Casentino: il Pinot Nero che guarda al futuro

Cambiamento climatico, viticoltura di alta quota e identità territoriale: il Convegno di Poppi racconta un territorio che evolve senza dimenticare le proprie radici

Ci sono territori che sembrano avere una relazione particolare con il vino e il Casentino è uno di questi. Boschi, altitudine, escursioni termiche e una viticoltura che negli ultimi anni ha trovato nuove chiavi di lettura fanno di questa valle una delle aree più interessanti della Toscana da osservare, soprattutto, in un momento in cui il cambiamento climatico sta imponendo alla viticoltura nuove domande.

È proprio da queste domande che è partito il Convegno Vini del Casentino, ospitato nella suggestiva cornice del castello medievale di Poppi. Un appuntamento che ha messo intorno allo stesso tavolo produttori, tecnici e istituzioni con lo sguardo verso una viticoltura chiamata a cambiare: piogge distribuite in modo diverso, estati più lunghe, inverni meno rigidi e periodi di siccità sempre più ricorrenti stanno modificando le condizioni nelle quali i viticoltori si trovano a lavorare.

A delineare il quadro sono stati Bernardo Gozzini, ex responsabile del Consorzio Lamma Regione Toscana, Gennaro Giliberti della Direzione Agricoltura della Regione Toscana, l’agronomo Ruggero Mazzilli, insieme a Marco Biagioli e Vincenzo Tommasi dell’Associazione Viticoltori del Casentino.

Il tema non è soltanto comprendere che cosa sta cambiando, ma capire come prepararsi al cambiamento. Tre le direttrici emerse dal confronto: innovazione e investimenti per rendere i vigneti più resilienti, gestione dell’acqua come risorsa strategica e una maggiore attenzione alla prevenzione agronomica e alla lettura dei dati climatici.

Una sfida che riguarda il futuro, ma che parte da decisioni molto concrete nel presente. E il Casentino sembra volerla affrontare con consapevolezza, perché evolvere significa capire come preservare la propria identità mentre cambiano le condizioni intorno.

Dopo il confronto tecnico, è stato il vino a prendere la parola: la Masterclass condotta da Luca Radicchi ha messo a confronto nove Pinot Nero, nove interpretazioni diverse di uno stesso territorio. Un vitigno che in Casentino ha trovato condizioni particolarmente interessanti e che oggi è coltivato da 19 aziende su 27 ettari.

La degustazione ha mostrato una gamma espressiva tutt’altro che uniforme: freschezza, trasparenza, componente floreale, frutto, balsamicità, struttura e verticalità si sono alternate nei diversi calici, restituendo un’immagine articolata del territorio.

Terre di Romena 2024 ha aperto la degustazione con una bella trasparenza luminosa, profumi agrumati di arancia sanguinella, piccoli frutti rossi e viola mammola. Fresco, succoso e sapido, con un tannino fine e ben integrato.

Più materico il Giuncaia, Gorgo 2024, da agricoltura biologica, caratterizzato dai terreni argillosi che regalano maggiore concentrazione cromatica e un frutto maturo. Le note balsamiche accompagnano una struttura solida e un tannino più marcato.

Il Lo Ri, Podere Pereto 2023 propone invece un’espressione più calda e mediterranea, con spezie ed erbe aromatiche, acidità più contenuta e buona persistenza.

Grande trasparenza per Ornina 2023, biologico e biodinamico, ottenuto con fermentazione spontanea. Vivace, floreale e agrumato, con eleganti richiami balsamici e aromatici.

Il Podere della Civettaja 2023, biologico, si distingue per luminosità e verticalità. Un naso inizialmente timido lascia spazio a una bocca di grande espressività, con un tannino lunghissimo, fine ed elegante.

Con L’Alberone, I Renzetti 2022 arrivano note di frutto e fiore evoluti e una speziatura delicata. Fresco, equilibrato e lineare.

Pergentina, Passumena 2022 esprime invece un frutto scuro maturo, accompagnato da un lieve accenno di confettura e da una nota balsamica. Intenso, persistente e compiuto.

Poppiena 2021 gioca ancora sulla trasparenza, con frutti rossi e scuri, note floreali e speziate. In bocca mostra equilibrio e compattezza, con un lieve calore alcolico che non disturba.

A chiudere la degustazione è stato Cuna 2021, caratterizzato da intensità olfattiva, dolcezza del frutto, piacevolezza e un finale lungo e armonico. Una delle interpretazioni più complete della Masterclass.

Nove vini diversi, dunque, ma un filo comune: la capacità del Pinot Nero di leggere il territorio attraverso sfumature, più che attraverso la forza.

Il pomeriggio ha portato il pubblico dalle riflessioni tecniche all’incontro diretto con produttori e territorio. L’apertura delle cantine ha inaugurato la 28ª edizione del Festival “Il Gusto dei Guidi”, manifestazione che da decenni racconta il Casentino attraverso vino, cultura e gastronomia.

È qui che il racconto del vino trova la sua dimensione più completa, perché un territorio vitivinicolo non è fatto soltanto di vigneti e bottiglie: è fatto di persone, tradizioni, cultura, accoglienza e capacità di costruire relazioni per trasformare il territorio in un luogo da conoscere, vivere e ricordare.

Un ringraziamento speciale all’Associazione Viticoltori del Casentino, alla Pro Loco Centro Storico di Poppi e a Davide Bonucci di Enoclub Siena per l’invito e per aver creato un’occasione di confronto così ricca.

Il Casentino sta costruendo il proprio futuro attraverso una viticoltura che osserva i cambiamenti climatici, sperimenta, investe e cerca nuove risposte, senza perdere il rapporto con il territorio.

Il confronto tecnico del convegno e la degustazione dei nove Pinot Nero raccontano una viticoltura fatta di altitudine, freschezza, biodiversità e ricerca, il Festival “Il Gusto dei Guidi” aggiunge la dimensione della comunità e della cultura.

Due momenti diversi, ma complementari, che restituiscono l’immagine di un territorio capace di ascoltare ciò che accade, studiare, sperimentare e, soprattutto, continuare a raccontarsi, perché il futuro del vino passa anche da qui: dalla capacità di evolvere senza smettere di essere riconoscibili. E il Casentino, oggi, ha ancora molto da raccontare.

Un ringraziamento speciale per le foto ad Andrea Moretti, fotografo in Firenze.

“L’Altro Oltrepò” – L’Oltrepò Pavese tutto da scoprire

L’Altro Oltrepò raccoglie undici produttori e ben trentaquattro vini; un incontro con un territorio che chiede di essere guardato negli occhi.

L’Oltrepò è terra di Pinot Nero, lo è dal 1850 quando il Conte Augusto Giorgi di Vistarino portò questa varietà, ma non solo. È una terra generosa, dedita alla viticoltura di qualità da secoli e con una storia così sfaccettata che non può relegarsi a una voce solista perché è nella polifonia delle sue sfaccettature che mostra il suo meglio.

Quello di cui parliamo oggi è un “Altro” Oltrepò fatto di Riesling Italico, Barbera, Croatina, Mornasca, Moradella grande e piccola, Cortese, Ughetta, Uva Rara, Vespolina e altri vessilli identitari più intimi, che con la loro qualità stanno trovando il loro spazio all’interno del racconto principale del territorio. Il 7 maggio, alla Trattoria Masuelli San Marco, questo Oltrepò ha avuto spazio, parlando con la sua voce, attraverso una selezione magistrale.

I produttori sono molti, tra nomi più celebri e altri sorprendenti seppur meno conosciuti, Picchioni, VNA Wine, Cascina Gnocco, Vini Buscaglia, Colle del Bricco, Perego & Perego, Bruno Verdi, Cà del Gè, Giogà, La Rocchetta di Mondondone, Dezza 1890.

Il Riesling Italico è una varietà di uva ampiamente diffusa in Oltrepò ma vive spesso d’ombra per via del suo nome che lo porta erroneamente a paragone con il cugino Renano, tanto che tra le ultime proposte al tavolo del Consorzio vi è anche la possibilità di darle unicamente il nome di “Italico” abbandonando la radice Riesling per garantirle quella identità che merita. In Croazia col nome di Grasevina è la bacca bianca più diffusa, meritatamente, perché è un’uva generosa che con le sue caratteristiche può permettersi variegate narrazioni, dalle più croccanti alle terziarizzazioni più audaci, mantenendo eleganza e “Identità”.

Barbera(minimo 25% max 65%), Croatina(minimo 25% max 65%), Uva Rara, Ughetta di Canneto Pavese (altresì conosciuta come Vespolina),Uva Rara raccontano invece l’ossatura tradizionale dei Rossi dell’Oltrepò, in percentuali differenti e con eventuali presenze in forma minore di altri vitigni locali consentiti (come la Moradella che troveremo, o il Pinot Nero che non deve superare il 45%), blend che hanno trovato il loro equilibrio nella natura e nella storia del territorio, qui rappresentati da aziende che hanno saputo adattarli all’attualità senza decontestualizzarli ma rafforzando la loro storica e bellissima indentità.

Bruno Verdi – Canneto Pavese

Apre le danze una delle realtà più coerenti del territorio, sette generazioni e una fedeltà assoluta allo stile pulito, territoriale, senza derive moderniste, che rivedremo dopo nei rossi. Il Riesling Italico Frizzante 2025 è un piccolo manifesto, la lieve bolla esprime in modo intimo note di erba sfalciata, agrume, più in evidenza rispetto a una note semi aromatiche. Al palato lo zucchero è sciolto e assolutamente poco evidente, mentre la bolla leggera che esalta la sapidità freca dei suoli calcarei.

La scelta di spumantizzare questa varietà in maniera un po’ diversa, in autoclave con pied de cuve è lodevole e da dona a queste uve una dimensione briosa e Armonica.

Passando ai rossi il Cavariola 2021 conferma la mano magistrale sui blend del territorio e la vocazione pazzesca dell’omonima vigna da cui si produce questo vino, solo nelle migliori annate, dal 1985: Croatina e Barbera in equilibrio naturale, Uva Rara e Ughetta a rifinire la finezza. Un vino profondo, che al naso sprigiona note di sottobosco, cannella noce moscata, frutta nera matura e humus, pepe di cayenna. Asciutto e generoso, ricco di nobili tannini.

Il Buttafuoco 2024 è immediato, croccante, vivo: la vinificazione passa qualche attimo in assenza di ossigeno, è effettuata parte con buccia e parte senza buccia. La Vespolina spicca nella nota di pepe nero, Si apre su note di liquirizia e una rotondità di beva molto agevole e contemporanea, piacevole.

Cà del Gè – Montalto Pavese

Specialisti dell’Italico, i loro vigneti sono in altura, caratteristiche che si ripercuotono nei vini tesi e minerali. La Brina 2024 è la versione più fresca, brillante, al naso apre con note di marndorla e frutta a guscio, in bocca esprime una burrosità molto ben amalgamata e finale salino. Il Filagn Long 2024, è un purista ed è l’Italico più strutturato, se ne fanno circa 3000 bottiglie: viene da una vigna di 80 anni, terreni poveri, caratteristiche che aiutano a concentrare la mineralità, la vinificazione di uve leggermente surmature è fatta attraverso una micro-ossigenazione naturale i lieviti sono quelli naturalmente presenti. Il risultato è un vino paglierino di buona carica, che all’olfatto apre con note di ananas, mandaola dolce, lilium, in bocca equilibrio e persistenza burrosa e sapida.

Il Fajro 2022 è un Buttafuoco da annata calda, maturo, speziato in cui si fa notare la Barbera al 40% che con la sua freschezza si coniuga perfettamente con la potenza della Croatina di questa annata e gli dona leggeri toni selvatici.

Perego & Perego – Artigiani dell’eleganza

Piccola realtà che lavora con estrazioni misurate privilegiando l’eleganza sulla potenza, sperimentatori e minimalisti. Il Barocco è un blend di 50% Croatina, 10% Moradella Grande, 10% Moradella Piccola, 20% Vespolina, 10% Barbera che fa dai 12 ai 60 mesi di legno grande. Barocco 2018 è fresco, fine, floreale, con colore vivido e beva agevolissima. Il Barocco 2017 è più caldo: frutto maturo, struttura ampia, liquirizia evidente. Il Giubilo 2016 è una Bonarda, quindi Croatina, quasi in purezza, con un 10% di Barbera e un 5% di uva Rara a ingentilire: toni aranciati aprono a un ventaglio olfattivo variegato e fine, mora, cacao amaro, poi sottobosco secco e grafite, al palato dimostra una grande struttura e un tannino fine, profondità, il 2016 rappresenta tra l’altro una grande annata.

Picchioni – Solinga e Riva Bianca

Riferimento assoluto del Buttafuoco Storico, Andrea è un viticoltore meticoloso, un agricoltore purista, dedico al territorio e ai suoi prodotti. Il Bricco Riva Bianca è uno dei due crù, una vigna simbolo del territorio, che arriva a 45% di pendenza, e il buttafuoco nasce proprio su questi pendii, che ci viene presentata in un trittico di annate: 2021,2020,2016 tutte magnum.

La vinificazione prevede una cernita a tavolo, la fermentazione in tini tronco-conici di rovere di Slavonia da 4000 litri, sosta sulle bucce per un minimo di 40 giorni, quindi ancora rovere per 24 mesi e attesa dopo l’imbottigliamento.

La 2021 ha un equilibrio spostato sulla freschezza e su tannini agevoli. Un Buttafuoco che non sbaglia mai, che nella differenza di ogni annata riesce a trovare un grande equilibrio. La 2020 è più calda: il frutto pieno in bocca acquista rotondità e tannini più ricchi di frutto e smussati. 2016, annata perfetta per un vino in sintonia con lo stile del Vigneron: generoso al visivo, al naso apre con note di ciliegia sotto spirito e cacao, sorso dinamico, salino, rotondo, nero.

Vini Buscaglia – La Croatina in purezza

L’azienda porta la Croatina come scelta identitaria, coraggiosa, rara. Il tempo dei lunghi affinamenti per cercare l’equilibrio e far parlare coi giusti toni un vitigno vigoroso e tannico naturalmente.

La verticale Tabar 2004–2015–2018 è una piccola masterclass: 2018 iniziamo con colori cupi, profumi di viola e si mischiano a frutta più matura, poi radice di liquirizia e spezia dolce, in bocca freschezza e slancio acidità, il tannino fitto e asciutto. 2015 più vigore, l’annata è calda e struttura e morbidezza. Con la 2004 abbiamo la piena maturità, c’è terziarizzazione, note di cacao, tabacco spento e marasca si aggiungono al ventaglio olfattivo, in bocca il tannino è succoso e amplifica la lunghezza gustativa piacevolmente.

VNA Wine – Federico Fiori, il laboratorio

Piccola cantina sperimentale, nelle esperte mani di Federico Fiori, ogni anno viene lanciato un progetto diverso. La N0 è il tavolo sperimentale, ogni anno cambia vitigno. La N0 2019 è un Riesling Italico macerato: al naso svela note di tè nero, erbe, in bocca tannino leggero, un naso sorprendentemente un filo rossista per estrazione, qualche sbuffo di geranio, un vino gastronomico che si potrebbe azzardare con un’anatra all’arancia.

N1 2019 è Cortese, una rarità fuori dal Piemonte, e qui trova generosità che si traduce in più corpo e sapidità: le note sono fresche e agrumate, anche leggermente terziarizzate da leggero smalto, in bocca sapidità che crea fame.

N02 altro Cortese, di eccellente finezza: il profilo è agrumato e finissimo, infuso di scorza d’arancia, miele di tarassaco, salgemma che preannuncia quello che all’assaggio è un vino dal sorso pieno e saporito.

N2 2020 è invece un Metodo Classico, siamo di fronte a un’annata calda al contrario della precedente. Al naso spiccano mandorla, fiori bianchi, e un frutto leggermente più maturo in bocca bel volume accentuato dalla bolla.

Dezza 1890 – Metodo Classico da Italico

Altra storica realtà che dimostra mano tecnica. Il Carlo Giorgio è un Brut secco, dai 15 ai 18 mesi sui lieviti, se ne fanno 600 bottiglie sboccate a la volée. Il perlage è fine e persistente, al naso sprigiona ricordi di scorza di mela golden, mandorla, un leggero tono agrumato, in bocca una bella e fresca sapidità naturale di buona persistenza.

Colle del Bricco – Giovane e fresco

A Valleversa su un terreno argilloso con gesso e calcare.La passione per il Riesling Italico si vede e emerge in bottiglia, in vigna sfogliando nella fascia del grappolo cerca di sfruttare il più possibile l’azione solare, Borea 2023 è un frizzante: la bolla esalta la parte erbacea e di scorzetta di limone del vitigno, con vivacità, l’annata calda dona note fruttate più intense, la bolla resta in sottofondo come la parte salina presente e equilibratissima. Khione 2024 è invece fermo e da vigna vecchia su base di argille nere e fondo gessoso/calcareo, in questo caso ci si avvale di una doppia raccolta per avere più completezza e fa affinamento su fecce fini. Si mostra estremamente piacevole, agrume biondo fresco e in infusione, fiori bianchi, sorso calibrato e ben definito, burroso ma di bella tensione, finale asciutto, ricordi di susina.

Gipsy Red 2024: Barbera, Croatina, Uva Rara, Vespolina; da vigne dai 60 ai 70anni, fermentazione spontanea su lieviti indigeni, semi-carbonica e per metà vinificata in rosso per metà a grappolo intero, 6 mesi in legno e 6 in acciaio per legare, il giovane colore dai riflessi violacei svela al naso una piacevole speziatura pepata che marca la presenza di vespolina, croccante ciliegia, retronasale e assaggio burroso e presente, si presenta nel suo migliore stato evolutivo.

Cascina Gnocco – La Mornasca

Vitigno rarissimo, identitario, assolutamente autoctono, sono stati fatti importanti sforzi per farlo riconoscere, l’azienda ha piante di 16 anni. Orione 2018 è un rosso pieno dai riflessi ancora violacei, al naso la frutta gioca con toni che vanno dalla prugna secca alla ciliegia, radice di liquirizia. In bocca tannino fine e speziatura naturale, lascia un finale balsamico, ricordi di erbe secche. Saltiamo molto indietro con la 2005, molto evoluta, al naso cuoio, frutta nera, in bocca un tannino legato e bella eleganza, lasciandolo respirare sprigiona sentori e ricordi di cioccolata e tabacco biondo.

 Eos Rosè 2012, è un Metodo Classico di Mornasca in edizione limitatissima, 500 bottiglie: colore rosa antico, al naso frutta secca a guscio, petali di rosa, agrume candito, la bolla percepibile è finissima, una lunga scia minerale lascia un finale di mandorla dolce.

Giogà – Pietra de’ Giorgi

Produzione essenziale e stile territoriale. Iniziamo con un Riesling Italico Boietto 2024: scorza di limone, fiori bianchi, sottobosco, in bocca salinità e grande freschezza che ci parla del territorio più aperto ai venti da cui viene, una leggera astringenza dona una dimensione precisa alla beva e pulizia. Buttafuoco 2024 50% Croatina · 30% Barbera · 20% Uva Rara/Vespolina: fresco, croccante, speziato, con la percentuale di Barbera che tiene il vino teso. Buttafuoco 2019 in questo caso l’annata è più calda, l’evoluzione amplia lo spettro del vino che marca prugna, pepe, tabacco e si svolge in una struttura ampia e molto piacevole.

La Rocchetta di Mondondone – PIWI e altitudini

Lavorando su altitudini più elevate cambiano le scelte agronomiche, la sostenibilità è al centro, la scelta di puntare sui Piwi è ambiziosa e interessante. Gocce di Vento 2017: Cortese + Riesling Italico, imbottigliato in luna calante, in una annata più calda manifestano frutta gialla, erbe aromatiche, agrume infuso, crema chantilly, floreale macerato, molto delicato all’assaggio, buona lunghezza e finale sapido. Gocce di Vento Resistente 2023 è un Johanniter, un vitigno resistente dalle caratteristiche affini alla famiglia dei Riesling: agrume, mela, fiori, 23 è una annata ideale per PIWI, anche in bocca c’è una bella maturità d frutto ma senza perdere acidità. Croaticum 2015 è una Croatina e mostra l’evoluzione di una annata calda, al naso apre con frutto nero, cacao, grafite e sottobosco. In bocca tannino morbido e ricordi di mora matura.

Trattoria Masuelli

L’evento è stato ospitato all’interno della Trattoria Masuelli, presente dal 1921, è una istituzione del territorio, un luogo dove ci si immerge in una Milano di altri tempi. Lo Chef Massimiliano Masuelli porta avanti la tradizione di famiglia e ha sapientemente accompagnato questo viaggio con assaggi della tradizione Milanese come i Mondeghili, il Risotto alla Milanese eseguiti magistralmente e di fortissimo abbinamento con i vini degustati.

Conclusione

L’Oltrepò è una terra fertile come poche, un caleidoscopio di varietà enologiche che oltre a essere il polmone vinicolo di Lombardia rappresentano un patrimonio da proteggere, tutelare e sostenere nell’avvenire. Questa bellissima iniziativa ha permesso a diverse aziende di cooperare per questo obiettivo, ringrazio Federica Schir e Davide Bortone per l’organizzazione e per il bellissimo momento creato. L’Oltrepò che fa squadra vince, è questa la certezza che porto con me. Dopo il progetto Classese, a Febbraio 2027, il Consorzio porterà in Assemblea il progetto Montenapoleone per creare un posto dedicato alla vinificazione in rosso “tipica” di questa terra, che abbiamo ampiamente visto e che oggi non ha una collocazione propria. Il nome che evoca un vino rosso locale che negli anni Sessanta era tra i più famosi e apprezzati della zona insieme a Buttafuoco, Sangue di Giuda e Barbacarlo. L’obiettivo è partire subito con questo nome già registrato e dare lustro e rappresentanza e ordine anche a un altro tassello di questo “Altro”, grande, Oltrepò.

Vinodabere.it: in rete la nona edizione della Guida ai Vini della Sardegna

Oltre 600 campioni testati, 118 premiati, 7 i “vini perfetti”

E sono nove! Iniziata con quella targata 2019, la serie delle Guide “on line” che Vinodabere.it, prima e unica testata specializzata a farlo, dedica ai Vini della Sardegna taglia, col rilascio dell’edizione 2027, un traguardo davvero importante che assume ulteriore valore visto il momento particolarmente complesso (e non semplice) che tutto l’enomondo italiano e internazionale stanno vivendo.

E se i numeri su questo fronte, al solito, non mentono (i campioni inviati e testati dal team della Guida, curata dai giornalisti Maurizio Valeriani e Antonio Paolini,  indice della vivacità complessiva del comparto produttivo che li  fornisce, sono in calo, pur lieve, rispetto all’edizione precedente), le stesse cifre parlano però poi chiaro, anzi chiarissimo, sia sulla costante ed evidente tendenza al rialzo della media qualitativa dei vini proposti (e dunque del comparto vitivinicolo sardo nel suo complesso) che sull’interesse che questo spicchio sempre più definito e originale della produzione nazionale riesce a suscitare tra professionisti, appassionati e semplici ma attenti consumatori.

L’uscita della Guida completa è stata infatti preceduta da ben 16 trailer, uscite parziali dedicate ognuna a uno spicchio territoriale o di tipologia del comparto. Ebbene: la media di visualizzazioni per i 16 “episodi” di questa serie alla Netflix è stata di 35 mila per un totale di 560 mila. Un risultato che parla chiaro. Cosi come parlano chiaro le 118     

Standing Ovation assegnate sui 331 campioni che hanno meritato la recensione in Guida, con una percentuale siderale del 35,6%, ovvero più d’un premio d’eccellenza per ogni tre campioni censiti.
A fare la differenza sono la capacità in costante ascesa (e premiata appunto da meritati riconoscimenti), l’impegno di quelli storici e l’affacciarsi di nuovi protagonisti. Confortati soprattutto sul fronte Bianchi (dunque anzitutto Vermentino) dalla complicità di un’annata, la 2025, decisamente umana e propizia se paragonata a precedenti e alla attuale. E che, in un sub-territorio particolarmente vocato e celebre per finezza come la Gallura ha regalato sensazioni e risultati incantevoli per eleganza anche sul versante rosso, alias Cannonau.  

Tra le Standing Ovation, sette i magnifici super top approdati al diploma di vino perfetto: i 100/100. Sono due bianchi, due rossi, e, a sorpresa (fino a un certo punto: la Sardegna ne è patria orgogliosa e malgrado la tendenza commerciale non esaltante, il livello, Vernaccia oristanese in testa, si è confermato in degustazione straordinario) un vino da ossidazione e due vini dolci (l’elenco dei super 7 chiude questo comunicato).

Ovviamente, e in base a quanto detto, non poteva che essere la già citata Gallura a far la parte del leone, anzitutto col suo prodotto bandiera, il Vermentino: 19 Standing Ovation su 38 vini in Guida (contro il rapporto 8 a 62 del resto dell’isola) e poco altro da aggiungere.

Benissimo sul fronte colorato, parlando di Cannonau, e oltre la crescita gallurese, ancora una volta Mamoiada: 11 Standing Ovation su 20 presenze. Ma fanno benissimo anche i Carignano con 12 vini al top di 24 e si propone in rampante ascesa il Cagnulari, che si assicura 6 allori su 23 recensiti. E infine, a ulteriore conferma che un terroir, quando è Grand, sa aver anche più facce, Mamoiada si ripropone anche, imperiosa, con le sue Granazza (4 Standing Ovation su 6). E altrettanto, esaltata dalla già citata grazia d’annata, fa la Gallura affiancando al rullo compressore Vermentino ben 5 Cannonau a premio. Con la varietà gratificata anche dai risultati di Romangia (3 premiati), Orgosolo e Ogliastra, entrambe con due decorati sugli appena 3 vini rispettivamente presentati.

Un’ultima notazione, che va oltre i numeri e, in un certo senso anche lo stesso ambito del riscontro di qualità del singolo calice o bottiglia, è il rapporto intimo e identitario che lega i vini sardi alle loro sottozone di produzione, e intreccia anche qui in modo unico gusto, bellezza e paesaggio. È per questo (e pensando a un incoming turistico isolano sempre più interessato anche alle zone interne con i loro sapori e i loro vini come calamita) che ogni puntata della Guida è stata aperta da foto di copertina “vere” dei vigneti della sottozona e/o tipologia corrispondente. Perché mai come in questo caso è importante che anche l’occhio – come si dice comunemente – abbia la sua parte. La stessa logica ha indotto il progetto della Guida a testimoniare l’impegno sempre più evidente ed evoluto che i produttori dedicano al packaging dei loro vini. Ognuno di quelli recensiti dunque viene presentato in una scheda corredata dalla foto della bottiglia. 

La Guida Completa è di accesso gratuito e disponibile qui: www.vinodabere.it

La Squadra

Curatori: Maurizio Valeriani e Antonio Paolini.

Revisione dei testi a cura di Pino Perrone.

Attività di redazione web a cura di Daniele Moroni.

Autori dei testi:

Salvatore Del Vasto, Federico Gabriele, Maurizio Gabriele, Emanuele Giannone, Paolo Manna, Daniele Moroni, Gianmarco Nulli Gennari, Antonio Paolini, Pino Perrone, Stefano Puhalovich, Cristina Santini, Franco Santini, Susanna Schivardi, Gianni Travaglini, Paolo Valentini, Maurizio Valeriani.

Hanno completato la squadra di assaggio: Paolo Carpino, Paolo Frugoni, Riccardo Mugnaini.

Di seguito l’elenco dei 7 vini che hanno centrato i 100/100

Vermentino di Gallura Vendemmia Tardiva Campianatu 2024 – Campianatu

Vermentino Ruinas del Fondatore 2023 – Depperu

Vernaccia di Oristano Riserva 2016 – Fratelli Serra

Vino da uve stramature Latinia 2021 – Cantina Santadi

Moscato di Sorso Sennori Antas 2024 – Cantina Sorso Sennori

Carignano del Sulcis Superiore Arruga 2022 – Sardus PaterCannonau di Sardegna Ghirada Elisi Sa’e Antoni 2024 – Francesco Cadinu

“Sogno di una notte di mezza estate” – Un Ferragosto speciale sull’Etna da Villa Neri Resort & Spa

La bellezza immensa della natura, quando scatena le proprie forze nella lava fumante di un vulcano mai domo. Per chi vive alle falde delle sue pendici, l’Etna è un compagno, anzi una compagna sempre presente come un parente stretto che ha fatto la fortuna di un territorio e a volte lo ha punito in maniera dolorosa.

Il panorama de “A Muntagna” e la quiete di un luogo lontano dall’overtourism

“A Muntagna, Idda, Muncibeddu” sono solo alcuni dei termini affettuosi utilizzati dagli abitanti di un luogo meraviglioso, ancora impervio e in parte inesplorato, dove il verde si mescola al grigio delle lente colate trascorse. A Linguaglossa, una delle contrade storiche, il tempo sembra scorrere in una direzione più lenta, tra tradizioni popolari e architetture siciliane in stile Gattopardo. In un piccolo anfiteatro naturale nasce l’idea visionaria dei fratelli Fabio e Salvo Neri, di realizzare un resort di charme dotato di un moderno centro benessere, una piscina con garden esterno ed un ristorante gourmet, il Dodici Fontane, con lo chef Elia Russo intento a proporre il mediterraneo in ogni piatto tra mare e terra.

L’architettura funzionale di Villa Neri Resort & Spa

Le forme sinuose e a basso impatto ambientale del complesso sono state affidate all’architetto Salvo Puleo che ha curato anche gli interni e gli arredi, disegnando personalmente lampade, testate dei letti, sedute, tavoli e persino porta oggetti in vetro bombato che riecheggiano le antiche giare. «Volevo ridisegnare in chiave contemporanea lo stile siciliano che conosco sin da bambino, anche con il supporto delle nuove tecnologie» dichiara l’archistar catanese esperto nella rivalutazione di negozi e hotel di lusso. Il risultato finale è quello di un angolo unico nel suo genere, dove trovare il relax assoluto nel silenzio della valle circostante, prendendo il giusto tempo per sé stessi e il recupero delle energie vitali.

Un Ferragosto da ricordare con l’Etna in attività

E poi con l’Etna sempre in lontananza, ribollente come un tino in fermentazione che sbuffa e si agita regalando di notte emozioni indescrivibili con i suoi pennacchi incandescenti color rosso fuoco. Come durante le feste per il Ferragosto 2026, da ricordare anche per una lieve scossa di terremoto che per fortuna ha lasciato solo qualche graffio alla strada verso Piano Provenzana e le piste da sci.

Ogni anno Salvo Neri ha il piacere di regalare una serata di puro divertimento e cultura con musiche popolari e balli a bordo piscina e tanta gastronomia di qualità. Sempre in compagnia dei vini della famiglia Neri, ben indirizzati dalla consulenza di Calogero Statella e dalla guida commerciale di Santo Neri, figlio di Salvo, bravi a raggiungere la scala di valori tanto apprezzata da appassionati e operatori del settore. Una denominazione in profonda crescita e persino in controtendenza rispetto al panorama sofferente che vive il mondo vitivinicolo in queste fasi.

La cena al Dodici Fontane il gourmet di Villa Neri Resort & Spa

Il lungo weekend è proseguito nella cena degustazione del giorno dopo in un’atmosfera raffinata riservata ai soli ospiti dell’hotel. Tre i menù: Ricordi, Mare, Terra da 8 corse compresi il benvenuto e il predessert, da cui poter selezionare anche singole pietanze à la carte nel caso di particolari esigenze. Attenzione per i prodotti dell’orto e per le intolleranze alimentari, così come per la pasta fresca realizza da Elia Russo con grande manualità. Si parte da gambero panato in stecco ed un mini bun alla piastra.

Quadro pittorico e tanto sapore con il gambero rosso, caviale, pesca, pistacchi e gel di limone che spinge molto sulla parte agrumata. O come il trittico del pomodoro cuore di bue con soia, uova di ricci, granita di cetriolo cetrangolo e spuma di ricotta ovina. Tra i primi, il tubetto verde con liquirizia, creme di erbe spontanee e ricotta salata di buon equilibrio e il risotto con ragù di coniglio e polvere di carrube sono appetitosi e invitanti. Finale con trancio di ombrina, melanzana confit e bietola prima dei dessert tra cremoso al cioccolato, crumble di fava di cacao, salsa frutti rossi e gelato al pepe o il kelp con limone nero e cioccolato bianco.

Light lunch e drink signature a bordo piscina

Interessante la proposta light lunch per il giorno con hamburger e patatine home made o l’intramontabile club sandwich, la caponatina e le insalate internazionali, sempre assistiti dai manager di sala Mario e Salvo anche nella drink list che prevede ogni mese un cocktail signature come special.

La sosta da Villa Neri Resort & Spa segna il passo concreto tra l’idea di enoturismo basata sul copia e incolla senz’anima e chi crede fortemente, da autentico pioniere, nel territorio dove vive realizzando il sogno di molti avventori.

Sangiovese Purosangue a Roma: il volto autentico della Toscana

Nella cornice senza tempo del ristorante Armando al Pantheon, tempio della cucina romana e luogo di incontro privilegiato per appassionati e professionisti, è andata in scena una celebrazione intensa e sincera del vitigno simbolo della Toscana: il Sangiovese.

A ideare e condurre l’evento è stato Davide Bonucci, anima di Enoclub Siena, profondo conoscitore e instancabile ambasciatore del Sangiovese in tutte le sue declinazioni territoriali. Sangiovese Purosangue è il format itinerante che porta in giro per l’Italia alcune tra le più significative interpretazioni di questo vitigno, raccontate direttamente dai produttori attraverso la formula dei banchi d’assaggio.

Otto cantine, otto storie diverse, un unico filo conduttore: la capacità del Sangiovese di essere specchio fedele dei luoghi, delle mani e delle visioni che lo generano. Tra i numerosi presenti, operatori del settore e giornalisti hanno potuto confrontarsi con vini di grande personalità, in un dialogo continuo tra tradizione e contemporaneità.

Castello di Monsanto

Storica realtà di San Donato in Poggio, Castello di Monsanto è da decenni un riferimento assoluto per l’eleganza e la longevità del Chianti Classico. Qui il Sangiovese viene interpretato con rigore, profondità e una straordinaria capacità di evoluzione nel tempo.

  • Rosso IGT 2021

Frutto nitido e fragrante, con note di ciliegia croccante e leggere spezie. Al palato è scorrevole, dinamico, di grande bevibilità.

  • Chianti Classico Annata 2023

Giovane e vibrante, esprime profumi floreali e fruttati, con una bocca tesa e sapida che invita al sorso.

  • Chianti Classico Riserva 2021

Più profondo e complesso, con sentori di frutta matura, erbe aromatiche e una trama tannica fine e ben integrata.

  • Sangiovese Grosso 2018

Vino di grande carattere, austero e profondo, con note di sottobosco, tabacco e una lunga persistenza.

  • Chianti Classico Gran Selezione San Donato in Poggio 2020

Elegante e stratificato, unisce precisione aromatica e struttura, con un finale lungo e armonico.

Conti Capponi

Una delle famiglie storiche del Chianti Classico, Conti Capponi rappresenta un legame profondo tra storia, territorio e viticoltura consapevole.

  • Chianti Classico 2023

Fresco e diretto, con profumi di viola e frutti rossi. Al palato è equilibrato e di piacevole immediatezza.

  • Chianti Classico 2020

Più maturo e complesso, offre note di ciliegia sotto spirito e spezie dolci, con una struttura solida ma elegante.

Isole e Olena

Assente il produttore ma presente lo spirito della cantina, raccontato con competenza da un sommelier FIS. Isole e Olena è sinonimo di finezza e visione moderna del Sangiovese.

  • Chianti Classico 2023

Preciso e luminoso, con profumi di frutti rossi e accenni floreali. La bocca è fresca, armonica e ben bilanciata.

  • Cepparello Toscana IGT 2022

Iconico e profondo, sprigiona note di frutta scura, spezie e grafite. Il sorso è intenso, lungo e raffinato.

Istine

Cantina giovane ma già riconosciuta per la sua lettura autentica e territoriale del Chianti Classico, Istine lavora con grande attenzione alla vigna e alla precisione espressiva.

  • Rosato Toscano IGT 2024

Delicato e fragrante, con note di fragolina e agrumi. Fresco e sapido, di grande equilibrio.

  • Chianti Classico 2023

Schietto e territoriale, con profumi di ciliegia e viola. Bocca agile, tannini ben cesellati.

  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna Casanova dell’Aia 2021

Elegante e profondo, con note di frutta rossa matura, spezie e una trama tannica setosa.

  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna Cavarchione 2021

Più potente e strutturato, ma sempre misurato, con grande persistenza e finezza.

Podere Villanova

Piccola realtà che interpreta il Sangiovese in chiave essenziale e sincera, puntando sulla bevibilità e sull’espressione diretta del frutto.

  • Toscana Rosso IGT 2022

Fresco e immediato, con profumi di frutti rossi e una bocca agile e succosa.

  • Toscana Rosso IGT 2021

Più profondo e complesso, con note di spezie leggere e una struttura più avvolgente.

Riecine

Cantina simbolo di una viticoltura artigianale e rispettosa, Riecine propone vini di grande purezza espressiva.

  • Chianti Classico 2024

Giovane e scattante, con profumi floreali e fruttati. Sorso fresco e dinamico.

  • Chianti Classico Riserva 2022

Più articolato, con note di frutta matura e spezie, sostenuto da una bella tensione.

  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna Gittori 2020

Profondo e complesso, con sentori di sottobosco, erbe aromatiche e un finale lungo e minerale.

Fattoria Selvapiana

Riferimento assoluto del Chianti Rufina, Selvapiana racconta un territorio spesso meno celebrato ma capace di grande eleganza e longevità.

  • Chianti Rufina 2024

Fresco e fragrante, con note di ciliegia e viola. Bocca snella e sapida.

  • Chianti Rufina Riserva Vigneto Bucerchiale 2022

Classico e profondo, con tannini raffinati e una lunga persistenza.

  • Vigneto ERCHI Terraelectae 2020

Intenso e strutturato, con note di frutta scura, spezie e una grande capacità evolutiva.

  • Chianti Rufina Riserva 1993

Emozionante testimonianza di longevità, con profumi terziari complessi e una sorprendente vitalità al sorso.

Tenuta di Carleone

Visione contemporanea e approccio artigianale per una delle realtà più dinamiche del Chianti Classico.

  • Chianti Classico 2025

Giovane, fresco e vibrante, con profumi di frutti rossi e una bocca tesa e scorrevole.

  • UNO Toscana Rosso IGT 2021

Profondo e complesso, con note di frutta scura, spezie e una struttura importante ma elegante.

  • Il Guercio Toscana Rosso IGT 2023

Energico e immediato, con grande bevibilità e una bella espressione del frutto. Sangiovese Purosangue si conferma così non solo una degustazione, ma un racconto corale fatto di territori, persone e vini capaci di emozionare, restituendo al Sangiovese la sua voce più autentica e multiforme.

Casaleta, il Verdicchio che custodisce la memoria delle Marche

Casaleta é uno di quei posti che quando ci vai, ci lasci il cuore. Natura incontaminata, biodiversità, colline disegnate e panorami mozzafiato che sembrano uscire dalla tela di un pittore.

Stare tra i vigneti all’ombra di una quercia e sentire soltanto il suono delle cicale, perché non ci sono strade nel giro di qualche chilometro è una sensazione unica. Vigne vecchie e vigne più giovani sono su filari adagiati sui sali e scendi delle colline marchigiane, con le foglie sempre in movimento grazie alle brezze che soffiano dal mare di giorno e dalle montagne la notte.

Il Verdicchio qui è il nettare prezioso che due donne sanno vinificare talmente bene che chi prova i vini di Casaleta, rimane colpito per la pulizia e l’eleganza. Tanta attenzione ad ogni dettaglio e tanto sacrificio si tramutano in vini potenti, autentici e schietti. 

Siamo a Serra de’ Conti, nel cuore dei Castelli di Jesi, dove Alberto ha dato vita a un progetto che affonda le proprie radici nella tradizione agricola marchigiana. Il vigneto di Castiglioni di Arcevia, impiantato all’inizio degli anni Novanta, rappresenta oggi il cuore produttivo dell’azienda. Tra i filari sopravvivono antichi ceppi di Verdicchio, alcuni con oltre settant’anni di età, preservati attraverso la selezione massale anziché essere sostituiti con materiale clonale. Una scelta coraggiosa che racconta il desiderio di mantenere viva la biodiversità e l’identità di questo straordinario vitigno.

Oggi è Oretta Manieri insieme ai figli Cristina, Michele e Roberto Biancini a condurre le redini dell’azienda che ha una estensione di 50 ettari di cui 12 vitati. Di questi, 5 sono i vigneti più vecchi ad uso esclusivo di Casaleta. La filosofia produttiva è improntata al minimo intervento. Le fermentazioni spontanee, l’attenzione verso pratiche agronomiche sostenibili e la ricerca continua di vini sempre più essenziali dimostrano la volontà di lasciare parlare il territorio. Non è un caso che alcune etichette vengano prodotte senza solfiti aggiunti o addirittura senza trattamenti fitosanitari, frutto di un lavoro meticoloso in vigneto prima ancora che in cantina. In cantina l’enologo Giancarlo Soverchia

La degustazione ha rappresentato un vero viaggio attraverso le molteplici anime del Verdicchio e della produzione Casaleta.

L’apertura è affidata al Brut Rosé Metodo Martinotti, ottenuto da Sangiovese e Montepulciano. È uno spumante immediato e piacevolissimo, perfetto per l’aperitivo. Il profilo aromatico è dominato da piccoli frutti rossi: fragolina di bosco, ribes e ciliegia fresca croccante. Al sorso è fresco, vivace e scorrevole, con una bollicina fine che invita continuamente al nuovo assaggio.

Il Metodo Classico Millesimato 2018, sboccatura 2025, Dosaggio Zero con ben 72 mesi sui lieviti, cambia completamente registro. Il lungo affinamento regala profumi fragranti di crosta di pane e lievito, accompagnati da eleganti sfumature agrumate. In bocca esprime una tensione minerale molto precisa; l’ingresso è fresco e verticale, poi il vino si distende lentamente mostrando richiami alla frutta secca e una raffinata sapidità che accompagna un finale lungo e pulito. Uno spumante di notevole eleganza che dimostra quanto il Verdicchio possa eccellere anche nella spumantizzazione.

Tra i vini più rappresentativi della filosofia aziendale spicca INDI 2020, prodotto dal 2015 con fermentazione spontanea grazie ai soli lieviti indigeni. È un vino che privilegia autenticità ed espressività territoriale, nel quale il frutto dialoga con una piacevole complessità fermentativa, mantenendo equilibrio e naturalezza.

Molto interessante il confronto tra due annate di Castijo, il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico dell’azienda.

Il Castijo 2024 esprime tutta la freschezza della gioventù. Al naso emergono note di agrumi, fiori bianchi e mela verde, accompagnate da una piacevole vena minerale. Il sorso è dinamico, sapido e di grande bevibilità, con un finale agrumato che invita immediatamente a un secondo bicchiere.

Il Castijo 2015, invece, dimostra la straordinaria capacità evolutiva del Verdicchio. Il tempo ha trasformato il profilo aromatico verso sentori di idrocarburo, miele d’acacia, frutta gialla matura e mandorla. Il vino conserva una sorprendente freschezza e una tensione acida che sostiene una struttura complessa e profonda.

Con ZeroS 2022, prodotto senza solfiti aggiunti, Casaleta conferma come sia possibile ottenere vini puliti, precisi e territoriali. Il profilo aromatico è diretto, giocato sulla frutta fresca e sulla componente minerale, mentre il sorso appare energico, sapido e molto naturale.

La Posta 2021 rappresenta invece un’espressione più ampia e strutturata del Verdicchio. I profumi alternano frutta matura, erbe aromatiche e leggere note balsamiche. In bocca mostra volume, equilibrio e una persistenza che lascia emergere la tipica mandorla finale del vitigno.

Con ZeroF 2020, ottenuto senza trattamenti fitosanitari, la cantina porta ancora oltre la propria ricerca in vigneto. Il vino esprime un carattere autentico, con profumi nitidi e una beva di grande energia, sostenuta da una viva sapidità.

Ancora più radicale è il progetto ZeroF Premium 2025, realizzato senza trattamenti fitosanitari e senza solfiti aggiunti. È probabilmente il manifesto della filosofia Casaleta: un vino essenziale, puro, capace di trasmettere senza filtri il carattere dell’annata e del territorio.

La degustazione culmina con due annate del Barasta Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva.

Il Barasta 2015 colpisce per complessità ed eleganza. Al bouquet si intrecciano frutta gialla evoluta, miele, nocciola, pietra focaia e leggere note speziate. Il sorso è profondo, sapido e interminabile, sostenuto da una freschezza che rende il vino ancora straordinariamente vivo.

Il Barasta 2018 appare più giovane e verticale. Le note agrumate e floreali dialogano con una marcata mineralità, mentre il palato evidenzia precisione, equilibrio e un potenziale evolutivo ancora tutto da esprimere.

A chiudere il percorso è Caroggio Marche Rosso IGT 2024, ottenuto da uve a bacca rossa del territorio. Al naso offre profumi di ciliegia, mora e prugna, arricchiti da delicate sfumature speziate. In bocca è succoso, equilibrato e di piacevole freschezza, con tannini ben integrati che rendono il sorso armonioso e particolarmente gastronomico. Casaleta dimostra come innovazione e tradizione possano convivere senza compromessi. Da una parte la salvaguardia del patrimonio genetico del Verdicchio, dall’altra una continua sperimentazione che porta alla nascita di vini identitari, capaci di raccontare le Marche con autenticità.

Una cantina che non cerca effetti speciali, ma emoziona attraverso la sincerità del proprio lavoro e la capacità di trasformare ogni bottiglia in un racconto del territorio.

Est! Est!! Est!!! A Montefiascone si celebrano 60 anni di storia, territorio e futuro

A Montefiascone due giorni di incontri, degustazioni e visite in vigna per celebrare i sessant’anni della DOC e interrogarsi sul futuro di una delle denominazioni storiche del vino italiano.

Sessant’anni sono un anniversario importante per una denominazione. Lo sono ancora di più quando quella denominazione porta con sé una storia capace di attraversare i secoli e un nome che, ancora oggi, è immediatamente riconoscibile: Est! Est!! Est!!! di Montefiascone.

Per celebrare il sessantesimo anniversario della DOC, l’8 e il 9 agosto 2026 Montefiascone ha ospitato due giornate dedicate alla storia, al presente e alle prospettive future della denominazione. L’iniziativa è stata organizzata dal Comune di Montefiascone e dalla Fiera del Vino di Montefiascone, in collaborazione con l’Ufficio Stampa di Carlo Zucchetti.

Più che una semplice celebrazione, è stato un momento di confronto. Perché festeggiare sessant’anni significa anche chiedersi che cosa possa diventare una denominazione nei prossimi decenni.

Una storia che appartiene al vino italiano

La storia dell’Est! Est!! Est!!! affonda le proprie radici nella celebre leggenda medievale di Johannes Defuk e del suo servitore Martino, una storia che ha contribuito a costruire nel tempo l’immaginario legato al vino di Montefiascone. Precursore della guida del Gambero Rosso, assegnava un Est per indicare un vino buono, due per molto buono e tre buonissimo.

La DOC arriva nel 1966, nello stesso periodo in cui l’Italia comincia a costruire un sistema moderno di tutela e valorizzazione delle proprie produzioni vitivinicole. A sessant’anni di distanza, Montefiascone ha scelto di guardare a quella storia non soltanto con spirito celebrativo, ma come punto di partenza per una riflessione sul futuro. Alla Rocca dei Papi, luogo simbolo della città, l’incontro “Sessant’anni di Est! Est!! Est!!! di Montefiascone, il percorso tracciato e la storia ancora da scrivere” ha riunito rappresentanti del mondo del vino, della critica e della sommellerie.

Tra i protagonisti del confronto Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi, il giornalista e critico enogastronomico Antonio PaoliniAndrea Bellincontro dell’Università della Tuscia, Giuliano Rossi, presidente nazionale Vinarius, Gianluca Grimani, Relatore Guida Vitae AIS, e Riccardo Cabizza, coordinatore FISAR Centro Italia, insieme ai rappresentanti delle associazioni dei sommelier.

Significativa anche la presenza delle rappresentanze di Vernaccia di San Gimignano, Ischia Bianco e Frascati, le altre tre denominazioni che, insieme all’Est! Est!! Est!!!, appartengono alla prima stagione delle DOC italiane.

Non era dunque soltanto la festa di un vino, ma il racconto di una parte della storia della viticoltura italiana.

Dal bicchiere al territorio

Il banco d’assaggio degli Est! Est!! Est!!! di Montefiascone DOC ha permesso di spostare il confronto dalla teoria al bicchiere.

Produttori, annate e interpretazioni differenti hanno mostrato una denominazione tutt’altro che immobile. Il vino, del resto, è uno dei modi più immediati per capire quanto possa essere complesso il concetto di identità.

Anche la cena curata da Iside De Cesare, chef de La Parolina di Trevinano, una stella Michelin, ha contribuito a inserire il vino nel contesto più ampio della cultura gastronomica del territorio. Ma per comprendere davvero una denominazione bisogna uscire dalla sala di degustazione e andare nei luoghi dove il vino nasce.

Dalla bottiglia alla vigna

La seconda giornata è iniziata dalla storica Cantina Stefanoni, da dove un itinerario in E-Bike ha condotto i partecipanti attraverso alcune delle vigne più significative della denominazione.

Prima tappa il vigneto dell’Antica Cantina Leonardi, nella zona di Poggio del Cardinale. Poi la Cantina La Nobra, in località Madonna della Valle, la Vigna Montiano della Famiglia Cotarella, nella zona di Valle Perlata, e infine la vigna storica delle Famiglie Sensi & Trappolini.

È proprio qui che il concetto di territorio assume concretezza. Una denominazione non è soltanto una bottiglia, né soltanto un disciplinare. È fatta di vigne, esposizioni, paesaggio, persone e famiglie che nel tempo hanno scelto di coltivare quelle terre. Guardare i vigneti e incontrare chi li lavora permette di restituire un significato concreto a una parola molto utilizzata nel mondo del vino: territorio.

Il percorso ha compreso anche la visita all’Agriturismo “Le casette sul lago”, prima del pranzo e della visita alla cantina dell’Antica Cantina Leonardi.

Il Roscetto, una carta da giocare

Tra gli elementi emersi durante le due giornate, il “Roscetto” (ufficialmente menzionato come Rossetto), rappresenta certamente uno degli aspetti sui quali costruire una narrazione più contemporanea della denominazione.

Il vitigno che ha origine dal Trebbiano Giallo, con la sua capacità di evolvere nel tempo, può infatti contribuire a superare l’immagine di un vino legato esclusivamente alla sua storia e alla celebre leggenda. Ed è proprio il rapporto con il tempo ad aver offerto uno degli spunti più interessanti della manifestazione.

Le vecchie annate hanno dimostrato infatti che l’Est! Est!! Est!!! può raccontare qualcosa anche oltre la dimensione della freschezza immediata. È una prospettiva importante, perché consente di guardare alla denominazione con occhi diversi: non soltanto come patrimonio storico, ma come realtà ancora capace di costruire un’identità enologica contemporanea.

Sessant’anni non sono un punto d’arrivo

Il claim del convegno è stato: “Sessant’anni, non come traguardo, ma come nuova partenza”. Una frase che racchiude bene il senso di una denominazione nata da una leggenda antica, diventata DOC nel 1966 e ancora oggi capace di raccontare una storia fatta di territorio, viticoltori e identità.

Ma proprio guardando al futuro mi viene naturale pormi una domanda: perché una denominazione con una storia così importante non ha ancora scelto di costituire un Consorzio? È una riflessione che nasce anche dalla particolare struttura produttiva di Montefiascone, dove una parte consistente delle bottiglie è riconducibile alla Cantina Sociale, mentre le altre aziende rappresentano una quota minoritaria della produzione complessiva.

Una situazione che pone un interrogativo più ampio: non sarebbe forse arrivato il momento di fare sistema, mettendo insieme le diverse anime della denominazione per costruire una strategia comune di tutela, promozione e valorizzazione dell’Est! Est!! Est!!!?

Tutta la Valpolicella nei vini di Torre di Terzolan

Torre di Terzolan è un’antica dimora storica e una realtà saldamente legata alla Valpolicella Orientale, posta, più precisamente a Trezzolano (VR).

Valle famosa per i dolci rilievi coperti da vigneti a poca distanza da Verona, ampia e variegata, giace immersa in uno stupendo parco tra piante secolari, tra cui uno dei più antichi cipressi italiani, oliveti, vigneti e corsi d’acqua. Risalente al 1300, è  appartenuta ad importanti famiglie nobili, quali gli Scaligeri che la utilizzavano come riserva di caccia e successivamente alla famiglia Ridolfi, oggi è di proprietà dell’architetto Roberta Previdi.

Siamo in Val Squaranto, al confine con la Valpantena, oltre a produrre olio, vengono prodotte anche tre eccellenti etichette di vino. I capolavori enoici affinano in una cantina ipogea sotto la villa,  molto suggestiva con archi in pietra.  La temperatura è l’umidità sono controllate e costanti durante tutto l’anno. Una nota di merito va alla vecchia ghiacciaia. 

Ad accoglierci c’è la proprio Roberta che ci ha illustra minuziosamente la storia dell’azienda. Gli ettari vitati con le varietà tipiche della Valpolicella sono circa 2,5 e condotti secondo i dettami dell’agricoltura biologica certificata, posti ad altimetrie che si attestano dai 350 ai 400 metri. Gli olivi occupano una superficie di invece di 6 ettari. Oliveti e vigneti si trovano in un habitat naturale e ricco di biodiversità. 

Dalla villa e dal giardino si gode di un panorama senza pari, digradante verso la vicina cittadina di Giulietta e Romeo. Le vendemmie sono rigorosamente manuali, i grappoli vengono posti in cassette di varie dimensioni.  I vini affinati in piccole barriques sia di origine bordolese che borgognotta, tuttavia, una piccola percentuale per l’Amarone e il Valpolicella affinato in anfore di ceramica Tava.

La cantina è piccola ma al contempo molto funzionale. I vini sono composti da Corvina 65%, Corvinone 25% e Rondinella 10%. Le uve destinate all’appassimento vengono poste nell’antico portico per un periodo variabile che si aggira intorno ai 3 – 4 mesi. Una serie di accorgimenti garantiscono ai prodotti finali un elevato livello qualitativo. La villa dispone, inoltre di 4 suite finemente arredate ed affrescate per una vacanza all’insegna della pace e tranquillità,  vi hanno soggiornato personaggi illustri come Franco Zeffirelli. In villa si può soggiornare anche in esclusiva per un massimo di 10 persone e ogni richiesta personale viene esaudita.

I vini degustati sono:

Valpolicella Doc 2025 – Al naso sviluppa piacevoli sentori di viola, rosa, ciliegia, susina e frutti di bosco,  il sorso è vibrante,  saporito, setoso, armonioso e molto persistente.

Valpolicella Superiore Doc 2020 – Sprigiona eleganti sentori di mora, marasca, prugna, ribes, accompagnate da nuances balsamiche e speziate,  al gusto è avvolgente con tannini nobili ed è dotato di una lunga persistenza aromatica.

Amarone della Valpolicella Docg 2018 – Di grande complessità al naso, emana raffinati sentori di mirtillo,  iris, amarena, tabacco, polvere di cacao e spezie dolci,  al palato è pieno ed appagante con tannini setosi e un finale lunghissimo e saporito. 

È stata un’esperienza molto appassionante,  l’unico problema è stato di dover tornare via; grazie di cuore a Federica Schir e a Roberta Previdi sia per le enozioni che per le emozioni.

Idee per il Ferragosto: il libro “Radici, storia di un’impresa familiare” di Piero Mastroberardino

Radici è il nome del progetto agronomico e vinicolo voluto da Antonio Mastroberardino nel 1978. Ha dato il nome a un Taurasi, a un Taurasi Riserva e a un cru di Fiano di Avellino. Oggi è il titolo del romanzo di Piero Mastroberardino, Radici, storia di un’impresa familiare, edito da Solferino.

Piero Mastroberardino, decima generazione della famiglia di viticoltori di Atripalda (AV), ripercorre attraverso documenti antichi, lettere commerciali e carteggi privati, la storia dei propri avi a partire da quel Pietro Mastroberardino che nel 1735 inizia ad acquisire le terre che costituiscono l’attuale patrimonio della cantina: circa 250 ettari.

Una vera e propria impresa, con un senso ben più ampio della mera accezione economica del termine: quello di intraprendere un’attività che va oltre le capacità di un singolo individuo, diventando lo sforzo corale di una famiglia  che nei secoli ha portato avanti un’attività agricola e di produzione di vino. Lo studio minuzioso condotto da Piero sull’archivio di famiglia ci permette di conoscere i momenti salienti della storia imprenditoriale, e allo stesso tempo di entrare negli scorci più intimi, che meglio di qualunque documento ufficiale raccontano le quotidiane difficoltà e l’ingegno per superarle.

Abbiamo chiacchierato con Piero Mastroberardino nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, nell’ambito della rassegna Libri al Tramonto, organizzata dalla libreria Ubik di Vico Equense e promossa dal Comune di Vico Equense, per approfondire alcuni dei passaggi di questa storia e ripercorrere i momenti che hanno portato l’autore alla sua stesura.

Ne è emerso un romanzo denso di significati e significanti. Radici infatti può essere considerato “non solo la storia della famiglia Mastroberardino ma anche una storia del vino italiano attraverso la famiglia Mastroberardino”, racconta Piero.

A cominciare dal 1735,  con quel primo atto di compravendita tra il principe Nicolò Gesualdo e Pietro Mastroberardino, in cui si fa menzione delle viti latine, nome alternativo delle viti apiane, il moderno fiano, il più autoctono dei vitigni campani. Da quel momento in poi, la famiglia Mastroberardino ha portato avanti il proprio nome, legandolo in maniera indissolubile a quella del proprio vino.

Nel 1878 l’iscrizione in camera di commercio della Angelo & Giuseppe Fratelli Mastroberardino conferisce carattere prettamente imprenditoriale al patrimonio di famiglia. I due fratelli aprono filiali a Napoli e Roma, iniziano a partecipare a concorsi internazionali, compiono la scelta di uscire fuori dai confini della Campania, in Italia e in Europa, non per supplire in maniera anonima alla mancanza di vino dovuta alla fillossera, che in quegli anni falcidiava il patrimonio viticolo francese, ma con il preciso intento di esportare il vino di casa Mastroberardino. Scelte di imprenditori capaci di cogliere opportunità e di individuare occasioni anche nei momenti di crisi.

“Nel romanzo sono molti gli episodi in cui l’esponente di famiglia  che in quel momento regola l’attività, si fa carico del disagio e s’inventa una soluzione, una strada nuova”, ci spiega Piero, menzionando alcuni dei passi più importanti della storia, in cui si evidenziano problematiche comuni a quelle odierne: ad esempio il crollo di un mercato, e la conseguente necessità di aprirne uno nuovo.

Poi ci sono i carteggi più intimi, paralleli a quelli ufficiali. Come quelli tra Luigia e Pasqualina, sorelle e mogli rispettivamente di Giuseppe e Angelo: “smussano gli angoli e ci mostrano il volto umano di questa storia, come la necessità di “togliersi le pulci dalle vesti” o quella di ravvicinare le differenti vedute dei mariti, non sempre concordi tra loro”, continua Piero. E sulle donne di casa Mastroberardino prosegue: “Sono state grandi donne, con una grande forza. Hanno risolto problemi, hanno sciolto nodi ingarbugliati.”

Approccio moderno con mezzi e tecnologie antiche anche quello di Michele, nonno di Piero, che ancora giovanissimo, nel 1912, programma con minuzia un viaggio di lavoro negli Stati Uniti, esattamente alla stregua di un export manager dei giorni nostri. Si reca negli Stati Uniti e su sollecitudine del padre studia quel mercato, si impiega in altre attività per capirne a fondo i meccanismi. Con lui, l’impresa compie un ulteriore passo avanti: “Angelo, il pater familias, governava dal cockpit aziendale, il figlio Michele è presente fisicamente sui mercati”, racconta Piero. Americhe, Australia, Asia, Africa: non c’è continente in cui non arrivi il vino di casa Mastroberardino, grazie al lavoro incessante e ai continui viaggi di Michele.

Leggere Radici significa anche leggere alcuni dei passaggi più significativi della storia con la S maiuscola, con tutte le sfide che questa ha saputo porre alla famiglia di imprenditori vitivinicoli. Dal Volstead Act, più comunemente noto come Proibizionismo, alla Grande Guerra, dalla vicenda del Cogne su cui era imbarcata una grossa commessa per l’Argentina, sequestrata dai dissidenti di Fiume capitanati da Gabriele D’Annunzio, fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando le cantina di Atripalda divennero rifugio dai bombardamenti e cassaforte segreta delle migliori riserve, affinchè non fossero trafugate dagli invasori.

Il romanzo si conclude con un post scriptum, In memoria di Antonio Mastroberardino, padre di Piero, Cavaliere del lavoro, colui che ha innescato il grande processo di modernizzazione della cantina, dando il via al progetto Radici, da cui ancora oggi si sviluppano floride iniziative.

“Il più grande rammarico che ho”, termina Piero, “è che mio padre non ha conosciuto questa storia in tutti i suoi dettagli, io sono stato il primo ad accedere a questo enorme archivio di famiglia. La molla è scattata dopo la sua scomparsa: forse, avrei potuto fare prima questo sforzo.”

Vale dunque la pena menzionare le poche righe a conclusione del romanzo, in cui l’autore per la prima volta parla in prima persona: “Sento, intimamente, con quest’opera, di aver scritto per suo conto, d’esser latore di un messaggio che porto dentro di me grazie al suo insegnamento.”Al termine della presentazione abbiamo degustato l’ultimo nato di casa Mastroberardino: Ripe d’Altura, blanc de blancs da greco e fiano. Il nuovo germoglio della Vigna Mastroberardino.

I vini del Friuli: Muzic, da un secolo interpreti del Collio a San Floriano

L’azienda di Muzic nasce nel 1927 ma è stata completamente ristrutturata nel 2000.

Siamo a San Floriano del Collio attorno ai 250 metri di altitudine, incastonati tra dolci pendii con innumerevoli versioni di verde, e la vista dei filari in lontananza che si avverte dalla tenuta, è francamente rilassante. Non solo: ha una delle cantine più suggestive di zona che merita il viaggio, perchè risale al xvi secolo ed è scampata alle nefandezze delle guerre mondiali, preservando il soffitto a volta e le pareti di pietra a vista.

Possiede 26 ettari di vigneto a San Floriano del Collio e altri 2 nella doc Isonzo, per un totale di 140.000 bottiglie l’anno e 12 etichette.

Tutte monocultivar più un Collio bianco, cosiddetto da uve autoctone.

Ci accoglie Fabijan Muzic, trentatreenne, spigliato e comunicativo, a spiegare che i vini bianchi costituiscono il 93% della produzione, con presenza di Malvasia Istriana, Ribolla Gialla, Friulano e Picolit, per i vitigni chiamiamoli nazionali poiché la Malvasia non è del tutto ascrivibile a quelli autoctoni, anche se qui si sostiene che c’è sempre stata (dire “sempre” è soggetto del momento storico d’osservazione), e Pinot Grigio, Sauvignon, Chardonnay d’importazione francese.

Per quelli a bacca rossa troviamo a sorpresa il Cabernet Sauvignon per il Collio, poi Merlot e Cabernet Franc per l’Isonzo. Lo stupore iniziale dura però poco: fra qualche anno, con i recenti acquisti di vigneti a San Floriano, anche per Merlot e Cabernet Franc ci sarà un vino dal territorio del Collio.

Il Friulano esce anche in una versione da un singolo vigneto, un cru chiamato Villa de Randis, con affinamento di 4/5 anni in bottiglia, un vino che fa un passaggio in tonneau di acacia per sei mesi, più un anno di bottiglia. La botte di acacia cede poco al succo d’uva fermentato (per giunta qui è stata usata), è molto delicata, non un fard pesante ma un velo di mascara, eppure Fabijan che punta tanto a dare la massima purezza al territorio, non esclude in futuro (anzi, è possibilista) di poterla eleminare per il proprio Collio bianco.

Insomma una presenza di vitigni promiscua che non ha impedito a Muzic di rappresentare uno dei maggiori e iniziali promotori del Collio bianco denominato da uve autocnone, manifesto di produttori che oggi ne conta undici e di cui abbiamo già parlato qui:

Le fermentazioni sono effettuate esclusivamente con lieviti selezionati per una vinicazione che qui orgogliosamente è definita tradizionale (e anche qui adoperando questo termine si pecca del momento storico d’osservazione poichè nel passato la fermentazione era per forza spontanea). Grazie al cielo con Fabijan concordiamo su un aspetto, che il vino è una forma d’arte, giacché chi lo produce, decide che strada dare al vitigno, lo interpreta, lo rende personale.

Dopo essere stati per anni seguiti dall’enologo Giorgio Bertossi, oggi la famiglia Muzic cura direttamente ogni aspetto del vino.

Per la maturazione si usano solo i serbatoi di acciaio (salvo, come anticipato, per il Villa de Randis), dove i vini vi rimangono per cinque mesi e compiono bâtonnage, mentre i rossi trascorrono un anno di affinamento in tonneau.

La degustazione

La maggior parte dei vini è del 2025, ritenuta molto equilibrata e paragonabile al 2021, grande annata non solo in Collio.

Collio Ribolla Gialla 2025 12.5%

18/20 ore di macerazione sulle bucce a freddo, quindi non fermentativa.

Si presenta citrina, floreale d’espressione gialla, ginestra, fresca e sapida. Al palato è molto tesa e certamente minerale.

Collio Friulano Valeris 2025 13.5%

Valeris, dal toponimo della località del vigneto con cinquant’anni d’età, con biotipi più verdognoli rispetto ai moderni gialli, che mantengono le caratteristiche del colore di un Friulano ammandorlato e vegetale di un tempo, probabilmente un po’ rustico ma l’originale.

L’olfatto è fine ed elegante, con note floreali, di camomilla, e di erbe aromatiche. Al palato risulta morbido, fruttato e con note vegetali e ammandorlate. Un vino di grande equilibrio.

Collio Malvasia 2025 13.5%

Come la Ribolla Gialla, esegue 18/20 ore di macerazione sulle bucce a freddo. Prodotta in purezza dal 2009.

Ah, l’aromaticità colpisce immediatamente, con le sensazioni floreali, di rosa, ma è anche fresca e minerale. Al palato è setosa, con il fruttato in predominanza, albicocca e pesca, supportato da note di spezie e di erbe aromatiche, dove spiccano il pepe bianco e la salvia.

Una bella versione non macerata di questo vitigno.

Collio Bianco Stare Brajde 2023 14%

Stare Brajde significa Vecchie Vigne in sloveno, e proprio dai vigneti più antichi, 75/80 anni per la Malvasia, si ottiene il vino. Ho già menzionato la questione dell’uvaggio, che consiste nel dettaglio di Friulano per il 50%, Malvasia Istriana 30%, Ribolla Gialla 20%. Fermentazione alcolica per sei giorni e trasferimento in tonneau da 500 litri di acacia usate per cinque/sei mesi. Stabilizzazione e affinamento in bottiglia di un anno.

Il vino è intenso e glicerico, l’olfatto è al momento incentrato e dominato dal carattere della Malvasia, con note floreali, ma anche fruttate e un principio di albicocca. Il finale è speziato e sicuramente minerale.

Collio Friulano Villa de Randis 2021 14%

Niente botte per questo vino che affina per quattro anni in bottiglia, prodotto in 1300 esemplari.

Molto intenso, con toni mielati e di fiori secchi, di frutta a polpa gialla, agrume succoso, erbacei di fieno. Al palato è pieno e corposo, con molte erbe aromatiche e un finale ammandorlato. Il tutto si traduce in eleganza ed equilibrio. Confesso d’averlo particolarmente apprezzato.

Collio Pinot Grigio 2025 13.5%

Pressutura soffice delle uve intere e fermentazione alcolica che dura 10/12 giorni.

L’olfatto è varietale, con note floreali di gelsomino e di fiori d’acacia, e ancora tenui di rosa, in più piccoli frutti di bosco, come il ribes rosso e la fragolina. Il bouquet si completa con note di frutta esotica, litchi, e agrume, pompelmo.

Al palato è fresco e teso, tendenzialmente acidulo, con ritorni fruttati, e un finale minerale e sapido.

Collio Cabernet Sauvignon 2023 13,5%

La macerazione fermentativa delle uve dura dieci giorni, con tre rimontaggi giornalieri svolti a temperatura controllata.
Dopo la svinatura il vino è affinato in tonneau per minimo 12 mesi, maggiormente usato poichè nuovo non supera mai il 15%.

Bouquet che promette beva e impressiona per la croccantezza, declinato da fiori e piccoli frutti rossi, fra questi ultimi il mirtillo, ribes rosso, mora e amarena. Vi è anche una suggestione di menta.

Al palato, nonostante un tannino non pienamente ancora svolto, è croccante e gradevole, con ritorni dei frutti rossi, un’aggiunta di agrume, e un finale persistente e minerale. In conclusione, possiamo anche non trovarci d’accordo sui quali termini adoperare, ma ciò che importa è trovarci d’accordo sulla qualità dei vini, che personalmente hanno convinto chi scrive.