“Pizza a Corte” ad Agerola, solidarietà e gusto sono le parole giuste che uniscono diverse eccellenze gastronomiche

Un’idea vincente quella proposta agli inizi dell’estate dall’executive chef Vincenzo Guarino del ristorante gourmet La Corte degli Dei di Palazzo Acampora ad Agerola. In occasione dell’apertura del garden esterno, con tanto di orto a vista.

Un ulteriore tassello per la conquista di grandi traguardi futuri, che si unisce a quello della cucina mediterranea, con quel tocco d’eleganza in chiave internazionale e della location mozzafiato, sorta in un antico palazzo già descritto al precedente articolo Metti una sera a cena a La Corte degli Dei di Palazzo Acampora. «Per noi il riconoscimento maggiore è l’apprezzamento dei clienti che scelgono la meta quale viaggio per i propri momenti di gioia e per una serata di relax lontana dalle luci, dal caldo e dal frastuono delle grandi città – dichiara Vincenzo Guarino – ma non nascondiamo il desiderio comune di ambire in alto, soprattutto per la soddisfazione dei miei assistenti in brigata e di mio figlio Angelo, esperto nella pasticceria d’autore».

La vera novità è dunque l’orto coltivato con le principali primizie per le ricette proposte in carta. Ben 6 ettari totali dislocati su diversi appezzamenti, comprendenti frutteti e oliveti secolari. «Le 10 suite sono ormai quasi ultimate e ci consentiranno l’apertura continuativa per dodici mesi l’anno, preservando le nostre maestranze di punta dalla ricerca continua di lavoro nei momenti di pausa. L’unico modo per fare davvero ristorazione e ospitalità ai massimi livelli» conclude lo chef.

E poi tante serate a tema che hanno convogliato i migliori artisti della pizza durante il format “Pizza a Corte” per sostenere il progetto beneficio di HHT Italia APS, associazione impegnata nell’assistenza alle persone affette da Telangectasia Emorragica Ereditaria. L’impegno concreto nel restituire in parte ciò che si riceve, aiutando i più fragili e bisognosi d’assistenza, soprattutto nelle rare malattie genetiche spesso nascoste all’opinione pubblica per mancanza di comunicazione.

Il 6 agosto è andato in scena il connubio tra la tecnica sopraffina del Maestro pizzaiolo Mauro Espedito, della Pizzeria Owap, di Napoli, con ben quattro degustazioni, tra le quali una delle sue signature, la Pizza Pepperoni e la Last minute, con blue di bufala, noci e mele di castagno e l’arte dei lievitati e dei dessert a cura del Maestro Pasticcere Pasquale Pesce, dell’omonima pasticceria di Avella. Impasti classici per le tonde con farine miste tipo 0 e 1 e doppia lievitazione ad alta idratazione.

«Ho dedicato questa pizza ai gusti americani, dove il salame piccante Pepperoni è richiestissimo anche dagli attori nei film come Mamma ho perso l’aereo. Per la Last Minute invece, il mio ricordo affettuoso è andato all’amicizia con un collega bergamasco in Australia, appassionato di formaggi erborinati» racconta un emozionato Espedito. Il finale è dedicato ad un dolce fuori stagione, almeno in apparenza: il panettone con impasto alla nocciola e glassa alla nocciola preparato da Pasquale Pesce che propone nella sua pasticceria storica esistente dal 1896 anche la celebre Cassata Avellana di sua invenzione.

Tutte le serate hanno visto la partecipazione del bartender Ilario Avitabile del Madamé Lounge Bar di Gennaro Buonocore ad Agerola, ai quali è affidato il cocktail pairing. Per la serata le proposte prevedevano il “Palummella”, rivisitazione del signature Paloma con Tequila Jose Cuervo, liquore Italicus con soda e pomodorino d’Agerola o lo “Strawberry Fields Forever” come il successo dei Beatles, con Gin Citadelle, Campari, shrub alle fragole e soda alla menta.

In uno spazio attiguo all’orto, sin dal primo appuntamento, troviamo uno spazio dedicato alla fotografia, con i professionisti dello Studio125 di Napoli, che realizzano scatti d’autore in bianco e nero dedicati ai pizzaioli, agli ospiti e ai clienti, omaggiati di questi splendidi ritratti.

Il prossimo appuntamento tra gusto e solidarietà sarà per giovedì 27 Agosto con Giuseppe Pignalosa (Pizzeria Le Parule) e Salvatore Capparelli (Pasticceria Salvatore Capparelli)

Vini d’Abbazia 2026: a Fossanova il vino incontra enoturismo, cultura e arte

Ogni anno Vini d’Abbazia ideato dall’amore per l’enogastronomia del giornalista Rocco Tolfa è divenuto un evento del gusto del cibo e vino sempre più atteso. Questo articolo è stato scritto idealmente a quattro mani grazie al prezioso contributo della amica sommelier Simona Marricco, che da esperta degustatrice ha provato e selezionato alcuni vini.

Oltre duemila calici degustati nella sola giornata inaugurale e un programma che intreccia vino, territorio, spiritualità e ricerca culturale. Ha preso il via nell’antica Abbazia di Fossanova la quinta edizione di Vini d’Abbazia, manifestazione promossa da Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina e Azienda Speciale Informare.

L’evento, ormai punto di riferimento nel panorama enoturistico nazionale, ha confermato fin dal primo giorno la propria vocazione: valorizzare il patrimonio vitivinicolo attraverso un dialogo continuo tra storia, cultura e innovazione, in uno dei luoghi simbolo del monachesimo italiano.

Il valore dell’autoctono e il futuro dell’enoturismo

Ad aprire il programma è stato il seminario “Il valore dell’autoctono: tra qualità e territorio”, organizzato da Arsial e dedicato ai produttori laziali. Al centro del confronto il ruolo strategico dei vitigni autoctoni come elemento distintivo dell’identità regionale e leva di sviluppo per l’enoturismo.

Tra gli interventi più attesi quello di Enrico Chiavacci, responsabile marketing di Marchesi Antinori, che ha illustrato le strategie di comunicazione che hanno contribuito a rendere il marchio uno dei principali ambasciatori del vino italiano nel mondo.

Particolarmente significativa anche la riflessione di Violante Cinelli Colombini, presidente nazionale del Movimento Turismo del Vino, che ha evidenziato come il successo delle destinazioni enologiche passi sempre più dalla capacità di costruire esperienze autentiche e coinvolgenti per visitatori e appassionati.

A completare il quadro è stato l’intervento di Roberto Cipresso che ha sintetizzato il futuro della comunicazione del vino attraverso quattro concetti chiave: scientificità, storicità, sostenibilità e sistema. Una visione che unisce memoria e innovazione, elementi sempre più centrali nella narrazione contemporanea del settore.

Il taglio del nastro e il ruolo delle istituzioni

La cerimonia inaugurale delle 18 ha visto la partecipazione delle principali autorità regionali e locali. Dopo la benedizione di Padre Andrea David e la lettura del messaggio del vescovo Mariano Crociata, il borgo di Fossanova si è animato con l’esibizione degli Sbandieratori dei Rioni di Cori.

Nel suo messaggio, Monsignor Crociata ha ricordato come le abbazie abbiano rappresentato nei secoli non solo centri spirituali, ma anche luoghi di trasmissione del sapere agricolo, artigianale e culturale, nei quali il vino ha sempre svolto una funzione fondamentale sul piano alimentare, sociale e religioso.

Un concetto ripreso anche da Massimiliano Raffa, che ha sottolineato il valore della memoria come elemento indispensabile per costruire il futuro dell’agricoltura e della viticoltura regionale.

Il vino osservato attraverso il microscopio

Tra le novità più interessanti di questa edizione spicca la mostra “ViCro – Il vino al microscopio. Forme e colori del gusto”, ospitata nel Chiostro e nel Refettorio dell’abbazia.

Il progetto, ideato dall’artista multimediale Silvia Iorio e sviluppato con il coordinamento dell’architetto Maurizio Condoluci, propone una lettura inedita dell’universo del vino attraverso immagini microscopiche artisticamente rielaborate. Tannini, polifenoli, lieviti, zuccheri e sostanze aromatiche diventano paesaggi visivi capaci di trasformare la ricerca scientifica in esperienza estetica.

L’esposizione rappresenta uno degli esempi più riusciti di contaminazione tra arte contemporanea e cultura del vino, ampliando il racconto enologico oltre la degustazione e la tecnica.

La masterclass di Roberto Cipresso

La giornata si è conclusa con una delle iniziative più attese dal pubblico specializzato: la masterclass condotta da Roberto Cipresso dedicata ai grandi vini rossi italiani e internazionali.

Un percorso che ha attraversato territori iconici come il Brunello di Montalcino, le Langhe, l’Umbria, il Lazio e la Borgogna, offrendo una riflessione sul vino come espressione culturale del paesaggio e strumento di lettura delle identità territoriali. Nel frattempo, i banchi d’assaggio delle oltre trenta cantine provenienti da abbazie italiane e internazionali, affiancate da numerose aziende del territorio laziale, hanno animato il Chiostro fino a tarda sera, accompagnati dalle note dell’Officine Meridionali Orchestra diretta da Giuliano Gabriele

Campania: la storia della produzione della pasta a Gragnano

Pasta Diva è la seconda tappa di Praesentia. Gusto di Campania Divina, format della Regione Campania che, attraverso la valorizzazione di siti culturali e tradizioni eno-gastronomiche, si propone come intento la promozione turistica sul territorio regionale. Focus del tour la pasta, per una due giorni che tra il 13 e 14 luglio ha toccato Castellammare, Vico Equense e Gragnano.

Gragnano è una piccola cittadina incastonata tra i Monti Lattari, in seno a un vallone che guarda il mare. Tale posizione ha favorito fin dal XVI secolo la produzione della pasta: l’acqua di sorgente proveniente dalle montagne retrostanti e le brezze che s’incanalano nel vallone spirando dal mare, determinano infatti il microclima peculiare che ha favorito lo sviluppo di questa arte, tanto che nel XVIII secolo, la realizzazione del nuovo piano urbanistico fu concepita per sfruttare al meglio queste caratteristiche.

Oggi Gragnano è Città della Pasta, con un proprio disciplinare IGP per la produzione, e oltre venti pastifici attivi sul territorio. Abbiamo conosciuto la storia e l’identità di una dei prodotti del Made in Italy più noti al mondo, direttamente nei luoghi di produzione, accompagnati da chi ancora la pasta la fa secondo la ricetta più antica: con amore e lentezza.

La Fabbrica della Pasta di Gragnano della famiglia Moccia ospita il museo della pasta dove è possibile ripercorrere la storia di questa produzione e conoscerne l’evoluzione attraverso gli antichi macchinari: impasto, gramolatura, trafilatura, essiccazione le fasi principali del processo, in passato affidate a singoli macchinari e a specifiche figure professionali. Lupo mannaro, stracciaculo e maccheronaro erano rispettivamente gli operai che uscivano di notte per dare il via all’impasto, quelli che sedendosi e facendo pressione sulla gramolatrice lavoravano il panetto di pasta con veemenza tale da rompere i pantaloni e infine gli addetti al controllo dell’essiccazione della pasta.

E poi c’era l’aizacanne a svolgere il lavoro più caratteristico di tutto il processo: tenendo tra le mani le canne su cui era stesa la pasta ad asciugare, le stendeva lungo via Roma, esponendole alla brezza che saliva dal mare e al calore umido  del basolato, inseguiva il sole, cambiando la posizione durante la giornata, fino al momento in cui tutto doveva essere riportato nei locali interni. Solo nel 1933, con l’avvento della macchina Braibanti, i primi tre processi furono riuniti sotto un unico macchinario, rendendo più agevole l’intera produzione.

“Il disciplinare prevede solo 2 ingredienti: semola e acqua di Gragnano. La trafila deve essere esclusivamente in bronzo e il contenuto minimo di proteine pari a 13 grammi, contro la media nazionale di 10 grammi. Insieme all’alto contenuto di amido, è questo a garantire la tenuta in cottura e l’alta masticabilità della pasta di Gragnano”, ci spiega Antonino Moccia, specificando che il pastificio di famiglia utilizza solo una miscela di semole provenienti da Altamura ed essicca la pasta a una temperatura non superiore ai cinquanta gradi.

Il pastificio Gentile invece ha la sua sede all’interno di uno dei mulini posti lungo un antico sentiero risalente al 1300, nella cosiddetta Valle dei Mulini. Qui avveniva la fase a monte di tutta la filiera: la molitura per la produzione della semola.

Attualmente l’intera area è in fase di recupero da parte del Comune di Gragnano per la costituzione di un museo aperto al pubblico, ma risale al 2014 il primo intervento della famiglia Zampino, titolare del Pastificio Gentile,  sugli unici due manufatti di proprietà privata. Dopo l’attento restauro avvenuto con la tutela della Sovrintendenza, oggi, uno dei mulini risalente al XVII secolo, oltre a essere la sede ufficiale del Pastificio, è stato adibito ad area didattica, stabilimento produttivo e punto vendita.

“Abbiamo riportato il profumo del grano nella valle in cui si era perso da tempo”, ha commentato Alberto Zampino, figlio di Natale colui che all’inizio degli anni Novanta rilevò il nucleo originale del pastificio, un piccolo laboratorio in cui venivano prodotti solo i famosi fusilli di Gragnano. Oggi quello stesso fusillo è ancora realizzato in maniera artigianale, facendo scorrere tra il braccio e il piano di lavoro il ferro che arrotola la pasta. Ma insieme ad esso sono prodotti più di trenta altri formati, esportati nei maggiori paesi del mondo.

Il Pastificio Gentile si distingue anche per essere l’ultimo ad utilizzare ancora il sistema tradizionale di essiccazione lenta, introdotto nel 1919 dall’ingegnere Cirillo per riprodurre i caratteri essenziali dell’essiccazione in strada (vento e umidità), salvaguardando l’igiene del prodotto.

“Si tratta di una ventola combinata con una resistenza, ossia un termosifone, all’interno di una stanza. L’umidità viene controllata empiricamente e regolata giornalmente con interventi manuali.”, ci spiega Alberto, aggiungendo che ormai la maggior parte dei pastifici esegue questa operazione all’interno di celle statiche computerizzate.

Un processo lento quello dell’essiccazione, non meno di ventiquattro ore a seconda del formato di pasta, per un tema particolarmente caro alla famiglia Zampino. Ci racconta infatti Natale che, dopo aver lasciato la sua precedente occupazione di commerciante di auto, nella prima fase di gestione del pastificio il suo più grande problema era la corretta essiccazione del prodotto, che puntualmente si rompeva.

Fu grazie a un anziano amico di famiglia che capì come gestire la fase più delicata del processo: “L’umidità s’accatt e nun se venne”, lo redarguì, insegnandogli che non bisogna avere fretta nel processo di essiccazione ma bisogna attendere con pazienza il respiro della pasta, ossia il lento e graduale rilascio dell’umidità dal cuore del maccherone fino allo strato esterno, da cui evapora.

LA FABBRICA DELLA PASTA DI GRAGNANO

Viale San Francesco, 30

80054 Gragnano (NA)

PASTIFICIO GENTILE

Via Castello, 12

80054 Gragnano (NA)

Montefalco, dove il Sagrantino e le ricette del territorio raccontano l’Umbria a tavola

Montefalco è uno di quei luoghi in cui il vino non è semplicemente espressione della terra, ma parte integrante della storia, della cultura e della tavola. Adagiato sulle colline umbre, nel cuore di un paesaggio fatto di vigne, ulivi e borghi medievali, il paese è da sempre legato al Sagrantino, vitigno simbolo di un territorio capace di trasformare carattere, tradizione e identità in un calice.

Il Sagrantino di Montefalco è un vino dalla personalità inconfondibile, intenso e strutturato, che trova nella forza del territorio la propria cifra stilistica. Un rosso che chiede tempo, attenzione e una cucina all’altezza della sua complessità: quella umbra, sincera e senza eccessi, costruita su materie prime, stagionalità e sapori decisi.

Un passaggio doveroso alla Cantina Le Cimate per provare i vini di annata insieme a Paolo Bartoloni, Presidente del Consorzio Tutela del Sagrantino di Montefalco, è l’occasione anche per fare i punto della produzione 2026 a Montefalco, caratterizzata da temperature torride. Anche se l’annata promette bene, la calura notturna eccessiva sta mettendo le vigne sotto stress perché non riescono a recuperare durante la notte. Con questo caldo i vini rossi strutturati perdono fisiologicamente di appeal, ma per fortuna non esistono soltanto i rossi, perché il Trebbiano Spoletino sta emergendo in modo determinante. A tavola non manca mai una buona bottiglia di vino di Montefalco.

È proprio a tavola che il legame tra Montefalco e il suo vino diventa più evidente. Le carni, la selvaggina, i salumi, i legumi, il tartufo e i formaggi raccontano una cucina rurale e autentica, capace di accompagnare il Sagrantino senza sovrastarlo. Accanto al grande rosso trovano spazio anche altre espressioni del territorio, a partire dal Montefalco Rosso e dai vini bianchi che completano un patrimonio enologico variegato.

Un viaggio a Montefalco, dunque, non può limitarsi alla visita delle cantine: significa entrare in una cultura del vino che si comprende pienamente quando dalla vigna si passa alla cucina, e il calice diventa il naturale compagno di una tavola che racconta, piatto dopo piatto, l’anima dell’Umbria.

Durante il mio pranzo all’Alchimista di Montefalco ho incontrato una famiglia che ha saputo trasformare la propria identità in un progetto di ristorazione di grande qualità.

Barbara Magnini accoglie ogni ospite con professionalità e naturale eleganza. In cucina, la chef Patrizia interpreta la tradizione umbra con rispetto e passione, mentre Cristina, sommelier e Pastry Chef, firma dessert che coniugano tecnica, creatività ed equilibrio. A completare l’esperienza c’è Giuseppe, responsabile dell’enoteca, che valorizza una carta di circa 650 etichette, offrendo un percorso enologico di assoluto livello.

Più che un ristorante, L’Alchimista è l’esempio di come una visione condivisa e la valorizzazione delle competenze di ogni componente della famiglia possano dare vita a un’esperienza autentica, capace di raccontare il territorio attraverso la cucina, il vino e l’accoglienza. Un luogo che conferma quanto l’eccellenza italiana nasca spesso da storie di famiglia costruite con dedizione, cultura del lavoro e amore per il proprio territorio.

Intervista a Chiara Giorleo, autrice del libro Vino, Donna dedicato alle donne del vino

Vino, Donna è il libro di Chiara Giorleo edito da Luciano Pignataro Wine&Food Blog che raccoglie 90 interviste a donne che col vino lavorano quotidianamente.

Il libro è diviso in tre parti: giornaliste e degustatrici, produttrici ed enologhe, e un’ultima sezione dedicata a tutte quelle figure che lavorano in maniera trasversale in questo settore. Abbiamo chiacchierato con Chiara Giorleo di questo progetto e di quello che rappresenta in un mondo in cui la figura femminile è sempre più presente sotto molteplici ruoli.

Quando è nata l’idea di intervistare le protagoniste del vino e quando ha preso forma l’idea di un libro?

È un trend importante e in crescita quello delle donne del vino. Il progetto di intervistare per Luciano Pignataro Wine Blog le donne che lavorano in questo mondo è nato qualche anno fa. Decidemmo di iniziare da una categoria meno ovvia, le degustatrici. Le interviste uscivano mensilmente sul blog. Poi, ho continuato con le produttrici. Ricevevo anche autocandidature. Nel 2025 Luciano Pignataro ha voluto trasferire tutto questo lavoro su carta stampata per lasciare una traccia concreta di questo patrimonio.

Come pensi sia cambiato il ruolo della donna nel mondo del vino degli ultimi vent’anni?

Il peso fisico del libro serve anche a far capire il peso del femminile in questo settore e non solo in termini numerici. La figura della donna nel mondo del vino ha avuto un’evoluzione molto più importante e accelerata che in altri settori tanto da poter essere presa ad esempio in molti ambiti. Basti pensare che l’Associazione Donne del Vino è la più grande al mondo. Il ruolo della donna, che ha uno spessore culturale con notevoli distinzioni geografiche, in ambito vino invece è omogeneo e compatto.

Donne produttrici, da sempre presenti, sempre più importanti. Sembra che in questo ruolo non esista un divario di genere. Cosa accade invece nel mondo della comunicazione?

Siamo più abituati a pensare alle donne produttrici, e meno a ragionare in termini di donne critiche di vino. Ecco perché iniziammo le interviste con le giornaliste e le degustatrici. Ancora oggi questa figura è abbastanza inattesa. Il gender gap è supportato anche da una ricerca dell’Associazione Donne del Vino con un confronto sui paesi esteri: la categoria più soggetta ad atteggiamenti maschilisti, ma anche ad abusi verbali e fisici, è quella delle giornaliste e delle sommelier. Le produttrici sono meno soggette. Ma anche qui facciamo un distinguo: una cosa è parlare di produttrici in qualità di imprenditrici, quando invece parliamo di enologhe, a parità di competenze tecniche e preparazione, non hanno ancora la medesima visibilità dei loro colleghi uomini. Il ruolo tecnico al femminile non viene ancora valorizzato, e con questo non mi riferisco a premi o riconoscimenti…semplicemente al fatto che rimaniamo ancora sorpresi nel trovare una donna in questo ruolo, manca un’abitudine a pensare e vedere le donne in questi ruoli.

Parlando di comunicatrici del vino, quanto e in che modo le differenze generazionali incidono nell’approccio alla comunicazione?

Cambia molto perché cambia il modo in cui differenti generazioni si sono formate. Prima o eri una giornalista o lavoravi per una guida. I ruoli erano molto più distinti e definiti. Oggi, le comunicatrici ricoprono ruoli più trasversali, si sono spostate anche sui social e li usano a tutto tondo con strumenti diversi ma anche con approcci diversi. Penso a Cristina Mercuri (la prima Master of Wine donna italiana N.d.R.) ma anche a Sissi Baratella: entrambe non comunicano il vino in modo classico. Sissi per esempio ha avuto sin da subito un approccio intelligente con i social quando ancora non avevano il peso odierno e sa presentare il vino in modo diverso, moderno.

Come si inserisce il mondo femminile nell’enoturismo?

Senza voler rinforzare dei cliché, ossia che le donne sono più propense a ruoli di ospitalità che tecnici, bisogna però constatare che la figura più impiegata in questo settore è quella femminile (l’80% degli addetti nel settore enoturismo sono donne). L’enoturismo è un’opportunità che in Italia è stata recepita con ritardo rispetto a altri paesi del mondo. Ci obbliga a parlare di vino in modo diverso. È una comunicazione più difficile sotto certi aspetti, ma va a rinnovare il discorso vino. Confermo, perché il vino lo comunichi in modo trasversale: non scegli il tuo target ma è l’utente finale che ti sceglie, che sceglie la cantina e i suoi vini, e quindi devi adattarti a questo utente, all’impronta… È vero!

Ora rivolgo a te la domanda che hai rivolto a tutte le tue intervistate: tu, Chiara, come hai incontrato il mondo del vino?

Avevo una passione per il vino, ma nessuno in famiglia coinvolto in questo settore. Ho studiato marketing internazionale con l’idea di viaggiare: sono stata a Malta per studio, ho lavorato in Cina e poi sono arrivata alla Camera di Commercio di Toronto in Canada per promuovere il Made in Italy. Qui ho iniziato a mettere in campo la mia passione per il vino. Rientrata in Italia ho lavorato in cantina nell’ambito comunicazione ed enoturismo, ma si sono resa presto conto che ero vincolata ad una sola cantina per cui ho deciso di mettermi in proprio e ho intrapreso un percorso di studio e preparazione per affermare la mia professionalità e la mia immagine. Ho frequentato l’università in Napa Valley, e grazie a questo sono diventata corrispondente dall’Italia per il Napa Register, storico quotidiano locale che si occupa di vino. Ho lanciato il mio blog e le mie pagine web. Inizialmente in Italia mi contattavano perché sapevo parlare di vino in inglese. Ho completato la mia formazione con il corso AIS e poi con WSET, di cui sono diventata educator.

Sei una formatrice bilingue, hai girato il mondo, hai approcciato molti comunicatori e produttori. Che differenza noti nella comunicazione del vino in lingua inglese rispetto alla lingua italiana?

La lingua inglese non è facile come sembra ma ha sviluppato un approccio immediato, soprattutto in ambito tecnico. È una lingua che si pone in modo più schematico, in maniera spoetizzata per cui il discorso vino ne risulta snellito. Se a questo approccio siamo poi in grado di unire lo spessore culturale della nostra lingua, il mondo vino diventa molto più interessante.

Che consiglio daresti a una giovane donna che inizia il suo percorso nel mondo del vino, magari con un corso da sommelier?

Come in tutti gli ambiti ci vuole competenza e studio. Non sono molto originale nella risposta, ma quando ci caliamo in un contesto lavorativo, dobbiamo sapere che cosa siamo in grado di offrire, quindi dobbiamo avere un approccio critico con noi stessi. Mi sono reinventata passo dopo passo, tra successi ma anche insuccessi. Bisogna essere in grado di diversificarsi ma alla base di tutto ci sono la formazione e la preparazione, poi la capacità di investire in noi stessi e di rischiare

Casaleta, il Verdicchio che custodisce la memoria delle Marche

Casaleta é uno di quei posti che quando ci vai, ci lasci il cuore. Natura incontaminata, biodiversità, colline disegnate e panorami mozzafiato che sembrano uscire dalla tela di un pittore.

Stare tra i vigneti all’ombra di una quercia e sentire soltanto il suono delle cicale, perché non ci sono strade nel giro di qualche chilometro è una sensazione unica. Vigne vecchie e vigne più giovani sono su filari adagiati sui sali e scendi delle colline marchigiane, con le foglie sempre in movimento grazie alle brezze che soffiano dal mare di giorno e dalle montagne la notte.

Il Verdicchio qui è il nettare prezioso che due donne sanno vinificare talmente bene che chi prova i vini di Casaleta, rimane colpito per la pulizia e l’eleganza. Tanta attenzione ad ogni dettaglio e tanto sacrificio si tramutano in vini potenti, autentici e schietti. 

Siamo a Serra de’ Conti, nel cuore dei Castelli di Jesi, dove Alberto ha dato vita a un progetto che affonda le proprie radici nella tradizione agricola marchigiana. Il vigneto di Castiglioni di Arcevia, impiantato all’inizio degli anni Novanta, rappresenta oggi il cuore produttivo dell’azienda. Tra i filari sopravvivono antichi ceppi di Verdicchio, alcuni con oltre settant’anni di età, preservati attraverso la selezione massale anziché essere sostituiti con materiale clonale. Una scelta coraggiosa che racconta il desiderio di mantenere viva la biodiversità e l’identità di questo straordinario vitigno.

Oggi è Oretta Manieri insieme ai figli Cristina, Michele e Roberto Biancini a condurre le redini dell’azienda che ha una estensione di 50 ettari di cui 12 vitati. Di questi, 5 sono i vigneti più vecchi ad uso esclusivo di Casaleta. La filosofia produttiva è improntata al minimo intervento. Le fermentazioni spontanee, l’attenzione verso pratiche agronomiche sostenibili e la ricerca continua di vini sempre più essenziali dimostrano la volontà di lasciare parlare il territorio. Non è un caso che alcune etichette vengano prodotte senza solfiti aggiunti o addirittura senza trattamenti fitosanitari, frutto di un lavoro meticoloso in vigneto prima ancora che in cantina. In cantina l’enologo Giancarlo Soverchia

La degustazione ha rappresentato un vero viaggio attraverso le molteplici anime del Verdicchio e della produzione Casaleta.

L’apertura è affidata al Brut Rosé Metodo Martinotti, ottenuto da Sangiovese e Montepulciano. È uno spumante immediato e piacevolissimo, perfetto per l’aperitivo. Il profilo aromatico è dominato da piccoli frutti rossi: fragolina di bosco, ribes e ciliegia fresca croccante. Al sorso è fresco, vivace e scorrevole, con una bollicina fine che invita continuamente al nuovo assaggio.

Il Metodo Classico Millesimato 2018, sboccatura 2025, Dosaggio Zero con ben 72 mesi sui lieviti, cambia completamente registro. Il lungo affinamento regala profumi fragranti di crosta di pane e lievito, accompagnati da eleganti sfumature agrumate. In bocca esprime una tensione minerale molto precisa; l’ingresso è fresco e verticale, poi il vino si distende lentamente mostrando richiami alla frutta secca e una raffinata sapidità che accompagna un finale lungo e pulito. Uno spumante di notevole eleganza che dimostra quanto il Verdicchio possa eccellere anche nella spumantizzazione.

Tra i vini più rappresentativi della filosofia aziendale spicca INDI 2020, prodotto dal 2015 con fermentazione spontanea grazie ai soli lieviti indigeni. È un vino che privilegia autenticità ed espressività territoriale, nel quale il frutto dialoga con una piacevole complessità fermentativa, mantenendo equilibrio e naturalezza.

Molto interessante il confronto tra due annate di Castijo, il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico dell’azienda.

Il Castijo 2024 esprime tutta la freschezza della gioventù. Al naso emergono note di agrumi, fiori bianchi e mela verde, accompagnate da una piacevole vena minerale. Il sorso è dinamico, sapido e di grande bevibilità, con un finale agrumato che invita immediatamente a un secondo bicchiere.

Il Castijo 2015, invece, dimostra la straordinaria capacità evolutiva del Verdicchio. Il tempo ha trasformato il profilo aromatico verso sentori di idrocarburo, miele d’acacia, frutta gialla matura e mandorla. Il vino conserva una sorprendente freschezza e una tensione acida che sostiene una struttura complessa e profonda.

Con ZeroS 2022, prodotto senza solfiti aggiunti, Casaleta conferma come sia possibile ottenere vini puliti, precisi e territoriali. Il profilo aromatico è diretto, giocato sulla frutta fresca e sulla componente minerale, mentre il sorso appare energico, sapido e molto naturale.

La Posta 2021 rappresenta invece un’espressione più ampia e strutturata del Verdicchio. I profumi alternano frutta matura, erbe aromatiche e leggere note balsamiche. In bocca mostra volume, equilibrio e una persistenza che lascia emergere la tipica mandorla finale del vitigno.

Con ZeroF 2020, ottenuto senza trattamenti fitosanitari, la cantina porta ancora oltre la propria ricerca in vigneto. Il vino esprime un carattere autentico, con profumi nitidi e una beva di grande energia, sostenuta da una viva sapidità.

Ancora più radicale è il progetto ZeroF Premium 2025, realizzato senza trattamenti fitosanitari e senza solfiti aggiunti. È probabilmente il manifesto della filosofia Casaleta: un vino essenziale, puro, capace di trasmettere senza filtri il carattere dell’annata e del territorio.

La degustazione culmina con due annate del Barasta Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva.

Il Barasta 2015 colpisce per complessità ed eleganza. Al bouquet si intrecciano frutta gialla evoluta, miele, nocciola, pietra focaia e leggere note speziate. Il sorso è profondo, sapido e interminabile, sostenuto da una freschezza che rende il vino ancora straordinariamente vivo.

Il Barasta 2018 appare più giovane e verticale. Le note agrumate e floreali dialogano con una marcata mineralità, mentre il palato evidenzia precisione, equilibrio e un potenziale evolutivo ancora tutto da esprimere.

A chiudere il percorso è Caroggio Marche Rosso IGT 2024, ottenuto da uve a bacca rossa del territorio. Al naso offre profumi di ciliegia, mora e prugna, arricchiti da delicate sfumature speziate. In bocca è succoso, equilibrato e di piacevole freschezza, con tannini ben integrati che rendono il sorso armonioso e particolarmente gastronomico. Casaleta dimostra come innovazione e tradizione possano convivere senza compromessi. Da una parte la salvaguardia del patrimonio genetico del Verdicchio, dall’altra una continua sperimentazione che porta alla nascita di vini identitari, capaci di raccontare le Marche con autenticità.

Una cantina che non cerca effetti speciali, ma emoziona attraverso la sincerità del proprio lavoro e la capacità di trasformare ogni bottiglia in un racconto del territorio.

Le “fraschette”: la storia dei luoghi dove il vino era una scusa per stare insieme

Quanno me trovo de cattivo umore, un bon goccetto m’arillegra er core” scriveva Trilussa; forse è proprio in questa semplicità che si nasconde l’anima delle fraschette, posti nati per bere il vino nuovo e condividere il pane, diventati nel tempo luoghi di incontro, convivialità e scambio di storie ed esperienze.

Nel mio viaggio tra i Castelli Romani ne ho viste diverse, tavolate di legno, porchetta appena tagliata, bicchieri riempiti senza tanti cerimoniali e la sensazione di sentirci ospiti più che clienti.

Ma facciamo un passo indietro

Tutto parte da una semplice frasca appesa alla porta. È proprio da questo simbolo che deriva il nome “fraschetta”: un ramo di vite o di edera che segnalava la vendita del vino. Era un’insegna semplice e immediata. Non servivano scritte, bastava vedere la frasca e si capiva che all’interno si poteva bere il vino prodotto dal proprietario.

Le fraschette vantano origini molto antiche. Sebbene la loro diffusione sia legata al periodo medievale, le radici di questa tradizione affondano in epoche ancora precedenti, fino all’antica Roma. Allora i contadini delle campagne romane, diretti in città per commerciare i propri prodotti, trovavano lungo il percorso semplici punti di ristoro dove sostare, mangiare e recuperare le energie durante il viaggio.

Si distinguevano dalle osterie tradizionali perché non avevano una cucina, veniva servito principalmente vino, pane e talvolta uova sode, mentre gli avventori portavano da casa il cibo da consumare, guadagnandosi il soprannome di fagottari.

Erano luoghi popolari, privi di formalità: non era il menù a fare la differenza, ma la compagnia. Col tempo comparvero banchi che vendevano salumi, formaggi e soprattutto porchetta, fino ad arrivare alle fraschette di oggi, dove è possibile gustare un vero e proprio pasto.

Nei secoli le fraschette sono diventate anche il simbolo delle celebri “gite fuori porta” dei romani. Nei giorni di festa si lasciava la città per raggiungere i Castelli Romani, respirare l’aria delle colline e trascorrere qualche ora in allegria. Bastava una tavolata condivisa, un bicchiere di vino e qualche stornello improvvisato per trasformare un pranzo in una festa.

Ariccia è probabilmente il borgo più famoso grazie alla sua porchetta, ma anche Frascati, Marino, Grottaferrata, Castel Gandolfo, Monte Porzio Catone e Rocca di Papa custodiscono storie legate alle antiche fraschette.

Cosa si mangia in una fraschetta?

La regina assoluta resta la porchetta di Ariccia IGP, croccante all’esterno e profumata all’interno. Per passare al pecorino romano, in primavera abbinato alle fave, tanta roba.

Non mancano i contorni che da sempre accompagnano le tavole laziali, come la cicoria ripassata in padella con aglio e peperoncino o i fagioli con le cotiche, piatto povero nato per non sprecare nulla e oggi diventato una vera specialità. Poi arrivano i grandi classici della cucina romana: l’amatriciana con il suo equilibrio tra pomodoro e guanciale, la cremosità della carbonara, la semplicità della cacio e pepe e la trippa alla romana. Se siete arrivati fino a qui senza avere fame, meritate una medaglia…

E naturalmente non manca il vino

Per secoli il Frascati è stato il simbolo della zona, ma oggi le carte dei vini presentano sempre più etichette provenienti da tutto il Lazio, dai Castelli Romani fino alle colline che circondano Roma.

Tra queste ho degustato l’Emiro Bianco del Castello di Corcolle, un vino Roma DOC di grande impronta territoriale, prodotto prevalentemente con uve Malvasia Puntinata. Fresco e sapido, con note fruttate e floreali, accompagna con equilibrio la cucina tradizionale del territorio.

La sua vivace acidità pulisce il palato dopo la sapidità della porchetta e dei salumi, mentre la componente aromatica si sposa bene con la semplicità dei piatti della tradizione romana.

Come dicono a Roma, Chi magna da solo se strozza. Forse è proprio questo il segreto custodito dalle fraschette: cibo e vino diventano più buoni quando si condividono con qualcuno.

Prosit!

Ci mancava solo la Popillia Japonica, lo scarabeo che minaccia le prossime vendemmie in Italia

La Popillia Japonica avanza terrazza dopo terrazza tra Piemonte e Lombardia: i vigneti storici del Nebbiolo sono ormai in prima linea. Scopriamone di più del terribile parassita.

Non è più un problema solo di frutteti e prati inglesi. La Popillia japonica, lo scarabeo giapponese che da un secolo mette in allerta l’agricoltura nordamericana, ha imparato a nutrirsi di viti, e oggi  lo sta facendo proprio nei terrazzamenti storici tra Piemonte e Lombardia, culla del Nebbiolo, minacciando anche il vastissimo areale del Prosecco.

Identikit di un invasore

Originaria del Giappone e della Russia orientale, dove i predatori naturali ne tengono sotto controllo la popolazione, la Popillia Japonica è tutt’altro che innocua fuori dal proprio areale. Introdotta negli Stati Uniti oltre un secolo fa, vi è diventata un parassita di riferimento; negli anni ’70 è stata individuata anche alle Azzorre. In Europa continentale è invece una new entry: il primo avvistamento risale al 2014, nei pressi dell’aeroporto di Malpensa.

Lunga circa un centimetro, con elitre color bronzo, torace verde metallico e dodici caratteristici ciuffi di peli bianchi sull’addome, la Popillia si riconosce facilmente. Meno facile è fermarla: il suo comportamento gregario porta centinaia di esemplari a concentrarsi sulla stessa pianta, scheletrizzandone la lamina fogliare nel giro di pochi giorni.

Una diffusione già fuori controllo

Dal focolaio di Malpensa, l’insetto ha risalito la Lombardia, il Piemonte e la Valle d’Aosta, trovando probabilmente nella valle del Ticino – un corridoio d’acqua tra la Svizzera e la Lombardia – una via di espansione naturale. Lo scorso anno è comparsa per la prima volta nei vigneti terrazzati delle alte colline, dopo aver colonizzato per prima gli orti e i frutteti. È stata segnalata anche nei pressi dell’aeroporto Valerio Catullo di Verona, a ridosso delle terre del Prosecco.

Per Daniela Lupi, entomologa dell’Università di Milano, la fotografia della situazione europea è netta: in Italia, Svizzera e Germania “l’insetto è ormai radicato e l’obiettivo realistico è contenerne l’espansione; in Francia e Spagna, dove la popolazione è ancora contenuta, resta invece percorribile l’ipotesi di eradicazione”.

I numeri di una minaccia sistemica

  • Oltre 300 specie vegetali, tra piante e alberi, rientrano nella dieta della Popillia Japonica.
  • L’insetto figura nella lista dei parassiti prioritari dell’Unione Europea, categoria che impone agli Stati membri interventi di contenimento ed eradicazione.
  • Il fronte di avanzata coincide in larga parte con il Piemonte e la Lombardia, comprese le aree del Nebbiolo e, più a est, quelle prossime al Prosecco.
  • La Regione Lombardia ha attivato il bando SRD06, che finanzia reti anti-insetto e trattamenti per i viticoltori colpiti, insieme a migliaia di trappole di monitoraggio già operative sul territorio.

Il danno economico reale resta però difficile da quantificare. Come sottolinea Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti, l’insetto agisce erodendo la polpa delle foglie: indebolisce la pianta e ne riduce la produzione senza necessariamente ucciderla, rendendo complessa una stima puntuale delle perdite – se non nelle aree, esistenti, dove “il coleottero ha già distrutto il raccolto”.

La voce dei tecnici

Simone Lavezzaro, tecnico del Centro di Saggio Agricola 2000, ha condotto prove sperimentali sui vigneti dell’alto Piemonte, osservando da vicino la dinamica dell’infestazione: “I danni che Popillia Japonica può causare in vigneto sono ingenti. Esso ha infatti un comportamento gregario e non di rado su una stessa pianta si possono contare centinaia di esemplari che si nutrono della lamina fogliare”. E aggiunge: “Se non controllato, il coleottero giapponese è in grado di defogliare in pochi giorni una intera vite, compromettendo la capacità di sintetizzare nutrienti e dunque di produrre uva”.

È qui che si misura il vero rischio per la filiera: la defogliazione espone i grappoli al sole diretto e compromette la fotosintesi. Il risultato non è semplicemente un raccolto ridotto, ma un’uva che spesso non matura affatto – non uno standard qualitativo più basso, ma un prodotto non utilizzabile.

Le armi a disposizione e i loro limiti

La lotta chimica garantisce efficacia ma pone un problema d’equilibrio ecologico, oltre che di compatibilità con la pianta stessa. I piretroidi ad azione abbattente, come i prodotti a base di deltametrina (es. Decis Evo), agiscono per contatto con effetto immediato; i sistemici a base di acetamiprid (es. Epik SL) vengono assorbiti dalla pianta per una protezione più prolungata. Entrambe le famiglie, però, colpiscono anche i predatori naturali del suolo – talpe e moffette in primis – che normalmente si nutrono delle larve interrate dell’insetto.

La lotta biologica punta su antagonisti specifici: la mosca Istocheta aldrichi, che depone le uova sul dorso dell’adulto, e le vespe Tiphia vernalis e Tiphia popilliavora, che attaccano le larve nel terreno. Sono strumenti promettenti ma poco compatibili con i tempi stretti della vendemmia.

Restano le opzioni a minore impatto, di efficacia ancora poco documentata sulla qualità dei grappoli di Vitis vinifera: la terra di diatomee, che agisce meccanicamente lesionando l’apparato masticatore degli adulti, e miscele a base di olio di neem, olio di semi di lino e sapone molle, da applicare come trattamento di pronto intervento o come copertura prolungata.

Il metodo di prevenzione più diffuso resta però il monitoraggio: trappole a ferormoni e attrattivi floreali, prive di insetticidi, che intrappolano gli adulti in un sacchetto da svuotare periodicamente. Proprio perché richiamano gli insetti dall’intera zona circostante, vanno posizionate a un’altezza di circa 120 cm e a non meno di 10 metri dalle piante, per evitare di aggravare l’infestazione nell’area da proteggere.

Sul fronte istituzionale, Ministero dell’Agricoltura e assessorati regionali – Regione Lombardia in testa – mantengono toni di emergenza contenuta, per non generare allarmismo, mentre gli agronomi sperimentano nei pressi di Verona l’introduzione di un parassita microscopico contro le larve: un approccio che, per stessa ammissione degli esperti, resta un’ipotesi di lungo periodo.

Un rischio che il settore non può permettersi

Nel frattempo, i viticoltori piemontesi guardano con preoccupazione sia ai vigneti terrazzati storici – sorretti da muretti a secco secolari – sia alle prospettive produttive generali. Nelle aree colpite, molti hanno finito per affidarsi ai trattamenti pesticidi per timore del danno immediato, pur consapevoli della loro efficacia limitata nel tempo e dell’onerosità dell’applicazione su terreni scoscesi.

La comunità entomologica italiana converge su un punto: senza un contenimento efficace, la popolazione dell’insetto continuerà a crescere, con danni crescenti a colture da frutto, prati e piante ornamentali. Per l’uomo il rischio diretto è nullo – l’insetto non è pericoloso per la salute pubblica – ma per la produzione vitivinicola la posta in gioco, nei prossimi anni, è reale.

Una notizia che il comparto avrebbe fatto volentieri a meno di ricevere, in un momento in cui il mercato del vino sta già scontando dinamiche politiche ed economico-strutturali tutt’altro che favorevoli.

Il Maestro Ciro Poppella a Colazioni d’Autore il “dolce format” de Le Axidie di Vico Equense

Metti una domenica mattina d’estate, un pastry chef e una colazione lenta vista mare. Colazioni d’Autore è il format che ormai da sei anni anima il resort Le Axidie di Vico Equense (NA) ospitando alcuni tra i più rinomati maestri di pasticceria, che allestiscono un tavolo colazioni decisamente fuori dal comune. “Colazioni d’Autore coglie la necessità sempre più diffusa di un momento di convivialità subito dopo il risveglio del mattino”, racconta Serena Maggiulli, art director e founder dell’evento.

Serena Maggiulli e Ciro Poppella

Non più solo happy hour o cene, ma un vero e proprio momento di socialità mattutina, nato in prima battuta come proposta per gli ospiti della struttura ricettiva, ma ormai da tempo aperto anche al pubblico esterno, sempre più numeroso. La grande terrazza in pineta del resort si trasforma per una mattina in una sala colazioni dove protagonisti diventano i maestri pasticceri e la cultura dell’arte bianca.

Una tendenza intercettata in tempi non sospetti, che ci riporta a un precedente letterario, le Colazioni d’autore di Petunia Ollister uscito per l’editore Slow Food: una raccolta di scatti di prime colazioni tratte da romanzi celebri, “per iniziare bene la giornata e affrontarla con pacatezza, nutrendo mente e corpo.”(P. Ollister)

Ma se le colazioni d’autore della Ollister nascono dalla penna di scrittori celebri e rimangono sulla carta come scatti fotografici, le Colazioni d’autore delle Axidie sono veri e propri banchetti dove gli autori mettono la propria arte al servizio di chi sceglie un risveglio lento.

Il buffet delle torte

La formula è molto semplice: un menù dedicato a tutte le specialità del pastry chef ospite da cui ciò che viene scelto è servito in un’unica soluzione direttamente a tavola, mentre a buffet gli ospiti hanno a disposizione la ricca proposta salata del resident chef. A richiesta, inoltre, l’ampio ventaglio della caffetteria mattutina. Ci siamo concessi il nostro slow breakfast nella domenica dedicata a Ciro Poppella, il vulcanico pasticcere che dal quartiere Sanità ha conquistato Napoli e non solo col suo “Fiocco di Neve”.

“Sono nipote di un panettiere e figlio di un tarallaro,” si presenta Ciro, “ho cominciato a lavorare con papà a tredici anni e mi piaceva fare sempre una cosa diversa da lui, finché ho imparato a fare il pasticcere.” Una curiosità: Ciro Poppella al secolo è Ciro Scognamillo; Poppella invece è la crasi dei nomi Giuseppina e Raffaele, i nonni dello chef.

Le Colazioni d’Autore

Nel 2003 Ciro apre il suo primo locale: “A quei tempi la Sanità era un quartiere difficile,” ci racconta,“adesso invece tutti vogliono venire a investire in questo quartiere.” Oggi la pasticceria Poppella, oltre allo storico locale nella Sanità, conta altri due punti vendita a Napoli.

Il menù della Colazione d’autore include tutte le specialità di Poppella, oltre ai grandi classici della pasticceria napoletana e campana e alla viennoiserie.

Nella nostra scelta non possono mancare il Fiocco di Neve e le ultime due creazioni di Ciro: Annarella e L’impiccato. Il Fiocco di neve è una piccola brioche spolverata di zucchero a velo e ripiena di crema a base di latte, panna e ricotta di pecora. “Il Fiocco nasce dalla disperazione: non c’era molto lavoro e allora mi mettevo in laboratorio a nciuciare, diciamo a Napoli, a inventare un nuovo dolce. E’ nato cinque anni prima del suo boom.” Un boom legato sicuramente a un momento propizio, o “forse,” ama pensare Ciro, “perché ho donato quando non potevo…” Quale che sia la combinazione di fattori che hanno reso celebre il Fiocco di neve (il quarto dolce della tradizione napoletana, suggerisce Ciro), oggi per assaggiarlo nelle pasticcerie Poppella a Napoli si fa la fila.

La nostra scelta

Annarella è invece un cestino di pasta croissant, ripieno di crema pasticcera napoletana e guarnito da una rosa di lamponi: la nota acidula del frutto, equilibra la grassezza dell’involucro e la dolcezza della crema.  “E’ un dolce dedicato a mia moglie che mi ha sempre supportato nei momenti più difficili.”

L’ultima creazione di casa Poppella è invece L’impiccato, che Ciro dedica scherzosamente a sé stesso.  A forma di piccolo caciocavallo (l’impiccato, appunto, per via della strozzatura in cui viene tradizionalmente legato il formaggio), è una pasta choux che nasce salata con salsiccia, broccoli e salame ma che viene proposta in versione dolce per la Colazione d’autore con ripieno crema e amarena, una variazione del pasticciotto napoletano.

“Mi sento un napoletano che vuole creare qualcosa di diverso per Napoli”, conclude Ciro, “per continuare la grande pasticceria napoletana, senza però mai allontanarsi dai prodotti storici, che vengono sfornati quotidianamente nei nostri laboratori.”

LE AXIDIE

Via Marina d’Equa

80069 Vico Equense (NA)

PASTICCERIA POPPELLA

Via Arena alla Sanità 28/29

Napoli

Un giorno a Torre del Greco visitando il Museo Mac3 – Museo d’arte Corallo – Cammeo – Città

Quante leggende o inesattezze sono state narrate a proposito del corallo e di chi lo lavora da secoli con grande maestria. Falsi miti che hanno il sapore, purtroppo, della cattiva informazione, spesso a scapito dello stesso prodotto finale da salvaguardare come vera e propria arte.

La storia del corallo e del cammeo a Torre del Greco

Se nelle gioiellerie di tutto il mondo oro, diamanti e altre pietre preziose la fanno da padrone, la laboriosità nel creare piccoli capolavori partendo da uno dei materiali più belli che il mare possa offrire è propria di poche persone competenti e frutto del genio positivo dell’essere umano. La rubrica di 20Italie “Un giorno a” stavolta tocca Torre del Greco, ridente cittadina distesa tra le pendici del Vesuvio sulle sue colline e il piccolo golfo di pescatori nella parte bassa e non poteva trascurare l’attività economica principale della zona: il corallo e le infinite sfaccettature. Ne parliamo con il presidente di Assocoral Vincenzo Aucella: “Bisogna anzitutto sfatare un falso storico, il corallo non si pesca, ma si raccoglie e la regolamentazione, almeno nel bacino del Mediterraneo, è molto stringente sotto l’egida della FAO.

I quantitativi variano fino ad un massimo di 2.5 kg al giorno e 25 kg per stagione, per singola azienda”. Si parte e si rientra allo stesso punto per sottoporre le barche ai controlli di rito; il prezioso materiale viene preso solo in profondità, non vanno intaccati, ad esempio, quelli delle barriere coralline per non distruggere gli ecosistemi vitali in alcune aree del mondo. Un sommozzatore può resistere massimo 10 minuti tra i 50 e i 100 metri sotto la superficie dell’acqua, per poi ricorrere a circa 3 ore di decompressione.

Tutto nasce dalle piccole creature sui fondali del mare

Uno sforzo ripagato poi dalla passione dei clienti che cercano l’oggetto della vita da regalare e indossare nei momenti speciali o per abbellire la casa con un tocco di classe. “Non lo consideriamo un pesce, anche se, in qualche modo, da esso deriva – prosegue Aucella – escrezione solidificata di piccoli molluschi, gasteropodi e polipetti. I coralli più pregiati dipendono esclusivamente dalla tonalità del colore e dalla loro grandezza”. Ben diverso il discorso per i cammei, realizzati anche qui a Torre del Greco, che nascono dall’incisione di conchiglie della specie Cassis costituite da due strati di colorazione differenti, risaltati dalla mano certosina degli incisori.

Un’economia salvata durante la dominazione borbonica, grazie a Paolo Bartolomeo Martin che nel 1805 chiese la cosiddetta “privatura”, che prevedeva l’autorizzazione da parte del Re ad aprire una prima fabbrica e all’esenzione dei dazi per l’esportazione e per il commercio del lavorato, a patto di formare i giovani apprendisti del futuro. Le imbarcazioni “coralline”smisero di portare il corallo in altri porti per essere venduto e l’intera popolazione fu così coinvolta con un cambio di prospettive redditizie e sociali senza precedenti. Oggigiorno 1000 persone sanno incidere il corallo nelle oltre 200 ditte presenti nel territorio comunale per un indotto totale che vede 2000 addetti impiegati a tempo pieno.

Il Museo Mac3 – Museo d’arte Corallo – Cammeo – Città

Il Museo Mac3 – Museo d’arte Corallo – Cammeo – Città è stato fondato per raccontare ai visitatori la magia di quanto vissuto dai cittadini di Torre del Greco nei secoli. Insieme all’Istituto Francesco Degni rappresenta uno dei baluardi di memoria storica del luogo. Tante le sezioni tematiche: dall’antichità al viaggio nel tempo per il tramite di realtà virtuale e visori ottici, fino alla storia del borgo marinaro e dell’ambiente. Le sale alternano installazioni, materiali originali, apparati narrativi e momenti di dimostrazione pratica, per offrire una visita che sia allo stesso tempo culturale, educativa ed emozionale.

L’edificio che ospita il museo è il complesso conventuale dell’Annunziata, edificato su di un’area collinare concessa ai padri Cappuccini, nel 1568 ed è visitabile al pubblico su prenotazione anche per gruppi e scolaresche compilando l’apposito form sul sito https://www.mac3.corallocammeotorrese.it