Lazio – Antico Ristorante Pagnanelli: sapori, storia e panorami sul Lago Albano

Affacciato sulle acque del Lago Albano e circondato dal verde dei Colli Albani, Castel Gandolfo è un borgo che intreccia storia, leggenda e bellezza paesaggistica.

Le sue origini si legano all’antica Alba Longa, la mitica città latina considerata la madre di Roma, e alla grandiosa Villa di Domiziano, i cui resti sono ancora oggi visibili nel territorio. Una curiosa tradizione racconta che l’imperatore Domiziano amasse ritirarsi qui per sfuggire al caldo e al caos dell’Urbe, godendo della frescura del lago e della quiete dei boschi circostanti. Secoli dopo, il borgo avrebbe preso il nome dalla famiglia Gandolfi, diventando uno dei luoghi più affascinanti dei Castelli Romani e la residenza estiva dei Papi. dove storia e natura convivono in perfetta armonia.

Nel cuore del borgo, l’Antico Ristorante Pagnanelli rappresenta una delle insegne storiche del territorio. Affacciato sul Lago Albano, custodisce una tradizione di ospitalità che attraversa generazioni. La famiglia Mariani porta avanti con passione una proposta gastronomica basata sulla qualità delle materie prime e su un menu che unisce sapori di lago, mare e terra.

Fiore all’occhiello del locale è la suggestiva terrazza panoramica con vista sul lago, oltre alla storica cantina scavata nel tufo che custodisce una vasta selezione di etichette (un vero paradiso) In questo contesto ricco di storia e fascino prende avvio la mia esperienza gastronomica, un viaggio tra ingredienti selezionati, piatti che valorizzano la tradizione e dettagli curati, con il Lago Albano a fare da sfondo.

Ho iniziato il percorso con delle erbe matte raccolte sul luogo, abbinate a fragole fresche e aceto balsamico. Un equilibrio perfetto tra freschezza, dolcezza e aromaticità.

La cicoria ripassata in padella, uno dei contorni simbolo della tradizione romana e contadina, insaporita con aglio, olio extravergine d’oliva e peperoncino.

Le alici marinate con bruschettine con pomodori gialli e basilico sono un antipasto fresco e ben equilibrato, un abbinamento semplice e riuscito.

Gnocchi con vongole calamaro e tartufo, un piatto che unisce mare e terra in modo originale e ben bilanciato.

Tentacoli di polpo arrosto con peperoni e salsa allo yogurt, qui sono esaltati la morbidezza del polpo, la dolcezza dei peperoni e la freschezza della salsa.

Ad accompagnare questo percorso gastronomico è stato un Bombino Bianco della Cantina Olivella, un vitigno tipico del Centro e Sud Italia che trova sui terreni vulcanici dei Castelli Romani un’espressione particolarmente interessante. Fresco e scorrevole, ha creato un legame tra cucina e territorio.

Concluso il pranzo, non i sono lasciata scappare una breve visita alla cantina del ristorante. Scavata nel tufo ai piedi della collina. Un ambiente ricco di fascino, ricavato nella roccia vulcanica, che custodisce oltre tremila etichette. Tra bottiglie storiche e vini provenienti da tutto il mondo, trova spazio anche un piccolo museo dedicato alla cultura del vino e alla tradizione vinicola del territorio.

Tra gli scaffali spiccano alcune bottiglie firmate da celebri ospiti passati negli anni da Pagnanelli, un omaggio ai tanti personaggi illustri accolti da questo storico ristorante

Da questa visita porto con me il ricordo di un’esperienza completa, fatta di buona cucina, attenzione alla materia prima e valorizzazione del territorio. La vista sul Lago Albano, i piatti proposti e la scoperta delle cantine hanno contribuito a offrire una prospettiva interessante su una realtà che da anni rappresenta un punto di riferimento della ristorazione dei Castelli Romani.

Prosit!

Antico Ristorante Pagnanelli

Via Antonio Gramsci 4,

00073 Castel Gandolfo (RM)

Il Territorio dell’Extra: quando l’olio extravergine d’oliva diventa racconto, identità e visione

Tra ulivi secolari e sapori mediterranei, il Cilento racconta sé stesso attraverso l’olio extravergine, intrecciando tradizione, ricerca e nuove visioni per il futuro.

C’è un momento, nel cuore dell’estate cilentana, in cui il paesaggio sembra parlare attraverso i suoi profumi. È accaduto il 10 luglio, nel giardino della Tenuta Botti a Massa di Vallo della Lucania, dove l’olio extravergine è diventato il filo conduttore di una serata capace di intrecciare gastronomia, cultura e riflessione sul futuro dell’olivicoltura e dell’agricultura.

“Il Territorio dell’Extra”, iniziativa ideata e promossa da Emilio Conti, settima generazione dello storico frantoio di famiglia fondato nel 1842, ha superato il format della tradizionale degustazione per diventare un percorso esperienziale dedicato all’olio extravergine di oliva quale espressione autentica del paesaggio, della cultura e dell’identità cilentana.

Una sessantina di ospiti ha preso parte a un itinerario sensoriale costruito attorno al valore dell’extravergine, non solo come alimento di eccellenza, ma come chiave di lettura del territorio e della sua evoluzione.

Emilio Conti: il rigore della scienza al servizio della cultura olearia

Dietro l’impeccabile regia dell’evento emerge la visione di Emilio Conti, erede di una famiglia che da quasi due secoli custodisce e rinnova una delle più significative realtà olearie del Cilento.

La laurea in Ingegneria Meccanica rappresenta il punto di partenza di un percorso che lo conduce a dedicarsi interamente all’olivicoltura e all’arte molitoria, coniugando tradizione familiare, metodo scientifico e formazione specialistica come assaggiatore professionista presso l’O.N.A.O.O. di Imperia.

Nel corso degli anni Conti si è distinto come promotore della cultura dell’olio extravergine di qualità, collaborando con autorevoli studiosi, tra cui il professor Primo Fontanazza, e maturando importanti esperienze internazionali come consulente in Cile, in altri Paesi del Sud America e in Sudafrica.

Tra i riconoscimenti più prestigiosi figura quello ottenuto nel 2008 dall’olio “Il Sogno” della famiglia Bertolli, prodotto presso il Frantoio Conti e proclamato miglior olio al mondo a seguito di una selezione anonima. Già socio Federolio e componente del Consiglio Direttivo Unifol, oggi è Presidente del Consorzio di Tutela Olio DOP Cilento, ruolo attraverso il quale continua a promuovere l’extravergine come patrimonio culturale, economico e identitario.

Il gusto come racconto del territorio

La cifra estetica dell’evento porta la firma di Sara De Marco, wedding ed event planner cilentana che ha curato integralmente concept, progettazione e allestimento della serata.

Materiali naturali, cromie ispirate al paesaggio mediterraneo e dettagli botanici hanno dato vita a una tavola di grande eleganza, concepita non come semplice elemento scenografico, ma come parte integrante del racconto. Ogni dettaglio contribuiva a costruire un’atmosfera coerente con la filosofia dell’iniziativa, nella quale estetica e contenuto procedevano in perfetto equilibrio.

Su questo raffinato scenario si è inserito il lavoro di Hera Catering, che ha gestito con puntualità e professionalità la preparazione delle portate e il servizio, accompagnando gli ospiti lungo un percorso gastronomico pensato per valorizzare le produzioni del territorio.

Le isole del gusto hanno accolto i partecipanti con pizze fritte preparate al momento, zeppole realizzate con gli ortaggi dell’Azienda Agricola Conti e bruschette arricchite da verdure di stagione. Preparazioni di apparente semplicità nelle quali l’olio extravergine non era un complemento, ma il filo conduttore dell’intera esperienza gastronomica.

Tra i momenti più originali della serata si è distinto il maestro gelatiere Enzo Crivella con il Gelato EVO “Conti dal 1842” Sale & Pepe, una proposta che ha saputo interpretare l’extravergine in chiave contemporanea, dimostrando la straordinaria versatilità di questo ingrediente anche nel mondo della gelateria artigianale.

Ad accompagnare il percorso sensoriale, l’Isola del Vino e dei Drink ha proposto una selezione di etichette delle cantine Sciore, De Conciliis e Magnoni, accanto a cocktail, aperitivi analcolici e acque aromatiche alla menta e al rosmarino, in un equilibrio coerente tra territorialità e freschezza.

Sulla grande tavolata si sono quindi susseguite le portate della cena. L’insalata di fagioli cannellini del Cilento con cipolla bianca di Vatolla ha valorizzato l’extravergine “Conti dal 1842”, mentre la tradizionale pasta e patate “Azzeccata”, simbolo della cucina cilentana, ha trovato nell’olio “Orti di San Paolo” il naturale complemento aromatico.

La terza proposta ha celebrato alcune delle più rappresentative produzioni agroalimentari del territorio: la soppressata del Salumificio Tomeo, il capocollo del Piccolo Salumificio Artigianale di Gioi, il caprino della Tenuta Principe Mazzacane, la ricottina di bufala del Caseificio Carrozza, la celebre mozzarella nella mortella dell’azienda agricola Cicco di Buono di Adolfo Valiante e una selezione di ortaggi stagionali dell’Azienda Agricola Conti.

A chiudere il percorso, la frutta fresca e il tradizionale Cannolo Cilentano hanno ribadito una filosofia gastronomica fondata sul rispetto della materia prima e sulla valorizzazione delle produzioni locali.

Un laboratorio di idee per il futuro dell’olivicoltura

L’incontro è stato anche occasione di confronto sulle prospettive dell’olivicoltura italiana, riunendo rappresentanti delle istituzioni, del mondo produttivo, della ricerca e dell’associazionismo.

Il presidente di Coldiretti Campania, Ettore Bellelli, ha richiamato l’attenzione sulla tutela dell’origine e sulle criticità del codice doganale europeo, mentre gli interventi di Galli e Marcantuono hanno approfondito il ruolo dell’innovazione tecnologica nella gestione dell’oliveto. Quaglia, per Agrioli, e Nampoli, per Opi Evo, hanno invece posto l’accento sulla necessità di rafforzare le reti tra imprese e territori.

Particolarmente significativa anche la testimonianza di Francesca Garace della Fattoria Parco degli Ulivi di Francica, consorte di Emilio, esempio concreto di collaborazione tra Calabria e Cilento. Ad arricchire la serata è stata la presenza del professor Pasquale Persico, di Don Luigi Rossi, di Maurizio Puglisi e del giornalista Gaetano Bellotta, offrendo riflessioni sul valore della cultura, della comunità e della narrazione nella costruzione dell’identità territoriale.

Le storie che generano futuro

Tra gli aspetti più interessanti dell’iniziativa è emersa la presenza di una comunità internazionale che ha scelto il Cilento come luogo di vita e di progettualità.

Emblematica la testimonianza di Gina, dalla lontana Baviera, promotrice a Gioi di un laboratorio didattico dedicato ai bambini tedeschi, capace di coniugare educazione ambientale, ospitalità e percorsi di digital detox. Sempre dalla Germania, Suzanne, regista e autrice, e Hanz, musicista e costruttore di fisarmoniche, che hanno trovato nel borgo di Villammare un nuovo spazio creativo. A completare il quadro, Marco Radano, esperto di marketing internazionale, oggi impegnato nella valorizzazione del comparto vitivinicolo cilentano.

Esperienze diverse ma accomunate dalla convinzione che il Cilento possa ancora attrarre competenze, creatività e nuove progettualità.

Una sfida culturale prima ancora che agricola

Il confronto ha evidenziato le principali criticità del comparto: la frammentazione amministrativa, le difficoltà di accesso al credito per le nuove generazioni e la necessità di sostenere con maggiore decisione la meccanizzazione attraverso gli strumenti dello sviluppo rurale.

Parallelamente sono emersi esempi concreti di innovazione. Dai percorsi educativi e turistici sviluppati da Gina fino all’agricoltura di precisione adottata da Emilio Conti attraverso le centraline predittive Elaisian, l’evento ha mostrato come sostenibilità, tecnologia e valorizzazione del territorio possano convivere in un unico modello di sviluppo.

“Il Territorio dell’Extra” ha così confermato che un grande olio extravergine non racconta soltanto una cultivar o una tecnica di estrazione: custodisce la memoria di un paesaggio, il sapere di una comunità e la capacità di generare relazioni, cultura e futuro. Quando ricerca, impresa, gastronomia e territorio dialogano con una visione condivisa, l’extravergine diventa molto più di un’eccellenza alimentare: si afferma come autentico ambasciatore di identità e sviluppo.

“Custodire un uliveto significa proteggere un paesaggio; produrre un grande olio significa consegnarne la memoria alle generazioni future.”

Sergio Dondoli, il Maestro toscano che ha trasformato il gelato in un racconto di territorio

L’estate ha un sapore inconfondibile. È quello del gelato, compagno delle passeggiate nei centri storici, delle giornate al mare e delle sere trascorse all’aria aperta. Più di un semplice dessert, il gelato è un piccolo rito che regala sollievo nelle giornate più calde e racconta, attraverso ingredienti e lavorazioni, la straordinaria ricchezza della tradizione gastronomica italiana. Ma quando la maestria artigianale incontra la creatività e il profondo legame con il territorio, quel cono o quella coppetta diventano molto più di una pausa rinfrescante: si trasformano in un’esperienza capace di lasciare il segno.

A San Gimignano, tra le torri medievali e la pietra dorata che riflette la luce della Toscana, si trova una gelateria che merita di essere raccontata. È la Gelateria Dondoli in Piazza della Cisterna, 4. Non una gelateria qualsiasi è il risultato del lavoro di Sergio Dondoli, un uomo che ha fatto del gelato non soltanto un mestiere, ma una forma di narrazione.

Entrare nella sua gelateria significa assistere a un rito che si ripete ogni giorno. Turisti, appassionati e curiosi attendono il proprio turno con la stessa aspettativa di chi sta per visitare un monumento. E, in fondo, è proprio questo che Sergio Dondoli è riuscito a costruire: un monumento contemporaneo all’artigianalità italiana.

Nato a Monteriggioni (SI) nel 1953, Dondoli non è arrivato al successo per caso. La sua storia è fatta di viaggi, cucine, ristoranti e sacrifici. Dopo gli studi alberghieri ha lavorato tra Italia, Francia e Germania, affinando tecniche e sensibilità gastronomica. È proprio all’estero che scopre il mondo del gelato artigianale, intuendone il potenziale creativo. Quando decide di tornare nella sua Toscana, porta con sé un bagaglio di esperienze che cambierà il destino della sua vita.

Nel 1992 apre la Gelateria Dondoli a San Gimignano. È una scelta coraggiosa, ma soprattutto visionaria. In un’epoca in cui il gelato viene spesso considerato un semplice dessert, Dondoli immagina qualcosa di diverso: un prodotto capace di raccontare il territorio attraverso ingredienti autentici e abbinamenti sorprendenti.

Nascono così gusti che oggi sono diventati vere e proprie icone. La Crema di Santa Fina, impreziosita dallo zafferano DOP di San Gimignano e dai pinoli, rende omaggio alla santa patrona della città. Lo Champelmo, con pompelmo rosa e Vernaccia, unisce freschezza e tradizione vinicola locale. Ogni ricetta è pensata come un piccolo viaggio sensoriale, dove nessun ingrediente è scelto per stupire, ma per raccontare.

È questa la cifra stilistica di Sergio Dondoli: innovare senza tradire. Dietro ogni gusto non c’è la ricerca dell’effetto speciale, bensì la volontà di valorizzare ciò che la terra offre. Un approccio che gli ha permesso di conquistare riconoscimenti internazionali e di diventare il primo maestro gelatiere insignito del prestigioso titolo di Maestro d’Arte e Mestiere (MAM), uno dei massimi riconoscimenti dell’artigianato italiano.

Eppure, parlando con chi lo conosce, emerge un tratto che vale più dei premi: la curiosità. Dondoli continua a sperimentare, a confrontarsi con colleghi di tutto il mondo, a insegnare nelle competizioni internazionali come la Gelato World Cup, trasmettendo alle nuove generazioni una cultura del gelato fatta di rigore, studio e rispetto della materia prima.

Oggi la sua è diventata una storia di famiglia. Accanto a lui lavorano i figli Stefano e Sara, custodi di una tradizione che guarda al futuro senza perdere le proprie radici. La gelateria di San Gimignano resta il cuore pulsante di un progetto che negli anni si è ampliato fino ad arrivare anche fuori dall’Italia, mantenendo però intatto lo spirito con cui tutto è iniziato.

Forse è proprio questa la lezione più preziosa di Sergio Dondoli. Le eccellenze gastronomiche non nascono inseguendo le mode, ma coltivando un’identità. In un mondo dove tutto corre veloce, il suo gelato invita a rallentare, ad assaporare, a riconoscere il valore delle stagioni, delle persone e dei territori. Perché, alla fine, il successo di un maestro non si misura soltanto nei premi vinti o nelle file davanti alla sua bottega. Si misura nella capacità di trasformare un semplice gelato in un ricordo.

E chiunque abbia assaggiato uno dei gusti firmati da Sergio Dondoli sa che quel ricordo ha il profumo della Toscana e il sapore autentico dell’eccellenza italiana.

Tutta la Valpolicella nei vini di Torre di Terzolan

Torre di Terzolan è un’antica dimora storica e una realtà saldamente legata alla Valpolicella Orientale, posta, più precisamente a Trezzolano (VR).

Valle famosa per i dolci rilievi coperti da vigneti a poca distanza da Verona, ampia e variegata, giace immersa in uno stupendo parco tra piante secolari, tra cui uno dei più antichi cipressi italiani, oliveti, vigneti e corsi d’acqua. Risalente al 1300, è  appartenuta ad importanti famiglie nobili, quali gli Scaligeri che la utilizzavano come riserva di caccia e successivamente alla famiglia Ridolfi, oggi è di proprietà dell’architetto Roberta Previdi.

Siamo in Val Squaranto, al confine con la Valpantena, oltre a produrre olio, vengono prodotte anche tre eccellenti etichette di vino. I capolavori enoici affinano in una cantina ipogea sotto la villa,  molto suggestiva con archi in pietra.  La temperatura è l’umidità sono controllate e costanti durante tutto l’anno. Una nota di merito va alla vecchia ghiacciaia. 

Ad accoglierci c’è la proprio Roberta che ci ha illustra minuziosamente la storia dell’azienda. Gli ettari vitati con le varietà tipiche della Valpolicella sono circa 2,5 e condotti secondo i dettami dell’agricoltura biologica certificata, posti ad altimetrie che si attestano dai 350 ai 400 metri. Gli olivi occupano una superficie di invece di 6 ettari. Oliveti e vigneti si trovano in un habitat naturale e ricco di biodiversità. 

Dalla villa e dal giardino si gode di un panorama senza pari, digradante verso la vicina cittadina di Giulietta e Romeo. Le vendemmie sono rigorosamente manuali, i grappoli vengono posti in cassette di varie dimensioni.  I vini affinati in piccole barriques sia di origine bordolese che borgognotta, tuttavia, una piccola percentuale per l’Amarone e il Valpolicella affinato in anfore di ceramica Tava.

La cantina è piccola ma al contempo molto funzionale. I vini sono composti da Corvina 65%, Corvinone 25% e Rondinella 10%. Le uve destinate all’appassimento vengono poste nell’antico portico per un periodo variabile che si aggira intorno ai 3 – 4 mesi. Una serie di accorgimenti garantiscono ai prodotti finali un elevato livello qualitativo. La villa dispone, inoltre di 4 suite finemente arredate ed affrescate per una vacanza all’insegna della pace e tranquillità,  vi hanno soggiornato personaggi illustri come Franco Zeffirelli. In villa si può soggiornare anche in esclusiva per un massimo di 10 persone e ogni richiesta personale viene esaudita.

I vini degustati sono:

Valpolicella Doc 2025 – Al naso sviluppa piacevoli sentori di viola, rosa, ciliegia, susina e frutti di bosco,  il sorso è vibrante,  saporito, setoso, armonioso e molto persistente.

Valpolicella Superiore Doc 2020 – Sprigiona eleganti sentori di mora, marasca, prugna, ribes, accompagnate da nuances balsamiche e speziate,  al gusto è avvolgente con tannini nobili ed è dotato di una lunga persistenza aromatica.

Amarone della Valpolicella Docg 2018 – Di grande complessità al naso, emana raffinati sentori di mirtillo,  iris, amarena, tabacco, polvere di cacao e spezie dolci,  al palato è pieno ed appagante con tannini setosi e un finale lunghissimo e saporito. 

È stata un’esperienza molto appassionante,  l’unico problema è stato di dover tornare via; grazie di cuore a Federica Schir e a Roberta Previdi sia per le enozioni che per le emozioni.

Idee per il Ferragosto: il “timoniere” Alessandro Feo alla guida del suo ristorante tipico a Casalvelino

Se qualcuno si stesse chiedendo come mai Alessandro Feo Ristorante non è stato ancora annoverato tra gli stellati della Campania, è perché il locale ha un problema serio di base: lo chef mette l’ospite al centro, non sé stesso, restando fedele alla sua idea di cucina e coerente al suo territorio, senza compromesso alcuno e senza l’ossessiva ricerca di visibilità.

Spesso, l’eccessivo desiderio di protagonismo e l’ambizione, oltre al pagamento del prezzo per fare parte della fiera della vanità culinaria, talvolta, fanno perdere la passione e fanno smarrire la strada, oltre che l’obiettivo: l’attenzione e il soddisfacimento degli ospiti, non certo degli ispettori.

Casalvelino, fuori dai palcoscenici televisivi e lontano dagli eccessi mediatici, Alessandro Feo preferisce far parlare la propria cucina, esprimendo appieno la sua filosofia culinaria all’interno del suggestivo palazzo storico del XVII secolo, un tempo adibito a monastero, sul lungomare del borgo marinaro cilentano, impiegando materie prime provenienti dai suoi due orti di proprietà e dal pescato locale.

Classe ’85, il giovane chef ha dovuto ha affrontare un percorso di crescita personale e lavorativa costante per investire sul proprio paese d’origine con coraggio e determinazione, trasformando la passione in un progetto di vita autentico. Sotto la sua impeccabile uniforme, batte all’unisono il cuore del cuoco, del contadino e del pescatore. Inoltre, come un approdo sicuro, il ristorante di Alessandro è aperto anche in inverno, una rarità per l’area, collocando la location tra i veri riferimenti territoriali.

La cucina per lui è anzitutto passione, quindi sperimentazione, divertimento, ma è anche contatto, rispetto e studio assiduo della materia prima e delle strategie di cottura. Pertanto, sarà pure che non è stato ancora raggiunto dalla stella, ma Alessandro Feo è a tutti gli effetti un ambasciatore dell’Alta Cucina Italiana, non a caso recensito da bravi intenditori, raccomandato comunque dalla Guida Michelin a partire dal 2022 e confermato anche quest’anno, oltre che essere menzionato da importanti guide, tra cui quella del Gambero Rosso.

Di seguito, la descrizione di una serata galante, sotto le volte del ristorante, adornato dalle pietre di Acquavella e il cui cielo è costellato dai tipici mummulieddi, ingegnoso e antico sistema di elementi vuoti in terracotta per creare un ottimo isolamento termico.

L’entrée di benvenuto: buñuelos in stile messicano, sottili e croccanti che, passati tra le mani dello chef, son diventati sapidi e al pomodoro, semplicemente sfruttando le naturali caratteristiche della solanacea, sono stati serviti assieme al cracker di patate e tartufo estivo e alla polpetta di alici e limone. Un omaggio a un ospite davvero speciale e, al tempo stesso, ai profumi mediterranei.

Per l’antipasto, la scelta è ricaduta sulla celebre caprese di mare, un evergreen imperdibile al Ristorante Feo: mozzarella di bufala, pomodorini confit, tartare di gambero rosso del Cilento, perle di pesto al basilico ed essenza di limone. Questo piatto traduce fedelmente e con immediatezza il manifesto culinario di Alessandro Feo, non solo per l’equilibrio intrinseco tra gli ingredienti e tra il mare e la terra, ma anche per la ricerca degli elementi: non a caso il latticino impiegato è la mozzarella di bufala del progetto Associazione Regionale Allevatori, a supporto della filiera e degli allevamenti, ideato da Pietro Noce con la supervisione di Matteo Noce. Il progetto ARA favorisce il pascolo estensivo, e quindi sostenibile, la cura della materia prima e l’impiego di latte caldo appena munto e lavorato subito.

A seguire la seppia con taccole e cipollotto, piatto che in Primavera, in ossequio alla stagionalità, prevede come legume alternativo le fave. Il morso è armonico senza prevaricazione, l’impiego del nero di seppia non costituisce soltanto un elemento estetico in contrasto col candore del mollusco, ma un’impronta gustativa che ne completa il sapore, avviluppato nell’acidulo calibrato e nell’aromaticità della cipolla. Anche la texture è stata decisiva e caratterizzante, sposando la tenerezza della seppia, dovuta a un taglio magistrale, e la croccantezza della taccola.

Il primo piatto consigliato dallo chef è stato lo scrigno che custodisce il legame tra il suo estro cosmopolita e l’amore per il territorio: un Risotto tra Osaka e Casalvelino. La ricetta fonde due culture legate al mare in un gioco di fiamma e crudo di mare ad altissimo appeal umami. Infatti, il riso viene cotto nel brodo dashi, quindi con alga kombu e katsuobushi, adagiato sulle tartare di tonno rosso sul fondo. A rendere agevole e succulenta questa portata il segreto della mantecatura al burro acido e del limone.

Il caldo e il freddo, nel loro intrigante contrasto, costituiscono il leitmotiv del secondo piatto, altro storico riferimento culinario di Alessandro: il Baccalà al Gazpacho con Insalatina di Cetrioli e Cipolle Marinate. Qui la lunga navigazione per la caccia al merluzzo incontra la campagna cilentana e le sue fresche note vegetali.

Inatteso il pre-dessert: il Gin Fizz nella sua versione solid cocktail.

La scelta conclusiva, prima della generosa e variegata offerta della piccola pasticceria, ricade sul sontuoso Babà, Olio, Limone e Basilico. Gli alveoli del celebre lievitato della regione Campania si intridono di cremoso al limone, poggiando su un crumble di basilico con accanto una quenelle di gelato all’olio evo. Qui, tutta la concentrazione del sensorialista lascia andare il freno a mano e si concede ai sensi e alla golosità, per una dolce coccola che in maniera innovativa restituisce al babà più classico l’eleganza e la semplicità di tre elementi che sussurrano l’antico fascino mediterraneo, sempre attuale.

Per Alessandro Feo il Mare è Madre, poiché in fondo tutti veniamo da esso e tutta la civiltà, persino quella a tavola, si fonda attraverso i riti, i costumi e le leggi dei Popoli del Mare e della navigazione, che annoverano da sempre la xenia, il sacro vincolo di accogliere, nutrire e proteggere il viandante o il naufrago prima di chiedere il suo nome, come Zeus comandava.

Qui da lui la terra e le onde vibrano allo stesso ritmo, ritmo che Alessandro ha ben appreso ad ascoltare.Non è rimasto inosservato il cestino con il pane caldo in diverse declinazioni, l’ospitalità in tavola assieme al burro e all’olio extravergine di oliva, segno di una maturità raggiunta anche nella lievitazione e nella padronanza della pasticceria. La capacità di Alessandro di accarezzare le verdure e gli ortaggi è altrettanto magistrale, per non parlare degli accostamenti, mai scontati e mai stridenti.

La carta del vino è confacente alla proposta gastronomica e si incentra anzitutto su cantine locali, lasciando spazio a realtà extraregionali, oltre a qualche proposta internazionale, e pertanto a diverse filosofie enologiche. L’accoglienza spontanea e garbata di Alessandro Feo sembra proprio quella del ragazzo della porta accanto, sempre disponibile e mai invasivo, un’accoglienza che relega indistintamente ai suoi ospiti, facendoli sentire tutti ugualmente speciali

Idee per il Ferragosto: il libro “Radici, storia di un’impresa familiare” di Piero Mastroberardino

Radici è il nome del progetto agronomico e vinicolo voluto da Antonio Mastroberardino nel 1978. Ha dato il nome a un Taurasi, a un Taurasi Riserva e a un cru di Fiano di Avellino. Oggi è il titolo del romanzo di Piero Mastroberardino, Radici, storia di un’impresa familiare, edito da Solferino.

Piero Mastroberardino, decima generazione della famiglia di viticoltori di Atripalda (AV), ripercorre attraverso documenti antichi, lettere commerciali e carteggi privati, la storia dei propri avi a partire da quel Pietro Mastroberardino che nel 1735 inizia ad acquisire le terre che costituiscono l’attuale patrimonio della cantina: circa 250 ettari.

Una vera e propria impresa, con un senso ben più ampio della mera accezione economica del termine: quello di intraprendere un’attività che va oltre le capacità di un singolo individuo, diventando lo sforzo corale di una famiglia  che nei secoli ha portato avanti un’attività agricola e di produzione di vino. Lo studio minuzioso condotto da Piero sull’archivio di famiglia ci permette di conoscere i momenti salienti della storia imprenditoriale, e allo stesso tempo di entrare negli scorci più intimi, che meglio di qualunque documento ufficiale raccontano le quotidiane difficoltà e l’ingegno per superarle.

Abbiamo chiacchierato con Piero Mastroberardino nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, nell’ambito della rassegna Libri al Tramonto, organizzata dalla libreria Ubik di Vico Equense e promossa dal Comune di Vico Equense, per approfondire alcuni dei passaggi di questa storia e ripercorrere i momenti che hanno portato l’autore alla sua stesura.

Ne è emerso un romanzo denso di significati e significanti. Radici infatti può essere considerato “non solo la storia della famiglia Mastroberardino ma anche una storia del vino italiano attraverso la famiglia Mastroberardino”, racconta Piero.

A cominciare dal 1735,  con quel primo atto di compravendita tra il principe Nicolò Gesualdo e Pietro Mastroberardino, in cui si fa menzione delle viti latine, nome alternativo delle viti apiane, il moderno fiano, il più autoctono dei vitigni campani. Da quel momento in poi, la famiglia Mastroberardino ha portato avanti il proprio nome, legandolo in maniera indissolubile a quella del proprio vino.

Nel 1878 l’iscrizione in camera di commercio della Angelo & Giuseppe Fratelli Mastroberardino conferisce carattere prettamente imprenditoriale al patrimonio di famiglia. I due fratelli aprono filiali a Napoli e Roma, iniziano a partecipare a concorsi internazionali, compiono la scelta di uscire fuori dai confini della Campania, in Italia e in Europa, non per supplire in maniera anonima alla mancanza di vino dovuta alla fillossera, che in quegli anni falcidiava il patrimonio viticolo francese, ma con il preciso intento di esportare il vino di casa Mastroberardino. Scelte di imprenditori capaci di cogliere opportunità e di individuare occasioni anche nei momenti di crisi.

“Nel romanzo sono molti gli episodi in cui l’esponente di famiglia  che in quel momento regola l’attività, si fa carico del disagio e s’inventa una soluzione, una strada nuova”, ci spiega Piero, menzionando alcuni dei passi più importanti della storia, in cui si evidenziano problematiche comuni a quelle odierne: ad esempio il crollo di un mercato, e la conseguente necessità di aprirne uno nuovo.

Poi ci sono i carteggi più intimi, paralleli a quelli ufficiali. Come quelli tra Luigia e Pasqualina, sorelle e mogli rispettivamente di Giuseppe e Angelo: “smussano gli angoli e ci mostrano il volto umano di questa storia, come la necessità di “togliersi le pulci dalle vesti” o quella di ravvicinare le differenti vedute dei mariti, non sempre concordi tra loro”, continua Piero. E sulle donne di casa Mastroberardino prosegue: “Sono state grandi donne, con una grande forza. Hanno risolto problemi, hanno sciolto nodi ingarbugliati.”

Approccio moderno con mezzi e tecnologie antiche anche quello di Michele, nonno di Piero, che ancora giovanissimo, nel 1912, programma con minuzia un viaggio di lavoro negli Stati Uniti, esattamente alla stregua di un export manager dei giorni nostri. Si reca negli Stati Uniti e su sollecitudine del padre studia quel mercato, si impiega in altre attività per capirne a fondo i meccanismi. Con lui, l’impresa compie un ulteriore passo avanti: “Angelo, il pater familias, governava dal cockpit aziendale, il figlio Michele è presente fisicamente sui mercati”, racconta Piero. Americhe, Australia, Asia, Africa: non c’è continente in cui non arrivi il vino di casa Mastroberardino, grazie al lavoro incessante e ai continui viaggi di Michele.

Leggere Radici significa anche leggere alcuni dei passaggi più significativi della storia con la S maiuscola, con tutte le sfide che questa ha saputo porre alla famiglia di imprenditori vitivinicoli. Dal Volstead Act, più comunemente noto come Proibizionismo, alla Grande Guerra, dalla vicenda del Cogne su cui era imbarcata una grossa commessa per l’Argentina, sequestrata dai dissidenti di Fiume capitanati da Gabriele D’Annunzio, fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando le cantina di Atripalda divennero rifugio dai bombardamenti e cassaforte segreta delle migliori riserve, affinchè non fossero trafugate dagli invasori.

Il romanzo si conclude con un post scriptum, In memoria di Antonio Mastroberardino, padre di Piero, Cavaliere del lavoro, colui che ha innescato il grande processo di modernizzazione della cantina, dando il via al progetto Radici, da cui ancora oggi si sviluppano floride iniziative.

“Il più grande rammarico che ho”, termina Piero, “è che mio padre non ha conosciuto questa storia in tutti i suoi dettagli, io sono stato il primo ad accedere a questo enorme archivio di famiglia. La molla è scattata dopo la sua scomparsa: forse, avrei potuto fare prima questo sforzo.”

Vale dunque la pena menzionare le poche righe a conclusione del romanzo, in cui l’autore per la prima volta parla in prima persona: “Sento, intimamente, con quest’opera, di aver scritto per suo conto, d’esser latore di un messaggio che porto dentro di me grazie al suo insegnamento.”Al termine della presentazione abbiamo degustato l’ultimo nato di casa Mastroberardino: Ripe d’Altura, blanc de blancs da greco e fiano. Il nuovo germoglio della Vigna Mastroberardino.

Idee per il Ferragosto: il Mercato del Capo di Palermo

Tra “abbanniate” e profumo di panelle il luogo autentico dove le grida di richiamo dei venditori si mischiano ai colori delle bancarelle

Al Mercato del Capo di Palermo la città si racconta senza filtri, tra pesce appena pescato, frutta matura, spezie, panelle e arancine (sì a Palermo si chiamano arancine) fumanti.

Passeggiare tra queste vie significa immergersi nell’anima più vera di Palermo, lasciandosi conquistare da una vitalità contagiosa che coinvolge tutti i sensi. Ogni angolo nasconde una storia, ogni volto un aneddoto, ogni sapore un pezzo di tradizione che resiste al tempo e continua ad affascinare chi arriva fin qui. Non è soltanto un mercato, ma un vero simbolo della cultura palermitana, capace di raccontare secoli di storia attraverso colori, sapori e tradizioni.

Il mercato sorge nell’antico quartiere del Capo, conosciuto anche come Seralcadio, dall’arabo sari-al-qadi, rione del Kadì, un’area che affonda le proprie radici nell’epoca della dominazione araba. Ancora oggi la disposizione delle strade, l’atmosfera vivace e il modo stesso di commerciare ricordano i caratteristici suk del Nord Africa.

Nel cuore del centro storico di Palermo, il Mercato del Capo rappresenta uno dei luoghi più vivaci e caratteristici della città. Il suo asse principale si snoda lungo via Porta Carini e prosegue fino a via Beati Paoli, tra vicoli ricchi di storia, profumi e tradizioni. Proprio da Porta Carini si accede a quello che è considerato l’ingresso più suggestivo del mercato, una soglia ideale per immergersi nell’atmosfera autentica della Palermo più popolare.

Fin dalle prime ore del mattino, il mercato si anima di residenti, commercianti e visitatori che percorrono le sue strade alla ricerca di prodotti freschi e specialità del territorio. Le bancarelle espongono un trionfo di colori: frutta e verdura di stagione, pesce appena pescato, carni, formaggi, spezie e numerose eccellenze gastronomiche siciliane.

Ciò che rende il Mercato del Capo unico non è soltanto la qualità dei prodotti, ma soprattutto l’energia che lo attraversa ogni giorno. Le celebri abbanniate, gli antichi richiami dei venditori in dialetto palermitano, risuonano tra i banchi creando una vera e propria colonna sonora che accompagna la vita del mercato.

A differenza di molti mercati storici europei trasformati esclusivamente in attrazioni turistiche, il Mercato del Capo continua a essere frequentato quotidianamente dai palermitani. È un luogo dove tradizione e vita quotidiana convivono, mantenendo intatto il suo ruolo sociale ed economico all’interno della comunità.

Il Capo è inoltre una tappa imprescindibile per gli amanti dello street food. Passeggiando tra le sue vie è possibile assaporare alcune delle specialità più rappresentative della cucina palermitana, come panelle, crocchè, arancine, sfincione e pesce fritto preparato al momento. Sapori semplici e genuini che raccontano la storia di una città plasmata nei secoli dall’incontro di culture diverse e che continuano a rappresentare l’essenza della tradizione gastronomica siciliana.

Io sono una vera street food addicted e credo che questo tipo di cucina riesca a raccontare una città e le persone che la abitano meglio di qualunque monumento o guida turistica. Il cibo di strada nasce infatti dalla vita quotidiana, dalle esigenze di chi lavora, dalle tradizioni tramandate di generazione in generazione e dall’incontro tra culture diverse.

E così, tra una bancarella e l’altra, è arrivato il momento che aspettavo di più: quello degli assaggi. Perché un mercato si visita con gli occhi, ma si scopre davvero attraverso il gusto.

Ho iniziato con un cartoccio di panelle, dorate, croccanti all’esterno e morbide all’interno, sono delle semplici frittelle di farina di ceci fritte, tradizionalmente vengono servite all’interno di un morbido panino con una spruzzata di limone.

Il secondo assaggio è stato l’immancabile arancina, uno dei simboli della cucina palermitana. La panatura croccante racchiude un ripieno saporito e ben equilibrato.

La diatriba tra arancina e arancino è una famosa disputa linguistica e culturale della Sicilia che divide l’isola tra Palermo (al femminile, tonda) e Catania (al maschile, spesso con la punta).

E’ la volta dello sfincione, a metà strada tra una pizza e una focaccia, si distingue per l’impasto soffice e per il ricco condimento a base di pomodoro, cipolla, formaggio e origano. Un piatto semplice, nato dalla cucina popolare.

Decido di terminare questo percorso tra i sapori del Mercato del Capo con uno dei panini più iconici e autentici della tradizione palermitana: il pane con la milza, conosciuto in dialetto come pani câ meusa.

Un piatto che forse non incontra subito il gusto di tutti, ma che rappresenta un vero simbolo della cucina popolare della città. La milza e il polmone di vitello vengono cotti nello strutto e serviti all’interno di un morbido panino, spesso arricchito con una spolverata di caciocavallo grattugiato o qualche goccia di limone.

Visitare il Mercato del Capo significa immergersi nell’essenza più autentica di Palermo e rimane uno dei luoghi migliori per avvicinarsi alla cultura gastronomica palermitana.

A Salerno l’evento Cibo & Dintorni, il palcoscenico ideale per le eccellenze enogastronomiche della Campania

Dall’11 al 13 settembre Piazza della Libertà ospita la quindicesima edizione della manifestazione. Oltre 100 aziende, chef, show cooking, masterclass, talk, laboratori e un ricco programma di appuntamenti aperti al pubblico.

Tre giorni per incontrare il mondo dell’agroalimentare, conoscere produttori, scoprire eccellenze, assistere agli show cooking di chef e protagonisti della gastronomia, partecipare a masterclass, laboratori, talk e momenti di approfondimento. Tutto questo nella cornice straordinaria di Piazza della Libertà, la grande piazza sul mare di Salerno.

Dall’11 al 13 settembre torna a Salerno la quindicesima edizione di Cibo & Dintorni, la manifestazione dedicata all’agroalimentare che quest’anno sceglie uno dei luoghi simbolo della città per proporre un appuntamento capace di rivolgersi non soltanto agli operatori professionali, ma anche al pubblico e agli appassionati di enogastronomia.

Piazza della Libertà, progettata dall’archistar catalana Ricardo Bofill, con i suoi circa 28mila metri quadrati nell’area dell’ex Santa Teresa e il complesso del Crescent a fare da sfondo, diventerà per tre giorni un grande spazio dedicato alle eccellenze, alla cultura del cibo e all’incontro tra territori e persone.

Due padiglioni fieristici accoglieranno oltre 100 aziende provenienti dalla Campania e da diverse regioni italiane. Accanto alla dimensione espositiva, il pubblico potrà vivere direttamente la manifestazione attraverso esperienze, incontri e attività.

Sul palco si alterneranno chef e protagonisti di rilievo del mondo della gastronomia, con show cooking e degustazioni, mentre masterclass e laboratori permetteranno di entrare ancora più da vicino nel mondo delle produzioni, delle tecniche e della cultura del cibo.

Un calendario ricco accompagnerà i visitatori per tutti e tre i giorni e sarà presentato nei prossimi giorni attraverso i canali ufficiali di Cibo & Dintorni.

Le attività saranno disponibili per la prenotazione online, così da consentire di scegliere in anticipo gli appuntamenti ai quali partecipare su PostoRiservato.it.

Un evento per tutti i gusti

Cibo & Dintorni punta a rendere la manifestazione accessibile e coinvolgente per un pubblico ampio: dagli appassionati agli operatori del settore, fino alle famiglie.

È previsto infatti l’ingresso gratuito per i bambini fino a 10 anni compiuti, accompagnati dai genitori, mentre è previsto l’ingresso omaggio per gli operatori Horeca e del settore alimentare.

L’obiettivo è costruire un evento aperto, inclusivo e capace di coinvolgere la città, trasformando il visitatore da semplice spettatore a parte integrante dell’esperienza.

Nasce così “Scatta, Tagga e Vinci l’ingresso”, il contest che porta Cibo & Dintorni fuori dai padiglioni e direttamente tra le persone. I cartelloni della manifestazione, disseminati sul territorio, diventano il punto di partenza di un gioco che invita a fotografare, condividere e coinvolgere la propria community.

Un’iniziativa pensata per creare socialità, partecipazione e condivisione, perché Cibo & Dintorni non vuole soltanto essere una fiera da visitare, ma un appuntamento da vivere insieme, nel quale sentirsi parte della manifestazione.

Perché un evento dedicato al cibo è anche un evento dedicato alle persone: al piacere di stare insieme, incontrarsi, condividere esperienze e vivere la propria città.

Accanto al programma aperto al pubblico, Cibo & Dintorni manterrà la propria importante vocazione professionale.

La manifestazione riunirà oltre 100 aziende e ospiterà incontri B2B tra espositori e buyer italiani e internazionali provenienti da numerosi mercati esteri. Le delegazioni sono state selezionate e profilate in funzione delle aziende presenti, con l’obiettivo di favorire incontri mirati e concrete opportunità commerciali.

«Cibo & Dintorni torna dove tutto è nato, a Salerno – sottolinea Antonio Lezzi, organizzatore della manifestazione –. Si è sempre svolta a Salerno e abbiamo testardamente voluto mantenere questa location, anche grazie al coinvolgimento del Comune di Salerno che ci ospita. Siamo molto legati alla città e al territorio».

La dimensione professionale e quella destinata al pubblico convivono così all’interno di un unico progetto: da una parte le imprese, i buyer e gli incontri commerciali; dall’altra un evento aperto alla città, dove il visitatore può conoscere, degustare, imparare e incontrare direttamente i protagonisti del settore.

Piazza delle Libertà a Salerno

La scelta di Piazza della Libertà non è soltanto logistica, ma rappresenta uno degli elementi caratterizzanti di questa quindicesima edizione.

Una location prestigiosa, affacciata sul mare e nel cuore della città, che permetterà a Cibo & Dintorni di diventare per tre giorni parte integrante della vita di Salerno.

«Il nostro obiettivo – afferma Lezzi – è continuare a lavorare affinché Salerno possa essere il punto di riferimento dell’agroalimentare non soltanto campano, ma di tutto il Centro-Sud. Un Sud che non vuole soltanto portare fuori le proprie eccellenze, conosciute in tutto il mondo e legate alla tradizione e alla Dieta Mediterranea, ma che vuole anche essere capace di accogliere, mettere in rete e creare occasioni di incontro».

Cibo & Dintorni diventa così un appuntamento da vivere in famiglia, con gli amici, da appassionati o da professionisti, passeggiando tra gli stand, incontrando i produttori, scoprendo nuove realtà, partecipando alle attività e assistendo agli appuntamenti con i protagonisti della gastronomia.

Cibo & Dintorni 2026 vi aspetta a Piazza della Libertà, Salerno, dall’11 al 13 settembre, dalle 9.30 alle 19.00.

Ingressi e prenotazioni

Ingresso omaggio per gli operatori Horeca e del settore alimentare.

Ingresso gratuito per i bambini fino a 10 anni compiuti, esclusivamente se accompagnati dai genitori.

Per conoscere il programma e prenotare masterclass, show cooking e altre attività, è possibile consultare PostoRiservato.it.

Sito ufficiale Cibo & Dintorni: https://ciboedintorni.eu

Idee per Ferragosto: “A’ Chiena” festeggia il dono dell’acqua a Campagna

Se la Costiera Amalfitana brilla per lusso e il Cilento per la sua cultura popolare, ai piedi degli Alburni, verso la Piana del Sele, c’è Campagna: qui l’acqua del fiume Tenza, deviata sul corso principale del paese, diventa rito di rinascita collettiva. A differenza delle terme di Contursi, qui l’acqua si gioca per strada, tra secchielli e risate di bambini e adulti, richiamando visitatori da tutta la zona: come Carmela, che ogni anno porta le sue tre bimbe alla festa della Chiena a giocare con l’acqua e i secchielli.

Tra fine luglio e metà agosto, un’antica deviazione del fiumicello “lava” il borgo ogni weekend. Nessun spreco: l’acqua non si disperde, devia solo il suo corso tra le vie del paese prima di confluire nel Sele, che irriga la piana dei pomodori e degli ortaggi.

La festa, rito collettivo che risale al XVII secolo, nasce da esigenze di igiene pubblica e prevenzione delle epidemie, unite alla gaiezza tipica dei Cilentani. Non a caso il Cilento, culla della dieta mediterranea, vanta il maggior numero di sagre di paese in Italia, specchio di una ricchezza enogastronomica rara al mondo, dalla mozzarella di bufala in poi.

L’edizione 2026, dal 19 luglio al 23 agosto, alterna le celebri Passeggiate nell’acqua tra vicoli e palazzi storici alle Secchiate, vere battaglie d’acqua per grandi e piccoli. Tra le novità dell’anno, Aperichiena: una serata di musica e convivialità nell’atmosfera unica del borgo illuminato.

La ProLoco di Campagna, motore instancabile dell’evento, arricchisce il programma coinvolgendo chiese e musei locali, e assicura che la rete idrica potabile resta estranea alla deviazione temporanea del Tenza. Per gli organizzatori il rito è una riappropriazione collettiva della ricchezza dell’acqua, di solito riservata all’irrigazione agricola: fonte di vita e gioco insieme, in una terra fertile fin da Plinio il Vecchio e dalle prime colonie greche del 600 a.C.

Info e immagini gentilmente concesse da prolococampagna.it

Nasce il “Panettone di Ferragosto” di Don Salvatore

L’edizione estiva e a tiratura limitata del grande lievitato firmato Luigi Colandrea: fragoline, limone semicandito, burro di latteria e vaniglia del Madagascar per il fine pasto ideale dei mesi caldi.

Da “Don Salvatore Ristorante e Relais” arriva una novità che unisce la grande tradizione dei lievitati della famiglia Colandrea a un’idea inedita: portare il panettone, simbolo delle feste invernali, sulla tavola d’agosto. Nasce così il Panettone di Ferragosto, edizione limitata pensata come fine pasto estivo, da servire fresco di taglio dopo le cene sotto il limoneto o da portare a casa come piccola opera artigianale firmata Luigi Colandrea.

Un debutto non casuale: il 15 agosto Monte di Procida festeggia la sua patrona, la Madonna Assunta, e il Panettone di Ferragosto nasce anche per essere parte di questo giorno di festa collettiva per tutto il paese.

Un progetto che nasce dalla grande passione per i lievitati di Luigi Colandrea, chef e patron, insieme al fratello Generoso, di “Don Salvatore”. Da oltre dieci anni Luigi produce colombe e panettoni con lievito madre, grazie anche al percorso di formazione con Rolando Morandin, tra i massimi maestri italiani dell’arte bianca. Un lievitato tradizionalmente legato al Natale che oggi trova, per la prima volta, una versione pensata per l’estate flegrea.

Un lievitato d’estate, tra orto e mare

Il Panettone di Ferragosto reinterpreta la ricetta classica con un impasto morbido e profumato, arricchito da fragoline, limone semicandito ricavato dai limoni dell’azienda agricola di famiglia e vaniglia del Madagascar, ed è realizzato con burro di latteria. Il risultato è un lievitato dal profilo fresco e delicato, pensato apposta per chiudere un pasto estivo: meno speziato del panettone invernale, più agrumato e fruttato, in perfetto equilibrio con la stagione. Alla base dell’impasto c’è lo stesso lievito madre che Luigi utilizza per i panettoni e le colombe, rinfrescato quotidianamente in laboratorio.

“I grandi lievitati sono da sempre una delle nostre passioni più grandi, un lavoro che portiamo avanti da oltre dieci anni con la stessa cura che dedichiamo all’orto e alla cucina. Con il Panettone di Ferragosto abbiamo voluto raccontare l’estate flegrea attraverso un impasto che profuma di limone e di fragoline: un modo diverso di chiudere il pasto, senza rinunciare alla tecnica e alla qualità che ci hanno sempre contraddistinto.”

Luigi Colandrea, chef e patron di Don Salvatore Ristorante e Relais

Disponibilità

Il Panettone di Ferragosto è disponibile in edizione limitata presso “Don Salvatore Ristorante e Relais” ed online su www.donsalvatore.eu.

Don Salvatore Ristorante e Relais Don Salvatore è il ristorante e relais della famiglia Colandrea, nato nel 2016 all’interno di un antico cellaio nell’azienda agricola di famiglia, nei Campi Flegrei. Guidato dai fratelli Luigi e Generoso Colandrea, porta in tavola i prodotti del proprio orto — dal Pomodoro Cannellino Flegreo alla zucchina San Pasquale — insieme a una produzione artigianale di pane, pasta fresca, dolci e grandi lievitati.