Torna “Buongiorno Floridiana” firmato DROP

Pasticceria d’autore, degustazioni ed esperienze da vivere nel verde: tutti i sabati e le domeniche di ottobre a Flora Central – Garden Bar. Primi ospiti Marco Merola di Contemporanea Caserta e Tenuta Vitagliano

Tornano le colazioni in Floridiana. Da sabato 10 ottobre 2026, e per tutti i sabati e le domeniche del mese, Flora Central – Garden Bar, all’interno della Villa Floridiana, ospita una nuova stagione di “Buongiorno Floridiana”, il format firmato DROP dedicato alla colazione da vivere senza fretta, tra pasticceria d’autore, degustazioni e momenti di condivisione nel verde.

Al centro del progetto ci saranno le colazioni d’autore, affidate di volta in volta a ospiti del mondo della pasticceria, chiamati a interpretare il primo momento della giornata attraverso proposte tradizionali, contemporanee e creative.

Ad aprire il nuovo ciclo sarà Marco Merola di Contemporanea Caserta, protagonista del primo appuntamento di sabato 10 ottobre. Accanto alla proposta di pasticceria, sarà presente Tenuta Vitagliano, azienda vitivinicola a conduzione familiare di San Martino Valle Caudina, in Irpinia, nel territorio del Parco Regionale del Partenio. Una realtà che punta sulla valorizzazione del territorio e delle proprie uve, con una produzione che comprende vini a denominazione Irpinia DOP e Campania IGP.

La mattinata si svilupperà fino all’aperitivo, con degustazioni di vini e prodotti selezionati.

Spazio anche a esperienze dedicate al benessere, alla socialità e alla cultura, dallo yoga ai libri, dai gruppi di lettura alle letture condivise e ad altre occasioni d’incontro pensate per accompagnare il pubblico nel corso della mattinata.

Prosegue così il progetto di DROP di costruire momenti di aggregazione capaci di attraversare diverse fasce della giornata. Con “Buongiorno Floridiana” la dimensione della convivialità si sposta anche al mattino, mettendo insieme gusto, benessere, cultura e comunità in uno dei luoghi verdi più riconoscibili della città.

A fare da sottofondo alle mattinate sarà una selezione di lounge music, pensata per accompagnare la colazione e le attività senza diventare protagonista del format.

“Buongiorno Floridiana” torna così a scandire i weekend di ottobre con un appuntamento che unisce colazione, incontri, esperienze e tempo libero nel verde della Floridiana.

Buongiorno Floridiana – un format DROP

Dal 10 ottobre 2026

Tutti i sabati e le domeniche di ottobre

Flora Central – Garden Bar

Villa Floridiana, Napoli

La pizza è poesia a pochi passi dal mare di Posillipo

Di stereotipi su Napoli ce ne sono tanti, forse troppi. Alcuni belli e veri, altri molto cattivi poco veritieri e tanto ingigantiti e una parte di questi riguarda la cucina.

Dicono che si mangi tanto per tante ore, soprattutto pasta, fritti, pizza, la migliore in assoluto e che si beva una quantità smisurata di caffè. Io da napoletana posso dire che mi piace stare a tavola, amo nutrirmi soprattutto di carboidrati e che bevo caffè tra un pasto e l’altro, ma non sono mai stata una sostenitrice del “come si mangia qui, non si mangia da nessun’altra parte!”.

Sono dell’idea che bisogna assaggiare di tutto, allenando così mente e palato, e che se volete offrirmi un pezzo di pizza con l’ananas o una pizza in un bar a Trento potrei tranquillamente accettare, senza fare inutili paragoni.

Quindi direi di lasciar perdere le giurie che decretano dove fanno la miglior pizza, se Napoli, il resto della Campania o qualche altra città nel mondo. Non è questo il punto fondamentale, secondo me. Un buon impasto, ottimi ingredienti e tanta conoscenza possono essere qualità di un prodotto che non per forza dipendono dalle sue origini.



Però c’è una cosa su cui sono abbastanza sicura: a Napoli la pizza non è solo un piatto tipico. Qui l’arte della farina bianca diventa identità, storia, ricchezza e fonte di felicità per chiunque la gusti accanto al mare.

Da poche settimane, è arrivata una novità in città: il celebre ristorante Palazzo Petrucci a Posillipo, tra il Vesuvio e Palazzo Don’Anna, una delle strutture più misteriose e amate dai partenopei, ha aperto la propria pizzeria a piano terra. O meglio a piano sabbia.

Il nuovo inquilino a Palazzo è il pizzaiolo Davide Ruotolo, che chiamo “nuovo” solo per questa sede ovviamente, visto che da più di dieci anni guida egregiamente la pizzeria dell’omonima struttura a San Domenico Maggiore.
 
E così un luogo che per anni ha rappresentato, e rappresenta tuttora, l’alta cucina napoletana apre le sue porte a un’esperienza più informale, quella della pizza.

La sala è bianca, essenziale, nulla di particolarmente ricercato. Tavoli e sedie bianche, tovaglioli di carta, bicchieri e posate con dettagli blu. A dividere la sala dalla spiaggia e dal mare, solo una lunga vetrata che ospita i posti più panoramici per poter mangiare.



Presa dall’euforia e dalla bellezza del posto, decidiamo di ordinare due pizze speciali:

Davide Ruotolo
Focaccia con pomodorino semi-dry, stracciata di bufala,
zeste di limone, formaggio, origano e basilico

Nessun ingrediente sovrastava l’altro, rendendo la pizza leggera, fresca, croccante. È stato il saluto perfetto all’estate.

Lino Scarallo
Crema di cipolla, fiordilatte, pecorino, acciughe e lime

Con questa mi sono divertita di più. La crema di cipolla era così dolce che contrastava perfettamente la sapidità delle acciughe, ci avrei fatto la scarpetta con quella crema.

Al posto di una terza pizza, ho chiesto di assaggiare un piccolo miracolo racchiuso in una coppa creato apposta per il giorno di San Gennaro: Metamorfosi di Margherita.
Oltre al sangue del Santo Patrono, anche il mio cuore si è sciolto.



Potrei dirvi che è stata la pizza più buona che abbia mangiato negli ultimi mesi, oppure potrei fare il contrario e cercare quel dettaglio che non mi ha convinto perché in fondo una recensione sembra quasi obbligata a trovare qualcosa da promuovere o da bocciare ma sarebbe riduttivo.

Perché tra la sapidità delle alici, la delicatezza della burrata e la scarpetta col cornicione che volevo farmi con la crema di cipolla, c’era qualcosa che andava oltre quello che stavo mangiando. Era la sensazione di sentirsi speciali.

Non l’idea di aver mangiato una buona pizza in un posto straordinario, ma quella di aver capito ancora una volta che il cibo non è soltanto quello che hai nel piatto. È il luogo, è chi te lo serve, è chi hai accanto, è il momento, è il piacere di condividere un pensiero. È la sensazione che ti resta quando ti alzi da tavola.

Una buona pizza, in fondo, la si può mangiare ovunque. Ma, con questo tocco di poesia e romanticismo, solo a Napoli.

DAMBO, una fetta di New York nel cuore di Napoli

Nel cuore della city napoletana, a Piazza Municipio, c’è un posto dove appena entri sembra di attraversare una porta spazio-temporale.

Un attimo prima sei a Napoli, con il Maschio Angioino davanti agli occhi. Quello dopo potresti essere in un jazz club londinese. E no, non serve nemmeno il biglietto aereo.

Questo è DAMBO Beef & Grill.

La scorsa settimana è partita la seconda stagione delle DAMBO Jazz Nights, il progetto di Amedeo Quagliata e Maria Mazza , con la direzione musicale di Carmine Marigliano.

Alla voce Helen Tesfazghi accompagnata alla tastiera da Marco Fiorenzano e al sax da Umberto Muselli, uno dei più rinomati al mondo. Qui la musica non è un semplice sottofondo, ma entra nella serata e diventa parte dell’atmosfera.

E poi c’è la cucina.

La focaccella a lievitazione naturale, che segue i suoi tempi e riposa circa 12 ore prima della cottura. E si sente: è una di quelle cose semplici solo in apparenza.

Proposta con varie possibilità ti topping che variano ogni giorno. 

E poi ancora carne di grande qualità, selezione Cillo, uova biologiche PeppOvo e una bella carta dei vini. Non solo ristorante ma anche cocktail bar con una grande varietà di drink in lista.

Il tutto dentro un ambiente che affascina: stile industriale, metallo, mattoni, grandi spazi e quell’aria un po’ anni ’90 che fa subito New York.

L’ispirazione arriva infatti da DUMBO, iconico quartiere di Brooklyn, conosciuto da Amedeo e Maria durante uno dei loro viaggi (sono una coppia non solo nel lavoro ma anche e sopratutto nella vita).

Ma qui non c’è una copia di New York. C’è una Napoli che prende ispirazione da fuori e la fa sua. Loro viaggiano, restano affascinati da qualcosa e lo portano a Napoli per reinterpretarlo e contestualizzarlo nella tradizione campana. 

Perché Dambo è un locale nuovo ma dalla profonda tradizione familiare, infatti, è l’ultimo capitolo di una storia che, in casa Quagliata, parte da lontano.

Così sei anni e’ nato DAMBO Beef & Grill, una nuova tappa del percorso professionale della famiglia Quagliata iniziato nel 1979 con Il Gallo Nero, a cui nel 1990 si è aggiunta la Trattoria Medina, uno degli indirizzi storici della zona.

Con DAMBO però si cambia la formula, cambia il linguaggio e cambia anche il modo di vivere il locale. Un pubblico diverso, in una zona di Napoli fatta di uffici comunali, porto e tanto movimento, dove puoi venire a pranzo, a cena o anche solo per un cocktail.

E con una proposta che cambia ogni giorno, si muove e non ti permette di annoiarti. 

Quello che invece non cambia è l’idea di ospitalità, quella che passa da una generazione all’altra e che oggi la famiglia Quagliata interpreta in una chiave decisamente più contemporanea.

Napoli fuori, New York nell’immaginario e il jazz dentro.

DAMBO.

DAMBO Beef & Grill

📍 Piazza Municipio 2, Napoli

📞 081 552 5996

✉️ info@dambobeef.it 📱 @dambo_beefgrill

🌐 dambobeef.it 

Resort Riva degli Etruschi diventa Casa Slow Food Costa degli Etruschi

L’alleanza tanto voluta dal compianto Carlo Petrini ha portato ottimi frutti in giro per l’Italia. Un po’ ovunque la cultura del buon cibo, del territorio e delle materie prime rispettose del concetto di sostenibilità hanno trovato riparo all’interno di ristoranti e strutture ricettizie sensibili al tema.

Mai però si era arrivati a considerare la nascita di una rappresentanza Slow Food in un resort grande quanto un borgo, totalmente autonomo e indipendente con annessa realtà ortofrutticola e vitivinicola. Riva degli Etruschi, storico resort sulla costa di San Vincenzo, diventa così Casa Slow Food Costa degli Etruschi nel percorso comune assieme all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (UNISG).

Il Mariva Dune, uno degli outlet gastronomici a disposizione del complesso, offrirà gli spazi idonei per assemblee, conferenze, formazione e incontri richiesti dalla Condotta Slow Food Costa degli Etruschi. Il Presidente Sandro Tucci ed uno dei soci del Resort di San Vincenzo, Jacopo Lisi, commentano a caldo: «Il rapporto di fiducia oggetto di questo accordo fondamentale per la Comunità nasce nel 2020 e prosegue con la presentazione della Guida di settore e di altre iniziative a supporto dei produttori locali». Il direttore commerciale di Riva degli Etruschi Vieri Mantelli non può che esprimere soddisfazione per un “ecosistema virtuoso, caratteristica di unicità non solo in Toscana”.

Non si guarda al costo, ma all’identità, alla salvaguardia di quelle piccole eccellenze di cui il Belpaese è pieno; la vera soddisfazione arriverà dalla creazione di una serie di experience che porranno l’ospite al centro della natura, respirando l’aria positiva e salubre del contatto con la terra, della visione del contadino e di un approccio radicale allo stress eccessivo delle giornate in città. La partecipazione a Terra Madre Salone del Gusto rappresenta un ulteriore tassello di crescita in tal senso per una realtà con oltre 60 anni di storia, immersa in 35 ettari di parco sulla costa di San Vincenzo.

Alle oltre 400 sistemazioni e a un chilometro di spiaggia privata si affiancano, infatti, ristorazione, agricoltura biologica, produzione vinicola e olivicola; attività diverse che negli anni sono state integrate in un progetto unitario, con l’obiettivo di creare un rapporto sempre più stretto tra ospitalità, territorio e produzione agricola.

Uno dei simboli di questo percorso è il Carciofo Violetto della Val di Cornia, storica coltivazione del territorio tutelata ufficialmente dal 2022 dalla Comunità Slow Food. La Tenuta Guardamare di Riva degli Etruschi è tra le sole quattro aziende a coltivare questa varietà che utilizza nelle cucine del resort, tra San Vincenzo e Baratti, dove vengono coltivati con metodo biologico grani antichi e ortaggi destinati alle cucine della struttura.

Accanto all’orto si sviluppa il progetto vitivinicolo di Riva degli Etruschi, con 6 ettari di vigneti e una produzione che si avvale della consulenza enologica di Attilio Pagli. L’obiettivo è quello di accorciare sempre più la distanza tra ciò che nasce dalla terra e ciò che viene proposto nei piatti e nei calici degli ospiti.

Non si butta via niente, nell’ottica della cucina circolare sempre più necessaria in tempi di zero sprechi e di riciclo degli ingredienti. Ecco dunque la marmellata di mosto e tante preparazioni a menù per soddisfare le esigenze delle 1500 presenze giornaliere estive. In futuro si potrà pensare all’istituzione di una fattoria didattica per preservare anche il lavoro di parte delle maestranze durante la fase di chiusura invernale, continuando nel solco della comunicazione e della vicinanza con le famiglie del luogo.

Un filo rosso che unisce le varie possibilità di ristorazione presenti, coordinate dai due chef resident Enio Fedi, che cura Mariva Dune, Nautico e Mistral e Simona Ciantelli per l’Orto e Magù, quest’ultimo diventato Locale Amico Slow Food, grazie al lavoro portato avanti con la Condotta e con le Comunità locali e all’utilizzo e alla valorizzazione degli ortaggi dell’azienda agricola e delle materie prime del territorio.

La stessa filosofia è alla base di Vini Bagnanti, manifestazione annuale organizzata da Riva degli Etruschi e da Teseo Geri, nella quale vino e gastronomia diventano strumenti per raccontare territori, artigiani e produttori, di cui abbiamo scritto nell’articolo Vini Bagnanti 2026 torna protagonista a Riva degli Etruschi: il grande evento del vino con un grande percorso di degustazione affacciato sul mare.

Olio extravergine d’oliva, vino, basilico per il pesto, zucchine, melanzane e carciofo violetto, il conto arriva a numerare ben 10 specialità realizzate all’interno del resort e in agricoltura biologica. L’elenco si allungherà con il tempo e la fiducia dei consumatori, sempre più alla ricerca del genuino e del sapore d’un tempo, anche godendo del relax sulle spiagge dorate dal mare turchese di San Vincenzo.

L’offerta completa gastronomica di Resort Riva degli Etruschi

L’olio extravergine di oliva biologico nasce dagli ulivi della Tenuta Biliotto a Bagno a Ripoli (FI), 100 ettari totali di cui 34 ettari di bosco e di ulivi, con 5.000 piante centenarie. La proposta gastronomica si articola nei ristoranti e locali del resort: Mariva Dune, dedicato al fine dining; Nautico, con cucina di mare; Mistral, dedicato alla cucina toscana; All’Orto, con una proposta a km 0 legata ai prodotti dell’area agricola biologica; Magù, ristorante e pizzeria e Locale Amico Slow Food; Colto, piadineria agricola con ingredienti a km zero.

Enzo Coccia, le due anime della pizza napoletana

A Napoli la pizza non è soltanto un alimento: è una parte della città, della sua storia e della sua identità. È un gesto quotidiano che si tramanda di generazione in generazione, un’arte popolare fatta di pochi ingredienti e di una manualità che, proprio nella sua apparente semplicità, richiede esperienza e sensibilità.

Già alla fine dell’Ottocento la pizza era così radicata nella cultura napoletana da lasciare traccia persino nella lingua. Nel 1899 Salvatore Di Giacomo, poeta e drammaturgo napoletano, scriveva infatti pizzaria, con la “a”: il termine sarebbe poi diventato pizzeria, anche per la crescente quantità di pizze prodotte in questi locali.

È dentro questa storia che si inserisce Enzo Coccia, e mi permetto di dire che tutti possono essere pizzaioli, ma solo uno è Enzo Coccia. Una frase che sintetizza bene il percorso di un uomo che non si è limitato a imparare un mestiere, ma ha voluto trasformarlo in una vera disciplina.

Dalla pizzeria di famiglia alla ricerca

Cresciuto nella pizzeria di famiglia, prima accanto alla nonna e poi al padre, Coccia impara fin da giovane i fondamentali del mestiere. La sua prima esperienza è alla Pizzeria Fortuna, in via Mancini 6. È lì che prende forma un percorso destinato a portarlo molto lontano.

A un certo punto, però, Coccia capisce di non potersi accontentare di fare semplicemente quello che fanno tutti. Comincia così un lungo lavoro di ricerca sugli impasti, sulle farine, sulla fermentazione, sulle temperature e sulla cottura. Alla manualità del pizzaiolo affianca lo studio, convinto che conoscere la pizza significhi comprendere anche ciò che accade dietro il gesto artigianale.

Da questa filosofia nasce un’idea precisa: la tradizione non va soltanto conservata, ma conosciuta in profondità per poter essere interpretata.

Nasce “La Notizia”

Nel 1994 Coccia apre La Notizia, destinata a diventare una delle realtà più rappresentative della sua visione.

La sede La Notizia 53, con circa 80 coperti, è il luogo della pizza napoletana tradizionale. Qui la protagonista è una pizza morbida, sottile al centro, con un cornicione pronunciato ma non troppo, e una cottura rapida ad alta temperatura.

È una pizza immediata, da mangiare calda e possibilmente senza troppi formalismi. Il cornicione presenta una struttura alveolata e i caratteristici segni della cottura, mentre il disco centrale rimane elastico e morbido.

Sua Maestà la Margherita

Pizza con stracciata di bufala, fichi del Cilento, noci, bacon affumicato e parmigiano

Ma la semplicità della pizza di Coccia non è casuale. Anni di ricerca lo hanno portato a una selezione rigorosa delle materie prime: ingredienti tipici della tradizione, scelti però esclusivamente tra prodotti di eccellenza. Pomodoro, mozzarella, olio e gli altri condimenti devono dialogare con l’impasto, senza sovrastarlo.

Il risultato è una pizza profondamente napoletana, nella quale la qualità della materia prima e la precisione della lavorazione diventano parte dello stesso racconto.

La Bianca del Piennolo

La Notizia 94, l’altra faccia della moneta

Poi c’è La Notizia 94, più raccolta, con circa 32 coperti. Qui emerge l’altra anima di Coccia: quella creativa, contemporanea, gourmet.

La base culturale rimane quella napoletana, ma la pizza diventa terreno di sperimentazione. Gli ingredienti vengono accostati con maggiore libertà, alla ricerca di combinazioni nuove e di una diversa esperienza del gusto.

È come se le due pizzerie rappresentassero le due facce della stessa moneta: da una parte la tradizione, dall’altra la creatività. Due percorsi apparentemente differenti, ma uniti dalla stessa attenzione per l’impasto, la materia prima e l’equilibrio.

Il Murzillo

Il maestro

È proprio questa capacità di tenere insieme passato e futuro ad aver reso Enzo Coccia un maestro riconosciuto anche a livello internazionale. Talmente noto che anche la First Lady Jill, consorte del Presidente degli Stati Uniti, John Biden, di rientro da un viaggio istituzionale durante uno scalo a Napoli, ha chiesto di provare una buona pizza napoletana. Sarà proprio quella di Enzo Coccia a salire sul Air Force One.

La sua attività non si è fermata alle pizzerie. Coccia ha dedicato una parte importante della propria carriera alla formazione e alla divulgazione, contribuendo a diffondere una conoscenza più consapevole della pizza napoletana.

Il suo approccio parte da una convinzione semplice: dietro una pizza ci sono acqua, farina, lievito e sale, ma il risultato dipende da un universo di variabili. Tempi, temperature, idratazione, lavorazione e cottura possono trasformare radicalmente quegli stessi ingredienti.

In questo equilibrio tra tecnica e istinto, ricerca e tradizione, si trova il contributo più significativo di Enzo Coccia. Perché la sua pizza non racconta soltanto Napoli. Racconta la possibilità di studiare una tradizione senza impoverirla, innovarla senza tradirla e trasformare un mestiere antico in una cultura contemporanea.

Alle origini del Sancocho dominicano

La Cucina non è mai un elemento statico: essa rappresenta, al contrario, un archivio fluido e trasversale in cui si depositano le rotte commerciali, le dominazioni politiche e i flussi migratori della storia umana. Un essere vivente che si nutre e si evolve attraverso il materialismo storico degli ingredienti, fondendo la creatività alla necessità, che sommate assieme fanno un po’ l’arte di arrangiarsi. Odori e sapori che diventano trattati di antropologia e gastrosofia sociale.

Nel contesto caraibico, dove il Melting Pot culturale è esploso tra paradossi e contrasti stridenti, il piatto che più di ogni altro incarna questo fenomeno di stratificazione e resilienza è il Sancocho dominicano. Se oggi esso è celebrato come uno tra i simboli indiscussi dell’identità nazionale della Repubblica Dominicana, un’indagine socio-antropologica e gastronomica rivela una genealogia decisamente più complessa.

Questo miracolo di varietà, colori e sapori non è nato dal nulla: è il risultato di una metamorfosi multisecolare che affonda le sue radici nell’Europa medievale, attraversa l’Oceano Atlantico facendo tappa nell’arcipelago delle Canarie e infine si riadatta e fiorisce nel grande calderone dei Caraibi.

L’archetipo castigliano: La Olla Podrida

Per comprendere la nascita del Sancocho è necessario viaggiare a ritroso nel tempo, allontanandosi temporaneamente da quelle sponde caraibiche azzurre come la gemma del Larimar e dalle sue palme di un verde vivace, per ritornare fino alla Castiglia medievale del XIII secolo. Qui incontriamo l’archetipo originario: la olla podrida.

L’etimologia del termine però è stata a lungo oggetto di malintesi.

Nel castigliano moderno, podrida si traduce letteralmente come “marcia” o “putrida”; tuttavia, dal punto di vista filologico e storico, il nome originale era in realtà olla poderida, ovvero “pentola dei potenti” o dei ricchi. L’aggettivo faceva riferimento al potere economico necessario per riempire una singola pentola di terracotta con una tale varietà e abbondanza di carni pregiate, un lusso allora precluso alle classi contadine.

Con il tempo, la corruzione fonetica da poderida a podrida ha generato un doppio senso culinario.

Nel Siglo de Oro, il termine indicava la cottura prolungata per ore, capace di sfaldare gli ingredienti fino a renderli tenerissimi. Questa evoluzione linguistica ha varcato persino i Pirenei: la traduzione concettuale francese del termine ha dato origine alla parola pot-pourri.

L’importanza sociale della olla podrida nell’immaginario spagnolo è consacrata proprio nella letteratura del Siglo de Oro. Miguel de Cervantes la immortala magistralmente nel Don Chisciotte della Mancia, precisamente nella seconda parte al capitolo XLVII, utilizzandola come termometro del contrasto sociale tra nobiltà e popolo. Quando il fedele scudiero Sancho Panza diventa finalmente governatore dell’immaginaria isola Baratteria, siede a un banchetto dove un medico di corte, in nome della salute reale, gli vieta di toccare i primi piatti prelibati. Davanti a un enorme vassoio fumante, Sancho esclama che quel grande piatto che fuma laggiù gli sembra essere una olla podrida, e che per la diversità delle cose che in tali olle vi sono, non potrà mancare di incontrare qualcosa che gli sia di gusto e di profitto.

La risposta del medico riflette il disprezzo dell’élite accademica per un piatto considerato sì opulento, ma caotico e indigesto, affermando che lungi da loro un simile pensiero, poiché la olla podrida è un piatto per canonici o per rettori di collegi, o per matrimoni rustici, ma si tolga dalle tavole dei governatori, dove deve regnare ogni accuratezza e purificazione. Per Sancho invece, la olla podrida rappresenta il sogno della sazietà assoluta, l’utopia contadina dove la varietà degli ingredienti garantisce la democrazia del gusto.

La formula della olla podrida classica, di cui la versione odierna della città di Burgos è l’esempio superstite più celebre, era strutturata attorno a un pilastro centrale: la conservazione e l’uso integrale del maiale. La base leguminosa era costituita da fagioli rossi, noti come alubias rojas, o dai ceci, e comprendeva orecchie, zampetti, costine e muso di maiale rigorosamente marinati o salati. A questi si aggiungevano componenti nobili come il manzo, sotto forma di cecina o polpa, e il pollame. Non mancavano gli insaccati storici come il chorizo e la morcilla, il sanguinaccio di Burgos ricco di riso e spezie. Infine, vi era il cosiddetto relleno, una sorta di polpetta a base di pangrattato, uova, aglio e prezzemolo, fritta e immersa negli ultimi minuti di cottura per assorbire il brodo e dare consistenza. La olla podrida era un rituale domestico e comunitario che richiedeva il fuoco a legna, la pentola di terracotta chiamata olla de barro e una cottura lenta che poteva superare le sei ore.

La sopravvivenza dell’antica Olla Podrida

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questa antica preparazione non è scomparsa dal mappamondo gastronomico a causa della sua successiva evoluzione caraibica; al contrario, ha seguito rotte parallele in Europa e in altre zone delle Americhe, conservando in alcuni casi il suo nome originario.

In Spagna, la olla podrida è tuttora un piatto tutelato e cucinato regolarmente, specie nei mesi invernali. La sua capitale morale, se così si può dire, rimane comunque la provincia di Burgos, nella regione di Castiglia e León. I ristoranti storici della zona di Burgos e del vicino villaggio di Covarrubias la propongono ancora oggi seguendo fedelmente la ricetta del XVII secolo, servendo i fagioli rossi locali, le alubias de Ibeas, cotti lentamente insieme al tradizionale compendio di carni di maiale, chorizo e morcilla. È presente, seppur più raramente, anche nelle zone rurali dell’Estremadura.

Lo stesso borgo di Covarrubias forma insieme a Lerma e Santo Domingo de Silos il celebre “Triangolo dell’Arlanza”, una delle zone turistiche, storiche e culturali più importanti e affascinanti di tutta la provincia, trovandosi tra l’altro nel cuore della comarca dell’Arlanza, la zona vitivinicola che prende il nome dall’omonimo fiume e che dà il nome alla denominazione di origine.

La D.O. Arlanza, una realtà enologica istituita ufficialmente nel 2007, tutela una tradizione vitivinicola antichissima, risalente al X secolo: il rosso che ne deriva, da Tempranillo, sia in purezza che al 50%, coniugato assieme a uve Garnacha Tinta, Mencía o vitigni internazionali ammessi come Cabernet Sauvignon e Merlot, è un abbinamento territoriale decisamente valido con la olla podrida.

Attraversando l’oceano, sulle rotte tracciate storicamente dai galeoni spagnoli, la olla podrida è approdata e sopravvissuta anche in Messico, radicandosi profondamente nella cucina tradizionale dello stato di Michoacán, in particolare nella Meseta Purépecha e nella cittadina di Ario de Rosales.

La versione messicana rappresenta uno straordinario esempio di sincretismo culturale, agronomico e gastronomico tra il vecchio mondo ispanico e l’universo precolombiano. In questa preparazione, il liquido di cottura non è un semplice brodo, poiché la carne viene cotta interamente nel pulque o nell’aguamiel, ossia la linfa fermentata dell’agave, talvolta con l’aggiunta strategica di un goccio di birra o di bibita alla cola per favorire una perfetta caramellatura delle fibre.

L’ingrediente nativo segreto, vero fulcro di questa variante, è il xoconostle: si tratta del frutto acido della varietà di cactus opuntia, la cui spiccata e nobile nota di acidità è capace di tagliare in modo netto la ricca grassezza delle carni.

Il ricco profilo del piatto vede l’uso contemporaneo di carne di manzo, maiale e pollo, cotti insieme agli elementi vegetali della milpa locale, una policromia agricola composta da zucchine, patate, piselli, peperoncini Serrano, coltivati tra gli stati di Puebla e Hidalgo, e pomodori.

Il Salcocho delle Canarie

Mentre una branca della ricetta originale manteneva le sue radici pressoché immutate, il sancocho, destinato ai Caraibi, subì una prima metamorfosi radicale quasi a metà della rotta del sole, inaugurata da Cristoforo Colombo. Nel corso del XVI e XVII secolo, l’espansione coloniale verso le Americhe trovò nelle Isole Canarie uno snodo marittimo, umano e culturale cruciale. Fu in questo arcipelago che la complessa e pesante struttura della olla podrida subì una prima, drastica semplificazione dettata dall’insularità e dalle risorse locali, assumendo il nome di salcocho.

L’etimologia del termine salcocho deriva dal latino subcoctum, passato attraverso l’antico spagnolo sancochar, che significa letteralmente cuocere parzialmente, lessare o sbollentare in acqua e sale.

Nelle Canarie, l’abbondanza di carne bovina e suina della terraferma castigliana lasciò forzatamente il posto alla risorsa principale dell’isola: il pesce salato, solitamente cernia, localmente detta mero, o baccalà. Questo veniva bollito insieme a patate e alle patate dolci locali, le batatas, e servito immancabilmente con il gofio, una caratteristica farina di cereali tostati ereditata dai Guanci, ossia i nativi di Tenerife.

Qui, Il concetto originario di grande bollito misto preparato in un unico calderone comunitario si conservò intatto, ma la transizione culinaria verso l’utilizzo di radici e tuberi amidacei al posto dei tradizionali legumi europei era ufficialmente iniziata.

L’approdo ai Caraibi: Il Sancocho dominicano come Melting Pot

Quando i coloni spagnoli e canari sbarcarono sull’isola di Hispaniola, oggi divisa tra Repubblica Dominicana e Haiti, portarono con sé la memoria gastronomica della olla podrida e del salcocho delle Canarie. In questa terra, la cultura criolla ebbe formalmente inizio con la venuta di Cristoforo Colombo e l’insediamento della prima città coloniale del continente lungo il fiume Ozama e calle Las Damas. L’incontro-scontro tra tre mondi, segnato dalle vicissitudini storiche, come la sottomissione dei nativi e la deportazione delle popolazioni africane, non senza cruenti episodi, diede vita a una sintesi culinaria totale. Un vero e proprio melting pot dove la conoscenza e le carni degli spagnoli si fusero con i tuberi locali dei nativi Taíno, dalla cui lingua ereditiamo parole come patata o uragano, e con le spezie e i segreti sulla texture del cibo, apportati dagli schiavi africani.

Fu proprio in questo snodo che si compì anche la definitiva fusione etimologica e linguistica del piatto: l’orecchio e la parlata caraibica unirono la radice del salcocho canario; quindi, la bollitura in acqua e sale dal latino subcoctum, con la memoria della lenta e prolungata cottura della olla podrida, modificando la fonetica nel definitivo termine sancocho.

I coloni riscontrarono enormi difficoltà a coltivare i fagioli e i ceci europei nel clima tropicale dei Caraibi. I Taínos offrirono la soluzione agronomica introducendo i loro tuberi autoctoni, noti nel loro insieme oggi in Repubblica Dominicana come víveres. Pertanto, fagioli e ceci vennero così sostituiti dalla yuca, dal platano verde, dallo ñame e dalla yautía.

Questi ingredienti modificarono non solo il sapore, ma la struttura stessa del piatto: rilasciando grandi quantità di amido durante la lunga bollitura, trasformarono il brodo limpido europeo in uno stufato denso e vellutato. La tratta degli schiavi africani arricchì ulteriormente il piatto: le popolazioni africane, infatti, introdussero tecniche di marinatura intensa delle carni e l’uso sapiente di erbe aromatiche per coprire i tagli meno nobili. Ma l’apporto più iconico fu proprio l’introduzione del platano banana, che divenne l’ingrediente principe dell’isola.

Il profilo aromatico e le spezie del Sancocho dominicano si distinguono dai suoi antenati europei per un profilo vibrante, dominato dal cosiddetto sazón. Le spezie e gli odori cardine si ritrovano nell’autentica “dominicanità” lontana dagli occhi del turista, tra il brusio e le grida dei mercanti lungo l’avenida Duarte e al mercado Modelo.

Essi includono il coriandolo largo, chiamato anche recao, che è una varietà di coriandolo caraibico dal sapore pungente e terroso; l’origano dominicano, più intenso e balsamico rispetto a quello mediterraneo, assieme all’aglio, alla cipolla e al peperoncino ají gustoso, noto anche come ají dulce o ají cachucha. L’elemento acido fondamentale è dato dal succo d’arancia amara, o naranja agria, impiegato per marinare le carni prima della cottura, un tocco che sgrassa il piatto e conferisce una freschezza tipicamente caraibica, evocando vagamente i sapori dei frutti tropicali che abbondano sull’isola.

La massima espressione: Il “Sancocho de Siete Carnes”

Se l’olla podrida celebrava l’opulenza castigliana, la cucina dominicana trova il suo apice nel Sancocho de Siete Carnes, preparato solo per le grandi festività o raduni familiari. La preparazione del Sancocho dominicano è un rituale collettivo che oggi convive con le profonde contraddizioni socioculturali del Paese, dove i sontuosi ed esclusivi residenciales e hotel da milioni di dollari di Punta Cana, Cap Cana e Casa de Campo si contrappongono ai barrios, alle periferie dalle case fatiscenti dai tetti di lamiera e ai piccoli comedores locali. In questi contesti popolari, al ritmo incalzante di bachata e merengue, il piatto si cucina all’aperto, in grandi calderoni d’alluminio battuto, noti come calderos. Le sette carni non vengono gettate alla rinfusa, ma inserite secondo tempi di cottura rigidamente scanditi dai dettami della cucina familiare.

Il rituale inizia con la marinatura: tutte le carni vengono tagliate a pezzetti e massaggiate con arancia amara, aglio, origano dominicano e sale. Le sette carni tradizionali comprendono il manzo, prediligendo tagli da brodo, quindi sia il pollo che la gallina vecchia, che richiede più cottura e dona profondità al brodo, poi il maiale, come costine, tipo le chuletas ahumadas, o capocollo, successivamente la longaniza, una salsiccia locale speziata, e infine la capra, detta chivo, spesso precedentemente stufata.

Il passo successivo è il sello: le carni vengono prima rosolate nel calderone con un filo d’olio e un pizzico di zucchero bruciato per dare colore, una tecnica definita dar color. Successivamente si aggiunge l’acqua e si inseriscono i tuberi in ordine di durezza, partendo prima da ñame e yautía, per poi passare alla yuca e al platano. L’addensamento avviene quando alcuni pezzi di platano e zucca, chiamata auyama, vengono tolti a metà cottura, schiacciati a purea e ributtati dentro per fungere da addensante naturale. Viene servito bollente, accompagnato rigorosamente da un piatto di riso bianco e fette di avocado fresco.

Per quanto isolani, i dominicani mostrano una viscerale predilezione per questa cucina di terra, lasciando al pescato, come il mero, il chillo o la tilapia fritta, il pulpo e il lambí, un ruolo secondario, un paradosso spesso snobbato dai turisti del vecchio continente che preferiscono rinchiudersi nei resort a consumare crostacei, piuttosto che esperire con la comida domincana verdadera.

Tra le varianti regionali dominicane spicca il Sancocho Blanco, fatto prevalentemente con carni bianche come pollo, gallina e maiale bianco e senza l’uso di zucca, risultando di un colore più chiaro. Un’altra versione importante è il Sancocho de Guandules, una variante in cui ai tuberi si affiancano i guandules, ossia i piselli d’Angola, creando una connessione gastronomica tra la zuppa di legumi europea e lo stufato caraibico.

Geopolitica del bollito: L’Ajiaco Cubano e altre varianti caraibiche

La ramificazione coloniale della olla podrida non si è fermata alla Repubblica Dominicana. Nel resto dei Caraibi e del continente americano, il piatto ha assunto sfumature eccezionali, di cui la più complessa è senza dubbio quella cubana, per quanto anche la olla de carne della Costa Rica, meriti una menzione.

Sebbene condividano la stessa radice genetica della olla podrida, il Sancocho dominicano e l’Ajiaco cubano presentano profonde differenze tecniche e filosofiche strutturate sulla storia delle rispettive isole.

Nel profilo delle carni, il Sancocho dominicano mostra una predilezione per la freschezza e la varietà, arrivando fino a sette carni fresche, mentre l’Ajiaco cubano fa un uso storico di tasajo, ovvero carne di manzo essiccata e salata, combinata con maiale e manzo fresco.

Per quanto riguarda i tuberi, definiti víveres nella Repubblica Dominicana e viandas a Cuba, il piatto dominicano è bilanciato tra yuca, ñame, yautía e una forte presenza di platano verde, al contrario, l’Ajiaco cubano esibisce una spiccata dolcezza dovuta all’uso di mais, chiamato mazorca, poi la malanga, un tubero noto anche come batata, e platano maturo.

Anche l’elemento acido differisce: il sancocho è dominato dall’arancia amara usata nella marinatura iniziale, mentre l’ajiaco è bilanciato alla fine con succo di lime e un consistente soffritto di pomodoro, cipolla e aglio chiamato vitelina. Infine, la consistenza del Sancocho dominicano si presenta cremosa e legata dagli amidi dei tuberi schiacciati, mentre l’Ajiaco cubano risulta estremamente denso, quasi uno stufato solido, dove i pezzi di mais intero strutturano il piatto.

L’antropologo cubano Fernando Ortiz utilizzò l’Ajiaco come metafora stessa della cultura cubana e del processo di transculturazione, definendo l’isola come un immenso calderone dove gli elementi etnici si sciolgono per creare un’unica sostanza densa.

La dispersione della olla podrida ha generato una costellazione di bolliti in tutto il Continente Sudamericano, ognuno adattato alla geografia locale. In Colombia e Venezuela il nome si è perso per fare spazio al Sancocho. Nella versione colombiana, spicca in particolare il Sancocho Trifásico, preparato con tre carni, quali pollo, manzo e maiale, e accompagnato da patate, yuca e platano. In Costa Rica il piatto ha mantenuto la struttura originaria mutando il nome in Olla de Carne, un pilastro della cucina costaricana a base di tagli di manzo, yuca, platano, chayote e carote. In Argentina e Uruguay, infine, la derivazione ha preso il nome di Puchero, un bollito misto di manzo, gallina, salsicce, zucca, patate e mais, consumato tipicamente durante l’inverno australe.

Il fuoco, intanto, si spegne lentamente sotto il calderone e ciò che resta, alla fine di questo lungo viaggio socio-gastronomico, non è una semplice combinazione di ingredienti, ma il riflesso tangibile e pulsante dei movimenti umani: Il Sancocho rappresenta a tutti gli effetti una sorta di genealogia culinaria del Melting Pot Caraibico, diffusasi poi in tutto il Sud America e in Messico.

Certo in Repubblica Dominicana, El Conuco, Villar Hermanos, Adrian Tropical, Rancho Chito, El Leñazo, D’Luis Parrillada e Jalao, sono tra i ristoranti più famosi a prepararlo, però è stata la grandissima María Marte, originaria di Jarabacoa e unica donna latino-americana a detenere due stelle Michelin alla guida del prestigioso ristorante El Club Allard a Madrid, ad averlo elevato a pietanza dell’alta cucina.

La Leggenda del Sancocho di Calle Rosa Duarte

Nel Barrio di Los Trinitarios II, nel cuore di Santo Domingo Este, si racconta ancora di un marinaio italiano sbarcato da chissà quale nave. All’apparenza non aveva neanche l’aria di chi ha visto tutti gli oceani del mondo: non portava cerchi d’oro all’orecchio né tatuaggi, ma i suoi occhi cambiavano colore a seconda del tempo e dell’umore e, quando faceva sul serio, si vedeva chiaramente che aveva l’anima stretta tra i denti e il destino saldo tra le mani. Ecco perché alle volte lo chiamavano vira lata.

Dopo aver girato La Hispaniola in lungo e in largo, decise di fermarsi proprio in Calle Rosa Duarte, prendendosi più che un anno sabbatico dalla navigazione. Prima di tornare da ovunque fosse venuto, aveva molto assorbito la cultura e la parlata del posto e, sarà che s’era messo con una ragazza originaria di Henriquillo, dicevano che ormai era diventato mas dominicano que il platano, tanto più che aveva persino appreso a cucinare i piatti più iconici di quella terra. Certe sere, sul fuoco vivo bolliva una pentola gigantesca dove le carote, la cipolla e l’aglio, si univano ai tuberi dell’isola, fondendosi con un filo d’olio d’oliva e nostalgie mediterranee, alla carne di manzo, di maiale e capra, con una buona sfumata di rum.

Nacque così il leggendario Sancocho de calle Rosa Duarte.

E mentre il sancocho stringeva lento, lui preparava la sua mamajuana, versando rum e miele curandone le radici infuse, precedentemente ridotte a tocchetti da un grosso machete, e fumando del tabacco andullo. A fare da colonna sonora a quelle sere di cieli tropicali c’erano le note struggenti di “Desesperado” di Zacarías Ferreira. Sulle note di quella bachata, tra il fumo del tabacco e il vapore della pentola, quel tipo di cui nessuno ricorda il nome, stava dando il suo tributo di riconoscenza a quella terra, regalando al barrio una leggenda intrisa di sale, musica e libertà, e le ultime bottiglie di vino trafugate dal Puerto Bonito.

Ma questa è un’altra storia… Quella che nel XIII secolo era nata tra le mura della Castiglia medievale come la sontuosa ed esclusiva olla poderida, la pentola dei potenti discussa da Cervantes e sognata dall’affamato Sancho Panza, lungo la rotta verso il Nuovo Mondo ha saputo spogliarsi dei suoi vecchi abiti. Passata attraverso il pragmatico salcocho di pesce delle Canarie, la ricetta si è destrutturata e ricomposta sotto il cielo dei Caraibi.

Sull’isola di Santo Domingo ha smarrito i legumi europei per accogliere l’abbraccio generoso della terra: i tuberi dei Taíno, il profumo intenso del platano e le spezie portate dagli schiavi africani. In questa terra di paradossi quotidiani, la cucina creola ha saputo compiere il suo miracolo più grande: dosando la necessità della vita, la dignità dei prodotti poveri e l’aroma del sazón, ha restituito al vecchio continente quegli stessi frutti della terra, come patate e pomodori, che avrebbero cambiato per sempre la nostra alimentazione. Il sancocho ha così cessato per sempre di essere la mensa dei dominatori ed è diventato un’emozione collettiva, l’orgogliosa e fumante pentola di un intero popolo che si ritrova e si riconosce attorno allo stesso fuoco.

Ad Afragola va in scena l’incontro tra tre grandi maestri pizzaioli (e due culture)

Raf Bonetta, Giuseppe Errichiello e Sasà Martucci protagonisti per Fusion Experience da Donna Margherita – vera pizza napoletana

Quando mondi culturali ed enogastronomici diversi si incontrano e si fondono, possono nascere esperienze di gusto che sorprendono. È quello che è successo con “Fusion Experience”, alla Pizzeria Donna Margherita di Afragola, dove Raf Bonetta, Peppe Errichiello e Sasà Martucci hanno portato in tavola alcune delle pizze che più li rappresentano, dando vita a un vero viaggio tra Napoli e il Giappone.

Tre percorsi diversi, tre modi di interpretare la pizza contemporanea, ma con una cosa in comune: la voglia di sperimentare senza perdere di vista la materia prima. C’è Peppe Errichiello, originario di Afragola, che da diciotto anni è protagonista della scena gastronomica giapponese. A Tokyo ha costruito una carriera internazionale che lo ha portato fino al primo posto nella classifica 50 Top Pizza Asia-Pacific 2026.

Accanto a lui Raf Bonetta, tra i protagonisti della pizza contemporanea napoletana, che nel corso della sua carriera ha collezionato importanti riconoscimenti, dai Tre Spicchi Gambero Rosso al premio Novità dell’Anno 2024 di 50 Top Pizza Italia, oltre ai numerosi premi legati alla ricerca sugli impasti.

E poi Sasà Martucci, anima de I Masanielli, da anni impegnato nella ricerca, nella valorizzazione del territorio e nella sostenibilità. Un percorso che gli è valso numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il 9° posto a 50 Top Pizza Italia 2026, il riconoscimento Forno Verde 2026 e i Tre Spicchi Gambero Rosso.

Tre nomi, tre storie e tre percorsi professionali differenti, che si incontrano intorno allo stesso tavolo, unendo la cultura gastronomica partenopea e quella giapponese con un solo scopo: presentare diverse versioni della pizza contemporanea in un percorso di degustazione che viaggia tra tecniche, ingredienti e idee a prima vista lontane, ma che sono capaci di fondersi in una cena in cui le materie prime sono le vere protagoniste della serata.

Peppe Errichiello ha aperto le danze presentando il suo BIGNÈ 2.0 — DAL GIAPPONE CON FURORE, con ricotta di Bufala al Tè Matcha, Tartare di Orata ai sentori di Shiso, Cremoso di Bufala e Caviale. Il matcha, tra gli ingredienti più in voga del momento, incontra la bufala campana e, sorprendentemente, si capiscono al primo assaggio. Errichiello porta l’Oriente nella tradizione campana senza stravolgerla, ma giocando con contrasti, profumi e consistenze.

Ed è proprio da qui che parte il viaggio della serata: ingredienti, culture e interpretazioni diverse che si incontrano nel piatto per accompagnare il visitatore in questo viaggio Napoli – Tokyo.

Si prosegue con ODE AL POMODORO di Sasà Martucci, che porta in tavola una vera esplosione di pomodoro, declinato in forme, consistenze e colori diversi. San Marzano DOP, datterini gialli e rossi, gel di ciliegini fermentati e crumble di pomodoro secco si incontrano, esaltandosi a vicenda, trasformando un ingrediente simbolo della cucina italiana in un piccolo viaggio nel gusto.

Poi arriva “EMILIA” di Raffaele Bonetta, una pizza che gioca sulla semplicità solo in apparenza. Croccante, con besciamella al latticello di bufala, zucchina dorata e fritta, prosciutto cotto di maiale grigio ardesia, provola, pepe e pecorino romano.

Un incontro di sapori decisi, dove la dolcezza della zucchina e la cremosità della bufala incontrano la parte più sapida e intensa degli altri ingredienti. Ma “Emilia” è soprattutto un tuffo nei ricordi: quelli della pizza della nonna (da qui l’omaggio del nome), fatta di pochi ingredienti e tanta cura, che nella sua semplicità riusciva a conquistare tutta la famiglia.

Il viaggio però non è finito, Peppe Errichiello continua a farci sognare con questo percorso gastronomico giappopartenopeo, e presenta “LE DUE CULTURE CHE SI INCONTRANO”.

Si parte da una base di fior di latte e zucchine alla scapece, quindi Napoli c’è e si sente. Poi arriva la sorpresa: bresaola di filetto Wagyu, marinata al sale, zucchero e spezie, con una maionese di ravanello bianco. A chiudere, i piccoli diamanti di mela Fuji, freschi e leggermente dolci. Un mix che lascia interdetti ad una prima lettura del menù, ma che all’assaggio funziona e anche molto.

Ci riporta in Campania Sasà Martucci con la pizza “5 FORMAGGI AI 4 LATTI”.

Mozzarella di Bufala DOP, formaggio stagionato di capra grattugiato, erborinato di vacca affinato all’arancia e crème fraîche, con il gel di agrumi a dare quella nota fresca che alleggerisce il tutto. E poi c’è il frollino al Pecorino Romano, insieme all’olio EVO Erre dell’Azienda Agricola Francesco Pepe.

Una pizza importante, dove gli agrumi fanno la loro parte e danno equilibrio alla parte più saporita e presente legata al protagonista assoluto di questa pizza: il FORMAGGIO.

Chiude la serata Raf Bonetta con UN DOLCE PADELLINO.

Un padellino al burro, ganache al siero di bufala e cioccolato bianco del Venezuela, mela annurca al forno, cannella e caramello salato. Un’esplosione di dolcezza che si scioglie in bocca. Impossibile non lasciarsi conquistare dal cioccolato, che si fonde alla perfezione con la morbidezza e la lievitazione dell’impasto del padellino.

La chiusura perfetta per questo viaggio, che ci insegna che con tecnica, materie prime d’eccellenza e uno studio attento delle contaminazioni la pizza può davvero parlare un linguaggio universale.

I risultati di 50 Top Pizza World 2026: è vera crisi per i pizzaioli napoletani?

Ne avevamo già parlato durante le precedenti edizioni di 50 Top Pizza World, la guida alle migliori pizzerie del mondo con tanto di classifica attesissima ideata da Luciano Pignataro, Barbara Guerra e Albert Sapere.

Michele Pascarella dal suo Napoli on the road a Londra si aggiudica il primo posto in un podio assieme a Una pizza Napoletana a New York e Confine a Milano giunti rispettivamente secondi e terzi. Al Teatro Mercadante di Napoli è andato in scena l’atto conclusivo della guida di settore più prestigiosa al mondo; un risultato che vede indietro nei punteggi coloro che hanno trasmesso finora sapienza e cultura ai colleghi di tutto il globo e che adesso vedono Napoli in apparente crisi nel confronto finale.

Il dato rende però l’idea di una evoluzione costante, con una inequivocabile crescita dell’estero, anche se spesso le mani che lavorano gli impasti sono comunque italiane (per non dire partenopee). Ma è proprio fondamentale sviscerare le informazioni ottenute pensando ad una vera crisi del “sistema Napoli” tanto amato dai turisti?

A ben vedere disarma anche il resto della Top Ten, con in quarta posizione, ex aequo, I Masanielli di Francesco Martucci, a Caserta, e Seu Pizza Illuminati di Pier Daniele Seu e Valeria Zuppardo a Roma a rincuorare l’orgoglio italiano, “accerchiati” in quinta posizione ancora da un ex aequo con Pizzeria Sei di William Joo, a Los Angeles, e Tony’s Pizza Napoletana di Tony Gemignani, a San Francisco e sesta posizione per Leggera Pizza Napoletana di André Guidon, a San Paolo del Brasile. Settima posizione per RistoPizza by Napoli sta ca di Giuseppe Errichiello, a Tokyo. In ottava posizione, Baldoria di Ciro Cristiano, a Madrid. Al nono posto The Pizza Bar on 38th, guidata da Daniele Cason, a Tokyo e, a chiudere, il decimo posto Razza di Dan Richer, a Jersey City.

Pazienza per chi storcerà il naso, ma la globalizzazione è anche questa: il trasmettere le tradizioni senza poi rimpiangere il risultato sul campo. In fin dei conti, ciò che davvero importa è la lunga scia di soddisfazioni per gli operatori del settore e un indotto che non arresta i conti in positivo, mentre il mercato internazionale sta arretrando su molti dei beni consumo primari. Il vino ne è un fulgido esempio.

La vera competizione, a nostro avviso, resta sui fondamentali del gioco, quella pizza Margherita forse reinterpretata ancora dagli antichi Romani e che trova finalmente il luogo giusto anche oltre le Alpi, in posti impensabili. Un amore del passato recuperato a dispetto della contemporaneità eccessiva e di topping ingombranti ormai confinati in secondo piano.

I gusti dei clienti volgono nuovamente alla semplicità senza compromessi, a materie prime del territorio e alla qualità pure nel classico dei classici. 50 Top World non può che analizzare e raccontare una dualità di idee in bilico tra ciò che è stato e ciò che sarà, negli impasti, nei ripieni e nelle tecniche sempre più precise e avanzate. Tutto il resto sono chiacchiere da salotto.

Nel corso della serata sono stati assegnati anche i premi speciali dell’edizione 2026:

• Pizza Maker of the Year 2026 – Ferrarelle Award: Daniel Semrani di gigi’s, Sydney;

• Pizza of the Year 2026 – Latteria Sorrentina Award: “Pomodori” di QT Pizza Bar, San Paolo;

• Best Pasta Proposal 2026 – Pastificio Di Martino Award: Pasquale’s, South Kingstown;

• Best Cocktail List 2026 – Sei Bellissimi Award: Audace, New York;

• Made in Italy 2026 – Salumi Coati Award: Sapori Italiani U Taliana, Bratislava;

• Performance of the Year 2026 – Robo Award: Palazzo Petrucci Pizzeria, Napoli;

• Pizza Maker Mentor 2026 – Solania Award: Giulio Adriani di Slice & Pie, Washington;

• Best Marketing 2026 – Mammafiore Award: Baldoria, Madrid;

• One to Watch 2026 – Orlando Foods Award: Stretch Pizza, New York;

• Best Dessert List 2026 – Latteria San Salvatore Award: IMperfetto, Puteaux;

• Best Fried  Food 2026 – Il Fritturista – Oleificio Zucchi Award: 50 Kalò, Londra;

• Best Customer Satisfaction 2026 – Fedegroup Award: La Fenice, Pistoia;

• Green Oven 2026 – Goeldlin Award: Seba’s, Uvita;

Inoltre, sono stati consegnati attestati e riconoscimenti a persone ed organizzazioni che si sono distinte durante l’anno per il loro impegno nella valorizzazione della pizza: all’Associazione Pizzaiuoli Napoletani è stato conferito il riconoscimento per la Promozione della pizza napoletana in Italia e nel Mondo; Pasquale Telese e Francesco Conato, rispettivamente Presidente e Vicepresidente del Gruppo la Piccola Napoli, hanno ricevuto l’attestato per il Guinness World Records per la produzione e distribuzione di 12.000 pizze a scopo benefico; a Raffaele Biglietto, Direttore di TuttoPizza, è stato conferito il riconoscimento per la Promozione della cultura della pizza attraverso TuttoPizza.

Sono 36 i paesi presenti nella classifica mondiale 2026: prima l’Italia con 31 locali, seguita dagli Stati Uniti d’America con 22 e dal Brasile con 6. Le città più rappresentate sono New York con 7 locali, seguita da Napoli con 6 e San Paolo con 5.

Un ringraziamento speciale va ad Alessandra Farinelli per le foto allegate al presente articolo.

All’Hotel Porta Rossa di Firenze debutta Portale, la nuova sfida di Paulo Airaudo

Nel centro storico di Firenze è stato inaugurato Portale by Paulo Airaudo, il nuovo ristorante all’interno del Porta Rossa Hotel Firenze, Colbert Collection.

Il progetto porta la firma dello chef italo-argentino Paulo Airaudo, che ne definisce la visione gastronomica e supervisiona la proposta culinaria, affiancato nella quotidianità della cucina dallo chef toscano Mirko Margheri.

Per Paulo Airaudo si tratta di un progetto con un’impostazione diversa rispetto ai ristoranti stellati che portano la sua firma nel mondo. La proposta gastronomica sceglie una dimensione più informale ed accessibile, costruita attorno a una cucina italiana riconoscibile, dove la qualità delle materie prime incontra la rilettura della  tradizione: cucina italiana contemporanea, con radici toscane rivolta anche ad una clientela internazionale.

Nato in Argentina da una famiglia di origini italiane, Airaudo ha costruito la propria carriera tra Europa e Asia. Oggi il suo gruppo conta undici ristoranti tra Spagna, Italia, Hong Kong e Thailandia e otto stelle Michelin. Portale si inserisce in questo percorso con una formula differente, pensata per una frequentazione più quotidiana e rivolta tanto agli ospiti dell’hotel quanto a chi vive Firenze.

A tradurre la visione dello chef nella cucina di tutti i giorni è Mirko Margheri, resident chef del ristorante. Toscano, con esperienze maturate in cucine italiane e internazionali, Margheri porta nel progetto una conoscenza diretta delle materie prime e della tradizione regionale. A lui è affidata la gestione quotidiana della cucina e della brigata, nel rispetto della linea gastronomica definita da Airaudo.

Lo chef Paulo Airaudo ha commentato che “Portale nasce dal mio amore per la cucina italiana più autentica: quella con cui si cresce, quella che si prepara in casa e si condivide attorno a una tavola senza fretta: una cucina profondamente radicata nella Toscana che ho scoperto e di cui mi sono innamorato; ogni piatto porta con sé un mio tocco personale, che può esprimersi in una consistenza, un dettaglio o un abbinamento inaspettato.”

Ha poi spiegato che la cucina tradizionale merita sempre il suo posto: si può fare una cucina elegante, attenta e rigorosa anche se basata sui sapori e sulle ricette tradizionali: questo nuovo progetto rappresenta quindi come una alternativa, sempre fondata su una cucina di qualità, rispetto ai suoi progetti stellati rivolti all’alta gastronomia.

Il nome Portale richiama l’idea di una soglia, un passaggio attraverso il quale entrare nella cultura gastronomica. Un concetto sintetizzato nel claim “Local roots. Italian soul”, sintetizza questa filosofia, che racconta l’incontro tra radici locali, cultura gastronomica italiana e uno sguardo contemporaneo.

IL FASCINO STORICO DELL’HOTEL PORTA ROSSA

Portale, che si sviluppa fra sala ristorante e bar, con 40 coperti in totale, trova una naturale collocazione all’interno del  Porta Rossa Hotel Firenze, Colbert Collection uno degli indirizzi storici dell’ospitalità fiorentina, le cui origini risalgono al  1386ed è considerato uno degli hotel più antichi d’Italia. Nato come rifugio per i mercanti della seta, conserva ancora oggi elementi architettonici che testimoniano il passato dell’edificio.

È in questo contesto che si inserisce  Portale, con un progetto di interni fatto di materiali caldi, luce soffusa, arredi su misura e opere d’arte si confrontano con gli elementi storici dell’hotel, dall’iconica porta rossa ai pavimenti in marmo a scacchiera e ai soffitti a volta.

La Toscana è naturalmente uno dei fili conduttori del menu

La pappa al pomodoro con burrata di bufala, i ravioli ripieni di finocchiona e pecorino toscano con fondo di scalogno e la suprema di pollo con crema di melanzane e cipollotto sono alcuni dei piatti nei quali il legame con il territorio emerge con maggiore evidenza. Tra i contorni compare anche un grande classico della tradizione regionale, i fagioli all’uccelletto.

La  cucina di Portale, tuttavia, non si ferma ai confini toscani. La carta guarda all’intera penisola e interpreta prodotti e ricette  i diverse regioni.

Il risotto Acquerello con acqua di pomodoro, Parmigiano Vacche Rosse e aceto balsamico ne è un esempio, così come gli spaghettoni alla Nerano con gambero rosso di Mazara. Tra i secondi si incontrano il filetto di baccalà con crema di ceci e rosmarino e il filetto di manzo alla Rossini con millefoglie di patate e tartufo nero estivo. Tra i dessert, il tiramisù, la panna cotta al basilico con fragole e aceto balsamico e le pere con ricotta, Vin Santo e noci.

L’esperienza di Portale comincia già dall’aperitivo. Il Portale Bar, che dispone di dieci coperti, accoglie gli ospiti dalle 17.30 e rimane aperto fino a mezzanotte.

La cocktail list comprende alcuni signature, tra cui il “Per Non Dormire” (che richiama il motto dei Bartolini Salimbeni, antichi proprietari dell’edificio nel medioevo), preparato con rum solera, Campari, vermouth rosso e Angostura, insieme a Basil Royal (gin,succo di limone e basilico) e Porta Rossa Sour (Gin, Aperol, Lavanda e Lime).

Accanto alle creazioni della casa trovano spazio i grandi classici: Negroni, Americano, Martini, Manhattan, Old Fashioned, Espresso Martini, Margarita, Hugo e Spritz. Non manca una proposta analcolica, come l’Apple Spiced Mule, mentre la carta dei vini punta soprattutto su etichette toscane e italiane, disponibili anche al calice.

Le cene più formali si svolgono invece nella sala del ristorante, che dispone di ulteriori 30 coperti e propone il servizio dalle 19 alle 22.

«Con Portale by Paulo Airaudo, la nostra ambizione era creare un ristorante che appartenesse davvero a Firenze: un luogo in cui i fiorentini possano riconoscersi, dove i visitatori internazionali possano scoprire la città attraverso la sua cultura gastronomica e dove gli ospiti dell’hotel possano vivere un’autentica esperienza toscana a pochi passi dalla propria camera. Volevamo anche restituire valore al rito dell’aperitivo, proponendo un ambiente accogliente e rilassato in cui fermarsi, incontrarsi e condividere un momento di convivialità. Questo edificio custodisce una tradizione di ospitalità che affonda le sue radici nel XIII secolo; con Portale guardiamo al futuro, arricchendo questa eredità con una nuova proposta gastronomica capace di parlare alla città, ai viaggiatori e ai nostri ospiti, riunendoli attorno alla stessa tavola» racconta Giacomo Sarnataro, General Manager di Porta Rossa Hotel Firenze, Colbert Collection.

Un ringraziamento per le foto va alla fotografa Francesca Anichini

CONTATTI

Porta Rossa Hotel Firenze, Colbert Collection
Via Porta Rossa, 19
50123 Firenze FI

Email: portarossa@colbert-collection.com
Telefono: +39 055 2710911

Ristorante – Portale by Paulo Airaudo
Orari di apertura: dal martedì al sabato dalle 19:00 alle 22:00Portale Bar
Orari di apertura: dal martedì al sabato dalle 17:30 alle 00:00

Il POMO Fest torna a Nocera Inferiore con 2 weekend di eventi dal 10 al 13 e dal 17 al 20 settembre

Ospiti Errico Porzio, Gino Sorbillo, Peppe Di Napoli e tanti altri

Il POMO Fest torna a Nocera Inferiore. La seconda edizione del festival dedicato al pomodoro conferma ancora una volta la città di Nocera Inferiore come capitale italiana delle aziende conserviere. Dal 10 al 13 e dal 17 al 20 settembre, nel cuore della città nocerina, prenderà vita un grande evento diffuso che celebra il pomodoro, simbolo identitario dell’Agro nocerino sarnese, e della Campania e in generale, e riconosciuto come risorsa economica di valore mondiale.

 “Sono lieto di accogliere anche quest’anno a Nocera Inferiore il Pomo Fest, un evento centrale per valorizzare l’intera filiera del pomodoro e il lavoro straordinario delle aziende conserviere dell’Agro Nocerino-Sarnese. Questa iniziativa rappresenta una vetrina fondamentale per rafforzare la nostra identità territoriale, generare indotto turistico e promuovere la Campania come destinazione enogastronomica d’eccellenza. Benvenuti a tutti coloro che condivideranno con noi questa grande festa della nostra terra.” ha dichiarato il sindaco di Nocera Inferiore, l’avvocato Paolo De Maio.

Il progetto “POMO FEST” è promosso e realizzato dall’Associazione Pomo Fest – ETS, che annovera tra i propri soci fondatori Roberto Ruggiero, Gino Citarella, Antonio Grimaldi, Antonio Giaccoli, presidente dell’Accademia Nazionale Pizza DOC, Rosario Augusto e Roberto Jannelli dell’associazione Erre Erre Eventi.

“Essendo persone del territorio dell’Agro nocerino sarnese, siamo cresciuti praticamente circondati dal pomodoro e, girando tanto nel mondo, abbiamo visto e rivisto questo frutto in tutte le salse – ha affermato Roberto Ruggiero, presidente dell’Associazione Pomo Fest -– La scorsa edizione ha confermato la nostra intuizione, ovvero quella di Nocera Inferiore come capitale italiana delle aziende conserviere. Proprio per questo anche quest’anno abbiamo sentito il bisogno di organizzare questo eventoil Pomo Fest a Nocera Inferiore, luogo ideale dove poter valorizzare, sia a livello culinario che a livello culturale, questo splendido prodotto della nostra terra”.

Promosso dall’Associazione Pomo Fest con il sostegno del Comune di Nocera Inferiore con il patrocinio del Ministero dell’Agricoltura, della Regione Campania e della Camera di Commercio di Salerno, il festival animerà per quattro giorni2 weekend consecutivi il centro della città nocerina con degustazioni, spettacoli, talk, masterclass e momenti culturali.

“Dopo i successi internazionali ottenuti dal Campionato Mondiale Pizza DOC e Pizza DOC Awards, e dai corsi tenuti in tutti il mondo con l’Accademia Nazionale Pizza DOC, il Pomo Fest è un ritorno a casa visto che tutto è partito proprio da Nocera – hanno affermato Vincenzo e Mena Giaccoli, le due anime dell’Accademia Nazionale Pizza DOC – Abbiamo voluto creare un evento che potesse valorizzare il territorio ed il suo prodotto tipico: il pomodoro. Speriamo di poter costruire un progetto che parte da Nocera Inferiore per arrivare nel resto d’Italia e del Mondo”.

Una seconda edizione particolare che sarà dedicata alla memoria del compianto Antonio Giaccoli, fondatore e presidente della Accademia Nazionale Pizza DOC scomparso prematuramente lo scorso mese di giugno. Originario di Nocera Superiore, Giaccoli con la sua Accademia era riuscito a creare un enorme progetto legato al Mondo Pizza, con sedi e corsi realizzati in tutto il mondo, e aveva deciso da subito di puntare sul progetto Pomo Fest per tornare a realizzare grandi eventi anche nella sua terra d’origine.

Proprio per questo sarà istituita una borsa di studio per giovani pizzaioli dedicata alla memoria di Antonio Giaccoli, il modo migliore per ricordare il Presidente dell’Accademia Nazionale Pizza DOC.

Non a caso, infatti, il progetto Pomo Fest vuole:

  • Valorizzare la filiera del pomodoro attraverso le aziende conserviere che da decenni rappresentano l’orgoglio dell’Agro Nocerino-Sarnese;
  • Offrire un’esperienza culturale e gastronomica che intrecci tradizione, innovazione, sostenibilità e inclusione sociale;
  • Consolidare l’identità territoriale, generare indotto turistico e promuovere la Campania come destinazione enogastronomica di eccellenza.

Ospiti d’eccezione saranno testimonial illustri del mondo della ristorazione campana e nazionale, come: il maestro pizzaiolo Gino Sorbillo, il maestro pizzaiolo Errico Porzio, il maestro pizzaiolo Fabio Di Giovanni della pizzeria Don Antonio 1970, il pasticciere napoletano Poppella, lo chef pescivendolo Peppe Di Napoli, i food influencer Peppe e Federica de Il mio viaggio a Napoli con le loro pizzerie, il food creator Ingordo della nocerina Bottega Paradiso, il maestro pizzaiolo Antonio Fiorillo di Lievita, la pizzeria I Borboni, le parigine di Cianò, le pizzerie nocerine Madison, Nasteat e Nuga, gli chef dell’hotel Due Torri di Maiori, gli chef del San Severino Park Hotel di Mercato San Severino e tanti altri ancora.

“Il nostro è progetto di valorizzazione di tutto il sistema conserviero ed in particolare del pomodoro, l’oro rosso dell’Agro nocerino sarnese – hanno precisato Rosario Augusto e Roberto Jannelli di Erre Erre Eventi – Quello che deve uscire fuori è il territorio della Valle del Sarno, le sue eccellenze ortofrutticole e quelle relative alle storiche aziende conserviere che trasformano i prodotti agricoli e mantengono in piedi l’economia della zona. Un progetto ambizioso che vuole raccontare questo pezzo di territorio campano che va dalla Valle Metelliana fino alle pendici del Vesuvio e farlo conoscere per tutta la sua bellezza”.

Cuore del Pomo Fest saranno le aziende conserviere, colonne portanti della filiera agroalimentare locale e non solo, come Solania, Ciao, De Clemente, Nobile, Petti, Rega, La Carmela, Sica, Fontanella, La Fiammante, Pomilia, La Rinascita. Un’adesione di straordinaria rilevanza che conferma la forza e l’unità del comparto conserviero campano, ambasciatore del pomodoro e del pomodoro San Marzano nel mondo. Il loro contributo testimonia la volontà condivisa di investire in un progetto di promozione territoriale che lega cibo, cultura e identità. Altri partner enogastronomici saranno: Martini; Birra Peroni – Nastro Azzurro; le farine di Molino Vigevano; i prodotti caseari di Podere dei Leoni; Pepsi; il Caffè Trucillo.

Partner della seconda edizione del POMO Fest saranno:i servizi di digital strategist di CIBOH; la comunicazione stampa e le pubbliche relazioni di BTL Prod; Grimaldi; NEXT; Sdm Service Di Senatore Domenico; Sky Edilagro srl; Aurora Cartoleria.

Partner Tecnici saranno gli abiti di lavoro di Divise & Divise, la legna professionale di Legna Caldo Pellett, i forni a legna di Reppuccia, il coordinamento e la comunicazione grafica di Dimensione Pubblicità, i servizi stampa di Testa Creativa.

Media partner ufficiale sarà Radio Base.

Il Pomo Fest prenderà vita nel cuore di Nocera Inferiore, ovvero piazza Diaz, piazza Amendola, via Matteotti e via Lanzara. Il percorso esperienziale prevede:

  • stand enogastronomici;
  • stand espositivi di aziende conserviere;
  • postazione con prodotti senza glutine e senza lattosio;
  • punti bar;
  • showcooking, masterclass e talk tematici.

Due weekend di eventi che colorerà di rosso tutta la città di Nocera Inferiore.