Napoli, la giornalista Chiara Giorleo presenta il suo libro “Vino, Donna”

90 PROTAGONISTE RACCONTANO IL VINO ITALIANO CONTEMPORANEO. UNA FOTOGRAFIA ECCEZIONALE DEL MONDO ENOLOGICO NAZIONALE

Vino, Donna” sarà presentato al pubblico giovedì 11 giugno alle ore 19.30 presso la Sala Calipso della Stazione Marittima di Napoli, nell’ambito del Salone della Dieta Mediterranea (DMED).

Intervengono:

– Chiara Giorleo, autrice  

– Gilda Guida, delegata Campania dell’Associazione nazionale Le Donne del Vino

– Luciano Pignataro, giornalista
modera: Diana Cataldo, giornalista e imprenditrice

Novanta donne, novanta storie, un racconto corale che fotografa il presente e il futuro del vino italiano attraverso le voci delle sue protagoniste.

“Vino, Donna”, è il nuovo libro di Chiara Giorleo, critica del vino e formatrice bilingue, pubblicato da Luciano Pignataro Wine Blog con il sostegno di Latteria Sorrentina.
Pagine: 320. Prezzo di copertina: 35 euro.

Frutto di oltre cinque anni di lavoro, il volume raccoglie 90 interviste a professioniste di riconosciuta autorevolezza che operano nel mondo del vino italiano. Un progetto editoriale che può essere considerato la prima grande raccolta organica di testimonianze femminili dedicate al vino italiano contemporaneo, offrendo una fotografia inedita di un settore in continua evoluzione attraverso il punto di vista delle sue protagoniste.

Le conversazioni, pubblicate su Luciano Pignataro Wine Blog, hanno riscosso un crescente interesse fino a trasformarsi in un’opera che riunisce produttrici, enologhe, giornaliste, degustatrici, sommelier e professioniste della comunicazione, del marketing, dell’ospitalità e della consulenza, restituendo un affresco autentico e trasversale del comparto vitivinicolo nazionale.

Organizzato in tre sezioni – produttrici ed enologhe, giornaliste e degustatrici, e altre figure professionali coinvolte nel settore – il volume raccoglie le esperienze, le visioni e le storie personali di donne che, con competenza e determinazione, stanno contribuendo a definire il presente e il futuro del vino italiano.

Ad arricchire ulteriormente il progetto sono alcuni contributi di assoluto prestigio internazionale. La prefazione è firmata da Jane Hunt MW, tra le prime donne al mondo a conseguire il titolo di Master of Wine. In quarta di copertina compaiono gli endorsement di Jancis Robinson MW, una delle voci più autorevoli della critica enologica mondiale, e del professor Vincenzo Russo, docente di Psicologia dei Consumi e coordinatore del Centro di Ricerca di Neuromarketing dell’Università IULM.

La fotografia di copertina di copertina è stata realizzata da Guido Harari, autore di alcuni degli scatti più iconici della cultura contemporanea. “Vino, Donna” è una fotografia del vino italiano contemporaneo attraverso lo sguardo e l’esperienza delle sue protagoniste. Un libro che racconta il cambiamento già in atto nel settore e che si propone come fonte di ispirazione per le nuove generazioni, testimoniando il ruolo sempre più centrale delle donne nel mondo del vino.

Il Collio raccontato da Primosic

Dolci e tenui rilievi in Collio,

verde erba, foresta e trifoglio,

boschi per metà del paesaggio,

delle genti è stato il passaggio,

ponca per bianchi, fini, molto apprezzati,

raffinati, minerali, intensi e domati,

musa, ove la serenità è udibile e distesa,

una preghiera: regalane parte al pianeta.

Basterebbero questi imperfetti versi scritti d’impulso, per illustrare appieno il Collio dal mio punto di vista. Del resto il ruolo della poesia è la sintesi, sostituendo la suggestione alla narrazione, per descrivere le esperienze e le emozioni colte in un determinato momento.

Verrei però meno all’incarico ricevuto e accettato, e sarebbe profondamente ingiusto nei confronti di coloro che mi hanno gentilmente ospitato, mostrato affetto, e dedicato parte del loro prezioso tempo.

Il Consorzio Tutela Vini Collio ha organizzato per la stampa un tour d’esperienza, dove è stato possibile assaggiare oltre centotrenta vini della regione, visitare undici cantine e conoscere gli artefici dei loro vini, ma gli incontri avuti con i produttori, se si aggiungono le cene, sono stati ancor maggiori, giungendo alla cifra di venticinque realtà. Un numero per nulla irrilevante, che consente d’avere uno spaccato importante della produzione in Collio attraverso un confronto con chi crea vino.

Sul Collio ho già scritto, e probabilmente è una delle ragioni dell’invito, e chiunque si accinga a farlo di nuovo non può esimersi da tralasciare alcune considerazioni storiche. Si menzionava la serenità che si respira e percepisce trascorrendo qui alcuni giorni, è genuina ma conquistata a caro prezzo. La storia vinicola della regione passa attraverso le varie nazioni cui è appartenuta, e ora che ha una definitiva stabilità, dai cambiamenti occorsi nel dopoguerra.

Il Collio è un luogo molto piccolo, fatto di collinette simili a dei pandori, che in realtà hanno caratteristiche molto diverse fra loro, anche all’interno dello stesso vigneto. Una ricchezza dovuta alla disomogeneità. Marcatore incontrastato e inconfondibile del terreno del Collio, vero dna di un suolo povero in sostanza organica e molto ben drenato, è la ponca. Di origine eocenica, è una stratificazione alternata di marne sature di sedimenti minerali, e arenaria. Conferisce al vino qui prodotto quella struttura, eleganza e mineralità tanto apprezzata.

Menzionavo che sono stati venticinque gli incontri diretti avuti, e se ne parlerà più avanti, perché preferisco iniziare da uno che ha eseguito per noi del tour la propria disamina sulla storia vinicola del Collio.

Si tratta di Marko Primosic. La famiglia Primosic è proprietaria di vigneti nella zona di Oslavia fin dalla metà del ‘700. In questa zona rimbalzano le correnti della Bora, utilissime al vigneto che assieme alla ponca caratterizzano i vini dal sapore più nordico, rispetto ad altri suoli del Collio.

E poi arriva Karlo nel 1868, e da quel momento il suo nome è associato al vino di Oslavia. A fine ottocento Karlo trasporta il vino con la ferrovia a Vienna contenuto in grandi botti. L’impero austro-ungarico apprezzava la regione del Collio, la considerava il suo giardino, dove poter attingere di vino e olio, di uva e ciliegie, quest’ultime d’eccellente qualità. Il figlio di Karlo, Josez, torna dal fronte della grande guerra e trova i vigneti devastati. Oslavia è chiamata non a caso la collina morta, e aiutato dal padre rimpianta i vigneti. Gli succede Silvan, o Silvestro come ci è stato presentato, il simpatico, empatico e pieno di vita ottantacinquenne, che a soli dodici nel 1953 diventa il capofamiglia alla morte di Josez e del fratello maggiore caduto da partigiano. Nella grande sfortuna una libertà, di fare ciò che voleva. Produce il vino sfuso e in bottiglia dal 1956 senza etichetta con vuoto a rendere, con etichetta dal 1964, e la prima a nome S. Primosic nel 1967, disegnata dalla moglie Liliana, che riporta il paesaggio di Oslavia. V’è scritto i Vini del Collio poichè sarà nel successivo maggio 1968 che nascerà la doc omonima, tra le prime in Italia, grazie agli sforzi del Consorzio di Tutela Vini Collio sorto quattro anni prima nel 1964. E’ una bottiglia renana, obbligatoria a quel tempo dal disiciplinare di produzione che reca la scritta Tocai in caratteri gotici.

E’ l’inizio di una produzione di stampo moderno: Silvan, getta via i legni, acquista vasche di cemento, e produce vini bianchi senza macerazione, curati e puliti, e focalizzati sugli aromi primari.

Ricordo a me stesso che per rientrare nella categoria di Collio Doc le uve devono provenire dal territorio della provincia di Gorizia, in otto dei venticinque comuni presenti: Capriva, Cormòns, Dolegna del Collio, Farra d’Isonzo, Gorizia, Mossa, San Floriano del Collio, San Lorenzo Isontino. Sono esclusi i terreni del fondo valle, con l’obbligo per i vigneti di trovarsi perlomeno a 75 metri di altitudine, fino ad arrivare a circa 270 metri e oltre, e con una pendenza minima del 3%.

Nel disciplinare del Collio doc fino al 1991 non erano ammessi i vitigni internazionali a bacca bianca, a differenza di quelli non autoctoni a bacca rossa, già presenti da lunga data nel territorio.

Le uve al momento autorizzate sono:

per il bianco Chardonnay, Friulano, Malvasia Istriana, Müller Thurgau, Picolit, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Ribolla Gialla, Riesling Renano, Riesling Italico, Sauvignon, Traminer Aromatico; per il rosso Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carménère, Merlot, Pinot Nero.

Un paio di anni fa, un gruppo di quattro viticoltori che oggi sono diventati undici, hanno scelto di vinificare solo le uve Friulano, Malvasia Istriana (ripeto istriana), e Ribolla Gialla per il proprio Collio doc, tornando al primo periodo del disciplinare 1968-1991 (doc che, per inciso, ha vissuto molti più anni con i vitigni internazionali che senza), ritenendoli quelli storici del territorio e che lo interpretano nel migliore dei modi, e inserendo in etichetta la dicitura Collio da Uve Autoctone.

Quando si scomoda il punto di vista storico o tradizionale, per non parlare di autoctono, incuriosisce che quasi mai si tenga conto essere frutto del momento dell’osservazione. Fra un secolo, probabilmente, in una immaginaria fase della definizione dei vitigni a bacca bianca per la doc Collio, si avrebbe un’analoga inclusione a quella operata per i vitigni internazionali a bacca rossa, ritenendola logica.

Non addentriamoci troppo in un ginepraio se non per raccogliere le bacche fondamentali al celebre distillato bianco. Rispettiamo i pareri di tutti gli attori vinicoli in questione, soprattutto perché hanno titolo a parlare, a differenza di chi semplicemente ne scrive e non produce.

La soluzione migliore è, a mio modesto parere, la coesistenza, auspicando che NON si sprechino energie per discutere in maniera accesa sulla questione. Sarebbe del tutto inappropriato in una regione che ha visto tanti passaggi di mano.

Anche Oslavia beneficerà del boom economico degli anni cinquanta e sessanta, ma il resto della storia lasciamo che sia Marko a raccontarla, figlio di Silvan, nato nell’anno della doc quindi un predestinato, enologo, che a undici anni ha il suo primo Vinitaly, e che dal 1989 affianca il padre con il fratello Boris di tre anni più giovane.

Negli anni ’80, ci racconta Marko, la strada percorsa dal papà con la vinificazione in serbatoi di acciaio che valorizza gli aromi primari non basta più. Evolve il palato, evolve il consumatore, evolve il Collio stesso, anche nella conduzione dei vigneti, che fino agli anni ’60 erano lavorati principalmente a mano. Gli anni ’70 Marko li descrive come i più bui, dove in qualche modo i tecnici cercavano di portare la meccanizzazione e di fare della collina la pianura, un errore grande che tuttavia in Collio è avvenuto in modo molto limitato, giusto qualche rilievo spianato. Il dietrofront si ha nel decennio successivo. Il Collio scopre e valorizza il proprio territorio ispirandosi a ciò che avveniva in Borgogna. Si commisero, però, una serie di errori, tra i quali d’impiantare ad altissima densità per ettaro, a quaranta centimetri da terra in vigneti inerbiti dove l’erba cresce a venti centimetri, e il grappolo in sostanza poggiava seduto nell’erba se questa non era un prato inglese. Tutto ciò andava benissimo per i vigneti molto drenati e completamente diserbati della Borgogna ma non in Collio dove oltretutto le piogge erano intense.

Si arriva così agli anni ’90, e finalmente si ha la consapevolezza dell’estremo valore del territorio, grazie alla nuova generazione e frutto anche della serie di errori compiuti, puntando a non uscire ad annata, con l’ambizione che il vino possa maturare. Risvolto della medaglia è stato guardare troppo al vino internazionale, con un’impostazione più filo francese e l’uso del legno, barrique o altro.

L’ultima fase sono gli anni duemila con l’avvento dei vini macerati, nati dopo la grandinata a Oslavia di fine agosto 1996, violenta e cattiva, avvenuta nel momento in cui tutto era pronto per la vendemmia, rovinando l’annata in corso e la successiva. In questa fase, per i viticoltori giù di morale, c’è stato il tempo di fare una riflessione sul futuro. L’episodio da rammentare è quando Carlo Petrini chiede a Josko Gravner di accompagnarlo in Georgia. Qui vedrà le anfore, ma non è tanto il contenitore in sé che poi userà, piuttosto la riflessione operata, cioè quando non si sa dove andare, si tende a guardare al passato, alle pratiche di un tempo. Ed ecco che, nel tentativo di rivalutare la Ribolla Gialla massacrata negli anni precedenti con la maturazione in legno, si riscopre la fermentazione sulle bucce. Il vitigno è insuperabile nei risultati della pratica macerativa, poi la qualità del vigneto, il tipo di buccia, e non per ultimo il territorio si prestano per creare un plus sensato a un vino ottenuto con il vitigno.

L’escursus storico consente di fare una distinzione delle cantine in base alla loro nascita, figlie in realtà della loro storia. Una come la Primosic ha attraversato tutte le fasi, nessuna delle quali è completamente sbagliata, ma racconta un pezzo di storia e porta ad avere una consapevolezza di un certo livello. Un’azienda vinicola sorta negli anni ’90 avrà probabilmente fatto il primo vino in barrique. Infine una nata nel duemila o a ridosso di tale data, plausibilmente produrrà solo vini macerati.

L’azienda oggi ha trentadue ettari vitati che danno luogo a circa 200.000 bottiglie l’anno e sedici tipologie di vino prodotte. Il mercato riguarda il nostro paese per il 40%, il restante è distribuito in trenta nazioni. In cantina abbiamo visto caratelli da 600 litri di rovere di Slavonia non francese e non tostate utilizzate per il Collio bianco; botti da 18 ettolitri per la Ribolla macerata perchè deve evolvere la sua quantità di tannino, con funzione esclusivamente di maturazione; infine barrique, tostate, per le due varietà internazionali Chardonnay (che fermenta e matura in essa), e Merlot (solo per la maturazione).

La degustazione.

Ribolla Gialla “Think Yellow” IGT Venezia Giulia 2025 12.5%

Vitigno della tradizione con richiami, all’infanzia (i suoi acini dorati erano un tempo delle caramelle naturali per i bambini), e al lavoro (qualche bottiglia di Ribolla era un’integrazione alla paga dei braccianti). Il vino vinifica in serbatoi di acciaio dopo una breve macerazione delle bucce a freddo e pressatura soffice delle uve. Una versione “nuda e cruda”, come storicamente il vitigno si esprime. E’ l’espressione punto di partenza il cui punto di arrivo sono le produzioni macerate. Molto simpaticamente Silvan ci dice che il vino da Ribolla, per le sue caratteristiche, è un ottimo colluttorio al mattino.

All’olfatto è fresca, con sentori agrumati e citrini, e suggestioni di erbe aromatiche.

Al palato torna la freschezza, con l’aggiunta di note floreali di acacia, e nuovamente di agrumi. Ci piace per consistenza grassa e il finale declinato al sapido e minerale.

Malvasia Collio doc 2024 13.5%

Vinificazione simile alla precedente Ribolla Gialla.

All’olfatto il vino è aromatico e fresco, con note floreali vicine al geranio, erbe aromatiche, e minerali.

L’ingresso al palato è ampio e sapido, con ritorni aromatici tipici, e una chiusura lievemente ammandorlata.

Chardonnay Gmajne Collio doc 2022 14%

Lo Chardonnay proviene dallo storico vigneto con toponimo Gmajne, impiantato negli anni ’70 e rinnovato per la sua metà nel 1982. Vinifica tradizionale in bianco, con fermentazione (alcolica e malolattica) ed elevatura in barrique (sia nuove che usate) per diciotto mesi, con lunga permanenza sui lieviti e senza bâtonnage. Segue affinamento in bottiglia. La 2022 è l’annata corrente.

All’olfatto si avvertono subito degli agrumi gialli, la frutta esotica, e dei sentori legati alla vaniglia del legno e un’idea di crosta di pane. E’ un peccato di gioventù, dovuto soprattutto alla tostatura delle botti che è medio/forte. Poi, abbiamo ancora note di fiori gialli, e fruttati di melone.

Al palato la nota vanigliata s’integra con della citrinità, ma il vino è decisamente morbido, caldo e pieno. Le sensazioni legate al legno, ancora da svolgere, qui sono molto meno evidenti. Buona anche la persistenza tracciata dalla nota minerale.

Collio Bianco doc Klin 2020 14.5%

Il Klin, lo storico toponimo di un cru aziendale, sviluppato in una collina che dona tre tipi di suolo e altrettanti di clima, è un uvaggio dei vitigni Friulano, Chardonnay e Sauvignon (non clonato, più sullo stile della Loira) raccolti lo stesso giorno indistintamente dal grado di maturazione delle uve. S’ispira all’antica maniera viennese della Gemischte Satz, pratica di vinificazione di uve diverse provenienti dallo stesso vigneto. Dopo aver raccolto le uve con piena maturazione, diraspate e pressate delicatamente, il mosto fiore è messo in caratelli di rovere di Slavonia da 600 litri in cui compie la fermentazione alcolica e malolattica. Travasato, si aggiunge una parte minima di vino da Ribolla Gialla e torna in botte a maturare complessivamente per due anni, al termine dei quali è imbottigliato e affina per altri due anni. La 2020 è l’annata corrente.

Il vino nasce nel 1982 e ha vissuto legni diversi, infatti, dal 1988 al 1996 si sono adoperate barrique francesi.

All’olfatto si percepisce molta freschezza, con note di fragranza e minerali. Poi abbiamo le erbe aromatiche, suggestioni floreali di gelsomino, una traccia di fruttato esotico e degli agrumi, e infine della vaniglia.

Al palato in questa fase del vino la presenza del Chardonnay svetta un po’, il corpo è rarefatto, con finale morbido. Ha bisogno di tempo, a mio avviso, per armonizzarsi meglio.

Friulano “Skin” Collio doc 2020 13%

Orange wine di recente concezione con prima annata il 2016. Il Friulano macera per due settimane sulle bucce e fermenta con lieviti indigeni in assenza di solforosa e frequenti follature, senza controllo di temperatura. Poi, separato dalle bucce, è posto in caratelli da 600 litri, dove esegue la fermentazione malolattica, e per diversi mesi rimane sulle proprie fecce nobili. L’affinamento in bottiglia è molto lungo.

L’olfatto è caldo e intenso, molto concentrato, con i sentori tipici della macerazione, frutta secca e tè al gelsomino, dotato di tanto agrume, frutta gialla, albicocca e camemoro, un lieve sentore sulfureo, minerale. Al palato è ricco e glicerico, pulito e minerale. Persiste a lungo nelle note macerative, né è privo della tipica sensazione di mandorla amara e tostata.

Ribolla Gialla Riserva “Skin” Collio doc 2020 13.5%

Orange wine da uve surmature che esegue una vinificazione simile al Friuliano con un paio di differenze: la macerazione dura un mese, e le botti dove permane un anno sono grandi da 18 ettolitri.

Olfatto è molto inteso, con note di macerazione, frutta gialla a polpa, albicocca disidratata, agrumi gialli, e note floreali. Al palato è fine ed elegante, con ritorni amarostici di armellina, e minerali prolungati.

Ribolla di Oslavia Riserva Collio doc 2014 14%

Questa riserva vintage è stata versata in un bicchiere T Made 95 Oslavia, con appunto l’impensabile capacità di contenere 95 centilitri, e disegnato per valorizzare al meglio la degustazione delle Ribolla Gialla macerate e d’annata. La dicitura di Oslavia presente in questa bottiglia non è più consentita.

Olfatto: poesia. Succoso di agrume e d’albicocca. Note minerali legate alla ponca, ardesia anche, e terziarie, vien da sé. Frutta secca, miele di agrumi, sentori di appassimento, uva sultanina.

Il palato il vino è maestoso, imponente, morbido, succoso e con una sensazione calorica molto confortevole, mielata, e minerale. Espressione di grande eleganza con finale persistente e suadente.

Pinot Grigio Riserva Collio doc 2017 14.5%

Orange wine prodotto dal 1998, dal colore intenso ramato, le cui uve diraspate fermentano con i lieviti indigeni, senza solforosa e con lievi follature. La macerazione dura 6/8 giorni, poi passa in caratelli di rovere di Slavonia, dove prosegue la fermentazione e la malolattica, e vi permane per alcuni mesi. L’annata corrente è la 2022.

Olfatto è dominato intensamente dai piccoli frutti a bacca rossa, lampone, ribes rosso, amarene, e floreali, violetta e iris. Al palato è caldo, pieno, articolato, con ritorni dei frutti rossi, e un piacevole finale, prolungato, minerale.

A Verona si mangia la pizza seduti al bancone in un format originale e coinvolgente

Da Carmine Pizza d’Autore il concept che elimina i tavoli per un unico chef’s table da 12 postazioni.

Carmine Pasqua sembra aver recuperato l’idea stessa della celebre serie televisiva americana Cheers, meglio nota come Cin Cin in Italia, dove al banco di un pub gli ospiti si scambiavano opinioni, saluti e nuovi incontri. Questa volta il tema principale è la pizza e i suoi derivati, dalle mani di un autentico maestro panificatore in grado di conoscere le tecniche di lievitazione moderne e i segreti per abbattere l’indice glicemico dei carboidrati, contenendo così l’apporto calorico della propria dieta.

Ben tre impasti distinti e una selezione pensata come quadri di sapore: dalla tonda senza glutine al farro, alla contemporanea napoletana, per finire con la versione in pala con semola. “Ho voluto portare alla luce tutto quello che c’è dietro una pizza e la sua lavorazione, senza intermediari né barriere fra me e la sala – dichiara Pasqua – da quando, a 3 anni dopo la perdita di mio padre, sono giunto nella città scaligera, cresciuto metaforicamente tra pane e pizza iniziando da fattorino per la consegna d’asporto ed aprendo un mio locale in centro da pochi mesi”.

Ogni gesto, ogni momento del servizio prendono forma davanti agli ospiti: dal rinfrescare il lievito madre allo stendere l’impasto, spiegando come le materie prime si trasformano in un racconto sensoriale. Tanto studio e valorizzazione degli ingredienti a chilometro zero provenienti anche dalla sua amata Calabria che porta con sé nel cuore, come il pomodoro Migliarese, la ‘Nduja di maiale nero, liquirizia DOP e le altre produzioni artigiane del Meridione.

Forno rigorosamente elettrico a 420 °C e topping articolati e gustosi, sperimentati sul campo nel confronto diretto con i clienti. Come la contaminazione alla veneta della Veja, con crema di zucca, Monte Veronese grattugiato, coppa di testa di Este e un gel all’Amarone. Bene anche il doppio crunch al riso venere brie e zucchine o il padellino con stracciatella di Andria, cicoria ripassata, olive e alici di Cetara, o quello dagli aromi complessi alla ricotta di capra, capocollo, cotto di fichi e nocciole.

E poi la Calabria, dove la ’nduja di maiale nero incontra la ricotta di capra e la liquirizia calabrese DOP. Degna di nota è anche la Viola, dove croccantezza dell’impasto di semola e mais esalta il gioco di contrasti fra la dolcezza del cavolo viola, la delicatezza dei cavolfiori e il gusto deciso della carne salata, con pinoli tostati e caciotta alla mela.

Attenzione per l’abbinamento tra cibo e vino, con una selezione enologica pensata per accompagnare le diverse tipologie di pizza: bollicine, Trento DOC, una scelta di rossi leggeri e diversi rosé per chi cerca struttura senza appesantire; una proposta di birre artigianali peculiari, da una blanche al bergamotto a una birra all’acqua di mare, a un’ambrata dai sentori autunnali.

Il percorso gastronomico si conclude con il caffè, ma non parliamo di una classica tazzina da bar, bensì di un monorigine 100% arabica da gustare lentamente per apprezzarne ogni sfumatura, pensato per chiudere l’esperienza con un’ultima nota caratteristica. Ogni ultimo giovedì del mese, infine, è il momento per la degustazione con calice al costo di € 60 per 6 assaggi di pizza e altrettanti vini in pairing. O 5 soste senza abbinamento al costo di € 30 per chi ha voglia di conoscere la filosofia di Carmine Pasqua e del suo concept Pizza d’Autore.

Ambienti caldi, materiali naturali e luci soffuse per un’atmosfera che invita alla conversazione. È un luogo pensato per chi desidera un’esperienza di pizza diversa: più vicina al racconto, alla vita lenta, che al consumo frettoloso.

Carmine Pizza d’autore, via Francesco Berni 12, 37122 Verona (VR). Tel: 045 223 0039

Orari: 18:30 – 23 (martedì e giovedì anche pranzo 12:30 – 14:30); mercoledì chiuso.

www.carminepizzadautore.com

Il sake giapponese attraverso la danza

Dallo sciamanesimo primordiale del Kagura all’ebbrezza urbana dell’Awa Odori l’evoluzione delle strutture coreutiche e della fermentazione del riso come strumenti di coesione sociale: infatti, se la danza avvicina a Dio, in quanto preghiera corporea totale, che unisce anima, mente e corpo nella lode, superando i limiti del linguaggio verbale, il sake giapponese è l’elemento che dissolve il confine tra natura umana e dimensione metafisica.

Non è affatto casuale, vista anche la premessa, che il legame tra danza e sake in Giappone risieda nel concetto di Gosei, ossia di comunione spirituale; antropologicamente, la danza richiede un’alterazione dello stato di coscienza che il sake facilita, agendo da ponte, detto hashi, tra il piano umano e quello trascendentale. Non esiste danza tradizionale giapponese che non sia germogliata in un contesto dove il sake non fosse presente come Omiki, ossia come offerta, oppure come premio o catalizzatore della performance.

Non è da escludersi che da ciò che seguirà possa venir fuori che l’evoluzione tecnica e produttiva del sake possa aver influenzato la complessità dei movimenti nella danza e viceversa, testimoni delle stratificazioni nelle varie epoche di riferimento e delle classi sociali che eseguivano il passo, il sorso e il rito.

L’Era Mitologica: Sciamanesimo, Estasi e il Sake Masticato

Alle origini il binomio danza-sake emerge in Giappone come un dispositivo mitopoietico fondamentale per la risoluzione delle crisi cosmiche: l’evento cardine, riportato nel Kojiki , pressappoco attorno al 712 d.C., e nel Nihon Shoki redatto nei successivi otto anni, è la danza della dea Ame-no-Uzume davanti alla Caverna Celeste, la Amano-Iwato.

Il mondo era sprofondato nel gelo e nell’oscurità più assoluta: Amaterasu, la Dea del Sole, ferita dai continui affronti del fratello Susanoo, aveva deciso di ritirarsi nella Grotta Celeste, sigillando l’ingresso con un enorme macigno. Senza di lei, la vita sulla terra stava appassendo e il Creato precipitò nell’oscurità. Gli dèi, 800 miriadi di Kami, si radunarono allora sulle rive del Fiume Celeste con disperazione, ma non servirono né preghiere né suppliche: dalla caverna nessun segno; fu allora che la dea Ame-no-Uzume ebbe un’idea tanto folle quanto brillante…

Capovolgendo una botte di legno davanti all’ingresso della grotta, iniziò a battere i piedi con ritmo frenetico, come fosse un tamburo primordiale e prese a danzare con tale foga e gioia che i suoi vestiti scivolarono via, mentre brandiva rami di sakaki intrecciati, provenienti dal relativo albero sacro, molto simile alla camelia. La danza era così buffa e vitale che il coro delle divinità scoppiò in una risata fragorosa, un boato che scosse le fondamenta del cielo. Attirata dal baccano e incredula del fatto gli dèi potessero ridersela mentre il mondo era al buio, Amaterasu spostò il masso: in quel momento, gli dei le porsero uno specchio e, mentre lei restava incantata dal suo stesso riflesso, la trascinarono fuori, sigillando la grotta alle sue spalle.

Per festeggiare il ritorno della luce, fu versato il sake e la bevanda fermentata divenne il sigillo di quella ritrovata armonia: un’offerta sacra per ringraziare gli dèi e un mezzo per gli uomini per raggiungere quello stesso stato di ebbrezza gioiosa che aveva salvato il mondo. Da quel giorno, ogni volta che un tamburo batte e una tazza di sake viene sollevata, si ricorda la danza che riportò il sole.

Il Legame Antropologico di Danza e Sake Giapponese

Secondo l’antropologo Orikuchi Shinobu, la danza di Uzume non vuole rappresentare un mero intrattenimento, ma un rito di Tamafuri, ovvero di scuotimento dello spirito, un atto di apertura corporea attraverso la denudazione che riporta nuovamente il sole a portare luce nel mondo. In questa fase arcaica, il sake è indissolubilmente legato alla figura femminile e alla sacralità del corpo: si sostiene che il cosiddetto Kuchikami no sake, ossia masticato in bocca, veniva prodotto da sacerdotesse, le Miko, o vergini che masticavano il riso cotto, riversandolo poi in vasi di terracotta.

Durante l’Epoca Nara ed Heian, il Giappone viveva una fase di centralizzazione burocratica ispirata ancora al modello cinese, mentre la danza e il sake subirono una mutazione fondamentale, passando da pratiche sciamaniche locali a strumenti di legittimazione del potere imperiale. Sotto il profilo sociologico, così come accadeva per il vino e per la birra, come in epoca sumerica, nasceva la distinzione tra nobiltà e plebe.

La danza di questo periodo è dominata dal Bugaku, la danza di corte accompagnata dalla musica Gagaku; a differenza della frenesia e dal rapimento estatico di Ame-no-Uzume, il Bugaku è caratterizzato da movimenti estremamente lenti, geometrici e simmetrici; rappresenta l’ordine del cosmo e la stabilità del trono imperiale e gli abiti sono pesanti, le maschere ieratiche e i gesti seguono una precisione millimetrica. Infatti, come riportato dal Ryō-no-Gige, il commentario ai codici legislativi, stabiliva che la danza non fosse solo arte, ma una funzione amministrativa. Intanto, sotto l’imperatore Tenmu, la produzione del sake venne sottratta alle famiglie e ai santuari locali per essere centralizzata: nacque così il Dipartimento del Sake, il Sake-no-Tsukasa, istituito proprio all’interno del Palazzo Imperiale e, per la prima volta, la figura del Toji, ossia il responsabile addetto alla produzione della bevanda, fu equiparata a quella di un funzionario a tutti gli effetti.

Al tempo, dopo la sua scoperta, l’uso del Kōji-kin prese il sopravvento, sostituendosi a pratiche più rudimentali di produzione, rendendo così il sake più stabile, alcolico e raffinato. Spunta fuori anche il termine Seishu che, destinato esclusivamente all’aristocrazia e ai riti di corte, stava a significare non soltanto sake chiaro, ma stava anche a indicare il termine legale dell’alcolico, esattamente come oggigiorno: esso attiene alla denominazione legale ai fini fiscali stabilita dalla legge giapponese sull’imposta sugli alcolici e valevole solo per i sake filtrati.

In definitiva, durante cerimonie come il Daijō-sai, cioè l’intronizzazione dell’imperatore, la danza Bugaku e l’offerta di sake nuovo, cioè lo Shinshu, caratterizzavano i due elementi che trasformano il sovrano in un dio vivente, l’Arahitogami.

Il legame tra danza e sake si manifestava anche nei banchetti aristocratici descritti nel Genji Monogatari ma il canone estetico voleva che Il consumo di sake non dovesse mai portare alla perdita di controllo, contrariamente al mito di Susanoo, semmai a una “raffinata malinconia“: i poeti ancora oggi bevono e osservano le danze stagionali e il sake è lo strumento che permette di percepire il Mono no aware, cioè la bellezza effimera delle cose.

L’epoca Muromachi, tra il 1336 e il 1573, costituisce il periodo in cui baricentro culturale del Giappone si sposta dall’aristocrazia di corte alla classe dei samurai e al clero buddista. La danza evolve nel Noh, una forma d’arte trascendentale basata sulla filosofia dello Yūgen, a designare la bellezza misteriosa e profonda. Parallelamente, il sake vive una rivoluzione tecnologica senza precedenti all’interno dei monasteri.

Il Noh, codificato da Kan’ami Motokiyo e suo figlio Zeami, non è solo spettacolo, ma un rituale meditativo, basandosi sul movimento Suri-ashi, lo scivolamento dei piedi: il danzatore sembra fluttuare senza mai staccarsi dal suolo. La danza è l’evocazione di uno spirito o di un demone, un atto di comunicazione con il regno dei morti. Nel suo trattato Fūshikaden, ossia la trasmissione del fiore e dello stile, Zeami sottolinea che la performance deve sbocciare come un fiore, richiedendo una concentrazione che rasenta l‘ascesi.

È in quest’epoca che affiora e si diffonde radicalmente la figura dello Shojo, lo spirito marino dai capelli rossi che vive alle pendici del Monte Fuji in prossimità delle spiagge. Nello spettacolo Noh intitolato “Shojo”, lo spirito appare a un uomo virtuoso che vende sake: lo Shojo pur bevendo enormi quantità di sake da una grande sakazuki, invece di barcollare, danza con una fluidità sovrumana. Qui il sake rappresenta la “benevolenza universale” e l’ebbrezza dello Shojo una metafora dell’illuminazione buddista: un’estasi che non offusca la mente, ma la libera dai vincoli terreni. La danza è lo strumento visivo che manifesta questa gioia assoluta e incorruttibile.

Sotto il profilo tecnico, il sake vive in questo periodo la sua evoluzione più importante grazie ai monaci buddisti di templi come lo Shōryaku-ji di Nara: la levigatura del riso, incluso quello destinato al Koji, diventa un must, nasce il Bodaimoto, tecnica di acidificazione dell’acqua, la soyashi-mizu, utile alla stabilizzazione del mosto, inventata dai monaci del tempio Shōryaku-ji a Nara, e la pastorizzazione, scoperta in questa parte di mondo secoli prima di Louis Pasteur. Grazie ai monasteri, il sake non è più solo per i Kami, stando agli shintoisti, ma diventa un mezzo per sostenere le finanze dei templi e per celebrare le arti che lì rifiorivano anche in questi luoghi.

In Epoca Azuchi-Momoyama, datata tra il 1573 e il 1603, si assiste alla nascita dell’Awa Odori. Questo brevissimo ma intenso periodo di transizione, dominato dalle figure dei “Grandi Unificatori”, come Oda NobunagaToyotomi Hideyoshi e infine Tokugawa Ieyasu, segna un mutamento antropologico-sociale radicale. La danza e il sake vengono sottratti al monopolio dei templi e della corte per diventare strumenti di controllo politico e di coesione urbana. Mentre il Noh rimane l’intrattenimento prediletto dai Samurai, nelle strade delle città castello nasce una nuova forma di vitalità popolare: con l’Inaugurazione del Castello di Tokushima, tra il 1586 e il 1857, Il signore feudale Hachisuka Iemasa, per celebrare il completamento della sua fortezza, ordina una festa senza precedenti. Iemasa non si limita a permettere la danza, ma offre persino enormi quantità di sake alla popolazione. Gli abitanti, in uno stato di ebbrezza collettiva, iniziano a ballare in modo irregolare, assecondando il ritmo incalzante dei tamburi. Questo momento segna la nascita della “Danza dei Folli”, la Awa Odori: Il celebre canto “Folle chi balla e folle chi guarda; dato che siamo tutti folli, tanto vale divertirsi ballando!” riflette la funzione del sake come livellatore sociale e così, per pochi giorni l’anno, le rigide distinzioni di classe vengono annullate dall’ebbrezza condivisa.

Oda Nobunaga, nella sua campagna di limitazione del potere temporale dei monaci, distrugge i grandi centri di produzione monastica e la produzione del sake passa nelle mani dei produttori laici e di chiunque voglia svolgere professionalmente l’attività. I signori feudali, i Daimyō, iniziano a usare il sake come strumento di pacificazione: donare il sake al popolo durante la costruzione di un castello era diventato un atto di social engineering vero e proprio per garantire la lealtà e prevenire rivolte. Fattore determinante per il sake, in quest’epoca, è il sandan-jikomi: in pratica è la tecnica che consente di aggiungere riso e acqua in tre momenti distinti, anche se in realtà i giorni sono quattro, permettendo così non solo di controllare meglio il calore della fermentazione, ma di produrre persino sake in quantità massicce, necessarie per i grandi festival urbani.

Socialmente il sake, il suo nome però è Nihonshu, diventa il carburante della comunità, mentre l’estetica della danza cambia; se il Bugaku era linea retta e il Noh era cerchio, l’Awa Odori è la linea spezzata in apparente arbitrio: Il movimento è influenzato dalla percezione alterata del corpo indotta dal sake: baricentro basso, braccia alzate sopra le spalle, per non urtare gli altri nella folla, passi rapidi e sincopati. Con l’Awa Odori la danza assume, per la prima volta, un’accezione popolare e non serve a pregare per il raccolto, ma a celebrare l’esistenza stessa della città e del suo signore, sebbene rimanga legata anche alla celebrazione dell’Obon e quindi al ritorno degli antenati defunti alle famiglie.

L’epoca Edo rappresenta la piena maturità del binomio danza-sake: sotto lo shogunato Tokugawa, il Giappone vive un lungo periodo di isolamento e pace, che permette lo sviluppo di una cultura urbana vibrante: il cosiddetto Ukiyo, ossia il mondo fluttuante; qui, il sake diventa un’industria su larga scala, il sandan-jikomi viene perfezionato, e la danza si trasforma in una forma di intrattenimento professionale e spettacolare.

È proprio durante questo periodo che si assiste a una dicotomia tra la danza teatrale professionale e quella rituale di quartiere.

Il Kabuki: Nato originariamente dalle danze provocatorie di Izumo no Okuni, il Kabuki integra il sake nelle sue trame come elemento scenico e drammaturgico; le scene di banchetto (shuen) diventano momenti topici in cui gli attori mimano l’ebbrezza con una tecnica virtuosistica chiamata Gankō, dove lo sguardo e il corpo riflettono la “distorsione” indotta dal sake.

Lo Shishi-mai Danza del Leone: nelle aree rurali e nei quartieri cittadini, la Danza del Leone assume connotati socio-antropologici unici; durante le celebrazioni, il Leone, interpretato ed animato da due o più danzatori sotto una maschera lignea, passa di casa in casa e il momento culminante avviene quando il Leone “beve” il sake offerto dalle famiglie; qui, l’atto di bere rinvigorisce lo spirito della belva e gli consente di danzare con rinnovato vigore per scacciare gli spiriti maligni (yakuyoke).

Si scoprono le proprietà delle acque, come quelle della fonte sacra Miyamizu, per ottenere Nihonshu con maggiore rotondità o secchezza e, soprattutto, per evitare quelle con componenti ferrose o ricche di manganese. In questa fase lo scettro di capitale passa da Kyoto a Edo, la moderna Tokyo e la figura del Toji viene ufficializzata: spesso condivide con i danzatori di festival una struttura gerarchica e una disciplina quasi militare. In testi come lo Ukiyo-zōshi di Ihara Saikaku vengono descritti banchetti dove la danza è inseparabile dal flusso continuo del sake, evidenziando come l’ebbrezza fosse diventata un requisito per l’apprezzamento estetico. Infine, nei quartieri del piacere di Edo, come Yoshiwara, la danza delle Oiran e delle Geisha era sempre accompagnata dal servizio del sake. Qui la danza non serviva a certo evocare divinità, ma a estetizzare il piacere. Il sake era il lubrificante per una performance continua, dove il cliente stesso diventava parte dello spettacolo.

Insomma, se nell’epoca Azuchi-Momoyama il sake era stato il premio per la costruzione di un castello, a Edo diventa l’anima di un’economia del tempo libero; la danza del Leone che beve è il simbolo di questo periodo: una forza selvaggia e antica che viene “addomesticata” e nutrita dal sake per proteggere la società civile, certo più dedita ad abitudini voluttuarie.

L’Era Moderna e Contemporanea

Con la Restaurazione Meiji del 1868, il Giappone affronta una spinta verso l’occidentalizzazione e la razionalizzazione. Tuttavia, il binomio danza-sake non scompare affatto: esso si trasforma in un potente simbolo di identità culturale e di continuità storica, servendo da ponte tra la modernità industriale e le radici mitiche del Paese. In questo secolo, le danze tradizionali vengono codificate in pratica come “Patrimonio Culturale Immateriale“, mentre nascono nuove forme di espressione.

Rinascita dei Matsuri: Festival come l’Awa Odori di Tokushima e il Sanja Matsuri di Tokyo diventano eventi di massa. Qui, la danza ha perso parte della sua funzione magica per acquisire una funzione di coesione sociale urbana. Milioni di persone si muovono all’unisono, spinte da un ritmo che evoca l’ebbrezza collettiva dei secoli passati.

Butoh: Nel dopoguerra, Tatsumi Hijikata e Kazuo Ohno creano la “danza delle tenebre”: sebbene esteticamente lontana dal gioioso Awa Odori, il Butoh recupera l’aspetto sciamanico della danza primordiale. Il sake, in questo contesto, viene talvolta usato nelle performance come richiamo alla terra, al sangue e alla tradizione rurale distrutta dalla guerra.

Tecnicamente, il sake vive una trasformazione radicale dettata dallo Stato:

Istituzionalizzazione della Qualità: nel 1904 viene fondato l’Istituto Nazionale di Ricerca sulla Fermentazione. Il sake non è più un prodotto empirico, ma scientifico e nasce la classificazione moderna degli stili

Abbandono dei Barili di Legno: per ragioni igieniche e di tassazione, si passa dalle botti di cedro (Tarū) ai serbatoi d’acciaio smaltato. Questo cambia il profilo organolettico del sake, rendendolo più pulito e meno boisé, influenzando anche la percezione sensoriale durante i banchetti cerimoniali.

Il Sake come Ambasciatore: Il Nihonshu diventa la bevanda di Stato, utilizzata nei brindisi diplomatici e nelle cerimonie ufficiali, spesso accompagnata da brevi esibizioni di danza Bugaku per sottolineare la solennità del momento.

Il Kagami-biraki e la Memoria Rituale

Oggi, la massima espressione del binomio danza-sake si ritrova nel rito del Kagami-biraki. Durante l’apertura delle celebrazioni, una botte di sake viene aperta a colpi di martello di legno. Il termine “Kagami” richiama lo specchio di Amaterasu e rompere il coperchio significa “aprire la via” alla fortuna. Questa cerimonia precede quasi sempre le grandi esibizioni di danza. Non è solo un brindisi; è l’eredità del Naorai, cioè la comunione con i Kami. Il sake viene distribuito ai danzatori e al pubblico in tazze di legno (masu), ricreando per un istante quel cerchio magico di ebbrezza e movimento che unisce il Giappone moderno alle sue leggende ancestrali.

Dalle grotte di Uzume alle strade di Tokushima, il sake ha agito come flusso vitale della danza giapponese. È stato l’agente che ha permesso alla danza di evolversi da rito di trance a ordine imperiale, da ascesi Zen a follia popolare. In ogni epoca, il cambiamento nella fermentazione del riso infatti ha rispecchiato un cambiamento nella postura del corpo e nella struttura della società, ecco perché il sake e la danza rimangono, oggi come ieri, i due strumenti con cui il popolo giapponese negozia il suo rapporto con l’invisibile e celebra l’energia della vita in un mondo in continua trasformazione.

Marche: Pievalta e il territorio del Verdicchio dei Castelli di Jesi

Durante un recente viaggio nelle Marche ho avuto il piacere di visitare Pievalta. Alcuni cenni dell’azienda e della denominazione Verdicchio dei Castelli di Jesi saranno utili ad anticipare gli strepitosi assaggi effettuati durante la visita.

L’azienda vitivinicola Pievalta si trova nel Comune di Maiolati Spontini (An) all’interno del territorio del Verdicchio dei Castelli di Jesi “Classico”. Nata nel 2002 per volere della prestigiosa realtà franciacortina Barone Pizzini, si estende su una superficie vitata di circa 32 ettari localizzati in varie zone, come, San Paolo di Jesi, Montecarotto, Cupramontana e Monte Follonica. Il vitigno maggiormente coltivato è il Verdicchio Bianco che occupa 30 ettari e i restanti sono a base Montepulciano. L’azienda segue da anni i dettami dell’agricoltura biodinamica.

I suoli sono variabili con forte presenza di argilla, calcare e marna con fossili marini. Le vigne sono poste ad altimetrie che variano dai 200 ai 350 metri s.l.m. La direzione dell’azienda è stata affidata al dinamico enologo Alessandro Fenino, affiancato da Silvia Loschi, già collega in Franciacorta, oggi compagna di vita. Una coppia molto affiatata nella vita e in azienda che con passione e abnegazione portano avanti questo affascinante progetto.

Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è uno dei fiori all’occhiello dell’enologia italiana. È un vino bianco molto apprezzato ed è tra i vini bianchi più premiati in Italia, prodotto in provincia di Ancona e in piccola parte in provincia di Macerata, nella regione Marche. Le uve in questo straordinario lembo di terra sono coltivate da secoli. La zona di produzione di questa Denominazione comprende, in provincia di Ancona, il territorio dei comuni di Arcevia, Barbara, Belvedere Ostrense, Castelbellino, Castelplanio, Corinaldo, Cupramontana, Maiolati Spontini, Mergo, Montecarotto, Monte Roberto, Morro d’Alba, Ostra, Poggio San Marcello, Rosora, San Marcello, San Paolo di Jesi, Senigallia, Serra de’ Conti, Serra San Quirico e Staffolo; in provincia di Macerata, il territorio dei comuni di Apiro, Cingoli e Poggio San Vicino.

L’uso della menzione “Classico” è riservato al vino ottenuto dalle uve raccolte nella zona originaria più antica. È prodotto nelle seguenti tipologie: Verdicchio dei Castelli di Jesi, Verdicchio dei Castelli di Jesi Spumante, Verdicchio dei Castelli di Jesi Passito, Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico, Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore e Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva che si può fregiare della menzione Docg dal 2010. Ma dal 2021 è divenuto Castelli di Jesi Docg e nello stesso anno anche il Superiore si è elevato a Docg. È un vino capace di invecchiare con grande eleganza come pochi altri bianchi in Italia, merito anche della grande struttura, acidità e dell’elevato tenore alcolico.

Gli assaggi:

PerLugo Dosage 0 Metodo Classico Vsq – Affina 21 mesi sui lieviti, da uve di Verdicchio. Bel paglierino, perlage finissimo emana raffinate note di erbe aromatiche, elicriso, mallo di mandorla e pan brioche, il sorso è rinfrescante, saporito, setoso e persistente.

Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Tre Ripe 2025 – Paglierino luminoso, rivela sentori di mandorla fresca, fiori bianchi, erbe aromatiche come origano, timo e menta, al gusto risulta avvolgente, fresco, coerente e saporito.

Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Dominè 2022 – Dal giallo paglierino, sviluppa sentori di pesca gialla, mandorla, agrumi e fiori di ginestra, al palato esprime freschezza e sapidità, è lungo e durevole.

Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Docg Classico San Paolo 2022 – Giallo paglierino con riflessi oro, al naso rimanda sentori di pera, melone, agrumi, zagara, gelsomino ed erbe aromatiche, al gusto è pieno, vibrante e appagante.

Marche Igt Rosato Rosa del Noce 2023 – Colore rosa sfumature melograno, sprigiona intensi sentori di fragolina di bosco, ciliegia, dal sorso fresco, succoso e dal finale sapido e pulito.

Sito di riferimento: https://pievalta.it

Il Rotary Club Salerno Est presenta i risultati del progetto umanitario “Kenya 2”

Venerdì 22 maggio 2026 alle ore presso l’Hotel Mediterranea, Via Gen. Clarck 54, Salerno il Rotary Club Salerno Est presenta ai propri soci e alla stampa i risultati del progetto umanitario “Kenya 2”, iniziativa realizzata con il sostegno del Distretto Rotary 2101, degli altri Rotary Club salernitani e del Rotaract Salerno Est, in collaborazione con il Rotary Club di Mombasa.

La seconda edizione

La seconda edizione del progetto ha avuto il suo momento centrale durante la missione in Kenya svolta dall’11 al 28 marzo 2026 dalla dott.ssa Rosa Cirillo, specialista in ortopedia e traumatologia, chirurgia della mano e microchirurgia, dirigente medico presso il Reparto di Ortotraumatologia dell’Ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno diretto dal Primario Mauro Nese.

La volontaria rotariana socia del Rotary Club Salerno Est ha effettuato gratuitamente numerosi interventi chirurgici e microchirurgici agli arti superiori e inferiori presso l’Ospedale di Kilifi (Mombasa) e l’Ospedale Missionario di Matiri Meru (Nairobi), portando attrezzature mediche che ha utilizzato per operare insieme al personale medico locale a cui ha insegnato nuove tecniche chirurgiche.

Solidarietà concreta

Un aiuto concreto agli ospedali di Kilifi e Matiri Meru Il progetto ha risposto alle richieste del County Government of Kilifi – Department of Health Services, fornendo materiali clinici e attrezzature indispensabili per migliorare la capacità operativa delle strutture sanitarie locali.

L’Ospedale di Kilifi, sostenuto anche da Medici con l’Africa CUAMM, serve una popolazione di circa 122.000 abitanti in una delle aree più povere del Kenya.

Grazie all’intervento del Rotary:

  • Sono state donate attrezzature medicali per interventi ortopedici e chirurgici
  • È stato formato il personale sanitario attraverso attività sul campo
  • Sono stati eseguiti interventi specialistici agli arti superiori e inferiori
  • È stata potenziata la capacità operativa delle strutture per gli anni a venire.
    Determinante è stato il supporto del socio del Rotary Club di Mombasa Mohamed Harif
    Baradia, impegnato come volontario nella struttura.
    Sostegno all’istruzione dei bambini di Watamu
    Il progetto ha inoltre finanziato 16 borse di studio annuali per bambini provenienti da famiglie
    prive di mezzi economici, coprendo diversi livelli scolastici (pre-primary, primary, grade 7–9)
    presso:
  • Watamu Briance Junior School
  • Watamu Briance Junior Academy
    Un intervento che contribuisce alla crescita educativa e sociale delle comunità locali.
    Un orgoglio per Salerno e per il Rotary
    Il progetto “Kenya 2” rappresenta un esempio concreto di solidarietà internazionale e di
    impegno rotariano del Rotary International, del Distretto 2101 e dei Rotary Club salernitani,
    quali confermano il proprio ruolo attivo nella promozione della salute, dell’istruzione e dello
    sviluppo sostenibile anche al livello internazionale.

Veneto – Valpolicella: Franchini, tra identità, leggerezza e misura

C’è una Valpolicella che lavora sulla potenza, un’altra sulla tradizione, un’altra sulla riscrittura stilistica. Franchini si colloca in una posizione più sottile: trovare un equilibrio credibile tra luogo, tempo e mano.

Il contesto non è secondario; siamo in un’area che porta sulle spalle una stratificazione importante, dove la viticoltura è sempre stata al centro e dove il rischio maggiore oggi non è tanto quello di perdere identità, quanto di standardizzarla.

Giuliano Franchini è una persona poliedrica, un abile imprenditore che nel 1990, durante le “Notti Magiche”, di ritorno da un viaggio in Giappone, estasiato dall’odore della sua terra dopo la pioggia, decise di portare avanti la tradizione vinicola trasmessa dal padre Aldo e dal nonno Emilio, trasformando la produzione tradizionale di famiglia, amatoriale, in una Società agricola che si propone come volano del territorio.

È inoltre un profondo e orgoglioso conoscitore del Suo territorio. La presentazione dei vini parte da molto lontano, più precisamente da un fossile nei musei di queste terre, che testimonia che 50.000 anni fa qui vi era la vitis vinifera sylvestris.

Siamo a Negrar, nella Valpolicella Classica, dove già 6.000 anni fa vi erano terrazzamenti agricoli, a circondare la cantina della Corte Forlago vi sono meno di 5 ettari di terra, tra 250 e 500 metri di altitudine, terrazzamenti patrimonio UNESCO, accarezzati dai venti che nella parte più alta, sul Monte Marognin, prendono pieghe così ripide da diventare viticoltura eroica, l’unica vigna in valpolicella riconosciuta dal Cervim. Incastonate in questo gioiello, due siti archeologici, rinvenuti durante alcuni lavori del 2018, tra cui una splendida vigna romana, in un ottimo stato conservativo, con mosaici risalenti al III secolo d.C.

“L’antichità della presenza della vite” è un punto d’onore per Giuliano, in queste stesse terre, nella Villa Romana, si sono rinvenute tracce di Acinatico, un vino che può essere l’antenato del Recioto, un calcatorium dove veniva riposta l’uva.

In Cantina si respira tradizione e attenzione al dettaglio fino al primo momento. L’antica nevera all’interno della corte è stata trasformata in una splendida cantina sormontata da una corona di annate importanti dell’azienda, I Cartoni del vino sono una caricatura delle tradizionali cassettine nelle quali veniva riposta l’uva.

Le etichette sono un omaggio a una storia di Famiglia: il nonno di Giuliano usava tradizionalmente foderare le bottiglie spesso trasparenti con carta di giornale, che inoltre ne certificava la data. Oggi la carta che li cinge evoca il giornale e viene ancora incollata a mano, le colonne raccontano i vini e le immagini evocative celebrano le storie del territorio.

La lettura del territorio

La Valpolicella di Franchini vuole essere più distesa e raccontata, il frutto è il fulcro e le variabilità tra i vitigni e i gradi di maturazione differenti, fino all’appassimento, la tavolozza di colori. La gestione enologica mira ad amalgamare perfettamente e arricchire e per farlo si ricorre a un’ampia varietà di botti di diversa dimensione e provenienza, Francia, Slavonia e Stati Uniti, oltre l’acciaio e a un singolare contenitore prodotto appositamente.

È un equilibrio apparentemente semplice ma che nasconde una profonda abilità, in vigna e in cantina.

I VINI

Il racconto storico si trasferisce nel calice con il primo vino, il Candidus IGT Veneto, un vino ottenuto dalle vigne salvate che sormontavano la villa: Chardonnay, Garganega, Fernanda, Riesling, Pinot Bianco, Moscato, Saorìn e un affinamento che inizia in acciaio e legno per finire in un contenitore “autoctono” di marmo rosa del Garda, che dona ulteriore sinergia tra il vino e il territorio. Un vino dalla trama paglierino, alla frutta a pasta gialla in prima linea si aggiungono note di pietra focaia e spezie dolci, sale al limone del Garda. Al palato è saporito e dalla beva agevole, ancora agrumata.


Il Valpolicella Classico 2023 “Casa Forlago” mostra tradizione e ricerca nell’uvaggio: Corvina, Molinara, Rondinella e altri vitigni presenti in percentuale minore (Corvinone,

Pelara, Rossignola, Negrara, Spigamonte, Turchetta) solo acciaio, si presenta rubino dai riflessi porpora cristallino, al naso apre con un gustoso pepe di cayenna, nocciolo di ciliegia, bouquet di fiori rossi freschi. All’assaggio la salinità è marcata ed è l’architrave su cui si costruisce una bevibilità semplice ma mai banale.

Il Ripasso “Orto Baul” segue i vitigni del “Casa Forlago” ma la scelta diversa delle uve, la seconda Fermentazione tradizionale fatta partire in maniera spontanea sulle vinacce di Amarone e l’affinamento per 24mesi in Barrique e Tonneaux vanno a comporre un vino diverso che sa portare tutto questo imprinting con leggiadria e modernità. Richiami di piccoli frutti rossi croccanti pepe rosa, si presenta rotondo,con tannini leggeri ma maturi lievi, che restano dietro le labbra e si sciolgono nella salgemma, di buona struttura ma mantenendo un giusto equilibrio e giusta agilità di beva.

Il Valpolicella Classico Superiore “Sedese”, si avvale di un leggero appassimento e di un affinamento parte in Inox parte in Tonneau per portare diversità, rotondità e pienezza, è il second vin dell’azienda. Al naso esplode la frutta matura, i piccoli frutti rossi , la spezia dolce, la frutta a guscio, in bocca bellissima rotondità e tannino gustoso, sapidità e freschezza.



L’Amarone della Valpolicella Classico “Forlago Passione” nasce sulla collina di Villa e si fregia del Marchio della Viticoltura eroica del CERVIM. La meticolosa e faticosa selezione dei grappoli in vigne dalla ripidissima pendenza, la vinificazione rispettosa e con Delestage, l’affinamento in legno complessivamente per 36 mesi rendono questo vino una selezione accurata e complessa. Il calice è granato impenetrabile e annusando a calice fermo il frutto è croccante e rimanda ai ciliegi che prima dell’uva sormontavano queste colline, alla viola mammola, roteando i toni si anneriscono aprendosi a sbuffi balsamici, chiodi di garofano, lavanda e fiori di campo, sale nero. All’assaggio una piacevole salinità apre a un tannino setoso e ben equilibrato con la massa, che si ferma nella parte finale del palato lasciandoci a un tono di frutto dolce e fresco e grande pulizia.

L’Azzardo 2019 è vendemmiato in 3 raccolte, seguendo la perfetta maturazione delle diverse tipologie, ben 18 tra cui Merlot, Cabernet Sauvgnon, Corvina, Corvinone, Rondinella e altri vitigni presenti in percentuale minore (Spigamonte, Oseleta, Teroldego, Rebo) conclude poi una fase di appassimento in cassetta. Il Delestage aiuta a dare maggiore uniformità e colore alla massa, dalla trama consistente e rosso rubino, il naso è cupo, intimo, rimanda al pepe nero, alla radice, al bosco umido e al durone stramaturo. 12 mesi di Tonneaux e Barriques per questo vino, grandemente gestiti. Al palato si presenta ricco nella struttura, di buon calore che ne eleva il dinamismo, dal tannino perfettamente integrato e dal finale ancora fruttato.

È un equilibrio e un sapore internazionale ricercato che vuole però affondare le sue radici nella Valpolicella.



Il Recioto della Valpolicella Classico “Monte Marognin” dal consistente colore rubino con sfumature violacee si apre al naso su sentori di ciliegia sotto spirito e floreali di viola, pepe nero e fava di cacao. Un corpo solido spalleggia la dolcezza, il tannino è lieve e la freschezza da dinamismo e grande tensione all’assaggio.

Alcune bottiglie di questo ultimo vino, selezionate e numerate, non subiscono filtrazione e coi lieviti vivi vanno a effettuare una nuova fermentazione in bottiglia, seguendo un percorso molto radicato nella natura. Il carattere petillant attrae da subito, al naso ai toni fruttati e floreali si aggiunge complessità con sentori di sottobosco, cuberdon e mirtilli, in bocca l’agilità di beva si contrappone al tannino gustoso e il lieve tenore zuccherino prolunga la persistenza fruttata, un vino raro e di spessore.

L’Imperivm si costruisce su un assemblaggio che affianca vitigni 21 vitigni, Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Corvina, Corvinone, Rondinella, altri vitigni locali (Spigamonte, Oseleta, Croatina, Teroldego, Rebo, Rossignola, Negrara, Sangiovese, Turchetta, Ancellotta, Syrah, Molinara, Rossara, Lagrein, Pinot Nero, lieve appassimento, dando origine a un profilo più articolato. Trama scura, al naso emerge durone, sottobosco secco, radice di liquirizia e rabarbaro. Importante struttura, equilibrio caldo e avvolgente, tannino importante calore per un vino che dimostra grande stoffa e ampio margine di invecchiamento.

A chiudere gli assaggi una Bonus Track , la Graspia, una bevuta antica che pone le sue radici nelle tradizioni campagnole, ma ad oggi potenzialmente modernissima, in francia la chiamano Piquette. Si tratta di mosto d’uva (le stesse dell’Amarone in questo caso) residuo della produzione, che alluvionato con acqua fresca, da vita ad una seconda leggera fermentazione in bottiglia. Naso dai toni del turgido frutto rosso, basso tenore alcolico e freschezza, una lieve frizzantezza e vivacità.

La Passione di Giuliano Franchini traspare in ogni etichetta, nell’immenso amore e nell’approfondita conoscenza che dimostra per questa terra, che lo ha corrisposto donandogli un tesoro storico da tutelare e un grande patrimonio vinicolo per mantenere viva la tradizione, con eleganza e con lo sguardo dritto verso al futuro. “Nel mondo si bevono molti vini… pochi si distinguono… solo alcuni si fanno ricordare.”

Eletto il nuovo CdA di VITICA – Consorzio Tutela Vini Caserta – nel segno della continuità

Il Consorzio Tutela Vini Caserta – VITICA annuncia con soddisfazione la conferma del proprio Consiglio di Amministrazione, arricchito dall’ingresso di due nuovi consiglieri, che completano una compagine caratterizzata da piena solidità e coesione istituzionale.

Questa scelta riflette la volontà dei soci di dare seguito a un percorso strategico costruito con determinazione, guardando al futuro con rinnovato slancio e una visione ambiziosa. Il CdA confermato intende proseguire con un approccio orientato alla piena esaltazione delle denominazioni e dell’intero patrimonio vitivinicolo espresso dal territorio casertano: un ecosistema di straordinaria ricchezza, fatto di vitigni autoctoni, tradizioni radicate e paesaggi unici, che il Consorzio promuove con forza per garantirne la massima visibilità ben oltre i confini regionali.

Le priorità del mandato si concentrano sul consolidamento della qualità e sull’identità delle cinque denominazioni tutelate: Aversa Asprinio DOP, Falerno del Massico DOP, Galluccio DOP, Roccamonfina IGP e Terre del Volturno IGP. Attraverso un’azione costante di vigilanza e tutela, il Consorzio garantisce l’autenticità e la riconoscibilità dei vini casertani, posizionandoli come protagonisti d’eccellenza nel panorama enologico italiano.

Parallelamente, VITICA punta a intensificare le iniziative di promozione sia sul mercato nazionale che su quelli internazionali, dove la domanda di prodotti d’origine e di alta qualità rappresenta un’opportunità di sviluppo concreta per tutte le aziende del territorio. «La conferma della quasi totalità del Consiglio di Amministrazione è il segnale più chiaro della fiducia nel percorso intrapreso», sottolinea il Presidente Cesare Avenia.

«Siamo determinati a proseguire con coerenza il lavoro avviato, mettendo al centro la qualità dei prodotti e la passione dei produttori che, ogni giorno, interpretano questo territorio attraverso il vino. Il nostro obiettivo è far crescere la consapevolezza del valore del Casertano come terra di grandi eccellenze vitivinicole». Con questo rinnovato impegno, il Consorzio Tutela Vini Caserta – VITICA riafferma il proprio ruolo di guida e motore per lo sviluppo economico e culturale della provincia, valorizzando ogni singola etichetta come ambasciatrice dell’autenticità e del talento casertano.

Il nuovo Consiglio eletto:

Cesare Avenia (Società Agricola Il Verro SRL) – Presidente

Maria Ida Avallone (Villa Matilde S.S. Di Salvatore E Maria Ida Avallone) – Vicepresidente

Gilda Guida Martusciello (G.S.- Salvatore Martusciello) – Vicepresidente

Salvatore Avallone (Villa Matilde S.S. Di Salvatore E Maria Ida Avallone) – Consigliere

Amedeo Barletta (S.I.A. S.R.L. Vestini Campagnano) – Consigliere

Giuseppe Carusone (Az. Agr. La Masserie Di Carusone Giuseppe) – Consigliere

Piestro Ceparano (Vitis Aurunca SSA) – Consigliere

Raffale Magliulo (Soc. Agr. Magliulo Srl) – Consigliere

Carlo Menale (Menale Vini) – Consigliere

Angelo Pagano (Fattoria Pagano) – Consigliere

Antonio Papa (Az. Agr. Papa Gennaro Sas) – Consigliere

Tony Rossetti (Bianchini Rossetti) – Consigliere

Salvatore Sorbo (Villa Sorbo Di Sorbo Salvatore) – Consigliere

Massimo Telaro (Lavoro e Salute Vini Telaro s.c.a.r.l.) – Consigliere

Danilo Trabucco (Trabucco Vini) – Consigliere

Vinitaly 2026: il Premio Angelo Betti celebra l’anima territoriale del vino italiano

Nella giornata inaugurale di Vinitaly 2026, tra i momenti più attesi del calendario istituzionale si conferma la cerimonia del Premio Angelo Betti, Benemeriti della Vitivinicoltura Italiana, riconoscimento simbolo della manifestazione e tra i più identitari del settore.

Alla presenza del presidente di Veronafiere Federico Bricolo, del presidente di ICE Agenzia Matteo Zoppas e dell’amministratrice delegata Barbara Ferro, la cerimonia ha ribadito il valore di un premio che affonda le proprie radici nella storia stessa della manifestazione.

Istituito nel 1973 e intitolato al fondatore di Vinitaly, Angelo Betti, il riconoscimento rappresenta uno dei più longevi del panorama vitivinicolo italiano. La sua peculiarità risiede nella dimensione territoriale: ogni regione individua il proprio “benemerito”, restituendo così una fotografia corale e autentica del comparto nazionale.

La cerimonia si inserisce in un programma più ampio di premi che, già nella mattinata inaugurale, ha visto protagonisti nomi di primo piano come Lamberto Frescobaldi, insignito del Vinitaly International Award Italia, e Attilio Scienza, premiato alla carriera. Un dialogo continuo tra tradizione, ricerca e visione imprenditoriale che rappresenta oggi una delle chiavi di lettura del successo del vino italiano nel mondo.

È tuttavia nel Premio Angelo Betti che si esprime con maggiore forza il legame tra vino e territorio: un riconoscimento che non celebra soltanto il successo individuale, ma valorizza l’impegno quotidiano di produttori, tecnici e ambasciatori del vino italiano. Figure spesso silenziose, ma fondamentali, custodi di saperi locali e interpreti di un patrimonio culturale condiviso.

«Il contributo dei territori è fondamentale per intercettare tutte le esperienze rappresentative del percorso di crescita del vino italiano, ha sottolineato Federico Bricolo. Questo premio non è solo un riconoscimento individuale, ma uno strumento per raccontare il lavoro diffuso a sostegno della qualità e dell’evoluzione dei territori vitivinicoli». Un ringraziamento è stato inoltre rivolto agli assessori regionali all’Agricoltura, protagonisti nell’individuazione delle candidature piùrappresentative per identità e visione.

Entrano così nell’Albo d’Oro del Premio Angelo Betti 2026: Paolo Simoni (Abruzzo), Stefano Del Lungo (Basilicata), Vincenzo Letizia (Campania), Tenuta del Travale (Calabria), Pierluigi Zama (Emilia-Romagna), Cristian Specogna e Michele Specogna (Friuli Venezia Giulia), Stefano Matturro (Lazio), Azienda Agricola Laura Aschero (Liguria), Giovanna Prandini (Lombardia), Azienda Agricola Alberto Quacquarini (Marche), Nicola Japalucci (Molise), Giovanni Negro (Piemonte), Franz Graf Von Pfeil (Provincia Autonoma di Bolzano), Walter Webber (Provincia Autonoma di Trento), Marilina Nappi (Puglia), Giuseppe Gabbas (Sardegna), Franco Motisi (Sicilia), Ivangiorgio Tarzariol (Toscana), Nicola Chiucchiurlotto (Umbria), Nicolas Bovard (Valle d’Aosta) e Sandro Gini (Veneto).

In un’edizione sempre più orientata ai mercati internazionali e alla promozione integrata del Made in Italy, il Premio Angelo Betti si conferma dunque un momento di sintesi tra memoria e futuro, capace di raccontare, anno dopo anno, l’identità profonda del vino italiano e il suo legame inscindibile con i territori.

Torna SorrentoGnocchiDay: gnocchi, territorio e ospiti stellati per la quinta edizione

Quinta edizione per SorrentoGnocchiDay.

La kermesse, nata per celebrare un grande classico della tradizione gastronomica locale, quest’anno rafforza il proprio legame con il territorio e, al contempo, si apre a nuovi orizzonti, inaugurando un gemellaggio con l’Emilia-Romagna, terra simbolo della pasta fresca italiana.

Ideata e organizzata dalla Dieffe Comunicazione, con il sostegno del Comune di Sant’Agnello e il patrocinio morale  di Federalberghi Penisola Sorrentina, la manifestazione si svolgerà dal 20 al 23 aprile per poi proseguire con la rassegna “Gnocchi in Tour”: un itinerario di interpretazioni inedite e originali di gnocchi, firmate da ristoratori della Penisola sorrentina, in programma fino alla fine di maggio.

SorrentoGnocchiDay si avvale della collaborazione di: Mulino CaputoLatteria SorrentinaLa FiammanteAcqua S.PellegrinoFrantoio TorrettaWorkline Divise e Antica Sartoria.

Tra chef stellati, giovani talenti, maestri pasticceri, artigiani dell’arte bianca e pizzaioli, il calendario si arricchisce di appuntamenti che ampliano il focus dagli gnocchi ad altre eccellenze del territorio, tra degustazioni, laboratori e creazioni contemporanee

Ad aprire il programma, il 20 aprile, dalle 15.00 alle 17.00, una cooking class organizzata in sinergia con l’Istituto Polispecialistico San Paolo di Sorrento, condotta dallo chef Danilo Di Vuolo e dedicata alla realizzazione della Pizza di Sant’Antonino, tradizionale torta di crema, realizzata con pasta frolla, crema pasticcera, crema al cioccolato e amarene.

La lezione è aperta al pubblico, fino ad esaurimento posti, previa prenotazione, da inviare alla mail: info@dfcomunicazione.it

Cuore della manifestazione sarà la cena evento, del 22 aprile,  ospitata presso l’Aqua Pool Lounge dell’Hotel Mediterraneo di Sant’Agnello, hotel cinque stelle affacciato sul Golfo di Napoli, condotta da Veronica Maya.

La serata si aprirà con l’assegnazione del Premio Aldo Guida, riconoscimento al Miglior Maître dell’anno, a cura di AnnaMaria Lauritano ed Oreste Pezzella dell’azienda WorkLine.

A seguire, spazio alla tradizione, con la preparazione delle pizze fritte, affidata ai maestri pizzaioli Mauro Espedito (Pizzeria Owap, Napoli) e Raimondo De Crescenzo (Pizzeria Magma Sakura, Torre del Greco), in abbinamento con l’Asprinio d’Aversa Brut di Salvatore Martusciello.

L’evento, plastic free, prevede l’utilizzo di stoviglie biodegradabili e compostabili, grazie alla consueta collaborazione con Penisolaverde.

In attesa delle degustazioni, il pubblico potrà assistere alla lavorazione artigianale degli gnocchi e dei tortelli, a cura di: Cristiano e Giuliana De Stefano del laboratorio sorrentino Mamma che Pasta e  di Rina Poletti, sfoglina dal 1979 nonché direttrice dell’Accademia della Sfoglia.

Entrando nel vivo della serata, 14 chef saranno chiamati a reinterpretare la tradizione, con piatti originali.

In particolare, quest’anno si potrà contare sulla creatività e la tecnica di: Nino Di Costanzo, del bistellato Danì Maison di Ischia, affiancato da Antonio Autiero, resident chef del DesChevaliers, dell’hotel De Bonart NaplesAntonino Montefusco, della Terrazza Bosquet, stella Michelin del Grand Hotel Excelsior Vittoria di Sorrento, coadiuvato da Fortunato Ranieri junior, suo sous chef; Andrea Vezzani, dello stellato Ca’ Matilde di Rubbianino, in provincia di Reggio Emilia sarà accompagnato da Emanuele Ioio, chef del Ristorante Zi’ Teresa di Napoli; Vincenzo Guarino de La Corte degli Dei di Agerola, in coppia con Vincenzo Politelli, dell’Ostaria Pignatelli  di Napoli; Peppe Aversa, dello stellato sorrentino Il Buco, affiancato da Nicola Celentano, chef del Vesuvio Panoramic Restaurant, al 5° piano dell’Hotel Mediterraneo di Sant’Agnello; Ciro Sicignano, chef della stella Michelin di Sorrento, Ristorante Lorelei, in postazione assieme a Giuseppe Vanacore del Ristorante Casa Scarica di Gragnano e, infine, Luigi Lionetti del Cora Bistrot dell’Hotel Ara Maris di Sorrento assieme ad Alessandro Bisconti, della Terrazza Mediterraneo Italian bistrot dell’Hotel Mediterraneo di Sant’Agnello.

Il percorso di degustazione si concluderà con le reinterpretazioni della Pizza di Sant’Antonino, ideate e realizzate, per l’occasione, dai maestri pasticceri  Pasquale Pesce, dell’omonima pasticceria di Avella, e Salvatore Gabbiano, di Dulcis in Pompei, servite in abbinamento con i rosoli dell’azienda Piemme – Piacere Mediterraneo.

A partire da questa edizione, SorrentoGnocchiDay dà il via a una collaborazione con Gli Aquiloni, Centro polifunzionale gestito dalla cooperativa sociale Proodos, in sinergia con l’ASPS Penisola Sorrentina, con l’obiettivo di rafforzare il legame con il tessuto imprenditoriale locale, sperimentando forme di inclusione lavorativa.

Al centro del progetto ci sono persone con disabilità, già protagoniste di laboratori artigianali dedicati alla realizzazione di componenti per la mise en place, per eventi e banchetti, valorizzando, così, competenze e creatività in contesti professionali di eccellenza.

Il 23 aprile la location si sposta presso ristorante Terrazza Vittoria dell’Hotel Continental di Sorrento, dove l’executive chef, Eugenio Cuomo, proporrà un menù ispirato all’evento; prenotazioni allo 081 807 2608

Tutte le novità e i contenuti sono disponibili sulla pagina FB Sorrento Gnocchi Day, dove sarà anche possibile consultare l’elenco dei ristoranti aderenti all’iniziativa Gnocchi in Tour, attiva dal  al 31 maggio.

Sponsor tecnici dell’evento sono: Laboratorio Floreale AielloMamma che pastaEmmanuel sound and lightingMagno Food 1973 e Corte degli Dei.