Cinque Foglie a quattro mani: la fisica invisibile del gusto

Non abbiamo mai pensato davvero alla cucina come a un luogo di educazione gentile.
Eppure è lì che impariamo più cose: a riconoscere, a distinguere, a ricordare grazie a piccoli scarti percettivi, di dettagli che si depositano senza rumore.

La serata a quattro mani da Cinque Foglie, con il patron Roberto Allocca e Gennaro Esposito, 2 stelle nella Guida Michelin 2026, è stata esattamente questo: un percorso di consapevolezza sensoriale in cui il gusto attraversa spazio, memoria e materia. 

Un dialogo che non è mai sovrapposizione. È stratificazione. 

Due sensibilità che si cercano nella materia, nella tecnica, nel ritmo.

 

Il viaggio comincia lontano dalla tavola. Nella galleria fotografica della Piana del Sele. Volti, campi, architetture essenziali. Il cotone, le mani, la luce dura. Qui la memoria non è nostalgia: è struttura. È la prima coordinata sensoriale. Lo sguardo si abitua a una grammatica fatta di terra, lavoro, essenzialità. E quando gli occhi imparano a leggere, il palato è già predisposto a capire. È allora che si apre la cantina. Un passaggio di temperatura, di luce, di suono. Duecentocinquanta metri quadri di silenzio liquido e 1200 etichette con la guida del maître e sommelier Ivan Mendana Fernandez.

 

 

Le bollicine della Maison Bruno Paillard fanno vibrare la serata nel respiro della verticalità, nell’atmosfera del perlage del calice. L’aperitivo è in equilibrio tra ambiente e percezione: il finocchio di riva è un primo segnale chiaro: brasato al sale, rucola, spuma di pecorino, finocchio di mare fermentato. E la texture è già racconto: il morbido, il cremoso, il vegetale che si fa iodato. La spuma è quasi tessile, evoca il cotone visto poco prima. Non è un caso. È connessione sensoriale.

 

I primi lavorano sulla profondità: prima con il risotto allo zafferano al nero di seppia con ragù di rombo, un piatto in cui colore e gusto si rincorrono. Il nero non è solo visivo: è densità, è mare che si fa struttura.

Poi Ricordo di casa. Bottoni di pasta cotta, cacio e uova, brasato di primizie. Una scelta segnata da una visione gastrofisica che diventa emotiva: la memoria gustativa si attiva. Il cervello riconosce, il corpo si rilassa. È comfort, ma con tensione tecnica.

Il pescato in Salsedine in fermento è forse il punto più radicale. Arrosto, ristretto al cardamomo, fagiolini e ravanelli fermentati. La salsedine è precisa, non invadente. Il fermentato introduce una vibrazione acida che non è solo gusto: è attivazione biologica.

Perché sì, qui si entra anche in un altro livello. Quello del microbiota. I fermentati non sono una moda. Sono linguaggio. Dialogano con il cervello, modulano percezioni, umore, risposta emotiva. È scienza che diventa esperienza. È il corpo che partecipa, non solo il palato.

E poi il dolce. Una crème brûlée alla liquirizia e provolone del Monaco con sorbetto al bergamotto che gioca sul contrasto: grasso e agrumato, dolce e salino.

La zuppetta napoletana e cassata riportano alla tradizione, ma con una leggerezza nuova.
Le piccole coccole finali chiudono come una dissolvenza.

Durante tutta l’esperienza, il contesto lavora silenziosamente: la luce, i suoni, la distanza tra i tavoli, la postura, il ritmo del servizio, la cucina a vista dove gli chef muovono le mani come su un pianoforte.

L’esperienza di Cinque Foglie è un percorso che strega. Ciò che distingue davvero questo luogo è il pensiero che precede il piatto. Una ricerca sulla rarità, sulla botanica, sulla tracciabilità intelligente. Un’idea di cucina che non si limita a nutrire, ma costruisce significato. Lo chef non è solo esecutore. È un narratore di biodiversità.

È qui che nasce quello che possiamo chiamare un nuovo umanesimo alimentare: una cucina che tiene insieme conoscenza, sostenibilità, tempo giusto. Senza retorica. Ecco perché Cinque Foglie non è solo un ristorante. È un luogo in cui si impara, senza accorgersene. E forse è proprio questo il suo gesto più radicale.

 

 

Napoli tra lievitati e cultura: la Pizza alle fragole di Mauro Espedito e il dolce Carolina di Salvatore Gabbiano

Se lo scorso anno Mauro Espedito, della Pizzeria Owap, ha dedicato una pizza alla Primavera, quest’anno la sua curiosità lo ha spinto a creare una Pizza alle fragole, risultato dell’incontro con Guarino Natural Garden, azienda a conduzione familiare, di Montesarchio, specializzata nella produzione di fragole, frutta e ortaggi biologici.

La presentazione alla stampa è fissata per  mercoledì 15 aprile, quando sarà svelata anche un’altra novità: un dolce creato, ad hoc, dal maestro pasticcere Salvatore Gabbiano, della Pasticceria Dulcis in Pompei.

Il dolce, chiamato Carolina, è dedicato a Carolina Bonaparte, moglie di Gioacchino Murat, che regnò a Napoli dal 1808 al 1815. 

Se Murat, tra le sue innovazioni, promosse l’ampliamento di via Foria, rendendola una delle strade più imponenti della città, Carolina Bonaparte patrocinò pubblicazioni e studi sugli scavi di Pompei, lasciando un’eredità artistica e culturale ancora oggi presente nei musei napoletani.

Il dolce Carolina si presenta come un lievitato, realizzato con farina Aria di Mulino Caputo,  con una gelèe realizzato con un concentrato di fragole colata nella forma che sovrasta la monoporzione, dove il colore rosso richiama anche l’altra passione della regina Bonaparte: il corallo di Torre del Greco.

La presentazione si terrà a Napoli presso la Pizzeria Owap, nel cuore di via Foria, a pochi passi dall’Orto Botanico. 

Per l’occasione, Mauro Espedito proporrà un tributo dell’arte bianca alla coppia Bonaparte-Murat, che introdusse a Napoli la tradizione dei lievitati, allora soprattutto salati.

Una celebrazione della capacità di Napoli di adottare e reinterpretare mode, usi e costumi: una vocazione al meticciato che rende la città un laboratorio creativo e accogliente, nel quale storia, cultura e gastronomia si intrecciano in modo straordinario.

Nasce Somnium a Eboli, la “cucina darwiniana” di Pasquale Trotta

Vi siete mai chiesti come sarebbe stato un pranzo al periodo delle antiche civiltà, dal Paleolitico al Neolitico, passando per Etruschi, Greci e Romani, senza dimenticare i contributi sostanziali nella gastronomia di Angioini ed Aragonesi?

Da Somnium a Eboli si viaggia al centro della terra e dei sapori con le tecniche più innovative, necessarie alla trasformazione delle materie prime ridisegnate come la tela di un quadro manierista. Pasquale Trotta, mille esperienze da giramondo prima di tornare in Italia nella “sua” Campania con un concept assolutamente innovativo ha eliminato la carta, con un menù unico da 17 portate suddiviso per tappe storiche.

Si comincia proprio dalla preistoria con un tunnel interattivo di lava stratificata e sonorità selvatiche fino a giungere al salottino denominato “Thermopolium” in stile cyberpunk, con atmosfere distopiche e fantascientifiche dei libri di Azimov e Lem o delle sceneggiature alla Blade Runner: immagini di macchine volanti, pioggia e automi in movimento. Ai tavoli invece i calchi fossili marini, presenza “vivente” della fertilità delle terre del Sele, ai confini con la Lucania.

Nessuno schema precostituito neppure tra cucina e sala, con Mattia Besana a curare l’ampia carta vini da 511 referenze e alcune verticali importanti e l’intera brigata ai fornelli pronta a coccolare l’ospite a rotazione. «L’intelligenza artificiale ha avuto un ruolo fondamentale nella mia visione di Somnium – afferma Trotta – Nato da un sogno, costruito passo dopo passo in tre anni, sono adesso pronto alla rivelazione al pubblico e alla stampa di settore a cominciare da questa sera».

Ricostruzioni al computer, che supporta anche le giuste proporzioni e grammature nell’ideazione delle ricette visionarie di Pasquale, ma il restante 99% è tutto umano, ecosostenibile dal punto di vista energetico e basato sulla filosofia strettamente attuale del zero spreco. «Siamo stati troppo a lungo legati, costretti ad atavici clichè; abbiamo immaginato una realtà di fantasia al ribasso, perdendo di vista il contatto con gli ingredienti. Il cucchiaio non esiste è inutile cercare di piegarlo, parafrasando uno dei miei caposaldo del cinema come Matrix».

La sfida vera sarà trasmettere il binomio inscindibile tra evoluzione e tradizione. Ogni proposta è frutto infatti delle contaminazioni tra epoche storiche differenti, preparazioni antichissime come garum e mulsum unite ai ricordi d’un tempo ancora vivo nella memoria. La mano si sente nei gusti forti, densi e ricchi del menù, dal sale alle cotture alla creatività ben dosata. Le carte da gioco fantasy, con la spiegazione dei piatti in uscita, presenti nel secondo angolo di degustazione denominato “popina” come le bettole mal frequentate romane, sono l’unica testimonianza cartacea utile al racconto.

L’ultima parte è il “laboratorio 2126” che guarda al futuro, dall’unica seduta per 16 posti totali. Tre i turni massimi per serata, scanditi dalla partenza ogni 30 minuti dalle ore 20. In inverno si apre dal mercoledì al sabato e in estate dal lunedì al giovedì. In questa sezione si affrontano anche le tematiche della sostenibilità, del cibo spazzatura e del riscaldamento globale, sempre con un’aria scanzonata e ironica per non appesantire gli animi lanciando comunque un messaggio positivo.

Quattro gli abbinamenti proposti dal “Sine ebrietate” (analcolico) o il “Transumatio” per 75 euro dove i cocktail del bartender e la selezione vini di Besana la fanno da padrone, per poi innalzare l’asticella con “Iter” ed “Aeternitas” a 150 euro con bottiglie rarissime e vecchie annate grazie al servizio Coravin, presente in tantissime scelte al calice.

Sogno o son desto? Somnium o realtà? le domande esistenziali della nuova esperienza ebolitana nata da un figliol prodigo del territorio che cerca di portare un vento di evoluzione della specie gourmand.

Ascolta l’intervista integrale a Pasquale Trotta.

La zuppa di cozze “torrese” da Nunù Trattoria Moderna

Nel cuore di Torre del Greco, a pochi passi dal mare, c’è un indirizzo che negli ultimi anni ha conquistato gli amanti della cucina partenopea.

Da Nunù Trattoria Moderna la tradizione incontra una sensibilità contemporanea grazie allo chef e patron Nunzio Spagnuolo, talento vesuviano che ha riportato a casa un bagaglio di esperienze maturate tra ristoranti internazionali e grandi maestri della cucina italiana.

Tra i piatti che meglio raccontano l’anima del locale c’è la “zuppa di cozze napoletana al Kg”, una preparazione che profuma di mare, devozione e memoria. A Napoli, infatti, questo piatto non è solo ricetta, bensì un rituale che si rinnova ogni anno durante la Settimana Santa, soprattutto la sera del giovedì, quando sulle tavole dei napoletani compare immancabilmente “’a zupp’ ’e cozze”.

La storia di questo piatto affonda le radici nel Settecento e viene spesso collegata al gusto del re borbonico Ferdinando I di Borbone, grande amante dei frutti di mare, che contribuì a diffondere una versione più elaborata della ricetta con pomodoro e olio piccante.

Da Nunù, questa tradizione prende forma con equilibrio e rispetto per la materia prima. Le cozze freschissime si aprono in un brodo ricco di profumi, accompagnato da altri frutti di mare come vongole, tartufi, fasolari, lumachine, da polpo e crostacei, mentre il vero protagonista resta il forte, l’olio “santo” rosso piccante che dona carattere al piatto.

Sul fondo poi non manca mai la fresella, che assorbe lentamente il sugo e diventa parte integrante dell’esperienza gastronomica insieme al tarallo con le mandorle d’accompagnamento.

Il risultato è una zuppa intensa e generosa, che racchiude tutta la forza della cucina di mare torrese. In un locale menzionato anche in Guida Michelin per la qualità della sua cucina tradizionale reinterpretata con personalità, ogni piatto diventa un racconto di territorio.

Ed è proprio questo il segreto della zuppa di cozze di Nunù: non solo un grande piatto di mare, ma un viaggio nei sapori autentici di Torre del Greco, dove tradizione e contemporaneità si uniscono in un cucchiaio di brodo rosso come il corallo simbolo della città.

Chianina & Syrah ospita lo chef Michele Ricci, un dialogo perfetto tra vino e grande cucina

A pochi passi dal confine tra Toscana e Umbria, arroccata su un colle che domina la Cortona, è una città che racconta secoli di storia.

Antica lucumonia etrusca, poi borgo medievale di straordinaria bellezza, conserva ancora oggi un fascino intatto: vicoli in pietra, piazze luminose e scorci che si aprono sulla campagna circostante. È proprio questo paesaggio, fatto di colline morbide e suoli ricchi di storia agricola, ad aver accolto negli ultimi decenni un vitigno internazionale capace di trovare qui una delle sue espressioni più sorprendenti: il Syrah.

Arrivato probabilmente in queste terre già nell’Ottocento, il Syrah ha trovato nella Val di Chiana condizioni ideali per esprimere una personalità distinta: vini intensi ma eleganti, caratterizzati da note speziate, frutti scuri e una trama tannica raffinata. Accanto al vino, un altro simbolo identitario domina la scena gastronomica del territorio: la carne della Chianina, razza bovina tra le più antiche al mondo, da cui nasce la celebre bistecca che rappresenta una delle icone assolute della cucina toscana.

È proprio dall’incontro tra questi due protagonisti, il Syrah e la Chianina, che prende vita la manifestazione Chianina & Syrah, in programma dal 6 al 9 marzo. Un evento che negli anni è diventato un punto di riferimento per appassionati, produttori e professionisti del settore, trasformando Cortona in un crocevia di degustazioni, incontri e momenti gastronomici dedicati a uno degli abbinamenti più affascinanti della tavola.

Tra i luoghi che incarnano lo spirito dell’evento spicca il raffinato Monastero di Cortona Hotel & Spa. Situato all’interno di un antico complesso monastico sapientemente restaurato, il resort rappresenta oggi uno degli indirizzi più eleganti della città, dove storia, ospitalità e alta cucina si incontrano. Le sue sale cariche di atmosfera e gli spazi affacciati sulla valle diventano durante la manifestazione un palcoscenico privilegiato per degustazioni e momenti conviviali.

Nel cuore gastronomico del Monastero di Cortona Hotel & Spa, il ristorante “Gli Affreschi” diventa durante Chianina & Syrah uno spazio di dialogo tra cucina e vino. Qui lo chef Michele Ricci interpreta il territorio con sensibilità contemporanea, mantenendo però un legame saldo con le materie prime locali e con la tradizione gastronomica della Val di Chiana.

In occasione dell’evento, lo chef ha proposto un piatto preparato a quattro mani insieme allo Chef Giovanni De Candido, capace di raccontare in modo diretto il tema della manifestazione: un raviolo ripieno di ragù di Chianina, ricco e profondo nei sapori, accompagnato da tre salse pensate per creare un gioco di contrasti ed equilibri.

La prima, cremosa e avvolgente, a base di pecorino; la seconda, fresca e aromatica, realizzata con erbe del territorio; la terza, la più identitaria, una salsa in gelatina di Syrah, che lega il piatto al calice e ne amplifica la dimensione sensoriale.

Un’idea gastronomica che sintetizza perfettamente lo spirito di Chianina & Syrah: non solo un incontro tra carne e vino, ma un dialogo creativo tra due simboli della tavola e del paesaggio di Cortona. Qui, tra storia, vigneti e cucina d’autore, il territorio si trasforma in esperienza, raccontando nel piatto e nel bicchiere una delle identità più affascinanti della Toscana del vino.

Il Monastero di Cortona diventa così uno dei protagonisti con un vero e proprio laboratorio del gusto, dove la cultura del vino e quella della cucina si intrecciano in un racconto che parte dal territorio e arriva al piatto. L’occasione perfetta per intervistare chef Michele Ricci.

Intervista allo chef Michele Ricci: la memoria toscana che diventa cucina contemporanea

Nel panorama dell’alta ristorazione toscana, Michele Ricci rappresenta una figura capace di coniugare radici profonde e visione contemporanea. Originario di Sansepolcro, cresciuto in una famiglia dove la cucina è sempre stata parte della vita quotidiana, oggi guida la proposta gastronomica del Monastero di Cortona Hotel & Spa, elegante struttura ricavata in un antico monastero nel cuore di Cortona.

La sua cucina nasce dall’incontro tra memoria familiare, territorio e tecnica, maturata anche grazie all’esperienza accanto a uno dei grandi maestri della cucina italiana, Gualtiero Marchesi. In questa conversazione lo chef racconta il suo percorso, il rapporto con la tradizione e la sua visione della gastronomia contemporanea.

Chef Ricci, la sua storia nasce in una famiglia di cuochi. Quanto ha inciso questo nella sua scelta professionale?

«Moltissimo. In casa mia la cucina era un linguaggio quotidiano. Il mio bisnonno aveva un ristorante nel centro di Sansepolcro e mia nonna gestiva una rosticceria. Crescere tra profumi, preparazioni e clienti mi ha fatto capire molto presto che quello era il mio mondo. Più che una scelta è stata una naturale evoluzione.»

Nel suo percorso c’è anche l’incontro con un grande maestro della cucina italiana.

«Sì, ho avuto la fortuna di lavorare con Gualtiero Marchesi. È stata un’esperienza fondamentale perché mi ha insegnato il rispetto assoluto per la materia prima e l’importanza dell’essenzialità. Marchesi aveva la capacità di togliere il superfluo e arrivare all’anima del piatto. È un insegnamento che porto ancora oggi nella mia cucina.»

Oggi guida la cucina del Monastero di Cortona. Che tipo di esperienza gastronomica proponete?

«Il Monastero di Cortona Hotel & Spa è un luogo speciale, ricco di storia e spiritualità. La mia cucina cerca di dialogare con questo contesto. Nei nostri ristoranti proponiamo una gastronomia che parte dalla tradizione toscana ma la interpreta con sensibilità contemporanea. L’obiettivo è emozionare senza perdere il legame con il territorio.»

La cucina è spesso percepita come il lavoro di un singolo chef, ma dietro c’è sempre una brigata. Quanto conta per lei il lavoro di squadra?

«Conta moltissimo. La cucina non è mai il risultato del lavoro di una sola persona. Io credo profondamente nel gioco di squadra. Oggi la mia brigata è composta da sei persone, e con loro si è creato un rapporto di grande sintonia, sia professionale che umana. Lavoriamo fianco a fianco ogni giorno, condividendo idee, ritmi e responsabilità. È questo spirito di collaborazione che permette alla cucina di funzionare davvero.»

Quali sono i piatti che rappresentano meglio la sua cucina?

«Ci sono alcuni piatti che raccontano molto bene la mia identità. Uno è sicuramente il piccione, ingrediente molto legato alla tradizione toscana, che preparo valorizzandone tutte le parti. Un altro è la pappa al pomodoro reinterpretata, dove la memoria di un piatto povero diventa una proposta elegante ma autentica. E poi amo lavorare molto con le paste fresche, che per me rappresentano la vera anima della cucina italiana.»

Quanto conta il territorio nella costruzione dei suoi menu?

«È fondamentale. La Toscana offre una biodiversità straordinaria: ortaggi, carni, olio extravergine, tartufi, erbe spontanee. Il mio lavoro è valorizzare questi ingredienti senza snaturarli. Collaboriamo molto con piccoli produttori locali perché credo che la qualità di un piatto inizi sempre dalla qualità della materia prima.»

In una rivista eno-gastronomica non possiamo non parlare di vino. Che rapporto ha con il mondo vitivinicolo?

«Il vino è parte integrante dell’esperienza gastronomica. Qui a Cortona abbiamo la fortuna di essere circondati da territori straordinari, dalla Val di Chiana fino alle grandi denominazioni toscane. Quando penso a un piatto immagino sempre anche il vino che lo accompagnerà. Cucina e vino devono dialogare, non competere.»

Qual è oggi la sfida più grande per uno chef?

«Credo sia trovare un equilibrio tra identità e innovazione. La cucina contemporanea è molto veloce, cambia continuamente. Però non bisogna perdere le radici. Per me innovare significa evolvere la tradizione, non cancellarla.»

Guardando al futuro, quale direzione immagina per la sua cucina?

«Continuare a lavorare sulla semplicità. Con gli anni ho capito che i piatti migliori sono quelli che sembrano facili ma nascondono grande ricerca. Vorrei una cucina sempre più essenziale, capace di raccontare il territorio con pochi elementi ma con grande intensità.»

Nella cucina di Michele Ricci convivono memoria familiare, tecnica e sensibilità contemporanea. Un percorso che dimostra come l’alta cucina possa rimanere profondamente legata alle proprie radici, trasformando ingredienti e tradizioni locali in un racconto gastronomico capace di parlare al presente.

Merito del grande successo è sicuramente degli organizzatori che da anni presentano un evento con una chiave di versa di quelle usuali, e tra loro sicuramente merita di essere menzionato, il Presidente del Consorzio Vini di Cortona, Stefano Amerighi, e l’Associazione Terre Etrusche e Terre Etrusche Events.

Se Cortona è da sempre una città che invita alla contemplazione, in questi giorni diventa anche un luogo di incontro tra storie, sapori e persone: un palcoscenico dove il Syrah racconta la sua identità italiana e la Chianina conferma il suo ruolo di regina della tavola toscana.

Irpinia, intervista a Valentina Martone del ristorante Megaron a Paternopoli

Il cibo è cultura, è il motto che campeggia sulla casacca di Valentina Martone, anima guerriera della cucina del Megaron di Paternopoli (AV).

L’abbiamo conosciuta in occasione della verticale delle dieci annate del Taurasi Riserva della cantina Perillo, una di quelle belle occasioni in cui a parlare è il territorio attraverso i propri prodotti e le persone che li hanno resi protagonisti. Al termine dell’evento, abbiamo chiacchierato con Valentina e scambiato alcune riflessioni.

Quando nasce il Megaron e per opera di chi?

“Il Megaron nasce nel 1987, come ristorante per matrimoni e cerimonie: un’attività creata da mamma e papà per noi tre fratelli” , ci spiega Valentina.

Il termine megaron infatti nell’architettura micenea indicava la grande sala che accoglieva gli ospiti all’interno di una casa. Trecento sono i coperti del Megaron, ma da quando Valentina nel 2000 ha preso le redini del locale qualcosa è cambiato…

“Ho voluto un ristorante che si rivolgesse con cura e attenzione al proprio territorio, basandosi su una cucina a chilometro zero, grazie all’orto di famiglia e all’olio di nostra produzione. Una ristorazione che restituisca l’anima di chi cucina all’ospite di Casa Megaron, perché il cibo è cultura.”

Da chi hai imparato a cucinare?

“Dai tanti chef che si sono susseguiti ho imparato l’organizzazione e il rigore che richiede la cucina. La ricerca invece è la mia identità, la perseguo studiando come valorizzare il territorio e i prodotti”.

La proposta del Megaron è un viaggio nel territorio, non solo per i prodotti utilizzati ma anche per le tecniche di preparazione, patrimonio di una cucina antica, ereditata da nonne sapienti. Ce lo ha spiegato Valentina,  ce lo ha raccontato ogni singolo piatto del pranzo. Ad apertura una brioche allo zafferano di Lacedonia, quello di Germana Puntel, friulana di origine, che per prima ha scommesso sulla coltivazione di zafferano, arricchita da pomodori secchi – ovviamente autoprodotti per la dispensa invernale – pesto di borragine e olio extravergine di oliva monocultivar ravece.

In accompagnamento il cubetto fritto di spaghetti con provola, limone e broccolo aprilatico -presidio Slow Food originario di Paternopoli- e la polpetta della nonna, “un cibo semplice, antico, fatto di pane raffermo, che ho impreziosito con tartufo nero irpino e una passata di pomodoro aromatizzata alla menta”, ci racconta in tono entusiastico Valentina.

Anche la minestra sciatizza è un piatto delle nonne, generalmente preparata con erbe di campo. Nella sua versione Valentina l’ha servita coi fagioli di Volturara – altro presidio Slow Food della provincia di Avellino –  e la cotica alle erbette, che dopo la lunga preparazione a cui è sottoposta, risulta pulita, sgrassata e callosa al punto giusto.

Come primo un fusillone del Pastificio Armando, condito con un broccolo locale di 120 giorni, cotechino, pomodori secchi e peperoncino; mentre il secondo non poteva che essere lo stracotto al Taurasi: un pezzo  di secondo taglio, il campanello di manzo, che dopo circa nove ore di cottura si scioglie in bocca ed è un tutt’uno col vino icona del territorio.

Valentina, qualcuno in sala ha definito poesia la scarola ‘mbuttunata di contorno….

“E’ una semplice scarola!”, si schermisce Valentina, riprendendo subito dopo il filo del discorso: “Mi piacciono le verdure e le erbe spontanee, la loro conoscenza mi è stata tramandata da mia madre e da mia nonna. Spesso si sbaglia la tecnica di cottura. Questa scarola sembra ancora viva, eppure non ho usato acqua e ghiaccio dopo la cottura per conservarne il colore. Semplicemente l’ho immersa completamente in acqua bollente e l’ho tirata subito fuori.”

Piccole accortezze che rendono un piatto speciale. La scarola viene poi riempita di pane raffermo, capperi, olive, pomodoro secco, un po’ di scamorza e ripassata al forno con un filo d’olio.

Anche il dolce però aveva una marcia in più…

“Io non sono una pasticcera, ma nei pochi dolci che faccio, cerco l’identità del territorio.”

Una frolla semplice, come quella che le nonne e le mamme impastavano di domenica, all’ultimo momento, perché a fine pranzo ci fosse anche il dolce in tavola. Il ripieno: una salsa di cacao amaro e vino cotto, con una vena di peperoncino e un pizzico di fiocchi di sale. Un contrasto dolce, salato, piccante che richiamava un boccone dopo l’altro e sosteneva senza alcuno sforzo l’abbinamento col Taurasi 2007 di Perillo.

Se dovessi scegliere un piatto rappresentativo dell’Irpinia? “Sicuramente lo stracotto al Taurasi è il piatto che racconta meglio il territorio. Lo abbiamo in carta da trent’anni, è il mio cavallo di battaglia e lo propongo sempre, in qualsiasi stagione.”

‘A figlia d”o Marenaro a Napoli: la paura si sconfigge a tavola parlando di cozze (e non solo)

Inutile dire che la mazzata, l’ennesima per il settore enogastronomico già piegato da crisi geopolitiche, da rincari su carburanti e materie prime e dalla crescente sfiducia del consumatore medio, si chiama virus dell’epatite A tornato di recente alla ribalta.

Come sempre il panico è la vera forma di comunicazione; scellerato, disgraziato panico che impedisce la scelta serena a tavola non soltanto degli accusati mitili, colpevoli senza neppure il beneficio del dubbio, ma anche del pescato quotidiano, della frutta, della verdura e chissà quali altre preparazioni considerate “sospette”.

La salute prima di tutto d’accordo, ma questa volta la sfortuna ci ha visto benissimo proprio sotto il periodo pasquale tanto atteso dalle famiglie. Dunque il compito di rasserenare gli animi non può e non deve cadere unicamente sulle spalle dei ristoratori o di qualche esperto chiamato a compensare ciò che la politica non può permettersi per questioni di carattere pubblico.

Anche il giornalista deve offrire un contributo sostanziale, analizzando, comprendendo, divulgando la voce di realtà solide e importanti del tessuto connettivo sociale, come quella di Assunta Pacifico, per tutti – non solo per l’insegna del suo locale – ‘A figlia d”o Marenaro.

Nella nuova sala da poco aperta prima al pubblico, la Salettadamare, spazio dedicato alle figlie gemelle Carmela e Maria, è andata in scena un’autentica sfida a colpi di mestoli e padelle tra la tradizione e la modernità, tra la zuppa di cozze divenuta piatto cult il giovedì santo e il Pignatiello eletto Zuppa di pesce dell’anno 2026 al Festival del Brodetto a Vasto. I tempi del “brodo e’ purp” cotto dal padre di Assunta o delle immense pile di cozze da pulire e sgusciare sui banchi all’aperto restano solo un dolce ricordo.

Igiene assoluta, celle frigo, abbattitori e tecniche di cottura da manuale hanno sostituito la pratica empirica forse più genuina ma anche pericolosa. Le cozze stanno a Napoli come la pappa al pomodoro per i toscani o il riso al salto per il milanese: usanze che sanno di casa, piatti tipici che racchiudono in sé passato, presente e futuro da preservare con cura.

La vera zuppa di cozze amata dai napoletani prevedeva il pesce di scoglio, impensabile oggigiorno. I controlli di filiera in Italia sono infatti severi e stringenti, il che non significa l’impossibilità di rare intossicazioni per lavorazioni errate, ma garantiscono comunque l’integrità del prodotto nelle varie fasi, fino alle cucine.

La Pacifico ha modificato leggermente la ricetta tramandata dai Borbone aggiungendo pezzi di tarallo con la sugna. Per il Pignatiello invece, il piccante non viene addizionato tramite il classico “olio santo rosso”, bensì è contenuto già nella salsa squisita, da sola o magari accompagnata ad un piatto di linguine.

Accanto alla memoria, anche la visione contemporanea con l’aiuto di Poppella, eccellenza nell’arte dolciaria napoletana, per la zeppola di mare, reinterpretazione salata della classica zeppola fritta: soffice e dorata, farcita con una delicata mousse di ricotta profumata agli agrumi e granella di pistacchio, arricchita da una raffinata mousse di scampi.

E perché no lo spaghetto con vongole e ricotta salata impreziosito da foglia d’oro, simbolo pasquale che unisce mare e festività, ideato da Assunta insieme alla sua brigata, composta dagli chef Marco Mattei e Salvatore Esposito, con il supporto di Gennaro Vitale.

La Solita Zuppa a Chiusi, l’osteria dove la tradizione diventa accoglienza

Sulla strada che attraversa il centro storico di Chiusi, antica città etrusca sospesa tra Toscana e Umbria, si trova un indirizzo che negli anni è diventato un punto di riferimento per chi cerca la cucina autentica del territorio. È l’Osteria La Solita Zuppa, un ristorante capace di coniugare semplicità, memoria gastronomica e un senso di ospitalità sempre più raro.

Arrivarci significa percorrere Via Porsenna, una strada che conserva intatta l’atmosfera medievale, tra pietre antiche e scorci carichi di storia. Varcata la soglia, si percepisce subito un calore familiare: sale accoglienti, arredi sobri ma curati e un ritmo di servizio che richiama le trattorie di una volta.

Ma il vero cuore di questo luogo sono le persone.

Andrea e Lorella, una storia di passione e ospitalità

Dietro La Solita Zuppa ci sono Andrea Paracchini e sua moglie Lorella Casagni, coppia nella vita e nel lavoro. Andrea, milanese classe 1973, si avvicina alla ristorazione quasi per caso, iniziando con lavori stagionali tra bar e locali. Con il tempo, quella che era un’esperienza diventa una passione concreta.

Quindici anni fa, insieme a Lorella, decide di dare forma a un progetto personale. Nasce così La Solita Zuppa, che da semplice trattoria si è trasformata in un solido riferimento gastronomico per il territorio. La loro filosofia è chiara: far sentire gli ospiti a casa, o forse qualcosa in più. Un principio che si traduce nella cura del servizio, nell’attenzione ai dettagli e nella capacità di mettere a proprio agio chiunque si sieda a tavola.

Oggi il ristorante accoglie turisti di passaggio nella Val di Chiana, ma anche una clientela affezionata proveniente da Toscana, Umbria e Lazio.

Una squadra tutta al femminile

A sostenere il progetto c’è una brigata composta da dodici collaboratrici, impegnate tra cucina e sala. Una squadra affiatata che contribuisce a rendere il servizio preciso e fluido.

Il servizio è attento, impeccabile senza essere invadente: i tempi sono ben calibrati, i piatti arrivano con regolarità e il personale accompagna l’ospite con discrezione, suggerendo abbinamenti e percorsi.

È un’ospitalità fatta di piccoli gesti, che costruiscono un’esperienza coerente e piacevole.

La cucina: il valore della tradizione

Il nome del ristorante è già una dichiarazione d’intenti. Le zuppe rappresentano infatti una delle anime della proposta gastronomica, raccontando la tradizione contadina toscana.

Si tratta di una cucina di recupero e ingegno, fatta di pane raffermo, legumi, ortaggi stagionali e lunghe cotture, capaci di trasformare ingredienti semplici in piatti ricchi di gusto.

Tra le preparazioni più rappresentative:

  • ribollita, simbolo della cucina toscana
  • zuppe di legumi con cereali antichi
  • piatti stagionali a base di verdure del territorio
  • la “carabaccia”, zuppa di cipolle cotta nel forno a legna con pane e formaggio

Accanto a queste, trovano spazio anche piatti della tradizione come lumache al sugo, carciofi fritti, lingua e fegatini, in un menu ampio che rilegge la cucina locale con rispetto e coerenza.

Dalla pasta fatta a mano alle carni del territorio

Il percorso prosegue con i grandi classici della cucina toscana. Tra i primi spiccano i pici fatti a mano, spesso proposti con l’aglione della Val di Chiana, gli “gnudi” di ricotta e spinaci e le tagliatelle tirate a mano burro e tartufo.

I secondi valorizzano le materie prime locali: carni di Chianina, selvaggina e preparazioni che affondano le radici nella tradizione, come il piccione ripieno o il cinghiale in umido.

Da segnalare anche i salumi di Cinta Senese provenienti dall’Azienda San Gregorio, a pochi chilometri di distanza, a conferma di un legame concreto con il territorio.

Il finale: dolci e dettagli che fanno la differenza

Il pasto si chiude con una gran varietà di dolci fatti in casa, tra cui un tiramisù ben eseguito da Alessia, che rappresenta una delle scelte più apprezzate.

Particolarmente curato il momento del caffè: una miscela artigianale servita in contenitori di ceramica dipinti a mano, che racchiudono anche piccoli accompagnamenti come pasticcini, zucchero e un truffle al cioccolato fondente. Un dettaglio che prolunga l’esperienza e conferma l’attenzione dedicata a ogni fase del servizio.

Il vino come naturale compagno della tavola

La carta dei vini è ben costruita e coerente con la cucina proposta. Ampio spazio alle etichette toscane, affiancate da una selezione di altre regioni italiane.

La scelta privilegia vini capaci di dialogare con i piatti, accompagnando e valorizzando i sapori della tradizione.

Un punto di riferimento a Chiusi

Negli anni La Solita Zuppa ha consolidato la propria identità, anche grazie a una recente ristrutturazione che ha ampliato gli spazi, migliorando in particolare la cucina, oggi più funzionale e moderna, senza alterare l’atmosfera conviviale.

Oggi rappresenta uno degli indirizzi più interessanti di Chiusi, una città spesso attraversata frettolosamente ma ricca di storia e cultura. Sedersi a uno dei tavoli dell’osteria significa entrare in contatto con una ristorazione che mette al centro l’ospite, il territorio e la cucina. Ed è proprio questa la forza della Solita Zuppa: trasformare la semplicità in esperienza, ricordando che la buona cucina nasce dalla passione e da un autentico desiderio di accogliere. Un posto dove si ha voglia di tornare spesso.

Campania: il “secondo capitolo” della vita dei fratelli pizzaioli Carlo e Carmine De Luca

Capitolo Pizza nasce prima di tutto dalla gavetta nell’asporto dei due giovani titiolari.

La meritocrazia in Italia è un concetto difficile da attuare, ma viene rivalutata quando l’arte e la sapiente maestria di due giovani ragazzi riesce a dare i suoi frutti, in un territorio lontano dalle mille luci delle città metropolitane.

Palma Campania ascolta da sempre le sirene dell’industria agroalimentare e della filiera produttiva industriale campana. L’idea di gastronomia era tutta da costruire e l’impegno delle nuove generazioni, con un racconto di famiglia e con gesti tramandati, sono vere e proprie promesse mantenute nel tempo.

Nel locale di Via Trieste, elegante nei colori e vivo nell’anima, la famiglia De Luca riceve i suoi ospiti in un’atmosfera dal profumo di casa. Carlo, pizzaiolo dal gesto sicuro, offre loro impasti che narrano il tempo, Carmine, invece, li accompagna con la tipica accoglienza garbata, punto di riferimento, grazie all’apporto creativo nei topping dello chef Cristian Oliviero.

E così dal bignè salato con gambero e mozzarella di bufala su bisque di crostacei, variante della zeppola dedicata alla festa del papà, o la pizza in teglia con lardo croccante, pomodorini del Piennolo e pecorino rimando alla millefoglie scomposta. Eleganti i fritti anche in versione senza glutine con il classico arancino o il Tronchetto e la ruota di Carletto.

Tra le pizze contemporanee stuzzica quella con crema di carciofo, blu di bufala e carpaccio di manzo su crema all’aglio e prezzemolo. Il carciofo viene cotto con una tecnica speciale per 8 ore ad 85° in forno. O la pizza a 3 cotture con tonno pinna gialla, olive, mozzarella di bufala e foglia di cappero.

Chiusura in dolce con pasta frolla rotonda e marmellata di pomodoro cannellino dei Campi Flegrei. Focus sull’abbinamento vini con personale motivato e altamente professionale per un “nuovo capitolo” della ristorazione a Palma Campania.

Casa Brisa a Bacoli, l’aperitivo al centro di tutto

Una terrazza sul Lago Fusaro da godere appieno durante i tramonti estivi e la sala accogliente all’interno per una visione d’ospitalità che comprenda le quattro stagioni senza fermarsi mai. Da uno dei luoghi più belli della Campania, incastonato tra la baia degli imperatori di Bacoli e la quiete della laguna verde, prende vita Casa Brisa, a pochi metri dalla Casina Vanvitelliana, costola dello storico complesso Villa Edelweiss. 

La terrazza sul lago Fusaro

Il sogno di Anna Marotta e Giuseppe Forlizzi era quello di smarcarsi dalle proposte gastronomiche per eventi e ricevimenti, recuperando quell’aspetto più intimo e personalizzato con l’idea di un “aperitivo diffuso” da consumare tra una selezione cocktail di Gianpiero Tesorio e vari appetizer stuzzicanti.

L’accogliente sala con tavoli in legno

“Io napoletana, lui romano, il nostro sogno è stato sempre quello di aprire un ristorante assieme. Abbiamo puntato prima su Roma, con la pizzeria Arrecreate, e poi abbiamo deciso di ampliare l’offerta del complesso Villa Edelweiss che mio padre con grandi sacrifici ha costruito, ristrutturandone una parte e dando così vita a Casa Brisa. Con questa location vogliamo dunque abbracciare anche quella fetta di persone che vuole venir qui non solo per un evento importante ma  semplicemente per bere o mangiare qualcosa. Un lounge bar dunque dove ognuno può far ciò che vuole, in totale libertà” dice Anna Marotta. 

Il classico “old fashioned”

“Fragola e peperoncino smash” con rum bianco, fragole, succo di lime e peperoncino fresco

L’idea di drink analcolico

La cucina si sviluppa attorno a una selezione di ingredienti accuratamente ricercati, uno ad uno dallo stesso Giuseppe, riletti con estro contemporaneo. Largo spazio alle fritture, zeppoline, supplì, frittatine, ma anche mini bun al pulled pork e polpettine di bollito. Maniacale è l’attenzione per i salumi e formaggi, tutti artigianali e tutti di alta fascia che vengono serviti al piatto o utilizzati per la composizione di taglieri stuzzicanti. 

Patatine home made

I crocchè

La tartare

La selezione salumi

Il risultato è un’offerta gastronomica dinamica, pensata per accompagnare diversi momenti della giornata, dall’aperitivo informale con gli amici agli appuntamenti più galanti, serali, magari accompagnati con dell’ottima musica.