“Resilience Vigna Didattica”: come le radici sanno consolidarsi nel territorio

Resilience Vigna Didattica: un progetto nato quando il Covid faceva sentire i suoi primi echi in Italia, una vigna strappata a un’area urbana degradata, un programma di formazione innovativo per scuole primarie e secondarie di primo grado, una collaborazione di successo tra istituzioni pubbliche e privati. Nato da un’idea di Cantina Radici Vive 891, in collaborazione con il Comune di Napoli, la Soprintendenza APAB per il Comune di Napoli e l’Università Federico II.

Alla presentazione sono intervenuti l’Assessore all’Istruzione del Comune di Napoli Maura Striano, il Presidente della IX Municipalità di Pianura-Soccavo, Andrea Saggiomo, e la Vice-Presidente, Enza Varchetta; presenti anche la Soprintendente Rosalia D’Apice e Stefano Iavarone Funzionario della Soprintendenza APAB del Comune di Napoli.

Era il marzo 2020 quando l’onda del Covid a poco a poco raggiunse il nostro Paese e da Nord a Sud ci chiuse in casa. Ma era anche il momento ultimo per impiantare una nuova vigna rientrando nelle corrette fasi fenologiche, e dunque, dopo aver bonificato un’area verde di proprietà del Comune di Napoli in via Nelson Mandela, il suolo è stato preparato a questo scopo.

Vincenzo Varchetta ci racconta con entusiasmo questa avventura arrivata oggi all’ultimo stadio, ma pronta a ripartire, proponendosi come progetto pilota anche presso altri comuni del napoletano e della Campania. Enologo di Radici Vive 891, la cantina di famiglia che nel nome già racchiude il lungo legame con il territorio, insieme alla cugina Cristina Varchetta, responsabile dell’ospitalità di Cantine degli Astroni, sempre di proprietà della famiglia Varchetta, è il promotore di Vigna Resilience.

Questo progetto non avrebbe mai potuto diventare concreto senza la collaborazione fattiva del Comune e della IX Municipalità, che nell’ambito del servizio Area Verde hanno affidato il terreno permettendone il recupero, e della Sovrintendenza APAB del Comune di Napoli: nei pressi dell’area bonificata infatti insiste un mausoleo di età romana, parte di una necropoli più estesa, di cui sono state rinvenute almeno altre tredici tombe. Le scuole coinvolte sono quelle del quartiere di Pianura e in particolare la “Russo”, la “72esimo Palasciano”, la “Russolillo”, la “Cigno” e la “Risorgimento”.

I bambini hanno partecipato a tutti i momenti che, dall’impianto della vigna, hanno portato all’imbottigliamento del vino: dalla messa a dimora delle barbatelle, alle varie fasi della coltivazione e dei processi agronomici fino alla creazione delle etichette – non solo disegnate dai bambini, ma anche elaborate seguendo i più recenti riferimenti normativi- e alla fase di imbottigliamento e di marketing.

Quella che abbiamo davanti ai nostri occhi e possiamo calpestare è una vigna di circa 3600 metri condotta in regime biologico. Un panorama quasi scontato per chi si muove quotidianamente nel mondo del vino, se non fosse che qui si è verificato un miracolo di sinergie che ha permesso ai bambini di portare avanti un progetto di lungo termine, di cui hanno visto e toccato l’obiettivo finale. Un’occasione unica per trasmettere alle generazioni dei giovanissimi il concetto che il vino è un prodotto qualificante del tessuto culturale, ambientale, sociale ed economico, piuttosto che demonizzarlo tout court.

Ci troviamo a Pianura, tra schiere di palazzine e la fermata della Circumflegrea, ad un’altitudine di circa 200 metri. La varietà piantata con allevamento a Guyot è la Falanghina, clone dei Campi Flegrei, in parte innestata, in parte a piede franco. La prima vendemmia risale allo scorso settembre mentre il vino è stato imbottigliato nella settimana precedente al 30 di Aprile.

Il risultato è una Falanghina piacevolmente fresca e godibile, ma non commercializzabile perché la vigna non è iscritta nel registro regionale. Vincenzo ci mostra come, grazie a un architetto paesaggista che si è prestato al progetto, tra i filari siano stati riprodotti il cardo e il decumano, le due arterie principali che si intersecavano a croce nelle antiche reti viarie romane. Il passo successivo è quello di aprire un varco nella siepe di alloro che chiude il decumano e dare libero accesso all’area del mausoleo romano, in modo da integrare, nei programmi di studio delle scuole aderenti all’iniziativa, l’attività legata alla vigna con attività didattiche di carattere storico-archeologico.

I bambini delle scuole coinvolte hanno testimoniato durante la manifestazione la loro partecipazione al progetto, mostrando attraverso disegni, poesie, storie come attivamente sono stati parte di un’esperienza, che ha permesso loro di interiorizzare valori e conoscenze del territorio.

Vigna Didattica Resilienza: nome più adatto non poteva essere scelto per questo progetto nato in uno dei periodi più bui della nostra storia, che ci consegna un risultato positivo sopra ogni aspettativa,

Alla vigna didattica quante cose abbiamo imparato
Dalla semina abbiamo incominciato
Ognuno ha piantato un seme
e l’abbiamo fatto a coppie insieme
Poi abbiamo vendemmiato
e del vino s’è creato
Poi abbiamo creato l’etichetta
insieme alla Signorina Varchetta
Infine c’è stato l’imbottigliamento
dove grandi macchinari stavano in concatenamento
Questo abbiamo imparato
speriamo che per voi questo vino di bontà sia fatato
Istituto paritario “Il Cigno”

RADICI VIVE 891
Via Nelson Mandela, 95 Lotto C
Napoli

Anteprima Vini Ad Arte 2024: Romagna Albana e Sangiovese alla prova dei fatti

Nella splendida cornice di Villa Abbondanzi a Faenza è andata in scena l’edizione 2024 di Vini Ad Arte, l’Anteprima per la stampa delle nuove annate di Romagna Albana e Sangiovese. Un ringraziamento al Consorzio Vini di Romagna guidato dal Presidente Roberto Monti ed all’Agenzia Wellcome con Marta e Alessandra per l’ottima organizzazione e accoglienza.

Veniamo alle considerazioni complessive sui vini degustati rigorosamente alla cieca: la 2023 sarà ricordata, per sempre, come l’annata dei record in negativo, con il dolore ancora vivo della pesante alluvione e le inclemenze primaverili che hanno portato ad un taglio netto della produzione d’uva. Evidenti i cambiamenti strategici e di marketing, cui le aziende sono state obbligate.

Non tutto viene per nuocere. Le poche quantità raccolte hanno dimostrato un grande potenziale corredato da buone maturazioni fenoliche, in sincronia con quelle zuccherine. Un vantaggio meglio gestito dai bianchi, in particolare le Albana di qualità davvero elevata, con i 21 campioni targati 2023, che pur dimostrando carattere non soffrono le volubilità tanniche dei rossi.

Il Sangiovese, nei pochi esemplari (solo 10) della vendemmia 2023 presenti all’Anteprima, resta ancora indecifrabile seppur gradevole in alcune espressioni leggere e meno ingombranti del passato. Lo stile del futuro porterà verso lo snellimento degli apporti calorici e strutturati ormai anacronistici. Chi saprà farlo non avrà snaturato né il territorio, né il magnifico animo del varietale: avrà semplicemente compreso la tendenza evidente nelle scelte e nei gusti del consumatore, cui spetta l’insindacabile giudizio finale.

Le copiose 2022 restano, invece, troppo ancorate ad estrazioni e surmaturazioni solo in parte compensate da una corretta trama tannica. La 2021, a tratti di maggior ruvidezza, conserva bellezza di frutto e fragranze speziate con alcuni picchi di rara eccellenza. Il dado è tratto ed è giunta l’ora, per i vini di Romagna, di varcare il Rubicone verso le carte dei migliori ristoranti italiani. Con maggior consapevolezza e spirito costruttivo si intende.

Un doveroso cenno ai capolavori firmati nelle versioni “passito”: la storia dell’Italia intera viaggia attraverso nicchie enologiche meravigliose come queste, dove l’Albana sa recitare un ruolo da protagonista assoluto specie quando interviene l’attacco della Botrytis Cinerea (Muffa Nobile).

Di seguito l’elenco delle nostre valutazioni indicate in ordine alfabetico e senza graduatoria di merito. Sono campioni che hanno conseguito una valutazione alla cieca superiore ai 90/100.

Migliori Romagna Albana Secco 2023

I Croppi – Celli

Bianco di Ceparano – Fattoria Zerbina

Neblina – Giovanna Madonia

Gioja – Giovannini

Alba Nuova – La Cantina di Cesena

Frangipane – Tenuta La Viola

Vigna Rocca – Tre Monti

Arlus – Trerè

Migliori Romagna Sangiovese Superiore 2023

Noelia Ricci – Il Sangiovese – Predappio – Pandolfa Noelia Ricci

Vigna Palazzina – Mercato Saraceno – Tenuta Casali

Campo di Mezzo – Serra – Tre Monti

Migliori Romagna Sangiovese 2022

Alcjone – Superiore Imola – Cantina Mingazzini

Chiara Condello – Predappio – Condè

Mammutus Oriolo – Oriolo – La Sabbiona

Cesco 1938 – Predappio – Piccolo Brunelli

Rondò – Superiore Bertinoro – Tenuta De Stefenelli

Colombarone – Bertinoro – Tenuta La Viola

Franco Villa Poggiolo – Superiore – Villa Poggiolo

Beccafico – Superiore Oriolo – Poderi Morini

Migliori Romagna Sangiovese Riserva 2021

Raggio Brusa – Predappio – Condè

Vigna del Pruno – Drei Donà

Predappio di Predappio Vigna del Generale – Fattoria Nicolucci

Palazzo di Varignana

Don Pasquale – Podere Palazzo

Petrignone – Tre Monti

Manano – Bioni

Migliori Romagna Albana Passito

Scaccomatto 2022 – Fattoria Zerbina

Giulia 2022 – La Sabbiona

Ombre di Luna 2022 – Merlotta

Soprano 2022 – Tenuta Uccellina

Volo d’Aquila 2020 – Cantina Forlì Predappio

Fattoria del Monticino Rosso 2020

AR 2019 – Riserva – Fattoria Zerbina

L’eredità di Terre del Principe

I ricordi di bambino, tra giri in calesse col nonno presso i poderi familiari e le conversazioni tra contadini sui vitigni autoctoni, hanno portato Peppe Mancini ad abbandonare la professione di avvocato ed inseguire l’amore per la vigna, amore condiviso con la sua sposa Manuela Piancastelli che, dopo una splendida carriera da giornalista, lascia il suo ruolo e convola ancora una volta a nozze con suo marito, anche nella vocazione di vigneron, seguendolo in tutto e per tutto, per scrivere assieme a lui un’importante pagina della vitivinicultura in Campania, diventando due cuori in una vigna.

Il sogno viene realizzato nel 2003 con la fondazione di Terre del Principe,  ma non è un sogno imprenditoriale, bensì un sogno d’amore. E tale è stato fino al 2022 con l’ultima annata, perdurando ancora oggi nei loro ricordi e nelle vibranti parole di Manuela, che si lascia raggiungere per un’intervista, di cui questo pezzo è semplice preludio, e ci apre le porte di casa con quel calore e quell’accoglienza spiccatamente mediterranea.

Ma facciamo qualche passo indietro…

Nell’area di Castel Campagnano, grazie alla vicinanza del vulcano di Roccamonfina e col Vesuvio a circa 30 km, i suoli sono di origine miocenica, le cosiddette arenarie di Caiazzo, accolgono i vitigni di Pallagrello Bianco, Pallagrello Nero e Casavecchia ove un tempo v’era un mare dalle acque calde e poco profonde e sono costituite da pietrisco, marne, tufo grigio, fossili e materiale piroclastico. Questo dunque l’areale in cui per un ventennio ha operato l’appassionata coppia che ha fondato la bellissima realtà di Terre del Principe; poi l’annuncio, nel settembre del 2023, dalla stessa Manuela Piancastelli che, né per l’anno in corso né per quelli a venire, ci sarebbe stata un’altra vendemmia.

Ne riportiamo la lettera che annuncia la decisione presa serenamente dai due coniugi:

Cari amici,

Terre del Principe non farà la vendemmia 2023. Abbiamo deciso di continuare a vendere fino ad esaurimento i vini attualmente in commercio, poi la nostra avventura sarà terminata. Data la notizia, entriamo nel merito per chi abbia voglia di approfondire. Innanzitutto stiamo bene, non abbiamo problemi di alcun tipo, abbiamo solo deciso che dopo venti anni in cui abbiamo dato ogni nostra energia e ogni attimo della nostra vita al Pallagrello e al Casavecchia, riscoprendoli, studiandoli, rilanciandoli e dando loro la visibilità che giustamente meritavano, questa fase della nostra esistenza può dirsi conclusa proprio nel ventennale della nascita di Terre del Principe. 2003-2023: il territorio in questi venti anni è cresciuto immensamente ed ora ha la consapevolezza di possedere un patrimonio vitivinicolo di grande valore.

C’è un libro che racconta la storia del Pallagrello dall’antichità a oggi, un manuale per chi vorrà aggiungere conoscenza alla passione. Sono nate tante aziende, ci sono molti giovani bravi vignaioli che potranno continuare a far parlare di sé e delle straordinarie colline del Medio Volturno, patria di questi vitigni. Ogni cosa ha il suo tempo sotto il sole, rispetto a venti anni fa per noi ora è un altro tempo, e un altro sole.

Lo diciamo con gioiosa e consapevole leggerezza, senza alcuna tristezza, sicuri di aver scritto una pagina importante della storia vitivinicola della Campania.

I vini attualmente in commercio, cioè Fontanavigna 2022, Le Sèrole 2019, Castello delle Femmine 2020, Ambruco 2017, Centomoggia 2017 e Piancastelli 2017 saranno venduti sul territorio nazionale, fino ad esaurimento, da Vino & Design, il nostro straordinario distributore Dick ten Voorde, che ci ha accompagnato con affetto in questi ultimi anni.  Alcune bottiglie di vecchie annate, anche in magnum, saranno disponibili in cantina.

Buona Vita a Tutti”. Questo pezzo è un pegno di riconoscenza verso Terre del Principe per aver costantemente comprovato la sua vocazione di cantina dotta e capace di offrire percorsi sensoriali complessi e di grande interiorità che, in questi 20 anni, sono andati ben oltre l’assaggio ed il mero marketing. A Manuela e Peppe, cui l’enologia campana deve tanto, un ringraziamento per essere genitori putativi di tre cultivar di cui sentiremo parlare sempre più spesso e per aver regalato agli abitanti di Castel Campagnano il sogno di diventare vignaioli a loro volta e restare nella loro terra di origine.

“Fermavento” di Giovanna Madonia, l’identità del Sangiovese di Romagna

Nel vino la continuità è necessaria per capire il talento. È per questo motivo che le verticali sono essenziali per capire di che stoffa è fatto un vino. E grazie a questa verticale di “Fermavento” Romagna DOC Sangiovese Superiore di Giovanna Madonia, abbiamo ben compreso che di talento ne ha da vendere. Ma prima di parlare della verticale, è necessario parlare del contesto dal quale nasce questo vino.

Siamo a Bertinoro, il ventre della collina romagnola, a metà strada esatta fra mare e Appennino, dove la cultura per il vino è così radicata che il vino si chiama “e bé”, ossia “il bere”.

Per scoprire la genesi di questo vino, dobbiamo fare un salto indietro fino ad inizio anni ‘90, dove una Giovanna che studiava vulcanologia, russo e cinese nella capitale, decide di tornare qui col marito Giorgio a curare la residenza di famiglia, acquistata nel dopoguerra dal nonno Pietro Antonio. Proprietà che comprendeva, oltre ad una cantina, anche tre ettari di vigna.

Da dove nasce la volontà di diventare produttrice di vino? Dall’esigenza di creare qualcosa di suo per sentirsi realizzata. Giovanna però di come si faceva il vino non sapeva nulla, non sapeva nemmeno da dove partire. Un giorno degli amici Americani le fecero assaggiare un vino rosso durante un pranzo, dicendole “Questo è Sangiovese!”. Lei ridendo, replicò: “Ma no, lo conosco il Sangiovese, non si tiene!” (modo di dire romagnolo a indicare un vino che non prospetta longevità). Era un vino di Castelluccio, probabilmente del 1985. Fu in quel momento che realizzò che si poteva fare un vino di qualità. Oltre all’audacia e all’umiltà ebbe anche la fortuna di incontrare Remigio Bordini, noto agronomo che ha fatto la storia del vino Romagnolo, che la aiutò enormemente fino a che nel 1996 produsse la prima annata di Sangiovese.

Nel 2016, esattamente 20 anni dopo quella prima annata, l’ingresso in azienda della figlia Miranda e del compagno Gennaro, è stato caratterizzato da un obiettivo ben chiaro: dissociarsi dal Sangiovese Toscano con forza in una modalità patriottica di ricerca e sperimentazione, senza tuttavia stravolgere l’identità aziendale. In tutto ciò c’è da riconoscere un particolare merito a Gennaro, un vulcano di idee che si è guadagnato la fiducia della più fondamentalista Giovanna e ha portato il suo contributo con nuove tecniche di potatura e pratiche enologiche.

Una simpatica curiosità a proposito dell’etichetta, che oggi possiamo definire contemporanea ma che per gli anni ‘90 era ben futuristica e innovativa e che rappresenta il fumetto di un aeroplano. Tutte le etichette di Giovanna Madonia sono disegnate da Altan, straordinario vignettista, che sicuramente ricorderete per “La Pimpa” o per le vignette di satira politica de L’Espresso, Panorama e Repubblica. L’idea piacque così tanto a Giovanna che le diede pure l’ispirazione per il nome del vino. Essendo Bertinoro una zona ventosa, pensò al gioco di parole “ferma il vento che devo decollare!”, e da lì il nome Fermavento.

Ma veniamo ora alla degustazione di alcune delle annate più significative.

1997

Questa verticale parte al contrario, proprio da una delle annate più vecchie, dove troviamo un vino che – seppur ormai senza materia – ha mantenuto abbastanza acidità da permettergli di superare la prova del tempo. Gli aromi sono esili, principalmente rosa appassita e carcadè.

2001

Probabilmente uno dei migliori. Il colore inizia a saturarsi mantenendo un’elegante trasparenza. Il naso fa capire che siamo sullo spungone: innesti bianchi, iodati e calcarei a ricordare proprio una conchiglia. Zest di arancia e peperone rosso. In bocca troviamo un tannino superbamente levigato, il sale che spinge la persistenza e una rotondità ad equilibrare il tutto.

2007

Annata non affatto entusiasmante, caratterizzata da siccità precoce. Il tannino è polveroso e leggermente verde. Piacevole la nota marmellatosa ma nel complesso il vino non è particolarmente luminoso.

2008

Decisamente tutta un’altra musica. Colore attraente, ancora vivido. Un naso cioccolatoso e balsamico, con un fiore di geranio a farla da padrone. Sale che spinge il sapore e tannino ben integrato. Un vino equilibrato in tutte le sue componenti.

2010

Annata piovosa, complicata, con raccolta tardiva. Avremmo bisogno di annate così. Torna il balsamico con note di eucalipto e fanno la loro comparsa la liquirizia e la menta. Un vino boschivo dove il coup de nez rivela un’interessante e misurata parte selvatica.

2013

Naso pungente e speziato. Succo di ciliegia scura e buccia di agrume. Tannini di grana fine e un sale che quasi si attacca al palato a confermare che sia questa la vera chiave di lettura del terroir. Colla e lacca per la parte terziaria degli aromi.

2021

L’ultimo quartetto va al contrario (e capiremo il perché), ripartendo proprio dall’ultima annata disponibile in commercio. Il colore scuro e intenso è un trailer del naso austero che sa di agrume, glicine, lavanda e resina. Un tannino importante che deve ancora levigarsi, diamogli almeno altri 6 mesi. Il 20% circa delle uve non subisce diraspamento.

2020

Contrasto perfetto fra note fresche e note dolci, sia sul frutto, sia sulla spezia. Acidità e sapidità sono ben preponderanti ma ben equilibrate da una piacevole rotondità. Parte verde meno presente rispetto alla 21.

2019

Forse una delle annate più equilibrate, caratterizzata da piogge ed escursioni termiche. La percentuale di grappolo intero era il 30% e lo si nota soprattutto perché al naso sembra quasi un vino di montagna. In bocca un’inspiegabile eleganza che lo rende pericolosamente molto bevibile.

2016 La più grande annata in Romagna degli ultimi tempi fa bingo anche con la miglior annata di Fermavento. Un vino generoso in tutte le sue componenti che unisce in matrimonio eleganza e potenza. Letteralmente clamoroso.

Vino Nobile di Montepulciano: un viaggio attraverso le 12 Pievi durante Vinitaly 2024

Che Montepulciano fosse un territorio su cui puntare lo avevamo capito da tempo, da quando i produttori, per il tramite del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, decisero di ritrovare serenità e spinta propulsiva dopo gli anni bui e le divisioni di inizio millennio.

Le Pievi

Che Le Pievi rappresentassero poi quel filo di Arianna da seguire alla ricerca di qualità e riconoscimenti, ne avevamo soltanto il beneficio del dubbio. Un convitato dall’apparenza misterioso, comparso sulla scena dopo un travagliato conciliabolo tra i vari attori chiamati a prenderne parte. L’essenza stessa della bontà del progetto è stata il dover ammettere che da soli non si va da nessuna parte; l’utilizzo di consulenti terzi ed esperti hanno rianimato lo spirito dei viticoltori, nel confronto continuo tra Cooperativa Sociale e piccole produzioni familiari.

Dunque, nel contesto di Vinitaly 2024, ecco giungere l’occasione tanto attesa: presentarsi alla stampa mondiale e agli operatori in tutta la grazia di una tipologia che supererà le più rosee aspettative. Ne siamo certi per averla assaggiata in più momenti ed aver trovato sempre un livello interessante e prospettico dei suoi vini. La degustazione guidata è stata magistralmente condotta dai giornalisti Gianni Fabrizio e Stefania Vinciguerra.

Ma cosa sono esattamente Le Pievi?

Chi pensa ad una new entry in chiave puramente commerciale sbaglia di grosso. Ma neppure possiamo ritenerla il frutto di una zonazione in stile “Cru” piemontesi o francesi. C’è da agganciarsi, piuttosto, al ricamo storico, alla natura stessa del territorio toscano, fatto di chiesette rurali ove la comunità agreste si ritrovava ai vespri. Uno scorcio tipico della mezzadria italiana, espressione del movimento culturale del Verismo, come nella Cavalleria Rusticana di Mascagni, quando vengono musicate scene di afflato poetico attorno a un campanile.

Nulla di strano ricondurre le identità di Montepulciano attraverso ricordi, simboli di unione e armonia. Gli stessi ideali insiti nella proposta di immissione in commercio, a partire dal 1 gennaio 2025, del Vino Nobile di Montepulciano etichettato sotto una delle 12 Pievi: Argiano, Ascianello, Badia, Caggiole, Cerliana, Cervognano, Gracciano, Le Grazie, San Biagio, Sant’Albino, Valardenga, Valiano. La natura dei suoli è molto simile nella composizione, meno nella ripartizione delle varie tessiture, tra argille colorate, sabbie marine, limo e calcare. La morbide colline esprimono il meglio del panorama possibile per il visitatore, con esposizioni e altimetrie influenti in maniera marcata nella maturazione del Sangiovese e dei suoi tannini, non più accompagnabili (per regolamento) dalle accomodanti “varietà internazionali”.

Presente e Futuro

Il frutto dell’emersione delle falde del mare pliocenico e delle successive erosioni detritiche occorse nell’arco di millenni. Valiano, di origine recente, resta invece la Pieve dall’agile individuazione nei panel d’assaggio, per una trama antocianica meno profonda e pungente, dove l’immediatezza di beva la fa da padrona. Limitiamo a ciò le nostre considerazioni complessive, invitando il lettore a testare sul campo le ulteriori differenze senza dare giudizi o suggerimenti soggettivi. Il gusto deve avere il predominio su tutto, sarà quello a decidere il mercato e il futuro del terroir.

E sempre il gusto saprà condurci alla risoluzione dei legittimi quesiti da cronisti: le uve selezionate a comporre il mosaico de Le Pievi penalizzeranno le altre versioni del Disciplinare? Si creerà un’eccedenza di scelta tra Rosso di Montepulciano, Vino Nobile, Riserva, Selezione e Le Pievi o quest’ultima spingerà i vigneron ad alzare l’asticella di tutti i prodotti aziendali? Ciò porterà con sé, finalmente, la necessaria colmatura di prezzi rispetto ai livelli bassi e penalizzanti di qualche anno fa? Anche le soddisfazioni economiche creano fiducia e giocano a domino con l’aumento record dei numeri dell’enoturismo che sta vivendo l’intero comparto del Nobile.

Ai posteri e all’abile lavoro di Andrea Rossi presidente del Consorzio del vino Nobile di Montepulciano e del suo staff operativo, la non semplice risoluzione; noi restiamo prudentemente fiduciosi e ottimisti, certi di aver puntato su di un cavallo vincente.

Vinòforum 2024: al Circo Massimo di Roma la nuova edizione

A Roma, il palazzo situato al numero 87 di via dei Cerchi, è avvolto da una suggestiva atmosfera di mistero e incanto. Nelle immediate vicinanze di quello che si ritiene essere stato il sito del Lupercale, dove la leggenda narra che Romolo e Remo, gli eroi fondatori di Roma, furono allattati dalla Lupa, rende questa dimora un luogo intriso delle radici di un popolo che ha plasmato in modo indelebile la storia della nostra civiltà. È qui che il 29 gennaio si è tenuto l’incontro inaugurale di Vinòforum 2024, un’edizione speciale dell’evento enologico più importante della Capitale.

Vinòforum Class ha rappresentato l’antipasto perfetto per gli appassionati del vino, con l’annuncio clamoroso della nuova sede della 21ª edizione: il prestigioso Circo Massimo. Dal 17 al 23 giugno, questo monumento storico sarà il palcoscenico di uno degli eventi più attesi dell’anno.

Al saluto di Emiliano De Venuti, organizzatore di Vinòforum, è seguito quello di Alessandro Scorsone, sommelier e amico fedele della manifestazione fin dalle sue origini. Moderatore Stefano Carboni dell’Agenzia MG Logos.

<<La scelta del Circo Massimo come nuova sede di Vinòforum è il risultato di una collaborazione tra l’evento e le istituzioni locali>> ha dichiarato De Venuti <<Con oltre 40.000 imprese legate al settore enogastronomico solo a Roma, il Lazio si conferma come un hub strategico per il Made in Italy. Vinòforum non solo promuoverà le eccellenze del territorio, ma contribuirà anche a valorizzare l’offerta turistica della capitale>>.

Durante la conferenza stampa hanno preso la parola illustri rappresentanti delle Istituzioni. Massimiliano Raffa, Commissario Straordinario di A.R.S.I.A.L. – Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio – ha annunciato il supporto dell’agenzia alle aziende vitivinicole del territorio.

Rodolfo Maralli, Presidente di Fondazione Banfi e Presidente di Banfi Srl, ha evidenziato il ruolo cruciale delle manifestazioni enogastronomiche nella valorizzazione delle produzioni di qualità, lodando Vinòforum per la capacità di adattarsi alle mutevoli esigenze del pubblico nel corso degli anni. In ultimo, Ernesto di Renzo, docente di Antropologia del Gusto all’Università di Roma Tor Vergata, ha concluso l’evento con una riflessione sull’importanza dei vigneti urbani di Roma, simbolo del legame millenario tra la Capitale e il vino.

“Salutateli!” – La noce e l’arancio biondo della Penisola Sorrentina rischiano di scomparire per sempre nel silenzio

Dei giardini di aranci a Sorrento e del loro profumo ne parla una delle più celebri arie della canzone napoletana, “Torna a Surriento”, testimone del fatto che non solo erano presenti e rigogliosi già alla fine dell’800, ma che erano talmente radicati nell’immaginario collettivo da costituire un ricordo indelebile per chi partiva dopo un breve periodo di soggiorno. La coltivazione dell’arancio biondo in Penisola Sorrentina è attestata sin dal 1300: si tratta di un frutto dal gusto straordinario, molto riconoscibile, il cui succo è piacevole ed equilibrato.

Anche la noce appartiene alla cultura del territorio da tempo immemore, basti pensare che negli scavi di Villa Regina a Pompei è presente un calco di noce della stessa tipologia ancora esistente in Penisola Sorrentina, quello della cultivar Sorrento e coltivato secondo il metodo tradizionale. La peculiarità delle noci della Penisola Sorrentina risiede nelle specifiche caratteristiche organolettiche, determinate dal microclima di questa lingua di terra collinare distesa sul mare: dolci e aromatiche al palato, non presentano il retrogusto amaricante tipico della noce neanche quando vengono gustate fresche. Entrambi prodotti tipici che hanno scritto la storia, le tradizioni gastronomiche di un territorio e ne caratterizzano il paesaggio: due prodotti che rischiano l’estinzione perché minacciati dall’agricoltura industriale.

Slowfood e in particolare la Condotta Costiera Sorrentina e Capri cercano di tutelarne l’integrità attraverso la costituzione di presidii, comunità e l’organizzazione di eventi che ne favoriscano la conoscenza tra i consumatori. <<I Presidii sono delle Comunità>> spiega Pier Luigi D’Apuzzo, fiduciario della Condotta <<la cui costituzione avviene attraverso la sottoscrizione da parte di tutti i produttori di una dichiarazione fondativa che ne definisce gli obiettivi>>.

Uno degli obiettivi principali è chiaramente quello di salvare le biodiversità, tutelare gli ecosistemi e le risorse naturali di un determinato territorio. Fino al secolo scorso, la coltivazione della noce costituiva la principale fonte di reddito degli agricoltori della Penisola Sorrentina. Era considerata pregiata, tanto da essere quotata alla Borsa di Napoli, ricercata dai mediatori di tutta Italia ed esportata negli Stati Uniti.

L’albero raggiunge un’altezza compresa tra i 25 e i 30 metri e diventa produttivo a dieci anni dalla messa a dimora. La resa media di noci secche per pianta adulta nel pieno della sua produzione (ed in condizioni ottimali) è stimata in circa 25 – 30 Kg, come da Disciplinare. La raccolta tradizionale avviene tramite bacchiatura: i rami vengono colpiti con lunghe pertiche di legno di castagno da terra o arrampicandosi per arrivare a colpire le propaggini più alte. Successivamente alla smallatura, segue un periodo di essiccazione al sole, variabile da una settimana fino a tre, a seconda delle condizioni climatiche. Le caratteristiche della pianta e della sua coltivazione, unite a quelle geomorfologiche del territorio che non consentono la meccanizzazione, sono le motivazioni che hanno portato, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso,  al progressivo abbandono di questa coltivazione. Le varietà internazionali più fruttifere e di più facile gestione agronomica hanno poi nel tempo soppiantato sui mercati la noce proveniente dalla Penisola Sorrentina.

È ancora vivo, nella memoria delle persone più anziane, il ricordo del rumore secco procurato dalle pertiche che “bacchiavano” i rami dei noci: tac, tac, tac un suono cadenzato e secco, un richiamo che correva da un versante all’altro delle colline e rimbombava nel silenzio dell’autunno. Un rumore che oggi è possibile sentire solo nei pochi giardini che ancora conservano la tradizione di questa coltivazione. Il Presidio noce della Penisola Sorrentina è nato nel giugno 2018 e oggi conta una decina di produttori che hanno sottoscritto il disciplinare, in cui leggiamo che “secondo stime fatte con l’aiuto dei coltivatori, attualmente la produzione dovrebbe essere di circa 150 tonnellate”.

Stima da considerare al ribasso per gli anni successivi al 2018 visto che nel frattempo, causa i cambiamenti climatici in corso, il noce è stato soggetto a diversi infestanti e parassiti, che, nel 2022,  hanno compromesso buona parte del raccolto. Tra le iniziative promosse da Slowfood e dal presidio, ci sono i periodici laboratori del gusto, organizzati come sessioni di degustazione comparativa tra la noce coltivata in Penisola Sorrentina, quella della stessa qualità coltivata fuori dal territorio del presidio e le varietà internazionali più facilmente reperibili.

Leggermente diversa la situazione dell’arancio biondo, ancora presente nei giardini sorrentini, ma sempre meno conosciuto e apprezzato anche a livello locale. Il problema sono i semini presenti all’interno della polpa, per cui, a tavola, la preferenza dei consumatori ricade su altre varietà. Nonostante l’altissima resa dell’arancio sorrentino in termini di succo, la stagionalità del prodotto molto lunga (la raccolta parte a dicembre e si spinge fino a maggio) e il suo sapore particolarmente dolce, la difesa di questo prodotto è affidata ai rari produttori che ne curano ancora la coltivazione e al mercato esclusivamente locale.

<<Da anni stiamo lavorando per salvaguardare, tutelare e recuperare eccellenze dimenticate della penisola sorrentina come l’arancio biondo sorrentino>> spiega sempre Pierluigi D’Apuzzo. <<Importanti le iniziative per i più piccoli – tra le quali ricordiamo lo spremuta day che realizziamo ogni anno dal 2017 all’interno del parco di Villa Fiorentino (a Sorrento ndr) oltre che negli agrumeti, nelle scuole e nelle piazze di Piano di Sorrento, Massa Lubrense e Sant’Agnello. Questa è una delle iniziative che meglio incarna le idee di lotta allo spreco alimentare e riduzione degli scarti, vede ospiti gli alunni delle scuole primarie ed ha lo scopo di promuovere la conoscenza ed il consumo delle arance sorrentine sotto forma di succo, esaltandone le caratteristiche nutrizionali e le proprietà benefiche attraverso un percorso ludico-educativo pensato ad hoc per i più piccini che va dall’assaggio guidato, al gioco, al riconoscimento delle etichette. La difesa della salute, degli ambienti paesaggistici e delle piccole economie locali si realizza a tavola, educando il gusto dei più piccoli, imprimendo indelebilmente nella loro memoria sensoriale i sapori del territorio>>.

L’arancio biondo non è un presidio, ma è registrato nell’Arca del Gusto Slowfood, iniziativa che raccoglie i prodotti appartenenti alla cultura, alla storia e alle tradizione di tutto il pianeta, denunciando il rischio che possano scomparire.

<<È  però possibile che  anche i piccoli produttori delle arance della qualità biondo sorrentino si incontrino e si aggreghino per tutelare non solo un prodotto dalle qualità eccezionali ma anche per salvaguardare un paesaggio caratterizzante la penisola sorrentina: ovvero i famosi giardini sorrentini costituiti da alberi di arancio biondo sorrentino e limoni di Sorrento>> conclude D’Apuzzo.

Una delle ultime iniziative in ordine cronologico organizzate per favorire la conoscenza di questi prodotti, è stata la serata dello scorso 8 Marzo presso Antonino Esposito Pizza & Cucina – ristorante alla Marina Piccola di Sorrento segnalato nella Guida Osterie Slowfood. In occasione della serata dedicata all’abbinamento pizza vino, lo chef Esposito ha creato due pizze utilizzando noce e arancio biondo sorrentino: la pizza Sorrento con treccia sorrentina, limoni di Sorrento IGP, scaglie di Provolone del Monaco DOP, fiocchi di ricotta di fuscella e all’uscita noci della Penisola Sorrentina, la pizza con arancia bionda sorrentina, treccia sorrentina, scaglie di cioccolato fondente e arancia. Un’occasione unica per riportare l’attenzione dei consumatori su due prodotti della tradizione, rivisitati per assecondare il gusto moderno della pizza in abbinamento al vino.

Birrificio Serrocroce: la filiera agricola ha inizio dalle acque del territorio

Vito e Carmela Pagnotta hanno gli ingredienti giusti per produrre una birra di alta qualità. Ma la qualità dal Birrificio Serrocroce a Monteverde (AV), nel cuore dell’Irpinia, non può prescindere dal concetto di artigianalità e di filiera agricola.

Guardando le pubblicità e le comunicazioni spicciole del marketing, sembra ormai tutto “artigianale”; ma cosa significa davvero un termine abusato spesso per meri fini commerciali? Da Vito la risposta è semplice: non creare birre in base alla moda ed ai gusti del momento, senza grandi quantità stereotipate e mantenendo, invece, un sapore genuino in ogni aspetto della degustazione.

Ciò è possibile solo grazie ad una filiera agricola controllata, a “metro zero”, da coltivatore cerealicolo, di luppolo Cascade e di spezie come il coriandolo. Elementi fondamentali nel rapporto di proporzioni stabilito ancora dall’Editto della Purezza del sedicesimo secolo. Manca all’appello un componente indispensabile, che segna il passo tra Uomo e Natura. Un legame profondo con il territorio d’appartenenza, non replicabile in serie: l’acqua.

Serrocroce si approvvigiona dalle riserve idriche delle sorgenti di Caposele, tramite l’acquedotto pugliese. Ma il sogno di Pagnotta è un altro: quello di poter fruire dell’acqua potabile presente nei pozzi attigui al birrificio, ad 80 metri di profondità. Acque dure, ricche di sali minerali che donano carattere e consistenza all’assaggio. D’altro canto il panorama ancora selvaggio e aspro è esso stesso un valore aggiunto per chi si trova a visitare le sue verdi terre, a 740 metri d’altezza, nel territorio di Monteverde, precisamente ai piedi del Serro della Croce, il più alto dei colli che dominano la Valle dell’Osento.

Sei le versioni ideate, dalla classica Blonde Ale all’Ambrata, per finire con le Saison (una da grano Senatore Cappelli coltivato in fattoria) ed una gustosa Apa con quel tocco amaricante dato dai luppoli selezionati. E per non dimenticare il luogo natio della famiglia, una birra venduta unicamente a Monteverde, dedicata all’infaticabile lavoro dei propri contadini che salvaguarda un intero comparto economico, evitando lo spopolamento delle campagne.

Molte, infine, le iniziative gastronomiche: dalla composta di birra, alla panificazione, ai taralli e chissà, in futuro potrebbe essere il turno di un piccolo pastificio sempre con le farine locali. Di progetti in pentola ce ne sono tanti, ma quello più importante è tra le pagine non scritte della storia e parla di sacrificio, forza di volontà e resilienza. Un amore per la terra che può capire solo chi, con la terra, si sporca le mani ogni giorno.

Il crescente mercato dei Vini Dealcolati: alcuni spunti per opportune riflessioni

Siamo cronisti. Osserviamo e cerchiamo di informare al nostro meglio chi ci legge sulle pagine di 20Italie. Il tema è quanto mai attuale e scottante. Merita un dovuto approfondimento in maniera imparziale dal nostro autore Olga Sofia Schiaffino.

Nell’ultimo anno, il mercato dei vini dealcolati ha conosciuto una crescita significativa, alimentata dalla domanda di alternative a basso contenuto alcolico e dalla sempre maggiore consapevolezza dei consumatori riguardo agli effetti del consumo di alcol sulla salute. Questa tendenza non solo riflette uno spostamento verso uno stile di vita più sano, ma anche un interesse crescente per l’innovazione nel settore vinicolo.

La tendenza verso i vini a basso contenuto alcolico

Mentre il vino tradizionale rimane popolare in molte regioni del mondo, c’è una chiara tendenza verso prodotti a minor contenuto alcolico. Questo è particolarmente evidente tra i consumatori più giovani e consapevoli della salute, che cercano alternative che permettano loro di godere della cultura del vino senza gli effetti negativi dell’eccessivo consumo di alcol.

Il processo di dealcolazione

I vini dealcolati vengono prodotti attraverso un processo di rimozione dell’alcol dal vino, che può essere realizzato in diversi modi. Uno dei metodi più comuni è l’osmosi inversa, in cui il vino viene filtrato attraverso membrane che separano l’alcol dagli altri componenti. Un altro metodo consiste nell’evaporazione sottovuoto, in cui il vino viene riscaldato a temperature inferiori al punto di ebollizione dell’alcol, consentendo la sua rimozione senza compromettere eccessivamente il profilo aromatico del vino.

L’importanza del profilo aromatico

Una delle sfide principali nella produzione di vini dealcolati è preservare il profilo aromatico e gustativo del vino originale. Poiché l’alcol contribuisce in modo significativo alla struttura e al sapore del vino, è essenziale utilizzare tecniche che minimizzino la perdita di composti aromatici durante il processo di dealcolazione. I produttori di successo investono quindi in tecnologie avanzate e processi delicati per garantire che il vino risultante mantenga le sue caratteristiche distintive.

La variegata offerta sul mercato

L’offerta di vini dealcolati è diventata sempre più variegata, con una vasta gamma di opzioni disponibili per i consumatori. Dai vini bianchi freschi e fruttati ai robusti rossi invecchiati, c’è qualcosa per tutti i gusti e le preferenze. Inoltre, molti produttori offrono vini dealcolati biologici e provenienti da viticoltura sostenibile, per soddisfare la crescente domanda di prodotti eco-friendly.

La tendenza verso la salute e il benessere fisico

Il crescente interesse per i vini dealcolati riflette anche una tendenza più ampia verso uno stile di vita sano e il benessere fisico. I consumatori sono sempre più consapevoli degli effetti negativi dell’eccessivo consumo di alcol sulla salute e cercano alternative che consentano loro di godere della convivialità e della socializzazione associate al consumo di vino, senza compromettere il loro benessere complessivo.

Durante la manifestazione Wine and Siena, promossa da Helmuth Köcher e da Merano Wine Festival era presente Vinuci, un’azienda di Bolzano che ha iniziato nel 2021 a creare vini dealcolati, proprio per rispondere a quella fetta di consumatori interessati alla socializzazione senza l’effetto dell’alcol. Le bevande analcoliche, a base di vino e spumante, vengono prodotte utilizzando le tecniche più innovative per garantire un’alta qualità e un profilo organolettico accattivante.

L’azienda produce 5 tipologie, partendo da una base di vino intorno al 93-94%, da mosto d’uva rettificato o succo di frutta, anidride carbonica per quanto concerne la tipologia frizzante. I vini utilizzati provengono in maggior parte dalla Germania e con una base riesling si ottiene Allegro, un vino frizzante dealcolato con sentori che ricordano la frutta gialla matura e gli agrumi. Sicuramente non si può approcciare questa tipologia pensando di trovarsi di fronte a un calice con i profumi e le sensazioni che ci potremmo aspettare dal vitigno dichiarato in etichetta; questo non vuol dire che si possano trovare esempi interessanti, in cui si ritrova una piacevolezza dell’assaggio. Allegro è tra questi ed è stato premiato con il bollino rosso di The Wine Hunter.

Una tipologia che merita sempre maggior approfondimento, per un giudizio onesto e accurato, che non risenta di preconcetti o di chiusure intellettuali. I vini dealcolati potrebbero rappresentare sempre di più una scelta attraente per coloro che desiderino godere di un prodotto alternativo al vino.

Carpineto: la Toscana nel mondo

Il 4 marzo, nella splendida location di Palazzo Belvedere, villa monumentale situata nel quartiere Vomero di Napoli, si è tenuto il primo evento ufficiale di LU.IS.A. Rappresentanze, una manifestazione che ha raggruppato numerosi produttori del mondo vitivinicolo presenti nel catalogo, con banchi d’assaggio e masterclass che hanno regalato forti emozioni ai presenti.

Tra i vari produttori presenti ha catturato la mia attenzione l’azienda CARPINETO, da oltre 50 anni ambasciatori della Toscana nel mondo, esportata in ben 70 paesi. Mauro Chiominto, direttore commerciale Italia, nel suo banchetto vista mare, ci racconta la storia dell’azienda che nasce nel 1967 dall’intuizione geniale di due giovani appena ventenni: Antonio Mario Zaccheo e Giovanni Carlo Sacchet. Divenuti amici proprio davanti a un calice di vino decidono di realizzare un sogno in comune, fare un grande Sangiovese iniziando dal Chianti Classico. Ci sono riusciti mantenendo un assetto familiare e diventando un brand di successo a livello internazionale, con una produzione di oltre 3 milioni di bottiglie in più di 30 etichette.

I vini degustati

La degustazione inizia con una vera e propria rivelazione: il DOGAJOLO TOSCANO ROSATO IGT, Sangiovese in purezza, fresco e dalla grande bevibilità, elegante e deciso allo stesso tempo; rischi di bere tutta la bottiglia e non accorgertene! Abbinamento perfetto con la nostra pizza napoletana, un gemellaggio che vi invito a provare.

Spostiamo la nostra attenzione su tre delle undici Docg toscane: Chianti Classico, Vino Nobile di Montepulciano e Brunello di Montalcino. Il CHIANTI CLASSICO RISERVA 2018, Sangiovese con saldo di Canaiolo e Colorino, dal colore rosso rubino intenso con riflessi granato, presenta una pienezza di bocca avvolgente che richiama al sorso successivo, molto piacevole nella sua semplicità.

Molto più incisivo il CHIANTI CLASSICO GRAN SELEZIONE 2020 prodotto da uve provenienti dal cru di due ettari ubicato a Dudda – Greve in Chianti – zona particolarmente vocata per la produzione di vini di grande longevità. Rubino vivace, dai sentori di frutti di bosco, note speziate, in bocca elegante anche se ancora giovane lascia presagire già quel che diventerà tra qualche anno.

Altro vino in degustazione, il VINO NOBILE DI MONTEPULCIANO RISERVA 2018. Tende al granato, estremamente elegante con profumi che vanno dalla frutta esotica al balsamico. Fine ed elegante merita davvero l’appellativo di “nobile”. Restando sempre nel territorio di Montepulciano, e precisamente nelle zone meglio esposte si produce il cru di POGGIO SANT’ENRICO, Sangiovese in purezza di cui assaggiamo l’annata 2012. Colore intenso, di forte concentrazione antocianica. Al naso si avvertono sentori di frutti di bosco, note di chiodi di garofano, vaniglia. Sorso complesso e lungo, ma con una succulenta bistecca fiorentina ancor meglio!

Completiamo il percorso toscano con il BRUNELLO DI MONTALCINO 2019, di grande struttura, persistente, ampio, morbido che evolverà ancora per tanti anni, mentre solo nelle migliori annate viene prodotto in versione RISERVA di un’eleganza ancora più raffinata.

Dopo questo breve salto in Toscana e dopo i racconti di Mauro, la voglia di andare in azienda ad approfondire la conoscenza di questi vini è fortissima. Carpineto, per gli appassionati, è una immersione totale nella natura, tra passeggiate in vigna o in bicicletta ed è possibile prenotarsi in ogni momento dell’anno per vivere una experience indimenticabile. Un ringraziamento particolare va a Laura Ruggieri di LR Comunicazione.

Io ho già prenotato… e voi? A presto.