La Corte degli Dei ad Agerola ospita lo chef Julien Montbabut con i dolci di Pasticceria Tizzano

Palazzo Acampora ad Agerola è un’antica dimora patrizia risalente al XVIII secolo, da oltre duecento anni residenza dell’omonima famiglia di origine veneziana.

Sapientemente ristrutturato nel 2024 per riportare alla luce l’antico splendore, presto aprirà come boutique hotel, mentre al suo interno è già attivo il ristorante gourmet La Corte degli Dei. Mai nome più adeguato vista la location: la corte del palazzo, circondata da mura secolari avvolte dai rampicanti, e la città di Agerola, ultimo avamposto della provincia di Napoli affacciato sulla costiera amalfitana, punto di partenza del Sentiero degli Dei. Questo il palcoscenico che ha visto protagonisti gli chef Vincenzo Guarino e Julien Montbabut nella serata Stelle a Corte, la rassegna di eccellenze gastronomiche curata dallo stesso Guarino, executive chef a Palazzo Acampora.

“E’ una rassegna nata lo scorso anno con lo spirito di creare scambi culturali, ma anche confronti di idee e tecniche di cucina: per la brigata è un’esperienza”, ci racconta Guarino. “Portiamo in Campania chef provenienti da tutta Europa: Julien è francese, ma lavora in Portogallo. Amo queste influenze che si combinano bene con la nostra cucina mediterranea.”

Julien Montbabut, parigino di origine, si è formato alla scuola di Gilbert Isaac, Christian Le Squer e Benoit Guichard; dal 2019 guida la cucina de Le Monument di Oporto, che ha guadagnato la stella Michelin nel 2022.

La serata ha visto alternarsi alcune delle creazioni dei due chef in un menù ricercato e raffinato, senza mai perdere di vista il territorio  che ha ospitato l’evento. 

L’aperitivo costituito da due distinti amuse bouche è un omaggio ai Monti Lattari: la micro fresella con sferificazione di olive verdi e cipolla rossa in agrodolce coniuga la rustica croccantezza della fresella con la scioglievole aromaticità dell’oliva e la screziatura dolce della cipolla; il bon bon di provolone del monaco e pera pennata alterna la pienezza gustativa del più rinomato formaggio dei Monti Lattari con la dolcezza della pera pennata, antico ecotipo tipico di questo territorio. Alla parte terra si affianca anche la parte mare con un aperitivo di ricciola e caviale di salmone.

L’antipasto, opera dello chef Montbabut, è un polpo su un purè di alga nori, salsa di aglio bianco e caviale: deciso, aromatico, trova la sua pienezza gustativa grazie al connubio agrodolce-umami conferito dal mirin.

Il primo piatto è invece legato ai ricordi d’infanzia di Vincenzo Guarino, un piatto tipico della tradizione contadina.

“La nonna mi faceva sempre mangiare riso, verza e patate, mi piace molto, per questo l’ho inserito in carta nel nuovo menù autunnale”, racconta Guarino, “ho aggiunto l’astice, un tocco di mare, per dare spinta a un piatto povero, le patate sono in spuma per donare leggerezza mentre il riso soffiato integrale conferisce una  nota croccante.”

Un piatto delicato, complesso nell’equilibrio delle diverse consistenze conferite dal ragù di astice, dal risotto, dalla spuma di patate e dal riso soffiato.

Il match successivo è giocato da Montbabut e dichiara in maniera netta la propensione alle incursioni orientali nella cucina dello chef parigino.

Piccoli tocchetti di maialino da latte marinato in spezie tandoori e creano  un interessante contrasto con la parte dolce del piatto, barbabietola gialla e crema di fiori d’arancio. I sapori risultano bilanciati in una composizione armonica anche alla vista.

In abbinamento sui piatti, i vini della cantina Cominium, in provincia di Frosinone: la bolla extra dry metodo charmat Lazio IGT Maturano e l’Atina DOC Cabernet Colle Alto 2025.

Il predessert è affidato al giovanissimo figlio di Vincenzo, Angelo Guarino, che propone un omaggio alla caramella Rossana per il suo centenario: la caramella vintage infatti fu lanciata dalla Perugina nel 1926.

Alla base del piatto c’è una gelée di lampone, mentre la caramella è fatta con un cremoso di rossana al cuore di passion fruit, crumble alla mandorla e crispy al cioccolato. E’ il gioco dei contrasti a valorizzare il piatto grazie alla vena acidula del passion fruit che modula la dolcezza di una preparazione già a bassissimo contenuto di zucchero.

Protagoniste del dolce finale, Loredana e Gabriella Tizzano dell’omonima pasticceria di Corso Meridionale a Napoli, fondata da Antonio, il padre di Loredana.

Mamma e figlia hanno portato a Palazzo Acampora la Babà Experience, una carrellata di vari gusti del più tipico dolce napoletano: la versione classica, quella al carbone vegetale farcita con frutti di bosco, quella bagnata all’alchermes e guarnito con zuppa inglese, la versione analcolica con agrumi, e infine la 100% cacao, impasto bagna e farcitura. Il dolce della domenica napoletana per eccellenza ha chiuso la quattro mani degli chef Guarino – Montbabut.

LA CORTE DEGLI DEI

Via Armando Diaz, 26

Agerola (NA)

PASTICCERIA TIZZANO

Corso Meridionale 6/C

Napoli

A occhio nudo sulla cucina nella cantina. Il Giapponese Umi lascia spazio a Cucina Uvenude.

Metà ottobre, siamo decisi per un pranzo nel borgo antico di un paesino di provincia, zona collinare.
Ma, contrariamente alle previsioni, esce un bel sole con annesso tepore tutt’altro che autunnale. Cambio di programma. A malincuore disdiciamo per una passeggiata sul lungomare di Salerno con pranzo da Cucina Uvenude, vecchia residenza del giapponese Umi. In quel centro storico ci torneremo in autunno inoltrato.

Passeggiamo da piazza della Libertà verso il centro, lungomare gremito e movimentato. 

Lasciamo gli spolverini ad Antonio e ci accomodiamo in un angolo dell’unico grande tavolo da circa 20 posti, 22 per l’esattezza.

Optiamo per il menu da 3 portate aggiungendo un piatto extra. Oltre alla frizzante chiediamo un vino assaggiato nel loro altro locale che funge da enoteca di giorno e cantina di sera. Un Sauvignon Blanc da 15,5% dall’oro intenso e con qualche anno sulle spalle. Giovanni è così gentile a fare due passi per recuperarlo a qualche centinaio di metri. 

Scelta diametralmente opposta ma ugualmente audace quella degli ospiti seduti dalla parte opposta a noi. Direttamente da Salina un Nero du Munti di Caravaglio.

Brindisi iniziale, un goccio di gassata e cominciamo il nostro pranzo.

Particolarmente interessante il riso carnaroli con basilico e sconcigli. Riserva San Massimo non si smentisce mai. Indovinato il filo conduttore con il sedano rapa iniziale.

Terza portata: il peperone con pinoli e coriandolo. Ma prima del dolce c’è ancora un piccolo spazio per l’agnello, melanzana e cacao. Raffaele ci suggerisce di mangiare tutto insieme come un bambino che fa lego con le sue costruzioni. Incastro perfetto. La nostra fanciullesca curiosità ha ripagato i nostri sensi.

Noi teneri amanti della cheese cake chiudiamo con il cremoso ai formaggi e basilico, forse un po’ sbilanciato sul passion fruit. Ci ha comunque sorpresi lasciandoci un sapore esplosivo.

Nessuna nota dolente, neanche nel conto più che onesto, poco più di 80 euro a testa, cantina con cucina a vista, unico grande tavolo conviviale, passeggiata e lungomare compresi. 

Da ritornarci per il menu autunnale magari in comitiva anche più numerosa.

Campania: Tenuta Nunziata, tra ulivi, olio e fine dining alle pendici del Vesuvio

A Torre Annunziata, a pochi passi dall’autostrada, c’è un grande cancello. Lo varchi e, quasi senza accorgertene, lasci fuori il rumore della strada. Dentro ci sono dodicimila metri quadrati di verde, circa 300 ulivi e una tenuta che racconta un’idea diversa di ospitalità: contemporanea, elegante, ma profondamente legata alla terra.

È Tenuta Nunziata, una realtà che negli ultimi anni ha trasformato questo angolo alle pendici del Vesuvio in un luogo dove agricoltura, accoglienza e cucina dialogano continuamente.

La proprietà è di Gino Camera, Luigi Camera e Rita Chiacchio, e il progetto nasce dalla volontà di valorizzare una terra che ha nella sua posizione e nella sua vocazione agricola un patrimonio importante.

Gli ulivi sono una delle anime della tenuta. Tre le varietà coltivate: Taggiasca, Leccino e Rotondella. Un patrimonio agricolo che qui diventa anche racconto, grazie a un percorso dedicato alla pianta dell’ulivo, con pannelli illustrativi realizzati con il contributo di Federico II e del professor Sacchi, per spiegare ai visitatori come nasce e cresce un ulivo.

Ma qui l’olio non è soltanto raccontato: viene prodotto. La tenuta dispone infatti di un frantoio interno, dove le olive diventano olio, completando una filiera che parte dalla terra e arriva direttamente alla tavola.

E poi c’è lo shop, dove i prodotti della tenuta possono essere acquistati e raggiungono clienti anche fuori dai confini italiani. Una vocazione internazionale che si inserisce perfettamente in un territorio come quello vesuviano, attraversato ogni anno da un turismo importante e sempre più interessato alle esperienze legate al cibo, al vino e alle produzioni locali.

E poi c’è il Vesuvio. Non solo quello che si vede all’orizzonte, ma quello che si ritrova nella storia e nei dettagli della tenuta. Come nell’altarino dedicato a Sant’Antonio, dove è custodita anche lava del Vesuvio. Piccoli segni che riportano continuamente al territorio.

Tenuta Nunziata è anche ospitalità. Una piscina, gli spazi immersi nel verde e una formula agrituristica contemporanea che soprattutto in estate vive all’aperto. Una dimensione più informale che si affianca a quella gastronomica del ristorante La Stalla, dove l’esperienza cambia passo e diventa fine dining.

A tavola arriva una cucina che parte dalla memoria, ma non ha paura di cambiarne la grammatica

L’Executive Chef Antonio Commone lavora sulla cucina classica e sulle ricette della tradizione, reinterpretandole attraverso una visione contemporanea e con influenze francesi. Non una cucina che vuole cancellare il passato, ma piuttosto prenderlo, osservarlo e provare a raccontarlo con strumenti nuovi.

La degustazione comincia con un antipasto che è già una dichiarazione d’intenti: l’oliva conciata con mandorla, sesamo e ceci. Un piccolo boccone concentrato, dove la materia prima resta protagonista.

Poi la zucca, liquirizia e maggiorana

Arriva l’uovo al purgatorio, uno dei piatti che più raccontano il rapporto tra tradizione e contemporaneità: pomodoro San Marzano in conserva, datterini, una salsa ariosa e germogli, con l’uovo cotto alla perfezione. Un grande classico napoletano che cambia consistenza e presentazione senza perdere la sua identità.

La cucina di Commone gioca anche con i funghi: chiodini, champignon, porcini e cardoncelli vengono trattati in maniera diversa, tra fritti, fermentazioni controllate e infusioni. I chiodini, in particolare, attraverso la fermentazione sviluppano una forte componente acida, mentre i gambi dei funghi diventano la base per un brodo profumato, accompagnato anche dalle alghe.

Il tema della trasformazione torna nella pasta e cavolo. La pasta viene cotta in un infuso ottenuto dalle foglie esterne del cavolfiore, mentre il cavolfiore diventa purea e incontra il cacao amaro. Anche qui la cucina prende qualcosa di familiare e lo porta altrove.

L’anatra con radicchio e melograno

È un piatto che gioca sul contrasto: la carne dell’anatra, intensa e strutturata, incontra la parte amaricante del radicchio e la nota fresca e leggermente acidula del melograno. Un equilibrio che alleggerisce la potenza della carne e restituisce al piatto una dimensione autunnale, elegante e tutt’altro che prevedibile.

Il ristorante conta circa 30-40 coperti: una dimensione raccolta che permette alla cucina di seguire il ritmo delle stagioni e di lavorare sulla materia prima con grande attenzione.

E proprio la stagionalità è uno dei fili conduttori del progetto. La cucina utilizza prodotti stagionali e una parte importante arriva direttamente dalla tenuta e dalla sua produzione agricola.

Nel calice, naturalmente, la Campania da bere

Falanghina, Aglianico e un rosato da Piedirosso di autoproduzione accompagnano il percorso, mentre a seguire arriva una delle portate più curiose della degustazione: “Aglianico de-alcolizzato”, un centrifugato di mela annurca sul quale viene adagiato Aglianico con lecitina. Un bicchiere che gioca sulle temperature, sulle consistenze e sulla sensazione di un vino trasformato in qualcosa di completamente diverso.

È una sorta di transizione autunnale, proprio come la stagione che stiamo attraversando: la temperatura cambia, i prodotti cambiano e anche la cucina segue questo movimento.

A chiudere il percorso è un dessert firmato dalla pasticciera Maria Rita Coppola: una tarte tatin cotta in forno, accompagnata da un’emulsione di miele di castagno e burro, gelato al burro nocciola e caramello al miso, ottenuto dalla soia.

Dolce, sapido, tostato. Ancora una volta memoria e ricerca nello stesso piatto

In sala e nel percorso dei vini c’è la sommelier Serena Casaburi, che accompagna la degustazione con una lettura attenta degli abbinamenti.

Tenuta Nunziata non è però soltanto un ristorante. È un progetto di ospitalità che mette insieme agricoltura, produzione, vino, cucina e accoglienza.

C’è il frantoio, c’è lo shop, ci sono gli ulivi, la piscina, le tre camere e il ristorante La Stalla. Un sistema che permette di vivere la tenuta in modi diversi, dalla giornata immersa nel verde alla cena fine dining, passando per l’esperienza agrituristica estiva.

E c’è anche una posizione strategica. Siamo a Torre Annunziata, nel cuore di un’area che intercetta i grandi flussi turistici diretti verso Pompei, il Vesuvio, la Costiera e il Golfo di Napoli. Non è un dettaglio: significa avere davanti una platea internazionale alla quale raccontare una Campania fatta non soltanto di monumenti e panorami, ma anche di olio, vino, prodotti agricoli e cucina.

Fino a circa 100 persone al giorno possono vivere gli spazi esterni della tenuta dedicati agli eventi e cerimonie, mentre La Stalla mantiene una dimensione più intima, con i suoi 30-40 coperti. E forse è proprio questo il punto interessante.

A Torre Annunziata, dove spesso si corre lungo l’autostrada senza immaginare cosa ci sia appena oltre un cancello, esiste un luogo che invita invece a fermarsi.

A guardare un ulivo. A capire come nasce un olio. A riconoscere una varietà. A scoprire la lava del Vesuvio custodita in un piccolo altarino. A sedersi a tavola e ritrovare il sapore di una ricetta conosciuta, ma con una forma nuova.

Perché la cucina contemporanea, quando funziona davvero, non ha bisogno di dimenticare da dove viene. Deve solo trovare un modo nuovo per raccontarlo.

Quostro firma il menu di SEMI26, l’appuntamento annuale di Cultura Italiae

Il bistrot porta i sapori e le eccellenze campane all’incontro annuale di Cultura Italiae, in programma a Napoli dal 23 al 25 ottobre. Un menu che unisce identità territoriale, ricerca e contaminazioni internazionali.

NAPOLI – La cucina di Quostro accompagna SEMI26, l’appuntamento annuale di Cultura Italiae che dal 23 al 25 ottobre riunirà a Napoli rappresentanti del mondo delle istituzioni, della cultura, dell’impresa e della società civile. Quostro, bistrot con sede negli spazi di FOQUS – Fondazione Quartieri Spagnoli, nel cuore della città, curerà la proposta gastronomica della cena prevista nell’ambito della manifestazione, quest’anno dedicata al tema Cultura è democrazia.

Un’occasione per portare a tavola una precisa idea di cucina: partire dal patrimonio gastronomico campano, valorizzarne le materie prime e reinterpretarle attraverso tecniche contemporanee e suggestioni internazionali.

Per SEMI26 Quostro propone un percorso costruito intorno a prodotti, sapori e contrasti. Dal riso fritto con verdure pickled alla pancia di maialino beneventano cotta a bassa temperatura, accompagnata da cardoncelli alla yakitori. Spazio poi alla polpetta con pane e confettura di pomodorino del Piennolo del Vesuvio, alla declinazione di friarielli e mandorle e al radicchio all’aceto di Xeres con composta di Melannurca Campana IGP. A chiudere, un craquelin al cioccolato fondente, zucca e peperoncino.

Una proposta nella quale ingredienti profondamente legati al territorio incontrano preparazioni e influenze di altre tradizioni gastronomiche, restituendo una Napoli capace di custodire la propria identità e, allo stesso tempo, confrontarsi con linguaggi diversi.

La partecipazione a SEMI26 si inserisce nel percorso di Quostro, bistrot aperto al pubblico anche al di fuori degli appuntamenti culturali ospitati negli spazi di FOQUS. Una realtà che, accanto alla quotidiana attività di ristorazione, dialoga con il contesto culturale in cui opera, favorendo occasioni di incontro tra cucina, arte, musica e progettualità internazionali e facendo del cibo anche uno strumento di relazione e conoscenza reciproca.

SEMI26 – Storie di Eccellenza, Merito e Innovazione celebra quest’anno i dieci anni del percorso di Cultura Italiae. Tre giornate di incontri e riflessioni sul ruolo della cultura nella costruzione della partecipazione democratica, della libertà e della convivenza civile. Un confronto tra esperienze e competenze diverse, che trova nella condivisione uno dei suoi elementi centrali.

Per il programma completo delle tre giornate, il riferimento è il sito di FOQUS – Fondazione Quartieri Spagnoli: www.foqusnapoli.it. In questo scenario, la presenza di Quostro attraverso la sua proposta gastronomica conferma il valore della cucina come espressione culturale del territorio, capace di raccontare Napoli anche a partire dai suoi prodotti, dalle sue tradizioni e dalle loro interpretazioni contemporanee.

Da Antica Pizzeria Chiaia a Napoli la pizza si sceglie dalle riviste di una volta ed è servita nel tinello delle nonne

Giovanni Avolio, manager di successo nell’ambito della ristorazione, scrittore affermato con veri e propri corsi motivazionali e di marketing in giro per l’Italia, ha trovato tra gli scalini di Piazza Amedeo a Napoli la sua dimensione di imprenditore del mondo pizza. L’idea di Antica Pizzeria Chiaia ricalca quella dei bassi di una volta, con le stanze a vista zeppe di mobili in arte povera o le credenze e i frigoriferi dalle maniglie cromate.

Tutto ha l’aria di vissuto, anche se il progetto è nato relativamente di recente. Persino la cucina interattiva, i tavoli, le sedie, i piatti e le posate a vista richiamano la case delle nonne in un’atmosfera onirica dal sapore nostalgico. Mentre gli occhi attenti degli ospiti si perdono tra i ricordi d’infanzia, un forno quasi nascosto cuoce le pizze in maniera contemporanea, grazie ad impasti diretti da farine selezionatissime e una giusta interpretazione dei topping.

Il menù è la grande novità di Avolio, realizzato come i settimanali di cucina anni ’70 dove trovare persino le inserzioni a sponsor e gli articoli redatti dalla stampa di settore. Compatta la carta, composta dalle tonde della tradizione come la Marinara, magari nella versione dorata con pomodorini datterino giallo o le classiche Margherita e Cosacca, intramontabili nelle scelte di turisti e locali.

Il calzone poi rispecchia la “napoletanità” nel suo tipico ripieno di ricotta, provola e salame. Materie prime di qualità anche tra le proposte moderne come la pizza viola ispirato al libro di Seth Godin e le firme con chef stellati come Vincenzo Guarino da La Corte degli Dei ad Agerola e la sua firma a base di pancia di maiale cotto a bassa temperatura, crema di peperoni rossi e gialli, provola e basilico fresco. Incuriosiscono infine le pizze nel ruotiello in triplice cottura, sottili e delicate nei sapori.

Vincente l’offerta vini al calice da una ricca selezione da piccole cantine artigianali, alcune quasi introvabili e che narrano l’Italia dalle Alpi fino alle spiagge turchesi di Sicilia e Sardegna con un occhio alla patente e uno alle new generation.

Antica Pizzeria Chiaia
pizzajoli con bottega

P.zza Amedeo 16/A (Passeggiata Colonna), Napoli

+39 081.2353775

info@anticapizzeriachiaia.it

Ornella Buzzone, la rivoluzione gentile del burger gourmet: al Public House di Caserta il panino è una storia da assaporare

Dalla passione per la cucina alla scelta coraggiosa di investire nel proprio futuro, fino a una proposta gastronomica che intreccia artigianalità, memoria e sperimentazione. A pochi passi dalla Reggia di Caserta, Ornella Buzzone ha costruito un’identità inconfondibile, rivendicando ogni giorno il proprio posto in un mondo della ristorazione che continua troppo spesso a declinarsi al maschile.

C’è chi sceglie un mestiere e chi, quasi senza accorgersene, finisce per riconoscersi completamente in ciò che fa. Nel caso di Ornella Buzzone, il percorso passa attraverso una cucina inizialmente coltivata per passione, un blog di ricette, una scommessa professionale e quella determinazione che serve quando un progetto smette di essere soltanto un lavoro e diventa una parte di sé.

Al Public House – Burger Gourmet, in via Gasparri, a Caserta, il panino non è un semplice contenitore di ingredienti. È un esercizio di composizione, un terreno sul quale misurare equilibri e contrasti, ma soprattutto un mezzo per raccontare qualcosa di personale. A partire dalla scelta delle materie prime, passando per le preparazioni artigianali, fino a quelle combinazioni capaci di sorprendere senza perdere il senso della misura, la cucina di Ornella si riconosce nella volontà di andare oltre la consuetudine.

Un approccio che trova una sintesi efficace nelle parole con cui la stessa Buzzone ha raccontato la propria storia: non sono stati soltanto i panini a essere una sua scelta, ma sono stati, in qualche modo, i panini a scegliere lei.

Una passione diventata impresa

Il percorso prende forma nel 2016, quando Ornella entra nel progetto di un pub appartenente a un amico. Alle spalle ha già un interesse concreto per la cucina e l’esperienza del blog Fatto in Casa è più Buono, spazio nel quale condivideva ricette, sperimentazioni e curiosità gastronomiche. Quella che poteva rimanere una passione personale comincia a trasformarsi in una possibilità professionale.

Ornella studia, si forma, approfondisce e porta progressivamente la propria visione ai fornelli. La cucina deve essere sua: non soltanto nel senso operativo del termine, ma come luogo in cui poter esprimere idee, gusto e personalità. Durante i primi due anni lavora come dipendente, occupandosi già della costruzione del menu e della ricerca dei prodotti. Nel frattempo, il locale comincia ad assomigliarle sempre di più.

Quando la società si scioglie e il progetto rischia di cambiare direzione, Ornella si trova davanti a una scelta decisiva. Rinunciare a qualcosa che sente ormai proprio oppure provare a prenderne le redini. Sceglie la seconda strada.

Si rivolge al padre, commercialista, chiedendogli di poter utilizzare i soldi che aveva messo da parte per il matrimonio. Una decisione che racconta molto più di un investimento economico: significa mettere in gioco un progetto di vita per difendere una visione professionale nella quale crede profondamente.

Nel 2018 rileva il locale e riparte da zero, acquistando tutto e occupandosi anche dell’arredamento. Il Public House diventa così uno spazio costruito intorno alla sua identità, al suo carattere prorompente e a un’idea di accoglienza che non separa la cucina dalla relazione con chi si siede a tavola.

Oggi il locale dispone di circa cinquanta posti. Una dimensione raccolta, nella quale il rapporto con l’ospite può mantenere una componente personale e diretta, lontana dall’idea del panino consumato distrattamente e in fretta.

La cucina al femminile, oltre gli stereotipi

C’è una questione che attraversa la storia di Ornella e che, ancora oggi, non può essere liquidata come un dettaglio secondario. Nonostante il lavoro svolto e l’identità costruita intorno al Public House, le capita ancora che qualcuno le chieda di poter parlare con il titolare.

È una scena apparentemente ordinaria, ma proprio per questo significativa. Perché racconta quanto possa essere radicata l’associazione tra autorevolezza professionale e figura maschile, soprattutto in un settore nel quale la cucina domestica è stata storicamente affidata alle donne, mentre la cucina professionale di alto profilo ha spesso riconosciuto maggiore visibilità agli uomini.

Ornella non ha bisogno di trasformare questa contraddizione in una dichiarazione di principio: la sua risposta è il lavoro. È aver costruito un’attività, averne definito il linguaggio gastronomico, aver scelto fornitori e ingredienti, aver sviluppato ricette riconoscibili e aver investito personalmente nel proprio futuro.

La sua è una storia di emancipazione concreta, fatta di decisioni economiche, responsabilità quotidiane e capacità di sostenere le proprie scelte anche quando sarebbe stato più semplice lasciare spazio ad altri.

In questo senso, il Public House è anche un’affermazione di autonomia. Non un progetto che si limita a occupare uno spazio nel panorama delle hamburgerie gourmet, ma un’impresa nella quale la personalità di chi la guida è parte integrante dell’esperienza.

La materia prima eccellente

La cifra gastronomica del Public House si costruisce attraverso una selezione attenta degli ingredienti e un lavoro di trasformazione che coinvolge direttamente la cucina.

Per la carne, Ornella si affida alla Macelleria Cillo, mentre il pane nasce dalla collaborazione con il panificio Rescigno, suo punto di riferimento per la realizzazione di un bun artigianale a lunga lievitazione. La ricetta è frutto di una ricerca condivisa, sviluppata per ottenere un pane morbido e leggero, capace di accompagnare il ripieno senza sovrastarlo.

È un dettaglio tutt’altro che marginale. In un burger ben concepito, il pane non è un elemento accessorio: determina la consistenza del morso, accoglie le salse, sostiene la carne e contribuisce all’equilibrio complessivo.

Ma la ricerca di Ornella non si ferma alla selezione dei fornitori. Confetture, salse, maionesi e numerose preparazioni vengono realizzate direttamente da lei. Anche le cotture di carne, formaggi e verdure sono parte di un lavoro che mira a valorizzare ciascun ingrediente, senza ridurlo a una semplice componente del ripieno.

È qui che il concetto di burger gourmet trova una declinazione personale: non nell’accumulo indiscriminato di ingredienti costosi o spettacolari, ma nella costruzione di un insieme nel quale ogni elemento abbia una funzione precisa.

I mini hot dog, una piccola sfida di equilibrio

La degustazione prosegue con due mini hot dog, una proposta che può sembrare più immediata rispetto ai burger d’autore, ma che richiede attenzione proprio per la sua apparente semplicità.

Il bun artigianale del panificio Rescigno, preparato con una lunga lievitazione, accoglie un wurstel artigianale di Cillo. Completano il panino la coleslaw di cavolo cappuccio, la salsa alla senape e miele, la cipolla croccante e i cetrioli marinati secondo la ricetta di Ornella.

La coleslaw porta freschezza e una consistenza vegetale; la senape introduce una nota pungente, mentre il miele ne ammorbidisce l’impatto. La cipolla croccante aggiunge una componente tostata e i cetrioli marinati contribuiscono con la loro acidità, utile a bilanciare la ricchezza del wurstel.

Il formato ridotto invita all’assaggio, ma non riduce l’attenzione riservata alla composizione. Anche in questa proposta, la differenza sta nella cura delle singole preparazioni e nel modo in cui vengono messe in relazione.

I mini hot dog non sono sempre disponibili: una ragione in più per considerarli una proposta da verificare al momento della visita.

CicoRock: il carattere della cucina, tra brie e cicoria

Se il Plum 2.0 lavora sull’incontro tra frutta, erbe aromatiche e formaggio, il CicoRock sceglie una strada più decisa, nella quale la componente vegetale incontra la ricchezza degli ingredienti di origine animale.

Anche qui la base è un hamburger di 200 grammi di Chianina IGP. A completarlo sono la maionese secondo la ricetta Public, il brie, la cipolla caramellata, la crema di lardo della selezione Cillo, le mandorle tostate e salate e la cicoria ripassata.

È una costruzione gastronomica nella quale la cremosità del brie e la componente grassa della crema di lardo dialogano con la dolcezza della cipolla caramellata. La cicoria, con il suo profilo amaricante, introduce invece una tensione necessaria, dando profondità al morso e contrastando la ricchezza degli altri ingredienti.

Le mandorle completano la composizione con una nota croccante, mentre la maionese contribuisce a legare gli elementi senza cancellarne le differenze.

Il CicoRock mostra un altro aspetto della cucina di Ornella: la capacità di lavorare con ingredienti dal carattere deciso, cercando un equilibrio che non significhi necessariamente delicatezza, ma consapevolezza delle proporzioni.

Plum 2.0: il ricordo dell’estate dentro un panino

Tra le proposte degustate, il Plum 2.0 è quella che restituisce con maggiore evidenza il legame tra cucina e memoria.

La ricetta parte da un hamburger di 200 grammi di Chianina IGP, accompagnato da pecorino, confettura di prugne al rosmarino, radicchio grigliato, mandorle tostate e salate e maionese artigianale alla menta.

La confettura è preparata da Ornella e conservata per poter ritrovare durante l’anno il ricordo di una stagione precisa. Le prugne vengono lasciate riposare per tutta la notte con zucchero e cannella, prima di essere cotte sulla brace. Una lavorazione che restituisce alla frutta una profondità aromatica particolare, tra dolcezza, note speziate e sentori di cottura.

L’incontro con il pecorino avellinese aggiunge sapidità e carattere, mentre il radicchio grigliato introduce una nota amaricante che impedisce alla componente dolce di prendere il sopravvento. Le mandorle tostate e salate contribuiscono con la loro croccantezza; la maionese alla menta, infine, porta freschezza e una sfumatura aromatica che alleggerisce l’insieme.

Il risultato è un panino costruito per contrasti: dolce e sapido, morbido e croccante, intenso e fresco. La carne fornisce la struttura, ma sono soprattutto gli elementi vegetali e le preparazioni artigianali a definire la personalità della ricetta.

Il nome Plum 2.0 suggerisce un’evoluzione, ma il suo centro rimane un ricordo estivo. Ornella lo trasforma in un’esperienza gastronomica disponibile anche al di fuori della stagione in cui nasce, affidando alla conservazione della confettura il compito di trattenere profumi e suggestioni.

È un modo di fare cucina che parla di tempo, di gesti e di memoria: ingredienti che non sempre compaiono in una lista, ma che possono fare la differenza tra una ricetta assemblata e una ricetta pensata.

La degustazione come racconto condiviso

Al Public House esiste anche la possibilità di trasformare la scelta di un singolo panino in una piccola degustazione. Con un supplemento di tre euro a persona, è possibile assaggiare più proposte servite tagliate, con piatti dedicati e una spiegazione delle ricette.

A raccontarle è la stessa Ornella, che lascia per un momento la cucina per accompagnare gli ospiti nella lettura dei propri burger.

È un aspetto importante dell’esperienza, perché restituisce al panino la sua dimensione narrativa. Gli ingredienti non arrivano a tavola come una lista da decifrare autonomamente: vengono presentati attraverso le scelte che li hanno messi insieme, le lavorazioni che li caratterizzano e le ragioni di un abbinamento.

In una cucina che fa della personalizzazione il proprio tratto distintivo, il dialogo con il cliente diventa parte del servizio e contribuisce a rendere l’assaggio un’esperienza più consapevole.

Anche la proposta beverage partecipa alla costruzione dell’esperienza. Ad accompagnare il percorso, il cocktail PUBLIC, ideato da Juliani, che riunisce succo di lime, sour, menta, vodka liscia, rum al cocco e acqua tonica.

La composizione si muove tra note agrumate e freschezza erbacea, con il lime e la menta a definire il profilo più immediato, mentre la componente al cocco aggiunge una sfumatura esotica. La tonica completa il drink con la propria effervescenza e una nota amaricante.

È una proposta che si inserisce nella dimensione conviviale del locale, accompagnando una cucina nella quale la varietà degli ingredienti e la ricerca degli abbinamenti costituiscono il filo conduttore.

Vegetariani, vegani e senza glutine: l’attenzione alla scelta

La ricerca gastronomica del Public House non si esaurisce nelle proposte a base di carne. Fonti gastronomiche dedicate al locale documentano anche alternative vegetariane e vegane, oltre alla possibilità di scegliere un bun senza glutine.

Tra le proposte vegetariane compare il Veggie Burger, con un burger di spinaci e ceci, insalata di cavolo e verza, maionese al curry, anacardi, stracciata e pomodorino confit. Una composizione che mette al centro ingredienti vegetali, consistenze diverse e una componente aromatica affidata al curry.

Il riguardo alle diverse esigenze alimentari amplia le possibilità di scelta e conferma la centralità del lavoro sulle ricette.

Public House, una cucina che porta la firma di chi la crea

A pochi passi dalla Reggia di Caserta, il Public House ha costruito nel tempo una propria riconoscibilità attraverso una proposta che unisce il linguaggio informale del pub alla ricerca gastronomica.

La sua identità non risiede soltanto nelle dimensioni dei burger o nella varietà dei ripieni, ma nel lavoro che precede il servizio: la selezione delle materie prime, il rapporto con i fornitori, le preparazioni realizzate in casa e la volontà di trasformare ogni panino in una combinazione ragionata.

La storia di Ornella Buzzone aggiunge a questo percorso una dimensione personale. C’è la passione iniziale, poi la scelta di investire i risparmi destinati a un’altra fase della vita, infine il coraggio di rilevare un’attività e ricostruirla secondo la propria visione. E c’è, ancora oggi, la necessità di affermare un’autorevolezza che il lavoro ha già dimostrato, ma che non sempre viene riconosciuta al primo sguardo.

Il risultato è un locale nel quale la cucina non è separabile dalla persona che la guida. Un panino può essere molto più della somma dei suoi ingredienti, purché dietro ci siano una visione, una tecnica e qualcuno disposto a metterci la propria firma. Al Public House, quella firma è di Ornella Buzzone e del suo staff tutto al femminile.

Roccaverano, il gusto autentico di una terra da scoprire

Ci sono territori che si comprendono davvero soltanto quando li si percorre, incontrando le persone che li abitano e assaggiando i prodotti che ne raccontano la storia. Roccaverano è uno di questi luoghi. Qui paesaggio, pastorizia e gastronomia sono legati da un filo comune, rappresentato da un formaggio che porta il nome del paese e che è una delle espressioni più autentiche dell’Alta Langa astigiana e dell’Alto Monferrato acquese.

La mia visita si è svolta nell’ambito del progetto “ASTI – ROCCAVERANO – Born Sustainable”, dedicato alla valorizzazione della Barbera d’Asti e del Roccaverano DOP. Un itinerario che mi ha portato nel centro storico di Roccaverano e successivamente tra aziende agricole e realtà che hanno fatto della valorizzazione del territorio la propria quotidianità.

Il paese, arroccato sulle colline, è il punto di partenza ideale per comprendere questo formaggio. Basta guardarsi intorno per capire quanto il paesaggio sia ancora profondamente legato all’agricoltura e all’allevamento.

Il Roccaverano DOP è un formaggio a pasta morbida, prodotto artigianalmente con latte crudo intero di capra delle razze Roccaverano e Camosciata Alpina e dei loro incroci. Il latte deve provenire esclusivamente dall’area di produzione e da mungiture consecutive effettuate nell’arco di 24-48 ore.

La zona comprende 19 comuni tra le province di Asti e Alessandria, in un territorio collinare dove il rapporto tra ambiente, animali e lavoro dell’uomo è ancora molto concreto.

I numeri del 2024 raccontano una produzione significativa, ma ancora fortemente legata a una dimensione artigianale: 17 aziende produttrici, 554.000 litri di latte utilizzati e 468.000 forme vendute.

È però nell’assaggio che il Roccaverano rivela tutta la sua personalità. Il prodotto fresco, dal quarto al decimo giorno di maturazione, presenta una pasta bianca, morbida e cremosa, con profumi delicati e un gusto saporito, talvolta leggermente acidulo. Con l’affinamento, a partire dall’undicesimo giorno, la crosta sviluppa una naturale fioritura di muffe, la pasta diventa progressivamente più compatta e il carattere gustativo si fa più deciso, fino a raggiungere note piccanti.

Una trasformazione che trovo particolarmente affascinante: lo stesso formaggio cambia volto con il trascorrere del tempo, dimostrando quanto l’affinamento possa diventare parte integrante della sua identità.

A Olmo Gentile, la visita all’Azienda Agricola Traversa Wilma, accompagnata dal pranzo, mi ha permesso di entrare ancora più direttamente nella realtà produttiva. Qui il Roccaverano non è soltanto un prodotto da degustare, ma il risultato di un lavoro quotidiano fatto di animali, territorio, stagioni e attenzione.

L’ultima tappa, all’Agriturismo Cascina Adorno di Ponti, ha invece mostrato un volto più creativo del prodotto: il gelato preparato con latte di capra e Nocciola Gentile del Piemonte. Un abbinamento curioso e riuscito, capace di dimostrare come la tradizione possa dialogare con nuove interpretazioni senza perdere la propria identità.

Il Roccaverano, alla fine, è molto più di un formaggio. È una fotografia di questo territorio: delle sue colline, delle sue aziende agricole e delle persone che continuano a custodirne la cultura. Ed è forse questo il significato più autentico di “Born Sustainable”: non soltanto parlare di sostenibilità, ma incontrarla nella vita quotidiana di chi produce.

A Roccaverano ha il profumo del latte di capra, la cremosità di una forma giovane e il carattere deciso di una lunga affinatura.

De Natale Pizza e Cucina e Pasticceria Bellia insieme per “A stissa terra, ‘u stissu focu”

Il 7 ottobre a Fiumefreddo di Sicilia è andata in scena una serata sold out dedicata all’identità gastronomica siciliana, tra pizza contemporanea, pasticceria e materie prime del territorio.

Inedita la pizza dessert firmata Alessandro De Natale e dedicata a Giuseppe Bellia.

Una stessa terra, quella siciliana, e un medesimo fuoco creativo che attraversa linguaggi gastronomici differenti il filo conduttore di “A stissa terra, ‘u stissu focu” a Fiumefreddo di Sicilia, nata dalla collaborazione tra De Natale Pizza e Cucina e Pasticceria Bellia.

Un risultato che conferma l’interesse per un appuntamento costruito intorno al dialogo tra due realtà che condividono il legame con il territorio e una visione della tradizione intesa non come repertorio immobile, ma come materia da interpretare attraverso tecnica, ricerca e sensibilità contemporanea. Protagonisti Alessandro De Natale e Giuseppe Bellia, in un percorso a più mani costruito tra pizza, cucina e alta pasticceria.

«Questa serata è nata dal desiderio di mettere in dialogo due mondi che appartengono alla stessa terra. Pizza e pasticceria hanno linguaggi diversi, ma condividono la stessa attenzione alla materia prima, alla tecnica e alla ricerca. Con Giuseppe Bellia abbiamo voluto costruire un percorso tutto siciliano, capace di valorizzare i nostri prodotti e, allo stesso tempo, di interpretarli in una chiave nuova», afferma Alessandro De Natale.

Ad aprire il menu la granita al limone con spumante siciliano Metodo Classico delle Cantine Russo, firmata Giuseppe Bellia, seguita dall’arancino con cardoncello e porcini, cipolla stufata e provola siciliana, proposta da De Natale.

Il percorso entra quindi nel cuore della tradizione con “Eccellenza sicula”, pizza realizzata con impasto di grano antico Russello, bufala siciliana, cavolo trunzo di Aci Presidio Slow Food, masculina da magghia Presidio Slow Food, pesca di Moio Alcantara, limone e mollica atturrata. Una composizione che mette in dialogo prodotti identitari dell’isola attraverso il linguaggio della pizza contemporanea.

Segue “Trancio allo spezzatino”, pizza alla pala con impasto firmato De Natale, con spezzatino di agnello siculo stufato a fuoco lento, crema vellutata di piselli e patate, pecorino siciliano DOP, gel di fico d’India e caviale di menta. Una proposta che porta sulla pala la dimensione più intensa della cucina siciliana, tra cotture lente e ingredienti del territorio.

La parte dolce è stata affidata a Giuseppe Bellia con “L’Iris fritto”, servito caldo con gelato alla ricotta di pecora e gocce di cioccolato. Segue la torta finale, preparata a vista da Bellia, per uno speciale momento di pasticceria dal vivo. A chiudere la serata, infine, la presentazione della dolce creazione realizzata da Alessandro De Natale e dedicata a Giuseppe Bellia: un gesto gastronomico che sintetizza lo spirito della collaborazione e il dialogo tra arte bianca e pasticceria disponibile in pizzeria, in edizione limitata, da giovedì 8 ottobre.
In abbinamento, acqua, vini della Cantina Pietradolce e Amaro Citrange.

“A stissa terra, ‘u stissu focu“, un omaggio alla Sicilia attraverso due espressioni complementari della sua cultura gastronomica: la pizza e la pasticceria per trasformare le eccellenze siciliane in un’esperienza capace di parlare al presente, mantenendo saldo il legame con le proprie radici.

Torna “Buongiorno Floridiana” firmato DROP

Pasticceria d’autore, degustazioni ed esperienze da vivere nel verde: tutti i sabati e le domeniche di ottobre a Flora Central – Garden Bar. Primi ospiti Marco Merola di Contemporanea Caserta e Tenuta Vitagliano

Tornano le colazioni in Floridiana. Da sabato 10 ottobre 2026, e per tutti i sabati e le domeniche del mese, Flora Central – Garden Bar, all’interno della Villa Floridiana, ospita una nuova stagione di “Buongiorno Floridiana”, il format firmato DROP dedicato alla colazione da vivere senza fretta, tra pasticceria d’autore, degustazioni e momenti di condivisione nel verde.

Al centro del progetto ci saranno le colazioni d’autore, affidate di volta in volta a ospiti del mondo della pasticceria, chiamati a interpretare il primo momento della giornata attraverso proposte tradizionali, contemporanee e creative.

Ad aprire il nuovo ciclo sarà Marco Merola di Contemporanea Caserta, protagonista del primo appuntamento di sabato 10 ottobre. Accanto alla proposta di pasticceria, sarà presente Tenuta Vitagliano, azienda vitivinicola a conduzione familiare di San Martino Valle Caudina, in Irpinia, nel territorio del Parco Regionale del Partenio. Una realtà che punta sulla valorizzazione del territorio e delle proprie uve, con una produzione che comprende vini a denominazione Irpinia DOP e Campania IGP.

La mattinata si svilupperà fino all’aperitivo, con degustazioni di vini e prodotti selezionati.

Spazio anche a esperienze dedicate al benessere, alla socialità e alla cultura, dallo yoga ai libri, dai gruppi di lettura alle letture condivise e ad altre occasioni d’incontro pensate per accompagnare il pubblico nel corso della mattinata.

Prosegue così il progetto di DROP di costruire momenti di aggregazione capaci di attraversare diverse fasce della giornata. Con “Buongiorno Floridiana” la dimensione della convivialità si sposta anche al mattino, mettendo insieme gusto, benessere, cultura e comunità in uno dei luoghi verdi più riconoscibili della città.

A fare da sottofondo alle mattinate sarà una selezione di lounge music, pensata per accompagnare la colazione e le attività senza diventare protagonista del format.

“Buongiorno Floridiana” torna così a scandire i weekend di ottobre con un appuntamento che unisce colazione, incontri, esperienze e tempo libero nel verde della Floridiana.

Buongiorno Floridiana – un format DROP

Dal 10 ottobre 2026

Tutti i sabati e le domeniche di ottobre

Flora Central – Garden Bar

Villa Floridiana, Napoli

La pizza è poesia a pochi passi dal mare di Posillipo

Di stereotipi su Napoli ce ne sono tanti, forse troppi. Alcuni belli e veri, altri molto cattivi poco veritieri e tanto ingigantiti e una parte di questi riguarda la cucina.

Dicono che si mangi tanto per tante ore, soprattutto pasta, fritti, pizza, la migliore in assoluto e che si beva una quantità smisurata di caffè. Io da napoletana posso dire che mi piace stare a tavola, amo nutrirmi soprattutto di carboidrati e che bevo caffè tra un pasto e l’altro, ma non sono mai stata una sostenitrice del “come si mangia qui, non si mangia da nessun’altra parte!”.

Sono dell’idea che bisogna assaggiare di tutto, allenando così mente e palato, e che se volete offrirmi un pezzo di pizza con l’ananas o una pizza in un bar a Trento potrei tranquillamente accettare, senza fare inutili paragoni.

Quindi direi di lasciar perdere le giurie che decretano dove fanno la miglior pizza, se Napoli, il resto della Campania o qualche altra città nel mondo. Non è questo il punto fondamentale, secondo me. Un buon impasto, ottimi ingredienti e tanta conoscenza possono essere qualità di un prodotto che non per forza dipendono dalle sue origini.



Però c’è una cosa su cui sono abbastanza sicura: a Napoli la pizza non è solo un piatto tipico. Qui l’arte della farina bianca diventa identità, storia, ricchezza e fonte di felicità per chiunque la gusti accanto al mare.

Da poche settimane, è arrivata una novità in città: il celebre ristorante Palazzo Petrucci a Posillipo, tra il Vesuvio e Palazzo Don’Anna, una delle strutture più misteriose e amate dai partenopei, ha aperto la propria pizzeria a piano terra. O meglio a piano sabbia.

Il nuovo inquilino a Palazzo è il pizzaiolo Davide Ruotolo, che chiamo “nuovo” solo per questa sede ovviamente, visto che da più di dieci anni guida egregiamente la pizzeria dell’omonima struttura a San Domenico Maggiore.
 
E così un luogo che per anni ha rappresentato, e rappresenta tuttora, l’alta cucina napoletana apre le sue porte a un’esperienza più informale, quella della pizza.

La sala è bianca, essenziale, nulla di particolarmente ricercato. Tavoli e sedie bianche, tovaglioli di carta, bicchieri e posate con dettagli blu. A dividere la sala dalla spiaggia e dal mare, solo una lunga vetrata che ospita i posti più panoramici per poter mangiare.



Presa dall’euforia e dalla bellezza del posto, decidiamo di ordinare due pizze speciali:

Davide Ruotolo
Focaccia con pomodorino semi-dry, stracciata di bufala,
zeste di limone, formaggio, origano e basilico

Nessun ingrediente sovrastava l’altro, rendendo la pizza leggera, fresca, croccante. È stato il saluto perfetto all’estate.

Lino Scarallo
Crema di cipolla, fiordilatte, pecorino, acciughe e lime

Con questa mi sono divertita di più. La crema di cipolla era così dolce che contrastava perfettamente la sapidità delle acciughe, ci avrei fatto la scarpetta con quella crema.

Al posto di una terza pizza, ho chiesto di assaggiare un piccolo miracolo racchiuso in una coppa creato apposta per il giorno di San Gennaro: Metamorfosi di Margherita.
Oltre al sangue del Santo Patrono, anche il mio cuore si è sciolto.



Potrei dirvi che è stata la pizza più buona che abbia mangiato negli ultimi mesi, oppure potrei fare il contrario e cercare quel dettaglio che non mi ha convinto perché in fondo una recensione sembra quasi obbligata a trovare qualcosa da promuovere o da bocciare ma sarebbe riduttivo.

Perché tra la sapidità delle alici, la delicatezza della burrata e la scarpetta col cornicione che volevo farmi con la crema di cipolla, c’era qualcosa che andava oltre quello che stavo mangiando. Era la sensazione di sentirsi speciali.

Non l’idea di aver mangiato una buona pizza in un posto straordinario, ma quella di aver capito ancora una volta che il cibo non è soltanto quello che hai nel piatto. È il luogo, è chi te lo serve, è chi hai accanto, è il momento, è il piacere di condividere un pensiero. È la sensazione che ti resta quando ti alzi da tavola.

Una buona pizza, in fondo, la si può mangiare ovunque. Ma, con questo tocco di poesia e romanticismo, solo a Napoli.