Giuseppe Scicchitano protagonista da Pizza Week 2026 a Parigi

E la firma su due piatti esclusivi creati appositamente per la manifestazione

Giuseppe Scicchitano sarà protagonista mercoledì 14 ottobre a Parigi, da Peppe Pizzeria del quartiere Charonne a Parigi, nell’ambito della Pizza Week Paris Edition, il calendario di eventi dedicati alla pizza che dal 12 al 17 ottobre 2026 riunisce nella capitale francese le pizzerie legate al mondo di 50 Top Pizza.

Per l’occasione, lo chef napoletano porterà a Parigi la sua cucina di mare, nel segno della tradizione partenopea: due piatti pensati in esclusiva per la serata, che raccontano il legame con il Golfo di Napoli e l’idea di cucina essenziale e contemporanea alla base di Scicchitano Napoli.

«Con Peppe c’è un’amicizia vera, e ogni volta che torna a Napoli lo aspetto al ristorante. Cucinare nella sua casa, a Parigi, è come ritrovarsi a tavola. Ho scelto due piatti di mare, perché è quello che ci unisce» racconta Giuseppe.

A legare Giuseppe a Peppe è un’amicizia di lunga data, nata dall’attaccamento a Napoli e alla sua cucina. Ogni volta che Peppe torna in città, non manca di sedersi a tavola da Scicchitano Napoli. Per questo la partecipazione alla Pizza Week è stata una scelta naturale: Peppe apre la sua cucina all’amico Giuseppe per una serata dedicata al mare e ai sapori della loro terra.

DUE RICETTE CHE RACCONTANO LA CUCINA DI SCICCHITANO NAPOLI

I due piatti che Giuseppe Scicchitano porterà a Parigi il 14 ottobre sintetizzano al meglio il suo approccio: una cucina di mare che parte dalla qualità della materia prima, la lavora il meno possibile e lascia che siano gusto ed equilibrio a parlare, con un forte legame con la tradizione marittima partenopea riletto in chiave essenziale e contemporanea.

Si comincia con la Cheesecake di tartare di gamberi, ricotta, fresella, limone e maionese all’acqua di mare. Pochi ingredienti, tutti riconoscibili: la dolcezza del gambero crudo, la freschezza della ricotta, la fresella che richiama la tradizione marinara del Sud. A portare il Golfo nel piatto ci pensa la maionese all’acqua di mare.

Segue la Pizza con carpaccio di polpo, delicata crema di patate, fior di latte e beurre blanc al limone. Il polpo è uno dei grandi protagonisti della cucina napoletana e qui viene proposto nella sua versione più essenziale, in carpaccio, abbinato a una crema di patate morbida e a un fior di latte che arrotonda. Il beurre blanc al limone chiude con una nota agrumata, per un equilibrio che richiama la filosofia del locale: pochi ingredienti, ben scelti, in armonia tra loro.

GIUSEPPE SCICCHITANO: LA STORIA E L’IDENTITÀ DI FAMIGLIA

Giuseppe Scicchitano, classe 1990, è la terza generazione di una storica famiglia di ristoratori napoletani famosa nel mondo per ‘A Figlia d’o Marenaro, fondata nel 1943. Figlio di Nunzio e Assunta Pacifico, è cresciuto «a pane e tradizione» tra le cucine di famiglia: dal nonno ha ereditato il senso autentico della ristorazione popolare, dal padre la tecnica nell’aprire ostriche e frutti di mare, e dalla madre la passione per la cucina partenopea.

Oggi trasforma questa eredità nei due ristoranti Scicchitano Napoli, aperti nel 2019, con un rebranding nel 2024 e la recente apertura del secondo locale il 4 febbraio 2026: attraverso un progetto che valorizza il pescato del Golfo e lo trasforma in un’esperienza gastronomica contemporanea, dove la cucina di mare mantiene un forte legame con la tradizione ma viene riletta con uno stile essenziale. Esuberante, creativo e magnetico, Giuseppe è anche un volto noto sui social, con oltre due milioni e mezzo di follower tra Instagram e TikTok, dove racconta il suo mondo fatto di tradizione, innovazione e spettacolo culinario. In cucina e in sala trasforma ogni piatto in un racconto live, conquistando palati e follower, con ospiti come Willem Dafoe e Lorenzo Insigne.

La sua filosofia: «La vita è fatta di cambiamenti: o si cambia o si resta indietro. Oggi non conta solo ciò che fai, ma come lo fai e soprattutto come lo comunichi.»

Bedin 1862, il ritorno di una storica insegna genovese con la firma di Andrea Serra

Lunedì 28 settembre ho partecipato a un press lunch da Bedin 1862, in Piazza Dante, a Genova, per conoscere da vicino il progetto di Andrea Serra. Chef e pizzaiolo genovese, Serra ha riportato in vita una delle insegne storiche della città con un’idea ben precisa: proporre una cucina legata alle tradizioni liguri, ma capace di parlare al presente.

Inaugurato il 23 aprile 2026, Bedin 1862 nasce da una storia personale fatta di famiglia, radici ed esperienze maturate lontano da Genova. Dopo aver lavorato in diverse realtà europee e aver gestito attività in Sardegna, Serra è tornato nella sua città con l’obiettivo di creare un luogo che lo rappresentasse pienamente.

La passione per la cucina nasce in famiglia. Mamma e nonna cucinavano e il contatto con i fornelli arriva fin da bambino. Con il tempo, però, cresce la voglia di confrontarsi con realtà diverse e di ampliare il proprio bagaglio professionale. “Sentivo il bisogno di contaminazione”, racconta lo chef.

Da qui le esperienze all’estero e successivamente il trasferimento in Sardegna, terra natia del padre, dove Serra sviluppa una filosofia gastronomica basata su materie prime selezionate, lavorazioni artigianali e preparazioni realizzate internamente.

Tra Porto Cervo e Santa Teresa di Gallura prende forma un progetto articolato: catering per yacht e gommoni nella località della Costa Smeralda e un ristorante-pizzeria affacciato sulla piazza principale di Santa Teresa, con vista sulla Corsica.

È qui che nasce concretamente la filosofia che ancora oggi caratterizza la sua cucina. Nel pieno dell’epoca delle preparazioni industriali e delle basi pronte, il ristoratore sceglie infatti la strada opposta, quella di produrre tutto internamente.

Verdure locali, carni del territorio, preparazioni realizzate da zero e una cucina che torna a fare ciò che un tempo era normale: cucinare davvero. Una scelta impegnativa, ma che negli anni si rivela vincente.

Lo chef racconta che tra il 2014 e il 2015 nasce un’altra grande passione: il mondo dei lievitati.

Intraprende così un percorso di approfondimento che lo porta a confrontarsi con alcuni tra i più importanti professionisti italiani del settore. Frequenta corsi e masterclass, studia tecniche e metodologie, ma con un obiettivo preciso: non replicare modelli esistenti, bensì trovare una propria voce.

“Dovevo capire cosa pensassero loro per riuscire a fare quello che volevo fare io”

Un improvviso problema familiare interrompe l’esperienza sarda, costringendolo a rientrare rapidamente in Liguria.

L’occasione arriva con l’acquisizione dello storico immobile che oggi ospita il Bedin 1862. Due anni di lavori, pratiche burocratiche, autorizzazioni e vincoli architettonici trasformano il percorso in una vera maratona.

Apertura rinviata più volte, ma mai abbandonata. Il risultato vede la luce il 23 aprile 2026.

Il cuore del progetto è una cucina che recupera sapori, tecniche e gesti della tradizione familiare ligure. Quella che lui chiama cucina del ricordo. Qui si prepara ancora il pesto come una volta, si realizzano internamente salse e fondi, si lavorano direttamente le materie prime.

Tra le proposte più rappresentative spiccano il latte brusco, la panissa nella sua versione più autentica, le acciughe del consorzio di Sestri Levante e una selezione di fritti liguri che raccontano l’autentico patrimonio gastronomico ligure.

Tra le proposte più originali figura il minestrone fritto, ispirato a una tradizione domestica ligure legata al recupero degli avanzi. Al Bedin 1862 viene servito in tre bocconi, trasformando una preparazione semplice in una proposta contemporanea

La filosofia del Bedin 1862 si estende anche alla selezione delle materie prime. Serra ha scelto di costruire una rete di collaborazioni con produttori locali che condividono la stessa visione.

Tra i fornitori figura Rosso Carne, macelleria attiva nella valorizzazione della razza bovina Cabannina. Completano la rete di collaborazioni piccoli produttori di frutta e verdura, raccoglitori di funghi e il consorzio di pescatori di Sestri Levante per la fornitura delle acciughe.

Accanto alla proposta gastronomica, un ruolo importante è affidato ai lievitati. Pizza, focaccia, pala romana e padellino fanno parte di un’offerta che riflette gli anni di studio e ricerca dedicati da Serra a questo mondo. Tra le proposte spicca una margherita costruita su diverse lavorazioni del pomodoro San Marzano.

Il piatto che più rappresenta la sua idea di cucina resta però il coniglio alla ligure, cotto lentamente a bassa temperatura per 16/18 ore per valorizzarne consistenza e sapore e, come dice lo chef, da mangiare senza l’uso del coltello.

Terminato il racconto di Andrea Serra e della filosofia che guida il progetto Bedin 1862, è arrivato il momento di passare dalla teoria alla pratica. Il pranzo degustazione ha offerto l’occasione di assaggiare alcuni dei piatti più rappresentativi della sua cucina.

Iniziamo con l’apertura di benvenuto, ci destreggiamo tra minestrone fritto, latte brusco all’esterno dorato e croccante, con un cuore morbidissimo e panissa dorata e fragrante si passa poi all’acciuga fritta, focaccetta al formaggio e mini burger servito ancora fumante in una coppa di vetro.

Il percorso pizza racconta bene l’importanza che i lievitati hanno per lo chef.

Tutto nasce dalla farina intera Varvello, scelta per il suo basso indice glicemico e le sue caratteristiche uniche. Dalla semplicità della Marinara e della Margherita si arriva a un Padellino decisamente con tartare di Cabannina, fonduta di blu e pesto.

Archiviato il capitolo pizza, che da solo meriterebbe una sosta più lunga, arriva il momento del poker di primi: trenetta avvantaggiata al pesto; trenetta avvantaggiata salsa di pinoli (avvantaggiata perchè l’impasto è fatto da farina bianca con l’aggiunta di farina integrale); pansotti alla salsa di noci; ravioli au tuccu tipico sugo di carne genovese.

Lasciati alle spalle i primi, che ci hanno accompagnato tra tradizione e interpretazioni contemporanee, arriva lui, il piatto che forse più di ogni altro racconta la Liguria dell’entroterra: il celebre coniglio alla ligure, una carne tenerissima, cotta a bassa temperatura.

Il percorso si avvia verso il finale: un pre-dessert cioccolatino blu fondente e arancio, fresco e delicato e il dessert vero e proprio il Babbamisù (un babà che racchiude la crema del tiramisù).

I vini hanno accompagnato l’intero percorso degustazione, dall’apertura di benvenuto fino al Babbamisù finale. Una sequenza di calici pensata per sostenere la cucina dello chef, creando armonia tra i sapori.

Se passate da Genova, vale la pena fermarsi da Bedin dal 1862. Per assaggiare una cucina che parte dalla tradizione ligure, la rispetta e la propone in una chiave attuale, senza complicazioni inutili.

Prosit!

Bedin dal 1862

Piazza Dante, 52, 16121 Genova GE

info@bedindal1862.it

+39 010 0013439

La pizza è poesia a pochi passi dal mare di Posillipo

Di stereotipi su Napoli ce ne sono tanti, forse troppi. Alcuni belli e veri, altri molto cattivi poco veritieri e tanto ingigantiti e una parte di questi riguarda la cucina.

Dicono che si mangi tanto per tante ore, soprattutto pasta, fritti, pizza, la migliore in assoluto e che si beva una quantità smisurata di caffè. Io da napoletana posso dire che mi piace stare a tavola, amo nutrirmi soprattutto di carboidrati e che bevo caffè tra un pasto e l’altro, ma non sono mai stata una sostenitrice del “come si mangia qui, non si mangia da nessun’altra parte!”.

Sono dell’idea che bisogna assaggiare di tutto, allenando così mente e palato, e che se volete offrirmi un pezzo di pizza con l’ananas o una pizza in un bar a Trento potrei tranquillamente accettare, senza fare inutili paragoni.

Quindi direi di lasciar perdere le giurie che decretano dove fanno la miglior pizza, se Napoli, il resto della Campania o qualche altra città nel mondo. Non è questo il punto fondamentale, secondo me. Un buon impasto, ottimi ingredienti e tanta conoscenza possono essere qualità di un prodotto che non per forza dipendono dalle sue origini.



Però c’è una cosa su cui sono abbastanza sicura: a Napoli la pizza non è solo un piatto tipico. Qui l’arte della farina bianca diventa identità, storia, ricchezza e fonte di felicità per chiunque la gusti accanto al mare.

Da poche settimane, è arrivata una novità in città: il celebre ristorante Palazzo Petrucci a Posillipo, tra il Vesuvio e Palazzo Don’Anna, una delle strutture più misteriose e amate dai partenopei, ha aperto la propria pizzeria a piano terra. O meglio a piano sabbia.

Il nuovo inquilino a Palazzo è il pizzaiolo Davide Ruotolo, che chiamo “nuovo” solo per questa sede ovviamente, visto che da più di dieci anni guida egregiamente la pizzeria dell’omonima struttura a San Domenico Maggiore.
 
E così un luogo che per anni ha rappresentato, e rappresenta tuttora, l’alta cucina napoletana apre le sue porte a un’esperienza più informale, quella della pizza.

La sala è bianca, essenziale, nulla di particolarmente ricercato. Tavoli e sedie bianche, tovaglioli di carta, bicchieri e posate con dettagli blu. A dividere la sala dalla spiaggia e dal mare, solo una lunga vetrata che ospita i posti più panoramici per poter mangiare.



Presa dall’euforia e dalla bellezza del posto, decidiamo di ordinare due pizze speciali:

Davide Ruotolo
Focaccia con pomodorino semi-dry, stracciata di bufala,
zeste di limone, formaggio, origano e basilico

Nessun ingrediente sovrastava l’altro, rendendo la pizza leggera, fresca, croccante. È stato il saluto perfetto all’estate.

Lino Scarallo
Crema di cipolla, fiordilatte, pecorino, acciughe e lime

Con questa mi sono divertita di più. La crema di cipolla era così dolce che contrastava perfettamente la sapidità delle acciughe, ci avrei fatto la scarpetta con quella crema.

Al posto di una terza pizza, ho chiesto di assaggiare un piccolo miracolo racchiuso in una coppa creato apposta per il giorno di San Gennaro: Metamorfosi di Margherita.
Oltre al sangue del Santo Patrono, anche il mio cuore si è sciolto.



Potrei dirvi che è stata la pizza più buona che abbia mangiato negli ultimi mesi, oppure potrei fare il contrario e cercare quel dettaglio che non mi ha convinto perché in fondo una recensione sembra quasi obbligata a trovare qualcosa da promuovere o da bocciare ma sarebbe riduttivo.

Perché tra la sapidità delle alici, la delicatezza della burrata e la scarpetta col cornicione che volevo farmi con la crema di cipolla, c’era qualcosa che andava oltre quello che stavo mangiando. Era la sensazione di sentirsi speciali.

Non l’idea di aver mangiato una buona pizza in un posto straordinario, ma quella di aver capito ancora una volta che il cibo non è soltanto quello che hai nel piatto. È il luogo, è chi te lo serve, è chi hai accanto, è il momento, è il piacere di condividere un pensiero. È la sensazione che ti resta quando ti alzi da tavola.

Una buona pizza, in fondo, la si può mangiare ovunque. Ma, con questo tocco di poesia e romanticismo, solo a Napoli.

Libri, memoria e cucina al Madison di Salerno: grande successo per la serata con Luciano Pignataro

Si è conclusa con grande successo la serata di lunedì 5 ottobre 2026 al Madison Pizza & Ristò di Salerno, dove il giornalista e scrittore Luciano Pignataro, in un appuntamento accolto con calore e partecipazione nel segno della cultura gastronomica campana, ha presentato “Le ricette del Cuoncio Cuoncio” e “Le pizzerie storiche di Napoli. Viaggio nell’anima della città“.

Con l’introduzione di Renato Rocco, direttore de “La Buona Tavola”, e la preziosa moderazione della giornalista Stefania Cavaliere, sono poi intervenuti il patron Vincenzo Rea e lo chef stellato Paolo Gramaglia del ristorante President di Pompei, da poco Executive Chef del Madison. A chiudere, invece, è stato Luciano Pignataro. Riportando la sala nelle storie ed esperienze nate durante il lavoro sui due volumi, l’autore ha saputo inoltre arricchire il racconto con ricordi personali, tutti seguiti con interesse e apprezzamento da parte dei presenti.

Pignataro ha spiegato come il libro dedicato al Cilento sia nato dal contatto diretto con le persone e con i luoghi, tra agriturismi, cucine di famiglia e saperi tramandati, e come quel patrimonio di ricette abbia rappresentato anche un modo per difendere un’identità e un ritmo di vita. Con “Le pizzerie storiche di Napoli” il racconto si è poi spostato davanti ai forni, tra maestri pizzaioli e botteghe che hanno fatto la storia della città, restituendo al pubblico il senso di una tradizione ancora viva. Due sguardi diversi sulla Campania, che in sala hanno trovato un filo comune nella memoria e nel valore del lavoro quotidiano.

Dopo il firmacopie è seguita una cena riservata agli invitati con un menu a quattro mani, frutto della collaborazione tra Vincenzo Rea e Paolo Gramaglia, a metà tra memoria cilentana e materie prime di stagione. Ad aprire il percorso è stata la Pizza Cilentana, una pizza nel ruoto condita con ragù di pomodoro e cacioricotta di capra del Cilento. Le ha fatto seguito la Pizza “Attaccami“, La Marinara nell’Orto, preparata con pomodoro, scarola attaccata e pomodoro datterino marinato.

Si è proseguito con i paccheri del piatto “Mediterraneo”, con zucchine, fiori di zucca, lupini di mare e scorfano, e con la pasta e patate di “Tradizione senza nostalgia“, accompagnata da sentori di baccalà e peperoncino verde. A chiudere la cena è stata la Pastiera Madison, rilettura del grande classico della pasticceria napoletana firmata dalla casa.

Una serata perfettamente riuscita, dunque, in cui libri, cucina e racconti hanno saputo dialogare con naturalezza, confermando il Madison come luogo di squisiti sapori e ancor più preziosi saperi.

DAMBO, una fetta di New York nel cuore di Napoli

Nel cuore della city napoletana, a Piazza Municipio, c’è un posto dove appena entri sembra di attraversare una porta spazio-temporale.

Un attimo prima sei a Napoli, con il Maschio Angioino davanti agli occhi. Quello dopo potresti essere in un jazz club londinese. E no, non serve nemmeno il biglietto aereo.

Questo è DAMBO Beef & Grill.

La scorsa settimana è partita la seconda stagione delle DAMBO Jazz Nights, il progetto di Amedeo Quagliata e Maria Mazza , con la direzione musicale di Carmine Marigliano.

Alla voce Helen Tesfazghi accompagnata alla tastiera da Marco Fiorenzano e al sax da Umberto Muselli, uno dei più rinomati al mondo. Qui la musica non è un semplice sottofondo, ma entra nella serata e diventa parte dell’atmosfera.

E poi c’è la cucina.

La focaccella a lievitazione naturale, che segue i suoi tempi e riposa circa 12 ore prima della cottura. E si sente: è una di quelle cose semplici solo in apparenza.

Proposta con varie possibilità ti topping che variano ogni giorno. 

E poi ancora carne di grande qualità, selezione Cillo, uova biologiche PeppOvo e una bella carta dei vini. Non solo ristorante ma anche cocktail bar con una grande varietà di drink in lista.

Il tutto dentro un ambiente che affascina: stile industriale, metallo, mattoni, grandi spazi e quell’aria un po’ anni ’90 che fa subito New York.

L’ispirazione arriva infatti da DUMBO, iconico quartiere di Brooklyn, conosciuto da Amedeo e Maria durante uno dei loro viaggi (sono una coppia non solo nel lavoro ma anche e sopratutto nella vita).

Ma qui non c’è una copia di New York. C’è una Napoli che prende ispirazione da fuori e la fa sua. Loro viaggiano, restano affascinati da qualcosa e lo portano a Napoli per reinterpretarlo e contestualizzarlo nella tradizione campana. 

Perché Dambo è un locale nuovo ma dalla profonda tradizione familiare, infatti, è l’ultimo capitolo di una storia che, in casa Quagliata, parte da lontano.

Così sei anni e’ nato DAMBO Beef & Grill, una nuova tappa del percorso professionale della famiglia Quagliata iniziato nel 1979 con Il Gallo Nero, a cui nel 1990 si è aggiunta la Trattoria Medina, uno degli indirizzi storici della zona.

Con DAMBO però si cambia la formula, cambia il linguaggio e cambia anche il modo di vivere il locale. Un pubblico diverso, in una zona di Napoli fatta di uffici comunali, porto e tanto movimento, dove puoi venire a pranzo, a cena o anche solo per un cocktail.

E con una proposta che cambia ogni giorno, si muove e non ti permette di annoiarti. 

Quello che invece non cambia è l’idea di ospitalità, quella che passa da una generazione all’altra e che oggi la famiglia Quagliata interpreta in una chiave decisamente più contemporanea.

Napoli fuori, New York nell’immaginario e il jazz dentro.

DAMBO.

DAMBO Beef & Grill

📍 Piazza Municipio 2, Napoli

📞 081 552 5996

✉️ info@dambobeef.it 📱 @dambo_beefgrill

🌐 dambobeef.it 

Resort Riva degli Etruschi diventa Casa Slow Food Costa degli Etruschi

L’alleanza tanto voluta dal compianto Carlo Petrini ha portato ottimi frutti in giro per l’Italia. Un po’ ovunque la cultura del buon cibo, del territorio e delle materie prime rispettose del concetto di sostenibilità hanno trovato riparo all’interno di ristoranti e strutture ricettizie sensibili al tema.

Mai però si era arrivati a considerare la nascita di una rappresentanza Slow Food in un resort grande quanto un borgo, totalmente autonomo e indipendente con annessa realtà ortofrutticola e vitivinicola. Riva degli Etruschi, storico resort sulla costa di San Vincenzo, diventa così Casa Slow Food Costa degli Etruschi nel percorso comune assieme all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (UNISG).

Il Mariva Dune, uno degli outlet gastronomici a disposizione del complesso, offrirà gli spazi idonei per assemblee, conferenze, formazione e incontri richiesti dalla Condotta Slow Food Costa degli Etruschi. Il Presidente Sandro Tucci ed uno dei soci del Resort di San Vincenzo, Jacopo Lisi, commentano a caldo: «Il rapporto di fiducia oggetto di questo accordo fondamentale per la Comunità nasce nel 2020 e prosegue con la presentazione della Guida di settore e di altre iniziative a supporto dei produttori locali». Il direttore commerciale di Riva degli Etruschi Vieri Mantelli non può che esprimere soddisfazione per un “ecosistema virtuoso, caratteristica di unicità non solo in Toscana”.

Non si guarda al costo, ma all’identità, alla salvaguardia di quelle piccole eccellenze di cui il Belpaese è pieno; la vera soddisfazione arriverà dalla creazione di una serie di experience che porranno l’ospite al centro della natura, respirando l’aria positiva e salubre del contatto con la terra, della visione del contadino e di un approccio radicale allo stress eccessivo delle giornate in città. La partecipazione a Terra Madre Salone del Gusto rappresenta un ulteriore tassello di crescita in tal senso per una realtà con oltre 60 anni di storia, immersa in 35 ettari di parco sulla costa di San Vincenzo.

Alle oltre 400 sistemazioni e a un chilometro di spiaggia privata si affiancano, infatti, ristorazione, agricoltura biologica, produzione vinicola e olivicola; attività diverse che negli anni sono state integrate in un progetto unitario, con l’obiettivo di creare un rapporto sempre più stretto tra ospitalità, territorio e produzione agricola.

Uno dei simboli di questo percorso è il Carciofo Violetto della Val di Cornia, storica coltivazione del territorio tutelata ufficialmente dal 2022 dalla Comunità Slow Food. La Tenuta Guardamare di Riva degli Etruschi è tra le sole quattro aziende a coltivare questa varietà che utilizza nelle cucine del resort, tra San Vincenzo e Baratti, dove vengono coltivati con metodo biologico grani antichi e ortaggi destinati alle cucine della struttura.

Accanto all’orto si sviluppa il progetto vitivinicolo di Riva degli Etruschi, con 6 ettari di vigneti e una produzione che si avvale della consulenza enologica di Attilio Pagli. L’obiettivo è quello di accorciare sempre più la distanza tra ciò che nasce dalla terra e ciò che viene proposto nei piatti e nei calici degli ospiti.

Non si butta via niente, nell’ottica della cucina circolare sempre più necessaria in tempi di zero sprechi e di riciclo degli ingredienti. Ecco dunque la marmellata di mosto e tante preparazioni a menù per soddisfare le esigenze delle 1500 presenze giornaliere estive. In futuro si potrà pensare all’istituzione di una fattoria didattica per preservare anche il lavoro di parte delle maestranze durante la fase di chiusura invernale, continuando nel solco della comunicazione e della vicinanza con le famiglie del luogo.

Un filo rosso che unisce le varie possibilità di ristorazione presenti, coordinate dai due chef resident Enio Fedi, che cura Mariva Dune, Nautico e Mistral e Simona Ciantelli per l’Orto e Magù, quest’ultimo diventato Locale Amico Slow Food, grazie al lavoro portato avanti con la Condotta e con le Comunità locali e all’utilizzo e alla valorizzazione degli ortaggi dell’azienda agricola e delle materie prime del territorio.

La stessa filosofia è alla base di Vini Bagnanti, manifestazione annuale organizzata da Riva degli Etruschi e da Teseo Geri, nella quale vino e gastronomia diventano strumenti per raccontare territori, artigiani e produttori, di cui abbiamo scritto nell’articolo Vini Bagnanti 2026 torna protagonista a Riva degli Etruschi: il grande evento del vino con un grande percorso di degustazione affacciato sul mare.

Olio extravergine d’oliva, vino, basilico per il pesto, zucchine, melanzane e carciofo violetto, il conto arriva a numerare ben 10 specialità realizzate all’interno del resort e in agricoltura biologica. L’elenco si allungherà con il tempo e la fiducia dei consumatori, sempre più alla ricerca del genuino e del sapore d’un tempo, anche godendo del relax sulle spiagge dorate dal mare turchese di San Vincenzo.

L’offerta completa gastronomica di Resort Riva degli Etruschi

L’olio extravergine di oliva biologico nasce dagli ulivi della Tenuta Biliotto a Bagno a Ripoli (FI), 100 ettari totali di cui 34 ettari di bosco e di ulivi, con 5.000 piante centenarie. La proposta gastronomica si articola nei ristoranti e locali del resort: Mariva Dune, dedicato al fine dining; Nautico, con cucina di mare; Mistral, dedicato alla cucina toscana; All’Orto, con una proposta a km 0 legata ai prodotti dell’area agricola biologica; Magù, ristorante e pizzeria e Locale Amico Slow Food; Colto, piadineria agricola con ingredienti a km zero.

Quostro è food partner del SàFF 2026

Il bistrot dei Quartieri Spagnoli al Social Action Film Festival

Dal 5 al 10 ottobre al Complesso Monumentale di Donnaregina, Quostro accompagna la terza edizione del festival che mette in dialogo cinema, Terzo Settore, cultura e comunità

NAPOLI. Quostro è food partner della terza edizione del SàFF – Social Action Film Festival, in programma dal 5 al 10 ottobre 2026 al Complesso Monumentale di Donnaregina, nel cuore del centro storico di Napoli.

Una collaborazione che porta il bistrot dei Quartieri Spagnoli, nato all’interno dell’ex Istituto Montecalvario oggi sede della Fondazione FOQUS, in uno degli appuntamenti culturali che lavorano sul rapporto tra territorio, partecipazione e innovazione sociale.

Nato nel 2024 nel Rione Sanità dall’esperienza di Apogeo ETS, il SàFF è il primo festival cinematografico europeo co-prodotto con il Terzo Settore. La terza edizione propone oltre 60 eventi a ingresso gratuito, articolati tra cinema, masterclass, meeting ed eventi, con ospiti e protagonisti del mondo dell’audiovisivo, della cultura e del sociale.

Il claim scelto per il 2026, “Il cinema è comunità”, sintetizza una visione che mette in relazione istituzioni, industria audiovisiva, università, imprese e oltre cento organizzazioni del Terzo Settore. Sei le parole chiave che accompagnano le giornate del festival: Narrazione, Cultura, Cura, Desiderio, Valore e Felicità.

È all’interno di questo percorso che si inserisce la presenza di Quostro come food partner.

Il bistrot nasce e lavora quotidianamente in un luogo fortemente legato alla vita dei Quartieri Spagnoli e al rapporto tra cultura, impresa e comunità. La sua partecipazione al SàFF prosegue questa vocazione, portando la dimensione gastronomica all’interno di un progetto nel quale linguaggi ed esperienze differenti si incontrano e costruiscono nuove relazioni con il territorio.

Quostro trova così nel SàFF una naturale affinità con il proprio modo di vivere la città: una Napoli contemporanea che parte dalle proprie radici e crea connessioni tra persone, luoghi, cultura e nuove forme di partecipazione.

Il SàFF 2026 si svolgerà dal 5 al 10 ottobre al Complesso Monumentale di Donnaregina, con proiezioni, incontri, masterclass, panel, performance ed eventi aperti alla città.

Per il programma completo e tutti gli aggiornamenti sul SàFF – Social Action Film Festival:

saff-filmfestival.it

QUOSTRO

Via Portacarrese a Montecalvario 69 – Napoli

quostro.it Instagram: @quostro.na

Al Magma Bistrot nasce “MAGMA”, il dessert firmato da Angelo Guarino

Una cheesecake con salsa di lamponi chiude la cena “Tra Fuoco e Vigna”, nata dall’incontro tra il bistrot vesuviano e Cantine Federiciane

Si chiama “Magma” e porta nel nome l’identità del luogo che lo ospita il dessert creato da Angelo Guarino in collaborazione con Antonio Della Monica, sous chef de La Corte degli Dei di Palazzo Acampora ad Agerola. Una cheesecake con salsa di lamponi pensata per chiudere la cena “Tra Fuoco e Vigna”, il percorso gastronomico organizzato da Magma Bistrot di Torre del Greco insieme a Cantine Federiciane.

Il dessert nasce dall’incontro tra due professionisti della cucina campana e rappresenta il momento conclusivo di una serata costruita sul dialogo tra territori di origine vulcanica: il Vesuvio, identità del Magma Bistrot, e i Campi Flegrei, raccontati attraverso i vini di Cantine Federiciane.

Angelo Guarino, pastry chef de La Corte degli Dei, è figlio dello chef Vincenzo Guarino e ha sviluppato il proprio percorso professionale nel mondo della pasticceria e dei lievitati. Per “Tra Fuoco e Vigna” ha lavorato insieme ad Antonio Della Monica, sous chef della brigata di Palazzo Acampora, alla definizione del dessert dedicato al Magma Bistrot.

La scelta è caduta su una cheesecake con salsa di lamponi, una preparazione che punta sull’equilibrio tra la componente cremosa del dolce e la nota fresca e acidula del frutto. Il risultato è una chiusura volutamente riconoscibile e contemporanea, ma soprattutto legata al luogo per il quale è stata pensata: “Magma”, infatti, è anche il nome del bistrot che sorge all’interno dello storico complesso Sakura Club Piscine di Torre del Greco.

Il dessert diventa così il punto finale di un percorso nel quale il tema del fuoco attraversa idealmente tutta la cena: il fuoco del forno, quello evocato dal Vesuvio e quello della cucina, fino al vino prodotto sulle terre vulcaniche dei Campi Flegrei.

La serata si apre con un percorso di assaggi di terra e mare e prosegue con tre pizze firmate da Raimondo De Crescenzo, responsabile della pizzeria del Magma Bistrot: Viola di Mare, con patata viola, baccalà, olive e cappero; Zuccotta, con zucca, Gorgonzola e ’nduja; e provola e pepe nero. Ad accompagnare il percorso sono i vini di Cantine Federiciane: Flegreo, spumante da Falanghina 100%, Falanghina Campi Flegrei D.O.P., Piedirosso Campi Flegrei D.O.P. e Gragnano Penisola Sorrentina D.O.P.

Ma è nel dessert che la serata trova la propria firma: “Magma”, creato da Angelo Guarino insieme ad Antonio Della Monica, chiude il percorso tornando simbolicamente al nome e all’identità del bistrot.

Un dessert nato, dunque, non semplicemente per accompagnare la conclusione della cena, ma per essere parte del racconto: quello di una Campania gastronomica capace di mettere in relazione professionisti, territori e materie prime attraverso interpretazioni contemporanee.

Magma Bistrot
Via Enrico De Nicola, 28 – Torre del Greco (NA)
Sakura Club Piscine
Tel. 081 1824 5652
Email: digiovanniciro@gmail.com
Sito: https://www.sakurapiscina.it/bistrot/
Instagram: @magmabistrot_sakurapiscine

Enzo Coccia, le due anime della pizza napoletana

A Napoli la pizza non è soltanto un alimento: è una parte della città, della sua storia e della sua identità. È un gesto quotidiano che si tramanda di generazione in generazione, un’arte popolare fatta di pochi ingredienti e di una manualità che, proprio nella sua apparente semplicità, richiede esperienza e sensibilità.

Già alla fine dell’Ottocento la pizza era così radicata nella cultura napoletana da lasciare traccia persino nella lingua. Nel 1899 Salvatore Di Giacomo, poeta e drammaturgo napoletano, scriveva infatti pizzaria, con la “a”: il termine sarebbe poi diventato pizzeria, anche per la crescente quantità di pizze prodotte in questi locali.

È dentro questa storia che si inserisce Enzo Coccia, e mi permetto di dire che tutti possono essere pizzaioli, ma solo uno è Enzo Coccia. Una frase che sintetizza bene il percorso di un uomo che non si è limitato a imparare un mestiere, ma ha voluto trasformarlo in una vera disciplina.

Dalla pizzeria di famiglia alla ricerca

Cresciuto nella pizzeria di famiglia, prima accanto alla nonna e poi al padre, Coccia impara fin da giovane i fondamentali del mestiere. La sua prima esperienza è alla Pizzeria Fortuna, in via Mancini 6. È lì che prende forma un percorso destinato a portarlo molto lontano.

A un certo punto, però, Coccia capisce di non potersi accontentare di fare semplicemente quello che fanno tutti. Comincia così un lungo lavoro di ricerca sugli impasti, sulle farine, sulla fermentazione, sulle temperature e sulla cottura. Alla manualità del pizzaiolo affianca lo studio, convinto che conoscere la pizza significhi comprendere anche ciò che accade dietro il gesto artigianale.

Da questa filosofia nasce un’idea precisa: la tradizione non va soltanto conservata, ma conosciuta in profondità per poter essere interpretata.

Nasce “La Notizia”

Nel 1994 Coccia apre La Notizia, destinata a diventare una delle realtà più rappresentative della sua visione.

La sede La Notizia 53, con circa 80 coperti, è il luogo della pizza napoletana tradizionale. Qui la protagonista è una pizza morbida, sottile al centro, con un cornicione pronunciato ma non troppo, e una cottura rapida ad alta temperatura.

È una pizza immediata, da mangiare calda e possibilmente senza troppi formalismi. Il cornicione presenta una struttura alveolata e i caratteristici segni della cottura, mentre il disco centrale rimane elastico e morbido.

Sua Maestà la Margherita

Pizza con stracciata di bufala, fichi del Cilento, noci, bacon affumicato e parmigiano

Ma la semplicità della pizza di Coccia non è casuale. Anni di ricerca lo hanno portato a una selezione rigorosa delle materie prime: ingredienti tipici della tradizione, scelti però esclusivamente tra prodotti di eccellenza. Pomodoro, mozzarella, olio e gli altri condimenti devono dialogare con l’impasto, senza sovrastarlo.

Il risultato è una pizza profondamente napoletana, nella quale la qualità della materia prima e la precisione della lavorazione diventano parte dello stesso racconto.

La Bianca del Piennolo

La Notizia 94, l’altra faccia della moneta

Poi c’è La Notizia 94, più raccolta, con circa 32 coperti. Qui emerge l’altra anima di Coccia: quella creativa, contemporanea, gourmet.

La base culturale rimane quella napoletana, ma la pizza diventa terreno di sperimentazione. Gli ingredienti vengono accostati con maggiore libertà, alla ricerca di combinazioni nuove e di una diversa esperienza del gusto.

È come se le due pizzerie rappresentassero le due facce della stessa moneta: da una parte la tradizione, dall’altra la creatività. Due percorsi apparentemente differenti, ma uniti dalla stessa attenzione per l’impasto, la materia prima e l’equilibrio.

Il Murzillo

Il maestro

È proprio questa capacità di tenere insieme passato e futuro ad aver reso Enzo Coccia un maestro riconosciuto anche a livello internazionale. Talmente noto che anche la First Lady Jill, consorte del Presidente degli Stati Uniti, John Biden, di rientro da un viaggio istituzionale durante uno scalo a Napoli, ha chiesto di provare una buona pizza napoletana. Sarà proprio quella di Enzo Coccia a salire sul Air Force One.

La sua attività non si è fermata alle pizzerie. Coccia ha dedicato una parte importante della propria carriera alla formazione e alla divulgazione, contribuendo a diffondere una conoscenza più consapevole della pizza napoletana.

Il suo approccio parte da una convinzione semplice: dietro una pizza ci sono acqua, farina, lievito e sale, ma il risultato dipende da un universo di variabili. Tempi, temperature, idratazione, lavorazione e cottura possono trasformare radicalmente quegli stessi ingredienti.

In questo equilibrio tra tecnica e istinto, ricerca e tradizione, si trova il contributo più significativo di Enzo Coccia. Perché la sua pizza non racconta soltanto Napoli. Racconta la possibilità di studiare una tradizione senza impoverirla, innovarla senza tradirla e trasformare un mestiere antico in una cultura contemporanea.

Take Over PizzAIS: da Salvo la pizza napoletana incontra i vini di Cantine Pliniana

Pizza e vino. Un abbinamento che ormai ha superato da tempo la fase della sperimentazione per entrare a pieno titolo nel terreno della degustazione ragionata. È proprio da qui che parte Take Over PizzAIS, il format di AIS Campania che mette pizza e calice uno di fronte all’altro, lavorando su concordanze, contrasti, persistenze e soprattutto sull’equilibrio complessivo dell’abbinamento.

Mercoledì 23 settembre il nuovo appuntamento ha fatto tappa da Salvo, nella sede napoletana di Riviera di Chiaia, con le pizze di Salvatore Salvo chiamate a confrontarsi con i vini di Cantine Pliniana, storica cooperativa di Manduria.

Ad accompagnare la serata il presidente Tommaso Luongo e il delegato di Caserta Pietro Iadicicco per AIS Campania, Simona Natale per Cantine Pliniana e chiaramente Salvatore Salvo, il padrone di casa. Salvatrore Salvo ha espresso tuttala sua felicità nel creare degli abbinamenti con le proprie pizze, raccontando le prime con sapienza e tanti aneddoti.

Colpisce, solo che non la conosce, la potenza e la passione di Simona Natale, che ha raccontato com’è nato il nuovo progetto di Cantine Pliniana, con la collaborazione di un manipolo di amici a un progetto che ha tutto il sapore un viaggio vitivinicolo importante. Pietro Iadicicco e il presidente AIS Campania Tommaso Luongo hanno dato con grande maestria il giusto e meritevole contributo in termini di racconto del vino e degli abbinamenti. Ogni morso e ogni sorso è stato raccontato e confrontato con tutti i partecipanti.

Un percorso costruito in crescendo, partendo dalla Verdeca per arrivare al Primitivo di Manduria, passando attraverso due differenti interpretazioni del rosato. Nel mezzo, naturalmente, la pizza: quella di Salvo, dove l’impasto resta protagonista ma diventa soprattutto la base sulla quale ingredienti, acidità, grassezze, sapidità e piccantezza cambiano continuamente le regole del gioco.

Si parte dalla Montanarina

Ad aprire la degustazione è la Montanarina classica, fritta e successivamente ripassata in forno, con sugo di pomodoro del Piennolo e Caciocavallo podolico grattugiato. Una grande entrée: soffice, golosa, con un pomodoro particolarmente centrato e una frittura ben gestita.

Nel calice il Metodo Martinotti da Verdeca di Pliniana porta soprattutto freschezza, mineralità e una marcata componente sapida. È un abbinamento che funziona proprio sul contrasto: il vino alleggerisce la parte grassa della frittura, ripulisce il palato e prepara immediatamente al boccone successivo.

Le due Margherite e il Mex rosato

Si prosegue con un doppio assaggio dedicato alla Margherita. La Margherita San Gennaro colpisce per la qualità e la nitidezza degli ingredienti. Pomodoro, olio e impasto restano perfettamente distinguibili, senza che uno prevalga sull’altro. La pizza è scioglievole, essenziale, precisa. Accanto arriva la Margherita Pacchetelle, con pomodorini Scarpariello a pacchetelle e Parmigiano. Qui il pomodoro acquista maggiore intensità, con una componente saporita e fresca che rende il boccone più deciso.

L’abbinamento è con il Mex Primitivo Rosato Salento IGT di Pliniana, ottenuto da Primitivo. Il colore introduce un naso floreale, con richiami alla rosa, mentre il sorso gioca su freschezza e soprattutto sapidità. Con entrambe le pizze l’incontro è armonico: il rosato possiede abbastanza carattere per sostenere il pomodoro senza coprirlo e una freschezza capace di accompagnare bene la componente lattica e grassa.

Profumo di Costiera, il rosato cambia passo

Uno degli assaggi più interessanti della serata arriva con la Profumo di Costiera.

Alice leggermente marinata con vermouth bianco, limone, insalata condita semplicemente con olio e sale e un pesto nel quale entrano prezzemolo e colatura di alici. Il risultato è una pizza fresca, intensa, con un’acidità evidente ma perfettamente inserita nell’equilibrio generale. Nel calice il PP Centocontrade Primitivo Rosato. Il colore è un rosa chiarissimo, quasi confetto. Al naso emergono subito richiami agrumati e marini. In bocca domina la freschezza, accompagnata da una sapidità netta, quasi salmastra. Poi lime, piccoli frutti rossi e, nel finale, quella nota leggermente pepata che riporta alla matrice del Primitivo.

È proprio il finale a convincere: resta quasi la sensazione di un granello di sale sul palato. Con la Profumo di Costiera l’abbinamento sfiora la concordanza. Vino e pizza viaggiano sulla stessa direttrice fresca, agrumata e marina, ma il calice riesce contemporaneamente a detergere la bocca e a riaccendere l’appetito.

Melanzana in due versioni

Altro doppio assaggio con Parmigianissima e Scapece ma non troppo. La prima nasce da un battuto di melanzana fritta marinata alla soia, salsa di pomodoro, fior di latte, basilico e Parmigiano grattugiato. È una pizza estremamente soffice, morbida e avvolgente.

La Scapece ma non troppo cambia invece registro: base bianca, melanzane condite alla scapece, crema di ’nduja e biscotto salato alle mandorle. Qui entrano in gioco croccantezza, piccantezza e la nota tostata della mandorla. È una pizza complessa ma decisamente riuscita.

A fare da ponte tra i due assaggi è il PP Centocontrade Primitivo di Manduria maturato in barrique.

Nel bicchiere il colore è carminio, limpido. Il naso parte dalla violetta e si allarga verso tabacco, sensazioni balsamiche e primi richiami terziari. Il tannino è sorprendentemente delicato, mentre il sorso mantiene freschezza e una vena sapida quasi salina.

L’abbinamento con la Parmigianissima è più immediato e armonico. Con la Scapece il confronto diventa invece più articolato: mandorla, ’nduja e acidità della preparazione chiedono molto al vino. L’incontro resta interessante, anche se qui pizza e calice procedono più per confronto che per fusione.

Superdiavola e Maior: il finale più potente

Il percorso si chiude alzando decisamente il volume. La Superdiavola mette insieme pomodoro di Corbara, pezzente della montagna materana piccante, salsiccia fresca piccante, fior di latte misto a provola, Ventricina Vastese piccante e basilico.

Tre salumi, piccantezza importante e una componente aromatica intensa. Eppure la pizza non perde equilibrio: il pomodoro mantiene freschezza e il profilo complessivo resta leggibile nonostante la ricchezza degli ingredienti.

Di fronte c’è il Pliniana Maior Primitivo di Manduria, un vino importante, da 16 gradi alcolici, chiamato a sostenere l’assaggio più impegnativo della serata.

Rosso carminio intenso. Al naso arrivano terra, arancia rossa, sanguinella, pepe e spezie. Il sorso è profondo, caldo e persistente, ma è soprattutto il ritorno speziato a trovare un punto d’incontro con la pizza.

Il piccante non scompare, né il vino prova a cancellarlo. Piuttosto viene accompagnato. La permanenza in barrique aggiunge profondità e struttura e il finale resta lungo, con il pepe che continua a legare boccone e sorso.

Un abbinamento elegante nonostante la potenza dei due protagonisti. Quasi un abbraccio.

Quando pizza e vino parlano davvero

Take Over PizzAIS conferma soprattutto una cosa: parlare genericamente di “vino da pizza” ha ormai poco senso.

Una Margherita, una pizza con alici, una melanzana alla scapece o una Superdiavola pongono problemi di abbinamento completamente differenti. Cambiano grassezza, acidità, aromaticità, sapidità, succulenza e persistenza. E di conseguenza deve cambiare il vino.

La serata da Salvo lo ha mostrato bene, passando dalla verticalità della Verdeca alla versatilità dei rosati fino alla struttura del Primitivo di Manduria. Fetta dopo fetta e calice dopo calice, il vero obiettivo non è stato stabilire chi vincesse il confronto tra pizza e vino, ma trovare il punto nel quale entrambi riuscissero a raccontarsi un po’ meglio.