Vega Restaurant a Carinaro dal 14 settembre la nuova proposta Business Lunch e tante iniziative per festeggiare la fine dell’estate ed i sapori dell’autunno

Dal lunedì al venerdì la pausa pranzo diventa un’esperienza di gusto e salute al Vega Restaurant di Carinaro, con le raffinate idee dell’Executive Chef Agostino Malapena. Materie prime del territorio e cura nelle preparazioni, mantenendo intatta la filosofia dello stare comodi a tavola in famiglia. Il momento perfetto per affrontare il resto della giornata con nuove energie ed in totale relax.

Il business lunch, che si unisce alla classica scelta à la carte, prevede le proposte “Terra” fra tradizione, comfort e sapori; “Mare”, tra freschezza ed essenze mediterranee e ancora “Light Lunch”,  con insalatone, bufala, tonno, culatello o la “green protein”, una Caesar Salad rivisitata. Cucina contemporanea, un servizio attento e premuroso in un’atmosfera esclusiva e riservata con, su richiesta, anche pasti dietetici personalizzati in base ad ogni tipo di regime alimentare.

A cena il Vega Restaurant a Carinaro si trasforma in una location romantica dalle luci soffuse, per festeggiare insieme i giorni più lieti con una carta gourmet ricca di innovazione e tradizione e le numerose referenze della lista vini. Con la fine dell’estate e l’avvicinarsi dell’autunno poi, il calendario eventi prevederà il 25 settembre la serata party “Ciao Estate”, live show firmato da Ciro Corcione e il 16 ottobre “Sapori d’Autunno” dedicata alle primizie dell’orto e del bosco. La domenica di Mammà, infine, è la proposta aggiuntiva di ogni domenica per ricordare le ricette di casa tra ragù, genovese, parmigiana di melanzane e tanti altri cult della gastronomia partenopea.     

Vega Palace

Restaurant, Bistrot

Cafè, Pastries

Boutique Hotel

Viale della Logistica

Ed. Vega 1281030 Carinaro (CE)

La naturale ospitalità al DiAletti di Napoli

Tra locali a stampo e mode passeggere, la ristorazione vive spesso di grandi proclami e di identità artefatte, tra web reality e comunicazione preconfezionata. Diventa pertanto sempre più complicato trovare delle oasi ristorative che siano coerenti alla loro mission e che possano definirsi davvero autentiche.

Se l’autenticità procurasse lo stesso sollievo della frescura e doveste trovarvi nel rione Chiaia, probabilmente assumerebbe la forma di un vico adombrato, accarezzato dalla brezza marina proveniente dal Golfo di Napoli, e dal volto della naturale ospitalità di Giorgia.

Nel ventre un po’ nascosto di Chiaia, infatti, il vico Satriano raccoglie il lungo respiro del Mediterraneo e l’austerità di antichi palazzi in un’area di Napoli che è altrettanto centrale e autentica ma meno chiassosa e che ispira al riserbo e alla ricercatezza.

Proprio qui, al civico n.10, si trova il ristorante DiAletti, un vero ecosistema di cucina e vino naturale che, senza urla e proclami, sussurra e professa fermamente la sostenibilità e il rispetto per le comunità rurali che tengono insieme il territorio, impedendo l’erosione della biodiversità, delle tradizioni e di una materia prima che sa anzitutto di risorsa umana, si fa cibo sano, non merce da prendere comodamente allo scaffale, e quindi ingrediente trattato con rispetto.

Ebbene sì, DiAletti, aperto nel 2017, è una ventata di freschezza per la ristorazione e per i territori delle aree interne che guardano alla sostenibilità come a un valore irrinunciabile per condurre virtuosamente la produzione in campo e la pesca.

Qui, al vico Satriano, si fondono ospitalità genuina, cucina di terra, cucina marinara e vini artigianali, ma non è tutto: se l’ospitalità e la coerenza al manifesto etico sono la premessa irrinunciabile assieme alla proposta gastronomica, da DiAletti si può riscoprire quell’antroposofia praticata a tavola che riesce a far incontrare persone nuove, farle rallentare e uscire dalla loro comfort zone, per predisporsi al nuovo e a un piccolo viaggio di scoperta, finalizzato ad arricchire non soltanto il palato.

Se la triangolazione giusta a tavola è l’incontro tra cultura, edonismo ed emozioni, le pietanze qui sembrano essere fatte, oltre che per lo stomaco, per arricchire la mente e il cuore.

Galeotta è stata una cena-degustazione di altissimo rilievo in una serata estiva decisamente molto promettente e carica di aspettative, grazie anche alla presenza di Giulia Ghizzo, produttrice di vini artigianali, assieme a suo marito Alberto Lot, e a Federica Marigliano, architetto ceramista nonché fondatrice del brand “Deslow”.

La cena è iniziata proprio mettendo le mani in pasta, ma non in cucina, bensì durante un workshop di ceramica alla scoperta dei segreti dell’argilla bianca e di come il concetto di materico abbia a che fare con la tattilità e l’ancestrale desiderio di creare, tipico delle popolazioni mediterranee. L’interazione con la matericità plastica della ceramica ha visto, come anello di giunzione, il Fior De Lot e il terreno da cui nascono le uve di cui è fatto. Coinvolgente il racconto della produttrice dei vini, a partire dalla descrizione dei terreni, tra Veneto e Friuli Venezia-Giulia, e dalla scommessa di investire nei vitigni Piwi, come il Bronner e Prior, assieme allo storicissimo Glera. Infatti, la cantina di Alberto Lot ha sede a Sacile, in provincia di Pordenone, mentre i vigneti, tutti potati a doppio capovolto, si trovano poco distanti da Palù di Francenigo, in provincia di Treviso, lungo l’alto corso del fiume Livenza.

Il Fior De Lot 2024, da Bronner in purezza vinificato, senza alcuna filtrazione, ha inaugurato la serata, vincendo l’abbinamento con la pasta fritta ma, più di ogni altra cosa con l’acidità della frutta, svelando una complessità gusto-olfattiva e una persistenza ben oltre il concetto di vino frizzante.

La convivialità, presto raggiunta prima di sedersi a tavola, proprio grazie all’interazione dovuta alla precedente attività, ha reso possibile instaurare immediatamente l’atmosfera social che al DiaLetti è parte integrante del menu.

Se c’è un’altra cosa che viene assaporata, come l’ambiente, prima dell’arrivo delle portate, quella è la cucina a vista, incastonata in maniera millimetrica negli spazi del locale e da cui trapela un rigoroso senso dell’ordine, e il pane: la gratificazione del lievitato va ben oltre il piacere del calore e della fragranza dell’appena sfornato, incontrando la qualità di farine come ianculidda, carusedda e saragolla lucana, oltre ad altre varietà, provenienti da Caselle in Pittari, precisamente dal Mulino a pietra Monte Frumentario, della Cooperativa sociale Terra di Resilienza, condotta da Antonio Pellegrino. Un pane buono, evidentemente un pane di altri tempi, che svirgola dalla metrica del grado di abburattamento e dalla classificazione industriale, per mettere in tavola un alto grado di germe di grano, non senza le difficoltà di panificare una farina per niente addomesticata e malleabile come quelle largamente impiegate altrove.

Pane buono, olio extravergine di oliva buono e la benedizione di vassoi centrali colmi di zucchine tagliate alla julienne, fresche di campagna. Vassoi matericamente artistici, assieme ad alcuni altri elementi presenti a tavola…. di Federica, naturalmente.

Il primo, tra i piatti costituenti l’antipasto, è stata la tartara di pesce serra, con lattuga canasta, limone sotto sale e menta. Ci si potrebbe soffermare a lungo sulla mano gentile che è stata capace di mantenere vivo il sapore e la delicatezza del pescato agli altri ingredienti, sarebbe piuttosto facile, per quanto non banale e scontato, ma il punto è un altro; la lattuga canasta non è stata affatto impiegata come coreografia al piatto, bensì come ingrediente necessario a elevare la texture del piatto: essa è una varietà di insalata vigorosa, nata da un incrocio tra la Batavia e la Iceberg, particolarmente croccante, saporita e resistente al caldo.

Evidentemente sia in sala che in cucina, qui al DiAletti, sanno che la differenza è insita nelle piccole cose e che la semplicità nasconde dettagli fondamentali, ricerca e attenzione.

Un magnum di Filari Ginevra 2023 ha gratificato il palato ed esaltato la tendenza dolce del pesce azzurro: frutto di fermentazioni spontanee, macerazione sulle bucce per tre settimane, con nessuna chiarifica e nessuna filtrazione, ha restituito al piatto un ulteriore accento, giocato sulle note agrumate.

Il Baccalà fritto in pastella di lievito madre e patate, servito con crema di carote, in un gioco di morbidezza e croccantezza, evidenziava tutto lo spessore e il gusto del mussillo, accompagnato al Filari Ginevra 2024, così come il primo piatto di pasta fresca con sugo del pescato e polpa, con odori di stagione, al dente, di delicata aromaticità e dalla piacevole connotazione umami.

La monofagia, la noia del solito branzino e dell’orata, erano già state bandite con il pesce serra, a dimostrazione dell’attenzione alla stagionalità e alla sostenibilità della pesca, ma se non si fosse inteso già, ecco la sottolineatura: la parmigiana di raja, ergo di razza chiodata, quella presente nei nostri mari. Un mattoncino di golosa felicità e intensità gustativa con il sapore intenso del sugo ristretto di pomodoro San Marzano. Il maridaje è tutto giocato sulle bollicine del Fior De Lot 2022, stavolta però nella versione Metodo Classico, e i suoi nove mesi di affinamento sui lieviti.

I vini di Alberto Lot hanno dimostrato, anche grazie al valore rustico delle pratiche artigianali fuso all’eleganza, una grande duttilità di sposarsi con la cucina mediterranea, sia nell’abbinamento per portata che a tutto pasto. È con questa convinzione, che ha trovato assolutamente riscontro con la realtà, che il Filari Margherita 2019, da uve Bronnen macerate per tre settimane, quello nella bottiglia trasparente per intenderci, si è fatto piacere persino con il dessert: una sontuosa granita di limone.

Come fa una granita di limone ad essere definita sontuosa? Anzitutto perché fatta con il limone Sfusato della Costiera Amalfitana, assolutamente biologico e non trattato, in secondo luogo perché assiemato a una sua parte fermentata e, infine, perché capace di veicolare un concerto di riconoscimenti agrumati, tra cui il pompelmo e lo yuzu, con il giusto e delicato apporto di zuccheri, per niente strabordanti.

Il format autentico e originale di DiAletti si completa nella Spesa Naturale: una filiera cortissima dalla campagna alla città, che mette al centro i contadini che praticano agricoltura rigenerativa, rendendo disponibile la materia prima per tutti coloro che ne volessero far richiesta, come fosse un mercato della terra a portata di mano e un from farm to fork for the city proprio sotto casa. Insomma, è proprio vero: se un piatto o un vino hanno qualcosa da dire ce lo dicono in bocca e al DiAletti hanno decisamente tanto da raccontare, grazie alla gustosa convivialità e a una cucina matura, rispettosa della materia prima e coerente con il manifesto etico del locale, nel rispetto dell’ospite e del territorio.

“L’Altro Oltrepò” – L’Oltrepò Pavese tutto da scoprire

L’Altro Oltrepò raccoglie undici produttori e ben trentaquattro vini; un incontro con un territorio che chiede di essere guardato negli occhi.

L’Oltrepò è terra di Pinot Nero, lo è dal 1850 quando il Conte Augusto Giorgi di Vistarino portò questa varietà, ma non solo. È una terra generosa, dedita alla viticoltura di qualità da secoli e con una storia così sfaccettata che non può relegarsi a una voce solista perché è nella polifonia delle sue sfaccettature che mostra il suo meglio.

Quello di cui parliamo oggi è un “Altro” Oltrepò fatto di Riesling Italico, Barbera, Croatina, Mornasca, Moradella grande e piccola, Cortese, Ughetta, Uva Rara, Vespolina e altri vessilli identitari più intimi, che con la loro qualità stanno trovando il loro spazio all’interno del racconto principale del territorio. Il 7 maggio, alla Trattoria Masuelli San Marco, questo Oltrepò ha avuto spazio, parlando con la sua voce, attraverso una selezione magistrale.

I produttori sono molti, tra nomi più celebri e altri sorprendenti seppur meno conosciuti, Picchioni, VNA Wine, Cascina Gnocco, Vini Buscaglia, Colle del Bricco, Perego & Perego, Bruno Verdi, Cà del Gè, Giogà, La Rocchetta di Mondondone, Dezza 1890.

Il Riesling Italico è una varietà di uva ampiamente diffusa in Oltrepò ma vive spesso d’ombra per via del suo nome che lo porta erroneamente a paragone con il cugino Renano, tanto che tra le ultime proposte al tavolo del Consorzio vi è anche la possibilità di darle unicamente il nome di “Italico” abbandonando la radice Riesling per garantirle quella identità che merita. In Croazia col nome di Grasevina è la bacca bianca più diffusa, meritatamente, perché è un’uva generosa che con le sue caratteristiche può permettersi variegate narrazioni, dalle più croccanti alle terziarizzazioni più audaci, mantenendo eleganza e “Identità”.

Barbera(minimo 25% max 65%), Croatina(minimo 25% max 65%), Uva Rara, Ughetta di Canneto Pavese (altresì conosciuta come Vespolina),Uva Rara raccontano invece l’ossatura tradizionale dei Rossi dell’Oltrepò, in percentuali differenti e con eventuali presenze in forma minore di altri vitigni locali consentiti (come la Moradella che troveremo, o il Pinot Nero che non deve superare il 45%), blend che hanno trovato il loro equilibrio nella natura e nella storia del territorio, qui rappresentati da aziende che hanno saputo adattarli all’attualità senza decontestualizzarli ma rafforzando la loro storica e bellissima indentità.

Bruno Verdi – Canneto Pavese

Apre le danze una delle realtà più coerenti del territorio, sette generazioni e una fedeltà assoluta allo stile pulito, territoriale, senza derive moderniste, che rivedremo dopo nei rossi. Il Riesling Italico Frizzante 2025 è un piccolo manifesto, la lieve bolla esprime in modo intimo note di erba sfalciata, agrume, più in evidenza rispetto a una note semi aromatiche. Al palato lo zucchero è sciolto e assolutamente poco evidente, mentre la bolla leggera che esalta la sapidità freca dei suoli calcarei.

La scelta di spumantizzare questa varietà in maniera un po’ diversa, in autoclave con pied de cuve è lodevole e da dona a queste uve una dimensione briosa e Armonica.

Passando ai rossi il Cavariola 2021 conferma la mano magistrale sui blend del territorio e la vocazione pazzesca dell’omonima vigna da cui si produce questo vino, solo nelle migliori annate, dal 1985: Croatina e Barbera in equilibrio naturale, Uva Rara e Ughetta a rifinire la finezza. Un vino profondo, che al naso sprigiona note di sottobosco, cannella noce moscata, frutta nera matura e humus, pepe di cayenna. Asciutto e generoso, ricco di nobili tannini.

Il Buttafuoco 2024 è immediato, croccante, vivo: la vinificazione passa qualche attimo in assenza di ossigeno, è effettuata parte con buccia e parte senza buccia. La Vespolina spicca nella nota di pepe nero, Si apre su note di liquirizia e una rotondità di beva molto agevole e contemporanea, piacevole.

Cà del Gè – Montalto Pavese

Specialisti dell’Italico, i loro vigneti sono in altura, caratteristiche che si ripercuotono nei vini tesi e minerali. La Brina 2024 è la versione più fresca, brillante, al naso apre con note di marndorla e frutta a guscio, in bocca esprime una burrosità molto ben amalgamata e finale salino. Il Filagn Long 2024, è un purista ed è l’Italico più strutturato, se ne fanno circa 3000 bottiglie: viene da una vigna di 80 anni, terreni poveri, caratteristiche che aiutano a concentrare la mineralità, la vinificazione di uve leggermente surmature è fatta attraverso una micro-ossigenazione naturale i lieviti sono quelli naturalmente presenti. Il risultato è un vino paglierino di buona carica, che all’olfatto apre con note di ananas, mandaola dolce, lilium, in bocca equilibrio e persistenza burrosa e sapida.

Il Fajro 2022 è un Buttafuoco da annata calda, maturo, speziato in cui si fa notare la Barbera al 40% che con la sua freschezza si coniuga perfettamente con la potenza della Croatina di questa annata e gli dona leggeri toni selvatici.

Perego & Perego – Artigiani dell’eleganza

Piccola realtà che lavora con estrazioni misurate privilegiando l’eleganza sulla potenza, sperimentatori e minimalisti. Il Barocco è un blend di 50% Croatina, 10% Moradella Grande, 10% Moradella Piccola, 20% Vespolina, 10% Barbera che fa dai 12 ai 60 mesi di legno grande. Barocco 2018 è fresco, fine, floreale, con colore vivido e beva agevolissima. Il Barocco 2017 è più caldo: frutto maturo, struttura ampia, liquirizia evidente. Il Giubilo 2016 è una Bonarda, quindi Croatina, quasi in purezza, con un 10% di Barbera e un 5% di uva Rara a ingentilire: toni aranciati aprono a un ventaglio olfattivo variegato e fine, mora, cacao amaro, poi sottobosco secco e grafite, al palato dimostra una grande struttura e un tannino fine, profondità, il 2016 rappresenta tra l’altro una grande annata.

Picchioni – Solinga e Riva Bianca

Riferimento assoluto del Buttafuoco Storico, Andrea è un viticoltore meticoloso, un agricoltore purista, dedico al territorio e ai suoi prodotti. Il Bricco Riva Bianca è uno dei due crù, una vigna simbolo del territorio, che arriva a 45% di pendenza, e il buttafuoco nasce proprio su questi pendii, che ci viene presentata in un trittico di annate: 2021,2020,2016 tutte magnum.

La vinificazione prevede una cernita a tavolo, la fermentazione in tini tronco-conici di rovere di Slavonia da 4000 litri, sosta sulle bucce per un minimo di 40 giorni, quindi ancora rovere per 24 mesi e attesa dopo l’imbottigliamento.

La 2021 ha un equilibrio spostato sulla freschezza e su tannini agevoli. Un Buttafuoco che non sbaglia mai, che nella differenza di ogni annata riesce a trovare un grande equilibrio. La 2020 è più calda: il frutto pieno in bocca acquista rotondità e tannini più ricchi di frutto e smussati. 2016, annata perfetta per un vino in sintonia con lo stile del Vigneron: generoso al visivo, al naso apre con note di ciliegia sotto spirito e cacao, sorso dinamico, salino, rotondo, nero.

Vini Buscaglia – La Croatina in purezza

L’azienda porta la Croatina come scelta identitaria, coraggiosa, rara. Il tempo dei lunghi affinamenti per cercare l’equilibrio e far parlare coi giusti toni un vitigno vigoroso e tannico naturalmente.

La verticale Tabar 2004–2015–2018 è una piccola masterclass: 2018 iniziamo con colori cupi, profumi di viola e si mischiano a frutta più matura, poi radice di liquirizia e spezia dolce, in bocca freschezza e slancio acidità, il tannino fitto e asciutto. 2015 più vigore, l’annata è calda e struttura e morbidezza. Con la 2004 abbiamo la piena maturità, c’è terziarizzazione, note di cacao, tabacco spento e marasca si aggiungono al ventaglio olfattivo, in bocca il tannino è succoso e amplifica la lunghezza gustativa piacevolmente.

VNA Wine – Federico Fiori, il laboratorio

Piccola cantina sperimentale, nelle esperte mani di Federico Fiori, ogni anno viene lanciato un progetto diverso. La N0 è il tavolo sperimentale, ogni anno cambia vitigno. La N0 2019 è un Riesling Italico macerato: al naso svela note di tè nero, erbe, in bocca tannino leggero, un naso sorprendentemente un filo rossista per estrazione, qualche sbuffo di geranio, un vino gastronomico che si potrebbe azzardare con un’anatra all’arancia.

N1 2019 è Cortese, una rarità fuori dal Piemonte, e qui trova generosità che si traduce in più corpo e sapidità: le note sono fresche e agrumate, anche leggermente terziarizzate da leggero smalto, in bocca sapidità che crea fame.

N02 altro Cortese, di eccellente finezza: il profilo è agrumato e finissimo, infuso di scorza d’arancia, miele di tarassaco, salgemma che preannuncia quello che all’assaggio è un vino dal sorso pieno e saporito.

N2 2020 è invece un Metodo Classico, siamo di fronte a un’annata calda al contrario della precedente. Al naso spiccano mandorla, fiori bianchi, e un frutto leggermente più maturo in bocca bel volume accentuato dalla bolla.

Dezza 1890 – Metodo Classico da Italico

Altra storica realtà che dimostra mano tecnica. Il Carlo Giorgio è un Brut secco, dai 15 ai 18 mesi sui lieviti, se ne fanno 600 bottiglie sboccate a la volée. Il perlage è fine e persistente, al naso sprigiona ricordi di scorza di mela golden, mandorla, un leggero tono agrumato, in bocca una bella e fresca sapidità naturale di buona persistenza.

Colle del Bricco – Giovane e fresco

A Valleversa su un terreno argilloso con gesso e calcare.La passione per il Riesling Italico si vede e emerge in bottiglia, in vigna sfogliando nella fascia del grappolo cerca di sfruttare il più possibile l’azione solare, Borea 2023 è un frizzante: la bolla esalta la parte erbacea e di scorzetta di limone del vitigno, con vivacità, l’annata calda dona note fruttate più intense, la bolla resta in sottofondo come la parte salina presente e equilibratissima. Khione 2024 è invece fermo e da vigna vecchia su base di argille nere e fondo gessoso/calcareo, in questo caso ci si avvale di una doppia raccolta per avere più completezza e fa affinamento su fecce fini. Si mostra estremamente piacevole, agrume biondo fresco e in infusione, fiori bianchi, sorso calibrato e ben definito, burroso ma di bella tensione, finale asciutto, ricordi di susina.

Gipsy Red 2024: Barbera, Croatina, Uva Rara, Vespolina; da vigne dai 60 ai 70anni, fermentazione spontanea su lieviti indigeni, semi-carbonica e per metà vinificata in rosso per metà a grappolo intero, 6 mesi in legno e 6 in acciaio per legare, il giovane colore dai riflessi violacei svela al naso una piacevole speziatura pepata che marca la presenza di vespolina, croccante ciliegia, retronasale e assaggio burroso e presente, si presenta nel suo migliore stato evolutivo.

Cascina Gnocco – La Mornasca

Vitigno rarissimo, identitario, assolutamente autoctono, sono stati fatti importanti sforzi per farlo riconoscere, l’azienda ha piante di 16 anni. Orione 2018 è un rosso pieno dai riflessi ancora violacei, al naso la frutta gioca con toni che vanno dalla prugna secca alla ciliegia, radice di liquirizia. In bocca tannino fine e speziatura naturale, lascia un finale balsamico, ricordi di erbe secche. Saltiamo molto indietro con la 2005, molto evoluta, al naso cuoio, frutta nera, in bocca un tannino legato e bella eleganza, lasciandolo respirare sprigiona sentori e ricordi di cioccolata e tabacco biondo.

 Eos Rosè 2012, è un Metodo Classico di Mornasca in edizione limitatissima, 500 bottiglie: colore rosa antico, al naso frutta secca a guscio, petali di rosa, agrume candito, la bolla percepibile è finissima, una lunga scia minerale lascia un finale di mandorla dolce.

Giogà – Pietra de’ Giorgi

Produzione essenziale e stile territoriale. Iniziamo con un Riesling Italico Boietto 2024: scorza di limone, fiori bianchi, sottobosco, in bocca salinità e grande freschezza che ci parla del territorio più aperto ai venti da cui viene, una leggera astringenza dona una dimensione precisa alla beva e pulizia. Buttafuoco 2024 50% Croatina · 30% Barbera · 20% Uva Rara/Vespolina: fresco, croccante, speziato, con la percentuale di Barbera che tiene il vino teso. Buttafuoco 2019 in questo caso l’annata è più calda, l’evoluzione amplia lo spettro del vino che marca prugna, pepe, tabacco e si svolge in una struttura ampia e molto piacevole.

La Rocchetta di Mondondone – PIWI e altitudini

Lavorando su altitudini più elevate cambiano le scelte agronomiche, la sostenibilità è al centro, la scelta di puntare sui Piwi è ambiziosa e interessante. Gocce di Vento 2017: Cortese + Riesling Italico, imbottigliato in luna calante, in una annata più calda manifestano frutta gialla, erbe aromatiche, agrume infuso, crema chantilly, floreale macerato, molto delicato all’assaggio, buona lunghezza e finale sapido. Gocce di Vento Resistente 2023 è un Johanniter, un vitigno resistente dalle caratteristiche affini alla famiglia dei Riesling: agrume, mela, fiori, 23 è una annata ideale per PIWI, anche in bocca c’è una bella maturità d frutto ma senza perdere acidità. Croaticum 2015 è una Croatina e mostra l’evoluzione di una annata calda, al naso apre con frutto nero, cacao, grafite e sottobosco. In bocca tannino morbido e ricordi di mora matura.

Trattoria Masuelli

L’evento è stato ospitato all’interno della Trattoria Masuelli, presente dal 1921, è una istituzione del territorio, un luogo dove ci si immerge in una Milano di altri tempi. Lo Chef Massimiliano Masuelli porta avanti la tradizione di famiglia e ha sapientemente accompagnato questo viaggio con assaggi della tradizione Milanese come i Mondeghili, il Risotto alla Milanese eseguiti magistralmente e di fortissimo abbinamento con i vini degustati.

Conclusione

L’Oltrepò è una terra fertile come poche, un caleidoscopio di varietà enologiche che oltre a essere il polmone vinicolo di Lombardia rappresentano un patrimonio da proteggere, tutelare e sostenere nell’avvenire. Questa bellissima iniziativa ha permesso a diverse aziende di cooperare per questo obiettivo, ringrazio Federica Schir e Davide Bortone per l’organizzazione e per il bellissimo momento creato. L’Oltrepò che fa squadra vince, è questa la certezza che porto con me. Dopo il progetto Classese, a Febbraio 2027, il Consorzio porterà in Assemblea il progetto Montenapoleone per creare un posto dedicato alla vinificazione in rosso “tipica” di questa terra, che abbiamo ampiamente visto e che oggi non ha una collocazione propria. Il nome che evoca un vino rosso locale che negli anni Sessanta era tra i più famosi e apprezzati della zona insieme a Buttafuoco, Sangue di Giuda e Barbacarlo. L’obiettivo è partire subito con questo nome già registrato e dare lustro e rappresentanza e ordine anche a un altro tassello di questo “Altro”, grande, Oltrepò.

“Sogno di una notte di mezza estate” – Un Ferragosto speciale sull’Etna da Villa Neri Resort & Spa

La bellezza immensa della natura, quando scatena le proprie forze nella lava fumante di un vulcano mai domo. Per chi vive alle falde delle sue pendici, l’Etna è un compagno, anzi una compagna sempre presente come un parente stretto che ha fatto la fortuna di un territorio e a volte lo ha punito in maniera dolorosa.

Il panorama de “A Muntagna” e la quiete di un luogo lontano dall’overtourism

“A Muntagna, Idda, Muncibeddu” sono solo alcuni dei termini affettuosi utilizzati dagli abitanti di un luogo meraviglioso, ancora impervio e in parte inesplorato, dove il verde si mescola al grigio delle lente colate trascorse. A Linguaglossa, una delle contrade storiche, il tempo sembra scorrere in una direzione più lenta, tra tradizioni popolari e architetture siciliane in stile Gattopardo. In un piccolo anfiteatro naturale nasce l’idea visionaria dei fratelli Fabio e Salvo Neri, di realizzare un resort di charme dotato di un moderno centro benessere, una piscina con garden esterno ed un ristorante gourmet, il Dodici Fontane, con lo chef Elia Russo intento a proporre il mediterraneo in ogni piatto tra mare e terra.

L’architettura funzionale di Villa Neri Resort & Spa

Le forme sinuose e a basso impatto ambientale del complesso sono state affidate all’architetto Salvo Puleo che ha curato anche gli interni e gli arredi, disegnando personalmente lampade, testate dei letti, sedute, tavoli e persino porta oggetti in vetro bombato che riecheggiano le antiche giare. «Volevo ridisegnare in chiave contemporanea lo stile siciliano che conosco sin da bambino, anche con il supporto delle nuove tecnologie» dichiara l’archistar catanese esperto nella rivalutazione di negozi e hotel di lusso. Il risultato finale è quello di un angolo unico nel suo genere, dove trovare il relax assoluto nel silenzio della valle circostante, prendendo il giusto tempo per sé stessi e il recupero delle energie vitali.

Un Ferragosto da ricordare con l’Etna in attività

E poi con l’Etna sempre in lontananza, ribollente come un tino in fermentazione che sbuffa e si agita regalando di notte emozioni indescrivibili con i suoi pennacchi incandescenti color rosso fuoco. Come durante le feste per il Ferragosto 2026, da ricordare anche per una lieve scossa di terremoto che per fortuna ha lasciato solo qualche graffio alla strada verso Piano Provenzana e le piste da sci.

Ogni anno Salvo Neri ha il piacere di regalare una serata di puro divertimento e cultura con musiche popolari e balli a bordo piscina e tanta gastronomia di qualità. Sempre in compagnia dei vini della famiglia Neri, ben indirizzati dalla consulenza di Calogero Statella e dalla guida commerciale di Santo Neri, figlio di Salvo, bravi a raggiungere la scala di valori tanto apprezzata da appassionati e operatori del settore. Una denominazione in profonda crescita e persino in controtendenza rispetto al panorama sofferente che vive il mondo vitivinicolo in queste fasi.

La cena al Dodici Fontane il gourmet di Villa Neri Resort & Spa

Il lungo weekend è proseguito nella cena degustazione del giorno dopo in un’atmosfera raffinata riservata ai soli ospiti dell’hotel. Tre i menù: Ricordi, Mare, Terra da 8 corse compresi il benvenuto e il predessert, da cui poter selezionare anche singole pietanze à la carte nel caso di particolari esigenze. Attenzione per i prodotti dell’orto e per le intolleranze alimentari, così come per la pasta fresca realizza da Elia Russo con grande manualità. Si parte da gambero panato in stecco ed un mini bun alla piastra.

Quadro pittorico e tanto sapore con il gambero rosso, caviale, pesca, pistacchi e gel di limone che spinge molto sulla parte agrumata. O come il trittico del pomodoro cuore di bue con soia, uova di ricci, granita di cetriolo cetrangolo e spuma di ricotta ovina. Tra i primi, il tubetto verde con liquirizia, creme di erbe spontanee e ricotta salata di buon equilibrio e il risotto con ragù di coniglio e polvere di carrube sono appetitosi e invitanti. Finale con trancio di ombrina, melanzana confit e bietola prima dei dessert tra cremoso al cioccolato, crumble di fava di cacao, salsa frutti rossi e gelato al pepe o il kelp con limone nero e cioccolato bianco.

Light lunch e drink signature a bordo piscina

Interessante la proposta light lunch per il giorno con hamburger e patatine home made o l’intramontabile club sandwich, la caponatina e le insalate internazionali, sempre assistiti dai manager di sala Mario e Salvo anche nella drink list che prevede ogni mese un cocktail signature come special.

La sosta da Villa Neri Resort & Spa segna il passo concreto tra l’idea di enoturismo basata sul copia e incolla senz’anima e chi crede fortemente, da autentico pioniere, nel territorio dove vive realizzando il sogno di molti avventori.

Da Seven Restaurant Cafè a Monteleone d’Orvieto il tartufo nero è di casa

Seven Restaurant Cafè, il gusto di una famiglia nel cuore dell’Umbria

Ci sono luoghi nei quali non si arriva semplicemente: si entra. Si attraversano le porte di un borgo, si percorrono strade che sembrano custodire storie antiche e, quasi senza accorgersene, ci si ritrova immersi in un paesaggio capace di cambiare il ritmo della giornata. Monteleone d’Orvieto è uno di questi luoghi.

Piccolo borgo dell’Alto Orvietano, arroccato sulle colline umbre e affacciato verso la Valdichiana, conquista con quella bellezza discreta che non ha bisogno di esibire nulla. Pietra, vicoli, scorci sulla campagna e una sensazione di autenticità che oggi, forse più che mai, rappresenta un valore prezioso.

Ed è proprio qui che ho incontrato il Seven Restaurant Cafè, una realtà che va ben oltre il concetto di ristorante. Perché il Seven è soprattutto una storia di famiglia, di passione e di un legame profondo con la cucina e con il territorio.

A raccontarla sono i fratelli Michele e Andrea Filosi, insieme alla mamma Paola, vera anima della cucina. Ed è forse proprio qui che si trova il segreto del successo del Seven: in una famiglia che ha trasformato esperienze e passioni diverse in un progetto comune.

Andrea, da giovane promessa del calcio, avrebbe potuto immaginare per sé un futuro completamente diverso. La vita, però, lo ha portato verso la ristorazione di famiglia, una scelta che oggi sembra aver trovato nel Seven la sua naturale destinazione. Al suo fianco c’è Michele, tartufaio esperto, profondamente legato alla natura e ai boschi di questo territorio.

E poi c’è mamma Paola.

Una presenza fondamentale, quasi il cuore pulsante della cucina. Paola ha fatto la cuoca per anni nei ristoranti e porta con sé quella conoscenza concreta del mestiere che non si impara soltanto sui libri: si costruisce giorno dopo giorno, tra fornelli, ingredienti, profumi e clienti da conquistare.

È lei che ha trasmesso ai figli la passione per la cucina e che oggi, insieme a Michele e Andrea, rappresenta il vero punto di forza gastronomico del Seven. Il risultato si sente nel piatto.

La cucina del ristorante nasce infatti dalla tradizione, ma non rimane ancorata al passato. Il territorio umbro è il punto di partenza e il tartufo è certamente uno dei protagonisti assoluti. Un ingrediente prezioso, capace di trasformare una preparazione semplice in qualcosa di memorabile, ma che qui viene trattato con rispetto, senza inutili complicazioni.

E quando si parla di tartufo, Michele Filosi ha molto da raccontare. La sua esperienza di tartufaio permette agli ospiti del Seven di vivere una delle esperienze più affascinanti che si possano fare in questo angolo d’Umbria: andare nel bosco alla ricerca del prezioso fungo ipogeo. Non è una semplice passeggiata.

È un piccolo viaggio nella natura, accompagnati dai cani da tartufo e dalla conoscenza di chi quei boschi li frequenta davvero. Si cammina, si osserva, si ascolta. Poi arriva il momento in cui il cane si ferma, annusa, comincia a scavare e l’attesa si trasforma in emozione.

In quel momento il tartufo cambia completamente prospettiva.

Non è più soltanto un ingrediente da acquistare o da degustare. È qualcosa che si è imparato a cercare, rispettando i tempi della natura e seguendo una tradizione che ancora oggi vive grazie a uomini come Michele. E quando dal bosco si torna al Seven, arriva la parte forse più golosa dell’esperienza: la tavola.

Qui il tartufo incontra la cucina di mamma Paola e diventa protagonista di piatti nei quali il profumo del bosco si unisce alla memoria della cucina italiana. Pasta, carni, funghi e altre materie prime del territorio diventano il terreno ideale per valorizzare questo prezioso prodotto. Non servono effetti speciali quando dietro un piatto ci sono una materia prima di qualità, una cuoca esperta e una famiglia che conosce il valore dell’accoglienza.

Perché una cucina di questo tipo chiede al calice di partecipare alla storia. Il vino deve accompagnare il tartufo, sostenerne i profumi e la complessità senza sovrastarlo. Ogni abbinamento diventa così un ulteriore tassello di un’esperienza che parte dal territorio e torna al territorio. Grazie a Michele che ha conseguito il diploma di Sommelier, è possibile arricchire l’esperienza gustativa abbinando vini di assoluto pregio.

Seduto al Seven, osservando il lavoro di questa famiglia, ho avuto la sensazione che il successo del locale non sia legato a un singolo elemento, ma alla somma di tante storie. C’è la storia di Andrea, che ha lasciato il sogno del calcio per dedicarsi alla ristorazione. C’è quella di Michele, che ha fatto del rapporto con il bosco e con il tartufo una vera passione. E c’è soprattutto la storia di Paola, che per una vita ha cucinato nei ristoranti e che oggi vede la propria esperienza diventare patrimonio dei figli. Tre percorsi diversi che si incontrano sotto lo stesso tetto.

Forse è proprio questa la sorpresa più bella del Seven Restaurant Cafè: arrivare a Monteleone d’Orvieto pensando di trovare semplicemente un posto dove mangiare tartufo e scoprire invece una famiglia, una storia e un modo autentico di vivere la ristorazione. Qui il tartufo non è soltanto nel piatto. È nel bosco, nei racconti di Michele, nelle mani di Paola, nella scelta di Andrea di continuare una tradizione familiare.

Come il profumo del tartufo che continua a seguirti anche quando hai lasciato il tavolo, mentre percorri nuovamente i vicoli di Monteleone d’Orvieto e guardi le colline umbre allontanarsi lentamente. Con la certezza, molto semplice, di aver trovato un luogo nel quale vale davvero la pena tornare.

La versatilità della pasta di Gragnano

Della pasta di Gragnano e della sua storia abbiamo parlato nel precedente articolo. La varietà dei formati in cui essa è prodotta e la versatilità delle preparazioni, le testiamo oggi all’Osteria Sorrentino, gastronomia, salumeria, bistrot aperta dallo chef Luigi Sorrentino nel 2021 insieme alla moglie Rosa De Martino, nel centro della cittadina dei Monti Lattari.

Ci accompagnano in un percorso di degustazione Luigi e Maria Elena Assante, titolare del pastificio Gerardo Di Nola. Figlia di Giovanni, che nel 1978 rilevò l’attività dello storico pastificio dalla precedente proprietà, Maria Elena ci racconta l’impegno di suo padre per restituire il giusto lustro alla pasta di Gragnano nel mondo. Trafile in bronzo, filiera corta, rilancio degli antichi formati della tradizione napoletana, entrati poi nelle cucine dei grandi stellati d’Italia: Giovanni col suo lavoro ha riscattato la pasta dal processo di omologazione che stava subendo in quegli anni.

Formati come l’ammescafrancesca sono sicuramente uno dei suoi più felici recuperi: un mix di pasta di scarto, alla base delle grandi zuppe napoletane. La pasta dei poveri fu studiata con attenzione da Giovanni per calibrare al meglio le cotture di tutti i differenti formati che la compongono e non perdere le caratteristiche più importanti della pasta di Gragnano: tenuta in cottura e masticabilità.

Il menù proposto dallo chef Luigi Sorrentino si propone di presentare la varietà di formati e l’adattabilità grazie a una serie di giochi di pasta. A cominciare dalla classica insalata caprese: il bocconcino di mozzarella è servito col pomodoro, ma a guarnire il piatto ci sono piccoli anellini di pasta stracotti, essiccati, cotti in forno, per conferire la croccantezza del crostino, infine conditi con salsa di pomodoro e pesto fatto a mano.

Diverse consistenze di pasta caratterizzano invece la ciocia della badessa, un conchiglione ripieno di provola e melanzane gratinato al forno, il rigatone alla Nerano, il grande classico stagionale e la frittatina di pasta, il fritto che non può mai mancare tra gli antipasti napoletani.

Il mezzo pacchero alla crema di fagioli, cozze e rucola è invece gluten free. E nessuno se ne accorge. Tenuta della cottura perfetta per una pasta a base di farina di mais bianco, mais giallo e riso. Chi l’arte della pasta ce l’ha nelle mani e nel cuore, è in grado di ottenere il risultato migliore anche quando non può sfruttare tutte le caratteristiche della semola che rendono unica la pasta di Gragnano: proteine e amido. L’aggiunta della rucola al classico condimento di fagioli e cozze conferisce una piacevole nota amaricante che esalta la freschezza del piatto.

Anche il pelusiello è una pasta di recupero. Con questo termine dialettale venivano definiti gli scarti di semola nuovamente rimpastati per essere destinati agli operai alla fine del turno di lavoro. Lo spirito di convivialità che univa i lavoratori è stato il filo conduttore che ha portato Giovanni Assante a riproporre questo formato. Il pelusiello è uno sfarinato quindi si presenta ruvido e rustico al palato. Lo degustiamo alla barzanella, una preparazione semplice che prevede la  cottura nell’acqua di pomodoro e condimento di caciocavallo stagionato.

Ad accompagnare il nostro percorso di degustazione non può che esserci un Gragnano: Penisola Sorrentina DOP Gragnano Tre Viti 2025 di Antiche Radici.

In un menù a tutta pasta, anche i dolci sono a base di pasta, tutti giocati sulla croccantezza: la mafalda crema e uvetta è un nido friabile, il tiramisù è proposto con tagliatelle fritte e una riduzione di caffè, le chioccioline invece sono servite con crema e amarena. Terminiamo così un percorso gastronomico fatto di pasta, il cibo che sfama per eccellenza, ma capace anche di riempire l’anima, nel suo modo di evocare gusto, convivialità e amore.

OSTERIA SORRENTINO

Via Quarantola, 30/32

80054 Gragnano

GERARDO DI NOLA

MACCHERONI NAPOLETANI SRL

Via Roma, 23

80054 Gragnano

“Pizza a Corte” ad Agerola, solidarietà e gusto sono le parole giuste che uniscono diverse eccellenze gastronomiche

Un’idea vincente quella proposta agli inizi dell’estate dall’executive chef Vincenzo Guarino del ristorante gourmet La Corte degli Dei di Palazzo Acampora ad Agerola. In occasione dell’apertura del garden esterno, con tanto di orto a vista.

Un ulteriore tassello per la conquista di grandi traguardi futuri, che si unisce a quello della cucina mediterranea, con quel tocco d’eleganza in chiave internazionale e della location mozzafiato, sorta in un antico palazzo già descritto al precedente articolo Metti una sera a cena a La Corte degli Dei di Palazzo Acampora. «Per noi il riconoscimento maggiore è l’apprezzamento dei clienti che scelgono la meta quale viaggio per i propri momenti di gioia e per una serata di relax lontana dalle luci, dal caldo e dal frastuono delle grandi città – dichiara Vincenzo Guarino – ma non nascondiamo il desiderio comune di ambire in alto, soprattutto per la soddisfazione dei miei assistenti in brigata e di mio figlio Angelo, esperto nella pasticceria d’autore».

La vera novità è dunque l’orto coltivato con le principali primizie per le ricette proposte in carta. Ben 6 ettari totali dislocati su diversi appezzamenti, comprendenti frutteti e oliveti secolari. «Le 10 suite sono ormai quasi ultimate e ci consentiranno l’apertura continuativa per dodici mesi l’anno, preservando le nostre maestranze di punta dalla ricerca continua di lavoro nei momenti di pausa. L’unico modo per fare davvero ristorazione e ospitalità ai massimi livelli» conclude lo chef.

E poi tante serate a tema che hanno convogliato i migliori artisti della pizza durante il format “Pizza a Corte” per sostenere il progetto beneficio di HHT Italia APS, associazione impegnata nell’assistenza alle persone affette da Telangectasia Emorragica Ereditaria. L’impegno concreto nel restituire in parte ciò che si riceve, aiutando i più fragili e bisognosi d’assistenza, soprattutto nelle rare malattie genetiche spesso nascoste all’opinione pubblica per mancanza di comunicazione.

Il 6 agosto è andato in scena il connubio tra la tecnica sopraffina del Maestro pizzaiolo Mauro Espedito, della Pizzeria Owap, di Napoli, con ben quattro degustazioni, tra le quali una delle sue signature, la Pizza Pepperoni e la Last minute, con blue di bufala, noci e mele di castagno e l’arte dei lievitati e dei dessert a cura del Maestro Pasticcere Pasquale Pesce, dell’omonima pasticceria di Avella. Impasti classici per le tonde con farine miste tipo 0 e 1 e doppia lievitazione ad alta idratazione.

«Ho dedicato questa pizza ai gusti americani, dove il salame piccante Pepperoni è richiestissimo anche dagli attori nei film come Mamma ho perso l’aereo. Per la Last Minute invece, il mio ricordo affettuoso è andato all’amicizia con un collega bergamasco in Australia, appassionato di formaggi erborinati» racconta un emozionato Espedito. Il finale è dedicato ad un dolce fuori stagione, almeno in apparenza: il panettone con impasto alla nocciola e glassa alla nocciola preparato da Pasquale Pesce che propone nella sua pasticceria storica esistente dal 1896 anche la celebre Cassata Avellana di sua invenzione.

Tutte le serate hanno visto la partecipazione del bartender Ilario Avitabile del Madamé Lounge Bar di Gennaro Buonocore ad Agerola, ai quali è affidato il cocktail pairing. Per la serata le proposte prevedevano il “Palummella”, rivisitazione del signature Paloma con Tequila Jose Cuervo, liquore Italicus con soda e pomodorino d’Agerola o lo “Strawberry Fields Forever” come il successo dei Beatles, con Gin Citadelle, Campari, shrub alle fragole e soda alla menta.

In uno spazio attiguo all’orto, sin dal primo appuntamento, troviamo uno spazio dedicato alla fotografia, con i professionisti dello Studio125 di Napoli, che realizzano scatti d’autore in bianco e nero dedicati ai pizzaioli, agli ospiti e ai clienti, omaggiati di questi splendidi ritratti.

Il prossimo appuntamento tra gusto e solidarietà sarà per giovedì 27 Agosto con Giuseppe Pignalosa (Pizzeria Le Parule) e Salvatore Capparelli (Pasticceria Salvatore Capparelli)

Montefalco, dove il Sagrantino e le ricette del territorio raccontano l’Umbria a tavola

Montefalco è uno di quei luoghi in cui il vino non è semplicemente espressione della terra, ma parte integrante della storia, della cultura e della tavola. Adagiato sulle colline umbre, nel cuore di un paesaggio fatto di vigne, ulivi e borghi medievali, il paese è da sempre legato al Sagrantino, vitigno simbolo di un territorio capace di trasformare carattere, tradizione e identità in un calice.

Il Sagrantino di Montefalco è un vino dalla personalità inconfondibile, intenso e strutturato, che trova nella forza del territorio la propria cifra stilistica. Un rosso che chiede tempo, attenzione e una cucina all’altezza della sua complessità: quella umbra, sincera e senza eccessi, costruita su materie prime, stagionalità e sapori decisi.

Un passaggio doveroso alla Cantina Le Cimate per provare i vini di annata insieme a Paolo Bartoloni, Presidente del Consorzio Tutela del Sagrantino di Montefalco, è l’occasione anche per fare i punto della produzione 2026 a Montefalco, caratterizzata da temperature torride. Anche se l’annata promette bene, la calura notturna eccessiva sta mettendo le vigne sotto stress perché non riescono a recuperare durante la notte. Con questo caldo i vini rossi strutturati perdono fisiologicamente di appeal, ma per fortuna non esistono soltanto i rossi, perché il Trebbiano Spoletino sta emergendo in modo determinante. A tavola non manca mai una buona bottiglia di vino di Montefalco.

È proprio a tavola che il legame tra Montefalco e il suo vino diventa più evidente. Le carni, la selvaggina, i salumi, i legumi, il tartufo e i formaggi raccontano una cucina rurale e autentica, capace di accompagnare il Sagrantino senza sovrastarlo. Accanto al grande rosso trovano spazio anche altre espressioni del territorio, a partire dal Montefalco Rosso e dai vini bianchi che completano un patrimonio enologico variegato.

Un viaggio a Montefalco, dunque, non può limitarsi alla visita delle cantine: significa entrare in una cultura del vino che si comprende pienamente quando dalla vigna si passa alla cucina, e il calice diventa il naturale compagno di una tavola che racconta, piatto dopo piatto, l’anima dell’Umbria.

Durante il mio pranzo all’Alchimista di Montefalco ho incontrato una famiglia che ha saputo trasformare la propria identità in un progetto di ristorazione di grande qualità.

Barbara Magnini accoglie ogni ospite con professionalità e naturale eleganza. In cucina, la chef Patrizia interpreta la tradizione umbra con rispetto e passione, mentre Cristina, sommelier e Pastry Chef, firma dessert che coniugano tecnica, creatività ed equilibrio. A completare l’esperienza c’è Giuseppe, responsabile dell’enoteca, che valorizza una carta di circa 650 etichette, offrendo un percorso enologico di assoluto livello.

Più che un ristorante, L’Alchimista è l’esempio di come una visione condivisa e la valorizzazione delle competenze di ogni componente della famiglia possano dare vita a un’esperienza autentica, capace di raccontare il territorio attraverso la cucina, il vino e l’accoglienza. Un luogo che conferma quanto l’eccellenza italiana nasca spesso da storie di famiglia costruite con dedizione, cultura del lavoro e amore per il proprio territorio.

Le “fraschette”: la storia dei luoghi dove il vino era una scusa per stare insieme

Quanno me trovo de cattivo umore, un bon goccetto m’arillegra er core” scriveva Trilussa; forse è proprio in questa semplicità che si nasconde l’anima delle fraschette, posti nati per bere il vino nuovo e condividere il pane, diventati nel tempo luoghi di incontro, convivialità e scambio di storie ed esperienze.

Nel mio viaggio tra i Castelli Romani ne ho viste diverse, tavolate di legno, porchetta appena tagliata, bicchieri riempiti senza tanti cerimoniali e la sensazione di sentirci ospiti più che clienti.

Ma facciamo un passo indietro

Tutto parte da una semplice frasca appesa alla porta. È proprio da questo simbolo che deriva il nome “fraschetta”: un ramo di vite o di edera che segnalava la vendita del vino. Era un’insegna semplice e immediata. Non servivano scritte, bastava vedere la frasca e si capiva che all’interno si poteva bere il vino prodotto dal proprietario.

Le fraschette vantano origini molto antiche. Sebbene la loro diffusione sia legata al periodo medievale, le radici di questa tradizione affondano in epoche ancora precedenti, fino all’antica Roma. Allora i contadini delle campagne romane, diretti in città per commerciare i propri prodotti, trovavano lungo il percorso semplici punti di ristoro dove sostare, mangiare e recuperare le energie durante il viaggio.

Si distinguevano dalle osterie tradizionali perché non avevano una cucina, veniva servito principalmente vino, pane e talvolta uova sode, mentre gli avventori portavano da casa il cibo da consumare, guadagnandosi il soprannome di fagottari.

Erano luoghi popolari, privi di formalità: non era il menù a fare la differenza, ma la compagnia. Col tempo comparvero banchi che vendevano salumi, formaggi e soprattutto porchetta, fino ad arrivare alle fraschette di oggi, dove è possibile gustare un vero e proprio pasto.

Nei secoli le fraschette sono diventate anche il simbolo delle celebri “gite fuori porta” dei romani. Nei giorni di festa si lasciava la città per raggiungere i Castelli Romani, respirare l’aria delle colline e trascorrere qualche ora in allegria. Bastava una tavolata condivisa, un bicchiere di vino e qualche stornello improvvisato per trasformare un pranzo in una festa.

Ariccia è probabilmente il borgo più famoso grazie alla sua porchetta, ma anche Frascati, Marino, Grottaferrata, Castel Gandolfo, Monte Porzio Catone e Rocca di Papa custodiscono storie legate alle antiche fraschette.

Cosa si mangia in una fraschetta?

La regina assoluta resta la porchetta di Ariccia IGP, croccante all’esterno e profumata all’interno. Per passare al pecorino romano, in primavera abbinato alle fave, tanta roba.

Non mancano i contorni che da sempre accompagnano le tavole laziali, come la cicoria ripassata in padella con aglio e peperoncino o i fagioli con le cotiche, piatto povero nato per non sprecare nulla e oggi diventato una vera specialità. Poi arrivano i grandi classici della cucina romana: l’amatriciana con il suo equilibrio tra pomodoro e guanciale, la cremosità della carbonara, la semplicità della cacio e pepe e la trippa alla romana. Se siete arrivati fino a qui senza avere fame, meritate una medaglia…

E naturalmente non manca il vino

Per secoli il Frascati è stato il simbolo della zona, ma oggi le carte dei vini presentano sempre più etichette provenienti da tutto il Lazio, dai Castelli Romani fino alle colline che circondano Roma.

Tra queste ho degustato l’Emiro Bianco del Castello di Corcolle, un vino Roma DOC di grande impronta territoriale, prodotto prevalentemente con uve Malvasia Puntinata. Fresco e sapido, con note fruttate e floreali, accompagna con equilibrio la cucina tradizionale del territorio.

La sua vivace acidità pulisce il palato dopo la sapidità della porchetta e dei salumi, mentre la componente aromatica si sposa bene con la semplicità dei piatti della tradizione romana.

Come dicono a Roma, Chi magna da solo se strozza. Forse è proprio questo il segreto custodito dalle fraschette: cibo e vino diventano più buoni quando si condividono con qualcuno.

Prosit!

Lazio – Antico Ristorante Pagnanelli: sapori, storia e panorami sul Lago Albano

Affacciato sulle acque del Lago Albano e circondato dal verde dei Colli Albani, Castel Gandolfo è un borgo che intreccia storia, leggenda e bellezza paesaggistica.

Le sue origini si legano all’antica Alba Longa, la mitica città latina considerata la madre di Roma, e alla grandiosa Villa di Domiziano, i cui resti sono ancora oggi visibili nel territorio. Una curiosa tradizione racconta che l’imperatore Domiziano amasse ritirarsi qui per sfuggire al caldo e al caos dell’Urbe, godendo della frescura del lago e della quiete dei boschi circostanti. Secoli dopo, il borgo avrebbe preso il nome dalla famiglia Gandolfi, diventando uno dei luoghi più affascinanti dei Castelli Romani e la residenza estiva dei Papi. dove storia e natura convivono in perfetta armonia.

Nel cuore del borgo, l’Antico Ristorante Pagnanelli rappresenta una delle insegne storiche del territorio. Affacciato sul Lago Albano, custodisce una tradizione di ospitalità che attraversa generazioni. La famiglia Mariani porta avanti con passione una proposta gastronomica basata sulla qualità delle materie prime e su un menu che unisce sapori di lago, mare e terra.

Fiore all’occhiello del locale è la suggestiva terrazza panoramica con vista sul lago, oltre alla storica cantina scavata nel tufo che custodisce una vasta selezione di etichette (un vero paradiso) In questo contesto ricco di storia e fascino prende avvio la mia esperienza gastronomica, un viaggio tra ingredienti selezionati, piatti che valorizzano la tradizione e dettagli curati, con il Lago Albano a fare da sfondo.

Ho iniziato il percorso con delle erbe matte raccolte sul luogo, abbinate a fragole fresche e aceto balsamico. Un equilibrio perfetto tra freschezza, dolcezza e aromaticità.

La cicoria ripassata in padella, uno dei contorni simbolo della tradizione romana e contadina, insaporita con aglio, olio extravergine d’oliva e peperoncino.

Le alici marinate con bruschettine con pomodori gialli e basilico sono un antipasto fresco e ben equilibrato, un abbinamento semplice e riuscito.

Gnocchi con vongole calamaro e tartufo, un piatto che unisce mare e terra in modo originale e ben bilanciato.

Tentacoli di polpo arrosto con peperoni e salsa allo yogurt, qui sono esaltati la morbidezza del polpo, la dolcezza dei peperoni e la freschezza della salsa.

Ad accompagnare questo percorso gastronomico è stato un Bombino Bianco della Cantina Olivella, un vitigno tipico del Centro e Sud Italia che trova sui terreni vulcanici dei Castelli Romani un’espressione particolarmente interessante. Fresco e scorrevole, ha creato un legame tra cucina e territorio.

Concluso il pranzo, non i sono lasciata scappare una breve visita alla cantina del ristorante. Scavata nel tufo ai piedi della collina. Un ambiente ricco di fascino, ricavato nella roccia vulcanica, che custodisce oltre tremila etichette. Tra bottiglie storiche e vini provenienti da tutto il mondo, trova spazio anche un piccolo museo dedicato alla cultura del vino e alla tradizione vinicola del territorio.

Tra gli scaffali spiccano alcune bottiglie firmate da celebri ospiti passati negli anni da Pagnanelli, un omaggio ai tanti personaggi illustri accolti da questo storico ristorante

Da questa visita porto con me il ricordo di un’esperienza completa, fatta di buona cucina, attenzione alla materia prima e valorizzazione del territorio. La vista sul Lago Albano, i piatti proposti e la scoperta delle cantine hanno contribuito a offrire una prospettiva interessante su una realtà che da anni rappresenta un punto di riferimento della ristorazione dei Castelli Romani.

Prosit!

Antico Ristorante Pagnanelli

Via Antonio Gramsci 4,

00073 Castel Gandolfo (RM)