“Vino, Donna” di Chiara Giorleo: il valore delle storie oltre le questioni di genere

Al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo di Napoli, la presentazione del libro di Chiara Giorleo diventa un confronto sul ruolo femminile nell’enogastronomia, tra storia, competenze e nuove prospettive. Novanta testimonianze per interrogarsi su quanto sia cambiato il mondo del vino e su ciò che resta ancora da raccontare.

Il vino come chiave di lettura della società

Quanto conta ancora il genere nel racconto di chi lavora nel mondo del vino?

È questa, probabilmente, la domanda più interessante emersa il 21 ottobre al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo di Napoli, durante la presentazione di Vino, Donna, il libro di Chiara Giorleo pubblicato da Luciano Pignataro Wine Blog.

Una domanda che merita di essere attraversata con attenzione, perché porta con sé una riflessione ben più ampia sul ruolo delle donne nella società, sul riconoscimento delle competenze e, soprattutto, sul modo in cui scegliamo di raccontare la storia.

La sala gremita, nonostante una giornata complicata dai disagi nei trasporti, ha restituito il senso di un incontro che ha progressivamente assunto i contorni di un dibattito culturale e sociologico.

Ed è proprio qui che l’enogastronomia dimostra una delle sue potenzialità più interessanti: quando viene affrontata con conoscenza, rigore e capacità critica, riesce a intercettare i cambiamenti sociali, a raccontare l’evoluzione dei comportamenti, a porre interrogativi che riguardano tutti.

Il vino, in questo caso, è stato il punto di partenza di una conversazione necessaria.

Novanta donne, cinque anni di lavoro e una fotografia del vino italiano

Chiara Giorleo, critica del vino, giornalista e formatrice, appartiene a quella categoria di professionisti che riconoscono nello studio e nell’aggiornamento continuo una responsabilità verso ciò che raccontano.

Il suo Vino, Donna nasce da oltre cinque anni di interviste, incontri e ricerca. Novanta storie raccolte in 320 pagine, suddivise in tre sezioni che attraversano il mondo delle produttrici e delle enologhe, quello della critica, del giornalismo e della degustazione, fino alle numerose professionalità che contribuiscono alla crescita del settore vitivinicolo.

Conversazioni nate sulle pagine del Luciano Pignataro Wine Blog e diventate un progetto editoriale curato in ogni dettaglio, dalla costruzione dei contenuti all’identità visiva. La prefazione porta la firma di Jane Hunt, Master of Wine, mentre in quarta di copertina trovano spazio i contributi di Jancis Robinson MW e del professor Vincenzo Russo dell’Università IULM. La fotografia di copertina è di Guido Harari. Il volume è stato realizzato con il sostegno di Latteria Sorrentina.

Il risultato è una testimonianza del vino italiano contemporaneo osservato attraverso cinque anni di trasformazioni, esperienze e percorsi professionali.

Ma leggendo queste storie emerge anche un’altra questione: quanto conosciamo davvero delle donne che hanno contribuito, e continuano a contribuire, alla costruzione dell’identità enogastronomica italiana?

Le donne hanno fatto la storia. Ma chi l’ha raccontata?

Basterebbe ripercorrere alcune pagine della storia del vino per trovare figure femminili decisive. Si pensi a Barbe-Nicole Ponsardin, la celebre Madame Clicquot, che già agli inizi dell’Ottocento assunse la guida della maison di Champagne e contribuì a innovarne profondamente la produzione.

Eppure, la presenza delle donne nella vita concreta delle aziende, nelle cantine, nelle cucine e nelle attività tramandate di generazione in generazione non ha sempre trovato uno spazio altrettanto importante nella narrazione pubblica.

È una riflessione che riguarda l’intera cultura gastronomica. Anche nella ristorazione e nel mondo della pizza, tante competenze femminili hanno attraversato la quotidianità del lavoro, custodendo saperi, trasmettendo tecniche, contribuendo alla continuità delle imprese familiari. Una presenza spesso evidente nella pratica, meno riconoscibile nei racconti che hanno costruito la memoria collettiva.

Ed è qui che il lavoro di Chiara Giorleo assume un valore particolare.

Quelle novanta interviste restituiscono nomi, esperienze, responsabilità e visioni personali. Permettono di comprendere come sia cambiato il settore e, contemporaneamente, quanto sia importante interrogarsi su chi abbia avuto la possibilità di raccontarlo.

Perché la narrazione ha un peso nella costruzione del riconoscimento sociale. Decide quali esperienze diventano riferimenti, quali percorsi acquistano visibilità, quali figure entrano a far parte della memoria di un settore.

Oltre la questione di genere: il valore delle persone

Tra i contributi al confronto, quello di Tommaso Luongo, presidente dell’Associazione Italiana Sommelier Campania, unico uomo al tavolo del dibattito accanto a tre professioniste di grande esperienza: Chiara Giorleo, Gilda Guida Martusciello, delegata regionale dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino, e la giornalista Antonella Amodio, che ha moderato l’incontro.

Luongo ha portato una prospettiva maturata soprattutto attraverso la formazione e il contatto con le nuove generazioni, nelle quali riconosce un progressivo superamento di molti stereotipi legati al genere.

La sua riflessione sposta l’attenzione verso un obiettivo culturale importante: una società capace di valutare le persone attraverso le loro inclinazioni, la preparazione, il talento e le responsabilità che sanno assumersi.

Una visione che trova un precedente concreto anche nella storia di AIS Campania, guidata dal 2010 al 2022 da Nicoletta Gargiulo. Un’esperienza significativa, che racconta come le donne abbiano già occupato ruoli di vertice nella formazione e nella cultura del vino.

Rimane, tuttavia, una questione aperta: quanto siamo realmente vicini a considerare ordinaria la presenza femminile nei luoghi decisionali e nelle professioni di maggiore responsabilità?

Il tema è stato arricchito dall’intervento di Gilda Guida Martusciello, che ha raccontato l’attività dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino, impegnata nella valorizzazione delle professionalità femminili attraverso formazione, comunicazione, iniziative culturali e occasioni di confronto.

Interessante anche la riflessione sulla presenza, in ciascun individuo, di sensibilità e caratteristiche che siamo abituati a definire maschili o femminili.

Un ragionamento che invita a prestare attenzione alle generalizzazioni. Possiamo davvero attribuire alle donne, per esempio, un approccio al vino necessariamente più preciso, più sensibile o più attento? O rischiamo, anche attraverso giudizi apparentemente positivi, di continuare ad alimentare categorie dalle quali vorremmo liberarci?

La competenza ha una storia personale, fatta di studio, esperienza, sensibilità e capacità di interpretazione. Ed è su questa individualità che vale la pena concentrare lo sguardo.

Quando l’enogastronomia produce cultura

Il confronto, condotto da Antonella Amodio con esperienza e sensibilità giornalistica, ha dimostrato quanto siano preziose le occasioni in cui il racconto enogastronomico incontra il pensiero critico.

Significativa, in questo senso, anche la scelta del Renaissance Naples Hotel Mediterraneo di ospitare l’appuntamento, grazie all’attenzione di Emanuela Sorrentino, responsabile della comunicazione, verso iniziative capaci di alimentare il dibattito culturale cittadino.

La conclusione ha riportato il vino alla sua dimensione conviviale, con la degustazione delle etichette proposte da Le Donne del Vino Campania, accompagnate dai finger food dello chef resident Pasquale De Simone.

Un momento che ha dato continuità al confronto attraverso l’esperienza diretta del gusto e il lavoro delle produttrici.

Resta però soprattutto la forza delle domande emerse.

Abbiamo ancora bisogno di libri dedicati alle donne del vino? Evidentemente sì, se tante storie professionali aspettano ancora di trovare il giusto spazio nella memoria e nella comunicazione del settore.

Il traguardo a cui tendere è una cultura capace di riconoscere le persone prima delle categorie, senza perdere la consapevolezza delle disuguaglianze che hanno condizionato, e talvolta condizionano ancora, le loro opportunità.

In questo percorso, Vino, Donna rappresenta un contributo prezioso. Chiara Giorleo ha raccolto testimonianze che meritano di restare, offrendo alle nuove generazioni modelli, esperienze e possibilità di identificazione.

E forse è proprio questo uno dei compiti più importanti di un libro: continuare a generare domande anche quando la presentazione è terminata.

Sarebbe bello arrivare al giorno in cui una donna alla guida di una cantina, un’enologa affermata o una voce autorevole della critica enogastronomica non facciano più notizia per il loro genere.

Fino ad allora, raccontarne le storie, con nomi, cognomi e competenze, rimane un esercizio necessario. Perché anche il modo in cui raccontiamo il vino dice molto della società che siamo. E di quella che vorremmo diventare.

La visione di Carla Botta, ideatrice e organizzatrice del primo Festival della Cucina Italiana in Svizzera

Dalla valorizzazione della cultura gastronomica alla creazione di nuove opportunità per il settore: la giornalista e fondatrice di Carbot Communication lancia la prima edizione di un progetto che interpreta la cucina italiana come strumento di scambio, crescita e internazionalizzazione.

Il Festival della Cucina Italiana in Svizzera nasce da un’idea precisa: promuovere la cultura gastronomica italiana oltreconfine, creando occasioni di incontro tra professionisti, imprese e territori. Il progetto supera la dimensione della semplice promozione delle eccellenze nazionali per puntare sulla collaborazione tra Italia e Svizzera, valorizzando competenze, esperienze e identità gastronomiche in una prospettiva di crescita e internazionalizzazione.

A idearlo è Carla Botta, giornalista, imprenditrice e fondatrice di Carbot Communication, che ha sviluppato il progetto con l’intento di valorizzare il patrimonio gastronomico italiano attraverso il confronto con il mondo della ristorazione svizzera. Un percorso che prenderà forma dal 26 ottobre al 4 novembre 2026, ma la cui ambizione va oltre le date della manifestazione: creare una rete professionale capace di generare collaborazioni e prospettive nel lungo periodo. Con questa visione, il Festival ambisce a diventare un appuntamento annuale di riferimento per la promozione della cultura gastronomica italiana in Svizzera, consolidando nel tempo una rete di relazioni, competenze e opportunità tra i due Paesi.

«La cucina italiana è un patrimonio di saperi, tradizioni, territori e competenze che merita di essere condiviso e messo in relazione con altre culture – spiega Carla Botta -. La mia idea è nata dalla volontà di portare in Svizzera non soltanto i sapori italiani, ma tutto ciò che li rappresenta: la storia dei territori, la capacità delle imprese, il lavoro dei professionisti e una tradizione che continua a evolversi».

Una visione che acquista ulteriore significato con il riconoscimento della cucina italiana da parte dell’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Un passaggio che richiama l’attenzione sul valore culturale e sociale della gastronomia e sulla responsabilità di trasmetterne il patrimonio, mantenendolo aperto alla ricerca e alle trasformazioni contemporanee.

Il Festival si inserisce proprio in questo spazio: quello in cui la tutela dell’identità incontra la capacità di innovare. Le esperienze condivise tra chef e pizzaioli italiani e svizzeri, il confronto tra alta cucina e pizza contemporanea e l’attenzione alle materie prime diventano occasioni per mettere a confronto approcci differenti, valorizzando le specificità di ciascun protagonista. «Mi interessa soprattutto ciò che può nascere dall’incontro – prosegue -. Ogni professionista porta con sé un’esperienza, una sensibilità e un modo di interpretare il proprio lavoro. Quando queste differenze si incontrano, la tradizione non perde la propria identità: acquista nuove possibilità di espressione».

È questa la dimensione che distingue il progetto dalla sola promozione gastronomica. La cucina diventa un linguaggio comune attraverso cui favorire relazioni tra ristoratori, produttori, aziende e operatori del settore, in una prospettiva che unisce cultura e impresa. La scelta della Svizzera risponde anche a questa esigenza: individuare un contesto nel quale il legame con l’Italia possa tradursi in occasioni concrete di scambio e collaborazione.

Accanto agli appuntamenti gastronomici, il Magazine ufficiale contribuisce a dare continuità al progetto, raccogliendo storie, esperienze e competenze dei suoi protagonisti. Uno spazio di approfondimento pensato per ampliare la portata del Festival e mantenere viva l’attenzione sul lavoro e sulle idee che lo animano anche oltre gli eventi. Per Carla Botta, infatti, il risultato più significativo non si esaurirà nelle singole serate. «Vorrei che il Festival diventasse una piattaforma stabile di relazione tra Italia e Svizzera, capace di far crescere una rete di professionisti e imprese e di trasformare gli incontri in nuove opportunità. Il Made in Italy è un patrimonio da valorizzare, ma anche una risorsa che può aprire strade nuove quando si confronta con il mondo».

Un progetto che parte dalla gastronomia per guardare più lontano: fare della cucina italiana un punto d’incontro tra culture, un’occasione di crescita per il settore e un ponte destinato a durare oltre i confini e oltre il Festival.

Main Sponsor: Maistà.

Title Event Sponsor: Electrolux Professional, Moretti Forni, Picariello Arredo Design, Carbot Communication.

Food Sponsor: Divise & Divise, Solania, Grano Armando, Pasticceria Pintauro 1785, Salumi Coati, Terre Francescane, Armatore, Kenon, San Salvatore, Toccalmatto.

Media Partner: Femme Fashion Food, Communication Food, Fermento Pizza, Italia da Gustare, Tuttoitalia.ch, Tastefollies.

Patrocini morali: Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Ministero del Turismo, Consolato Generale d’Italia a Zurigo, Italian Trade Agency (ITA/ICE), ENIT, Case del Made in Italy, Unioncamere, Fondazione Imprese e Competenze per il Made in Italy e Associazione Italiana Sommelier (AIS).

Ideazione, coordinamento, organizzazione e ufficio stampa: a cura di Carbot Communication.

Da Bangkok a Sorrento: Bar Us, quarto al mondo per The 50 Best Bars, dietro al bancone di SHUB

I fondatori di Bar Us, quarto miglior bar al mondo per The 50 Best Bars 2026, sono stati ospiti di SHUB a Sorrento. Con Valerio Izzo e Anna Candela hanno firmato una carta di tre cocktail, con Amaro Lucano e Mancino Vermouth: un incontro tra i sapori della Thailandia e quelli della Penisola Sorrentina.

Martedì 13 ottobre Taln Rojanavanich e Aum Sawaengsupt, fondatori di Bar Us Bangkok, hanno lavorato al bancone di SHUB, a Sorrento, insieme a Valerio Izzo e Anna Candela. La guest shift, realizzata con Amaro Lucano e Mancino Vermouth, è arrivata sei giorni dopo la cerimonia di Milano che ha portato Bar Us al No.4 di The 50 Best Bars 2026. In sala, insieme ai clienti del locale, bartender e operatori del settore.

Aperto nel 2023, Bar Us è entrato nella classifica mondiale al No.41 nel 2024, è salito al No.15 nel 2025 e oggi è No.4. Taln e Aum, ex interior designer e bartender autodidatti, lavorano su una “liquid cuisine” strutturata come un menu di ristorante: cocktail sapidi, fermentazioni ed erbe thailandesi.

La drink list della serata, firmata a quattro mani dai due team, ha affiancato ingredienti della cucina thailandese come pandan, foglia di neem e melone d’inverno ad agrumi e frutta del Sud Italia:

– Altamura Vodka, pera, foglia di fico, gelsomino, melone d’inverno, celery bitter, top di soda alla foglia di
fico Three Cents
– Amaro Lucano, whisky, pandan, foglia di neem, caffè lungo, finitura di panna montata
– Un twist in chiave Dirty Martini Sour: Mancino Secco, dry gin, bergamotto, salamoia d’olive, yuzu, succo di limone

SHUB è stato aperto nel 2020 da Valerio Izzo e Anna Candela nel centro storico di Sorrento ed è stato premiato con un Pin da The Pinnacle Guide, la guida internazionale dedicata ai migliori bar del mondo. Valerio è anche maître e manager di Piazzetta Milù, due stelle Michelin a Castellammare di Stabia. «Questa serata ripaga il duro lavoro di ogni giorno e la dedizione che mettiamo in questo progetto», racconta Valerio Izzo. «Portare a Sorrento ospiti come Taln e Aum, e scoprire quanti punti di contatto ci sono tra le nostre culture e i nostri modi di fare cocktail, è stato molto gratificante.»

«Sawasdee ka! Era la nostra prima volta a Sorrento», hanno commentato Taln e Aum. «Abbiamo trovato persone meravigliose e un’accoglienza calorosa da parte di tutto il team di SHUB.» Amaro Lucano, che nel 2025 ha firmato il titolo di The Best Bar in Thailand assegnato a Bar Us ad Asia’s 50 Best Bars, e Mancino Vermouth, creato dal bartender Giancarlo Mancino e parte del gruppo Lucano dal 2021, sono stati i partner della serata.

«Siamo orgogliosi di collaborare con due realtà che rappresentano l’eccellenza della mixology contemporanea», dichiara Luigi De Michele, Global Trade Marketing Manager di Amaro Lucano. «Per Lucano 1894 la mixology è molto più di un modo di interpretare un prodotto: è cultura dell’incontro, ricerca e capacità di creare esperienze. Collaborare con protagonisti di questo livello significa continuare a far evolvere la nostra storia, portandola nei luoghi in cui nascono nuovi linguaggi e nuove forme
dell’ospitalità.»

Festival della Cucina Italiana in Svizzera: un ponte tra territori, imprese e cultura del gusto

Il 7 ottobre, presso la Casa del Made in Italy di Milano, ho avuto l’occasione di partecipare alla conferenza stampa di presentazione del Festival della Cucina Italiana in Svizzera.

I temi affrontati hanno evidenziato come la tradizione gastronomica del nostro Paese possa diventare uno strumento di dialogo tra aziende, comunità e territori.

L’iniziativa, che si svolgerà dal 26 ottobre al 4 novembre 2026, attraverserà la Confederazione Elvetica con un percorso gastronomico che coinvolgerà nove città e dieci ristoranti/pizzerie italiani selezionati per rappresentare l’eccellenza della ristorazione italiana all’estero.

Ad aprire l’incontro è stata Fabiola Gallo, Coordinatrice delle Case del Made in Italy e Innovazione delle Imprese del MIMIT, che ha ricordato il ruolo delle Case del Made in Italy quali presidi territoriali nati per promuovere e sostenere le eccellenze produttive italiane. Un contesto particolarmente significativo per presentare un progetto che mette al centro la cucina del nostro Paese, proprio nell’anno in cui questa ha ottenuto un importante riconoscimento internazionale come patrimonio culturale immateriale, rafforzando ulteriormente il suo valore identitario e la sua capacità di rappresentare l’Italia nel mondo.

A illustrare la genesi e gli obiettivi del Festival è stata Carla Botta, ideatrice e organizzatrice dell’evento. Un progetto nato dalla convinzione che la nostra cucina rappresenti molto più di un comparto economico: è un linguaggio universale capace di unire persone, valorizzare competenze e generare opportunità di sviluppo.

“Attraverso la cucina italiana vogliamo raccontare un intero sistema fatto di imprese, innovazione, ricerca, professionalità e territori”, ha spiegato Carla Botta, sottolineando come il Festival sia nato con l’obiettivo di valorizzare non solo il settore della ristorazione, ma l’intera filiera del Made in Italy.

La scelta della Svizzera non è casuale. Il Paese ospita una delle più importanti concentrazioni di ristorazione italiana al di fuori dei confini nazionali, una realtà costruita nel corso di decenni grazie al contributo delle comunità italiane emigrate negli anni Sessanta e Settanta. Oggi quella presenza si è evoluta in una ristorazione di qualità, riconosciuta e apprezzata, diventando un punto di riferimento per la diffusione della cultura gastronomica italiana.

Il Festival toccherà Zurigo, Neuchâtel, Ginevra, Aarau, Losanna, Berna, Immensee sul Lago di Zugo, Basilea e Lugano, con quest’ultima protagonista di una doppia tappa conclusiva. Ogni evento vedrà la partecipazione di uno chef ospite, spesso insignito di stelle Michelin, e di un maestro pizzaiolo provenienti dall’Italia, chiamati a collaborare con i professionisti attivi in Svizzera. Un format pensato per favorire il dialogo tra chi promuove quotidianamente la cucina italiana all’estero e chi ne interpreta l’evoluzione nel territorio nazionale.

Particolare attenzione sarà dedicata al mondo del vino grazie al patrocinio dell’AIS, che curerà gli abbinamenti enologici attraverso il coinvolgimento dei propri sommelier. Ogni tappa sarà inoltre affiancata da una diversa azienda vitivinicola partner, contribuendo a creare un percorso enogastronomico completo.

Un elemento distintivo dell’iniziativa è la sua totale indipendenza economica. Il Festival è infatti sostenuto esclusivamente da sponsor privati e gode del patrocinio morale di importanti istituzioni, tra cui il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, le Case del Made in Italy, l’AIS, la Camera di Commercio Italiana per la Svizzera, l’ICE di Berna e il Consolato Generale d’Italia in Svizzera. Una scelta che, come evidenziato dagli organizzatori, ha consentito di sviluppare una prima edizione libera da vincoli e focalizzata esclusivamente sulla qualità del progetto.

Nel corso della conferenza è intervenuto anche Giovanni Brugnoli, Presidente della Fondazione Imprese e Competenze per il Made in Italy, che ha richiamato l’importanza di costruire un collegamento stabile tra il mondo delle imprese e quello della scuola, affinché le competenze richieste dal mercato possano trovare risposte adeguate nei percorsi educativi delle nuove generazioni.

A riassumere lo spirito dell’iniziativa è il motto “We Are Together”, un invito all’incontro, alla condivisione e alla collaborazione tra persone, aziende, istituzioni e territori, che fa del Festival un’occasione concreta per valorizzare il Made in Italy e creare nuove connessioni attraverso una delle sue espressioni più apprezzate nel mondo.

Un appuntamento da segnare in agenda e, perché no, da vivere in prima persona partecipando a una delle tappe del Festival. Prosit!

Libri, memoria e cucina al Madison di Salerno: grande successo per la serata con Luciano Pignataro

Si è conclusa con grande successo la serata di lunedì 5 ottobre 2026 al Madison Pizza & Ristò di Salerno, dove il giornalista e scrittore Luciano Pignataro, in un appuntamento accolto con calore e partecipazione nel segno della cultura gastronomica campana, ha presentato “Le ricette del Cuoncio Cuoncio” e “Le pizzerie storiche di Napoli. Viaggio nell’anima della città“.

Con l’introduzione di Renato Rocco, direttore de “La Buona Tavola”, e la preziosa moderazione della giornalista Stefania Cavaliere, sono poi intervenuti il patron Vincenzo Rea e lo chef stellato Paolo Gramaglia del ristorante President di Pompei, da poco Executive Chef del Madison. A chiudere, invece, è stato Luciano Pignataro. Riportando la sala nelle storie ed esperienze nate durante il lavoro sui due volumi, l’autore ha saputo inoltre arricchire il racconto con ricordi personali, tutti seguiti con interesse e apprezzamento da parte dei presenti.

Pignataro ha spiegato come il libro dedicato al Cilento sia nato dal contatto diretto con le persone e con i luoghi, tra agriturismi, cucine di famiglia e saperi tramandati, e come quel patrimonio di ricette abbia rappresentato anche un modo per difendere un’identità e un ritmo di vita. Con “Le pizzerie storiche di Napoli” il racconto si è poi spostato davanti ai forni, tra maestri pizzaioli e botteghe che hanno fatto la storia della città, restituendo al pubblico il senso di una tradizione ancora viva. Due sguardi diversi sulla Campania, che in sala hanno trovato un filo comune nella memoria e nel valore del lavoro quotidiano.

Dopo il firmacopie è seguita una cena riservata agli invitati con un menu a quattro mani, frutto della collaborazione tra Vincenzo Rea e Paolo Gramaglia, a metà tra memoria cilentana e materie prime di stagione. Ad aprire il percorso è stata la Pizza Cilentana, una pizza nel ruoto condita con ragù di pomodoro e cacioricotta di capra del Cilento. Le ha fatto seguito la Pizza “Attaccami“, La Marinara nell’Orto, preparata con pomodoro, scarola attaccata e pomodoro datterino marinato.

Si è proseguito con i paccheri del piatto “Mediterraneo”, con zucchine, fiori di zucca, lupini di mare e scorfano, e con la pasta e patate di “Tradizione senza nostalgia“, accompagnata da sentori di baccalà e peperoncino verde. A chiudere la cena è stata la Pastiera Madison, rilettura del grande classico della pasticceria napoletana firmata dalla casa.

Una serata perfettamente riuscita, dunque, in cui libri, cucina e racconti hanno saputo dialogare con naturalezza, confermando il Madison come luogo di squisiti sapori e ancor più preziosi saperi.

Resort Riva degli Etruschi diventa Casa Slow Food Costa degli Etruschi

L’alleanza tanto voluta dal compianto Carlo Petrini ha portato ottimi frutti in giro per l’Italia. Un po’ ovunque la cultura del buon cibo, del territorio e delle materie prime rispettose del concetto di sostenibilità hanno trovato riparo all’interno di ristoranti e strutture ricettizie sensibili al tema.

Mai però si era arrivati a considerare la nascita di una rappresentanza Slow Food in un resort grande quanto un borgo, totalmente autonomo e indipendente con annessa realtà ortofrutticola e vitivinicola. Riva degli Etruschi, storico resort sulla costa di San Vincenzo, diventa così Casa Slow Food Costa degli Etruschi nel percorso comune assieme all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (UNISG).

Il Mariva Dune, uno degli outlet gastronomici a disposizione del complesso, offrirà gli spazi idonei per assemblee, conferenze, formazione e incontri richiesti dalla Condotta Slow Food Costa degli Etruschi. Il Presidente Sandro Tucci ed uno dei soci del Resort di San Vincenzo, Jacopo Lisi, commentano a caldo: «Il rapporto di fiducia oggetto di questo accordo fondamentale per la Comunità nasce nel 2020 e prosegue con la presentazione della Guida di settore e di altre iniziative a supporto dei produttori locali». Il direttore commerciale di Riva degli Etruschi Vieri Mantelli non può che esprimere soddisfazione per un “ecosistema virtuoso, caratteristica di unicità non solo in Toscana”.

Non si guarda al costo, ma all’identità, alla salvaguardia di quelle piccole eccellenze di cui il Belpaese è pieno; la vera soddisfazione arriverà dalla creazione di una serie di experience che porranno l’ospite al centro della natura, respirando l’aria positiva e salubre del contatto con la terra, della visione del contadino e di un approccio radicale allo stress eccessivo delle giornate in città. La partecipazione a Terra Madre Salone del Gusto rappresenta un ulteriore tassello di crescita in tal senso per una realtà con oltre 60 anni di storia, immersa in 35 ettari di parco sulla costa di San Vincenzo.

Alle oltre 400 sistemazioni e a un chilometro di spiaggia privata si affiancano, infatti, ristorazione, agricoltura biologica, produzione vinicola e olivicola; attività diverse che negli anni sono state integrate in un progetto unitario, con l’obiettivo di creare un rapporto sempre più stretto tra ospitalità, territorio e produzione agricola.

Uno dei simboli di questo percorso è il Carciofo Violetto della Val di Cornia, storica coltivazione del territorio tutelata ufficialmente dal 2022 dalla Comunità Slow Food. La Tenuta Guardamare di Riva degli Etruschi è tra le sole quattro aziende a coltivare questa varietà che utilizza nelle cucine del resort, tra San Vincenzo e Baratti, dove vengono coltivati con metodo biologico grani antichi e ortaggi destinati alle cucine della struttura.

Accanto all’orto si sviluppa il progetto vitivinicolo di Riva degli Etruschi, con 6 ettari di vigneti e una produzione che si avvale della consulenza enologica di Attilio Pagli. L’obiettivo è quello di accorciare sempre più la distanza tra ciò che nasce dalla terra e ciò che viene proposto nei piatti e nei calici degli ospiti.

Non si butta via niente, nell’ottica della cucina circolare sempre più necessaria in tempi di zero sprechi e di riciclo degli ingredienti. Ecco dunque la marmellata di mosto e tante preparazioni a menù per soddisfare le esigenze delle 1500 presenze giornaliere estive. In futuro si potrà pensare all’istituzione di una fattoria didattica per preservare anche il lavoro di parte delle maestranze durante la fase di chiusura invernale, continuando nel solco della comunicazione e della vicinanza con le famiglie del luogo.

Un filo rosso che unisce le varie possibilità di ristorazione presenti, coordinate dai due chef resident Enio Fedi, che cura Mariva Dune, Nautico e Mistral e Simona Ciantelli per l’Orto e Magù, quest’ultimo diventato Locale Amico Slow Food, grazie al lavoro portato avanti con la Condotta e con le Comunità locali e all’utilizzo e alla valorizzazione degli ortaggi dell’azienda agricola e delle materie prime del territorio.

La stessa filosofia è alla base di Vini Bagnanti, manifestazione annuale organizzata da Riva degli Etruschi e da Teseo Geri, nella quale vino e gastronomia diventano strumenti per raccontare territori, artigiani e produttori, di cui abbiamo scritto nell’articolo Vini Bagnanti 2026 torna protagonista a Riva degli Etruschi: il grande evento del vino con un grande percorso di degustazione affacciato sul mare.

Olio extravergine d’oliva, vino, basilico per il pesto, zucchine, melanzane e carciofo violetto, il conto arriva a numerare ben 10 specialità realizzate all’interno del resort e in agricoltura biologica. L’elenco si allungherà con il tempo e la fiducia dei consumatori, sempre più alla ricerca del genuino e del sapore d’un tempo, anche godendo del relax sulle spiagge dorate dal mare turchese di San Vincenzo.

L’offerta completa gastronomica di Resort Riva degli Etruschi

L’olio extravergine di oliva biologico nasce dagli ulivi della Tenuta Biliotto a Bagno a Ripoli (FI), 100 ettari totali di cui 34 ettari di bosco e di ulivi, con 5.000 piante centenarie. La proposta gastronomica si articola nei ristoranti e locali del resort: Mariva Dune, dedicato al fine dining; Nautico, con cucina di mare; Mistral, dedicato alla cucina toscana; All’Orto, con una proposta a km 0 legata ai prodotti dell’area agricola biologica; Magù, ristorante e pizzeria e Locale Amico Slow Food; Colto, piadineria agricola con ingredienti a km zero.

Enzo Coccia, le due anime della pizza napoletana

A Napoli la pizza non è soltanto un alimento: è una parte della città, della sua storia e della sua identità. È un gesto quotidiano che si tramanda di generazione in generazione, un’arte popolare fatta di pochi ingredienti e di una manualità che, proprio nella sua apparente semplicità, richiede esperienza e sensibilità.

Già alla fine dell’Ottocento la pizza era così radicata nella cultura napoletana da lasciare traccia persino nella lingua. Nel 1899 Salvatore Di Giacomo, poeta e drammaturgo napoletano, scriveva infatti pizzaria, con la “a”: il termine sarebbe poi diventato pizzeria, anche per la crescente quantità di pizze prodotte in questi locali.

È dentro questa storia che si inserisce Enzo Coccia, e mi permetto di dire che tutti possono essere pizzaioli, ma solo uno è Enzo Coccia. Una frase che sintetizza bene il percorso di un uomo che non si è limitato a imparare un mestiere, ma ha voluto trasformarlo in una vera disciplina.

Dalla pizzeria di famiglia alla ricerca

Cresciuto nella pizzeria di famiglia, prima accanto alla nonna e poi al padre, Coccia impara fin da giovane i fondamentali del mestiere. La sua prima esperienza è alla Pizzeria Fortuna, in via Mancini 6. È lì che prende forma un percorso destinato a portarlo molto lontano.

A un certo punto, però, Coccia capisce di non potersi accontentare di fare semplicemente quello che fanno tutti. Comincia così un lungo lavoro di ricerca sugli impasti, sulle farine, sulla fermentazione, sulle temperature e sulla cottura. Alla manualità del pizzaiolo affianca lo studio, convinto che conoscere la pizza significhi comprendere anche ciò che accade dietro il gesto artigianale.

Da questa filosofia nasce un’idea precisa: la tradizione non va soltanto conservata, ma conosciuta in profondità per poter essere interpretata.

Nasce “La Notizia”

Nel 1994 Coccia apre La Notizia, destinata a diventare una delle realtà più rappresentative della sua visione.

La sede La Notizia 53, con circa 80 coperti, è il luogo della pizza napoletana tradizionale. Qui la protagonista è una pizza morbida, sottile al centro, con un cornicione pronunciato ma non troppo, e una cottura rapida ad alta temperatura.

È una pizza immediata, da mangiare calda e possibilmente senza troppi formalismi. Il cornicione presenta una struttura alveolata e i caratteristici segni della cottura, mentre il disco centrale rimane elastico e morbido.

Sua Maestà la Margherita

Pizza con stracciata di bufala, fichi del Cilento, noci, bacon affumicato e parmigiano

Ma la semplicità della pizza di Coccia non è casuale. Anni di ricerca lo hanno portato a una selezione rigorosa delle materie prime: ingredienti tipici della tradizione, scelti però esclusivamente tra prodotti di eccellenza. Pomodoro, mozzarella, olio e gli altri condimenti devono dialogare con l’impasto, senza sovrastarlo.

Il risultato è una pizza profondamente napoletana, nella quale la qualità della materia prima e la precisione della lavorazione diventano parte dello stesso racconto.

La Bianca del Piennolo

La Notizia 94, l’altra faccia della moneta

Poi c’è La Notizia 94, più raccolta, con circa 32 coperti. Qui emerge l’altra anima di Coccia: quella creativa, contemporanea, gourmet.

La base culturale rimane quella napoletana, ma la pizza diventa terreno di sperimentazione. Gli ingredienti vengono accostati con maggiore libertà, alla ricerca di combinazioni nuove e di una diversa esperienza del gusto.

È come se le due pizzerie rappresentassero le due facce della stessa moneta: da una parte la tradizione, dall’altra la creatività. Due percorsi apparentemente differenti, ma uniti dalla stessa attenzione per l’impasto, la materia prima e l’equilibrio.

Il Murzillo

Il maestro

È proprio questa capacità di tenere insieme passato e futuro ad aver reso Enzo Coccia un maestro riconosciuto anche a livello internazionale. Talmente noto che anche la First Lady Jill, consorte del Presidente degli Stati Uniti, John Biden, di rientro da un viaggio istituzionale durante uno scalo a Napoli, ha chiesto di provare una buona pizza napoletana. Sarà proprio quella di Enzo Coccia a salire sul Air Force One.

La sua attività non si è fermata alle pizzerie. Coccia ha dedicato una parte importante della propria carriera alla formazione e alla divulgazione, contribuendo a diffondere una conoscenza più consapevole della pizza napoletana.

Il suo approccio parte da una convinzione semplice: dietro una pizza ci sono acqua, farina, lievito e sale, ma il risultato dipende da un universo di variabili. Tempi, temperature, idratazione, lavorazione e cottura possono trasformare radicalmente quegli stessi ingredienti.

In questo equilibrio tra tecnica e istinto, ricerca e tradizione, si trova il contributo più significativo di Enzo Coccia. Perché la sua pizza non racconta soltanto Napoli. Racconta la possibilità di studiare una tradizione senza impoverirla, innovarla senza tradirla e trasformare un mestiere antico in una cultura contemporanea.

Napoli – A Palazzo Caracciolo l’arte invade gli spazi: Giordano Martone porta in scena “Composizioni”

Quando l’arte incontra l’alta hotellerie può succedere qualcosa di speciale: gli spazi iniziano a raccontare una storia e le opere entrano nelle sale, nei corridoi e nei cortili, diventando parte stessa dell’esperienza.

Perché l’arte, quando entra davvero in un luogo, non si limita a essere guardata. Si vive. È quello che accade a Palazzo Caracciolo a Napoli, dove dal 16 settembre al 16 novembre è protagonista “Composizioni”, la mostra di Giordano Martone, artista napoletano che ha fatto della ricerca la cifra più riconoscibile del proprio percorso.

E qui la parola “ricerca” non è utilizzata per caso. Martone, laureato in chimica e ricercatore universitario alla Federico II, si definisce infatti un “pittore ricercatore”. Una definizione che gli calza particolarmente bene: nella sua produzione convivono pittura, collage, scultura, assemblaggio e installazione, con una continua sperimentazione di materiali, cromie e linguaggi.

Un percorso iniziato da autodidatta e sviluppato negli anni attraverso numerose esposizioni personali e collettive, in Italia e all’estero, dalla Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea di Firenze alle esposizioni di Castel dell’Ovo, dal MIIT di Torino al PAN di Napoli, fino alla personale “La ricerca della ricerca” presentata nel 2022 all’Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia.

Ma è entrando negli spazi di Palazzo Caracciolo adibiti alla mostra, che questa ricerca assume una dimensione particolarmente interessante. Le opere di Martone non sono semplicemente appese alle pareti: hanno invaso la struttura.

Attraverso opere bidimensionali e tridimensionali, assemblaggi e installazioni, l’artista napoletano ha dato vita ad un percorso che parla della sua vita, ma che punta a raccontare la storia di tutti in una furia creativa che porta gruppi di opere diverse per stili, forme e contesti a dialogare con l’architettura storica di Palazzo Caracciolo.

Ed è qui che nasce la magia, il confronto-scontro tra ciò che appartiene alla storia e ciò che nasce dalla storia dell’artista in un continuo flusso di sperimentazione in chiave contemporanea. Esempio lamante di questa idea è l’opera STATINE, che parla della sua storia e della storia di molti in continua lotta con il colesterolo alto.   O le opere dedicate al Covid, in cui si il martello è simbolo dello stress mentale che tutti (nessuno escluso) hanno vissuto in quel periodo storico.

Ma il dialogo con il pubblico non si limita nel rimando ad esperienze di vissuto personale. Palazzo Caracciolo, con le sue mura, i suoi spazi e il soprattutto con il suo chiostro, diventa molto più di una semplice cornice espositiva. Diventa parte del racconto.

Ci ritroviamo cosi a vivere il chiostro di Palazzo Caracciolo, come un’opera in continuo divenire grazie all’installazione di “L’Albero delle Chiavi della Pace”.

L’idea è semplice e potente: un albero di ulivo, simbolo universale di pace, sul quale trovano posto una serie di chiavi appese che scendono come frutti, frutti di pace. Ma la vera novità è che gli avventori dello spazio possono contribuire al fluire dell’opera e del suo racconto, aggiungendo chiavi che sono pezzi e storie della loro vita.

E questo è un dettaglio che sposta il rapporto tra visitatore e artista. Non si entra soltanto per guardare, ma per lasciare qualcosa. Una chiave diventa così un piccolo gesto individuale che, sommato agli altri, costruisce un’opera collettiva. Una chiave dopo l’altra, l’albero si riempie di storie e di significati. Un gesto piccolo, ma con un messaggio potente: dialogo, condivisione e soprattutto pace.

Questa volta l’arte non si guarda soltanto: si vive. E si diventa parte di essa. In una città come Napoli, dove passato e contemporaneità si incontrano e scontrano continuamente, l’installazione assume un significato ancora più interessante: l’arte esce dalla dimensione della contemplazione e diventa partecipazione e in un contesto storico come quello di Palazzo Caracciolo, il tutto assume ancor più significato.

Un autunno di arte negli hotel

“Composizioni” si inserisce nel programma autunnale del Caracciolo Hospitality Group, che porta l’arte contemporanea negli spazi dell’ospitalità napoletana. Un progetto che coinvolge anche il de Bonart Naples con “Napolitudine” di Luigi Gentile e altri appuntamenti dedicati alla ricerca contemporanea.

Una scelta che racconta anche un modo diverso di intendere l’hotellerie: non soltanto camere, ristorazione e accoglienza, ma luoghi capaci di dialogare con la città e con chi la vive.

E in fondo Napoli è anche questo: una città che non ha mai avuto molta voglia di separare rigidamente le cose. Arte e vita, storia e contemporaneità, bellezza e quotidianità qui finiscono spesso per stare nella stessa stanza.

A Palazzo Caracciolo, questa volta, quella stanza è diventata una mostra.“Composizioni” di Giordano Martone sarà visitabile fino al 16 novembre 2026 a Palazzo Caracciolo, via Carbonara 112, Napoli.

I risultati di 50 Top Pizza World 2026: è vera crisi per i pizzaioli napoletani?

Ne avevamo già parlato durante le precedenti edizioni di 50 Top Pizza World, la guida alle migliori pizzerie del mondo con tanto di classifica attesissima ideata da Luciano Pignataro, Barbara Guerra e Albert Sapere.

Michele Pascarella dal suo Napoli on the road a Londra si aggiudica il primo posto in un podio assieme a Una pizza Napoletana a New York e Confine a Milano giunti rispettivamente secondi e terzi. Al Teatro Mercadante di Napoli è andato in scena l’atto conclusivo della guida di settore più prestigiosa al mondo; un risultato che vede indietro nei punteggi coloro che hanno trasmesso finora sapienza e cultura ai colleghi di tutto il globo e che adesso vedono Napoli in apparente crisi nel confronto finale.

Il dato rende però l’idea di una evoluzione costante, con una inequivocabile crescita dell’estero, anche se spesso le mani che lavorano gli impasti sono comunque italiane (per non dire partenopee). Ma è proprio fondamentale sviscerare le informazioni ottenute pensando ad una vera crisi del “sistema Napoli” tanto amato dai turisti?

A ben vedere disarma anche il resto della Top Ten, con in quarta posizione, ex aequo, I Masanielli di Francesco Martucci, a Caserta, e Seu Pizza Illuminati di Pier Daniele Seu e Valeria Zuppardo a Roma a rincuorare l’orgoglio italiano, “accerchiati” in quinta posizione ancora da un ex aequo con Pizzeria Sei di William Joo, a Los Angeles, e Tony’s Pizza Napoletana di Tony Gemignani, a San Francisco e sesta posizione per Leggera Pizza Napoletana di André Guidon, a San Paolo del Brasile. Settima posizione per RistoPizza by Napoli sta ca di Giuseppe Errichiello, a Tokyo. In ottava posizione, Baldoria di Ciro Cristiano, a Madrid. Al nono posto The Pizza Bar on 38th, guidata da Daniele Cason, a Tokyo e, a chiudere, il decimo posto Razza di Dan Richer, a Jersey City.

Pazienza per chi storcerà il naso, ma la globalizzazione è anche questa: il trasmettere le tradizioni senza poi rimpiangere il risultato sul campo. In fin dei conti, ciò che davvero importa è la lunga scia di soddisfazioni per gli operatori del settore e un indotto che non arresta i conti in positivo, mentre il mercato internazionale sta arretrando su molti dei beni consumo primari. Il vino ne è un fulgido esempio.

La vera competizione, a nostro avviso, resta sui fondamentali del gioco, quella pizza Margherita forse reinterpretata ancora dagli antichi Romani e che trova finalmente il luogo giusto anche oltre le Alpi, in posti impensabili. Un amore del passato recuperato a dispetto della contemporaneità eccessiva e di topping ingombranti ormai confinati in secondo piano.

I gusti dei clienti volgono nuovamente alla semplicità senza compromessi, a materie prime del territorio e alla qualità pure nel classico dei classici. 50 Top World non può che analizzare e raccontare una dualità di idee in bilico tra ciò che è stato e ciò che sarà, negli impasti, nei ripieni e nelle tecniche sempre più precise e avanzate. Tutto il resto sono chiacchiere da salotto.

Nel corso della serata sono stati assegnati anche i premi speciali dell’edizione 2026:

• Pizza Maker of the Year 2026 – Ferrarelle Award: Daniel Semrani di gigi’s, Sydney;

• Pizza of the Year 2026 – Latteria Sorrentina Award: “Pomodori” di QT Pizza Bar, San Paolo;

• Best Pasta Proposal 2026 – Pastificio Di Martino Award: Pasquale’s, South Kingstown;

• Best Cocktail List 2026 – Sei Bellissimi Award: Audace, New York;

• Made in Italy 2026 – Salumi Coati Award: Sapori Italiani U Taliana, Bratislava;

• Performance of the Year 2026 – Robo Award: Palazzo Petrucci Pizzeria, Napoli;

• Pizza Maker Mentor 2026 – Solania Award: Giulio Adriani di Slice & Pie, Washington;

• Best Marketing 2026 – Mammafiore Award: Baldoria, Madrid;

• One to Watch 2026 – Orlando Foods Award: Stretch Pizza, New York;

• Best Dessert List 2026 – Latteria San Salvatore Award: IMperfetto, Puteaux;

• Best Fried  Food 2026 – Il Fritturista – Oleificio Zucchi Award: 50 Kalò, Londra;

• Best Customer Satisfaction 2026 – Fedegroup Award: La Fenice, Pistoia;

• Green Oven 2026 – Goeldlin Award: Seba’s, Uvita;

Inoltre, sono stati consegnati attestati e riconoscimenti a persone ed organizzazioni che si sono distinte durante l’anno per il loro impegno nella valorizzazione della pizza: all’Associazione Pizzaiuoli Napoletani è stato conferito il riconoscimento per la Promozione della pizza napoletana in Italia e nel Mondo; Pasquale Telese e Francesco Conato, rispettivamente Presidente e Vicepresidente del Gruppo la Piccola Napoli, hanno ricevuto l’attestato per il Guinness World Records per la produzione e distribuzione di 12.000 pizze a scopo benefico; a Raffaele Biglietto, Direttore di TuttoPizza, è stato conferito il riconoscimento per la Promozione della cultura della pizza attraverso TuttoPizza.

Sono 36 i paesi presenti nella classifica mondiale 2026: prima l’Italia con 31 locali, seguita dagli Stati Uniti d’America con 22 e dal Brasile con 6. Le città più rappresentate sono New York con 7 locali, seguita da Napoli con 6 e San Paolo con 5.

Un ringraziamento speciale va ad Alessandra Farinelli per le foto allegate al presente articolo.