Campania: Tenuta Nunziata, tra ulivi, olio e fine dining alle pendici del Vesuvio

A Torre Annunziata, a pochi passi dall’autostrada, c’è un grande cancello. Lo varchi e, quasi senza accorgertene, lasci fuori il rumore della strada. Dentro ci sono dodicimila metri quadrati di verde, circa 300 ulivi e una tenuta che racconta un’idea diversa di ospitalità: contemporanea, elegante, ma profondamente legata alla terra.

È Tenuta Nunziata, una realtà che negli ultimi anni ha trasformato questo angolo alle pendici del Vesuvio in un luogo dove agricoltura, accoglienza e cucina dialogano continuamente.

La proprietà è di Gino Camera, Luigi Camera e Rita Chiacchio, e il progetto nasce dalla volontà di valorizzare una terra che ha nella sua posizione e nella sua vocazione agricola un patrimonio importante.

Gli ulivi sono una delle anime della tenuta. Tre le varietà coltivate: Taggiasca, Leccino e Rotondella. Un patrimonio agricolo che qui diventa anche racconto, grazie a un percorso dedicato alla pianta dell’ulivo, con pannelli illustrativi realizzati con il contributo di Federico II e del professor Sacchi, per spiegare ai visitatori come nasce e cresce un ulivo.

Ma qui l’olio non è soltanto raccontato: viene prodotto. La tenuta dispone infatti di un frantoio interno, dove le olive diventano olio, completando una filiera che parte dalla terra e arriva direttamente alla tavola.

E poi c’è lo shop, dove i prodotti della tenuta possono essere acquistati e raggiungono clienti anche fuori dai confini italiani. Una vocazione internazionale che si inserisce perfettamente in un territorio come quello vesuviano, attraversato ogni anno da un turismo importante e sempre più interessato alle esperienze legate al cibo, al vino e alle produzioni locali.

E poi c’è il Vesuvio. Non solo quello che si vede all’orizzonte, ma quello che si ritrova nella storia e nei dettagli della tenuta. Come nell’altarino dedicato a Sant’Antonio, dove è custodita anche lava del Vesuvio. Piccoli segni che riportano continuamente al territorio.

Tenuta Nunziata è anche ospitalità. Una piscina, gli spazi immersi nel verde e una formula agrituristica contemporanea che soprattutto in estate vive all’aperto. Una dimensione più informale che si affianca a quella gastronomica del ristorante La Stalla, dove l’esperienza cambia passo e diventa fine dining.

A tavola arriva una cucina che parte dalla memoria, ma non ha paura di cambiarne la grammatica

L’Executive Chef Antonio Commone lavora sulla cucina classica e sulle ricette della tradizione, reinterpretandole attraverso una visione contemporanea e con influenze francesi. Non una cucina che vuole cancellare il passato, ma piuttosto prenderlo, osservarlo e provare a raccontarlo con strumenti nuovi.

La degustazione comincia con un antipasto che è già una dichiarazione d’intenti: l’oliva conciata con mandorla, sesamo e ceci. Un piccolo boccone concentrato, dove la materia prima resta protagonista.

Poi la zucca, liquirizia e maggiorana

Arriva l’uovo al purgatorio, uno dei piatti che più raccontano il rapporto tra tradizione e contemporaneità: pomodoro San Marzano in conserva, datterini, una salsa ariosa e germogli, con l’uovo cotto alla perfezione. Un grande classico napoletano che cambia consistenza e presentazione senza perdere la sua identità.

La cucina di Commone gioca anche con i funghi: chiodini, champignon, porcini e cardoncelli vengono trattati in maniera diversa, tra fritti, fermentazioni controllate e infusioni. I chiodini, in particolare, attraverso la fermentazione sviluppano una forte componente acida, mentre i gambi dei funghi diventano la base per un brodo profumato, accompagnato anche dalle alghe.

Il tema della trasformazione torna nella pasta e cavolo. La pasta viene cotta in un infuso ottenuto dalle foglie esterne del cavolfiore, mentre il cavolfiore diventa purea e incontra il cacao amaro. Anche qui la cucina prende qualcosa di familiare e lo porta altrove.

L’anatra con radicchio e melograno

È un piatto che gioca sul contrasto: la carne dell’anatra, intensa e strutturata, incontra la parte amaricante del radicchio e la nota fresca e leggermente acidula del melograno. Un equilibrio che alleggerisce la potenza della carne e restituisce al piatto una dimensione autunnale, elegante e tutt’altro che prevedibile.

Il ristorante conta circa 30-40 coperti: una dimensione raccolta che permette alla cucina di seguire il ritmo delle stagioni e di lavorare sulla materia prima con grande attenzione.

E proprio la stagionalità è uno dei fili conduttori del progetto. La cucina utilizza prodotti stagionali e una parte importante arriva direttamente dalla tenuta e dalla sua produzione agricola.

Nel calice, naturalmente, la Campania da bere

Falanghina, Aglianico e un rosato da Piedirosso di autoproduzione accompagnano il percorso, mentre a seguire arriva una delle portate più curiose della degustazione: “Aglianico de-alcolizzato”, un centrifugato di mela annurca sul quale viene adagiato Aglianico con lecitina. Un bicchiere che gioca sulle temperature, sulle consistenze e sulla sensazione di un vino trasformato in qualcosa di completamente diverso.

È una sorta di transizione autunnale, proprio come la stagione che stiamo attraversando: la temperatura cambia, i prodotti cambiano e anche la cucina segue questo movimento.

A chiudere il percorso è un dessert firmato dalla pasticciera Maria Rita Coppola: una tarte tatin cotta in forno, accompagnata da un’emulsione di miele di castagno e burro, gelato al burro nocciola e caramello al miso, ottenuto dalla soia.

Dolce, sapido, tostato. Ancora una volta memoria e ricerca nello stesso piatto

In sala e nel percorso dei vini c’è la sommelier Serena Casaburi, che accompagna la degustazione con una lettura attenta degli abbinamenti.

Tenuta Nunziata non è però soltanto un ristorante. È un progetto di ospitalità che mette insieme agricoltura, produzione, vino, cucina e accoglienza.

C’è il frantoio, c’è lo shop, ci sono gli ulivi, la piscina, le tre camere e il ristorante La Stalla. Un sistema che permette di vivere la tenuta in modi diversi, dalla giornata immersa nel verde alla cena fine dining, passando per l’esperienza agrituristica estiva.

E c’è anche una posizione strategica. Siamo a Torre Annunziata, nel cuore di un’area che intercetta i grandi flussi turistici diretti verso Pompei, il Vesuvio, la Costiera e il Golfo di Napoli. Non è un dettaglio: significa avere davanti una platea internazionale alla quale raccontare una Campania fatta non soltanto di monumenti e panorami, ma anche di olio, vino, prodotti agricoli e cucina.

Fino a circa 100 persone al giorno possono vivere gli spazi esterni della tenuta dedicati agli eventi e cerimonie, mentre La Stalla mantiene una dimensione più intima, con i suoi 30-40 coperti. E forse è proprio questo il punto interessante.

A Torre Annunziata, dove spesso si corre lungo l’autostrada senza immaginare cosa ci sia appena oltre un cancello, esiste un luogo che invita invece a fermarsi.

A guardare un ulivo. A capire come nasce un olio. A riconoscere una varietà. A scoprire la lava del Vesuvio custodita in un piccolo altarino. A sedersi a tavola e ritrovare il sapore di una ricetta conosciuta, ma con una forma nuova.

Perché la cucina contemporanea, quando funziona davvero, non ha bisogno di dimenticare da dove viene. Deve solo trovare un modo nuovo per raccontarlo.

Quostro firma il menu di SEMI26, l’appuntamento annuale di Cultura Italiae

Il bistrot porta i sapori e le eccellenze campane all’incontro annuale di Cultura Italiae, in programma a Napoli dal 23 al 25 ottobre. Un menu che unisce identità territoriale, ricerca e contaminazioni internazionali.

NAPOLI – La cucina di Quostro accompagna SEMI26, l’appuntamento annuale di Cultura Italiae che dal 23 al 25 ottobre riunirà a Napoli rappresentanti del mondo delle istituzioni, della cultura, dell’impresa e della società civile. Quostro, bistrot con sede negli spazi di FOQUS – Fondazione Quartieri Spagnoli, nel cuore della città, curerà la proposta gastronomica della cena prevista nell’ambito della manifestazione, quest’anno dedicata al tema Cultura è democrazia.

Un’occasione per portare a tavola una precisa idea di cucina: partire dal patrimonio gastronomico campano, valorizzarne le materie prime e reinterpretarle attraverso tecniche contemporanee e suggestioni internazionali.

Per SEMI26 Quostro propone un percorso costruito intorno a prodotti, sapori e contrasti. Dal riso fritto con verdure pickled alla pancia di maialino beneventano cotta a bassa temperatura, accompagnata da cardoncelli alla yakitori. Spazio poi alla polpetta con pane e confettura di pomodorino del Piennolo del Vesuvio, alla declinazione di friarielli e mandorle e al radicchio all’aceto di Xeres con composta di Melannurca Campana IGP. A chiudere, un craquelin al cioccolato fondente, zucca e peperoncino.

Una proposta nella quale ingredienti profondamente legati al territorio incontrano preparazioni e influenze di altre tradizioni gastronomiche, restituendo una Napoli capace di custodire la propria identità e, allo stesso tempo, confrontarsi con linguaggi diversi.

La partecipazione a SEMI26 si inserisce nel percorso di Quostro, bistrot aperto al pubblico anche al di fuori degli appuntamenti culturali ospitati negli spazi di FOQUS. Una realtà che, accanto alla quotidiana attività di ristorazione, dialoga con il contesto culturale in cui opera, favorendo occasioni di incontro tra cucina, arte, musica e progettualità internazionali e facendo del cibo anche uno strumento di relazione e conoscenza reciproca.

SEMI26 – Storie di Eccellenza, Merito e Innovazione celebra quest’anno i dieci anni del percorso di Cultura Italiae. Tre giornate di incontri e riflessioni sul ruolo della cultura nella costruzione della partecipazione democratica, della libertà e della convivenza civile. Un confronto tra esperienze e competenze diverse, che trova nella condivisione uno dei suoi elementi centrali.

Per il programma completo delle tre giornate, il riferimento è il sito di FOQUS – Fondazione Quartieri Spagnoli: www.foqusnapoli.it. In questo scenario, la presenza di Quostro attraverso la sua proposta gastronomica conferma il valore della cucina come espressione culturale del territorio, capace di raccontare Napoli anche a partire dai suoi prodotti, dalle sue tradizioni e dalle loro interpretazioni contemporanee.

Feudo Stagnone & Cantine Birgi: il mare nel calice grazie agli appuntamenti targati Gambero Rosso

Feudo Stagnone e Cantine Birgi, protagonisti di un doppio appuntamento romano organizzato da Gambero Rosso per raccontare e valorizzare una delle realtà cooperative più interessanti della Sicilia occidentale.

Due momenti diversi, ma complementari, accomunati dal desiderio di far conoscere un patrimonio enologico profondamente legato alla laguna dello Stagnone, nel territorio di Marsala. Prima una masterclass presso la sede di Gambero Rosso, in via Ottavio Gasparri, poi il 30 settembre una cena al 47 Circus Roof Garden, dove i vini hanno incontrato la cucina mediterranea del Resident Chef Maurizio Lustrati, in una cornice di rara suggestione, con lo sguardo che abbraccia il Teatro Marcello e il Palatino.

Il primo appuntamento ha avuto il carattere di un vero viaggio sensoriale. La masterclass, presentata da Giuseppe Carrus e condotta da Raffaele Mosca, giornalista dalla penna brillante e dalla solida esperienza, ha visto la partecipazione di Giuseppe Figlioli, Direttore di Cantine Birgi e Feudo Stagnone.

Il filo conduttore, racchiuso nel claim “Mar Sale”, ha accompagnato l’assaggio di otto etichette, offrendo l’occasione per comprendere quanto il paesaggio possa diventare parte integrante dell’espressione di un vino.

Fondata nel 1960, Cantine Birgi è una cooperativa che riunisce oggi oltre 800 soci, impegnati nella valorizzazione delle produzioni vitivinicole locali. Una realtà che ha attraversato le trasformazioni del settore mantenendo un legame profondo con il territorio e con la storia enologica marsalese, da secoli conosciuta anche per i suoi grandi vini ossidativi, capaci di conquistare mercati internazionali.

Accanto a questa eredità, il progetto Feudo Stagnone rappresenta una nuova interpretazione del territorio, con una particolare attenzione alle caratteristiche dei vigneti che si affacciano sulla Riserva Naturale dello Stagnone. Qui la viticoltura convive con la laguna, le saline, il vento e una luminosità che sembra cambiare continuamente il volto del paesaggio.

È in questo ambiente che il Grillo trova una delle sue espressioni più interessanti. Vitigno simbolo della Sicilia occidentale, nato dall’incrocio tra Catarratto e Zibibbo, possiede una personalità capace di coniugare freschezza, struttura e ricchezza aromatica. Ma il racconto non si esaurisce nei bianchi: la gamma comprende spumanti, rossi di carattere e interpretazioni che guardano anche alla tradizione dei vini da dessert e ossidativi.

La degustazione si è aperta con il Lucido Brut 2025, Metodo Charmat, un vino fresco e floreale, attraversato da richiami alla frutta tropicale e da sensazioni di mela, pera, ananas e banana. Un ingresso piacevole, giocato sulla vivacità e sulla fragranza.

Di diversa impostazione il Blanc de Blancs Dosaggio Zero 2020, Metodo Classico da Chardonnay, affinato 36 mesi sui lieviti e prodotto a Castellammare del Golfo. Cremoso, fresco e con una sottile evoluzione, ha mostrato una bella sapidità, chiudendo con una delicata nota amaricante.

Con il Trisole 2025, Sicilia DOC, il Grillo si è presentato nella sua veste più giovane e immediata. Il nome richiama le tre isole visibili dai vigneti e il vino ne restituisce idealmente la luminosità attraverso profumi di frutta bianca e tropicale, freschezza e una persistenza sapida che invita al sorso successivo.

Il momento di maggiore profondità è arrivato con il Grillo Feudo Stagnone Riserva 2023, proveniente da un singolo vigneto allevato ad alberello e affinato in barrique di rovere francese di primo passaggio. La consistenza nel calice anticipa un vino di corpo e struttura, mentre il profilo olfattivo intreccia note burrose, macchia mediterranea, sentori salmastri e leggere sfumature fumé. In bocca si distende tra frutta bianca e gialla matura, arancia candita e zagara, componendo un quadro aromatico ricco ma misurato.

Il passaggio ai rossi ha mostrato un’altra faccia della produzione. Il Nerello Mascalese Trisole 2024 ha colpito per la trasparenza del rubino, la freschezza e l’eleganza di una struttura leggera, accompagnata da richiami speziati e vegetali. Un rosso fine, lontano da ogni eccesso, che punta sulla bevibilità e sulla precisione.

Più scuro e intenso il Perricone Feudo Stagnone 2023, con profumi di frutti rossi e pepe nero, un corpo più presente e una personalità decisamente mediterranea. Il Kinisia Rosso Riserva 2022, blend di Nero d’Avola, Perricone e Cabernet Sauvignon, ha invece mostrato maggiore complessità: sensazioni scure ed ematiche, spezie, note vegetali e richiami alla macchia mediterranea si intrecciano con un tannino evidente ma ben integrato.

A chiudere il percorso, Unico Bianco, vino ossidativo a base Grillo, richiamo alla lunga storia enologica di Marsala e alla capacità di questo territorio di esprimersi attraverso interpretazioni che vanno ben oltre i confini dei vini più immediati.

Se la masterclass ha consentito di approfondire le caratteristiche dei singoli vini, la cena del 30 settembre al 47 Circus Roof Garden ha offerto una prospettiva diversa: quella dell’incontro con il cibo.

Il panorama romano ha fatto da cornice a un menu pensato per valorizzare i vini attraverso contrasti, consistenze e richiami aromatici. La tartare di tonno Balfegó, accompagnata da fichi settembrini, formaggio di capra e mandorle, ha incontrato la freschezza del Lucido 2025, mentre il polpo arrostito, con crema di sedano rapa affumicata, ’nduja e polvere di oliva nera, ha trovato nel Metodo Classico Chardonnay 2020 un interlocutore capace di sostenerne sapidità e intensità.

Il risotto ai gamberi rossi di Ponza, zest di lime e polvere di cappero ha dialogato con il Trisole Grillo 2025, in un abbinamento giocato sulla freschezza e sulla componente marina. La ricciola alle erbe del Mediterraneo, servita con il suo fondo ristretto e una purea di patate alla bottarga, ha permesso di confrontare due personalità differenti: la profondità del Grillo Riserva 2023 e il carattere del Perricone Riserva 2023.

Infine, la nuvola di ricotta alle visciole con vele di pane croccante ha accompagnato Unico Bianco, chiudendo la serata con un richiamo alla tradizione e alla versatilità dei vini di Marsala.

A colpirmi, in questi due appuntamenti, è stata soprattutto la possibilità di leggere lo stesso territorio attraverso prospettive differenti. Da una parte, l’approfondimento tecnico della masterclass; dall’altra, la dimensione conviviale della cena, dove il vino abbandona per un momento il linguaggio dell’analisi e diventa parte di un’esperienza condivisa.

Feudo Stagnone e Cantine Birgi dimostrano come una storia cooperativa nata oltre sessant’anni fa possa continuare a evolversi, senza perdere il legame con le proprie radici.

Da Antica Pizzeria Chiaia a Napoli la pizza si sceglie dalle riviste di una volta ed è servita nel tinello delle nonne

Giovanni Avolio, manager di successo nell’ambito della ristorazione, scrittore affermato con veri e propri corsi motivazionali e di marketing in giro per l’Italia, ha trovato tra gli scalini di Piazza Amedeo a Napoli la sua dimensione di imprenditore del mondo pizza. L’idea di Antica Pizzeria Chiaia ricalca quella dei bassi di una volta, con le stanze a vista zeppe di mobili in arte povera o le credenze e i frigoriferi dalle maniglie cromate.

Tutto ha l’aria di vissuto, anche se il progetto è nato relativamente di recente. Persino la cucina interattiva, i tavoli, le sedie, i piatti e le posate a vista richiamano la case delle nonne in un’atmosfera onirica dal sapore nostalgico. Mentre gli occhi attenti degli ospiti si perdono tra i ricordi d’infanzia, un forno quasi nascosto cuoce le pizze in maniera contemporanea, grazie ad impasti diretti da farine selezionatissime e una giusta interpretazione dei topping.

Il menù è la grande novità di Avolio, realizzato come i settimanali di cucina anni ’70 dove trovare persino le inserzioni a sponsor e gli articoli redatti dalla stampa di settore. Compatta la carta, composta dalle tonde della tradizione come la Marinara, magari nella versione dorata con pomodorini datterino giallo o le classiche Margherita e Cosacca, intramontabili nelle scelte di turisti e locali.

Il calzone poi rispecchia la “napoletanità” nel suo tipico ripieno di ricotta, provola e salame. Materie prime di qualità anche tra le proposte moderne come la pizza viola ispirato al libro di Seth Godin e le firme con chef stellati come Vincenzo Guarino da La Corte degli Dei ad Agerola e la sua firma a base di pancia di maiale cotto a bassa temperatura, crema di peperoni rossi e gialli, provola e basilico fresco. Incuriosiscono infine le pizze nel ruotiello in triplice cottura, sottili e delicate nei sapori.

Vincente l’offerta vini al calice da una ricca selezione da piccole cantine artigianali, alcune quasi introvabili e che narrano l’Italia dalle Alpi fino alle spiagge turchesi di Sicilia e Sardegna con un occhio alla patente e uno alle new generation.

Antica Pizzeria Chiaia
pizzajoli con bottega

P.zza Amedeo 16/A (Passeggiata Colonna), Napoli

+39 081.2353775

info@anticapizzeriachiaia.it

Ornella Buzzone, la rivoluzione gentile del burger gourmet: al Public House di Caserta il panino è una storia da assaporare

Dalla passione per la cucina alla scelta coraggiosa di investire nel proprio futuro, fino a una proposta gastronomica che intreccia artigianalità, memoria e sperimentazione. A pochi passi dalla Reggia di Caserta, Ornella Buzzone ha costruito un’identità inconfondibile, rivendicando ogni giorno il proprio posto in un mondo della ristorazione che continua troppo spesso a declinarsi al maschile.

C’è chi sceglie un mestiere e chi, quasi senza accorgersene, finisce per riconoscersi completamente in ciò che fa. Nel caso di Ornella Buzzone, il percorso passa attraverso una cucina inizialmente coltivata per passione, un blog di ricette, una scommessa professionale e quella determinazione che serve quando un progetto smette di essere soltanto un lavoro e diventa una parte di sé.

Al Public House – Burger Gourmet, in via Gasparri, a Caserta, il panino non è un semplice contenitore di ingredienti. È un esercizio di composizione, un terreno sul quale misurare equilibri e contrasti, ma soprattutto un mezzo per raccontare qualcosa di personale. A partire dalla scelta delle materie prime, passando per le preparazioni artigianali, fino a quelle combinazioni capaci di sorprendere senza perdere il senso della misura, la cucina di Ornella si riconosce nella volontà di andare oltre la consuetudine.

Un approccio che trova una sintesi efficace nelle parole con cui la stessa Buzzone ha raccontato la propria storia: non sono stati soltanto i panini a essere una sua scelta, ma sono stati, in qualche modo, i panini a scegliere lei.

Una passione diventata impresa

Il percorso prende forma nel 2016, quando Ornella entra nel progetto di un pub appartenente a un amico. Alle spalle ha già un interesse concreto per la cucina e l’esperienza del blog Fatto in Casa è più Buono, spazio nel quale condivideva ricette, sperimentazioni e curiosità gastronomiche. Quella che poteva rimanere una passione personale comincia a trasformarsi in una possibilità professionale.

Ornella studia, si forma, approfondisce e porta progressivamente la propria visione ai fornelli. La cucina deve essere sua: non soltanto nel senso operativo del termine, ma come luogo in cui poter esprimere idee, gusto e personalità. Durante i primi due anni lavora come dipendente, occupandosi già della costruzione del menu e della ricerca dei prodotti. Nel frattempo, il locale comincia ad assomigliarle sempre di più.

Quando la società si scioglie e il progetto rischia di cambiare direzione, Ornella si trova davanti a una scelta decisiva. Rinunciare a qualcosa che sente ormai proprio oppure provare a prenderne le redini. Sceglie la seconda strada.

Si rivolge al padre, commercialista, chiedendogli di poter utilizzare i soldi che aveva messo da parte per il matrimonio. Una decisione che racconta molto più di un investimento economico: significa mettere in gioco un progetto di vita per difendere una visione professionale nella quale crede profondamente.

Nel 2018 rileva il locale e riparte da zero, acquistando tutto e occupandosi anche dell’arredamento. Il Public House diventa così uno spazio costruito intorno alla sua identità, al suo carattere prorompente e a un’idea di accoglienza che non separa la cucina dalla relazione con chi si siede a tavola.

Oggi il locale dispone di circa cinquanta posti. Una dimensione raccolta, nella quale il rapporto con l’ospite può mantenere una componente personale e diretta, lontana dall’idea del panino consumato distrattamente e in fretta.

La cucina al femminile, oltre gli stereotipi

C’è una questione che attraversa la storia di Ornella e che, ancora oggi, non può essere liquidata come un dettaglio secondario. Nonostante il lavoro svolto e l’identità costruita intorno al Public House, le capita ancora che qualcuno le chieda di poter parlare con il titolare.

È una scena apparentemente ordinaria, ma proprio per questo significativa. Perché racconta quanto possa essere radicata l’associazione tra autorevolezza professionale e figura maschile, soprattutto in un settore nel quale la cucina domestica è stata storicamente affidata alle donne, mentre la cucina professionale di alto profilo ha spesso riconosciuto maggiore visibilità agli uomini.

Ornella non ha bisogno di trasformare questa contraddizione in una dichiarazione di principio: la sua risposta è il lavoro. È aver costruito un’attività, averne definito il linguaggio gastronomico, aver scelto fornitori e ingredienti, aver sviluppato ricette riconoscibili e aver investito personalmente nel proprio futuro.

La sua è una storia di emancipazione concreta, fatta di decisioni economiche, responsabilità quotidiane e capacità di sostenere le proprie scelte anche quando sarebbe stato più semplice lasciare spazio ad altri.

In questo senso, il Public House è anche un’affermazione di autonomia. Non un progetto che si limita a occupare uno spazio nel panorama delle hamburgerie gourmet, ma un’impresa nella quale la personalità di chi la guida è parte integrante dell’esperienza.

La materia prima eccellente

La cifra gastronomica del Public House si costruisce attraverso una selezione attenta degli ingredienti e un lavoro di trasformazione che coinvolge direttamente la cucina.

Per la carne, Ornella si affida alla Macelleria Cillo, mentre il pane nasce dalla collaborazione con il panificio Rescigno, suo punto di riferimento per la realizzazione di un bun artigianale a lunga lievitazione. La ricetta è frutto di una ricerca condivisa, sviluppata per ottenere un pane morbido e leggero, capace di accompagnare il ripieno senza sovrastarlo.

È un dettaglio tutt’altro che marginale. In un burger ben concepito, il pane non è un elemento accessorio: determina la consistenza del morso, accoglie le salse, sostiene la carne e contribuisce all’equilibrio complessivo.

Ma la ricerca di Ornella non si ferma alla selezione dei fornitori. Confetture, salse, maionesi e numerose preparazioni vengono realizzate direttamente da lei. Anche le cotture di carne, formaggi e verdure sono parte di un lavoro che mira a valorizzare ciascun ingrediente, senza ridurlo a una semplice componente del ripieno.

È qui che il concetto di burger gourmet trova una declinazione personale: non nell’accumulo indiscriminato di ingredienti costosi o spettacolari, ma nella costruzione di un insieme nel quale ogni elemento abbia una funzione precisa.

I mini hot dog, una piccola sfida di equilibrio

La degustazione prosegue con due mini hot dog, una proposta che può sembrare più immediata rispetto ai burger d’autore, ma che richiede attenzione proprio per la sua apparente semplicità.

Il bun artigianale del panificio Rescigno, preparato con una lunga lievitazione, accoglie un wurstel artigianale di Cillo. Completano il panino la coleslaw di cavolo cappuccio, la salsa alla senape e miele, la cipolla croccante e i cetrioli marinati secondo la ricetta di Ornella.

La coleslaw porta freschezza e una consistenza vegetale; la senape introduce una nota pungente, mentre il miele ne ammorbidisce l’impatto. La cipolla croccante aggiunge una componente tostata e i cetrioli marinati contribuiscono con la loro acidità, utile a bilanciare la ricchezza del wurstel.

Il formato ridotto invita all’assaggio, ma non riduce l’attenzione riservata alla composizione. Anche in questa proposta, la differenza sta nella cura delle singole preparazioni e nel modo in cui vengono messe in relazione.

I mini hot dog non sono sempre disponibili: una ragione in più per considerarli una proposta da verificare al momento della visita.

CicoRock: il carattere della cucina, tra brie e cicoria

Se il Plum 2.0 lavora sull’incontro tra frutta, erbe aromatiche e formaggio, il CicoRock sceglie una strada più decisa, nella quale la componente vegetale incontra la ricchezza degli ingredienti di origine animale.

Anche qui la base è un hamburger di 200 grammi di Chianina IGP. A completarlo sono la maionese secondo la ricetta Public, il brie, la cipolla caramellata, la crema di lardo della selezione Cillo, le mandorle tostate e salate e la cicoria ripassata.

È una costruzione gastronomica nella quale la cremosità del brie e la componente grassa della crema di lardo dialogano con la dolcezza della cipolla caramellata. La cicoria, con il suo profilo amaricante, introduce invece una tensione necessaria, dando profondità al morso e contrastando la ricchezza degli altri ingredienti.

Le mandorle completano la composizione con una nota croccante, mentre la maionese contribuisce a legare gli elementi senza cancellarne le differenze.

Il CicoRock mostra un altro aspetto della cucina di Ornella: la capacità di lavorare con ingredienti dal carattere deciso, cercando un equilibrio che non significhi necessariamente delicatezza, ma consapevolezza delle proporzioni.

Plum 2.0: il ricordo dell’estate dentro un panino

Tra le proposte degustate, il Plum 2.0 è quella che restituisce con maggiore evidenza il legame tra cucina e memoria.

La ricetta parte da un hamburger di 200 grammi di Chianina IGP, accompagnato da pecorino, confettura di prugne al rosmarino, radicchio grigliato, mandorle tostate e salate e maionese artigianale alla menta.

La confettura è preparata da Ornella e conservata per poter ritrovare durante l’anno il ricordo di una stagione precisa. Le prugne vengono lasciate riposare per tutta la notte con zucchero e cannella, prima di essere cotte sulla brace. Una lavorazione che restituisce alla frutta una profondità aromatica particolare, tra dolcezza, note speziate e sentori di cottura.

L’incontro con il pecorino avellinese aggiunge sapidità e carattere, mentre il radicchio grigliato introduce una nota amaricante che impedisce alla componente dolce di prendere il sopravvento. Le mandorle tostate e salate contribuiscono con la loro croccantezza; la maionese alla menta, infine, porta freschezza e una sfumatura aromatica che alleggerisce l’insieme.

Il risultato è un panino costruito per contrasti: dolce e sapido, morbido e croccante, intenso e fresco. La carne fornisce la struttura, ma sono soprattutto gli elementi vegetali e le preparazioni artigianali a definire la personalità della ricetta.

Il nome Plum 2.0 suggerisce un’evoluzione, ma il suo centro rimane un ricordo estivo. Ornella lo trasforma in un’esperienza gastronomica disponibile anche al di fuori della stagione in cui nasce, affidando alla conservazione della confettura il compito di trattenere profumi e suggestioni.

È un modo di fare cucina che parla di tempo, di gesti e di memoria: ingredienti che non sempre compaiono in una lista, ma che possono fare la differenza tra una ricetta assemblata e una ricetta pensata.

La degustazione come racconto condiviso

Al Public House esiste anche la possibilità di trasformare la scelta di un singolo panino in una piccola degustazione. Con un supplemento di tre euro a persona, è possibile assaggiare più proposte servite tagliate, con piatti dedicati e una spiegazione delle ricette.

A raccontarle è la stessa Ornella, che lascia per un momento la cucina per accompagnare gli ospiti nella lettura dei propri burger.

È un aspetto importante dell’esperienza, perché restituisce al panino la sua dimensione narrativa. Gli ingredienti non arrivano a tavola come una lista da decifrare autonomamente: vengono presentati attraverso le scelte che li hanno messi insieme, le lavorazioni che li caratterizzano e le ragioni di un abbinamento.

In una cucina che fa della personalizzazione il proprio tratto distintivo, il dialogo con il cliente diventa parte del servizio e contribuisce a rendere l’assaggio un’esperienza più consapevole.

Anche la proposta beverage partecipa alla costruzione dell’esperienza. Ad accompagnare il percorso, il cocktail PUBLIC, ideato da Juliani, che riunisce succo di lime, sour, menta, vodka liscia, rum al cocco e acqua tonica.

La composizione si muove tra note agrumate e freschezza erbacea, con il lime e la menta a definire il profilo più immediato, mentre la componente al cocco aggiunge una sfumatura esotica. La tonica completa il drink con la propria effervescenza e una nota amaricante.

È una proposta che si inserisce nella dimensione conviviale del locale, accompagnando una cucina nella quale la varietà degli ingredienti e la ricerca degli abbinamenti costituiscono il filo conduttore.

Vegetariani, vegani e senza glutine: l’attenzione alla scelta

La ricerca gastronomica del Public House non si esaurisce nelle proposte a base di carne. Fonti gastronomiche dedicate al locale documentano anche alternative vegetariane e vegane, oltre alla possibilità di scegliere un bun senza glutine.

Tra le proposte vegetariane compare il Veggie Burger, con un burger di spinaci e ceci, insalata di cavolo e verza, maionese al curry, anacardi, stracciata e pomodorino confit. Una composizione che mette al centro ingredienti vegetali, consistenze diverse e una componente aromatica affidata al curry.

Il riguardo alle diverse esigenze alimentari amplia le possibilità di scelta e conferma la centralità del lavoro sulle ricette.

Public House, una cucina che porta la firma di chi la crea

A pochi passi dalla Reggia di Caserta, il Public House ha costruito nel tempo una propria riconoscibilità attraverso una proposta che unisce il linguaggio informale del pub alla ricerca gastronomica.

La sua identità non risiede soltanto nelle dimensioni dei burger o nella varietà dei ripieni, ma nel lavoro che precede il servizio: la selezione delle materie prime, il rapporto con i fornitori, le preparazioni realizzate in casa e la volontà di trasformare ogni panino in una combinazione ragionata.

La storia di Ornella Buzzone aggiunge a questo percorso una dimensione personale. C’è la passione iniziale, poi la scelta di investire i risparmi destinati a un’altra fase della vita, infine il coraggio di rilevare un’attività e ricostruirla secondo la propria visione. E c’è, ancora oggi, la necessità di affermare un’autorevolezza che il lavoro ha già dimostrato, ma che non sempre viene riconosciuta al primo sguardo.

Il risultato è un locale nel quale la cucina non è separabile dalla persona che la guida. Un panino può essere molto più della somma dei suoi ingredienti, purché dietro ci siano una visione, una tecnica e qualcuno disposto a metterci la propria firma. Al Public House, quella firma è di Ornella Buzzone e del suo staff tutto al femminile.

Napoli vista dall’alto: quando fare colazione diventa un piccolo lusso (a portata di tutti)

Una terrazza, il mare, il Vesuvio e Capri all’orizzonte. Al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo la colazione diventa un rito lento, da vivere senza fretta, godibile anche dai clienti esterni della struttura ad un costo molto contenuto

Napoli è la classica città che ti ammalia senza chiederti il permesso. Ti mette davanti il mare, il Vesuvio, Castel dell’Ovo e, quando meno te lo aspetti nelle giornate serene, anche Capri. Tutto così vicino, tutto così intenso, tutto tremendamente bello.

Godere di tanta meraviglia è già un lusso. Farlo da una delle terrazze panoramiche più suggestive della città, ancora di più.

Al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo la colazione non è semplicemente il momento in cui si prende un caffè prima di iniziare la giornata. È un rito. E qui, a quanto pare, lo prendono molto sul serio.

La terrazza si apre sulla città con una vista che sembra quasi una cartolina, ma senza filtri: Napoli davanti agli occhi, il Vesuvio a fare da guardiano, il mare che si allunga fino all’orizzonte e il profilo di Capri che, nelle giornate limpide, compare in lontananza come una stella caduta in mare.

E allora ci si siede

La città corre veloce sotto i piedi, mentre qui tutto sembra avere un altro ritmo. Grandi vetrate, luce, panorama e una colazione pensata per essere gustata con calma.

Si parte dalla frutta fresca, si passa alle torte e alle brioche, poi arrivano waffle e pancake. Una tentazione dopo l’altra, mentre il caffè caldo accompagna quello che dovrebbe essere semplicemente l’inizio della giornata e che, invece, rischia di diventare il momento migliore.

Perché c’è qualcosa di profondamente napoletano nel fermarsi davanti alla bellezza

Forse è proprio questo il vero lusso: avere il tempo di guardare.

Osservare il mare, riconoscere il Vesuvio, cercare Capri all’orizzonte e lasciare per qualche minuto che il telefono, le riunioni, gli appuntamenti e la città possano aspettare.

La terrazza del Renaissance Naples Hotel Mediterraneo è aperta alla colazione anche agli ospiti esterni su prenotazione al costo particolarmente interessante di 20 euro a persona, oltre a essere uno spazio ideale per eventi e occasioni speciali.

E se una riunione di lavoro deve proprio iniziare, tanto vale farlo davanti a questo panorama.

Napoli, dopotutto, sa rendere speciale anche una semplice colazione. E qui, tra un caffè e una brioche, diventa quasi impossibile avere fretta.

Giuseppe Scicchitano protagonista da Pizza Week 2026 a Parigi

E la firma su due piatti esclusivi creati appositamente per la manifestazione

Giuseppe Scicchitano sarà protagonista mercoledì 14 ottobre a Parigi, da Peppe Pizzeria del quartiere Charonne a Parigi, nell’ambito della Pizza Week Paris Edition, il calendario di eventi dedicati alla pizza che dal 12 al 17 ottobre 2026 riunisce nella capitale francese le pizzerie legate al mondo di 50 Top Pizza.

Per l’occasione, lo chef napoletano porterà a Parigi la sua cucina di mare, nel segno della tradizione partenopea: due piatti pensati in esclusiva per la serata, che raccontano il legame con il Golfo di Napoli e l’idea di cucina essenziale e contemporanea alla base di Scicchitano Napoli.

«Con Peppe c’è un’amicizia vera, e ogni volta che torna a Napoli lo aspetto al ristorante. Cucinare nella sua casa, a Parigi, è come ritrovarsi a tavola. Ho scelto due piatti di mare, perché è quello che ci unisce» racconta Giuseppe.

A legare Giuseppe a Peppe è un’amicizia di lunga data, nata dall’attaccamento a Napoli e alla sua cucina. Ogni volta che Peppe torna in città, non manca di sedersi a tavola da Scicchitano Napoli. Per questo la partecipazione alla Pizza Week è stata una scelta naturale: Peppe apre la sua cucina all’amico Giuseppe per una serata dedicata al mare e ai sapori della loro terra.

DUE RICETTE CHE RACCONTANO LA CUCINA DI SCICCHITANO NAPOLI

I due piatti che Giuseppe Scicchitano porterà a Parigi il 14 ottobre sintetizzano al meglio il suo approccio: una cucina di mare che parte dalla qualità della materia prima, la lavora il meno possibile e lascia che siano gusto ed equilibrio a parlare, con un forte legame con la tradizione marittima partenopea riletto in chiave essenziale e contemporanea.

Si comincia con la Cheesecake di tartare di gamberi, ricotta, fresella, limone e maionese all’acqua di mare. Pochi ingredienti, tutti riconoscibili: la dolcezza del gambero crudo, la freschezza della ricotta, la fresella che richiama la tradizione marinara del Sud. A portare il Golfo nel piatto ci pensa la maionese all’acqua di mare.

Segue la Pizza con carpaccio di polpo, delicata crema di patate, fior di latte e beurre blanc al limone. Il polpo è uno dei grandi protagonisti della cucina napoletana e qui viene proposto nella sua versione più essenziale, in carpaccio, abbinato a una crema di patate morbida e a un fior di latte che arrotonda. Il beurre blanc al limone chiude con una nota agrumata, per un equilibrio che richiama la filosofia del locale: pochi ingredienti, ben scelti, in armonia tra loro.

GIUSEPPE SCICCHITANO: LA STORIA E L’IDENTITÀ DI FAMIGLIA

Giuseppe Scicchitano, classe 1990, è la terza generazione di una storica famiglia di ristoratori napoletani famosa nel mondo per ‘A Figlia d’o Marenaro, fondata nel 1943. Figlio di Nunzio e Assunta Pacifico, è cresciuto «a pane e tradizione» tra le cucine di famiglia: dal nonno ha ereditato il senso autentico della ristorazione popolare, dal padre la tecnica nell’aprire ostriche e frutti di mare, e dalla madre la passione per la cucina partenopea.

Oggi trasforma questa eredità nei due ristoranti Scicchitano Napoli, aperti nel 2019, con un rebranding nel 2024 e la recente apertura del secondo locale il 4 febbraio 2026: attraverso un progetto che valorizza il pescato del Golfo e lo trasforma in un’esperienza gastronomica contemporanea, dove la cucina di mare mantiene un forte legame con la tradizione ma viene riletta con uno stile essenziale. Esuberante, creativo e magnetico, Giuseppe è anche un volto noto sui social, con oltre due milioni e mezzo di follower tra Instagram e TikTok, dove racconta il suo mondo fatto di tradizione, innovazione e spettacolo culinario. In cucina e in sala trasforma ogni piatto in un racconto live, conquistando palati e follower, con ospiti come Willem Dafoe e Lorenzo Insigne.

La sua filosofia: «La vita è fatta di cambiamenti: o si cambia o si resta indietro. Oggi non conta solo ciò che fai, ma come lo fai e soprattutto come lo comunichi.»

Bedin 1862, il ritorno di una storica insegna genovese con la firma di Andrea Serra

Lunedì 28 settembre ho partecipato a un press lunch da Bedin 1862, in Piazza Dante, a Genova, per conoscere da vicino il progetto di Andrea Serra. Chef e pizzaiolo genovese, Serra ha riportato in vita una delle insegne storiche della città con un’idea ben precisa: proporre una cucina legata alle tradizioni liguri, ma capace di parlare al presente.

Inaugurato il 23 aprile 2026, Bedin 1862 nasce da una storia personale fatta di famiglia, radici ed esperienze maturate lontano da Genova. Dopo aver lavorato in diverse realtà europee e aver gestito attività in Sardegna, Serra è tornato nella sua città con l’obiettivo di creare un luogo che lo rappresentasse pienamente.

La passione per la cucina nasce in famiglia. Mamma e nonna cucinavano e il contatto con i fornelli arriva fin da bambino. Con il tempo, però, cresce la voglia di confrontarsi con realtà diverse e di ampliare il proprio bagaglio professionale. “Sentivo il bisogno di contaminazione”, racconta lo chef.

Da qui le esperienze all’estero e successivamente il trasferimento in Sardegna, terra natia del padre, dove Serra sviluppa una filosofia gastronomica basata su materie prime selezionate, lavorazioni artigianali e preparazioni realizzate internamente.

Tra Porto Cervo e Santa Teresa di Gallura prende forma un progetto articolato: catering per yacht e gommoni nella località della Costa Smeralda e un ristorante-pizzeria affacciato sulla piazza principale di Santa Teresa, con vista sulla Corsica.

È qui che nasce concretamente la filosofia che ancora oggi caratterizza la sua cucina. Nel pieno dell’epoca delle preparazioni industriali e delle basi pronte, il ristoratore sceglie infatti la strada opposta, quella di produrre tutto internamente.

Verdure locali, carni del territorio, preparazioni realizzate da zero e una cucina che torna a fare ciò che un tempo era normale: cucinare davvero. Una scelta impegnativa, ma che negli anni si rivela vincente.

Lo chef racconta che tra il 2014 e il 2015 nasce un’altra grande passione: il mondo dei lievitati.

Intraprende così un percorso di approfondimento che lo porta a confrontarsi con alcuni tra i più importanti professionisti italiani del settore. Frequenta corsi e masterclass, studia tecniche e metodologie, ma con un obiettivo preciso: non replicare modelli esistenti, bensì trovare una propria voce.

“Dovevo capire cosa pensassero loro per riuscire a fare quello che volevo fare io”

Un improvviso problema familiare interrompe l’esperienza sarda, costringendolo a rientrare rapidamente in Liguria.

L’occasione arriva con l’acquisizione dello storico immobile che oggi ospita il Bedin 1862. Due anni di lavori, pratiche burocratiche, autorizzazioni e vincoli architettonici trasformano il percorso in una vera maratona.

Apertura rinviata più volte, ma mai abbandonata. Il risultato vede la luce il 23 aprile 2026.

Il cuore del progetto è una cucina che recupera sapori, tecniche e gesti della tradizione familiare ligure. Quella che lui chiama cucina del ricordo. Qui si prepara ancora il pesto come una volta, si realizzano internamente salse e fondi, si lavorano direttamente le materie prime.

Tra le proposte più rappresentative spiccano il latte brusco, la panissa nella sua versione più autentica, le acciughe del consorzio di Sestri Levante e una selezione di fritti liguri che raccontano l’autentico patrimonio gastronomico ligure.

Tra le proposte più originali figura il minestrone fritto, ispirato a una tradizione domestica ligure legata al recupero degli avanzi. Al Bedin 1862 viene servito in tre bocconi, trasformando una preparazione semplice in una proposta contemporanea

La filosofia del Bedin 1862 si estende anche alla selezione delle materie prime. Serra ha scelto di costruire una rete di collaborazioni con produttori locali che condividono la stessa visione.

Tra i fornitori figura Rosso Carne, macelleria attiva nella valorizzazione della razza bovina Cabannina. Completano la rete di collaborazioni piccoli produttori di frutta e verdura, raccoglitori di funghi e il consorzio di pescatori di Sestri Levante per la fornitura delle acciughe.

Accanto alla proposta gastronomica, un ruolo importante è affidato ai lievitati. Pizza, focaccia, pala romana e padellino fanno parte di un’offerta che riflette gli anni di studio e ricerca dedicati da Serra a questo mondo. Tra le proposte spicca una margherita costruita su diverse lavorazioni del pomodoro San Marzano.

Il piatto che più rappresenta la sua idea di cucina resta però il coniglio alla ligure, cotto lentamente a bassa temperatura per 16/18 ore per valorizzarne consistenza e sapore e, come dice lo chef, da mangiare senza l’uso del coltello.

Terminato il racconto di Andrea Serra e della filosofia che guida il progetto Bedin 1862, è arrivato il momento di passare dalla teoria alla pratica. Il pranzo degustazione ha offerto l’occasione di assaggiare alcuni dei piatti più rappresentativi della sua cucina.

Iniziamo con l’apertura di benvenuto, ci destreggiamo tra minestrone fritto, latte brusco all’esterno dorato e croccante, con un cuore morbidissimo e panissa dorata e fragrante si passa poi all’acciuga fritta, focaccetta al formaggio e mini burger servito ancora fumante in una coppa di vetro.

Il percorso pizza racconta bene l’importanza che i lievitati hanno per lo chef.

Tutto nasce dalla farina intera Varvello, scelta per il suo basso indice glicemico e le sue caratteristiche uniche. Dalla semplicità della Marinara e della Margherita si arriva a un Padellino decisamente con tartare di Cabannina, fonduta di blu e pesto.

Archiviato il capitolo pizza, che da solo meriterebbe una sosta più lunga, arriva il momento del poker di primi: trenetta avvantaggiata al pesto; trenetta avvantaggiata salsa di pinoli (avvantaggiata perchè l’impasto è fatto da farina bianca con l’aggiunta di farina integrale); pansotti alla salsa di noci; ravioli au tuccu tipico sugo di carne genovese.

Lasciati alle spalle i primi, che ci hanno accompagnato tra tradizione e interpretazioni contemporanee, arriva lui, il piatto che forse più di ogni altro racconta la Liguria dell’entroterra: il celebre coniglio alla ligure, una carne tenerissima, cotta a bassa temperatura.

Il percorso si avvia verso il finale: un pre-dessert cioccolatino blu fondente e arancio, fresco e delicato e il dessert vero e proprio il Babbamisù (un babà che racchiude la crema del tiramisù).

I vini hanno accompagnato l’intero percorso degustazione, dall’apertura di benvenuto fino al Babbamisù finale. Una sequenza di calici pensata per sostenere la cucina dello chef, creando armonia tra i sapori.

Se passate da Genova, vale la pena fermarsi da Bedin dal 1862. Per assaggiare una cucina che parte dalla tradizione ligure, la rispetta e la propone in una chiave attuale, senza complicazioni inutili.

Prosit!

Bedin dal 1862

Piazza Dante, 52, 16121 Genova GE

info@bedindal1862.it

+39 010 0013439

La pizza è poesia a pochi passi dal mare di Posillipo

Di stereotipi su Napoli ce ne sono tanti, forse troppi. Alcuni belli e veri, altri molto cattivi poco veritieri e tanto ingigantiti e una parte di questi riguarda la cucina.

Dicono che si mangi tanto per tante ore, soprattutto pasta, fritti, pizza, la migliore in assoluto e che si beva una quantità smisurata di caffè. Io da napoletana posso dire che mi piace stare a tavola, amo nutrirmi soprattutto di carboidrati e che bevo caffè tra un pasto e l’altro, ma non sono mai stata una sostenitrice del “come si mangia qui, non si mangia da nessun’altra parte!”.

Sono dell’idea che bisogna assaggiare di tutto, allenando così mente e palato, e che se volete offrirmi un pezzo di pizza con l’ananas o una pizza in un bar a Trento potrei tranquillamente accettare, senza fare inutili paragoni.

Quindi direi di lasciar perdere le giurie che decretano dove fanno la miglior pizza, se Napoli, il resto della Campania o qualche altra città nel mondo. Non è questo il punto fondamentale, secondo me. Un buon impasto, ottimi ingredienti e tanta conoscenza possono essere qualità di un prodotto che non per forza dipendono dalle sue origini.



Però c’è una cosa su cui sono abbastanza sicura: a Napoli la pizza non è solo un piatto tipico. Qui l’arte della farina bianca diventa identità, storia, ricchezza e fonte di felicità per chiunque la gusti accanto al mare.

Da poche settimane, è arrivata una novità in città: il celebre ristorante Palazzo Petrucci a Posillipo, tra il Vesuvio e Palazzo Don’Anna, una delle strutture più misteriose e amate dai partenopei, ha aperto la propria pizzeria a piano terra. O meglio a piano sabbia.

Il nuovo inquilino a Palazzo è il pizzaiolo Davide Ruotolo, che chiamo “nuovo” solo per questa sede ovviamente, visto che da più di dieci anni guida egregiamente la pizzeria dell’omonima struttura a San Domenico Maggiore.
 
E così un luogo che per anni ha rappresentato, e rappresenta tuttora, l’alta cucina napoletana apre le sue porte a un’esperienza più informale, quella della pizza.

La sala è bianca, essenziale, nulla di particolarmente ricercato. Tavoli e sedie bianche, tovaglioli di carta, bicchieri e posate con dettagli blu. A dividere la sala dalla spiaggia e dal mare, solo una lunga vetrata che ospita i posti più panoramici per poter mangiare.



Presa dall’euforia e dalla bellezza del posto, decidiamo di ordinare due pizze speciali:

Davide Ruotolo
Focaccia con pomodorino semi-dry, stracciata di bufala,
zeste di limone, formaggio, origano e basilico

Nessun ingrediente sovrastava l’altro, rendendo la pizza leggera, fresca, croccante. È stato il saluto perfetto all’estate.

Lino Scarallo
Crema di cipolla, fiordilatte, pecorino, acciughe e lime

Con questa mi sono divertita di più. La crema di cipolla era così dolce che contrastava perfettamente la sapidità delle acciughe, ci avrei fatto la scarpetta con quella crema.

Al posto di una terza pizza, ho chiesto di assaggiare un piccolo miracolo racchiuso in una coppa creato apposta per il giorno di San Gennaro: Metamorfosi di Margherita.
Oltre al sangue del Santo Patrono, anche il mio cuore si è sciolto.



Potrei dirvi che è stata la pizza più buona che abbia mangiato negli ultimi mesi, oppure potrei fare il contrario e cercare quel dettaglio che non mi ha convinto perché in fondo una recensione sembra quasi obbligata a trovare qualcosa da promuovere o da bocciare ma sarebbe riduttivo.

Perché tra la sapidità delle alici, la delicatezza della burrata e la scarpetta col cornicione che volevo farmi con la crema di cipolla, c’era qualcosa che andava oltre quello che stavo mangiando. Era la sensazione di sentirsi speciali.

Non l’idea di aver mangiato una buona pizza in un posto straordinario, ma quella di aver capito ancora una volta che il cibo non è soltanto quello che hai nel piatto. È il luogo, è chi te lo serve, è chi hai accanto, è il momento, è il piacere di condividere un pensiero. È la sensazione che ti resta quando ti alzi da tavola.

Una buona pizza, in fondo, la si può mangiare ovunque. Ma, con questo tocco di poesia e romanticismo, solo a Napoli.

Libri, memoria e cucina al Madison di Salerno: grande successo per la serata con Luciano Pignataro

Si è conclusa con grande successo la serata di lunedì 5 ottobre 2026 al Madison Pizza & Ristò di Salerno, dove il giornalista e scrittore Luciano Pignataro, in un appuntamento accolto con calore e partecipazione nel segno della cultura gastronomica campana, ha presentato “Le ricette del Cuoncio Cuoncio” e “Le pizzerie storiche di Napoli. Viaggio nell’anima della città“.

Con l’introduzione di Renato Rocco, direttore de “La Buona Tavola”, e la preziosa moderazione della giornalista Stefania Cavaliere, sono poi intervenuti il patron Vincenzo Rea e lo chef stellato Paolo Gramaglia del ristorante President di Pompei, da poco Executive Chef del Madison. A chiudere, invece, è stato Luciano Pignataro. Riportando la sala nelle storie ed esperienze nate durante il lavoro sui due volumi, l’autore ha saputo inoltre arricchire il racconto con ricordi personali, tutti seguiti con interesse e apprezzamento da parte dei presenti.

Pignataro ha spiegato come il libro dedicato al Cilento sia nato dal contatto diretto con le persone e con i luoghi, tra agriturismi, cucine di famiglia e saperi tramandati, e come quel patrimonio di ricette abbia rappresentato anche un modo per difendere un’identità e un ritmo di vita. Con “Le pizzerie storiche di Napoli” il racconto si è poi spostato davanti ai forni, tra maestri pizzaioli e botteghe che hanno fatto la storia della città, restituendo al pubblico il senso di una tradizione ancora viva. Due sguardi diversi sulla Campania, che in sala hanno trovato un filo comune nella memoria e nel valore del lavoro quotidiano.

Dopo il firmacopie è seguita una cena riservata agli invitati con un menu a quattro mani, frutto della collaborazione tra Vincenzo Rea e Paolo Gramaglia, a metà tra memoria cilentana e materie prime di stagione. Ad aprire il percorso è stata la Pizza Cilentana, una pizza nel ruoto condita con ragù di pomodoro e cacioricotta di capra del Cilento. Le ha fatto seguito la Pizza “Attaccami“, La Marinara nell’Orto, preparata con pomodoro, scarola attaccata e pomodoro datterino marinato.

Si è proseguito con i paccheri del piatto “Mediterraneo”, con zucchine, fiori di zucca, lupini di mare e scorfano, e con la pasta e patate di “Tradizione senza nostalgia“, accompagnata da sentori di baccalà e peperoncino verde. A chiudere la cena è stata la Pastiera Madison, rilettura del grande classico della pasticceria napoletana firmata dalla casa.

Una serata perfettamente riuscita, dunque, in cui libri, cucina e racconti hanno saputo dialogare con naturalezza, confermando il Madison come luogo di squisiti sapori e ancor più preziosi saperi.