Pozzuoli protagonista del gusto: la Live Cooking Experience al White Chill Out Lungomare celebra l’eccellenza tra cucina, mare e grandi collaborazioni

Una serata esclusiva tra alta gastronomia, cooking experience e valorizzazione del territorio con chef, aziende e professionisti dei Campi Flegrei. Il fascino del mare, l’eleganza degli eventi e la ricerca gastronomica sono stati i protagonisti della Live Cooking Experience andata in scena il 17 giugno al White Chill Out Lungomare Pozzuoli.

Come parlare di gusto e territorio grazia alla sinergia tra gli attori del panorama enogastronomico puteolano, con banchi dedicati alle ostriche e mitili nostrani, cocktail esclusivi curati dai bartender del momento e piccoli morsi alla brace o fritti sempre a base del miglior pescato locale.

Una serata riservata alla stampa e agli ospiti selezionati che ha raccontato una nuova idea di ospitalità: un’esperienza capace di unire cucina, atmosfera e cura dei dettagli, valorizzando le eccellenze del territorio attraverso un percorso sensoriale completo. Nel menu hanno trovato spazio il Roll bun crostacei, il Baccalà fritto con pomodoro datterino e Parmigiano 24 mesi, il Fish & Chips di tonno, i Tagliolini al battuto di gamberi, burro e limone e lo Zito con pescato del giorno e datterini, fino al dessert Plateau Dolce Vita.

“Il White Chill Out Lungomare nasce con l’idea di creare momenti che restano nel tempo – racconta Nicola Scarmadella, proprietario del White Chill Out Lungomare –. La Live Cooking Experience è stata la dimostrazione di quanto sia importante fare rete con professionisti e realtà che condividono la stessa attenzione per qualità, bellezza e accoglienza. Vogliamo continuare a raccontare Pozzuoli attraverso eventi capaci di unire il territorio alle eccellenze che lo rappresentano.”

La serata ha visto anche protagonista il mondo del vino grazie agli abbinamenti curati dal Sommelier Guido Del Vecchio, con le etichette di Cantine Palazzo Marchesale, Carputo Vini e Cantine Federiciane, selezionate per accompagnare ogni portata e valorizzare il percorso gastronomico. Fondamentale il contributo delle realtà legate al mare e alla qualità delle materie prime: Pastai Cacciapuoti, Ittica Albi e Ittica D’Isanto Pozzuoli hanno supportato la valorizzazione del pescato, mentre Magno Food, MARR Home, Legami D’Amore hanno contribuito alla riuscita dell’organizzazione e alla cura dei dettagli.

L’esperienza è stata completata dalla proposta sushi dello Chef Romerson Cohelo che ha portato in tavola l’eleganza della tradizione giapponese, e dai Signature Cocktails di Luigi Scarmella Bartender, insieme alla selezione di Caffè Kremoso per il finale dedicato agli ospiti.

La Live Cooking Experience conferma il ruolo del White Chill Out Lungomare Pozzuoli come luogo di riferimento per eventi, lifestyle e alta cucina nei Campi Flegrei, dove il mare diventa la cornice naturale di esperienze uniche.

Regina Ribelle 2026: un viaggio nella Vernaccia tra vigne, storie e identità

Ci sono giornate che non si limitano a raccontare un territorio: lo attraversano.
La mia giornata di Press Tour di Regina Ribelle 2026, organizzata dal Consorzio della Vernaccia di San Gimignano, è stata esattamente questo: un viaggio dentro tre cantine, tre famiglie, tre modi diversi di interpretare un vitigno che continua a sorprendere per profondità, versatilità e radici culturali.

Un percorso che ha mostrato, ancora una volta, come la Vernaccia sia un vino capace di parlare molte lingue, pur restando fedele alla sua identità.
Una identità che si costruisce nel tempo, nelle scelte agronomiche, nella cura quotidiana e nella relazione tra chi la produce e chi la racconta.

Pietra Serena: la collina che abbraccia la storia

La prima tappa è Pietra Serena, azienda della famiglia Arrigoni.
Una storia che parte dalle Cinque Terre e arriva a San Gimignano nel 1966, quando Bruno Arrigoni decide di mettere radici qui. Oggi l’azienda conta 40 ettari che abbracciano un’intera collina: un mosaico di suoli e esposizioni che permette di costruire stili diversi di Vernaccia.

La filosofia è chiara: “Si lavora bene in vigna per lavorare meno in cantina.” Acciaio, controllo della temperatura, legni a tostatura media, cemento per il finissage: una tecnica essenziale, mai invadente, che lascia parlare il frutto.

La degustazione è un viaggio nella coerenza stilistica della famiglia:

  • Sparkling Vernaccia metodo Charmat, fresca e diretta.
  • Vernaccia 2025, frutto di parcelle diverse, alcune con vigne di 60 anni.
  • Vigna del Sole 2025, complessa, stratificata, con un legno gentile.
  • Riserva Cretula 2024, da suolo argilloso, profonda e verticale.

E poi la sorpresa: il Vermentino Nero, 4 ettari coltivati proprio a San Gimignano, ponte ideale tra Toscana e Liguria.

Rosa di Maggio: la Liguria che dialoga con la Toscana. La seconda parte della degustazione è un cambio di prospettiva: la linea Rosa di Maggio, che porta nel bicchiere l’anima dei Colli di Luni e delle Cinque Terre. Dall’Albarola delicata ma espressiva al Vermentino Superiore della Cascina dei Peri, fino al Pipato Cinque Terre 2023, frutto di agricoltura eroica e vitigni recuperati.
Un vino che profuma di macchia mediterranea, ginestra, vento salmastro.

Un racconto che dimostra come la Vernaccia possa dialogare con altre identità senza perdere la propria.

Casa alle Vacche: la continuità di una famiglia

La seconda cantina è Casa alle Vacche, guidata da Andrea Ciappi, uno dei Vice Presidenti del Consorzio, e dalla sua famiglia, con la consulenza di Paolo Salvi.
Una storia agricola autentica: dalla stalla al vino, quattro generazioni, oggi 100.000 bottiglie e un export solido.

La verticale della Vernaccia “I Macchioni” 2023, 2021, 2019 è un esercizio di memoria e coerenza.
Annate diverse, stessa impronta: precisione, pulizia, identità territoriale.

Le Riserve Crocus mostrano invece la capacità della Vernaccia di evolvere nel tempo, passando da interpretazioni più classiche a letture contemporanee.

Fattoria di Fugnano: la visione che nasce da una scelta

L’ultima tappa è Fattoria di Fugnano, una storia che sembra un romanzo.
Il nonno di Laura, siciliano, imprenditore e collezionista d’arte, si innamora di San Gimignano e decide di iniziare a fare vino.
Alla sua morte, nel 1997, la famiglia pensa di vendere, ma Laura allora giovanissima sceglie di restare, imparare, costruire.

Dal 2003 inizia a imbottigliare con il proprio brand.
Oggi, con il supporto tecnico di Emiliano Falsini, la cantina è una delle realtà più interessanti del territorio.

La degustazione è un crescendo: dalle Vernacce base alle selezioni Donna Gina, fino alle annate storiche come la 2019. Vini che parlano di altitudine, luce, precisione.

La cena di gala: la Vernaccia sotto le torri

La giornata si chiude in Piazza Duomo, sotto le torri illuminate.
Una cena di gala che è molto più di un evento: è un rito collettivo, un momento in cui produttori, giornalisti, tecnici e appassionati si ritrovano per celebrare un vino che continua a evolvere.

A tavola con Cristina Mercuri, la prima Master of Wine donna italiana, che ho avuto l’onore di conoscere personalmente e Marialuisa Cesani, che con la sorella Letizia è alla guida di una delle realtà più rappresentative del territorio.

Un territorio che continua a raccontarsi Il Press Tour di Regina Ribelle 2026 non è stato solo un viaggio tra cantine.
È stato un viaggio nella identità della Vernaccia: tre cantine, tre storie, tre modi diversi di raccontare la stessa anima.

Il Capodanno del Mugnaio compie 10 anni: la celebrazione del territorio e della filiera agricola di Mulino Caputo

Mulino Caputo valorizza la filiera del grano dal 1924, ed è proprio per celebrare questo impegno che, dieci anni fa, è nato il Capodanno del Mugnaio: una ricorrenza che trasforma il momento della trebbiatura in una vera e propria festa contadina.

Il 6 luglio si rinnova, dunque, il rito che celebra il valore del ‘buono e del bello’, nato dal profondo rispetto per la natura e per la cultura contadina. Come da tradizione, in occasione del Capodanno, il Mulino apre le porte a una riflessione sul valore del chicco di grano: dalla selezione delle sementi alla macinazione lenta che ne preserva le caratteristiche organolettiche. Ogni sacco di farina Caputo rappresenta il compimento di questo “nuovo anno” che inizia con la mietitura.

Il Capodanno del Mugnaio è per noi il momento in cui la terra ci restituisce il frutto di un anno di lavoro” dichiara Antimo Caputo “Festeggiarlo è  il nostro modo di ringraziare la filiera, dal campo al forno e di rinnovare il patto di fiducia tra Mulino Caputo e gli agricoltori.”

Le celebrazioni si terranno presso l’azienda agricola di Francesco D’Amore; il momento culminante sarà la trebbiatura, accompagnata da dimostrazioni di antichi mestieri e momenti di condivisione che vedranno protagonisti produttori, pizzaioli, chef, pasticceri e appassionati. Attualmente il Mulino conta su una rete di circa 3.000 ettari, distribuiti tra Lazio, Campania, Puglia, Basilicata e Molise, in grado di garantire una collaborazione virtuosa basata sulla sostenibilità e sulla valorizzazione delle specificità territoriali.

Per noi il grano non è solo una preziosa materia prima, ma è ricerca e identità” aggiunge Caputo “Grazie anche alla preziosa collaborazione con il Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, coordinato dal professor Mauro Mori, docente di Agronomia e coltivazioni erbacee, che da sempre sostiene la nostra attività di ricerca, abbiamo intrapreso un percorso fondamentale verso coltivazioni biologiche e sempre più sostenibili.”

Mulino Caputo guarda al futuro con la consapevolezza di chi ha saputo trasformare una tradizione in un modello di innovazione agricola, mantenendo sempre al centro il rispetto per la terra. 

Tutte le volte che si abusa del termine “terroir”…

Questo pezzo avrebbe potuto intitolarsi “Terroir come espressione fenotipica di Vitis vinifera L. a piede franco: superamento della discontinuità vascolare e dell’alterazione trascrittomica da portinnesto” ma per evitare a qualcuno possa venire in mente ci si voglia arrogare la pretesa di scrivere seriamente sul tema, quando in realtà dovrebbero essere ben più erudite penne a esprimersi, lo facciamo uguale, ma col titolo “Tutte le volte che si abusa del termne terroir” … l’ampelografia reale va a farsi friggere.

Il concetto moderno di terroir trova la sua validazione scientifica nell’espressione fenotipica di un genotipo in un determinato ambiente pedoclimatico. Storicamente, l’intera zonazione e la classificazione dei suoli viticoli d’eccellenza sono state codificate su piante a piede franco. Eppure, nel linguaggio comune del vino, la parola terroir è diventata un passe-partout: un termine inflazionato, svuotato del suo rigore e svenduto al marketing della suggestione, capace di offrire una qualità percepita del territorio priva di autenticità in valore assoluto.

Se vogliamo maneggiare questo concetto con cognizione di causa, dobbiamo spogliarlo della sua veste puramente geografica. Il terroir non è solo terra e clima: è un processo dinamico, uno spazio semantico dove convergono biologia, geologia e antropologia, senza mediazioni.

Tuttavia, l’enologia contemporanea ignora sistematicamente un presupposto fondamentale: affinché questo flusso relazionale si compia nella sua interezza, anche l’organismo trasmittente deve essere integro. L’avvento della fillossera e la conseguente introduzione del portinnesto americano hanno sì salvato la viticoltura, ma hanno al contempo inserito un elemento di alterazione permanente. Quella salvifica protesi sotterranea si configura oggi come un diaframma metafisico e biologico. Interrompendo la continuità originaria tra la Vitis vinifera e il suolo, l’innesto silenzia la frequenza più pura della terra, trasformando un dialogo millenario in un monologo squisitamente tecnologico, alterato e discontinuo a livello linfatico.

La comprensione profonda del terroir richiede un’archeologia del sapere viticolo. L’intera architettura dei grandi vini e le gerarchie dei cru storici sono nate prima della grande frattura fillosserica, fondandosi esclusivamente su piante a piede franco. Quando i monaci cistercensi mapparono i suoli della Borgogna, o quando l’editto del 1395 emanato da Filippo II l’Ardito bandì il Gamay definendolo un vitigno “molto cattivo e sleale” a favore del “buon vitigno” Pinot Noir, l’intento non era puramente agronomico, ma filosofico e organolettico allo stesso tempo. Si cercava l’espressione assoluta del luogo attraverso un organismo indiviso.

La stessa Classificazione del 1855 a Bordeaux ha cristallizzato il valore dei più grandi territori del mondo basandosi su vigne franche. Questo dimostra che l’idea stessa di terroir stampata nella memoria collettiva non è un’invenzione dell’enologia moderna, bensì il ricordo di un’armonia biologica perduta, dove la terra parlava direttamente all’acino senza intermediari genetici.

Sotto il profilo strettamente biologico, l’innesto rappresenta una barriera permanente nel sistema vascolare della pianta. La fusione tra il nesto e il portinnesto avviene attraverso un callo parenchimatico di cellule indifferenziate che genera una discontinuità nella connessione xilematica. Questo “collo di bottiglia” idraulico aumenta la resistenza interna e altera il flusso della linfa grezza, ostacolando il trasporto polare delle auxine e degli altri messaggeri chimici.

Dal punto di vista biochimico, l’apparato radicale della vite americana opera come un laboratorio endocrino estraneo: esso sintetizza citochine e acido abscissico secondo schemi genetici propri, inviando alla parte aerea segnali di maturazione e di gestione dello stress idrico parzialmente distorti. Il messaggio della terra viene così tradotto e modificato da un DNA estraneo prima di raggiungere il grappolo.

A livello nutrizionale, la letteratura scientifica evidenzia l’iper-efficienza del portinnesto nell’assorbire il potassio dal suolo. Tale eccesso di cationi si riversa nell’acino, dove l’acido tartarico viene salificato e precipita sotto forma di bitartrato. Il risultato biologico è un innalzamento sistematico del pH del mosto: il vino perde la sua naturale verticalità acida, costringendo la cantina a interventi correttivi massivi che simulano chimicamente una freschezza originaria che la pianta non è più in grado di esprimere.

Nelle istruzioni per l’uso del terroir, l’atto dell’assaggio diventa uno strumento di indagine filosofica e scientifica. Il vino da piante non innestate si distingue per tre precisi vettori sensoriali:

Omeostasi Acido-Base ed Efficacia Sensoriale: Il Vettore Idrogenionico

La conservazione di un pH naturalmente basso nel vitigno non innestato è l’effetto diretto di una regolazione cinetica controllata nell’assorbimento del catione. A livello organolettico, questa stabilità della concentrazione idrogenionica libera si traduce in una stimolazione lineare dei recettori cellulari e dei canali ionici (come i canali PKD2L1) deputati alla percezione della componente acida.

L’assenza di salificazione precoce dell’acido tartarico preserva la forza ionica intrinseca della soluzione idroalcolica. Dal punto di vista reologico e sensoriale, ciò determina una progressione gustativa continua e focalizzata, definibile come “tensione acida nativa”. Questo equilibrio dinamico sostiene la massa del vino senza generare la tipica risposta astringente o disorganizzata riscontrabile quando l’acidità totale viene corretta artificialmente mediante addizioni tardive in cantina.

Sincronia di Fase della Maturazione Polifenolica e Reologia dei Tannini

L’assenza della resistenza idraulica specifica indotta dal callo parenchimatico dell’innesto garantisce la continuità del flusso xilematico e l’integrità del potenziale idrico fogliare. Questa stabilità omeostatica previene i micro-arresti fotosintetici indotti da stress idrico artificiale, consentendo una sincronizzazione ottimale tra l’accumulo glucidico (maturazione tecnologica) e la polimerizzazione dei flavonoidi nei tessuti vacuolari del seme e della buccia (maturazione fenolica).

Ne consegue l’estrazione di proantocianidine ad alto grado di polimerizzazione media (mDP), strutturalmente stabilizzate e associate a frazioni polisaccaridiche endogene. Al palato, queste macromolecole manifestano una ridotta affinità di legame verso le proteine salivari (come la mucina e le PRP), attenuando il fenomeno dell’astringenza grezza e l’attivazione dei recettori dell’amaro (TAS2Rs). La frazione tannica risulta così perfettamente integrata, levigata e priva di monomeri fenolici liberi o composti derivanti da necrosi cellulari o arresti metabolici dell’acino.

Dinamiche Metabolomiche dello Scudo Antiossidante e Protezione del Corredo Volatile

L’integrità del sistema immunitario e radicale della vite a piede franco promuove una sovraespressione dei geni codificanti l’enzima stilbene sintasi, stimolando la biosintesi di composti della classe degli stilbenoidi, tra cui il trans-resveratrolo e i suoi oligomeri, le viniferine. Sotto il profilo chimico, queste molecole agiscono come sistemi redox endogeni ad altissima efficienza, capaci di intercettare i radicali liberi e le specie reattive dell’ossigeno prima che si inneschi la degradazione per via ossidativa.

Questa protezione endogena preserva l’integrità dei precursori aromatici primari, specificamente i monoterpeni liberi e i tioli varietali legati ai gruppi solfidrilici (come il 3-mercaptoesanolo o 3MH). La stabilità cinetica di questo scudo molecolare garantisce una netta purezza del profilo olfattivo e una resistenza intrinseca all’invecchiamento atipico.

Al contrario, la vite innestata, a causa dell’alterazione trascrizionale indotta dal portinnesto, presenta una minore dotazione endogena di questi antiossidanti naturali. Ciò rende la matrice instabile e costringe l’enologia interventista a ricorrere a correzioni esogene massive come, ad esempio, i tannini sacrificali e i derivati di lievito ricchi in glutatione, o a trattamenti fisici di rimozione del potassio, come le resine a scambio ionico, per simulare artificialmente la longevità nativa del piede franco.

Fisiologia molecolare della percezione: Meccanismi recettoriali del pH

La scomposizione sensoriale descritta non risponde a suggestioni estetiche, ma a precise cascate biochimiche che si attivano all’interno della cavità orale. L’assaggio di un vino da Vitis vinifera L. a piede franco stimola i recettori biologici in modo qualitativamente differente rispetto a un vino da pianta innestata, attivando una via di trasduzione del segnale verso il sistema nervoso centrale che il cervello traduce come un’esperienza di freschezza integrata.

Il pH naturalmente basso del piede franco attiva le cellule gustative di Tipo III presenti nei bottoni caliciformi della lingua. La compressione molecolare della freschezza avviene tramite una precisa sequenza elettrofisiologica:

Ingresso dei protoni: Gli ioni idrogeno liberi penetrano nel citoplasma delle cellule di Tipo III attraversando il canale selettivo per i protoni OTOP1 (Otopetrin-1).

Acidificazione citosolica e blocco del potassio: L’afflusso satura l’ambiente intracellulare, provocando la chiusura dei canali del potassio voltaggio-indipendenti (specificamente la famiglia Kir2.1), impedendo la naturale fuoriuscita di potassio dalla cellula.

Depolarizzazione di membrana: La ritenzione forzata dei cationi di potassio all’interno della cellula inverte il potenziale di membrana a riposo, innescando una depolarizzazione cellulare che apre i canali del calcio voltaggio-dipendenti.

Attivazione del complesso PKD2L1: Il canale PKD2L1 (Polycystic Kidney Disease 2-Like 1), un canale cationico non selettivo permeabile al calcio appartenente alla superfamiglia dei transitori di potenziale recettoriale (TRP), funge da modulatore termico, chimico e cinetico dell’impulso. Nelle cellule di Tipo III, il complesso formato da PKD2L1 invia un segnale polarizzato e ad alta frequenza al nervo della corda del timpano (chorda tympani).

Poiché il mosto a piede franco non ha subito la salificazione da potassio indotta dall’iper-efficienza radicale della vite americana, la concentrazione di protoni liberi stabili è massima. L’attivazione di OTOP1 e Kir2.1 è netta e priva di fluttuazioni ioniche. Il cervello riceve un segnale acido geometrico e pulito, non alterato da picchi salini che provocherebbero un’attivazione spuria dei recettori del salato o dell’amaro, e che si traduce nella percezione della “verticalità acida”.

Idrodinamica orale e affinità cinematica dei tannini: Il ruolo delle PRP salivari

L’assenza di micro-arresti fotosintetici nel piede franco, garantita da un flusso idraulico integro, permette la sintesi di proantocianidine ad alto Grado di Polimerizzazione Medio (mDP). La forma e le dimensioni di queste molecole polifenoliche determinano il comportamento reologico del vino a contatto con il fluido salivare.

Nelle maturazioni frammentate dei vigneti innestati, l’astringenza standard è definita dalla capacità dei tannini corti o monomerici di legarsi rapidamente alle proteine ricche di proline (PRP, Proline-Rich Proteins) e alle mucine che compongono il velo lubrificante della mucosa orale. Questo legame idrofobico causa la precipitazione delle proteine, aumentando l’attrito meccanico all’interno della cavità orale. Il cervello interpreta questo incremento d’attrito come una sensazione tattile rugosa, secca e allappante.

Al contrario, le macromolecole tanniche ad alto mDP, tipiche della vite non innestata, possiedono una struttura sterica estesa e flessibile. Quando entrano in contatto con le PRP della saliva, formano complessi colloidali stabili e solubili, anziché aggregati insolubili che precipitano immediatamente. La viscosità e la capacità lubrificante del velo salivare rimangono inalterate. I meccanocettori orali, come i corpuscoli di Meissner, non registrano un aumento della frizione o della rugosità. Al palato, la trama polifenolica viene percepita come vellutata e levigata, poiché il tessuto biologico non subisce lo shock meccanico da precipitazione proteica.

Oggi, per evitare derive ideologiche, la comunicazione del settore ha contrapposto il concetto di terroir assoluto a quello di terroir mediato o condizionato. Si è creata una scissione netta tra la realtà biologica della terra e la narrazione commerciale del vino, insomma, un tentativo di campo largo un tanto al chilo per giustificare l’assenza di coerenza semantica.

La stessa narrazione commerciale del vino potrebbe cominciare a parlare più spesso di acidificazione pre-fermentativa, resine a scambio ionico, utilizzo di ceppi di lievito acidificanti, tannini proantocianidinici ed ellagici, derivati di lievito ricchi in glutatione e di tutti quei processi che raddrizzano in cantina ciò che il portinnesto distorce in vigna. A lor piacendo s’intende. Preservare o reintrodurre il piede franco laddove le condizioni del suolo, tra cui sabbie, altitudini e matrici vulcaniche, lo consentono, non è un esercizio di romanticismo passatista. È una necessità scientifica e filosofica. Significa rifiutare l’omologazione del filtro tecnologico per ritrovare l’archetipo biologico del vino. Solo eliminando la protesi sotterranea possiamo restituire al terroir la sua funzione primaria: essere la voce nuda, pura e indomita della terra che si fa vino. È, in ultima analisi, l’unica via per cui il vino possa dirsi realmente, radicalmente, figlio della terra e della gente che quella terra non ha mai smesso di abitare e difendere.

Toscana, il racconto delle “2 sponde d’Arno”

Presso L’Osteria Cantagallo di Capraia e Limite (FI) è stata presentata alla stampa e alle autorità locali la nuova associazione di produttori “2 Sponde d’Arno“.

In passato era un’area che faceva parte del rinomato Consorzio Chianti Putto. Le due sponde dell’Arno uniscono questo gruppo di produttori per dare impulso, valorizzare e far conoscere questo incantevole lembo di Toscana, territori profondamente legati da un’antica tradizione vitivinicola. Un gruppo di amici, coesi e uniti negli intenti,  pronti a sostenersi ed aiutarsi a vicenda con il comune denominatore di produrre vini di qualità. 

Un’area vocata per la produzione di vino che affonda le sue radici ai tempi degli Etruschi, il vino che beveva a tavola anche la famiglia dei Medici, coloro che hanno contribuito alla sua fama. Già nel 1716, con il Bando emanato da Cosimo III de’ Medici, vennero individuate e tutelate alcune delle zone più vocate alla produzione di vino in Toscana, tra cui territori lambiti dall’Arno, Carmignano, Chianti, Pomino e Valdarno di Sopra.

Un territorio noto e conosciuto,  che meriterebbe una maggiore valorizzazione, anche tramite la strada giusta dell’associazionismo.

Le aziende che fanno parte del progetto “2 Sponde d’Arno” sono: Canneta I Mori di Lastra a Signa, Fattoria Castellina di Capraia e Limite, Fattoria di Piazzano di Empoli, Fattoria Sammontana di Montelupo Fiorentino, Impresa Agricola Colle Paradiso di Limite sull’Arno, Petrognano di Montelupo Fiorentino, Podere La Botta di Limite sull’Arno, Tenuta Cantagallo di Capraia e Limite, Tenuta San Vito di Montelupo Fiorentino e Caffè Negro di Limite sull’Arno. I comuni di produzione ricadono nelle denominazioni Chianti,  Chianti Montalbano e Chianti Colli Fiorentini,  tuttavia si producono anche altri vini sia bianchi,  rosati e rossi con la denominazione Toscana Igt.

Un pranzo servito con prodotti dei vari comuni e piatti territoriali accompagnato da tutta la gamma dei loro vini, disponibili in un unico grande tavolo ha anticipato la degustazione ai tavoli di assaggio.

Ecco alcune brevi nozioni delle aziende ed almeno 1 vino selezionato

Canneta – I Mori si trovano a Lastra a Signa, si estendono su una superficie di 120 ettari  di cui 50 sono vitati e 15 occupati da oliveti. Di proprietà della famiglia Giannelli. Il vino che ho apprezzato di più è: Chianti Riserva I Mori 2021.

Fattoria di Castellina posta a pochi km da Firenze alle pendici del Monte Albano, la superficie complessiva è di 110 ettari di cui 10 di vigneto e 30 di oliveti.  Di proprietà della famiglia Montomoli, oggi alla Guida ci sono Eleonora e Francesco.  Il vino che mi ha colpito di più è:  Chianti Montalbano Riserva 2020.

Fattoria di Piazzano è immersa nella campagna attorno ad Empoli sulla sommità di una collina. La famiglia Bettarini coltiva la vite dal 1948. Giunta alla terza generazione con 34 ettari di vigneto.  Il vino che ho apprezzato di più è:  Chianti Riserva Piazzano 2021.

Fattoria Sammontana di Montelupo Fiorentino, già appartenuta alla famiglia Medici, i vigneti su cui affondano le radici di varietà autoctone ed internazionali e condotte in biologico sono 13.  Il vino che mi è piaciuto di più è: Chianti Superiore Sanfirenze 2022.

Colle Paradiso Impresa Agricola si trova nel Comune di Capraia e Limite sulla riva destra del fiume, i vigneti occupano una superficie di 14 ettari sui complessivi 32. Di proprietà delle famiglie Chiarugi e Priori. La cantina è stata recentemente ristrutturata. Il vino a me più gradito: Chianti Riserva 2021.

Fattoria Petrognano posta nel Comune di Montelupo Fiorentino,  si estende su una superficie di circa 85 ettari, di cui 25 sono vitati. Di proprietà della famiglia Pellegrini,  oggi al timone ci sono Emanuele Pellegrini e Monica Rossetti. Dal 2017 sono certificati biologici. Il vino che maggiormente mi ha colpito: Meme Chianti Superiore 2024.

La Botta a Limite e Capraia produce vini biologici da vitigni autoctoni in una superficie di 3 ettari. Di proprietà della  famiglia Bartolini, oggi gestita da Andrea e Mauro Pagnini.   Il vino maggiormente apprezzato è: Crono 62 Orange ottenuto da Trebbiano.

Tenuta Cantagallo di Capraia e Limite, l’azienda che ci ha ospitato vanta 200 ettari, di cui 30 sono dedicati alla vite. Dal 1970 è di proprietà della famiglia Pierazzuoli. Il vino che ho apprezzato di più è: Chianti Montalbano Riserva Il Fondatore 2020.

Tenuta San Vito di Montelupo Fiorentino vanta 30 ettari di vigneto in una superficie totale di 130. Al timone dell’azienda c’è Neri Gazzulli  nipote del fondatore Roberto Drighi. Fondata nel 1960 e dal 1985 è biologica.Il vino da me molto apprezzato: Madiere Chianti Colli Fiorentini Riserva 2021. 

Caffè Negro è una torrefazione di caffè di Limite sull’Arno. Da 70 anni vengono accuratamente selezionate le miscele. Fondata dai fratelli Negro che ancora oggi porta il loro nome.

A Napoli Taverna La Riggiola presenta il suo menù estivo

La riggiola è la mattonella maiolicata, portata a Napoli dagli Aragonesi nel XV secolo e diventata uno degli elementi tipici dell’architettura partenopea. E’ anche il nome del ristorante di Pietro Micillo nel cuore del quartiere Chiaia: situato al piano strada del palazzo di famiglia in Vico Satriano, internamente è decorato con riggiole dai motivi geometrici risalenti al XVIII secolo.

Una piccola taverna, in cui si alternano gouache napoletane a ceramiche vietresi per riprodurre l’atmosfera calorosa di una casa partenopea, dove Pietro accoglie i propri ospiti. L’occasione per visitarla è stata la presentazione del nuovo menù estivo del locale. La cucina è quella tradizionale napoletana basata sui prodotti dell’orto della famiglia Micillo, che a partire dalla fine dell’Ottocento, è arrivata a coltivare fino a mille ettari tra Giugliano, Dugenta e Melizzano. Oggi Pietro si prende personalmente cura dell’ultimo ettaro  rimasto a Torre San Severino, da cui giornalmente provengono le verdure che lo chef Marco Montella utilizza nella creazione dei piatti presenti a menù.

Il dattero è l’ingrediente di base dell’amuse bouche d’ingresso. Simbolo di ospitalità nella cultura nordafricana, qui lo degustiamo ripieno di crema di caprino e noci. Pietro ci spiega che è un omaggio alla tradizione alimentare mediterranea, le cui origini letterarie vanno ricercate nel Liber de Coquina redatto alla corte di Federico II.

Proseguiamo con un secondo amuse bouche: la baby melanzana in parmigiana. Colta non più lunga di pochi centimetri, è servita con salsa di pomodoro e formaggio, da mangiare in un unico boccone. Una chicca che troviamo a menù grazie all’approvvigionamento quotidiano e diretto dall’orto di proprietà.

A rendere speciale la cucina de La Riggiola è la costante ricerca filologica fatta su antiche ricette a partire dall’epoca di Federico II fino agli scritti del Cavalcanti, che spesso menzionano verdure e legumi rari, sapientemente recuperati da Pietro Micillo.

E’ il caso del fagiolo a Formella, un’antica varietà dalla forma schiacciata e trapezoidale, facilmente digeribile. Unica varietà di fagiolo Lunatus presente in Europa, si trova solo in Campania. Di sapore delicato e vagamente vegetale, lo degustiamo in zuppetta, con crostini, pomodori secchi e sedano.

La cucina de La Riggiola è una vera e propria fucina di idee perché fondamentale è il confronto quotidiano tra Pietro Micillo, Marco Montella e gli altri membri dello staff di cucina nella creazione di nuovi piatti che prendono le mosse dai prodotti della terra.

Così i mezzi paccheri cozze e peperoncini di fiume: un piatto che unisce il mare e la terra, equilibrio di sapori e sensazioni tattili.

Mentre la portata successiva, tagliolini fatti in casa alla Nerano, “mette d’accordo i due partiti”, ci spiega Marco, “quello del parmigiano e quello del Provolone del Monaco: utilizzo entrambi per creare un’emulsione che, insieme all’olio della zucchina fritta, condisce la pasta.” A completare il piatto la baby zucchina, colta appena spuntata nell’orto: un’altra piccola chicca che mette d’accordo la passione di Pietro per la sua terra con la creatività di Marco.

Anche lo studio dei dolci è incentrato su sapori e ricette antiche. D’estate non manca mai il sorbetto per rinfrescare il palato prima di passare alla vera e propria pasticceria. Noi abbiamo assaggiato quello alla fragola, ma Pietro ci parla anche di quello alla feijoa, pianta di origine sudamericana già presente negli orti borbonici di Napoli, o di quello all’anguria arricchito con semini di cioccolato.

“Marco è uno chef molto preparato e di grande esperienza. Ma ancora più importante è la sua qualità umana, i suoi principi”, ci racconta Pietro. Caratteri che si evidenziano nel suo ruolo in cucina: presente ma non ingombrante, lascia libero spazio d’espressione a tutti i membri dello staff. Luca Schiattarella, pastry chef, è l’autore dei panificati, come i vari grissini friabili serviti a tavola, e il creatore del nuovo dolce a menù a noi riservato: la trilogia di bignè. Nocciola, crema chantilly con ciliegia, cioccolato sono i tre gusti, in un crescendo che raggiunge il culmine nella consistenza liquida e fondente della crema di cioccolato.

Chiudiamo la cena con una sorpresa: la collaborazione tra La Riggiola e la pastry chef influencer Valentina Cappiello. Sua è la chiffon cake senza lattosio, con lacrime di cioccolato e coulis di fragole, che ci accompagna al termine della serata. Una coccola soffice e delicata che amiamo immaginare anche come dolce ideale per la prima colazione e rende più che mai vere le parole con cui Pietro Micillo descrive il suo ristorante: “Questa è casa mia, vi accolgo.”

LA RIGGIOLA

Vico Satriano, 12

80121 Napoli

Torna Mytilus Fest a Bacoli, tre giorni dove la cozza è regina!

Da venerdì 3 a domenica 5 luglio a Bacoli (Na), sul porto di Baia, ritorna Mytilus Fest, l’appuntamento dedicato ai mitili, la mitilicoltura e il territorio dei Campi Flegrei. Come recuperare credibilità per un intero settore sconvolto dalla ferita ancora aperta dalla Settimana Santa? Facendo avvicinare la gente, in particolare famiglie e bambini con un evento giunto alla terza edizione, promosso e organizzato dall’Associazione Culturale MSP, guidata da Bruna Manfredonia, in sinergia e collaborazione con il Comune di Bacoli e con il sostegno della Città Metropolitana di Napoli.

L’iniziativa, dedicata alla memoria di Tony Scotto si avvale, inoltre, della preziosa collaborazione di Mitilflegrea e Mytilus Campaniae Organizzazione Produttori, Gal Parthenope e Feampa Regione Campania. Durante i tre giorni si potranno, ad esempio, ammirare le meraviglie della Baia, con laboratori dedicati ai più piccoli e tour dell’imbarcazione Athena Pescaturismo per esplorare i fondali e i resti dell’antica città sommersa.

E poi spettacoli di musica dal vivo che accompagneranno le degustazioni di piatti a base di mitili, dall’antipasto al dolce, proposti da ristoranti e produttori di eccellenza. Bacoli era in passato un punto di stazionamento per fonti termale famose in tutto l’Impero Romano, proprio accanto al porto di Pozzuoli. L’attività del bradisismo, un problema da sempre presente in queste terre fertili, ha comportato lo slittamento sott’acqua di parte delle case antiche, osservabili adesso con apposite navi dal fondo trasparente. Un’emozione unica pensando ai vari mosaici ancora perfettamente integri e alla dimensione del sito archeologico subacqueo in parte inesplorato.

In mezzo, la storia millenaria del mitilo mediterraneo (Mytilus Galloprovincialis) rappresentato persino in alcune monete dell’epoca. Leggende popolari pongono le cozze quale elemento afrodisiaco utile nei rapporti di coppia; in realtà i grandi “spazzini” del mare sono un elemento prezioso e fragile, da tutelare dalle speculazioni e dalla sconsiderata azione dell’uomo. Ogni singolo esemplare è in grado di filtrare fino a 4 litri di acqua marina ogni ora, da cui l’importanza (e anche i rischi) di preservare il più possibile l’habitat naturale dove vengono posti in allevamento.

Presto arriverà il Disciplinare dell’IGP per tutelare i produttori da frodi e conseguente timore del pubblico consumatore. Due i metodi di coltivazione: il primo dai semi legati ad apposite cime, che dura circa 12 mesi ma riesce a fornire un prodotto di qualità superiore; il secondo dall’acquisto esterno di cozze già semilavorate, logicamente con certificato di sanità microbiologica e assenza di patologie dannose per l’essere umano.

Ecco il ricco programma del Mytilus Fest dal 3 al 5 luglio e le indicazioni per partecipare:

Musica live (direzione artistica Andrea Tartaglia)

Venerdì 3 luglio dalle 21.00

Aprono il concerto gli Zerofiltro; a seguire l’esibizione di un collettivo pensato proprio per il Festival: Mytilus All Stars: Jovine, Caso, Tartaglia con Special guest Dario Sansone e ‘O Zulù

Sabato 4 luglio dalle 21.00

Apre il concerto Amy Leah.

Attesissimo concerto di Tommaso Primo con il suo nuovo disco e a seguire si ballerà con la musica di Funkool Orchestra.

Domenica 5 luglio dalle 21.00

Apre il concerto il rapper Mattewh

A chiudere la tre giorni l’energia esplosiva di Ciccio Merolla

Presentano: Francesco Albanese e Margherita Salemme

Area bambini e ragazzi

Laboratori creativi sul riutilizzo dei gusci di cozze, educazione all’economia circolare applicata al mare, narrazioni sulla sostenibilità e consegna ai bambini dell’attestato di ‘Piccolo Ambasciatore del Mare’ certificato FEAMPA Campania. Giochi di un tempo con il Ludobus, divertimento ed animazione con Arcobaleno Animation, villaggi della sicurezza e percorsi ludici con la Fondazione Domenico Cirillo. Trasformazione dei prodotti locali in gustose marmellate a cura di Spicchi Flegrei.

Porto di Baia dalle 18.00

Area Food dove si utlizzerà la pasta del Ventigrani un’eccelenza del territorio

Proposte gastronomiche presentate da: A casa vost, Aguglia, Armonì, Bajos, Borgo 50, Capo blu, Cargo, Essencia, Favorite, Da Fefè, Home PoA, Hosteria Bugiarda, Kuma 65, Il Cantuccio, Il Testardo, La cucina di Venere, La Dimora di Gea, La Dragonara, La Tortuga, Locanda dei re, Mar Limone, Molo Sud, Monkey, Nudibranko, Origini, Paccasassi, Poliphemos, Riccio, Sazio, Sciardac e Tribus. Inoltre le proposte dolci di Blamangieri, Guantiera e Materia Prima.

Area Drink

A cura di N’Artigiana del Birrificio Artigianale Napoletano, Pepsi, Marabà, Consorzio tutela vini dei Campi Flegrei e cantine Carannante

Durante le giornate del 3 – 4 e 5 luglio:

TOUR alla scoperta della Città Sommersa di Baia e del mare di Bacoli

Emozionante giro sulla barca con fondo di vetro di Lomar Dreams, alla scoperta di storie, miti e leggende del mare osservando la splendida costa dei Campi Flegrei e le meraviglie di Baia sommersa. Durante il giro sarà possibile osservare gli impianti di mitilicoltura di cozze e ascoltarne la storia.

Prenotazione Obbligatoria. Info, costi e prenotazioni: 379.24.26.496.

Escursione in SUP (Stand Up Paddle)

Esperienza adatta sia a chi si avvicina per la prima volta al SUP sia a chi ha già dimestichezza con la tavola. Dopo una breve introduzione tecnica e alcuni consigli pratici per acquisire sicurezza e stabilità, si partirà dalla spiaggia di Marina Grande di Bacoli per una suggestiva pagaiata lungo la costa.

La destinazione sarà lo Schiacchetiello, una delle baie più affascinanti e tranquille della zona, dove sarà possibile concedersi una pausa tra un bagno rigenerante e momenti di relax immersi nella natura. Durante il percorso è prevista una sosta nei pressi degli impianti di mitilicoltura, con l’opportunità di conoscere da vicino la tradizione degli allevamenti di cozze che caratterizza il territorio flegreo.

A cura di Spass. Info e prenotazioni: 351.50.44.059.

Visita guidata ai centri di depurazione e spedizioni di Bacoli: Mitiliflegrea e Latomare (Eurofish)

Un viaggio alla scoperta delle cozze di Bacoli, delle loro caratteristiche e delle diverse fasi che ne accompagnano la crescita e la lavorazione. Un’esperienza coinvolgente per approfondire la tradizione della mitilicoltura locale, conoscere i segreti di questa antica attività e ripercorrere la storia del celebre “oro nero” che da generazioni rappresenta una delle eccellenze del territorio.

Mitiliflegrea: Via Cuma 218, 80070 Bacoli (NA). Info e prenotazioni: 328.44.21.592;

Latomare (Eurofish): Via Lucullo 57, 80070 Bacoli (NA). Info e prenotazioni: 335. 52.94.887

Baia Experience

Un’immersione virtuale nella storia dell’antica Baia grazie a 27 visori 4K con contenuti a 360°, disponibili in italiano, inglese e tedesco. I visitatori potranno esplorare le suggestive Terme Sommerse di Punta dell’Epitaffio e vivere un’esperienza coinvolgente tra archeologia, tecnologia e mare.

Durata dell’esperienza: circa 25 minuti.

Prevista una tariffa agevolata dedicata ai partecipanti del Mytilus Fest.

Luogo: Piazza De Gasperi, Baia – Bacoli

Informazioni: baiaexperience.it

Prenotazione: non necessaria.

Tour in barca lungo la costa di Baia

Un’affascinante escursione in mare a bordo dell’imbarcazione Athena Pescaturismo per esplorare i fondali e i resti dell’antica città sommersa di Baia. Durante la navigazione sarà possibile conoscere da vicino gli impianti di mitilicoltura e le tecniche tradizionali utilizzate per l’allevamento delle cozze nel mare flegreo. L’esperienza si concluderà con una degustazione di cozze accompagnata da vino del territorio, per assaporare una delle eccellenze locali. Attività realizzata in collaborazione con la Pro Loco di Bacoli e l’Associazione Guide Flegree.

Alejandro Bulgheroni Family Vineyards, un mosaico di terroir che conquista il Gambero Rosso

Da Chianti Classico a Montalcino, fino a Bolgheri: il gruppo internazionale di Alejandro Bulgheroni celebra a Roma il titolo di “Azienda dell’Anno 2026” assegnato dalla Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso.

C’è una parola che ricorre spesso quando si parla di Alejandro Bulgheroni Family Vineyards: identità. Non quella di un singolo marchio o di un’unica denominazione, ma quella di territori diversi, interpretati con rispetto e valorizzati attraverso una visione imprenditoriale che mette al centro il terroir.

Quando si visita una cantina, il racconto ruota quasi sempre attorno alla figura del vignaiolo o del produttore e alla storia della sua famiglia. Nei grandi gruppi, invece, il proprietario diventa spesso una presenza lontana, quasi mitologica: una figura capace di muovere ingenti capitali ma che raramente si incontra. A parlare delle diverse realtà aziendali sono gli amministratori e le persone che ogni giorno lavorano in cantina. Un racconto certamente interessante, al quale però manca spesso la dimensione più intima e autentica: quella di chi vive il territorio e ne custodisce la memoria.

Fondato dall’imprenditore argentino Alejandro Bulgheroni, il gruppo rappresenta oggi una delle realtà vitivinicole più importanti a livello internazionale, con proprietà in Argentina, Uruguay, Stati Uniti, Australia, Francia e Italia. È proprio la Toscana a costituire uno dei capitoli più significativi della storia di ABFV, grazie a un percorso iniziato nel 2012 con l’acquisizione di Dievole, storica tenuta del Chianti Classico, e proseguito negli anni con investimenti a Montalcino e Bolgheri.

Un progetto che oggi riunisce cinque aziende: Dievole, Podere Brizio, Poggio Landi, Tenuta Le Colonne e Tenuta Meraviglia, accomunate dalla conduzione biologica dei vigneti e da una filosofia produttiva orientata all’espressione autentica dei rispettivi territori.

Una visione che ha trovato pieno riconoscimento nella Guida Vini d’Italia 2026 del Gambero Rosso, che ha assegnato ad Alejandro Bulgheroni Family Vineyards il prestigioso titolo di “Azienda dell’Anno 2026”.

Per celebrare il riconoscimento, il 4 giugno si è svolto a Roma un press lunch organizzato da ABFV, in collaborazione con Gambero Rosso e AB Comunicazione di Anna Barbon. La giornata si è aperta nella raffinata cornice di Idylio by Apreda con una masterclass guidata da Marco Sabellico, curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, e da Enrico Viglierchio, Direttore Generale del gruppo.

Ad introdurre la degustazione, insieme a Viglierchio, sono stati l’agronomo Lorenzo Bernini e lo stesso Sabellico, che hanno illustrato la filosofia produttiva del gruppo e le peculiarità dei diversi terroir toscani.

Il viaggio è iniziato nel Chianti Classico con il Dievole Campinovi 2023, Trebbiano che ha saputo sorprendere per complessità e personalità. Le note fruttate e floreali si intrecciano a sensazioni vegetali, richiami iodati e suggestioni di macchia mediterranea, accompagnate da una vibrante freschezza balsamica.

Con il Dievole Casanova 2023, il Sangiovese si è espresso invece in una chiave contemporanea e immediatamente godibile: ciliegia croccante, spezie leggere, tannino delicato e una beva agile che ne esalta l’eleganza.

Più articolato e profondo il Dievole Novecento Riserva 2021, ottenuto da Sangiovese, Cannaiolo e Colorino provenienti da una singola vigna. Al naso emergono fiori, frutta matura, sottobosco e spezie scure, mentre il sorso mette in evidenza la freschezza e la succosità del Sangiovese, accompagnate da sfumature balsamiche e mentolate.

Il passaggio a Montalcino ha evidenziato due interpretazioni differenti del Brunello.

Il Podere Brizio Brunello di Montalcino Riserva 2019, proveniente dai terreni calcarei della zona sud-occidentale, si distingue per il profilo aromatico ricco di erbe officinali, spezie e frutto rosso integro. Al palato è fresco, sapido e sostenuto da un tannino ben integrato.

Diversa l’impronta del Poggio Landi Brunello di Montalcino Riserva 2019, nato sui versanti settentrionali verso Torrenieri. Qui il Sangiovese assume tratti più raffinati e complessi: ciliegia matura, prugna, liquirizia, humus e radici si fondono in una trama gustativa profonda, fresca e balsamica.

Il percorso si è concluso a Bolgheri, territorio nel quale ABFV ha realizzato uno dei progetti più ambiziosi degli ultimi anni.

Il Tenuta Le Colonne Bolgheri Superiore 2021, assemblaggio di Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon provenienti da vigne affacciate sul mare, esprime un carattere mediterraneo ben definito. Mentuccia, peperone verde e spezie scure introducono un sorso equilibrato, sapido e di grande precisione.

Particolarmente affascinante la degustazione dei vini di Tenuta Meraviglia, azienda simbolo della nuova frontiera bolgherese del gruppo. Qui i vigneti sorgono nell’estremo lembo meridionale di Castagneto Carducci, su terreni caratterizzati dalla presenza di rocce vulcaniche e scheletro.

Il Vigna Pianali 2021, seconda annata prodotta, nasce da una piccola parcella di Cabernet Franc posta a 130 metri di altitudine. Il vino restituisce nel bicchiere tutta la forza del suo terroir: mineralità, freschezza, note iodate e balsamiche accompagnano un frutto avvolgente e maturo.

Apice della degustazione il Maestro di Cava 2020, ottenuto da una selezione delle migliori uve di Cabernet Franc provenienti dalla parte più alta della tenuta. Al naso emergono mora selvatica, grafite, macchia mediterranea ed erbe officinali; il sorso è vellutato, profondo e di straordinaria eleganza, capace di coniugare potenza e finezza.

La giornata è proseguita sulla terrazza panoramica del sesto piano del The Pantheon Iconic Rome Hotel, dove gli ospiti hanno potuto degustare una selezione di vecchie annate in abbinamento ai piatti firmati dagli chef Francesco Apreda e Cammertoni.

Il Carpaccio di Muggine con patate e zafferano ha trovato il suo ideale compagno nel Botro dei Fichi Vermentino 2024 di Tenuta Meraviglia.

Il Risotto alla cipolla rossa, ragù di cortile e foie gras è stato accompagnato dalla Vigna Sessina Chianti Classico Gran Selezione 2018 di Dievole.

Mentre l’Almone di Manzo Affumicato con indivia e prugne è stato proposto in abbinamento a due importanti interpretazioni del territorio: il Chiuso del Lupo Brunello di Montalcino 2016 di Poggio Landi e il Maestro di Cava Bolgheri Superiore 2017 di Tenuta Meraviglia.

Più che una semplice celebrazione, l’evento romano ha rappresentato la sintesi di un percorso che negli ultimi anni ha portato Alejandro Bulgheroni Family Vineyards a imporsi tra i protagonisti della viticoltura italiana. Un progetto capace di unire visione internazionale e radicamento territoriale, nel quale ogni azienda conserva la propria identità contribuendo al racconto di una Toscana ricca di sfumature, tradizioni e paesaggi diversi. Il riconoscimento di “Azienda dell’Anno 2026” appare così come il naturale approdo di una filosofia che non punta all’omologazione, ma alla valorizzazione delle differenze: un mosaico di terroir che trova proprio nella sua pluralità il tratto distintivo più autentico.

Buonissimi 2026, raccolti 268.845 euro nell’evento di beneficenza legato alla lotta ai tumori pediatrici

Una cifra che conferma il risultato straordinario in Campania per l’evento Buonissimi dell’Associazione OPEN OdV, organizzato da Paola Pignataro e Silvana Tortorella in favore della ricerca scientifica.  Il 22 giugno la lunga darsena ha vissuto l’arrivo di migliaia di presenze per conoscere i protagonisti della manifestazione, uniti dalla solidarietà verso i più piccoli e indifesi: quasi 300 postazioni tra cuochi e chef stellati, pizzaioli, friggitorie, paninoteche, pasticcieri, produttori, viticoltori, birrifici artigianali e bartender e un’attenzione  particolare alla sostenibilità e all’offerta senza glutine.

Il risultato di 268.845 euro raccolti riconferma il grande successo di incassi già registrato nella scorsa edizione. Un motivo di orgoglio per tutti, soprattutto perché conseguito in Campania, a testimonianza della straordinaria sensibilità e partecipazione del territorio. Prezioso il supporto del presidente Agostino Gallozzi e di tutti collaboratori  del Marina D’Arechi Port Village. 

La presidente dell’Associazione OPEN OdV, Anna Maria Alfani, commossa sul palco durante i ringraziamenti di rito, ha ufficializzato la conclusione del progetto Editor in collaborazione con il  CEINGE, l’Istituto di Biotecnologie Avanzate dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, che quest’anno avrà a disposizione tutti i fondi necessari per completare l’attività di sequenziamento genomico volto alla prevenzione e cura dei tumori pediatrici. 

Determinante anche il sostegno della Camera di Commercio I.A.A. di Salerno che ha svolto un ruolo significativo nel supportare “Buonissimi”, favorendo il dialogo e l’incontro tra le eccellenze del territorio. Un’azione che ha consentito di avvicinare aziende e produttori agli ospiti e agli chef protagonisti della manifestazione, creando una preziosa rete di relazioni, collaborazioni e nuove opportunità di crescita condivisa.

Il Professore Associato di genetica medica dell’Università Federico II di Napoli e Principal Investigator di CEINGE, Mario Capasso, ha descritto con minuzia la ricerca su oltre 800 pazienti per le mutazioni del DNA presenti in oltre il 12% dei casi e che predispongono i portatori inconsapevoli allo sviluppo successivo della malattia.

Durante la serata è stato consegnato il premio “Franco Ricciardi” alla dott.ssa Fabiola De Gregorio, quale esempio di collaborazione tra clinica e ricerca per l’oncologia pediatrica tra due eccellenze campane come il CEINGE di Napoli e il centro di cura Pausilipon. Roberto Jannelli, Rosario Augusto ed Emiliano Esposito hanno animato sulla Terrazza, tra musica live, cocktail e tanta voglia di divertirsi. Per Paola Pignataro e Silvana Tortorella “Buonissimi 2026 è stato un grande successo, ma la vera soddisfazione è aver visto tanta gente sorridere e stare bene in famiglia in una splendida serata d’amore e gusto”.

Tutte le informazioni e l’elenco completo dei partner e dei sostenitori presenti sono disponibili sul sito www.buonissimi.org.

Vigneto Falconieri, il cru che riscrive il Frascati: verticale 2019–2021

Nel cuore dei Castelli Romani, tra le alture di Monte Porzio Catone, la Cantina Villa Simone continua a tracciare con coerenza e visione uno dei percorsi più interessanti della rinascita del Frascati Superiore DOCG. Un progetto che trova nel Vigneto Falconieri la sua espressione più ambiziosa: un cru pensato per dimostrare, senza compromessi, il potenziale evolutivo e identitario di questo grande bianco laziale.

Incontrare la famiglia Costantini è ogni volta un’esperienza autentica e coinvolgente. Lorenzo, enologo di grande sensibilità e profondo conoscitore della vite e del territorio, affonda le sue radici in una famiglia di vignaioli ed enotecari originari delle Marche. Insieme alla moglie Fulvia e alla figlia Sara, porta avanti con coerenza e passione una tradizione familiare che si traduce oggi nella produzione di vini di grande qualità e identità.

Un vigneto che nasce dalla storia

La storica Villa Falconieri è la protagonista di questa storia. La maggiore delle 12 Ville Tuscolane, fu realizzata per Monsignor Alessandro Rufini Vescovo di Melfi nel 1500, sopra i resti di una villa romana con il nome di Villa Rufina. In seguito, venduta ed ingrandita per volere di Papa Paolo III Farnese nel 1628 passa nelle disponibilità di Orazio Falconieri che la chiamò con il nome di famiglia. In seguito, la proprietà cambiò più volte fino al secolo scorso, dopo la Seconda guerra mondiale divenne edificio pubblico e dal 2016 è la sede dell’Accademia Vivarium Novum.

I terreni circostanti furono venduti e divennero un uliveto che però andò in rovina a causa dell’abbandono. L’acquisizione all’asta del terreno nel 2008 da parte di Lorenzo Costantini e dello zio segna l’inizio di un percorso lungo e complesso. Solo nel 2014, dopo un articolato iter burocratico, si avvia la bonifica di un’area vasta 18 ettari, di cui oggi circa 5,5 recuperati e 4,5 vitati.

Il vigneto è impiantato con una densità di circa 5.000 ceppi per ettaro e vede un dominio quasi assoluto della Malvasia del Lazio (Puntinata), che occupa il 98% della superficie. Il restante 2% è dedicato a un vigneto sperimentale che rappresenta un vero e proprio omaggio alla viticoltura antica: Malvasia di Candia, Trebbiano Toscano, Bellone, Bombino e Greco allevati con sistemi storici come alberello, conocchia e capretta.

Durante i lavori di bonifica, il ritrovamento di una strada romana ha suggellato simbolicamente il legame tra questo luogo e la millenaria storia vitivinicola del territorio.

Una filosofia produttiva controcorrente

La prima annata prodotta è la 2019. Fin dall’inizio, il progetto Falconieri si distingue per scelte tecniche radicali: raccolta manuale in cassetta, selezione accurata delle uve e, soprattutto, tempi di affinamento lunghi e inusuali per la denominazione.

Il vino matura inizialmente per circa due anni in legno, con un uso combinato di rovere e castagno, per poi affinare ulteriormente in bottiglia fino a raggiungere complessivamente cinque anni prima della presentazione. Una scelta che implica materia prima impeccabile e un controllo enologico rigoroso.

Le prime esperienze con il castagno, in particolare nella 2019, hanno portato a una riflessione importante sul ruolo del legno. Dalla 2020 si passa quindi a un approccio più misurato: fermentazione e affinamento in botti da 5 ettolitri in rovere e acacia, con l’obiettivo di esaltare il vitigno senza sovrastrutture.

La verticale: tre annate, un’identità che si definisce

La degustazione delle annate 2019, 2020 e 2021 attualmente non ancora in commercio, si configura come un racconto tecnico ed emozionale insieme, capace di restituire l’evoluzione stilistica del progetto.

2021 – L’equilibrio raggiunto

Annata di riferimento per il progetto Falconieri.

Nel calice, la 2021 segna un punto di arrivo. Il naso è ampio, stratificato, tra fiori e frutta gialla, con delicate sfumature speziate. In bocca è fresco, minerale, sapido, con una tensione che allunga la beva e una chiusura elegante, dove il legno accompagna senza mai sovrastare. È, nelle parole di Lorenzo, l’annata dell’equilibrio raggiunto. Il legno è perfettamente integrato, contribuendo alla complessità senza mai sovrastare il profilo varietale. È l’annata che rappresenta il punto di sintesi tra vitigno, territorio e tecnica.

2020 – L’annata della transizione

Un millesimo di passaggio, fondamentale per la definizione stilistica.

La 2020 racconta invece una fase di transizione. Elegante e fresca, con richiami alla frutta gialla matura, porta con sé una presenza del legno ancora evidente, quasi a testimoniare un momento di ricerca, di aggiustamento stilistico. Qui il legno risulta ancora percepibile, elemento che ha spinto la cantina a rivedere l’approccio nelle annate successive. Rimane però un vino armonico, che testimonia la fase di ricerca.

2019 – L’origine del progetto

La prima annata, il punto di partenza.

La 2019, prima annata, si presenta più opulenta, con una struttura importante e una sapidità che emerge con decisione, sostenuta da una buona freschezza. È il punto di partenza, il primo passo di un cammino che si sarebbe poi affinato negli anni successivi.

L’influenza del legno di castagno, si avverte inmodo più evidente, contribuendo a un profilo più ricco e materico. È un vino che racconta l’inizio del percorso, con tutte le sue scelte ancora in fase di definizione.

Due sorprese fuori degustazione

A completare l’esperienza, due vini che ampliano la prospettiva sul potenziale della cantina.

Vigneto Filonardi 2016


Da Malvasia del Lazio e Malvasia di Candia, con una piccola quota fermentata in barrique e successivamente riassemblata. Profondo e complesso, con eleganti note affumicate. Strutturato, armonico, capace di sorprendere per longevità e finezza.

Cannellino di Frascati 2014

Ambrato e luminoso, con profumi di cedro candito e fiori appassiti, capace di coniugare dolcezza e freschezza in un sorso armonico, attraversato da quella tipica mineralità vulcanica che è firma inconfondibile del Frascati.

Un nuovo racconto per il Frascati

La verticale del Vigneto Falconieri va oltre la semplice degustazione: è la testimonianza concreta di un cambio di paradigma. La famiglia Costantini, marchigiana d’origine ma profondamente legata a questo territorio, interpreta il Frascati non più come vino immediato, ma come espressione complessa, stratificata e capace di evolvere nel tempo. Un progetto che affonda le radici nella storia, fino a incontrare una strada romana, e che guarda avanti con lucidità. Perché oggi, nel calice, il Frascati può finalmente tornare a essere ciò che è sempre stato: un grande vino.