In Alto I Calici: a Roma i vini chiamano a investimenti e collezioni con Finarte

Matteo Parrotto con il suo club “In Alto I Calici” ha avviato da tempo una serie di incontri tematici che guardano al cuore della relazione tra vini e cultura, approdando sovente a temi di forte attualità.

Con Finarte, il 28 maggio all’Amaranto in Villa Grazioli, ha presentato un incontro che introduce al pubblico degli enofili romani il tema dei vini da collezione, ponendo da subito il paradosso insito nell’oggetto: un bene di consumo può mai diventare una funzione del risparmio? Nel suo ragionamento, al centro c’è la materia nobile e trascendente del valore, ossia la eccellenza di specifiche “manifatture” del vino. 

Non è fuor di logica guardare a quelle eccellenze come generatori di valore nel tempo. Cosa rende una bottiglia, di vino o di distillati, preziosa? Qualità, costanza, notorietà. Perché mai un vino noto per qualità, ovvero appetibile, con grande reputazione che annata dopo annata non cala ma cresce, e la cui etichetta e il cui brand salgono oltre la soglia di dubbio su valore nel tempo, non dovrebbe essere stimato come bene rifugio?

Secondo il primo “Fine Wines and Restaurants Market Monitor” di Bain & Company e Altagamma, presentato a Vinitaly nell’aprile 2025, il mercato del “fine wine” (ovvero quel che i collezionisti definiscono _investment grade_ ) ha raggiunto un valore stimato di 30 miliardi di euro nel 2024, con proiezioni di crescita verso i 35–40 miliardi entro il medio termine. I numeri da comparare sono facili: 813 mld euro è il valore globale del mercato mondiale dei vini, mentre 1480 mld euro è il valore globale del mercato del lusso.

Inoltre, c’è un paradosso nei volumi: nonostante il calo dei prezzi, il numero di transazioni in “fine wines” nel 2024 ha superato quello del 2023 del 7,9%  — segnale che la domanda non si è contratta, ma ha semmai colto l’opportunità di acquistare a prezzi più accessibili. I volumi di trading sono ulteriormente cresciuti del 6,3% nel 2025, con una media mensile di 2.234 operazioni rispetto alle 2.100 del 2024. 

Le tendenze dei mercati sono oltremodo incoraggianti. Se il Liv-ex 100 (indice del valore dei primi 100 vini al mondo per prezzo) ha attraversato il 2025 con non poche flessioni, nel quarto trimestre 2025 gli indici Liv-ex hanno mostrato una ripresa, con i First Growth di Bordeaux in crescita del 10% e una domanda in risalita sia dagli Stati Uniti — ormai prossimi al 30% del totale delle transazioni — che dall’Asia, in particolare per Champagne e Borgogna. 

Sarà il caso di precisare che la Francia rappresenta 207 dei 332 vini classificati, pari al 62% del totale. Bordeaux contribuisce da sola 106 vini — circa un terzo dell’intero elenco — mentre la Borgogna ne conta 67. 

Ma il suddetto rapporto Bain-Altagamma evidenzia il potenziale di crescita italiano, che può contare su 20 regioni vitivinicole e circa 1.000 vitigni autoctoni, a fronte delle 13 regioni e 250 varietà della Francia. 

C’è da registrare perciò un peso crescente su Liv-ex: l’Italia ha fatto un salto significativo, passando da 65 vini classificati nel 2023 a 86 nel 2025 — seconda nazione per numero di etichette dopo la Francia, davanti alla California e alla Spagna. 

Guardiamo alle etichette guida:

— Toscana:

• Sassicaia 2016, uscita a circa £1.500 a cassa, viene scambiata oggi intorno a £3.500. 

• Masseto 2006, prezzato a 280 dollari al rilascio, ha superato i 1.000 dollari nel 2024, con un ROI del 257% per gli investitori early-stage. 

• Tignanello 2010, acquistabile per 90–100 dollari, quota oggi 280–300 dollari in condizioni ottimali — una triplicazione in poco più di un decennio. 

— Piemonte:

• Giacomo Conterno Monfortino 2013, scambiato intorno a £6.000 al rilascio, raggiunge oggi circa £10.000 a cassa. 

• A New York, la domanda per Barolo e Barbaresco è descritta come robusta, con le annate storiche 2010 e 2016 — e bottiglie risalenti agli anni ’60 e ’70 — che si muovono con sicurezza sul mercato secondario. 

Le conclusioni degli operatori sono perciò degne di attenzione: secondo il Golden Vines Report 2024, il 64% degli operatori del settore anticipa crescita per i vini italiani di alta fascia come Barolo e Barbaresco, sempre più visti come alternativa alla Borgogna. 

Durante l’evento, Guido Groppi di Finarte/Vini e Distlillati ha avuto gioco facile, pertanto, a presentare le opportunità che il mercato delle aste offre a chiunque voglia allocare risorse in asset come le collezioni di vini “investment grade” o meglio detti Fine Wines.

Su quelli, il valore stimato nel tempo è ancora appannaggio dei Francesi, come visto, dalla produzione di Romanee Conti in giù. Ma la capacità produttiva piemontese (e potremmo guardare anche alla Toscana di Montalcino e di Bolgheri) raggiunge volumi che, se stimati per cassa come unità di misura, generano nel tempo un valore economico non comune e apprezzabile per incremento.

In fondo, è la stessa lettura che Camillo Benso Conte di Cavour fece delle colline delle Langhe e della loro relativa comparazione al terroir bordolese in Francia. Il suo obiettivo personale era diventare un produttore il cui vino moltiplicasse il valore di se stesso nel tempo, ma soprattutto del territorio e del suo valore immobiliare. Inutile ricordare che le Langhe sono diventate il territorio agricolo a maggior valore nel mondo, più di ogni denominazione francese, superando la media dei 5mln di euro per ettaro.

Ed è a questo punto, nella comparazione tra le aste di

vini in Francia, che l’evento trova il suo momento più interessante, perché introduce a un percorso storico già vissuto dalle opere pittoriche francesi degli ultimi 200 anni.

Ora che alle aste francesi iniziano a comparire da protagonisti anche altri areali, come il Rodano ad esempio, il parallelo con areali italiani diventa immediato ai fini della percezione del valore e dei possibili investimenti.

Investire in casse di vini celebratissimi e italiani può essere una forma di incremento dei propri asset, perché vengono proposti anche in case d’asta estere. Nomi come Conterno Monfortino, o Gaja, o Giacosa, solo per citare superstar piemontesi, attraggono già gli investimenti in Europa e in Nord America. 

O per rimanere in Toscana, da Biondi Santi a Tenuta San Guido e il suo Sassicaia, ad Argiano o Banfi, quei nomi e quei vini rappresentano oggetti da collezione classificati in verticali protocollate alla vendita all’asta come “gruppo di valore”. 

La naturale conseguenza di ciò è l’ulteriore accrescimento del valore in funzione della progressiva riduzione, per consumo, di tali “oggetti d’investimento”. 

Ne consegue una spirale virtuosa sul piano finanziario, con fondi d’investimento che dagli USA esprimono ormai capitali allocabili in intere collezioni di vini italiani.

Se si guarda perciò a nuovi settori di allocazione del risparmio, si deve notare che le caratteristiche anti-inflazionistiche del vino derivano dalla scarsità tangibile — ogni bottiglia consumata riduce l’offerta — dall’aumento dei costi di produzione che tende a muoversi con l’inflazione, e da una domanda globale di collezionisti che opera in modo sostanzialmente indipendente dalla politica monetaria domestica. 

Nel venire invitato alla degustazione di selezioni di vini di casa Aneri, notissimo produttore di Amarone della Valpolicella le cui verticali sono già oggetto d’asta, Guido Groppi ci consiglia una visita introduttiva a una delle aste che si tengono presso Finarte a Roma. L’intento è di comprenderne le opportunità che offrono, come lotti o verticali provenienti da collezioni incluse in ben più ampi perimetri di eredità messe all’asta. 

Matteo Parrotto sottolinea, infine, l’utilità di promuovere la partecipazione ad aste a Roma, nel quadro di eventi selezionati e talvolta riservati in particolare agli iscritti al club “In Alto I Calici”.

Con Finarte il percorso non si conclude con questo evento, perciò, e si rimanda la platea a nuovi appuntamenti a Roma e a seguire le informazioni sugli eventi prossimamente in programma.

Vini Bagnanti 2026 torna protagonista a Riva degli Etruschi: il grande evento del vino con un grande percorso di degustazione affacciato sul mare

La spiaggia privata del resort Riva degli Etruschi torna a trasformarsi in un grande palcoscenico del vino artigianale con la terza edizione di “Vini Bagnanti”, in programma sabato 20 giugno 2026 dalle 18.30 alle 23.30.

L’evento, presentato nei giorni scorsi presso Riva degli Etruschi, si conferma tra gli appuntamenti più significativi della costa toscana dedicati al vino e alla cultura enogastronomica. Nato dalla collaborazione tra Riva degli Etruschi e il progetto Vini Migranti ideato da Teseo Geri, con il contributo di Slow Food Italia, Slow Wine e dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, il format combina degustazioni e gastronomia in un chilometro di spiaggia privata, arricchito dal racconto diretto dei produttori, offrendo un’esperienza immersiva e fortemente legata al territorio.

Dopo le oltre 1.200 presenze delle precedenti edizioni, Vini Bagnanti consolida un modello che interpreta il vino come linguaggio culturale e strumento di relazione tra territori, produttori e pubblico.

Nel presentare il progetto, gli organizzatori hanno sottolineato la dimensione culturale e relazionale dell’evento.

Teseo Geri ha posto l’accento sulla grande “ aspettativa per questa nuova edizione dei Vini Bagnanti, soprattutto per la selezione dei vignaioli, che vede la partecipazione perfino di un’azienda libanese, aziende dalla Champagne, conferme dall’Ungheria, Spagna e, ovviamente, tanta Italia, costituendo una rara occasione, per gli amanti del vino e non solo, di relazionarsi con i produttori, assaggiare buon vino, divertirsi godendo del mare e della bella energia che la manifestazione genera…..

Vieri Mantelli Direttore di Riva degli Etruschi : Vini Bagnanti raggiunge la sua terza edizione e lo fa con la consapevolezza di chi non vuole solo organizzare un evento, ma riscrivere le regole dell’accoglienza.

Tre anni fa abbiamo deciso di sfidare il ‘non detto’ dell’Hospitality tradizionale, superando quel concetto di struttura intesa come luogo esclusivo e separato dal territorio. Abbiamo scelto di essere un ecosistema aperto, un laboratorio di eccellenze dove la sostenibilità non è uno slogan, ma l’unico linguaggio possibile.

Abbiamo selezionato produttori e partner non in base a logiche di mercato, ma per affinità elettiva con il nostro universo valoriale. In questo contesto, il vino smette di essere il fine e diventa il mezzo: un veicolo potente, quasi ancestrale, per lanciare messaggi forti. Grazie alla sinergia con Slow Food e l’Università di Pollenzo, quest’anno portiamo in scena il concetto di “Giusto” che va oltre il calice. Non aspettatevi una masterclass accademica: il vino sarà la voce che racconta una lunga e profonda storia di riscatto sociale e rispetto ambientale.

Vini Bagnanti, nel suo complesso, è una manifestazione che grida la propria identità: quella di un territorio che non accetta compromessi sui valori. Per l’edizione 2026 puntiamo a superare le presenze del 2025 non per una questione di numeri, ma perché vogliamo che il nostro messaggio arrivi il più lontano possibile.”

Cinquanta sono i vignaioli  presenti  per l’edizione 2026, selezionati per identità produttiva, sostenibilità e coerenza con il territorio.

aziende partecipanti dall’Italia  e dall’Estero:

Tenuta Guardamare – Toscana

Fattoria di Montemaggio – Toscana

Clivo Altura – Toscana

Tenuta di Carleone – Toscana

Sant’Agnese – Toscana

Castagnoli – Toscana

Podere Dell’Anselmo – Toscana

Belvedere 1 – Toscana

Acquabona – Toscana

Demetervin – Ungheria

Vignaioli Urbani Mistici – Toscana

Fattoria Le Masse – Toscana

VenticinqueDieci – Trentino-Alto Adige

Campo alle Comete – Toscana

Champagne Goutorbe Bouillot – Francia

Mersel & Il Lebbio – Libano & Toscana

Borgo Pancoli – Toscana

Petrolo – Toscana

Castaldi Francesca Azienda Agricola – Piemonte

Fondazione Apri Le Braccia – Piemonte

Gustin – Slovenia

Alberelli di Giodo – Toscana

Vignamaggio – Toscana

Incandia Bio – Toscana

Case d’Alto – Campania

Bodega Piedra – Spagna

Pares Baltà – Spagna

La Lupinella – Toscana

Domaine de Cocagne – Toscana

Wageck – Germania

Tenuta La Gigliola – Toscana

Castelsimoni – Abruzzo

Zonzo – Toscana

Rivalta – Veneto

Melly’s Kombucha – Piemonte

Poderi Cellario – Piemonte

Cantina Andrea Paffarini – Umbria

Deposito Clandestino – Umbria

Vini Laluce – Basilicata

Albamora – Toscana

Fortebrezza – Toscana

La Macchia – Toscana

Antiche Rive – Friuli-Venezia Giulia

Bronzato Wine – Veneto

Tikal Natural – Argentina

Domaine Paterianakis – Grecia

Almarea Botaniche Di Mare – Lazio

Terre del Cima – Veneto

Maffione – Puglia

Podere La Botta – Toscana

Il format dell’evento

Il biglietto d’ingresso avrà un costo di 20 euro e comprenderà il calice ufficiale dell’evento, la tracolla personalizzata, degustazioni illimitate e l’accesso ai laboratori in programma. Il “Laboratorio del Giusto” dedicato all’etica del calice, curato da Slow Wine e dalla Banca del Vino di Pollenzo, sarà invece a numero chiuso e accessibile con biglietto separato.

Oltre al percorso di degustazione, l’evento offrirà un ricco programma di attività collaterali dedicate all’approfondimento del rapporto tra vino, ambiente e cultura gastronomica.  Attraverso i laboratori sensoriali e degustativi curati dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, e il già citato “Laboratorio del Giusto”, il pubblico sarà coinvolto in esperienze pensate per andare oltre la semplice degustazione, affrontando anche i temi etici e sociali della produzione vinicola. A completare l’esperienza, un’area food affiancherà i cinque ristoranti con una selezione di proposte curate da Slow Food Costa degli Etruschi, dedicate alla valorizzazione dei prodotti locali e di qualità; diverse aree tematiche dedicate all’incontro diretto tra produttori e visitatori, con l’obiettivo di valorizzare storie, territori e identità produttive.

Un evento dentro un sistema vivo di ospitalità e paesaggio

Vini Bagnanti non si inserisce semplicemente all’interno di un resort, ma nasce dentro un sistema complesso in cui ospitalità, produzione agricola e cultura gastronomica convivono in modo organico. Il paesaggio non fa da sfondo, ma diventa parte attiva dell’esperienza.

Un modello di ospitalità diffusa tra mare e pineta

Il cuore di questo sistema è Riva degli Etruschi, un resort diffuso immerso in un parco mediterraneo di 35 ettari affacciato direttamente sul mare, con oltre 60 anni di storia e un chilometro di spiaggia.

L’ospitalità non è concentrata in un unico edificio, ma distribuita tra pineta e costa, in un equilibrio costante tra natura e accoglienza. Il paesaggio, caratterizzato da oltre 8.000 alberi e arbusti, cinque ristoranti e una tenuta agricola biologica insieme definiscono un sistema integrato fondato sul rispetto dell’ambiente e sulla valorizzazione del territorio.

Le produzioni interne di Riva degli Etruschi includono ortaggi, cereali antichi e il Carciofo Violetto della Val di Cornia, presidio Slow Food. A ciò si aggiunge anche l’olio evo della Tenuta Biliotto appartenente alla stessa proprietà.

Alla base del progetto c’è la Tenuta Guardamare, cuore agricolo del resort, dove nascono non solo olio e produzioni biologiche, ma anche vini biologici, nati con la consulenza di Michele Satta, con un’attenzione costante alla biodiversità del suolo e al rispetto dell’equilibrio naturale del paesaggio. Un sistema fondato su relazione diretta con il territorio e valorizzazione della biodiversità.

Il progetto vitivinicolo si articola in una gamma di etichette che interpretano il legame tra mare e Maremma Toscana, restituendo una chiara identità territoriale. Tra queste, la linea Marittimo rappresenta il fulcro della produzione nelle sue declinazioni bianco e rosso.

Il Marittimo Bianco, ispirato ai panorami dell’Arcipelago Toscano, è un vino ampio e solare, di grande piacevolezza e intensità, ottenuto da uve Vermentino e Viognier, che ne definiscono il profilo mediterraneo e sfaccettato.

Il Marittimo Rosso nasce invece dall’osservazione delle colline costiere e si basa sul Sangiovese, arricchito da Syrah, con note di frutti rossi maturi che ne esaltano la vocazione toscana.

La produzione si completa con altre etichette e interpretazioni contemporanee, tra cui Energia, un vino dal carattere vivace e dinamico, che propone una lettura più diretta del territorio e ne amplia la visione enologica complessiva.

Le sue oltre 400 sistemazioni tra camere, ville e residence, immerse nella natura, si integrano nel paesaggio senza alterarlo e rappresentano una vera geografia dell’ospitalità; 5 ristoranti, un centro piscine e un’ampia offerta sportiva, che include campi da tennis, padel e beach volley. La struttura propone inoltre noleggio biciclette e attrezzature per sport acquatici, attività per adulti e bambini e servizi pet-friendly con aree dedicate e una spiaggia riservata agli animali domestici.

Le camere d’hotel costituiscono il primo livello: ambienti essenziali ma curati, suddivisi tra Classic, Standard, Comfort e Junior Suite. La loro identità non è definita dalla sola funzione ricettiva, ma dal rapporto diretto con l’ambiente naturale: alcune si trovano a pochi passi dal mare, altre sono immerse nella pineta mediterranea, mantenendo sempre una continuità visiva e sensoriale con il paesaggio.

Le Junior Suite ampliano la dimensione abitativa con spazi più generosi e una maggiore apertura verso l’esterno, mentre le categorie Standard e Classic privilegiano una dimensione più raccolta e immersiva.

Il sistema delle ville e dei residence completa l’offerta con unità indipendenti dotate di cucina e spazi esterni privati, pensate per soggiorni più lunghi o autonomi.

Ne emerge un modello di ospitalità in cui il soggiorno non è separato dal paesaggio, ma lo attraversa.

Cinque ristoranti e una proposta gastronomica integrata nel paesaggio

La ristorazione rappresenta uno degli elementi più identitari del sistema di Riva degli Etruschi e si sviluppa come una narrazione gastronomica articolata, attraverso cinque ristoranti.

Il Mariva Dune Restaurant è il fine dining del resort: una cucina contemporanea che interpreta la tradizione toscana attraverso una selezione rigorosa di materie prime. Una proposta essenziale nell’impiattamento, ma complessa nella costruzione dei sapori, profondamente legata al ritmo delle stagioni.

La struttura, interamente realizzata in legno e costruita su una duna naturale, è stata progettata per integrarsi armoniosamente nel paesaggio senza alterarne l’equilibrio ambientale, tra pineta, macchia mediterranea e percorsi immersi nel verde, in continuità con l’ambiente circostante.

Guidato dallo chef Ennio Fedi, il ristorante propone una cucina mediterranea attuale basata su ingredienti stagionali, pescato locale e prodotti del territorio con gli ortaggi biologici e i prodotti della Tenuta Guardamare. Il menu reinterpreta la tradizione toscana con preparazioni leggere ed equilibrate, attente alla purezza dei sapori e alla qualità della materia prima.

Il Nautico, è dedicato alla cucina di mare e al pescato del giorno, con un’attenzione particolare alla sostenibilità ittica e alla selezione delle specie, con utilizzo di pesce fresco locale. La sua posizione strategica, con vista sull’Arcipelago Toscano, offre uno scenario ideale per ammirare i tramonti sul mare.

Il Mistral, propone una cucina arricchita dai profumi della macchia mediterranea, che valorizzano la freschezza e la qualità degli ingredienti locali, dando vita a un equilibrio armonico di sapori. Affacciato sul mare, offre un’esperienza gastronomica profondamente legata al paesaggio e alla sua identità.

All’Orto è il ristorante agricolo del resort, dedicato alla colazione e alla mezza pensione,  quotidianamente arrivano  le produzioni dell’orto biologico interno: una cucina che segue rigorosamente la stagionalità e riflette il lavoro agricolo.

Il Magù è uno spazio conviviale dall’atmosfera accogliente, pensato per un’esperienza informale e rilassata. La proposta si concentra su pizza e birra artigianale, valorizzando ingredienti di qualità e lavorazioni curate, con la guida di un pizzaiolo campano originario di Salerno che ne definisce l’identità e lo stile.

La proposta gastronomica di Riva degli Etruschi si configura così come un ecosistema coerente, in cui ogni ristorante diventa un punto di osservazione sul paesaggio. Non una somma di insegne, ma un sistema unitario che traduce il territorio in linguaggi diversi, mantenendo una regia comune. Il valore risiede nella capacità di integrare filiera corta, produzione interna e identità culinarie autonome, costruendo un equilibrio tra alta cucina, cucina di costa e dimensione agricola.

Orvieto DOC: le mille sfaccettature di una delle Denominazioni più storiche d’Italia

Orvieto è un luogo capace di raccontare secoli di storia, attraversando epoche e protagonisti che ne hanno segnato il destino, dai Papi ai Re. Arroccata su una suggestiva rupe di tufo, la città umbra incanta con i suoi vicoli, dove il tempo sembra essersi fermato, e con il maestoso Duomo, autentico capolavoro del gotico italiano.

La sua facciata riccamente decorata rappresenta uno degli elementi architettonici più iconici, mentre all’interno si trovano cicli di affreschi di Luca Signorelli e del Beato Angelico, tra i più alti esempi della pittura rinascimentale. Proprio durante il press tour abbiamo avuto modo di visitarlo da vicino, apprezzandone non solo la bellezza artistica, ma anche il forte legame con la città.

In questo contesto unico, il vino non è soltanto un prodotto agricolo, ma parte integrante della cultura e della storia del territorio. L’Orvieto DOC, una delle denominazioni più antiche e rappresentative d’Italia, affonda le proprie radici in una tradizione secolare, capace di adattarsi nel tempo senza perdere il proprio carattere distintivo.

Proprio il vino di Orvieto è stato al centro dell’evento “Orvieto DOC, pluralità di anime”, svoltosi il 24 e 25 maggio 2026 nella sala expo del Palazzo del Capitano del Popolo. Due giornate di confronto e approfondimento che hanno riunito giornalisti, tecnici, produttori e operatori del settore, con l’obiettivo di raccontare il passato, descrivere il presente e delineare le prospettive future della denominazione.

L’iniziativa si è aperta la sera del 24 maggio con una cena di benvenuto presso il Malandrino Bistrot, durante la quale gli ospiti hanno potuto scoprire i piatti della tradizione locale accompagnati da una prima selezione di vini.

Un’introduzione che ha trovato il suo pieno compimento il giorno successivo, durante la masterclass del 25 maggio, dedicata all’identità territoriale, al ruolo della ricerca scientifica e alle nuove opportunità di mercato.

La giornata di studio si è aperta con il saluto istituzionale della Sindaca di Orvieto, Roberta Tardani, seguito dagli interventi di Vincenzo Cenci, Presidente del Consorzio Vini di Orvieto, e di Riccardo Cotarella, Presidente della Commissione Tecnica, che ha guidato la degustazione. Insieme a loro sono intervenuti Paolo Nardo, Pier Paolo Chiasso e Massimiliano Pasquini, componenti della Commissione Tecnica.

Nel suo intervento introduttivo, Vincenzo Cenci ha ripercorso il ruolo del Consorzio, che oggi rappresenta oltre trenta cantine del territorio e l’intera filiera produttiva. La sua missione è quella di tutelare, custodire e valorizzare un patrimonio collettivo fatto di paesaggio, cultura agricola, competenze tecniche e identità territoriale, attraverso la promozione della qualità, il sostegno alla ricerca e il rafforzamento della riconoscibilità della denominazione.

Istituita nel 1971, la DOC Orvieto è tra le prime denominazioni italiane

La masterclass ha offerto una lettura contemporanea della denominazione attraverso la degustazione di quattro vini, espressione di altrettante anime distintive.  I vini sono stati degustati in forma anonima con etichette coperte, per mettere al centro non il singolo produttore, ma il territorio, il disciplinare e l’identità collettiva che la Doc Orvieto rappresenta.

Il primo vino, Orvieto Doc Low Alcohol, ha rappresentato l’evoluzione più recente del disciplinare, ufficialmente riconosciuto nel 2025, con una gradazione minima di 10 gradi. Questo aggiornamento amplia il potenziale espressivo della denominazione e apre nuove opportunità interpretative per i produttori. Non si tratta semplicemente di un adeguamento alle tendenze di mercato, ma del risultato di un lavoro scientifico sviluppato dal comitato tecnico del Consorzio, presieduto da Riccardo Cotarella, in collaborazione con l’Università della Tuscia.

Il secondo vino ha ripercorso una tappa fondamentale della storia recente: l’introduzione, negli anni Novanta, della tipologia Orvieto Doc Classico Superiore. Questa scelta ha contribuito a elevare il profilo qualitativo della DOC, valorizzandone struttura ed eleganza. Prodotto nella sottozona storica, il Classico nasce principalmente da Grechetto e Procanico (clone locale del Trebbiano Toscano), dando origine a vini equilibrati, freschi e versatili, con una buona capacità evolutiva e apprezzati sia in Italia sia all’estero.

Il terzo vino, Orvieto Doc Old Vintage, ha offerto un viaggio nel tempo, mettendo in luce la straordinaria capacità evolutiva dell’Orvieto, in grado di mantenere equilibrio, complessità e riconoscibilità anche con l’affinamento.

Il quarto vino, Orvieto Doc Muffa Nobile, è stato dedicato appunto alla Muffa Nobile (Botrytis cinerea), introdotta nel disciplinare nel 2011. Si tratta di un elemento distintivo di assoluta unicità nel panorama italiano: l’Orvieto è infatti l’unica DOC a prevedere esplicitamente questa tipologia, dando vita a vini complessi, eleganti e di grande profondità aromatica.

A definire l’identità dell’Orvieto DOC contribuisce in modo determinante anche lo stile delle singole cantine. Ogni produttore interpreta il territorio secondo la propria visione, dando forma a una pluralità espressiva che rappresenta uno dei principali punti di forza della denominazione: un vero mosaico di interpretazioni che racconta la ricchezza del territorio.

La vocazione viticola dell’area affonda le sue radici nel tempo. Già nel 1931, l’agronomo professor Garavini fu incaricato dal Ministero dell’Agricoltura di effettuare una prima zonazione del territorio, individuando le aree più vocate alla produzione vitivinicola.

Ne risultò una mappatura precisa, che individuava vigneti situati tra i 150 e i 500 metri sul livello del mare: una suddivisione che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento. Non a caso, oggi la storica area dell’Orvieto Classico coincide con quella delineata allora. Garavini individuò inoltre tre tipologie principali di vino: abboccato, secco e dolce, evidenziando fin da subito la versatilità della denominazione.

Un ruolo fondamentale è svolto anche dalla natura del suolo. Circa 10 milioni di anni fa, questa area era ricoperta dal mare: un’origine sedimentaria e marina che lascia ancora oggi tracce evidenti, come la presenza di fossili nei vigneti. È proprio da questa storia geologica che derivano alcune delle caratteristiche più riconoscibili dell’Orvieto: la sapidità e la mineralità che emergono nel calice, sorprendenti in una regione priva di sbocchi sul mare.

L’areale dell’Orvieto DOC è piuttosto ampio e comprende principalmente la provincia di Terni, estendendosi anche ad alcuni comuni della provincia di Viterbo. All’interno di questo territorio si distingue però una zona più ristretta e storica, l’Orvieto Classico, che abbraccia i vigneti attorno alla rupe della città. Qui nasce anche l’Orvieto Classico Superiore, prodotto nella stessa area ma con requisiti qualitativi più elevati e un’uscita in commercio posticipata almeno al 1° marzo successivo alla vendemmia.

Per quanto riguarda la composizione delle uve, il disciplinare prevede una base composta da Procanico e Grechetto per almeno il 60%, mentre il restante 40% può comprendere varietà locali come Drupeggio, Verdello e Malvasia, ma anche vitigni internazionali quali Chardonnay, Sémillon e Sauvignon Blanc. Negli ultimi anni, alcuni produttori stanno sperimentando anche l’introduzione del Vermentino, a dimostrazione della continua evoluzione della denominazione.

L’evento dedicato all’Orvieto DOC ha messo in luce la capacità della denominazione di coniugare tradizione e innovazione. In un contesto complesso per il settore, segnato da dazi, calo dei consumi e una comunicazione spesso penalizzante, il lavoro del Consorzio, il supporto della ricerca scientifica e l’attenzione al mercato confermano l’Orvieto come una realtà attuale, con concrete prospettive di sviluppo e posizionamento.

Prosit!

Vinitaly corre avanti (e noi di 20Italie scattiamo)

Un’edizione davvero articolata quella di Vinitaly 2026 che riserva, da qualche anno a questa parte, colpi di scena imprevedibili. Quando tutto sembra scontato, con il settore fieristico in un momento delicato per via delle tensioni internazionali geopolitiche ed economiche, ripartire dalla semplicità e dalla cura del dettagliato è stata l’ennesima dimostrazione di saggezza stilistica del nostro comparto vitivinicolo.

Parlar male di quanto creiamo di buono è una cultura tipicamente nostrana, quella radicata al proprio orticello, all’invidia per il prossimo e all’autodistruzione. Un Vinitaly “in forma ridotta” non per tutti? Assolutamente falso, anzi. Un evento che ha visto la soddisfazione della stragrande maggioranza dei presenti, testimoniata in video ai nostri microfoni. Anche dai piccoli produttori, che hanno almeno avuto il respiro per poter parlare in serenità con i numerosi buyer presenti.

Di sicuro il vero scopo della fiera, tra le più grandi d’Europa assieme all’astro nascente Wine Paris, non deve mai perdere di vista il rapporto di fedeltà tra chi produce e chi vende. Per gli assaggiatori seriali ci saranno altri contesti dove poter sbizzarrire la fantasia; qui al netto del prezzo elevato del ticket d’ingresso e delle limitazioni negli eccessi, si parla la lingua del mercato. Comunque 90 mila presenze in quattro giorni sono egualmente un numero considerevole, fatto più di qualità e meno di quantità.

Ridisegnate le architetture di padiglioni e stand, alcuni accoglienti e di ottima fattura. Un immenso salotto enologico che ha visto la partecipazione attiva di numerosi consorzi di tutela, cooperativa vitivinicole, singoli produttori provenienti da ogni angolo d’Italia. E poi le masterclass a cui abbiamo partecipato, alcune esclusive ed uniche nel loro genere come quella sul confronto tra vecchie e nuove annate di Brunello di Montalcino grazie al presidente Giacomo Bartolommei del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino o la verticale dello storico Montepulciano d’Abruzzo Riserva “Caroso” di Citra, raccontata dalle parole sincere ed emozionate di Riccardo Cotarella, il guru dell’enologia italiana nel mondo.

Anche il Padiglione Campania ha detto la sua, con il presidente Tommaso Luongo di AIS Campania a presiedere soddisfatto i numerosi eventi tematici, dai bianchi vulcanici con la Master of Wine Cristina Mercuri ai grandi rosati descritti dalla giornalista e wine consultant Chiara Giorleo.

Il supporto silenzioso nel dietro le quinte dei sommelier e la classica accoglienza genuina che contraddistingue il meridione hanno fatto la differenza. Abbiamo dato voce anche a loro, il braccio operativo, i sommelier di servizio Andrea Cerino e Mino Perrotta: “essere qui a Vinitaly è per noi motivo di orgoglio. Possiamo fungere, attraverso il calice, da comunicatori dei territori d’appartenenza, un’esperienza adrenalica che ci aiuta a superare le tante ore di lavoro”. Conclude il capo servizio regionale Enzo Di Donna: “siamo una squadra fortissima perché perseguiamo un obbiettivo comune a favore del pubblico presente”.

Infine le storie, i volti di chi sta sui campi in attesa del raccolto che verrà. Chi offre il sacrificio quotidiano in cambio della libertà d’azione e dell’amore per la terra. I produttori intervistati nella nostra lunga playlist su youtube, anima indispensabile alla riuscita di Vinitaly, che sopportano crisi climatiche e di settore, rincari dei prezzi e posizionamenti globali difficili. Eppure alla lunga l’agricoltura resta sempre l’arma vincente per un Paese a forte vocazione come l’Italia. Vinitaly corre in avanti, ma noi di 20Italie saremo sempre dietro a sostenere idee, progetti imprenditoriali e iniziative visionarie di cultura e fatica contadina.

Il Collio raccontato da Primosic

Dolci e tenui rilievi in Collio,

verde erba, foresta e trifoglio,

boschi per metà del paesaggio,

delle genti è stato il passaggio,

ponca per bianchi, fini, molto apprezzati,

raffinati, minerali, intensi e domati,

musa, ove la serenità è udibile e distesa,

una preghiera: regalane parte al pianeta.

Basterebbero questi imperfetti versi scritti d’impulso, per illustrare appieno il Collio dal mio punto di vista. Del resto il ruolo della poesia è la sintesi, sostituendo la suggestione alla narrazione, per descrivere le esperienze e le emozioni colte in un determinato momento.

Verrei però meno all’incarico ricevuto e accettato, e sarebbe profondamente ingiusto nei confronti di coloro che mi hanno gentilmente ospitato, mostrato affetto, e dedicato parte del loro prezioso tempo.

Il Consorzio Tutela Vini Collio ha organizzato per la stampa un tour d’esperienza, dove è stato possibile assaggiare oltre centotrenta vini della regione, visitare undici cantine e conoscere gli artefici dei loro vini, ma gli incontri avuti con i produttori, se si aggiungono le cene, sono stati ancor maggiori, giungendo alla cifra di venticinque realtà. Un numero per nulla irrilevante, che consente d’avere uno spaccato importante della produzione in Collio attraverso un confronto con chi crea vino.

Sul Collio ho già scritto, e probabilmente è una delle ragioni dell’invito, e chiunque si accinga a farlo di nuovo non può esimersi da tralasciare alcune considerazioni storiche. Si menzionava la serenità che si respira e percepisce trascorrendo qui alcuni giorni, è genuina ma conquistata a caro prezzo. La storia vinicola della regione passa attraverso le varie nazioni cui è appartenuta, e ora che ha una definitiva stabilità, dai cambiamenti occorsi nel dopoguerra.

Il Collio è un luogo molto piccolo, fatto di collinette simili a dei pandori, che in realtà hanno caratteristiche molto diverse fra loro, anche all’interno dello stesso vigneto. Una ricchezza dovuta alla disomogeneità. Marcatore incontrastato e inconfondibile del terreno del Collio, vero dna di un suolo povero in sostanza organica e molto ben drenato, è la ponca. Di origine eocenica, è una stratificazione alternata di marne sature di sedimenti minerali, e arenaria. Conferisce al vino qui prodotto quella struttura, eleganza e mineralità tanto apprezzata.

Menzionavo che sono stati venticinque gli incontri diretti avuti, e se ne parlerà più avanti, perché preferisco iniziare da uno che ha eseguito per noi del tour la propria disamina sulla storia vinicola del Collio.

Si tratta di Marko Primosic. La famiglia Primosic è proprietaria di vigneti nella zona di Oslavia fin dalla metà del ‘700. In questa zona rimbalzano le correnti della Bora, utilissime al vigneto che assieme alla ponca caratterizzano i vini dal sapore più nordico, rispetto ad altri suoli del Collio.

E poi arriva Karlo nel 1868, e da quel momento il suo nome è associato al vino di Oslavia. A fine ottocento Karlo trasporta il vino con la ferrovia a Vienna contenuto in grandi botti. L’impero austro-ungarico apprezzava la regione del Collio, la considerava il suo giardino, dove poter attingere di vino e olio, di uva e ciliegie, quest’ultime d’eccellente qualità. Il figlio di Karlo, Josez, torna dal fronte della grande guerra e trova i vigneti devastati. Oslavia è chiamata non a caso la collina morta, e aiutato dal padre rimpianta i vigneti. Gli succede Silvan, o Silvestro come ci è stato presentato, il simpatico, empatico e pieno di vita ottantacinquenne, che a soli dodici nel 1953 diventa il capofamiglia alla morte di Josez e del fratello maggiore caduto da partigiano. Nella grande sfortuna una libertà, di fare ciò che voleva. Produce il vino sfuso e in bottiglia dal 1956 senza etichetta con vuoto a rendere, con etichetta dal 1964, e la prima a nome S. Primosic nel 1967, disegnata dalla moglie Liliana, che riporta il paesaggio di Oslavia. V’è scritto i Vini del Collio poichè sarà nel successivo maggio 1968 che nascerà la doc omonima, tra le prime in Italia, grazie agli sforzi del Consorzio di Tutela Vini Collio sorto quattro anni prima nel 1964. E’ una bottiglia renana, obbligatoria a quel tempo dal disiciplinare di produzione che reca la scritta Tocai in caratteri gotici.

E’ l’inizio di una produzione di stampo moderno: Silvan, getta via i legni, acquista vasche di cemento, e produce vini bianchi senza macerazione, curati e puliti, e focalizzati sugli aromi primari.

Ricordo a me stesso che per rientrare nella categoria di Collio Doc le uve devono provenire dal territorio della provincia di Gorizia, in otto dei venticinque comuni presenti: Capriva, Cormòns, Dolegna del Collio, Farra d’Isonzo, Gorizia, Mossa, San Floriano del Collio, San Lorenzo Isontino. Sono esclusi i terreni del fondo valle, con l’obbligo per i vigneti di trovarsi perlomeno a 75 metri di altitudine, fino ad arrivare a circa 270 metri e oltre, e con una pendenza minima del 3%.

Nel disciplinare del Collio doc fino al 1991 non erano ammessi i vitigni internazionali a bacca bianca, a differenza di quelli non autoctoni a bacca rossa, già presenti da lunga data nel territorio.

Le uve al momento autorizzate sono:

per il bianco Chardonnay, Friulano, Malvasia Istriana, Müller Thurgau, Picolit, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Ribolla Gialla, Riesling Renano, Riesling Italico, Sauvignon, Traminer Aromatico; per il rosso Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carménère, Merlot, Pinot Nero.

Un paio di anni fa, un gruppo di quattro viticoltori che oggi sono diventati undici, hanno scelto di vinificare solo le uve Friulano, Malvasia Istriana (ripeto istriana), e Ribolla Gialla per il proprio Collio doc, tornando al primo periodo del disciplinare 1968-1991 (doc che, per inciso, ha vissuto molti più anni con i vitigni internazionali che senza), ritenendoli quelli storici del territorio e che lo interpretano nel migliore dei modi, e inserendo in etichetta la dicitura Collio da Uve Autoctone.

Quando si scomoda il punto di vista storico o tradizionale, per non parlare di autoctono, incuriosisce che quasi mai si tenga conto essere frutto del momento dell’osservazione. Fra un secolo, probabilmente, in una immaginaria fase della definizione dei vitigni a bacca bianca per la doc Collio, si avrebbe un’analoga inclusione a quella operata per i vitigni internazionali a bacca rossa, ritenendola logica.

Non addentriamoci troppo in un ginepraio se non per raccogliere le bacche fondamentali al celebre distillato bianco. Rispettiamo i pareri di tutti gli attori vinicoli in questione, soprattutto perché hanno titolo a parlare, a differenza di chi semplicemente ne scrive e non produce.

La soluzione migliore è, a mio modesto parere, la coesistenza, auspicando che NON si sprechino energie per discutere in maniera accesa sulla questione. Sarebbe del tutto inappropriato in una regione che ha visto tanti passaggi di mano.

Anche Oslavia beneficerà del boom economico degli anni cinquanta e sessanta, ma il resto della storia lasciamo che sia Marko a raccontarla, figlio di Silvan, nato nell’anno della doc quindi un predestinato, enologo, che a undici anni ha il suo primo Vinitaly, e che dal 1989 affianca il padre con il fratello Boris di tre anni più giovane.

Negli anni ’80, ci racconta Marko, la strada percorsa dal papà con la vinificazione in serbatoi di acciaio che valorizza gli aromi primari non basta più. Evolve il palato, evolve il consumatore, evolve il Collio stesso, anche nella conduzione dei vigneti, che fino agli anni ’60 erano lavorati principalmente a mano. Gli anni ’70 Marko li descrive come i più bui, dove in qualche modo i tecnici cercavano di portare la meccanizzazione e di fare della collina la pianura, un errore grande che tuttavia in Collio è avvenuto in modo molto limitato, giusto qualche rilievo spianato. Il dietrofront si ha nel decennio successivo. Il Collio scopre e valorizza il proprio territorio ispirandosi a ciò che avveniva in Borgogna. Si commisero, però, una serie di errori, tra i quali d’impiantare ad altissima densità per ettaro, a quaranta centimetri da terra in vigneti inerbiti dove l’erba cresce a venti centimetri, e il grappolo in sostanza poggiava seduto nell’erba se questa non era un prato inglese. Tutto ciò andava benissimo per i vigneti molto drenati e completamente diserbati della Borgogna ma non in Collio dove oltretutto le piogge erano intense.

Si arriva così agli anni ’90, e finalmente si ha la consapevolezza dell’estremo valore del territorio, grazie alla nuova generazione e frutto anche della serie di errori compiuti, puntando a non uscire ad annata, con l’ambizione che il vino possa maturare. Risvolto della medaglia è stato guardare troppo al vino internazionale, con un’impostazione più filo francese e l’uso del legno, barrique o altro.

L’ultima fase sono gli anni duemila con l’avvento dei vini macerati, nati dopo la grandinata a Oslavia di fine agosto 1996, violenta e cattiva, avvenuta nel momento in cui tutto era pronto per la vendemmia, rovinando l’annata in corso e la successiva. In questa fase, per i viticoltori giù di morale, c’è stato il tempo di fare una riflessione sul futuro. L’episodio da rammentare è quando Carlo Petrini chiede a Josko Gravner di accompagnarlo in Georgia. Qui vedrà le anfore, ma non è tanto il contenitore in sé che poi userà, piuttosto la riflessione operata, cioè quando non si sa dove andare, si tende a guardare al passato, alle pratiche di un tempo. Ed ecco che, nel tentativo di rivalutare la Ribolla Gialla massacrata negli anni precedenti con la maturazione in legno, si riscopre la fermentazione sulle bucce. Il vitigno è insuperabile nei risultati della pratica macerativa, poi la qualità del vigneto, il tipo di buccia, e non per ultimo il territorio si prestano per creare un plus sensato a un vino ottenuto con il vitigno.

L’escursus storico consente di fare una distinzione delle cantine in base alla loro nascita, figlie in realtà della loro storia. Una come la Primosic ha attraversato tutte le fasi, nessuna delle quali è completamente sbagliata, ma racconta un pezzo di storia e porta ad avere una consapevolezza di un certo livello. Un’azienda vinicola sorta negli anni ’90 avrà probabilmente fatto il primo vino in barrique. Infine una nata nel duemila o a ridosso di tale data, plausibilmente produrrà solo vini macerati.

L’azienda oggi ha trentadue ettari vitati che danno luogo a circa 200.000 bottiglie l’anno e sedici tipologie di vino prodotte. Il mercato riguarda il nostro paese per il 40%, il restante è distribuito in trenta nazioni. In cantina abbiamo visto caratelli da 600 litri di rovere di Slavonia non francese e non tostate utilizzate per il Collio bianco; botti da 18 ettolitri per la Ribolla macerata perchè deve evolvere la sua quantità di tannino, con funzione esclusivamente di maturazione; infine barrique, tostate, per le due varietà internazionali Chardonnay (che fermenta e matura in essa), e Merlot (solo per la maturazione).

La degustazione.

Ribolla Gialla “Think Yellow” IGT Venezia Giulia 2025 12.5%

Vitigno della tradizione con richiami, all’infanzia (i suoi acini dorati erano un tempo delle caramelle naturali per i bambini), e al lavoro (qualche bottiglia di Ribolla era un’integrazione alla paga dei braccianti). Il vino vinifica in serbatoi di acciaio dopo una breve macerazione delle bucce a freddo e pressatura soffice delle uve. Una versione “nuda e cruda”, come storicamente il vitigno si esprime. E’ l’espressione punto di partenza il cui punto di arrivo sono le produzioni macerate. Molto simpaticamente Silvan ci dice che il vino da Ribolla, per le sue caratteristiche, è un ottimo colluttorio al mattino.

All’olfatto è fresca, con sentori agrumati e citrini, e suggestioni di erbe aromatiche.

Al palato torna la freschezza, con l’aggiunta di note floreali di acacia, e nuovamente di agrumi. Ci piace per consistenza grassa e il finale declinato al sapido e minerale.

Malvasia Collio doc 2024 13.5%

Vinificazione simile alla precedente Ribolla Gialla.

All’olfatto il vino è aromatico e fresco, con note floreali vicine al geranio, erbe aromatiche, e minerali.

L’ingresso al palato è ampio e sapido, con ritorni aromatici tipici, e una chiusura lievemente ammandorlata.

Chardonnay Gmajne Collio doc 2022 14%

Lo Chardonnay proviene dallo storico vigneto con toponimo Gmajne, impiantato negli anni ’70 e rinnovato per la sua metà nel 1982. Vinifica tradizionale in bianco, con fermentazione (alcolica e malolattica) ed elevatura in barrique (sia nuove che usate) per diciotto mesi, con lunga permanenza sui lieviti e senza bâtonnage. Segue affinamento in bottiglia. La 2022 è l’annata corrente.

All’olfatto si avvertono subito degli agrumi gialli, la frutta esotica, e dei sentori legati alla vaniglia del legno e un’idea di crosta di pane. E’ un peccato di gioventù, dovuto soprattutto alla tostatura delle botti che è medio/forte. Poi, abbiamo ancora note di fiori gialli, e fruttati di melone.

Al palato la nota vanigliata s’integra con della citrinità, ma il vino è decisamente morbido, caldo e pieno. Le sensazioni legate al legno, ancora da svolgere, qui sono molto meno evidenti. Buona anche la persistenza tracciata dalla nota minerale.

Collio Bianco doc Klin 2020 14.5%

Il Klin, lo storico toponimo di un cru aziendale, sviluppato in una collina che dona tre tipi di suolo e altrettanti di clima, è un uvaggio dei vitigni Friulano, Chardonnay e Sauvignon (non clonato, più sullo stile della Loira) raccolti lo stesso giorno indistintamente dal grado di maturazione delle uve. S’ispira all’antica maniera viennese della Gemischte Satz, pratica di vinificazione di uve diverse provenienti dallo stesso vigneto. Dopo aver raccolto le uve con piena maturazione, diraspate e pressate delicatamente, il mosto fiore è messo in caratelli di rovere di Slavonia da 600 litri in cui compie la fermentazione alcolica e malolattica. Travasato, si aggiunge una parte minima di vino da Ribolla Gialla e torna in botte a maturare complessivamente per due anni, al termine dei quali è imbottigliato e affina per altri due anni. La 2020 è l’annata corrente.

Il vino nasce nel 1982 e ha vissuto legni diversi, infatti, dal 1988 al 1996 si sono adoperate barrique francesi.

All’olfatto si percepisce molta freschezza, con note di fragranza e minerali. Poi abbiamo le erbe aromatiche, suggestioni floreali di gelsomino, una traccia di fruttato esotico e degli agrumi, e infine della vaniglia.

Al palato in questa fase del vino la presenza del Chardonnay svetta un po’, il corpo è rarefatto, con finale morbido. Ha bisogno di tempo, a mio avviso, per armonizzarsi meglio.

Friulano “Skin” Collio doc 2020 13%

Orange wine di recente concezione con prima annata il 2016. Il Friulano macera per due settimane sulle bucce e fermenta con lieviti indigeni in assenza di solforosa e frequenti follature, senza controllo di temperatura. Poi, separato dalle bucce, è posto in caratelli da 600 litri, dove esegue la fermentazione malolattica, e per diversi mesi rimane sulle proprie fecce nobili. L’affinamento in bottiglia è molto lungo.

L’olfatto è caldo e intenso, molto concentrato, con i sentori tipici della macerazione, frutta secca e tè al gelsomino, dotato di tanto agrume, frutta gialla, albicocca e camemoro, un lieve sentore sulfureo, minerale. Al palato è ricco e glicerico, pulito e minerale. Persiste a lungo nelle note macerative, né è privo della tipica sensazione di mandorla amara e tostata.

Ribolla Gialla Riserva “Skin” Collio doc 2020 13.5%

Orange wine da uve surmature che esegue una vinificazione simile al Friuliano con un paio di differenze: la macerazione dura un mese, e le botti dove permane un anno sono grandi da 18 ettolitri.

Olfatto è molto inteso, con note di macerazione, frutta gialla a polpa, albicocca disidratata, agrumi gialli, e note floreali. Al palato è fine ed elegante, con ritorni amarostici di armellina, e minerali prolungati.

Ribolla di Oslavia Riserva Collio doc 2014 14%

Questa riserva vintage è stata versata in un bicchiere T Made 95 Oslavia, con appunto l’impensabile capacità di contenere 95 centilitri, e disegnato per valorizzare al meglio la degustazione delle Ribolla Gialla macerate e d’annata. La dicitura di Oslavia presente in questa bottiglia non è più consentita.

Olfatto: poesia. Succoso di agrume e d’albicocca. Note minerali legate alla ponca, ardesia anche, e terziarie, vien da sé. Frutta secca, miele di agrumi, sentori di appassimento, uva sultanina.

Il palato il vino è maestoso, imponente, morbido, succoso e con una sensazione calorica molto confortevole, mielata, e minerale. Espressione di grande eleganza con finale persistente e suadente.

Pinot Grigio Riserva Collio doc 2017 14.5%

Orange wine prodotto dal 1998, dal colore intenso ramato, le cui uve diraspate fermentano con i lieviti indigeni, senza solforosa e con lievi follature. La macerazione dura 6/8 giorni, poi passa in caratelli di rovere di Slavonia, dove prosegue la fermentazione e la malolattica, e vi permane per alcuni mesi. L’annata corrente è la 2022.

Olfatto è dominato intensamente dai piccoli frutti a bacca rossa, lampone, ribes rosso, amarene, e floreali, violetta e iris. Al palato è caldo, pieno, articolato, con ritorni dei frutti rossi, e un piacevole finale, prolungato, minerale.

Parmelia 2024, il nuovo cru de Il Colle del Corsicano nel cuore di Punta Licosa

Alferio Romito presenta il nuovo Cilento DOC Fiano: un racconto di famiglia, territorio e visione enologica destinato a sfidare il tempo.

Ci sono vini che raccontano un territorio e vini che custodiscono una genealogia. Il nuovo Cilento DOC Fiano Parmelia 2024 de Il Colle del Corsicano appartiene a entrambe le categorie. Presentato in anteprima alla delegazione AIS Cilento Vallo di Diano, guidata dalla Delegata Maria Sarnataro, il progetto firmato da Alferio Romito si propone come una delle espressioni più ambiziose e identitarie del Fiano contemporaneo.

Nella cornice di Punta Licosa, dove l’azzurro del Tirreno si intreccia ai profumi austeri della macchia mediterranea, Alferio – enologo e interprete della quarta generazione familiare – ha svelato un’etichetta destinata a segnare un passaggio cruciale nella storia aziendale: un vino concepito per sfidare il tempo e celebrare la memoria.

Parmelia, il vino delle lunghe attese

Parmelia nasce da una vicenda umana che affonda le proprie radici agli inizi del Novecento. È la storia di Giovanni Romito, trisnonno di Alferio, che per acquistare le terre oggi occupate dai vigneti aziendali affrontò sette traversate oceaniche verso l’America, partendo dal porto di Napoli e rincorrendo il sogno di costruire un futuro per la propria famiglia.

Di quell’epopea migratoria restano ancora le carte d’imbarco manoscritte, gelosamente custodite dalla famiglia come testimonianza tangibile di sacrificio, perseveranza e visione. Parmelia rende omaggio a quella eredità e, al contempo, al nonno Giovanni, caduto durante il conflitto bellico. Non sorprende dunque che il concetto delle “lunghe attese” sia diventato il filo conduttore dell’intero progetto.

Anche il logo dell’azienda parla di resilienza: vi campeggiano i due pini storici della proprietà, sopravvissuti nel tempo a incendi e calamità naturali, simboli di una continuità che attraversa le generazioni. L’apparato iconografico dell’etichetta, poi, si arricchisce di una croce che richiama idealmente i quattro punti cardinali, metafora delle quattro generazioni della famiglia Romito. Non un semplice elemento grafico, ma una bussola identitaria, un sigillo visivo, che orienta il racconto aziendale tra passato e avvenire, celebrando il percorso di una dinastia contadina che ha saputo attraversare il tempo rinnovandosi senza smarrire le proprie origini.

Le sole 1.362 bottiglie numerate, protette da una raffinata velina, dichiarano senza esitazioni la vocazione del vino a un lungo percorso evolutivo.

Punta Licosa e il privilegio del Flysch Cilentano

La materia prima proviene da una rigorosa selezione parcellare situata nell’area di Punta Licosa, uno dei luoghi più suggestivi del Cilento, all’interno dell’area marina protetta e del territorio riconosciuto dall’UNESCO per il suo straordinario valore paesaggistico e culturale.

Il contesto geologico è dominato dal Flysch Cilentano, complessa successione sedimentaria costituita da arenarie e rocce stratificate. Tuttavia, la parcella destinata a Parmelia presenta una prevalenza sabbiosa che ne determina il carattere distintivo. Questa matrice garantisce infatti una straordinaria capacità di trattenere umidità e freschezza anche durante le estati più severe, fungendo da autentica riserva idrica naturale.

La vendemmia, anticipata alla prima decade di agosto, non compromette l’equilibrio acido del vino. Al contrario, testimonia una tensione naturale di rara efficacia, destinata a rappresentare una delle principali chiavi interpretative della sua longevità.

L’enologia della sottrazione

Sul piano tecnico, Parmelia rappresenta una significativa evoluzione stilistica rispetto alla produzione storica dell’azienda. Il 60% della massa fermenta e affina in barrique bordolesi di rovere francese, accompagnato da costanti bâtonnage protratti fino alla primavera successiva, mentre il restante 40% completa il proprio percorso in acciaio.

L’aspetto più interessante risiede tuttavia nella filosofia produttiva adottata da Alferio Romito, fondata su un rigoroso controllo dell’ossigeno. L’intera vinificazione è concepita secondo un paradigma fortemente riduttivo, volto a preservare il patrimonio aromatico primario del vitigno e a proteggere l’integrità dei precursori odorosi.

Anche la scelta del tappo tecnico Nomacorc Reserva si inserisce coerentemente in questa visione, garantendo una gestione calibrata e prevedibile della micro-ossigenazione durante l’affinamento in bottiglia.

Il profilo sensoriale del Parmelia 2024

Nel calice, Parmelia 2024 si presenta con una veste di brillante luminosità. Il giallo paglierino è attraversato da vividi riflessi verdolini che testimoniano una straordinaria freschezza cromatica e una gestione impeccabile dell’ossigeno, particolarmente significativa alla luce del passaggio in legno.

L’impatto olfattivo si distingue per nitidezza e precisione. Emergono inizialmente eleganti richiami floreali biancastri come l’acacia e la Zagara. Il quadro olfattivo si amplia progressivamente, lasciando affiorare sfumature di erbe aromatiche come il timo mediterraneo e una sottile nota dolce perfettamente integrata.

L’assaggio conferma le promesse del naso. La trama gustativa è ampia ma slanciata, sostenuta da una dinamica acida e succosa che accompagna il sorso con grande energia. La componente salina, autentica firma territoriale di Licosa, attraversa l’intera progressione gustativa e conduce verso un finale persistente, scandito da ritorni agrumati e iodati.

Due interpretazioni, un solo vigneto

Particolarmente istruttivo il confronto raccontato da Alferio con il Fiano Licosa, etichetta storica della cantina vinificata esclusivamente in acciaio. Se quest’ultimo esprime una personalità immediatamente verticale, giocata su toni più morbidi di camomilla, miele e frutta matura, Parmelia sceglie la strada della profondità e della stratificazione.

Le due etichette raccontano così due anime complementari dello stesso vigneto: da un lato l’immediatezza espressiva del frutto, dall’altro una costruzione più articolata e ambiziosa, dove il dialogo tra vitigno, terroir e legno contribuisce a definire una nuova identità stilistica.

La prova del tempo: la verticale di Licosa

A suggellare la presentazione, una verticale delle annate 2017, 2018 e 2019 del Licosa ha offerto una preziosa chiave di lettura sulla capacità evolutiva del Fiano coltivato in questo angolo del Cilento.

Il 2017, figlio di una stagione particolarmente siccitosa, ha mostrato un carattere vigoroso e concentrato, con richiami di carruba, albicocca disidratata e miele sostenuti da una sorprendente vitalità acida.

Il 2018, nato in un’annata più fresca e piovosa, ha evidenziato una progressiva trasformazione nel bicchiere: da iniziali percezioni alcoliche a un profilo di grande pulizia aromatica, quasi nordico nella sua compostezza.

Il 2019 si è rivelato infine il punto di equilibrio ideale, sintesi armonica tra maturità del frutto, tensione gustativa e prospettiva evolutiva, anticipando in qualche modo la filosofia che oggi trova compimento nel Parmelia.

Un nuovo capitolo per il Fiano cilentano

L’incontro con Alferio Romito e la delegazione AIS ha restituito l’immagine di un produttore profondamente legato alle proprie radici ma proiettato verso una visione contemporanea dell’enologia. Parmelia 2024 non rappresenta semplicemente una nuova etichetta: è la traduzione liquida di una storia familiare, di un paesaggio marittimo e di una cultura dell’attesa che trova nel tempo il proprio alleato più prezioso. Un Fiano che profuma di sale e di memoria, capace di raccontare il Cilento con autorevolezza e rara profondità narrativa.

Vinaltum 2026: in un calice tutta la grande bellezza dell’Alto Adige

Vinaltum è stato un successo annunciato: il 17 e 18 maggio, nel suggestivo Castello di Mareccio a Bolzano, si è svolta la terza edizione. 

Un parterre composto da oltre 80 aziende vitivinicole accuratamente selezionate e provenienti da ogni regione d’Italia con un focus ovviamente sui vini altoatesini e una nutrita compagine provenienti dall’estero, in particolare dai cugini d’Oltralpe francesi. Evento ben organizzato da Danilo D’Ambra e Luciano Rappo e coadiuvato dall’ufficio stampa Federica Schir che ha visto la partecipazione di molti appassionati, operatori e stampa di settore. 

Luogo ideale il castello di Mareccio, di origine medievale, che conserva magnifici affreschi ed è immerso tra splendidi vigneti di Lagrein in uno scenario di rara bellezza circondato dalle montagne con alcune cime ancora innevate. I produttori presenti ai banchi d’assaggio sono stati suddivisi in 5 sale distinte. In programma varie interessanti masterclass condotte da esperti del settore e Wine Talk. Oltre 1000 avventori hanno varcato la soglia del castello e visto il crescente successo della kermesse, che comunque vuole mantenere un numero limitato di cantine di nicchia, gli organizzatori hanno già svelato le date della prossima edizione che andrà in scena il 23 e 24 maggio 2027.

Molti gli assaggi ai banchi, approfondendo la conoscenza di vecchie e nuove  realtà; superba la masterclass di Champagne Le Mesnil che si è svolta al Castel Hortenberg a due passi da Castel Mareccio. In degustazione tre tipologie di champagne provenienti dall’omonima Maison posta a Le Mesnil-sur-Orger all’interno della Côte des Blancs, zona  vocata per l’allevamento dello Chardonnay, classificata interamente come Grand Cru. Circa 800 soci della Cooperativa conferiscono le uve da 300 ettari di vigne del celebre comune.

Una nota di merito va al Coeur des Mesnil Millesimato 2012 con 91 mesi di permanenza sui lieviti ed un dosaggio di 7,8 g/l.
Molto interessante il Wine Talk dedicato all’Unione Viticoltori di Fiè allo Sciliar. Un gruppo di 6 persone ha dato vita a questa piccola e interessante realtà di montagna: le aziende Prackfolerhof, Bessererhof, Gumphof, Wassererhof, Fronthof e Grottnerhof. I vitigni coltivati sono vari, dal Sauvignon Blanc al Pinot Bianco, Pinot Nero e Zweigelt.

Vini decisamente freschi e dotati di buona piacevolezza di beva, con una nota di merito che va allo Zweigelt 2021 di Fronthof.
In sala Castel Mareccio vi erano i produttori del Collio, oltre ad un banco collettivo con piacevoli assaggi di Friulano e di Collio Bianco; vini molto vibranti, persistenti, alcuni dei quali contraddistinti da una spiccata trama sapida e lunga.  Nelle altre sale il viaggio è proseguito tra le principali denominazioni italiane da nord a sud, isole comprese: due giornate molto immersive con il calice in mano. Un evento appassionante e se è vero che tutte le strade portano a Roma, quella di Vinaltum porterà nel 2027 ancora una volta a Castel Mareccio.

Alta Langa DOCG a Roma – Terza edizione: 47 produttori, zero compromessi

Palazzo Brancaccio, su Via Merulana, è una scelta che non è mai neutrale. Araldo del Barocco romano, costruito per i ricevimenti dell’Ottocento, diventa per la terza volta cornice dell’Alta Langa DOCG e del suo Consorzio.

Il messaggio è esplicito: le Langhe non si raccontano solo col Barolo e col Barbaresco. Esiste un’altra eccellenza, in declinazione spumantistica, che merita Roma e merita Palazzo Brancaccio. L’11 maggio è stato il giorno di ben 47 produttori e oltre 115 etichette in degustazione. Un percorso strutturato per altitudine, esposizione e marcatori del sottosuolo — lungo le province di Asti, Cuneo e Alessandria, tra i 400 e gli 800 metri s.l.m. — con confronti mirati con Trento DOC e Franciacorta DOCG e un breve sguardo all’Oltrepò Pavese: riferimenti utili, non minacce all’identità della denominazione.

Il disciplinare è rigoroso: sole due varietà ammesse, Pinot Nero e Chardonnay. Entrambe alloctone per origine, entrambe naturalizzate in circa un secolo sulle coste ripide delle Langhe, grazie all’eredità geologica dell’antico Bacino Triassico piemontese: dense stratificazioni di fossili, marne — tra cui le celeberrime marne blu di Sant’Agata, culla ancestrale del Nebbiolo — calcari e argille. Terroir che non perdona approssimazioni e non regala nulla gratis.

La Morra: il versante aperto al Tirreno.

Il punto di partenza è La Morra, esposizione a Sud, correnti tirreniche liguri, argille e marne blu con inserti sabbiosi. Brandini porta in degustazione l’Alta Langa DOCG 655 Blanc de Blancs Brut 2021: Chardonnay in purezza, bollicine numerose e delicatissime, olfatto ampio di bianchi, miele e crosta di pane. Un liqueur de tirage proprietario — e dichiaratamente riservato — aggiunge croccantezza, agrume di lime, frutta secca. Finale lungo, mineralità salina che racconta il vento del mare. Tipico, identitario, senza elementi superflui.

Barolo: la cooperazione come metodo.

Nel cuore delle Langhe, Vite Colte rappresenta 180 cantine associate in un progetto di qualità che non ammette compromessi né sulla selezione delle uve né sulla tecnologia di cantina. L’Alta Langa DOCG 600 Pas Dosé 2021 — 80% Pinot Nero, 20% Chardonnay — si distingue per finezza al palato, lungo il finale di note minerali e fumé. Classe solida, senza ostentazione.

Serralunga d’Alba: calcare e potenza verticale.

Serralunga è geologicamente un mondo a sé: più calcare, più fossili, meno argilla. Le Sabbie di Diano e le presenze ferrose esaltano l’acidità e il pregio dei vini. Ettore Germano è una casa vinicola celeberrima per il Barolo, porta un Alta Langa DOCG Riserva Blanc de Noir Pas Dosé 2017: Pinot Nero in purezza, 65 mesi sui lieviti, colore paglierino con riflessi ramati, salino, con pompelmo rosa e richiami ferrosi di grande originalità. Equilibrio notevole, lunghezza agrumata che imprime memoria. Franciacortino per ispirazione, piemontese nell’esecuzione. Distinzione netta.

Diano d’Alba: quasi cent’anni di metodo classico.

Fratelli Abrigo, cantina quasi centenaria, formata alla Scuola Enologica d’Alba, propone l’Alta Langa DOCG Sivà 60 Mesi Riserva Pas Dosé 2013: Chardonnay in purezza, complessità aromatica immediata — cedro, arancia, lemongrass, mela, ananas — poi la sorpresa di una nocciola che irrompe e spinge la boccata. Struttura, sapidità, persistenza lunga. Non fa rimpiangere i migliori Trento DOC.

Perletto e la pulizia del Pas Dosé.

Da Serralunga verso l’Alto Monferrato, Garesio costruisce il suo Alta Langa DOCG Pas Dosé 2021 con Pinot Nero in purezza, 36 mesi sui lieviti — il minimo da disciplinare — e sboccatura senza liqueur de tirage, usando solo una riserva dello stesso spumante. Perlage fine e persistente, sentire di pane all’olfatto, sentori vegetali di tiglio, mandorla, pesca, susina. Al gusto, gesso, cremosità crescente. Grande come un Franciacorta senza complessi.

Alto Monferrato: cento mesi e storia scritta.

Banfi chiude il percorso con autorevolezza storica: fu tra le sette aziende piemontesi che nel 1990 avviarono il Progetto Spumante Metodo Classico in Piemonte, contribuendo all’ottenimento della DOCG nel 2008. Il Banfi Alta Langa DOCG Cuvée Riserva Aurora 100 Mesi 2019 è il punto d’arrivo logico di questa narrazione: 100 mesi sui lieviti, blend di Pinot Nero (minimo 70%) e Chardonnay, fusione austera ed elegante di brioche, agrume candito, vaniglia e nocciola, con una cornice di lievito finissima. Gareggia con i Trento DOC più noti. Non perde.

Al prossimo anno, allora. Le Langhe hanno molto ancora da dire — e Roma, evidentemente, sa ascoltare.

Vernaccia di San Gimignano: il volto contemporaneo di un bianco identitario

La degustazione dedicata alla Vernaccia di San Gimignano ha restituito un quadro estremamente coerente e qualitativamente elevato, capace di raccontare con precisione l’identità del territorio attraverso le diverse interpretazioni aziendali e le annate presentate. Un viaggio che ha attraversato soprattutto la giovanissima 2025, passando per le Riserva 2024 e 2023, fino ad arrivare a campioni più evoluti come la 2022 e la 2021.

Annata 2025: freschezza, agrume e verticalità

La 2025 si è rivelata un’annata dinamica, giocata soprattutto sulla tensione gustativa, sulla sapidità e su un profilo aromatico nitido. In molti campioni è emersa una chiara matrice agrumata accompagnata da richiami di mela fresca, pera, erbe aromatiche e fieno.

Tra i vini più convincenti, “Da Fugnano” di Fattoria di Fugnano ha impressionato per il suo carattere fresco e agrumato, con una mela particolarmente definita e una progressione gustativa di grande energia. Molto centrata anche l’interpretazione de Il Colombaio di Santa Chiara con “Selvabianca”, vino identitario ed elegante, dotato di persistenza e precisione aromatica.

Interessante la prova di Podere Le Volute, dove le note floreali e di confetto si intrecciano a una bocca fresca e minerale, mentre Tenuta La Vigna ha proposto un profilo delicato ma molto riconoscibile, giocato su mela, fiori bianchi e agrumi.

Numerosi i richiami alle erbe aromatiche e alla mineralità: Casa Lucii ha espresso una Vernaccia sapida e agrumata, Cesani ha mostrato un lato più vegetale e amaricante, mentre Collemucioli con “Madreterra” ha unito fieno, mela ed erbe aromatiche in un sorso equilibrato e territoriale.

Nel complesso, la 2025 appare come un’annata dalla forte impronta fresca e verticale, dove la bevibilità si accompagna a una crescente definizione stilistica.

Le Riserva 2024: complessità e profondità

Con la 2024 il quadro cambia sensibilmente. Le Vernaccia Riserva mostrano maggiore profondità, una struttura più ampia e una complessità aromatica che si sviluppa su registri minerali, affumicati e iodati.

Cappellasantandrea con “Prima Luce” ha messo in evidenza pietra focaia, erbe aromatiche e frutto, sostenuti da una bocca sapida e minerale. Cesani con “Clamys” ha puntato invece su mela cotogna, agrume candito e chiusura mielata, offrendo una lettura più evoluta e avvolgente del vitigno.

Molto convincenti anche “Donna Gina” di Fattoria di Fugnano, caratterizzato da note iodate e affumicate, e “Campo della Pieve” de Il Colombaio di Santa Chiara, vino ampio e complesso, capace di mantenere equilibrio tra freschezza e sapidità.

La Riserva “Rialto” di Cappellasantandrea si è distinta come uno dei campioni più completi della degustazione: tipicità varietale, eleganza floreale e grande equilibrio gustativo hanno reso il vino uno dei vertici assoluti dell’assaggio.

La 2024 conferma dunque, come la Vernaccia riesca oggi a interpretare con grande efficacia anche vini di maggiore struttura e longevità, senza perdere tensione e riconoscibilità territoriale.

Riserva 2023: maturità ed eleganza

La 2023 ha probabilmente rappresentato il momento più alto della degustazione dal punto di vista della complessità. I vini hanno mostrato maggiore maturità espressiva, mantenendo però freschezza e precisione.

“L’Albereta” de Il Colombaio di Santa Chiara ha colpito per l’eleganza dell’olfatto, tra fiori e mela cotta, e per una bocca complessa chiusa da una raffinata nota di mandorla. Molto convincente anche “Sanice” di Cesani, dal profilo più ampio e strutturato, con sfumature speziate e una sorprendente intensità fruttata.

Casa alle Vacche con “Crocus” ha proposto una Vernaccia verticale e balsamica, giocata sulla croccantezza della mela fresca, mentre Tenuta Le Calcinaie con “Vigna ai Sassi” ha unito struttura, sapidità e una piacevole chiusura amaricante di mandorla.

Nel complesso, la 2023 mostra un volto maturo della Vernaccia di San Gimignano: vini più complessi, profondi e gastronomici, ma ancora sostenuti da una notevole energia acida.

Le annate più evolute

La Riserva 2022 di Teruzzi, “Sant’Elena”, ha evidenziato un profilo ancora fresco e vegetale, sostenuto da buona struttura e da una chiara componente erbacea. Più essenziale la 2021 di Casa Lucii “Mareterra”, giocata su un finale amaricante e scorrevole.

Una denominazione sempre più definita

Dalla degustazione emerge con chiarezza una Vernaccia di San Gimignano sempre più consapevole della propria identità. Freschezza, sapidità e richiami minerali rappresentano il filo conduttore della denominazione, ma accanto a questi elementi cresce anche la capacità di produrre vini complessi, longevi e profondamente territoriali. Le versioni giovani esaltano immediatezza e tensione gustativa, mentre le Riserva mostrano oggi una maturità stilistica capace di competere con i grandi bianchi italiani da evoluzione. Una conferma importante per una denominazione che continua a rafforzare la propria personalità nel panorama del vino italiano.

Toscana: inaugurata la nuova cantina del Cabreo, il tempio dei “Supertuscan”

Il 16 maggio 2026, a Greve in Chianti si è svolta l‘inaugurazione ufficiale della nuova Cantina del Cabreo, il nuovo progetto firmato Ambrogio e Giovanni Folonari Tenute dedicato alla produzione e all’affinamento dei Supertuscan della tenuta, pensato come luogo in cui tradizione toscana, innovazione tecnologica ed esperienza enoturistica convivano in un’unica visione. La struttura, progettata dall’architetto Carlo Ludovico Poccianti, nasce nel cuore del Chianti Classico come espressione dell’identità contemporanea della famiglia Folonari e della sua lunga storia nel mondo del vino italiano.

La cerimonia inaugurale si è aperta con il taglio del nastro alla presenza delle autorità locali, operatori del settore e stampa specializzata, per scoprire il nuovo progetto che rappresenta un ulteriore passo nel percorso di crescita della famiglia Folonari nella zona del Chianti Classico. Nel corso dell’evento il sindaco Paolo Sottani ha conferito la cittadinanza onoraria di Greve in Chianti a Ambrogio Folonari, riconoscendone il contributo alla valorizzazione del territorio e alla rinascita del vino toscano.

Nel corso dell’evento, Giovanni Folonari ha ribadito il proprio impegno nella valorizzazione del vino come elemento centrale della cultura e della tradizione italiana. L’azienda ha scelto di investire con decisione sul futuro, affrontando un importante intervento di ristrutturazione dal valore di oltre 7 milioni di euro, a testimonianza della volontà di continuare a credere nel territorio e nella produzione vitivinicola di qualità.

La nuova Cantina del Cabreo è la sintesi perfetta tra identità aziendale, visione imprenditoriale e futuro – ha dichiarato il Presidente Giovanni Folonari – È un’esperienza immersiva radicata nella tradizione toscana ma nel contempo profondamente innovativa, con tecnologie all’avanguardia che ottimizzano il processo di vinificazione. L’inaugurazione della Cantina completa il nostro progetto di enoturismo alle Tenute del Cabreo, dove abbiamo realizzato i due relais di charme Borgo del Cabreo e Pietra del Cabreo e un ristorante che reinterpreta la cucina della tradizione. Grazie a questo progetto di ospitalità, abbiamo ricevuto il prestigioso riconoscimento Vinitaly Territory Ambassador, che celebra l’impegno dell’azienda sul territorio e la nostra opera di autentica valorizzazione del Made in Italy”.

La struttura ospita oltre 300 legni tra barrique, tonneau e botti stagionate, oltre a una capacità complessiva di 4.500 ettolitri di tini  in acciaio. Tra gli elementi più innovativi spiccano le vasche dedicate ai diversi cru e il selezionatore ottico che analizza singolarmente ogni acino durante la raccolta.

La cantina si sviluppa in tre ambienti: area di vinificazione, moderna barricaia a temperatura e umidità controllate e sala degustazione, concepita per permettere agli ospiti di vivere il vino direttamente nel luogo in cui nasce.

Anche la scelta dei materiali racconta il legame con il territorio: cotto dell’Impruneta lavorato a mano, pietra toscana, ferro battuto e legno naturale dialogano con elementi contemporanei come acciaio, bronzo brunito e illuminazione scenografica.

Per l’occasione, l’artista fiorentina Betty Soldi, definita “alchimista della parola”, ha realizzato un’opera esclusiva in onore delle Tenute del Cabreo, consegnata in occasione dell’inaugurazione: è la sua personale interpretazione artistica dei valori che da sempre ispirano la famiglia Folonari.

Uno dei momenti della giornata inaugurale sono state le due degustazioni verticali dedicate ai vini simbolo della tenuta, La Pietra Chardonnay Toscana IGT e Cabreo Il Borgo Toscana IGT, guidate da Giovanni Folonari e dall’enologo Roberto Potentini  e riservate ai professionisti del settore. I percorsi di assaggio hanno accompagnato gli ospiti in un viaggio nella storia produttiva delle Tenute del Cabreo, mettendo in luce l’evoluzione stilistica e il notevole potenziale di invecchiamento delle due etichette.

La verticale ha rappresentato un viaggio nella storia produttiva delle Tenute del Cabreo e ha evidenziato il grande potenziale di invecchiamento dei due vini.

La Pietra, chardonnay in purezza, fermenta in acciaio inox, con un travaso in legno effettuato a metà del processo. Il vino matura poi per almeno 24 mesi in tonneau, completando il suo affinamento con un periodo di riposo in bottiglia; sono state degustate le annate 1985, 1995, 2001, 2013 e 2023. Particolarmente rilevanti la 1985, ancora sorprendentemente viva, elegante e complessa, e la 2013, caratterizzata da equilibrio, tensione e precisione aromatica

Cabreo Il Borgo fermenta in acciaio, con macerazione di circa 4 settimane, seguita da almeno 24 mesi in barrique e affinamento in bottiglia; nell’occasione sono state degustate le annate 1988, 1995, 2001, 2016 e 2022. Di grande impatto la 1988, raffinata e ancora perfettamente integra, e la 2016, annata di notevole energia e profondità. Durante la degustazione Giovanni Folonari ha inoltre raccontato l’evoluzione stilistica del vino: fino al 2015 il vino era prodotto nel suo assemblaggio tradizionale, basato esclusivamente su Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Successivamente il blend è stato aggiornato, includendo anche il Merlot per ampliare la complessità e la rotondità del profilo) mantenendo intatta l’identità territoriale del vino. La degustazione ha così confermato la vocazione internazionale dei Supertuscan delle Tenute del Cabreo, vini capaci di attraversare il tempo mantenendo eleganza, freschezza e riconoscibilità, esprimendo al meglio il legame tra innovazione, territorio e grande tradizione toscana.