Campania: parte il ciclo di incontri “The Wine Table” nell’ambito di Wine&TheCity

A tavola con il vignaiolo Livio Felluga nel primo appuntamento all’interno del chiostro del millenario Convento Francescano

A Cuccaro Vetere, nel cuore del Cilento, 6 appuntamenti e 6 cantine d’eccellenza per una narrazione intima e autentica del vino e dei territori vitivinicoli d’Italia.

Un progetto di Convento Francescano e Wine&Thecity

A Cuccaro Vetere, nel cuore del Cilento più autentico e schivo, torna The Wine Table, il format ideato da Convento Francescano Experience Hotel e realizzato in partnership con Wine&Thecity. Sei appuntamenti per un’esperienza di condivisione più intima e autentica, dove il vino diventa racconto dalla voce stessa del produttore. Dal 18 aprile al 12 settembre, nel chiostro del millenario Convento Francescano, primo Small Luxury Hotels of the World del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, sei tavolate d’autore – riservate a soli 50 ospiti – accompagneranno il pubblico in un viaggio sensoriale attraverso l’Italia del vino: dal Friuli Venezia Giulia alla Sicilia.

The Wine Table nasce da una sinergia precisa: da un lato la location d’eccezione del Convento Francescano, experience hotel dal fascino unico, dall’altro la curatela di Wine&Thecity, dal 2008 brand iconico della comunicazione del vino, sinonimo di eleganza e cura. Ogni serata è dedicata a un territorio e ad una cantina: cinque vini e cinque piatti creati di volta in volta dalla cucina dell’Osteria del Convento guidata da Patrizia Portolano. Un dialogo tra calice e piatto, sapori e territorio, racconto e scoperta. Il calendario celebra il meglio dell’Italia del vino, alternando cantine storiche e innovative ciascuna con un patrimonio unico che arricchisce il valore culturale e gastronomico di The Wine Table.

Si comincia Sabato 18 aprile con il Friuli Venezia Giulia e Livio Felluga, icona assoluta dei bianchi friulani del Collio, dal 1956 sinonimo di eleganza minerale e longevità, con vini puri dal terroir ponca come il Pinot Grigio e il Sauvignon.

Sabato 9 maggio la Toscana sarà protagonista con Frescobaldi: con oltre 700 anni di storia e più di trenta generazioni, i Marchesi de’ Frescobaldi sono tra le dinastie del vino più celebri in Italia, il vertice della tradizione vinicola toscana. Da Nipozzano a Castelgiocondo, passando per il leggendario Tenuta Luce, producono vini iconici come il Mormoreto e l’Ornellaia, simbolo di eleganza e potenza.

Sabato 6 giugno Casale del Giglio, pioniere dell’enologia moderna del Lazio, porta nel calice i vini dell’Agro pontino, da vitigni storici come il Cesanese e il Bellone, conquistando riconoscimenti internazionali. Fondata negli anni ’90 da Dino Santarelli, è oggi guidata dal figlio Antonio.

Sabato 18 luglio Villa Raiano racconta la Campania e l’Irpinia delle Docg. Maestri del Fiano di Avellino DOCG e dell’Aglianico Irpinia DOC, Villa Raiano valorizza uve autoctone irpine su 30 ettari biologici. Fondata nel 1996 dalla famiglia Basso negli antichi opifici di Raiano (San Michele di Serino, AV), unisce radici storiche e tecnologia moderna, dando vita a vini di mineralità e struttura.

Sabato 8 agosto Leone de Castris porta l’eccellenza pugliese del Negroamaro e del Primitivo tra le montagne del Cilento. Storica cantina del Salice Salentino DOC, celebre per aver prodotto la prima bottiglia di rosato italiano, Five Roses, vendemmia 1943, Leone de Castris è un pilastro pugliese fondato nel 1665 a Salice Salentino (Lecce) dal Duca Oronzo Arcangelo Maria Francesco dei Conti di Lemos. Oggi Piernicola Leone de Castris, sedicesima generazione, guida l’azienda con 300 ettari e 2.5milioni di bottiglie l’anno, con new entry come Five Roses Metodo Classico.

L’ultima serata – sabato 12 settembre – è dedicata alla Sicilia di Donnafugata. Con i suoi vini simbolo — dal Ben Ryé, passito di Pantelleria tra i più celebri al mondo, ai rossi di Contessa Entellina e dell’Etna — l’azienda della famiglia Rallo racconta la Sicilia attraverso luoghi, uve e interpretazioni diverse ma sempre coerenti, sostenute da un lavoro attento sui vigneti e sulla valorizzazione delle specificità dei territori. Quello di Donnafugata è un progetto articolato su più aree dell’isola, con vigneti a Contessa Entellina, Pantelleria, Vittoria ed Etna, e un approccio che unisce qualità, sostenibilità e cura sartoriale delle piccole produzioni. Una presenza importante che conferisce a The Wine Table una chiusura di grande fascino, tra eleganza, autenticità e racconto del paesaggio siciliano.

<<The Wine Table è molto più di una cena: è un’esperienza di relazione, ascolto e bellezza, costruita attorno al vino e alla cucina del Convento. Sono momenti immersivi, occasioni preziose di incontro e conoscenza, di piacevolezza e convivialità>>, dichiarano Alberto Carrato e Maria Chiara Faganel, volto e anima del Convento Francescano.

<<Le cantine sono state scelte con cura, non solo per l’eccellenza delle loro produzioni, ma soprattutto per la capacità di emozionare e incantare gli ospiti. Non sono solo produttori, ma ambasciatori di regioni e terroir, sono incredibili storie di famiglie e intere generazioni votate al vino>>, precisa Irene Bernabò Silorata, co-founder di Wine&Thecity.

Convento Francescano Experience Hotel nasce dal restauro del trecentesco Convento di Cuccaro Vetere, piccolo borgo di 600 abitanti tra le montagne del Cilento. Aperto ad aprile 2025 è un luogo dal fascino raro, per chi cerca ispirazione, silenzi e bellezza: 7 suite tutte diverse, una piscina panoramica tra gli ulivi, l’Osteria del Convento, il Bar dell’Orto e una serie di spazi ed esperienze per vivere una connessione profonda con la natura e la cultura locale.

Il lusso qui è la quiete, l’aria che profuma di bosco, la storia che si respira ad ogni passo, l’ospitalità autentica fatta di persone, cura e passione: il progetto nasce con Alberto Carrato, 29 anni, che dalla Brianza è tornato al paese di origine di suo padre Dante, insieme alla sua compagna Maria Chiara Faganel, sustainability manager che ha lasciato il Friuli per iniziare una nuova vita nel Cilento all’insegna del turismo lento, autentico e sostenibile.

Convento Francescano

Via Convento – Cuccaro Vetere (SA) 84050 |Tel. 3515225397 – 3318632205

www.conventofrancescano.com

Wine&Thecity

Associazione Culturale per la promozione e cultura del vino

www.wineandthecity.it

Venezia Wine Festival 2026: il mondo del vino si incontra a Forte Marghera

Venezia non è soltanto arte, storia e bellezza senza tempo. Per un fine settimana è diventata anche un punto di incontro internazionale per il mondo del vino. L’edizione 2026 del Venezia Wine Festival, svoltasi il 7 e 8 marzo negli spazi di Forte Marghera, si è da poco conclusa confermando il crescente interesse per una manifestazione giovane  che mette al centro il dialogo tra culture enologiche diverse.

L’evento è stato ideato e organizzato da Vanni Berna, imprenditore e promotore di iniziative dedicate al mondo del vino come anche “ bollicine in villa” e della cultura enogastronomica. Da anni impegnato nella creazione di eventi capaci di mettere in relazione produttori, operatori e appassionati, Berna ha costruito il Venezia Wine Festival con l’obiettivo di offrire non soltanto un momento di degustazione, ma anche uno spazio di confronto culturale tra territori vitivinicoli differenti.

Il suo lavoro si concentra in particolare sulla valorizzazione delle eccellenze enologiche internazionali e sulla diffusione di una cultura del vino accessibile ma allo stesso tempo approfondita, capace di coinvolgere sia professionisti del settore sia pubblico curioso e appassionato.

La location si è rivelata ancora una volta particolarmente suggestiva: Forte Marghera, antica fortificazione ottocentesca alle porte della laguna veneziana, oggi trasformata in spazio culturale e luogo di socialità, ha accolto centinaia di visitatori pronti a intraprendere un viaggio attraverso vini provenienti da numerosi Paesi.

Uno degli elementi distintivi del festival è proprio la sua formula: una fiera pensata non solo per gli operatori del settore, ma anche per il grande pubblico. Attraverso i diversi banchi d’assaggio, i visitatori hanno potuto degustare ottimi Champagne, vini di nicchia e nuove etichette emergenti.

Grazie al sistema delle Wine Card, ognuno ha potuto costruire il proprio percorso di degustazione scegliendo il numero di calici e le etichette da provare, rendendo l’esperienza accessibile sia ai neofiti sia ai degustatori più esperti.

Accanto alle degustazioni, uno spazio dedicato alla formazione e all’approfondimento culturale. Il programma ha incluso la masterclass con degustazione guidata, durante le quale il produttore ha raccontato un territorio forse poco conosciuto ai più come quello armeno.

Tra i protagonisti dell’edizione 2026 non sono mancati naturalmente gli Champagne francesi, ma accanto alle celebri bollicine d’Oltralpe hanno trovato spazio anche vini provenienti da Spagna, Germania, Austria, Slovenia e da numerosi Paesi del cosiddetto Nuovo Mondo, come Argentina e Cile. Una panoramica ampia che ha permesso ai visitatori di confrontare stili, vitigni e approcci produttivi molto differenti tra loro.

Non è mancato, naturalmente, il dialogo con la gastronomia. Alcune realtà artigianali italiane hanno affiancato le degustazioni con proposte gastronomiche pensate per valorizzare l’abbinamento tra cibo e vino, elemento fondamentale dell’esperienza enologica. La scelta di Mestre e del Forte Marghera rappresenta inoltre un segnale interessante anche dal punto di vista territoriale. L’evento contribuisce infatti ad ampliare l’offerta culturale dell’area veneziana, portando pubblico e operatori anche fuori dai percorsi più tradizionali del turismo lagunare.

Il bilancio dell’edizione appena conclusa è più che positivo. La partecipazione numerosa e la presenza di produttori provenienti da diversi Paesi dimostrano come il Venezia Wine Festival stia progressivamente costruendo una propria identità nel calendario degli eventi dedicati al vino.

In un contesto in cui il vino è sempre più strumento di racconto culturale oltre che prodotto agricolo, manifestazioni come questa offrono l’occasione per creare connessioni tra territori lontani, stimolare la curiosità del pubblico e favorire nuovi scambi tra operatori del settore. Venezia, da secoli crocevia di popoli e commerci, continua così a svolgere il suo ruolo naturale di ponte tra culture diverse. Questa volta, però, il dialogo passa attraverso un calice di vino.

Campania – Un giorno con il professore Luigi Moio nella sua tenuta Quintodecimo

Quintodecimo è dalle parti dell’antica città romana di Aeclanum, odierna Mirabella Eclano, rasa al suolo dall’imperatore bizantino Costante II° nel 663 nel tentativo di conquistare l’intero Ducato longobardo di Benevento. Ricostruita sulle rovine, prese il nome di Quintum Decimum, a sottolineare la distanza di 15 miglia romane dalla capitale longobarda di Benevento.

Siamo in provincia di Avellino, lungo la via Appia, Regina Viarum, nella dorsale appenninica incernierata tra Irpinia e Sannio. E’ qui che nel 2001 Luigi Moio, Professore ordinario di enologia alla Federico II° di Napoli, ricercatore di fama internazionale, Past-President (oggi Vice-Presidente) di O.I.V., una sorta di ONU del vino e della vite, fonda insieme a sua moglie Laura Di Marzio la maison vitivinicola di famiglia decidendo di legarne il nome alla storia dei luoghi. Solo un quarto di secolo ma varcandone i cancelli si percepisce una ben più ampia e solida linea del tempo.

Luigi Moio appartiene ad una delle famiglie più antiche della vitivinicoltura moderna in Campania, di stanza nell’areale mondragonese del vulcano spento di Roccamonfina, in provincia di Caserta. Ma gran parte dei suoi studi e la sua attività di ricerca sono stati condotti in Francia, nei distretti vitivinicoli più celebri e autorevoli del mondo. Visitando l’azienda irpina, è quasi impossibile non accorgersi di quanta civiltà e sapienza permei ogni suo angolo, ogni ceppo, ogni dettaglio di Quintodecimo.   

Dalle sovrastanti terrazze si apre lo spettacolo del vasto anfiteatro naturale ricamato dai vigneti sapientemente composti. Ciascuna pianta sembra pretendere gli sguardi incantati del visitatore, offrendo in cambio bellezza e artistico rigore. Partendo dalle spirali quadrivarietali (Aglianico, Fiano, Falanghina e Greco) di Vigna Aurea, progetto di ricerca, omaggio alla successione di Fibonacci e vero “omphalòs” del campo vitato, simbolo di crescita e rinascita delle fasi di vita delle piante. Luigi ama dire che “fare vino eccellente significa trovare il giusto ancorché difficile equilibrio tra scienza e arte“.

Il patrimonio ampelografico di Quintodecimo comprende 34 ettari vitati (su un’estensione aziendale di 40 ettari di proprietà) allocati tra la sede di Mirabella Eclano dove si allevano uve Aglianico e Falanghina, la Tenuta di Tufo, in Contrada Santa Lucia, per le uve Greco e quella di Contrada Arianiello, a Lapio, coltivata a Fiano, tutte con giaciture variegate e pendenze che vanno da un minimo del 10% fino al 25%. I protocolli agronomici in vigna, con rese per ettaro tra le più basse e concentrate d’Europa, sono rigidamente ispirati al rispetto e valorizzazione della biodiversità e della cura biologica della vite con il chiaro intento di inviare in tramoggia solo uve perfettamente sane e prive del minimo difetto; ciononostante i grappoli saranno meticolosamente selezionati “al nastro”, dalle mani esperte dell’affiatato gruppo di vendemmiatori aziendali.

La filosofia alla base di ogni passaggio protocollare in cantina è la cura maniacale di ogni piccolo dettaglio e – soprattutto – un livello di manipolazione delle uve di bassissimo impatto. Una realtà, quella di Quintodecimo, sempre più consolidata, nel segno di una espressività ed eleganza con pochi eguali e proiettata nel futuro. Dei quattro figli di Laura Di Marzio e Luigi Moio, Chiara e Michele sono già a pieno titolo nei ruoli aziendali con la prima che ha già conseguito il Diplôme National d’Œnologue a Bordeax dopo l’alloro accademico in scienze Agrarie e il secondo che è ivi ancora impegnato. Mentre la primogenita Rosa ha scelto altri orizzonti chiude la progenie Alessandro, sedicenneimpegnato in studi classici ma già attivo in azienda anche per la sua grande passione per la meccanica di precisone e l’automazione degli impianti.

La degustazione

“Via del Campo” DOC Irpinia Falanghina 2024

Nuance paglierino dalla irradiante luminosità. Un raro equilibrio tra la gentile potenza olfattiva ed il corrispondente largo ventaglio percepito. Prima piccoli fiori gialli poi frutta croccante a pasta bianca, la vasta gamma vegetale delle erbe d’aroma ed infine le note agrumate, formano un caleidoscopio di estrema purezza e rigore olfattivo. L’acida tensione citrina del primo contatto palatale si compendia con una striscia minerale di notevole finezza che evoca gesso e talco. La finissima gamma aromatica retronasale, dagli esili soffi tropicali, è coerente e fedele alle caratteristiche varietali.      

“Exultet” DOCG Fiano di Avellino 2024

Calice paglierino che promana luce algida e sfavillante con naso sinuoso e sottile di fiori di tiglio, muschio bianco e thè verde per un susseguente, raffinato sorso acidulo che desta i sensi compiendo, con elegante e tenue morbidezza, la sua gentile cifra retronasale di sambuco e uva spina. Una sottile e discreta nuvola minerale completa – in armonia – la sofisticata personalità di Exultet. Si congeda, con ininterrotta grazia, dopo una non comune reminiscenza agrumata di bergamotto.    

“Giallo d’Arles” DOCG Greco di Tufo 2024

Come in una tela di Van Gogh, del quale omaggia la grandezza, emana luce calda nella sua brillante livrea giallo dorato; lo spettro olfattivo è cangiante, plurale, giocato in equilibrata alternanza tra il gelsomino e l’albicocca, tra l’iris e la nocciola, tra la citronella e la nespola. Materia pura in bocca ma senza sconfinamenti di peso. La cifra protagonista è il perfetto connubio tra tensione acida e forza minerale che dona audacia al sorso. Si allontana lentamente nel suo lungo, epilogo di soffuso croccante di mandorla.

“Via del Campo” DOC Irpinia falanghina 2025 (campione di vasca)

Giallo rilucente, pieno e vivace. Il naso è fremente; prorompe in fiori di ginestra e zagara, mela annurca e bergamotto, virando – al fondo – in velate reminiscenze esotiche. Sorso teso, rinfrescante e goloso che disvela ricordi agrumati di albedo del cedro. Una pervicace personalità, del tutto inattesa per un vino così giovane, sembra eludere ogni fine delle percezioni sensoriali.

“Terra d’Eclano” DOC Irpinia Aglianico 2023

La trama fitta e vivida e la luminescente tonalità dello spettro rubino/carminio rapiscono, rassicuranti, lo sguardo del degustatore. Calato il naso nel calice è subito festa: piccoli frutti a bacca rossa, petali di viola disseccati e prugna sunsweet si affacciano al primo naso mentre la radice di liquirizia e il caffè accompagnano le susseguenti olfazioni. L’ingresso è appannaggio della freschezza poi, in centro bocca, si fa spazio una morbida materia mai opulenta sottolineata da tannini manifesti e gentili, senza graffio. Il lungo finale novella la gamma speziata percepita al naso arricchendola di sbuffi silvestri.

Grande Cuvée Luigi Moio 2022

Intensi bagliori filigranati intrecciano un tenue, esile riflesso di oro antico. Il prestigioso bouquet di profumi effluvia dal calice inglobando solo i più eleganti marcatori evolutivi e varietali dalle tre cultivar: fiano, greco e falanghina; dalla mela cotogna candita alla nettarina bianca matura, dal miele di acacia al baccello di vaniglia fino ad un raffinato, ipodermico ricordo di zenzero e chiodi di garofano. Incantevole il sorso, ampio, vellutato, appagante; il senso vibrante, in abbrivio di assaggio, è rincorso con dinamismo dalla striscia minerale alternandosi in un gioco di continue, progressive scoperte palatali e aromatiche. Cala il sipario con un lungo intreccio di frondosi balsami.

“Vigna Grande Cerzito” DOCG Taurasi riserva 2020 Aliti balsamici, iridescenze mentolate e auliche spezie elevano alle stelle il rango olfattivo già manifestato all’entrée da bacche rosse mature, prugna in confettura e intricato sottobosco. Del resto il brillante orlo granato che corona il calice, preannunciava la pur millimetrica primazia dei sentori evolutivi. “Costretti” all’assaggio (il naso non vorrebbe mai staccarsi dal bordo del bevante!) il sorso è subito profondo, permeante, fine. Un tannino austero e vellutato innerva il sorso senza alcuna aggressione mentre la sua freschezza, ancora ben tesa, ne decreta sicura, intrigante longevità. Cede il lungo passo con una struggente, immediata nostalgia di beva.

Chianina & Syrah ospita lo chef Michele Ricci, un dialogo perfetto tra vino e grande cucina

A pochi passi dal confine tra Toscana e Umbria, arroccata su un colle che domina la Cortona, è una città che racconta secoli di storia.

Antica lucumonia etrusca, poi borgo medievale di straordinaria bellezza, conserva ancora oggi un fascino intatto: vicoli in pietra, piazze luminose e scorci che si aprono sulla campagna circostante. È proprio questo paesaggio, fatto di colline morbide e suoli ricchi di storia agricola, ad aver accolto negli ultimi decenni un vitigno internazionale capace di trovare qui una delle sue espressioni più sorprendenti: il Syrah.

Arrivato probabilmente in queste terre già nell’Ottocento, il Syrah ha trovato nella Val di Chiana condizioni ideali per esprimere una personalità distinta: vini intensi ma eleganti, caratterizzati da note speziate, frutti scuri e una trama tannica raffinata. Accanto al vino, un altro simbolo identitario domina la scena gastronomica del territorio: la carne della Chianina, razza bovina tra le più antiche al mondo, da cui nasce la celebre bistecca che rappresenta una delle icone assolute della cucina toscana.

È proprio dall’incontro tra questi due protagonisti, il Syrah e la Chianina, che prende vita la manifestazione Chianina & Syrah, in programma dal 6 al 9 marzo. Un evento che negli anni è diventato un punto di riferimento per appassionati, produttori e professionisti del settore, trasformando Cortona in un crocevia di degustazioni, incontri e momenti gastronomici dedicati a uno degli abbinamenti più affascinanti della tavola.

Tra i luoghi che incarnano lo spirito dell’evento spicca il raffinato Monastero di Cortona Hotel & Spa. Situato all’interno di un antico complesso monastico sapientemente restaurato, il resort rappresenta oggi uno degli indirizzi più eleganti della città, dove storia, ospitalità e alta cucina si incontrano. Le sue sale cariche di atmosfera e gli spazi affacciati sulla valle diventano durante la manifestazione un palcoscenico privilegiato per degustazioni e momenti conviviali.

Nel cuore gastronomico del Monastero di Cortona Hotel & Spa, il ristorante “Gli Affreschi” diventa durante Chianina & Syrah uno spazio di dialogo tra cucina e vino. Qui lo chef Michele Ricci interpreta il territorio con sensibilità contemporanea, mantenendo però un legame saldo con le materie prime locali e con la tradizione gastronomica della Val di Chiana.

In occasione dell’evento, lo chef ha proposto un piatto preparato a quattro mani insieme allo Chef Giovanni De Candido, capace di raccontare in modo diretto il tema della manifestazione: un raviolo ripieno di ragù di Chianina, ricco e profondo nei sapori, accompagnato da tre salse pensate per creare un gioco di contrasti ed equilibri.

La prima, cremosa e avvolgente, a base di pecorino; la seconda, fresca e aromatica, realizzata con erbe del territorio; la terza, la più identitaria, una salsa in gelatina di Syrah, che lega il piatto al calice e ne amplifica la dimensione sensoriale.

Un’idea gastronomica che sintetizza perfettamente lo spirito di Chianina & Syrah: non solo un incontro tra carne e vino, ma un dialogo creativo tra due simboli della tavola e del paesaggio di Cortona. Qui, tra storia, vigneti e cucina d’autore, il territorio si trasforma in esperienza, raccontando nel piatto e nel bicchiere una delle identità più affascinanti della Toscana del vino.

Il Monastero di Cortona diventa così uno dei protagonisti con un vero e proprio laboratorio del gusto, dove la cultura del vino e quella della cucina si intrecciano in un racconto che parte dal territorio e arriva al piatto. L’occasione perfetta per intervistare chef Michele Ricci.

Intervista allo chef Michele Ricci: la memoria toscana che diventa cucina contemporanea

Nel panorama dell’alta ristorazione toscana, Michele Ricci rappresenta una figura capace di coniugare radici profonde e visione contemporanea. Originario di Sansepolcro, cresciuto in una famiglia dove la cucina è sempre stata parte della vita quotidiana, oggi guida la proposta gastronomica del Monastero di Cortona Hotel & Spa, elegante struttura ricavata in un antico monastero nel cuore di Cortona.

La sua cucina nasce dall’incontro tra memoria familiare, territorio e tecnica, maturata anche grazie all’esperienza accanto a uno dei grandi maestri della cucina italiana, Gualtiero Marchesi. In questa conversazione lo chef racconta il suo percorso, il rapporto con la tradizione e la sua visione della gastronomia contemporanea.

Chef Ricci, la sua storia nasce in una famiglia di cuochi. Quanto ha inciso questo nella sua scelta professionale?

«Moltissimo. In casa mia la cucina era un linguaggio quotidiano. Il mio bisnonno aveva un ristorante nel centro di Sansepolcro e mia nonna gestiva una rosticceria. Crescere tra profumi, preparazioni e clienti mi ha fatto capire molto presto che quello era il mio mondo. Più che una scelta è stata una naturale evoluzione.»

Nel suo percorso c’è anche l’incontro con un grande maestro della cucina italiana.

«Sì, ho avuto la fortuna di lavorare con Gualtiero Marchesi. È stata un’esperienza fondamentale perché mi ha insegnato il rispetto assoluto per la materia prima e l’importanza dell’essenzialità. Marchesi aveva la capacità di togliere il superfluo e arrivare all’anima del piatto. È un insegnamento che porto ancora oggi nella mia cucina.»

Oggi guida la cucina del Monastero di Cortona. Che tipo di esperienza gastronomica proponete?

«Il Monastero di Cortona Hotel & Spa è un luogo speciale, ricco di storia e spiritualità. La mia cucina cerca di dialogare con questo contesto. Nei nostri ristoranti proponiamo una gastronomia che parte dalla tradizione toscana ma la interpreta con sensibilità contemporanea. L’obiettivo è emozionare senza perdere il legame con il territorio.»

La cucina è spesso percepita come il lavoro di un singolo chef, ma dietro c’è sempre una brigata. Quanto conta per lei il lavoro di squadra?

«Conta moltissimo. La cucina non è mai il risultato del lavoro di una sola persona. Io credo profondamente nel gioco di squadra. Oggi la mia brigata è composta da sei persone, e con loro si è creato un rapporto di grande sintonia, sia professionale che umana. Lavoriamo fianco a fianco ogni giorno, condividendo idee, ritmi e responsabilità. È questo spirito di collaborazione che permette alla cucina di funzionare davvero.»

Quali sono i piatti che rappresentano meglio la sua cucina?

«Ci sono alcuni piatti che raccontano molto bene la mia identità. Uno è sicuramente il piccione, ingrediente molto legato alla tradizione toscana, che preparo valorizzandone tutte le parti. Un altro è la pappa al pomodoro reinterpretata, dove la memoria di un piatto povero diventa una proposta elegante ma autentica. E poi amo lavorare molto con le paste fresche, che per me rappresentano la vera anima della cucina italiana.»

Quanto conta il territorio nella costruzione dei suoi menu?

«È fondamentale. La Toscana offre una biodiversità straordinaria: ortaggi, carni, olio extravergine, tartufi, erbe spontanee. Il mio lavoro è valorizzare questi ingredienti senza snaturarli. Collaboriamo molto con piccoli produttori locali perché credo che la qualità di un piatto inizi sempre dalla qualità della materia prima.»

In una rivista eno-gastronomica non possiamo non parlare di vino. Che rapporto ha con il mondo vitivinicolo?

«Il vino è parte integrante dell’esperienza gastronomica. Qui a Cortona abbiamo la fortuna di essere circondati da territori straordinari, dalla Val di Chiana fino alle grandi denominazioni toscane. Quando penso a un piatto immagino sempre anche il vino che lo accompagnerà. Cucina e vino devono dialogare, non competere.»

Qual è oggi la sfida più grande per uno chef?

«Credo sia trovare un equilibrio tra identità e innovazione. La cucina contemporanea è molto veloce, cambia continuamente. Però non bisogna perdere le radici. Per me innovare significa evolvere la tradizione, non cancellarla.»

Guardando al futuro, quale direzione immagina per la sua cucina?

«Continuare a lavorare sulla semplicità. Con gli anni ho capito che i piatti migliori sono quelli che sembrano facili ma nascondono grande ricerca. Vorrei una cucina sempre più essenziale, capace di raccontare il territorio con pochi elementi ma con grande intensità.»

Nella cucina di Michele Ricci convivono memoria familiare, tecnica e sensibilità contemporanea. Un percorso che dimostra come l’alta cucina possa rimanere profondamente legata alle proprie radici, trasformando ingredienti e tradizioni locali in un racconto gastronomico capace di parlare al presente.

Merito del grande successo è sicuramente degli organizzatori che da anni presentano un evento con una chiave di versa di quelle usuali, e tra loro sicuramente merita di essere menzionato, il Presidente del Consorzio Vini di Cortona, Stefano Amerighi, e l’Associazione Terre Etrusche e Terre Etrusche Events.

Se Cortona è da sempre una città che invita alla contemplazione, in questi giorni diventa anche un luogo di incontro tra storie, sapori e persone: un palcoscenico dove il Syrah racconta la sua identità italiana e la Chianina conferma il suo ruolo di regina della tavola toscana.

Lo “Stilema” di Mastroberardino: un viaggio tra Aglianico e Taurasi nella verticale per AIS Training Lab

Il cuore dell’Irpinia attraverso uno dei vitigni simbolo del Sud Italia.

È questo il filo conduttore della lezione-degustazione dedicata al Taurasi Riserva “Stilema”, l’Aglianico di casa Mastroberardino, protagonista di una verticale delle annate 2016, 2017 e 2018 durante la sessione AIS Training Lab presso la sede regionale a Santa Maria Capua Vetere.

Il tutto alla presenza del presidente AIS Campania Tommaso Luongo. A guidare la lezione è stato Piero Mastroberardino, una realtà che da secoli rappresenta il vino campano nel mondo.

La lezione: storia, identità e cultura del vino

Il momento formativo ha offerto ai partecipanti un vero e proprio viaggio nella cultura enologica, partendo da un principio fondamentale: la narrazione. Raccontare il vino significa trasmettere informazioni corrette e verificabili, costruendo una storia credibile che tenga insieme territorio, tradizione e identità.

Proprio su questi valori si fonda anche la campagna di comunicazione promossa da Piero Mastroberardino per il Ministero, incentrata su tre elementi chiave del vino italiano: territorialità, ambiente e convivialità.

Durante la lezione si è parlato anche di impresa e professionalità: creare valore è l’obiettivo di ogni azienda, ma non tutte riescono a farlo nello stesso modo. Questo processo nasce sempre dall’equilibrio tra vigna, cantina e visione imprenditoriale.



La storia della famiglia Mastroberardino rappresenta un esempio emblematico di questo percorso. Le radici dell’azienda affondano tra i comuni di Atripalda e Santo Stefano del Sole; del 21 agosto 1735 lna testimonianza documentata della produzione di Fiano. Nel 1900 poi l’azienda iniziò a esportare i propri vini proprio mentre il mercato francese veniva sconvolto dalla fillossera.

Nel tempo la famiglia ha contribuito alla valorizzazione dei vitigni autoctoni irpini, con tappe fondamentali come il riconoscimento del Greco di Tufo DOC nel 1970 e del Fiano di Avellino nel 1978.
Uno dei concetti più interessanti emersi durante l’incontro riguarda lo stile dei vini. Secondo Piero Mastroberardino, lo stile deve essere legato alla famiglia e alla storia dell’azienda, non a figure tecniche temporanee. È proprio da questa visione che nasce la distinzione tra Radici, vino simbolo legato al padre, l’indimenticato cavaliere al merito Antonio Mastroberardino, e Stilema, progetto ideato dallo stesso Piero.

Nel corso degli anni l’azienda ha portato avanti numerosi progetti innovativi senza perdere il legame con la propria storia: dal concetto di cru introdotto negli anni Settanta alla prima vendemmia di Radici Taurasi nel 1986, fino ai progetti più recenti come Nero a metà, Aglianico vinificato in bianco, e Stilema avviato nel 2015.

La degustazione: dall’anteprima Vibra alla verticale di Stilema

Prima della verticale è stato presentato Vibra 2024, nuovo nato di casa Mastroberardino, frutto dell’assemblaggio di Fiano, Greco e Falanghina è stato pensato per offrire immediatezza e freschezza. Un progetto nato per essere un Irpinia Doc ma a bassa gradazione alcolica, circa 10,5%, si presenta nel calice con un colore giallo paglierino luminoso. Il profilo aromatico richiama note floreali e vegetali. In bocca il sorso è scorrevole, fresco e morbido, con un leggero residuo zuccherino che aumenta la bevibilità. La sapidità accompagna il finale rendendo il vino agile e piacevole.

Stilema Taurasi 2018

L’annata 2018 mostra un profilo dinamico e luminoso. Il colore è rosso carminio con leggere sfumature granate. Il bouquet apre su fiori rossi, rosa e viola, accompagnati da piccoli frutti come mora e ribes. Emergono anche note speziate di chiodo di garofano e sensazioni balsamiche. Al palato è secco, caldo e morbido, con tannino ben integrato e una freschezza che sostiene la struttura. Il finale è sapido, intenso e persistente, con grande equilibrio complessivo.

Stilema Taurasi 2017

Il 2017 si presenta con un carattere elegante e sinuoso. Il colore mostra già leggere sfumature aranciate. Al naso emergono viola, cuoio e liquirizia. Il sorso è equilibrato, sostenuto da buona freschezza e sapidità. Il tannino è delicato mentre al gusto si ritrovano note di arancia sanguinella. Un vino armonico, di grande finezza.

Stilema Taurasi 2016

L’annata 2016 evidenzia un carattere più evoluto. Il colore è granato con riflessi aranciati. Il naso richiama frutta in confettura, datteri, tabacco e cuoio. In bocca il vino è secco, caldo e morbido con tannino ormai levigato e buona freschezza. Il sorso evidenzia note di arancia sanguinella e una chiara evoluzione aromatica che ne conferma il potenziale di invecchiamento.

La verticale ha confermato come Stilema rappresenti una lettura precisa dell’Aglianico secondo la visione della famiglia Mastroberardino: un vino capace di raccontare il territorio mantenendo un’identità stilistica chiara nel tempo.

Toscana: Valdarno di Sopra Day 2026

Identità, coerenza e confronto aperto con i Toscana IGT

Nel cuore della Toscana, lungo il corso dell’Arno, il Consorzio di Tutela della DOC Valdarno di Sopra continua a costruire una delle esperienze più identitarie e consapevoli del panorama vitivinicolo nazionale. Riconosciuta nel 2011, la denominazione ha scelto una strada netta: il biologico come linguaggio comune, non come opzione accessoria, e una visione contemporanea capace di dialogare con la storia senza subirla.

Valdarno di Sopra Day 2026 presso la Tenuta Il Borro, ha offerto un’istantanea ampia e trasversale della denominazione, mettendo a confronto Valdarno di Sopra DOC e Toscana IGT, rossi e bianchi, vini territoriali e interpretazioni più libere.

Le degustazioni: luci e ombre di una denominazione in crescita

L’assaggio complessivo ha restituito un quadro eterogeneo, con punte di eccellenza molto chiare e una fascia media ancora in cerca di maggiore precisione, soprattutto sul piano dell’integrazione tannica e della pulizia aromatica. Alcuni campioni giovani o di vasca (come nel caso di Cantina Le Pietre) hanno evidenziato criticità tecniche, mentre i vini più strutturati e ambiziosi hanno mostrato il vero potenziale dell’area.

I vini oltre i 90 punti

Dove il Valdarno di Sopra convince davvero

Valdarno di Sopra DOC

  • Il Borro – Petruna 2021 (92)
  • La Salceta – Orpicchio L’O 2025 (91)
  • Migliarina e Montozzi – Sangiovese Riserva 2020 (90)
  • Migliarina e Montozzi – Cabernet Sauvignon 2020 (90)
  • Petrolo – Galatrona 2023 (92)
  • Tenuta Sette Ponti – Vigna dell’Impero 2020 (93)
  • Campo del Monte – Chardonnay vigna Pini Baltea 2024 (90)
  • Vigna delle Sanzioni – Trebbiano Riserva 2023 (90)

Qui emergono finezza, freschezza e una chiara tensione territoriale, soprattutto sui Sangiovese più centrati e sui bianchi di nuova generazione.

Toscana IGT

  • Il Borro – Il Borro 2020 (94)
  • Podere Il Carnasciale – Carnasciale Botte Grande 2022 (92)
  • Podere Il Carnasciale – Il Caberlot 2022 (93)
  • Tenuta La Corneta – La Corneta Rosso 2023 (94)
  • Tenuta Sette Ponti – Oreno 2023 (92)
  • Petrolo – Bòggina B Trebbiano 2023 (92)
  • Tenuta Scarafana – Gualdrada 2022 (93)

I Toscana IGT giocano su maggiore opulenza, precisione tecnica e continuità stilistica, spesso forti di blend internazionali e affinamenti più incisivi.

Valdarno di Sopra DOC vs Toscana IGT

Il confronto dei numeri

Dalla media dei punteggi emerge un dato interessante:

  • Valdarno di Sopra DOC: media complessiva intorno agli 89 punti
  • Toscana IGT: media complessiva intorno ai 91 punti

Il dato numerico premia ancora i Toscana IGT, più regolari e affidabili, ma il Valdarno di Sopra DOC mostra picchi qualitativi sempre più frequenti, soprattutto quando il Sangiovese viene interpretato con misura e senza forzature estrattive.

Considerazioni finali

Il Valdarno di Sopra è una denominazione che non cerca scorciatoie. Accetta il rischio della trasparenza, anche quando il vino è ancora in divenire, e costruisce la propria identità sulla coerenza agricola prima che sull’impatto mediatico.

Se i Toscana IGT restano oggi il riferimento in termini di solidità e immediatezza, i migliori Valdarno di Sopra DOC dimostrano che la strada intrapresa è quella giusta: meno muscoli, più territorio, più verità. Una denominazione ancora giovane, ma ormai pronta a giocare la sua partita più importante.

IoVino 2026

Nel panorama degli eventi dedicati ai vini italiani nella Capitale, ce n’è uno che individua un’importante traccia storica.

IoVino è nato 10 anni fa da ricerche fatte di cantina in cantina tra le Marche e la Campania, nel solco storico del commercio vinicolo nella città di Roma fin dall’epoca Romana e lungo l’intero arco del Medioevo. Si guarda in quei territori alle corti aristocratiche e papaline per affermare (e guadagnare) notorietà e valore fuori dalle proprietà nobiliari marchigiane e partenopee. 

La rassegna annuale si svolge a Roma nella seconda metà di marzo presso il Courtyard Marriott. È da sempre pensata e organizzata da Manilo Frattari, poliedrico e indomito ricercatore. Nel tempo l’evento è divenuto, nel panorama romano, un classico per ritrovarsi tra appassionati dei vini di Campania e Marche, a guardare al progresso della cultura enoica.

Il valore spiccato dell’evento è costituito dai nuovi produttori individuati da Manilo ogni anno, con l’aiuto della moglie Romina, a stupirci sempre per originalità e forza. Non è casuale che riescano a proporre masterclass sempre nuove e ricche di elementi di studio.

Nelle loro Masterclass, Romina Lombardi, Alessandro Marra e Pierpaolo Rastelli (coordinatore editoriale regione Marche per Gambero Rosso) guidano una platea di esperti, amatori e giornalisti alla scoperta di nuovi percorsi e all’incontro con produttori emergenti e animati dal fuoco sacro della elevata qualità.

La Campania è intelligentemente rappresentata da Alessandro Marra di Slow Wine e dal suo costante indagare tra i vitigni campani nella loro sempre sorprendente intensità e ricchezza. Protagonista dell’appuntamento è lo Sciascinoso, un vitigno definito “misterioso” perché le origini si perdono nel periodo di Plinio il Vecchio che lo citava come “Vitis Oleagina”, rimasto in ombra per secoli nello scenario vitivinicolo campano. 

Una storia da piccolo attore di scena in Irpinia e nel salernitano, sotto nomi diversi quali Sanginoso, Sancinoso o Sanguinoso, o Cascolo in Irpinia, oppure Olivella Bastarda nel napoletano, Fosco Peloso nel Matese di Alife.

I ricercatori francesi Pierre Viala e Victor Vermorel ne rinvennero nel secolo scorso una immagine in litografia alla Régia Scuola di Avellino. Giuseppe Frojo nei suoi storici lavori di studi ampelografici dava una descrizione della “sancinosa” identica alla olivella dei Principati di Avellino e Salerno. Girolamo Molon lo chiamó Olivella per similitudine alla oliva, ma errando nella collocazione geografica perchè la Olivella Nera è prevalentemente laziale.

Oggi siamo a 43 ettari coltivati a Sciascinoso, rispetto ai 2599 ettari di inizio secolo scorso: pochissimi produttori, eppure grandi speranze.

Iniziamo da Terra di Briganti “Sciascinoso” 2021, dal colore rubino senza trasparenze e di buona consistenza: olfatto ricco di sottobosco e prugna, agrume di arancia rossa, essenze di rabarbaro e pepe nero e una nota leggera di cardamomo combinata a refoli di pietra basaltica. Una nota calda emergente a regolare un tannino intenso: la gioventù lascia in ombra i sentori fruttati di prugna e susina matura rispetto alla speziatura di pepe e cardamomo.

La cantina Capolino Perlingieri con il suo “Sciascí” del 2022 ne offre una versione più elaborata e profonda, per i tannini curati e contornati da tratti balsamici ed erbe aromatiche.

La Masterclass guidata da Pierpaolo Rastelli guarda ai nuovi percorsi dei vini rossi nel territorio marchigiano.

Le Marche sono generalmente percepite come luogo d’espressione di vini bianchi particolari, come Pecorino e Passerina, oltre al celeberrimo Verdicchio. Ma le produzioni di rossi sono attualmente in grado di sorprendere e offrono oggi una mappa enoica nuova ed emotiva, nella sperimentazione di sapori che scavallano la tradizione ed eleggono a patrimonio progetti originali e talvolta inclusivi di vitigni internazionali.

Per iniziare il cammino, c’è una riscoperta della Grenache o Alicante, un vitigno capriccioso amante del Mediterraneo e diffuso in California come in Cina, in Australia come in Sud America, in Turchia come in Marocco. Il filo comune è la sua particolare attitudine a marcare il territorio che esprime. Una delle caratteristiche più interessanti della Grenache è la sua adattabilità ai diversi climi. Prospera nei climi caldi ed è altamente resistente alle condizioni di siccità, il che rende questo vitigno la scelta ideale in un’epoca di cambiamenti climatici e pratiche viticole sostenibili.

Ha fruttuosità intrigante e corredo aromatico floreale di rose a esaltare il periodo di affinamento, di uve raccolte il piu tardi possibile, come cuore della sua piacevolezza tannica e persistente. La cantina Mirizzi di Montecappone, col suo “Cogito R.” ne esprime una versione particolarmente equilibrata, di un rosso allegro e brillante ma profondo, per mineralità, come la sua boccata. 

Poderi San Lazzaro è forse stato il precursore più di vent’anni fa in questo percorso della Grenache marchigiana: il loro “Pistò” ha  croccantezza di frutto e delicatezza floreale, al naso come al palato, a preparare al gusto la potenza di questo Alicante (nome dato alla Grenache in Italia a inizio secolo scorso), affinato 16 mesi in tonneau e diretto ad aggredire ogni piatto di carne rossa. Peraltro, la cantina offre ottimi bianchi come l’Offida, il loro Pecorino del 2024 che offre una salinità speciale a corredare, tra pungenze olfattive e suadenze palatali, una magistrale combinazione di sentori erbacei agresti e primaverili. 

Un Grenache in anfora di terracotta (fermentazione e poi affinamento per 1 mesi) vinificato con lieviti indigeni rappresenta, infine, la cesura tra antico e nuovo, come solo la passione della cantina La Lepre e La Luna ogre col loro “Commenda 64”: boccata gradevolissima e rotonda, pulito e ispiratore di gusti più eleganti: un Alicante dalla capacità tannica ben domata e resa equilibrata con gradevolezza glicerica. Esemplare la grafica del label, dotato di un vero petalo di rosa al centro: con poco più di 400 bottiglie è un gioiello.

Tenuta Spinelli, ad 800 metri d’altitudine, ha immaginato un percorso contemporaneo del Pinot Nero nelle Marche, in realtà lí portato già dal periodo dell’occupazione napoleonica nella zona di Monte San Bartolo. La cantina ha investito in barrique francesi, a Castel di Croce e nella cantina, esprimendo una sua versione netta e semplice, inconsueta a paragone coi pari grado altoatesini e umbri, ingentilendone ulteriormente le note amaricanti. 

Cantina San Isidoro è situata più a sud e più in basso, altrettanto artigianale per fattura e forse dal maggior equilibrio tra tannini setosi, note minerali e note calde. Il loro “Pinotto” è un progetto recentissimo, frutto di prossimità marittime ed escursioni termiche rilevanti, ma davvero molto gradevole al palato più che al naso.

Tra le zone vinicole storiche delle Marche, l’areale di Matelica è forse il più originale, ancorché già famoso per la sua origine geologica glaciale e ricca di sali ancestrali a dar vita al celebre Verdicchio di Matelica.

C’è lí la sfida di esprimere un rosso toscano come il Ciliegiolo, diffuso anche in Umbria, che Umberto Gagliardi in contrada Ceresi, da vero beatnik in vigna, a 490mt elabora da un trentennio con viti cinquantenarie: il suo “Ceresi” è così vero e identitario al punto da assumere il nome di “Morettone” secondo il vernacolo locale, a rimarcarne il colore più scuro e il palato più robusto tannico.

Non meno importante è il territorio di Serrapetrona in provincia di Macerata, con altitudini delle produzioni situate tra 400 e 700 mt s.l.m.

È caratterizzato dalla produzione in viticoltura eroica della Vernaccia Nera, un’uva di indole robusta e montana, versatile ma che richiede molta cura e un obbligatorio passaggio in legno a domarne i contenuti ferrosi e annunciati già dal colore rosso rubino molto tendente al granato. Clima rigido e territorio aspro, è questo un areale dove sopravvivono da sempre solo i viticoltori più testardi e cocciuti nel mantenere sapori antichi di generazioni. 

Dante Duri è un produttore piccolo ma estremamente tipico, meticoloso nella raccolta e selezione delle uve a produrre una Vernaccia, “Serrapetrona Estella”, di forte identità per Serrapetrona, ricca di aromi di pout-purri scuri e intensi, confetture di prugna e visciole, balsamici di menta e lavanda: tutti descrittori confermati pienamente al palato, di bella boccata e dal finale vegetale balsamico. Ideale per il Ciauscolo o per qualsiasi piatto a buona grassezza.

Di pari grado ma certamente più gastronomica per affinità è la “Serrapetrona Torcular” di Podere sul Lago, ben radicata nel territorio di Serrapetrona: si distingue per un’ampia boccata dai tannini educati e meno selvatici assieme a una nota alcolica calda ma equilibrata dalla mineralità di quei terreni. 

Oltre ai vini presenti nelle Masterclass, abbiamo provato a selezionare i migliori e certamente più originali vini presenti all’evento, ai cui partecipanti è stato richiesto di votare la cantina e il vino di propria preferenza tramite un QR Code posto all’ingresso.

Ecco le nostre scelte:

“Coda di Volpe” Molettieri quasi da Chablis, offre al naso fragranza farinacea mista a pesca bianca matura e acuti di pietra focaia e erba di sfalcio.

Cantina Tagliaferro, Costiera Amalfitana in Tramonti presenta il “Tramelios” 2024, un bianco blend degli autoctoni Pepella e Ginestra Amalfitana. Un vero successo già al principio. Floreale da margherite con ginestra irradiata dal sole, lunga e voluttuosa a incastonarsi in una serie di sbuffi minerali di roccia bagnata e sale a confluire in un etereo gassoso d’idrocarburo.

Andrea Giorgetti, “Adele” Rosso Piceno 2024. Rosso con riflessi rubinei di decisa consistenza, composto da uve Montepulciano e Sangiovese a circa 60 mt s.l.m. con una buona escursione termica e una ricca condizione idrogeologica a conferire aromi spiccati. 

IoVino ha offerto eccellenti degustazioni e novità per lo studio, mantenendo l’impegno a ricercare sempre i nuovi creatori e le loro creazioni.

Torino e il Salone del Vino, tre giorni intensi tra degustazioni tematiche e produttori “eroici”

Dal 28 febbraio al 2 marzo, il capoluogo piemontese si è infatti trasformato nel centro gravitazionale dell’enologia regionale e non solo, con oltre 500 cantine e un programma che quest’anno è sembrato voler rifuggire i tecnicismi sterili per abbracciare un racconto più umano e viscerale. Il Salone del Vino di Torino 2026, giunto alla sua quarta edizione, ha chiuso i battenti confermando una metamorfosi profonda: da evento locale a “cantina aperta” di respiro internazionale.

Se il Piemonte è storicamente terra di blasoni e dinastie, l’edizione 2026 ha messo sotto i riflettori un fenomeno laterale ma potente: le cantine di First Generation. Sono giovani realtà, spesso nate da chi non ha ereditato vigne secolari, ma ha scelto di “tornare” alla terra con una consapevolezza nuova.

Produttori che stanno riscrivendo le regole del gioco, puntando su vitigni meno celebrati e su una sostenibilità non solo da bollino in etichetta, ma pratica agricola di resistenza. Il tema portante, “Degustare è scoprire”, invita proprio a questo: abbandonare le mappe predefinite del gusto per lasciarsi sorprendere da un Erbaluce o da un Pelaverga capace di reggere il confronto con i giganti.

L’attenzione di questo Salone verso l’estero è palpabile. Con il sostegno di Unioncamere Piemonte, il Salone ha attratto delegazioni di buyer da mercati chiave come Svezia, Danimarca e Regno Unito. Mentre il comparto vitivinicolo piemontese si prepara a gestire i nuovi fondi OCM (quasi 19 milioni di euro previsti per il 2026), eventi come questo diventano cruciali per posizionare il brand territoriale oltre le Alpi.

Il Salone di Torino punta sicuramente a una dimensione  intima e riflessiva, dove il pubblico può dialogare direttamente con il produttore, senza i filtri di un marketing troppo aggressivo. L’appuntamento per il prossimo anno, con molte nuove storie e realtà da raccontare.

Ecco alcune realtà scoperte durante questa edizione:

Associazione produttori del Vino Biologico: accoglie allo stand i winelovers con lo slogan “Crediamo In Bio”. Si è costituita ad Asti, patria di grandi vini e di un territorio che ha visto la nascita nel 1992 del primo vino bio certificato in Italia. L’associazione riunisce piccoli vignaioli del Piemonte che coltivano i loro vigneti in modo etico e sostenibile e partecipa a eventi, degustazioni e incontri per promuovere una scelta produttiva molto interessante e attuale.

Sorì Eroici: è un progetto che ha l’obbiettivo di valorizzare e tutelare le vigne storiche e più difficili da coltivare del territorio del Moscato e nei comuni Astigiani. A questo marchio sono legate le vigne con la migliore esposizione e una pendenza pari o superiore al 40% e che siano in possesso di una certificazione ambientale ( bio, biodinamica e altri protocolli di sostenibilità certificati). Tojo Winery, Poderi Roccanera e Luca Luigi Tosa le aziende presenti con i loro vini eroici al Salone.

Dimenticando per un attimo i grandi nomi, il Salone 2026 ha celebrato il ritorno di varietà che hanno rischiato l’estinzione e che oggi rappresentano la nuova frontiera dell’identità territoriale:

  • Baratuciat: Il protagonista assoluto tra i bianchi “di confine”. Originario della Bassa Val di Susa, è un vitigno dalla spiccata acidità e note agrumate che l’Associazione Baratuciat e Vitigni Minori sta promuovendo con forza. È la risposta piemontese alla ricerca di freschezza in tempi di cambiamento climatico.
  • Slarina: Quasi scomparsa a favore di varietà più produttive, viene oggi riscoperta nel Monferrato per la sua capacità di regalare vini rossi speziati, eleganti e dal grado alcolico contenuto.
  • Gambadipernice: Un nome che è già un programma. Questo vitigno di Calosso (Asti) produce rossi dai riflessi violacei e note di pepe verde, perfetti per chi cerca un sorso “gastronomico” e fuori dagli schemi.

Durante l’evento si sono succedute numerose Masterclass, molto apprezzate dai winelovers presenti, che hanno messo ‘accento su territori vini e progetti degni di nota.

Una edizione che ha riscontrato un enorme successo di pubblico, per la ricchezza di appuntamenti, per la varietà delle cantine presenti e per la qualità dei vini in degustazione. Il Salone di Torino punta sicuramente a una dimensione  intima e riflessiva, dove il pubblico può dialogare direttamente con il produttore, senza i filtri di un marketing troppo aggressivo. L’appuntamento per il prossimo anno, con molte nuove storie e realtà da raccontare.

Casa Lerario ospita lo chef Carmine Amarante

Il consueto appuntamento dei Pranzi d’Autore a Casa Lerario nel mese di febbraio ha visto protagonista Carmine Amarante, Executive Chef di Ca’ di Dio a Venezia.

Un format ormai consolidato da oltre dieci anni che vede come location d’eccellenza la suggestiva casa di campagna acquistata nel 1983 da Pietro Lerario e da sua madre Tatiana Bruno per farne il buen retiro di famiglia, ma diventata col tempo dimora di charme con ristorante. A turno, chef rinomati da tutta Italia si cimentano ai fornelli della farmhouse sannita interpretando alcuni dei prodotti dell’orto e della fattoria di Casa Lerario.

Carmine Amarante è un giovanissimo talento, appena 35 anni, che vanta già un curriculum di tutto rispetto in alcune delle cucine più importanti del mondo. Napoletano di origine, inizia la sua carriera al Don Alfonso 1890, passando per Danì Maison di Nino Di Costanzo, Enrico Bartolini, La Pergola di Heinz Beck. Ed è proprio al seguito di Heinz Beck che intraprende un lungo periodo di lavoro a Tokyo, prima come Executive per lo stesso Beck, successivamente per Giorgio Armani.

Ad accompagnare il menù di Amarante, i vini de La Masseria di Sessa, una piccola realtà produttiva di Sessa Aurunca a conduzione biologica, nata poco più di quindici anni fa con l’intento di testimoniare il legame profondo tra uomo e natura.

In cucina lo chef è stato affiancato dallo staff di Casa Lerario, con la preziosa direzione di Tatiana: una sinergia non scontata che ha saputo evidenziare la minuziosa attenzione al dettaglio di Amaranto e l’esperienza ormai consolidata della Famiglia Lerario.

Protagonista assoluto della cucina del giovane chef è l’ingrediente posto al centro del piatto: se non lo rispetti non lo stai cucinando, è lo slogan incisivo con cui Amaranto si presenta sui social.

Così il carciofo del giardino Lerario nell’amouse bouche di apertura in tre consistenze viene esaltato dal tocco orientale del panino bao, soffice panificato cotto al vapore di origine cinese, guarnito con una rosa di pancetta di maialino prodotta dallo chef. L’abbinamento è con l’etichetta firma di Masseria di Sessa, il Crono 2022 Falerno del Massico DOC, ottenuto da un uvaggio di falanghina e fiano e vinificato esclusivamente in acciaio.

L’uovo marinato è il protagonista dell’antipasto, una combinazione cromatica e gustativa in cui l’appagante grassezza del tuorlo ancora morbido accoglie la vena acidula della verza marinata, lo spunto affumicato dettato dalla spuma di chorizo, le note aromatiche dei piccoli crostini alle erbe. L’abbinamento con Amaltea 2020 Greco Campania IGT – fermentato in piccoli fusti di legno d’acacia- risulta equilibrato non solo grazie al sorso denso che accompagna il boccone ma anche per l’impatto visivo della fitta trama oro brillante.

Il riso di semola al tartufo nero è uno dei classici di Amarante. Piatto apparentemente semplice, si presenta di grande complessità gustativa a cominciare dal finto riso che unisce la percezione tattile del chicco alla consistenza e al sapore della pasta di semola.

L’aceto di mele invecchiato aggiunto in fase di mantecatura ingentilisce le sensazioni terragne del tartufo donando finezza ed eleganza al piatto. Crono 2019 Falerno del Massico doc chiude la carrellata dei bianchi e conferma il filo conduttore che li accomuna: il sorso materico espressione del territorio vulcanico, che si caratterizza nei sentori di fieno in Crono 2022, di camomilla essiccata in Amaltea 2020, di caramella all’orzo in Crono 2019.

Protagonista del secondo è la guancia di manzo brasata con salsa verde, polenta in spuma e spinaci a crudo, che si abbina con eleganza a Qaestio 2020 Falerno del Massico doc: un gioco di sensazioni tattili tutte giocate sulla consistenza della guancia, la cremosità della polenta e la trama vellutata del tannino.

Chiudiamo il pranzo con l’assoluto di mandorla: un piccolo disco di latte di mandorle in consistenza gelatinosa, evocativo del tofu, ripieno di amaretto di Saronno, servito con una noce di sorbetto alla mandorla d’Avola e decorato con meringhette di acqua di mandorle. L’abbinamento apparentemente azzardato con Aurunco MC 2023 – spumante metodo classico da falanghina e greco, diciotto mesi sui lieviti, dosaggio zero – si rivela interessante grazie all’aromaticità della mandorla che prevale sulle sensazioni dolci e zuccherine.

Firenze, la cantina Amaracmand da Atto di Vito Mollica

L’azienda vitivinicola Amaracmand ha presentato a Firenze, nella capitale del Sangiovese, le nuove annate delle loro etichette presso il prestigioso Ristorante Atto di Vito Mollica. Grazie a Maddalena Mazzeschi avevamo già incontrato la cantina in più occasioni, compresa la recente fiera enologica FIVI.

Amaracmand un nome che si memorizza subito, oppure, si impiega un po’… L’etimo deriva da “Abbi cura di te”, frase che diceva sempre la nonna a Marco Vianello contitolare dell’azienda con la moglie Tiziana Matteucci. L’azienda è stata rilevata nel 2012 a Sorrivoli, frazione del comune di Roncofreddo in provincia di Forlì-Cesena sulle colline cesenati. In questo incantevole lembo di Romagna, la famiglia Vianello alleva la vite in un anfiteatro in regime biologico e vanta più di 12 ettari vitati su terreni ricchi di arenaria,  tufo, sabbia e argilla.


Le varietà a bacca bianca maggiormente allevate sono autoctone come Bombino Bianco, Trebbiano,  Grechetto gentile o Pignoletto e Albana, a bacca nera, Sangiovese e tra quelle internazionali, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Syrah e Alicante. I vini vengono  prodotti con la menzione Igt Rubicone, anziché Romagna Doc, identificando una zona ben precisa. Un fiume noto per la famosa frase “Passare il Rubicone” resa celebre quando lo attraversò Giulio Cesare segnando l’inizio della guerra civile romana, espressione usata ancora per prendere una decisione importante e irrevocabile. Persino Bob Dylan ha scritto e cantato “Crossing the Rubicon” ed i mitici Rolling Stones gli hanno dedicato Streets of Love.

La cantina si integra perfettamente con il paesaggio ed è stata costruita recentemente e completamente ipogea. Vanta tutte le più moderne attrezzature tecnologiche e un purificatore d’aria che scongiura il formarsi di muffe e batteri contaminanti, evitando di ricorrere all’uso di prodotti nocivi per la sterilizzazione, consentendo di produrre vini senza solfiti aggiunti, tranne che per Libumio. Nei vigneti e in cantina, i lavori vengono svolti con attenzione meticolosa e rivolta alla sostenibilità ambientale con fedele personale specializzato. Il sistema di allevamento è il Guyot tranne, per Perimea, che è a Cordone Speronato. Le rese per ettaro sono molto basse, tuttavia, sono variabili ogni anno. La vendemmia viene effettuata rigorosamente a mano. Le fermentazioni sono spontanee. A Firenze, per me è stata una ghiotta occasione per approfondire meglio la conoscenza dell’azienda in un ambiente ideale per questi eventi. 



I vini presentati a Firenze

Rubicone Bianco Igt Spumante “Madame Titì ” Brut Nature 2023 – Metodo Martinotti con 85% Bombino bianco (pagadebit, per il restante, Grechetto Gentile o Pignoletto, Albana, Trebbiano – Giallo dorato intenso, perlage sottile, al naso sviluppa sentori di pesca, albicocca,  nespola, mela, agrumi, miele e pan brioche, il sorso è vibrante, cremoso, saporito e persistente.

Rubicone Bianco Bio Igt Libumio 2024 – Bombino bianco (pagadebit)85%, per il resto Grechetto Gentile o Pignoletto, Incrocio Manzoni, Trebbiano – Giallo paglierino luminoso, emana note di mela, pera, susina ed erbe aromatiche, al gusto è rinfrescante, sapido coerente e duraturo.

Rubicone Sangiovese Igt Perimea 2024 – Sangiovese in purezza – Rosso rubino intenso,  al naso rivela sentori di violetta, ciliegia, mirtillo,  ribes rosso e note sia balsamiche che speziate,  al palato si presenta con una piacevole trama tannica ben integrata con freschezza e sapidità, vino lungo e duraturo.

Rubicone Sangiovese Igt Imperfetto 2023 – Sangiovese 85% e il restante saldo è composto da Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Syrah e Alicante – Bel rubino intenso e profondo, al naso libera sentori di amarena, cassis, prugna, mora, sottobosco, liquirizia e spezie, al gusto è avvolgente con tannini setosi ed è dotato di una buona piacevolezza di beva e una lunga persistenza aromatica.


A fine degustazione ci siamo accomodati al Lounge bar, prima di passare al tavolo con le preparazioni gourmet dello chef una stella michelin Vito Mollica.

Si inizia con Gamberi al vapore su crema di zucca e verdure invernali in abbinamento con Libumio 2024, proseguendo con pappardelle burro e timo, fonduta al parmigiano reggiano e ragù di fagianella in abbinamento con Perimea 2024. Finale con anatra arrosto, lenticchie e salsa al tartufo nero in abbinamento con Imperfetto 2023. Selezione di formaggi e piccola pasticceria mignon e caffè concludono la piacevole giornata.

Servizio molto efficiente con personale qualificato e dai modi gentili e garbati. Il cibo superlativo, la porcellana fine e di gran classe. “Atto” è lo storico ristorante del suggestivo Palazzo Portinari Salviati di Firenze con sale affrescate del ‘500. Vito Mollica sa coniugare bene tradizione, innovazione, stagionalità e qualità delle materie prime.   

Siti di riferimento: https://www.amaracmand.com/  – https://www.attodivitomollica.com