Vino, Donna è il libro di Chiara Giorleo edito da Luciano Pignataro Wine&Food Blog che raccoglie 90 interviste a donne che col vino lavorano quotidianamente.
Il libro è diviso in tre parti: giornaliste e degustatrici, produttrici ed enologhe, e un’ultima sezione dedicata a tutte quelle figure che lavorano in maniera trasversale in questo settore. Abbiamo chiacchierato con Chiara Giorleo di questo progetto e di quello che rappresenta in un mondo in cui la figura femminile è sempre più presente sotto molteplici ruoli.
Quando è nata l’idea di intervistare le protagoniste del vino e quando ha preso forma l’idea di un libro?
È un trend importante e in crescita quello delle donne del vino. Il progetto di intervistare per Luciano Pignataro Wine Blog le donne che lavorano in questo mondo è nato qualche anno fa. Decisi di iniziare da una categoria meno ovvia, le degustatrici. Le interviste uscivano mensilmente sul blog. Poi, ho continuato con le produttrici. Ricevevo anche autocandidature. Nel 2025 Luciano Pignataro ha voluto trasferire tutto questo lavoro su carta stampata per lasciare una traccia concreta di questo patrimonio.
Come pensi sia cambiato il ruolo della donna nel mondo del vino degli ultimi vent’anni?
Il peso fisico del libro serve anche a far capire il peso del femminile in questo settore e non solo in termini numerici. La figura della donna nel mondo del vino ha avuto un’evoluzione molto più importante e accelerata che in altri settori tanto da poter essere presa ad esempio in molti ambiti. Basti pensare che l’Associazione Donne del Vino è la più grande al mondo. Il ruolo della donna, che ha uno spessore culturale con notevoli distinzioni geografiche, in ambito vino invece è omogeneo e compatto.
Donne produttrici, da sempre presenti, sempre più importanti. Sembra che in questo ruolo non esista un divario di genere. Cosa accade invece nel mondo della comunicazione?
Siamo più abituati a pensare alle donne produttrici, e meno a ragionare in termini di donne critiche di vino. Ecco perché iniziai le interviste con le giornaliste e le degustatrici. Ancora oggi questa figura è abbastanza inattesa. Il gender gap è supportato anche da una ricerca dell’Associazione Donne del Vino con un confronto sui paesi esteri: la categoria più soggetta ad atteggiamenti maschilisti, ma anche ad abusi verbali e fisici, è quella delle giornaliste e delle sommelier. Le produttrici sono meno soggette. Ma anche qui facciamo un distinguo: una cosa è parlare di produttrici in qualità di imprenditrici, quando invece parliamo di enologhe, a parità di competenze tecniche e preparazione, non hanno ancora la medesima visibilità dei loro colleghi uomini. Il ruolo tecnico al femminile non viene ancora valorizzato, e con questo non mi riferisco a premi o riconoscimenti…semplicemente al fatto che rimaniamo ancora sorpresi nel trovare una donna in questo ruolo, manca un’abitudine a pensare e vedere le donne in questi ruoli.
Parlando di comunicatrici del vino, quanto e in che modo le differenze generazionali incidono nell’approccio alla comunicazione?
Cambia molto perché cambia il modo in cui differenti generazioni si sono formate. Prima o eri una giornalista o lavoravi per una guida. I ruoli erano molto più distinti e definiti. Oggi, le comunicatrici ricoprono ruoli più trasversali, si sono spostate anche sui social e li usano a tutto tondo con strumenti diversi ma anche con approcci diversi. Penso a Cristina Mercuri (la prima Master of Wine donna italiana N.d.R.) ma anche a Sissi Baratella: entrambe non comunicano il vino in modo classico. Sissi per esempio ha avuto sin da subito un approccio intelligente con i social quando ancora non avevano il peso odierno e sa presentare il vino in modo diverso, moderno.

Come si inserisce il mondo femminile nell’enoturismo?
Senza voler rinforzare dei cliché, ossia che le donne sono più propense a ruoli di ospitalità che tecnici, bisogna però constatare che la figura più impiegata in questo settore è quella femminile (l’80% degli addetti nel settore enoturismo sono donne). L’enoturismo è un’opportunità che in Italia è stata recepita con ritardo rispetto a altri paesi del mondo. Ci obbliga a parlare di vino in modo diverso. È una comunicazione più difficile sotto certi aspetti, ma va a rinnovare il discorso vino. Confermo, perché il vino lo comunichi in modo trasversale: non scegli il tuo target ma è l’utente finale che ti sceglie, che sceglie la cantina e i suoi vini, e quindi devi adattarti a questo utente, all’impronta… È vero!
Ora rivolgo a te la domanda che hai rivolto a tutte le tue intervistate: tu, Chiara, come hai incontrato il mondo del vino?
Avevo una passione per il vino, ma nessuno in famiglia coinvolto in questo settore. Ho studiato marketing internazionale con l’idea di viaggiare: ho lavorato a Malta, in Cina, e poi sono arrivata alla Camera di Commercio di Toronto in Canada per promuovere il Made in Italy. Qui ho iniziato a mettere in campo la mia passione per il vino. Rientrata in Italia ho lavorato in cantina nell’ambito comunicazione ed enoturismo, ma si sono resa presto conto che ero vincolata ad una sola cantina per cui ho deciso di mettermi in proprio e ho intrapreso un percorso di studio e preparazione per affermare la mia professionalità e la mia immagine. Ho frequentato l’università in Napa Valley, e grazie a questo sono diventata corrispondente dall’Italia per il giornale locale che si occupa di vino. Ho lanciato il mio blog e le mie pagine web. Inizialmente in Italia mi contattavano perché sapevo parlare di vino in inglese. Ho completato la mia formazione con il corso AIS e poi con WSET, di cui sono diventata
educator.
Sei una formatrice bilingue, hai girato il mondo, hai approcciato molti comunicatori e produttori. Che differenza noti nella comunicazione del vino in lingua inglese rispetto alla lingua italiana?
La lingua inglese non è facile come sembra ma ha sviluppato un approccio immediato, soprattutto in ambito tecnico. È una lingua che si pone in modo più schematico, in maniera spoetizzata per cui il discorso vino ne risulta snellito. Se a questo approccio siamo poi in grado di unire lo spessore culturale della nostra lingua, il mondo vino diventa molto più interessante.
Che consiglio daresti a una giovane donna che inizia il suo percorso nel mondo del vino, magari con un corso da sommelier?
Come in tutti gli ambiti ci vuole competenza e studio. Non sono molto originale nella risposta, ma quando ci caliamo in un contesto lavorativo, dobbiamo sapere che cosa siamo in grado di offrire, quindi dobbiamo avere un approccio critico con noi stessi. Mi sono reinventata passo dopo passo, tra successi ma anche insuccessi. Bisogna essere in grado di diversificarsi ma alla base di tutto ci sono la formazione e la preparazione, poi la capacità di investire in noi stessi e di rischiare



Intervista a Chiara Giorleo, autrice del libro Vino, Donna dedicato alle donne del vino
Casaleta, il Verdicchio che custodisce la memoria delle Marche
Le “fraschette”: la storia dei luoghi dove il vino era una scusa per stare insieme
Ci mancava solo la Popillia Japonica, lo scarabeo che minaccia le prossime vendemmie in Italia
“La cucina napoletana” – Il libro di Luciano Pignataro presentato il 27 agosto alle Librerie Ubik di Vico Equense