Il Cilento conquista l’Ambasciatore del Messico: tra grandi vini, cucina d’autore e patrimonio mediterraneo

Dal vino alla cucina d’autore, dall’archeologia al mare: il viaggio di Sua Eccellenza Genaro Fausto Lozano Valencia tra le specialità di un territorio che si candida a protagonista del Mediterraneo contemporaneo.

Ci sono luoghi che non si limitano a essere visitati, ma chiedono di essere compresi. Terre che si rivelano con discrezione, concedendo la propria anima soltanto a chi sappia rallentare il passo e ascoltarne il respiro più autentico. Il Cilento appartiene a questa rara geografia dello spirito: epicentro del sapere magnogreco, scrigno di biodiversità e custode di una civiltà mediterranea che continua a esprimersi attraverso il paesaggio, il vino, la cucina e l’ospitalità.

È proprio in questo scenario che si è svolta la visita di Sua Eccellenza Genaro Fausto Lozano Valencia, Ambasciatore del Messico in Italia, protagonista di un itinerario che ha travalicato il significato della semplice visita istituzionale per trasformarsi in un autentico viaggio culturale e sensoriale. Accademico, politologo e diplomatico di riconosciuto prestigio internazionale, Lozano Valencia ha scelto il Cilento per un pellegrinaggio laico nel cuore della civiltà mediterranea, nel segno di quei 152 anni di relazioni diplomatiche che legano Italia e Messico e che oggi trovano nuova linfa attraverso la cultura del gusto.

A ideare e coordinare il Grand Tour è stato Gaetano Cataldo, giornalista enogastronomico, divulgatore del vino e fondatore dell’associazione Identità Mediterranea, da anni impegnato nella promozione delle eccellenze agroalimentari del Mezzogiorno e nella costruzione di relazioni culturali internazionali attraverso il linguaggio universale del gusto. È stata proprio la sua visione a riunire produttori, ristoratori, artigiani e istituzioni in un percorso capace di raccontare il Cilento nella sua dimensione più autentica.

La visita, fortemente voluta dallo stesso Ambasciatore, assume anche un valore simbolico nel solco dei 152 anni di relazioni diplomatiche tra Italia e Messico, trasformando il patrimonio enogastronomico in uno strumento di dialogo tra due culture accomunate da profonde tradizioni agricole e gastronomiche.

Il viaggio è iniziato a Salerno con una sosta al Giagiù di Ciro Pecoraro, nell’ex Sala Varese, dove l’Ambasciatore ha apprezzato una raffinata interpretazione della pizza napoletana in doppia cottura e una caprese con mozzarella di bufala campana, alimento per il quale ha confessato una particolare predilezione.

Da qui il percorso si è spostato nel cuore del Cilento vitivinicolo, dove il vino è diventato il filo conduttore di un racconto fatto di paesaggi, persone e identità.

Alla cantina Paola De Conciliis, la degustazione si è trasformata in un vero viaggio nella cultura del territorio. Da oltre trent’anni l’azienda rappresenta uno dei punti di riferimento dell’enologia campana, contribuendo in maniera determinante alla valorizzazione dei vitigni autoctoni e alla definizione di una moderna identità del vino cilentano. Paola De Conciliis ha accompagnato personalmente l’Ambasciatore attraverso una degustazione che è stata anche una lezione di territorio, illustrando una filosofia produttiva fondata sul rispetto della biodiversità, sulla sostenibilità e sulla capacità di interpretare con autenticità il terroir cilentano.

Nei calici il Selim, Spumante Brut da metodo Charmat, composto al 10% da uve Fiano e poi da Aglianico vinificato in bianco, il Fiano Donnaluna Cilento Doc e quindi Il Fiano Antece Igt Cilento, vinificato in anfore di terracotta; a seguire il vitigno Aglianicone con il Misterioso Rosato e il Misterioso Rosso (entrambi IGP Paestum) e infine l’Aglianico Naima Doc Cilento. Ciascuno espressione profonda di una diversa sfumatura del Cilento. Tra tutti, è stato proprio il Donnaluna a conquistare definitivamente il gusto dell’illustre ospite, distinguendosi per eleganza, equilibrio e straordinaria personalità.

Nel borgo medievale di Giungano, l’Ambasciatore è stato accolto da Pietro Manganelli nella storica pizzeria La Panoramica, custode dell’antica pizza cilentana. Tra i forni accesi e la veracità della cucina rurale, è andato in scena un autentico omaggio alla gastronomia del territorio.

La serata, coordinata da Gaetano Cataldo con Christian Cutino e Giovanni Molinari (Campania da Vivere), ha riunito illustri ospiti, tra cui l’onorevole Alfonso Pecoraro Scanio e il giornalista e assaggiatore di salumi Marco Contursi, che ha omaggiato i presenti con vini della sua cantina personale tra cui un apprezzato Nerello Mascalese.

Il Cilento si è raccontato in tavola attraverso un percorso di eccellenze: Pizza cilentana al metro con pomodoro cotto e cacioricotta di capra, Fiori di zucca ripieni e ciambotta tradizionali, Patate fresche fritte e caponata di verdure, Parmigiana di melanzane e polpette al sugo, Pezzente alla brace e selezione di formaggi caprini

Tra i momenti più significativi dell’intero Grand Tour si colloca la visita a San Salvatore 1988, realtà fondata da Peppino Pagano e oggi considerata una delle aziende simbolo dell’enologia del Mezzogiorno. Più che una cantina, San Salvatore è un modello di agricoltura contemporanea nel quale vigneti, allevamento bufalino, sostenibilità ambientale e innovazione convivono armoniosamente. Guidando l’Ambasciatore tra la bottaia, i filari e gli impianti alimentati da biogas e pannelli fotovoltaici, Pagano ha illustrato una filosofia imprenditoriale nella quale il rispetto della natura rappresenta il principio ispiratore di ogni scelta produttiva.

Una visione che trova la propria sintesi nell’antico ideale greco della kalokagathìa (kalokagathía), termine che unisce kalós (bello) e agathós (buono), esprimendo l’aspirazione all’armonia tra etica, bellezza e virtù. Un concetto che Pagano sente profondamente affine alla propria idea di impresa agricola: produrre qualità significa prima di tutto coltivare il bene, custodire il paesaggio, rispettare gli animali e lasciare alle future generazioni un territorio migliore di quello ricevuto.

Particolarmente emozionante è stato l’incontro con le giovani bufale, allevate secondo rigorosi criteri di benessere animale, che Sua Eccellenza ha voluto accarezzare e osservare da vicino, rinnovando l’entusiasmo già manifestato per la mozzarella di bufala campana. La degustazione dei rosati Gioì (Spumante Brut Rosé Metodo Classico) e Vetere 2024 IGP Paestum Rosato, entrambi da Aglianico, ha confermato l’eleganza stilistica della produzione aziendale, con il Vetere che ha raccolto il maggiore apprezzamento dell’Ambasciatore. A impreziosire ulteriormente il racconto è stato il legame tra Peppino Pagano e Gillo Dorfles, le cui opere impreziosiscono le etichette aziendali, suggellando il dialogo tra arte contemporanea e cultura del vino che caratterizza l’identità di San Salvatore 1988.

La cucina ha rappresentato un ulteriore strumento di dialogo interculturale

Lo chef Alessandro Feo ha proposto una cucina contemporanea capace di unire Mediterraneo e Oriente, con piatti come i buñuelos al pomodoro e il celebre “Risotto tra Osaka e Casal Velino”, nel quale la colatura di alici di menaica incontra l’alga kombu in un equilibrio di grande eleganza, rendendo omaggio tanto alle radici messicane dell’ospite quanto alla creatività della cucina italiana.

Più legata alla tradizione marinara è stata invece la proposta di Pasquale Tarallo, al ristorante Paisà, con gamberi rossi alla griglia, tortino di patate e alici e gli immancabili paccheri al ragù di tonno con cacioricotta, autentica espressione della gastronomia cilentana.

Il racconto delle eccellenze territoriali è proseguito al Caseificio Barlotti, dove Raffaele Barlotti ha illustrato la qualità delle produzioni bufaline e il valore della filiera corta, mentre presso Acqua Pazza, Gennaro Castiello ha accompagnato l’Ambasciatore alla scoperta dell’antico e paziente processo produttivo della colatura di alici di menaica, autentico patrimonio gastronomico del Cilento, capace di trasformare un sapere secolare in uno dei condimenti più preziosi della cucina mediterranea.

Accanto al gusto, spazio anche alla storia

La visita al Parco Archeologico di Paestum ha restituito all’ospite tutta la forza evocativa della Magna Grecia, ricordando come il Cilento sia non soltanto terra di eccellenze gastronomiche, ma anche una delle culle della civiltà mediterranea.

Il Grand Tour si è concluso dal mare con una navigazione da Baia Trentova a Punta Licosa guidata da Giorgio Vergona, skipper e produttore vitivinicolo, offrendo una prospettiva privilegiata su una delle coste più affascinanti d’Italia. Tra acque cristalline, promontori e macchia mediterranea, il paesaggio ha completato un’esperienza che ha saputo raccontare il territorio attraverso tutti i sensi.

Questo intenso fine settimana non rappresenta soltanto il racconto di una visita diplomatica, ma diviene metafora di un territorio che attraverso il vino, la cucina, l’agricoltura, il patrimonio archeologico e il paesaggio continua a costruire relazioni internazionali fondate sulla cultura e sulla bellezza.

Vinammare 2026, il festival dei vini della costa

Ad Acciaroli nasce un nuovo racconto del Mediterraneo del vino tra territorio, cultura e visione.

Nelle terre in cui il mito mediterraneo continua a dialogare con la salsedine e con la memoria dei luoghi, il porto di Acciaroli si è trasformato nel teatro di una manifestazione destinata ad aprire una nuova riflessione sul rapporto tra vite, mare e identità territoriale. Vinammare 2026 non si è configurato come una semplice rassegna di etichette, bensì come un autentico festival des vins de côte, un progetto culturale e territoriale che ambisce a ridefinire il racconto enologico delle terre affacciate sul Mediterraneo.

Fortemente sostenuta dall’amministrazione comunale di Pollica guidata dal sindaco Stefano Pisani, questa edizione zero ha assunto il valore di un vero e proprio manifesto programmatico: un primo passo, certamente perfettibile, ma già capace di delineare una visione chiara per il futuro dell’enoturismo cilentano.

Una Sinfonia di Territori e Sensazioni

L’atmosfera che ha avvolto il molo dominato dalla storica torre costiera è stata quella di un’eleganza informale, vibrante e partecipata. Un percorso degustativo ha accompagnato gli avventori lungo le coste del Mediterraneo, attraversando idealmente il sole e la mineralità della Sicilia, la raffinata sapidità della Toscana, la freschezza adriatica delle Marche e l’identità profonda del Cilento, con incursioni francesi a confermare il respiro internazionale della manifestazione. Un vero voyage sensoriel nel quale il vino si è fatto linguaggio comune e strumento di dialogo tra territori differenti ma accomunati dalla medesima vocazione marittima.

Parte del successo dell’evento è certamente riconducibile alla professionalità e alla disponibilità dello staff organizzativo, che ha garantito fluidità e accoglienza durante tutte le fasi della manifestazione. Sullo sfondo, i DJ set hanno costruito una raffinata soundscape experience, accompagnando gli assaggi con discrezione e armonizzandosi con il ritmo naturale del mare. A completare l’esperienza, gli stand gastronomici hanno celebrato la cucina cilentana, autentico chef-d’œuvre della Dieta Mediterranea.

Il Rigore Tecnico dell’Edizione Zero

Pur con le inevitabili imperfezioni di un debutto, Vinammare ha rivelato fin da subito una solida impostazione culturale. Protagoniste sono state le masterclass, occasioni di approfondimento sul “vino di costa”. «Composizioni», guidata da Alfredo Capasso, ha introdotto i partecipanti all’arte dell’assemblage, culminando nella creazione di cuvée abbinate ai formaggi locali. Con «Latitudini», il sindaco Stefano Pisani ha raccontato l’identità vitivinicola di Pollica attraverso il progetto Serre di Molino a Vento e l’esperienza «Underwater», dedicata all’affinamento subacqueo.

Questi incontri hanno arricchito il dibattito sulla viticoltura mediterranea, evidenziando il mare come elemento identitario capace di influenzare paesaggio, cultura e stile produttivo.

L’Origine e l’Emozione: Peppino Pagano si racconta

Uno dei momenti più intensi dell’intera manifestazione si è consumato durante la masterclass Origine, nel corso della quale Peppino Pagano, fondatore di San Salvatore, si è raccontato in dialogo con Vincenzo Pagano.

L’incontro ha rapidamente superato i confini della narrazione aziendale per assumere il tono di una riflessione profonda sul senso dell’appartenenza e sul valore del ritorno alle radici. Con evidente partecipazione emotiva, Pagano ha ripercorso il cammino che lo ha condotto dall’ospitalità di alto livello alla viticoltura, spiegando come il vino rappresenti il più potente ambasciatore di un territorio, capace di raggiungere ogni angolo del mondo portando con sé la storia, il paesaggio e l’anima del Cilento: “un vino buono viene solo nei posti belli e lo producono le belle persone”!

Particolarmente suggestivo il passaggio dedicato alle bufale, presenza iconica dell’universo San Salvatore. Non semplici elementi distintivi dell’immagine aziendale, ma autentiche protagoniste di un progetto agricolo che, fin dalle origini, ha sostenuto economicamente lo sviluppo dei vigneti e contribuito al mantenimento della fertilità dei terreni attraverso un modello virtuoso di integrazione tra allevamento e agricoltura. Particolarmente toccante è stata la rievocazione del legame con le proprie bufale. Questi nobili animali, la cui effigie domina con fiero éclat le etichette aziendali, furono le “mecenati” silenziose dei vigneti, finanziandone l’impianto e rigenerando l’humus della terra.

Non meno significativo il ricordo di Gillo Dorfles, il grande intellettuale e critico d’arte che ha lasciato un’impronta indelebile nell’identità visiva delle etichette San Salvatore, trasformando ogni bottiglia in un oggetto capace di coniugare estetica, pensiero e memoria.

Il Trionfo del Pian di Stio: Un Campione di Razza

Durante la chiacchierata, il protagonista nel bicchiere è stato il Pian di Stio 2022, degustato per l’occasione nel prestigioso formato Magnum. Questo Fiano in purezza, proveniente dalle vigne d’altura di Stio adagiate oltre i cinquecento metri tra boschi e correnti montane, ha mostrato una straordinaria capacità espressiva. Il profilo aromatico, caratterizzato da richiami di finocchio selvatico, menta e macchia mediterranea, si è sviluppato con progressione e profondità, sostenuto da una trama gustativa di grande equilibrio.

Il formato Magnum ha ulteriormente valorizzato l’evoluzione del vino, esaltandone precisione, armonia e potenziale di affinamento. Una dimostrazione concreta di come il grande bianco cilentano possa ambire a un affinage capace di sfidare il tempo con autorevolezza e grazia, raggiungendo livelli di complessità degni delle più importanti espressioni del panorama nazionale.

La Promessa: Verso il “Lazzaruolo”

Nel finale della manifestazione è emerso uno degli spunti più affascinanti per il futuro. Il sindaco Stefano Pisani, con la sua nota ed esigente lungimiranza, ha “strappato” a Peppino Pagano una promessa: progettare la realizzazione di un vino che sia l’ode definitiva ad Acciaroli. Il progetto, accolto con interesse, potrebbe dar vita a una nuova etichetta la cui etimologia araba (pianta selvatica) o greca (rifugio senza tempesta), lascia sospeso il luogo tra la linfa dei campi e la quiete del mare. Se realizzato, rappresenterebbe un forte simbolo di legame tra territorio, storia e visione contemporanea.

Uno Sguardo al Futuro

Se questa edizione zero ha rappresentato il seme, il terreno sul quale è stato affidato appare straordinariamente fertile. Vinammare ha dimostrato di possedere una forte identità narrativa, una visione territoriale riconoscibile e una capacità di coinvolgimento che meritano attenzione e continuità.

Al tempo stesso, proprio la natura pionieristica dell’iniziativa invita a una riflessione approfondita. Le intuizioni emerse, i punti di forza consolidati e le inevitabili criticità organizzative costituiscono oggi un patrimonio prezioso sul quale lavorare con lucidità e ambizione.

Molto resta da analizzare e da ripensare affinché l’edizione del prossimo anno possa compiere un deciso salto di qualità. Sarà necessario affinare il format, ampliare ulteriormente il respiro internazionale, rafforzare la proposta culturale e valorizzare ogni dettaglio della customer experience, trasformando un promettente debutto in un appuntamento di riferimento nel calendario enologico mediterraneo. La sfida è affascinante e il potenziale è evidente. Perché Vinammare non è soltanto un evento: è un’idea, una visione, un racconto ancora in divenire.

E proprio per questo, l’edizione Giugno 2027 dovrà avere il coraggio di essere non solo più grande, ma più incisiva, più autorevole, più sorprendente. In una parola, sbalorditiva.

Orvieto DOC: le mille sfaccettature di una delle Denominazioni più storiche d’Italia

Orvieto è un luogo capace di raccontare secoli di storia, attraversando epoche e protagonisti che ne hanno segnato il destino, dai Papi ai Re. Arroccata su una suggestiva rupe di tufo, la città umbra incanta con i suoi vicoli, dove il tempo sembra essersi fermato, e con il maestoso Duomo, autentico capolavoro del gotico italiano.

La sua facciata riccamente decorata rappresenta uno degli elementi architettonici più iconici, mentre all’interno si trovano cicli di affreschi di Luca Signorelli e del Beato Angelico, tra i più alti esempi della pittura rinascimentale. Proprio durante il press tour abbiamo avuto modo di visitarlo da vicino, apprezzandone non solo la bellezza artistica, ma anche il forte legame con la città.

In questo contesto unico, il vino non è soltanto un prodotto agricolo, ma parte integrante della cultura e della storia del territorio. L’Orvieto DOC, una delle denominazioni più antiche e rappresentative d’Italia, affonda le proprie radici in una tradizione secolare, capace di adattarsi nel tempo senza perdere il proprio carattere distintivo.

Proprio il vino di Orvieto è stato al centro dell’evento “Orvieto DOC, pluralità di anime”, svoltosi il 24 e 25 maggio 2026 nella sala expo del Palazzo del Capitano del Popolo. Due giornate di confronto e approfondimento che hanno riunito giornalisti, tecnici, produttori e operatori del settore, con l’obiettivo di raccontare il passato, descrivere il presente e delineare le prospettive future della denominazione.

L’iniziativa si è aperta la sera del 24 maggio con una cena di benvenuto presso il Malandrino Bistrot, durante la quale gli ospiti hanno potuto scoprire i piatti della tradizione locale accompagnati da una prima selezione di vini.

Un’introduzione che ha trovato il suo pieno compimento il giorno successivo, durante la masterclass del 25 maggio, dedicata all’identità territoriale, al ruolo della ricerca scientifica e alle nuove opportunità di mercato.

La giornata di studio si è aperta con il saluto istituzionale della Sindaca di Orvieto, Roberta Tardani, seguito dagli interventi di Vincenzo Cenci, Presidente del Consorzio Vini di Orvieto, e di Riccardo Cotarella, Presidente della Commissione Tecnica, che ha guidato la degustazione. Insieme a loro sono intervenuti Paolo Nardo, Pier Paolo Chiasso e Massimiliano Pasquini, componenti della Commissione Tecnica.

Nel suo intervento introduttivo, Vincenzo Cenci ha ripercorso il ruolo del Consorzio, che oggi rappresenta oltre trenta cantine del territorio e l’intera filiera produttiva. La sua missione è quella di tutelare, custodire e valorizzare un patrimonio collettivo fatto di paesaggio, cultura agricola, competenze tecniche e identità territoriale, attraverso la promozione della qualità, il sostegno alla ricerca e il rafforzamento della riconoscibilità della denominazione.

Istituita nel 1971, la DOC Orvieto è tra le prime denominazioni italiane

La masterclass ha offerto una lettura contemporanea della denominazione attraverso la degustazione di quattro vini, espressione di altrettante anime distintive.  I vini sono stati degustati in forma anonima con etichette coperte, per mettere al centro non il singolo produttore, ma il territorio, il disciplinare e l’identità collettiva che la Doc Orvieto rappresenta.

Il primo vino, Orvieto Doc Low Alcohol, ha rappresentato l’evoluzione più recente del disciplinare, ufficialmente riconosciuto nel 2025, con una gradazione minima di 10 gradi. Questo aggiornamento amplia il potenziale espressivo della denominazione e apre nuove opportunità interpretative per i produttori. Non si tratta semplicemente di un adeguamento alle tendenze di mercato, ma del risultato di un lavoro scientifico sviluppato dal comitato tecnico del Consorzio, presieduto da Riccardo Cotarella, in collaborazione con l’Università della Tuscia.

Il secondo vino ha ripercorso una tappa fondamentale della storia recente: l’introduzione, negli anni Novanta, della tipologia Orvieto Doc Classico Superiore. Questa scelta ha contribuito a elevare il profilo qualitativo della DOC, valorizzandone struttura ed eleganza. Prodotto nella sottozona storica, il Classico nasce principalmente da Grechetto e Procanico (clone locale del Trebbiano Toscano), dando origine a vini equilibrati, freschi e versatili, con una buona capacità evolutiva e apprezzati sia in Italia sia all’estero.

Il terzo vino, Orvieto Doc Old Vintage, ha offerto un viaggio nel tempo, mettendo in luce la straordinaria capacità evolutiva dell’Orvieto, in grado di mantenere equilibrio, complessità e riconoscibilità anche con l’affinamento.

Il quarto vino, Orvieto Doc Muffa Nobile, è stato dedicato appunto alla Muffa Nobile (Botrytis cinerea), introdotta nel disciplinare nel 2011. Si tratta di un elemento distintivo di assoluta unicità nel panorama italiano: l’Orvieto è infatti l’unica DOC a prevedere esplicitamente questa tipologia, dando vita a vini complessi, eleganti e di grande profondità aromatica.

A definire l’identità dell’Orvieto DOC contribuisce in modo determinante anche lo stile delle singole cantine. Ogni produttore interpreta il territorio secondo la propria visione, dando forma a una pluralità espressiva che rappresenta uno dei principali punti di forza della denominazione: un vero mosaico di interpretazioni che racconta la ricchezza del territorio.

La vocazione viticola dell’area affonda le sue radici nel tempo. Già nel 1931, l’agronomo professor Garavini fu incaricato dal Ministero dell’Agricoltura di effettuare una prima zonazione del territorio, individuando le aree più vocate alla produzione vitivinicola.

Ne risultò una mappatura precisa, che individuava vigneti situati tra i 150 e i 500 metri sul livello del mare: una suddivisione che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento. Non a caso, oggi la storica area dell’Orvieto Classico coincide con quella delineata allora. Garavini individuò inoltre tre tipologie principali di vino: abboccato, secco e dolce, evidenziando fin da subito la versatilità della denominazione.

Un ruolo fondamentale è svolto anche dalla natura del suolo. Circa 10 milioni di anni fa, questa area era ricoperta dal mare: un’origine sedimentaria e marina che lascia ancora oggi tracce evidenti, come la presenza di fossili nei vigneti. È proprio da questa storia geologica che derivano alcune delle caratteristiche più riconoscibili dell’Orvieto: la sapidità e la mineralità che emergono nel calice, sorprendenti in una regione priva di sbocchi sul mare.

L’areale dell’Orvieto DOC è piuttosto ampio e comprende principalmente la provincia di Terni, estendendosi anche ad alcuni comuni della provincia di Viterbo. All’interno di questo territorio si distingue però una zona più ristretta e storica, l’Orvieto Classico, che abbraccia i vigneti attorno alla rupe della città. Qui nasce anche l’Orvieto Classico Superiore, prodotto nella stessa area ma con requisiti qualitativi più elevati e un’uscita in commercio posticipata almeno al 1° marzo successivo alla vendemmia.

Per quanto riguarda la composizione delle uve, il disciplinare prevede una base composta da Procanico e Grechetto per almeno il 60%, mentre il restante 40% può comprendere varietà locali come Drupeggio, Verdello e Malvasia, ma anche vitigni internazionali quali Chardonnay, Sémillon e Sauvignon Blanc. Negli ultimi anni, alcuni produttori stanno sperimentando anche l’introduzione del Vermentino, a dimostrazione della continua evoluzione della denominazione.

L’evento dedicato all’Orvieto DOC ha messo in luce la capacità della denominazione di coniugare tradizione e innovazione. In un contesto complesso per il settore, segnato da dazi, calo dei consumi e una comunicazione spesso penalizzante, il lavoro del Consorzio, il supporto della ricerca scientifica e l’attenzione al mercato confermano l’Orvieto come una realtà attuale, con concrete prospettive di sviluppo e posizionamento.

Prosit!

Cinque idee gourmet di un piatto popolare per eccellenza durante l’evento Gnocchi Day a Sorrento

“Giovedì gnocchi, venerdì pesce, sabato trippa”, era il modo per scandire il calendario in cucina durante i tempi di guerra. Saggezza familiare rimasta impressa nella memoria delle tradizioni attualmente riprodotte nelle case degli italiani e che legano territori, culture e genti di ogni livello sociale. Gli gnocchi rappresentano per molti il piacere di stare a tavola, parlando del più e del meno, lasciando da parte le ansie quotidiane.

L’evento Gnocchi Day a Sorrento, organizzato da Dieffe Comunicazione e giunto ormai alla quinta edizione, è stato anche il momento giusto per fare il punto della situazione su alcune ricette storiche rivisitate in chiave contemporanea dalla maestria di chef rinomati a livello regionale e nazionale. La Campania e in particolare la Penisola Sorrentina sono tra i luoghi d’origine del piccolo e gustoso ingrediente composto soltanto da acqua, patate e farina.

Le tecniche fanno la differenza così come la qualità delle materie prime, che una volta venivano preferite per vie empiriche dalle massaie ed oggi richiedono conoscenza e ricerca continua, attinte dalla globalizzazione di mercati e prodotti. Cinque storie diverse con altrettante proposte da replicare con coraggio ai propri fornelli. Cinque modi per dire viva gli gnocchi e viva la cultura della cucina italiana patrimonio mondiale dell’Umanità.

Nino Di Costanzo, due stelle Michelin con il Danì Maison ad Ischia ed ora presente anche a Napoli con il Deschevaliers ristorante dell’hotel De Bonart dichiara: «Lo gnocco era unità e pace domestica. Mamma lo preparava all’ischitana con sugo di coniglio e olive.

Oggi il classico “alla sorrentina” resta inimitabile, ma si può osare sperimentando nuovi modi grazie alla duttilità negli usi più variegati. Magari gluten free e condimenti a base di selvaggina». La sua idea parte da una salsa alla carbonara con solo tuorlo d’uovo, crema di parmigiano e pecorino, tartufo e meringa».

Stessi ricordi per Antonino Montefusco, esperienze alla corte di Heinz Beck e ora una stella Michelin con Terrazza Bosquet dell’Hotel Excelsior Vittoria a Sorrento, quando a casa li preparava la mamma e il nonno, ex tassista.

«Gli gnocchi abbracciano tradizione e memoria; li ho scomposti e reinventati con una spuma sifonata di pomodoro cotto al forno leggermente gratinato, sfera di mozzarella e olio al basilico».

Cromaticamente perfetto il piatto di Ciro Sicignano, già sous chef al Quattro Passi e Nerano, oggi executiv chef del Lorelei a Sorrento, una stella Michelin.

«L’infanzia ed i sapori di quell’epoca spensierata mi hanno spinto a restituire semplicità e genuinità ai miei gnocchi, ripieni a mo’ di raviolo con sugo alla pizzaiola, salsa bianca di treccia sorrentina, aglio, olio e basilico».

Peppe Aversa è una vera istituzione con lo stellato Il Buco a Sorrento, tra i primi in Campania ad aver raggiunto l’ambito traguardo. «Lo gnocco è appartenenza profonda al territorio, è aria di casa – racconta lo chef Aversa – I gesti emblematici delle mani mentre impastano gli ingredienti, scegliendo al mercato le patate più vecchie, quelle ormai secche, sono tra le cose più dolci che rammento».

La cottura è stata ultimata su fiamma diretta per caramellizzare gli amidi, mentre la salsa sottostante al pomodoro resta densa e corposa.

Per concludere, ecco l’invenzione fuori dagli schemi di Luigi Tramontano, ospite illustre presente alla kermesse anche se “in borghese” e stella Michelin con il suo O me o il mare a Gragnano, gestito con amore assieme alla moglie Nicoletta Gargiulo. «Quando si tocca il mito bisogna stare attenti a non sbagliare e a non cadere nelle banalità. Mi intriga l’inversione delle materie prime: uno gnocco creato partendo dal pomodoro usando gli amidi del kudzu, su base di crema di patate e salsa di fiordilatte».

Le parole e gli occhi lucidi di Antimo Caputo, sponsor della manifestazione con Mulino Caputo, descrivono appieno la scena a tavola del formaggio filante tirato con i rebbi delle forchette, mescolato al pomodoro, il colore quasi rosa della salsa ed un sapore autentico, schietto come pochi altri, dipingono lo stato d’animo di un cibo senza tempo e senza confini

Cinque Foglie a quattro mani: la fisica invisibile del gusto

Non abbiamo mai pensato davvero alla cucina come a un luogo di educazione gentile.
Eppure è lì che impariamo più cose: a riconoscere, a distinguere, a ricordare grazie a piccoli scarti percettivi, di dettagli che si depositano senza rumore.

La serata a quattro mani da Cinque Foglie, con il patron Roberto Allocca e Gennaro Esposito, 2 stelle nella Guida Michelin 2026, è stata esattamente questo: un percorso di consapevolezza sensoriale in cui il gusto attraversa spazio, memoria e materia. 

Un dialogo che non è mai sovrapposizione. È stratificazione. 

Due sensibilità che si cercano nella materia, nella tecnica, nel ritmo.

Il viaggio comincia lontano dalla tavola. Nella galleria fotografica della Piana del Sele. Volti, campi, architetture essenziali. Il cotone, le mani, la luce dura. Qui la memoria non è nostalgia: è struttura. È la prima coordinata sensoriale. Lo sguardo si abitua a una grammatica fatta di terra, lavoro, essenzialità. E quando gli occhi imparano a leggere, il palato è già predisposto a capire. È allora che si apre la cantina. Un passaggio di temperatura, di luce, di suono. Duecentocinquanta metri quadri di silenzio liquido e 1200 etichette con la guida del maître e sommelier Ivan Mendana Fernandez.

Le bollicine della Maison Bruno Paillard fanno vibrare la serata nel respiro della verticalità, nell’atmosfera del perlage del calice. L’aperitivo è in equilibrio tra ambiente e percezione: il finocchio di riva è un primo segnale chiaro: brasato al sale, rucola, spuma di pecorino, finocchio di mare fermentato. E la texture è già racconto: il morbido, il cremoso, il vegetale che si fa iodato. La spuma è quasi tessile, evoca il cotone visto poco prima. Non è un caso. È connessione sensoriale.

I primi lavorano sulla profondità: prima con il risotto allo zafferano al nero di seppia con ragù di rombo, un piatto in cui colore e gusto si rincorrono. Il nero non è solo visivo: è densità, è mare che si fa struttura.

Poi Ricordo di casa. Bottoni di pasta cotta, cacio e uova, brasato di primizie. Una scelta segnata da una visione gastrofisica che diventa emotiva: la memoria gustativa si attiva. Il cervello riconosce, il corpo si rilassa. È comfort, ma con tensione tecnica.

Il pescato in Salsedine in fermento è forse il punto più radicale. Arrosto, ristretto al cardamomo, fagiolini e ravanelli fermentati. La salsedine è precisa, non invadente. Il fermentato introduce una vibrazione acida che non è solo gusto: è attivazione biologica.

Perché sì, qui si entra anche in un altro livello. Quello del microbiota. I fermentati non sono una moda. Sono linguaggio. Dialogano con il cervello, modulano percezioni, umore, risposta emotiva. È scienza che diventa esperienza. È il corpo che partecipa, non solo il palato.

E poi il dolce. Una crème brûlée alla liquirizia e provolone del Monaco con sorbetto al bergamotto che gioca sul contrasto: grasso e agrumato, dolce e salino.

La zuppetta napoletana e cassata riportano alla tradizione, ma con una leggerezza nuova.
Le piccole coccole finali chiudono come una dissolvenza.

Durante tutta l’esperienza, il contesto lavora silenziosamente: la luce, i suoni, la distanza tra i tavoli, la postura, il ritmo del servizio, la cucina a vista dove gli chef muovono le mani come su un pianoforte.

L’esperienza di Cinque Foglie è un percorso che strega. Ciò che distingue davvero questo luogo è il pensiero che precede il piatto. Una ricerca sulla rarità, sulla botanica, sulla tracciabilità intelligente. Un’idea di cucina che non si limita a nutrire, ma costruisce significato. Lo chef non è solo esecutore. È un narratore di biodiversità.

È qui che nasce quello che possiamo chiamare un nuovo umanesimo alimentare: una cucina che tiene insieme conoscenza, sostenibilità, tempo giusto. Senza retorica. Ecco perché Cinque Foglie non è solo un ristorante. È un luogo in cui si impara, senza accorgersene. E forse è proprio questo il suo gesto più radicale.

‘A figlia d”o Marenaro a Napoli: la paura si sconfigge a tavola parlando di cozze (e non solo)

Inutile dire che la mazzata, l’ennesima per il settore enogastronomico già piegato da crisi geopolitiche, da rincari su carburanti e materie prime e dalla crescente sfiducia del consumatore medio, si chiama virus dell’epatite A tornato di recente alla ribalta.

Come sempre il panico è la vera forma di comunicazione; scellerato, disgraziato panico che impedisce la scelta serena a tavola non soltanto degli accusati mitili, colpevoli senza neppure il beneficio del dubbio, ma anche del pescato quotidiano, della frutta, della verdura e chissà quali altre preparazioni considerate “sospette”.

La salute prima di tutto d’accordo, ma questa volta la sfortuna ci ha visto benissimo proprio sotto il periodo pasquale tanto atteso dalle famiglie. Dunque il compito di rasserenare gli animi non può e non deve cadere unicamente sulle spalle dei ristoratori o di qualche esperto chiamato a compensare ciò che la politica non può permettersi per questioni di carattere pubblico.

Anche il giornalista deve offrire un contributo sostanziale, analizzando, comprendendo, divulgando la voce di realtà solide e importanti del tessuto connettivo sociale, come quella di Assunta Pacifico, per tutti – non solo per l’insegna del suo locale – ‘A figlia d”o Marenaro.

Nella nuova sala da poco aperta prima al pubblico, la Salettadamare, spazio dedicato alle figlie gemelle Carmela e Maria, è andata in scena un’autentica sfida a colpi di mestoli e padelle tra la tradizione e la modernità, tra la zuppa di cozze divenuta piatto cult il giovedì santo e il Pignatiello eletto Zuppa di pesce dell’anno 2026 al Festival del Brodetto a Vasto. I tempi del “brodo e’ purp” cotto dal padre di Assunta o delle immense pile di cozze da pulire e sgusciare sui banchi all’aperto restano solo un dolce ricordo.

Igiene assoluta, celle frigo, abbattitori e tecniche di cottura da manuale hanno sostituito la pratica empirica forse più genuina ma anche pericolosa. Le cozze stanno a Napoli come la pappa al pomodoro per i toscani o il riso al salto per il milanese: usanze che sanno di casa, piatti tipici che racchiudono in sé passato, presente e futuro da preservare con cura.

La vera zuppa di cozze amata dai napoletani prevedeva il pesce di scoglio, impensabile oggigiorno. I controlli di filiera in Italia sono infatti severi e stringenti, il che non significa l’impossibilità di rare intossicazioni per lavorazioni errate, ma garantiscono comunque l’integrità del prodotto nelle varie fasi, fino alle cucine.

La Pacifico ha modificato leggermente la ricetta tramandata dai Borbone aggiungendo pezzi di tarallo con la sugna. Per il Pignatiello invece, il piccante non viene addizionato tramite il classico “olio santo rosso”, bensì è contenuto già nella salsa squisita, da sola o magari accompagnata ad un piatto di linguine.

Accanto alla memoria, anche la visione contemporanea con l’aiuto di Poppella, eccellenza nell’arte dolciaria napoletana, per la zeppola di mare, reinterpretazione salata della classica zeppola fritta: soffice e dorata, farcita con una delicata mousse di ricotta profumata agli agrumi e granella di pistacchio, arricchita da una raffinata mousse di scampi.

E perché no lo spaghetto con vongole e ricotta salata impreziosito da foglia d’oro, simbolo pasquale che unisce mare e festività, ideato da Assunta insieme alla sua brigata, composta dagli chef Marco Mattei e Salvatore Esposito, con il supporto di Gennaro Vitale.

Napoli, al Gran Caffè Gambrinus una gigantesca torta “Mimosa” per festeggiare tutte le donne

Napoli, al Gambrinus la Mimosa “record”

Una torta Mimosa del peso di 20 chili è stata esposta al Gran Caffè Gambrinus di Napoli durante la giornata internazionale della donna.

Protagonista indiscussa delle foto fatte da cittadini e turisti prima di essere tagliata e messa in vendita, la torta simbolo dell’8 marzo è stata realizzata dalla squadra di pasticcieri guidata da Stefano Avellano in cui c’è la giovanissima pastrychef Asia Cosmo. Anche alcune dipendenti del locale storico d’Italia si sono fatte fotografare accanto all’enorme torta che intende essere un ringraziamento simbolico per chi lavora o frequenta il Gambrinus.

“Celebriamo così la loro forza, il talento e la passione. Alle donne del Gambrinus, a coloro che lavorano in sala, in laboratorio o dietro le quinte va il nostro grazie più sincero per la cura nei dettagli, per l’energia instancabile, per la professionalità che rende speciale ogni momento. L’8 marzo è un giorno simbolico.

Il valore delle donne, invece, dobbiamo festeggiarlo tutto l’anno”, spiegano in un post diffuso sui social i titolari del Gran Caffè Gambrinus.

A Massa Lubrense la dolce scoperta della gelateria Ikigai – Intervista a Marco Casa

“Ikigai” è un termine giapponese che indica lo scopo e la ragione di vita o, meglio ancora, ciò che la mattina ti fa alzare con gioia.

E’ anche il nome scelto da Marco Casa per la gelateria che da quasi cinque anni gestisce a Monticchio, piccola frazione di Massa Lubrense. Insieme a lui, il fratello Davide, la moglie Giovanna Aiello e la pasticcera Ilenia Gargiulo. Abbiamo raggiunto Marco poco prima delle festività natalizie, per farci raccontare una storia fatta di piccoli passi e grandi soddisfazioni.

Ci troviamo sulla punta estrema della Penisola Sorrentina, in un luogo lontano dalle rotte turistiche più battute, che preserva un fascino antico: quello capace di coniugare la tradizionale operosità degli abitanti con la bellezza degli scenari naturalistici, senza scadere nei cliché del turismo di massa.

E’ stata una scelta obbligata, ci ha spiegato Marco, che nel 2020, poco prima dell’esplosione della pandemia di Covid, decide di uscire da un’avviata attività di famiglia per mettere in gioco le proprie idee e competenze.

“Il progetto era già concreto”, racconta Marco a 20Italie, “ma il mondo faticava a ripartire, le persone avevano paura, così ho aperto questo piccolo locale vicino casa, in un posto isolato. Oggi la più grande soddisfazione è vedere tre o quattrocento persone che affollano la piazza solo per venire a gustare i miei gelati.”

Come ci sei riuscito in così poco tempo?

“La qualità del prodotto, in prima battuta”, continua Marco, “poi il passaparola e infine l’attività di marketing e la presenza costante sul territorio.”

Sì, perché ad affiancare l’attività del punto fisso di Monticchio, ci sono anche tre carretti tradizionali con i quali Ikigai porta i suoi gelati a eventi, ricevimenti e manifestazioni, come la serata White Summer di Gambero Rosso, che ogni anno anima l’estate della Costiera Sorrentina. E a proposito di Gambero Rosso, è Marco a sussurrare con timido orgoglio che non si aspettava, a soli tre anni dall’apertura, i due coni della prestigiosa guida Gelaterie d’Italia.

“Speriamo in una riconferma nel mese di gennaio.”

Oggi si fa presto a dire gelato artigianale, ma cosa significa fare realmente un gelato artigianale?

“Il gelato artigianale – che non è ancora regolamentato da specifiche norme di legge (n.d.r.)- si racconta in modo breve, perché breve deve essere la lista degli ingredienti.”, prosegue Marco.

“Non utilizziamo emulsionanti, ma solo latte intero e panna fresca di origine italiana, farina di semi di carrube, zucchero d’uva, saccarosio e destrosio, oltre ai diversi ingredienti in base al gusto del gelato.”

Ikigai aderisce al progetto Eccellenze Contadine, una sezione di Città del Gelato, che seleziona materie prime da Presidi Slow Food e di origine Italiana. Nascono così alcuni dei gusti più originali della gelateria di Monticchio, che normalmente propone al banco una ventina di tipologie tra gelati, sorbetti e granite: il Vesuviano (gelato fior di bufala, variegato all’albicocca pellecchiella e nocciole pralinate) o il Siciliano (gelato alla mandorla d’Avola con variegatura di pistacchio crunch e mandarino tardivo di Ciaculli) o ancora il Gelato Gourmet al Provolone del Monaco (gelato con Provolone del Monaco dei F.lli Cacace, servito con albicocca pellecchiella e crumble al rosmarino), oppure la granita al gelso selvatico o quella di bergamotto.

Tra i gusti che hanno spopolato nel 2025 c’è il sorbetto alla Mela Annurca IGP con crunch di noci caramellate. Invece, il gusto del mese è sempre legato alla stagionalità dei prodotti: protagonista di novembre è stata ad esempio la castagna.

“Nel periodo delle festività non abbiamo creato il gusto del mese, ma ci siamo concentrati sulla produzione dei panettoni, fatti con lievito madre, burro e panna da affioramento.”

Ikigai infatti affianca all’attività di gelateria, anche quella di pasticceria tradizionale, avvalendosi del lavoro della pasticcera Ilenia Gargiulo.

I nuovi progetti?

“Al SIGEP di Rimini (Salone Internazionale Gelateria, Pasticceria, Panificazione Artigianali e Caffè. n.d.r.) abbiamo presentato una demo live e presto Tommaso Foglia ci dedicherà uno speciale sul suo programma A Scuola di Dolcezza, in onda su Discovery Channel”.

Quali sono i tuoi gusti gelato preferiti?

“Due grandi classici, cioccolato e pistacchio.”

Prima di lasciare Marco al suo lavoro gli chiediamo come mai la scelta di un nome giapponese per la sua gelateria:

“Il lavoro è la mia passione: con esso riesco a creare piccole gioie quotidiane per i miei clienti, che mi restituiscono un sorriso e la loro presenza quotidiana. Questa soddisfazione genera felicità, mi fa stare bene, mi ripaga con un senso di serenità che mi permette di raggiungere il mio IKIGAI.”

IKIGAI

Piazza S. Pietro in Monticchio

80061 Massa Lubrense (NA)

Puglia – Fatalone, il Dna della Famiglia Petrera nel Primitivo di Gioia del Colle

L’esistenza della viticoltura in Puglia è antecedente ai rapporti tra le popolazioni autoctone e i Fenici, i quali iniziarono a spingersi con le loro navi lungo i litorali della regione a partire dal 2000 a. C. per finalità commerciali. A questi antichi naviganti, provenienti dalla Cananea, va il merito di aver introdotto nuovecultivar e nuove tecniche di allevamento della vite più efficaci, esattamente come fecero con gliHistri, popolo dell’Istria, stanziali presso la Valle del fiume Arsa e la baia di Kalavojna, come in seguito la definirono i greci e che significa “buon vino”.

La storia della viticoltura in Puglia

Nell’area bagnata dal Mare Adriatico corrispondente a gran parte dei Balcani, Dalmazia inclusa, storicamente nota col nome di Illiria, si iniziarono a muovere i primi flussi migratori verso la Puglia, soprattutto verso il Salento, attorno al 1200 a.C. Gli Japigi, forse discendenti dai coloni cretesi stabilitisi a Taranto, furono la prima tribù a popolare queste terre, a cui seguirono prima i Peuceti e i Dauni, probabilmente originari dell’Albania, verso il VII sec. a.C. e successivamente, tra il IX e il X secolo a.C., i Choni e i Messapi.

Forti della lingua e di una civiltà definita da usanze e costumi comuni i Messapi si fusero con gli Japigi, dando così inizio alla cultura e al popolo di Messapia, il cui significato è “Terra tra i due Mari” corrispondente alle attuali subregioni di Murge e Salento. Tra realtà e leggenda, migrazioni, assonanze fonetiche e incroci di civiltà, le viti antenate del Primitivo attecchirono tanto nei Balcani che in Japigia, vasto territorio comprendente la Daunia, la Peucezia e la Messapia, sopravvivendo al tempo e alle dominazioni che modificarono il volto dei territori uniti dal Mare Adriatico, così come lo fecero i Greci dall’VIII sec. a.C. in poi, pur mantenendo relazioni di reciproco rispetto e indipendenza culturale.

Il Primitivo, origine di un nome

Per certi versi, l’incertezza storica che getta nebbia sull’origine definitiva di determinate popolazioni riguarda anche il Primitivo: però, tra i più accreditati studiosi di ampelografia, il dottor Antonio Calò reputava la comparsa del Primitivo in Puglia, o comunque la sua scoperta, risalisse al XVII secolo per merito dei monaci benedettini; tra costoro, molti partirono attorno al 1086 anche dall’Abbazia di Cava de’ Tirreni, un’importante sede monastica benedettina fondata nel 1011 da Sant’Alferio che, dopo il rinnovamento del XVI secolo, entrando nella Congregazione Cassinese, continuò a essere un centro spirituale e culturale, inviando monaci in missione, fondando altre comunità e sostenendo quelle preesistenti, a dimostrazione della sua influenza in Sud Italia.

Merito anche del re Federico II che nel 1194 favorì la viticultura, proteggendo le vigne esistenti, incoraggiandone coltivazione e sperimentazione, così come efficacemente fece la Riforma Gregoriana dopo il definitivo decadimento degli ordini monastici basiliani; in tutto ciò, rispetto al monachesimo, bisogna però si tenga conto che una precedente opera di diffusione delle uve potesse essere già stata messa in atto nella seconda metà del IV secolo dai monaci Basiliani trasferitisi dalla Grecia, persino nelle odierne province diBari e Taranto. Sicuramente, senza i monasteri e senza la perseveranza benedettina di quelle viti non sarebbe rimasta traccia alcuna.

Va evidenziato comunque che il Calò, rispetto alla sua tesi, fu preceduto da Giuseppe Di Rovasenda, il quale pure asseriva che il periodo in cui apparve il Primitivo fosse databile attorno al XVII secolo, ma per altre ragioni: infatti, l’autore del Saggio di Ampelografia Universale asseriva che le marze di Primitivo giunsero grazie ai profughi slavi originari di Zagabria dopo diverse ondate migratorie, spinti anche dall’egemonia saracena.  Non a caso SchiavoneMontenegroAlbanese Zagarese, sono sinonimi del Primitivo gioiese

Quel che è certo è che è a Francesco Filippo Indellicati, nato a Gioia del Colle nel 1767, che va riconosciuto il merito di selezionare e classificare il Primitivo, dandone definizione per la prima volta nel XVII secolo, come appunto asserito dal Calò; Indellicati, appassionato studioso di Botanica e Agronomia, oltre che dignitario papale, divenne primicerio del capitolo della Chiesa Madre di Gioia del Colle e, secondo Francesco Antonio Sannino, fu colui che nel 1799 avviò ufficialmente la coltivazione del Primitivo di Gioia del Colle in un terreno di otto quartieri di estensione in località Liponti, presso la contrada Terzi di Gioia del Colle.

Filippo Indellicati aveva particolarmente a cuore questa cultivar, notando all’epoca che raggiungeva la maturazione fenolica in agosto, precocemente rispetto alle altre uve. Fu per queste ragioni che, nel gergo dialettale gioiese, l’uva veniva chiamata Primativo, detto anche Primaticcio, ma non è escluso che l’etimo avesse a che fare con la carica ecclesiastica ricoperta dall’Indellicati stesso, come asserito anche dal prof. Giuseppe Musci nel 1919, al tempo direttore dei Consorzi di Difesa della Viticultura di Bari.

L’arco temporale intercorso tra gli inizi dell’800 fino ai primi anni ’50 ha visto l’annessione del Mezzogiorno al resto d’Italia, il cosiddetto Brigantaggio, la Grande Guerra e la Seconda Guerra Mondiale, eventi che hanno cambiato per sempre, assieme alle grandi migrazioni, il volto del nostro Paese e che hanno richiesto un immane sforzo per la ricostruzione e, soprattutto nell’Italia del Sud, tanta fatica contadina.

La famiglia Petrera

Un punto di riferimento fondamentale per la preservazione del patrimonio vitivinicolo gioiese e il futuro del Primitivo di Gioia del Colle in quest’epoca è stato il punto in cui Nicola Petrera, nato nel 1827, decise di costruire la propria casa, senza sapere che la scelta di un luogo, nelle mani di un suo futuro erede, diventerà la pietra miliare per dare grandezza al nome di questo emblematico vitigno pugliese; infatti, agli inizi del XIX secolo elesse la sommità della collina di Spinomarino per la sua dimora con tutta la tenuta attorno per praticare la viticoltura.

Il lavoro, tra disboscamento, lo scavo dei pozzi per fare scorta idrica e l’estrazione della roccia con cui venne costruita la casa trullo, fu davvero durissimo, ma il sacrificio non andò perduto e neanche le parole di Nicola, che riassumono i valori familiari e l’abnegazione per la fatica in vigna: “chi ama e rispetta la Natura, ama Dio e se stesso”. La casa trullo, come vedremo di seguito, resta un vero e proprio punto cospicuo per coloro che vogliono ripercorrere la storia del Primitivo, così radicato nel dna della Famiglia Petrera, tanto che ancora oggi è possibile vedere sulla sua sommità una roccia con sopra inciso un triangolo, simbolo geodetico che identifica la masseria come riferimento cartografico.

Il lavoro però era ancora tanto e mancava molto a ciò che la tenuta avesse l’aspetto attuale: a proseguire l’opera di Nicola è stato il figlio Filippo Petrera, nato nel 1852 e detto Fatalone, termine designante nel gergo locale un Don Giovanni e che da allora sarà il soprannome familiare dei Petrera. Filippo visse fino a 98 anni facendo colazione fino all’ultimo giorno con mezzo litro di Primitivo e mezzo litro di latte appena munto. A ereditare l’impegno di Flippo, nel proseguire l’opera avviata dal padre Nicola e poi da lui stesso, sarà Pasquale Petrera, nato nel 1913, il quale chiamerà suo figlio Filippo Vito Petrera, come tradizione vuole.

Nasce il progetto “Fatalone

Filippo, è un uomo risoluto e dal grande amore per la sua terra, quando lo si interroga a proposito del destino la sua risposta è semplice: non che il destino abbia voluto così, sciocchezze! In realtà è il risultato di come ci si pone nel rapporto con la Natura, ovvero il Creato e il Creatore, e col prossimo ed è quindi semplicemente l’effetto delle nostre azioni. Nel portare avanti la tenuta la capacità di Filippo sarà quella preservare e coniugare tanto l’eredità, costituita dai vigneti familiari, quanto di fare tesoro della conoscenza enologica di suo suocero Giuseppe Orfino, nato nel 1921 e venuto a mancare nel 2016. Con molte difficoltà Filippo Petrera riuscirà a realizzare il suo sogno più grande: dar lustro e identità al nome del Primitivo di Gioia del Colle imbottigliandolo in purezza per la prima volta!

Perché ciò potesse accadere Filippo iniziò a confrontare l’evoluzione dei vini prodotti fra suo padre e suo suocero per comprendere quale procedimento di vinificazione potesse essere più efficace a rendere il Primitivo più espressivo e longevo. La svolta si ebbe con l’annata 1981, emblematica per Filippo in quanto la materia prima aveva finalmente incontrato il giusto peso della mano dell’uomo e la bottiglia recava con sé il messaggio di un sogno che presto si sarebbe realizzato.

Arrivò il 1987 e, dopo una lunga lotta di carte bollate condotta assieme al dott. Erasmo Pastore, Filippo Petrera restituì il Primitivo di Gioia del Colle al suo legittimo destino, vedendosi finalmente riconosciuta la Doc Primitivo di Gioia del Colle, ottenendo altresì tutte le autorizzazioni necessarie per produrre, imbottigliare e promuovere il Primitivo in purezza. Filippo Petrera, quando accarezza i filari vicino casa sua, ricorda bene quei momenti e, oltre ad essere divenuto presidente del relativo Consorzio, nel 1988 vide la vendemmia del 1987 diventare la prima annata e realizzare prima bottiglia ufficiale con il marchio Fatalone. Era la grande annata di suo padre Pasquale e di suo suocero Giuseppe, tutto il vino imbottigliato ed etichettato a mano! U’ Pr’mativ’e!

Oggi, con Pasquale Petrera, figlio di Filippo e classe del ’78, assumiamo che per riconoscere la grandezza del Primitivo di Gioia del Colle ci sono volute ben 5 generazioni e l’unione di due famiglie, legate per la vita, la passione per la vitivinicoltura e il lavoro.

La cantina Fatalone Petrera si eleva in contrada Gaudella a 365 metri sul livello del mare, in un punto di Gioia del Colle pressoché distante dal Mar Adriatico e il Mar Jonio, a circa 45 chilometri, contando 9 ettari tutti intorno alla proprietà in un territorio ricco di storia: siamo pur sempre nella subregione delle Murge, un tempo abitata dai Peuceti, come dimostrano gli scavi archeologici e il vasellame destinato a contenere vino e olio presso il Monte Sannace.

Qui il terreno, del tipo argilloso-calcareo a medio impasto, ricco di minerali e con presenza di fossili marini, costituisce un valore aggiunto, capace di conferire ai vini di questa azienda agricola la caratterizzante freschezza e mineralità, che sono da ricercarsi anche nella consuetudine di impiantare le barbatelle a circa un metro di profondità, di modo che l’apparato radicale possa espandersi e captare l’umidità intrappolata nel suolo.

I vini

Ecco perché Pasquale Petrera sostiene che tutto parte dalla terra.

La prima generazione ha domato la terra e ha gettato le basi per l’attuale azienda, la seconda e la terza hanno ampliato e gestito con cura i vigneti, la quarta ha scolpito il nome del Primitivo di Gioia del Colle nella storia dell’enologia italiana e Pasquale Petrera, la quinta generazione, ha proiettato le cantine Fatalone nel futuro: l’attuale titolare racconta fieramente di quanto l’azienda sia stata pioniera nella conversione all’agricoltura biologica, la 288^ in tutta la Puglia e la Basilicata contemplando tutti i modelli agronomici e zootecnici, inclusi quelli con produzione diversa da uva da vino.

Pasquale riporta altresì che, quando era stata riconosciuta la Doc nel 1987, la sua famiglia, con un totale di 4,75 ettari, era tra i pochi possidenti di vigneti impiantati a Primitivo, per un totale di 12 ettari, in un’area in cui il vitigno era stato quasi completamente espiantato e che, grazie alla sua famiglia e alla sua personale visione, oggi gode di una fama internazionale, visto il buon posizionamento di mercato dei vini in diversi Paesi. La cantina Fatalone Petrera persegue un rigido protocollo di agricoltura biologica, senza irrigazione e favorendo l’inerbimento spontaneo con la pratica del sovescio.

Quattro le referenze di Casa Petrera, tutte non chiarificate, stabilizzate o filtrate, a basso contenuto di solfiti e prodotte esclusivamente con proprie uve: il Fatalone Primitivo Riserva e il Fatalone Primitivo di Gioia del Colle Doc, le cui viti, impiantate nel 1990, affondano le radici negli stessi suoli attorno alla proprietà e vengono allevate con una moderna versione di Alberello Pugliese con due capi a frutti adattato a spalliera, rispettivamente per un totale di bottiglie prodotte di 15 mila e 25 mila.

Per la versione riserva 12 mesi in acciaio e 12 mesi in botti di Rovere di Slavonia da 750 litri, con la peculiarità della musicoterapia al fine di ottimizzare lo spontaneo processo di micro-ossigenazione e favorire l’affinamento del vino stesso, per definitivi 6 mesi in bottiglia prima dell’immissione sul mercato. Il Teres Primitivo Rosato Igt Puglia viene prodotto a metà ottobre, frutto dei racemi delle viti di questa cultivar, per un totale di 6000 bottiglie, ottenute da una fermentazione spontanea e macerazione di 30 ore in solo inox e malolattica naturale.

Infine lo Spinomarino Greco Igt Puglia, frutto di viti allevate a pergola tra i due e i quattro capi a frutto, ottenuto da pressatura soffice senza diraspatura con breve macerazione in pressa di 24 ore, fermentazione spontanea in in acciaio a temperatura controllata con soli lieviti indigeni per 4500 bottiglie totali.

L’ottimizzazione assidua del prodotto, a partire dal miglioramento delle pratiche agronomiche ed enologiche, è una costante della cantina Fatalone Petrera, meditante piani di valorizzazione, ricerca e sviluppo: infatti, non sono mancate negli anni coincidenti al passaggio di testimone a Pasquale, cooperando ad esempio nel 2000 con ad un programma di ricerca dell’Istituto per la Viticoltura di Turi per la selezione clonale dei vitigni di Primitivo presenti sul territorio.

Nel 2003 è stata avviata la collaborazione con la Facoltà di Agraria dell’Università della Basilicata sulla caratterizzazione chimica dei vini Doc e Igt del Sud-Italia, compresa la ricerca in partnership con il Centro Nazionale Ricerca dell’Università di Lecce, sull’identificazione, la caratterizzazione e la selezione dei lieviti presenti nel Primitivo.

Non ultimo, tra il 2005 e il 2007, la cantina Petrera ha lavorato, in collaborazione con il Centro Ricerche e Analisi Agroalimentari di Bari, autorizzato dal Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca, sulle possibili strategie per la prevenzione della contaminazione da ocra-tossina A nei vini, coadiuvata dal Dipartimento di Chimica dell’Università La Sapienza di Roma e con la supervisione dell’Istituto Superiore della Sanità.

La nostra redazione ha avuto il piacere di raggiungere Pasquale Petrera per porgli qualche domanda:

Quali sono i tratti più caratterizzanti dei vini Fatalone?

In Natura, un’osservazione umile, aperta e sincera è la chiave per un vero apprendimento e una vera comprensione di ciò che realmente accade nel vigneto e di ciò di cui la vite ha effettivamente bisogno. È il modo per sentirsi e percepire veramente se stessi come parte del tutto, accettandone pacificamente l’imprevedibilità di annate non sempre favorevoli e lasciandosi guidare da esse, dandovi giusta e opportuna interpretazione. Ciò per noi, vignaioli da 5 generazioni, stabilisce la differenza tra chi parla di tradizione e chi la pratica, facendo tesoro di tutti gli insegnamenti che ci derivano da cooperazioni con atenei e istituzioni scientifiche.

Coerenza e fedeltà alle nostre radici, una visione ampia e lungimirante, vivendo il presente con la consapevolezza che c’è sempre da imparare è ciò che noi accomuniamo alla roccia, al vento marino e al sole che leviga le nostre uve.

A cosa dovrebbe essere imputata nel complesso l’attuale crisi del vino e come la state fronteggiando?

I fattori sono complessi e dinamici, alcuni tornano con una certa ciclicità altri sono conseguenze di un’epoca particolare. Potrei parlare di dazi ed errate politiche agricole, eccessiva fiducia in una certa maniera di comunicarsi o staticità sui mercati, ma mi limito semplicemente a dire il vino sta vivendo un processo di selezione naturale e che ciascuno è libero di percorrere la propria strada come meglio crede.

Riguardo a ciò che facciamo, credo che Il concetto di resilienza nel nostro percorso vinicolo familiare sia strettamente legato alle difficoltà e alle sfide intese non come momenti, ma come una costante che perdura ancora oggi, dopo che il nostro capostipite gettò nel 1800 le fondamenta di quella che ancora oggi si può considerare una pietra angolare per gli estimatori del Primitivo di Gioia del Colle.

Mio padre nacque durante la Seconda Guerra Mondiale, visse la povertà della vita di campagna di quel periodo nel Sud Italia, poi emigrò al Nord Italia per cercare lavoro come operaio siderurgico, ma all’inizio degli anni ’80 decise di tornare a casa per prendere in mano l’azienda agricola di famiglia e liberare il Primitivo dalla sua reputazione di vitigno a bassa resa, adatto solo alla produzione di vino sfuso da assemblare con altre uve più ritenute più pregiate.

Rilevò alcuni dei pochi vecchi vigneti di Primitivo autoctono ancora esistenti a Gioia del Colle e ne piantò di nuovi quando tutti gli altri stavano estirpando il Primitivo per sostituirlo con altre varietà più produttive. Quando iniziò a imbottigliare il Primitivo nel 1987, possedevamo 4,75 ettari su una superficie totale di una dozzina di ettari distribuiti su tutto il territorio della Doc di Gioia del Colle.

Dare inizio alla nostra avventura con l’imbottigliamento del Primitivo alla fine degli anni ’80, subito dopo lo scandalo del metanolo, operare in un contesto difficile come quello del Sud Italia, avvicinare lo scettico cliente internazionale introducendo un vitigno quasi sconosciuto, proveniente da una regione del Sud Italia quasi altrettanto sconosciuta, elementi entrambi associati alla produzione di vino sfuso, è stata un’impresa che ha richiesto non poco coraggio e fiducia nei nostri mezzi, provando e riprovando per almeno sei vendemmie prima di arrivare a imbottigliare con il nostro nome.

Quindi la nostra risposta a una sfida costante è sempre stata la costanza e la coerenza nel seguire le nostre passioni e i nostri sogni, lavorando duramente nel pieno rispetto delle buone e rispettose pratiche di campagna, dando profondità, autenticità e valore a ciò che facciamo con quell’ostinata passione che ci ha condotto oggi esattamente dove siamo.

È tutto legato ad una sola questione: sapere chi sei e, qualunque cosa cambi intorno a te, rimanere esattamente lo stesso. È pura personalità, dignità e orgoglio, ma è anche senso di onestà e rispetto per chi ha imparato ad amare i nostri vini e ci scegli per ciò che siamo, senza lasciarci affabulare dalle lusinghe della moda o dall’andamento, talvolta volubile, dei mercati.

Un obiettivo da raggiungere nei prossimi anni…

Migliorarci anzitutto, continuando a dialogare con le nostre viti con il linguaggio tramandato da 5 generazioni, interrogandole con i mezzi più etici e innovativi per prevenirne le esigenze, ottimizzando sempre più la vendemmia, anno dopo anno.  Naturalmente vorremmo che la nostra storia, la storia del Primitivo di Gioia del Colle, incontri sempre più appassionati nel mondo, ma soprattutto che tanti appassionati possano venire a trovarci, toccando con mano quel che facciamo e raccontarlo al mondo

Lombardia: Galleria Campari, dove l’arte incontra l’aperitivo italiano

“Campari gira, al ritmo del tuo tempo-o, Campari gira sempre insieme a te.” Chi ricorda questo jingle ha qualche annetto sulle spalle, come me del resto. Siamo nel lontano 1987 e l’estate italiana esplodeva tra spiagge affollate, radio accese e quello slogan che sembrava inseguirti ovunque. L’ho riascoltato durante la mia visita alla Galleria Campari ed è stato per me un tuffo nel passato.

Nel cuore di Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, sorge la Galleria Campari, uno spazio interattivo e multimediale che celebra il legame profondo tra il celebre bitter rosso e il mondo dell’arte, della comunicazione e del design.

Inaugurata nel 2010, in occasione del 150° anniversario del brand, la Galleria è ospitata nella storica palazzina Liberty che fu sede della prima fabbrica Campari, costruita nel 1904 da Davide Campari. Dopo oltre un secolo di attività produttiva, l’edificio è stato trasformato in un museo d’impresa su progetto degli architetti Mario Botta e Giancarlo Marzorati, diventando il cuore culturale del Campari Group.

La collezione permanente comprende oltre 4.000 opere, tra manifesti pubblicitari, bozzetti, oggetti di design e spot cinematografici firmati da artisti e registi di fama internazionale come Fortunato Depero, Bruno Munari, Ugo Nespolo, Federico Fellini e Paolo Sorrentino. Il percorso museale si articola su due piani: il primo dedicato alla storia del marchio attraverso le sue campagne artistiche e pubblicitarie; il secondo focalizzato sul prodotto, con bottiglie storiche, merchandising vintage e ambientazioni legate al mondo del bar.

Oggi Campari è un’icona. Ma per capire davvero la sua anima, dobbiamo tornare indietro, a quando Gaspare Campari nel 1860 mescolava erbe e spezie nel retrobottega del suo Caffè di Novara, cercando il gusto perfetto. Quando servì il suo nuovo liquore, dal gusto amaro e dal colore rosso acceso, i clienti lo chiamarono “il Bitter del Signor Campari”.

Nel 1862 Gaspare si trasferisce a Milano, dove apre il Caffè Campari nel Coperto dei Figini, un edificio rinascimentale con portici, poi demolito nel 1864 per fare spazio alla costruzione della più nota Galleria Vittorio Emanuele II.

Campari, inizialmente, si occupò personalmente della promozione dei suoi prodotti. Il primo annuncio pubblicitario fu un trafiletto testuale pubblicato sul Corriere della Sera il 7 gennaio 1889

Ma fu grazie al figlio Davide, che il Bitter si trasforma in un simbolo, in un marchio. Davide non era solo un imprenditore. Era un visionario.

Nel 1904 apre lo stabilimento di Sesto San Giovanni, segnando il passaggio dalla bottega artigianale alla produzione industriale. Ma la sua vera rivoluzione è nella comunicazione: Davide Campari capisce che per distinguersi serve parlare al pubblico con l’arte.

Nel 1915 inaugura il Camparino in Galleria, rivoluzionando il modo di gustare il bitter. Il locale presto divenne il simbolo dell’aperitivo e un punto di ritrovo per artisti e intellettuali. Fu il primo Caffè con un sistema idraulico che portava l’acqua frizzante direttamente dalle cantine al bancone per preparare i cocktail.  

Negli anni ’20 e ’30, stringe collaborazioni con artisti come Fortunato Depero, genio del Futurismo, che disegna manifesti audaci e anche la celebre bottiglietta conica del Campari Soda, lanciata nel 1932, porta la sua firma. Un oggetto di design puro, senza etichetta.

Davide commissiona anche opere a Leonetto Cappiello, autore del famoso Spiritello avvolto nella buccia d’arancia, e a Marcello Dudovich, maestro dei manifesti pubblicitari.

Per Davide, l’arte non è decorazione, è identità. “Campari è diverso, quindi lo comunicheremo in modo diverso”, diceva.

Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, Campari visse un periodo di grande difficoltà, ma anche di resilienza e trasformazione.

Con l’entrata dell’Italia nel conflitto, l’azienda decise di sospendere la produzione del suo celebre Bitter. Le ragioni erano legate sia alla scarsità di materie prime, sia alla volontà di non compromettere la qualità del prodotto.

La rinascita arriva l’11 maggio 1946, in un momento simbolico per Milano e per l’intero Paese: la riapertura del Teatro alla Scala, ricostruito dopo i bombardamenti. A dirigere il concerto inaugurale è Arturo Toscanini, figura emblematica della cultura italiana. Campari è presente, sponsorizzando la trasmissione radiofonica dell’evento, e riaffermando il suo legame profondo con l’arte, la musica e la rinascita culturale.

Nel 1960, arriva un’altra tappa storica: in occasione delle Olimpiadi di Roma, diventa il primo sponsor ufficiale dei Giochi Olimpici nella storia moderna. Un gesto visionario, che anticipa di decenni il concetto di brand come protagonista attivo nella narrazione sportiva e culturale.

Nel 1964, Bruno Munari, altroimportante artista dell’entourage Campari, realizza la celebre “Declinazione grafica del nome Campari”, un’opera che segna un momento cruciale nella storia della pubblicità visiva italiana. Creata per celebrare l’apertura della prima linea metropolitana di Milano (M1), questa composizione fu ideata per essere percepita in movimento, pensata appositamente per i viaggiatori in transito. Il suo design permette al messaggio di rimanere chiaro e riconoscibile anche se osservato solo in parte o per pochi istanti.

Negli anni ’60 e ’70, Franz Marangolo fu l’ultimo grande illustratore a firmare i manifesti pubblicitari di Campari prima che la fotografia prendesse il sopravvento nella comunicazione visiva del marchio. Le sue opere, eleganti e minimali, ritraevano figure femminili slanciate e uomini dal portamento sicuro, che ricordavano le star del cinema come Audrey Hepburn e Gregory Peck.

Negli anni Ottanta arriva una svolta decisiva nella comunicazione visiva, aprendo la strada a collaborazioni con grandi maestri del cinema. Il 1984 è l’anno che entra nella storia: Federico Fellini, icona del cinema mondiale, firma il suo primo spot pubblicitario per il brand.

Il cortometraggio, pensato per il pubblico italiano, è molto più di una semplice réclame. In sessanta secondi, Fellini costruisce una micronarrazione surreale ambientata su un treno: una donna annoiata e un uomo si sfidano in un gioco di sguardi mentre fuori scorrono paesaggi mutevoli. Con un telecomando, la donna cambia le immagini fino a quando l’uomo le mostra il Campo dei Miracoli di Pisa, dove campeggia una bottiglia di Campari. Un omaggio alla bellezza italiana e al potere dell’immaginazione, che trasforma la pubblicità in arte.

Con Fellini, Campari inaugura una nuova era: la pubblicità non è più solo promozione, ma narrazione cinematografica. Questo approccio si consolida negli anni successivi con altri volti noti.

Alla fine degli anni ’90 Campari firma uno dei suoi spot più audaci: Il Graffio, diretto da Tarsem Singh, regista indiano celebre per il linguaggio visivo potente e surreale. Ambientato in un elegante hotel durante una festa sofisticata, il cortometraggio racconta un gioco di sguardi tra due donne, in un crescendo di tensione e ambiguità che culmina in una rivelazione: il desiderio non conosce confini.

Considerato il primo spot italiano a sfiorare il tema dell’omosessualità femminile, Il Graffio non usa parole esplicite, ma lascia parlare le immagini. Il gesto che dà il titolo alla campagna, un graffio, diventa simbolo di rottura e identità.

Negli ultimi vent’anni, Campari ha cambiato il modo di comunicare il proprio marchio, trasformandolo in un’esperienza completa e coinvolgente. Non si limita più agli spot in TV, ma ha creato un mondo che include arte, moda, cinema e digitale.

Tra le iniziative più famose ci sono i Calendari Campari, diventati veri pezzi da collezione. Hanno avuto come protagoniste donne bellissime e di grande carisma, come Penélope Cruz, Eva Mendes, Uma Thurman, Salma Hayek e molte altre. Ogni calendario racconta una storia e un’idea creativa che mette in risalto il rosso Campari, simbolo di passione ed eleganza.

E’ del 2010, in occasione del 150 anni del marchio, l’inaugurazione della Galleria Campari.

Il 10 dicembre 2024 Campari Group ha lanciato la campagna globale “Take Time to Taste” per promuovere un consumo responsabile.

Con cocktail iconici come Aperol Spritz, Americano e Negroni, il Gruppo invita i maggiorenni a godersi i momenti di convivialità con calma, mettendo al primo posto moderazione e responsabilità. Che la Red Passion sia con voi!