NAPOLI CAPITALE MONDIALE DELLA PASTA FATTA A MANO DALL’11 AL 13 GIUGNO

AL VIA LE FINALI DEL CAMPIONATO DELLA PASTA FATTA A MANO 2026

Dall’11 al 13 giugno la Stazione Marittima di Napoli ospiterà le finali della terza edizione del Campionato della Pasta fatta a mano, all’interno della quinta edizione del DMED – Salone della Dieta Mediterranea.

Le finali di Napoli rappresentano l’atto conclusivo di un tour che ha attraversato l’Italia coinvolgendo alcune delle principali realtà della gastronomia e della formazione professionale. Le tappe del tour 2026 si sono svolte presso gli store Eataly di Torino, Bologna, Firenze, Milano e Roma, oltre che nelle sedi delle scuole di alta formazione gastronomica Ad Horeca di Bari e InCibum di Salerno. A completare il tour, la tappa dedicata alla pasta fatta a mano senza glutine si è svolta nell’ambito di Celiakè!? Il villaggio Gluten Free, il più grande villaggio italiano dedicato alla cultura gluten free, ospitato a Roma.

Il Campionato della Pasta fatta a mano è un format originale realizzato dalla BTL Prod. in coproduzione con il Consorzio Edamus, grazie al supporto del Consorzio del Parmigiano Reggiano, della farine di Molini Pizzuti, degli oli extra vergine di oliva Olio Ortuso, delle attrezzature Made in italy  di Marcato Pasta, delle acque del gruppo Acqua Panna – S.Pellegrino, dei prodotti caseari di Sorì Italia, degli strumenti tecnici di Zwilling e Ballarini grazie alla partnership con De Luca Attrezzature per la Ristorazione, della Fondazione Vincenzo Agnesi per la promozione e valorizzazione delle paste alimentari italiane, del Consorzio di Recupero e Riciclo Imballaggi in Acciaio RICREA, del Gruppo Noviello S.p.A. e de La Tappezzeria di Modena per la realizzazione a tema pasta fatta a mano di alcuni degli arredi,  partner che contribuiscono alla realizzazione del Campionato e dei premi speciali assegnati durante le finali.

Ventidue finalisti provenienti da tutta Italia, dall’Europa e da altri continenti si sfideranno a Napoli per conquistare il titolo di Campione della Pasta fatta a mano 2026.

I 22 FINALISTI DEL CAMPIONATO DELLA PASTA FATTA A MANO 2026

Fatima Laouichi, pastaia marocchina cresciuta in Sardegna, titolare del pastificio in Costa Azzurra, in Francia.

Mario Furlanello, chef tedesco di chiari origini italiane, titolare del ristorante Bornheimer Ratskeller di Francoforte, in Germania.

Stefania Manzi, torinese e pastaia freelance.

Daniele Gaiani, bolognese fondatore della scuola di cucina “La Mia Bologna Cooking Class”.

Simona Spadafora, di Budrio (Bologna), impegnata presso il ristorante “Il Giardino”.

Martina Macchiavelli, titolare della gastronomia e pasta fresca “La Salumeria di Bruna e Franco” di Bologna.

Matteo Gialloreto, chef abruzzese oggi residente e attivo a Rosenheim, in Germania.

Giovanni Mannino, palermitano e pastaio presso il ristorante “Il Grano” di Dublino, in Irlanda.

Isabella Torchia, di Quarrata (Pistoia), titolare dell’azienda agricola “Podere Il Molinaccio”.

Francesca Diana, originaria di Ardauli (Oristano), cuoca oggi attiva a Hoogeveen, nei Paesi Bassi.

Raffaella Angeletti, di Carpaneto Piacentino (Piacenza), cuoca impegnata tra il laboratorio “Idee in Tavola” e la Locanda dei Briganti.

Samuele Cassinelli, originario di Pompébbà (Udine), cuoco oggi attivo presso l’Hotel Zurigo di Molveno, in Trentino.

Francesco Marcianò, di Bitonto, chef del ristorante “Maccaroni” di Monopoli.

Angelo Berardi, di Ruvo di Puglia, chef oggi impegnato nel suo hotel in Alto Adige.

Antonio Luigi Preite, di Ugento (Lecce), chef del ristorante “Il Vico degli Scettici” di Taviano, in Salento.

Daniela Cocilova, di Roma, cuoca e titolare di una società di consulenza gastronomica.

Silvia Sposini, di Bevagna (Perugia), titolare del pastificio artigianale “La Casereccia”.

Simone Quellerba, pastaio presso il “Pastificio Primavera” di Roma.

Dario Gallo, chef e titolare del ristorante “Essencia” di Napoli.

Carolina Campitelli, pastaia paganese e titolare del pastificio “Come tradizione” di Sant’Egidio del Monte Albino.

Mariella Citro, titolare della “Panetteria Citro Senza Glutine” di Salerno e vincitrice della tappa gluten free.

Salvatore Pezone, cuoco di Aversa, il più giovane finalista dell’edizione 2026.

Venerdì 12 giugno sarà la giornata dedicata alla finale della categoria Professionisti. I ventidue concorrenti si contenderanno il titolo assoluto del Campionato della Pasta fatta a mano 2026 e il “Pettorello”, un mattarello che si trasforma in sfoglia di pasta, l’opera in ceramica realizzata a mano dall’artista paganese Sasà Sorrentino.

Con l’ausilio del giudice tecnico Salvatore Bocchetti, chef napoletano e consulente per la ristorazione, a valutare i concorrenti sarà una giuria di qualità composta da:

  • Salvatore Elefante, executive chef del ristorante due stelle Michelin “L’Olivo” del Jumeirah Capri Palace di Anacapri;
  • Domenico Marotta, chef del ristorante una stella Michelin “Marotta Ristorante” nella frazione Squille di Castel Campagnano, in provincia di Caserta;
  • Luciano Pignataro, storico giornalista de Il Mattino e decano del giornalismo enogastronomico, fondatore delle guide 50 Top Pizza e 50 Top Italy e autore di uno dei più autorevoli blog italiani dedicati al food & beverage;
  • Anna Paola Merone, giornalista del Corriere della Sera e della rubrica enogastronomica Cook. La giuria sarà chiamata a premiare la proposta capace di distinguersi per identità, precisione tecnica, qualità dell’esecuzione e armonia dei sapori.

Tra le novità più importanti di questa edizione, il vincitore della categoria Professionisti registrerà la propria ricetta negli studi di GialloZafferano, mentre i primi cinque classificati saranno protagonisti di “Pasta Lab” digitali, i video di formazione ufficiale del Campionato della Pasta fatta a mano che saranno pubblicati sui canali YouTube della manifestazione.

Le attività prenderanno il via giovedì 11 giugno con una giornata aperta al pubblico dedicata alla cultura della pasta fatta a mano. Accanto alle masterclass saranno infatti organizzati i Pasta Lab, veri e propri laboratori pratici dedicati alla lavorazione della pasta fresca, pensati per coinvolgere visitatori, appassionati e curiosi.

Tra i protagonisti della giornata ci saranno Domenico Pastena, vincitore dell’edizione 2025 del Campionato della Pasta fatta a mano, con un laboratorio dedicato al raviolo caprese, Gerardo Bastardi, con un approfondimento sul cavatiello di Palomonte (riconoscimento PAT).

Sabato 13 giugno, infine, spazio invece alla categoria Amanti, dedicata a chi realizza pasta fatta a mano per passione tra le mura domestiche. Le iscrizioni sono ancora aperte.

Giudice tecnico per la categoria Amanti sarà il napoletano Erny Lombardo, dopo una lunga carriera come corporate chef, oggi autore del progetto “Pizza a Teatro” a Milano. A giudicare i piatti dei concorrenti del 13 giugno, invece, sarà una giuria di qualità composta da:

  • Francesca Fiore, giornalista siciliana direttrice di “Cookist.it”;
  • Cristiano Tomei, chef toscano e titolare del ristorante “L’Imbuto” di Lucca, 1 stella Michelin nel 2014, e volto noto della Tv per la sua partecipazione a programmi come “La prova del cuoco”, “Masterchef Magazine”, “I re della griglia” e di “Cuochi D’Italia”;
  • Leonardo Ciccarelli, giovane ma quotata penna napoletana di “Food & Wine”;
  • Francesco Corrado, seguitissimo creator campano con il suo canale “Campania Food Blog”;
  • Domenico Pastena, chef napoletano titolare di “PastéNA – Cucina e Pasta Fresca”, vincitore dell’edizione 2025 del Campionato della Pasta fatta a mano.

Oltre al titolo assoluto, saranno assegnati numerosi premi speciali grazie al supporto dei partner della manifestazione. Il Consorzio del Parmigiano Reggiano metterà in palio il premio per il Miglior Formato di Pasta della Tradizione, il Consorzio RICREA il premio per il Piatto più Sostenibile, Molini Pizzuti il riconoscimento per il Miglior Impasto,  il Consorzio Edamus quello dedicato al Miglior Piatto della Dieta Mediterranea, Fondazione Vincenzo Agnesi dedicato alla Miglior Ricetta della tradizione.

Tre giorni di gare, incontri, laboratori e momenti di divulgazione che trasformeranno Napoli nella capitale mondiale della pasta fatta a mano.

A Verona si mangia la pizza seduti al bancone in un format originale e coinvolgente

Da Carmine Pizza d’Autore il concept che elimina i tavoli per un unico chef’s table da 12 postazioni.

Carmine Pasqua sembra aver recuperato l’idea stessa della celebre serie televisiva americana Cheers, meglio nota come Cin Cin in Italia, dove al banco di un pub gli ospiti si scambiavano opinioni, saluti e nuovi incontri. Questa volta il tema principale è la pizza e i suoi derivati, dalle mani di un autentico maestro panificatore in grado di conoscere le tecniche di lievitazione moderne e i segreti per abbattere l’indice glicemico dei carboidrati, contenendo così l’apporto calorico della propria dieta.

Ben tre impasti distinti e una selezione pensata come quadri di sapore: dalla tonda senza glutine al farro, alla contemporanea napoletana, per finire con la versione in pala con semola. “Ho voluto portare alla luce tutto quello che c’è dietro una pizza e la sua lavorazione, senza intermediari né barriere fra me e la sala – dichiara Pasqua – da quando, a 3 anni dopo la perdita di mio padre, sono giunto nella città scaligera, cresciuto metaforicamente tra pane e pizza iniziando da fattorino per la consegna d’asporto ed aprendo un mio locale in centro da pochi mesi”.

Ogni gesto, ogni momento del servizio prendono forma davanti agli ospiti: dal rinfrescare il lievito madre allo stendere l’impasto, spiegando come le materie prime si trasformano in un racconto sensoriale. Tanto studio e valorizzazione degli ingredienti a chilometro zero provenienti anche dalla sua amata Calabria che porta con sé nel cuore, come il pomodoro Migliarese, la ‘Nduja di maiale nero, liquirizia DOP e le altre produzioni artigiane del Meridione.

Forno rigorosamente elettrico a 420 °C e topping articolati e gustosi, sperimentati sul campo nel confronto diretto con i clienti. Come la contaminazione alla veneta della Veja, con crema di zucca, Monte Veronese grattugiato, coppa di testa di Este e un gel all’Amarone. Bene anche il doppio crunch al riso venere brie e zucchine o il padellino con stracciatella di Andria, cicoria ripassata, olive e alici di Cetara, o quello dagli aromi complessi alla ricotta di capra, capocollo, cotto di fichi e nocciole.

E poi la Calabria, dove la ’nduja di maiale nero incontra la ricotta di capra e la liquirizia calabrese DOP. Degna di nota è anche la Viola, dove croccantezza dell’impasto di semola e mais esalta il gioco di contrasti fra la dolcezza del cavolo viola, la delicatezza dei cavolfiori e il gusto deciso della carne salata, con pinoli tostati e caciotta alla mela.

Attenzione per l’abbinamento tra cibo e vino, con una selezione enologica pensata per accompagnare le diverse tipologie di pizza: bollicine, Trento DOC, una scelta di rossi leggeri e diversi rosé per chi cerca struttura senza appesantire; una proposta di birre artigianali peculiari, da una blanche al bergamotto a una birra all’acqua di mare, a un’ambrata dai sentori autunnali.

Il percorso gastronomico si conclude con il caffè, ma non parliamo di una classica tazzina da bar, bensì di un monorigine 100% arabica da gustare lentamente per apprezzarne ogni sfumatura, pensato per chiudere l’esperienza con un’ultima nota caratteristica. Ogni ultimo giovedì del mese, infine, è il momento per la degustazione con calice al costo di € 60 per 6 assaggi di pizza e altrettanti vini in pairing. O 5 soste senza abbinamento al costo di € 30 per chi ha voglia di conoscere la filosofia di Carmine Pasqua e del suo concept Pizza d’Autore.

Ambienti caldi, materiali naturali e luci soffuse per un’atmosfera che invita alla conversazione. È un luogo pensato per chi desidera un’esperienza di pizza diversa: più vicina al racconto, alla vita lenta, che al consumo frettoloso.

Carmine Pizza d’autore, via Francesco Berni 12, 37122 Verona (VR). Tel: 045 223 0039

Orari: 18:30 – 23 (martedì e giovedì anche pranzo 12:30 – 14:30); mercoledì chiuso.

www.carminepizzadautore.com

Magma Bistrot: il nuovo polo dell’estate vesuviana tra pizza contemporanea, piscina, musica e sostenibilità

Nel cuore esclusivo di Torre del Greco, in Via Enrico De Nicola 28, prende forma una nuova idea di ospitalità e intrattenimento: Magma Bistrot inaugura una stagione destinata a ridefinire il concetto di bistrot contemporaneo sul territorio vesuviano. Non soltanto ristorazione, ma un vero spazio esperienziale dove gastronomia, lifestyle, musica, relax e sostenibilità convivono in un unico progetto. Con una struttura capace di ospitare 200 coperti negli spazi interni e 150 nell’area esterna con piscina, Magma si presenta come una delle realtà più ambiziose della costa vesuviana, pensata per accogliere pubblici differenti in ogni momento della giornata: dal pranzo al tramonto, dall’aperitivo al dopocena.

La prima novità della stagione sarà la riapertura ufficiale della piscina prevista per il 23 maggio, con una programmazione dedicata tra pool party, dj set, format musicali e offerte food create appositamente per vivere l’estate in città.

Pool Party e Radio Magma, l’intrattenimento diventa esperienza condivisa

Due venerdì al mese, Magma ospiterà esclusivi Pool Party serali con ingresso comprensivo di lettino, drink e dj set, offrendo inoltre la possibilità di avere libero accesso alla piscina fino a mezzanotte. Gli ospiti potranno completare l’esperienza scegliendo tra pizza, taglieri oppure menu à la carte. Nel weekend, invece, spazio alla musica con i dj set del sabato e della domenica e “Radio Magma”, format interattivo che permetterà agli ospiti di inviare messaggi e dediche direttamente tramite WhatsApp da condividere live a bordo piscina, trasformando il locale in una peculiare location di aggregazione e socialità.

Pizza, territorio e ricerca: la filosofia gastronomica di Magma Bistrot

La proposta gastronomica di Magma parte dalla pizza contemporanea e da una selezione rigorosa di materie prime campane e italiane d’eccellenza. Tra le nuove pizze stagionali a cura del pizzaiolo Raimondo De Crescenzo spicca la nuova Magma: cremoso di patate, scarole verdi ripassate in padella con olive e capperi, pomodori semidry sott’olio e julienne di carciofini, in un equilibrio che racconta il territorio vesuviano attraverso sapidità, freschezza e tecnica.

Il primo amore di Raimondo De Crescenzo è stato proprioil pane. La passione per gli impasti nasce a soli 16 anni, quando, dopo il lavoro in rosticceria, trascorreva ore accanto al panettiere, affascinato dal lievito madre e dal mondo delle lievitazioni. Da lì il passaggio naturale alla panificazione e poi alla pizza. Dopo le esperienze a Ischia e all’estero, tra Regno Unito, Maiorca e Barcellona, grazie ad anni di esperienza e ricerca sugli impasti, De Crescenzo ha sviluppato uno stile preciso e riconoscibile, trovando in Nuvola Super di Mulino Caputo la farina ideale per le sue pizze.

Accanto alla nuova proposta Magma arrivano anche le pizze estive

La Gialla con pomodorini gialli del piennolo, fiori di zucca e pancetta di Ottaviano;

Nerano, con fonduta di Provolone del Monaco e purea di Zucchine dell’orto;

Norma, con Melanzane fritte e una generosa grattugiata di ricotta salata, ideale per mantenere equilibrio tra struttura e scioglievolezza;

Cetarese, nella variante focaccia con all’uscita dal forno scarola riccia croccante, Alici sotto sale di Cetara, olive nere denocciolate, “cucunci” e pomodorini rossi del piennolo.

Grande attenzione viene dedicata ai fornitori, selezionati per qualità e identità territoriale: Farina Caputo, latticini Latteria Sorrentina, Pomodoro pelato e Pomodorino rosso pizzutello semidry sott’olio Francaterra, Olio extravergine di oliva Torretta, “Pacchetelle” del Piennolo gialle e rosse DOP di Azienda Agricola Ferrara.

Da Giugno spazio anche alle richiestissime pizze “crunch” in versione dessert, pensate per conquistare i palati più golosi con due proposte dedicate: crema gialla e amarene, oppure ricotta, composta di albicocche pellecchielle e scaglie di cioccolato fondente.

Il pranzo estivo tra piscina e bistrot

Dal lunedì al venerdì, Magma Bistrot lancerà una formula pensata per il pranzo estivo: lettino, pizza Margherita o Marinara e acqua inclusi a 15 euro. L’offerta sarà disponibile dalle 12:30 alle 14:30 con doppio turno pranzo: 12:00 – 13:00, 13:30 – 14:30. Gli ospiti potranno scegliere se accomodarsi negli spazi interni oppure nell’area esterna in costume, con possibilità di ordinare ulteriori pizze ed extra al tavolo. Tutti i tavoli saranno disponibili su prenotazione. Parallelamente resterà sempre attiva una sala dedicata al ristorante à la carte, pensata per chi desidera un’esperienza più rilassata e tradizionale.

Dessert d’autore: la frutta del Vesuvio diventa alta pasticceria

Tra le novità più scenografiche della stagione, una storica realtà del territorio realizzerà per Magma Bistrot la linea esclusiva di dessert ispirati alla frutta realistica. Un progetto identitario e territoriale: tutta la frutta utilizzata sarà esclusivamente coltivata sul Vesuvio, trasformata in creazioni di alta pasticceria dall’estetica iperrealistica, come Albicocca Pellecchiella, Ciliegie del Monte, Limone di Sorrento IGP, Mela Annurca, Pera Picciòla, Pesca “percoca” puteolana. Debutta inoltre il nuovo dessert signature “Magma”: un cono di puro cioccolato fondente dal guscio croccante, cuore morbido e colata di lamponi, pensato per rappresentare l’anima scoppiettante del locale e omaggiare il Vesuvio che lo domina dall’alto, simbolo indiscusso di Napoli.

Vini campani, nazionali e birre artigianali

Grande attenzione anche alla beverage experience, con una carta dei vini costruita per valorizzare il patrimonio enologico campano senza rinunciare a una selezione nazionale, capace di soddisfare appassionati e intenditori. Dai grandi bianchi vulcanici del Vesuvio ai rossi strutturati dell’Irpinia, passando per etichette provenienti da altre importanti regioni italiane, la proposta wine di Magma Bistrot punta a creare abbinamenti dinamici tra pizza contemporanea, cucina bistrot e mixology. Accanto al vino, spazio anche alle birre artigianali, con una selezione che alterna identità locale e qualità brassicola italiana. Tra le referenze presenti figurano le birre Follina e la linea N’artigiana nelle varianti Bianca, Rossa, Doppio Malto, Ambrata, Analcolica e Senza Glutine. Completa la proposta Serro Croce La Fresca, disponibile anche nella versione gluten free, in linea con la volontà del locale di offrire un’esperienza inclusiva, consapevole e attenta alle diverse esigenze alimentari.

Sostenibilità e futuro, Magma Bistrot punta all’indipendenza energetica

Oltre alla proposta gastronomica e all’intrattenimento, Magma Bistrot di Ciro Di Giovanni e Nicoletta Di Patre nel 2026 investe anche sulla sostenibilità. La struttura sarà infatti dotata di pannelli fotovoltaici con l’obiettivo di raggiungere una progressiva indipendenza energetica, riducendo l’impatto ambientale e promuovendo un modello di ristorazione più responsabile. Scelta concreta che si inserisce in una visione moderna dell’accoglienza, dove qualità, intrattenimento e attenzione al territorio dialogano con progresso e rispetto per l’ambiente.

Il complesso che oggi ospita Magma Bistrot si inserisce all’interno dello storico Sakura Club Piscine, struttura realizzata nel 1971 dall’imprenditrice italo-giapponese Dorotea Liguori come spazio dedicato all’ospitalità, al tempo libero e agli eventi, immerso in un parco panoramico affacciato sul Golfo di Napoli. La struttura, divenuta nel tempo un autentico punto di riferimento per la città di Torre del Greco, ha intrapreso una nuova fase di rilancio a partire dal 2013, quando Ciro Di Giovanni ne ha avviato la progressiva acquisizione, dando vita a un articolato progetto di ristrutturazione e valorizzazione.

Un percorso che, nel tempo, ha trasformato il complesso in un moderno polo dedicato alla ristorazione e all’intrattenimento, capace di coniugare ospitalità, paesaggio e convivialità contemporanea. Il progetto Magma Bistrot rappresenta la naturale sintesi tra memoria del luogo e visione attuale, con l’obiettivo di reinterpretarne lo spirito originario attraverso un linguaggio gastronomico moderno, mantenendo un forte legame con il territorio vesuviano, i suoi prodotti e lo straordinario paesaggio che lo caratterizza.

I vini vulcanici di Suavia a Roma: il Soave Classico incontra la cucina di Davide Del Duca

Una serata che racconta il bianco italiano attraverso il dialogo tra territorio e cucina contemporanea. Il 20 aprile, a Osteria Fernanda, i vini vulcanici della cantina Suavia sono stati protagonisti di una cena speciale dedicata al Soave Classico, in abbinamento ai piatti dello chef Davide Del Duca.

Un appuntamento che ha visto la partecipazione di firme autorevoli di Gambero Rosso, come Marco Sabellico, Valeria Roberto e Marzio Taccetti, confermando il crescente interesse attorno ai grandi bianchi del Veneto e alla loro capacità di dialogare con la cucina d’autore.

Dalle colline di Soave a Roma

Fondata nel cuore del Soave, la cantina Suavia rappresenta una delle realtà più identitarie del territorio. Il nome stesso richiama l’antica denominazione della città scaligera, a sottolineare un legame profondo con la storia e con il paesaggio.

La famiglia Tessari coltiva vigneti sin dall’Ottocento nel piccolo borgo di Fittà, ma è nel 1982 che avviene la svolta produttiva, quando Giovanni Tessari e Rosetta Buratto decidono di vinificare in proprio. Oggi sono le figlie Meri, Valentina e Alessandra a guidare l’azienda, con una visione chiara: dare voce alle sfumature del Soave Classico attraverso una lettura autentica dei suoli vulcanici.

“Raccogliere questa eredità è stato naturale per noi, racconta Meri Tessari, e da qui è nata l’esigenza di costruire un’identità precisa per i nostri vini”.

Il carattere dei suoli vulcanici

I 34 ettari di vigneto si estendono a circa 300 metri di altitudine, su terreni di origine basaltica che conferiscono ai vini una cifra distintiva fatta di mineralità, freschezza e profondità.

Qui si coltivano esclusivamente varietà autoctone a bacca bianca: Garganega e Trebbiano di Soave. La prima, versatile e identitaria, capace di esprimersi in vini immediati o più complessi; il secondo, più esigente in vigna ma in grado di regalare vini strutturati e di grande tensione minerale.

Le vigne sono allevate secondo il sistema tradizionale della pergola veronese, una scelta che unisce valore culturale e funzionalità agronomica, garantendo protezione dei grappoli e un microclima favorevole. Dal 2019, inoltre, l’azienda è certificata biologica, a conferma di un approccio rispettoso dell’ambiente e delle varietà storiche.

La cucina come lente di lettura del vino

La cena all’Osteria Fernanda si è rivelata un vero percorso sensoriale, in cui ogni piatto ha dialogato con un vino, esaltandone caratteristiche e sfumature.

Dal nasello con pil pil, lenticchie e agrumi, abbinato a Opera Semplice Metodo Classico, alla triglia in tempura con sorbetto di ricci di mare accompagnata dal Soave Classico 2025, fino al tagliolino alla spirulina con cuore di tonno essiccato, valorizzato dal Monte Carbonare 2023.

Piatti più strutturati, come il bottone al rosso d’uovo con funghi e crudo di manzo, hanno trovato un equilibrio nel Massifitti 2022, mentre la quaglia alla brace con nespole fermentate si è intrecciata con la profondità del Tremenalto 2020.

Una cucina contemporanea, quella di Davide Del Duca, capace di lavorare per contrasti e armonie, esattamente come i vini di Suavia.

I vini: identità e precisione

La degustazione ha messo in luce una filosofia produttiva orientata alla precisione e alla valorizzazione dei singoli cru.

Opera Semplice, Metodo Classico da Trebbiano di Soave, è un progetto sperimentale prodotto solo nelle migliori annate: un vino complesso, tra note agrumate, richiami tostati e una spiccata impronta minerale.

Il Soave Classico rappresenta invece l’espressione più immediata della Garganega: fresco, equilibrato, capace di raccontare il territorio con chiarezza.

Il Monte Carbonare, proveniente da suoli vulcanici scuri, si distingue per intensità e verticalità, con sentori di pietra focaia, agrumi e fiori di campo, e una bocca sapida e avvolgente.

Il Massifitti, da Trebbiano di Soave, nasce da un progetto di recupero varietale avviato insieme all’Università di Milano e al professor Attilio Scienza: un vino che unisce struttura, acidità e finezza aromatica.

Infine il Tremenalto, da vigne di circa sessant’anni, restituisce una Garganega più evoluta e complessa, con note di frutta candita, fiori d’arancio e una trama gustativa ampia e persistente.

Un racconto di territorio

“Le nostre radici affondano in questa terra nera che alimenta grandi uve bianche”, spiega Alessandra Tessari. “È dall’equilibrio tra elementi opposti che nascono i nostri vini”.

Una dichiarazione che sintetizza perfettamente il senso della serata romana: un viaggio nel Soave Classico attraverso le sue diverse anime, raccontate calice dopo calice. Tra suoli vulcanici, tradizione familiare e ricerca contemporanea, Suavia conferma così il ruolo centrale del Soave tra i grandi bianchi italiani, capace di esprimere identità, eleganza e profondità anche lontano dalle sue colline di origine.

Salerno: Le Parùle e Giuseppe Pignalosa puntano alle “quattro stagioni” (non solo con la pizza)

Il dehor coperto è ormai ultimato e il concept del nuovo locale del celebre maestro pizzaiolo diviene finalmente realtà dodici mesi l’anno no stop.

A Marina d’Arechi il Port Village di Salerno cambia la visione della gastronomia con uno spazio d’approdo per gli amanti del food nelle sue diverse sfaccettature. Dal disco di pasta lievitato più famoso al mondo, passando per taglieri e mozzarelle e poi i fritti, l’immancabile ragù e la parmigiana di melanzane.

Piatti senza tempo che Giuseppe Pignalosa ama riproporre ai propri clienti, alcuni fedelissimi già dai tempi del locale di Ercolano, che riaprirà a breve in una location unica nel suo genere. Passeggiare sulla darsena prima di giungere a Le Parùle è un piacere per gli occhi, osservare il panorama dalle vetrate durante i mesi freddi o sostare nel giardino artificiale esterno al tepore di un tramonto estivo aiuta a rilassare l’animo e regala tanta armonia.

Il mare in lontananza, la brezza dolce e il giusto tempo per un calice di vino dalla nuova carta selezionata ad hoc completano il quadro. Perché il binomio con il cibo è sempre più una necessità, sia per la cultura a tavola, sia per l’esigenza di ampliare l’offerta e il budget a disposizione di ristoratori e consumatori.

La pizza, ad esempio, consente un costo democratico dove il divertimento con una valida etichetta viaggia di pari passo con il contenimento della spesa finale. Del “metodo Pignalosa” avevamo già scritto nel precedente articolo: impasto diretto come una volta e tanta qualità nei topping, che portano dritti a un tuffo nel passato.

Dalle tonde tradizionali, come la Marinara o la Cosacca a ruota di carro, per continuare sulle scelte anni ’80 tra diavola, ortolana e capricciosa che non hanno bisogno di presentazioni. E poi quelle contemporanee quali la Giagiù con pomodorino giallo del Vesuvio, zucchine arrostite condite all’uscita con alici armatore, stracciata di bufala e zest di limone o il delicato padellino A’ riccia con scarola riccia condita a crudo, datterino rosso, carciofini sott’olio e olive nere caiazzane, da sgranocchiare a piccoli morsi per non perdere l’essenza di ogni ingrediente.

Un menù rivoluzionato, basato sull’attenzione all’alimentazione e alle intolleranze nel paragrafo “restiamo leggeri” o al puro divertimento della condivisione delle ricette di “insieme è meglio” e di “come a casa”. In fin dei conti nel nome stesso Le Parùle c’è quell’aria di famiglia che Giuseppe viveva da bambino, quando il suo sogno era diventare un calciatore professionista in serie A (sogno sfiorato per poco) e nei ricordi del lavoro all’aria aperta nei campi e nell’orto, usanza tipica delle famiglie dell’epoca.

Si mangiava ciò che si raccoglieva, si beveva quel che la vigna sapeva donarti con tanto sacrificio e si stava insieme. Senza un perché, ma con tanta speranza nel futuro, all’insegna di quei valori scomparsi ormai da recuperare.

Milano: da Denis Pizzeria di Montagna arriva il Cilento nel “racconto sostenibile” del Poseidonia Beach Club

DENIS – Pizzeria di Montagna, di Denis Lovatel, ha riunito nel capoluogo lombardo la stampa per un incontro dedicato alla cucina, al territorio e ai progetti che guardano al futuro senza dimenticare le radici.

Al centro della serata, la presentazione del Poseidonia Beach Club di Ascea, un progetto che nasce su una filosofia chiara: sostenibilità, riuso, rispetto del paesaggio. Un modello di ospitalità che intreccia mare, natura e memoria, portando nel presente gesti antichi e materiali recuperati.

A raccontare la storia del Poseidonia Beach Club è Giovanni Rizzo, fondatore e anima del beach club, un racconto che parte dal lontano 2008, quando decide di rilevare e recuperare uno spazio precedentemente occupato da un altro stabilimento balneare.

Un percorso imprenditoriale in continua evoluzione, che lo porterà a creare non un semplice lido, ma un luogo dove poter fruire di un’ospitalità contemporanea, capace di coniugare intrattenimento, ristorazione e sostenibilità.

All’inizio il Poseidonia si afferma come club per serate musicali, eventi e aperitivi, pronto ad accogliere la clientela estiva della costa cilentana.  Negli anni successivi l’offerta viene progressivamente ampliata fino ad arrivare al 2018 quando viene aperto il ristorante. Una trasformazione che porta il beach club a diventare un luogo completo dove vivere tutto il giorno, dalla prima colazione in riva al mare fino alla cena gourmet.

Due momenti distinti: di giorno un’atmosfera informale ma curata, con piatti freschi, stagionali e veloci; la sera, un’eleganza più ricercata, con la spiaggia che si trasforma in ristorante tra cucina mediterranea, pizzeria e influenze internazionali come il sushi.

Il menu cambia quotidianamente, seguendo esclusivamente il pescato locale disponibile e adattandosi alla stagionalità delle materie prime. Una scelta precisa che privilegia pochi ingredienti, selezionati con estrema cura, per garantire standard qualitativi elevati. Alla base, un rispetto rigoroso e quasi maniacale per la qualità del prodotto, trattato con attenzione in ogni fase, dalla selezione alla preparazione.

Un’esperienza che fonde cucina, intrattenimento e attenzione al territorio.

Negli anni il Poseidonia si è distinto come laboratorio di sostenibilità nel turismo balneare: filiera corta con “il loro pescatore locale”, energie rinnovabili, riduzione degli sprechi e certificazione ISO 20121. Ad accompagnare Giovanni nella trasferta milanese, due presenze speciali: la mamma e la suocera, custodi di un sapere che non si impara sui manuali.

Davanti ai giornalisti hanno mostrato come si fanno i fusilli a mano, con quel movimento lento e preciso che appartiene alle cucine di una volta.

E poi, nonna Ines, ha raccontato la preparazione del sapone con la lisciva: Si partiva dalla cenere del camino, quella della legna dura. Veniva raccolta e messa in acqua calda, oppure fatta bollire, per ottenere un liquido: la lisciva. Dopo averla filtrata, si univa a oli o grassi, spesso di recupero, e si mescolava a lungo. Da questa combinazione prendeva forma il sapone.

E nella stessa logica di trasformazione, anche la cena ha preso forma, come un passaggio naturale dal racconto alla tavola.

Denis, insieme agli chef Costantino Buono e Carlo De Olivera e a Gianni Rizzo, “capitano” del Poseidonia Beach Club, hanno creato un percorso condiviso che unisce cucine diverse, guidate da un unico principio: limitare gli sprechi, valorizzare ogni ingrediente e rendere la sostenibilità una pratica quotidiana.

Si comincia con Il pane ritrovato, un’entrée che già racconta questa visione: pane al nero di seppia recuperato e trasformato, mantecato con luvaro, un pesce poco conosciuto, perfetto per preparazioni come le mousse e, che proprio nella semplicità, dà il meglio di sé.

Da qui si arriva al mare più identitario con Cilento Roll – Dal mondo al mare, dove tecniche e suggestioni lontane, ispirate alla cucina giapponese, incontrano il territorio. L’uramaki diventa mediterraneo, con alici di menaica e cacio ricotta fresco all’interno, mentre la pelle di pesce bandiera si fa chip croccante. Le alici di menaica sono il cuore del racconto: memoria storica del Cilento, pescate con una rete di origine greca a maglie larghe, la ‘menaica’, calata al tramonto e ritirata all’alba.

Il percorso continua con La memoria che si evolve, il fusillo di nonna Ines che guarda al passato ma lo reinterpreta: tenero di broccolo, pane, pomodorini arrostiti di ieri e ancora il pesce bandiera, in un dialogo continuo tra radizione e cucina contemporanea

Poi La razza ritrovata, un secondo che valorizza un pesce poco utilizzato, glassato con il suo fondo di cartilagini, con patate affumicate, verdure croccanti e pane tostato. Un piatto essenziale, senza elementi in più.

Finito il percorso dei piatti, si passa alle pizze, mantenendo sempre l’idea di riuso e recupero:

dalla Radice al fiore, dove della zucchina non si spreca nulla, dal frutto al fiore; nel gioco tra Bianco e verde, fatto di ingredienti recuperati e trasformati, protagonisti sono i formaggi ‘ritrovati’; fino ad Agrume di bosco, che unisce terra e freschezza in un equilibrio inatteso.

Il tutto accompagnato dai vini dell’Azienda Agricola Porticello, che seguono il percorso senza sovrastarlo, accompagnando i piatti in modo equilibrato. Dal Fiano al Rosato fino all’Aglianico, ogni vino mantiene un legame chiaro con il territorio e con un’idea di rispetto coerente con quella della cucina. Il nome dei vini, Velea, è frutto della fusione del nome latino, Velia, e del nome greco, Elea, di Ascea. Elea città che ha dato i natali a Parmenide e Zenone.

E qui, Gianni Rizzo, introduce il pensiero sorprendentemente attuale di Parmenide: l’essere è, e non può non essere. Un invito a guardare oltre l’apparenza a riconoscere valore in ciò che esiste, perché nulla è davvero scarto tutto è trasformazione, continuità e permanenza.

Nel Cilento la cucina è inseparabile dal racconto. Ogni piatto lascia una traccia, ogni ingrediente custodisce una storia. Dalla dieta mediterranea, che qui ha preso forma, alle tavole più semplici, tutto parla di misura e autenticità.

Dalla terra e dal mare viene tutto, e tutto merita rispetto e valorizzazione.

Qui ho avuto modo di toccare con mano cosa questo significhi davvero.

Prosit!

TuttoFood 2026: Giovanni Senese conquista Milano e rafforza la sua visione della pizza contemporanea, pronto per la nuova sfida in Campania

Si è conclusa con grande partecipazione la presenza di Giovanni Senese a TuttoFood 2026, la fiera internazionale del food and beverage andata in scena a Milano. Una quattro giorni che ha visto Senese distinguersi tra i protagonisti della manifestazione, consolidando il suo ruolo tra i più autorevoli interpreti della pizza contemporanea della sua generazione.

Due, in particolare, gli appuntamenti che hanno attirato l’attenzione di critici, giornalisti e addetti ai lavori, diventando tra i momenti più seguiti della manifestazione.

Il primo, ospitato nello stand di Nolano, ha celebrato l’eccellenza dell’oro rosso campano, dove Senese ha unito la sua riconosciuta maestria negli impasti a una ricerca attenta sulla materia prima e sulla sostenibilità agricola. Il secondo show cooking, sul palcoscenico dello stand Sorì, ha invece valorizzato l’arte dei latticini della tradizione, esaltando la capacità tecnica del pizzaiolo di creare un equilibrio armonico tra innovazione e memoria gastronomica.

In entrambi gli appuntamenti, la grande affluenza di pubblico e l’interesse della stampa specializzata hanno confermato la forza di una visione precisa: quella di Giovanni Senese è una cucina d’autore applicata alla pizza contemporanea, dove la filosofia “dall’orto alla pizza” prende forma in un’esperienza gastronomica identitaria, accessibile e profondamente legata al territorio.

“Milano e TuttoFood mi hanno regalato un’energia incredibile,” dichiara Giovanni Senese. “I due show cooking con Nolano e Sorì sono stati l’occasione ideale per raccontare la mia evoluzione e il rispetto profondo che nutro per la terra e per quei produttori che, come me, ricercano l’eccellenza senza compromessi. Tutto questo rappresenta uno stimolo importante per ciò che verrà.” Questo importante riscontro arriva in un momento decisivo del percorso professionale di Senese.

L’esperienza vissuta a TuttoFood 2026 rappresenta infatti un passaggio significativo, oltre che il preludio a un nuovo e atteso capitolo: il ritorno alle origini con una nuova avventura in Campania. Un progetto imminente che permetterà a Senese di ridefinire ulteriormente i canoni della pizza contemporanea nel territorio che più lo rappresenta.

Caserta – “I santi Giusti”: gli abbinamenti originali tra aceto balsamico di Modena e mixology proposti da Stile Raro

Combinate insieme un ristorante con le sembianze di un art gallery, uno dei prodotti alimentari più tipici e complessi del Belpaese e un’attenta selezione di cocktail. Il risultato è un mix originale che va ben oltre la classificazione di food and drink pairing.

I Santi Giusti è la serata evento tenutasi in un’originale location: il ristorante Stile Raro di Caserta, una galleria di opere contemporanee dove è possibile acquistare ogni pezzo esposto. Protagonista assoluto del menù della serata è stato l’aceto balsamico di Modena dell’Acetaia Giusti, accompagnato da cocktail creati ad hoc per esaltarne le caratteristiche.

Una formula che approda per la seconda volta in Campania in una sorta di degustazione itinerante.

“L’aceto balsamico fa parte della cultura culinaria di Modena: dagli abbinamenti classici su carni e verdure a quelli più inconsueti come fragole e gelato”, ci spiega Pietro Zanni, Responsabile Commerciale di Giusti, “ma fuori dalla nostra città è un prodotto poco conosciuto nella propria versatilità.”

“L’aceto balsamico nasce in un territorio senza una tradizione vitivinicola forte”, continua Zanni, “in passato le uve venivano vinificate allo scopo di fare l’aceto e ogni famiglia aveva la propria batteria di botticelle per l’invecchiamento.” Compresa la famiglia Giusti.

L’Acetaia storica è attiva sin dal 1605: è la più antica di Modena e nel periodo della Bella Epoque, grazie all’intraprendenza di Pietro e Giuseppe Giusti, è stata insignita alle Esposizioni Universali di numerose onoreficenze. Dal più giovane al più invecchiato, dal più liquido al più denso, dal più dolce al meno dolce, fino a cinque sono le medaglie che ancora oggi costituiscono la scala qualitativa per classificare le varie etichette Giusti.

Dal 2017, Giusti 1605 ha messo in campo in varie località del Paese un progetto di sinergia con partner in grado di interpretare il sapore distintivo dell’aceto balsamico, anche attraverso la contaminazione della cucina tradizionale.

L’incontro con Stile Raro e i suoi patron Luca Cepollaro e Nicoletta Cappuccitti, è avvenuto circa due anni e mezzo fa, quando è iniziata una collaborazione volta non solo volta a esaltare un’eccellenza del Made in Italy con un menù studiato ad arte. Stile Raro infatti, insieme a Romeo cocktail bar a Verona, è l’unico ristorante ad aver affinato all’interno di una botticella utilizzata in precedenza per l’aceto un proprio cocktail.

“L’aceto è la massima espressione dell’acidità”, commenta lo chef di Stile Raro, Vincenzo Natale, “bisogna quindi lavorare con prodotti a tendenza dolce per bilanciarla.”

Non a caso, alla base della cucina tradizionale modenese, ci sono cibi con un’importante componente grassosa.

“Noi a menù proponiamo l’abbinamento con piatti anche a base di pesce”, continua Natale, “come lo storione bianco e il caviale Calvisius.”

Il menù ideato per la serata degustazione ha visto sfilare cinque portate –  dall’amuse bouche al dolce – espressamente create per valorizzare l’aceto. Ciascuno dei piatti è stato battezzato col nome di un santo, riconducibile al territorio o alla tradizione gastronomica. Così il San Felice dell’amuse bouche, si riferisce a San Felice a Cancello e alla sua mozzarella di bufala, mentre il San Gennaro deve il suo nome all’emulsione di Sangue di Giuda a condimento della tartare di bufala.

Ogni piatto è stato accompagnata dai cocktail di Amerigo Baldassarra. Nato nel mondo della moda, Baldassarra ha riconvertito la propria creatività nella mixology e in occasione della serata evento ha presentato grandi classici rivisitati con l’aggiunta di prodotti dell’acetaia, come il Vermouth o gli agrodolci alla frutta.

Questi ultimi,  nati dal cosiddetto agrodolce bianco, sono un mix di frutta in succo, aceto e mosto di vino che, non subendo cottura, rimane chiaro, preservando la componente zuccherina, e diventando così la base ideale per molti cocktail. Il Vermouth invece viene introdotto in casa Giusti nel 2018 per affinità con il mondo delle speziature tipico della palette odorosa dell’aceto. Ma ancor di più a legare questi due prodotti è la comune origine da un vino di base umile.

Oltre all’abbinamento con le singole portate, la successione dei cocktail è stata dettata da un crescendo di tenore alcolico: abbiamo iniziato  con una fresca tequila impreziosita da agrodolce di lampone, succo di lime e pompelmo e,  passando per il limoncello profumato alle foglie di basilico shakerate o il whiskey affumicato alla cannella, siamo arrivati fino al Negroni invecchiato 19 mesi in botte di aceto, passaggio che ha conferito non solo acidità ma anche screziature ossidative al cocktail.

Completiamo la serata con la degustazione di Giusti 100, stillato direttamente sulla mano: un prezioso elisir dolce e complesso, capace di concentrare in poche gocce l’emozione per un prodotto che affina nelle botti più antiche dell’acetaia, addirittura risalenti al 1600.

STILE RARO

Via del Redentore, 15

81100 Caserta

GIUSTI 1605

Strada delle Quattro Ville, 52

41123 Modena

Caserta, l’8 maggio a L’Amo Racconti di Mare e Marinai, l’evento “Nulla è per Caso” dedicato ai vini di Teresa Mincione con ospite lo chef Fabio La Montagna

Un appuntamento, venerdì 8 Maggio a L’Amo Racconti di Mare e Marinai,in cui sarà raccontata una storia che parla di incontri casuali, di proposte inaspettate e di destini che decidono di intrecciarsi. Ma soprattutto,di una svolta radicale e coraggiosa, quella di una giovane viticoltrice casertana che lascia la toga di avvocato per produrre vino. È Teresa Mincione, sommelier e giornalista che presenterà il suo progetto da cui tutto è partito per pura casualità, dove infatti “Nulla è per caso” è il nome  del  suo primo vino, un Casavecchia in purezza identitario ed essenziale che parla di amore e di  cambiamento.

Una serata che si prevede straordinaria ed unica nel suo genere, in cui ospite  ai fornelli sarà Fabio La Montagna di Truth ristorante (Aversa) che si confronterà in un esercizio a quattro mani con Pasquale Cavallo, anima gastronomica de L’Amo: i due chef, si apriranno a nuove idee ea contaminazioni, dove la semplicità si vestirà di eccellenza.

La cena-evento si svilupperà in momenti distinti, pensati per accompagnare gli ospiti in un vero e proprio percorso sensoriale. Si aprirà con una degustazione del Casavecchia “Nulla è per Caso” guidata da Teresa Mincione e Pietro Iadicicco, responsabile dell’Associazione Italiana Sommelier di Caserta. Poi seguirà il momento dell’aperitivo con Mauro e Oreste Giannini dell’Enoteca Il Torchio (Caserta) che presenteranno i cocktails dell’Opificio Botanico e che vedremo anche sul finale con gli amari sempre prodotti dalla stessa azienda. Il cuore dell’evento si accenderà con un menù degustazione studiato per valorizzare tecnica, creatività e materia prima territoriale, in cui ogni portata sarà accompagnata da un vino in abbinamento, la selezione Teresa Mincione a cura del Torchio Enoteca, per un racconto enologico capace di esaltare ogni piatto.

Ad impreziosire la serata, le opere di Greg Palumbo, creativo tra i più apprezzati del panorama  della Pop Art campana, che contribuirà a rendere l’esperienza ancora più coinvolgente con la presentazione di una sua  creazione “Future Glass” pensata e dedicata a Teresa Mincione. L’Amo, il ristorante di Rosario Rondinone, anche questa volta si conferma un luogo di convivialità di successo dove per la presentazione dell’evento, Rosario sceglie ancora l’amica Antonella D’Avanzo, firma del giornalismo enogastronomico campano.

L’appuntamento è dunque per venerdì 8 Maggio alle ore 20.30, al ristorante L’Amo Racconti di Mare e Marinai in Via Pietro Mascagni (Caserta).

La cena è a numero chiuso, con prenotazione consigliata al numero 0823.1833626.

Cinque idee gourmet di un piatto popolare per eccellenza durante l’evento Gnocchi Day a Sorrento

“Giovedì gnocchi, venerdì pesce, sabato trippa”, era il modo per scandire il calendario in cucina durante i tempi di guerra. Saggezza familiare rimasta impressa nella memoria delle tradizioni attualmente riprodotte nelle case degli italiani e che legano territori, culture e genti di ogni livello sociale. Gli gnocchi rappresentano per molti il piacere di stare a tavola, parlando del più e del meno, lasciando da parte le ansie quotidiane.

L’evento Gnocchi Day a Sorrento, organizzato da Dieffe Comunicazione e giunto ormai alla quinta edizione, è stato anche il momento giusto per fare il punto della situazione su alcune ricette storiche rivisitate in chiave contemporanea dalla maestria di chef rinomati a livello regionale e nazionale. La Campania e in particolare la Penisola Sorrentina sono tra i luoghi d’origine del piccolo e gustoso ingrediente composto soltanto da acqua, patate e farina.

Le tecniche fanno la differenza così come la qualità delle materie prime, che una volta venivano preferite per vie empiriche dalle massaie ed oggi richiedono conoscenza e ricerca continua, attinte dalla globalizzazione di mercati e prodotti. Cinque storie diverse con altrettante proposte da replicare con coraggio ai propri fornelli. Cinque modi per dire viva gli gnocchi e viva la cultura della cucina italiana patrimonio mondiale dell’Umanità.

Nino Di Costanzo, due stelle Michelin con il Danì Maison ad Ischia ed ora presente anche a Napoli con il Deschevaliers ristorante dell’hotel De Bonart dichiara: «Lo gnocco era unità e pace domestica. Mamma lo preparava all’ischitana con sugo di coniglio e olive.

Oggi il classico “alla sorrentina” resta inimitabile, ma si può osare sperimentando nuovi modi grazie alla duttilità negli usi più variegati. Magari gluten free e condimenti a base di selvaggina». La sua idea parte da una salsa alla carbonara con solo tuorlo d’uovo, crema di parmigiano e pecorino, tartufo e meringa».

Stessi ricordi per Antonino Montefusco, esperienze alla corte di Heinz Beck e ora una stella Michelin con Terrazza Bosquet dell’Hotel Excelsior Vittoria a Sorrento, quando a casa li preparava la mamma e il nonno, ex tassista.

«Gli gnocchi abbracciano tradizione e memoria; li ho scomposti e reinventati con una spuma sifonata di pomodoro cotto al forno leggermente gratinato, sfera di mozzarella e olio al basilico».

Cromaticamente perfetto il piatto di Ciro Sicignano, già sous chef al Quattro Passi e Nerano, oggi executiv chef del Lorelei a Sorrento, una stella Michelin.

«L’infanzia ed i sapori di quell’epoca spensierata mi hanno spinto a restituire semplicità e genuinità ai miei gnocchi, ripieni a mo’ di raviolo con sugo alla pizzaiola, salsa bianca di treccia sorrentina, aglio, olio e basilico».

Peppe Aversa è una vera istituzione con lo stellato Il Buco a Sorrento, tra i primi in Campania ad aver raggiunto l’ambito traguardo. «Lo gnocco è appartenenza profonda al territorio, è aria di casa – racconta lo chef Aversa – I gesti emblematici delle mani mentre impastano gli ingredienti, scegliendo al mercato le patate più vecchie, quelle ormai secche, sono tra le cose più dolci che rammento».

La cottura è stata ultimata su fiamma diretta per caramellizzare gli amidi, mentre la salsa sottostante al pomodoro resta densa e corposa.

Per concludere, ecco l’invenzione fuori dagli schemi di Luigi Tramontano, ospite illustre presente alla kermesse anche se “in borghese” e stella Michelin con il suo O me o il mare a Gragnano, gestito con amore assieme alla moglie Nicoletta Gargiulo. «Quando si tocca il mito bisogna stare attenti a non sbagliare e a non cadere nelle banalità. Mi intriga l’inversione delle materie prime: uno gnocco creato partendo dal pomodoro usando gli amidi del kudzu, su base di crema di patate e salsa di fiordilatte».

Le parole e gli occhi lucidi di Antimo Caputo, sponsor della manifestazione con Mulino Caputo, descrivono appieno la scena a tavola del formaggio filante tirato con i rebbi delle forchette, mescolato al pomodoro, il colore quasi rosa della salsa ed un sapore autentico, schietto come pochi altri, dipingono lo stato d’animo di un cibo senza tempo e senza confini