Il POMO Fest torna a Nocera Inferiore con 2 weekend di eventi dal 10 al 13 e dal 17 al 20 settembre

Ospiti Errico Porzio, Gino Sorbillo, Peppe Di Napoli e tanti altri

Il POMO Fest torna a Nocera Inferiore. La seconda edizione del festival dedicato al pomodoro conferma ancora una volta la città di Nocera Inferiore come capitale italiana delle aziende conserviere. Dal 10 al 13 e dal 17 al 20 settembre, nel cuore della città nocerina, prenderà vita un grande evento diffuso che celebra il pomodoro, simbolo identitario dell’Agro nocerino sarnese, e della Campania e in generale, e riconosciuto come risorsa economica di valore mondiale.

 “Sono lieto di accogliere anche quest’anno a Nocera Inferiore il Pomo Fest, un evento centrale per valorizzare l’intera filiera del pomodoro e il lavoro straordinario delle aziende conserviere dell’Agro Nocerino-Sarnese. Questa iniziativa rappresenta una vetrina fondamentale per rafforzare la nostra identità territoriale, generare indotto turistico e promuovere la Campania come destinazione enogastronomica d’eccellenza. Benvenuti a tutti coloro che condivideranno con noi questa grande festa della nostra terra.” ha dichiarato il sindaco di Nocera Inferiore, l’avvocato Paolo De Maio.

Il progetto “POMO FEST” è promosso e realizzato dall’Associazione Pomo Fest – ETS, che annovera tra i propri soci fondatori Roberto Ruggiero, Gino Citarella, Antonio Grimaldi, Antonio Giaccoli, presidente dell’Accademia Nazionale Pizza DOC, Rosario Augusto e Roberto Jannelli dell’associazione Erre Erre Eventi.

“Essendo persone del territorio dell’Agro nocerino sarnese, siamo cresciuti praticamente circondati dal pomodoro e, girando tanto nel mondo, abbiamo visto e rivisto questo frutto in tutte le salse – ha affermato Roberto Ruggiero, presidente dell’Associazione Pomo Fest -– La scorsa edizione ha confermato la nostra intuizione, ovvero quella di Nocera Inferiore come capitale italiana delle aziende conserviere. Proprio per questo anche quest’anno abbiamo sentito il bisogno di organizzare questo eventoil Pomo Fest a Nocera Inferiore, luogo ideale dove poter valorizzare, sia a livello culinario che a livello culturale, questo splendido prodotto della nostra terra”.

Promosso dall’Associazione Pomo Fest con il sostegno del Comune di Nocera Inferiore con il patrocinio del Ministero dell’Agricoltura, della Regione Campania e della Camera di Commercio di Salerno, il festival animerà per quattro giorni2 weekend consecutivi il centro della città nocerina con degustazioni, spettacoli, talk, masterclass e momenti culturali.

“Dopo i successi internazionali ottenuti dal Campionato Mondiale Pizza DOC e Pizza DOC Awards, e dai corsi tenuti in tutti il mondo con l’Accademia Nazionale Pizza DOC, il Pomo Fest è un ritorno a casa visto che tutto è partito proprio da Nocera – hanno affermato Vincenzo e Mena Giaccoli, le due anime dell’Accademia Nazionale Pizza DOC – Abbiamo voluto creare un evento che potesse valorizzare il territorio ed il suo prodotto tipico: il pomodoro. Speriamo di poter costruire un progetto che parte da Nocera Inferiore per arrivare nel resto d’Italia e del Mondo”.

Una seconda edizione particolare che sarà dedicata alla memoria del compianto Antonio Giaccoli, fondatore e presidente della Accademia Nazionale Pizza DOC scomparso prematuramente lo scorso mese di giugno. Originario di Nocera Superiore, Giaccoli con la sua Accademia era riuscito a creare un enorme progetto legato al Mondo Pizza, con sedi e corsi realizzati in tutto il mondo, e aveva deciso da subito di puntare sul progetto Pomo Fest per tornare a realizzare grandi eventi anche nella sua terra d’origine.

Proprio per questo sarà istituita una borsa di studio per giovani pizzaioli dedicata alla memoria di Antonio Giaccoli, il modo migliore per ricordare il Presidente dell’Accademia Nazionale Pizza DOC.

Non a caso, infatti, il progetto Pomo Fest vuole:

  • Valorizzare la filiera del pomodoro attraverso le aziende conserviere che da decenni rappresentano l’orgoglio dell’Agro Nocerino-Sarnese;
  • Offrire un’esperienza culturale e gastronomica che intrecci tradizione, innovazione, sostenibilità e inclusione sociale;
  • Consolidare l’identità territoriale, generare indotto turistico e promuovere la Campania come destinazione enogastronomica di eccellenza.

Ospiti d’eccezione saranno testimonial illustri del mondo della ristorazione campana e nazionale, come: il maestro pizzaiolo Gino Sorbillo, il maestro pizzaiolo Errico Porzio, il maestro pizzaiolo Fabio Di Giovanni della pizzeria Don Antonio 1970, il pasticciere napoletano Poppella, lo chef pescivendolo Peppe Di Napoli, i food influencer Peppe e Federica de Il mio viaggio a Napoli con le loro pizzerie, il food creator Ingordo della nocerina Bottega Paradiso, il maestro pizzaiolo Antonio Fiorillo di Lievita, la pizzeria I Borboni, le parigine di Cianò, le pizzerie nocerine Madison, Nasteat e Nuga, gli chef dell’hotel Due Torri di Maiori, gli chef del San Severino Park Hotel di Mercato San Severino e tanti altri ancora.

“Il nostro è progetto di valorizzazione di tutto il sistema conserviero ed in particolare del pomodoro, l’oro rosso dell’Agro nocerino sarnese – hanno precisato Rosario Augusto e Roberto Jannelli di Erre Erre Eventi – Quello che deve uscire fuori è il territorio della Valle del Sarno, le sue eccellenze ortofrutticole e quelle relative alle storiche aziende conserviere che trasformano i prodotti agricoli e mantengono in piedi l’economia della zona. Un progetto ambizioso che vuole raccontare questo pezzo di territorio campano che va dalla Valle Metelliana fino alle pendici del Vesuvio e farlo conoscere per tutta la sua bellezza”.

Cuore del Pomo Fest saranno le aziende conserviere, colonne portanti della filiera agroalimentare locale e non solo, come Solania, Ciao, De Clemente, Nobile, Petti, Rega, La Carmela, Sica, Fontanella, La Fiammante, Pomilia, La Rinascita. Un’adesione di straordinaria rilevanza che conferma la forza e l’unità del comparto conserviero campano, ambasciatore del pomodoro e del pomodoro San Marzano nel mondo. Il loro contributo testimonia la volontà condivisa di investire in un progetto di promozione territoriale che lega cibo, cultura e identità. Altri partner enogastronomici saranno: Martini; Birra Peroni – Nastro Azzurro; le farine di Molino Vigevano; i prodotti caseari di Podere dei Leoni; Pepsi; il Caffè Trucillo.

Partner della seconda edizione del POMO Fest saranno:i servizi di digital strategist di CIBOH; la comunicazione stampa e le pubbliche relazioni di BTL Prod; Grimaldi; NEXT; Sdm Service Di Senatore Domenico; Sky Edilagro srl; Aurora Cartoleria.

Partner Tecnici saranno gli abiti di lavoro di Divise & Divise, la legna professionale di Legna Caldo Pellett, i forni a legna di Reppuccia, il coordinamento e la comunicazione grafica di Dimensione Pubblicità, i servizi stampa di Testa Creativa.

Media partner ufficiale sarà Radio Base.

Il Pomo Fest prenderà vita nel cuore di Nocera Inferiore, ovvero piazza Diaz, piazza Amendola, via Matteotti e via Lanzara. Il percorso esperienziale prevede:

  • stand enogastronomici;
  • stand espositivi di aziende conserviere;
  • postazione con prodotti senza glutine e senza lattosio;
  • punti bar;
  • showcooking, masterclass e talk tematici.

Due weekend di eventi che colorerà di rosso tutta la città di Nocera Inferiore.

Vega Restaurant a Carinaro dal 14 settembre la nuova proposta Business Lunch e tante iniziative per festeggiare la fine dell’estate ed i sapori dell’autunno

Dal lunedì al venerdì la pausa pranzo diventa un’esperienza di gusto e salute al Vega Restaurant di Carinaro, con le raffinate idee dell’Executive Chef Agostino Malapena. Materie prime del territorio e cura nelle preparazioni, mantenendo intatta la filosofia dello stare comodi a tavola in famiglia. Il momento perfetto per affrontare il resto della giornata con nuove energie ed in totale relax.

Il business lunch, che si unisce alla classica scelta à la carte, prevede le proposte “Terra” fra tradizione, comfort e sapori; “Mare”, tra freschezza ed essenze mediterranee e ancora “Light Lunch”,  con insalatone, bufala, tonno, culatello o la “green protein”, una Caesar Salad rivisitata. Cucina contemporanea, un servizio attento e premuroso in un’atmosfera esclusiva e riservata con, su richiesta, anche pasti dietetici personalizzati in base ad ogni tipo di regime alimentare.

A cena il Vega Restaurant a Carinaro si trasforma in una location romantica dalle luci soffuse, per festeggiare insieme i giorni più lieti con una carta gourmet ricca di innovazione e tradizione e le numerose referenze della lista vini. Con la fine dell’estate e l’avvicinarsi dell’autunno poi, il calendario eventi prevederà il 25 settembre la serata party “Ciao Estate”, live show firmato da Ciro Corcione e il 16 ottobre “Sapori d’Autunno” dedicata alle primizie dell’orto e del bosco. La domenica di Mammà, infine, è la proposta aggiuntiva di ogni domenica per ricordare le ricette di casa tra ragù, genovese, parmigiana di melanzane e tanti altri cult della gastronomia partenopea.     

Vega Palace

Restaurant, Bistrot

Cafè, Pastries

Boutique Hotel

Viale della Logistica

Ed. Vega 1281030 Carinaro (CE)

La naturale ospitalità al DiAletti di Napoli

Tra locali a stampo e mode passeggere, la ristorazione vive spesso di grandi proclami e di identità artefatte, tra web reality e comunicazione preconfezionata. Diventa pertanto sempre più complicato trovare delle oasi ristorative che siano coerenti alla loro mission e che possano definirsi davvero autentiche.

Se l’autenticità procurasse lo stesso sollievo della frescura e doveste trovarvi nel rione Chiaia, probabilmente assumerebbe la forma di un vico adombrato, accarezzato dalla brezza marina proveniente dal Golfo di Napoli, e dal volto della naturale ospitalità di Giorgia.

Nel ventre un po’ nascosto di Chiaia, infatti, il vico Satriano raccoglie il lungo respiro del Mediterraneo e l’austerità di antichi palazzi in un’area di Napoli che è altrettanto centrale e autentica ma meno chiassosa e che ispira al riserbo e alla ricercatezza.

Proprio qui, al civico n.10, si trova il ristorante DiAletti, un vero ecosistema di cucina e vino naturale che, senza urla e proclami, sussurra e professa fermamente la sostenibilità e il rispetto per le comunità rurali che tengono insieme il territorio, impedendo l’erosione della biodiversità, delle tradizioni e di una materia prima che sa anzitutto di risorsa umana, si fa cibo sano, non merce da prendere comodamente allo scaffale, e quindi ingrediente trattato con rispetto.

Ebbene sì, DiAletti, aperto nel 2017, è una ventata di freschezza per la ristorazione e per i territori delle aree interne che guardano alla sostenibilità come a un valore irrinunciabile per condurre virtuosamente la produzione in campo e la pesca.

Qui, al vico Satriano, si fondono ospitalità genuina, cucina di terra, cucina marinara e vini artigianali, ma non è tutto: se l’ospitalità e la coerenza al manifesto etico sono la premessa irrinunciabile assieme alla proposta gastronomica, da DiAletti si può riscoprire quell’antroposofia praticata a tavola che riesce a far incontrare persone nuove, farle rallentare e uscire dalla loro comfort zone, per predisporsi al nuovo e a un piccolo viaggio di scoperta, finalizzato ad arricchire non soltanto il palato.

Se la triangolazione giusta a tavola è l’incontro tra cultura, edonismo ed emozioni, le pietanze qui sembrano essere fatte, oltre che per lo stomaco, per arricchire la mente e il cuore.

Galeotta è stata una cena-degustazione di altissimo rilievo in una serata estiva decisamente molto promettente e carica di aspettative, grazie anche alla presenza di Giulia Ghizzo, produttrice di vini artigianali, assieme a suo marito Alberto Lot, e a Federica Marigliano, architetto ceramista nonché fondatrice del brand “Deslow”.

La cena è iniziata proprio mettendo le mani in pasta, ma non in cucina, bensì durante un workshop di ceramica alla scoperta dei segreti dell’argilla bianca e di come il concetto di materico abbia a che fare con la tattilità e l’ancestrale desiderio di creare, tipico delle popolazioni mediterranee. L’interazione con la matericità plastica della ceramica ha visto, come anello di giunzione, il Fior De Lot e il terreno da cui nascono le uve di cui è fatto. Coinvolgente il racconto della produttrice dei vini, a partire dalla descrizione dei terreni, tra Veneto e Friuli Venezia-Giulia, e dalla scommessa di investire nei vitigni Piwi, come il Bronner e Prior, assieme allo storicissimo Glera. Infatti, la cantina di Alberto Lot ha sede a Sacile, in provincia di Pordenone, mentre i vigneti, tutti potati a doppio capovolto, si trovano poco distanti da Palù di Francenigo, in provincia di Treviso, lungo l’alto corso del fiume Livenza.

Il Fior De Lot 2024, da Bronner in purezza vinificato, senza alcuna filtrazione, ha inaugurato la serata, vincendo l’abbinamento con la pasta fritta ma, più di ogni altra cosa con l’acidità della frutta, svelando una complessità gusto-olfattiva e una persistenza ben oltre il concetto di vino frizzante.

La convivialità, presto raggiunta prima di sedersi a tavola, proprio grazie all’interazione dovuta alla precedente attività, ha reso possibile instaurare immediatamente l’atmosfera social che al DiaLetti è parte integrante del menu.

Se c’è un’altra cosa che viene assaporata, come l’ambiente, prima dell’arrivo delle portate, quella è la cucina a vista, incastonata in maniera millimetrica negli spazi del locale e da cui trapela un rigoroso senso dell’ordine, e il pane: la gratificazione del lievitato va ben oltre il piacere del calore e della fragranza dell’appena sfornato, incontrando la qualità di farine come ianculidda, carusedda e saragolla lucana, oltre ad altre varietà, provenienti da Caselle in Pittari, precisamente dal Mulino a pietra Monte Frumentario, della Cooperativa sociale Terra di Resilienza, condotta da Antonio Pellegrino. Un pane buono, evidentemente un pane di altri tempi, che svirgola dalla metrica del grado di abburattamento e dalla classificazione industriale, per mettere in tavola un alto grado di germe di grano, non senza le difficoltà di panificare una farina per niente addomesticata e malleabile come quelle largamente impiegate altrove.

Pane buono, olio extravergine di oliva buono e la benedizione di vassoi centrali colmi di zucchine tagliate alla julienne, fresche di campagna. Vassoi matericamente artistici, assieme ad alcuni altri elementi presenti a tavola…. di Federica, naturalmente.

Il primo, tra i piatti costituenti l’antipasto, è stata la tartara di pesce serra, con lattuga canasta, limone sotto sale e menta. Ci si potrebbe soffermare a lungo sulla mano gentile che è stata capace di mantenere vivo il sapore e la delicatezza del pescato agli altri ingredienti, sarebbe piuttosto facile, per quanto non banale e scontato, ma il punto è un altro; la lattuga canasta non è stata affatto impiegata come coreografia al piatto, bensì come ingrediente necessario a elevare la texture del piatto: essa è una varietà di insalata vigorosa, nata da un incrocio tra la Batavia e la Iceberg, particolarmente croccante, saporita e resistente al caldo.

Evidentemente sia in sala che in cucina, qui al DiAletti, sanno che la differenza è insita nelle piccole cose e che la semplicità nasconde dettagli fondamentali, ricerca e attenzione.

Un magnum di Filari Ginevra 2023 ha gratificato il palato ed esaltato la tendenza dolce del pesce azzurro: frutto di fermentazioni spontanee, macerazione sulle bucce per tre settimane, con nessuna chiarifica e nessuna filtrazione, ha restituito al piatto un ulteriore accento, giocato sulle note agrumate.

Il Baccalà fritto in pastella di lievito madre e patate, servito con crema di carote, in un gioco di morbidezza e croccantezza, evidenziava tutto lo spessore e il gusto del mussillo, accompagnato al Filari Ginevra 2024, così come il primo piatto di pasta fresca con sugo del pescato e polpa, con odori di stagione, al dente, di delicata aromaticità e dalla piacevole connotazione umami.

La monofagia, la noia del solito branzino e dell’orata, erano già state bandite con il pesce serra, a dimostrazione dell’attenzione alla stagionalità e alla sostenibilità della pesca, ma se non si fosse inteso già, ecco la sottolineatura: la parmigiana di raja, ergo di razza chiodata, quella presente nei nostri mari. Un mattoncino di golosa felicità e intensità gustativa con il sapore intenso del sugo ristretto di pomodoro San Marzano. Il maridaje è tutto giocato sulle bollicine del Fior De Lot 2022, stavolta però nella versione Metodo Classico, e i suoi nove mesi di affinamento sui lieviti.

I vini di Alberto Lot hanno dimostrato, anche grazie al valore rustico delle pratiche artigianali fuso all’eleganza, una grande duttilità di sposarsi con la cucina mediterranea, sia nell’abbinamento per portata che a tutto pasto. È con questa convinzione, che ha trovato assolutamente riscontro con la realtà, che il Filari Margherita 2019, da uve Bronnen macerate per tre settimane, quello nella bottiglia trasparente per intenderci, si è fatto piacere persino con il dessert: una sontuosa granita di limone.

Come fa una granita di limone ad essere definita sontuosa? Anzitutto perché fatta con il limone Sfusato della Costiera Amalfitana, assolutamente biologico e non trattato, in secondo luogo perché assiemato a una sua parte fermentata e, infine, perché capace di veicolare un concerto di riconoscimenti agrumati, tra cui il pompelmo e lo yuzu, con il giusto e delicato apporto di zuccheri, per niente strabordanti.

Il format autentico e originale di DiAletti si completa nella Spesa Naturale: una filiera cortissima dalla campagna alla città, che mette al centro i contadini che praticano agricoltura rigenerativa, rendendo disponibile la materia prima per tutti coloro che ne volessero far richiesta, come fosse un mercato della terra a portata di mano e un from farm to fork for the city proprio sotto casa. Insomma, è proprio vero: se un piatto o un vino hanno qualcosa da dire ce lo dicono in bocca e al DiAletti hanno decisamente tanto da raccontare, grazie alla gustosa convivialità e a una cucina matura, rispettosa della materia prima e coerente con il manifesto etico del locale, nel rispetto dell’ospite e del territorio.

A Vico Equense il Museo dell’Arte Casearia del Caseificio De Gennaro

I Monti Lattari, la dorsale che attraversa la Penisola Sorrentina affacciandosi sia sul Golfo di Napoli che sulla Costiera Amalfitana, devono il loro nome alla storica presenza di pascoli di animali da latte, capre e mucche in particolare. La tradizione casearia nel territorio ha radici antichissime, testimoni ne sono alcuni tra i formaggi più noti della Campania e qui prodotti: il Fiordilatte e il Provolone del Monaco.

Abbiamo recentemente visitato il museo dell’arte casearia, all’interno dello storico Caseificio De Gennaro, situato tra le colline di Vico Equense, in località Pacognano. Ad accoglierci Mario De Gennaro e il figlio Fernando, che ci hanno accompagnato in una visita suggestiva non solo attraverso un luogo fisico e le sue vestigia, ma anche nelle tradizioni e nella storia di un territorio ad alta vocazione casearia.

I De Gennaro sono attivi come casari già dalla metà del XIX secolo, ma è a partire dal 1969, con Fernando, rimasto orfano a soli vent’anni, che l’attività di famiglia inizia a delinearsi come una moderna impresa. Ultimo di sette fratelli rileva infatti il caseificio e l’attività del padre.

Entriamo nei locali antichi del caseificio adibiti a museo. A terra le belle cementine d’epoca a forma esagonale. È il nipote di Fernando, che porta il nome del nonno secondo una delle tradizioni più radicate del territorio, a mostrarci alcuni degli strumenti da lavoro che venivano utilizzati in passato: la centrifuga manuale per la panna o quella per ottenere il burro dal residuo liquido della cagliata.

Nello stesso locale ci sono numerosi pezzi d’antiquariato raccolti e conservati già da nonno Fernando: tra  il registratore di cassa d’epoca e la bilancia a pesi, campeggia la foto con i sette fratelli e i genitori. Tra questi volti, Mario ci indica alcuni parenti ben radicati sul territorio con le loro attività storiche, come zio Giovanni, il fondatore del ristorante Mustafà alla Marina di Seiano.

“Il soprannome che contraddistingue la nostra famiglia”, ci racconta Mario, “è Chiavcon perché mio padre andava a consegnare i formaggi così come si trovava vestito dopo aver lavorato nel caseificio,  sporco e senza cambiarsi. Da allora, quando ci si riferisce alla nostra famiglia o a qualche membro, si parla dei Chiavcon, e tutti in paese sanno che siamo noi.”

Sorride Mario di questa usanza tipica del territorio, e seppure il soprannome affibbiato a suo padre non è esattamente lusinghiero, ha portato i suoi frutti perché uno dei prodotti più noti del caseificio De Gennaro si chiama proprio O’ chiavcon: un formaggio delicato a latte crudo e pasta morbida.

Nella prima sala del museo, alcune vetrinette contengono gli oggetti che scandivano la vita del caseificio: libri dei conti, bottoni di varia grandezza, a indicare quanti litri di latte il contadino aveva conferito al casaro, e stampi in legno per il burro. Sono a forma di pesce o di mucca per creare panetti originali: ancora negli anni Ottanta il burro infatti era considerato un regalo prezioso, secondo un retaggio derivato dell’ultima guerra, quando veniva racchiuso all’interno dei formaggi per nasconderlo ai tedeschi, che di grasso avevano enorme bisogno.

Da questo vecchio espediente è nato il burrino, formaggio a pasta filata con cuore di burro, che oggi, in casa De Gennaro, si è evoluto nel Caciolimone: una fiaschetta ripiena di burro aromatizzato al limone, nato in collaborazione con lo chef Peppe Guida.

Scendiamo nella vecchia cantina di affinamento ed entriamo nel cuore dell’antico caseificio e del suo prodotto più rinomato: il Provolone del Monaco. Ad accoglierci nel piccolo antro sotterraneo troviamo appeso il primo, prodotto dal caseificio alla nascita del Consorzio e all’entrata in vigore del disciplinare che ha reso il Provolone del Monaco un prodotto a marchio DOP, esattamente venti anni fa. Viene conservato come una reliquia.

Il Provolone del Monaco ha la classica forma a pera ed è caratterizzato da otto facce. E’ un formaggio a pasta filata a doppia cottura. Deve il suo nome al fatto che in passato i casari andavano a vendere i provoloni a Napoli, indossando una veste simile al saio di un monaco per ripararsi dal freddo. Da qui l’usanza di definire quel formaggio come il Provolone del Monaco.

Tra gli elementi caratterizzanti previsti dal disciplinare, oltre la stagionatura minima di sei mesi, è l’utilizzo di almeno il 20% di latte proveniente da mucche di razza agerolese. Il restante 80% del latte deve essere di origine vaccina, da animali allevati all’interno dell’areale di produzione. Chiediamo se esistono ancora così tante stalle nei dintorni e Mario risponde categorico: la materia prima c’è ed è di provenienza locale, anche se è sempre più difficile gestire stalle su un territorio impervio come quello della Penisola Sorrentina e dei Monti Lattari.

Il Consorzio oggi raggruppa una serie di allevatori e produttori all’interno dei tredici comuni riconosciuti dal disciplinare. Ogni Provolone del Monaco proveniente dal Consorzio deve essere marchiato su ciascuna delle facce e riportare il numero identificativo del produttore.

La grotta di affinamento è fresca e umida. Al soffitto, uno dei pali a cui si appendono ad invecchiare i provoloni, legati a coppie. Il piccolo tavolo ricoperto in marmo serviva invece alla lavorazione del burro, che doveva essere fatta a temperature basse e su un materiale freddo. Lasciamo gli spazi bui di questo piccolo caveau per ritornare alla luce del giorno e al caldo estenuante che ha caratterizzato l’estate.

Un caldo che rende la dimostrazione di filatura di Mario un vero e proprio atto eroico: il panetto di formaggio, ottenuto dopo la prima cottura, viene ricoperto di acqua bollente che lo rende malleabile e lavorabile a mani nude. E’ in questa fase che può assumere qualsiasi forma, dal classico caciocavallo fino alle piccole colombe, che nella Domenica delle Palme vengono appese ai rami di ulivo dei bambini per la benedizione di rito.

Terminiamo la nostra visita con una piccola degustazione che ci permette di assaggiare i principali formaggi prodotti, a partire da quelli più freschi come ricotta, fiordilatte, moscione, chiavcon, fino agli stagionati provolone affumicato e Provolone del Monaco.

CASEIFICIO FERNANDO DE GENNARO

Via Raffaele Bosco, 956

80069 Vico Equense (NA)

Da Seven Restaurant Cafè a Monteleone d’Orvieto il tartufo nero è di casa

Seven Restaurant Cafè, il gusto di una famiglia nel cuore dell’Umbria

Ci sono luoghi nei quali non si arriva semplicemente: si entra. Si attraversano le porte di un borgo, si percorrono strade che sembrano custodire storie antiche e, quasi senza accorgersene, ci si ritrova immersi in un paesaggio capace di cambiare il ritmo della giornata. Monteleone d’Orvieto è uno di questi luoghi.

Piccolo borgo dell’Alto Orvietano, arroccato sulle colline umbre e affacciato verso la Valdichiana, conquista con quella bellezza discreta che non ha bisogno di esibire nulla. Pietra, vicoli, scorci sulla campagna e una sensazione di autenticità che oggi, forse più che mai, rappresenta un valore prezioso.

Ed è proprio qui che ho incontrato il Seven Restaurant Cafè, una realtà che va ben oltre il concetto di ristorante. Perché il Seven è soprattutto una storia di famiglia, di passione e di un legame profondo con la cucina e con il territorio.

A raccontarla sono i fratelli Michele e Andrea Filosi, insieme alla mamma Paola, vera anima della cucina. Ed è forse proprio qui che si trova il segreto del successo del Seven: in una famiglia che ha trasformato esperienze e passioni diverse in un progetto comune.

Andrea, da giovane promessa del calcio, avrebbe potuto immaginare per sé un futuro completamente diverso. La vita, però, lo ha portato verso la ristorazione di famiglia, una scelta che oggi sembra aver trovato nel Seven la sua naturale destinazione. Al suo fianco c’è Michele, tartufaio esperto, profondamente legato alla natura e ai boschi di questo territorio.

E poi c’è mamma Paola.

Una presenza fondamentale, quasi il cuore pulsante della cucina. Paola ha fatto la cuoca per anni nei ristoranti e porta con sé quella conoscenza concreta del mestiere che non si impara soltanto sui libri: si costruisce giorno dopo giorno, tra fornelli, ingredienti, profumi e clienti da conquistare.

È lei che ha trasmesso ai figli la passione per la cucina e che oggi, insieme a Michele e Andrea, rappresenta il vero punto di forza gastronomico del Seven. Il risultato si sente nel piatto.

La cucina del ristorante nasce infatti dalla tradizione, ma non rimane ancorata al passato. Il territorio umbro è il punto di partenza e il tartufo è certamente uno dei protagonisti assoluti. Un ingrediente prezioso, capace di trasformare una preparazione semplice in qualcosa di memorabile, ma che qui viene trattato con rispetto, senza inutili complicazioni.

E quando si parla di tartufo, Michele Filosi ha molto da raccontare. La sua esperienza di tartufaio permette agli ospiti del Seven di vivere una delle esperienze più affascinanti che si possano fare in questo angolo d’Umbria: andare nel bosco alla ricerca del prezioso fungo ipogeo. Non è una semplice passeggiata.

È un piccolo viaggio nella natura, accompagnati dai cani da tartufo e dalla conoscenza di chi quei boschi li frequenta davvero. Si cammina, si osserva, si ascolta. Poi arriva il momento in cui il cane si ferma, annusa, comincia a scavare e l’attesa si trasforma in emozione.

In quel momento il tartufo cambia completamente prospettiva.

Non è più soltanto un ingrediente da acquistare o da degustare. È qualcosa che si è imparato a cercare, rispettando i tempi della natura e seguendo una tradizione che ancora oggi vive grazie a uomini come Michele. E quando dal bosco si torna al Seven, arriva la parte forse più golosa dell’esperienza: la tavola.

Qui il tartufo incontra la cucina di mamma Paola e diventa protagonista di piatti nei quali il profumo del bosco si unisce alla memoria della cucina italiana. Pasta, carni, funghi e altre materie prime del territorio diventano il terreno ideale per valorizzare questo prezioso prodotto. Non servono effetti speciali quando dietro un piatto ci sono una materia prima di qualità, una cuoca esperta e una famiglia che conosce il valore dell’accoglienza.

Perché una cucina di questo tipo chiede al calice di partecipare alla storia. Il vino deve accompagnare il tartufo, sostenerne i profumi e la complessità senza sovrastarlo. Ogni abbinamento diventa così un ulteriore tassello di un’esperienza che parte dal territorio e torna al territorio. Grazie a Michele che ha conseguito il diploma di Sommelier, è possibile arricchire l’esperienza gustativa abbinando vini di assoluto pregio.

Seduto al Seven, osservando il lavoro di questa famiglia, ho avuto la sensazione che il successo del locale non sia legato a un singolo elemento, ma alla somma di tante storie. C’è la storia di Andrea, che ha lasciato il sogno del calcio per dedicarsi alla ristorazione. C’è quella di Michele, che ha fatto del rapporto con il bosco e con il tartufo una vera passione. E c’è soprattutto la storia di Paola, che per una vita ha cucinato nei ristoranti e che oggi vede la propria esperienza diventare patrimonio dei figli. Tre percorsi diversi che si incontrano sotto lo stesso tetto.

Forse è proprio questa la sorpresa più bella del Seven Restaurant Cafè: arrivare a Monteleone d’Orvieto pensando di trovare semplicemente un posto dove mangiare tartufo e scoprire invece una famiglia, una storia e un modo autentico di vivere la ristorazione. Qui il tartufo non è soltanto nel piatto. È nel bosco, nei racconti di Michele, nelle mani di Paola, nella scelta di Andrea di continuare una tradizione familiare.

Come il profumo del tartufo che continua a seguirti anche quando hai lasciato il tavolo, mentre percorri nuovamente i vicoli di Monteleone d’Orvieto e guardi le colline umbre allontanarsi lentamente. Con la certezza, molto semplice, di aver trovato un luogo nel quale vale davvero la pena tornare.

La versatilità della pasta di Gragnano

Della pasta di Gragnano e della sua storia abbiamo parlato nel precedente articolo. La varietà dei formati in cui essa è prodotta e la versatilità delle preparazioni, le testiamo oggi all’Osteria Sorrentino, gastronomia, salumeria, bistrot aperta dallo chef Luigi Sorrentino nel 2021 insieme alla moglie Rosa De Martino, nel centro della cittadina dei Monti Lattari.

Ci accompagnano in un percorso di degustazione Luigi e Maria Elena Assante, titolare del pastificio Gerardo Di Nola. Figlia di Giovanni, che nel 1978 rilevò l’attività dello storico pastificio dalla precedente proprietà, Maria Elena ci racconta l’impegno di suo padre per restituire il giusto lustro alla pasta di Gragnano nel mondo. Trafile in bronzo, filiera corta, rilancio degli antichi formati della tradizione napoletana, entrati poi nelle cucine dei grandi stellati d’Italia: Giovanni col suo lavoro ha riscattato la pasta dal processo di omologazione che stava subendo in quegli anni.

Formati come l’ammescafrancesca sono sicuramente uno dei suoi più felici recuperi: un mix di pasta di scarto, alla base delle grandi zuppe napoletane. La pasta dei poveri fu studiata con attenzione da Giovanni per calibrare al meglio le cotture di tutti i differenti formati che la compongono e non perdere le caratteristiche più importanti della pasta di Gragnano: tenuta in cottura e masticabilità.

Il menù proposto dallo chef Luigi Sorrentino si propone di presentare la varietà di formati e l’adattabilità grazie a una serie di giochi di pasta. A cominciare dalla classica insalata caprese: il bocconcino di mozzarella è servito col pomodoro, ma a guarnire il piatto ci sono piccoli anellini di pasta stracotti, essiccati, cotti in forno, per conferire la croccantezza del crostino, infine conditi con salsa di pomodoro e pesto fatto a mano.

Diverse consistenze di pasta caratterizzano invece la ciocia della badessa, un conchiglione ripieno di provola e melanzane gratinato al forno, il rigatone alla Nerano, il grande classico stagionale e la frittatina di pasta, il fritto che non può mai mancare tra gli antipasti napoletani.

Il mezzo pacchero alla crema di fagioli, cozze e rucola è invece gluten free. E nessuno se ne accorge. Tenuta della cottura perfetta per una pasta a base di farina di mais bianco, mais giallo e riso. Chi l’arte della pasta ce l’ha nelle mani e nel cuore, è in grado di ottenere il risultato migliore anche quando non può sfruttare tutte le caratteristiche della semola che rendono unica la pasta di Gragnano: proteine e amido. L’aggiunta della rucola al classico condimento di fagioli e cozze conferisce una piacevole nota amaricante che esalta la freschezza del piatto.

Anche il pelusiello è una pasta di recupero. Con questo termine dialettale venivano definiti gli scarti di semola nuovamente rimpastati per essere destinati agli operai alla fine del turno di lavoro. Lo spirito di convivialità che univa i lavoratori è stato il filo conduttore che ha portato Giovanni Assante a riproporre questo formato. Il pelusiello è uno sfarinato quindi si presenta ruvido e rustico al palato. Lo degustiamo alla barzanella, una preparazione semplice che prevede la  cottura nell’acqua di pomodoro e condimento di caciocavallo stagionato.

Ad accompagnare il nostro percorso di degustazione non può che esserci un Gragnano: Penisola Sorrentina DOP Gragnano Tre Viti 2025 di Antiche Radici.

In un menù a tutta pasta, anche i dolci sono a base di pasta, tutti giocati sulla croccantezza: la mafalda crema e uvetta è un nido friabile, il tiramisù è proposto con tagliatelle fritte e una riduzione di caffè, le chioccioline invece sono servite con crema e amarena. Terminiamo così un percorso gastronomico fatto di pasta, il cibo che sfama per eccellenza, ma capace anche di riempire l’anima, nel suo modo di evocare gusto, convivialità e amore.

OSTERIA SORRENTINO

Via Quarantola, 30/32

80054 Gragnano

GERARDO DI NOLA

MACCHERONI NAPOLETANI SRL

Via Roma, 23

80054 Gragnano

Campania: la storia della produzione della pasta a Gragnano

Pasta Diva è la seconda tappa di Praesentia. Gusto di Campania Divina, format della Regione Campania che, attraverso la valorizzazione di siti culturali e tradizioni eno-gastronomiche, si propone come intento la promozione turistica sul territorio regionale. Focus del tour la pasta, per una due giorni che tra il 13 e 14 luglio ha toccato Castellammare, Vico Equense e Gragnano.

Gragnano è una piccola cittadina incastonata tra i Monti Lattari, in seno a un vallone che guarda il mare. Tale posizione ha favorito fin dal XVI secolo la produzione della pasta: l’acqua di sorgente proveniente dalle montagne retrostanti e le brezze che s’incanalano nel vallone spirando dal mare, determinano infatti il microclima peculiare che ha favorito lo sviluppo di questa arte, tanto che nel XVIII secolo, la realizzazione del nuovo piano urbanistico fu concepita per sfruttare al meglio queste caratteristiche.

Oggi Gragnano è Città della Pasta, con un proprio disciplinare IGP per la produzione, e oltre venti pastifici attivi sul territorio. Abbiamo conosciuto la storia e l’identità di una dei prodotti del Made in Italy più noti al mondo, direttamente nei luoghi di produzione, accompagnati da chi ancora la pasta la fa secondo la ricetta più antica: con amore e lentezza.

La Fabbrica della Pasta di Gragnano della famiglia Moccia ospita il museo della pasta dove è possibile ripercorrere la storia di questa produzione e conoscerne l’evoluzione attraverso gli antichi macchinari: impasto, gramolatura, trafilatura, essiccazione le fasi principali del processo, in passato affidate a singoli macchinari e a specifiche figure professionali. Lupo mannaro, stracciaculo e maccheronaro erano rispettivamente gli operai che uscivano di notte per dare il via all’impasto, quelli che sedendosi e facendo pressione sulla gramolatrice lavoravano il panetto di pasta con veemenza tale da rompere i pantaloni e infine gli addetti al controllo dell’essiccazione della pasta.

E poi c’era l’aizacanne a svolgere il lavoro più caratteristico di tutto il processo: tenendo tra le mani le canne su cui era stesa la pasta ad asciugare, le stendeva lungo via Roma, esponendole alla brezza che saliva dal mare e al calore umido  del basolato, inseguiva il sole, cambiando la posizione durante la giornata, fino al momento in cui tutto doveva essere riportato nei locali interni. Solo nel 1933, con l’avvento della macchina Braibanti, i primi tre processi furono riuniti sotto un unico macchinario, rendendo più agevole l’intera produzione.

“Il disciplinare prevede solo 2 ingredienti: semola e acqua di Gragnano. La trafila deve essere esclusivamente in bronzo e il contenuto minimo di proteine pari a 13 grammi, contro la media nazionale di 10 grammi. Insieme all’alto contenuto di amido, è questo a garantire la tenuta in cottura e l’alta masticabilità della pasta di Gragnano”, ci spiega Antonino Moccia, specificando che il pastificio di famiglia utilizza solo una miscela di semole provenienti da Altamura ed essicca la pasta a una temperatura non superiore ai cinquanta gradi.

Il pastificio Gentile invece ha la sua sede all’interno di uno dei mulini posti lungo un antico sentiero risalente al 1300, nella cosiddetta Valle dei Mulini. Qui avveniva la fase a monte di tutta la filiera: la molitura per la produzione della semola.

Attualmente l’intera area è in fase di recupero da parte del Comune di Gragnano per la costituzione di un museo aperto al pubblico, ma risale al 2014 il primo intervento della famiglia Zampino, titolare del Pastificio Gentile,  sugli unici due manufatti di proprietà privata. Dopo l’attento restauro avvenuto con la tutela della Sovrintendenza, oggi, uno dei mulini risalente al XVII secolo, oltre a essere la sede ufficiale del Pastificio, è stato adibito ad area didattica, stabilimento produttivo e punto vendita.

“Abbiamo riportato il profumo del grano nella valle in cui si era perso da tempo”, ha commentato Alberto Zampino, figlio di Natale colui che all’inizio degli anni Novanta rilevò il nucleo originale del pastificio, un piccolo laboratorio in cui venivano prodotti solo i famosi fusilli di Gragnano. Oggi quello stesso fusillo è ancora realizzato in maniera artigianale, facendo scorrere tra il braccio e il piano di lavoro il ferro che arrotola la pasta. Ma insieme ad esso sono prodotti più di trenta altri formati, esportati nei maggiori paesi del mondo.

Il Pastificio Gentile si distingue anche per essere l’ultimo ad utilizzare ancora il sistema tradizionale di essiccazione lenta, introdotto nel 1919 dall’ingegnere Cirillo per riprodurre i caratteri essenziali dell’essiccazione in strada (vento e umidità), salvaguardando l’igiene del prodotto.

“Si tratta di una ventola combinata con una resistenza, ossia un termosifone, all’interno di una stanza. L’umidità viene controllata empiricamente e regolata giornalmente con interventi manuali.”, ci spiega Alberto, aggiungendo che ormai la maggior parte dei pastifici esegue questa operazione all’interno di celle statiche computerizzate.

Un processo lento quello dell’essiccazione, non meno di ventiquattro ore a seconda del formato di pasta, per un tema particolarmente caro alla famiglia Zampino. Ci racconta infatti Natale che, dopo aver lasciato la sua precedente occupazione di commerciante di auto, nella prima fase di gestione del pastificio il suo più grande problema era la corretta essiccazione del prodotto, che puntualmente si rompeva.

Fu grazie a un anziano amico di famiglia che capì come gestire la fase più delicata del processo: “L’umidità s’accatt e nun se venne”, lo redarguì, insegnandogli che non bisogna avere fretta nel processo di essiccazione ma bisogna attendere con pazienza il respiro della pasta, ossia il lento e graduale rilascio dell’umidità dal cuore del maccherone fino allo strato esterno, da cui evapora.

LA FABBRICA DELLA PASTA DI GRAGNANO

Viale San Francesco, 30

80054 Gragnano (NA)

PASTIFICIO GENTILE

Via Castello, 12

80054 Gragnano (NA)

Montefalco, dove il Sagrantino e le ricette del territorio raccontano l’Umbria a tavola

Montefalco è uno di quei luoghi in cui il vino non è semplicemente espressione della terra, ma parte integrante della storia, della cultura e della tavola. Adagiato sulle colline umbre, nel cuore di un paesaggio fatto di vigne, ulivi e borghi medievali, il paese è da sempre legato al Sagrantino, vitigno simbolo di un territorio capace di trasformare carattere, tradizione e identità in un calice.

Il Sagrantino di Montefalco è un vino dalla personalità inconfondibile, intenso e strutturato, che trova nella forza del territorio la propria cifra stilistica. Un rosso che chiede tempo, attenzione e una cucina all’altezza della sua complessità: quella umbra, sincera e senza eccessi, costruita su materie prime, stagionalità e sapori decisi.

Un passaggio doveroso alla Cantina Le Cimate per provare i vini di annata insieme a Paolo Bartoloni, Presidente del Consorzio Tutela del Sagrantino di Montefalco, è l’occasione anche per fare i punto della produzione 2026 a Montefalco, caratterizzata da temperature torride. Anche se l’annata promette bene, la calura notturna eccessiva sta mettendo le vigne sotto stress perché non riescono a recuperare durante la notte. Con questo caldo i vini rossi strutturati perdono fisiologicamente di appeal, ma per fortuna non esistono soltanto i rossi, perché il Trebbiano Spoletino sta emergendo in modo determinante. A tavola non manca mai una buona bottiglia di vino di Montefalco.

È proprio a tavola che il legame tra Montefalco e il suo vino diventa più evidente. Le carni, la selvaggina, i salumi, i legumi, il tartufo e i formaggi raccontano una cucina rurale e autentica, capace di accompagnare il Sagrantino senza sovrastarlo. Accanto al grande rosso trovano spazio anche altre espressioni del territorio, a partire dal Montefalco Rosso e dai vini bianchi che completano un patrimonio enologico variegato.

Un viaggio a Montefalco, dunque, non può limitarsi alla visita delle cantine: significa entrare in una cultura del vino che si comprende pienamente quando dalla vigna si passa alla cucina, e il calice diventa il naturale compagno di una tavola che racconta, piatto dopo piatto, l’anima dell’Umbria.

Durante il mio pranzo all’Alchimista di Montefalco ho incontrato una famiglia che ha saputo trasformare la propria identità in un progetto di ristorazione di grande qualità.

Barbara Magnini accoglie ogni ospite con professionalità e naturale eleganza. In cucina, la chef Patrizia interpreta la tradizione umbra con rispetto e passione, mentre Cristina, sommelier e Pastry Chef, firma dessert che coniugano tecnica, creatività ed equilibrio. A completare l’esperienza c’è Giuseppe, responsabile dell’enoteca, che valorizza una carta di circa 650 etichette, offrendo un percorso enologico di assoluto livello.

Più che un ristorante, L’Alchimista è l’esempio di come una visione condivisa e la valorizzazione delle competenze di ogni componente della famiglia possano dare vita a un’esperienza autentica, capace di raccontare il territorio attraverso la cucina, il vino e l’accoglienza. Un luogo che conferma quanto l’eccellenza italiana nasca spesso da storie di famiglia costruite con dedizione, cultura del lavoro e amore per il proprio territorio.

Le “fraschette”: la storia dei luoghi dove il vino era una scusa per stare insieme

Quanno me trovo de cattivo umore, un bon goccetto m’arillegra er core” scriveva Trilussa; forse è proprio in questa semplicità che si nasconde l’anima delle fraschette, posti nati per bere il vino nuovo e condividere il pane, diventati nel tempo luoghi di incontro, convivialità e scambio di storie ed esperienze.

Nel mio viaggio tra i Castelli Romani ne ho viste diverse, tavolate di legno, porchetta appena tagliata, bicchieri riempiti senza tanti cerimoniali e la sensazione di sentirci ospiti più che clienti.

Ma facciamo un passo indietro

Tutto parte da una semplice frasca appesa alla porta. È proprio da questo simbolo che deriva il nome “fraschetta”: un ramo di vite o di edera che segnalava la vendita del vino. Era un’insegna semplice e immediata. Non servivano scritte, bastava vedere la frasca e si capiva che all’interno si poteva bere il vino prodotto dal proprietario.

Le fraschette vantano origini molto antiche. Sebbene la loro diffusione sia legata al periodo medievale, le radici di questa tradizione affondano in epoche ancora precedenti, fino all’antica Roma. Allora i contadini delle campagne romane, diretti in città per commerciare i propri prodotti, trovavano lungo il percorso semplici punti di ristoro dove sostare, mangiare e recuperare le energie durante il viaggio.

Si distinguevano dalle osterie tradizionali perché non avevano una cucina, veniva servito principalmente vino, pane e talvolta uova sode, mentre gli avventori portavano da casa il cibo da consumare, guadagnandosi il soprannome di fagottari.

Erano luoghi popolari, privi di formalità: non era il menù a fare la differenza, ma la compagnia. Col tempo comparvero banchi che vendevano salumi, formaggi e soprattutto porchetta, fino ad arrivare alle fraschette di oggi, dove è possibile gustare un vero e proprio pasto.

Nei secoli le fraschette sono diventate anche il simbolo delle celebri “gite fuori porta” dei romani. Nei giorni di festa si lasciava la città per raggiungere i Castelli Romani, respirare l’aria delle colline e trascorrere qualche ora in allegria. Bastava una tavolata condivisa, un bicchiere di vino e qualche stornello improvvisato per trasformare un pranzo in una festa.

Ariccia è probabilmente il borgo più famoso grazie alla sua porchetta, ma anche Frascati, Marino, Grottaferrata, Castel Gandolfo, Monte Porzio Catone e Rocca di Papa custodiscono storie legate alle antiche fraschette.

Cosa si mangia in una fraschetta?

La regina assoluta resta la porchetta di Ariccia IGP, croccante all’esterno e profumata all’interno. Per passare al pecorino romano, in primavera abbinato alle fave, tanta roba.

Non mancano i contorni che da sempre accompagnano le tavole laziali, come la cicoria ripassata in padella con aglio e peperoncino o i fagioli con le cotiche, piatto povero nato per non sprecare nulla e oggi diventato una vera specialità. Poi arrivano i grandi classici della cucina romana: l’amatriciana con il suo equilibrio tra pomodoro e guanciale, la cremosità della carbonara, la semplicità della cacio e pepe e la trippa alla romana. Se siete arrivati fino a qui senza avere fame, meritate una medaglia…

E naturalmente non manca il vino

Per secoli il Frascati è stato il simbolo della zona, ma oggi le carte dei vini presentano sempre più etichette provenienti da tutto il Lazio, dai Castelli Romani fino alle colline che circondano Roma.

Tra queste ho degustato l’Emiro Bianco del Castello di Corcolle, un vino Roma DOC di grande impronta territoriale, prodotto prevalentemente con uve Malvasia Puntinata. Fresco e sapido, con note fruttate e floreali, accompagna con equilibrio la cucina tradizionale del territorio.

La sua vivace acidità pulisce il palato dopo la sapidità della porchetta e dei salumi, mentre la componente aromatica si sposa bene con la semplicità dei piatti della tradizione romana.

Come dicono a Roma, Chi magna da solo se strozza. Forse è proprio questo il segreto custodito dalle fraschette: cibo e vino diventano più buoni quando si condividono con qualcuno.

Prosit!

Lazio – Antico Ristorante Pagnanelli: sapori, storia e panorami sul Lago Albano

Affacciato sulle acque del Lago Albano e circondato dal verde dei Colli Albani, Castel Gandolfo è un borgo che intreccia storia, leggenda e bellezza paesaggistica.

Le sue origini si legano all’antica Alba Longa, la mitica città latina considerata la madre di Roma, e alla grandiosa Villa di Domiziano, i cui resti sono ancora oggi visibili nel territorio. Una curiosa tradizione racconta che l’imperatore Domiziano amasse ritirarsi qui per sfuggire al caldo e al caos dell’Urbe, godendo della frescura del lago e della quiete dei boschi circostanti. Secoli dopo, il borgo avrebbe preso il nome dalla famiglia Gandolfi, diventando uno dei luoghi più affascinanti dei Castelli Romani e la residenza estiva dei Papi. dove storia e natura convivono in perfetta armonia.

Nel cuore del borgo, l’Antico Ristorante Pagnanelli rappresenta una delle insegne storiche del territorio. Affacciato sul Lago Albano, custodisce una tradizione di ospitalità che attraversa generazioni. La famiglia Mariani porta avanti con passione una proposta gastronomica basata sulla qualità delle materie prime e su un menu che unisce sapori di lago, mare e terra.

Fiore all’occhiello del locale è la suggestiva terrazza panoramica con vista sul lago, oltre alla storica cantina scavata nel tufo che custodisce una vasta selezione di etichette (un vero paradiso) In questo contesto ricco di storia e fascino prende avvio la mia esperienza gastronomica, un viaggio tra ingredienti selezionati, piatti che valorizzano la tradizione e dettagli curati, con il Lago Albano a fare da sfondo.

Ho iniziato il percorso con delle erbe matte raccolte sul luogo, abbinate a fragole fresche e aceto balsamico. Un equilibrio perfetto tra freschezza, dolcezza e aromaticità.

La cicoria ripassata in padella, uno dei contorni simbolo della tradizione romana e contadina, insaporita con aglio, olio extravergine d’oliva e peperoncino.

Le alici marinate con bruschettine con pomodori gialli e basilico sono un antipasto fresco e ben equilibrato, un abbinamento semplice e riuscito.

Gnocchi con vongole calamaro e tartufo, un piatto che unisce mare e terra in modo originale e ben bilanciato.

Tentacoli di polpo arrosto con peperoni e salsa allo yogurt, qui sono esaltati la morbidezza del polpo, la dolcezza dei peperoni e la freschezza della salsa.

Ad accompagnare questo percorso gastronomico è stato un Bombino Bianco della Cantina Olivella, un vitigno tipico del Centro e Sud Italia che trova sui terreni vulcanici dei Castelli Romani un’espressione particolarmente interessante. Fresco e scorrevole, ha creato un legame tra cucina e territorio.

Concluso il pranzo, non i sono lasciata scappare una breve visita alla cantina del ristorante. Scavata nel tufo ai piedi della collina. Un ambiente ricco di fascino, ricavato nella roccia vulcanica, che custodisce oltre tremila etichette. Tra bottiglie storiche e vini provenienti da tutto il mondo, trova spazio anche un piccolo museo dedicato alla cultura del vino e alla tradizione vinicola del territorio.

Tra gli scaffali spiccano alcune bottiglie firmate da celebri ospiti passati negli anni da Pagnanelli, un omaggio ai tanti personaggi illustri accolti da questo storico ristorante

Da questa visita porto con me il ricordo di un’esperienza completa, fatta di buona cucina, attenzione alla materia prima e valorizzazione del territorio. La vista sul Lago Albano, i piatti proposti e la scoperta delle cantine hanno contribuito a offrire una prospettiva interessante su una realtà che da anni rappresenta un punto di riferimento della ristorazione dei Castelli Romani.

Prosit!

Antico Ristorante Pagnanelli

Via Antonio Gramsci 4,

00073 Castel Gandolfo (RM)