Alto Adige, visita alla cantina Rottensteiner

In occasione della terza edizione di Vinaltum che ha avuto luogo a Bolzano a Castel Mareccio, ho avuto l’occasione per conoscere meglio la Cantina Rottensteiner

Grazie a Federica Schir per averci accompagnato in questa splendida realtà altoatesina. La famiglia Rottensteiner coltiva la vite in Alto Adige da oltre 500 anni e risulta una delle più antiche. L’azienda si trova alle porte di Bolzano e possiede circa 20 ettari di vigne di proprietà suddivise in varie zone. Seleziona inoltre le uve da 45 fedeli conferitori i quali mediamente possiedono poco più di un ettaro  vitato. Fondata nel 1956 da Hans Rottensteiner,  portata avanti dal figlio Anton, oggi al timone dell’azienda c’è Hannes affiancato dalla moglie Judith, che ci ha mostrato l’azienda è raccontato la storia della famiglia.

La produzione punta su varietà autoctone come il Lagrein e la Schiava per il Santa Maddalena, ma comprende anche un crescente interesse  al Pinot Bianco, che equivale attualmente a circa il 35% della produzione, un dato considerevole  per una realtà  bolzanina. La viticoltura in Alto Adige affonda le sue radici in tempi remoti, le condizioni sono propizie per l’allevamento della vite, gli autoctoni Schiava e Lagrein hanno trovato habitat ideale.

La tenuta  vanta cinque masi storici che corrispondono ai nomi: Reiterhof, Hofmannhof, Kristplonerhof, Premstallerhof e Köfelehof, ognuno con un passato originale e un ruolo determinante nella produzione vinicola. L’etimologia del cognome deriva da pietra rossa, proprio la pietra porfidica tipica di questo areale. I vini ottenuti sono prevalentemente di monovarietà. La cantina di vinificazione e affinamento é completamente ipogea, gli affinamenti dei vini avvengono in acciaio, ma anche in cemento e botti di legno di varie dimensioni. La gamma dei vini è ampia e comprende varie linee, come, Kitz,  Classic, Cru e Select.

Due passi nel vigneto hanno antipatico l’ingresso in cantina e la degustazione di alcuni dei loro capolavori enoici con verticale di 6 annate di Lagrein.
Il nostro tour si è concluso con un aperitivo e light lunch nel vigneto del maso. Oltre ad apprezzare i vini e gli snacks, abbiamo beneficiato di una visita senza pari digradante verso la città di Bolzano e le montagne circostanti con le cime del Rosengarten innevate.

Ecco i vini degustati

Weissburgunder Classic Alto Adige Doc 2025 – Paglierino luminoso,  sprigiona sentori di mela,  pera, melone e nuances agrumate,  il sorso è fresco, fine, sapido e equilibrato.

Carnol Cru Alto Adige Doc 2025 – Pinot Bianco 100% –  Paglierino brillante,  emana sentori di fiori di campo, mela golden, pesca, ananas e lime, vibrante,  coerente e persistente.

Sylvaner Valle d’Isarco Alto Adige Doc Classic 2025 – Paglierino luminoso,  rivela sentori di fiori di montagna,  pera, susina bianca, mela e accenni agrumate, scivola in bocca fresco e sapido con chiusura lunga e duratura.

Sauvignon Classic Alto Adige Doc 2025  – Paglierino luminoso,  sviluppa sentori di biancospino, fiori di sambuco, foglia di pomodoro  e pompelmo,  al palato è fresco e contraddistinto da una sapidità e lunga persistenza aromatica.

Lagrein Rosé Classic Alto Adige Doc 2025 – Bel rosa tenue, rimanda sentori di Iris, fragolina di bosco, lampone e ciliegia, la freschezza stimola il sorso,  è gradevole e corrispondente.

Premstallerhof Select  Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc 2025 – Tonalità rosso rubino trasparente,  rivela note di frutti di bosco e violetta, al palato è armonioso, leggiadro e suadente.

Premstallerhof Select Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc 2024 – Rosso rubino intenso, libera sentori di ribes, ciliegia e lamponi,  sorso accattivante,  duraturo e fine.

Kristplonerhof Cru Alto Adige Schiava Doc 2024 – Schiava 100% – Rubino trasparente, al naso arrivano sentori di viola, visciola e fragola, il sorso è fresco, saporito e persistente.

Premstallerhof Select Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc 2023 – Schiava 87%, Lagrein 13% –  Rubino intenso,  dipana note di frutti di bosco,  te e mandorla,  sorso vellutato,  tannino setoso, lungo e coerente. 

Premstallerhof Select Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc 2019 – Schiava 87%, Lagrein 13% – Rosso granato trasparente, con sfumature aranciate, rivela sentori di prugna,  spezie dolci e nuances balsamiche,  il sorso è pieno, appagante e lungo.

Premstallerhof Select Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc 2018 – Schiava 87%, Lagrein 13% – Granato luminoso, i sentori richiamano i frutti di bosco maturi,  prugna e spezie orientali,  al gusto è avvolgente con tannini nobili, suadente  e lunghissimo.

Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Select 2023 – Rubino vivace, al naso emergono sentori di ciliegia,  liquirizia e spezie dolci,  il sorso è vibrante e sapido con chiusura lunga e duratura.

Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Select 2022 – Rubino intenso, presenta note di arancia sanguinella, melagrana e spezie,  al palato è aggraziato,  durevole e corrispondente.

Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Select 2020 – Tonalità rosso rubino vivace,  al naso sprigiona sentori di amarena,  tabacco, liquirizia e pepe nero,  in bocca è armonico,  setoso e decisamente lungo.

Lagrein Gries Riserva  Alto Adige Doc Select 2018 – Granato profondo,  emana sentori di arancia sanguinella,  rosa appassita, amarena e spezie,  attacco tannico vellutato,  fine, composito e lineare.

Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Select 2016 – Rosso granato intenso,  al naso esprime sentori di amarena, sottobosco, funghi, polvere di cacao e spezie,  al gusto è rotondo,  generoso ed armonioso.

Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Select 2014 –  Bel granato,  naso con sentori di frutta rossa matura,  pepe, liquirizia e nuances balsamiche,  gusto ricco, trama tannica setosa e spalla fresca saporita.

Lagrein Gries Riserva Alto Adige Doc Trigon 2022  – Rosso rubino con sfumature violacee, al naso spiccano sentori di viola, frutti di bosco,  cacao, vaniglia e tabacco,  al palato risulta avvolgente pieno ed appagante.

Hans Rottensteiner Srl

Via Sarentino 1a – 39100 Bolzano

Sito di riferimento: https://rottensteiner.wine/it/

Friuli, Colmello di Grotta – Il Giano che guarda il Collio e l’Isonzo

A due passi dal fiume Isonzo, tra Savogna e Farra, in località Grotta, si trova la cantina di Colmello di Grotta (appunto), nella collina di Villanova.

Ma dove siamo, in zona dell’Isonzo del Friuli o in Collio? Perché ospiti del Consorzio Collio, dei suoi vini dobbiamo parlare.

La soluzione è molto semplice e oltretutto strana. Gli edifici dell’azienda vinicola si trovano nell’Isonzo del Friuli, ma salendo e mirando (parafrasando il poeta di Recanati) di una ventina di metri entriamo in Collio, poiché questi terreni hanno grande affinità con esso e in fase di definizione del disciplinare vi rientrò a farne parte, per di più nella tenuta un tempo vi scorreva il fiume a delimitare le due zone, il quale da indisciplinato ora si è spostato trecento metri più in là.

Per tale ragione a Colmello di Grotta i vigneti situati in Collio, rimanendo completamente circondati dai relativi dell’Isonzo, sono ritenuti, a torto, un fanalino di coda e la zona è bistrattata.

Ci importa poco, saranno i vini a parlare di qualità o meno.

L’azienda vinicola ha 21 ettari, dei quali 15 sono quelli vitati tra Collio e Isonzo equamente divisi, gli altri sono bosco (ottima notizia) e indagando abbiamo contato 13 etichette complessive (ma aumenteranno) per circa 35.000 bottiglie l’anno. E’ certificata bio dal 2018.

Colmello di Grotta non ha ancora un vino Collio Bianco, probabilmente accadrà il prossimo anno e sarà prodotto solo con uve autoctone, mentre i vitigni monovarietali per il Collio sono: Sauvignon (cloni del Sancerre), Chardonnay (da poco impiantato con cloni dello Chablis), Ribolla Gialla, Pinot Bianco, Pinot Grigio.

Colmello di Grotta nasce ufficialmente nel 1965, grazie a Luciana Bennati, veneziana innamorata di queste colline, e oggi la cantina è guidata dalle due generazioni successive: Francesca Bortolotto Possati, imprenditrice e interior designer, e sua figlia Olimpia che aggiunge alla passione del vino quella dell’arte contemporanea. In effetti, le belle etichette delle bottiglie nominate Coldigrotta, una crasi che rende il nome più scorrevole, sono interamente disegnate da un artista amico di famiglia, Alfonso Clerici, pittore genovese di fama internazionale che ha lavorato a New York tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80,  frequentando tra l’altro la Factory di Andy Warhol, il celebre atelier di centro di produzione culturale attivo dal 1962 fino a poco prima della sua morte. Del resto dimestichezza con l’arte i Possati l’hanno, sostenendo con passione l’arte vetraria veneziana, e tra i promotori e sostenitori della Venice Glass Week, dedicato festival internazionale che quest’anno ne compierà dieci.

Per la consulenza enologica in azienda ci si avvale di Daniele Michelet di Conegliano.

Come ci ha spiegato Roberto Ottogalli direttore della cantina, fino al 2015 per la maturazione del vino si usavano le barrique. Oggi si adoperano delle anfore in gres fatte a mano da cinque ettolitri, al fine di mantenere le caratteristiche del vitigno e del territorio, contenitori che si limitano ad arrontondare il vino, senza aggiungere le cessioni proprie del legno, o delle più comuni anfore di terracotta. I vini pertanto eseguono sia un affinamento serbatoi di acciaio, che in anfora per circa sei fino a dieci mesi con i loro lieviti, e poi sono blendati in percentuali differenti secondo tipologia e annata, in media il rapporto è di 70 a 30 a beneficio dell’acciaio.

Dopo la pandemia si è scelto di uscire dopo tre anni dalla vendemmia, pertanto la corrente è la 2022.

Di Colmello di Grotta abbiamo assaggiato i seguenti vini, con l’ausilio di Olimpia Possati e Roberto Ottogalli:

Collio Ribolla Gialla 2022 12%

Proviene dall’appezzamento di 1,28 ettari del vitigno in Collio e compie la maturazione in serbatoio di acciaio per il 70% e anfora per il 30%. Prima annata 2004.

E’ una Ribolla fresca, fruttata, e minerale con pietra focaia, e alcuni riferimenti alle erbe aromaatiche.

Al palato mantiene la freschezza e al contempo è grasso, glicerico e ampio, con un finale dove ritornano le note minerali e una decisa sapidità, e una lieve ma percepibile sensazione amarognola regalata dal vitigno.

Collio Pinot Grigio 2022 13%

Da cloni alsaziani, effettua la medesima vinificazione del precedente vino.

Un bel mix tra il gelsomino e il pompelmo caratterizza l’elegante espressione olfattiva, che poi s’impreziosisce con suggestioni di tè verde.

Al palato esce una nota morbida, caramellata, che ricorda la mou, e il frutto che accompagna a lungo il ricordo del vino, assieme a una spiccata salinità.

Collio Pinot Grigio (ramato) 2022 12.5%

Ramato è scritto tra parentesi perchè il disciplinare del Collio non prevede di indicarlo in etichetta. Per differenziare i due vini si è ricorso al colore della capsula. La vinificazione avviene solo in anfora dove la macerazione dura venti giorni, svinato e rimesso in anfora per circa un anno con continui bâtonnage. Grazie alla prolungata macerazione, portando via parte degli zuccheri che rimangono sulla buccia, si ottiene un grado alcolico leggermente inferiore.

Bien fait, fin dall’olfatto il vino conquista con le sue note di frutta secca, di fiori secchi, e di fruttato dove emerge il melone giallo.

Al palato è ampio, molto elegante e persistente nella coerenza delle note percepite al naso. Una profondità da distillato che ovviamente incontra il mio personale plauso.

Collio Ribolla Gialla macerata 2023 12.5%

Il vino, prodotto solo nelle annate in cui l’uva è perfetta, sviluppa l’intera maturazione in anfora, dove permane per due settimane sulle bucce con fermentazione spontanea, e sei mesi di affinamento. Senza aggiunta di solfiti aggiunti rimane un ulteriore anno in bottiglia. La produzione è di appena 666 bottiglie l’anno (noi abbiamo testato la n. 346).

Anche questo è un vino notevole, con una indiscussa fragranza declinata al balsamico. Credo di riconoscere la celebre pastiglia che per non citarne il nome dirò che è gommosa con note balsamiche a base di levomentolo e olio essenziale di eucalipto, tutta verde e di forma piramidale. Croccante e intrigante si correda anche di frutta gialla matura e susina.

Al palato ha le caratteristiche dei vini macerati, senza le note astringenti, ricordi di buccia di pesca gialla, e di albicocca succosa. Grande infine la persistenza.

(atto a divenire) Collio Pinot Bianco 2025 13% campione

Anteprima della prima vendemmia con bottiglia presa dalla vasca, che uscirà in questo mese di giugno. La vinificazione è essenzialmente in acciaio, con un piccolo passaggio in anfora. 1.300 le bottiglie che saranno prodotte da dieci ettolitri.

Attualmente all’olfatto gioca sui sentori floreali, con gelsomino, fiori di acacia e altri bianchi, e spezie fra cui il pepe bianco. Molto intenso e fragrante.

Al suo morbido palato esce invece il tono fruttato (e la rima non guasta) e ha un finale sapido e speziato. Da riprovare più avanti perchè si tratta, di un promettente inizio per un vitigno che amo in particolar maniera, in generale e su ciò che il Collio ha saputo esprimere in passato e ahimè poco nel presente.

Concludendo, ammetto che non conoscendo l’azienda e avendo alcuni personali pregiudizi, non mi aspettavo un granchè dai suoi vini.

Che bello che è stato, invece, sentirsi smentiti.

Non a caso i latini dicevano in vino veritas (sebbene si riferissero ad altro).

Au revoir.

SKOK, “scocca” l’amore in Collio

Sanno bene gli illuminati viticoltori di quanto sia importante e fondamentale la presenza di un bosco a delimitare i vigneti. E’ fonte di umidità e di biodiversità, attuando una naturale filtrazione e purificazione dell’aria.

Da Skok, a meno di 400 metri dal confine sloveno in località Giasbana nel comune di San Floriano del Collio, Orietta, titolare dell’azienda vinicola assieme al fratello Edi, figli di Giuseppe, del bosco ne sono perfino immamorati, tanto da mancargli nelle escursioni presso altri colleghi fuori dalla loro regione.

La serenità di cui ho già menzionato in precedenza parlando del Collio, qui si compie e impera, poichè s’unisce a quella di chi produce il vino. I due fratelli e il figlio diciannovenne di Edi che abbiamo conosciuto nel press tour organizzato dal Consorzio del Collio, Nikolaj, apicoltore fin dall’età di dieci anni e mezzo, mi sembrano felici d’esistere, del luogo che li ospita, e orgogliosi della scelta di una vita rurale. Orietta poi è empatica, perennemente sorridente, e sembra baciata da Pan quanda parla di animali e di natura.

Quando capitombolò la mezzadria, il cui passato è rimembrato da Villa Jasbinae, il palazzo nobiliare posto al centro della proprietà edificato nel 1480 dai baroni Teuffenbach dove si svolgono le degustazioni quando il tempo lo consiglia, Giuseppe (Pepi) Skok e suo fratello Armando con l’aiuto delle banche ne acquistano la tenuta. E’ il 1968 e parliamo di un ettaro di vigneto con cento alberi di ciliegio, prati e bosco, e l’uva qui prodotta assieme al suo mosto si vendeva ad altre aziende.

Dal 1991 Skok imbottiglia grazie a Orietta e Edi succeduti a Giuseppe, e possiede 18 ettari di terreno, dei quali 11 vitati e nessun desiderio di espandersi ulteriormente.

Sette sono le etichette prodotte per circa 50.000 bottiglie l’anno.

Nella tenuta albergano cinque vitigni: Sauvignon, Chardonnay, Pinot Grigio, Friuliano e Merlot come unico a bacca rossa.

I filari dei vigneti sono alternati tra inerbito e lavorato (che non tutti in Collio attuano), perchè è stato notato che dove tutto era coperto d’erba, quando arriva l’acqua degli acquazzoni estivi se ne va via prima che il terreno la possa assorbire, mentre è recuperata dall’altro filare affianco rasato.

E’ l’arancione il colore aziendale, dal sito web, alle t-shirt (NE VOGLIO UNA), dai cartoni del vino, alle etichette e capsule di esso con il restyling del 2015, e non poteva essere diversamente. Rappresenta la solarità, l’energià, l’entusiamo, l’amicizia, il divertimento, è il tono delle rivoluzioni pacifiche, insomma tutte caratteristiche che ho ravvisato in Orietta e chi gli sta vicino.

Abbiamo assaggiato tutti i vini prodotti dall’azienda: i quattro monovitigni che vinificano in acciaio, Collio Pinot Grigio 2024 (36 ore di macerazione sulle bucce e 6 mesi di riposo sui lieviti), Collio Chardonnay 2024, Collio Sauvignon 2024, Collio Friulano Zabura 2025 che proviene da un cru; il Bianco Pe-Ar 2024, un vino da tavola dedicato ai fondatori Pepi e Armando, assemblaggio di Chardonnay (55% di cui circa un quarto è fatto surmaturare sulla pianta e passato in barrique per undici mesi), Pinot Grigio (30%), Sauvignon (15%); e i due Merlot, il Collio Merlot 2023 che vinifica in contenitori in acciaio, il Collio Merlot Villa Jasbinae 2019, proveniente da un unico vigneto, con 18 giorni di macerazione e affinamento in barrique nuove e usate di più passaggi per quattro anni.

Tutti vini corretti e ben eseguiti, tuttavia se fossi costretto a sceglierne solo due, non ho dubbi che il primo e l’ultimo sono stati quelli che mi hanno maggiormente impressionato. Il Collio Pinot Grigio 2024 per il suo vocato all’arancione aziendale, con agrumi, pompelmo dolce, frutta a polpa gialla, fiori bianchi, e per la freschezza, vivacità, beva e sapidità al palato; ricco ed elegante invece il Collio Merlot Villa Jasbinae 2019 maturato in barrique, con tannini setosi, morbidezza e beva, dominato da piccoli frutti a bacca rossa e scura, come la mora e il ribes rosso, un vino con ancora anni sulle spalle che regalerà emozioni in futuro.

I Vini Bianchi secondo Falstaff in festa a Roma

Il 23 giugno il Grand Hotel Plaza su Via del Corso ha ospitato il debutto romano del Falstaff White Wine Party, primo appuntamento italiano di un calendario che nei prossimi mesi toccherà diverse città da nord a sud del Paese. Simon Staffler e Othmar Kiem — team di Falstaff Italia, magazine di wine, food & travel lifestyle con solida presenza in Austria, Germania e Svizzera — hanno scelto la Capitale per lanciare un format che funziona perché è diretto: tasting, convivialità e intrattenimento in un’unica soluzione, accessibile ai navigati WineLovers come ai neofiti.

Dalle 14:30 alle 22:00, il Salone delle Feste del Plaza ha accolto 54 aziende vitivinicole da quattordici regioni — dall’Alto Adige alla Sicilia — offrendo al pubblico romano una panoramica trasversale dei bianchi italiani. Tra i produttori presenti, nomi come Abbazia di Novacella, Cantina Terlano, Cantina Tramin, Elena Walch, Inama, Livio Felluga, Querciabella, Pio Cesare, Grattamacco, Tasca d’Almerita e Fontanafredda, a rappresentare identità e approcci produttivi differenti. Notevoli i vini offerti in degustazione anche da produttori emergenti come i sicilianissimi Spadafora, i marchigiani Le Cime Basse, i toscani bolgheresi Colle Massari: a questi abbiamo dato particolare spazio nelle note degustative.

Il programma includeva tre masterclass gratuite nella Sala Giardino d’Inverno. Alle 15:00 il Consorzio Vini di Romagna ha aperto con Albana, l’underdog da scoprire. Alle 16:30 Inama ha condotto una verticale de I Palchi per Super-Soave, il grande bianco veneto. Ha chiuso alle 18:00 La longevità del Gewürztraminer, con Stephan Filippi di Cantina Bozen e Willi Stürz di Cantina Tramin per la prima volta insieme sullo stesso palco.

La serata si è conclusa con dj set e dress code ispirato alle tonalità del bianco — dettaglio coerente con il concept, non decorativo ma di un’eleganza stand-alone, ispirata dal piacere di stare assieme e celebrare la bellezza dei bianchi italiani che si fanno ormai strada nel mondo come, e ora forse spesso di più, i più affermati rossi italiani.

Pio Cesare, Timorasso Riserva 2023, Colli Tortonesi DOC.

Una splendida sorpresa da una cantina tra le più riconosciute per la storia scritta con i loro Barolo e Barbaresco. Un esperimento fuori dalle Langhe e nel cuore dei Colli Tortonesi, per affermare un bianco piemontese ormai protagonista, elaborandolo nel loro stile tipico con bella struttura, profondità del gusto e spiccato contrasto tra acidità e mineralità. Pensato per dare belle e piene sensazioni al palato, di mela e pera e albicocca, realizza l’obiettivo di avere rilevante longevità per un bianco complesso grazie alle armonie da cemento e legno. Promette evoluzione nel tempo evidenziando i sentori di pietra focaia e di idrocarburi. Una scommessa già vinta.

Elena Walch, Gewürtztraminer Vigna Kastelaz 2023, Alto Adige DOC

Nella selezione proposta a Falstaff di questa celeberrima cantina, troviamo un eccellente ed originale Pinot Bianco e un Sauvignon Blanc celebre come Castel Ringberg, ma è il loro Traminer aromatico a sparigliare la degustazione: un’insurrezione al naso di erbe aromatiche, rosa canina e agrumi, aprono a un palato ampio e appagante, elegante e tuttavia compassato per equilibrio, dal suadente corredo minerale quasi salino. Puro design enoico.

Le Cime Basse “Balzani”, 2022, Verdicchio Di Matelica Classico DOC.

Di Matelica si sa, il Verdicchio è speciale per intensità e ricchezza minerale. Alla piacevole e lunga freschezza si aggiungono note olfattive e gustative di mele verdi, fiori di limone, gardenie e gelsomino. Bello e intenso, l’araldo della casa di Giovanni Lippera. Colpisce nel segno.

Grattamacco Vermentino 2024, Bolgheri DOC

È sempre emozionante la riscoperta delle creazioni di casa Meletti Cavallari. La loro tenuta è come un luogo dei miracoli a Bolgheri e il loro Vermentino bolgherese è l’antesignano del genere nell’areale. 

Parte in legno, parte in acciaio, il lavoro in cantina è quasi alchemico. Ginestra e limoni costieri nel suo bouquet, con spezie e note salmastre a distinguere un vino integralmente bio e lunghissimo al sapore salino.

Esemplare e tipico, più di così?

ColleMassari “Melacce” Vermentino 2025, Maremma Toscana DOC

Una bella novità, dalla personalità scontrosa e piacevole della Maremma: il Melacce è un Vermentino  che alterna onde floreali a risacche minerali avvolte nelle note agrumate tipiche. Molto gastronomico.

Dei Principi di Spadafora Catarratto Bio 2025, Terre di Sicilia IGP

Un’espressione smaccatamente biologica di un vitigno tra i più identitari della Sicilia, il Catarratto Lucido. Fresco e salino, fruttato con intensità di pesca pera e mela rossa, l’immancabile nota agrumata di zagara e una cornice di erbe di collina a conferire un piccolo accento amarognolo. Bello e accessibile, amplissima gastronomia, dimostra che anche la nuova generazione con Enrica Spadafora può affermare i gusti e la tipicità dei vini di una casa vinicola davvero antichissima, storica. Tocca farne scorta.

Vinammare 2026, il festival dei vini della costa

Ad Acciaroli nasce un nuovo racconto del Mediterraneo del vino tra territorio, cultura e visione.

Nelle terre in cui il mito mediterraneo continua a dialogare con la salsedine e con la memoria dei luoghi, il porto di Acciaroli si è trasformato nel teatro di una manifestazione destinata ad aprire una nuova riflessione sul rapporto tra vite, mare e identità territoriale. Vinammare 2026 non si è configurato come una semplice rassegna di etichette, bensì come un autentico festival des vins de côte, un progetto culturale e territoriale che ambisce a ridefinire il racconto enologico delle terre affacciate sul Mediterraneo.

Fortemente sostenuta dall’amministrazione comunale di Pollica guidata dal sindaco Stefano Pisani, questa edizione zero ha assunto il valore di un vero e proprio manifesto programmatico: un primo passo, certamente perfettibile, ma già capace di delineare una visione chiara per il futuro dell’enoturismo cilentano.

Una Sinfonia di Territori e Sensazioni

L’atmosfera che ha avvolto il molo dominato dalla storica torre costiera è stata quella di un’eleganza informale, vibrante e partecipata. Un percorso degustativo ha accompagnato gli avventori lungo le coste del Mediterraneo, attraversando idealmente il sole e la mineralità della Sicilia, la raffinata sapidità della Toscana, la freschezza adriatica delle Marche e l’identità profonda del Cilento, con incursioni francesi a confermare il respiro internazionale della manifestazione. Un vero voyage sensoriel nel quale il vino si è fatto linguaggio comune e strumento di dialogo tra territori differenti ma accomunati dalla medesima vocazione marittima.

Parte del successo dell’evento è certamente riconducibile alla professionalità e alla disponibilità dello staff organizzativo, che ha garantito fluidità e accoglienza durante tutte le fasi della manifestazione. Sullo sfondo, i DJ set hanno costruito una raffinata soundscape experience, accompagnando gli assaggi con discrezione e armonizzandosi con il ritmo naturale del mare. A completare l’esperienza, gli stand gastronomici hanno celebrato la cucina cilentana, autentico chef-d’œuvre della Dieta Mediterranea.

Il Rigore Tecnico dell’Edizione Zero

Pur con le inevitabili imperfezioni di un debutto, Vinammare ha rivelato fin da subito una solida impostazione culturale. Protagoniste sono state le masterclass, occasioni di approfondimento sul “vino di costa”. «Composizioni», guidata da Alfredo Capasso, ha introdotto i partecipanti all’arte dell’assemblage, culminando nella creazione di cuvée abbinate ai formaggi locali. Con «Latitudini», il sindaco Stefano Pisani ha raccontato l’identità vitivinicola di Pollica attraverso il progetto Serre di Molino a Vento e l’esperienza «Underwater», dedicata all’affinamento subacqueo.

Questi incontri hanno arricchito il dibattito sulla viticoltura mediterranea, evidenziando il mare come elemento identitario capace di influenzare paesaggio, cultura e stile produttivo.

L’Origine e l’Emozione: Peppino Pagano si racconta

Uno dei momenti più intensi dell’intera manifestazione si è consumato durante la masterclass Origine, nel corso della quale Peppino Pagano, fondatore di San Salvatore, si è raccontato in dialogo con Vincenzo Pagano.

L’incontro ha rapidamente superato i confini della narrazione aziendale per assumere il tono di una riflessione profonda sul senso dell’appartenenza e sul valore del ritorno alle radici. Con evidente partecipazione emotiva, Pagano ha ripercorso il cammino che lo ha condotto dall’ospitalità di alto livello alla viticoltura, spiegando come il vino rappresenti il più potente ambasciatore di un territorio, capace di raggiungere ogni angolo del mondo portando con sé la storia, il paesaggio e l’anima del Cilento: “un vino buono viene solo nei posti belli e lo producono le belle persone”!

Particolarmente suggestivo il passaggio dedicato alle bufale, presenza iconica dell’universo San Salvatore. Non semplici elementi distintivi dell’immagine aziendale, ma autentiche protagoniste di un progetto agricolo che, fin dalle origini, ha sostenuto economicamente lo sviluppo dei vigneti e contribuito al mantenimento della fertilità dei terreni attraverso un modello virtuoso di integrazione tra allevamento e agricoltura. Particolarmente toccante è stata la rievocazione del legame con le proprie bufale. Questi nobili animali, la cui effigie domina con fiero éclat le etichette aziendali, furono le “mecenati” silenziose dei vigneti, finanziandone l’impianto e rigenerando l’humus della terra.

Non meno significativo il ricordo di Gillo Dorfles, il grande intellettuale e critico d’arte che ha lasciato un’impronta indelebile nell’identità visiva delle etichette San Salvatore, trasformando ogni bottiglia in un oggetto capace di coniugare estetica, pensiero e memoria.

Il Trionfo del Pian di Stio: Un Campione di Razza

Durante la chiacchierata, il protagonista nel bicchiere è stato il Pian di Stio 2022, degustato per l’occasione nel prestigioso formato Magnum. Questo Fiano in purezza, proveniente dalle vigne d’altura di Stio adagiate oltre i cinquecento metri tra boschi e correnti montane, ha mostrato una straordinaria capacità espressiva. Il profilo aromatico, caratterizzato da richiami di finocchio selvatico, menta e macchia mediterranea, si è sviluppato con progressione e profondità, sostenuto da una trama gustativa di grande equilibrio.

Il formato Magnum ha ulteriormente valorizzato l’evoluzione del vino, esaltandone precisione, armonia e potenziale di affinamento. Una dimostrazione concreta di come il grande bianco cilentano possa ambire a un affinage capace di sfidare il tempo con autorevolezza e grazia, raggiungendo livelli di complessità degni delle più importanti espressioni del panorama nazionale.

La Promessa: Verso il “Lazzaruolo”

Nel finale della manifestazione è emerso uno degli spunti più affascinanti per il futuro. Il sindaco Stefano Pisani, con la sua nota ed esigente lungimiranza, ha “strappato” a Peppino Pagano una promessa: progettare la realizzazione di un vino che sia l’ode definitiva ad Acciaroli. Il progetto, accolto con interesse, potrebbe dar vita a una nuova etichetta la cui etimologia araba (pianta selvatica) o greca (rifugio senza tempesta), lascia sospeso il luogo tra la linfa dei campi e la quiete del mare. Se realizzato, rappresenterebbe un forte simbolo di legame tra territorio, storia e visione contemporanea.

Uno Sguardo al Futuro

Se questa edizione zero ha rappresentato il seme, il terreno sul quale è stato affidato appare straordinariamente fertile. Vinammare ha dimostrato di possedere una forte identità narrativa, una visione territoriale riconoscibile e una capacità di coinvolgimento che meritano attenzione e continuità.

Al tempo stesso, proprio la natura pionieristica dell’iniziativa invita a una riflessione approfondita. Le intuizioni emerse, i punti di forza consolidati e le inevitabili criticità organizzative costituiscono oggi un patrimonio prezioso sul quale lavorare con lucidità e ambizione.

Molto resta da analizzare e da ripensare affinché l’edizione del prossimo anno possa compiere un deciso salto di qualità. Sarà necessario affinare il format, ampliare ulteriormente il respiro internazionale, rafforzare la proposta culturale e valorizzare ogni dettaglio della customer experience, trasformando un promettente debutto in un appuntamento di riferimento nel calendario enologico mediterraneo. La sfida è affascinante e il potenziale è evidente. Perché Vinammare non è soltanto un evento: è un’idea, una visione, un racconto ancora in divenire.

E proprio per questo, l’edizione Giugno 2027 dovrà avere il coraggio di essere non solo più grande, ma più incisiva, più autorevole, più sorprendente. In una parola, sbalorditiva.

Regina Ribelle 2026: un viaggio nella Vernaccia tra vigne, storie e identità

Ci sono giornate che non si limitano a raccontare un territorio: lo attraversano.
La mia giornata di Press Tour di Regina Ribelle 2026, organizzata dal Consorzio della Vernaccia di San Gimignano, è stata esattamente questo: un viaggio dentro tre cantine, tre famiglie, tre modi diversi di interpretare un vitigno che continua a sorprendere per profondità, versatilità e radici culturali.

Un percorso che ha mostrato, ancora una volta, come la Vernaccia sia un vino capace di parlare molte lingue, pur restando fedele alla sua identità.
Una identità che si costruisce nel tempo, nelle scelte agronomiche, nella cura quotidiana e nella relazione tra chi la produce e chi la racconta.

Pietra Serena: la collina che abbraccia la storia

La prima tappa è Pietra Serena, azienda della famiglia Arrigoni.
Una storia che parte dalle Cinque Terre e arriva a San Gimignano nel 1966, quando Bruno Arrigoni decide di mettere radici qui. Oggi l’azienda conta 40 ettari che abbracciano un’intera collina: un mosaico di suoli e esposizioni che permette di costruire stili diversi di Vernaccia.

La filosofia è chiara: “Si lavora bene in vigna per lavorare meno in cantina.” Acciaio, controllo della temperatura, legni a tostatura media, cemento per il finissage: una tecnica essenziale, mai invadente, che lascia parlare il frutto.

La degustazione è un viaggio nella coerenza stilistica della famiglia:

  • Sparkling Vernaccia metodo Charmat, fresca e diretta.
  • Vernaccia 2025, frutto di parcelle diverse, alcune con vigne di 60 anni.
  • Vigna del Sole 2025, complessa, stratificata, con un legno gentile.
  • Riserva Cretula 2024, da suolo argilloso, profonda e verticale.

E poi la sorpresa: il Vermentino Nero, 4 ettari coltivati proprio a San Gimignano, ponte ideale tra Toscana e Liguria.

Rosa di Maggio: la Liguria che dialoga con la Toscana. La seconda parte della degustazione è un cambio di prospettiva: la linea Rosa di Maggio, che porta nel bicchiere l’anima dei Colli di Luni e delle Cinque Terre. Dall’Albarola delicata ma espressiva al Vermentino Superiore della Cascina dei Peri, fino al Pipato Cinque Terre 2023, frutto di agricoltura eroica e vitigni recuperati.
Un vino che profuma di macchia mediterranea, ginestra, vento salmastro.

Un racconto che dimostra come la Vernaccia possa dialogare con altre identità senza perdere la propria.

Casa alle Vacche: la continuità di una famiglia

La seconda cantina è Casa alle Vacche, guidata da Andrea Ciappi, uno dei Vice Presidenti del Consorzio, e dalla sua famiglia, con la consulenza di Paolo Salvi.
Una storia agricola autentica: dalla stalla al vino, quattro generazioni, oggi 100.000 bottiglie e un export solido.

La verticale della Vernaccia “I Macchioni” 2023, 2021, 2019 è un esercizio di memoria e coerenza.
Annate diverse, stessa impronta: precisione, pulizia, identità territoriale.

Le Riserve Crocus mostrano invece la capacità della Vernaccia di evolvere nel tempo, passando da interpretazioni più classiche a letture contemporanee.

Fattoria di Fugnano: la visione che nasce da una scelta

L’ultima tappa è Fattoria di Fugnano, una storia che sembra un romanzo.
Il nonno di Laura, siciliano, imprenditore e collezionista d’arte, si innamora di San Gimignano e decide di iniziare a fare vino.
Alla sua morte, nel 1997, la famiglia pensa di vendere, ma Laura allora giovanissima sceglie di restare, imparare, costruire.

Dal 2003 inizia a imbottigliare con il proprio brand.
Oggi, con il supporto tecnico di Emiliano Falsini, la cantina è una delle realtà più interessanti del territorio.

La degustazione è un crescendo: dalle Vernacce base alle selezioni Donna Gina, fino alle annate storiche come la 2019. Vini che parlano di altitudine, luce, precisione.

La cena di gala: la Vernaccia sotto le torri

La giornata si chiude in Piazza Duomo, sotto le torri illuminate.
Una cena di gala che è molto più di un evento: è un rito collettivo, un momento in cui produttori, giornalisti, tecnici e appassionati si ritrovano per celebrare un vino che continua a evolvere.

A tavola con Cristina Mercuri, la prima Master of Wine donna italiana, che ho avuto l’onore di conoscere personalmente e Marialuisa Cesani, che con la sorella Letizia è alla guida di una delle realtà più rappresentative del territorio.

Un territorio che continua a raccontarsi Il Press Tour di Regina Ribelle 2026 non è stato solo un viaggio tra cantine.
È stato un viaggio nella identità della Vernaccia: tre cantine, tre storie, tre modi diversi di raccontare la stessa anima.

Toscana, il racconto delle “2 sponde d’Arno”

Presso L’Osteria Cantagallo di Capraia e Limite (FI) è stata presentata alla stampa e alle autorità locali la nuova associazione di produttori “2 Sponde d’Arno“.

In passato era un’area che faceva parte del rinomato Consorzio Chianti Putto. Le due sponde dell’Arno uniscono questo gruppo di produttori per dare impulso, valorizzare e far conoscere questo incantevole lembo di Toscana, territori profondamente legati da un’antica tradizione vitivinicola. Un gruppo di amici, coesi e uniti negli intenti,  pronti a sostenersi ed aiutarsi a vicenda con il comune denominatore di produrre vini di qualità. 

Un’area vocata per la produzione di vino che affonda le sue radici ai tempi degli Etruschi, il vino che beveva a tavola anche la famiglia dei Medici, coloro che hanno contribuito alla sua fama. Già nel 1716, con il Bando emanato da Cosimo III de’ Medici, vennero individuate e tutelate alcune delle zone più vocate alla produzione di vino in Toscana, tra cui territori lambiti dall’Arno, Carmignano, Chianti, Pomino e Valdarno di Sopra.

Un territorio noto e conosciuto,  che meriterebbe una maggiore valorizzazione, anche tramite la strada giusta dell’associazionismo.

Le aziende che fanno parte del progetto “2 Sponde d’Arno” sono: Canneta I Mori di Lastra a Signa, Fattoria Castellina di Capraia e Limite, Fattoria di Piazzano di Empoli, Fattoria Sammontana di Montelupo Fiorentino, Impresa Agricola Colle Paradiso di Limite sull’Arno, Petrognano di Montelupo Fiorentino, Podere La Botta di Limite sull’Arno, Tenuta Cantagallo di Capraia e Limite, Tenuta San Vito di Montelupo Fiorentino e Caffè Negro di Limite sull’Arno. I comuni di produzione ricadono nelle denominazioni Chianti,  Chianti Montalbano e Chianti Colli Fiorentini,  tuttavia si producono anche altri vini sia bianchi,  rosati e rossi con la denominazione Toscana Igt.

Un pranzo servito con prodotti dei vari comuni e piatti territoriali accompagnato da tutta la gamma dei loro vini, disponibili in un unico grande tavolo ha anticipato la degustazione ai tavoli di assaggio.

Ecco alcune brevi nozioni delle aziende ed almeno 1 vino selezionato

Canneta – I Mori si trovano a Lastra a Signa, si estendono su una superficie di 120 ettari  di cui 50 sono vitati e 15 occupati da oliveti. Di proprietà della famiglia Giannelli. Il vino che ho apprezzato di più è: Chianti Riserva I Mori 2021.

Fattoria di Castellina posta a pochi km da Firenze alle pendici del Monte Albano, la superficie complessiva è di 110 ettari di cui 10 di vigneto e 30 di oliveti.  Di proprietà della famiglia Montomoli, oggi alla Guida ci sono Eleonora e Francesco.  Il vino che mi ha colpito di più è:  Chianti Montalbano Riserva 2020.

Fattoria di Piazzano è immersa nella campagna attorno ad Empoli sulla sommità di una collina. La famiglia Bettarini coltiva la vite dal 1948. Giunta alla terza generazione con 34 ettari di vigneto.  Il vino che ho apprezzato di più è:  Chianti Riserva Piazzano 2021.

Fattoria Sammontana di Montelupo Fiorentino, già appartenuta alla famiglia Medici, i vigneti su cui affondano le radici di varietà autoctone ed internazionali e condotte in biologico sono 13.  Il vino che mi è piaciuto di più è: Chianti Superiore Sanfirenze 2022.

Colle Paradiso Impresa Agricola si trova nel Comune di Capraia e Limite sulla riva destra del fiume, i vigneti occupano una superficie di 14 ettari sui complessivi 32. Di proprietà delle famiglie Chiarugi e Priori. La cantina è stata recentemente ristrutturata. Il vino a me più gradito: Chianti Riserva 2021.

Fattoria Petrognano posta nel Comune di Montelupo Fiorentino,  si estende su una superficie di circa 85 ettari, di cui 25 sono vitati. Di proprietà della famiglia Pellegrini,  oggi al timone ci sono Emanuele Pellegrini e Monica Rossetti. Dal 2017 sono certificati biologici. Il vino che maggiormente mi ha colpito: Meme Chianti Superiore 2024.

La Botta a Limite e Capraia produce vini biologici da vitigni autoctoni in una superficie di 3 ettari. Di proprietà della  famiglia Bartolini, oggi gestita da Andrea e Mauro Pagnini.   Il vino maggiormente apprezzato è: Crono 62 Orange ottenuto da Trebbiano.

Tenuta Cantagallo di Capraia e Limite, l’azienda che ci ha ospitato vanta 200 ettari, di cui 30 sono dedicati alla vite. Dal 1970 è di proprietà della famiglia Pierazzuoli. Il vino che ho apprezzato di più è: Chianti Montalbano Riserva Il Fondatore 2020.

Tenuta San Vito di Montelupo Fiorentino vanta 30 ettari di vigneto in una superficie totale di 130. Al timone dell’azienda c’è Neri Gazzulli  nipote del fondatore Roberto Drighi. Fondata nel 1960 e dal 1985 è biologica.Il vino da me molto apprezzato: Madiere Chianti Colli Fiorentini Riserva 2021. 

Caffè Negro è una torrefazione di caffè di Limite sull’Arno. Da 70 anni vengono accuratamente selezionate le miscele. Fondata dai fratelli Negro che ancora oggi porta il loro nome.

Alejandro Bulgheroni Family Vineyards, un mosaico di terroir che conquista il Gambero Rosso

Da Chianti Classico a Montalcino, fino a Bolgheri: il gruppo internazionale di Alejandro Bulgheroni celebra a Roma il titolo di “Azienda dell’Anno 2026” assegnato dalla Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso.

C’è una parola che ricorre spesso quando si parla di Alejandro Bulgheroni Family Vineyards: identità. Non quella di un singolo marchio o di un’unica denominazione, ma quella di territori diversi, interpretati con rispetto e valorizzati attraverso una visione imprenditoriale che mette al centro il terroir.

Quando si visita una cantina, il racconto ruota quasi sempre attorno alla figura del vignaiolo o del produttore e alla storia della sua famiglia. Nei grandi gruppi, invece, il proprietario diventa spesso una presenza lontana, quasi mitologica: una figura capace di muovere ingenti capitali ma che raramente si incontra. A parlare delle diverse realtà aziendali sono gli amministratori e le persone che ogni giorno lavorano in cantina. Un racconto certamente interessante, al quale però manca spesso la dimensione più intima e autentica: quella di chi vive il territorio e ne custodisce la memoria.

Fondato dall’imprenditore argentino Alejandro Bulgheroni, il gruppo rappresenta oggi una delle realtà vitivinicole più importanti a livello internazionale, con proprietà in Argentina, Uruguay, Stati Uniti, Australia, Francia e Italia. È proprio la Toscana a costituire uno dei capitoli più significativi della storia di ABFV, grazie a un percorso iniziato nel 2012 con l’acquisizione di Dievole, storica tenuta del Chianti Classico, e proseguito negli anni con investimenti a Montalcino e Bolgheri.

Un progetto che oggi riunisce cinque aziende: Dievole, Podere Brizio, Poggio Landi, Tenuta Le Colonne e Tenuta Meraviglia, accomunate dalla conduzione biologica dei vigneti e da una filosofia produttiva orientata all’espressione autentica dei rispettivi territori.

Una visione che ha trovato pieno riconoscimento nella Guida Vini d’Italia 2026 del Gambero Rosso, che ha assegnato ad Alejandro Bulgheroni Family Vineyards il prestigioso titolo di “Azienda dell’Anno 2026”.

Per celebrare il riconoscimento, il 4 giugno si è svolto a Roma un press lunch organizzato da ABFV, in collaborazione con Gambero Rosso e AB Comunicazione di Anna Barbon. La giornata si è aperta nella raffinata cornice di Idylio by Apreda con una masterclass guidata da Marco Sabellico, curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, e da Enrico Viglierchio, Direttore Generale del gruppo.

Ad introdurre la degustazione, insieme a Viglierchio, sono stati l’agronomo Lorenzo Bernini e lo stesso Sabellico, che hanno illustrato la filosofia produttiva del gruppo e le peculiarità dei diversi terroir toscani.

Il viaggio è iniziato nel Chianti Classico con il Dievole Campinovi 2023, Trebbiano che ha saputo sorprendere per complessità e personalità. Le note fruttate e floreali si intrecciano a sensazioni vegetali, richiami iodati e suggestioni di macchia mediterranea, accompagnate da una vibrante freschezza balsamica.

Con il Dievole Casanova 2023, il Sangiovese si è espresso invece in una chiave contemporanea e immediatamente godibile: ciliegia croccante, spezie leggere, tannino delicato e una beva agile che ne esalta l’eleganza.

Più articolato e profondo il Dievole Novecento Riserva 2021, ottenuto da Sangiovese, Cannaiolo e Colorino provenienti da una singola vigna. Al naso emergono fiori, frutta matura, sottobosco e spezie scure, mentre il sorso mette in evidenza la freschezza e la succosità del Sangiovese, accompagnate da sfumature balsamiche e mentolate.

Il passaggio a Montalcino ha evidenziato due interpretazioni differenti del Brunello.

Il Podere Brizio Brunello di Montalcino Riserva 2019, proveniente dai terreni calcarei della zona sud-occidentale, si distingue per il profilo aromatico ricco di erbe officinali, spezie e frutto rosso integro. Al palato è fresco, sapido e sostenuto da un tannino ben integrato.

Diversa l’impronta del Poggio Landi Brunello di Montalcino Riserva 2019, nato sui versanti settentrionali verso Torrenieri. Qui il Sangiovese assume tratti più raffinati e complessi: ciliegia matura, prugna, liquirizia, humus e radici si fondono in una trama gustativa profonda, fresca e balsamica.

Il percorso si è concluso a Bolgheri, territorio nel quale ABFV ha realizzato uno dei progetti più ambiziosi degli ultimi anni.

Il Tenuta Le Colonne Bolgheri Superiore 2021, assemblaggio di Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon provenienti da vigne affacciate sul mare, esprime un carattere mediterraneo ben definito. Mentuccia, peperone verde e spezie scure introducono un sorso equilibrato, sapido e di grande precisione.

Particolarmente affascinante la degustazione dei vini di Tenuta Meraviglia, azienda simbolo della nuova frontiera bolgherese del gruppo. Qui i vigneti sorgono nell’estremo lembo meridionale di Castagneto Carducci, su terreni caratterizzati dalla presenza di rocce vulcaniche e scheletro.

Il Vigna Pianali 2021, seconda annata prodotta, nasce da una piccola parcella di Cabernet Franc posta a 130 metri di altitudine. Il vino restituisce nel bicchiere tutta la forza del suo terroir: mineralità, freschezza, note iodate e balsamiche accompagnano un frutto avvolgente e maturo.

Apice della degustazione il Maestro di Cava 2020, ottenuto da una selezione delle migliori uve di Cabernet Franc provenienti dalla parte più alta della tenuta. Al naso emergono mora selvatica, grafite, macchia mediterranea ed erbe officinali; il sorso è vellutato, profondo e di straordinaria eleganza, capace di coniugare potenza e finezza.

La giornata è proseguita sulla terrazza panoramica del sesto piano del The Pantheon Iconic Rome Hotel, dove gli ospiti hanno potuto degustare una selezione di vecchie annate in abbinamento ai piatti firmati dagli chef Francesco Apreda e Cammertoni.

Il Carpaccio di Muggine con patate e zafferano ha trovato il suo ideale compagno nel Botro dei Fichi Vermentino 2024 di Tenuta Meraviglia.

Il Risotto alla cipolla rossa, ragù di cortile e foie gras è stato accompagnato dalla Vigna Sessina Chianti Classico Gran Selezione 2018 di Dievole.

Mentre l’Almone di Manzo Affumicato con indivia e prugne è stato proposto in abbinamento a due importanti interpretazioni del territorio: il Chiuso del Lupo Brunello di Montalcino 2016 di Poggio Landi e il Maestro di Cava Bolgheri Superiore 2017 di Tenuta Meraviglia.

Più che una semplice celebrazione, l’evento romano ha rappresentato la sintesi di un percorso che negli ultimi anni ha portato Alejandro Bulgheroni Family Vineyards a imporsi tra i protagonisti della viticoltura italiana. Un progetto capace di unire visione internazionale e radicamento territoriale, nel quale ogni azienda conserva la propria identità contribuendo al racconto di una Toscana ricca di sfumature, tradizioni e paesaggi diversi. Il riconoscimento di “Azienda dell’Anno 2026” appare così come il naturale approdo di una filosofia che non punta all’omologazione, ma alla valorizzazione delle differenze: un mosaico di terroir che trova proprio nella sua pluralità il tratto distintivo più autentico.

Buonissimi 2026, raccolti 268.845 euro nell’evento di beneficenza legato alla lotta ai tumori pediatrici

Una cifra che conferma il risultato straordinario in Campania per l’evento Buonissimi dell’Associazione OPEN OdV, organizzato da Paola Pignataro e Silvana Tortorella in favore della ricerca scientifica.  Il 22 giugno la lunga darsena ha vissuto l’arrivo di migliaia di presenze per conoscere i protagonisti della manifestazione, uniti dalla solidarietà verso i più piccoli e indifesi: quasi 300 postazioni tra cuochi e chef stellati, pizzaioli, friggitorie, paninoteche, pasticcieri, produttori, viticoltori, birrifici artigianali e bartender e un’attenzione  particolare alla sostenibilità e all’offerta senza glutine.

Il risultato di 268.845 euro raccolti riconferma il grande successo di incassi già registrato nella scorsa edizione. Un motivo di orgoglio per tutti, soprattutto perché conseguito in Campania, a testimonianza della straordinaria sensibilità e partecipazione del territorio. Prezioso il supporto del presidente Agostino Gallozzi e di tutti collaboratori  del Marina D’Arechi Port Village. 

La presidente dell’Associazione OPEN OdV, Anna Maria Alfani, commossa sul palco durante i ringraziamenti di rito, ha ufficializzato la conclusione del progetto Editor in collaborazione con il  CEINGE, l’Istituto di Biotecnologie Avanzate dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, che quest’anno avrà a disposizione tutti i fondi necessari per completare l’attività di sequenziamento genomico volto alla prevenzione e cura dei tumori pediatrici. 

Determinante anche il sostegno della Camera di Commercio I.A.A. di Salerno che ha svolto un ruolo significativo nel supportare “Buonissimi”, favorendo il dialogo e l’incontro tra le eccellenze del territorio. Un’azione che ha consentito di avvicinare aziende e produttori agli ospiti e agli chef protagonisti della manifestazione, creando una preziosa rete di relazioni, collaborazioni e nuove opportunità di crescita condivisa.

Il Professore Associato di genetica medica dell’Università Federico II di Napoli e Principal Investigator di CEINGE, Mario Capasso, ha descritto con minuzia la ricerca su oltre 800 pazienti per le mutazioni del DNA presenti in oltre il 12% dei casi e che predispongono i portatori inconsapevoli allo sviluppo successivo della malattia.

Durante la serata è stato consegnato il premio “Franco Ricciardi” alla dott.ssa Fabiola De Gregorio, quale esempio di collaborazione tra clinica e ricerca per l’oncologia pediatrica tra due eccellenze campane come il CEINGE di Napoli e il centro di cura Pausilipon. Roberto Jannelli, Rosario Augusto ed Emiliano Esposito hanno animato sulla Terrazza, tra musica live, cocktail e tanta voglia di divertirsi. Per Paola Pignataro e Silvana Tortorella “Buonissimi 2026 è stato un grande successo, ma la vera soddisfazione è aver visto tanta gente sorridere e stare bene in famiglia in una splendida serata d’amore e gusto”.

Tutte le informazioni e l’elenco completo dei partner e dei sostenitori presenti sono disponibili sul sito www.buonissimi.org.

Vigneto Falconieri, il cru che riscrive il Frascati: verticale 2019–2021

Nel cuore dei Castelli Romani, tra le alture di Monte Porzio Catone, la Cantina Villa Simone continua a tracciare con coerenza e visione uno dei percorsi più interessanti della rinascita del Frascati Superiore DOCG. Un progetto che trova nel Vigneto Falconieri la sua espressione più ambiziosa: un cru pensato per dimostrare, senza compromessi, il potenziale evolutivo e identitario di questo grande bianco laziale.

Incontrare la famiglia Costantini è ogni volta un’esperienza autentica e coinvolgente. Lorenzo, enologo di grande sensibilità e profondo conoscitore della vite e del territorio, affonda le sue radici in una famiglia di vignaioli ed enotecari originari delle Marche. Insieme alla moglie Fulvia e alla figlia Sara, porta avanti con coerenza e passione una tradizione familiare che si traduce oggi nella produzione di vini di grande qualità e identità.

Un vigneto che nasce dalla storia

La storica Villa Falconieri è la protagonista di questa storia. La maggiore delle 12 Ville Tuscolane, fu realizzata per Monsignor Alessandro Rufini Vescovo di Melfi nel 1500, sopra i resti di una villa romana con il nome di Villa Rufina. In seguito, venduta ed ingrandita per volere di Papa Paolo III Farnese nel 1628 passa nelle disponibilità di Orazio Falconieri che la chiamò con il nome di famiglia. In seguito, la proprietà cambiò più volte fino al secolo scorso, dopo la Seconda guerra mondiale divenne edificio pubblico e dal 2016 è la sede dell’Accademia Vivarium Novum.

I terreni circostanti furono venduti e divennero un uliveto che però andò in rovina a causa dell’abbandono. L’acquisizione all’asta del terreno nel 2008 da parte di Lorenzo Costantini e dello zio segna l’inizio di un percorso lungo e complesso. Solo nel 2014, dopo un articolato iter burocratico, si avvia la bonifica di un’area vasta 18 ettari, di cui oggi circa 5,5 recuperati e 4,5 vitati.

Il vigneto è impiantato con una densità di circa 5.000 ceppi per ettaro e vede un dominio quasi assoluto della Malvasia del Lazio (Puntinata), che occupa il 98% della superficie. Il restante 2% è dedicato a un vigneto sperimentale che rappresenta un vero e proprio omaggio alla viticoltura antica: Malvasia di Candia, Trebbiano Toscano, Bellone, Bombino e Greco allevati con sistemi storici come alberello, conocchia e capretta.

Durante i lavori di bonifica, il ritrovamento di una strada romana ha suggellato simbolicamente il legame tra questo luogo e la millenaria storia vitivinicola del territorio.

Una filosofia produttiva controcorrente

La prima annata prodotta è la 2019. Fin dall’inizio, il progetto Falconieri si distingue per scelte tecniche radicali: raccolta manuale in cassetta, selezione accurata delle uve e, soprattutto, tempi di affinamento lunghi e inusuali per la denominazione.

Il vino matura inizialmente per circa due anni in legno, con un uso combinato di rovere e castagno, per poi affinare ulteriormente in bottiglia fino a raggiungere complessivamente cinque anni prima della presentazione. Una scelta che implica materia prima impeccabile e un controllo enologico rigoroso.

Le prime esperienze con il castagno, in particolare nella 2019, hanno portato a una riflessione importante sul ruolo del legno. Dalla 2020 si passa quindi a un approccio più misurato: fermentazione e affinamento in botti da 5 ettolitri in rovere e acacia, con l’obiettivo di esaltare il vitigno senza sovrastrutture.

La verticale: tre annate, un’identità che si definisce

La degustazione delle annate 2019, 2020 e 2021 attualmente non ancora in commercio, si configura come un racconto tecnico ed emozionale insieme, capace di restituire l’evoluzione stilistica del progetto.

2021 – L’equilibrio raggiunto

Annata di riferimento per il progetto Falconieri.

Nel calice, la 2021 segna un punto di arrivo. Il naso è ampio, stratificato, tra fiori e frutta gialla, con delicate sfumature speziate. In bocca è fresco, minerale, sapido, con una tensione che allunga la beva e una chiusura elegante, dove il legno accompagna senza mai sovrastare. È, nelle parole di Lorenzo, l’annata dell’equilibrio raggiunto. Il legno è perfettamente integrato, contribuendo alla complessità senza mai sovrastare il profilo varietale. È l’annata che rappresenta il punto di sintesi tra vitigno, territorio e tecnica.

2020 – L’annata della transizione

Un millesimo di passaggio, fondamentale per la definizione stilistica.

La 2020 racconta invece una fase di transizione. Elegante e fresca, con richiami alla frutta gialla matura, porta con sé una presenza del legno ancora evidente, quasi a testimoniare un momento di ricerca, di aggiustamento stilistico. Qui il legno risulta ancora percepibile, elemento che ha spinto la cantina a rivedere l’approccio nelle annate successive. Rimane però un vino armonico, che testimonia la fase di ricerca.

2019 – L’origine del progetto

La prima annata, il punto di partenza.

La 2019, prima annata, si presenta più opulenta, con una struttura importante e una sapidità che emerge con decisione, sostenuta da una buona freschezza. È il punto di partenza, il primo passo di un cammino che si sarebbe poi affinato negli anni successivi.

L’influenza del legno di castagno, si avverte inmodo più evidente, contribuendo a un profilo più ricco e materico. È un vino che racconta l’inizio del percorso, con tutte le sue scelte ancora in fase di definizione.

Due sorprese fuori degustazione

A completare l’esperienza, due vini che ampliano la prospettiva sul potenziale della cantina.

Vigneto Filonardi 2016


Da Malvasia del Lazio e Malvasia di Candia, con una piccola quota fermentata in barrique e successivamente riassemblata. Profondo e complesso, con eleganti note affumicate. Strutturato, armonico, capace di sorprendere per longevità e finezza.

Cannellino di Frascati 2014

Ambrato e luminoso, con profumi di cedro candito e fiori appassiti, capace di coniugare dolcezza e freschezza in un sorso armonico, attraversato da quella tipica mineralità vulcanica che è firma inconfondibile del Frascati.

Un nuovo racconto per il Frascati

La verticale del Vigneto Falconieri va oltre la semplice degustazione: è la testimonianza concreta di un cambio di paradigma. La famiglia Costantini, marchigiana d’origine ma profondamente legata a questo territorio, interpreta il Frascati non più come vino immediato, ma come espressione complessa, stratificata e capace di evolvere nel tempo. Un progetto che affonda le radici nella storia, fino a incontrare una strada romana, e che guarda avanti con lucidità. Perché oggi, nel calice, il Frascati può finalmente tornare a essere ciò che è sempre stato: un grande vino.