Villa Matilde al Reale Yacht Club Canottieri Savoia di Napoli

Villa Matilde Avallone rappresenta un fulgido esempio di archeologia enologica, mirata al recupero di un territorio, e lungimiranza agronomica, un’istituzione nata dal connubio inscindibile tra erudizione storica e valorizzazione del terroir campano.

Fondata negli anni ‘60 dal giurista, avvocato e umanista Francesco Paolo Avallone, la maison ha ridefinito la geografia vitivinicola di un distretto vitivinicolo emblematico del Mezzogiorno, attraverso una metodica operazione di filologia biologica: la resurrezione del leggendario Falerno del Massico, il nettare più celebrato dell’antichità romana. L’azienda, oggi guidata dai figli Maria Ida e Salvatore Avallone insieme alla terza generazione della famiglia, non si limita a produrre vino, ma traduce in forma liquida il genius loci della Campania Felix.

Il fulcro filosofico ed empirico di Villa Matilde Avallone risiede interamente nelle approfondite indagini intellettuali del suo fondatore. Mosso da una profonda erudizione umanistica, Francesco Paolo Avallone individuò nel Falerno l’archetipo della prima vera Denominazione d’Origine ante litteram della storia. Già 2000 anni fa, infatti, questo vino cantato da Plinio il Vecchio, Virgilio, Marziale e Orazio rispondeva a un rituale codificato di pigiatura e all’apposizione del pittacium, una primordiale etichetta in argilla o pergamena che ne certificava l’annata e l’esatto luogo di provenienza nell’Ager Falernus.

Durante una serata decisamente speciale e di altissimo rilievo, Maria Ida Avallone è stata la protagonista di una serata davvero speciale e, vista la storicità di Villa Matilde Avallone, l’evento non poteva non accadere in un una location di assoluta eccellenza: il Reale Yacht Club Canottieri Savoia a Napoli.

La serata, con a tema Il Vino e il Mare, è stata la tela di una cornice niente affatto casuale, poiché lo Yacht Club più esclusivo di Partenope affonda le sue radici nella banchina di Santa Lucia all’ombra di Castel dell’Ovo, è da sempre un concentrato di cultura, passione marittima e tradizioni indissolubili.

Infatti, Il club nacque ufficialmente il 15 luglio 1893, quando 11 appassionati gentiluomini decisero di staccarsi dal preesistente Circolo Italia. Inizialmente battezzato come Club “Canottieri Sebetia”, muoveva i suoi primi passi in un contesto decisamente umile: la metà di un locale in affitto appartenente a un fabbro che produceva letti in ferro battuto. La loro prima imbarcazione, il Nautilus, fu un dono degli ex compagni dell’Italia.

La svolta storica arrivò nel 1895. Durante una violenta burrasca nel Golfo di Napoli, i canottieri del club trassero in salvo l’imbarcazione reale su cui viaggiava il Principe di Napoli, ossia il futuro Re Vittorio Emanuele III. Come segno di gratitudine e riconoscimento per il coraggio dimostrato, l’anno successivo la Casa Reale concesse al circolo il titolo di “Reale” e il diritto di fregiarsi dello stemma della corona, mutando definitivamente il nome in Reale Yacht Club Canottieri Savoia. Lo stesso Vittorio Emanuele III ne assunse la Presidenza Onoraria.

Un Secolo di Traguardi Sportivi e d’Onore

Da quel momento, il RYCC Savoia è diventato un pilastro dello sport nautico italiano, eccellendo sia nel canottaggio che nella vela e collezionando trofei in tutto il mondo. Il palmarès del club vanta momenti epici, tra cui: il bronzo olimpico ai Giochi di Roma 1960, conquistato dall’imbarcazione Venilia con Nino Cosentino nella classe Dragone; i successi internazionali legati a figure illustri del club, come Vincenzo Onorato con le imprese di Mascalzone Latino, e il campione del canottaggio Matteo Castaldo; le massime benemerenze del CONI: la Stella d’Oro al Merito Sportivo nel 1969 e il prestigioso Collare d’Oro al Merito Sportivo nel 2002.

Il Circolo nel presente e nel contesto internazionale

Sotto la presidenza di Fabrizio Cattaneo della Volta, il RYCC Savoia custodisce la propria memoria storica senza smettere di guardare al futuro. Il club continua a essere il centro nevralgico della vita nobiliare, culturale e sportiva di Napoli, confermando la sua vocazione internazionale anche attraverso collaborazioni di altissimo profilo, come quella che lo ha visto nominato Host Venue Yacht Club Partner del Defender Emirates Team New Zealand nell’ambito delle attività legate all’America’s Cup.

Ad affiancare Maria Ida Avallone, nella sua disamina e nella narrazione storica del Falerno, Gaetano Cataldo, nostro autore su 20Italie, quasi ad intrecciare i due elementi fluidi con un nodo piano, tra i più semplici modi marinareschi per effettuare una giuntura.

Grazie alla sua esperienza di navigante e sommelier, Gaetano Cataldo incarna da sempre lo straordinario e inscindibile legame tra il vino e il mare, avendo condotto da anni una straordinaria doppia esistenza professionale che unisce la fluttuante avventura della navigazione oceanica all’arte sinestetica della degustazione. Da ex ufficiale di navigazione su navi di stazza pari o superiore a 500 tonnellate di stazza lorda ed in possesso dell’abilitazione al comando per le navi da diporto, nel suo bagaglio non sono mai mancati due strumenti fondamentali: il sestante e il cavatappi. Questa incredibile traiettoria di vita lo ha portato a compiere ben 13 giri del mondo, accumulando un bagaglio di esperienze umane, marittime ed enogastronomiche unico nel suo genere.

Proprio per un navigante come lui, non ci poteva essere luogo più emblematico che la prestigiosa sede di uno dei circoli nautici più antichi, tantopiù che, sembra passato appena qualche anno, da quando raccontò sul n.3 di Vitae, l’appena nata rivista dell’Associazione Italiana Sommelier, la sua esistenza tra calici e scali marittimi ai quattro angoli del globo, ben prima che termini come under water wine o cantinamento subacqueo venissero coniati.

È stato soltanto grazie alla disponibilità del presidente Cattaneo e all’intuizione del socio fondatore Mariano Barbi e di Maria Ida Avallone è stato possibile immaginare tale evento, in un contesto davvero esclusivo e dinanzi a un pubblico d’eccellenza: i soci storici del Real Circolo Canottieri di Savoia; infatti la serata è stata fortemente voluta da Maria Ida Avallone, la quale ha voluto dedicare il meglio della produzione di Villa Matilde Avallone per un evento così importante: lo Spumante Metodo Classico Brut Mata, il Falerno del Massico Bianco Doc, il Falerno del Massico Rosso Doc e la Falanghina di Roccamonfina Passito Igt Eleusi.

Vini di territorio e di grande rigore enologico che hanno fatto da sfondo essenziale a un arco narrativo che ha visto Maria Ida Avallone affrontare una disamina storico-culturale incentrata sull’importanza delle anfore nell’antichità, la cui produzione è stata ripresa dalla storica cantina di Cellole, e dall’erudito racconto sul Falerno, il più leggendario tra i vini dell’Antica Roma. Gaetano Cataldo, oggi giornalista enogastronomico, premiato come miglior sommelier dell’anno al Merano Wine Festival, dopo il successo di Mosaico per Procida, ha portato all’attenzione del pubblico l’estratto di uno dei suoi articoli più fortunati su Mediterranea Online, poi ripubblicato nel 2014 sulla rivista Vitae n.3 dell’Associazione Italiana Sommelier, consacrandolo definitivamente come penna enogastronomica.

Il racconto del vino e del mare è stato condotto da Gaetano Cataldo, attraveverso il ricordo di Siduri e dell’epopea di Gilgamesh di Uruk, la navigazione fluviale e quindi la navigazione marittima, sono stati l’incipit per affrontare un lungo viaggio a partire dai 3 centri millenari di domesticazione della vite, di come quest’ultima abbia dato il via e  condizionato la civiltà, mettendo l’uomo nelle condizioni di industriarsi per il trasporto via mare, grazie all’invenzione dell’architettura navale, la creazione delle anfore, le strategie di maneggio e stivaggio del carico.

Grazie al raccordo fondamentale di Maria Ida Avallone e dei territori storici che hanno dato vita al Falerno, dopo aver affrontato il tema del pinace, ergo la bussola pelasgica, e dei Popoli del Mare, Gaetano Cataldo ha dibattuto sulla nascita della viticoltura in Enotria, l’antica Ischia, i Campi Flegrei e persino nell’area di Longola, oggi parco archeologico fluviale in quel di Striano, fino ad addentrarsi tra i fiumi Garigliano, Volturno e Cavone, un tempo navigabili e vie d’acqua indispensabili per il porto di Sinuessa, città oggi coincidente al distretto di Mondragone e parte di Sessa Aurunca.

Scissa in due blocchi, la relazione ha ripreso dopo una pausa gastronomica di rilievo, proposta da Caupona, ristorante pompeiano sul format dell’Antica Roma, e dalle prelibatezze dolciarie del Gambrinus.

Il colto e attento pubblico, favorevolmente soddisfatto dalle pietanze e, soprattutto, dai vini opulenti della cantina casertana, ha ripreso dunque l’ascolto della disamina, portata avanti da Maria Ida Avallone sulle peculiarità pedoclimatiche e geomorfologiche di uno dei distretti vitivinicoli più antichi al mondo, mentre Gaetano Cataldo si è poi accinto alle conclusioni. La relazione sul vino e il mare è arrivata quindi agli ultimi giri di boa, parlando di epopea della vela e del liquoroso Marsala, oltre che della nascita del Madera, e quindi di globalizzazione del vino, di come il mare protegga il vino da sé stesso quando l’alta pressione atlantica viene fugata in Rioja dall’influenza mediterranea, fino agli effetti marittimi in vigna, il lungo respiro dell’Oceano Pacifico nelle aree vocate alla viticoltura in California e, infine, al cantinamento subacqueo e ai ritrovamenti dell’archeologia marina.

E così è stato dimostrato quanto il DNA della vite si sia mescolato a quello dei navigatori ancestrali, propagandosi lungo le sponde del Mare Nostrum. Erano presenti un centinaio tra i soci più illustri del Reale Yacht Club Canottieri Savoia e altri esimi ospiti, i quali hanno salutato l’eccellente fattura della serata, organizzata grazie alla precisione metodica di Mariano Barbi e di Maria Ida Avallone. Al termine della serata, il presidente Cattaneo ha voluto conferire a Gaetano Cataldo la medaglia commemorativa o “Challenge Coins”, un tipo di monete di scambio, di cui il Reale Yacht Club Canottieri Savoia vanta pezzi storici decisamente molto ambiti.

Roccaverano, il gusto autentico di una terra da scoprire

Ci sono territori che si comprendono davvero soltanto quando li si percorre, incontrando le persone che li abitano e assaggiando i prodotti che ne raccontano la storia. Roccaverano è uno di questi luoghi. Qui paesaggio, pastorizia e gastronomia sono legati da un filo comune, rappresentato da un formaggio che porta il nome del paese e che è una delle espressioni più autentiche dell’Alta Langa astigiana e dell’Alto Monferrato acquese.

La mia visita si è svolta nell’ambito del progetto “ASTI – ROCCAVERANO – Born Sustainable”, dedicato alla valorizzazione della Barbera d’Asti e del Roccaverano DOP. Un itinerario che mi ha portato nel centro storico di Roccaverano e successivamente tra aziende agricole e realtà che hanno fatto della valorizzazione del territorio la propria quotidianità.

Il paese, arroccato sulle colline, è il punto di partenza ideale per comprendere questo formaggio. Basta guardarsi intorno per capire quanto il paesaggio sia ancora profondamente legato all’agricoltura e all’allevamento.

Il Roccaverano DOP è un formaggio a pasta morbida, prodotto artigianalmente con latte crudo intero di capra delle razze Roccaverano e Camosciata Alpina e dei loro incroci. Il latte deve provenire esclusivamente dall’area di produzione e da mungiture consecutive effettuate nell’arco di 24-48 ore.

La zona comprende 19 comuni tra le province di Asti e Alessandria, in un territorio collinare dove il rapporto tra ambiente, animali e lavoro dell’uomo è ancora molto concreto.

I numeri del 2024 raccontano una produzione significativa, ma ancora fortemente legata a una dimensione artigianale: 17 aziende produttrici, 554.000 litri di latte utilizzati e 468.000 forme vendute.

È però nell’assaggio che il Roccaverano rivela tutta la sua personalità. Il prodotto fresco, dal quarto al decimo giorno di maturazione, presenta una pasta bianca, morbida e cremosa, con profumi delicati e un gusto saporito, talvolta leggermente acidulo. Con l’affinamento, a partire dall’undicesimo giorno, la crosta sviluppa una naturale fioritura di muffe, la pasta diventa progressivamente più compatta e il carattere gustativo si fa più deciso, fino a raggiungere note piccanti.

Una trasformazione che trovo particolarmente affascinante: lo stesso formaggio cambia volto con il trascorrere del tempo, dimostrando quanto l’affinamento possa diventare parte integrante della sua identità.

A Olmo Gentile, la visita all’Azienda Agricola Traversa Wilma, accompagnata dal pranzo, mi ha permesso di entrare ancora più direttamente nella realtà produttiva. Qui il Roccaverano non è soltanto un prodotto da degustare, ma il risultato di un lavoro quotidiano fatto di animali, territorio, stagioni e attenzione.

L’ultima tappa, all’Agriturismo Cascina Adorno di Ponti, ha invece mostrato un volto più creativo del prodotto: il gelato preparato con latte di capra e Nocciola Gentile del Piemonte. Un abbinamento curioso e riuscito, capace di dimostrare come la tradizione possa dialogare con nuove interpretazioni senza perdere la propria identità.

Il Roccaverano, alla fine, è molto più di un formaggio. È una fotografia di questo territorio: delle sue colline, delle sue aziende agricole e delle persone che continuano a custodirne la cultura. Ed è forse questo il significato più autentico di “Born Sustainable”: non soltanto parlare di sostenibilità, ma incontrarla nella vita quotidiana di chi produce.

A Roccaverano ha il profumo del latte di capra, la cremosità di una forma giovane e il carattere deciso di una lunga affinatura.

Falstaff Sparkling Party celebra l’eleganza delle grandi bollicine a Napoli

Dalle cuvée in Magnum della storica Maison di Épernay al potenziale dell’Alta Langa DOCG, Falstaff Sparkling Party ha riunito al Chiostro di San Francesco al quartiere Vomero a Napoli oltre 300 ospiti, 40 cantine e più di 120 etichette. Una giornata che ha messo a confronto la tradizione francese e le ambizioni del Metodo Classico italiano.

La prima edizione napoletana dell’evento organizzato da Falstaff Italia è stata un successo. Una cornice suggestiva, con le arcate storiche affacciate sul golfo, ha ospitato oltre 300 partecipanti tra professionisti del settore, giornalisti e appassionati, insieme a più di 40 cantine e oltre 120 etichette. Un percorso che ha attraversato alcune delle principali espressioni della spumantistica italiana, dal Prosecco al Trento DOC, dall’Alta Langa alla Franciacorta, con una significativa incursione nella regione francese dello Champagne.

Il risultato è stato un confronto tra territori, metodi produttivi e sensibilità enologiche differenti, nel quale la dimensione conviviale non ha escluso l’approfondimento tecnico. A scandire il programma sono state tre masterclass, tutte esaurite, dedicate all’Alta Langa, a Champagne Boizel e a Ca’ del Bosco.

Alta Langa DOCG, la risposta italiana alle grandi bollicine

Il programma ha riservato spazio all’Alta Langa con la masterclass Il futuro del Metodo Classico italiano, guidata da Simon Staffler direttore di Falstaff Italia e Giovanni Minetti, presidente del Consorzio Alta Langa DOCG. Un appuntamento che ha riportato l’attenzione sul Piemonte e su una denominazione il cui carattere si fonda sulla vocazione delle colline, sulla raccolta delle uve e su tempi di elaborazione rigorosi.

L’Alta Langa DOCG comprende spumanti bianchi e rosati prodotti esclusivamente con il Metodo Classico, ossia attraverso la rifermentazione in bottiglia. Il disciplinare prevede che la base ampelografica sia costituita per il 90–100% da Pinot Nero e/o Chardonnay; per la quota restante possono concorrere altri vitigni non aromatici idonei alla coltivazione in Piemonte.

La zona di produzione interessa le province di Alessandria, Asti e Cuneo. I vigneti devono trovarsi in collina, a un’altitudine non inferiore a 250 metri sul livello del mare, in aree caratterizzate da condizioni adatte alla maturazione delle uve destinate alla spumantizzazione.

Un elemento distintivo è l’obbligo di indicare l’annata di raccolta delle uve. L’affinamento minimo previsto dal disciplinare è di 30 mesi sui lieviti per le tipologie spumante e spumante rosato e di 36 mesi per le versioni Riserva. Il tempo trascorso in bottiglia contribuisce allo sviluppo della complessità aromatica e della struttura, senza annullare il ruolo della freschezza, componente fondamentale dell’equilibrio di un grande spumante.

Tra le espressioni piemontesi del Metodo Classico, Marcalberto racconta una visione artigianale della spumantistica, costruita sulla valorizzazione del Pinot Nero e dello Chardonnay provenienti dai vigneti collinari delle Langhe. L’azienda di Santo Stefano Belbo adotta una filosofia produttiva attenta alla pressatura soffice e all’affinamento delle basi in legno, prima della rifermentazione in bottiglia e della lunga sosta sui lieviti. Una scelta che mira a preservare l’identità del frutto e a coniugare complessità e freschezza.

La gamma comprende diverse interpretazioni dell’Alta Langa DOCG, dal Millesimato al Blanc de Blancs, ottenuto da Chardonnay in purezza, fino al Nature, realizzato esclusivamente con Pinot Nero e senza solfiti aggiunti. Quest’ultimo, con un residuo zuccherino di 2,8 grammi per litro, si colloca nella categoria Brut Nature. Una pluralità di stili che dimostra come, all’interno della stessa denominazione, il Metodo Classico possa trovare espressioni differenti, mantenendo un saldo legame con il territorio e con il lavoro in cantina.

Le bottiglie e il valore del tempo

Tra le etichette segnalate da AIS Napoli nel resoconto della degustazione generale del Falstaff Sparkling Party figura la Riserva Pas Dosé Zero 140 di Enrico Serafino, espressione dell’Alta Langa che si distingue per un affinamento di 140 mesi sui lieviti, pari a undici anni e otto mesi.

Il dato rende immediatamente comprensibile quanto possa essere ampio l’orizzonte temporale del Metodo Classico. Un affinamento così lungo non rappresenta semplicemente un’attesa, ma un investimento produttivo che richiede selezione delle uve, gestione delle riserve, controllo delle condizioni di cantina e una visione precisa dell’evoluzione del vino.

Il confronto con Champagne Boizel diventa comunque particolarmente interessante proprio su questo terreno. Le due realtà appartengono a contesti differenti, con storie e disciplinari propri, ma condividono l’importanza attribuita alla rifermentazione in bottiglia e all’affinamento sui lieviti. È il territorio, insieme alle scelte di cantina, a determinare le differenze di stile che il degustatore è chiamato a riconoscere.

A catturare maggiormente la curiosità è stata la spettacolare bottiglia di Champagne Blanc de Blancs 2012 Brut Grand Cru Legras & Haas Magnum rappresenta un’interessante espressione della tradizione champenoise. Prodotto esclusivamente da uve Chardonnay, come suggerisce la dicitura Blanc de Blancs, proviene da vigneti classificati Grand Cru e si confronta con una delle sfide più affascinanti della spumantistica: preservare freschezza e tensione minerale, lasciando al tempo il compito di sviluppare complessità. L’annata 2012, particolarmente significativa per gli Champagne, aggiunge interesse a una bottiglia in formato Magnum, da 1,5 litri, il cui maggiore volume può favorire un’evoluzione più lenta rispetto al formato standard, a parità di condizioni di conservazione. Un vino che consente di approfondire il rapporto tra Chardonnay, maturità e capacità evolutiva, mettendo in luce una delle interpretazioni più raffinate del Metodo Classico francese.

Franciacorta e le altre anime della spumantistica

Anche i banchi d’assaggio hanno restituito un panorama articolato. Nel resoconto di AIS Napoli compaiono, tra le altre, le interpretazioni di Berlucchi, con la linea Vintage Nature, e Antica Fratta, con Essence Noir, accanto alla già citata Riserva Pas Dosé Zero 140 di Enrico Serafino. Etichette differenti per provenienza e impostazione produttiva, accomunate dall’attenzione alla qualità e al carattere del vino.

La varietà delle proposte ha mostrato quanto sia riduttivo parlare delle bollicine italiane come di un’unica categoria. Il Metodo Classico è una tecnica, ma il vino che ne deriva è il risultato di un insieme di fattori che cambiano da una denominazione all’altra e da un produttore all’altro.

Napoli, dove il vino incontra la cucina

Falstaff Sparkling Party non si è però esaurito nelle degustazioni. La proposta gastronomica ha accompagnato il percorso enologico con una selezione di specialità che ha dato spazio alla cultura alimentare campana.

Salvatore Salvo ha preparato al momento la Margherita nella versione “a portafoglio”, uno dei gesti più riconoscibili della tradizione popolare napoletana. Armatore ha portato i sapori del mare di Cetara, mentre Casa Iuorio ha proposto le conserve della linea Stappa & Mangia. A completare l’offerta, i panettoni milanesi Flamigni e i grissini artigianali de I Bibanesi.

Il dialogo fra vino e cucina ha aggiunto una dimensione concreta alla degustazione: le bollicine non soltanto come protagoniste dell’aperitivo o delle occasioni celebrative, ma come vini capaci di accompagnare un pasto e confrontarsi con consistenze, sapidità e intensità differenti.

Oltre il brindisi, una cultura del vino

La prima edizione napoletana di Falstaff Sparkling Party ha dimostrato come una manifestazione dedicata alle bollicine possa unire divulgazione, confronto professionale e convivialità. Il successo di pubblico e il tutto esaurito delle tre masterclass confermano l’interesse verso un settore nel quale la competenza tecnica si accompagna sempre più alla curiosità dei consumatori.

Champagne Boizel ha portato al centro della scena il valore di una storia familiare e di uno stile costruito nel tempo. L’Alta Langa ha mostrato, attraverso il proprio disciplinare e le sue interpretazioni più ambiziose, le possibilità di crescita del Metodo Classico italiano. La Franciacorta ha completato il quadro con una delle espressioni più riconoscibili della spumantistica nazionale.

In una città che ha fatto della tavola un linguaggio di identità e accoglienza, il vino ha trovato una cornice capace di valorizzarne tanto il piacere quanto la cultura. Perché una grande bottiglia contiene il luogo da cui proviene, il tempo che ha attraversato e le scelte di chi l’ha prodotta.

Louis Vuitton 38a America’s Cup ha annunciato Mulino Caputo some fornitore ufficiale dell’evento internazionale

Louis Vuitton 38a America’s Cup  ha annunciato che ha scelto Mulino Caputo, il produttore di farina napoletana più  riconosciuto a livello internazionale, con sede a San Giovanni a Teduccio (Napoli), come  Fornitore Ufficiale e Farina Ufficiale della Louis Vuitton 38a America’s Cup. Una conferenza stampa per annunciare la sponsorizzazione avrà luogo il 18 settembre alle ore 11:00 presso il Real Yacht Club Canottieri Savoia.

Questa partnership unisce due organizzazioni che nutrono un profondo rispetto per la tradizione, l’artigianalità e l’innovazione, ora che Napoli si prepara ad ospitare l’America’s Cup per la prima volta nei 175 anni di storia di questa competizione.

Fondata a Napoli nel 1924, la famiglia Caputo produce farina da oltre un secolo e oggi i suoi prodotti esclusivi sono utilizzati da pizzaioli, panettieri, pasticceri e nelle cucine professionali di tutto il mondo. Mantenendo uno stretto legame con il proprio patrimonio napoletano, Mulino Caputo è diventata sinonimo a livello internazionale dell’arte dell’autentica pizza napoletana.

Grazie a questa partnership, Mulino Caputo svolgerà un ruolo attivo durante tutto il programma della Louis Vuitton 38a America’s Cup a Napoli, portando i sapori, le tradizioni e l’ospitalità della città ospitante ai team, ai partner, agli ospiti e al pubblico internazionale che parteciperanno all’evento.

Marzio Perrelli, amministratore delegato di America’s Cup Partnership, ha accolto la partnership con queste parole: «Siamo lieti di dare il benvenuto a Mulino Caputo in qualità di Fornitore Ufficiale della Louis Vuitton 38a America’s Cup. Si tratta di una partnership davvero speciale poiché Caputo è profondamente legato a Napoli e alla sua cultura. Nel portare per la prima volta l’America’s Cup in questa straordinaria città, vogliamo che l’evento celebri non solo la vela di livello mondiale, ma anche il meglio di Napoli. Caputo ne è la perfetta rappresentazione».

Per Mulino Caputo, l’associazione con l’America’s Cup offre una piattaforma globale da cui mettere in mostra sia il patrimonio napoletano dell’azienda sia la straordinaria cultura culinaria della città.

Antimo Caputo, amministratore delegato di Mulino Caputo, ha aggiunto: «Per la nostra famiglia, vedere l’America’s Cup arrivare a Napoli è motivo di enorme orgoglio. Napoli è la nostra casa ed è stata al centro di tutto ciò che abbiamo fatto per oltre 100 anni. Diventare la Farina Ufficiale della Louis Vuitton 38a America’s Cup ci permette di dare il benvenuto al mondo nella nostra città attraverso una delle sue più grandi tradizioni: il cibo. L’America’s Cup rappresenta eccellenza, passione, innovazione e una ricerca incessante della perfezione, valori che noi di Mulino Caputo condividiamo profondamente. È davvero emozionante sostenere questo evento sportivo; in 175 anni di storia, siamo il primo mulino a diventare Fornitore Ufficiale.” Questa partnership crea inoltre un legame naturale tra due mondi molto diversi, uniti da una filosofia comune.

I team dell’America’s Cup perfezionano incessantemente le imbarcazioni, le vele e la tecnologia alla ricerca di miglioramenti marginali, mentre i mugnai di Caputo selezionano e miscelano con cura i cereali per produrre farine su misura che soddisfino le precise esigenze dei migliori pizzaioli e panettieri del mondo. Entrambi coniugano tradizione e tecnologia, esperienza e innovazione, artigianalità e prestazioni. Napoli sarà al centro del mondo della vela internazionale durante la Louis Vuitton 38a America’s Cup, che culminerà con l’America’s Cup Match a partire dal 10 luglio 2027. Prima di allora, la città ospiterà la Louis Vuitton Cup Challenger Selection Series e un programma di regate ed eventi che attireranno nel Golfo di Napoli team, tifosi e visitatori da tutto il mondo.

Con l’ingresso di Mulino Caputo nella Louis Vuitton 38a America’s Cup in qualità di Fornitore Ufficiale e Farina Ufficiale, uno dei prodotti più famosi di Napoli affiancherà uno dei trofei più storici dello sport internazionale.

Mulino Caputo

Fondato a Napoli nel 1924, Mulino Caputo è un mulino a conduzione familiare i cui prodotti vengono esportati in tutto il mondo. Guidata oggi dalla terza generazione della famiglia Caputo, l’azienda coniuga la tradizionale esperienza nella macinazione con moderne tecniche di produzione e un’attenta selezione delle materie prime. La farina Caputo è particolarmente rinomata nella comunità internazionale della pizza ed è strettamente associata all’autentica arte della pizza napoletana.

A Vico Equense il Museo dell’Arte Casearia del Caseificio De Gennaro

I Monti Lattari, la dorsale che attraversa la Penisola Sorrentina affacciandosi sia sul Golfo di Napoli che sulla Costiera Amalfitana, devono il loro nome alla storica presenza di pascoli di animali da latte, capre e mucche in particolare. La tradizione casearia nel territorio ha radici antichissime, testimoni ne sono alcuni tra i formaggi più noti della Campania e qui prodotti: il Fiordilatte e il Provolone del Monaco.

Abbiamo recentemente visitato il museo dell’arte casearia, all’interno dello storico Caseificio De Gennaro, situato tra le colline di Vico Equense, in località Pacognano. Ad accoglierci Mario De Gennaro e il figlio Fernando, che ci hanno accompagnato in una visita suggestiva non solo attraverso un luogo fisico e le sue vestigia, ma anche nelle tradizioni e nella storia di un territorio ad alta vocazione casearia.

I De Gennaro sono attivi come casari già dalla metà del XIX secolo, ma è a partire dal 1969, con Fernando, rimasto orfano a soli vent’anni, che l’attività di famiglia inizia a delinearsi come una moderna impresa. Ultimo di sette fratelli rileva infatti il caseificio e l’attività del padre.

Entriamo nei locali antichi del caseificio adibiti a museo. A terra le belle cementine d’epoca a forma esagonale. È il nipote di Fernando, che porta il nome del nonno secondo una delle tradizioni più radicate del territorio, a mostrarci alcuni degli strumenti da lavoro che venivano utilizzati in passato: la centrifuga manuale per la panna o quella per ottenere il burro dal residuo liquido della cagliata.

Nello stesso locale ci sono numerosi pezzi d’antiquariato raccolti e conservati già da nonno Fernando: tra  il registratore di cassa d’epoca e la bilancia a pesi, campeggia la foto con i sette fratelli e i genitori. Tra questi volti, Mario ci indica alcuni parenti ben radicati sul territorio con le loro attività storiche, come zio Giovanni, il fondatore del ristorante Mustafà alla Marina di Seiano.

“Il soprannome che contraddistingue la nostra famiglia”, ci racconta Mario, “è Chiavcon perché mio padre andava a consegnare i formaggi così come si trovava vestito dopo aver lavorato nel caseificio,  sporco e senza cambiarsi. Da allora, quando ci si riferisce alla nostra famiglia o a qualche membro, si parla dei Chiavcon, e tutti in paese sanno che siamo noi.”

Sorride Mario di questa usanza tipica del territorio, e seppure il soprannome affibbiato a suo padre non è esattamente lusinghiero, ha portato i suoi frutti perché uno dei prodotti più noti del caseificio De Gennaro si chiama proprio O’ chiavcon: un formaggio delicato a latte crudo e pasta morbida.

Nella prima sala del museo, alcune vetrinette contengono gli oggetti che scandivano la vita del caseificio: libri dei conti, bottoni di varia grandezza, a indicare quanti litri di latte il contadino aveva conferito al casaro, e stampi in legno per il burro. Sono a forma di pesce o di mucca per creare panetti originali: ancora negli anni Ottanta il burro infatti era considerato un regalo prezioso, secondo un retaggio derivato dell’ultima guerra, quando veniva racchiuso all’interno dei formaggi per nasconderlo ai tedeschi, che di grasso avevano enorme bisogno.

Da questo vecchio espediente è nato il burrino, formaggio a pasta filata con cuore di burro, che oggi, in casa De Gennaro, si è evoluto nel Caciolimone: una fiaschetta ripiena di burro aromatizzato al limone, nato in collaborazione con lo chef Peppe Guida.

Scendiamo nella vecchia cantina di affinamento ed entriamo nel cuore dell’antico caseificio e del suo prodotto più rinomato: il Provolone del Monaco. Ad accoglierci nel piccolo antro sotterraneo troviamo appeso il primo, prodotto dal caseificio alla nascita del Consorzio e all’entrata in vigore del disciplinare che ha reso il Provolone del Monaco un prodotto a marchio DOP, esattamente venti anni fa. Viene conservato come una reliquia.

Il Provolone del Monaco ha la classica forma a pera ed è caratterizzato da otto facce. E’ un formaggio a pasta filata a doppia cottura. Deve il suo nome al fatto che in passato i casari andavano a vendere i provoloni a Napoli, indossando una veste simile al saio di un monaco per ripararsi dal freddo. Da qui l’usanza di definire quel formaggio come il Provolone del Monaco.

Tra gli elementi caratterizzanti previsti dal disciplinare, oltre la stagionatura minima di sei mesi, è l’utilizzo di almeno il 20% di latte proveniente da mucche di razza agerolese. Il restante 80% del latte deve essere di origine vaccina, da animali allevati all’interno dell’areale di produzione. Chiediamo se esistono ancora così tante stalle nei dintorni e Mario risponde categorico: la materia prima c’è ed è di provenienza locale, anche se è sempre più difficile gestire stalle su un territorio impervio come quello della Penisola Sorrentina e dei Monti Lattari.

Il Consorzio oggi raggruppa una serie di allevatori e produttori all’interno dei tredici comuni riconosciuti dal disciplinare. Ogni Provolone del Monaco proveniente dal Consorzio deve essere marchiato su ciascuna delle facce e riportare il numero identificativo del produttore.

La grotta di affinamento è fresca e umida. Al soffitto, uno dei pali a cui si appendono ad invecchiare i provoloni, legati a coppie. Il piccolo tavolo ricoperto in marmo serviva invece alla lavorazione del burro, che doveva essere fatta a temperature basse e su un materiale freddo. Lasciamo gli spazi bui di questo piccolo caveau per ritornare alla luce del giorno e al caldo estenuante che ha caratterizzato l’estate.

Un caldo che rende la dimostrazione di filatura di Mario un vero e proprio atto eroico: il panetto di formaggio, ottenuto dopo la prima cottura, viene ricoperto di acqua bollente che lo rende malleabile e lavorabile a mani nude. E’ in questa fase che può assumere qualsiasi forma, dal classico caciocavallo fino alle piccole colombe, che nella Domenica delle Palme vengono appese ai rami di ulivo dei bambini per la benedizione di rito.

Terminiamo la nostra visita con una piccola degustazione che ci permette di assaggiare i principali formaggi prodotti, a partire da quelli più freschi come ricotta, fiordilatte, moscione, chiavcon, fino agli stagionati provolone affumicato e Provolone del Monaco.

CASEIFICIO FERNANDO DE GENNARO

Via Raffaele Bosco, 956

80069 Vico Equense (NA)

Il Maestro Ciro Poppella a Colazioni d’Autore il “dolce format” de Le Axidie di Vico Equense

Metti una domenica mattina d’estate, un pastry chef e una colazione lenta vista mare. Colazioni d’Autore è il format che ormai da sei anni anima il resort Le Axidie di Vico Equense (NA) ospitando alcuni tra i più rinomati maestri di pasticceria, che allestiscono un tavolo colazioni decisamente fuori dal comune. “Colazioni d’Autore coglie la necessità sempre più diffusa di un momento di convivialità subito dopo il risveglio del mattino”, racconta Serena Maggiulli, art director e founder dell’evento.

Serena Maggiulli e Ciro Poppella

Non più solo happy hour o cene, ma un vero e proprio momento di socialità mattutina, nato in prima battuta come proposta per gli ospiti della struttura ricettiva, ma ormai da tempo aperto anche al pubblico esterno, sempre più numeroso. La grande terrazza in pineta del resort si trasforma per una mattina in una sala colazioni dove protagonisti diventano i maestri pasticceri e la cultura dell’arte bianca.

Una tendenza intercettata in tempi non sospetti, che ci riporta a un precedente letterario, le Colazioni d’autore di Petunia Ollister uscito per l’editore Slow Food: una raccolta di scatti di prime colazioni tratte da romanzi celebri, “per iniziare bene la giornata e affrontarla con pacatezza, nutrendo mente e corpo.”(P. Ollister)

Ma se le colazioni d’autore della Ollister nascono dalla penna di scrittori celebri e rimangono sulla carta come scatti fotografici, le Colazioni d’autore delle Axidie sono veri e propri banchetti dove gli autori mettono la propria arte al servizio di chi sceglie un risveglio lento.

Il buffet delle torte

La formula è molto semplice: un menù dedicato a tutte le specialità del pastry chef ospite da cui ciò che viene scelto è servito in un’unica soluzione direttamente a tavola, mentre a buffet gli ospiti hanno a disposizione la ricca proposta salata del resident chef. A richiesta, inoltre, l’ampio ventaglio della caffetteria mattutina. Ci siamo concessi il nostro slow breakfast nella domenica dedicata a Ciro Poppella, il vulcanico pasticcere che dal quartiere Sanità ha conquistato Napoli e non solo col suo “Fiocco di Neve”.

“Sono nipote di un panettiere e figlio di un tarallaro,” si presenta Ciro, “ho cominciato a lavorare con papà a tredici anni e mi piaceva fare sempre una cosa diversa da lui, finché ho imparato a fare il pasticcere.” Una curiosità: Ciro Poppella al secolo è Ciro Scognamillo; Poppella invece è la crasi dei nomi Giuseppina e Raffaele, i nonni dello chef.

Le Colazioni d’Autore

Nel 2003 Ciro apre il suo primo locale: “A quei tempi la Sanità era un quartiere difficile,” ci racconta,“adesso invece tutti vogliono venire a investire in questo quartiere.” Oggi la pasticceria Poppella, oltre allo storico locale nella Sanità, conta altri due punti vendita a Napoli.

Il menù della Colazione d’autore include tutte le specialità di Poppella, oltre ai grandi classici della pasticceria napoletana e campana e alla viennoiserie.

Nella nostra scelta non possono mancare il Fiocco di Neve e le ultime due creazioni di Ciro: Annarella e L’impiccato. Il Fiocco di neve è una piccola brioche spolverata di zucchero a velo e ripiena di crema a base di latte, panna e ricotta di pecora. “Il Fiocco nasce dalla disperazione: non c’era molto lavoro e allora mi mettevo in laboratorio a nciuciare, diciamo a Napoli, a inventare un nuovo dolce. E’ nato cinque anni prima del suo boom.” Un boom legato sicuramente a un momento propizio, o “forse,” ama pensare Ciro, “perché ho donato quando non potevo…” Quale che sia la combinazione di fattori che hanno reso celebre il Fiocco di neve (il quarto dolce della tradizione napoletana, suggerisce Ciro), oggi per assaggiarlo nelle pasticcerie Poppella a Napoli si fa la fila.

La nostra scelta

Annarella è invece un cestino di pasta croissant, ripieno di crema pasticcera napoletana e guarnito da una rosa di lamponi: la nota acidula del frutto, equilibra la grassezza dell’involucro e la dolcezza della crema.  “E’ un dolce dedicato a mia moglie che mi ha sempre supportato nei momenti più difficili.”

L’ultima creazione di casa Poppella è invece L’impiccato, che Ciro dedica scherzosamente a sé stesso.  A forma di piccolo caciocavallo (l’impiccato, appunto, per via della strozzatura in cui viene tradizionalmente legato il formaggio), è una pasta choux che nasce salata con salsiccia, broccoli e salame ma che viene proposta in versione dolce per la Colazione d’autore con ripieno crema e amarena, una variazione del pasticciotto napoletano.

“Mi sento un napoletano che vuole creare qualcosa di diverso per Napoli”, conclude Ciro, “per continuare la grande pasticceria napoletana, senza però mai allontanarsi dai prodotti storici, che vengono sfornati quotidianamente nei nostri laboratori.”

LE AXIDIE

Via Marina d’Equa

80069 Vico Equense (NA)

PASTICCERIA POPPELLA

Via Arena alla Sanità 28/29

Napoli

Dalla bottega moda mare al ristorante Ohimà, la storia di due giovani imprenditori a Positano

C’è chi ci crede e chi parla, chi all’azione preferisce osservare e chi non si arrende mai. Luigi Collina proprio non resisteva nel ruolo di pasticciere nel locale di famiglia a Positano.

Il Bar Mulino Verde – oggi Collina Bakery – è la storia di un territorio e da lì il futuro chef ha mosso i primi passi nel settore della gastronomia che conta. Poi la svolta assieme alla sorella Francesca dopo vari corsi di perfezionamento in cucina. “Ho sempre aiutato mamma e papà nelle diverse attività commerciali della zona, fin da cassiere nella rivendita nel centro del paese” dichiara un emozionato Luigi. Il ruolo in sala non era proprio la sua principale attitudine e, così, passò presto dietro al bancone dove regna il silenzio e comanda la velocità della mano nelle preparazioni.

Luigi Collina e la sua brigata di Ohimà

Nel 2018 mamma Concetta cede il passo e il negozio di moda La Collinetta per consentire ai ragazzi di costruire invece il sogno Ohimà Restaurant. In un ambiente materico, dove ferro, legno e terracotta dialogano con discrezione, la cucina a vista diventa dichiarazione di intenti di trasparenza e verità, una scelta che vuole abbattere concretamente qualunque distanza tra gesto e risultato, dalla colazione, con una selezione di caffè speciali che va oltre il rituale classico, al pranzo più veloce e immediato, fino all’aperitivo, dove la mixology prende forma tra grandi classici e interpretazioni contemporanee. La cena poi diventa un momento intimo, gourmand e curato nei dettagli, tra tavoli all’aperto dall’allure da vecchia pellicola cinematografica, e spazi interni più avvolgenti, per circa 70 coperti complessivi.

La vista da Positano

L’aiuto indispensabile in sala della moglie Giulia Melania Ruocco, anche lei con un trascorso completamente diverso dalla ristorazione, rappresenta quel punto di unione che fa la forza di un ristorante in grado di resistere alla pandemia, alle attuali condizioni geopolitiche e mutamenti delle preferenze turistiche e alla lontananza dalla spiaggia, dove tutto sembra apparentemente più semplice per la presenza del mare. “Ho dovuto puntare quindi su elementi di qualità e ricette impreziosite da una visione chiara e raffinata, nel rispetto delle materie prime. Amo troppo questo mestiere per non farlo con serietà” prosegue Luigi.

Elena Sannino e Luciano Cimmino

Da Ohimà la ricerca della materia prima è un gesto quotidiano, artigianale che passa da collaborazioni con piccole realtà del territorio valorizzate nei suoi piatti. Infine una già valida drink list che richiede ancora qualche piccolo tocco di precisione, soprattutto nella rivisitazione dei grandi classici come il White Negroni, a base di Gin, Luxardo Bitter e Vermouth dry, e creazioni dedicate alla Costiera cura dei bartender Elena Sannino e Luciano Cimmino.

Gli amuse-bouche

Buona l’interpretazione degli entrée iniziali costituiti dal tipico aperitivo della Costiera con una bruschettina con limone, burro e alici e la pizzetta fritta con acciughe, olive e capperi, accompagnati poi dal trittico di antipasti della tradizione campana come la polpettina al ragù, il fiore di zucca ed il fiordilatte alla piastra avvolto nella foglia di limone. Ed è qui l’essenza stessa del lavoro di una brigata di cucina, dove a far spalla ai Collina si è aggiunto sin dagli esordi il valido sous chef Gianluigi Esposito.

Trilogia di antipasti della tradizione

Una suddivisione in partite differenti come si osserva solo nei gourmet di qualità, con Francesco agli starter, Simone a capo dei primi, Roel dei secondi e Hamed delle pietanze fredde. Squadra che vince non si cambia, in particolare nell’idea pazzescamente concreta dell’abbinare al gambero viola una brunoise di pesca tabacchiera e mandorle in 3 consistenze: latte, sgusciate, pestate. La genesi di una ricetta ormai abusata in tante carte, qui valorizzata dal giusto estro degli attori in gioco.

Gambero viola, mandorle e pesca

Il riso carnaroli “Riserva San Massimo” al limone, Provolone del Monaco e ricciola scottata diventa così una sintesi quasi narrativa di Positano, un paesaggio nel piatto che tiene insieme mare e terra in un equilibrio calibrato. In primavera viene servito con asparagi freschi mentre in estate cambia la stagionalità ed ecco l’arrivo delle zucchine a dare quella nota vegetale che bilancia il composto.

Il risotto

Finale su cernia alla pizzaiola marinata, quindi cotta a bassa temperatura e infine ripassata con il suo fondo alla pizzaiola, creato con origano fresco dell’orto, aglio orsino e aglio nero.

La cernia

Perfetta l’esecuzione del dessert La mia Delizia grazie ai ricordi d’infanzia di Luigi e delle sue origini nel laboratorio di casa. Base di cake bagnata agli agrumi, omaggio diretto ai limoni della zona, veri protagonisti del territorio, e alleggerita nella struttura. A completare, una chantilly al limoncello e scorze di limone candite, per un finale che resta fedele all’identità del dolce, ma con un equilibrio più contemporaneo.

Ottima selezione vini seguita scrupolosamente da Giulia ed un servizio impeccabile rivelano una nuova stella nel firmamento della cucina di Positano.

Ohimà Restaurant

Via Cristoforo Colombo, 17

84017 Positano (SA) +39 089 811691

Il Cilento conquista l’Ambasciatore del Messico: tra grandi vini, cucina d’autore e patrimonio mediterraneo

Dal vino alla cucina d’autore, dall’archeologia al mare: il viaggio di Sua Eccellenza Genaro Fausto Lozano Valencia tra le specialità di un territorio che si candida a protagonista del Mediterraneo contemporaneo.

Ci sono luoghi che non si limitano a essere visitati, ma chiedono di essere compresi. Terre che si rivelano con discrezione, concedendo la propria anima soltanto a chi sappia rallentare il passo e ascoltarne il respiro più autentico. Il Cilento appartiene a questa rara geografia dello spirito: epicentro del sapere magnogreco, scrigno di biodiversità e custode di una civiltà mediterranea che continua a esprimersi attraverso il paesaggio, il vino, la cucina e l’ospitalità.

È proprio in questo scenario che si è svolta la visita di Sua Eccellenza Genaro Fausto Lozano Valencia, Ambasciatore del Messico in Italia, protagonista di un itinerario che ha travalicato il significato della semplice visita istituzionale per trasformarsi in un autentico viaggio culturale e sensoriale. Accademico, politologo e diplomatico di riconosciuto prestigio internazionale, Lozano Valencia ha scelto il Cilento per un pellegrinaggio laico nel cuore della civiltà mediterranea, nel segno di quei 152 anni di relazioni diplomatiche che legano Italia e Messico e che oggi trovano nuova linfa attraverso la cultura del gusto.

A ideare e coordinare il Grand Tour è stato Gaetano Cataldo, giornalista enogastronomico, divulgatore del vino e fondatore dell’associazione Identità Mediterranea, da anni impegnato nella promozione delle eccellenze agroalimentari del Mezzogiorno e nella costruzione di relazioni culturali internazionali attraverso il linguaggio universale del gusto. È stata proprio la sua visione a riunire produttori, ristoratori, artigiani e istituzioni in un percorso capace di raccontare il Cilento nella sua dimensione più autentica.

La visita, fortemente voluta dallo stesso Ambasciatore, assume anche un valore simbolico nel solco dei 152 anni di relazioni diplomatiche tra Italia e Messico, trasformando il patrimonio enogastronomico in uno strumento di dialogo tra due culture accomunate da profonde tradizioni agricole e gastronomiche.

Il viaggio è iniziato a Salerno con una sosta al Giagiù di Ciro Pecoraro, nell’ex Sala Varese, dove l’Ambasciatore ha apprezzato una raffinata interpretazione della pizza napoletana in doppia cottura e una caprese con mozzarella di bufala campana, alimento per il quale ha confessato una particolare predilezione.

Da qui il percorso si è spostato nel cuore del Cilento vitivinicolo, dove il vino è diventato il filo conduttore di un racconto fatto di paesaggi, persone e identità.

Alla cantina Paola De Conciliis, la degustazione si è trasformata in un vero viaggio nella cultura del territorio. Da oltre trent’anni l’azienda rappresenta uno dei punti di riferimento dell’enologia campana, contribuendo in maniera determinante alla valorizzazione dei vitigni autoctoni e alla definizione di una moderna identità del vino cilentano. Paola De Conciliis ha accompagnato personalmente l’Ambasciatore attraverso una degustazione che è stata anche una lezione di territorio, illustrando una filosofia produttiva fondata sul rispetto della biodiversità, sulla sostenibilità e sulla capacità di interpretare con autenticità il terroir cilentano.

Nei calici il Selim, Spumante Brut da metodo Charmat, composto al 10% da uve Fiano e poi da Aglianico vinificato in bianco, il Fiano Donnaluna Cilento Doc e quindi Il Fiano Antece Igt Cilento, vinificato in anfore di terracotta; a seguire il vitigno Aglianicone con il Misterioso Rosato e il Misterioso Rosso (entrambi IGP Paestum) e infine l’Aglianico Naima Doc Cilento. Ciascuno espressione profonda di una diversa sfumatura del Cilento. Tra tutti, è stato proprio il Donnaluna a conquistare definitivamente il gusto dell’illustre ospite, distinguendosi per eleganza, equilibrio e straordinaria personalità.

Nel borgo medievale di Giungano, l’Ambasciatore è stato accolto da Pietro Manganelli nella storica pizzeria La Panoramica, custode dell’antica pizza cilentana. Tra i forni accesi e la veracità della cucina rurale, è andato in scena un autentico omaggio alla gastronomia del territorio.

La serata, coordinata da Gaetano Cataldo con Christian Cutino e Giovanni Molinari (Campania da Vivere), ha riunito illustri ospiti, tra cui l’onorevole Alfonso Pecoraro Scanio e il giornalista e assaggiatore di salumi Marco Contursi, che ha omaggiato i presenti con vini della sua cantina personale tra cui un apprezzato Nerello Mascalese.

Il Cilento si è raccontato in tavola attraverso un percorso di eccellenze: Pizza cilentana al metro con pomodoro cotto e cacioricotta di capra, Fiori di zucca ripieni e ciambotta tradizionali, Patate fresche fritte e caponata di verdure, Parmigiana di melanzane e polpette al sugo, Pezzente alla brace e selezione di formaggi caprini

Tra i momenti più significativi dell’intero Grand Tour si colloca la visita a San Salvatore 1988, realtà fondata da Peppino Pagano e oggi considerata una delle aziende simbolo dell’enologia del Mezzogiorno. Più che una cantina, San Salvatore è un modello di agricoltura contemporanea nel quale vigneti, allevamento bufalino, sostenibilità ambientale e innovazione convivono armoniosamente. Guidando l’Ambasciatore tra la bottaia, i filari e gli impianti alimentati da biogas e pannelli fotovoltaici, Pagano ha illustrato una filosofia imprenditoriale nella quale il rispetto della natura rappresenta il principio ispiratore di ogni scelta produttiva.

Una visione che trova la propria sintesi nell’antico ideale greco della kalokagathìa (kalokagathía), termine che unisce kalós (bello) e agathós (buono), esprimendo l’aspirazione all’armonia tra etica, bellezza e virtù. Un concetto che Pagano sente profondamente affine alla propria idea di impresa agricola: produrre qualità significa prima di tutto coltivare il bene, custodire il paesaggio, rispettare gli animali e lasciare alle future generazioni un territorio migliore di quello ricevuto.

Particolarmente emozionante è stato l’incontro con le giovani bufale, allevate secondo rigorosi criteri di benessere animale, che Sua Eccellenza ha voluto accarezzare e osservare da vicino, rinnovando l’entusiasmo già manifestato per la mozzarella di bufala campana. La degustazione dei rosati Gioì (Spumante Brut Rosé Metodo Classico) e Vetere 2024 IGP Paestum Rosato, entrambi da Aglianico, ha confermato l’eleganza stilistica della produzione aziendale, con il Vetere che ha raccolto il maggiore apprezzamento dell’Ambasciatore. A impreziosire ulteriormente il racconto è stato il legame tra Peppino Pagano e Gillo Dorfles, le cui opere impreziosiscono le etichette aziendali, suggellando il dialogo tra arte contemporanea e cultura del vino che caratterizza l’identità di San Salvatore 1988.

La cucina ha rappresentato un ulteriore strumento di dialogo interculturale

Lo chef Alessandro Feo ha proposto una cucina contemporanea capace di unire Mediterraneo e Oriente, con piatti come i buñuelos al pomodoro e il celebre “Risotto tra Osaka e Casal Velino”, nel quale la colatura di alici di menaica incontra l’alga kombu in un equilibrio di grande eleganza, rendendo omaggio tanto alle radici messicane dell’ospite quanto alla creatività della cucina italiana.

Più legata alla tradizione marinara è stata invece la proposta di Pasquale Tarallo, al ristorante Paisà, con gamberi rossi alla griglia, tortino di patate e alici e gli immancabili paccheri al ragù di tonno con cacioricotta, autentica espressione della gastronomia cilentana.

Il racconto delle eccellenze territoriali è proseguito al Caseificio Barlotti, dove Raffaele Barlotti ha illustrato la qualità delle produzioni bufaline e il valore della filiera corta, mentre presso Acqua Pazza, Gennaro Castiello ha accompagnato l’Ambasciatore alla scoperta dell’antico e paziente processo produttivo della colatura di alici di menaica, autentico patrimonio gastronomico del Cilento, capace di trasformare un sapere secolare in uno dei condimenti più preziosi della cucina mediterranea.

Accanto al gusto, spazio anche alla storia

La visita al Parco Archeologico di Paestum ha restituito all’ospite tutta la forza evocativa della Magna Grecia, ricordando come il Cilento sia non soltanto terra di eccellenze gastronomiche, ma anche una delle culle della civiltà mediterranea.

Il Grand Tour si è concluso dal mare con una navigazione da Baia Trentova a Punta Licosa guidata da Giorgio Vergona, skipper e produttore vitivinicolo, offrendo una prospettiva privilegiata su una delle coste più affascinanti d’Italia. Tra acque cristalline, promontori e macchia mediterranea, il paesaggio ha completato un’esperienza che ha saputo raccontare il territorio attraverso tutti i sensi.

Questo intenso fine settimana non rappresenta soltanto il racconto di una visita diplomatica, ma diviene metafora di un territorio che attraverso il vino, la cucina, l’agricoltura, il patrimonio archeologico e il paesaggio continua a costruire relazioni internazionali fondate sulla cultura e sulla bellezza.

Vinammare 2026, il festival dei vini della costa

Ad Acciaroli nasce un nuovo racconto del Mediterraneo del vino tra territorio, cultura e visione.

Nelle terre in cui il mito mediterraneo continua a dialogare con la salsedine e con la memoria dei luoghi, il porto di Acciaroli si è trasformato nel teatro di una manifestazione destinata ad aprire una nuova riflessione sul rapporto tra vite, mare e identità territoriale. Vinammare 2026 non si è configurato come una semplice rassegna di etichette, bensì come un autentico festival des vins de côte, un progetto culturale e territoriale che ambisce a ridefinire il racconto enologico delle terre affacciate sul Mediterraneo.

Fortemente sostenuta dall’amministrazione comunale di Pollica guidata dal sindaco Stefano Pisani, questa edizione zero ha assunto il valore di un vero e proprio manifesto programmatico: un primo passo, certamente perfettibile, ma già capace di delineare una visione chiara per il futuro dell’enoturismo cilentano.

Una Sinfonia di Territori e Sensazioni

L’atmosfera che ha avvolto il molo dominato dalla storica torre costiera è stata quella di un’eleganza informale, vibrante e partecipata. Un percorso degustativo ha accompagnato gli avventori lungo le coste del Mediterraneo, attraversando idealmente il sole e la mineralità della Sicilia, la raffinata sapidità della Toscana, la freschezza adriatica delle Marche e l’identità profonda del Cilento, con incursioni francesi a confermare il respiro internazionale della manifestazione. Un vero voyage sensoriel nel quale il vino si è fatto linguaggio comune e strumento di dialogo tra territori differenti ma accomunati dalla medesima vocazione marittima.

Parte del successo dell’evento è certamente riconducibile alla professionalità e alla disponibilità dello staff organizzativo, che ha garantito fluidità e accoglienza durante tutte le fasi della manifestazione. Sullo sfondo, i DJ set hanno costruito una raffinata soundscape experience, accompagnando gli assaggi con discrezione e armonizzandosi con il ritmo naturale del mare. A completare l’esperienza, gli stand gastronomici hanno celebrato la cucina cilentana, autentico chef-d’œuvre della Dieta Mediterranea.

Il Rigore Tecnico dell’Edizione Zero

Pur con le inevitabili imperfezioni di un debutto, Vinammare ha rivelato fin da subito una solida impostazione culturale. Protagoniste sono state le masterclass, occasioni di approfondimento sul “vino di costa”. «Composizioni», guidata da Alfredo Capasso, ha introdotto i partecipanti all’arte dell’assemblage, culminando nella creazione di cuvée abbinate ai formaggi locali. Con «Latitudini», il sindaco Stefano Pisani ha raccontato l’identità vitivinicola di Pollica attraverso il progetto Serre di Molino a Vento e l’esperienza «Underwater», dedicata all’affinamento subacqueo.

Questi incontri hanno arricchito il dibattito sulla viticoltura mediterranea, evidenziando il mare come elemento identitario capace di influenzare paesaggio, cultura e stile produttivo.

L’Origine e l’Emozione: Peppino Pagano si racconta

Uno dei momenti più intensi dell’intera manifestazione si è consumato durante la masterclass Origine, nel corso della quale Peppino Pagano, fondatore di San Salvatore, si è raccontato in dialogo con Vincenzo Pagano.

L’incontro ha rapidamente superato i confini della narrazione aziendale per assumere il tono di una riflessione profonda sul senso dell’appartenenza e sul valore del ritorno alle radici. Con evidente partecipazione emotiva, Pagano ha ripercorso il cammino che lo ha condotto dall’ospitalità di alto livello alla viticoltura, spiegando come il vino rappresenti il più potente ambasciatore di un territorio, capace di raggiungere ogni angolo del mondo portando con sé la storia, il paesaggio e l’anima del Cilento: “un vino buono viene solo nei posti belli e lo producono le belle persone”!

Particolarmente suggestivo il passaggio dedicato alle bufale, presenza iconica dell’universo San Salvatore. Non semplici elementi distintivi dell’immagine aziendale, ma autentiche protagoniste di un progetto agricolo che, fin dalle origini, ha sostenuto economicamente lo sviluppo dei vigneti e contribuito al mantenimento della fertilità dei terreni attraverso un modello virtuoso di integrazione tra allevamento e agricoltura. Particolarmente toccante è stata la rievocazione del legame con le proprie bufale. Questi nobili animali, la cui effigie domina con fiero éclat le etichette aziendali, furono le “mecenati” silenziose dei vigneti, finanziandone l’impianto e rigenerando l’humus della terra.

Non meno significativo il ricordo di Gillo Dorfles, il grande intellettuale e critico d’arte che ha lasciato un’impronta indelebile nell’identità visiva delle etichette San Salvatore, trasformando ogni bottiglia in un oggetto capace di coniugare estetica, pensiero e memoria.

Il Trionfo del Pian di Stio: Un Campione di Razza

Durante la chiacchierata, il protagonista nel bicchiere è stato il Pian di Stio 2022, degustato per l’occasione nel prestigioso formato Magnum. Questo Fiano in purezza, proveniente dalle vigne d’altura di Stio adagiate oltre i cinquecento metri tra boschi e correnti montane, ha mostrato una straordinaria capacità espressiva. Il profilo aromatico, caratterizzato da richiami di finocchio selvatico, menta e macchia mediterranea, si è sviluppato con progressione e profondità, sostenuto da una trama gustativa di grande equilibrio.

Il formato Magnum ha ulteriormente valorizzato l’evoluzione del vino, esaltandone precisione, armonia e potenziale di affinamento. Una dimostrazione concreta di come il grande bianco cilentano possa ambire a un affinage capace di sfidare il tempo con autorevolezza e grazia, raggiungendo livelli di complessità degni delle più importanti espressioni del panorama nazionale.

La Promessa: Verso il “Lazzaruolo”

Nel finale della manifestazione è emerso uno degli spunti più affascinanti per il futuro. Il sindaco Stefano Pisani, con la sua nota ed esigente lungimiranza, ha “strappato” a Peppino Pagano una promessa: progettare la realizzazione di un vino che sia l’ode definitiva ad Acciaroli. Il progetto, accolto con interesse, potrebbe dar vita a una nuova etichetta la cui etimologia araba (pianta selvatica) o greca (rifugio senza tempesta), lascia sospeso il luogo tra la linfa dei campi e la quiete del mare. Se realizzato, rappresenterebbe un forte simbolo di legame tra territorio, storia e visione contemporanea.

Uno Sguardo al Futuro

Se questa edizione zero ha rappresentato il seme, il terreno sul quale è stato affidato appare straordinariamente fertile. Vinammare ha dimostrato di possedere una forte identità narrativa, una visione territoriale riconoscibile e una capacità di coinvolgimento che meritano attenzione e continuità.

Al tempo stesso, proprio la natura pionieristica dell’iniziativa invita a una riflessione approfondita. Le intuizioni emerse, i punti di forza consolidati e le inevitabili criticità organizzative costituiscono oggi un patrimonio prezioso sul quale lavorare con lucidità e ambizione.

Molto resta da analizzare e da ripensare affinché l’edizione del prossimo anno possa compiere un deciso salto di qualità. Sarà necessario affinare il format, ampliare ulteriormente il respiro internazionale, rafforzare la proposta culturale e valorizzare ogni dettaglio della customer experience, trasformando un promettente debutto in un appuntamento di riferimento nel calendario enologico mediterraneo. La sfida è affascinante e il potenziale è evidente. Perché Vinammare non è soltanto un evento: è un’idea, una visione, un racconto ancora in divenire.

E proprio per questo, l’edizione Giugno 2027 dovrà avere il coraggio di essere non solo più grande, ma più incisiva, più autorevole, più sorprendente. In una parola, sbalorditiva.

Orvieto DOC: le mille sfaccettature di una delle Denominazioni più storiche d’Italia

Orvieto è un luogo capace di raccontare secoli di storia, attraversando epoche e protagonisti che ne hanno segnato il destino, dai Papi ai Re. Arroccata su una suggestiva rupe di tufo, la città umbra incanta con i suoi vicoli, dove il tempo sembra essersi fermato, e con il maestoso Duomo, autentico capolavoro del gotico italiano.

La sua facciata riccamente decorata rappresenta uno degli elementi architettonici più iconici, mentre all’interno si trovano cicli di affreschi di Luca Signorelli e del Beato Angelico, tra i più alti esempi della pittura rinascimentale. Proprio durante il press tour abbiamo avuto modo di visitarlo da vicino, apprezzandone non solo la bellezza artistica, ma anche il forte legame con la città.

In questo contesto unico, il vino non è soltanto un prodotto agricolo, ma parte integrante della cultura e della storia del territorio. L’Orvieto DOC, una delle denominazioni più antiche e rappresentative d’Italia, affonda le proprie radici in una tradizione secolare, capace di adattarsi nel tempo senza perdere il proprio carattere distintivo.

Proprio il vino di Orvieto è stato al centro dell’evento “Orvieto DOC, pluralità di anime”, svoltosi il 24 e 25 maggio 2026 nella sala expo del Palazzo del Capitano del Popolo. Due giornate di confronto e approfondimento che hanno riunito giornalisti, tecnici, produttori e operatori del settore, con l’obiettivo di raccontare il passato, descrivere il presente e delineare le prospettive future della denominazione.

L’iniziativa si è aperta la sera del 24 maggio con una cena di benvenuto presso il Malandrino Bistrot, durante la quale gli ospiti hanno potuto scoprire i piatti della tradizione locale accompagnati da una prima selezione di vini.

Un’introduzione che ha trovato il suo pieno compimento il giorno successivo, durante la masterclass del 25 maggio, dedicata all’identità territoriale, al ruolo della ricerca scientifica e alle nuove opportunità di mercato.

La giornata di studio si è aperta con il saluto istituzionale della Sindaca di Orvieto, Roberta Tardani, seguito dagli interventi di Vincenzo Cenci, Presidente del Consorzio Vini di Orvieto, e di Riccardo Cotarella, Presidente della Commissione Tecnica, che ha guidato la degustazione. Insieme a loro sono intervenuti Paolo Nardo, Pier Paolo Chiasso e Massimiliano Pasquini, componenti della Commissione Tecnica.

Nel suo intervento introduttivo, Vincenzo Cenci ha ripercorso il ruolo del Consorzio, che oggi rappresenta oltre trenta cantine del territorio e l’intera filiera produttiva. La sua missione è quella di tutelare, custodire e valorizzare un patrimonio collettivo fatto di paesaggio, cultura agricola, competenze tecniche e identità territoriale, attraverso la promozione della qualità, il sostegno alla ricerca e il rafforzamento della riconoscibilità della denominazione.

Istituita nel 1971, la DOC Orvieto è tra le prime denominazioni italiane

La masterclass ha offerto una lettura contemporanea della denominazione attraverso la degustazione di quattro vini, espressione di altrettante anime distintive.  I vini sono stati degustati in forma anonima con etichette coperte, per mettere al centro non il singolo produttore, ma il territorio, il disciplinare e l’identità collettiva che la Doc Orvieto rappresenta.

Il primo vino, Orvieto Doc Low Alcohol, ha rappresentato l’evoluzione più recente del disciplinare, ufficialmente riconosciuto nel 2025, con una gradazione minima di 10 gradi. Questo aggiornamento amplia il potenziale espressivo della denominazione e apre nuove opportunità interpretative per i produttori. Non si tratta semplicemente di un adeguamento alle tendenze di mercato, ma del risultato di un lavoro scientifico sviluppato dal comitato tecnico del Consorzio, presieduto da Riccardo Cotarella, in collaborazione con l’Università della Tuscia.

Il secondo vino ha ripercorso una tappa fondamentale della storia recente: l’introduzione, negli anni Novanta, della tipologia Orvieto Doc Classico Superiore. Questa scelta ha contribuito a elevare il profilo qualitativo della DOC, valorizzandone struttura ed eleganza. Prodotto nella sottozona storica, il Classico nasce principalmente da Grechetto e Procanico (clone locale del Trebbiano Toscano), dando origine a vini equilibrati, freschi e versatili, con una buona capacità evolutiva e apprezzati sia in Italia sia all’estero.

Il terzo vino, Orvieto Doc Old Vintage, ha offerto un viaggio nel tempo, mettendo in luce la straordinaria capacità evolutiva dell’Orvieto, in grado di mantenere equilibrio, complessità e riconoscibilità anche con l’affinamento.

Il quarto vino, Orvieto Doc Muffa Nobile, è stato dedicato appunto alla Muffa Nobile (Botrytis cinerea), introdotta nel disciplinare nel 2011. Si tratta di un elemento distintivo di assoluta unicità nel panorama italiano: l’Orvieto è infatti l’unica DOC a prevedere esplicitamente questa tipologia, dando vita a vini complessi, eleganti e di grande profondità aromatica.

A definire l’identità dell’Orvieto DOC contribuisce in modo determinante anche lo stile delle singole cantine. Ogni produttore interpreta il territorio secondo la propria visione, dando forma a una pluralità espressiva che rappresenta uno dei principali punti di forza della denominazione: un vero mosaico di interpretazioni che racconta la ricchezza del territorio.

La vocazione viticola dell’area affonda le sue radici nel tempo. Già nel 1931, l’agronomo professor Garavini fu incaricato dal Ministero dell’Agricoltura di effettuare una prima zonazione del territorio, individuando le aree più vocate alla produzione vitivinicola.

Ne risultò una mappatura precisa, che individuava vigneti situati tra i 150 e i 500 metri sul livello del mare: una suddivisione che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento. Non a caso, oggi la storica area dell’Orvieto Classico coincide con quella delineata allora. Garavini individuò inoltre tre tipologie principali di vino: abboccato, secco e dolce, evidenziando fin da subito la versatilità della denominazione.

Un ruolo fondamentale è svolto anche dalla natura del suolo. Circa 10 milioni di anni fa, questa area era ricoperta dal mare: un’origine sedimentaria e marina che lascia ancora oggi tracce evidenti, come la presenza di fossili nei vigneti. È proprio da questa storia geologica che derivano alcune delle caratteristiche più riconoscibili dell’Orvieto: la sapidità e la mineralità che emergono nel calice, sorprendenti in una regione priva di sbocchi sul mare.

L’areale dell’Orvieto DOC è piuttosto ampio e comprende principalmente la provincia di Terni, estendendosi anche ad alcuni comuni della provincia di Viterbo. All’interno di questo territorio si distingue però una zona più ristretta e storica, l’Orvieto Classico, che abbraccia i vigneti attorno alla rupe della città. Qui nasce anche l’Orvieto Classico Superiore, prodotto nella stessa area ma con requisiti qualitativi più elevati e un’uscita in commercio posticipata almeno al 1° marzo successivo alla vendemmia.

Per quanto riguarda la composizione delle uve, il disciplinare prevede una base composta da Procanico e Grechetto per almeno il 60%, mentre il restante 40% può comprendere varietà locali come Drupeggio, Verdello e Malvasia, ma anche vitigni internazionali quali Chardonnay, Sémillon e Sauvignon Blanc. Negli ultimi anni, alcuni produttori stanno sperimentando anche l’introduzione del Vermentino, a dimostrazione della continua evoluzione della denominazione.

L’evento dedicato all’Orvieto DOC ha messo in luce la capacità della denominazione di coniugare tradizione e innovazione. In un contesto complesso per il settore, segnato da dazi, calo dei consumi e una comunicazione spesso penalizzante, il lavoro del Consorzio, il supporto della ricerca scientifica e l’attenzione al mercato confermano l’Orvieto come una realtà attuale, con concrete prospettive di sviluppo e posizionamento.

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