ancora più particolare il Gvinia Rkatsiteli, ottenuto da una delle più antiche varietà autoctone georgiane, coltivata nella regione di Meskheti.

Il colore ambrato-aranciato anticipa un profilo aromatico intenso. Frutta secca, spezie e richiami alla pesca si intrecciano a sensazioni più profonde di liquirizia, tabacco, legno e cuoio.

La lunga permanenza in Qvevri contribuisce a donare struttura, complessità e persistenza. È un’espressione che rientra a pieno titolo nella tradizione degli orange wine georgiani, dove il contatto prolungato con le bucce diventa elemento fondamentale dell’identità del vino.

Wine Top Tasting: il vino diventa cultura

Grande successo anche per le Wine Top Tasting, che hanno portato a Piazza di Siena il meglio dell’enologia italiana e internazionale.

Le degustazioni organizzate all’interno del Wine Theatre, in collaborazione con l’Associazione Italiana Sommelier Lazio, hanno registrato il tutto esaurito. Ma gli appuntamenti dedicati alla cultura del vino hanno coinvolto anche gli spazi istituzionali della Regione Lazio-ARSIAL.

Accanto al vino, grande attenzione è stata dedicata al Parmigiano Reggiano e all’olio extravergine di oliva, con le masterclass organizzate da Unaprol EvooSchool.

È questa, probabilmente, la vera forza di Vinòforum: non limitarsi a mettere in fila produttori e prodotti, ma creare occasioni di conoscenza, confronto e approfondimento.

Una piazza che racconta l’Italia

Alla fine, rimane la sensazione di aver attraversato, in pochi giorni, un’Italia straordinariamente ricca.

Dal vino alla pizza, dall’olio al formaggio, dalla ristorazione alle produzioni agricole, Vinòforum ha saputo mettere in relazione produttori, chef, sommelier, comunicatori, professionisti e appassionati. E lo ha fatto nella splendida cornice di Piazza di Siena, trasformata ancora una volta in un grande palcoscenico del gusto.

DAMBO, una fetta di New York nel cuore di Napoli

Nel cuore della city napoletana, a Piazza Municipio, c’è un posto dove appena entri sembra di attraversare una porta spazio-temporale.

Un attimo prima sei a Napoli, con il Maschio Angioino davanti agli occhi. Quello dopo potresti essere in un jazz club londinese. E no, non serve nemmeno il biglietto aereo.

Questo è DAMBO Beef & Grill.

La scorsa settimana è partita la seconda stagione delle DAMBO Jazz Nights, il progetto di Amedeo Quagliata e Maria Mazza , con la direzione musicale di Carmine Marigliano.

Alla voce Helen Tesfazghi accompagnata alla tastiera da Marco Fiorenzano e al sax da Umberto Muselli, uno dei più rinomati al mondo. Qui la musica non è un semplice sottofondo, ma entra nella serata e diventa parte dell’atmosfera.

E poi c’è la cucina.

La focaccella a lievitazione naturale, che segue i suoi tempi e riposa circa 12 ore prima della cottura. E si sente: è una di quelle cose semplici solo in apparenza.

Proposta con varie possibilità ti topping che variano ogni giorno. 

E poi ancora carne di grande qualità, selezione Cillo, uova biologiche PeppOvo e una bella carta dei vini. Non solo ristorante ma anche cocktail bar con una grande varietà di drink in lista.

Il tutto dentro un ambiente che affascina: stile industriale, metallo, mattoni, grandi spazi e quell’aria un po’ anni ’90 che fa subito New York.

L’ispirazione arriva infatti da DUMBO, iconico quartiere di Brooklyn, conosciuto da Amedeo e Maria durante uno dei loro viaggi (sono una coppia non solo nel lavoro ma anche e sopratutto nella vita).

Ma qui non c’è una copia di New York. C’è una Napoli che prende ispirazione da fuori e la fa sua. Loro viaggiano, restano affascinati da qualcosa e lo portano a Napoli per reinterpretarlo e contestualizzarlo nella tradizione campana. 

Perché Dambo è un locale nuovo ma dalla profonda tradizione familiare, infatti, è l’ultimo capitolo di una storia che, in casa Quagliata, parte da lontano.

Così sei anni e’ nato DAMBO Beef & Grill, una nuova tappa del percorso professionale della famiglia Quagliata iniziato nel 1979 con Il Gallo Nero, a cui nel 1990 si è aggiunta la Trattoria Medina, uno degli indirizzi storici della zona.

Con DAMBO però si cambia la formula, cambia il linguaggio e cambia anche il modo di vivere il locale. Un pubblico diverso, in una zona di Napoli fatta di uffici comunali, porto e tanto movimento, dove puoi venire a pranzo, a cena o anche solo per un cocktail.

E con una proposta che cambia ogni giorno, si muove e non ti permette di annoiarti. 

Quello che invece non cambia è l’idea di ospitalità, quella che passa da una generazione all’altra e che oggi la famiglia Quagliata interpreta in una chiave decisamente più contemporanea.

Napoli fuori, New York nell’immaginario e il jazz dentro.

DAMBO.

DAMBO Beef & Grill

📍 Piazza Municipio 2, Napoli

📞 081 552 5996

✉️ info@dambobeef.it 📱 @dambo_beefgrill

🌐 dambobeef.it