L’hub innovativo di Picariello Arredo Design con area demo per formazione operatori Horeca

Un punto d’incontro tra cultura del design, innovazione tecnologica e competenza tecnica. Picariello Arredo Design, azienda storica nel settore dell’arredo professionale e contract, si prepara ad aprire la sua nuova avveniristica sede su due livelli in Via Torone a Mercogliano (AV), per ospitare uffici, showroom, aree espositive e una moderna Area Demo & Formazione di oltre 200 metri quadrati, concepita come centro di eccellenza per l’aggiornamento professionale degli operatori del settore Horeca.

Fondata nel 1958 ad Avellino, Picariello Arredo Design è oggi un punto di riferimento per la progettazione e la realizzazione di arredi su misura destinati al mondo hospitality e retail. Con oltre sessant’anni di esperienza e tre generazioni alla guida, l’azienda ha saputo evolversi mantenendo saldi i propri valori fondanti: qualità, affidabilità, attenzione al dettaglio e visione strategica.

Il nuovo hub rappresenta un passaggio fondamentale in questo percorso di crescita. Non si tratta soltanto di una nuova sede operativa, ma di un vero e proprio showroom esperienziale dove architetti, interior designer, imprenditori e clienti potranno conoscere da vicino l’approccio integrato dell’azienda: dalla progettazione alla realizzazione, fino all’installazione e all’assistenza post-vendita.

Elemento distintivo della nuova struttura sarà la grande Area Demo & Formazione, uno spazio altamente specializzato pensato per ospitare dimostrazioni tecniche, corsi professionali, workshop e masterclass dedicati a chef, pizzaioli, pasticcieri, gelatieri, bar tender e operatori della ristorazione. Le sale demo saranno il luogo in cui tecnologia, formazione e confronto diretto con i professionisti si incontreranno per dare vita a esperienze pratiche e ad alto valore aggiunto.

L’area cucina sarà equipaggiata con una completa linea professionale Electrolux, comprendente forno SkyLine, abbattitore, sistemi di cottura a induzione, cuocipasta, friggitrice, zona lavaggio e postazioni dedicate alle tecniche di cottura sottovuoto. Uno spazio progettato per consentire agli operatori di sperimentare le più avanzate soluzioni professionali in condizioni reali di utilizzo.

Particolare rilievo avrà anche la presenza del prestigioso forno Josper, attrezzatura professionale che unisce griglia e forno a carbone in un’unica soluzione. Grazie alle alte temperature raggiunte, garantisce cotture rapide e uniformi, esaltando sapori e succosità degli alimenti. Questo particolare forno sarà protagonista di sessioni dimostrative guidate da chef specializzati Josper, inviati direttamente dall’azienda madre, dedicate alle tecniche di cottura che hanno reso questo brand un punto di riferimento internazionale nel settore della ristorazione.

L’hub ospiterà inoltre un’area dedicata alla pasticceria professionale, completa di impastatrice, fermolievitatore e forno per la cottura, dove saranno organizzati corsi e dimostrazioni per professionisti e operatori del settore.

Per il mondo pizza, la struttura sarà dotata del forno Moretti Forni Neapolis  e Serie S, tecnologia d’eccellenza per la preparazione di pizza napoletana, pizza al taglio e pizza in teglia. Le attività formative consentiranno ai partecipanti pizzaioli di approfondire tecniche, processi e innovazioni legate a uno dei comparti più dinamici del food service.

Ampio spazio sarà riservato anche alla gelateria artigianale grazie alla collaborazione con Carpigiani. L’area dedicata  in fase di dimostrazione e formazione comprenderà mantecatore, pastorizzatore e macchina soft, offrendo un percorso completo di formazione sulle moderne tecniche di produzione del gelato.

La formazione coinvolgerà anche il comparto beverage. L’Area Bar sarà attrezzata con una selezione delle migliori macchine professionali La San Marco e ospiterà corsi di Caffetteria e Latte Art tenuti da maestri specializzati. Completa l’offerta una postazione cocktail dedicata a dimostrazioni e percorsi formativi per bartender professionisti, in collaborazione con Ciam, azienda specializzata in progettazione e realizzazione di soluzioni espositive di design per il food retail.

All’interno della struttura, Picariello Arredo Design presenterà, inoltre, soluzioni complete per hotel, ristoranti, bar, negozi e residenze private, con ambienti progettati per coniugare estetica, funzionalità ed efficienza operativa. Ogni progetto nasce da un’analisi approfondita degli spazi e delle esigenze del cliente, sviluppata attraverso rendering 3D e simulazioni realistiche, per garantire risultati coerenti e distintivi.

Elemento centrale della proposta è l’integrazione tra arredo e tecnologia. L’azienda collabora con brand leader del settore per offrire cucine professionali e sistemi di refrigerazione ad alte prestazioni, capaci di rispondere alle esigenze operative più complesse senza rinunciare al design.

Questa nuova sede rappresenta la sintesi della nostra storia e della nostra visione futura – afferma Carlo Picariello, CEO dell’azienda –. Abbiamo voluto creare uno spazio che fosse al tempo stesso operativo e ispirazionale, in grado di raccontare il nostro modo di progettare: un equilibrio tra artigianalità e innovazione, tra estetica e funzionalità. La nuova Area Demo & Formazione sarà un luogo di incontro e crescita per tutto il settore Horeca, un laboratorio permanente dove professionisti, partner e clienti potranno confrontarsi sulle evoluzioni del mercato e sulle tecnologie più innovative”.

Picariello Arredo Design si distingue per la gestione completa dei progetti contract “chiavi in mano”, offrendo un servizio che include progettazione architettonica, interior design, fornitura di attrezzature professionali, impiantistica e assistenza continuativa. Un approccio che garantisce coerenza, qualità e ottimizzazione dei tempi e dei costi.

Certificata ISO 9001, ICIM e F-GAS, l’azienda opera secondo standard qualitativi elevati, assicurando sicurezza, conformità normativa e affidabilità tecnica in ogni fase del progetto. Con questa nuova sede, Picariello Arredo Design rafforza il proprio posizionamento come partner strategico per imprenditori, architetti e operatori del settore Horeca, confermando la propria missione: trasformare gli spazi in ambienti funzionali, eleganti e durevoli, capaci di esprimere al meglio l’identità del brand e migliorare l’esperienza dell’utente finale.

In Alto I Calici: a Roma i vini chiamano a investimenti e collezioni con Finarte

Matteo Parrotto con il suo club “In Alto I Calici” ha avviato da tempo una serie di incontri tematici che guardano al cuore della relazione tra vini e cultura, approdando sovente a temi di forte attualità.

Con Finarte, il 28 maggio all’Amaranto in Villa Grazioli, ha presentato un incontro che introduce al pubblico degli enofili romani il tema dei vini da collezione, ponendo da subito il paradosso insito nell’oggetto: un bene di consumo può mai diventare una funzione del risparmio? Nel suo ragionamento, al centro c’è la materia nobile e trascendente del valore, ossia la eccellenza di specifiche “manifatture” del vino. 

Non è fuor di logica guardare a quelle eccellenze come generatori di valore nel tempo. Cosa rende una bottiglia, di vino o di distillati, preziosa? Qualità, costanza, notorietà. Perché mai un vino noto per qualità, ovvero appetibile, con grande reputazione che annata dopo annata non cala ma cresce, e la cui etichetta e il cui brand salgono oltre la soglia di dubbio su valore nel tempo, non dovrebbe essere stimato come bene rifugio?

Secondo il primo “Fine Wines and Restaurants Market Monitor” di Bain & Company e Altagamma, presentato a Vinitaly nell’aprile 2025, il mercato del “fine wine” (ovvero quel che i collezionisti definiscono _investment grade_ ) ha raggiunto un valore stimato di 30 miliardi di euro nel 2024, con proiezioni di crescita verso i 35–40 miliardi entro il medio termine. I numeri da comparare sono facili: 813 mld euro è il valore globale del mercato mondiale dei vini, mentre 1480 mld euro è il valore globale del mercato del lusso.

Inoltre, c’è un paradosso nei volumi: nonostante il calo dei prezzi, il numero di transazioni in “fine wines” nel 2024 ha superato quello del 2023 del 7,9%  — segnale che la domanda non si è contratta, ma ha semmai colto l’opportunità di acquistare a prezzi più accessibili. I volumi di trading sono ulteriormente cresciuti del 6,3% nel 2025, con una media mensile di 2.234 operazioni rispetto alle 2.100 del 2024. 

Le tendenze dei mercati sono oltremodo incoraggianti. Se il Liv-ex 100 (indice del valore dei primi 100 vini al mondo per prezzo) ha attraversato il 2025 con non poche flessioni, nel quarto trimestre 2025 gli indici Liv-ex hanno mostrato una ripresa, con i First Growth di Bordeaux in crescita del 10% e una domanda in risalita sia dagli Stati Uniti — ormai prossimi al 30% del totale delle transazioni — che dall’Asia, in particolare per Champagne e Borgogna. 

Sarà il caso di precisare che la Francia rappresenta 207 dei 332 vini classificati, pari al 62% del totale. Bordeaux contribuisce da sola 106 vini — circa un terzo dell’intero elenco — mentre la Borgogna ne conta 67. 

Ma il suddetto rapporto Bain-Altagamma evidenzia il potenziale di crescita italiano, che può contare su 20 regioni vitivinicole e circa 1.000 vitigni autoctoni, a fronte delle 13 regioni e 250 varietà della Francia. 

C’è da registrare perciò un peso crescente su Liv-ex: l’Italia ha fatto un salto significativo, passando da 65 vini classificati nel 2023 a 86 nel 2025 — seconda nazione per numero di etichette dopo la Francia, davanti alla California e alla Spagna. 

Guardiamo alle etichette guida:

— Toscana:

• Sassicaia 2016, uscita a circa £1.500 a cassa, viene scambiata oggi intorno a £3.500. 

• Masseto 2006, prezzato a 280 dollari al rilascio, ha superato i 1.000 dollari nel 2024, con un ROI del 257% per gli investitori early-stage. 

• Tignanello 2010, acquistabile per 90–100 dollari, quota oggi 280–300 dollari in condizioni ottimali — una triplicazione in poco più di un decennio. 

— Piemonte:

• Giacomo Conterno Monfortino 2013, scambiato intorno a £6.000 al rilascio, raggiunge oggi circa £10.000 a cassa. 

• A New York, la domanda per Barolo e Barbaresco è descritta come robusta, con le annate storiche 2010 e 2016 — e bottiglie risalenti agli anni ’60 e ’70 — che si muovono con sicurezza sul mercato secondario. 

Le conclusioni degli operatori sono perciò degne di attenzione: secondo il Golden Vines Report 2024, il 64% degli operatori del settore anticipa crescita per i vini italiani di alta fascia come Barolo e Barbaresco, sempre più visti come alternativa alla Borgogna. 

Durante l’evento, Guido Groppi di Finarte/Vini e Distlillati ha avuto gioco facile, pertanto, a presentare le opportunità che il mercato delle aste offre a chiunque voglia allocare risorse in asset come le collezioni di vini “investment grade” o meglio detti Fine Wines.

Su quelli, il valore stimato nel tempo è ancora appannaggio dei Francesi, come visto, dalla produzione di Romanee Conti in giù. Ma la capacità produttiva piemontese (e potremmo guardare anche alla Toscana di Montalcino e di Bolgheri) raggiunge volumi che, se stimati per cassa come unità di misura, generano nel tempo un valore economico non comune e apprezzabile per incremento.

In fondo, è la stessa lettura che Camillo Benso Conte di Cavour fece delle colline delle Langhe e della loro relativa comparazione al terroir bordolese in Francia. Il suo obiettivo personale era diventare un produttore il cui vino moltiplicasse il valore di se stesso nel tempo, ma soprattutto del territorio e del suo valore immobiliare. Inutile ricordare che le Langhe sono diventate il territorio agricolo a maggior valore nel mondo, più di ogni denominazione francese, superando la media dei 5mln di euro per ettaro.

Ed è a questo punto, nella comparazione tra le aste di

vini in Francia, che l’evento trova il suo momento più interessante, perché introduce a un percorso storico già vissuto dalle opere pittoriche francesi degli ultimi 200 anni.

Ora che alle aste francesi iniziano a comparire da protagonisti anche altri areali, come il Rodano ad esempio, il parallelo con areali italiani diventa immediato ai fini della percezione del valore e dei possibili investimenti.

Investire in casse di vini celebratissimi e italiani può essere una forma di incremento dei propri asset, perché vengono proposti anche in case d’asta estere. Nomi come Conterno Monfortino, o Gaja, o Giacosa, solo per citare superstar piemontesi, attraggono già gli investimenti in Europa e in Nord America. 

O per rimanere in Toscana, da Biondi Santi a Tenuta San Guido e il suo Sassicaia, ad Argiano o Banfi, quei nomi e quei vini rappresentano oggetti da collezione classificati in verticali protocollate alla vendita all’asta come “gruppo di valore”. 

La naturale conseguenza di ciò è l’ulteriore accrescimento del valore in funzione della progressiva riduzione, per consumo, di tali “oggetti d’investimento”. 

Ne consegue una spirale virtuosa sul piano finanziario, con fondi d’investimento che dagli USA esprimono ormai capitali allocabili in intere collezioni di vini italiani.

Se si guarda perciò a nuovi settori di allocazione del risparmio, si deve notare che le caratteristiche anti-inflazionistiche del vino derivano dalla scarsità tangibile — ogni bottiglia consumata riduce l’offerta — dall’aumento dei costi di produzione che tende a muoversi con l’inflazione, e da una domanda globale di collezionisti che opera in modo sostanzialmente indipendente dalla politica monetaria domestica. 

Nel venire invitato alla degustazione di selezioni di vini di casa Aneri, notissimo produttore di Amarone della Valpolicella le cui verticali sono già oggetto d’asta, Guido Groppi ci consiglia una visita introduttiva a una delle aste che si tengono presso Finarte a Roma. L’intento è di comprenderne le opportunità che offrono, come lotti o verticali provenienti da collezioni incluse in ben più ampi perimetri di eredità messe all’asta. 

Matteo Parrotto sottolinea, infine, l’utilità di promuovere la partecipazione ad aste a Roma, nel quadro di eventi selezionati e talvolta riservati in particolare agli iscritti al club “In Alto I Calici”.

Con Finarte il percorso non si conclude con questo evento, perciò, e si rimanda la platea a nuovi appuntamenti a Roma e a seguire le informazioni sugli eventi prossimamente in programma.

La Genisia e il Classese hanno debuttato a Vinitaly 2026

A Vinitaly 2026 c’è stato un debutto che ha il sapore delle radici e lo sguardo rivolto al futuro. Al padiglione Palaexpo Lombardia di Veronafiere, dove ogni anno il vino italiano racconta sé stesso al mondo, fa il suo ingresso per la prima volta La Genisia. E lo fa portando con sé non solo le proprie bottiglie, ma una parola nuova-antica destinata a segnare un passaggio decisivo: Classese.

I nomi contano, soprattutto quando riescono a custodire un territorio intero. Con il nuovo disciplinare della Oltrepò Pavese DOCG, il Classese diventa ufficialmente la denominazione del Metodo Classico dell’Oltrepò Pavese, riportando al centro una definizione che affonda le sue origini negli anni Ottanta. È un ritorno consapevole, che non guarda indietro con nostalgia, ma avanti con maggiore precisione identitaria.

Per La Genisia, cantina di Codevilla, questo passaggio rappresenta molto più di un adeguamento normativo: è il riconoscimento di una visione perseguita fin dalla nascita. Il Metodo Classico, qui, non è una semplice tipologia produttiva, ma una chiave di lettura del territorio, un linguaggio che trova nel Pinot Nero il suo interprete più autentico.

Non è un caso che proprio l’Oltrepò Pavese sia oggi la principale area italiana dedicata a questo vitigno, con oltre il 70% dei vigneti lombardi coltivati a Pinot Nero. Un legame che affonda nell’Ottocento, quando i primi esperimenti dimostrarono come queste colline potessero dialogare, per vocazione, con i grandi territori francesi.

“Abbiamo sempre lavorato con l’obiettivo di produrre Metodo Classico di alta qualità”, racconta Matteo Ghiara, presidente della cantina. “Il Pinot Nero è il centro di questo percorso, il vitigno su cui abbiamo scelto di investire con decisione. Il progetto Classese va esattamente in questa direzione: da un lato alza gli standard qualitativi, dall’altro costruisce un’identità chiara e riconoscibile per il mercato”.

E in effetti, il nuovo disciplinare non lascia spazio a compromessi: almeno l’85% di Pinot Nero, vendemmia manuale, selezione dai vigneti collinari e lunghi affinamenti sui lieviti — minimo 24 mesi, che diventano 36 per i millesimati e 48 per le riserve. Un tempo lento, necessario, che restituisce vini dalla trama fine, dal perlage persistente e da quella tensione minerale che è firma delle colline oltrepadane.

A Verona, La Genisia presenta per la prima volta le sue interpretazioni di Classese: Blanc de Noirs e Rosé de Noirs che raccontano eleganza e precisione, declinate nelle versioni Brut ed Extra Brut. Non semplici etichette, ma capitoli di un racconto più ampio, in cui il vino diventa espressione diretta del paesaggio.

Il nome Classese, nato dall’unione di “Classico” e “Pavese”, torna così al centro della scena, dopo un percorso di rilancio culminato nel 2025 con la revisione del disciplinare da parte del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese e l’avvio dell’iter per il riconoscimento ufficiale della DOCG. Un passaggio che sancisce il valore storico di questa denominazione e ne rafforza il posizionamento nel panorama spumantistico italiano. La presenza de La Genisia a Vinitaly, dunque, non è solo una prima partecipazione fieristica. È il segno tangibile di una convergenza: quella tra produttori, territorio e visione. Un momento in cui il racconto del vino si fa più nitido, più consapevole. E in cui anche un nome, Classese, torna a dire con forza, da dove tutto ha origine.

Capri, “Dinner under the stars” con lo chef Rocco De Santis per i 120 anni di The Luxury Collection

Capri, sabato 13 giugno “Dinner under the stars” per i 120 anni di The Luxury Collection

Lo chef Rocco De Santis al Ristorante Campanella accolto dal resident chef Angelo Fumeto

Gusto, eleganza e tradizione insieme per celebrare il 120° anniversario di The Luxury Collection: oltre un secolo di storie straordinarie, ospitalità d’eccellenza e destinazioni capaci di lasciare un segno nel cuore di ogni ospite.

Per rendere omaggio a questo importante traguardo sabato 13 giugno dalle ore 20.00 il Ristorante Campanella Capri all’interno di Pazziella, a Luxury Collection Hotel, Capri, è pronto ad offrire un’esperienza sensoriale unica con “Dinner under the stars”. A fare gli onori di casa sarà lo chef Angelo Fumeto, che accoglierà per questa speciale cena Rocco De Santis, chef pluristellato e recentemente nominato executive chef del Grand Hotel Flora di Roma.

Dall’incontro tra la cucina identitaria di Angelo Fumeto e la visione creativa di Rocco De Santis nasce una sinergia che unisce tradizione isolana e avanguardia gastronomica in un dialogo autentico tra territorio, tecnica e innovazione. Una serata esclusiva, ideata per celebrare l’eredità di The Luxury Collection e i suoi valori di eccellenza, autenticità e raffinatezza, attraverso un’esperienza gastronomica irripetibile.

Ecco il menu:

Gambero Rosso, Guacamole, Gel di Limone e Ricotta di Bufala

Mezzo Pacchero con bolognese di Polpo, Olive nere ed Essenza di Prezzemolo

Trancio di pescato del giorno, Pappa al Pomodoro, intensità di Mare con Vongole e Pesto di basilico

Tartelletta con Ricotta di bufala, Gel di albicocca e salsa al Basilico dolce

Costo: 160 euro, bevande escluse

Pazziella Capri Fotografia di Alessandra Farinelli – © tutti i diritti riservati

Info e prenotazioni

PAZZIELLA, A LUXURY COLLECTION HOTEL, CAPRI

VIA FUORLOVADO 36,

80073 CAPRI, ITALIA

T  +39 081.837.0044

Vini Bagnanti 2026 torna protagonista a Riva degli Etruschi: il grande evento del vino con un grande percorso di degustazione affacciato sul mare

La spiaggia privata del resort Riva degli Etruschi torna a trasformarsi in un grande palcoscenico del vino artigianale con la terza edizione di “Vini Bagnanti”, in programma sabato 20 giugno 2026 dalle 18.30 alle 23.30.

L’evento, presentato nei giorni scorsi presso Riva degli Etruschi, si conferma tra gli appuntamenti più significativi della costa toscana dedicati al vino e alla cultura enogastronomica. Nato dalla collaborazione tra Riva degli Etruschi e il progetto Vini Migranti ideato da Teseo Geri, con il contributo di Slow Food Italia, Slow Wine e dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, il format combina degustazioni e gastronomia in un chilometro di spiaggia privata, arricchito dal racconto diretto dei produttori, offrendo un’esperienza immersiva e fortemente legata al territorio.

Dopo le oltre 1.200 presenze delle precedenti edizioni, Vini Bagnanti consolida un modello che interpreta il vino come linguaggio culturale e strumento di relazione tra territori, produttori e pubblico.

Nel presentare il progetto, gli organizzatori hanno sottolineato la dimensione culturale e relazionale dell’evento.

Teseo Geri ha posto l’accento sulla grande “ aspettativa per questa nuova edizione dei Vini Bagnanti, soprattutto per la selezione dei vignaioli, che vede la partecipazione perfino di un’azienda libanese, aziende dalla Champagne, conferme dall’Ungheria, Spagna e, ovviamente, tanta Italia, costituendo una rara occasione, per gli amanti del vino e non solo, di relazionarsi con i produttori, assaggiare buon vino, divertirsi godendo del mare e della bella energia che la manifestazione genera…..

Vieri Mantelli Direttore di Riva degli Etruschi : Vini Bagnanti raggiunge la sua terza edizione e lo fa con la consapevolezza di chi non vuole solo organizzare un evento, ma riscrivere le regole dell’accoglienza.

Tre anni fa abbiamo deciso di sfidare il ‘non detto’ dell’Hospitality tradizionale, superando quel concetto di struttura intesa come luogo esclusivo e separato dal territorio. Abbiamo scelto di essere un ecosistema aperto, un laboratorio di eccellenze dove la sostenibilità non è uno slogan, ma l’unico linguaggio possibile.

Abbiamo selezionato produttori e partner non in base a logiche di mercato, ma per affinità elettiva con il nostro universo valoriale. In questo contesto, il vino smette di essere il fine e diventa il mezzo: un veicolo potente, quasi ancestrale, per lanciare messaggi forti. Grazie alla sinergia con Slow Food e l’Università di Pollenzo, quest’anno portiamo in scena il concetto di “Giusto” che va oltre il calice. Non aspettatevi una masterclass accademica: il vino sarà la voce che racconta una lunga e profonda storia di riscatto sociale e rispetto ambientale.

Vini Bagnanti, nel suo complesso, è una manifestazione che grida la propria identità: quella di un territorio che non accetta compromessi sui valori. Per l’edizione 2026 puntiamo a superare le presenze del 2025 non per una questione di numeri, ma perché vogliamo che il nostro messaggio arrivi il più lontano possibile.”

Cinquanta sono i vignaioli  presenti  per l’edizione 2026, selezionati per identità produttiva, sostenibilità e coerenza con il territorio.

aziende partecipanti dall’Italia  e dall’Estero:

Tenuta Guardamare – Toscana

Fattoria di Montemaggio – Toscana

Clivo Altura – Toscana

Tenuta di Carleone – Toscana

Sant’Agnese – Toscana

Castagnoli – Toscana

Podere Dell’Anselmo – Toscana

Belvedere 1 – Toscana

Acquabona – Toscana

Demetervin – Ungheria

Vignaioli Urbani Mistici – Toscana

Fattoria Le Masse – Toscana

VenticinqueDieci – Trentino-Alto Adige

Campo alle Comete – Toscana

Champagne Goutorbe Bouillot – Francia

Mersel & Il Lebbio – Libano & Toscana

Borgo Pancoli – Toscana

Petrolo – Toscana

Castaldi Francesca Azienda Agricola – Piemonte

Fondazione Apri Le Braccia – Piemonte

Gustin – Slovenia

Alberelli di Giodo – Toscana

Vignamaggio – Toscana

Incandia Bio – Toscana

Case d’Alto – Campania

Bodega Piedra – Spagna

Pares Baltà – Spagna

La Lupinella – Toscana

Domaine de Cocagne – Toscana

Wageck – Germania

Tenuta La Gigliola – Toscana

Castelsimoni – Abruzzo

Zonzo – Toscana

Rivalta – Veneto

Melly’s Kombucha – Piemonte

Poderi Cellario – Piemonte

Cantina Andrea Paffarini – Umbria

Deposito Clandestino – Umbria

Vini Laluce – Basilicata

Albamora – Toscana

Fortebrezza – Toscana

La Macchia – Toscana

Antiche Rive – Friuli-Venezia Giulia

Bronzato Wine – Veneto

Tikal Natural – Argentina

Domaine Paterianakis – Grecia

Almarea Botaniche Di Mare – Lazio

Terre del Cima – Veneto

Maffione – Puglia

Podere La Botta – Toscana

Il format dell’evento

Il biglietto d’ingresso avrà un costo di 20 euro e comprenderà il calice ufficiale dell’evento, la tracolla personalizzata, degustazioni illimitate e l’accesso ai laboratori in programma. Il “Laboratorio del Giusto” dedicato all’etica del calice, curato da Slow Wine e dalla Banca del Vino di Pollenzo, sarà invece a numero chiuso e accessibile con biglietto separato.

Oltre al percorso di degustazione, l’evento offrirà un ricco programma di attività collaterali dedicate all’approfondimento del rapporto tra vino, ambiente e cultura gastronomica.  Attraverso i laboratori sensoriali e degustativi curati dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, e il già citato “Laboratorio del Giusto”, il pubblico sarà coinvolto in esperienze pensate per andare oltre la semplice degustazione, affrontando anche i temi etici e sociali della produzione vinicola. A completare l’esperienza, un’area food affiancherà i cinque ristoranti con una selezione di proposte curate da Slow Food Costa degli Etruschi, dedicate alla valorizzazione dei prodotti locali e di qualità; diverse aree tematiche dedicate all’incontro diretto tra produttori e visitatori, con l’obiettivo di valorizzare storie, territori e identità produttive.

Un evento dentro un sistema vivo di ospitalità e paesaggio

Vini Bagnanti non si inserisce semplicemente all’interno di un resort, ma nasce dentro un sistema complesso in cui ospitalità, produzione agricola e cultura gastronomica convivono in modo organico. Il paesaggio non fa da sfondo, ma diventa parte attiva dell’esperienza.

Un modello di ospitalità diffusa tra mare e pineta

Il cuore di questo sistema è Riva degli Etruschi, un resort diffuso immerso in un parco mediterraneo di 35 ettari affacciato direttamente sul mare, con oltre 60 anni di storia e un chilometro di spiaggia.

L’ospitalità non è concentrata in un unico edificio, ma distribuita tra pineta e costa, in un equilibrio costante tra natura e accoglienza. Il paesaggio, caratterizzato da oltre 8.000 alberi e arbusti, cinque ristoranti e una tenuta agricola biologica insieme definiscono un sistema integrato fondato sul rispetto dell’ambiente e sulla valorizzazione del territorio.

Le produzioni interne di Riva degli Etruschi includono ortaggi, cereali antichi e il Carciofo Violetto della Val di Cornia, presidio Slow Food. A ciò si aggiunge anche l’olio evo della Tenuta Biliotto appartenente alla stessa proprietà.

Alla base del progetto c’è la Tenuta Guardamare, cuore agricolo del resort, dove nascono non solo olio e produzioni biologiche, ma anche vini biologici, nati con la consulenza di Michele Satta, con un’attenzione costante alla biodiversità del suolo e al rispetto dell’equilibrio naturale del paesaggio. Un sistema fondato su relazione diretta con il territorio e valorizzazione della biodiversità.

Il progetto vitivinicolo si articola in una gamma di etichette che interpretano il legame tra mare e Maremma Toscana, restituendo una chiara identità territoriale. Tra queste, la linea Marittimo rappresenta il fulcro della produzione nelle sue declinazioni bianco e rosso.

Il Marittimo Bianco, ispirato ai panorami dell’Arcipelago Toscano, è un vino ampio e solare, di grande piacevolezza e intensità, ottenuto da uve Vermentino e Viognier, che ne definiscono il profilo mediterraneo e sfaccettato.

Il Marittimo Rosso nasce invece dall’osservazione delle colline costiere e si basa sul Sangiovese, arricchito da Syrah, con note di frutti rossi maturi che ne esaltano la vocazione toscana.

La produzione si completa con altre etichette e interpretazioni contemporanee, tra cui Energia, un vino dal carattere vivace e dinamico, che propone una lettura più diretta del territorio e ne amplia la visione enologica complessiva.

Le sue oltre 400 sistemazioni tra camere, ville e residence, immerse nella natura, si integrano nel paesaggio senza alterarlo e rappresentano una vera geografia dell’ospitalità; 5 ristoranti, un centro piscine e un’ampia offerta sportiva, che include campi da tennis, padel e beach volley. La struttura propone inoltre noleggio biciclette e attrezzature per sport acquatici, attività per adulti e bambini e servizi pet-friendly con aree dedicate e una spiaggia riservata agli animali domestici.

Le camere d’hotel costituiscono il primo livello: ambienti essenziali ma curati, suddivisi tra Classic, Standard, Comfort e Junior Suite. La loro identità non è definita dalla sola funzione ricettiva, ma dal rapporto diretto con l’ambiente naturale: alcune si trovano a pochi passi dal mare, altre sono immerse nella pineta mediterranea, mantenendo sempre una continuità visiva e sensoriale con il paesaggio.

Le Junior Suite ampliano la dimensione abitativa con spazi più generosi e una maggiore apertura verso l’esterno, mentre le categorie Standard e Classic privilegiano una dimensione più raccolta e immersiva.

Il sistema delle ville e dei residence completa l’offerta con unità indipendenti dotate di cucina e spazi esterni privati, pensate per soggiorni più lunghi o autonomi.

Ne emerge un modello di ospitalità in cui il soggiorno non è separato dal paesaggio, ma lo attraversa.

Cinque ristoranti e una proposta gastronomica integrata nel paesaggio

La ristorazione rappresenta uno degli elementi più identitari del sistema di Riva degli Etruschi e si sviluppa come una narrazione gastronomica articolata, attraverso cinque ristoranti.

Il Mariva Dune Restaurant è il fine dining del resort: una cucina contemporanea che interpreta la tradizione toscana attraverso una selezione rigorosa di materie prime. Una proposta essenziale nell’impiattamento, ma complessa nella costruzione dei sapori, profondamente legata al ritmo delle stagioni.

La struttura, interamente realizzata in legno e costruita su una duna naturale, è stata progettata per integrarsi armoniosamente nel paesaggio senza alterarne l’equilibrio ambientale, tra pineta, macchia mediterranea e percorsi immersi nel verde, in continuità con l’ambiente circostante.

Guidato dallo chef Ennio Fedi, il ristorante propone una cucina mediterranea attuale basata su ingredienti stagionali, pescato locale e prodotti del territorio con gli ortaggi biologici e i prodotti della Tenuta Guardamare. Il menu reinterpreta la tradizione toscana con preparazioni leggere ed equilibrate, attente alla purezza dei sapori e alla qualità della materia prima.

Il Nautico, è dedicato alla cucina di mare e al pescato del giorno, con un’attenzione particolare alla sostenibilità ittica e alla selezione delle specie, con utilizzo di pesce fresco locale. La sua posizione strategica, con vista sull’Arcipelago Toscano, offre uno scenario ideale per ammirare i tramonti sul mare.

Il Mistral, propone una cucina arricchita dai profumi della macchia mediterranea, che valorizzano la freschezza e la qualità degli ingredienti locali, dando vita a un equilibrio armonico di sapori. Affacciato sul mare, offre un’esperienza gastronomica profondamente legata al paesaggio e alla sua identità.

All’Orto è il ristorante agricolo del resort, dedicato alla colazione e alla mezza pensione,  quotidianamente arrivano  le produzioni dell’orto biologico interno: una cucina che segue rigorosamente la stagionalità e riflette il lavoro agricolo.

Il Magù è uno spazio conviviale dall’atmosfera accogliente, pensato per un’esperienza informale e rilassata. La proposta si concentra su pizza e birra artigianale, valorizzando ingredienti di qualità e lavorazioni curate, con la guida di un pizzaiolo campano originario di Salerno che ne definisce l’identità e lo stile.

La proposta gastronomica di Riva degli Etruschi si configura così come un ecosistema coerente, in cui ogni ristorante diventa un punto di osservazione sul paesaggio. Non una somma di insegne, ma un sistema unitario che traduce il territorio in linguaggi diversi, mantenendo una regia comune. Il valore risiede nella capacità di integrare filiera corta, produzione interna e identità culinarie autonome, costruendo un equilibrio tra alta cucina, cucina di costa e dimensione agricola.

NAPOLI CAPITALE MONDIALE DELLA PASTA FATTA A MANO DALL’11 AL 13 GIUGNO

AL VIA LE FINALI DEL CAMPIONATO DELLA PASTA FATTA A MANO 2026

Dall’11 al 13 giugno la Stazione Marittima di Napoli ospiterà le finali della terza edizione del Campionato della Pasta fatta a mano, all’interno della quinta edizione del DMED – Salone della Dieta Mediterranea.

Le finali di Napoli rappresentano l’atto conclusivo di un tour che ha attraversato l’Italia coinvolgendo alcune delle principali realtà della gastronomia e della formazione professionale. Le tappe del tour 2026 si sono svolte presso gli store Eataly di Torino, Bologna, Firenze, Milano e Roma, oltre che nelle sedi delle scuole di alta formazione gastronomica Ad Horeca di Bari e InCibum di Salerno. A completare il tour, la tappa dedicata alla pasta fatta a mano senza glutine si è svolta nell’ambito di Celiakè!? Il villaggio Gluten Free, il più grande villaggio italiano dedicato alla cultura gluten free, ospitato a Roma.

Il Campionato della Pasta fatta a mano è un format originale realizzato dalla BTL Prod. in coproduzione con il Consorzio Edamus, grazie al supporto del Consorzio del Parmigiano Reggiano, della farine di Molini Pizzuti, degli oli extra vergine di oliva Olio Ortuso, delle attrezzature Made in italy  di Marcato Pasta, delle acque del gruppo Acqua Panna – S.Pellegrino, dei prodotti caseari di Sorì Italia, degli strumenti tecnici di Zwilling e Ballarini grazie alla partnership con De Luca Attrezzature per la Ristorazione, della Fondazione Vincenzo Agnesi per la promozione e valorizzazione delle paste alimentari italiane, del Consorzio di Recupero e Riciclo Imballaggi in Acciaio RICREA, del Gruppo Noviello S.p.A. e de La Tappezzeria di Modena per la realizzazione a tema pasta fatta a mano di alcuni degli arredi,  partner che contribuiscono alla realizzazione del Campionato e dei premi speciali assegnati durante le finali.

Ventidue finalisti provenienti da tutta Italia, dall’Europa e da altri continenti si sfideranno a Napoli per conquistare il titolo di Campione della Pasta fatta a mano 2026.

I 22 FINALISTI DEL CAMPIONATO DELLA PASTA FATTA A MANO 2026

Fatima Laouichi, pastaia marocchina cresciuta in Sardegna, titolare del pastificio in Costa Azzurra, in Francia.

Mario Furlanello, chef tedesco di chiari origini italiane, titolare del ristorante Bornheimer Ratskeller di Francoforte, in Germania.

Stefania Manzi, torinese e pastaia freelance.

Daniele Gaiani, bolognese fondatore della scuola di cucina “La Mia Bologna Cooking Class”.

Simona Spadafora, di Budrio (Bologna), impegnata presso il ristorante “Il Giardino”.

Martina Macchiavelli, titolare della gastronomia e pasta fresca “La Salumeria di Bruna e Franco” di Bologna.

Matteo Gialloreto, chef abruzzese oggi residente e attivo a Rosenheim, in Germania.

Giovanni Mannino, palermitano e pastaio presso il ristorante “Il Grano” di Dublino, in Irlanda.

Isabella Torchia, di Quarrata (Pistoia), titolare dell’azienda agricola “Podere Il Molinaccio”.

Francesca Diana, originaria di Ardauli (Oristano), cuoca oggi attiva a Hoogeveen, nei Paesi Bassi.

Raffaella Angeletti, di Carpaneto Piacentino (Piacenza), cuoca impegnata tra il laboratorio “Idee in Tavola” e la Locanda dei Briganti.

Samuele Cassinelli, originario di Pompébbà (Udine), cuoco oggi attivo presso l’Hotel Zurigo di Molveno, in Trentino.

Francesco Marcianò, di Bitonto, chef del ristorante “Maccaroni” di Monopoli.

Angelo Berardi, di Ruvo di Puglia, chef oggi impegnato nel suo hotel in Alto Adige.

Antonio Luigi Preite, di Ugento (Lecce), chef del ristorante “Il Vico degli Scettici” di Taviano, in Salento.

Daniela Cocilova, di Roma, cuoca e titolare di una società di consulenza gastronomica.

Silvia Sposini, di Bevagna (Perugia), titolare del pastificio artigianale “La Casereccia”.

Simone Quellerba, pastaio presso il “Pastificio Primavera” di Roma.

Dario Gallo, chef e titolare del ristorante “Essencia” di Napoli.

Carolina Campitelli, pastaia paganese e titolare del pastificio “Come tradizione” di Sant’Egidio del Monte Albino.

Mariella Citro, titolare della “Panetteria Citro Senza Glutine” di Salerno e vincitrice della tappa gluten free.

Salvatore Pezone, cuoco di Aversa, il più giovane finalista dell’edizione 2026.

Venerdì 12 giugno sarà la giornata dedicata alla finale della categoria Professionisti. I ventidue concorrenti si contenderanno il titolo assoluto del Campionato della Pasta fatta a mano 2026 e il “Pettorello”, un mattarello che si trasforma in sfoglia di pasta, l’opera in ceramica realizzata a mano dall’artista paganese Sasà Sorrentino.

Con l’ausilio del giudice tecnico Salvatore Bocchetti, chef napoletano e consulente per la ristorazione, a valutare i concorrenti sarà una giuria di qualità composta da:

  • Salvatore Elefante, executive chef del ristorante due stelle Michelin “L’Olivo” del Jumeirah Capri Palace di Anacapri;
  • Domenico Marotta, chef del ristorante una stella Michelin “Marotta Ristorante” nella frazione Squille di Castel Campagnano, in provincia di Caserta;
  • Luciano Pignataro, storico giornalista de Il Mattino e decano del giornalismo enogastronomico, fondatore delle guide 50 Top Pizza e 50 Top Italy e autore di uno dei più autorevoli blog italiani dedicati al food & beverage;
  • Anna Paola Merone, giornalista del Corriere della Sera e della rubrica enogastronomica Cook. La giuria sarà chiamata a premiare la proposta capace di distinguersi per identità, precisione tecnica, qualità dell’esecuzione e armonia dei sapori.

Tra le novità più importanti di questa edizione, il vincitore della categoria Professionisti registrerà la propria ricetta negli studi di GialloZafferano, mentre i primi cinque classificati saranno protagonisti di “Pasta Lab” digitali, i video di formazione ufficiale del Campionato della Pasta fatta a mano che saranno pubblicati sui canali YouTube della manifestazione.

Le attività prenderanno il via giovedì 11 giugno con una giornata aperta al pubblico dedicata alla cultura della pasta fatta a mano. Accanto alle masterclass saranno infatti organizzati i Pasta Lab, veri e propri laboratori pratici dedicati alla lavorazione della pasta fresca, pensati per coinvolgere visitatori, appassionati e curiosi.

Tra i protagonisti della giornata ci saranno Domenico Pastena, vincitore dell’edizione 2025 del Campionato della Pasta fatta a mano, con un laboratorio dedicato al raviolo caprese, Gerardo Bastardi, con un approfondimento sul cavatiello di Palomonte (riconoscimento PAT).

Sabato 13 giugno, infine, spazio invece alla categoria Amanti, dedicata a chi realizza pasta fatta a mano per passione tra le mura domestiche. Le iscrizioni sono ancora aperte.

Giudice tecnico per la categoria Amanti sarà il napoletano Erny Lombardo, dopo una lunga carriera come corporate chef, oggi autore del progetto “Pizza a Teatro” a Milano. A giudicare i piatti dei concorrenti del 13 giugno, invece, sarà una giuria di qualità composta da:

  • Francesca Fiore, giornalista siciliana direttrice di “Cookist.it”;
  • Cristiano Tomei, chef toscano e titolare del ristorante “L’Imbuto” di Lucca, 1 stella Michelin nel 2014, e volto noto della Tv per la sua partecipazione a programmi come “La prova del cuoco”, “Masterchef Magazine”, “I re della griglia” e di “Cuochi D’Italia”;
  • Leonardo Ciccarelli, giovane ma quotata penna napoletana di “Food & Wine”;
  • Francesco Corrado, seguitissimo creator campano con il suo canale “Campania Food Blog”;
  • Domenico Pastena, chef napoletano titolare di “PastéNA – Cucina e Pasta Fresca”, vincitore dell’edizione 2025 del Campionato della Pasta fatta a mano.

Oltre al titolo assoluto, saranno assegnati numerosi premi speciali grazie al supporto dei partner della manifestazione. Il Consorzio del Parmigiano Reggiano metterà in palio il premio per il Miglior Formato di Pasta della Tradizione, il Consorzio RICREA il premio per il Piatto più Sostenibile, Molini Pizzuti il riconoscimento per il Miglior Impasto,  il Consorzio Edamus quello dedicato al Miglior Piatto della Dieta Mediterranea, Fondazione Vincenzo Agnesi dedicato alla Miglior Ricetta della tradizione.

Tre giorni di gare, incontri, laboratori e momenti di divulgazione che trasformeranno Napoli nella capitale mondiale della pasta fatta a mano.

Orvieto DOC: le mille sfaccettature di una delle Denominazioni più storiche d’Italia

Orvieto è un luogo capace di raccontare secoli di storia, attraversando epoche e protagonisti che ne hanno segnato il destino, dai Papi ai Re. Arroccata su una suggestiva rupe di tufo, la città umbra incanta con i suoi vicoli, dove il tempo sembra essersi fermato, e con il maestoso Duomo, autentico capolavoro del gotico italiano.

La sua facciata riccamente decorata rappresenta uno degli elementi architettonici più iconici, mentre all’interno si trovano cicli di affreschi di Luca Signorelli e del Beato Angelico, tra i più alti esempi della pittura rinascimentale. Proprio durante il press tour abbiamo avuto modo di visitarlo da vicino, apprezzandone non solo la bellezza artistica, ma anche il forte legame con la città.

In questo contesto unico, il vino non è soltanto un prodotto agricolo, ma parte integrante della cultura e della storia del territorio. L’Orvieto DOC, una delle denominazioni più antiche e rappresentative d’Italia, affonda le proprie radici in una tradizione secolare, capace di adattarsi nel tempo senza perdere il proprio carattere distintivo.

Proprio il vino di Orvieto è stato al centro dell’evento “Orvieto DOC, pluralità di anime”, svoltosi il 24 e 25 maggio 2026 nella sala expo del Palazzo del Capitano del Popolo. Due giornate di confronto e approfondimento che hanno riunito giornalisti, tecnici, produttori e operatori del settore, con l’obiettivo di raccontare il passato, descrivere il presente e delineare le prospettive future della denominazione.

L’iniziativa si è aperta la sera del 24 maggio con una cena di benvenuto presso il Malandrino Bistrot, durante la quale gli ospiti hanno potuto scoprire i piatti della tradizione locale accompagnati da una prima selezione di vini.

Un’introduzione che ha trovato il suo pieno compimento il giorno successivo, durante la masterclass del 25 maggio, dedicata all’identità territoriale, al ruolo della ricerca scientifica e alle nuove opportunità di mercato.

La giornata di studio si è aperta con il saluto istituzionale della Sindaca di Orvieto, Roberta Tardani, seguito dagli interventi di Vincenzo Cenci, Presidente del Consorzio Vini di Orvieto, e di Riccardo Cotarella, Presidente della Commissione Tecnica, che ha guidato la degustazione. Insieme a loro sono intervenuti Paolo Nardo, Pier Paolo Chiasso e Massimiliano Pasquini, componenti della Commissione Tecnica.

Nel suo intervento introduttivo, Vincenzo Cenci ha ripercorso il ruolo del Consorzio, che oggi rappresenta oltre trenta cantine del territorio e l’intera filiera produttiva. La sua missione è quella di tutelare, custodire e valorizzare un patrimonio collettivo fatto di paesaggio, cultura agricola, competenze tecniche e identità territoriale, attraverso la promozione della qualità, il sostegno alla ricerca e il rafforzamento della riconoscibilità della denominazione.

Istituita nel 1971, la DOC Orvieto è tra le prime denominazioni italiane

La masterclass ha offerto una lettura contemporanea della denominazione attraverso la degustazione di quattro vini, espressione di altrettante anime distintive.  I vini sono stati degustati in forma anonima con etichette coperte, per mettere al centro non il singolo produttore, ma il territorio, il disciplinare e l’identità collettiva che la Doc Orvieto rappresenta.

Il primo vino, Orvieto Doc Low Alcohol, ha rappresentato l’evoluzione più recente del disciplinare, ufficialmente riconosciuto nel 2025, con una gradazione minima di 10 gradi. Questo aggiornamento amplia il potenziale espressivo della denominazione e apre nuove opportunità interpretative per i produttori. Non si tratta semplicemente di un adeguamento alle tendenze di mercato, ma del risultato di un lavoro scientifico sviluppato dal comitato tecnico del Consorzio, presieduto da Riccardo Cotarella, in collaborazione con l’Università della Tuscia.

Il secondo vino ha ripercorso una tappa fondamentale della storia recente: l’introduzione, negli anni Novanta, della tipologia Orvieto Doc Classico Superiore. Questa scelta ha contribuito a elevare il profilo qualitativo della DOC, valorizzandone struttura ed eleganza. Prodotto nella sottozona storica, il Classico nasce principalmente da Grechetto e Procanico (clone locale del Trebbiano Toscano), dando origine a vini equilibrati, freschi e versatili, con una buona capacità evolutiva e apprezzati sia in Italia sia all’estero.

Il terzo vino, Orvieto Doc Old Vintage, ha offerto un viaggio nel tempo, mettendo in luce la straordinaria capacità evolutiva dell’Orvieto, in grado di mantenere equilibrio, complessità e riconoscibilità anche con l’affinamento.

Il quarto vino, Orvieto Doc Muffa Nobile, è stato dedicato appunto alla Muffa Nobile (Botrytis cinerea), introdotta nel disciplinare nel 2011. Si tratta di un elemento distintivo di assoluta unicità nel panorama italiano: l’Orvieto è infatti l’unica DOC a prevedere esplicitamente questa tipologia, dando vita a vini complessi, eleganti e di grande profondità aromatica.

A definire l’identità dell’Orvieto DOC contribuisce in modo determinante anche lo stile delle singole cantine. Ogni produttore interpreta il territorio secondo la propria visione, dando forma a una pluralità espressiva che rappresenta uno dei principali punti di forza della denominazione: un vero mosaico di interpretazioni che racconta la ricchezza del territorio.

La vocazione viticola dell’area affonda le sue radici nel tempo. Già nel 1931, l’agronomo professor Garavini fu incaricato dal Ministero dell’Agricoltura di effettuare una prima zonazione del territorio, individuando le aree più vocate alla produzione vitivinicola.

Ne risultò una mappatura precisa, che individuava vigneti situati tra i 150 e i 500 metri sul livello del mare: una suddivisione che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento. Non a caso, oggi la storica area dell’Orvieto Classico coincide con quella delineata allora. Garavini individuò inoltre tre tipologie principali di vino: abboccato, secco e dolce, evidenziando fin da subito la versatilità della denominazione.

Un ruolo fondamentale è svolto anche dalla natura del suolo. Circa 10 milioni di anni fa, questa area era ricoperta dal mare: un’origine sedimentaria e marina che lascia ancora oggi tracce evidenti, come la presenza di fossili nei vigneti. È proprio da questa storia geologica che derivano alcune delle caratteristiche più riconoscibili dell’Orvieto: la sapidità e la mineralità che emergono nel calice, sorprendenti in una regione priva di sbocchi sul mare.

L’areale dell’Orvieto DOC è piuttosto ampio e comprende principalmente la provincia di Terni, estendendosi anche ad alcuni comuni della provincia di Viterbo. All’interno di questo territorio si distingue però una zona più ristretta e storica, l’Orvieto Classico, che abbraccia i vigneti attorno alla rupe della città. Qui nasce anche l’Orvieto Classico Superiore, prodotto nella stessa area ma con requisiti qualitativi più elevati e un’uscita in commercio posticipata almeno al 1° marzo successivo alla vendemmia.

Per quanto riguarda la composizione delle uve, il disciplinare prevede una base composta da Procanico e Grechetto per almeno il 60%, mentre il restante 40% può comprendere varietà locali come Drupeggio, Verdello e Malvasia, ma anche vitigni internazionali quali Chardonnay, Sémillon e Sauvignon Blanc. Negli ultimi anni, alcuni produttori stanno sperimentando anche l’introduzione del Vermentino, a dimostrazione della continua evoluzione della denominazione.

L’evento dedicato all’Orvieto DOC ha messo in luce la capacità della denominazione di coniugare tradizione e innovazione. In un contesto complesso per il settore, segnato da dazi, calo dei consumi e una comunicazione spesso penalizzante, il lavoro del Consorzio, il supporto della ricerca scientifica e l’attenzione al mercato confermano l’Orvieto come una realtà attuale, con concrete prospettive di sviluppo e posizionamento.

Prosit!

Chianti DOCG Vista Mare – dalle Colline Toscane al Golfo più bello del mondo, l’evento per celebrare il vino toscano d’eccellenza

A Napoli sabato 6 giugno presso Villa Floridiana dalle 19:30 alle 1:00

Una serata imperdibile con 150 etichette della denominazione. Il presidente del Consorzio Vino Chianti Giovanni Busi: “Portiamo il carattere e l’identità dei nostri territori in una delle capitali italiane della convivialità” e il direttore di VitignoItalia Maurizio Teti “Continua la nostra mission di divulgare le eccellenze del vino italiano presso uno dei mercati più vivi e interessanti del Paese”

Le colline toscane che incontrano il mare di Partenope, i calici di Chianti affacciati sul Golfo e una serata pensata per celebrare il gusto, la convivialità e il legame tra territori simbolo dell’eccellenza italiana. Sabato 6 giugno, a partire dalle 19.30 con chiusura all’1:00, Villa Floridiana, tra le location più suggestive del capoluogo campano nel cuore del Vomero, ospiterà “Chianti DOCG Vista Mare – dalle Colline Toscane al Golfo più bello del mondo”, l’evento promosso dal Consorzio Vino Chianti e da VitignoItalia con il sostegno del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, che porterà a Napoli un grande percorso di degustazione dedicato alla denominazione.

“Abbiamo voluto creare un appuntamento capace di unire paesaggio, vino e cultura dell’accoglienza. Il Chianti DOCG è espressione di territori diversi, di storie e tradizioni che dialogano perfettamente con una città viva e autentica come Napoli – spiega il Presidente del Consorzio Vino Chianti Giovanni Busi – Stiamo parlando di una città in cui il Chianti è molto apprezzato e consumato, anche grazie a una forte presenza turistica internazionale. Per questo motivo eventi come quello del 6 giugno sono occasioni utili per raccontare cosa è oggi il Chianti DOCG, un vino contemporaneo, dinamico e sempre più vicino ai gusti dei consumatori. Vogliamo offrire un’esperienza che metta insieme vino, emozioni e bellezza”.

L’iniziativa porterà nel capoluogo campano 150 etichette in rappresentanza dei terroir più autentici della denominazione, con un percorso degustativo dedicato alle diverse interpretazioni del Sangiovese e alle molte sfumature produttive del Chianti DOCG. Tra i viali storici della Villa e la vista sul mare, il vino diventerà racconto di uomini, territori e passione, A ribadire la liaison tra il territorio del Chianti e le eccellenze campane, l’iniziativa vedrà una parte gastronomica con i prodotti dell’azienda Sorì, realtà casearia di Teano, leader nella produzione di mozzarella di bufala e fior di latte dal 1868 e Pulcinella Gourmet con la proposta gastronomica “La frittata ‘e Pulcinella”.

“Si è da poco chiusa l’edizione 2026 di VitignoItalia – commenta il Direttore di VitignoItalia Maurizio Teti – nel corso della quale abbiamo celebrato i nostri primi 20 anni di storia. Un percorso lungo e ricco di soddisfazioni che ci ha visto dialogare non solo con le aziende campane ma con i grandi terroir del vino italiano. In tal senso la serata con il Chianti DOCG rappresenta un altro momento di fondamentale importanza nei nostri due decenni di attività”. La serata, in collaborazione con Drop eventi, sarà caratterizzata inoltre da un sottofondo musicale per sottolineare l’idea di festa e convivialità.

Il Collio raccontato da Primosic

Dolci e tenui rilievi in Collio,

verde erba, foresta e trifoglio,

boschi per metà del paesaggio,

delle genti è stato il passaggio,

ponca per bianchi, fini, molto apprezzati,

raffinati, minerali, intensi e domati,

musa, ove la serenità è udibile e distesa,

una preghiera: regalane parte al pianeta.

Basterebbero questi imperfetti versi scritti d’impulso, per illustrare appieno il Collio dal mio punto di vista. Del resto il ruolo della poesia è la sintesi, sostituendo la suggestione alla narrazione, per descrivere le esperienze e le emozioni colte in un determinato momento.

Verrei però meno all’incarico ricevuto e accettato, e sarebbe profondamente ingiusto nei confronti di coloro che mi hanno gentilmente ospitato, mostrato affetto, e dedicato parte del loro prezioso tempo.

Il Consorzio Tutela Vini Collio ha organizzato per la stampa un tour d’esperienza, dove è stato possibile assaggiare oltre centotrenta vini della regione, visitare undici cantine e conoscere gli artefici dei loro vini, ma gli incontri avuti con i produttori, se si aggiungono le cene, sono stati ancor maggiori, giungendo alla cifra di venticinque realtà. Un numero per nulla irrilevante, che consente d’avere uno spaccato importante della produzione in Collio attraverso un confronto con chi crea vino.

Sul Collio ho già scritto, e probabilmente è una delle ragioni dell’invito, e chiunque si accinga a farlo di nuovo non può esimersi da tralasciare alcune considerazioni storiche. Si menzionava la serenità che si respira e percepisce trascorrendo qui alcuni giorni, è genuina ma conquistata a caro prezzo. La storia vinicola della regione passa attraverso le varie nazioni cui è appartenuta, e ora che ha una definitiva stabilità, dai cambiamenti occorsi nel dopoguerra.

Il Collio è un luogo molto piccolo, fatto di collinette simili a dei pandori, che in realtà hanno caratteristiche molto diverse fra loro, anche all’interno dello stesso vigneto. Una ricchezza dovuta alla disomogeneità. Marcatore incontrastato e inconfondibile del terreno del Collio, vero dna di un suolo povero in sostanza organica e molto ben drenato, è la ponca. Di origine eocenica, è una stratificazione alternata di marne sature di sedimenti minerali, e arenaria. Conferisce al vino qui prodotto quella struttura, eleganza e mineralità tanto apprezzata.

Menzionavo che sono stati venticinque gli incontri diretti avuti, e se ne parlerà più avanti, perché preferisco iniziare da uno che ha eseguito per noi del tour la propria disamina sulla storia vinicola del Collio.

Si tratta di Marko Primosic. La famiglia Primosic è proprietaria di vigneti nella zona di Oslavia fin dalla metà del ‘700. In questa zona rimbalzano le correnti della Bora, utilissime al vigneto che assieme alla ponca caratterizzano i vini dal sapore più nordico, rispetto ad altri suoli del Collio.

E poi arriva Karlo nel 1868, e da quel momento il suo nome è associato al vino di Oslavia. A fine ottocento Karlo trasporta il vino con la ferrovia a Vienna contenuto in grandi botti. L’impero austro-ungarico apprezzava la regione del Collio, la considerava il suo giardino, dove poter attingere di vino e olio, di uva e ciliegie, quest’ultime d’eccellente qualità. Il figlio di Karlo, Josez, torna dal fronte della grande guerra e trova i vigneti devastati. Oslavia è chiamata non a caso la collina morta, e aiutato dal padre rimpianta i vigneti. Gli succede Silvan, o Silvestro come ci è stato presentato, il simpatico, empatico e pieno di vita ottantacinquenne, che a soli dodici nel 1953 diventa il capofamiglia alla morte di Josez e del fratello maggiore caduto da partigiano. Nella grande sfortuna una libertà, di fare ciò che voleva. Produce il vino sfuso e in bottiglia dal 1956 senza etichetta con vuoto a rendere, con etichetta dal 1964, e la prima a nome S. Primosic nel 1967, disegnata dalla moglie Liliana, che riporta il paesaggio di Oslavia. V’è scritto i Vini del Collio poichè sarà nel successivo maggio 1968 che nascerà la doc omonima, tra le prime in Italia, grazie agli sforzi del Consorzio di Tutela Vini Collio sorto quattro anni prima nel 1964. E’ una bottiglia renana, obbligatoria a quel tempo dal disiciplinare di produzione che reca la scritta Tocai in caratteri gotici.

E’ l’inizio di una produzione di stampo moderno: Silvan, getta via i legni, acquista vasche di cemento, e produce vini bianchi senza macerazione, curati e puliti, e focalizzati sugli aromi primari.

Ricordo a me stesso che per rientrare nella categoria di Collio Doc le uve devono provenire dal territorio della provincia di Gorizia, in otto dei venticinque comuni presenti: Capriva, Cormòns, Dolegna del Collio, Farra d’Isonzo, Gorizia, Mossa, San Floriano del Collio, San Lorenzo Isontino. Sono esclusi i terreni del fondo valle, con l’obbligo per i vigneti di trovarsi perlomeno a 75 metri di altitudine, fino ad arrivare a circa 270 metri e oltre, e con una pendenza minima del 3%.

Nel disciplinare del Collio doc fino al 1991 non erano ammessi i vitigni internazionali a bacca bianca, a differenza di quelli non autoctoni a bacca rossa, già presenti da lunga data nel territorio.

Le uve al momento autorizzate sono:

per il bianco Chardonnay, Friulano, Malvasia Istriana, Müller Thurgau, Picolit, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Ribolla Gialla, Riesling Renano, Riesling Italico, Sauvignon, Traminer Aromatico; per il rosso Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carménère, Merlot, Pinot Nero.

Un paio di anni fa, un gruppo di quattro viticoltori che oggi sono diventati undici, hanno scelto di vinificare solo le uve Friulano, Malvasia Istriana (ripeto istriana), e Ribolla Gialla per il proprio Collio doc, tornando al primo periodo del disciplinare 1968-1991 (doc che, per inciso, ha vissuto molti più anni con i vitigni internazionali che senza), ritenendoli quelli storici del territorio e che lo interpretano nel migliore dei modi, e inserendo in etichetta la dicitura Collio da Uve Autoctone.

Quando si scomoda il punto di vista storico o tradizionale, per non parlare di autoctono, incuriosisce che quasi mai si tenga conto essere frutto del momento dell’osservazione. Fra un secolo, probabilmente, in una immaginaria fase della definizione dei vitigni a bacca bianca per la doc Collio, si avrebbe un’analoga inclusione a quella operata per i vitigni internazionali a bacca rossa, ritenendola logica.

Non addentriamoci troppo in un ginepraio se non per raccogliere le bacche fondamentali al celebre distillato bianco. Rispettiamo i pareri di tutti gli attori vinicoli in questione, soprattutto perché hanno titolo a parlare, a differenza di chi semplicemente ne scrive e non produce.

La soluzione migliore è, a mio modesto parere, la coesistenza, auspicando che NON si sprechino energie per discutere in maniera accesa sulla questione. Sarebbe del tutto inappropriato in una regione che ha visto tanti passaggi di mano.

Anche Oslavia beneficerà del boom economico degli anni cinquanta e sessanta, ma il resto della storia lasciamo che sia Marko a raccontarla, figlio di Silvan, nato nell’anno della doc quindi un predestinato, enologo, che a undici anni ha il suo primo Vinitaly, e che dal 1989 affianca il padre con il fratello Boris di tre anni più giovane.

Negli anni ’80, ci racconta Marko, la strada percorsa dal papà con la vinificazione in serbatoi di acciaio che valorizza gli aromi primari non basta più. Evolve il palato, evolve il consumatore, evolve il Collio stesso, anche nella conduzione dei vigneti, che fino agli anni ’60 erano lavorati principalmente a mano. Gli anni ’70 Marko li descrive come i più bui, dove in qualche modo i tecnici cercavano di portare la meccanizzazione e di fare della collina la pianura, un errore grande che tuttavia in Collio è avvenuto in modo molto limitato, giusto qualche rilievo spianato. Il dietrofront si ha nel decennio successivo. Il Collio scopre e valorizza il proprio territorio ispirandosi a ciò che avveniva in Borgogna. Si commisero, però, una serie di errori, tra i quali d’impiantare ad altissima densità per ettaro, a quaranta centimetri da terra in vigneti inerbiti dove l’erba cresce a venti centimetri, e il grappolo in sostanza poggiava seduto nell’erba se questa non era un prato inglese. Tutto ciò andava benissimo per i vigneti molto drenati e completamente diserbati della Borgogna ma non in Collio dove oltretutto le piogge erano intense.

Si arriva così agli anni ’90, e finalmente si ha la consapevolezza dell’estremo valore del territorio, grazie alla nuova generazione e frutto anche della serie di errori compiuti, puntando a non uscire ad annata, con l’ambizione che il vino possa maturare. Risvolto della medaglia è stato guardare troppo al vino internazionale, con un’impostazione più filo francese e l’uso del legno, barrique o altro.

L’ultima fase sono gli anni duemila con l’avvento dei vini macerati, nati dopo la grandinata a Oslavia di fine agosto 1996, violenta e cattiva, avvenuta nel momento in cui tutto era pronto per la vendemmia, rovinando l’annata in corso e la successiva. In questa fase, per i viticoltori giù di morale, c’è stato il tempo di fare una riflessione sul futuro. L’episodio da rammentare è quando Carlo Petrini chiede a Josko Gravner di accompagnarlo in Georgia. Qui vedrà le anfore, ma non è tanto il contenitore in sé che poi userà, piuttosto la riflessione operata, cioè quando non si sa dove andare, si tende a guardare al passato, alle pratiche di un tempo. Ed ecco che, nel tentativo di rivalutare la Ribolla Gialla massacrata negli anni precedenti con la maturazione in legno, si riscopre la fermentazione sulle bucce. Il vitigno è insuperabile nei risultati della pratica macerativa, poi la qualità del vigneto, il tipo di buccia, e non per ultimo il territorio si prestano per creare un plus sensato a un vino ottenuto con il vitigno.

L’escursus storico consente di fare una distinzione delle cantine in base alla loro nascita, figlie in realtà della loro storia. Una come la Primosic ha attraversato tutte le fasi, nessuna delle quali è completamente sbagliata, ma racconta un pezzo di storia e porta ad avere una consapevolezza di un certo livello. Un’azienda vinicola sorta negli anni ’90 avrà probabilmente fatto il primo vino in barrique. Infine una nata nel duemila o a ridosso di tale data, plausibilmente produrrà solo vini macerati.

L’azienda oggi ha trentadue ettari vitati che danno luogo a circa 200.000 bottiglie l’anno e sedici tipologie di vino prodotte. Il mercato riguarda il nostro paese per il 40%, il restante è distribuito in trenta nazioni. In cantina abbiamo visto caratelli da 600 litri di rovere di Slavonia non francese e non tostate utilizzate per il Collio bianco; botti da 18 ettolitri per la Ribolla macerata perchè deve evolvere la sua quantità di tannino, con funzione esclusivamente di maturazione; infine barrique, tostate, per le due varietà internazionali Chardonnay (che fermenta e matura in essa), e Merlot (solo per la maturazione).

La degustazione.

Ribolla Gialla “Think Yellow” IGT Venezia Giulia 2025 12.5%

Vitigno della tradizione con richiami, all’infanzia (i suoi acini dorati erano un tempo delle caramelle naturali per i bambini), e al lavoro (qualche bottiglia di Ribolla era un’integrazione alla paga dei braccianti). Il vino vinifica in serbatoi di acciaio dopo una breve macerazione delle bucce a freddo e pressatura soffice delle uve. Una versione “nuda e cruda”, come storicamente il vitigno si esprime. E’ l’espressione punto di partenza il cui punto di arrivo sono le produzioni macerate. Molto simpaticamente Silvan ci dice che il vino da Ribolla, per le sue caratteristiche, è un ottimo colluttorio al mattino.

All’olfatto è fresca, con sentori agrumati e citrini, e suggestioni di erbe aromatiche.

Al palato torna la freschezza, con l’aggiunta di note floreali di acacia, e nuovamente di agrumi. Ci piace per consistenza grassa e il finale declinato al sapido e minerale.

Malvasia Collio doc 2024 13.5%

Vinificazione simile alla precedente Ribolla Gialla.

All’olfatto il vino è aromatico e fresco, con note floreali vicine al geranio, erbe aromatiche, e minerali.

L’ingresso al palato è ampio e sapido, con ritorni aromatici tipici, e una chiusura lievemente ammandorlata.

Chardonnay Gmajne Collio doc 2022 14%

Lo Chardonnay proviene dallo storico vigneto con toponimo Gmajne, impiantato negli anni ’70 e rinnovato per la sua metà nel 1982. Vinifica tradizionale in bianco, con fermentazione (alcolica e malolattica) ed elevatura in barrique (sia nuove che usate) per diciotto mesi, con lunga permanenza sui lieviti e senza bâtonnage. Segue affinamento in bottiglia. La 2022 è l’annata corrente.

All’olfatto si avvertono subito degli agrumi gialli, la frutta esotica, e dei sentori legati alla vaniglia del legno e un’idea di crosta di pane. E’ un peccato di gioventù, dovuto soprattutto alla tostatura delle botti che è medio/forte. Poi, abbiamo ancora note di fiori gialli, e fruttati di melone.

Al palato la nota vanigliata s’integra con della citrinità, ma il vino è decisamente morbido, caldo e pieno. Le sensazioni legate al legno, ancora da svolgere, qui sono molto meno evidenti. Buona anche la persistenza tracciata dalla nota minerale.

Collio Bianco doc Klin 2020 14.5%

Il Klin, lo storico toponimo di un cru aziendale, sviluppato in una collina che dona tre tipi di suolo e altrettanti di clima, è un uvaggio dei vitigni Friulano, Chardonnay e Sauvignon (non clonato, più sullo stile della Loira) raccolti lo stesso giorno indistintamente dal grado di maturazione delle uve. S’ispira all’antica maniera viennese della Gemischte Satz, pratica di vinificazione di uve diverse provenienti dallo stesso vigneto. Dopo aver raccolto le uve con piena maturazione, diraspate e pressate delicatamente, il mosto fiore è messo in caratelli di rovere di Slavonia da 600 litri in cui compie la fermentazione alcolica e malolattica. Travasato, si aggiunge una parte minima di vino da Ribolla Gialla e torna in botte a maturare complessivamente per due anni, al termine dei quali è imbottigliato e affina per altri due anni. La 2020 è l’annata corrente.

Il vino nasce nel 1982 e ha vissuto legni diversi, infatti, dal 1988 al 1996 si sono adoperate barrique francesi.

All’olfatto si percepisce molta freschezza, con note di fragranza e minerali. Poi abbiamo le erbe aromatiche, suggestioni floreali di gelsomino, una traccia di fruttato esotico e degli agrumi, e infine della vaniglia.

Al palato in questa fase del vino la presenza del Chardonnay svetta un po’, il corpo è rarefatto, con finale morbido. Ha bisogno di tempo, a mio avviso, per armonizzarsi meglio.

Friulano “Skin” Collio doc 2020 13%

Orange wine di recente concezione con prima annata il 2016. Il Friulano macera per due settimane sulle bucce e fermenta con lieviti indigeni in assenza di solforosa e frequenti follature, senza controllo di temperatura. Poi, separato dalle bucce, è posto in caratelli da 600 litri, dove esegue la fermentazione malolattica, e per diversi mesi rimane sulle proprie fecce nobili. L’affinamento in bottiglia è molto lungo.

L’olfatto è caldo e intenso, molto concentrato, con i sentori tipici della macerazione, frutta secca e tè al gelsomino, dotato di tanto agrume, frutta gialla, albicocca e camemoro, un lieve sentore sulfureo, minerale. Al palato è ricco e glicerico, pulito e minerale. Persiste a lungo nelle note macerative, né è privo della tipica sensazione di mandorla amara e tostata.

Ribolla Gialla Riserva “Skin” Collio doc 2020 13.5%

Orange wine da uve surmature che esegue una vinificazione simile al Friuliano con un paio di differenze: la macerazione dura un mese, e le botti dove permane un anno sono grandi da 18 ettolitri.

Olfatto è molto inteso, con note di macerazione, frutta gialla a polpa, albicocca disidratata, agrumi gialli, e note floreali. Al palato è fine ed elegante, con ritorni amarostici di armellina, e minerali prolungati.

Ribolla di Oslavia Riserva Collio doc 2014 14%

Questa riserva vintage è stata versata in un bicchiere T Made 95 Oslavia, con appunto l’impensabile capacità di contenere 95 centilitri, e disegnato per valorizzare al meglio la degustazione delle Ribolla Gialla macerate e d’annata. La dicitura di Oslavia presente in questa bottiglia non è più consentita.

Olfatto: poesia. Succoso di agrume e d’albicocca. Note minerali legate alla ponca, ardesia anche, e terziarie, vien da sé. Frutta secca, miele di agrumi, sentori di appassimento, uva sultanina.

Il palato il vino è maestoso, imponente, morbido, succoso e con una sensazione calorica molto confortevole, mielata, e minerale. Espressione di grande eleganza con finale persistente e suadente.

Pinot Grigio Riserva Collio doc 2017 14.5%

Orange wine prodotto dal 1998, dal colore intenso ramato, le cui uve diraspate fermentano con i lieviti indigeni, senza solforosa e con lievi follature. La macerazione dura 6/8 giorni, poi passa in caratelli di rovere di Slavonia, dove prosegue la fermentazione e la malolattica, e vi permane per alcuni mesi. L’annata corrente è la 2022.

Olfatto è dominato intensamente dai piccoli frutti a bacca rossa, lampone, ribes rosso, amarene, e floreali, violetta e iris. Al palato è caldo, pieno, articolato, con ritorni dei frutti rossi, e un piacevole finale, prolungato, minerale.

Parmelia 2024, il nuovo cru de Il Colle del Corsicano nel cuore di Punta Licosa

Alferio Romito presenta il nuovo Cilento DOC Fiano: un racconto di famiglia, territorio e visione enologica destinato a sfidare il tempo.

Ci sono vini che raccontano un territorio e vini che custodiscono una genealogia. Il nuovo Cilento DOC Fiano Parmelia 2024 de Il Colle del Corsicano appartiene a entrambe le categorie. Presentato in anteprima alla delegazione AIS Cilento Vallo di Diano, guidata dalla Delegata Maria Sarnataro, il progetto firmato da Alferio Romito si propone come una delle espressioni più ambiziose e identitarie del Fiano contemporaneo.

Nella cornice di Punta Licosa, dove l’azzurro del Tirreno si intreccia ai profumi austeri della macchia mediterranea, Alferio – enologo e interprete della quarta generazione familiare – ha svelato un’etichetta destinata a segnare un passaggio cruciale nella storia aziendale: un vino concepito per sfidare il tempo e celebrare la memoria.

Parmelia, il vino delle lunghe attese

Parmelia nasce da una vicenda umana che affonda le proprie radici agli inizi del Novecento. È la storia di Giovanni Romito, trisnonno di Alferio, che per acquistare le terre oggi occupate dai vigneti aziendali affrontò sette traversate oceaniche verso l’America, partendo dal porto di Napoli e rincorrendo il sogno di costruire un futuro per la propria famiglia.

Di quell’epopea migratoria restano ancora le carte d’imbarco manoscritte, gelosamente custodite dalla famiglia come testimonianza tangibile di sacrificio, perseveranza e visione. Parmelia rende omaggio a quella eredità e, al contempo, al nonno Giovanni, caduto durante il conflitto bellico. Non sorprende dunque che il concetto delle “lunghe attese” sia diventato il filo conduttore dell’intero progetto.

Anche il logo dell’azienda parla di resilienza: vi campeggiano i due pini storici della proprietà, sopravvissuti nel tempo a incendi e calamità naturali, simboli di una continuità che attraversa le generazioni. L’apparato iconografico dell’etichetta, poi, si arricchisce di una croce che richiama idealmente i quattro punti cardinali, metafora delle quattro generazioni della famiglia Romito. Non un semplice elemento grafico, ma una bussola identitaria, un sigillo visivo, che orienta il racconto aziendale tra passato e avvenire, celebrando il percorso di una dinastia contadina che ha saputo attraversare il tempo rinnovandosi senza smarrire le proprie origini.

Le sole 1.362 bottiglie numerate, protette da una raffinata velina, dichiarano senza esitazioni la vocazione del vino a un lungo percorso evolutivo.

Punta Licosa e il privilegio del Flysch Cilentano

La materia prima proviene da una rigorosa selezione parcellare situata nell’area di Punta Licosa, uno dei luoghi più suggestivi del Cilento, all’interno dell’area marina protetta e del territorio riconosciuto dall’UNESCO per il suo straordinario valore paesaggistico e culturale.

Il contesto geologico è dominato dal Flysch Cilentano, complessa successione sedimentaria costituita da arenarie e rocce stratificate. Tuttavia, la parcella destinata a Parmelia presenta una prevalenza sabbiosa che ne determina il carattere distintivo. Questa matrice garantisce infatti una straordinaria capacità di trattenere umidità e freschezza anche durante le estati più severe, fungendo da autentica riserva idrica naturale.

La vendemmia, anticipata alla prima decade di agosto, non compromette l’equilibrio acido del vino. Al contrario, testimonia una tensione naturale di rara efficacia, destinata a rappresentare una delle principali chiavi interpretative della sua longevità.

L’enologia della sottrazione

Sul piano tecnico, Parmelia rappresenta una significativa evoluzione stilistica rispetto alla produzione storica dell’azienda. Il 60% della massa fermenta e affina in barrique bordolesi di rovere francese, accompagnato da costanti bâtonnage protratti fino alla primavera successiva, mentre il restante 40% completa il proprio percorso in acciaio.

L’aspetto più interessante risiede tuttavia nella filosofia produttiva adottata da Alferio Romito, fondata su un rigoroso controllo dell’ossigeno. L’intera vinificazione è concepita secondo un paradigma fortemente riduttivo, volto a preservare il patrimonio aromatico primario del vitigno e a proteggere l’integrità dei precursori odorosi.

Anche la scelta del tappo tecnico Nomacorc Reserva si inserisce coerentemente in questa visione, garantendo una gestione calibrata e prevedibile della micro-ossigenazione durante l’affinamento in bottiglia.

Il profilo sensoriale del Parmelia 2024

Nel calice, Parmelia 2024 si presenta con una veste di brillante luminosità. Il giallo paglierino è attraversato da vividi riflessi verdolini che testimoniano una straordinaria freschezza cromatica e una gestione impeccabile dell’ossigeno, particolarmente significativa alla luce del passaggio in legno.

L’impatto olfattivo si distingue per nitidezza e precisione. Emergono inizialmente eleganti richiami floreali biancastri come l’acacia e la Zagara. Il quadro olfattivo si amplia progressivamente, lasciando affiorare sfumature di erbe aromatiche come il timo mediterraneo e una sottile nota dolce perfettamente integrata.

L’assaggio conferma le promesse del naso. La trama gustativa è ampia ma slanciata, sostenuta da una dinamica acida e succosa che accompagna il sorso con grande energia. La componente salina, autentica firma territoriale di Licosa, attraversa l’intera progressione gustativa e conduce verso un finale persistente, scandito da ritorni agrumati e iodati.

Due interpretazioni, un solo vigneto

Particolarmente istruttivo il confronto raccontato da Alferio con il Fiano Licosa, etichetta storica della cantina vinificata esclusivamente in acciaio. Se quest’ultimo esprime una personalità immediatamente verticale, giocata su toni più morbidi di camomilla, miele e frutta matura, Parmelia sceglie la strada della profondità e della stratificazione.

Le due etichette raccontano così due anime complementari dello stesso vigneto: da un lato l’immediatezza espressiva del frutto, dall’altro una costruzione più articolata e ambiziosa, dove il dialogo tra vitigno, terroir e legno contribuisce a definire una nuova identità stilistica.

La prova del tempo: la verticale di Licosa

A suggellare la presentazione, una verticale delle annate 2017, 2018 e 2019 del Licosa ha offerto una preziosa chiave di lettura sulla capacità evolutiva del Fiano coltivato in questo angolo del Cilento.

Il 2017, figlio di una stagione particolarmente siccitosa, ha mostrato un carattere vigoroso e concentrato, con richiami di carruba, albicocca disidratata e miele sostenuti da una sorprendente vitalità acida.

Il 2018, nato in un’annata più fresca e piovosa, ha evidenziato una progressiva trasformazione nel bicchiere: da iniziali percezioni alcoliche a un profilo di grande pulizia aromatica, quasi nordico nella sua compostezza.

Il 2019 si è rivelato infine il punto di equilibrio ideale, sintesi armonica tra maturità del frutto, tensione gustativa e prospettiva evolutiva, anticipando in qualche modo la filosofia che oggi trova compimento nel Parmelia.

Un nuovo capitolo per il Fiano cilentano

L’incontro con Alferio Romito e la delegazione AIS ha restituito l’immagine di un produttore profondamente legato alle proprie radici ma proiettato verso una visione contemporanea dell’enologia. Parmelia 2024 non rappresenta semplicemente una nuova etichetta: è la traduzione liquida di una storia familiare, di un paesaggio marittimo e di una cultura dell’attesa che trova nel tempo il proprio alleato più prezioso. Un Fiano che profuma di sale e di memoria, capace di raccontare il Cilento con autorevolezza e rara profondità narrativa.