Chianti Classico Collection 2024: “3 C scritte a 4 mani”

Abbiamo ancora nella mente le splendide emozioni suscitate dalle Anteprime di Toscana 2024 e dalla due giorni di Chianti Classico Collection alla Stazione Leopolda di Firenze. La culla del Rinascimento italiano per una settimana nell’anno diventa anche la culla del vino nel mondo. Pronunciare Chianti Classico significa raccontare territori incantevoli, dove la fatica dell’uomo è riuscita ad abbellire ciò che è già magnifico di per sé.

Un universo di meraviglie, un racconto diverso ogni volta. Tantissime le aziende presenti ai banchi di assaggio. Oltre 500 le referenze messe in degustazione per la stampa di settore, tra cui c’eravamo anche noi di 20Italie, con il direttore Luca Matarazzo ed i redattori Alberto Chiarenza, Adriano Guerri e Ombretta Ferretto. A loro il compito bellissimo e arduo di selezionare i migliori assaggi tra Chianti Classico Annata, Riserva e Gran Selezione, per poi intervistare alcuni tra i rappresentati di prestigio dell’areale.

Un ringraziamento particolare va alla Regione Toscana per l’organizzazione semplicemente perfetta della settimana di Anteprime di Toscana ed alle referenti Silvia Fiorentini e Caterina Mori del Consorzio Vino Chianti Classico per averci dato piena assistenza durante la kermesse.

Ma adesso è giunto davvero il momento di lasciare spazio e voce alle emozioni dei nostri autori, che sapranno trasmettere certamente lo spirito di gruppo e le vibrazioni dell’aver preso posto in un luogo dove si fa la storia del vino.

Alberto Chiarenza

La recente edizione del Chianti Classico Collection 2024 ha segnato un vero trionfo, con la partecipazione di rinomati giornalisti ed esperti del settore provenienti da buona parte del mondo. Le mie aspettative erano alte e la manifestazione non mi ha certamente deluso, con le degustazioni in anteprima che confermano un trend verso vini di altissima qualità. Un cambiamento significativo è stato notato nell’approccio alla vinificazione, con una diminuzione dell’uso del legno a favore di vini più freschi e verticali. Tuttavia, la tradizione non è stata abbandonata, ma rielaborata in modo da mantenere l’autenticità senza appesantire il palato con sentori eccessivi di legno. Bellissima esperienza condivisa con amici e colleghi di 20Italie come Adriano, Ombretta e il direttore Luca Matarazzo.

Ombretta Ferretto

Chianti Classico Collection 2024 è stata un’occasione avvincente per abbracciare in un unico colpo una denominazione complessa e apprezzarne le numerose sfaccettature del territorio. Grazie all’ottimo lavoro di squadra con il direttore Luca Matarazzo e i colleghi Alberto Chiarenza e Adriano Guerri, in due giorni sono stati passati al vaglio circa cinquecento campioni tra Annata, Riserva e Gran Selezione. Non mi è mancata occasione di approfondire in verticale specifici territori e la storia della denominazione attraverso importanti realtà produttive: Gaiole, con Ricasoli e Castello di Ama, entrambe impegnate in accurate zonazioni espressive degli specifici areali,  San Donato in Poggio, con Castello di Monsanto e il primo cru di Chianti.

Adriano Guerri

La Chianti Classico Collection suscita molto interesse da parte di noi amanti di Bacco. Questa edizione è stata ricca ed appassionante con amici di viaggio molto preparati e affabili. Momenti di confronto in degustazione molto costruttivi, senza lasciare nulla al caso. Ringrazierò sempre il direttore Luca Matarazzo per la possibilità, Ombretta Ferretto e Alberto Chiarenza per aver trascorso assieme due giornate emozionanti. La citazione musicale “Tu chiamale se vuoi emozioni”, del duo Battisti-Mogol, calza a pennello.

Luca Matarazzo (direttore)

Indubbiamente questo è “l’evento degli eventi”. Sono giunto all’ottava partecipazione e ogni volta è un’emozione diversa. Tanti colleghi ed amici da tutto il mondo pronti a confrontarsi con un mito del Made in Italy, che ha vissuto anche momenti delicati e cruciali. Dalla ripresa post scandalo al metanolo di metà anni ’80, il trend in positivo non ha mai smesso di arrestarsi. Adesso non si discute più di qualità, ma di sostenibilità ed i dilemmi imposti dal climate change rappresentano la vera sfida per il futuro. Per intanto però, godiamoci con un sorriso i primi 100 anni del Consorzio Vino Chianti Classico e del suo Gallo Nero, emblema di un vino unico e inimitabile.

Tutte le interviste le troverete cliccando sul seguente link di youtube.

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Romagna: a Carnevale ogni ciambella e ciambellone vale

Siamo ancora nella stanza dell’inverno; le temperature rigide fino al mattino disegnano nuove forme, pizzi argentei appesi a rami spogli di alberi silenziosi. Osservare quell’atmosfera fuori dalla vetrata appannata crea emozioni rilassanti. Il caldo di una stufa a legna accesa nei periodi più freddi ha molteplici usi: per cucinare piatti a lunga cottura, spostando semplicemente il tegame in punti più o meno lontano dal fuoco più vivo.

Il forno è quello che più mi avvince, sempre pronto ad infornare cibi, sempre in temperatura! E allora preparare ciambelle e ciambelloni diventa una consuetudine. Le ricette sono quelle del popolo contadino, con quel poco che avevano creavano bontà, seppur semplici. Prodotti facilmente reperibili. I dolci sono immancabili in questo periodo di carnevale, specialmente i dolci fritti e come non gradire la loro fragranza, la loro friabilità. Dolcezza nel panorama delle castagnole, frappe, cenci, tortelli, tagliatelle… e una tira l’altra, non aspettando il domani perché non sarebbero altrettanto piacevoli. Così per Carnevale, nel forno sta cuocendo la ciambella romagnola che non deve mai mancare a fine pasto.

Ingredienti

500 gr di farina 0, 300 gr di zucchero semolato, n 3 uova medie, 100 gr di burro (a pomata) 100 gr strutto, scorza grattugiata di un limone non trattato (solo la parte gialla) un pizzico di sale, bustina di lievito per dolci.

Svolgimento

Si impastano tutti gli ingredienti partendo dalla farina, sulla spianatoia, al centro uova zucchero, burro, strutto, scorza di limone e lievito. Risulterà un impasto malleabile, aiutarsi con le mani si forma una ciambella allungata, da adagiare su carta da forno, una manciata di zuccherini bianchi sopra e si inforna. 180 gradi per 35 minuti. Sempre prova stecchino per capire la consistenza e la cottura.

Buona per giorni, a colazione o come base per la “zuppa inglese”, a merenda per essere intinta nel calice di vino. Un Romagna Doc sangiovese, preferito dai romagnoli, alle “azdore” Romagna docg albana versione amabile o passito, magari lo straordinario “Arrocco” di Fattoria Zerbina, con nuance intriganti date dalla muffa nobile.

Ciambellone romagnolo

Ingredienti: 300 gr farina 0, 200 gr zucchero semolato, 100 gr di strutto, 2 uova medie, 200 gr di latte intero, pz di sale, 1 bustina di lievito per dolci (sostituisce il cremor tartaro e bicarbonato). Si inizia sbattendo le uova con lo zucchero in una terrina, poi strutto, il pizzico di sale, farina e lievito. A questa base si può arricchire con ciò che piace, uvetta, canditi, noci, cioccolato; ogni volta un sapore diverso. Si unge bene uno stampo con al centro il buco, strutto e farina, versare l’impasto, livellare, infornate a 180 gradi per 10 minuti poi 170 gradi per 35 minuti.

Ogni qualvolta cerco una ricetta tra foglietti ingialliti, ritrovo sapori e persone che mi portano lontano. l’abbinamento? Romagna Doc spumante versione dolce.

Buon Carnevale!

“San Severo provincia di Foggia…”

Un giorno a San Severo (FG), alla ricerca di quell’identità pugliese ammirata e decantata in Italia e all’estero.

Lo ripeteva sempre Lino Banfi nei film commedia anni ’80: San Severo provincia di Foggia. Lo ripeteva come un mantra e tutti noi, compreso il sottoscritto, immaginavamo questo luogo intriso di un senso arcaico di bellezza agreste, di tradizioni e di genuinità degli abitanti.

E allora perché non trascorrere un giorno proprio lì, in compagnia di produttori che hanno fatto la storia dell’areale, guidati dall’autrice di 20Italie Serena Leo. Le video interviste contenute nell’articolo rappresentano uno spaccato verace dell’Italia Meridionale, dove le storie familiari si mescolano spesso a quelle aziendali e viceversa. Dove far qualità costa caro, perché non puoi usufruire degli agi e dell’abbrivio economico di altre realtà soprattutto del Centro-Nord.

Gianfelice D’Alfonso Del Sordo ci narra dell’importanza di una varietà autoctona come il Nero di Troia, in grado di dare vini di carattere, dalle sensazioni vellutate nella loro espressione tannica. Un corredo di frutti di bosco e sensazioni mediterranee uniche nel loro genere, il marchio di fabbrica del Sud. I suoli presenti sono ricchi di calcare e sedimentazioni marine fossili. Vengono chiamati in dialetto “coppanetta” dalle piccole colline (le coppe) dove si scavava la pietra di Apicena per le costruzioni.

L’azienda D’Alfonso Del Sordo è la storia di questo territorio, con il suo carico di ricerca e sperimentazione in cantina e vigna, tra uvaggi, blend di varietà sui campi e microvinificazioni separate per parcelle. Il racconto parte da un assunto storico di fatto: San Severo è da sempre un grande bacino enologico, con cantine sotterranee di rara bellezza, poste all’interno delle mura cittadine. Ci arriveremo per gradi, non dimenticando il passato fatto anche di povertà, dove i ragazzi potevano permettersi di giocare con una palla fatta di vinacce spremute e correre a nascondersi dietro a trattori, enormi torchi in legno e fienili. Gente avvezza alla semplicità, nei modi e nei gesti. Casteldrione è il Nero di Troia dalle sfumature rubino intense e dal sapore gioviale ed elegante, che non ti obbliga ad un abbinamento forzatamente impegnativo.

Da Pisan Battel, in compagnia di Antonio Pisante – titolare con Leonardo Battello di questa splendida realtà – abbiamo parlato dell’altra gemma di San Severo: la spumantistica di altissimo livello. L’enologo Cristiano Chiloiro paragona il passato ed il presente delle bollicine locali ad un hardware sofisticato, che cerca soltanto un software in grado di decifrarlo e assestarlo in maniera definitiva.

In poche parole le potenzialità ci sono, in particolare per il Bombino Bianco, ma serve ancora un pizzico di consapevolezza ed autocoscienza per eguagliare i vertici mondiali della produzione.

Cremoso e avvolgente il Brut Metodo Classico da Bombino Bianco, ma a sorprenderci per finezza e duttilità d’utilizzo è il Pas Dosè Rosè Metodo Classico da Nero di Troia in purezza. Lo stile è tutto ed i vini di Pisan Battel si rivelano un fiore all’occhiello pronto al confronto con i mercati più esigenti.

Pagina conclusiva del nostro percorso la visita da D’Araprì, i pionieri della bolla pugliese. Daniele Rapini spiega, con gli occhi lucidi d’emozione, gli inizi del padre, dalle esperienze in Francia fino ai primi imbottigliamenti arditi, che finivano spesso con le carcasse di bottiglie scoppiate per l’alta pressione. Poi la svolta ed il salto di qualità, divenendo dai primi anni 2000 il riferimento per un movimento che ha coinvolto numerosi vigneron.

Un “distretto dello spumante” mancante solo sulla carta, per numeri ancora troppo esigui e opinioni divergenti tra i vari attori. La posta in gioco è elevata, si tratta del futuro stesso della Denominazione e del suo cavallo di razza, che siamo certi porterà le luci della ribalta anche alle altre versioni ferme, a base degli autoctoni che il terroir sa offrire.

Cartoline dal Matese: le interviste a Terre dell’Angelo e La Sbecciatrice

Come non pensare ad una delle visite più coinvolgenti vissute dalla redazione di 20Italie, quella nell’Alto Casertano ai piedi del Matese? Ricordi che hanno lasciato tracce indelebili, testimonianza del fare artigianalità in Campania, a volte persino contro tutto e tutti.

Le possibilità di creare impresa non sono le stesse di altri territori, inutile evidenziarlo. Ma l’inventiva nostrana è il vero motore di un settore che potrebbe mirare ai vertici assoluti dell’eccellenza enogastronomica. Basta poco che ce vo’? In realtà, pensiero ed azione devono andare di pari passo con impegno e sacrificio, dedizione e volontà, in maniera impavida pronti alle sfide enormi poste in essere dall’odierno altalenante e dal futuro ricco di insidie.

Terre dell’Angelo e La Sbecciatrice, ovvero Angela e Domenico (Mimmo), due elementi caratterizzanti un territorio bellissimo, foriero di prodotti d’alta qualità e genuini fino al midollo. Le loro aspirazioni, i sogni e progetti ancora da realizzare traspaiono dalle parole e dagli occhi lucidi. Il pensiero fisso di chi non cerca solo il facile realizzo economico, quanto, piuttosto, di lasciare un segno nel luogo in cui vivono.

Di loro abbiamo già accennato nell’articolo riassuntivo Matese: un giorno in Alta Campania alla ricerca del nostro “Vecchio West”; mancava all’appello l’approfondimento video e due righe del sottoscritto per invogliare il lettore a tuffarsi in una dimensione ancora poco esplorata, di forte impatto emotivo.

Terre dell’Angelo è un progetto che unisce idee e professioni per promuovere alcune peculiarità delle terre sannite legate all’antico culto micaelico. Partendo dal recupero dell’ulivo per arrivare alla riscoperta di vitigni autoctoni come il Pallagrello e il Casavecchia, per produrre olio e vino di alta qualità continuando a mantenere vive le tradizioni.

Quattro etichette, moderne e originali con richiami iconici al terroir: “La volta” da uve Pallagrello Bianco; “L’Astrale” Falanghina in purezza clone beneventano e poi “L’Arca” dallo storico vitigno Casavecchia e “Il Tempo”, il loro primo vino, da vecchi filari di Pallagrello Nero allevati ancora a pergola casertana. E poi un’attenzione particolare alla cultivar Tonda del Matese, per un olio extravergine di oliva delicato e fruttato, in grado di esaltare preparazioni estremamente eterogenee.

La Sbecciatrice, la storia di due fratelli, un antropologo ed un naturalista, che decisero di mettere a frutto le loro competenze seminandole nei campi della loro stessa famiglia. Per generazioni la base della sussistenza alimentare di avi agricoltori, poi quasi abbandonati, queste terre fertili ed incontaminate, collocate in un territorio lontano da ogni forma di inquinamento e antropizzazione, sono diventate l’inestimabile risorsa con la quale costruire un progetto di valore unico.

L’azienda è stata battezzata con il nome di un antico attrezzo agricolo utilizzato per mietere il grano ed è stata arricchita dalle innumerevoli competenze di una ex-architetta/designer, donna di ingegno e di temperamento. Ricerche con università sulle varietà Pomodoro Riccio, Fagiolo Lenzariello, Fagiolo Curiniciello e Cece delle Colline Caiatine, tutti a km zero, oggetto di resilienza eroica dei Barbiero.

Viva l’Alto Casertano, viva il Matese!

Umbria: la visita da Fattoria ColSanto della famiglia Livon nello storico borgo di Bevagna

Da Fattoria ColSanto si arriva percorrendo un lungo e suggestivo viale di cipressi, disposti in duplice filare, che anticipa lo charme della Tenuta. Siamo nel centro dell’Umbria nello storico borgo di Bevagna, a pochi passi da Montefalco. 

La Storia

Nel 2001 l’azienda è stata acquisita dalla famiglia Livon, che ha subito iniziato a restaurare i ruderi del vecchio casale risalente al 1700, impiantando nuovi vigneti ad alta intensità. L’etimologia del nome deriva proprio da Colle, posta sulla sommità della collina di fronte ad Assisi, terra di Santi.
La proprietà ha un’estensione vitata di oltre 20 ettari, attorno alla nuova cantina, ove affondano le radici di varietà, quali, Sagrantino, Sangiovese, Montepulciano e Merlot e un appezzamento di tre ettari di Trebbiano Spoletino non lontano dalla fattoria. La “patria enologica” del Montefalco Sagrantino, il cui vino può a buon diritto essere considerato una perla enologica italiana sia nella versione secca sia passito. La struttura mette a disposizione ai propri clienti 12 eleganti camere ricavate nella vecchia villa padronale.

Fattoria ColSanto è immersa in uno scenario incantevole, dove la nutrita presenza di vigneti e uliveti ne fanno un territorio di straordinaria bellezza che cede il passo ai rilievi del Monte Subasio con cime innevate in questo periodo. La visita è iniziata dalla panoramica terrazza che offre una vista di ineguagliabile bellezza, dalla quale si vedono in lontananza Assisi, Spello, Trevi e Montefalco. Poi dritti in cantina, tra barriques, botti di varie dimensioni e anfore, a seguire degustazione dei vini anche dell’azienda friulana accompagnati da prelibatezze locali.

I Vini degustati

Fenis Livon – Ribolla Gialla Metodo Martinotti – Paglierino con riflessi verdolini, dal perlage fine e persistente. Note di fiori di camomilla, pera e pasticceria da forno, dal gusto fresco, sapido e lungo.

Collio Doc Chardonnay 2021 – Livon – Paglierino brillante, naso di mela, ananas, banana, pesca, nocciola e crosta di pane. Avvolge e persiste al palato con freschezza che stimola il sorso.

Collio Doc Friulano Manditocai 2021 – Livon – Riflessi dorati, sprigionante note floreali di pesco, frutta tropicale e noce moscata. Sorso ricco, avvolgente e vibrante.

Cantaluce Umbria Igt 2019 – ColSanto – Trebbiano Spoletino – Riflessi dorati,  con sentori di mela, pera, melone, frutta tropicale e erbe aromatiche. Fresco, rotondo e leggiadro.

Montefalco Sagrantino Docg ColSanto 2016 – Rubino profondo, emana note di marasca, melagrana,  mora, prugna, tabacco e spezie orientali. Grip tannico poderoso, ma setoso, avvolgente e duraturo.

Montarone Passito Umbria Igt 2016 – ColSanto – Sagrantino – Anch’esso rubino profondo, sentori di lavanda, confettura di more, ciliegie sotto spirito e prugne secche. Vino delicato ed appagante.

Tra un Benvenuto, un’alice di Acquapazza e un calice, ci è scappato un Prosit. A Cetara, Golosità che scaldano il cuore con Ambientarti e Grapee.

Torre di Cetara colma di avventori, venerdì 1 settembre, nel pieno dell’affluenza turistica dell’alta stagione. Scusate mi correggo, la data esatta è venerdì 1 dicembre. Ebbene sì, a Cetara si possono trascorre momenti fantastici anche in autunno inoltrato, quasi inverno.

A coccolarci ci sono le agenzie Ambientarti e Grapee che organizzano una rassegna culturale dal sapore leggero, per dare lustro a tutto ciò che il terroir sa offrire, (come direbbero gli esperti del vino).

Il titolo è un voluto rimando all’unione di intenti e di realtà diverse, ognuna col suo stile, ognuna costituente un piccolo tassello nel mosaico enogastronomico della Campania. Dei fratelli Vicinanza, ad esempio, abbiamo già accennato nell’articolo Salerno: Hippocratica Civitas tra santi, tradizioni, luci d’artista ed attrazioni enogastronomiche.

Ma a noi non bastava e quindi torniamo sul loro vino bianco, blend alla pari tra Fiano e Bombino ed il rosso, invece, 70% Aglianico e 30% Merlot dalle immediate colline di Salerno. Tenuta San Benvenuto ha curato quindi la “parte liquida” dell’evento, che ha accompagnato l’entrée a cura realizzato a cura di Prosit e Golosità e la successiva degustazione a cura del ristorante Acquapazza a Cetara.

I ragazzi di Grapee hanno raccontato, a modo loro, le eccellenze del golfo: i vini salernitani e i prodotti cetaresi che ogni giorno si guardano e si fanno l’occhiolino portando lustro alla regione nel mondo intero.

Un ottimo lavoro di comunicazione e cultura del Made in Italy, nell’attesa di rivederci anche il 19 gennaio per l’ultimo degli appuntamenti programmati. 

A voi un piccolo estratto della serata nella Torre Vicereale di Cetara.

Matese: un giorno in Alta Campania alla ricerca del nostro “Vecchio West”

“Panta rei” tutto scorre: l’acqua, il tempo, la vita stessa. Una ricerca infinita che dura un breve istante se paragonata all’immensità in cui vengono poste le cose. La bellezza di natura, espressa nelle sue linee più morbide e selvagge come nel Matese in Alta Campania, richiama l’idea di Vecchio West dei film americani.

La nostra visita ad un territorio vasto e dotato di un potenziale ancora inespresso, inizia con il supporto di Viatoribus e dell’Associazione di Promozione Sociale Love Matese con Claudia e Angelo nel ruolo di moderni Cicerone attrezzati di pulmino e cane segugio al seguito.

Prima tappa a Piedimonte Matese, presso l’Acquedotto Campano Sorgente del Torano con i suoi 2 metri cubi d’acqua corrente distribuita ogni secondo fino alle soglie di Napoli e, tramite tubazioni sottomarine, dell’Isola di Ischia. Per questa opera ingegneristica pubblica di importanza strategica, realizzeremo uno speciale ad hoc, ringraziando lo Staff Tecnico Amministrativo – Impianti e reti del ciclo integrato delle acque di rilevanza regionale.

Spinti da una corrente positiva proseguiamo nel successivo spostamento a San Michele (Alife) per visitare un antico vigneto di Pallagrello, varietà autoctona menzionata già ai tempi di Plinio il Vecchio duemila anni orsono e la tradizionale forma di allevamento a pergola della Società Agricola Terre dell’Angelo. La titolare Angela Amato ci racconta dei primi passi mossi a partire dal 2015 nei 10 ettari di proprietà terriera, di cui 4 vitati.

Il nome dell’azienda lo si deve al culto dell’Arcangelo Michele, presente in zona sin dai tempi dei Longobardi. I suoi vini riecheggiano stili e sapori della tradizione, così come i biscotti al vino Pallagrello Bianco e Rosso, stuzzicanti per un momento conviviale con amici e parenti. I terreni sono qui composti da argille e calcare, con depositi fluviali e lacustri del Lago Matese e Fiume Volturno. Poca l’influenza delle polveri piroclastiche, distanti verso il vulcano di Roccamonfina e della zona del Falerno del Massico.

Immancabile la prova del nove: sarà meglio la mozzarella di bufala casertana o quella cilentana? Non siamo giudici inflessibili muniti di paletta, ma non possiamo che applaudire gli sforzi prodotti dal Caseificio il Casolare ad Alvignano, con Mimmo, Benito, Pasquale e Concetta a portare avanti il lavoro di casari tra mozzarelle e formaggi dal gusto unico e inconfondibile. E perché non celebrare il rituale delle merende delle feste con un salume e le uova sode, quelle de La Querciolaia – uova biologiche galline felici – un metodo di allevamento all’aperto di galline, vigorose e contente di adempiere al compito di produttrici di uova naturali. Aspetto e sapore totalmente diversi da quelle provenienti dagli allevamenti intensivi commerciali.

Il nostro tour giunge al giro di boa da La Sbecciatrice di Mimmo Barbiero, laureato in sociologia, e dalla compagna Jurate. Studi approfonditi per il pomodoro riccio, coltivato in aridocoltura e analizzato dall’Università La Sapienza per essere un simbolo di agricoltura sostenibile. Viene commercializzato come passata e come filetti (cosiddette “pacchetelle”) al naturale, dopo essiccazione sulla paglia. Interessanti anche le proposte del fagiolo bianco “lenzariello” e di quello “curniciello” oltre al cece delle Colline Caiatine dalla buccia sottile e più rapido alla cottura.

Le luci del tramonto ci indicano che il nostro viaggio ai piedi del Matese sta per giungere al termine. Non resta che organizzare una veloce visita con degustazione da Davide Campagnano, giovane imprenditore trentenne, laureato in Scienze Agrarie, che ha impiantato la propria attività di viticoltore assieme alla moglie e al padre. Valorizza la Barbera del Sannio, chiamata altresì localmente Camaiola e scopre, per puro caso, una varietà d’uva autoctona presente da sempre in queste terre, denominata Pizzutello che promette risultati interessanti in futuro.

Un finale gastronomico degno di un re da Pepe In Grani, premiatissima pizzeria di Franco Pepe a Caiazzo, con le versioni gourmet del piatto più celebre della Campania. La “margherita sbagliata” è un capolavoro di inventiva, frutto della concezione che la mozzarella possa essere nobilitata distinguendola dalla squisita salsa di pomodoro posta in superficie.

Franco Pepe è anche l’ideatore di Pizza Hub, una sorta di cartolina del territorio nata per fare squadra comune e proporsi al pubblico tramite l’immagine vincente di qualità nel rispetto della natura. Termina il primo di una serie di articoli che vede protagonista un angolo ancora inesplorato della regione; un luogo ben presente nella mente di coloro che vorranno scoprirlo, come una passeggiata romantica nel “Vecchio West” della Campania.

Isola del Liri: cosa ci insegna la storia?

N.d.r. pubblichiamo con piacere l’articolo di Stefano Viscogliosi, su un territorio visitato di recente e pieno di magia e mistero come Isola del Liri (link Castello Viscogliosi presenta l’evento CastelWine e le due etichette prodotte in Toscana). La storia è sempre maestra di vita.

“Sollecitato dall’amico Luca Matarazzo a raccontare un episodio della mia famiglia risalente a cavallo del cambio di secolo tra il 1700 ed il 1800, mi sono accinto a scrivere delle brevi note su quanto accaduto in quegli anni difficili e tormentati e come reagirono  coloro che ci hanno preceduti, lasciandoci una lezione di civiltà in un momento travagliato e violento, lezione che andrebbe ricordata e non dimenticata.

I fatti si svolsero nel paese di Isola del Liri, all’epoca denominata Isola di Sora, sita attualmente nel Lazio meridionale, ma al tempo facente parte del Regno di Napoli, (circa 3km dal confine con l’allora Stato Pontificio). Isola del Liri, come indicato dal nome, (d’ora in avanti semplicemente Isola, anche nel rispetto della lingua locale per la quale è indicata come L’Isera, cioè l’Isola)  è un’isola fluviale, formata appunto dal fiume Liri (nella parte finale assume il nome di Garigliano). Quest’isola ha la particolarità di essere formata da due cascate di circa 30 metri di altezza;  sulla biforcazione del fiume, prima del salto delle cascate,  sorge una rocca, poi trasformata in palazzo e residenza  dai Principi Boncompagni Ludovisi,  feudatari del Ducato di Sora. E’ possibile avere un’idea del posto a quei tempi, prima che la crescita urbanistica nascondesse alcune particolarità, da quanto riportato nell’etichetta dei vini del castello, ove compare un particolare della pianta del paese alla fine del 1700, cioè proprio coeva al racconto.

Il luogo è di una bellezza ed interesse naturalistico notevole ed è stato più volte rappresentato in dipinti presenti in diversi musei, tra cui anche il Louvre, collocato  sulla direttrice tra Roma e Napoli. Questa sua collocazione geografica e la particolarità del posto hanno fatto sì che più volte il paesaggio del castello sulle cascate fosse rappresentato nelle stampe dei viaggatori del Grand Tour di fine 1700 e metà 1800, proprio perché ne rappresentava una tappa in qualche modo obbligata dei viaggatori che da Roma si recavano a Napoli, passando poi per Montecassino, Capua ecc. (e viceversa). Un luogo dunque di “passaggio obbligato”, quale è la Valle del Liri, che ha purtroppo avuto anche conseguenze negative in periodi di avvenimenti bellici, l’ultimo dei quali legato al fronte di Cassino nel 1944.

Ma torniamo ai fatti: ci troviamo negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione francese; il 31 agosto del 1796  Il ducato di Sora, come entità feudale o (per meglio dire Stato feudale), aveva cessato di esistere, riunito alla diretta amministrazione dello stato centrale borbonico. Conseguentemente il Castello dei Principi Boncompagni Ludovisi era stato acquisito al Regio Demanio.

Il Sovrano del tempo, peraltro stretto parente della deposta dinastia borbonica francese[1], si schierò ovviamente, come tutte le monarchie del tempo, contro la Francia rivoluzionaria e ciò determinò una prima spedizione dell’esercito francese sia a Roma che poi a Napoli, con la proclamazione delle rispettive repubbliche liberali e filofrancesi. A seguito della formazione della seconda coalizione  anti francese, tra Austria e Russia durante la campagna di Egitto, fu necessario richiamare al Nord Italia le armate presenti al Sud ed in particolare a Napoli, sia per necessità di avere forze sufficienti per difesa, sia  per evitare che fossero tagliate fuori dagli eserciti della coalizione e colpite dai movimenti di resistenza filoborbonici, particolarmente agguerriti.

Fu così che in ambito generale di ripiegamento dell’esercito repubblicano francese,  dopo brevi scaramucce con le avanguardie, conclusesi con successo da parte dei difensori della guardia civica locale, fortificatasi nel Castello e nell’isola, il giorno  12 maggio 1799 si presentò una colonna dell’esercito francese, formata da circa 13.000  uomini chiedendo il libero passaggio per lo Stato Pontificio. La guarigione locale, probabilmente esaltata dagli esiti positivi dei precedenti scontri, confidando nell’arrivo di rinforzi dalle guarnigioni dei paesi vicini ed evidentemente sottostimando le forze avversarie, si rifiutò di concedere il passaggio all’esercito francese, accogliendo a fucilate i messaggeri inviati.

Sembra che in tale contesto fosse rimasta ferita anche la moglie del generale francese Oliver che non prese bene tale accadimento, con la conseguente decisione di andare ben oltre le iniziali richieste. Piazzati i cannoni  sulle alture circostanti iniziò un bombardamento cui non vi poteva essere opposta la fucileria della piccola guarnigione della milizia del posto; ancora oggi si possono vedere sulla torre del castello, dove era concentrata la resistenza, gli effetti delle cannonate francesi e sono anche conservate palle di cannone rinvenute nel corso dei successivi restauri.

In breve, le truppe francesi dopo aver abbattuto a colpi di cannone le porte di accesso, invasero l’abitato, dal quale i cittadini non potevano più allontanarsi, avendo i difensori precedentemente demolito i ponti di attraversamento del fiume Liri[2];  restava loro un unico rifugio convenzionalmente ritenuto inviolabile, quali erano le chiese, dentro le quali vigeva una sorta di diritto di asilo e di impunità, risalente al medioevo. L’esercito rivoluzionario francese, nemico giurato della nobiltà e del clero, evidentemente non ritenne di rispettare l’antica regola e sterminò tutti coloro che si erano rifugiati nella chiesa di San Lorenzo, compresi donne e bambini, in un numero di 350 . Altre uccisioni vi furono nelle abitazioni, in quanto tutto l’abitato, comprensivo degli edifici religiosi, fu sottoposto a saccheggio e devastazione per due giorni. Dalle cronache del tempo si ha notizia di uccisioni di 600 cittadini  su di una popolazione censita di un migliaio di abitanti. Dopo alcuni mesi i superstiti ritornarono ad Isola e iniziarono la ricostruzione dopo aver dato sepoltura alle vittime e riconsacrato gli edifici di culto.

Passarono gli anni e la Francia vide il passaggio dal regime giacobino a quello imperiale di Napoleone, il quale in una successiva campagna d’Italia riconquistò nuovamente l’Italia ed il Regno di Napoli, dove non fu più insediata una forma repubblicana di governo locale, ma semplicemente insediate  delle  monarchie di stampo borghese, affidate ai familiari dell’imperatore e come tali filofrancesi. In tale contesto nel 1809 divenne Re di Napoli il cognato di Napoleone, nella persona di Gioacchino Murat, il quale, seppure fosse principalmente un valente generale e pertanto interessato più a questioni militari che di amministrazione, volle prendersi cura del suo nuovo regno , sottraendolo al ruolo di stato vassallo della Francia, come sarebbe stato nelle intenzioni di Napoleone, dotandolo di  una sua autonomia economica. I territori dell’ex ducato di Sora rappresentavano uno dei siti  di produzione dei tessuti del Regno di Napoli, in particolare delle lane (provenienti dai monti del vicino Abruzzo – all’epoca indicati come Abruzzi), lavorate mediante telai manuali nella vicina città di Arpino. Murat volle ammodernare e potenziare la produzione industriale del suo Regno e per realizzare le sue intenzioni, volle chiamare dalla Francia imprenditori del settore che affinché introducessero  le innovazioni tecnologiche necessarie.

Limitando il racconto agli avvenimenti “isolani” va detto che in quello che una volta era chiamato il “Delfinato” cioè l’odierna zona a sud di Lione, era fiorente l’industria tessile, con l’adozione dei telai denominati Jacquard. Diversi imprenditori francesi furono invitati dal Murat ad installarsi nel Regno di Napoli per dare impulso alle nuove iniziative imprenditoriali, godendo di importanti  benefici statali, resi possibili  anche dalle abolizioni dei privilegi ecclesiastici[3]. Con decreto del settembre 1809 Gioacchino Murat concesse in comodato decennale il castello dell’Isola (di Sora) all’imprenditore Charles Lambert affinchè vi impiantasse una fabbrica di panni “ad uso di Francia”.

Unitamente al Lambert, mio antenato, arrivarono  diversi imprenditori francesi nel circondario, attratti sia dai benefici agevolativi del Murat, ma anche dalle prospettive di produzione offerte dal sito. Infatti la presenza del fiume Liri, alimentato dalle nevi dei vicini monti dell’Abruzzo, nonché la conformazione orografica (con frequenti “salti” o cascatelle)  offriva una prospettiva di utilizzo di energia idraulica gratuita, necessaria al funzionamento dei macchinari installati, con sostituzione della pregressa energia manuale. In quello che convenzionalmente è indicato come “decennio francese” corrispondente alla dominazione francese nel Regno di Napoli della famiglia Bonaparte (venuto meno nel 1815), furono  impiantate da parte di imprenditori francesi diverse attività industriali sia nel campo della tessitura che nel campo della produzione cartaria, produzione questa che poi prese in sopravvento nel territorio di cui parliamo.

Sappiamo tutti che la caduta definitiva del sistema napoleonico e con gli assetti disposti  dal congresso di Vienna, furono ristabiliti gli antichi regimi monarchici preesistenti e pertanto vi fu il ritorno della monarchia borbonica nel Regno di Napoli. Alla luce di quanto successo nel 1799  e di quelle che sono le conoscenze generali “di come va il mondo”, ci si sarebbe aspettato che la popolazione ed i nuovi governanti, individuassero negli “stranieri” francesi i soggetti sui quali muovere azioni di rivincita, di vendetta ed anche esperire azioni di arricchimento ai danni dei “nemici”.

Accadde invece che il popolo isolano inviò al sovrano borbonico delle suppliche per non allontanare questi nuovi imprenditori dal territorio, suppliche che furono ben accolte dal sovrano che emise apposito decreto con il quale metteva sotto la protezione reale i cittadini francesi ed i loro beni. Non mi risulta che a seguito della caduta del regno murattiano si siano  registrati rientri in patria della “colonia” francese[4], peraltro probabilmente malvista in patria  in quanto costituita da “bonapartisti” (Dumas racconta nei suoi romanzi l’ostilità dell’ancien régime francese contro i bonapartisti come si può leggere nel “Conte di Montecristo”) e pertanto le industrie nate dai decreti del Murat,  prosperarono e si ingrandirono nel tempo, anche con il crescente contributo dell’imprenditoria locale che nel tempo si è prima affiancata e poi anche  in parte sostituita a quella inziale francese, così come accadde anche nel caso della mia famiglia.

La storia  ci ha abituato a racconti che vedono i vinti cacciati e soggetti a sopraffazioni  dovendo in qualche modo ripagare quanto altri prima di loro hanno compiuto contro la popolazione locale; siamo stati abituati a vedere la monarchia borbonica, di evidente stampo assolutista, come retrograda e sorda ad ogni iniziativa di progresso, mentre quanto vi ho  raccontato evidenzia l’intelligenza di un popolo, la sua capacità di accoglienza e di condivisione di culture e usi, dandoci una lezione di civiltà, di intelligenza e collaborazione che sembra appartenere più ad un futuro immaginario che ad un passato lontano.

Vorrei chiudere questa piccola testimonianza con un passo di un libro scritto dal celebre compositore francese Hector Berlioz nelle sue “memorie” di un viaggio in Italia del 1830 , nel quale racconta ed indirettamente conferma il contenuto di questo mio scritto: “ Una marcia forzata da San Germano (Cassino) ci fece arrivare in un giorno a Isola di Sora, , un villaggio[5] situato sulla frontiera del Regno di Napoli, che vale la pena di visitare  per il suo piccolo fiume che dopo aver messo in funzione parecchi stabilimenti industriali, viene a formare una bellissima cascatala nostra prima parola, entrando in città, fu per chiedere di una locanda. “ E …locanda.. non c’è né “ ci rispondevano i contadini con un’aria di canzonatoria pietà. “Ma la notte dove si và?”  “ E … chi lo sa?” Chiedemmo di passare la notte in una brutta rimessa; non c’era un filo di paglia ed il proprietario si rifiutava… Avevo già trascorso a Isola di Sora una giornata; per fortuna ricordavo il nome di Courrier, francese, proprietario di una cartiera. Ci viene indicato tra un gruppo di persone suo fratello; espongo a costui il nostro problema, e, dopo un istante di riflessione, mi risponde in tutta tranquillità in francese, anzi, visto l’accento, potrei anche dire in dialetto del Delfinato: “Perdio! Vi si troverà una sistemazione per dormire bene”. “Ah ! siamo salvi, Courrier  è del Delfinato, io sono del Delfinato, e tra gente del Delfinato, come dice Charlet, l’affare si può arrrangiare”. In effetti, il cartaio, che mi riconobbe , si comportò con noi con la più sincera ospitalità. Dopo una cena più che confortevole, un letto gigantesco, come non ne ho visti che in Italia, ci accolse tutti e tre; vi riposammo assai comodamente, riflettendo sul fatto che sarebbe stato meglio, per il resto del nostro viaggio, sapere quali fossero i villaggi con almeno una locanda, per non correre il rischio al quale eravamo appena sfuggiti…


[1] Va ricordato che Maria Antonietta, Regina di Francia, ghigliottinata  sulla Place della Concorde  era la sorella della Regina di Napoli.

[2] Sembra peraltro che il fiume fosse particolarmente “gonfio” perle piogge cadute nei giorni precedenti.

[3] Molte iniziative industriali  vennero ubicate in ex conventi o chiese sottratte agli enti ecclesiali.

[4] In francese si utilizza il termine di resortissant, cioè di cittadino francese residente all’estero.

[5] La traduzione villaggio è tipica di un francesismo, dove village, indica una piccola città (ville); mentre noi utilizziamo più il termine di paese.

Beux 2023 i vini del Piave e la storica forma di allevamento della vite “a bellussera”

Il Piave oggi “non mormora”: è invece fragorosa la sua voce sulla valorizzazione del territorio.

Fa scoprire al visitatore attento le proprie tradizioni, la propria cultura, accompagnandolo in percorsi enogastronomici e paesaggistici che lasciano il segno e che parlano di un Veneto orgoglioso e antico; il primo weekend di dicembre ho avuto l’occasione, insieme ad altri wine blogger e giornalisti, di partecipare alla terza edizione dell’evento Beux 2023 dedicato alla Bellussera, antica forma di allevamento della vite, e alle Terre del Piave, organizzato dalle cantine Enotria Tellus, Tenuta Giol, Bonotto Vini, Casera Frontin e Casa Roma.

Un’occasione per conoscere questa zona vitivinicola e la sua gente che porta avanti con determinazione, competenza e passione un lavoro tanto difficile quanto pieno di grandi soddisfazioni. Oltre alle visite in cantina, siamo stati coinvolti in una degustazione alla cieca di vini scelti dai partecipanti, il fil rouge la vendemmia tardiva. Abbiamo dovuto aguzzare ingegno e abilità per cimentarci nell’assaggio di vini dolci e secchi e decretarne il vincitore. Ad accoglierci sabato mattina Anisa e Fabio di Enotria Tellus, giovani e pieni di entusiasmo. Un nome, quello della cantina, che rimanda alla vocazione vitivinicola dell’Italia già nell’antichità. Venne inaugurata nel 2016 ed i suoi vigneti si estendono nel comune trevigiano di San Polo di Piave. I prodotti sono ben curati sin dalle etichette, uniche ed eleganti, create dalla vena artistica di Anisa.

Nella degustazione sono stata rapita dal loro “Viajo” (in veneto viaggio), Pinot Grigio delle Venezie DOC dosaggio zero che sprigiona profumi delicati di fiori bianchi e note fruttate, all’assaggio sapido e minerale. Tra i rossi spicca il “Piradobis” da uve Merlot surmature, Raboso Piave e Passito di Raboso Piave. Vinificato e affinato in anfore di terracotta, il nome nasce dalla traslitterazione di una parola georgiana che significa identità, omaggio alla patria della vinificazione in terracotta. Anche la linea dei Prosecchi: Prosecco Doc Treviso Brut Millesimato e Prosecco Doc Treviso Extra Dry Millesimato esprime un carattere deciso, come il papavero giallo rappresentato sulle etichette, un fiore tenacemente radicato nel terreno in cui vive. Perlage fine e persistente con profumi di gelsomino, mela, glicine.

Da Tenuta Giol la data del 1427 campeggia all’ingresso e qui il tuffo nella storia è assicurato. Questa antica cantina è un complesso che ha resistito nel tempo, circondato da alberi secolari costeggiati da un ruscello d’acqua sorgiva. Qui sono presenti le testimonianze della civiltà contadina di San Polo di Piave. Nel 1919 Giovanni Giol, da poco rientrato da Mendoza (Argentina), dove era emigrato giovanissimo e aveva creato un impero e la più grande cantina del mondo, acquistò dalla famiglia Papadopoulos l’intero complesso: il Castello, il Parco, le Antiche Cantine e un immenso terreno.

E’ Vittorio Carraro, nipote di Giovanni Giol, che ci guida alla scoperta della tenuta e delle cantine, l’azienda è legata alla coltivazione dei vigneti e alla produzione di vini DOC del Piave. Durante la visita scopriamo gli edifici storici: il vecchio caseificio e l’enorme granaio, si respira l’aria della vita quotidiana vissuta negli anni trascorsi e le vicissitudini tra le due guerre. Vittorio ci racconta di come il massimo rispetto per l’ambiente e la ricerca continua della qualità lo abbiano portato alla produzione di vini biologici e vegani nel rispetto della tipicità delle uve, vini genuini e autentici.

La visita alla Cantina Granda e alle cripte di invecchiamento è molto suggestiva, diversificata la proposta enoica: da vini prodotti con vitigni resistenti (Bronner), agli eleganti Prosecchi; dai bianchi Pinot Grigio e Chardonnay che regalano una piacevole beva, ai rossi Merlot e Cabernet Sauvignon che trovano in questo territorio un’ottima interpretazione. Una chicca il loro 1427 spumante Metodo Classico di Raboso che riposa per 40 mesi nella parte più antica delle cantine.

Parlando della Tenuta Giol una digressione è d’obbligo per dare qualche cenno sul fiabesco castello che appartiene alla famiglia. Un antico palazzo in stile neogotico inglese e un parco storico realizzato attorno al lago. La struttura attuale risale al 1865 ed era la residenza di campagna della famiglia Papadopoli, venne incendiata sul finire della Grande Guerra, nel 1921 fu acquistata e ricostruita nelle parti interne dal commendator Giovanni Giol. In questa splendida cornice si è tenuta la cena di gala dell’evento BEUX dove i vini delle cantine ospitanti accompagnati da dell’ottimo cibo hanno deliziato noi commensali.

Finalmente arriva l’incontro con la Bellussera da Tenuta Bonotto. Riccardo Bonotto ci conduce nei vigneti con il trattore, addentrarsi sotto i tralci, ascoltare la storia di questa famiglia che dal 1870 porta avanti con dedizione l’attività vitivinicola, è veramente emozionante. Ma cos’è la Bellussera? E’una tecnica di allevamento della vite ideato alla fine dell’800 dai fratelli Bellussi proprio in questa zona, prevede un sesto d’impianto con pali di legno alti quattro metri e collegati tra loro con fili di ferro disposti a raggi, una vera opera d’arte.  

lo scopo era quello di combattere il flagello della peronospora e di sfruttare al massimo le risorse della terra: nei larghi corridoi dell’interfilare potevano essere coltivati ortaggi e, se le viti venivano maritate ai gelsi, si potevano utilizzare le foglie delle piante per allevare bachi da seta. Il vigneto si trasformava così in un piccolo eco-sistema di coltivazioni agricole integrate, che doveva garantire la sussistenza di famiglie molto numerose.

La degustazione in cantina, accompagnata da rimandi storici, è molto interessante: il Manzoni Bianco che regala profumi floreali, un vino fine e delicato; Il rosato leggermente mosso prodotto con uve Manzoni Moscato, un sapore armonico e vellutato; il Raboso che viene vendemmiato tardivamente così da ottenere una lieve surmaturazione in pianta, vitigno identitario della zona del Piave, complesso ed elegante con una grande struttura.

Il Raboso fu largamente diffuso fino al 1949 nell’area della riva sinistra del Piave. Successivamente a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta gli agricoltori iniziarono a preferire le varietà internazionali più richieste dal mercato e il Raboso finì per essere quasi dimenticato. E’recente la sua riscoperta anche grazie al grande interesse che si è sviluppano negli ultimi anni verso i vitigni autoctoni e alla perseveranza delle cantine della zona che lo stanno facendo riemergere dall’oblio.

Gli assaggi che ci riserva Casa Roma- Peruzzet spaziano dai vitigni internazionali agli autoctoni, mi soffermo sulla loro Marzemina Bianca, una vera perla enoica, un vitigno di antica coltivazione presente nella pianura trevigiana già dal 1700. Regala un vino dal gusto fresco e asciutto con profumi floreali e una piacevole mineralità.

Di Casera Frontin il loro Spumante Brut Nature è una piacevole scoperta: vitigni resitenti, Bronner, Johanniter, Pinot Grigio e Solaris. Delicate note floreali e fruttate, sensazioni fresche e minerali fanno di questo vino, che affina in anfore di terracotta, un inno alla natura e alla biodiversità.

Sono stati due giorni intensi che mi hanno regalato un’esperienza immersiva in questo territorio e tra la sua gente. Una zona coinvolgente che invito a scoprire.

Prosit!

Salerno: Hippocratica Civitas tra santi, tradizioni, luci d’artista ed attrazioni enogastronomiche

«Se ti mancano i medici, siano per te medici queste tre cose: l’animo lieto, la quiete e la moderata dieta»

Salerno è da sempre la città della Medicina, primato confermato dalle testimonianze storiche di Tommaso d’Aquino e degli studiosi del Medio Evo. La prima e più importante Istituzione medica sin dal IX° secolo, dove hanno esercitato personalità illustri, maestri della cura del corpo e della salute come Costantino l’Africano, che recuperò e tradusse gli antichi testi di Ippocrate e Galeno.

Ma Salerno è anche legata a stretto filo con San Matteo, l’evangelista dalla doppia faccia per il suo passato oscuro da esattore delle tasse, una delle categorie più odiate all’epoca. Si dice, con un senso di ironia, che gli stessi abitanti governati dall’amore per il Santo Patrono abbiamo imparato la dualità nel carattere, posto a metà tra la sana diffidenza di chi vive sul mare ed ha nel sangue l’arte della pesca e chi si proietta al futuro guardando al sole che splende fisso sulla città.

Il Duomo, la Cattedrale Primaziale Metropolitana di Santa Maria degli Angeli, San Matteo e San Gregorio VII è un capolavoro architettonico simbolo dell’unione tra diversi stili nei secoli. Sede di una basilica romanica, fondata sui resti di una chiesa paleocristiana contenente le sante reliquie di Matteo, venne edificata sotto il regno di Roberto Il Guiscardo tra il 1080 e 1085. Monumentale il suo quadriportico con marmi policromatici tipici dell’era bizantina e la cripta restaurata in stile barocco contenente anche i resti dei Santissimi Martiri Salernitani Fortunato, Gaio, Ante e Felice, e le reliquie dei Santi Confessori. Accedervi è un vero sussulto al cuore ed all’animo.

Uscendo ci introduciamo tra le vie dei Mercanti, luoghi deputati da sempre al commercio, tra botteghe e mercato. Sotto il Principato Longobardo venivano chiamate “drapparia” per via dei tessuti appesi. Una volta circondati dal degrado, dopo il restauro avvenuto a cavallo tra gli anni ’90 e la prima decade del nuovo millennio sono divenuti l’emblema della rinascita culturale di Salerno. Case e piazze rivitalizzate, tolte al malcostume della criminalità spicciola e divenute adesso borgo residenziale e commerciale, meta ambita dai cittadini.

In particolare proprio durante le Festività Natalizie, quando anche “i Mercanti”, oltre al Lungomare, Piazza Flavio Gioia, Corso Vittorio Emanuele e la Villa Comunale con l’installazione artistica raffigurante un “Giardino d’Inverno” diventano scintillanti (è proprio il caso di dirlo) dalle Luci d’Artista, iniziativa promossa dall’Amministrazione di Vincenzo De Luca e proseguita con successo con l’attuale sindaco Vincenzo Napoli. Attrattiva per turisti provenienti dall’Italia e dall’estero, grazie anche all’ampliamento del Porto, per consentire l’attracco delle navi da crociera.

La Stazione Marittima del Molo Manfredi, ideata dalla compianta archistar Zaha Hadid Mohammad, rende la giusta accoglienza ai visitatori, prestandosi anche ad eventi enogastronomici di spessore. Dal vino al cibo, passando per le specialità dolciarie di Panettoni d’Artista, la prima kermesse del settore organizzata da Roberto Jannelli e Rosario Augusto con le migliori espressioni territoriali di un dolce senza tempo, che vive un particolare momento di acclamazione popolare.

Andando a ritroso, come a volte fa il “cavalluccio marino” mascotte della Salernitana, parliamo di vino in abbinamento al food e qui la proposta diventa importante, a patto di restare fermi al “km zero”. I giovani fratelli Benvenuto e Mauro Vicinanza hanno dedicato il nome della cantina al nonno, creando dal nulla la Tenuta San Benvenuto sulle colline che guardano il mar Tirreno. Siamo nelle località Cresta dei Cerri e Pian di Montena, ove in passato si praticavano coltivazioni di alberi da frutto, vigne e castagni. Poco è rimasto, se non la forza e la caparbietà di alcuni produttori autentico presidio del territorio. Fiano e Aglianico le varietà tradizionali, unite agli istrionici e inaspettati Bombino Bianco e Merlot, su terreni argillo-sabbiosi dalle forti escursioni climatiche.

Vini dalla grande mineralità e pienezza di sapori, che trovano riscontro nella cucina linerare e gustosa di Carla D’Acunto del Ristorante Mediterraneo, dove scegliere le migliori preparazioni a base di pesce freschissimo, lavorato al limite dell’essenziale. Seppie croccanti, totani con patate, fettuccine con alici di Cetara e datterino giallo ed il San Pietro al forno, pesce tipico dei fondali.

Abbiamo analizzato alcuni tratti distintivi di una città che vive un momento magico, dove armonia e passione convivono ai bordi del mare incantato.

Salerno è questo e molto altro ancora… vi va di seguirci?