Campania – Un giorno con il professore Luigi Moio nella sua tenuta Quintodecimo

Quintodecimo è dalle parti dell’antica città romana di Aeclanum, odierna Mirabella Eclano, rasa al suolo dall’imperatore bizantino Costante II° nel 663 nel tentativo di conquistare l’intero Ducato longobardo di Benevento. Ricostruita sulle rovine, prese il nome di Quintum Decimum, a sottolineare la distanza di 15 miglia romane dalla capitale longobarda di Benevento.

Siamo in provincia di Avellino, lungo la via Appia, Regina Viarum, nella dorsale appenninica incernierata tra Irpinia e Sannio. E’ qui che nel 2001 Luigi Moio, Professore ordinario di enologia alla Federico II° di Napoli, ricercatore di fama internazionale, Past-President (oggi Vice-Presidente) di O.I.V., una sorta di ONU del vino e della vite, fonda insieme a sua moglie Laura Di Marzio la maison vitivinicola di famiglia decidendo di legarne il nome alla storia dei luoghi. Solo un quarto di secolo ma varcandone i cancelli si percepisce una ben più ampia e solida linea del tempo.

Luigi Moio appartiene ad una delle famiglie più antiche della vitivinicoltura moderna in Campania, di stanza nell’areale mondragonese del vulcano spento di Roccamonfina, in provincia di Caserta. Ma gran parte dei suoi studi e la sua attività di ricerca sono stati condotti in Francia, nei distretti vitivinicoli più celebri e autorevoli del mondo. Visitando l’azienda irpina, è quasi impossibile non accorgersi di quanta civiltà e sapienza permei ogni suo angolo, ogni ceppo, ogni dettaglio di Quintodecimo.   

Dalle sovrastanti terrazze si apre lo spettacolo del vasto anfiteatro naturale ricamato dai vigneti sapientemente composti. Ciascuna pianta sembra pretendere gli sguardi incantati del visitatore, offrendo in cambio bellezza e artistico rigore. Partendo dalle spirali quadrivarietali (Aglianico, Fiano, Falanghina e Greco) di Vigna Aurea, progetto di ricerca, omaggio alla successione di Fibonacci e vero “omphalòs” del campo vitato, simbolo di crescita e rinascita delle fasi di vita delle piante. Luigi ama dire che “fare vino eccellente significa trovare il giusto ancorché difficile equilibrio tra scienza e arte“.

Il patrimonio ampelografico di Quintodecimo comprende 34 ettari vitati (su un’estensione aziendale di 40 ettari di proprietà) allocati tra la sede di Mirabella Eclano dove si allevano uve Aglianico e Falanghina, la Tenuta di Tufo, in Contrada Santa Lucia, per le uve Greco e quella di Contrada Arianiello, a Lapio, coltivata a Fiano, tutte con giaciture variegate e pendenze che vanno da un minimo del 10% fino al 25%. I protocolli agronomici in vigna, con rese per ettaro tra le più basse e concentrate d’Europa, sono rigidamente ispirati al rispetto e valorizzazione della biodiversità e della cura biologica della vite con il chiaro intento di inviare in tramoggia solo uve perfettamente sane e prive del minimo difetto; ciononostante i grappoli saranno meticolosamente selezionati “al nastro”, dalle mani esperte dell’affiatato gruppo di vendemmiatori aziendali.

La filosofia alla base di ogni passaggio protocollare in cantina è la cura maniacale di ogni piccolo dettaglio e – soprattutto – un livello di manipolazione delle uve di bassissimo impatto. Una realtà, quella di Quintodecimo, sempre più consolidata, nel segno di una espressività ed eleganza con pochi eguali e proiettata nel futuro. Dei quattro figli di Laura Di Marzio e Luigi Moio, Chiara e Michele sono già a pieno titolo nei ruoli aziendali con la prima che ha già conseguito il Diplôme National d’Œnologue a Bordeax dopo l’alloro accademico in scienze Agrarie e il secondo che è ivi ancora impegnato. Mentre la primogenita Rosa ha scelto altri orizzonti chiude la progenie Alessandro, sedicenneimpegnato in studi classici ma già attivo in azienda anche per la sua grande passione per la meccanica di precisone e l’automazione degli impianti.

La degustazione

“Via del Campo” DOC Irpinia Falanghina 2024

Nuance paglierino dalla irradiante luminosità. Un raro equilibrio tra la gentile potenza olfattiva ed il corrispondente largo ventaglio percepito. Prima piccoli fiori gialli poi frutta croccante a pasta bianca, la vasta gamma vegetale delle erbe d’aroma ed infine le note agrumate, formano un caleidoscopio di estrema purezza e rigore olfattivo. L’acida tensione citrina del primo contatto palatale si compendia con una striscia minerale di notevole finezza che evoca gesso e talco. La finissima gamma aromatica retronasale, dagli esili soffi tropicali, è coerente e fedele alle caratteristiche varietali.      

“Exultet” DOCG Fiano di Avellino 2024

Calice paglierino che promana luce algida e sfavillante con naso sinuoso e sottile di fiori di tiglio, muschio bianco e thè verde per un susseguente, raffinato sorso acidulo che desta i sensi compiendo, con elegante e tenue morbidezza, la sua gentile cifra retronasale di sambuco e uva spina. Una sottile e discreta nuvola minerale completa – in armonia – la sofisticata personalità di Exultet. Si congeda, con ininterrotta grazia, dopo una non comune reminiscenza agrumata di bergamotto.    

“Giallo d’Arles” DOCG Greco di Tufo 2024

Come in una tela di Van Gogh, del quale omaggia la grandezza, emana luce calda nella sua brillante livrea giallo dorato; lo spettro olfattivo è cangiante, plurale, giocato in equilibrata alternanza tra il gelsomino e l’albicocca, tra l’iris e la nocciola, tra la citronella e la nespola. Materia pura in bocca ma senza sconfinamenti di peso. La cifra protagonista è il perfetto connubio tra tensione acida e forza minerale che dona audacia al sorso. Si allontana lentamente nel suo lungo, epilogo di soffuso croccante di mandorla.

“Via del Campo” DOC Irpinia falanghina 2025 (campione di vasca)

Giallo rilucente, pieno e vivace. Il naso è fremente; prorompe in fiori di ginestra e zagara, mela annurca e bergamotto, virando – al fondo – in velate reminiscenze esotiche. Sorso teso, rinfrescante e goloso che disvela ricordi agrumati di albedo del cedro. Una pervicace personalità, del tutto inattesa per un vino così giovane, sembra eludere ogni fine delle percezioni sensoriali.

“Terra d’Eclano” DOC Irpinia Aglianico 2023

La trama fitta e vivida e la luminescente tonalità dello spettro rubino/carminio rapiscono, rassicuranti, lo sguardo del degustatore. Calato il naso nel calice è subito festa: piccoli frutti a bacca rossa, petali di viola disseccati e prugna sunsweet si affacciano al primo naso mentre la radice di liquirizia e il caffè accompagnano le susseguenti olfazioni. L’ingresso è appannaggio della freschezza poi, in centro bocca, si fa spazio una morbida materia mai opulenta sottolineata da tannini manifesti e gentili, senza graffio. Il lungo finale novella la gamma speziata percepita al naso arricchendola di sbuffi silvestri.

Grande Cuvée Luigi Moio 2022

Intensi bagliori filigranati intrecciano un tenue, esile riflesso di oro antico. Il prestigioso bouquet di profumi effluvia dal calice inglobando solo i più eleganti marcatori evolutivi e varietali dalle tre cultivar: fiano, greco e falanghina; dalla mela cotogna candita alla nettarina bianca matura, dal miele di acacia al baccello di vaniglia fino ad un raffinato, ipodermico ricordo di zenzero e chiodi di garofano. Incantevole il sorso, ampio, vellutato, appagante; il senso vibrante, in abbrivio di assaggio, è rincorso con dinamismo dalla striscia minerale alternandosi in un gioco di continue, progressive scoperte palatali e aromatiche. Cala il sipario con un lungo intreccio di frondosi balsami.

“Vigna Grande Cerzito” DOCG Taurasi riserva 2020 Aliti balsamici, iridescenze mentolate e auliche spezie elevano alle stelle il rango olfattivo già manifestato all’entrée da bacche rosse mature, prugna in confettura e intricato sottobosco. Del resto il brillante orlo granato che corona il calice, preannunciava la pur millimetrica primazia dei sentori evolutivi. “Costretti” all’assaggio (il naso non vorrebbe mai staccarsi dal bordo del bevante!) il sorso è subito profondo, permeante, fine. Un tannino austero e vellutato innerva il sorso senza alcuna aggressione mentre la sua freschezza, ancora ben tesa, ne decreta sicura, intrigante longevità. Cede il lungo passo con una struggente, immediata nostalgia di beva.

Irpinia, intervista a Valentina Martone del ristorante Megaron a Paternopoli

Il cibo è cultura, è il motto che campeggia sulla casacca di Valentina Martone, anima guerriera della cucina del Megaron di Paternopoli (AV).

L’abbiamo conosciuta in occasione della verticale delle dieci annate del Taurasi Riserva della cantina Perillo, una di quelle belle occasioni in cui a parlare è il territorio attraverso i propri prodotti e le persone che li hanno resi protagonisti. Al termine dell’evento, abbiamo chiacchierato con Valentina e scambiato alcune riflessioni.

Quando nasce il Megaron e per opera di chi?

“Il Megaron nasce nel 1987, come ristorante per matrimoni e cerimonie: un’attività creata da mamma e papà per noi tre fratelli” , ci spiega Valentina.

Il termine megaron infatti nell’architettura micenea indicava la grande sala che accoglieva gli ospiti all’interno di una casa. Trecento sono i coperti del Megaron, ma da quando Valentina nel 2000 ha preso le redini del locale qualcosa è cambiato…

“Ho voluto un ristorante che si rivolgesse con cura e attenzione al proprio territorio, basandosi su una cucina a chilometro zero, grazie all’orto di famiglia e all’olio di nostra produzione. Una ristorazione che restituisca l’anima di chi cucina all’ospite di Casa Megaron, perché il cibo è cultura.”

Da chi hai imparato a cucinare?

“Dai tanti chef che si sono susseguiti ho imparato l’organizzazione e il rigore che richiede la cucina. La ricerca invece è la mia identità, la perseguo studiando come valorizzare il territorio e i prodotti”.

La proposta del Megaron è un viaggio nel territorio, non solo per i prodotti utilizzati ma anche per le tecniche di preparazione, patrimonio di una cucina antica, ereditata da nonne sapienti. Ce lo ha spiegato Valentina,  ce lo ha raccontato ogni singolo piatto del pranzo. Ad apertura una brioche allo zafferano di Lacedonia, quello di Germana Puntel, friulana di origine, che per prima ha scommesso sulla coltivazione di zafferano, arricchita da pomodori secchi – ovviamente autoprodotti per la dispensa invernale – pesto di borragine e olio extravergine di oliva monocultivar ravece.

In accompagnamento il cubetto fritto di spaghetti con provola, limone e broccolo aprilatico -presidio Slow Food originario di Paternopoli- e la polpetta della nonna, “un cibo semplice, antico, fatto di pane raffermo, che ho impreziosito con tartufo nero irpino e una passata di pomodoro aromatizzata alla menta”, ci racconta in tono entusiastico Valentina.

Anche la minestra sciatizza è un piatto delle nonne, generalmente preparata con erbe di campo. Nella sua versione Valentina l’ha servita coi fagioli di Volturara – altro presidio Slow Food della provincia di Avellino –  e la cotica alle erbette, che dopo la lunga preparazione a cui è sottoposta, risulta pulita, sgrassata e callosa al punto giusto.

Come primo un fusillone del Pastificio Armando, condito con un broccolo locale di 120 giorni, cotechino, pomodori secchi e peperoncino; mentre il secondo non poteva che essere lo stracotto al Taurasi: un pezzo  di secondo taglio, il campanello di manzo, che dopo circa nove ore di cottura si scioglie in bocca ed è un tutt’uno col vino icona del territorio.

Valentina, qualcuno in sala ha definito poesia la scarola ‘mbuttunata di contorno….

“E’ una semplice scarola!”, si schermisce Valentina, riprendendo subito dopo il filo del discorso: “Mi piacciono le verdure e le erbe spontanee, la loro conoscenza mi è stata tramandata da mia madre e da mia nonna. Spesso si sbaglia la tecnica di cottura. Questa scarola sembra ancora viva, eppure non ho usato acqua e ghiaccio dopo la cottura per conservarne il colore. Semplicemente l’ho immersa completamente in acqua bollente e l’ho tirata subito fuori.”

Piccole accortezze che rendono un piatto speciale. La scarola viene poi riempita di pane raffermo, capperi, olive, pomodoro secco, un po’ di scamorza e ripassata al forno con un filo d’olio.

Anche il dolce però aveva una marcia in più…

“Io non sono una pasticcera, ma nei pochi dolci che faccio, cerco l’identità del territorio.”

Una frolla semplice, come quella che le nonne e le mamme impastavano di domenica, all’ultimo momento, perché a fine pranzo ci fosse anche il dolce in tavola. Il ripieno: una salsa di cacao amaro e vino cotto, con una vena di peperoncino e un pizzico di fiocchi di sale. Un contrasto dolce, salato, piccante che richiamava un boccone dopo l’altro e sosteneva senza alcuno sforzo l’abbinamento col Taurasi 2007 di Perillo.

Se dovessi scegliere un piatto rappresentativo dell’Irpinia? “Sicuramente lo stracotto al Taurasi è il piatto che racconta meglio il territorio. Lo abbiamo in carta da trent’anni, è il mio cavallo di battaglia e lo propongo sempre, in qualsiasi stagione.”

Toscana: Valdarno di Sopra Day 2026

Identità, coerenza e confronto aperto con i Toscana IGT

Nel cuore della Toscana, lungo il corso dell’Arno, il Consorzio di Tutela della DOC Valdarno di Sopra continua a costruire una delle esperienze più identitarie e consapevoli del panorama vitivinicolo nazionale. Riconosciuta nel 2011, la denominazione ha scelto una strada netta: il biologico come linguaggio comune, non come opzione accessoria, e una visione contemporanea capace di dialogare con la storia senza subirla.

Valdarno di Sopra Day 2026 presso la Tenuta Il Borro, ha offerto un’istantanea ampia e trasversale della denominazione, mettendo a confronto Valdarno di Sopra DOC e Toscana IGT, rossi e bianchi, vini territoriali e interpretazioni più libere.

Le degustazioni: luci e ombre di una denominazione in crescita

L’assaggio complessivo ha restituito un quadro eterogeneo, con punte di eccellenza molto chiare e una fascia media ancora in cerca di maggiore precisione, soprattutto sul piano dell’integrazione tannica e della pulizia aromatica. Alcuni campioni giovani o di vasca (come nel caso di Cantina Le Pietre) hanno evidenziato criticità tecniche, mentre i vini più strutturati e ambiziosi hanno mostrato il vero potenziale dell’area.

I vini oltre i 90 punti

Dove il Valdarno di Sopra convince davvero

Valdarno di Sopra DOC

  • Il Borro – Petruna 2021 (92)
  • La Salceta – Orpicchio L’O 2025 (91)
  • Migliarina e Montozzi – Sangiovese Riserva 2020 (90)
  • Migliarina e Montozzi – Cabernet Sauvignon 2020 (90)
  • Petrolo – Galatrona 2023 (92)
  • Tenuta Sette Ponti – Vigna dell’Impero 2020 (93)
  • Campo del Monte – Chardonnay vigna Pini Baltea 2024 (90)
  • Vigna delle Sanzioni – Trebbiano Riserva 2023 (90)

Qui emergono finezza, freschezza e una chiara tensione territoriale, soprattutto sui Sangiovese più centrati e sui bianchi di nuova generazione.

Toscana IGT

  • Il Borro – Il Borro 2020 (94)
  • Podere Il Carnasciale – Carnasciale Botte Grande 2022 (92)
  • Podere Il Carnasciale – Il Caberlot 2022 (93)
  • Tenuta La Corneta – La Corneta Rosso 2023 (94)
  • Tenuta Sette Ponti – Oreno 2023 (92)
  • Petrolo – Bòggina B Trebbiano 2023 (92)
  • Tenuta Scarafana – Gualdrada 2022 (93)

I Toscana IGT giocano su maggiore opulenza, precisione tecnica e continuità stilistica, spesso forti di blend internazionali e affinamenti più incisivi.

Valdarno di Sopra DOC vs Toscana IGT

Il confronto dei numeri

Dalla media dei punteggi emerge un dato interessante:

  • Valdarno di Sopra DOC: media complessiva intorno agli 89 punti
  • Toscana IGT: media complessiva intorno ai 91 punti

Il dato numerico premia ancora i Toscana IGT, più regolari e affidabili, ma il Valdarno di Sopra DOC mostra picchi qualitativi sempre più frequenti, soprattutto quando il Sangiovese viene interpretato con misura e senza forzature estrattive.

Considerazioni finali

Il Valdarno di Sopra è una denominazione che non cerca scorciatoie. Accetta il rischio della trasparenza, anche quando il vino è ancora in divenire, e costruisce la propria identità sulla coerenza agricola prima che sull’impatto mediatico.

Se i Toscana IGT restano oggi il riferimento in termini di solidità e immediatezza, i migliori Valdarno di Sopra DOC dimostrano che la strada intrapresa è quella giusta: meno muscoli, più territorio, più verità. Una denominazione ancora giovane, ma ormai pronta a giocare la sua partita più importante.

A Battipaglia la vita rurale della Piana del Sele nella galleria di immagini del ristorante gourmet Cinque Foglie e nella nuova cantina

Oltre un anno di lavori incessanti per la famiglia Adinolfi, imprenditori salernitani attivi nel settore della quarta gamma e dell’hospitality di qualità. Il sogno di Giovanni, realizzare un qualcosa di unico nel territorio di Battipaglia, si è realizzato con la presentazione della galleria permanente di immagini storiche della Piana del Sele e della nuova cantina vini del gourmet Cinque Foglie, uno dei punti gastronomici in capo all’Hotel Commercio assieme al lounge Linfa e al ristorante Le Radici.

La nuova cantina vini

Un autentico tempio del vino, per tutti gli appassionati che desiderano condividere la gioia dell’apertura di una bottiglia di prestigio o per un brindisi da aperitivo prima di accomodarsi nell’elegante sala fine dining e continuare al tavolo con le portate di chef Roberto Allocca. Quasi 1500 referenze con alcune storiche verticali accompagnate dal racconto negli abbinamenti del direttore ed f & b manager Ivan Mendana Fernandez.

Il progetto Cinque Foglie

Dall’ingresso, attraverso una mostra permanente di scatti fotografici del territorio, all’experience dell’ala degustazione riservata ai clienti del Cinque Foglie, parte la narrazione del primo e unico ristorante gourmet a Battipaglia ad aver ricevuto la menzione speciale nell’ambita Guida Michelin.

Il progetto si arricchisce di ulteriori elementi, che prendono la forma di racconto multisensoriale destinato non soltanto alla sosta fine dining, ma anche alla conoscenza della cultura storica e della “fatica contadina” di coloro che hanno preservato le tradizioni agricole nella pianura salernitana del fiume Sele.

Il tabacco, settore che rappresenta gli inizi dell’attività familiare, ma anche pomodori, cotone, bufale, risaie e, ovviamente, insalate e prodotti ortofrutticoli, fonti inesauribile di primizie per le popolazioni residenti.

La famiglia Adinolfi

Giovanni Adinolfi e prima di lui il padre Giuseppe e il nonno Antonio sono coltivatori e commercianti nel settore ortofrutticolo sin dal secondo dopoguerra a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Dai 5 ettari iniziali, ricavati dalla cessione terreni a seguito della riforma fondiaria, si è giunti agli attuali 270 ettari di proprietà, che diventano oltre 500 comprendendo quelli dei conferitori dell’agro pianeggiante del Sele, tra Pontecagnano e Paestum.

Un vero e proprio impero agricolo con 320 dipendenti e 24 referenze prodotti, destinate alla grande distribuzione, al consumatore privato e al settore Ho.Re.Ca. tramite legami commerciali radicati in Italia e in tutta Europa.

Ma il sogno di Giovanni, della moglie e dei figli Francesca, Giuseppe ed Ida non poteva fermarsi all’amore per la rucola: dal ricordo degli studi d’infanzia e dalle esperienze giovanili maturate nella gestione di hotel e strutture di prestigio, decise di investire energie e risorse nel recupero dello storico Hotel Commercio a Battipaglia e nella ristorazione di altissima qualità con Le Radici prima e la sala gourmet Experience poi, divenuta Cinque Foglie, due versioni differenti della proposta gastronomica ai clienti dell’hotel e agli ospiti esterni.  

L’incontro con lo chef Roberto Allocca

Alla guida della cucina c’è Roberto Allocca, avellinese d’origine, dal percorso professionale intenso e prestigioso. Dalla scuola dei maestri Enrico Derflingher, Alfonso Iaccarino e Paolo Barrale, dalla conquista della stella Michelin come Executive Chef del Relais Blu alle esperienze al Marennà e all’Hotel Le Agavi, la sua cucina è fatta di rispetto, tecnica e poesia.

Ogni piatto è un racconto sussurrato, un invito alla scoperta lenta, un equilibrio tra emozione e misura. Una proposta elegante e concreta, che muta in funzione della stagionalità degli elementi, basata sulla forza della tradizione, sulle contaminazioni e sull’originalità fuori da schemi e vincoli.

I menù proposti trasformano virtualmente le immagini viste in galleria in contenuti reali di emozioni tutte da assaggiare. Due le degustazioni tra le incursioni mediterranee nel “Nostos” a mano libera – 8 soste ad € 110,00 e la visione pionieristica di eccellenti produttori di primizie di quarta gamma ne “L’Orto di Francesca” – 6 soste ad euro 90,00. Per chi desidera “contaminare” le varie tappe la possibilità di optare per la carta e comporre a propria scelta il percorso.

Sannio Top Wines: eccellenze e visione comune

Il Museo del Sannio ha ospitato una nuova edizione di Sannio Top Wines, l’appuntamento che celebra le cantine del territorio distintesi nelle guide italiane e nei concorsi nazionali e internazionali. Un evento che ha acceso i riflettori su 34 aziende simbolo della crescita qualitativa del comparto vitivinicolo sannita.

Promossa dal Sannio Consorzio Tutela Vini insieme alla Provincia di Benevento, Sannio Europa, alla Rete Museale provinciale e a Coldiretti Benevento, la manifestazione ha messo in evidenza un territorio che continua a consolidare la propria reputazione grazie a impegno, professionalità e costante ricerca della qualità.

Coesione e progettualità

Particolarmente sentito l’intervento del presidente del Consorzio, Carmine Coletta, visibilmente emozionato, che ha richiamato con forza il valore della coesione e del gioco di squadra come chiave per affrontare le sfide future. Un messaggio chiaro: solo lavorando insieme il Sannio potrà rafforzare ulteriormente la propria presenza sui mercati.

L’assessore regionale all’Agricoltura Maria Carmela Serluca ha invece indicato nella

progettualità la parola dordine, sottolineando la necessità di pianificare con visione strategica e di essere pronti a cogliere le opportunità, a livello nazionale e internazionale, per sostenere il vino campano.

Un percorso lungo sessant’anni

A margine dell’evento, l’intervento dell’onorevole Roberto Costanzo ha offerto una riflessione di ampio respiro storico. È stato ricordato come questa giornata rappresenti un passaggio fondamentale per il Sannio, frutto di oltre sessantanni di lavoro iniziati nel 1960, quando la DOC del Sannio fu la prima a essere riconosciuta.

Un percorso costruito nel tempo, fatto di investimenti, sacrifici e comunicazione, che oggi consente di raccogliere risultati concreti in termini di reputazione e riconoscimenti.

L’invito finale è stato quello di essere orgogliosi del cammino compiuto e di continuare a lavorare uniti, come Sannio e come Irpinia, per rafforzare la presenza del territorio nel panorama enologico nazionale e internazionale, con un incoraggiamento sentito rivolto a tutte le cantine protagoniste di questa crescita.

Campania, dalla Valle Caudina il “33 33 33” di Vallisassoli

La Valle Caudina è una fertile conca in Campania, costituente un vero e proprio territorio cerniera tra le province di Benevento e Avellino, famosa tanto per la storia sannitica che romana, ricca di borghi medievali e aree naturalistiche, come ad esempio quelle dei monti del Taburno e del Partenio. L’epica battaglia delle Forche Caudine, il Medioevo, la fase gotica e bizantina, oltre al periodo del ducato longobardo di Benevento, vedono nell’antica Via Appia, che la attraversa, una congiungente tra il passato e il presente.

Tra i borghi più significativi e caratteristici di questa terra, San Martino Valle Caudina è uno di quelli che meglio conserva il fascino di altri tempi. Con poco meno di 4800 abitanti, il comune è situato ai piedi del monte Pizzone e del monte Teano, con un’altimetria variabile dai 200 ai 1525 metri sul livello del mare, circondato da terre fertili, boschi di castagno e faggi.

A San Martino Valle Caudina, il cui riferimento al santo viene fatto risalire al IX secolo, si respira ancora l’aria di un passato illustre, caratterizzato dalle attività di famiglie come i Della Leonessa, Pignatelli, Del Balzo e Imbriani, giusto per citarne alcune, e dalla presenza di luoghi di grande interesse, sia religioso che laico:  la Chiesa di San Giovanni Battista, dove sono custodite le reliquie dei Santi Palerio ed Equizio, il Convento e Chiesa di Santa Caterina, risalente al 1408, il Palazzo Ducale del XVII secolo, il Palazzo Cenci Bolognetti e Casa Giulia, dimora di Matteo Renato Imbriani, sono solo alcuni esempi, unitamente alle bellezze architettoniche, come l’Obelisco di piazza Santa Maria, la Galleria Civica di Arte Contemporanea, ospitata nel palazzo municipale,e la Fontana del Salvatore.

Particolarmente rilevante il Castello Pignatelli Della Leonessa: di origine medievale, con un impianto normanno, per quanto si presumano origini altomedievali, domina dalle alture il centro storico della cittadina; il maniero è stato molto modificato ed arricchito nella sua struttura, durante il XVII e il XVIII secolo, e nel salone, affrescato con le gesta della famiglia della Leonessa, è conservato il mobilio d’epoca.

San Martino Valle Caudina è stato inserito nel Sentiero Italia, inoltre è possibile compiere il percorso lungo il fiume Caudino e visitare la località Mafariello, nota per la fonte di acqua oligominerale e un’ampia area adibita per pic nic molto frequentata dai turisti.

Il “33 33 33” IGT Bianco Campania Vallisassoli di Paolo Clemente nasce in questa bellissima terra, è un vino biologico, certificato anche Demeter dal 2018 e, sia grazie al nome che all’etichetta, quanto all’attenzione produttiva, costituisce un esempio di numerologia: la veste della bottiglia è infatti ha origine da una ricerca storica del sito dove si trova la vigna, grazie anche al contributo di Giovanni Pignatelli  Della Leonessa, duca di San Martino Valle Caudina, mettendo a disposizione dello studio di Paolo Clemente un libro antico denominato Platea, una forma di catasto di beni  appartenenti al clero e alla nobiltà durante il periodo borbonico. È proprio da questo libro che spunta una mappa del 1714, disegnata a mano da un tecnico napoletano, ritraente la zona della Varrettella e che, dopo un’attenta elaborazione grafica e grazie alla volontà di rappresentare il territorio, è diventata l’etichetta del 33 33 33.

Una numerologia fluida che si configura nella precisione topografica dell’epoca e del suo studio, nel calendario astronomico e nell’avvicendamento delle stagioni, nella scelta paritaria delle uve, oggetto vivo di una vinificazione che avviene nella maniera meno invasiva possibile, ma senza lasciare nulla al caso; inoltre, il 33 33 33 richiama evidentemente una scena del film Non ci resta che piangere con Massimo Troisi e Roberto Benigni.

Partito come autodidatta, Paolo Clemente, la cui attività di vignaiolo ha avuto inizio nel 2011, si è cimentato nell’apprendimento delle tecniche della potatura presso la scuola Simonit & Sirch, frequentando l’associazione biodinamica Campana per apprendere i principi di questo modus operandi al fine di creare un vero e proprio Organismo Agricolo, per migliorare la terra e le uve che coltiva amorevolmente. Oggi Paolo è impegnato altresì nella cura e nel ripristino della vigna all’interno dell’orto-giardino del castello longobardo della famiglia Pignatelli Della Leonessa, in cui spicca anche un particolare biotipo di Aglianico, localmente detto Mangiaguerra.

La vigna che dà vita al 33 33 33, di circa un ettaro complessivo e ubicata in località Varrettella, è posta ad un’altitudine media di 300 metri dal livello del mare e i vitigni di Coda di Volpe, Fiano e Greco, dell’età media di 40 anni vedono una cospicua densità di impianto grazie alla starseta a quattro uscite; le viti vengono allevate con il metodo della vecchia pergola avellinese e affondano le loro radici in terreni argillosi con impasto calcareo sedimentario, piuttosto compatti, ricchi di minerali e buona presenza di fossili marini risalenti almeno al Pleistocene.

La vendemmia, per l’annata 2022, è avvenuta intorno al 20 settembre, portando i grappoli in pressa, senza diraspatura, per consentire un miglior drenaggio. Mosto in serbatoio inox con lieve macerazione entro le 24 ore e fermentazione spontanea senza lieviti aggiunti, per una durata complessiva tra i 15 ed i 20 giorni senza bucce. Dopo la malolattica, una parte del vino è stata travasata, sempre in acciaio, dal contenitore più grande a uno più piccolo, mentre un’altra quota è stata trasferita in contenitori di cemento sulle fecce fini. Il 33 33 33 è stato imbottigliato dopo due anni, per poi affinare in bottiglia fino all’ottobre 2025 prima di uscire in commercio con un numero complessivo di circa 2000 esemplari. 

Paolo, persona estremamente competente per quanto modesta e ospitale, ha offerto un’ampia panoramica sulla sua cantina e sulla sua personale evoluzione come produttore e vigneron, coadiuvato da Maurizio De Simone, attestandosi oggi tra i principali attori della filosofia steineriana in Campania. Gli assaggi di diverse annate del suo vino, nessuna uguale all’altra, dimostrano una capacità di interpretare la vendemmia con sincerità e competenza.

Il 33 33 33 Campania Bianco Igt del 2022 dell’azienda agricola Vallisassoli, ottenuto da Coda di Volpe, per la struttura, dal Fiano per il bouquet odoroso e l’armonia, e dal Greco per l’acidità e la sapidità, indossa una veste dorata vivida, lucente ed elegante, con ragguardevole consistenza. In apertura il naso è pervaso da una brezza di iodio marino e dagli umori dell’ostrica Tsarskaya, inclusa la sua distintiva nota di nocciola, poi nespola, pesca sciroppata, camomilla essiccata, cera d’api e tabacco biondo. Al morso, più che al sorso, tanto voluminosa è la beva, una lieve astringenza stimola subito il palato, presto inondato dalla succulenza sprigionata da una briosa freschezza e da una sapidità che verge all’umami.

Questo vino, materico e avvolgente grazie alla voluminosità del sorso e per la verticalità conferita dall’acidità, restituisce alla via retronasale le note fruttate e il tabacco, ove però la nespola diventa tamarindo, vi si aggiungono sottili note di tè verde, e la cera d’api volge in miele di corbezzolo, per una chiusura finemente amaricante, decisiva ed elegante. Per la sua ricchezza in umami e la buona acidità, oltre che per una buona persistenza aromatica intensa, il 33 33 33 di Paolo Clemente si abbina perfettamente alle cannazze alla genovese, soprattutto per la sua sapidità in contrapposizione con la tendenza dolce della cipolla ramata di Montoro, che finisce con l’appassire ancor più, oltre che per la lunga cottura, per il suadente abbraccio con questo piacevolissimo vino. La pienezza e la godibilità di questo armonico abbinamento non distraggono dal chiedersi come evolverà nei prossimi cinque anni.

30 anni di Villa Raiano “serviti” da 20 vini iconici e 10 piatti della tradizione

Abbiamo già avuto modo di visitare Villa Raiano in più occasioni, durante un press tour organizzato dall’agenzia Miriade & Partners ed in un momento di celebrazione delle vecchie pergole avellinesi, le cosidette “starsete”, patrimonio d’Irpinia sempre più a rischio scomparsa.

Una storia, quella della famiglia Basso, che nasce dall’amore per l’agricoltura e per l’olio d’oliva, anche se i ricordi degli studi di Sabino Basso tra i banchi dell’Istituto Agrario Francesco De Sanctis di Avellino e l’incontro con il professor Luigi Moio han piano piano fatto maturare il sogno della cantina vini.

«Dopo 30 anni di attività nel campo enologico posso dire di essere conosciuto più per le quasi 300 mila bottiglie di vino che per le oltre 70 milioni di quelle di olio prodotte ogni anno» afferma, ancora incredulo, Sabino.

Per tutti Villa Raiano era l’Aglianico, quello straordinario di Castelfranci con i vecchi impianti di mezzo secolo d’età coltivati a raggiera. Poi il cambio di rotta verso la prima decade del nuovo millennio, l’arrivo del giovane enologo Fortunato Sebastiano e l’idea di creare veri e propri cru di Fiano e Greco da valorizzare in etichette storiche come “Bosco Satrano”, “22” e “Contrada Marotta”.

Le nuove leve generazionali entrate in azienda e la visione contemporanea in un contesto economico di particolare delicatezza, con i consumi in calo che però non hanno intaccato le vendite di chi, come Villa Raiano, ha sempre puntato sulla qualità. Così la Falanghina, l’entry level che portava risorse da investire nelle selezioni superiori, venne affiancata e infine superata nelle scelte di mercato dai degni rappresentanti delle tre Docg irpine.

Proprio nel momento di massimo splendore l’ennesimo cambio di passo, con l’addio al Fiano di Avellino “22” e al “Bosco Satrano”, le cui uve confluiscono adesso pienamente nel Fiano di Avellino versione base, mentre resta immutato il Fiano di Avellino “Alimata”. Quasi il commiato stesso all’idea di lieu dit verso il più ampio concetto borgognone di climat e di rappresentazione reale di una delle varietà a bacca bianca straordinaria per spettro aromatico e capacità evolutive.

«In tante zone d’Italia si cerca di lavorare in purezza, come fosse una sorta di Santo Graal – afferma Fortunato Sebastiano – Eppure pochi vitigni sanno giocare davvero da soli come il Fiano, in qualche modo performante e identitario in tutte le annate, anche quelle difficili». Una scommessa vinta, quando pochi conoscevano nel passato le differenze d’espressione organolettica tra zona e zona.

Villa Raiano è diventata, all’alba delle 30 candeline, un tempio del vino anche grazie alle visioni architettoniche del compianto Raffaele Vitale, che immaginava persino una sala ristorante in uno degli spazi della bottaia, con momenti emozionanti per degustare la cucina territoriale e le varie etichette in carta.

Dopo la scomparsa le redini sono passate in mano al suo allievo Claudio Marcelo Ruiz che si occupa degli eventi in cantina e delle serate di gioia come queste, organizzate per stampa, operatori del settore e amici. Lo chef ha messo le mani simbolicamente sui 10 piatti di pasta simbolo della Campania, tra frittatine varie, spaghetti alla colatura d’alici, linguine alla Nerano e bucatini con ragù e cotenna.

Tra le vecchie vintage, fuori dagli schemi per rara bellezza il “22” Fiano di Avellino 2010, tropicale, mediterraneo e dall’esuberante allungo iodato e il Fiano di Avellino “Bosco Satrano” 2018 agrumato e teso come il vento di mare. Tra i rossi, irragiungibile l’energia vibrante del Taurasi 2016 ricco di essenze boschive, dal tannino palpabile, saporito e perfettamente integrato.

“Bisogna comunicare l’Irpinia” conclude Sabino Basso. Noi ci proviamo da sempre, evidenziando però, ancora una volta, che un treno è fatto di vagoni e di locomotive trainanti. Mentre i primi sono numerosi e ben distinti, manca ancora un forte cavallo a vapore che possa trascinare il territorio e i suoi produttori ai vertici ambiti da tempo. A chi dunque l’arduo compito?

Alcamo Wine Fest 2025: tra storia, territorio e vini d’eccellenza

14-15 dicembre 2025 – Alcamo (TP)

Pochi giorni fa la cucina italiana è stata ufficialmente inserita nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. Quando Gambero Rosso mi ha proposto di partecipare ad Alcamo Wine Fest, dopo la precedente Alcamo Wine Fest, che sia un Catarratto per tutti, non poteva esserci modo migliore per celebrare questo traguardo se non nella Trinacria, terra di cucina, dolci e vini eccellenti.

Il viaggio inizia al Resort La Battigia, un elegante hotel affacciato sul mare e vicino al cuore di Alcamo. Un perfetto punto di partenza per immergersi nei segreti enologici e culturali di questa affascinante area siciliana.

Alcamo DOC: il bianco storico che guarda al futuro

Alcamo DOC, una delle prime denominazioni siciliane istituite nel 1972, racconta una storia silenziosa ma intensa. Il vitigno simbolo è il Catarratto, soprattutto nella sua variante Lucido, espressione pura di freschezza, sapidità e precisione aromatica.

Le colline ventilate tra Trapani e Palermo, i suoli calcareo-marnosi e le escursioni termiche permettono di preservare acidità e fragranza, caratteristiche che fanno dei bianchi di Alcamo vini identitari e longevi. Solo negli anni ’90 il disciplinare si amplia includendo rosati e rossi, segnando l’evoluzione produttiva della denominazione.

L’Alcamo Wine Fest: tra istituzioni e storie di territorio

Il festival, ospitato al Castello dei Conti di Modica, è organizzato dal Comune di Alcamo, dall’Enoteca Regionale Sicilia Occidentale e dal Consorzio Alcamo DOC, con la collaborazione di Gambero Rosso.

Tra gli ospiti, il Sindaco Domenico Surdi, Nino Aiello e Gianni Fabrizio del Gambero Rosso, e Maria Possente, Presidente dell’Enoteca Regionale Sicilia Occidentale.

Il Sindaco Surdi ha sottolineato l’importanza di una comunicazione strutturata e credibile del territorio, mentre Gianni Fabrizio ha evidenziato il valore identitario dei vitigni autoctoni, invitando a evitare mode effimere come vini aranciati o eccessivamente macerati, e puntare invece sulla loro autenticità e vocazione naturale.

Nino Aiello ha ricostruito il contesto storico dell’Alcamo post-bellico, tra fame, riforma agraria del 1950 e nascita delle cantine sociali. Un territorio ricco di potenzialità enologiche, come il Catarratto, che ora trova finalmente voce grazie a un nuovo approccio produttivo e alla crescente professionalità dei vignaioli locali.

I Bagli di Alcamo: memoria e vita rurale

Prima di entrare nelle cantine, vale la pena soffermarsi sui bagli, le tipiche costruzioni rurali siciliane che per secoli hanno scandito il tempo agricolo e sociale.

Con la loro corte interna, i magazzini, i palmenti e gli alloggi per i lavoranti, i bagli rappresentano un microcosmo autosufficiente, dove il vino non era solo economia, ma identità e appartenenza. Tra Ottocento e primo Novecento, Alcamo diventa uno dei poli più importanti della viticoltura siciliana, grazie anche ai traffici commerciali con l’Inghilterra.

Oggi molti bagli sono silenziosi, altri rivivono grazie a progetti di recupero e a nuove generazioni di vignaioli, che ne fanno spazi di racconto, memoria e innovazione.

È con questo spirito che prende forma il mio viaggio tra i Bagli di Alcamo.

Il Baglio Florio

Baglio Florio – Famiglia Adamo

Tra le colline tra Alcamo e Calatafimi, il Baglio Florio, costruito nel 1875 dai Florio, conserva il fascino del passato industriale del vino siciliano. Oggi Vincenzo Adamo e sua moglie Liliana hanno avviato un paziente recupero, trasformando il baglio in punto di incontro tra storia e degustazione.
I vini colpiscono per ricchezza ed eleganza, capaci di raccontare il territorio con naturalezza. La cucina tradizionale di Liliana, autentica e generosa, accompagna i vini con piatti che sono veri e propri momenti di piacere gastronomico.

Baglio Domenico Lombardo

Una storia di ritorno e fedeltà alla terra. La cantina punta sul Catarratto, coltivato in vigneti storici tra 300 e 500 metri di altitudine. Le vinificazioni sono essenziali, guidate dal tempo e dalla materia prima, con vini freschi, strutturati e territoriali, autentici interpreti dell’Alcamo agricola.

Baglio Ceuso Tonnino

Antonio Tonnino ha sapientemente ristrutturato il baglio, con dettagli classici e moderni che riflettono il suo estro. I vini degustati dimostrano precisione, freschezza e territorialità, con etichette come:

Pizzo di Gallo Pinot Grigio Ramato 2024

Colore ramato tenue. Profilo olfattivo intenso e ben definito, con marcate note di frutto della passione, litchi, melone bianco e sfumature di frutta tropicale. Al palato è secco, con una buona corrispondenza gusto-olfattiva; la sapidità è misurata e accompagnata da una componente minerale evidente. La progressione è lineare, con un finale asciutto e decisamente sapido. L’impiego dell’atomizzatore a fine luglio ha favorito il mantenimento dell’integrità aromatica e della freschezza.

Terre di Mariù Selezione di Grillo 2024

All’esame olfattivo mostra una buona intensità aromatica, con profumi varietali ben espressi. L’attacco in bocca è equilibrato, sostenuto da una freschezza efficace e da una sapidità ben integrata. La chiusura è netta, con una marcata impronta salina e note salmastre persistenti, che conferiscono carattere e territorialità al vino.

CEUSO Rosso 1998

Vino in eccellente stato evolutivo. Al naso esprime complessità e profondità, con sentori di frutto maturo, corteccia, radici e lievi note vegetali riconducibili alla presenza del Cabernet. Il sorso è strutturato e potente, ma al tempo stesso equilibrato, con una freschezza ancora ben presente che sostiene la trama tannica. Finale lungo e coerente. Un rosso di impostazione “Super Tuscan”, interpretato con personalità e precisione.

CEUSO Rosso 2020

Profilo olfattivo complesso e stratificato, caratterizzato da note speziate, balsamiche ed erbacee. Evidenti i richiami al pepe nero e al caffè. Al palato mostra una freschezza ben calibrata e una buona struttura; il Nero d’Avola emerge come vitigno dominante rispetto agli altri uvaggi, conferendo identità, tensione e profondità al vino.

CEUSO Bianco 2023

Blend composto da 60% Catarratto, con Grillo e Grecanico. Al naso si presenta pulito ed elegante, con note di frutta a polpa gialla matura. La freschezza è presente ma non verticale, risultando ben integrata nella struttura del vino. In bocca è avvolgente e sinuoso, con una tessitura morbida e una progressione equilibrata.

Mediterraneo Chenin Blanc 2024

Al naso emergono profumi di fiori bianchi ed erbe aromatiche. Il sorso è fresco e scorrevole, con una sapidità misurata che si manifesta soprattutto in fase finale. Coerente la corrispondenza gusto-olfattiva, con ritorni di erbe aromatiche e frutta gialla. Finale pulito e ben definito.

Alcamo e il Monte Bonifato

La mattina successiva si apre con una splendida colazione all’Hotel Resort La Battigia, seguita da una passeggiata nel cuore di Alcamo, accompagnati dalla guida Rimi Maria, Istruttore Culturale, che ci conduce alla scoperta delle bellezze storiche e artistiche della cittadina. Il viaggio prosegue tra i vigneti del Monte Bonifato e della contrada San Nicola, con visite guidate alle aziende vitivinicole locali: Maria Possente della Cantina Possente Wines, Gabriele Vallone della Cantina Tenute Valso e Guido Grillo, enologo della Cantina Elios, offrendo uno sguardo approfondito sulla produzione e sulle peculiarità dei vini alcamese.

Possente Wines è una cantina che parla il linguaggio dell’energia e della determinazione, già nel nome. Qui il vino nasce da una visione chiara: valorizzare il territorio attraverso scelte precise, senza compromessi, dove tecnica e sensibilità convivono. I vini si distinguono per carattere e identità, esprimendo forza ma anche equilibrio, materia e tensione. Ogni bottiglia racconta un percorso fatto di lavoro in vigna, rispetto per l’uva e volontà di imprimere uno stile riconoscibile, capace di lasciare il segno, proprio come suggerisce il nome Possente.

Tenute Valso è una cantina che nasce da un legame profondo con la terra e da una visione contemporanea del vino. Qui la vigna è il punto di partenza di tutto: curata con attenzione quotidiana, ascoltata stagione dopo stagione, per dare vita a vini che puntano sulla finezza più che sull’eccesso. Le etichette di Tenute Valso raccontano un territorio attraverso equilibrio, pulizia espressiva e coerenza stilistica, con vini che si distinguono per eleganza e bevibilità, capaci di unire identità e modernità senza perdere autenticità.

Cantina Elios è luce che diventa vino, proprio come suggerisce il suo nome. Qui il sole di Sicilia non è solo clima, ma energia vitale che accompagna la vite fino alla bottiglia. Elios racconta Alcamo con uno stile essenziale e identitario, fatto di rispetto per i vitigni autoctoni e di una visione pulita, a basso intervento, mai forzata. I vini esprimono freschezza, equilibrio e una sincerità rara, capaci di restituire nel calice l’anima di un territorio che oggi sa parlare con voce chiara e consapevole.

Giunto alla Cantina Aldo Viola, mi ritrovo immerso in un luogo che sembra sospeso tra passato e presente, dove gli elementi della tradizione convivono armoniosamente con una visione contemporanea. I colori caldi degli ambienti, le superfici vissute, gli oggetti che raccontano storie, restituiscono immediatamente una sensazione di accoglienza autentica, quasi domestica.

Aldo Viola è una forza della natura: un uomo che non si limita a fare vino, ma lo vive, lo respira, lo incarna. La passione che trasmette è palpabile, viscerale, e rende chiaro fin da subito che per lui questo non è un lavoro, ma una dichiarazione d’amore quotidiana verso la terra e l’uva. La degustazione diventa così un’estensione del suo racconto personale: vini che entusiasmano per complessità, profondità ed energia, capaci di sorprendere sorso dopo sorso, e che parlano senza filtri di un territorio interpretato con coraggio, libertà e assoluta sincerità.

Ogni vino di Aldo Viola racconta un pezzo di territorio, una stagione, una scelta di lavoro e filosofia. La degustazione diventa così un viaggio tra storia, tradizione e modernità, dove la complessità dei vini si intreccia con la sincerità del territorio alcamese e con l’energia della passione di Aldo Viola.

Alcamo Wine Fest si è concluso con un’intensa sessione di degustazione dei vini di Alcamo e delle eccellenze siciliane della Guida Tre Bicchieri del Gambero Rosso, accompagnata dai piatti di APÌ Catering:

  • Vellutata di zucca, noci miste con caprino e olio al rosmarino.
  • Tortello di finto ragù vegetale con fonduta di pecorino.
  • Pancia di maiale con pesto di cavolo nero e riduzione al Marsala.

Un momento che ha unito territorio, storia e qualità enologica, offrendo a produttori e appassionati la possibilità di confrontarsi con la ricchezza e la diversità dei vini siciliani.

L’Alcamo Wine Fest 2025 conferma che la denominazione Alcamo DOC sta vivendo una vera rinascita: una terra ricca di storia, bagli antichi e vitigni autoctoni che ora trovano voce grazie a cantine coraggiose e a produttori appassionati. Un’esperienza che unisce cultura, enologia e gastronomia, dove il passato dialoga con il presente e ogni calice racconta un pezzo di Sicilia da scoprire e celebrare.

Concludo con un sentito ringraziamento a Giuseppe Buonocore, responsabile commerciale per il Sud Italia e il Triveneto del Gambero Rosso, per la sua straordinaria professionalità, la naturale empatia e l’eccellente capacità organizzativa dimostrate in ogni fase dell’evento.

Il viaggio in Irpinia secondo Paul Balke

Oggettivamente L’Irpinia non è quella di chi pratica l’arte delle passerelle con il sorriso a comando, fatto di plastica e botulino e che ha confuso la quintessenza del vino con il volto del loro unico Dio: il denaro, le nomine politiche e altre cose parallele per i riflettori e la notorietà.

C’è un’Irpinia, invece, il cui cuore batte più forte e il verde brilla ancor più: è quello che ha dato vita alla Valle dei Mulini, è l’area avellinese dei fiumi gemellari, Il Sabato e il Calore, nati sulle alture di Montella che si salutano virtualmente per ritrovarsi nel Sannio. Il lungo respiro delle foreste e dei boschi incontaminati, delle fonti idriche cospicue che scendono sino alle Puglie, la volta stellata che di notte riluce come al tempo degli Antichi Miti.

È l’Irpinia più autentica, quella delle piccole cantine che narrano sé stesse senza ostentazioni su un territorio diffuso, fiere di aprirsi al cittadino temporaneo per condurlo verso i propri borghi colmando il calice con il proprio vino, esortando persino l’assaggio dei prodotti delle altre aziende agricole, quelle del comprensorio, come nei più genuini rapporti di buon vicinato.

Questa è l’Irpinia di chi sa guardare oltre il calice e ciò che gli fa più comodo; è l’Irpinia come è sempre stata e come spesso non appare agli occhi di chi la vive e la abita da autoctono, forse perché assuefatto da una bellezza che non appare mai scontata all’animo delle persone sensibili. Una bellezza che autenticamente si rispecchia nel paesaggio e nell’umanità di chi lavora la terra per davvero e la cui ospitalità non è né ostentata né scontata.

È piuttosto facile vedere oggigiorno questo esteso distretto vitivinicolo come uno tra i più grandi laboratori a cielo aperto dell’eccellenza enologica italiana, è evidente come lo è l’indiscussa qualità dei vini che riesce ad esprimere: il punto però non è il valore enologico, né la capacità di sfidare il clima, grazie ad eccezionali fattori pedoclimatici, o la possibilità di ambire a un mercato più ampio, sia a livello nazionale che internazionale: il fattore determinante che fa fatica ad affiorare è “l’identità irpina”, sin troppe volte maldestramente ed egoisticamente celebrata a porte chiuse con una comunicazione e una visibilità non sempre accessibile ai più.

Certo è che l’Irpinia sta vivendo da circa un decennio un periodo di profondo mutamento trasformazione: oltre alle vendemmie anticipate e all’aumento dei costi in salita, comincia a scarseggiare la manodopera e non ci sarebbe neanche troppo da meravigliarsi visto che il rischio di spopolamento è stato annunciato da un pezzo, le nascite sono in calo e i giovani in fuga.

Eppure, tutta la provincia di Avellino ha una fortissima vocazione all’enoturismo, anzi al turismo intermodale poiché in quest’area meravigliosa della Campania si concentrano natura, storia, archeologia e percorsi religiosi che rendono necessari nuovi modelli di accoglienza e indispensabile quell’identità che, per quanto pur certo esiste, deve potersi imporre agli occhi dei tour operator e dei visitatori desiderosi di fare esperienze vere e a misura d’uomo, dall’Italia e dal mondo.

E dal mondo Paul Balke ha saputo portare in Irpinia occhi e volti nuovi: grazie alla sinergia tra sindaci, associazioni e realtà produttive, durante un’international press tour di ampio respiro e fuori dagli schemi, si è potuto vedere il coinvolgimento di giornalisti ed enogastronomi provenienti da diversi Paesi, per la prima volta in visita nella Verde terra. I testimoni dello straordinario potenziale e di un’identità autentica, incastonata tra le montagne, che mai avrebbero potuto immaginare se non fossero venuti qui apposta.

Giornalista, scrittore e sommelier olandese, noto per i suoi libri e la sua profonda passione e conoscenza del vino italiano, specializzato in regioni come Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Campania e Puglia, oltre che per aver creato signature wines capaci di unire diverse realtà vinicole europee, con un focus culturale e innovativo, Paul Balke, da sensibile pianista, ha saputo mostrare una programmazione molto articolata.

L’Irpinia più autentica dinanzi a un pubblico internazionale, fatto di esperti comunicatori e specialisti del vino, arrivando persino a confrontare il Taurasi con il Barolo: non lo ha fatto soltanto dal punto di vista espressivo ed evolutivo, come Arturo Marescalchi fece, ma addirittura da una prospettiva antropologica tra due borghi, quello avellinese e quello piemontese, fatto ugualmente di genti di montagna, funestati da una simil povertà, ma con la creazione di un futuro diverso, proprio grazie al vino.

Un futuro diverso grazie al vino che però in Irpinia fa fatica a decollare, come diversamente accaduto nelle Langhe, e che non vede ancora il Taurasi assurgere al suo totale riconoscimento, per quanto iconico almeno tanto quanto al Barolo e al Brunello. Eppure, Beppe Fenoglio con i suoi racconti di miseria in “La malora” e il culmine della tragedia irpina col terremoto del 23 novembre 1980 dovrebbero essere il metronomo di una povertà che non si è arresa a sé stessa, ma che ha generato voglia di riscatto e di ricostruzione che ha portato a un cambio paradigmatico dei due territori, da infelice a rinomato.

E perché i vini irpini, come il Taurasi ad esempio, per quanto di altissimo profilo qualitativo fanno fatica ad affermarsi come il re dei rossi piemontesi? Certo, servono strade e collegamenti funzionali e ben manutenuti, collegamenti e segnaletica efficienti, trasporti pubblici e una politica degna di questo nome e che abbia finalmente voglia di fare. Ma, stando alle considerazioni di cui sopra, ci vorrebbe meno egoismo e manie di grandezza proprio da parte di chi dovrebbe prodigarsi per l’evoluzione di questo fantastico distretto vitivinicolo e garantire crescita e prestigio per tutti.

Per fortuna il mondo del vino è fatto da chi vede le cose con oggettività e una sensibilità diversa, rispetto al territorio, al vino così come dovrebbe essere, guardando con attenzione e riguardo alle persone che si prendono cura del vigneto, e quindi del paesaggio irpino, ben oltre il loro ruolo di produttori e attori economici di una delle più importanti filiere vitivinicole del Sud Italia.

Durante una serie di giornate davvero intense e ricche di visite ai borghi, a produttori, ristoratori e cantine, giornalisti come Annie B. Shapero e Eric Lyman, fra i tanti altri, sono stati accolti in terra irpina e coinvolti in un programma di rivalutazione territoriale sotto la guida attenta di Paul Balke.

Il progetto, dal titolo “Radici e Riti – Il Viaggio dei Borghi Irpini”, è stato realizzato grazie al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione della Regione Campania e grazie alla lungimiranza di Cassano Irpino, comune capofila, Castelfranci, Nusco, Rocca San Felice, Sant’Angelo dei Lombardi e Torella dei Lombardi.

Il nutrito gruppo di specialisti della comunicazione è stato accolto dalla governance locale presso Il Vecchio Mulino 1834, in quell’oasi naturalistica, boschiva e fluviale, tratteggiata dal fiume Calore, con diverse rappresentanze dei vari municipi tra cui Salvatore Vecchia, sindaco di Cassano Irpino, il quale ha molto tenuto a precisare il ruolo dell’attrattore territoriale e, successivamente, della rete che deve avere capacità di trattenere.

Dopo una relazione sulla storicità dei luoghi e sulla geomorfologia dei suoli, i giornalisti sono stati accolti dai proprietari delle cantine aderenti, entrando nel vivo con una full immersion enologica, internamente dedicata ai loro vini. Precisamente, a dare il benvenuto ai cittadini temporanei con i loro vini, c’erano i produttori di Cantine Gambale, Colle di Castelfranci, Boccella, Cortecorbo, Antonio Molettieri, Regina Collis e Perillo.

L’analisi che ne è venuta fuori è stata non soltanto organolettica ma altresì concettuale: vini di territorio di piccole produzioni, ciascuno con sfumature riconoscibili nel range di filosofia produttiva, ma legati allo stesso tempo da una forte caratterizzazione, senza compromessi, senza banalizzazioni e senza strizzare l’occhio al palato internazionale; ne è venuto fuori il terroir nudo e crudo: vini di stoffa legati da racconti di viaggio e visite sul campo alla gastronomia locale, alla mefite, alle sorgenti di Cassano Irpino, ai castagneti, ai musei contadini e al foliage nei vigneti del comprensorio a incorniciare i piccoli paesini con i loro colori variegati.

Convocati da Paul Balke, gli specialisti della comunicazione hanno potuto respirare il vento montano dell’Irpinia e del suo verde brillante, unitamente al sorriso di tutte le persone incontrate, tra cui Daniele del Polito, al timone del ristorante Il Vecchio Mulino 1834, il quale ha portato a tavola sapori per loro inesplorati: il caciocavallo podolico, i salumi tipici, tra cui la culatta e il capocollo dell’azienda agricola Biancaniello, a Torella dei Lombardi, la polenta fritta con ricotta al tartufo, la sontuosa fesa salmistrata di manzo podolico con nocciole tostate e maionese alla senape, la maccaronara al ragù, la sfrittuliata, fatta con tocchetti di maiale, patate e papaccelle e Il cannolo di ricotta scomposto.

Oltre a questa forma di gastronomia irpina più ricercata, i visitatori internazionale hanno potuto confrontarsi anche con la versione più tradizionale officiata presso l’Agriturismo Montagne Verdi a partire dai ricchissimi antipasti, tra cui il pane casereccio al caciocavallo impiccato, i ravioli ripieni di ricotta mantecati al burro e tartufo di Bagnoli, tutto un seguito di formati di pasta fatta in casa, il baccalà alla pertecaregna con peperone crusco e le ottime carni alla brace a base di manzo, suino e agnello con funghi porcini e di stagione.

Le giornate sono state tutte contraddistinte dalla reale rappresentazione di uno degli spaccati irpini, con il suo epicentro a Castelfranci, più autentici e di impatto tra natura, storicità e gastronomia, con degustazioni mirate di Falanghina, Fiano di Avellino, Aglianico e Taurasi, privi di omologazione e che hanno mostrato il valore del meglio della produzione enologica, oltre alla capacità di fare accoglienza enoturistica, delle Cantine Gambale, di Colle di Castelfranci, di Boccella, delle cantine Cortecorbo, di Antonio Molettieri, dell’azienda agricola Regina Collis e della cantina Perillo.

I press tour internazionali organizzati da Paul Balke hanno avuto dei risultati strepitosi, un grandissimo consenso da parte di tutti gli operatori coinvolti, culminando il 29 novembre scorso alla celebrazione di un evidente successo durante una cena di gala esclusiva presso il Palazzo Marchionale di Taurasi, dove lo storico rosso a denominazione di origine controlla e garantita ha fatto sfoggio di sé in tutte le sue principali interpretazioni e sfumature territoriali.

Paul Balke ha saputo creare una rete fatta anzitutto di persone grazie alla sua sensibilità e alle sue doti umane, svelando il volto reale dell’Irpinia, il suo cuore pulsante, le mani che duramente lavorano per tenere insieme questo territorio straordinario, anche se a volte pieno di contraddizioni, dimostrando che la coerenza, la competenza e il gioco di squadra tra persone che condividono comuni passioni, valori autentici e obiettivi concreti, saranno gli elementi irrinunciabili per l’ennesimo rilancio del Vino Irpino.

Il Chianti Classico di Panzano secondo Tenuta Casenuove

A Panzano in Chianti una storica realtà viticola ha riconquistato giovinezza, si tratta di Tenuta Casenuove, localizzata nella parte nord orientale del comune su suoli di pietraforte e galestro.

Qui nel 2015 Philippe Austruy ha avviato il suo progetto chiantigiano, avvalendosi della collaborazione di Alessandro Fonseca, agronomo, e di Cosimo Casini e Maria Sole Zoli, enologi. Abbiamo recentemente avuto occasione di visitare la tenuta e di fare un consuntivo dei primi anni di attività attraverso le corrispondenti prime dieci annate di Chianti Classico prodotte.

Ad accoglierci sono Alessandro, Cosimo e Maria Sole.

Austruy imprenditore francese nel mondo della sanità e appassionato d’arte, approda al mondo del vino negli anni Novanta del secolo scorso con l’acquisizione di una tenuta in Provenza. E’ poi la volta di Bordeaux e del Portogallo per giungere infine in Italia, dove incontra Alessandro Fonseca e Casenuove.

“Nel 2014 facevano capo alla cantina poco più di 13 ettari di vigne, la maggioranza a sangiovese, il saldo a merlot e cabernet,” ci racconta Alessandro, “lo stato agronomico non era dei migliori. Oggi gli ettari vitati totali sono trenta a conduzione biologica.”

La cantina si trova a quota 440 mt s.l.m. ma la tenuta, di circa 120 ettari – tra boschivo, vigneti e uliveti – si estende tra i 365 e i 500 mt sul livello del mare. Quattro le etichette prodotte: IGT Toscana, Chianti Classico Annata, Riserva e Gran Selezione, per cui verrà rivendicata UGA Panzano in Chianti.

Il progetto di Austruy include anche l’ospitalità: il casale originario, risalente alla metà del diciassettesimo secolo e teatro si rilevanti azioni partigiane durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato opera di recupero conservativo per la creazione di un B&B di charme di sole sei stanze.

La cantina invece, completamente ristrutturata, è stata adeguata alle più moderne tecniche costruttive: le vasche di fermentazione in cemento non vetrificato si aprono a livello pavimento calpestabile, nell’area di accettazione uve, in modo da avere un controllo visivo diretto della fermentazione e due di esse sono predisposte per la macerazione semicarbonica.

La fermentazione per singole parcelle avviene ad acino intero  per controllare l’estrazione in maniera meticolosa. Anche il successivo affinamento avviene in diversi contenitori per assecondare il più possibile le caratteristiche parcellari delle vigne: si prediligono i legni grandi, ma è lasciato spazio anche alla barrique e all’anfora clavyer. L’assemblaggio delle diverse masse avviene dopo circa un anno.

La degustazione delle prime dieci annate di produzione della Tenuta è avvenuta nella sala ricavata dall’antico frantoio.

Al di là delle valutazioni fatte sui singoli campioni, legate all’andamento stagionale, quello che ci preme sottolineare è l’evoluzione stilistica del Chianti Classico di Tenuta Casenuove, non solo percettibile nel percorso di degustazione, ma anche contestualizzato dalla  narrazione di Cosimo e Maria Sole, che hanno posto l’accento sulle tappe di crescita della cantina, sia da un punto di vista agronomico che di tecnica enologica.

I campioni a partire dalla 2015 sono stati divisi in tre batterie; per quanto riguarda le annate 2024 e 2025, si trattava rispettivamente di campioni da botte e da vasca.

2015 – 2018 – LA TRANSIZIONE

La prima batteria di vini è quella prodotta utilizzando le attrezzature cedute col passaggio di proprietà e le vigne nello stato in cui si trovavano. La proprietà è stata acquisita nel febbraio 2015, dunque, in particolare la prima annata, è di transizione dal punto di vista agronomico. 

I cambiamenti iniziano già dal 2016: nuovi impianti di vigna e sperimentazione di potatura a guyot, anziché a cordone speronato, su alcuni filari di sangiovese.

In questa prima tornata di campioni, è ancora importante la presenza dei vitigni internazionali in uvaggio col sangiovese, il 20% tra merlot e cabernet sauvignon.

Da un punto di vista climatico, i primi quattro anni di produzione si alternano tra annate calde se non estreme (la 2017 in particolare) ad annate più fresche e piovose (la 2016 e la 2018)

La 2015 è un vino generoso e profondo, specchio dell’annata di cui è figlio.

I frutti scuri in confettura dominano l’olfatto, al palato è caldo e potente. Di passo completamente diverso, le tre annate successive: con la 2016 inizia a dominare l’espressione varietale del sangiovese che si traduce in un sorso più scattante e succoso; la 2017, frutto di un’annata estrema, ci restituisce comunque un campione equilibrato, mentre la 2018 ci porta nel bicchiere un campione nuovamente più tagliente e diretto.

2019 – 2021 IL CAMBIAMENTO

Con il 2019 inizia il rinnovamento delle attrezzature di cantina, a partire dalle vasche di fermentazione in cemento. Questo favorisce un controllo nella fase fermentativa, soprattutto per quanto concerne tempistiche di macerazione ed estrazione.

Da questa annata la potatura a guyot viene estesa a tutto il sangiovese; inoltre gli internazionali cedono il passo nell’uvaggio ai vitigni autoctoni, in particolare al canaiolo.

Le tre annate degustate hanno in comune il tratto elegante che valorizza la tipicità del sangiovese, la più completa ci sembra la 2022, capace di coniugare in modo armonico caratteri di freschezza, sapidità, trama tannica ed esprimere un’importante ampiezza gusto-olfattiva, che spazia dalla frutta in confettura, alle spezie fino a declinare nell’arancia dolce essiccata.

2022-2025 IL NUOVO PASSO

Le annate 2022 e 2023 sono state per diversi motivi estremamente difficili, con una resa ridotta fino al 35% nel 2023: secca e calda la prima, molto piovosa la seconda, si esprimono con grande carattere nel bicchiere, a testimonianza della raggiunta maturità nella gestione delle uve e delle tecniche di cantina. La 2022 grazie a tempi di macerazione accorciati, esprime un tannino ben integrato e un sorso equilibrato. Mentre la 2023, imbottigliata nel mese di maggio di quest’anno,  ha un ventaglio olfattivo molto variegato ed espressivo, e al sorso risulta più incisiva, golosa e persistente.

Una storia ancora tutta da scrivere invece per la 2024 e per la neo-nata 2025.  La prima è un campione da botte, andrà in bottiglia nella primavera del 2026. Esprime un carattere fruttato e risulta succosa e già ben equilibrata. Con la 2025 sangiovese e canaiolo andranno in blend con una piccola percentuale di colorino e ciliegiolo. Il campione degustato deriva per la prima volta da una macerazione semicarbonica che ha esaltato la parte fruttata e fresca del sangiovese.

Chiudiamo la nostra degustazione con un fuori programma, il canaiolo risultato della vendemmia 2025. Dal 2019 in blend con il sangiovese, grazie al corredo floreale e speziato, ben si presta a ingentilire il carattere più spigoloso del fratello maggiore.