Incontri di Gusto, a Sant’Anastasia il cibo si è fatto racconto e solidarietà

Il cibo non è soltanto nutrimento: è memoria, identità, cultura e, soprattutto, condivisione. È da questa consapevolezza che ha preso vita “Incontri di Gusto – Il valore di esserci”, l’appuntamento ideato dalla prof.ssa Rosa Rita Cirignano e promosso dall’Associazione Culturale Eklettica – Cultura & Eventi, che ieri, martedì 20 ottobre, ha animato i Giardini di Villa Giulia a Sant’Anastasia.

Sotto il claim “Tempo ai sapori, spazio alle storie”, la manifestazione ha trasformato la degustazione in un vero racconto del territorio, attraverso un percorso in cui la qualità delle materie prime ha incontrato la creatività dei professionisti, dando vita a proposte capaci di custodire la tradizione e, al tempo stesso, reinterpretarla con sensibilità contemporanea.

A guidare il viaggio tra i sapori sono stati, innanzitutto, i protagonisti del beverage. Il mondo della birra artigianale ha avuto un ruolo significativo grazie a Monaci Vesuviani, realtà nata nel 2014 e legata alla cultura brassicola campana, che interpreta il territorio attraverso produzioni dal carattere distintivo. La presenza del birrificio ha aggiunto una sfumatura importante al percorso sensoriale della serata, dimostrando come anche la birra possa dialogare con la cucina locale e valorizzarne le preparazioni.

Il vino ha raccontato, invece, l’identità vulcanica del territorio attraverso Cantine Olivella, protagonista con Katà, Catalanesca del Monte Somma. Ottenuto da uve Catalanesca in purezza, questo bianco esprime il legame con le pendici del Monte Somma e con una viticoltura profondamente radicata nella storia locale. Freschezza, sapidità e richiami minerali restituiscono nel calice la peculiarità dei suoli vulcanici, offrendo un’interpretazione autentica del patrimonio vitivinicolo vesuviano.

A completare l’esperienza del beverage è stato Luigi, sommelier del Caffè D’Angelo, che ha portato l’attenzione sulla cultura del caffè e sulla sua dimensione degustativa. Un universo in cui la conoscenza delle origini, dei profili aromatici e delle tecniche di estrazione permette di andare oltre la semplice tazzina, trasformando un gesto quotidiano in un’esperienza consapevole.

Il racconto è poi entrato nel vivo con le proposte salate, espressione di una cucina capace di parlare napoletano senza rinunciare alla ricerca. Lo chef Daniele Unione, alla guida del ristorante J’adore di Pomigliano d’Arco, ha presentato “A scarpetta e San Gennaro”, una preparazione che ha richiamato la convivialità più autentica della cucina partenopea attraverso l’incontro di ragù, salsiccia, ricotta e pane casareccio. Un omaggio a una tradizione che continua a rinnovarsi senza perdere il legame con le proprie radici.

Il racconto della tradizione è proseguito con Donna Brigida, che ha portato in degustazione uno dei simboli più amati dello street food partenopeo: la pizza fritta. Una specialità che custodisce la storia popolare di Napoli e che, ancora oggi, conserva intatta la capacità di evocare convivialità, autenticità e piacere immediato.

Dalla pasticceria alla cultura del lievitato, BoBakery di Sorrento ha contribuito al percorso con la propria identità artigianale, portando in degustazione il linguaggio contemporaneo della panificazione e della pasticceria. A rappresentare il sapere e la ricerca che animano il settore è stato anche il Maestro Pasticciere Chef Luigi Vitiello, figura di riferimento del mondo professionale della pasticceria, il cui contributo ha arricchito una serata dedicata alla valorizzazione delle competenze e delle diverse espressioni del gusto.

La dolcezza ha trovato spazio con Poppella, che ha portato in scena una preparazione realizzata al momento: una delizia al limone montata sul posto, capace di trasformare il gesto artigianale in parte integrante dell’esperienza di degustazione. Un momento in cui tecnica, freschezza e attenzione alla presentazione hanno dato valore anche alla dimensione dello spettacolo gastronomico.

Questi sono solo alcuni degli stand che hanno animato la serata: accanto a loro, infatti, erano presenti altre realtà del mondo food & beverage, ciascuna con la propria proposta e il proprio modo di raccontare il territorio. Una scelta, quella di soffermarsi su alcuni protagonisti, dettata dal desiderio di restituire la varietà dell’evento attraverso le esperienze più rappresentative.

Il cuore della manifestazione è andato, tuttavia, oltre l’esperienza gastronomica. A pochi giorni dalla Giornata Mondiale dell’Alimentazione del 16 ottobre, Incontri di Gusto ha richiamato l’attenzione sul valore sociale del cibo, sulla sua capacità di creare legami e sull’importanza di una comunità che sappia accogliere e includere.

In questa prospettiva si è inserita la partecipazione di associazioni e organizzazioni impegnate sul territorio, tra cui Su una Nuvola Blu di Sant’Anastasia, Autismo in Movimento Campania, CIVES, AVIS Comunale Sant’Anastasia e la Cooperativa Arturo, insieme al sostegno di iniziative come Costruiamo Gentilezza e Campania Mitis.

Importante anche il coinvolgimento dei giovani e del mondo della formazione, con la partecipazione degli istituti alberghieri del territorio: l’IPSEOA “C. Russo – U. Tognazzi”, l’IISS “Manlio Rossi Doria” di Marigliano e l’ISIS “L. de’ Medici” di Ottaviano. Una presenza che ha valorizzato il dialogo tra studenti e professionisti, sottolineando il ruolo dell’ospitalità come occasione di crescita professionale e umana.

Nella suggestiva cornice dei Giardini di Villa Giulia, degustazioni, vini, birre artigianali, cocktail, musica dal vivo e intrattenimento hanno accompagnato una serata che ha intrecciato cultura gastronomica e impegno sociale. Perché il valore di un’esperienza a tavola non si misura soltanto nella qualità di ciò che arriva nel piatto, ma anche nelle storie che racconta, nelle emozioni che suscita e nelle relazioni che riesce a costruire.

Ed è proprio in questo incontro tra gusto e umanità che risiede il significato più autentico di Incontri di Gusto: ricordare che la tavola, quando diventa occasione di partecipazione, può essere molto più di un luogo in cui condividere il cibo. Può diventare uno spazio in cui riconoscersi, incontrarsi e sentirsi parte di una comunità.

Quostro firma il menu di SEMI26, l’appuntamento annuale di Cultura Italiae

Il bistrot porta i sapori e le eccellenze campane all’incontro annuale di Cultura Italiae, in programma a Napoli dal 23 al 25 ottobre. Un menu che unisce identità territoriale, ricerca e contaminazioni internazionali.

NAPOLI – La cucina di Quostro accompagna SEMI26, l’appuntamento annuale di Cultura Italiae che dal 23 al 25 ottobre riunirà a Napoli rappresentanti del mondo delle istituzioni, della cultura, dell’impresa e della società civile. Quostro, bistrot con sede negli spazi di FOQUS – Fondazione Quartieri Spagnoli, nel cuore della città, curerà la proposta gastronomica della cena prevista nell’ambito della manifestazione, quest’anno dedicata al tema Cultura è democrazia.

Un’occasione per portare a tavola una precisa idea di cucina: partire dal patrimonio gastronomico campano, valorizzarne le materie prime e reinterpretarle attraverso tecniche contemporanee e suggestioni internazionali.

Per SEMI26 Quostro propone un percorso costruito intorno a prodotti, sapori e contrasti. Dal riso fritto con verdure pickled alla pancia di maialino beneventano cotta a bassa temperatura, accompagnata da cardoncelli alla yakitori. Spazio poi alla polpetta con pane e confettura di pomodorino del Piennolo del Vesuvio, alla declinazione di friarielli e mandorle e al radicchio all’aceto di Xeres con composta di Melannurca Campana IGP. A chiudere, un craquelin al cioccolato fondente, zucca e peperoncino.

Una proposta nella quale ingredienti profondamente legati al territorio incontrano preparazioni e influenze di altre tradizioni gastronomiche, restituendo una Napoli capace di custodire la propria identità e, allo stesso tempo, confrontarsi con linguaggi diversi.

La partecipazione a SEMI26 si inserisce nel percorso di Quostro, bistrot aperto al pubblico anche al di fuori degli appuntamenti culturali ospitati negli spazi di FOQUS. Una realtà che, accanto alla quotidiana attività di ristorazione, dialoga con il contesto culturale in cui opera, favorendo occasioni di incontro tra cucina, arte, musica e progettualità internazionali e facendo del cibo anche uno strumento di relazione e conoscenza reciproca.

SEMI26 – Storie di Eccellenza, Merito e Innovazione celebra quest’anno i dieci anni del percorso di Cultura Italiae. Tre giornate di incontri e riflessioni sul ruolo della cultura nella costruzione della partecipazione democratica, della libertà e della convivenza civile. Un confronto tra esperienze e competenze diverse, che trova nella condivisione uno dei suoi elementi centrali.

Per il programma completo delle tre giornate, il riferimento è il sito di FOQUS – Fondazione Quartieri Spagnoli: www.foqusnapoli.it. In questo scenario, la presenza di Quostro attraverso la sua proposta gastronomica conferma il valore della cucina come espressione culturale del territorio, capace di raccontare Napoli anche a partire dai suoi prodotti, dalle sue tradizioni e dalle loro interpretazioni contemporanee.

La Borgogna a Caserta: all’Enoteca Il Torchio un viaggio tra i grandi vini di Vincent Girardin

Dal Bourgogne Pinot Noir ai prestigiosi Premier Cru e Grand Cru, una degustazione guidata da Marco Caschera alla scoperta dell’identità e dell’eleganza dei grandi terroir borgognoni.

La Borgogna incontra Caserta in una giornata dedicata alla cultura del vino e alla scoperta di uno dei territori più prestigiosi dell’enologia mondiale. All’Enoteca Il Torchio si è svolta una degustazione dedicata ai vini della maison Vincent Girardin, distribuiti in Italia da Cuzziol Grandi Vini. A guidare i partecipanti in questo percorso sensoriale è stato Marco Caschera, direttore commerciale dell’azienda.

L’incontro ha offerto l’opportunità di esplorare le diverse espressioni della Borgogna attraverso una selezione di sette etichette, capaci di raccontare la ricchezza dei suoi territori, le peculiarità dei vigneti e il valore di una tradizione vitivinicola riconosciuta a livello internazionale.

Un viaggio tra Pinot Noir e Chardonnay, dalle denominazioni regionali ai cru più prestigiosi, per comprendere come il carattere di ogni vino nasca dall’incontro tra vitigno, territorio e sensibilità produttiva.

Dai rossi ai grandi Chardonnay: sette vini, sette espressioni del territorio

Il percorso di degustazione si è sviluppato in due momenti, iniziando dai vini rossi per proseguire con i bianchi. Una sequenza che ha permesso di cogliere le diverse sfumature dei vitigni simbolo della Borgogna, mettendo in luce le peculiarità delle denominazioni e l’identità dei singoli terroir.

I rossi: dal Bourgogne Cuvée Saint-Vincent al Pommard

Ad aprire la degustazione è stato il Bourgogne Cuvée Saint-Vincent Pinot Noir 2023, un vino dal profilo elegante e fruttato, caratterizzato da sentori di ribes nero, lampone e fragola. Al palato offre un ingresso morbido, tannini setosi e una piacevole purezza del frutto, elementi che ne definiscono l’immediatezza e la piacevolezza.

Il percorso è proseguito con il Santenay Le Beauregard 2022, espressione ricca e ben strutturata del Pinot Noir borgognone. Le note di frutta rossa ne caratterizzano il profilo aromatico, mentre al palato il sorso si presenta pieno e corposo, sostenuto da tannini vellutati che contribuiscono a definirne l’equilibrio.

A completare la selezione dei rossi è stato il Pommard 2021 LES Vielles Vignes, che si distingue per un profilo olfattivo intenso, nel quale emergono aromi di frutti neri e spezie, accompagnati da sfumature legnose e affumicate. Al palato rivela una struttura potente, sostenuta da tannini presenti ma ben integrati e da piacevoli richiami legnosi. La buona persistenza aromatica completa il carattere di un vino dalla personalità decisa.

Tre interpretazioni differenti del Pinot Noir, accomunate dalla capacità di esprimere attraverso il calice la varietà e la complessità dei territori borgognoni.

I bianchi: dallo Chardonnay regionale al prestigio del Corton-Charlemagne

Conclusa la degustazione dei rossi, l’attenzione si è spostata sui grandi bianchi della maison Vincent Girardin, a partire dal Bourgogne Cuvée Saint-Vincent Chardonnay 2024. Il vino si caratterizza per un profilo aromatico con note fruttate e floreali, accompagnate da una buona corposità. Freschezza e mineralità contribuiscono a completarne l’equilibrio, valorizzando la ricchezza espressiva dello Chardonnay.

Il percorso è proseguito con il Puligny-Montrachet Vieilles Vignes 2023, un vino che si distingue per la marcata impronta minerale, la pienezza del sorso e un finale lungo e sapido. La mineralità rappresenta uno degli elementi più significativi della sua personalità, accompagnata da una profondità espressiva che richiama la finezza di questa prestigiosa denominazione della Côte de Beaune.

Particolare attenzione è stata dedicata anche al Puligny-Montrachet Premier Cru Les Combettes 2022, che si presenta ricco e avvolgente fin dall’ingresso in bocca. Le note di albicocca, pesca e agrumi si intrecciano con un’acidità ben integrata, capace di bilanciare la pienezza del sorso. Il finale rivela finezza ed eleganza, restituendo la personalità del vigneto e le caratteristiche distintive del terroir di Puligny-Montrachet.

A chiudere la degustazione è stato il Corton-Charlemagne Grand Cru 2021, una delle denominazioni più prestigiose della Borgogna per lo Chardonnay. Un vino di grande complessità, la cui espressione si sviluppa nel tempo attraverso marcate note minerali. Struttura e profondità ne fanno un esempio emblematico della capacità dei grandi terroir borgognoni di dare vita a vini dalla forte identità.

Il terroir come firma del vino

A guidare i partecipanti nella scoperta di queste diverse espressioni è stato Marco Caschera, che ha accompagnato la degustazione con approfondimenti sulla maison Vincent Girardin e sulle caratteristiche dei territori di provenienza.

Il filo conduttore dell’incontro è stato il terroir, elemento centrale nella cultura enologica della Borgogna. In questa regione, il vino non è soltanto espressione di un vitigno, ma il risultato dell’interazione tra suolo, clima, esposizione, caratteristiche del vigneto e scelte produttive.

Ogni denominazione racconta una storia diversa: dalla freschezza fruttata del Bourgogne Cuvée Saint-Vincent Pinot Noir alla struttura del Pommard, passando per la personalità del Santenay Le Beauregard, fino alla finezza degli Chardonnay di Puligny-Montrachet e alla complessità del Corton-Charlemagne Grand Cru.

È proprio questa varietà a rendere la Borgogna un territorio capace di affascinare appassionati e professionisti, invitandoli a cogliere le sfumature che distinguono un vigneto dall’altro e contribuiscono a definire il carattere di ogni annata.

L’Enoteca Il Torchio, un luogo d’incontro per la cultura del vino

La degustazione ospitata dall’Enoteca Il Torchio conferma il valore delle iniziative dedicate alla conoscenza e alla condivisione della cultura enologica. Occasioni preziose per approfondire la storia di importanti realtà vitivinicole internazionali e avvicinarsi al vino attraverso l’ascolto, il confronto e l’esperienza diretta.

Con la maison Vincent Girardin, Caserta ha ospitato un percorso alla scoperta di alcune delle espressioni più significative della Borgogna: dai vini regionali ai cru più prestigiosi, fino al Corton-Charlemagne Grand Cru. Non soltanto una degustazione, dunque, ma un incontro con una cultura del vino nella quale ogni calice diventa il racconto di un luogo, di una tradizione e di una precisa identità.

Un viaggio sensoriale che ha portato nel cuore di Caserta l’eleganza e la complessità di una delle più importanti regioni vitivinicole francesi.

Falstaff Italia a Napoli: molto più di uno “Sparkling Party” gastronomico

Concludiamo con il racconto della giornalista Veronica Caprio, che si unisce a quello della collega Francesca Sepe, l’evento che ha tenuto banco in queste prime fasi d’autunno nella metropoli partenopea. Lo Sparkling Party come non l’avete mai visto nel calice!

Prendete una sera d’autunno, il Vomero, uno dei suoi salotti più eleganti, un chiostro illuminato, la musica, le luci, i calici che si riempiono e oltre cento etichette di bollicine arrivate da tutta Italia.

Aggiungete qualche special guest d’Oltralpe, più di trecento persone tra operatori del settore, giornalisti, degustatori e appassionati e una lunga teoria di bottiglie pronte a raccontare territori diversi.

Ecco, più o meno, il Falstaff Sparkling Party.

Per la prima volta Falstaff è arrivato a Napoli e ha scelto di farlo in grande stile.

Il Chiostro di San Francesco ha accolto una serata che aveva tutto quello che serve per trasformare una degustazione in un vero appuntamento: bollicine, naturalmente, ma anche musica, convivialità, incontri, masterclass e quella voglia tipicamente napoletana di fare festa.

Una prima volta in città che ha puntato subito sul glamour, ma senza dimenticare il contenuto.

Napoli brinda all’Italia delle bollicine

Quasi 40 cantine, oltre 120 etichette e un viaggio dentro la produzione spumantistica italiana che parte dal Prosecco e arriva al Trento DOC, passa dall’Alta Langa e dalla Franciacorta e si spinge fino allo Champagne.

Un piccolo atlante delle bollicine, insomma, arrivato a Napoli per una serata pensata per mettere insieme professionisti e appassionati.

Ed è proprio questa la cosa interessante.

Perché dietro una bolla c’è sempre un territorio.

Ci sono vigne, persone, metodi di produzione, storie familiari e modi diversi di interpretare lo stesso desiderio: quello di portare nel calice qualcosa che sappia raccontare da dove arriva.

Dalle montagne del Trentino alle colline dell’Alta Langa, dalla Franciacorta al Veneto, fino alla Francia.

Tanti territori, tante identità e una cosa in comune: la capacità delle bollicine di parlare a pubblici molto diversi.

E poi c’è la CAMPANIA che deve sempre farsi riconoscere.

Come? Con un uno spumante bianco Metodo Classico fatto di 100% Aglianico il Gioì Blanc de Noir dell’Azienda Agricola San Salvatore, nel Cilento, vicino Paestum.

Colore bianco luminoso e bollicine finissime.

Nato dal desiderio di realizzare uno spumante bianco col vitigno a bacca rossa per eccellenza del nostro territorio sua maestà l’aglianico. Un prodotto unico nel suo genere.

Al palato elegante, setoso e sinuoso, minerale e dal ritorno sapido.

Abbinamenti perfetti: marinato di mare, cruditè e latticini, ma anche prosciutto di Parma.

Affinamento interessante: fino a 36 mesi in bottiglia sui lieviti e poi 3 mesi dopo sboccatura.  Insomma, anche sulle bollicine la Campania vuole decisamente dire la sua.

Dal mare di Cetara alla pizza a portafoglio

E poi arriva Napoli. Quella vera.

Ora, possiamo anche parlare per ore di Metodo Classico, Champagne, Franciacorta e denominazioni.

Ma siamo a Napoli.

E a Napoli il vino, prima o poi, incontra sempre qualcosa da mangiare.

E infatti accanto alle bollicine sono arrivate alcune eccellenze che hanno riportato immediatamente il calice verso il territorio.

Armatore ha portato a tavola i sapori del mare di Cetara con le sue alici.

Casa Iuorio ha raccontato la Campania attraverso la linea di conserve Stappa & Mangia, una cucina campana racchiusa nei barattoli.

Flamigni 1930 ha invece giocato con il dolce e il salato proponendo il suo Panettone nelle due versioni, tradizionale e salata.

E poi lei.

La pizza a portafoglio.

Perché puoi anche arrivare a Napoli con Champagne, Franciacorta, Alta Langa e Prosecco, ma prima o poi devi presentargli sua maestà la pizza.

E così la Margherita è stata preparata al momento dal pizzaiolo napoletano Salvatore Salvo, grazie alla collaborazione con Izzo Forni.

Una pizza calda, mangiata in piedi, piegata nel suo inconfondibile portafoglio.

Quando il territorio entra anche nell’organizzazione

A completare il percorso gastronomico anche i grissini stirati a mano de I Bibanesi e l’acqua minerale naturale Surgiva.

Italesse ha accompagnato le masterclass con i suoi calici, Wilog/IWS ha curato la logistica dell’intera giornata e il servizio delle degustazioni guidate è stato affidato ad AIS Campania.

Tanti tasselli diversi che, messi insieme, hanno costruito una giornata capace di tenere insieme il mondo professionale del vino e quello degli appassionati.

Perché una manifestazione di questo tipo non è soltanto una sequenza di degustazioni.

È anche un luogo dove ci si incontra.

Si conoscono produttori.

Si scambiano contatti.

Si parla di territori.

Si scoprono etichette che magari non avevi mai assaggiato.

E magari si torna a casa con qualche bottiglia in più nella lista dei desideri.

Perché il vino ha anche questo potere.

Fa incontrare le persone.

Una prima volta napoletana con il bicchiere pieno

Per Falstaff era il debutto a Napoli.

E forse non poteva esserci città più adatta per un appuntamento dedicato alle bollicine.

Napoli ha una naturale capacità di trasformare anche una degustazione in un’esperienza briosa.

Basta un chiostro, qualche luce, la musica giusta, persone che hanno voglia di incontrarsi e, naturalmente, qualcosa di buono da bere.

Il resto lo fa la città.

Il Falstaff Sparkling Party ha portato nel cuore del Vomero un pezzo dell’Italia del vino, mettendo intorno allo stesso tavolo territori molto diversi e mostrando ancora una volta quanto sia ampia e trasversale la cultura delle bollicine.

E alla fine, tra un calice di Franciacorta e uno Champagne, una pizza a portafoglio e un piatto di alici di Cetara, il messaggio è arrivato forte e chiaro.

Le bollicine non sono soltanto un brindisi.

Sono un modo per raccontare l’Italia. E Napoli, quando c’è da brindare, sa sempre come fare la sua parte.

“Incontri di Gusto”: sapori, territorio e solidarietà si incontrano a Sant’Anastasia

Il 20 ottobre l’evento promosso da Eklettica Cultura & Eventi riunirà chef, pizzaioli, pasticceri, bracerie, cantine, birrifici e bartender. Una serata dedicata alle eccellenze enogastronomiche e al sostegno di percorsi di inclusione e accoglienza

Il gusto come occasione di incontro, ma anche come strumento per raccontare un territorio, creare relazioni e sostenere valori condivisi. È lo spirito di “Incontri di Gusto – Il valore di esserci”, il progetto ideato dalla prof.ssa Rosa Rita Cirignano e promosso dall’Associazione Culturale Eklettica – Cultura & Eventi, l’appuntamento in programma martedì 20 ottobre 2026, a partire dalle ore 19:00, negli spazi de I Giardini di Villa Giulia, in via Padre Raimondo Sorrentino 4, a Sant’Anastasia.

La manifestazione nasce con l’intento di mettere insieme enogastronomia, cultura, solidarietà e territorio, trasformando una serata dedicata ai sapori in un momento di condivisione e sensibilizzazione. Non a caso il claim scelto per l’iniziativa è “Tempo ai sapori, spazio alle storie”, a sottolineare come dietro ogni proposta gastronomica ci siano persone, esperienze, tradizioni e identità da conoscere.

Protagonisti saranno professionisti e realtà del mondo food & beverage: chef, pizzaioli, pasticceri, bracerie, cantine e vinerie, birrifici e bartender, chiamati a raccontare attraverso le proprie creazioni il patrimonio gastronomico e produttivo del territorio, in un dialogo tra tradizione e innovazione.

Un’attenzione particolare è rivolta anche al mondo della formazione e dell’ospitalità, grazie al coinvolgimento diretto degli Istituti Alberghieri del territorio: l’IPSEOA “C. Russo – U. Tognazzi”, l’IISS “Manlio Rossi Doria” di Marigliano e l’ISIS “L. de’ Medici” di Ottaviano, allo scopo di favorire un dialogo concreto tra gli studenti e il mondo dei professionisti, delle imprese e dell’accoglienza.

“Incontri di Gusto” vuole infatti andare oltre la semplice degustazione. Al centro del progetto c’è il concetto di “esserci”, inteso come partecipazione e capacità di costruire legami. L’evento è organizzato a sostegno di percorsi di inclusione e accoglienza, mettendo l’enogastronomia al servizio di una più ampia riflessione sociale. Numerose le associazioni e le realtà che collaborano all’iniziativa, espressione di mondi differenti ma accomunati dall’attenzione alla solidarietà, all’inclusione, alla valorizzazione del territorio e alla partecipazione. Tra i partner sociali figurano associazioni come Su una Nuvola Blu (di Sant’Anastasia), Autismo in Movimento Campania, CIVES, AVIS Comunale Sant’Anastasia e la Cooperativa Arturo, insieme al sostegno ad iniziative come Costruiamo Gentilezza e Campania Mitis. Una rete che contribuisce a dare alla manifestazione una dimensione corale, nella quale cibo e convivialità diventano strumenti per abbattere distanze e favorire l’incontro.

Nella cornice de I Giardini di Villa Giulia, la serata si svilupperà attraverso un percorso enogastronomico che darà spazio alle creazioni degli chef e alle proposte dei professionisti del gusto, accompagnate da una selezione di vini e cocktail. Degustazioni, intrattenimento e musica dal vivo accompagneranno un’esperienza pensata per valorizzare le eccellenze del territorio e favorire l’incontro tra persone, professionalità e realtà diverse. 

Falstaff Sparkling Party celebra l’eleganza delle grandi bollicine a Napoli

Dalle cuvée in Magnum della storica Maison di Épernay al potenziale dell’Alta Langa DOCG, Falstaff Sparkling Party ha riunito al Chiostro di San Francesco al quartiere Vomero a Napoli oltre 300 ospiti, 40 cantine e più di 120 etichette. Una giornata che ha messo a confronto la tradizione francese e le ambizioni del Metodo Classico italiano.

La prima edizione napoletana dell’evento organizzato da Falstaff Italia è stata un successo. Una cornice suggestiva, con le arcate storiche affacciate sul golfo, ha ospitato oltre 300 partecipanti tra professionisti del settore, giornalisti e appassionati, insieme a più di 40 cantine e oltre 120 etichette. Un percorso che ha attraversato alcune delle principali espressioni della spumantistica italiana, dal Prosecco al Trento DOC, dall’Alta Langa alla Franciacorta, con una significativa incursione nella regione francese dello Champagne.

Il risultato è stato un confronto tra territori, metodi produttivi e sensibilità enologiche differenti, nel quale la dimensione conviviale non ha escluso l’approfondimento tecnico. A scandire il programma sono state tre masterclass, tutte esaurite, dedicate all’Alta Langa, a Champagne Boizel e a Ca’ del Bosco.

Alta Langa DOCG, la risposta italiana alle grandi bollicine

Il programma ha riservato spazio all’Alta Langa con la masterclass Il futuro del Metodo Classico italiano, guidata da Simon Staffler direttore di Falstaff Italia e Giovanni Minetti, presidente del Consorzio Alta Langa DOCG. Un appuntamento che ha riportato l’attenzione sul Piemonte e su una denominazione il cui carattere si fonda sulla vocazione delle colline, sulla raccolta delle uve e su tempi di elaborazione rigorosi.

L’Alta Langa DOCG comprende spumanti bianchi e rosati prodotti esclusivamente con il Metodo Classico, ossia attraverso la rifermentazione in bottiglia. Il disciplinare prevede che la base ampelografica sia costituita per il 90–100% da Pinot Nero e/o Chardonnay; per la quota restante possono concorrere altri vitigni non aromatici idonei alla coltivazione in Piemonte.

La zona di produzione interessa le province di Alessandria, Asti e Cuneo. I vigneti devono trovarsi in collina, a un’altitudine non inferiore a 250 metri sul livello del mare, in aree caratterizzate da condizioni adatte alla maturazione delle uve destinate alla spumantizzazione.

Un elemento distintivo è l’obbligo di indicare l’annata di raccolta delle uve. L’affinamento minimo previsto dal disciplinare è di 30 mesi sui lieviti per le tipologie spumante e spumante rosato e di 36 mesi per le versioni Riserva. Il tempo trascorso in bottiglia contribuisce allo sviluppo della complessità aromatica e della struttura, senza annullare il ruolo della freschezza, componente fondamentale dell’equilibrio di un grande spumante.

Tra le espressioni piemontesi del Metodo Classico, Marcalberto racconta una visione artigianale della spumantistica, costruita sulla valorizzazione del Pinot Nero e dello Chardonnay provenienti dai vigneti collinari delle Langhe. L’azienda di Santo Stefano Belbo adotta una filosofia produttiva attenta alla pressatura soffice e all’affinamento delle basi in legno, prima della rifermentazione in bottiglia e della lunga sosta sui lieviti. Una scelta che mira a preservare l’identità del frutto e a coniugare complessità e freschezza.

La gamma comprende diverse interpretazioni dell’Alta Langa DOCG, dal Millesimato al Blanc de Blancs, ottenuto da Chardonnay in purezza, fino al Nature, realizzato esclusivamente con Pinot Nero e senza solfiti aggiunti. Quest’ultimo, con un residuo zuccherino di 2,8 grammi per litro, si colloca nella categoria Brut Nature. Una pluralità di stili che dimostra come, all’interno della stessa denominazione, il Metodo Classico possa trovare espressioni differenti, mantenendo un saldo legame con il territorio e con il lavoro in cantina.

Le bottiglie e il valore del tempo

Tra le etichette segnalate da AIS Napoli nel resoconto della degustazione generale del Falstaff Sparkling Party figura la Riserva Pas Dosé Zero 140 di Enrico Serafino, espressione dell’Alta Langa che si distingue per un affinamento di 140 mesi sui lieviti, pari a undici anni e otto mesi.

Il dato rende immediatamente comprensibile quanto possa essere ampio l’orizzonte temporale del Metodo Classico. Un affinamento così lungo non rappresenta semplicemente un’attesa, ma un investimento produttivo che richiede selezione delle uve, gestione delle riserve, controllo delle condizioni di cantina e una visione precisa dell’evoluzione del vino.

Il confronto con Champagne Boizel diventa comunque particolarmente interessante proprio su questo terreno. Le due realtà appartengono a contesti differenti, con storie e disciplinari propri, ma condividono l’importanza attribuita alla rifermentazione in bottiglia e all’affinamento sui lieviti. È il territorio, insieme alle scelte di cantina, a determinare le differenze di stile che il degustatore è chiamato a riconoscere.

A catturare maggiormente la curiosità è stata la spettacolare bottiglia di Champagne Blanc de Blancs 2012 Brut Grand Cru Legras & Haas Magnum rappresenta un’interessante espressione della tradizione champenoise. Prodotto esclusivamente da uve Chardonnay, come suggerisce la dicitura Blanc de Blancs, proviene da vigneti classificati Grand Cru e si confronta con una delle sfide più affascinanti della spumantistica: preservare freschezza e tensione minerale, lasciando al tempo il compito di sviluppare complessità. L’annata 2012, particolarmente significativa per gli Champagne, aggiunge interesse a una bottiglia in formato Magnum, da 1,5 litri, il cui maggiore volume può favorire un’evoluzione più lenta rispetto al formato standard, a parità di condizioni di conservazione. Un vino che consente di approfondire il rapporto tra Chardonnay, maturità e capacità evolutiva, mettendo in luce una delle interpretazioni più raffinate del Metodo Classico francese.

Franciacorta e le altre anime della spumantistica

Anche i banchi d’assaggio hanno restituito un panorama articolato. Nel resoconto di AIS Napoli compaiono, tra le altre, le interpretazioni di Berlucchi, con la linea Vintage Nature, e Antica Fratta, con Essence Noir, accanto alla già citata Riserva Pas Dosé Zero 140 di Enrico Serafino. Etichette differenti per provenienza e impostazione produttiva, accomunate dall’attenzione alla qualità e al carattere del vino.

La varietà delle proposte ha mostrato quanto sia riduttivo parlare delle bollicine italiane come di un’unica categoria. Il Metodo Classico è una tecnica, ma il vino che ne deriva è il risultato di un insieme di fattori che cambiano da una denominazione all’altra e da un produttore all’altro.

Napoli, dove il vino incontra la cucina

Falstaff Sparkling Party non si è però esaurito nelle degustazioni. La proposta gastronomica ha accompagnato il percorso enologico con una selezione di specialità che ha dato spazio alla cultura alimentare campana.

Salvatore Salvo ha preparato al momento la Margherita nella versione “a portafoglio”, uno dei gesti più riconoscibili della tradizione popolare napoletana. Armatore ha portato i sapori del mare di Cetara, mentre Casa Iuorio ha proposto le conserve della linea Stappa & Mangia. A completare l’offerta, i panettoni milanesi Flamigni e i grissini artigianali de I Bibanesi.

Il dialogo fra vino e cucina ha aggiunto una dimensione concreta alla degustazione: le bollicine non soltanto come protagoniste dell’aperitivo o delle occasioni celebrative, ma come vini capaci di accompagnare un pasto e confrontarsi con consistenze, sapidità e intensità differenti.

Oltre il brindisi, una cultura del vino

La prima edizione napoletana di Falstaff Sparkling Party ha dimostrato come una manifestazione dedicata alle bollicine possa unire divulgazione, confronto professionale e convivialità. Il successo di pubblico e il tutto esaurito delle tre masterclass confermano l’interesse verso un settore nel quale la competenza tecnica si accompagna sempre più alla curiosità dei consumatori.

Champagne Boizel ha portato al centro della scena il valore di una storia familiare e di uno stile costruito nel tempo. L’Alta Langa ha mostrato, attraverso il proprio disciplinare e le sue interpretazioni più ambiziose, le possibilità di crescita del Metodo Classico italiano. La Franciacorta ha completato il quadro con una delle espressioni più riconoscibili della spumantistica nazionale.

In una città che ha fatto della tavola un linguaggio di identità e accoglienza, il vino ha trovato una cornice capace di valorizzarne tanto il piacere quanto la cultura. Perché una grande bottiglia contiene il luogo da cui proviene, il tempo che ha attraversato e le scelte di chi l’ha prodotta.

Champagne Experience 2026

Per la sua nona edizione, l’evento “Champagne Experience” ha riconfermato la sua sede a Bologna.

Questo importante appuntamento italiano è interamente dedicato a uno dei vini più rinomati a livello globale: lo Champagne. Si è tenuto presso gli ampi spazi di BolognaFiere ed è stato organizzato dalla Società Excellence, una prominente organizzazione che racchiude 21 importatori e distributori di vino italiani. Quest’anno l’edizione ha registrato un notevole incremento sia nel numero dei visitatori sia nelle dimensioni degli spazi espositivi.

Sono stati predisposti ben 125 banchi per le degustazioni con le maison e i vigneron più rinomati, offrendo l’opportunità di degustare oltre 800 etichette. Per i partecipanti è stata anche un’occasione speciale per incontrare molti produttori francesi presenti all’evento. L’esperienza si rivolgeva sia ai professionisti del settore sia al vasto pubblico di appassionati.

La manifestazione è stata organizzata con cura, assicurando che i vini fossero serviti sempre alla temperatura ottimale. Il programma includeva diverse masterclass interessanti, mettendo in risalto le particolarità del territorio, molte delle quali hanno avuto il tutto esaurito. Le case produttrici erano suddivise secondo la loro provenienza geografica nelle diverse aree di produzione della Champagne: Montagne de Reims, Vallée de la Marne, Côte des Blancs, Côte des Bar e Maison Classiche.

Le zone della Champagne si differenziano per il tipo di suolo, i vitigni prevalenti e il profilo aromatico dei vini.

Ecco le 5 zone principali:

Montagne de Reims: suolo con prevalenza di gesso in profondità e strati di marna e argilla. Vitigni: Pinot Noir (circa il 60%) e Chardonnay. Vini: vini di grande potenza, struttura, corpo e nobiltà.

Côte des Blancs: suolo altamente gessoso. Vitigni: Chardonnay (circa 95%) Nel calice: acidità minerale vibrante, freschezza, finezza e note di agrumi e fiori bianchi (ideale per i Blanc de Blancs).

Vallée de la Marne: suolo argilloso, marnoso, sabbioso e gessoso; vitigni: Pinot Noir (circa 60%) e Pinot Meunier (circa 30%). Nel calice: vini di grande potenza, struttura, corpo e nobiltà.

Côte de Sézanne: suolo più ricco di argilla e sabbia. Vitigni: principalmente Chardonnay.

Nel calice: vini rotondi, aromatici e di pronta beva. 

Côte des Bar (Aube): terreno kimmeridgiano (marna e argilla calcarea), meno gessoso rispetto al nord. Vitigni: prevalenza di Pinot Noir (oltre l’80%). Nel calice: vini ricchi, rotondi, freschi e con un frutto generoso.

È stata un’esperienza coinvolgente tra i produttori delle cinque aree geografiche. Ecco alcuni assaggi: ho scelto due per ciascuna suddivisione geografica.

Cote des Bar

Cuvée Espression Rosé Chassenay D’Arce è un vino composto per il 67% da Pinot Noir, 28% da Chardonnay e 5% da Pinot Blanc, con un dosaggio di 10 g/l e un affinamento sui lieviti di 48 mesi. Ha un colore rosa salmone che emana profumi di lampone, fragoline di bosco e crostata di frutti di bosco. Al palato risulta saporito, vibrante e persistente.

Stenope Millesime Brut 2013 di Devaux è un blend equamente diviso tra Pinot Noir e Chardonnay, con un dosaggio di 5,5 g/l e un invecchiamento sui lieviti di 84 mesi. Presenta un bel colore giallo dorato e bollicine sottili; offre profumi di prugna mirabella, vaniglia, mandarino, pane tostato e pasta frolla. Al gusto si presenta pieno, fresco, teso e di lunga persistenza.

Valle de Marne

Cuvee n° 744 Degorgement Tardif Extra Brut di Jacqueson si compone di 45% Chardonnay, 35% Pinot Noir e 20% Meunier, con un dosaggio di appena 2 g/l e 92 mesi sui lieviti. Il colore giallo dorato e il perlage fine introducono aromi di frutta gialla matura, pere, crosta di pane e croissant. Al palato è ampio, setoso e armonioso, con una persistenza durevole.

Racines Meunier Extra Brut Collard-Picard è interamente prodotto con Meunier, con un dosaggio di 3 g/l e un affinamento sui lieviti di 84 mesi. Si presenta con un colore giallo dorato brillante e un perlage persistente; al naso è accattivante e fruttato, con note di spezie secche e biscotti fragranti. Al palato è avvolgente, fresco ed espressivo.

Cote de Blancs

Presidence Vieilles Vignes R&L Legras è fatto al 100% di Chardonnay, con un dosaggio di 5 g/l e un invecchiamento sui lieviti di 96 mesi. Ha un colore giallo dorato e perlage sottile, rivelando sentori di albicocca, agrumi, crosta di pane e polvere di caffè. Si presenta fresco, saporito e setoso in bocca.

Revelation du Terroir 2017 Blancs de Blancs Zero Dosage Encry Veuve Blanche Estelle: originale per l’uso esclusivo del Chardonnay con un dosaggio di 7 g/l e 60 mesi sui lieviti. Di un giallo dorato luminoso e bollicine fini, al naso emergono note di albicocca, pesca, agrumi canditi, crema di nocciole e piccola pasticceria. Al palato risulta vibrante, avvolgente e persistente.

Montagne de Reims Grande Tradition Maxime Blin: questa cuvée utilizza il 10% di Pinot Noir e il 90% di Chardonnay, con un dosaggio di 4 g/l e una maturazione sui lieviti di 36 mesi. Di colore paglierino luminoso con bollicine fini, sviluppa profumi di agrumi come pompelmo e lime, fiori di gelsomino, melone e crosta di pane. Al palato è piacevolmente fresco e sapido.

Brut Blanc de Noir 1er Cru Gonet-Medeville è interamente Pinot Noir con un dosaggio di 5 g/l e una permanenza sui lieviti di 30 mesi. Di un brillante giallo paglierino con perlage finissimo; rivela aromi di zagara, mela, lime e nocciola. Il sorso è dinamico, rinfrescante e persistente.

Maison Classiche

Blanc de Millénaires 2017 Charles Heidsieck: composto esclusivamente da Chardonnay con un dosaggio di 9 g/l; matura per 144 mesi sui lieviti. Di un giallo oro luminoso con perlage sottile; al naso presenta note di pompelmo, zagara, pan brioche e mela cotogna. Al gusto è cremoso ed armonioso.

Bollinger La Grande Année Rosé 2018 di Bollinger è uno Champagne composto da Pinot Noir (67%) e Chardonnay (33%), con un dosaggio di 7 g/l e un affinamento sui lieviti di 84 mesi.  Paglierino brillante, si riconoscono sentori di fragolina di bosco, pesca, pompelmo rosa e pasticceria da forno. Il sorso è  vibrante, dinamico e di lunga persistenza aromatica.

È da poco finita la quinta edizione del Trentodoc Festival a Trento, in collaborazione con il Corriere della Sera

Un Festival sicuramente unico nel suo genere, affiancato da decine di piccoli eventi mirati diffusi sul territorio, sia nello splendido centro cittadino di Trento sia nelle cantine che circondano il capoluogo.

Per una persona soltanto è quasi impossibile viverli tutti, ma con un po’ di organizzazione gli amanti del vino – e delle bollicine di montagna in questo caso – possono dedicarsi ad eventi dalle indubbie soddisfazioni.

Nei tre giorni di festival si susseguono infatti vari Wine Talks, curati da Luciano Ferraro, direttore artistico del festival e vicedirettore del Corriere della Sera. In queste occasioni si affrontano anche quest’anno temi che riguardano direttamente il mondo del vino, come ad esempio i nuovi modelli di consumo o la managerialità in vigna.

Gli appassionati hanno potuto anche godere di vere e proprie masterclass, iscrivendosi ai Trentodoc Tasting, degustazioni di prodotti d’eccellenza tenute dai migliori sommelier d’Italia degli ultimi anni. Qui non mancano sicuramente bottiglie che difficilmente stappiamo tutti i giorni, spiegate con maestria e semplicità dai sommelier chiamati dal festival e servite dai sommelier AIS con una professionalità impeccabile.

Personalmente ho partecipato all’ultima degustazione in ordine temporale, la domenica pomeriggio, guidata da Stefano Berzi, che, in un evento alla portata di tutti, ci ha preso per mano portandoci nel meraviglioso mondo di sei etichette di Trentodoc, partendo da un Underwater per arrivare a una Riserva con lunga permanenza sui lieviti, passando per un rosato, un Blanc de Noir, un sapido Brut e un’altra Riserva.

Anche questa degustazione, come le altre, si è tenuta in una location d’eccezione. Eravamo infatti in una splendida sala finemente affrescata all’interno di Palazzo Bortolazzi, attualmente sede della SOSAT, in pieno centro a Trento. La scelta eventi in palazzi storici permette quindi ai wine lovers, ma anche agli stessi abitanti di Trento,di conoscere anche parte del patrimonio storico ed artistico della città dei Principi Vescovi.

La possibilità di approfondire ciò che circonda il mondo delle bollicine continua con le Sparkling Stories, a cura di Roberta Scorranese e Manuela Croce, caporedattrice e vicecaporedattrice della redazione Eventi Culturali e Inserti Speciali, sempre del Corriere della Sera, che curano questi incontri portando al festival personaggi che hanno parlato del mondo del vino in base alle loro esperienze.

Le Cooking Tales, invece, hanno portato famosi chef non solo a parlare di bollicine di montagna, sostenibilità e fine dining, ma anche a far assaggiare agli ospiti le loro creazioni, abbinate sapientemente ad alcuni Trentodoc.

Bisogna però dire che il clou del festival restano le Esperienze Trentodoc in cantina. Le cantine aderenti, infatti, organizzano eventi direttamente nelle loro sedi, che spaziano dall’aperitivo ai voli in elicottero sulle vigne, da abbinamenti a volte arditi a prove tecniche di sboccatura, fino a cene con degustazione.

Ho partecipato proprio a uno di questi eventi, una degustazione speciale abbinata ad una cena altrettanto speciale , ambientata nella splendida Villa Margon, di proprietà della famiglia Lunelli  delle Cantine Ferrari. La cena, paradisiaca, era abbinata alla degustazione di annate dell’“Archivio di Famiglia”, in formato Magnum, di alcuni dei migliori Trentodoc della Cantina Ferrari, che hanno fatto del riposo sui lieviti la loro caratteristica distintiva.

Spumanti Metodo Classico a dir poco favolosi, abbinati a pietanze che hanno dietro studi sia sulle cotture sia sugli abbinamenti di sapori, il tutto in un’atmosfera da Mille e una notte. Un festival atipico ma di sicuro interesse sia per la portata degli eventi che della materia prima, senza dimenticare che è un festival non solo per gli addetti del settore ma per chiunque sia appassionato di spumanti o semplicemente di buon bere.

“Pesci e sintetizzatori” al Bikini di Vico Equense

Un evento speciale che unisce arte, musica elettronica, mare ed enogastronomia

L’appuntamento è per domenica 4 ottobre, a partire dalle 19:00, presso Il Bikini a Vico Equense. Sarà un’esperienza immersiva unica legata al percorso di Aequa Spont Art.

Valorizzato dalla Pro Loco di Vico Equense, presieduta da Donato Aiello. A questo racconto si affianca Armatore, realtà di Cetara che fonda la propria identità sulla pesca sostenibile, sulla tracciabilità del pescato e sul rispetto dell’ecosistema marino, presente nel percorso gastronomico con le sue alici e la colatura di Cetara. Completa il racconto la linea di t-shirt rétro in edizione limitata di Giusti SEZ. SUB, mentre anche il movimento della sala e il passaggio dei vassoi entrano nella dimensione performativa dell’evento.

A partire dalle ore 22.00 e fino alle ore 24.00, la manifestazione cambia ritmo e si sposta sul mare con il cocktail bar e il DJ set. La proposta di mixology d’autore è affidata allo SHUB di Sorrento, realtà nata dalla famiglia Izzo alla guida del ristorante due stelle Michelin Piazzetta Milù. I bartender presenteranno una selezione di cocktail d’ispirazione marina, caratterizzati da note saline e umami, tra cui l’Anchovy Martini, preparato con colatura di alici.

L’esperienza artistica e il contesto

Il format di Pesci e Sintetizzatori nasce dall’unione di due coordinate fondamentali: l’asse verticale della profondità, ispirato all’inconscio collettivo junghiano e agli abissi marini, e l’asse orizzontale della rete, l’intelligenza connettiva di Derrick de Kerckhove che mette in relazione artisti, pubblico, territori e produzioni locali. Profondità e connessione diventano così due movimenti della stessa esperienza: qualcosa emerge e qualcosa mette in relazione. Questo appuntamento fa seguito al “numero zero”, tenutosi l’11 marzo 2026 a Milano. A Vico Equense la manifestazione esce dallo spazio chiuso per immergersi direttamente nel paesaggio naturale da cui trae origine.

L’iniziativa è promossa da Aequa Spont Art, sostenuto dal PR Campania FESR 2021-2027, Sapori Liberi e Open Monti Lattari, ammessi alle graduatorie dell’Avviso FSC 2021-2027 della Regione Campania, DD 405/2026. L’evento ha ottenuto il patrocinio della Fondazione Marevivo, rafforzando la dimensione di tutela e sensibilizzazione ambientale che attraversa l’intero progetto. È inoltre patrocinata dal Comune e dalla Pro loco di Vico Equense.

L’ingresso è gratuito, ma è obbligatorio registrarsi su Eventbrite

(https://www.eventbrite.it/e/pesci-e-sintetizzatori-tickets-2002281449716)

Napoli, la terza edizione di Campania.Wine tra vino ed enoturismo

Nella sua terza edizione, Campania.Wine è tornata ad animare la Galleria Umberto I e il Musap, Museo Artistico Politecnico di Napoli. La manifestazione, che ha visto impegnati cinque dei consorzi tutela vino della Campania (Vitica, Irpinia, Sannio, Vesuvio e Vita Salernum Vites) insieme alla Regione Campania e alla Città di Napoli, è stata una grande vetrina per il vino campano, aperta al pubblico e alla stampa nazionale ed estera. Centosette le cantine coinvolte che hanno offerto in degustazione i propri vini lungo i quattro raggi della Galleria Umberto I; cinque masterclass a tema dedicate ai winelovers e due ai giornalisti, oltre agli showcooking per la valorizzazione delle eccellenze agro gastronomiche del territorio campano.

Othmar Kleim, direttore di Falstaff Italia, ha guidato i giornalisti nella masterclass dedicata ai bianchi della regione, in una carrellata che ha incluso classici e fuori rotta. Ben rappresentati gli areali nord campani del casertano e del Sannio attraverso alcuni dei vitigni più noti nelle loro diverse interpretazioni: l’asprinio nella versione spumantizzata Trentapioli e in quella ferma IX Denari, il pallagrello bianco con Il Verro, la falanghina del Sannio con Identitas e la versione di vendemmia tardiva Cesco dell’Eremo, la coda di volpe di Masseria Frattasi. Il Vesuvio è stato presentato con la Lacryma Christi Vigna del Vesuvio e con Summa, catalanesca del Monte Somma; il Cilento con il proprio fiano, nell’interpretazione di San Salvatore, Pian di Stio. Magra invece la presenza dell’Irpinia, affidata unicamente alla notevole bollicina di greco di Tufo 1930 di Cantine di Marzo.

Filippo Bartolotta ha invece condotto una masterclass alla cieca tra i rossi campani.

Tra altezze, parchi e vulcani si è soffermata su tre caratteri: quello vulcanico, quello altimetrico e quello della latitudine nord, per evidenziare le diverse sfaccettature assunte dalla vinificazione dei principali vitigni rossi a seconda dell’areale di produzione. Aglianico e piedirosso i grandi protagonisti, sia nelle versioni Taburno e Taurasi, sia nelle declinazioni vesuviane e della Costa Amalfitana; anche la camaiola, col suo carattere schietto e fruttato, si è timidamente affacciata tra i più noti vitigni conterranei.

Ad affiancare entrambi i relatori, l’archeologo Ferdinando De Simone che ha arricchito la degustazione dei vini con note di carattere storico, archeologico e geologico utili ad inquadrare la produzione vitivinicola campana all’interno di un contesto di più ampio spessore, che ne ha valorizzato la tradizione secolare oltre che l’ampiezza del vitigno autoctono.

E proprio un contesto più ampio quello che ha caratterizzato la terza edizione di Campania.wine, dove il vino è stato presentato non solo come prodotto ma anche come potenziale esperienza. Centrale nella manifestazione e oggetto di convegno il dibattito sull’enoturismo, durante il quale sono intervenuti Teresa Armato, Assessora al Turismo e alle Attività Produttive del Comune Di Napoli, Fulvio Bonavitacola, Assessore alle Attività Produttive e allo Sviluppo Economico Regione Campania, Vincenzo Maraio, Assessore al Turismo Regione Campania, Ciro Giordano, Presidente Cpnsorzio Tutela Vini Vesuvio, Diego Esposito, Fondazione MUSAP, Floriana Schiano Moriello, giornalista, Angelo Radica, presidente nazionale Città del Vino, Violante Gardini Cinelli Colombini, Presidente Movimento Turismo del Vino, Virginia Di Gaetano, giornalista Lonely Planet, Maria Carmela Serluca, Assessora all’Agricoltura Regione Campania, moderati dalla giornalista Diana Cataldo.

A emergere chiaro è come l’enoturismo sia voce di capitolo sempre più importante, talvolta preminente, nel bilancio economico delle cantine: secondo il rapporto Nomisma, in Italia l’enoturismo ha inciso per oltre il 21% sui bilanci aziendali nel 2025. Nell’attuale fase critica, che vede un generale calo delle vendite e il vino sotto attacco da un punto di vista economico e sociale, il turismo esperienziale può rappresentare la svolta per molte realtà vinicole.

La Campania attualmente si colloca al sesto posto in Italia per quanto riguarda il turismo legato ai prodotti a marchio DOP; con 4 DOCG, 15 DOC e 10 IGP,  il potenziale dal punto di vista vitivinicolo è enorme, soprattutto per le aree interne della Regione, non ancora sufficientemente valorizzate rispetto a Costiera e Vesuvio che si collocano invece tra le TOP 15 mete italiane del turismo.

Attualmente è la Legge Regionale 7 del 2024 a regolare l’attività eno-turistica in Campania, non solo definendo i soggetti e i limiti entro cui possono agire, ma prevedendo anche la formazione di operatori eno-turistici da impiegare all’interno delle strutture, e la costituzione di un Osservatorio regionale compartecipato.

Dal versante cantine, il turismo del vino deve puntare non solo su storytelling accattivanti e su un’accoglienza di tipo familiare, ma anche su destagionalizzazione, alti standard professionali – come un sito multilingue e di facile fruizione – e sull’interazione di cantine e operatori vitivinicoli con le diverse attività del tessuto territoriale,  quali musei, ristoranti, artigiani.

Da un punto di vista istituzionale, ad assumere un ruolo centrale nella filiera enoturistica devono essere  i consorzi, quali registi di promozione del turismo, mentre comune a tutte le istituzioni deve essere l’obiettivo di muoversi sotto un unico brand Campania capace di generare valore e di dare voce e forza anche alle micro realtà vinicole del territorio. Dalla due giorni di Campania.wine a emergere chiaro è il ruolo centrale dei consorzi di tutela vini e dell’interazione tra loro all’interno di un tessuto vitivinicolo diversificato e frastagliato come quello campano.

In un evento dove a fare la forza è stato il lavoro sinergico tra consorzi, a rendere ancora più evidente questo assunto è la grande assenza di due di essi: Campi Flegrei e Penisola Sorrentina.