A Vico Equense il Bikini e il suo ristorante L’Atollo restano un punto fermo dell’accoglienza in Campania

Nell’ambito della seconda tappa di Praesentia. Gusto di Campania Divina – il format della Regione Campania ideato per promuovere il turismo attraverso patrimonio culturale, produzioni agroalimentari, ristorazione e identità locali- scopriamo un luogo che  conosciamo da sempre: Il Bikini, storico stabilimento balneare di Vico Equense, con annesso ristorante L’Atollo, una realtà imprenditoriale ben consolidata sul territorio. Nato nel 1952 per volontà di Franco Scarselli, quest’anno festeggia i suoi 75 anni di attività. L’Atollo invece vede i suoi natali nel 1983 e dallo scorso anno vanta come Executive chef Pasquale Rinaldo, nello stesso ruolo già al ristorante D’Amore di Capri.

“Rispetto alla cucina di Capri, rivolta a un pubblico di carattere più internazionale, a Vico Equense posso proporre una cucina identitaria basata sulla varietà degli ingredienti provenienti dai Monti Lattari, dal mare oltre alla grande quantità di erbe aromatiche”, ci racconta lo chef parlando della sua esperienza a L’Atollo.

È invece il patron Giorgio Scarselli, nipote di Franco, ad introdurci il suggestivo menù proposto per la cena degustazione. Intitolato Mare, brace e fumo, vuole essere la sintesi del territorio in cui ci troviamo “raccontato attraverso i suoi elementi essenziali: il mare, il fuoco della brace, il fumo, le erbe mediterranee e la tradizione della pizza di Vico Equense.”

Elementi ancestrali, ispirati dalla particolare conformazione del territorio vicano, felice connubio di mare e collina, cucina di tradizione marinara e contadina. A questo proposito riattivato, dopo quindici anni, lo storico forno del locale, la cui brace viene mantenuta sempre viva.  Da qui escono il pane bianco all’acqua di mare e la focaccia alle alghe, ma non solo. A tutto pasto viene servito Fiano Campania IGT Corridore bianco 2024 de I Favati, la cui nota materica e fumé ben si accompagna allo spirito della serata.

L’entrée è una conchiglia in condivisione, riempita di erbe di mare e di terra per un pinzimonio fuori dai canoni: foglie di cappero con il frutto, basilico, salicornia e foglia d’ostrica da intingere in una citronette a base di olio EVO DOP Penisola Sorrentina e limone di Sorrento.

Proseguiamo con la selezione di pescato servito crudo e affumicato con legno di mandorlo e timo limonato: una tartare che gioca con gli aromi del fumo e delle erbe aromatiche in un matrimonio dove la freschezza del mare si sposa con la terrosità delle erbette.

La mazzamma è il mix di pesci di scoglio alla base del piatto successivo. Arrostiti sotto le braci del forno, vengono poi sfumati con vino bianco e uniti a pomodorini datterini per la preparazione di un fondo di pesce in cui vengono cotti gli spaghettini spezzati, guarniti in uscita con una fettina di pesce crudo. Maggiorana fresca e basilico a profumare il piatto.

Chef Rinaldo si trova a suo agio con le erbe aromatiche: dietro la cucina ne ha circa una settantina che usa con disinvoltura, data la profonda conoscenza della materia ereditata dal padre, di professione vivaista.

La commistione terra e mare torna anche nel piatto successivo: il centrolofo cotto a vista su legna arsa.

Cernia di profondità, tipica del territorio, il centrolofo, pulito e squamato, viene adagiato su una foglia di limone e cotto su un piccolo fornello alimentato con la brace del forno a legna. Cottura tipica della Penisola Sorrentina, sfrutta l’aromaticità della foglia di limone per conferire una vena agrumata al piatto e impreziosirne i sentori affumicati. Il pesce viene poi servito su una salsa di alici di Cetara.

Originale e controtendenza il pre-dessert proposto: ziti cotti in estrazione a freddo di cipolla di Montoro sotto cenere. La cipolla intera viene lasciata sotto le ceneri calde del forno per oltre due ore, successivamente estratta a freddo e usata per cuocere gli ziti, conditi infine con pomodori secchi e parmigiano. Una genovese senza carne, che sfruttando la tendenza dolce della pasta e della cipolla, accompagna il palato al dessert, anch’esso giocato sul contrasto sapidità-dolcezza. Sale e salicornia è infatti una tartelletta di frolla, riempita con crema pasticcera aromatizzata al mandarino, lime e arancia e decorata con salicornia di mare e fior di sale.

Chiudiamo la cena con la piccola pasticceria territoriale: il pansquale, panettone estivo all’albicocca pellecchiella, la caprese, la frolla e la riccia. “Ci tengo a ringraziare il mio sous-chef Francesco Starace, con cui lavoro da sette anni”, conclude lo chef, “e tutta la squadra di cucina:  Marika Todisco, Pasquale Auricchio, Mattia Formisano, Luigi Grasso, Alessandro Quagliozzi e Sebastiano di Vuolo.”

La vera chiusura, però,  è l’ultimo sguardo dalla terrazza affacciata sul mare, sulla Penisola e sulla maestosità del Vesuvio – che da qui si mostra nel suo profilo sorrentino – a suggellare la ricchezza di un territorio ricco e variegato nella propria identità.

IL BIKINI E IL SUO RISTORANTE L’ATOLLO

Strada Statale 145 Sorrentina

Vico Equense (NA)

Da Josè il Regno delle Due Sicilie rivive a tavola: una cena che trasforma la storia in esperienza gastronomica

Ci sono cene che soddisfano il palato e altre che riescono a raccontare un popolo. Quella andata in scena il 22 luglio da Josè Restaurant, all’interno della splendida Tenuta Villa Guerra di Torre del Greco, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Un progetto gastronomico di rara intensità culturale che ha riportato in vita l’identità del Regno delle Due Sicilie attraverso ingredienti, vini e ricette capaci di attraversare secoli di storia.

Più che una cena di gala, un percorso identitario in cui Campania e Sicilia, le due anime dello storico Regno “al di qua e al di là del Faro”, si sono ritrovate attorno allo stesso tavolo. La raffinata dimora vesuviana, immersa nel verde e impreziosita dall’eleganza della sua architettura storica, si è trasformata nel palcoscenico ideale per un racconto gastronomico che ha unito memoria, territorio e alta cucina.

A guidare questo viaggio è stato lo chef Antonio La Cava, che ha costruito un menu essenziale nella forma ma ricchissimo nel significato. Nessuna ricerca dell’effetto scenografico fine a sé stessa, ma piatti capaci di riportare al centro il valore della materia prima e dei sapori autentici del Mediterraneo.

L’apertura è stata affidata a una delicata zuppetta di zucchine con crudo di gamberi, preparazione che esalta la dolcezza dell’ortaggio e la freschezza del mare. A esaltarla, il Marsala Tonic di Cantine Intorcia, interpretazione contemporanea del vino simbolo della Sicilia occidentale, che ha inaugurato il percorso con eleganza, introducendo fin dal primo sorso il dialogo tra le due sponde del Regno.

A seguire, ricciola marinata con arancia arrosto e capperi, piatto elegante che richiama immediatamente i profumi della Sicilia attraverso un perfetto equilibrio tra acidità, sapidità e note agrumate. L’abbinamento con Il Grillo di Cantine Intorcia ha valorizzato la freschezza del pesce e la componente agrumata della preparazione, esaltando il carattere mediterraneo del piatto.

Il momento più esaltante della serata è arrivato con una protagonista indiscussa, pasta mista totani e patate, riletta in chiave contemporanea senza perdere il legame con la ricetta originaria. La pasta, cotta nel fumetto di pesce per amplificarne la profondità gustativa, incontrava una vellutata purea di patate e i totani in una preparazione raffinata che conservava tutta l’anima della cucina marinara campana. In abbinamento, il Fiano 2024 di Tenuta Scuotto ha espresso tutta la finezza del grande bianco irpino, distinguendosi per eleganza, mineralità e una spiccata capacità di accompagnare la complessità del piatto.

Il percorso è continuato con una portata di pregiata ventresca di tonno rosso su riduzione di cipolle, piatto che ha valorizzato uno dei tagli più nobili del pesce attraverso un equilibrio tra intensità, dolcezza e persistenza aromatica. Il confronto tra Campania e Sicilia è stato un viaggio anche nel calice con le etichette Oinì di Tenuta Scuotto e i vini Vigne Mie e Vigna Rara di Cantine Intorcia, storica realtà marsalese che da generazioni custodisce il patrimonio enologico della Sicilia occidentale.

Due aziende accomunate dalla capacità di raccontare territori profondamente diversi, ma uniti dalla matrice vulcanica, dalla luce del Mediterraneo e da una forte identità produttiva. Determinante il lavoro del sommelier Salvatore Maresca e della Food & Wine Consultant Simona Cacopardo, che hanno costruito abbinamenti capaci di accompagnare il racconto gastronomico senza mai sovrastarlo.

Il gran finale è stato affidato al pastry chef e proprietario della struttura Antonio Confuorto, che ha dimostrato ancora una volta la propria sensibilità nel reinterpretare la pasticceria identitaria. Prima del dessert, una raffinata brioche con il tuppo, farcita con gelato al blu di bufala e gelsi sciroppati. Un omaggio alla cultura del gelato siciliano che trova nuova identità grazie a una delle eccellenze casearie più rappresentative della Campania.

Il dessert conclusivo ha racchiuso il senso più profondo dell’intera serata: un cannolo siciliano con ricotta e albicocca pellecchiella del Vesuvio. La croccantezza della cialda, la cremosità della ricotta e la dolcezza intensa dell’albicocca vesuviana hanno dato vita a un equilibrio perfetto, trasformando due eccellenze territoriali in un unico, potente racconto gastronomico. A suggellare il finale è tornato il Marsala, testimone liquido di una storia che continua a unire le due terre anche attraverso il vino.

La cena, secondo appuntamento dedicato al Regno delle Due Sicilie, ha dimostrato ai partecipanti come la cucina possa diventare uno straordinario strumento di narrazione del territorio, capace di dare voce alle proprie radici attraverso il gusto. Da Josè, all’interno di Tenuta Villa Guerra, ogni piatto ha contribuito a costruire un percorso coerente, nel quale cultura gastronomica, ricerca e identità hanno trovato un equilibrio raro. In un tempo in cui l’omologazione rischia di appiattire i sapori, questa serata ha ricordato che il lusso più autentico è poter riconoscere, in un piatto e in un calice, la storia di una terra.

E il Vesuvio, insieme al territorio di Marsala, ha dimostrato ancora una volta di avere molto da raccontare.

Il tour di “Praesentia. Gusto di Campania Divina” giunge a Castellammare di Stabia con una bellissima sorpresa

Per una volta, una sola volta, mettiamo da parte il discorso sull’enogastronomia e sull’agricoltura che verrà affrontato in un prossimo articolo. Restiamo ancorati al territorio di Castellammare di Stabia e alle tante bellezze tutte da scoprire grazie al tour di Praesentia. Gusto di Campania Divina organizzato dalla Regione Campania per valorizzare aree turistiche in via di espansione.

Sospesa tra l’azzurro del mare e il verde dei Monti Lattari, Castellammare di Stabia è una terra dal patrimonio storico, naturalistico e industriale unico in Italia. Antica terra d’elezione dei patrizi romani, l’allora Stabiae condivise il tragico destino di Pompei nell’eruzione  del 79 d.C. Oggi, le sue imponenti ville d’otium – Villa San Marco e Villa Arianna che, affacciate dalla collina di Varano svelano il volto più esclusivo e sfarzoso dell’Impero. Questo legame indissolubile con l’archeologia è custodito nel Museo “Libero D’Orsi”, ospitato nella splendida cornice della settecentesca Reggia di Quisisana, antica dimora estiva dei Borbone.

Nota storicamente come “Metropoli delle Acque” per le sue ben 28 sorgenti idrominerali, la città ha fra i suoi  simboli più eleganti la Cassa Armonica, gioiello Liberty nel cuore del lungomare. Castellammare è una delle città più importanti della marineria italiana: nel Cantiere Navale, fondato nel 1783 e ancora attivo, sono state progettate, costruite e varate le navi più iconiche del Paese, prima tra tutte la nave scuola Amerigo Vespucci, nel 1931.

Immersa in un monumentale parco secolare alle pendici del Monte Faito, la Reggia di Quisisana è una delle  dimore reali più antiche e affascinanti della Campania. Il suo stesso nome ne svela la vocazione originaria: un luogo eletto “qui si sana”, scelto fin dal Trecento dai sovrani d’Angiò e d’Aragona per la salubrità dell’aria, la  ricchezza delle sorgenti e la vista panoramica sul Golfo di Napoli. Il complesso ha vissuto il suo massimo splendore nel Settecento durante il regno dei Borbone. Fu Re Carlo III a trasformarlo in una sontuosa reggia barocca, vera e propria oasi di caccia e villeggiatura estiva della corte,  circondata da splendidi giardini all’italiana con fontane e terrazze panoramiche.

Dopo un attento restauro, la Reggia è tornata al centro della vita culturale internazionale. Al terzo piano ospita il nuovo Museo Civico comunale che completa idealmente il racconto storico della città. Con il Museo “Libero  D’Orsi” celebra i fasti archeologici dell’epoca romana, il Museo Civico è uno spazio espositivo 4.0, digitale e  interattivo, progettato per narrare l’identità profonda e la storia contemporanea del territorio stabiese. Organizzato attorno ai quattro elementi naturali: acqua, terra, aria e fuoco, il percorso multimediale offre un’esperienza immersiva unica.

Raccontare il patrimonio artistico e museale italiano significa raccontare la storia del territorio, fatta di bellezza inestimabile ambita nelle scelte turistiche di molti Paesi nel mondo. Le tradizioni locali, anche povere che rappresentano un passato sociale denso di sofferenza e di voglia di riscatto, arricchiscono il cuore di emozioni forti. Immaginare l’arte dell’arrangiarsi, la resistenza di un popolo e la crescita radicata in un tessuto comune serve da monito alle future generazioni in un mondo troppo veloce e poco concreto.

Cantina Toros, il monovarietale in Collio

Che un’azienda debba innanzitutto far quadrare i conti non è in discussione, talvolta si prendono delle decisioni che non si condividono appieno dettate dalla necessità d’essere a conduzione familiare e unica fonte di reddito.

Non è così anche nella vita di tutti i giorni, siamo liberi di fare esattamente ciò che vorremmo? E cosa c’entra tutto questo con la visita della cantina Toros, nel tour al quale ho partecipato organizzato dal Consorzio Collio?

È una personale riflessione nata dopo aver conosciuto Franco Toros (ma c’eravamo già incontrati, entrambi ne avevamo il dubbio). È motivata da alcune frasi dette da Franco sull’economia aziendale, battute del tipo: se le banche lo vorranno… (non è la prima volta che in Collio sentiamo menzionare dai produttori di vino gli istituti di credito, ciò testimonia di come sono venuti in soccorso, e anche della preoccupazione che in alcuni destano), oppure meno bottiglie rimangono e meglio stiamo

E poi la scelta di uscire per i bianchi con vini della precedente vendemmia (come ci insegna l’Alto Adige, rammenta Franco), vinificazioni semplici ma non semplicistiche, miranti a ottenere un vino fresco, minerale e immediato, con la sorbevolezza degli aromi primari, salvo infine sparigliare le carte e terminare la degustazione con un paio di espressioni, due autentiche chicche con profondità d’annata, come a sussurrare: cosa credevate, che questo territorio (straordinario, aggiungo io) non consenta la serbevolezza dei propri vini?

Peccato non n’è capitato un Pinot Bianco vintage: sarebbe piaciuto ricordare a me stesso quanto il vitigno sia valido, quanto sia longevo, quanto sia sottovalutato.

La Cantina Toros è stata fondata da Edoardo, bisnonno di Franco, ai primi del ‘900 e il suo nucleo storico sotterraneo risale al 1648, anno in cui apparteneva ai Baroni Locatelli Franco Toros è oggi aiutato dalle tre figlie Eva, Cristina ed Erika, che continueranno la tradizione ereditata dal padre e i suoi avi. Siamo nella località Novali nel comune di Cormons, a meno di un chilometro dal confine sloveno di Plešivo, e prossimi a Zegla, altra località che regala celebri vini in Collio.

In circa 15 ettari vitati a guyot in filari completamente inerbiti, disposti in un corpo unico attorno alla cantina, una fortuna per molti versi, si producono 70.000 bottiglie l’anno con Friulano e Pinot Bianco sulle 20.000 bottiglie cadauno, e poi Ribolla Gialla, Chardonnay, Sauvignon, Pinot Grigio, e infine Merlot a rappresentare la bacca rossa in due versioni, poichè c’è un Riserva. Totale otto etichette di Collio, tutte monovarietali, quindi non è previsto il Collio Bianco.

La vendemmia è fatta tutta a mano, con pressatura soffice, mosto da uva intera e senza compiere macerazioni (tranne il Merlot), meglio una surmaturazione in vigna all’occorrenza (rischiando un po’), e i vini, dopo la fermetazione in serbatoi di acciaio con temperatura controllata senza eseguire travasi, qui rimangono per quattro/cinque mesi con crescenti batonnage. Dopodiché, Pinot Bianco, Friulano e Chardonnay per il 10-20% della massa passano in barrique per cinque mesi.

La degustazione ha previsto sei vini Collio doc anno 2025: Ribolla Gialla (da vigneti molto antichi di 60/70 anni, è una Ribolla tanto fresca grazie a toni citrini, la sua carta vincente sebbene nel mazzo del Collio a mio avviso c’è un jolly, vale a dire la sua versione macerata, con note di fiori, gelsomino, acacia e ginestra; al palato ha bisogno di tempo per stabilizzarsi, è sapida ma leggermente poco persistente, al momento), Pinot Bianco (15% della massa in barrique, fresco e intenso nelle note di frutto, acidità malica di mela verde, e pera, infine floreali, che si ritrovano anche al palato, con un finale sapido e di pepe bianco; vino con grande potenzialità ma da riassaggiare più avanti, ancora troppo giovane), Pinot Grigio (da uve stramature, è floreale con note di gelsomino, e di frutta di una pera croccante; al palato sapidità e territorialità e un finale piccante), Friulano (15-20% della massa in barrique, molto morbido, frutta secca, fruttato di pesca, vaniglia, sentori della burrosità da legno piuttosto percepibili; al palato è vegetale e torna ancora la morbidezza.

Un “vecchio Tocai” con toni rotondi quasi inattesi che spero di assaggiare di nuovo più avanti), Chardonnay (la massa che va in barrique è il 20%, e il vino ha toni di vaniglia e agrumi, al palato è glicerico, completo, pieno, fresco e speziato), Sauvignon (e come non riconoscerlo, con le sue tipiche note varietali, pirazine e foglia di pomodoro, un po’ di erbe aromatiche, salvia, sambuco, e di frutta esotica; al palato è glicerico, ampio, torna il varietale e il finale richiama le spezie).

Poi, prima di passare al Collio Merlot Riserva 2022 proveniente da un’unica vigna (dopo venti giorni di macerazione, il vino matura per 24/30 mesi in nuove barrique francesi: intenso con note di piccoli frutti a bacca rossa, vaniglia, rovere, freschezza; al palato ha ancora tanta longevità e tannini da polimerizzare, teso, con un finale speziato che rammenta certi syrah), la sorpresa delle due rarità d’antan prima anticipate.

Collio Chardonnay 2015

Finezza ed eleganza, con tanta freschezza benché una decade sia trascorsa, fiori secchi e morbidezza da miele d’acacia. Poi esce la frutta esotica e la suggestione idrocarburica: facendo la crasi, un pompelmo rosa con ottani. Al palato è pieno e fine, lascia una sensazione glicerica, pecca solo, se proprio dobbiamo trovargli un difetto, in persistenza.

Collio Sauvignon 2007

Olfatto che affascina e certamente intenso, con note mielate e minerali da un vino maggiorenne. Idrocarburi e tanta sapidità, se aveva in origine delle caratteristiche varietali, ora si son perse.

Al palato ha un buon corpo e una progressione non trascurabile, con le sensazioni d’idrocarburo meno presenti, un vino di una certa eleganza e, questo sì, persistente. Il finale è declinato sulla spezia. Insomma due vini longevi e con un’interpretazione della ponca da cui hanno origine, e conoscendo il comportamento medesimo che avrebbe avuto (se lo avessimo testato) il Pinot Bianco, come non notare che i tre vitigni sono internazionali?

Da Enoteca Pinchiorri a Firenze la premiazione dei Morellino del Cuore 2026

Lo scorso 10 luglio si è svolta la quarta edizione di “Morellino del Cuore”, come suggerisce il nome, dedicata al Morellino di Scansano,  quest’anno in un’ unica data. L’evento ideato dai giornalisti enogastronomici Roberta Perna e Antonio Stelli si è svolto a Firenze presso la prestigiosissima Enoteca Pinchiorri, si tratta di una degustazione di 10 vini selezionati da una commissione di esperti sommelier professionisti.

I vini selezionati sono quelli che al momento della degustazione, rigorosamente alla cieca hanno ottenuto un punteggio più altro rispetto ad altri campioni e sono più espressivi. Il panel si alterna di anno in anno tra giornalisti e sommelier professionisti. La degustazione  è stata organizzata da Roberta Perna e Antonio Stelli in collaborazione con il Consorzio Tutela Morellino di Scansano e presentata da Roberta Perna e Antonio Stelli con l’intervento di Bernardo Guicciardini Calamai e Alessio Durazzi, rispettivamente Presidente e Direttore del Consorzio Tutela Morellino di Scansano.

Ad ogni vino presentato sono intervenuti i 10 produttori presenti. La novità di quest’anno è l’ introduzione della tipologia “Superiore“. Prima di svelare i vini selezionati in questa edizione, lasciamo il tempo ad alcune nozioni su questo incantevole  comprensorio.

Il Morellino di Scansano è una perla enologica incastonata tra la costa Tirrenica  e l’antico vulcano del Monte Amiata in provincia di Grosseto. L’etimologia del termine si ipotizza che derivi dai cavalli bai detti morelli che trainavano le carrozze. La posizione privilegiata in prossimità del mare e della montagna dona  un microclima unico e ideale per l’allevamento della vite; nonostante, i suoli e le altimetrie variano nei comuni  ricadenti nella denominazione quali: Scansano,  Manciano, Magliano in Toscana, Semproniano, Roccalbegna, Campagnatico e Grosseto. La composizione dei terreni è di origine argillosa e sabbiosa con buona presenza di galestro ed alberese.

Il Morellino di Scansano per disciplinare deve essere prodotto con uve Sangiovese almeno per l’85%, possono concorrere al completamento nella misura massima del 15%: Alicante, Ciliegiolo, Colorino, Malvasia Nera, Canaiolo, Montepulciano, Merlot, Syrah, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Tuttavia, principalmente i produttori prediligono lavorare  il Sangiovese in purezza che qui dona ai vini caratteristiche uniche. Nelle annate  migliori viene prodotta anche la tipologia Riserva. Dallo scorso febbraio con modifica del disciplinare si può produrre la  tipologia “Superiore” con un percorso di affinamento diverso che si è  posizionato tra l’ Annata e la Riserva. La Doc è nata nel 1978 e il meritato riconoscimento a Docg è arrivato nel 2007. Un vino molto apprezzato e presente nelle carte vini in molti ristoranti sia in Italia sia all’estero a fine degli anni ottanta. Dopo un breve intervallo, recentemente è tornato meritatamente nella cerchia dei grandi vini rossi italiani, un vino ottimo da giovane e longevo.

L’Enoteca Pinchiorri non ha bisogno di presentazioni, tuttavia, si trova nel cuore di Firenze in via Ghibelĺina. Un locale molto rinomato, da decenni vanta 3 stelle della prestigiosa guida Michelin.Un ambiente molto accogliente ed elegante con una cucina raffinata che propone piatti di alta cucina. La carta dei vini è ritenuta una delle più prestigiose al mondo con referenze da ogni parte del mondo. Servizio impeccabile, attento e curato.

Vini in degustazione, cliccando sul nome del vino si apre la scheda tecnica:

Categoria Annata
Tenuta Pietramora – Germile 2024 – Nata nel 1999 a Scansano, protagonista assoluta è Gaia Cerrito. Gli ettari vitati sono 53, di cui 11 dedicati unicamente al Morellino. Le vigne si trovano a 300 metri s.l.m.
Cantina 8380 – 8380 2024 – Si trova a Montemerano, fondata dai fratelli Jacopo e Filippo Rossi. Una delle Cantine più piccole della Maremma, il nome deriva dalle date di nascita dei 2 fratelli.
Doga delle Clavule – Doga delle Clavule 2024 – Si trova nel comune di Magliano in Toscana, di proprietà di Elisabetta Gnudi Angelini di Caparzo. Gli ettari vitati sono 57 e l’azienda nasce nel 2000.

Categoria Superiore
Roccapesta – Roccapesta 2023 – Situata nel comune di Scansano, precisamente in località Macereto con  vigneti di proprietà che si estendono su una superfice di 18,5 ettari di terreno al confine tra aree di origine vulcanica e sedimentaria.
Conte Guicciardini – I Massi 2023 – Risalente al 1999, appartiene ad una delle più importanti famiglie nobiliari toscane, vanta 56 ettari di vigneti posti ad altimetrie che vanno dai 200 ai 320 metri s.l.m.
Morisfarms – MDS 2023 – La tenuta si trova nel comune di Grosseto,  in località Poggio la Mozza, la superficie vitata si estende su 35 ettari. Acquistata nel 1971 da Gualtier Luigi Moris.

Categoria Riserva
Cantina Vignaioli di Scansano  Roggiano Riserva 2022 – Una cantina cooperativa fondata nel 1972, vanta oggi oltre 160 soci che operano in un ampia superficie di oltre 600 ettari.
Terenzi  Madrechiesa 2022 – Nata nel 2001 in località Montedonico, nel comune di Scansano, vanta oltre 60 ettari di vigneto. L’azienda è guidata da Balbino, Federico e Francesca Romana Terenzi.
Val delle Rose – Poggio al Leone 2022 – Di proprietà della storica famiglia Cecchi, innamorati di questo territorio e del vitigno Sangiovese. La tenuta si trova a 500 metri metri s.l.m. nel comune di Grosseto in località Poggio la Mozza.

Categoria Vecchia Annata
La Fattoria di Magliano – Heba 2009 – Di proprietà della famiglia Lenci, nasce nel 1997 nell’omonimo comune. Gli ettari vitati sono oltre 50 e condotti secondo i dettami dell’agricoltura biologica.

Dopo la degustazione delle 10 etichette è seguito aperitivo con bollicine M C accompagnate da stuzzichini  ed  un delizioso pranzo, con piatti ben preparati, equilibrati e ben presentati in abbinamento ai campioni degustati.

La Scottina Relais e Bistrot: ospitalità, territorio e sapori alle porte di Piacenza

Si dice che Piacenza sia l’Emilia che guarda la Lombardia senza mai smettere di sentirsi Emilia. Una terra di confine, sospesa tra Emilia e Lombardia, dove castelli, vigneti e poderi raccontano una storia antica di commerci, pellegrini e buon vivere. Non è un caso che queste campagne fossero attraversate dalla Via Francigena, la strada che per secoli ha condotto viaggiatori da tutta Europa verso Roma Per me il modo migliore di conoscere un territorio è viverlo da vicino, incontrare le persone che lo raccontano ogni giorno e scoprire i sapori che ne custodiscono l’identità.

Con questo spirito sono stata ospite de La Scottina Relais e Bistrot a Cadeo, immerso nella campagna piacentina, per conoscere una realtà che punta a fare dell’accoglienza il punto di partenza per raccontare l’intero territorio. Accompagnati da Anna Brugali, ho visitato gli spazi del resort, la cantina e le aree esterne che dialogano con il paesaggio circostante, prima di concludere la giornata con la cena firmata dallo chef Carlo Toscani e dalla sua brigata, interpreti contemporanei della tradizione locale.

La dimora, appartenente da generazioni alla famiglia Rossetti e oggi guidata da Diamante Rossetti, è diventata un relais circa vent’anni fa grazie a un accurato progetto di recupero di un’antica cascina seicentesca. L’intervento di ristrutturazione ha saputo preservarne l’anima rurale, reinterpretandola in chiave country chic: un equilibrio armonioso tra il fascino della tradizione, elementi di design contemporaneo e comfort ricercati. Gli ambienti interni, caratterizzati da un’eleganza sobria, sono arricchiti dalle opere di Bigitta Rossetti, artista contemporanea e figlia del patron, che ne esaltano l’identità e l’atmosfera, avvicinando la struttura al concetto di boutique hotel.

All’esterno domina la quiete della campagna, tra giardini curati e scorci immersi nel verde, frequentati da conigli e lepri. A catturare lo sguardo è soprattutto l’antico silo che campeggia nel cortile interno e che ritroviamo anche nel logo del relais: recuperato grazie a un accurato intervento di restauro, è stato trasformato in un’originale suite sviluppata su tre livelli.

Le 16 camere sono ampie e confortevoli, caratterizzate da colori caldi e da un’illuminazione morbida e rilassante. Gli ambienti sono arredati con eleganti mobili in legno naturale, dettagli artigianali e tessuti dai colori delicati. Ogni stanza è pensata per accogliere gli ospiti in un’atmosfera rilassata e discreta, ideale per chi cerca un soggiorno all’insegna del benessere, sia per lavoro sia per piacere.

Dopo la visita alla struttura, la serata è proseguita al ristorante del Relais, dove la proposta gastronomica rappresenta uno degli elementi distintivi dell’offerta della dimora. Alla guida della cucina c’è lo chef Carlo Toscani, che ha costruito un percorso culinario fondato sulla valorizzazione delle eccellenze del territorio piacentino e sull’attenta selezione delle materie prime.

Una cucina contemporanea, solida nei riferimenti alla tradizione locale ma capace di interpretarla con equilibrio e personalità, che contribuisce a definire l’identità del relais anche sul piano dell’ospitalità gastronomica. La filosofia dello chef trova concreta espressione nei piatti proposti durante la serata. Di seguito, le portate che hanno scandito l’esperienza di degustazione accompagnati da vini del territorio:

  • Il cestino del pane: tradizione e qualità, grissini artigianali ai sette cereali e pane preparato con farine italiane selezionate e lievito madre rinnovato ogni giorno, nel rispetto delle migliori tecniche di panificazione;
  • Antipasti piacentini: le 3 DOP Coppa, Pancetta e Salame, un viaggio nei sapori più autentici, dove qualità, storia e territorio si incontrano;
  • Cindarella, Cindarella. Cipolla alla brace con ripieno cremoso di formaggio;
  • Risotto Carnaroli mantecato con crema di pomodoro giallo, burrata e levistico. Un piatto che unisce la dolcezza del pomodoro giallo, la cremosità della burrata e la freschezza aromatica del levistico.

Bavetta di Black Angus USA alla brace. Un taglio molto saporito e marezzato, cotto alla brace per valorizzarne gusto e succulenza.

  • Il Panettone preparato interamente a mano, con lievito madre e ingredienti selezionati: burro di alta qualità, uova fresche, canditi profumati e lenta lievitazione naturale, qui accostato ad un fresco gelato, un’ottima accoppiata vista la stagione

Ogni piatto è stato accompagnato da un vino selezionato, in un percorso che ha reso evidente il profondo legame con il territorio:

  • Si è iniziato con il metodo classico piacentino Il Pigro di Romagnoli, un Dosaggio Zero ottenuto da Pinot Nero e Chardonnay, vitigni che uniscono struttura ed eleganza. Realizzato senza aggiunta di zuccheri dopo la sboccatura, deve il suo nome al lungo affinamento sui lieviti: ben 36 mesi che donano complessità e un perlage particolarmente fine;
  • a seguire, sempre firmato Romagnoli, Michelangelo di Caravaggio, Bianco Emilia IGT prodotto da uve 100% Malvasia di Candia Aromatica coltivate a Vigolzone. Un vino fresco e armonioso, capace di valorizzare al meglio le caratteristiche più autentiche del vitigno.
  • il percorso è proseguito con il rosso P188 Gutturnio Riserva di Tenute Nura, ottenuto da Barbera e Croatina. Il lungo affinamento tra legno e bottiglia dona equilibrio e profondità, dando vita a un vino di grande personalità che coniuga struttura, eleganza e persistenza.
  • a chiudere la degustazione, l’anima più dolce della Malvasia Aromatica di Candia con Le Rane della cantina Luretta. Frutto di una lenta maturazione delle uve, questo passito rappresenta una delle espressioni più eleganti del territorio. Apprezzato dalla critica e premiato in importanti concorsi nazionali, racconta con equilibrio e raffinatezza il valore di un vitigno simbolo della tradizione piacentina.

L’iniziativa ha rappresentato un’occasione preziosa per riscoprire sapori, vini e tradizioni del territorio, in un contesto che unisce eleganza e convivialità. La Scottina Relais e Bistrot conferma la propria vocazione a valorizzare le eccellenze locali e l’ospitalità di charme offrendo agli ospiti un’esperienza a 360 gradi.

Relais Cascina Scottina

Loc. La Scottina, Str. Comunale del Riglio

29010 Cadeo (PC)

Tel: +39 0523.504.150

Mob. +39 366.1033799

info@lascottina.it

Campania, la visita ad Abbazia di Crapolla a Vico Equense

In epoca medievale la grangia era l’azienda agricola che faceva capo a un’abbazia e non distava più di una giornata di cammino da essa. Non si sottrae a questa regola l’Abbazia di San Pietro, sita lungo il sentiero che da Torca raggiunge il Fiordo di Crapolla, di fronte all’Isola di Isca e a Li Galli, in costiera amalfitana.

Il toponimo Crapolla, che per estensione andò a identificare l’antica abbazia di epoca alto medievale, deriva dal fatto che in epoca antica in questo punto era ubicato un tempio dedicato ad Apollo. La grangia dell’Abbazia di Crapolla era situata invece lungo l’antico sentiero di Minerva che tagliando in due la Penisola Sorrentina e i Monti Lattari giungeva in meno di una giornata di cammino su un pianoro che guarda il Golfo di Napoli e il Vesuvio, oggi in località San Salvatore di Vico Equense. E partendo proprio dai casolari ormai dismessi dell’antica grangia, Fulvio Alifano nel 2007 ha dato il via al suo progetto vinicolo: Abbazia di Crapolla.

Chiacchieriamo con il dottor Alifano – che di professione è medico anestesista ma per passione si dedica alla terra – in una sera d’estate, sorseggiando Poizzo davanti a un meraviglioso scenario: Il Golfo di Napoli, Il Vesuvio, Ischia e Capri.

Fulvio Alifano ci racconta la storia del suo progetto, in un territorio, quello di Vico Equense e della Penisola Sorrentina, prettamente agricolo ma con una propensione rivolta ad altre colture: ulivi e agrumi. Il suo racconto inizia dalla lunga trattativa – che non ha nulla da invidiare a quella che Angelo Gaja deve aver sostenuto per i terreni di Ca’Marcanda – per acquisire la terra e i manufatti dell’antica grangia: un luogo a lui caro perché qui suo padre, medico condotto, riceveva gli assistiti. “Non si possiede la terra, è la terra che possiede te”, prosegue Alifano, spiegando come abbia deciso di recuperare in questo luogo quello che i monaci facevano già nel Medioevo.

“Da un documento del 1526 in cui si parla di una lite tra la famiglia Carafa e l’Università di Vico Equense sul prezzo dei vini di Crapolla, emerge che già all’epoca qui si coltivava la vite. Anche lo storico greco Strabone chiama questo tratto di costa Sireos, ossia la terra adatta alla produzione del vino e al pascolo degli armenti”, prosegue Alifano.

Oggi i manufatti dell’antica grangia, sottoposti a vincolo della sovrintendenza archeologica, sono stati completamente recuperati, trasformati in locali di cantina e ospitalità, mentre i circa due ettari e mezzo di terreno intorno alla proprietà sono stati destinati alla vigna: principalmente fiano, falanghina, pinot nero e i ceppi originari, che già insistevano sulla proprietà, di uva di Sabato, specie autoctona precipua del territorio di Vico Equense.

La prima consulenza è stata quella del professor Luigi Moio che suggerisce impianti stretti a 9000 ceppi per ettaro per contrastare la forte vigoria determinata dal terreno fertile e propone l’impianto del pinot nero, come nella migliore tradizione dei vini d’abbazia.

Una sfida, ci spiega Fulvio, quella di vinificare questa uva in un territorio poco vocato, un vino, il Nireo, che ha accompagnato con la sua evoluzione il percorso di Abbazia di Crapolla: “Oggi Nireo ha raggiunto un suo equilibrio, lo definiamo un pinot mediterraneo da suolo vulcanico.” Ormai da qualche anno alla conduzione agronomica ed enologica troviamo Arturo Erbaggio, che ha portato avanti anche l’ultimo impianto di fiano risalente al 2022.

Abbazia di Crapolla ha all’attivo quattro etichette per un totale di poco meno di ventimila bottiglie: Sireo, Nireo, Poizzo, e Sabato.

“Tutti i nomi dei vini li ha ideati mio fratello e sono legati al mito e al territorio.”

Sireo, blend di falanghina e fiano, etichetta di punta della cantina, si ispira proprio al Sireos di Strabone. Imbottigliato per la prima volta nel 2010, è fine ed elegante, figlio di un territorio vulcanico e mediterraneo, non alza mai la voce e si esprime attraverso i profumi di quelle erbe aromatiche così presenti sul territorio.

Fuori dalla DOP Penisola Sorrentina per la scelta di utilizzare il fiano, è un Campania IGP.

Nireo, che identifica il pinot nero, è il figlio di Poseidone, omaggio al mare della mitologia, mentre Poizzo, è il nome locale del vento serale che soffia dal mare. Infine Sabato, che è vinificato con una percentuale di uva di sabato, i cui ceppi centenari a piede franco sono ancora presenti in alcuni punti della proprietà. La retroetichetta recita “secondo i Romani, le uve che maturavano in sesta epoca, si legavano al sesto giorno della settimana.” Questa è una delle interpretazioni legate al nome di questo vitigno, ma c’è chi giura che il nome derivi dal giorno in cui i monaci si recavano a Napoli a vendere il vino o addirittura al Fiume Sabato, spostandone l’origine in Irpinia.

I progetti futuri sono ambiziosi e importanti: a partire dalla bollicina metodo classico da pinot noir alla cantina ipogea, scavata nella roccia calcarea.

Nel frattempo Noemi e Antonio, i figli di Fulvio e Piera, muovono i primi passi nell’accoglienza enoturistica. E’ possibile infatti effettuare un percorso tra vigna e cantina, in un luogo ricco di fascino: lontano dal caos e dal turismo di massa perché localizzata al termine di un sentiero collinare percorribile solo con auto di piccole dimensioni, Abbazia di Crapolla offre uno dei panorami più emozionanti di Vico Equense e della Penisola Sorrentina. Sorseggiare qui un bicchiere di vino al tramonto non ha eguali. E noi lo abbiamo fatto.

POIZZO CAMPANIA BIANCO IGP 2024

Blend di falanghina, fiano e una piccola percentuale di malvasia. Vinificazione in acciaio. Il naso è invitante, profuma di fiori di campo e salvia, la beva è fresca e immediata; dopo qualche istante nel bicchiere si fa strada la salsedine e la nota iodata.

SABATO VINO ROSSO

Blend di merlot, pinot nero e uva di sabato. Vinificazione in acciaio.

Uva tardiva, il sabato si vendemmia a novembre inoltrato ed è caratterizzata dalla spiccata acidità, che in questo blend si ingentilisce grazie alla presenza del merlot.

Il naso è goloso di piccoli frutti rossi e rose, con screziature fumé. Al palato è un piacevole vino rosso da sorseggiare fresco in estate.

ABBAZIA DI CRAPOLLA

Via San Filippo, 3

80069 Vico Equense (NA)

Marche: Matelica Wine Festival 2026 – il Verdicchio di Matelica celebra il suo teritorio

Nel cuore dell’entroterra marchigiano, incastonata tra le dolci colline dell’Alta Valle dell’Esino, Matelica rappresenta una delle realtà vitivinicole più affascinanti d’Italia. Qui nasce il Verdicchio di Matelica DOC e la sua Riserva DOCG, un vino unico, figlio di un territorio straordinario caratterizzato dalla particolare conformazione della Sinclinale Camerte, una valle orientata da nord a sud che crea un microclima continentale, raro nelle Marche. L’importante escursione termica tra giorno e notte regala ai vini una spiccata freschezza, eleganza e una sorprendente capacità di evoluzione nel tempo, rendendo il Verdicchio di Matelica, una delle più autorevoli espressioni dei grandi bianchi italiani.

È in questo scenario che il 10 e l’11 luglio si è svolta l’undicesima edizione del Matelica Wine Festival, appuntamento ormai imprescindibile per produttori, operatori del settore e appassionati, una manifestazione capace di raccontare il territorio attraverso il vino, la cultura, la gastronomia e il senso di appartenenza di un’intera comunità.

La manifestazione si è aperta con un interessante convegno ospitato nello storico Teatro Piermarini, durante il quale si è discusso della straordinaria importanza geologica della Sinclinale Camerte e del percorso avviato per la sua candidatura a Patrimonio Mondiale UNESCO. Un progetto ambizioso che punta a valorizzare un paesaggio unico, nel quale natura, storia e viticoltura convivono da secoli in perfetta armonia.

Al termine del convegno gli ospiti si sono ritrovati presso il suggestivo Museo Piersanti per un brindisi dedicato naturalmente al Verdicchio di Matelica DOC, preludio alla tradizionale cena di gala che ha animato la splendida Piazza Enrico Mattei, trasformata per una sera in un elegante salotto a cielo aperto.

Protagonista assoluta della serata è stata la cucina del Ristorante Marchese del Grillo, che ha proposto un menu capace di valorizzare le eccellenze gastronomiche locali attraverso piatti raffinati e perfettamente armonizzati con i vini del territorio. Il percorso gastronomico ha preso il via con un Tonnone di coniglio accompagnato da giardiniera di verdure e da una crocchetta fritta di pappa al pomodoro con burrata, alici e olive taggiasche. È seguito un originale primo piatto di cannaccia di brasato di scottona con crema alle verdure, prima della faraona con fondo al Verdicchio servita con millefoglie di patate. A chiudere il menu, una selezione di tre formaggi.

Ad accompagnare ogni portata sono stati ben ventuno Verdicchio di Matelica prodotti dalle cantine aderenti al Consorzio Matelica DOC, offrendo agli ospiti un autentico viaggio attraverso le diverse interpretazioni di un vino che continua a distinguersi per personalità, eleganza e longevità.

La manifestazione ha visto la partecipazione delle principali istituzioni del territorio. A fare gli onori di casa è stato il sindaco Denis Cingolani, mentre il presidente del Consorzio Produttori Vitinicoli di MatelicaAlberto Grimaldi, ha rivolto un sentito ringraziamento al presidente uscente Umberto Gagliardi per il prezioso lavoro svolto negli anni alla guida del Consorzio e, soprattutto, per aver ideato e dato vita al Matelica Wine Festival, oggi divenuto uno degli eventi simbolo della denominazione.

Più che una semplice manifestazione enologica, il Matelica Wine Festival si conferma l’espressione autentica di una comunità operosa, accogliente e profondamente legata alle proprie radici. Una comunità fatta di persone genuine, che attraverso il vino raccontano la propria storia e il proprio territorio con passione e orgoglio.

L’evento si è concluso con una straordinaria masterclass ospitata presso la Cantina Cooperativa Belisario, guidata dall’enologo Roberto Potentini. Un’occasione rara e di grande valore tecnico che ha permesso ai partecipanti di degustare in verticale ben ventuno Verdicchio di Matelica DOC, dall’annata 2025 fino alla 2008. Un percorso emozionante che ha evidenziato la straordinaria capacità evolutiva di questo grande bianco marchigiano, confermandone struttura, complessità e longevità.

A rendere ancora più piacevole l’esperienza è stata la calorosa ospitalità della Country House Collepere, struttura immersa nel verde che ha accolto gli ospiti con l’eleganza e la cordialità tipiche di questa terra. Si torna da Matelica con la consapevolezza che il Verdicchio di Matelica DOC non è soltanto un’eccellenza enologica, ma il simbolo di un territorio capace di fare squadra, valorizzare la propria identità e guardare al futuro con ambizione.

Matelica Wine Festival ne rappresenta oggi la più autentica espressione: una festa del vino che è anche una festa della cultura, della gastronomia e dell’ospitalità marchigiana.

Campania, a Pignataro Maggiore il Giardino delle Zucche si veste d’anguria per il Summerween

Quando negli anni Sessanta Oreste Del Buono tradusse le celebri strisce dei Peanuts, adattò il termine pumpkin (zucca) in cocomero, consegnando alla storia dei fumetti un personaggio immaginario destinato a diventare mitico: Il Grande Cocomero, libera traduzione di The Great Pumpkin. Nell’immaginario del fumettista Charles M. Schulz The Great Pumpkin era una versione in stile Halloween di Babbo Natale, ma dato che il pubblico italiano dell’epoca non aveva ancora dimestichezza con questa tradizione, Del Buono pensò bene di sostituire la grande zucca con un ortaggio più vicino alla tradizione mediterranea.

Ecco perché non stupisce l’originale manifestazione organizzata da Emily Turino, ideatrice e mente creativa de “Il Giardino delle Zucche” a Pignataro Maggiore (CE): per una sera, il più grande giardino di zucche d’Europa si è trasformato in un campo di cocomeri stregati dando vita alla seconda edizione del Summerween, quando l’estate incontra Halloween.

Nato nel 2017, Il Giardino delle Zucche – Pumpkin patch vuole celebrare la più popolare festività statunitense, Halloween, ricreandone l’atmosfera all’interno di un tipico villaggio rurale dell’entroterra americano.

Emily, di madre americana e padre italiano, dopo aver vissuto a lungo negli Stati Uniti, ha voluto portare in provincia di Caserta il tratto più autentico della tradizione americana. Casa Turino, maestoso edificio bianco nello stile coloniale del New England, si trova al centro del grande parco che in periodo autunnale si riempie di zucche. Nella versione estiva alle zucche si sono sostituiti i cocomeri, ma l’intento è rimasto lo stesso: un luogo stregato, dove bambini e adulti hanno potuto divertirsi nel corso di un intero pomeriggio.

Accolti dal grande albero di cocomeri, circondati da scheletri e fantasmi, si poteva passeggiare tra i viali del giardino o mangiare all’ombra del grande patio. Come sottofondo le musiche dei più celebri film di genere: da Beetlejuice, spiritello porcello a La Famiglia Adams. Nel Pumpkin patch poi la ricerca del cocomero ideale: decine di meloni sparsi sul prato, il classico carretto per caricarli e a seguire laboratori d’intaglio e di pittura, infine, al calare della sera, il cinema con proiezioni di film horror, lo studio delle stelle con un astronomo e i fuochi d’artificio come gran finale di serata.

Non è mancata la parte food a tema, ricca di scelte plant based come gli hamburger di melanzana, insalata e mayo alla zucca o la multiforme proposta del fruit bar di Emanuele Frigenti – fruit designer, con le sontuose bowl di frutta o l’originale anguria gialla, ibrido tra l’anguria classica e l’ananas, una dolcezza piacevolmente acidula. Tra i classici a menù pannocchie al burro, brownies e gli smore’s dolci e salati, marshmellow o formaggio babybell scaldato, come nelle rappresentazioni più tipiche degli scout americani.

Un unico lungo pomeriggio dedicato alle angurie, per aprire la prossima stagione autunnale, quando, a partire dal 26 settembre, più giornate saranno dedicate alla raccolta delle zucche, dei tagete, o del Thanksgiving and tree patch per celebrare la magia dell’autunno con un autentici momenti in famiglia in stile tutto americano.

IL GIARDINO DELLE ZUCCHE

Via Giancarlo Siani, 2

81052 Pignataro Maggiore (CE)

A Castellammare di Stabia l’incontro di gusto sul tema della ristorazione in Penisola Sorrentina

Villa Grande al Belvedere, sulla collina di Quisisana a Castellammare di Stabia, ospiterà “Radici e traiettorie – La ristorazione della Penisola Sorrentina tra memoria e futuro”, evento ideato e organizzato da MEatingNews – Incontri di cibo e culture.

Da sempre la ristorazione è fatta di cultura, ma anche di storie personali e familiari di forte impatto. La crescita di un territorio prevede la sinergia tra vari attori in gioco, istituzioni in primis, a difendere attività produttive e desiderio di turismo di alto livello.

La Penisola Sorrentina rappresenta uno dei territori simbolo dell’eccellenza gastronomica italiana, con una straordinaria concentrazione di ristoranti di qualità, insegne storiche e realtà premiate a livello internazionale. Dietro molte di queste esperienze si trovano famiglie che, nel corso delle generazioni, hanno saputo trasmettere competenze, valori, cultura dell’ospitalità e capacità imprenditoriale.

Illustri le presenze alla conferenza stampa con:

Alfonso e Livia Iaccarino – Don Alfonso 1890
Alfonso Caputo – Taverna del Capitano
Peppe Guida – Antica Osteria Nonna Rosa
Nicoletta Gargiulo – O Me O Il Mare
Michele Izzo – Piazzetta Milù• Mario Manniello – Grand Hotel La Favorita di Sorrento
Giorgio Scarselli – Il Bikini

E ospiti speciali:

Angelo Agnelli – Baldassare Agnelli
Alessandro Condurro – L’Antica Pizzeria Da Michele in the World

Il giornalista e scrittore enogastronomico Luciano Pignataro ha offerto la propria visione della ristorazione e delle ricette storiche campane, frutto della sua esperienza in giro per il mondo ma con un occhio puntato sull’amata Campania.

Ai banchi d’assaggio presenti le creazioni di Vega Restaurants i due poli enogastronomici del Gruppo Marican a Carinaro e Frattamaggiore, con l’executive chef Agostino Malapena e il Maestro pasticciere Marco Piccirillo a deliziare gli ospiti tra la rivisitazione della classica caprese in monoporzione e la ricetta di casa Vega Vegayola, la crostata con pastafrolla agli agrumi e crema vellutata di limoni.

Due momenti di gusto per vivere lo stato dell’arte della ristorazione regionale. Puntare sulle eccellenze agroalimentari e su ingredienti di prim’ordine è il vero segreto per sconfiggere crisi, cambi di mode e gusti e tensioni geopolitiche che rischiano di riportare all’anno zero un intero settore in piena espansione turistica.