Ciliegiolo di Maremma e d’Italia

A Sorano (Gr) dal 15 al 17 giugno si è svolta la seconda edizione della kermesse “Ciliegiolo di Maremma e d’Italia”. L’ appassionante appuntamento dedicato al Ciliegiolo in purezza ha avuto luogo nella cornice dell’ incantevole Fortezza Orsini di Sorano.

Tre giorni per scoprire questo singolare vino con etichette sia di produttori maremmani sia di altre zone del Belpaese. La domenica ed il lunedì i battenti della Fortezza sono stati aperti al folto pubblico di appassionati e operatori del settore. Evento organizzato dal Consorzio di Tutela Vini della Maremma Toscana, di cui Francesco Mazzei è Presidente, in sinergia con il Ciliegiolo Academy, Ciliegiolo d’Italia e FISAR Colline Maremmane.

Il Ciliegiolo è una varietà autoctona che viene allevata da sempre in Toscana; in passato è stato utilizzato in assemblaggio con altri vitigni, soprattutto con il parente Sangiovese, per dare origine a vini di gran frutto e contenuta potenza tannica. Riscoperto e valorizzato da qualche decennio come solista e protagonista assoluto in bottiglia, in Maremma ha trovato un territorio ideale e condizioni propizie per essere anche prodotto in purezza con risultati qualitativi notevoli. Molto diffuso anche in Umbria nella zona di Narni e poi nelle Marche, in Liguria, in Emilia Romagna, nel Lazio, in Abruzzo, in Basilicata e in Puglia. Si ipotizza che potrebbe essere arrivato in Italia dalla Spagna, dal ritorno di alcuni pellegrini dal Santuario di San Giacomo di Compostela. Tra le parentele, oltre a quella del Sangiovese, spicca anche quella con l’Aglianicone, seppur solo sulla carta non riferendosi al clone più famoso, quello del Cilento, di differente origine.

Vino dotato di una buona capacità d’invecchiamento, il Ciliegiolo fornisce a livello sensoriale, l’impatto di colore rosso rubino intenso con riflessi che virano sul violaceo da giovane; al naso, come suggerisce il nome, la ciliegia è il sentore principale, per poi continuare su note di rosa, frutti di bosco, agrumi e spezie dolci. Gusto decisamente fresco, dalla trama tannica setosa, equilibrato, coerente e persistente.

Tra i migliori assaggi delle 57 etichette presenti abbiamo selezionato:

Toscana Igt  Ciliegiolo 2023 Antonio Camillo

Belguardo Ciliegiolo Maremma Toscana Doc Ciliegiolo 2023 Belguardo

Satus Maremma Toscana Doc Ciliegiolo 2021 Cantina La Selva

Maestrale Maremma Toscana Doc Ciliegiolo 2023 Fattoria Mantellassi

Sommo Maremma Toscana Doc Ciliegiolo 2023 Girasasso

Rotulaia Toscana Igt Ciliegiolo 2023 Rascioni & Cecconello

San Lorenzo Maremma Toscana Doc Ciliegiolo 2021 Sassotondo

Briglia Maremma Toscana Doc Ciliegiolo 2022 Terre dell’Etruria

Toscana Igt Ciliegiolo 2020 Fattoria Fibbiano

Senza Rete Ciliegiolo Costa Toscana Igt 2021 Senza Rete

Ràmici Ciliegiolo di Narni Igt 2021 Leonardo Bussoletti

Grazie a Simonetta Gerra e Giulia Ledda di ZeddCom per aver organizzato il tour in maniera impeccabile; parole di elogio anche per il Consorzio e tutti gli organizzatori: dal Residence Le Querce, posto a poca distanza dalla suggestiva Fortezza, al Ristorante Caveau di Pitigliano e ad Agriristoro dei Fratelli Pira di Ischia di Castro (Vt) per le squisite cene, abbinate con i vari Ciliegiolo.
Prima di ripartire infine, la Masterclass condotta dal Wine Consultant Christian Roger con 8 etichette, di cui 4 Ciliegiolo italiani e 4 provenienti dalla Francia, ha concluso questo meraviglioso press tour facendo comprendere al meglio le potenzialità di questo vitigno.

I vini di GagiaBlu: 2 passi in Maremma

E dire che vivevo proprio lì a Roselle (GR), a pochi passi dall’azienda agricola GagiaBlu. Erano gli anni dei miei trascorsi toscani, anni di gavetta e di crescita professionale quella degli esami che non finiscono mai. Momenti indelebili, cristallini come la quiete della Maremma grossetana, vicina al mare, mai dimentica delle proprie origini contadine.

Terre, una volta, quasi ovunque immerse in acquitrini, il cui retaggio rinverdisce nella Riserva Naturale Diaccia Botrona, zona umida con biotipi di rilevanza nazionale. Dopo le Bonifiche leopoldine del ‘700 completate a metà del secolo scorso dall’Ente Maremma, il paesaggio venne interamente rimaneggiato, consentendo ampi pascoli per la pastorizia e le coltivazioni. I butteri, che ancor si scorgono da queste parti, rappresentano un simbolo resistente e un po’ anacronistico, forse come il carattere degli abitanti del luogo: tra il serio e il faceto, tra il burbero e il sanguigno, ma sempre vero e autentico.

In un simile contesto, lungo la via che da Roselle conduce verso Istia d’Ombrone si erge una collina che domina la pianura circostante, ove i suoli presentano una maggior percentuale di alberese, argille e sabbia. Al centro di essa, le vigne di GagiaBlu acquisiscono i colori tenui del sole toscano di fine primavera, cullate dalla brezza di mare che non manca mai. Laura Moriello, proveniente da altri luoghi e altro lavoro, decide di puntare su un sogno di vecchia data, quello dell’infanzia vissuta tra gli odori dei pini e il sapore della salsedine. Un investimento compiuto assieme al marito Flavio, che ha visto l’impianto dei vigneti nel 2018 e la costruzione ex novo della cantina di vinificazione.

Laura Moriello titolare di GagiaBlu

Gabriele Gadenz l’enologo sin dalla prima ora, scelto per fare da guida ai coniugi inesperti del mondo agricolo, eppure subito acclimatati alla perfezione nelle vesti di vigneron appassionati. I vini sono “in divenire”; di certo la zona produttiva risente di una mancanza identitaria rientrante nei canoni commerciali preferiti dai mercati. Su cosa puntare allora? Sulla valorizzazione al meglio delle varietà d’uva impiantate.

Vermentino, Sangiovese, Ciliegiolo e l’internazionale Merlot, presente spesso nei blend celebrati dai Supertuscan e qui realizzato in purezza. Ho avuto il piacere di rituffarmi tra i ricordi piacevoli di un tempo e assaggiare i loro vini grazie all’amico e collega giornalista Alessandro Maurilli. Interessante la verticale di Vermentino, cosa abbastanza inusuale nelle degustazioni tecniche; ancor più interessante l’abbinamento con i piatti proposti dallo Chef Claudio Sadler, una Stella Michelin.

Chef Claudio Sadler

La degustazione dei vini di GagiaBlu per la stampa

Vermentino 2023: veemente e nervoso, frutto dell’annata a tinte fosche vissuta tra piogge quasi invernali a giugno inoltrato ed un’estate torrida e afosa. Il frutto e morbido e mieloso, un mix tra sentori tropicali e burrosi. Bisogna attenderlo ulteriormente in bottiglia. Caloroso.

Vermentino 2022: ottimo, di grande aderenza al varietale e dalla buona prospettiva. Spiccato il finale minerale unito a nuance officinali e floreali tra timo, maggiorana e zagara leggermente essiccata.

Vermentino 2021: frammenti idrocarburici da vino d’Oltralpe, con acidità calante proprio nel momento migliore: il centro bocca. Non si può pretendere oltre da un prodotto voluto per offrire bevibilità e immediatezza, ma colpisce comunque per l’eleganza del frutto maturo fuso tra albicocca, ananas e mango.

Giové 2021: un Sangiovese che deve difendersi dall’immagine offerta nell’immaginario collettivo di altre Denominazioni. Ci riesce bene, succoso quanto basta grazie anche all’assenza di contenitori di legno per la maturazione. Solo acciaio e vetro per andare a tutto sorso tra note di ribes, violetta, ciliegia croccante e tannini fitti e ben assortiti.

Frà Merlot 2021: il più intrigante in termini di potenziale è anche il più incompreso. La vintage non gli rende giustizia, forse eccessivamente calda persino per lui. I toni restano ancora verdi e crudi, tali da suggerirne lunga attesa in vetro prima di essere rivalutato. Eppure quella mora di bosco sottostante e quel tocco di balsamico promettono grandi cose, magari in annate maggiormente armoniose.

GagiaBlu: buona la prima!

OlivitalyMed, la prima edizione della manifestazione sull’Olio Extravergine d’Oliva nel ricordo di Stefano Squeglia

Nello splendido Castello Medievale di Rocca Cilento nel comune di Lustra (SA), affacciato sul panorama mozzafiato della valle dell’Alento, si è tenuto a battesimo OlivitalyMed 2024, la prima edizione di una tre giorni (4-5-6 maggio) dedicata all’olio extravergine d’oliva, alla dieta mediterranea e alle eccellenze del Cilento.

Da un’idea dello scomparso imprenditore Stefano Sgueglia, nata in occasione dell’inaugurazione del Castello di Rocca di Cilento nel 2022, nel tentativo di organizzare una rassegna sull’esempio di Vinitaly dedicata alle eccellenze agroalimentari del territorio. Originario di Telese e già proprietario, con la sua famiglia, del Castello di Limatola, Stefano, ha acquistato quest’ulteriore Castello nel 2016 e dopo importanti interventi di recupero, l’ha restituito ai turisti e ai visitatori di passaggio sull’antica via tra Paestum e Velia.

Uno spettacolo unico dove l’opera dell’uomo riesce a integrarsi molto bene con la natura. Il Castello è ora un’incantevole struttura ricettiva condotta dalla moglie Giuseppina Martone e dai figli Tonio e Piera Sgueglia, con eleganti camere, SPA, ristorante e sale da adibire a conferenze, eventi e cerimonie.

Siamo stati presenti all’inaugurazione della rassegna, assistendo all’emozionante taglio del nastro nella corte interna da parte di Giuseppina e della figlia Piera, visibilmente commosse dall’affetto dimostrato dalle numerose persone presenti, compresi celebrità come il Maestro Peppe Vessicchio e diverse personalità istituzionali, tra cui Luciano D’Aponte per la Regione Campania e docenti ed esperti dell’agroalimentare, dell’olio extravergine d’oliva e della dieta mediterranea.

Altrettanto emozionante è stata l’apertura dei lavori del convegno ad opera dell’altro figlio Tonio,
con la proiezione di un video risalente all’ottobre 2023, nel quale un commosso Stefano, partecipava alla presentazione alla stampa e alle istituzioni della sua creatura, OlivitalyMed. I primi a prendere la parola sono stati rispettivamente il Sindaco di Lustra Luigi Guerra, il Sindaco di Capaccio Paestum Francesco Palmieri e il Sindaco di Pollica Stefano Pisani. Comunicare in modo corretto la ricchezza di produrre un olio EVO territoriale e di grande qualità, a cui riconoscere il giusto valore dei sacrifici delle famiglie di olivicoltori e scongiurare l’abbandono degli oliveti è l’obbiettivo chiave di simili iniziative.

È lui il vero protagonista, il succo del frutto dell’olivo, l’olio extravergine d’oliva, un prodotto naturale che si definisce tale se ottenuto dalla prima spremitura di olive attraverso processi meccanici a freddo, senza far ricorso all’uso di sostanze chimiche, che preservino sapore, aroma e
sostanze bioattive, la cui acidità rientri in determinati valori. Ci potremmo chiedere se l’olio extravergine di oliva sia un condimento; la risposta è certamente affermativa, ma è anche un alimento e un potente nutraceutico.

Sulla sua importanza alimentare e sulle sue virtù salutistiche si è incentrata la seconda parte degli interventi: il professor Raffaele Sacchi Ambasciatore della Dieta Mediterranea per il Museo di Pollica e Coordinatore del Corso di Laurea triennale in “Scienze Gastronomiche Mediterranee presso l’Università degli studi di Napoli Federico II di Portici, ha sottolineato come la ricerca abbia identificato l’insetto più antagonista della mosca olearia, il Myopites Stylata, ospite svernante della pianta Inula Viscosa, che va così diffusa negli incolti delle aree olivetate.

Il professor Claudio Di Vaio del Dipartimento di agraria dell’Università di Portici che ha parlato della ricchezza e della biodiversità varietale dell’olivo in Italia rispetto agli altri paesi Europei, nonché dei marchi DOP e IGP della Campania: il dottor Luigi Leo, quale Direttore Oncologia Asl NA 3 Sud e Oncologo dell’Ospedale dei Colli Monaldi di Napoli, con l’affermazione “la salute dell’uomo dipende da ciò che mangia” ha voluto sottolineare le proprietà dell’EVO, un alimento funzionale con effetti benefici su una o più funzioni fisiologiche dell’essere umano, contribuendo a migliorare il suo stato lo stato di salute e a ridurre il rischio di insorgenza delle malattie correlate al regime alimentare.

ll direttore del Centro Ricerca CREA Enzo Perri che ha riportato dei dati relativi all’attuale all’analisi dell’economia agraria; il biochimico e patologo microbiologico, specialista in Scienze dell’alimentazione e autore di pubblicazioni scientifiche Michele Scognamiglio, hanno segnalato l’importanza dell’EVO quale antinfiammatorio naturale, assolvendo la frittura se fatta con l’olio extravergine di oliva, dimostrando perché sia da preferire a quella con altri oli. Infine, l’intervento della dottoressa Ivonne Tonani Tomasoni, Interface Manager dell’azienda di cosmetici REDOFVIEW, che ha parlato dell’importanza dell’EVO nella Dermocosmesi, fin dagli antichi Egizi.

Per l’occasione è stato presentato anche il Premio OlivitalyMed 2024, realizzato dall’artista
Angelo Casciello
. Un convegno intensissimo e interessante, con vari produttori oleari campani,
perlopiù cilentani. Un ringraziamento sincero alla famiglia Sgueglia per l’organizzazione.

Bellissima anche l’idea della cena a fine serata con tutti gli amici presenti per testimoniare il loro affetto e stima nei confronti di Stefano.
Arrivederci al prossimo anno.

VitignoItalia 2024 alza i sipari alla Stazione Marittima di Napoli ed è subito un successo di pubblico e operatori del settore

Prima giornata di VitignoItalia ospite, per la sua XVIII edizione, della Stazione Marittima di Napoli. 20Italie presente all’inaugurazione con gli autori Ombretta Ferretto e Carmela Scarano.

Grande partecipazione di pubblico per le oltre 300 cantine presenti, molte non regionali, che sempre di più investono nel mercato campano: VitignoItalia rappresenta una finestra su una regione come la Campania sempre più attenta ai vini provenienti da tante Denominazioni italiane. 

Grande soddisfazione di Diego Tomasidirettore Consorzio del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene – protagonista della prima masterclass della giornata: “È una novità la nostra presenza come Consorzio a questa manifestazione. Non mi aspettavo così tante persone interessate e desiderose di capire che il Prosecco non è solo una denominazione generica, ma incarna l’essenza di un’areale storico, costituita da 3000 cantine e altrettante famiglie. Oggi siamo venuti qui a raccontare questa bellissima storia “.

Forte la presenza campana con produttori da sempre presenti e nuovi arrivi. 

“Per la cantina di Solopaca un evento come Vitigno Italia rappresenta l’occasione per far conoscere al pubblico i progetti di ricerca e lo studio dietro alcune delle nostre etichette, come le macerate di falanghina”, ci racconta Rosa Falluto di Cantina di Solopaca, soddisfatta dell’affluenza di un pubblico attento e preparato. 

Per la giornata di oggi previste altre masterclass tra le quali una verticale di “Plenio” Verdicchio dei Castelli di Jesi di Umani Ronchi.

Ed è solo l’inizio, ne vedremo delle belle nei giorni a seguire.

Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest – day by day: giorno 1

Ci sono territori che si smarcano da qualsiasi contesto enogastronomico produttivo. San Gimignano ha sempre giocato un doppio ruolo in Toscana: quello di uno dei borghi più belli d’Italia (e del mondo) e quello dell’essere un Comune ad alta densità di aziende impegnate nel settore agroalimentare. Prodotti tipici, contornati da aneddoti storici ineguagliabili e, naturalmente, il vino Vernaccia di San Gimignano cui si ispira l’evento Regina Ribelle Wine Fest.

Due giorni densi che hanno registrato la presenza di 1000 wine lover ed oltre 90 giornalisti italiani e stranieri, con un programma ricco di degustazioni itineranti per il centro storico della città, ma anche wine tasting e laboratori di abbinamento cibo-vino con i prodotti tipici toscani. All’ombra delle numerose Torri tutto sembra più bello, in una calma serafica che solo le colline toscane sanno donare al visitatore. Piccole botteghe, viuzze ed anfratti dove i colori si mescolano tra di loro, con le sfumature tenui della luce primaverile.

Il Presidente del Consorzio del vino Vernaccia di San Gimignano Irina Strozzi

Il Presidente del Consorzio del vino Vernaccia di San Gimignano, Irina Strozzi, ha aperto ufficialmente la manifestazione nella suggestiva Sala comunale di Dante, ripercorrendo la lunga storia di questo antico vitigno, senza dimenticare le sfide del presente e del futuro, a partire dai cambiamenti climatici. Presentata la non semplice annata 2023, particolarmente complessa per tutte le denominazioni italiane; proprio in questo difficoltoso andamento climatico, la Vernaccia di San Gimignano ha dimostrato un sorprendente “colpo di reni” con vini godibili, succosi e serbevoli, come scritto nell’articolo Anteprima Vernaccia di San Gimignano Wine Fest “Regina Ribelle”.

Il Consorzio nasce il 3 luglio 1972 per volontà di alcuni viticoltori e nel 1993 ottiene l’ambita Denominazione di Origine Controllata e Garantita per la Vernaccia di San Gimignano, mentre è del 1996 la DOC San Gimignano Rosso. L’idea proposta è stata vincente: unificare il momento delle valutazioni critiche per la stampa a quello della conoscenza del territorio con visite in cantina e molti momenti di confronto tra produttori ed esperti di settore.

Dal lontano 1276, anno della prima menzione della Vernaccia di San Gimignano, il percorso secolare l’ha vista sempre come grande protagonista dell’eccellenza da un platea di grandi della storia come Dante, Michelangelo, Boccaccio, Redi, Manzoni, Chaucer Deschamps, Francis Scott. Il vino dei Papi e dei Signori potenti dagli appena 768 ettari iscritti al Registro Nazionale.

L’enologo Ovidio Mugnaini

Regina Ribelle ha ospitato anche il prestigioso Premio Gambelli, assegnato ogni anno al miglior enologo under 40, promosso da Aset Toscana (Associazione Stampa EnoGastroAgroAlimentare Toscana) in ricordo del maestro assaggiatore Giulio Gambelli, assegnato stavolta a Ovidio Mugnaini, giovane enologo toscano dell’azienda La Sala del Torriano.

Un rosso vestito di bianco, dal sapore potente, genuino, pieno di corpo e sensazioni fresche, dal finale quasi tannico, ma che ben si adatta alla versione spumantizzata ed a contenitori differenti dal cemento all’acciaio, al legno e persino alla terracotta. Sono stati 37 i vitivinicoltori presenti ai banchi d’assaggio per 37 anime “ribelli” diverse. Nulla sarebbe stato possibile senza un’adeguata interazione con la Regione Toscana, presieduta da Eugenio Giani e con l’Amministrazione Comunale grazie al sindaco Andrea Marrucci.

Da sinistra il sindaco di San Gimignano Andrea Marrucci, il vicepresidente della Regione Toscana Stefania Saccardi ed il Presidente Eugenio Giani

Le giornate a tema si sono concluse con una cena di gala allestita nello scenografico Chiostro di Sant’Agostino e curata dai ristoranti di San Gimignano Linfa e San Martino 26. Durante la serata sono stati anche presentati i piatti artistici delle edizioni 2023 e 2024 dedicati a Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest creati dalla ceramista locale Silvia Berghè, dedicati al connubio tra vino, artigianalità e gastronomia.

Nel prossimo articolo vi racconteremo il momento più entusiasmante del tour: quello delle visite in cantina, in attesa della prossima edizione di Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest che si terrà dal 14 al 18 maggio 2025 a San Gimignano.

Piemonte: ReWine Canavese, l’evento per scoprire lo spirito artigianale dei Giovani Vignaioli Canavesi

Dal 17 al  19 maggio a Ivrea ha avuto luogo la quarta edizione di ReWine Canavese, organizzato dai Giovani Vignaioli Canavesani (GVC) con la preziosa collaborazione del direttore artistico Nello Gatti.

Tre giorni dedicati alla stampa per far conoscere meglio questo affascinante lembo di Piemonte. Il primo giorno è stato contraddistinto da un bel tour nel suggestivo borgo di Carema per recarci sotto i pergolati di Nebbiolo, ove molte viti sono a dimora da oltre mezzo secolo. Gian Marco Viano, presidente dell’Associazione ci ha fornito importanti informazioni sulla singolare enclave; siamo entrati in un edificio storico, recuperato e restituito alla Comunità, il Gran Masun, centro di valorizzazione del vino Carema e dopo aver assistito ad una proiezione sul territorio abbiamo degustato i vini della Doc.

Un numero relativamente esiguo di produttori, 10 per la precisione, coltivano e producono vino in un’estensione totale di 22 ettari vitati. Le vigne sono poste su terrazzamenti con muretti a secco e la vite è  allevata con il sistema a Pergola del Caremese, sorretta da pilastri troncoconici in pietra e calce, tipici del territorio, in loco chiamati “pilun”: le sue pietre immagazzinano calore e lo distribuiscono durante le ore notturne.

Il vitigno allevato è il Nebbiolo varietà Picotendro, capace di dare origine a vini freschi e dotati di una straordinaria piacevolezza di beva. I vigneti sono posti a forma di anfiteatro con suoli sabbiosi derivanti dal disfacimento delle morene dell’antico ghiacciaio. Un meraviglioso lembo di terra che si è ampiamente meritato il titolo di Presidio Slow Food. Le altimetrie dei vigneti si attestano fra i 350 e i 700 metri s.l.m. Carema è inoltre  attraversata dalla via Francigena.  A livello sensoriale il vino è di un bellissimo colore rosso granato intenso e  molto trasparente, al naso giungono sentori di rosa, lampone, frutti di bosco, polvere di caffè e tabacco, al palato è fresco e setoso, coerente e persistente. 

La degustazione

Cantina Produttori di Carema 2020 – Sprigiona sentori di rosa, amarena, e spezie dolci,  sorso setoso e armonioso. 

Cantina Togliana  Riserva 2020 – Emana note di frutti di bosco maturi, noce moscata e sottobosco,  gusto avvolgente e decisamente persistente. 

Sole e Roccia Monte Maletto 2020 – Rivela note di lamponi, ribes e sentori balsamici, avvolgente,  pieno ed appagante. 

Sorpasso 2020 – Si percepiscono sentori di ciliegia sotto spirito, arancia sanguinella, liquirizia e tabacco. Avvolgente, generoso ed armonioso. 

Muraje 2020 – Libera note di rosa, lampone e sussulti balsamici e speziati; il sorso rimane in bocca a lungo, è setoso e leggiadro. 

Turris Nuove Tradizioni 2021 – sentori di violetta, frutti di bosco e mora di rovo, fresco, pieno ed invitante.

Rubiolo Alberand 2021 – Giungono al naso note di viola, amarena e fragola, dai tannini setosi e dal finale duraturo. 

Toppia Figliej 2021 – Rivela sentori di rosa, frutti di bosco e menta. Sorso accattivante e duraturo.  

Broglina Kalamass 2021 – con sentori di ciclamino, mora, tabacco e liquirizia, regala un palato fine e rotondo.

Gasparre Buscemi 1986 – Un vino ancora in forma smagliante, davvero sorprendente, piacevole e lungo su nuance terziarie di tabacco dolce e cioccolato. 

Il secondo giorno è  iniziato con una tavola rotonda incentrata sul tappo a vite in comparazione con il tappo di sughero. Sul palco della Sala Santa Marta d’Ivrea, vi erano l’azienda Gaula Closures, rappresentata da Emanuele Sansone con gli “Svitati”: Walter Massa, Sergio Germano, Luca Rostagno della Cantina Matteo Correggia e Monica Laureati, Professore associato dipartimento di Scienze per gli alimenti dell’Università di Milano e Daniele Lucca, speaker di Wine Voice Radio & Podcast.

Una masterclass che ha ben chiarito la funzionalità del tappo a vite, senza demonizzare quello in sughero. Nei vari interventi sono emersi i vantaggi sia per i vini stessi (o perlomeno alcuni di essi) sia per la sostenibilità produttiva. In Italia, nostro malgrado, il tappo a vite gode ancora di una scarsa reputazione, ma viene molto più utilizzato nel nord Europa e in molti paesi del nuovo mondo. Nei vini bianchi sembra dimostrare di essere più indicato: i vini erano più freschi e piacevoli al palato. Per quanto riguarda i rossi è stato il tappo di sughero a dimostrare di avere maggiore capacità di affinamento, pur in un dibattito ancora molto aperto.

I vini proposti

Derthona 2017 Vigneti Massa

Monleale 2017 Vigneti Massa 

Langhe Sauvignon Doc 2007 Matteo Correggia 

Roero Riserva Roche d’Ampsej Docg Matteo Correggia

Riesling Herzu Langhe Doc 2016 Ettore Germano

Nebbiolo Langhe Doc 2016 Ettore Germano 

Dopo una pausa pranzo siamo tornati nella Sala Santa Marta per un focus ed una degustazione guidata di 8 etichette di Erbaluce. Varietà d’uva a bacca bianca che ha trovato la sua terra di elezione nel Canavese, conosciuto come Erbaluce di Caluso. In passato veniva prodotto nella tipologia Passito. Oggi si sono aggiunte anche le tipologie secco e spumante prevalentemente ottenuto da Metodo Classico. Un’uva capace di donare ai vini una buona acidità. 

Il Canavese è un ampio territorio circondato da laghi, castelli, suggestivi borghi e boschi, e verdi valli in provincia di Torino, nella parte nord e nord-est, confinante con la Valle D’Aosta, ricadente anche una piccola parte nelle province di Biella e Vercelli. Un anfiteatro naturale originato dal discioglimento delle morene dell’antico ghiacciaio, con suolo sabbioso, ricco di potassio e fosforo. Il clima alpino è caratterizzato da notevoli  escursioni termiche tra il giorno e la notte. La forma di allevamento è la pergola canavese, tuttavia è molto diffuso anche il guyot semplice. Due sono le Denominazioni: la Doc Canavese e la Docg Erbaluce di Caluso. I vitigni maggiormente coltivati oltre al Picotendro e L’ Erbaluce, sono la Barbera, la Vespolina e l’Uva Rara. 

I vini degustati dell’annata 2021

Canavese Doc Bianco Mezzavilla Terre Sparse – Al naso giungono note di camomilla, albicocca e mandorla. Saporito, coerente e lungo.

Vino Bianco Vecchie Tonneaux Monte Maletto – Emana sentori di zagara, pera e mela cotogna, fresco, avvolgente e persistente. 

Caluso Docg Anima Dannata La Masera – Nuance di mela, frutta tropicale e erbe aromatiche, pieno sapido e durevole. 

Calusco Docg Etichetta Nobile La Campore – Sprigiona sentori di zagara,  ananas ed erbe di campo. Rinfrescante e duraturo. 

Calusco Docg San Martin – Libera note di mela, pera Williams e banana. Sorso vibrante, avvolgente e coerente. 

Calusco Docg Primavigna Roberto Crosio – Dipana sentori di fiori di camomilla, zagara e ananas, dal gusto dinamico e invitante.

Calusco Docg Galattica Fontecuore – Rivela note di fiori di campo, banana, agrumi e menta. Saporito, armonioso e leggiadro. 

Calusco Docg Scelte d’Ottobre  Cantina 336 – Rimanda a sentori di mela cotogna, vaniglia e liquirizia. Pieno e appagante.  

All’auditorium Mozart d’Ivrea si è svolto un convegno “Spirito artigianale e cultura collettiva: con uno sguardo verso il futuro”. Sono intervenuti Riccardo Boggio, giovane vigneron, Gaspare Buscemi, enologo artigiano, antesignano del comprensorio, Alberto Alma professore di Entomologia Generale e applicata, Laura Donadoni, scrittrice, giornalista e wine educator, e Daniele Lucca, speaker di Wine Voice Radio & Podcast.

Il titolo già suggerisce gli argomenti trattati, ha preso la parola anche Oscar Farinetti, imprenditore di successo, patron di Eataly e titolare di iconiche aziende vitivinicole italiane, un intervento molto apprezzato da parte di tutti, un decalogo finale per ottenere successo con interessanti riferimenti a personaggi storici del passato, alcuni su tutti Leonardo da Vinci, Napoleone Bonaparte, Winston Churchill, tratto dal suo ultimo libro scritto “10 mosse per affrontare il futuro”.

Nella terza ed ultima giornata alle Officine H d’Ivrea sono state aperte le porte al pubblico, tra eno-appassionati ed operatori del settore. Ho fatto una passerella tra la maggior parte degli espositori presenti, degustando soprattutto vini ottenuti con Picotendro ed Erbaluce di Caluso, quest’ultimo nelle tipologie Metodo Classico, fermo secco e qualche  passito. I vini variano a seconda degli affinamenti, tra acciaio, legno, cemento e anfora, che viene utilizzata da pochissimi produttori, ma la qualità dei vini è elevata.

Nei tre giorni è stata data la possibilità di capire bene il territorio e conoscere meglio i suoi protagonisti, persone molto cordiali, coese e unite negli intenti che hanno intrapreso un percorso avvincente per valorizzare questa singolare enclave, in un clima di amicizia e di calorosa accoglienza. Impeccabile l’organizzazione curata sia dai Giovani Vignaioli con l’occhio attento del dinamico direttore artistico Nello Gatti, coadiuvato da Domenico Buratti.

Abruzzo: alla scoperta della cantina San Lorenzo ed il falso mito sfatato dei “vini leggeri” ad ogni costo

Quante volte l’avrete sentito dire? “Il vino moderno richiede un obbligatorio processo di decrescita strutturale, costi quel che costi”. Sembrerebbe quindi, opinione comune, che il gusto del consumatore medio si sia stancato di sapori eccessivi, densità alcoliche e palpitazioni gliceriche come nel passato. Andando poi a varcare il mondo della ristorazione, si da per scontata la scelta di pietanze dalle minor lavorazioni possibili, con cotture in sacchetto a bassa temperatura divenute ormai una moda più che una prassi.

Per una volta (e solo una) lasciatemelo dire: basta! Non se ne può più di essere comandati a bacchetta da indicazioni prive di fondamento persino con forchetta e calice alla mano. L’assurdità dell’idea del “levare” non è pericolosa in sé; garantirebbe comunque un’attenzione maggiore per i rischi connessi agli eccessi di cibo e alcool e in taluni casi sta condizionando positivamente la salute dell’avventore. Condimenti ridotti, minor uso di carni, corretto apporto calorico e vini meno pesanti ben si uniscono al concetto di Dieta Mediterranea. Alziamo le mani quando si parla di rispetto per il proprio corpo.

Ma l’estremo opposto non può e non deve condurre ad un conseguente stato di terrore emotivo per alcuni prodotti che possono trasmettere emozioni indelebili pur nel “non essere leggeri”. A volte anche il piacere dei sensi conta e spesso è un piacere godurioso, di quelli che ricordano gli anni della fanciullezza quando a tutto pensavi tranne che a bilance, pappine e retro etichette con simboli e avvertimenti tali da danneggiare potenzialmente un settore di miliardi di euro.

Alla cantina San Lorenzo si respira ancora un vento di artigianalità nei vini, tra le numerose tipologie proposte dai fratelli Gianluca e Fabrizio Galasso. In quelli che erano i terreni del Duca Caracciolo oggi si coltivano principalmente gli autoctoni d’Abruzzo come Pecorino e Montepulciano. I tempi dei conferimenti d’uva alle Cooperative Vitivinicole sono finiti: con la qualità espressa nelle vendemmie infatti, i Galasso hanno cominciato dal 1998, dopo 100 anni dalla fondazione avvenuta nel 1890, a provare l’imbottigliamento diretto con una serie di investimenti utili a trasformare un’attività prettamente familiare in qualcosa di più.

Gli ettari vitati sono 168 suddivisi tra l’areale di collina di Castilenti e quello prospiciente al mare a Pescara, curati dallo zio agronomo Gianfranco Barbone. I vini vengono poi predisposti stilisticamente dall’enologo Riccardo Brighigna, un vero numero uno in Abruzzo, che ci racconta l’idea del nuovo nato di casa San Lorenzo, il Don Guido: <<con il Colline Teramane Montepulciano d’Abruzzo Riserva “del Fondatore” abbiamo optato per un appassimento breve che conferisce maggiore morbidezza al vino, con un successivo affinamento in tonneau per sette anni.  Questo lungo tempo gli dona eleganza e morbidezza e un tannino per nulla invadente>>.

Tutto confermato all’assaggio in una spettacolare 2015 che racconta di sensazioni radiciose e balsamiche unite ad un frutto denso e scuro da mirtillo e pepe nero in grani. Sfiora i 16.5 gradi volumici di alcool, senza farsi percepire e giocando invece sulle dinamicità e sulla freschezza finale. Lo stereotipo dei vini “bomboloni” creati per un mercato extra continentale viene qui sfatato, con 1000 Magnum dal sapore autentico e decisamente tipico per il Montepulciano d’Abruzzo. Aderenza al territorio, sostenibilità ambientale in vigna grazie alla certificazione BIO rilasciata su ogni appezzamento e gestione ancora familiare di una grande impresa che produce ormai quasi 800 mila bottiglie, oltre ad un altrettanto quantitativo di vino in bag in box.

Il futuro sarà pure dei folli come recita un celebre motto, ma se non viene comandato a dovere con scelte coraggiose lo si vivrà sempre con sudditanza. Gianluca e Fabrizio Galasso hanno deciso di affrontarlo con sana incoscienza, tanto impegno e tanta passione. Ora possono raccogliere i frutti del presente.

Burano l’isola dai mille colori

Nella parte nord est della laguna di Venezia, lontano dal fragore cittadino, l’isola di Burano vi accoglierà con i suoi mille colori ed il suo ritmo lento, regalandovi ore di pace e tranquillità.

Il modo più economico per arrivare a Burano dal centro di Venezia è prendere il vaporetto n. 12 in partenza da Fondamenta Nuove, a circa 2 km dalla stazione ferroviaria, il tragitto è di circa 45 minuti; è possibile raggiungere l’isola anche da Treporti in 15 minuti di navigazione (questa è la soluzione per cui abbiamo optato noi).

Una natura rigogliosa e incredibili scenari naturali accompagnano il viaggiatore durante la navigazione in laguna e l’arrivo lascia meravigliati, ci si rende conto di trovarsi in un luogo unico al mondo: le case colorate in lontananza ricordano la necessità dei pescatori di dipingere le proprie abitazioni con un colore identificativo in modo da poter far ritorno alle proprie dimore e non perdersi nelle notti buie e nebbiose. Colori sgargianti accostati tra loro senza un particolare senso cromatico ma così vividi che sembrano usciti da un libro di fiabe.

Accanto a Burano un insieme di isole minori a pelo d’acqua, come Torcello e Mazzorbo meritano una visita, un mondo minuscolo ma infinito. La leggenda narra che questo arcipelago fu abitato sin dal 639 d.C., anno in cui fu fondata la cattedrale di Santa Maria Assunta a Torcello ad opera degli Altinati, una popolazione in fuga dagli Unni di Attila. Prima di tale data in laguna l’uomo non esisteva ancora, e dove noi oggi vediamo le casette colorate, gli orti, e i palazzi antichi, c’erano solo fango e acqua.

La Venezia Nativa nacque proprio qui, sulle barene (bassi isolotti coperti da vegetazione erbacea) che ricoprivano circa l’80% della laguna, e dove fin da tempo immemore trovava spazio un’ampia varietà di specie animali e vegetali. Gli Altinati conficcarono migliaia di tronchi nelle barene per renderle stabili, e tutto ebbe inizio.

Girare oggi tra i vicoli è veramente suggestivo, le case colorate si specchiano nelle acque dei canali, e non è raro vedere gli abitanti abbarbicati su alte scale ridipingere le facciate e ammirare orgogliosi il risultato.

In via Galuppi dove si trovano le botteghe dei merletti, le donne continuano l’antica tradizione del tombolo, qui si possono ammirare collezioni antiche di inestimabile valore di quest’arte che fu praticata a Burano sin dal 1500, un passatempo per le mogli in attesa che i mariti tornassero dalla pesca. Tra le case colorate merita una sosta “la casa di Bepi”: decorata con le forme geometriche più disparate come cerchi, quadrati, triangoli, tinti di giallo, arancio, rosso, blu e di tutti i colori dell’arcobaleno. Bepi era un personaggio estroverso appassionato di cinema e di pittura, venditore di caramelle fino ai primi anni ottanta, amatissimo dai bambini del posto.

Sulle case variopinte si staglia il campanile storto dalle caratteristiche architettoniche rinascimentali e neoclassiche a pianta quadrata, costruito nel XVII secolo e situato a ridosso della Chiesa di San Martino. Già all’epoca della costruzione vennero registrati i primi cedimenti che hanno poi portato alla pendenza dell’intera struttura. Nel corso dei secoli il fenomeno di cedimento si è accentuato e ha portato ad un intervento di consolidamento che ha avuto inizio nel secondo dopoguerra e si è concluso nel 1970. E uno dei simboli di Burano, una delle prime cose che si avvista mentre si viaggia per raggiungere l’isola.

Ad est di Burano si trova l’isola di Mazzorbo, collegata da un ponte in legno chiamato dagli abitanti “Ponte Longo” (ponte lungo). Considerata quasi un prolungamento di Burano, dalla forma lunga e stretta è caratterizzata dalla presenza di varie aree coltivate: conosciutissime in tutta la zona sono le “castraure di Mazzorbo”, cioè il primo frutto della pianta dei carciofi, il cui sapore, già di per sé amarognolo, viene esaltato dalla salsedine di cui è impregnato il terreno di quest’isola.

Un’altra importante tradizione dell’isola è quella del vino. Qui si trova il regno dell’uva Dorona, un vitigno autoctono recuperato dalla famiglia Bisol, le vigne sono visitabili con una passeggiata all’interno della Tenuta Venissa dove si trovano l’Osteria Contemporanea e il Ristorante Venissa premiato con una stella Michelin.

Non lasciate Burano senza aver assaggiato i Bussolà, un dolce tipico dell’isola a forma di ciambella, conosciuto anche con il nome di buranelli. Esiste anche una sua variante, a forma di “esse”, detta appunto esse di Burano. In passato il dolce veniva preparato dalle mogli dei pescatori, i quali si allontanavano da casa per lunghi periodi di tempo. Nel caso in cui non potevano avere una buona alimentazione, il bussolà provvedeva a dare ai marinai tutte le energie sufficienti per affrontare la vita di mare.

Prosit!

MARCO FERRARI: da Monteverde a Cornas, la “monoposto” del vino in Valtellina

Pioveva a dirotto. Superata Sondrio percorrevo la Strada del Vino in Valtellina dove molti sfrecciavano in auto sfidando il tempo, quando qualche metro prima di un cartello che informava l’abbandono del comune di Montagna in Valtellina per entrare in quello di Poggiridenti, scorgo alla mia destra, a ridosso della montagna, una vetrata d’ingresso di una sorta di garage, composta di rettangoli colorati parzialmente coperti da una cascata di edera bagnata: eravamo arrivati alla nostra meta.

A fianco, due botti una sopra l’altra, a definire compiutamente l’entità del luogo, e appesa vicino a un caratteristico muro di pietre, una vecchia targa in metallo con il logo dell’Alfa Romeo. Sull’uscio, assieme al papà che appena mi presento saluta me e mia moglie per poi dileguarsi, ci attende Marco Ferrari, produttore di Nebbiolo delle Alpi come si usa chiamare qui il nobile vitigno per distinguerlo dal piemontese. Un’altra targa all’ingresso è quella con il logo dei Vignaioli Indipendenti.

Conoscendo il mio amore per la Valtellina e per i suoi vini, avevo seguito il consiglio datomi dall’amico e collega Sergio Vizzari, colto narratore enoico (e non solo), d’assaggiare i prodotti di Marco Ferrari dei quali ignoravo l’esistenza. Mi condusse dove trovarli, una piccola enoteca romana; subito rimasi sorpreso per la sobrietà e, soprattutto, per un’eleganza che difficilmente riscontro nei vini provenienti da questa terra, evocandomi alcune espressioni dei cugini d’oltralpe a cui non immaginavo il nebbiolo locale potesse giungere.

Decido pertanto di contattarlo e approfondire la questione: <<ciao Marco, qui corrono tutti, tu ti chiami Ferrari, e la prima cosa che noto è una targa dell’Alfa Romeo, come si spiegano tutte queste cose?>> debutto celiando.

<<Mio padre faceva i rally>>.

Interessante, rifletto, vale la pena di chiedergli di partire dall’inizio e raccontare la sua storia. Avvezzo come sono al suono del parlato dei valtellinesi ai quali sento di far parte, il suo accento non mi sembra affatto del luogo e glielo dico.

<<Sono bresciano, nato agli Spedali Riuniti, ma battezzato a Monteverde, a Santa Silvia>>.

Ammicco per aver indovinato e invito a proseguire.

Un romano non può non conoscere il quartiere di Roma come Monteverde, al momento molto in voga, e colmo di interesse per il vino. Il nonno materno lavorava in Alitalia, logico un suo trasferimento nella capitale dove nasce la mamma di Marco. Lui, invece, viene al mondo a Brescia sul finire del 1986, per poi trascorrere a Roma i primi cinque anni di vita, fino a quando i genitori tornano nella città celebre per essere stata il luogo di partenza e d’arrivo della storica Mille Miglia. Il legame con la terra è quello paterno, la cui famiglia si occupava di zootecnia legata alla produzione del latte da conferire al consorzio del Grana Padano. È un richiamo che anche Marco possiede, si avverte parlandoci, non a caso, a un certo della sua vita, decide di cambiarla.

La laurea in Scienze Politiche conseguita alla Lumsa di Roma non è quel che fa per lui, molto più appagante è un Master d’impresa agroalimentare che ottiene a Bologna, a cui seguirà un apprendistato di lavoro in Franciacorta, ma in ufficio. A forza di guardare dalla finestra quei vigneti scatta la scintilla, e abitando vicino all’azienda di Enrico Gatti inizia a lavorarci. Giovane e desideroso di conoscere, con una strada ancora non definita da percorrere, e perché no affermarsi, si reca in Francia.

Tenta di proporsi in Borgogna: effettua un colloquio al Domaine di Confuron, ma non ha fortuna, quindi si reca in Loira. Ma è nel Rodano che avverrà la seconda illuminazione della sua vita, dove resterà per quattro anni. Inizia a Mauves a lavorare per il Domaine Pierre et Jérôme Coursodon dove si vinifica per la denominazione Saint Joseph, e poi approda a uno dei grandi nomi della produzione di Cornas: Franck Balthazar. Segue pertanto in entrambi i casi la vinificazione di uve Syrah e oltre a conquistare l’amicizia di Balthazar frequenta altri nomi di rilievo del Cornas come Thierry Allemand e Guillaume Gilles. Impara molto in quel periodo, probabilmente sarà il più importante della sua carriera da autodidatta o perlomeno il più determinante per quella futura e di cui serba un piacevole ricordo. Apprende non solo sul vino: sarà una sorta di scuola di vita, poiché durante quegli incontri improntati sulla semplicità capisce l’importanza delle relazioni umane, e di come attraverso queste l’impossibile diventi possibile. Comprende inoltre che il ruolo del vigneron è d’essere unicamente un custode del terroir, concetto che chi produce vino dovrebbe sempre avere a mente.

Dopo quattro anni vuole mettersi in gioco, desidera un’espressione del vino interamente sua e a Cornas non è possibile. È giunta l’ora di tornare in Italia, ha dei risparmi, non molti in realtà, ma bisogna comunque provarci, ma dove? L’insegnamento sull’importanza del territorio fa sì che sia interessato più a quest’ultimo che a un vitigno in particolar modo. Parlando con Marco scopro che abbiamo gusti comuni: come vino bianco apprezza sopra ogni cosa il Verdicchio, ha poi una ossessione per Mamoiada (come biasimarlo?) e ama il nebbiolo preferendo quello proveniente da un luogo con un clima più rigido e nette escursioni termiche, rispetto a quel che avviene in Piemonte. La decisione è presa.

A febbraio 2018 incontra Emanuele Pelizzatti Perego (enologo di Arpepe) alla manifestazione Sorgente del Vino a Piacenza e gli manifesta l’intenzione di recarsi in Valtellina per produrre vino iniziando con vigneti in conduzione. Vuole al contempo anche lavorare finché il suo vino non sarà pronto, pertanto è fin dall’inizio cristallino quando il 3 dicembre 2018 comincia a collaborare con Arpepe dove rimane fino al proprio esordio enoico nel marzo 2021 con quattromila bottiglie di Rosso di Valtellina 2019. Inizia con 1 ettaro nel 2019, che diventano 1.6 l’anno successivo, e nel 2021 quasi 2 ettari. Oggi coltiva 2.7 ettari, dei quali 0.8 sono di proprietà nella sottozona della Sassella.

Dicevamo che la vinificazione avviene in un locale (mi è venuto spontaneo pensare ai vin de garage) che in precedenza ospitava un laboratorio di formaggi diviso in stanze, dove per i primi due anni, essendo un posto nuovo per questo genere di attività, per la fermentazione si è dovuto procedere all’inoculo con pied de cuve, ma a partire dal 2021 questa avviene spontaneamente, testimoniata dalle pareti di calce colorate da microrganismi del nuovo genius loci.

Si lavora in sottrazione, e senza ricorrere a filtrazioni e chiarifiche. La vinificazione si accomuna ai tre vini prodotti, Rosso di Valtellina, Valtellina Superiore Sassella e Valtellina Superiore Inferno, anche nel caso in cui vari a causa dell’annata. Il rapporto con gli amici del Cornas è rimasto vivo e spesso Marco si confronta con loro sull’andamento dei suoi vini (la nostra prima impressione su questi trova quindi una conferma, dipenderà da questo?).

Perché la finalità della bottiglia, ci rivela, è solo quella della condivisione con il prossimo, principio che sottoscriviamo e aggiungiamo di nostro, non dovrebbe essere sempre così e per chiunque?

La produzione totale è soggetta al comportamento dell’annata, ad ogni modo al massimo di 10.000 bottiglie, le quali per il 70% sono destinate all’estero, con Francia e U.S.A. con 1200 cadauna, a cui segue la Svizzera. Poche bottiglie rimangono quindi per il nostro paese, il che ci stimola la domanda di come fosse giunto a conoscere l’enoteca romana dove mi recai ad acquistarle, un piccolo ma gustoso negozio di quartiere. Ci risponde che l’enotecaria l’aveva contattato poiché un suo cliente che spesso si reca in Francia gliene aveva portato una bottiglia in assaggio trovata lì. Sappiamo di chi si tratta: il nostro amico!

I grappoli solo in parte sono diraspati, sempre decisione soggetta all’annata. Ad esempio nel 2023 il grappolo era intero al 100% della massa. La funzione del raspo in annate calde è quella di diluire, poiché al suo interno contiene acqua. Inoltre, oltre alla capacità drenante, si aggiunge quella di fornire i tannini, per estrarre i quali occorre fare attenzione al suo colore che deve tendere al giallo o al giallo/bruno.

Pigiatura con i piedi in cassette, soffice e leggera, per iniziare un lieve ammostamento, per poi caricare il contenitore in acciaio a strati alternati, come una torta millefoglie, di uva e ghiaccio secco azotato a – 80 °C  con un solo rimontaggio. Dopo 3/4 giorni, quando il cappello non bolle più, inizia con le follature, due volte al giorno, tramite un pilone di legno fabbricato da un falegname, che al termine del processo sarà sanificato col fuoco.

La macerazione, a seconda dell’annata, varia dagli 11 ai 18 giorni, e Marco, quotidianamente, alle ore 11 e alle ore 17, a pupille pulite, assaggia la massa, svinando solo quando i tannini gli seccano il palato, purché gli zuccheri siano interamente svolti. Segue malolattica in acciaio e passaggio in botti, tutte tonneau da 500 litri (ne abbiamo contate 23), senza effettuare travasi e con frequenti bâtonnage, e l’assaggio di una volta al mese. Permane nelle botti per 16/18 mesi, tranne che il Rosso di Valtellina per 8 mesi.

Osservazione a margine sull’etichetta della bottiglia, simile alle tre tipologie, bella e comunicativa, creazione dell’ex compagna di Marco e influenzata da un suo viaggio in Africa. È l’abbraccio di una mano alla montagna, le cui dita affusolate tipiche dell’arte senegalese si fondono stilisticamente nei terrazzamenti valtellinesi. Un’immagine fortemente evocativa e riuscita che nell’etichetta è stata leggermente modificata, rendendo differente l’altezza delle due cime della montagna, che nel bozzetto originale sono pari.

Durante la nostra visita, avvenuta nel tardo pomeriggio del 2 maggio anno corrente abbiamo avuto l’occasione di assaggiare quattro campioni da botte, di seguito le nostre impressioni.

ROSSO DI VALTELLINA 2023

Questo vino è frutto dei vigneti situati tra i 450 e i 600 metri di altitudine. L’annata calda non ha consentito la consueta produzione, ridotta a 3000 bottiglie. Piacevolmente fresco, elegante, con tannini ancora troppo evidenti e da arrotondare e con un leggero sentore amarognolo sul finale. C’è frutta a piccola bacca rossa ovviamente, come un acerbo lampone di bosco, ma anche molta spezia da pepe bianco.

VALTELLINA SUPERIORE INFERNO 2023

I vigneti dell’Inferno sono omogenei in altitudine, essendo situati tra i 460 e i 490 metri. La riduzione di produzione è stata decisamente più netta, passando dalle 4500 bottiglie del 2022 a 2500 dell’anno in questione. Si tratta di un vino più austero, importante, fresco ed elegante. Marco Ferrari paragona, come me, l’Inferno al territorio di Serralunga D’Alba del Piemonte, sua zona prediletta. Pur presenti, i tannini sono più delicati di quanto mi aspettassi. Ci spiega Marco che l’Inferno rispetto al Sassella appare pronto in tal senso molto prima. Vino materico, spezie quale il pepe verde e nell’ambito di queste la liquirizia. Ma soprattutto emergono note di genziana ed erbe alpine, ad esempio l’erba iva come qui in Valtellina è chiamata l’achillea muschiata, o di radice, la ruta.

VALTELLINA SUPERIORE SASSELLA 2023

Circa duemila bottiglie ottenute dal vigneto di proprietà situato a 480 metri d’altitudine. Si conferma meno pronto e tannico. All’inizio la Sassella ha tannini aggressivi, tuttavia, col tempo, supera in morbidezza e setosità l’Inferno. Insomma la prima è una maratoneta, mentre il secondo gareggia in pista. Molte spezie di meno ed erbe aromatiche del precedente, giusto un cenno di timo. Maggiore invece è l’apporto di frutta a piccola bacca rossa, ancora lampone poco maturo e fragolina di bosco acerba. Fiori, petali di rosa, in un vino dotato di freschezza e aromaticità. Il finale è centrato sui tannini.

VALTELLINA SUPERIORE SASSELLA 2022

L’annata ha consentito una composizione differente, con la percentuale di uva diraspata al 30%. Sorride Marco sull’andamento dell’annata, poiché ci dice di non avergli complicato la vita, quasi gli dispiaccia e che ami le sfide, anzi che è stata facile da lavorare e diverrà un vino che si lascerà bere con semplicità, per via dei sapidi tannini presenti nel vino che la richiamano. Agevole, tendente al morbido, materico e con decise note di fruttato di bosco, anche di ciliegia, e suggestioni di macchia mediterranea.

Marco è un curioso endemico e come San Tommaso deve provare per convincersi. Assieme ad altri due colleghi valtellinesi, Marino Lanzini e Pizzo Coca di Lorenzo Mazzucconi e Alessandro Aldisquarcina, entrambe aziende a Ponte in Valtellina, stanno sperimentando a vinificare in biodinamica. Ho come l’impressione che il futuro ci riserverà ulteriori sorprese.

Piemonte: Vinchio Vaglio, cooperare con amore

È stupefacente pensare che nel lontano 1959 un piccolo gruppo di 19 viticoltori provenienti dai Comuni di Vinchio e Vaglio Serra, in provincia di Asti, riuscì a superare le divisioni territoriali secolari, uniti dalla comune passione per la vite, dando vita a una Cooperativa vitivinicola destinata a far parlare di sé.

Vinchio Vaglio diverrà “Il Nido della Barbera”, un luogo dove tale varietà potrà esprimere appieno le sue caratteristiche poliedriche. La Barbera, infatti, è un vitigno estremamente duttile che, a seconda dello stile di vinificazione e dell’affinamento, può regalare sia vini giovani e profumati che prodotti adatti a un buon invecchiamento.

In controtendenza a quanto accadeva in quegli anni, in cui nelle regioni più avanzate si pensava principalmente a rimpiazzare i vigneti vecchi con nuove piantagioni, dai cloni differenti e dalle densità di impianto più elevate, nel 1987 a Vinchio Vaglio si decideva di individuare i migliori vigneti dei propri soci, con un’età superiore ai 50 anni, dando vita a un vino sin da allora chiamato “Vigne Vecchie”. Un successo consolidatosi nel tempo e che, nel 2009, in occasione del cinquantesimo anniversario della cantina, si sdoppia con un secondo vino denominato “Vigne Vecchie 50”. Mentre il primo affina in legno, raccontando la Barbera nella sua longevità, complessità di profumi e struttura, il secondo sceglie di esprimere la freschezza e l’eleganza di una Barbera giovane.

Oggi, quegli stessi vigneti vantano più di 80 anni e richiedono un lavoro sempre accurato. Le poche uve che producono, tuttavia, possiedono qualità e caratteristiche del tutto particolari. Stiamo parlando di rese che vanno dai 30 ai 40 quintali per ettaro e per garantire ai viticoltori la possibilità di continuare a lavorare su questi vigneti, la cantina si impegna a garantire un determinato rendimento ad ettaro.

Il forte legame tra i soci è evidente, e il presidente Lorenzo Giordano sottolinea spesso: <<Il lavoro più importante è quello di mantenere questo contatto stretto e positivo, perché è solo grazie ai viticoltori i cui vigneti sono stati scelti per vini come ‘Insynthesis’, ‘I tre Vescovi’, i due ‘Vigne Vecchie’ o il Nizza ‘Laudana’, che in cantina arrivano uve perfette al momento concordato>>.

Grazie a questo legame, quasi 500 ettari di vigneto ancora oggi adornano le colline del Monferrato, riconosciute come Patrimonio UNESCO. La superficie media di proprietà di ogni viticoltore è di circa 2,5 ettari, rendendo la cantina l’unica possibilità per i quasi 200 conferitori di continuare a coltivare le proprie vigne in modo economicamente sostenibile. Vinchio Vaglio si erge come esempio virtuoso di Cantina Cooperativa, dimostrando l’importanza che un tale organismo può avere per il territorio e per una varietà così preziosa come la Barbera.

Alla scoperta delle gemme del Monferrato

È mattino presto, la brina e i primi raggi del sole fanno capolino tra le nebbie che lentamente si diradano, scoprendo le dolci colline del Monferrato, localmente chiamate “bricchi”. Mentre il sole lentamente sale, i colori tenui dal rosa all’arancio tingono i vigneti e i raggi fanno brillare i cristalli di ghiaccio sulle viti di Barbera. Si respira un profumo di storia su queste colline patrimonio dell’ UNESCO dal 2014 e che per secoli hanno visto avvicendarsi eventi che hanno fatto la storia d’Italia.

Grazie all’impeccabile organizzazione di Maddalena Mazzeschi, scopro luoghi meravigliosi alla scoperta della Cantina Cooperativa Vinchio Vaglio.

Oggi la produzione totale vede la Barbera come vitigno protagonista indiscusso. La maggior parte della produzione è nelle mani di un esclusivo gruppo di 30/35 soci della Cantina Cooperativa. Nizza Monferrato, dunque, non è solo un luogo di straordinaria bellezza paesaggistica, ma anche un punto di riferimento nel mondo vinicolo, dove la tradizione si unisce alla modernità. Gli enologi in sinergia con uno staff specializzato di professionisti, curano ogni aspetto dalla gestione dei vigneti di ogni conferitore, al trasporto in cantina, alla vinificazione, all’ affinamento e imbottigliamento.

Ogni conferitore viene seguito attentamente, con pratiche agricole mirate a ottenere uve di altissima qualità. Il trasporto delle uve in cantina è un momento cruciale, dove la delicatezza e l’attenzione sono fondamentali per preservarne l’integrità. Una volta giunte in cantina, le uve sono sottoposte a vinificazione, un processo guidato dalla maestria degli enologi, che sanno esaltare al massimo le caratteristiche di ogni varietà. Dopo la vinificazione, segue l’affinamento, dove il tempo e la cura sono essenziali per permettere al vino di sviluppare complessità e armonia. Infine, l’imbottigliamento, fase finale del processo, è eseguito con precisione chirurgica per garantire che ogni bottiglia sia un’opera d’arte pronta per essere gustata.

I vini degustati sono stati apprezzati da tutti i presenti tra cui l’amica e collega di 20Italie Olga Schiaffino

  1. Sorì dei Mori – Barbera d’Asti DOCG 2022
  2. I Tre Vescovi – Barbera d’Asti Superiore DOCG 2022
  3. Vigne Vecchie 50 – Barbera d’Asti DOCG 2021
  4. Laudana – Nizza DOCG 2020
  5. Vigne Vecchie – Barbera d’Asti Superiore DOCG 2019
  6. Sei Vigne Insynthesis – Nizza DOCG 2019