Friuli, Colmello di Grotta – Il Giano che guarda il Collio e l’Isonzo

A due passi dal fiume Isonzo, tra Savogna e Farra, in località Grotta, si trova la cantina di Colmello di Grotta (appunto), nella collina di Villanova.

Ma dove siamo, in zona dell’Isonzo del Friuli o in Collio? Perché ospiti del Consorzio Collio, dei suoi vini dobbiamo parlare.

La soluzione è molto semplice e oltretutto strana. Gli edifici dell’azienda vinicola si trovano nell’Isonzo del Friuli, ma salendo e mirando (parafrasando il poeta di Recanati) di una ventina di metri entriamo in Collio, poiché questi terreni hanno grande affinità con esso e in fase di definizione del disciplinare vi rientrò a farne parte, per di più nella tenuta un tempo vi scorreva il fiume a delimitare le due zone, il quale da indisciplinato ora si è spostato trecento metri più in là.

Per tale ragione a Colmello di Grotta i vigneti situati in Collio, rimanendo completamente circondati dai relativi dell’Isonzo, sono ritenuti, a torto, un fanalino di coda e la zona è bistrattata.

Ci importa poco, saranno i vini a parlare di qualità o meno.

L’azienda vinicola ha 21 ettari, dei quali 15 sono quelli vitati tra Collio e Isonzo equamente divisi, gli altri sono bosco (ottima notizia) e indagando abbiamo contato 13 etichette complessive (ma aumenteranno) per circa 35.000 bottiglie l’anno. E’ certificata bio dal 2018.

Colmello di Grotta non ha ancora un vino Collio Bianco, probabilmente accadrà il prossimo anno e sarà prodotto solo con uve autoctone, mentre i vitigni monovarietali per il Collio sono: Sauvignon (cloni del Sancerre), Chardonnay (da poco impiantato con cloni dello Chablis), Ribolla Gialla, Pinot Bianco, Pinot Grigio.

Colmello di Grotta nasce ufficialmente nel 1965, grazie a Luciana Bennati, veneziana innamorata di queste colline, e oggi la cantina è guidata dalle due generazioni successive: Francesca Bortolotto Possati, imprenditrice e interior designer, e sua figlia Olimpia che aggiunge alla passione del vino quella dell’arte contemporanea. In effetti, le belle etichette delle bottiglie nominate Coldigrotta, una crasi che rende il nome più scorrevole, sono interamente disegnate da un artista amico di famiglia, Alfonso Clerici, pittore genovese di fama internazionale che ha lavorato a New York tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80,  frequentando tra l’altro la Factory di Andy Warhol, il celebre atelier di centro di produzione culturale attivo dal 1962 fino a poco prima della sua morte. Del resto dimestichezza con l’arte i Possati l’hanno, sostenendo con passione l’arte vetraria veneziana, e tra i promotori e sostenitori della Venice Glass Week, dedicato festival internazionale che quest’anno ne compierà dieci.

Per la consulenza enologica in azienda ci si avvale di Daniele Michelet di Conegliano.

Come ci ha spiegato Roberto Ottogalli direttore della cantina, fino al 2015 per la maturazione del vino si usavano le barrique. Oggi si adoperano delle anfore in gres fatte a mano da cinque ettolitri, al fine di mantenere le caratteristiche del vitigno e del territorio, contenitori che si limitano ad arrontondare il vino, senza aggiungere le cessioni proprie del legno, o delle più comuni anfore di terracotta. I vini pertanto eseguono sia un affinamento serbatoi di acciaio, che in anfora per circa sei fino a dieci mesi con i loro lieviti, e poi sono blendati in percentuali differenti secondo tipologia e annata, in media il rapporto è di 70 a 30 a beneficio dell’acciaio.

Dopo la pandemia si è scelto di uscire dopo tre anni dalla vendemmia, pertanto la corrente è la 2022.

Di Colmello di Grotta abbiamo assaggiato i seguenti vini, con l’ausilio di Olimpia Possati e Roberto Ottogalli:

Collio Ribolla Gialla 2022 12%

Proviene dall’appezzamento di 1,28 ettari del vitigno in Collio e compie la maturazione in serbatoio di acciaio per il 70% e anfora per il 30%. Prima annata 2004.

E’ una Ribolla fresca, fruttata, e minerale con pietra focaia, e alcuni riferimenti alle erbe aromaatiche.

Al palato mantiene la freschezza e al contempo è grasso, glicerico e ampio, con un finale dove ritornano le note minerali e una decisa sapidità, e una lieve ma percepibile sensazione amarognola regalata dal vitigno.

Collio Pinot Grigio 2022 13%

Da cloni alsaziani, effettua la medesima vinificazione del precedente vino.

Un bel mix tra il gelsomino e il pompelmo caratterizza l’elegante espressione olfattiva, che poi s’impreziosisce con suggestioni di tè verde.

Al palato esce una nota morbida, caramellata, che ricorda la mou, e il frutto che accompagna a lungo il ricordo del vino, assieme a una spiccata salinità.

Collio Pinot Grigio (ramato) 2022 12.5%

Ramato è scritto tra parentesi perchè il disciplinare del Collio non prevede di indicarlo in etichetta. Per differenziare i due vini si è ricorso al colore della capsula. La vinificazione avviene solo in anfora dove la macerazione dura venti giorni, svinato e rimesso in anfora per circa un anno con continui bâtonnage. Grazie alla prolungata macerazione, portando via parte degli zuccheri che rimangono sulla buccia, si ottiene un grado alcolico leggermente inferiore.

Bien fait, fin dall’olfatto il vino conquista con le sue note di frutta secca, di fiori secchi, e di fruttato dove emerge il melone giallo.

Al palato è ampio, molto elegante e persistente nella coerenza delle note percepite al naso. Una profondità da distillato che ovviamente incontra il mio personale plauso.

Collio Ribolla Gialla macerata 2023 12.5%

Il vino, prodotto solo nelle annate in cui l’uva è perfetta, sviluppa l’intera maturazione in anfora, dove permane per due settimane sulle bucce con fermentazione spontanea, e sei mesi di affinamento. Senza aggiunta di solfiti aggiunti rimane un ulteriore anno in bottiglia. La produzione è di appena 666 bottiglie l’anno (noi abbiamo testato la n. 346).

Anche questo è un vino notevole, con una indiscussa fragranza declinata al balsamico. Credo di riconoscere la celebre pastiglia che per non citarne il nome dirò che è gommosa con note balsamiche a base di levomentolo e olio essenziale di eucalipto, tutta verde e di forma piramidale. Croccante e intrigante si correda anche di frutta gialla matura e susina.

Al palato ha le caratteristiche dei vini macerati, senza le note astringenti, ricordi di buccia di pesca gialla, e di albicocca succosa. Grande infine la persistenza.

(atto a divenire) Collio Pinot Bianco 2025 13% campione

Anteprima della prima vendemmia con bottiglia presa dalla vasca, che uscirà in questo mese di giugno. La vinificazione è essenzialmente in acciaio, con un piccolo passaggio in anfora. 1.300 le bottiglie che saranno prodotte da dieci ettolitri.

Attualmente all’olfatto gioca sui sentori floreali, con gelsomino, fiori di acacia e altri bianchi, e spezie fra cui il pepe bianco. Molto intenso e fragrante.

Al suo morbido palato esce invece il tono fruttato (e la rima non guasta) e ha un finale sapido e speziato. Da riprovare più avanti perchè si tratta, di un promettente inizio per un vitigno che amo in particolar maniera, in generale e su ciò che il Collio ha saputo esprimere in passato e ahimè poco nel presente.

Concludendo, ammetto che non conoscendo l’azienda e avendo alcuni personali pregiudizi, non mi aspettavo un granchè dai suoi vini.

Che bello che è stato, invece, sentirsi smentiti.

Non a caso i latini dicevano in vino veritas (sebbene si riferissero ad altro).

Au revoir.

SKOK, “scocca” l’amore in Collio

Sanno bene gli illuminati viticoltori di quanto sia importante e fondamentale la presenza di un bosco a delimitare i vigneti. E’ fonte di umidità e di biodiversità, attuando una naturale filtrazione e purificazione dell’aria.

Da Skok, a meno di 400 metri dal confine sloveno in località Giasbana nel comune di San Floriano del Collio, Orietta, titolare dell’azienda vinicola assieme al fratello Edi, figli di Giuseppe, del bosco ne sono perfino immamorati, tanto da mancargli nelle escursioni presso altri colleghi fuori dalla loro regione.

La serenità di cui ho già menzionato in precedenza parlando del Collio, qui si compie e impera, poichè s’unisce a quella di chi produce il vino. I due fratelli e il figlio diciannovenne di Edi che abbiamo conosciuto nel press tour organizzato dal Consorzio del Collio, Nikolaj, apicoltore fin dall’età di dieci anni e mezzo, mi sembrano felici d’esistere, del luogo che li ospita, e orgogliosi della scelta di una vita rurale. Orietta poi è empatica, perennemente sorridente, e sembra baciata da Pan quanda parla di animali e di natura.

Quando capitombolò la mezzadria, il cui passato è rimembrato da Villa Jasbinae, il palazzo nobiliare posto al centro della proprietà edificato nel 1480 dai baroni Teuffenbach dove si svolgono le degustazioni quando il tempo lo consiglia, Giuseppe (Pepi) Skok e suo fratello Armando con l’aiuto delle banche ne acquistano la tenuta. E’ il 1968 e parliamo di un ettaro di vigneto con cento alberi di ciliegio, prati e bosco, e l’uva qui prodotta assieme al suo mosto si vendeva ad altre aziende.

Dal 1991 Skok imbottiglia grazie a Orietta e Edi succeduti a Giuseppe, e possiede 18 ettari di terreno, dei quali 11 vitati e nessun desiderio di espandersi ulteriormente.

Sette sono le etichette prodotte per circa 50.000 bottiglie l’anno.

Nella tenuta albergano cinque vitigni: Sauvignon, Chardonnay, Pinot Grigio, Friuliano e Merlot come unico a bacca rossa.

I filari dei vigneti sono alternati tra inerbito e lavorato (che non tutti in Collio attuano), perchè è stato notato che dove tutto era coperto d’erba, quando arriva l’acqua degli acquazzoni estivi se ne va via prima che il terreno la possa assorbire, mentre è recuperata dall’altro filare affianco rasato.

E’ l’arancione il colore aziendale, dal sito web, alle t-shirt (NE VOGLIO UNA), dai cartoni del vino, alle etichette e capsule di esso con il restyling del 2015, e non poteva essere diversamente. Rappresenta la solarità, l’energià, l’entusiamo, l’amicizia, il divertimento, è il tono delle rivoluzioni pacifiche, insomma tutte caratteristiche che ho ravvisato in Orietta e chi gli sta vicino.

Abbiamo assaggiato tutti i vini prodotti dall’azienda: i quattro monovitigni che vinificano in acciaio, Collio Pinot Grigio 2024 (36 ore di macerazione sulle bucce e 6 mesi di riposo sui lieviti), Collio Chardonnay 2024, Collio Sauvignon 2024, Collio Friulano Zabura 2025 che proviene da un cru; il Bianco Pe-Ar 2024, un vino da tavola dedicato ai fondatori Pepi e Armando, assemblaggio di Chardonnay (55% di cui circa un quarto è fatto surmaturare sulla pianta e passato in barrique per undici mesi), Pinot Grigio (30%), Sauvignon (15%); e i due Merlot, il Collio Merlot 2023 che vinifica in contenitori in acciaio, il Collio Merlot Villa Jasbinae 2019, proveniente da un unico vigneto, con 18 giorni di macerazione e affinamento in barrique nuove e usate di più passaggi per quattro anni.

Tutti vini corretti e ben eseguiti, tuttavia se fossi costretto a sceglierne solo due, non ho dubbi che il primo e l’ultimo sono stati quelli che mi hanno maggiormente impressionato. Il Collio Pinot Grigio 2024 per il suo vocato all’arancione aziendale, con agrumi, pompelmo dolce, frutta a polpa gialla, fiori bianchi, e per la freschezza, vivacità, beva e sapidità al palato; ricco ed elegante invece il Collio Merlot Villa Jasbinae 2019 maturato in barrique, con tannini setosi, morbidezza e beva, dominato da piccoli frutti a bacca rossa e scura, come la mora e il ribes rosso, un vino con ancora anni sulle spalle che regalerà emozioni in futuro.

I Vini Bianchi secondo Falstaff in festa a Roma

Il 23 giugno il Grand Hotel Plaza su Via del Corso ha ospitato il debutto romano del Falstaff White Wine Party, primo appuntamento italiano di un calendario che nei prossimi mesi toccherà diverse città da nord a sud del Paese. Simon Staffler e Othmar Kiem — team di Falstaff Italia, magazine di wine, food & travel lifestyle con solida presenza in Austria, Germania e Svizzera — hanno scelto la Capitale per lanciare un format che funziona perché è diretto: tasting, convivialità e intrattenimento in un’unica soluzione, accessibile ai navigati WineLovers come ai neofiti.

Dalle 14:30 alle 22:00, il Salone delle Feste del Plaza ha accolto 54 aziende vitivinicole da quattordici regioni — dall’Alto Adige alla Sicilia — offrendo al pubblico romano una panoramica trasversale dei bianchi italiani. Tra i produttori presenti, nomi come Abbazia di Novacella, Cantina Terlano, Cantina Tramin, Elena Walch, Inama, Livio Felluga, Querciabella, Pio Cesare, Grattamacco, Tasca d’Almerita e Fontanafredda, a rappresentare identità e approcci produttivi differenti. Notevoli i vini offerti in degustazione anche da produttori emergenti come i sicilianissimi Spadafora, i marchigiani Le Cime Basse, i toscani bolgheresi Colle Massari: a questi abbiamo dato particolare spazio nelle note degustative.

Il programma includeva tre masterclass gratuite nella Sala Giardino d’Inverno. Alle 15:00 il Consorzio Vini di Romagna ha aperto con Albana, l’underdog da scoprire. Alle 16:30 Inama ha condotto una verticale de I Palchi per Super-Soave, il grande bianco veneto. Ha chiuso alle 18:00 La longevità del Gewürztraminer, con Stephan Filippi di Cantina Bozen e Willi Stürz di Cantina Tramin per la prima volta insieme sullo stesso palco.

La serata si è conclusa con dj set e dress code ispirato alle tonalità del bianco — dettaglio coerente con il concept, non decorativo ma di un’eleganza stand-alone, ispirata dal piacere di stare assieme e celebrare la bellezza dei bianchi italiani che si fanno ormai strada nel mondo come, e ora forse spesso di più, i più affermati rossi italiani.

Pio Cesare, Timorasso Riserva 2023, Colli Tortonesi DOC.

Una splendida sorpresa da una cantina tra le più riconosciute per la storia scritta con i loro Barolo e Barbaresco. Un esperimento fuori dalle Langhe e nel cuore dei Colli Tortonesi, per affermare un bianco piemontese ormai protagonista, elaborandolo nel loro stile tipico con bella struttura, profondità del gusto e spiccato contrasto tra acidità e mineralità. Pensato per dare belle e piene sensazioni al palato, di mela e pera e albicocca, realizza l’obiettivo di avere rilevante longevità per un bianco complesso grazie alle armonie da cemento e legno. Promette evoluzione nel tempo evidenziando i sentori di pietra focaia e di idrocarburi. Una scommessa già vinta.

Elena Walch, Gewürtztraminer Vigna Kastelaz 2023, Alto Adige DOC

Nella selezione proposta a Falstaff di questa celeberrima cantina, troviamo un eccellente ed originale Pinot Bianco e un Sauvignon Blanc celebre come Castel Ringberg, ma è il loro Traminer aromatico a sparigliare la degustazione: un’insurrezione al naso di erbe aromatiche, rosa canina e agrumi, aprono a un palato ampio e appagante, elegante e tuttavia compassato per equilibrio, dal suadente corredo minerale quasi salino. Puro design enoico.

Le Cime Basse “Balzani”, 2022, Verdicchio Di Matelica Classico DOC.

Di Matelica si sa, il Verdicchio è speciale per intensità e ricchezza minerale. Alla piacevole e lunga freschezza si aggiungono note olfattive e gustative di mele verdi, fiori di limone, gardenie e gelsomino. Bello e intenso, l’araldo della casa di Giovanni Lippera. Colpisce nel segno.

Grattamacco Vermentino 2024, Bolgheri DOC

È sempre emozionante la riscoperta delle creazioni di casa Meletti Cavallari. La loro tenuta è come un luogo dei miracoli a Bolgheri e il loro Vermentino bolgherese è l’antesignano del genere nell’areale. 

Parte in legno, parte in acciaio, il lavoro in cantina è quasi alchemico. Ginestra e limoni costieri nel suo bouquet, con spezie e note salmastre a distinguere un vino integralmente bio e lunghissimo al sapore salino.

Esemplare e tipico, più di così?

ColleMassari “Melacce” Vermentino 2025, Maremma Toscana DOC

Una bella novità, dalla personalità scontrosa e piacevole della Maremma: il Melacce è un Vermentino  che alterna onde floreali a risacche minerali avvolte nelle note agrumate tipiche. Molto gastronomico.

Dei Principi di Spadafora Catarratto Bio 2025, Terre di Sicilia IGP

Un’espressione smaccatamente biologica di un vitigno tra i più identitari della Sicilia, il Catarratto Lucido. Fresco e salino, fruttato con intensità di pesca pera e mela rossa, l’immancabile nota agrumata di zagara e una cornice di erbe di collina a conferire un piccolo accento amarognolo. Bello e accessibile, amplissima gastronomia, dimostra che anche la nuova generazione con Enrica Spadafora può affermare i gusti e la tipicità dei vini di una casa vinicola davvero antichissima, storica. Tocca farne scorta.

Vinammare 2026, il festival dei vini della costa

Ad Acciaroli nasce un nuovo racconto del Mediterraneo del vino tra territorio, cultura e visione.

Nelle terre in cui il mito mediterraneo continua a dialogare con la salsedine e con la memoria dei luoghi, il porto di Acciaroli si è trasformato nel teatro di una manifestazione destinata ad aprire una nuova riflessione sul rapporto tra vite, mare e identità territoriale. Vinammare 2026 non si è configurato come una semplice rassegna di etichette, bensì come un autentico festival des vins de côte, un progetto culturale e territoriale che ambisce a ridefinire il racconto enologico delle terre affacciate sul Mediterraneo.

Fortemente sostenuta dall’amministrazione comunale di Pollica guidata dal sindaco Stefano Pisani, questa edizione zero ha assunto il valore di un vero e proprio manifesto programmatico: un primo passo, certamente perfettibile, ma già capace di delineare una visione chiara per il futuro dell’enoturismo cilentano.

Una Sinfonia di Territori e Sensazioni

L’atmosfera che ha avvolto il molo dominato dalla storica torre costiera è stata quella di un’eleganza informale, vibrante e partecipata. Un percorso degustativo ha accompagnato gli avventori lungo le coste del Mediterraneo, attraversando idealmente il sole e la mineralità della Sicilia, la raffinata sapidità della Toscana, la freschezza adriatica delle Marche e l’identità profonda del Cilento, con incursioni francesi a confermare il respiro internazionale della manifestazione. Un vero voyage sensoriel nel quale il vino si è fatto linguaggio comune e strumento di dialogo tra territori differenti ma accomunati dalla medesima vocazione marittima.

Parte del successo dell’evento è certamente riconducibile alla professionalità e alla disponibilità dello staff organizzativo, che ha garantito fluidità e accoglienza durante tutte le fasi della manifestazione. Sullo sfondo, i DJ set hanno costruito una raffinata soundscape experience, accompagnando gli assaggi con discrezione e armonizzandosi con il ritmo naturale del mare. A completare l’esperienza, gli stand gastronomici hanno celebrato la cucina cilentana, autentico chef-d’œuvre della Dieta Mediterranea.

Il Rigore Tecnico dell’Edizione Zero

Pur con le inevitabili imperfezioni di un debutto, Vinammare ha rivelato fin da subito una solida impostazione culturale. Protagoniste sono state le masterclass, occasioni di approfondimento sul “vino di costa”. «Composizioni», guidata da Alfredo Capasso, ha introdotto i partecipanti all’arte dell’assemblage, culminando nella creazione di cuvée abbinate ai formaggi locali. Con «Latitudini», il sindaco Stefano Pisani ha raccontato l’identità vitivinicola di Pollica attraverso il progetto Serre di Molino a Vento e l’esperienza «Underwater», dedicata all’affinamento subacqueo.

Questi incontri hanno arricchito il dibattito sulla viticoltura mediterranea, evidenziando il mare come elemento identitario capace di influenzare paesaggio, cultura e stile produttivo.

L’Origine e l’Emozione: Peppino Pagano si racconta

Uno dei momenti più intensi dell’intera manifestazione si è consumato durante la masterclass Origine, nel corso della quale Peppino Pagano, fondatore di San Salvatore, si è raccontato in dialogo con Vincenzo Pagano.

L’incontro ha rapidamente superato i confini della narrazione aziendale per assumere il tono di una riflessione profonda sul senso dell’appartenenza e sul valore del ritorno alle radici. Con evidente partecipazione emotiva, Pagano ha ripercorso il cammino che lo ha condotto dall’ospitalità di alto livello alla viticoltura, spiegando come il vino rappresenti il più potente ambasciatore di un territorio, capace di raggiungere ogni angolo del mondo portando con sé la storia, il paesaggio e l’anima del Cilento: “un vino buono viene solo nei posti belli e lo producono le belle persone”!

Particolarmente suggestivo il passaggio dedicato alle bufale, presenza iconica dell’universo San Salvatore. Non semplici elementi distintivi dell’immagine aziendale, ma autentiche protagoniste di un progetto agricolo che, fin dalle origini, ha sostenuto economicamente lo sviluppo dei vigneti e contribuito al mantenimento della fertilità dei terreni attraverso un modello virtuoso di integrazione tra allevamento e agricoltura. Particolarmente toccante è stata la rievocazione del legame con le proprie bufale. Questi nobili animali, la cui effigie domina con fiero éclat le etichette aziendali, furono le “mecenati” silenziose dei vigneti, finanziandone l’impianto e rigenerando l’humus della terra.

Non meno significativo il ricordo di Gillo Dorfles, il grande intellettuale e critico d’arte che ha lasciato un’impronta indelebile nell’identità visiva delle etichette San Salvatore, trasformando ogni bottiglia in un oggetto capace di coniugare estetica, pensiero e memoria.

Il Trionfo del Pian di Stio: Un Campione di Razza

Durante la chiacchierata, il protagonista nel bicchiere è stato il Pian di Stio 2022, degustato per l’occasione nel prestigioso formato Magnum. Questo Fiano in purezza, proveniente dalle vigne d’altura di Stio adagiate oltre i cinquecento metri tra boschi e correnti montane, ha mostrato una straordinaria capacità espressiva. Il profilo aromatico, caratterizzato da richiami di finocchio selvatico, menta e macchia mediterranea, si è sviluppato con progressione e profondità, sostenuto da una trama gustativa di grande equilibrio.

Il formato Magnum ha ulteriormente valorizzato l’evoluzione del vino, esaltandone precisione, armonia e potenziale di affinamento. Una dimostrazione concreta di come il grande bianco cilentano possa ambire a un affinage capace di sfidare il tempo con autorevolezza e grazia, raggiungendo livelli di complessità degni delle più importanti espressioni del panorama nazionale.

La Promessa: Verso il “Lazzaruolo”

Nel finale della manifestazione è emerso uno degli spunti più affascinanti per il futuro. Il sindaco Stefano Pisani, con la sua nota ed esigente lungimiranza, ha “strappato” a Peppino Pagano una promessa: progettare la realizzazione di un vino che sia l’ode definitiva ad Acciaroli. Il progetto, accolto con interesse, potrebbe dar vita a una nuova etichetta la cui etimologia araba (pianta selvatica) o greca (rifugio senza tempesta), lascia sospeso il luogo tra la linfa dei campi e la quiete del mare. Se realizzato, rappresenterebbe un forte simbolo di legame tra territorio, storia e visione contemporanea.

Uno Sguardo al Futuro

Se questa edizione zero ha rappresentato il seme, il terreno sul quale è stato affidato appare straordinariamente fertile. Vinammare ha dimostrato di possedere una forte identità narrativa, una visione territoriale riconoscibile e una capacità di coinvolgimento che meritano attenzione e continuità.

Al tempo stesso, proprio la natura pionieristica dell’iniziativa invita a una riflessione approfondita. Le intuizioni emerse, i punti di forza consolidati e le inevitabili criticità organizzative costituiscono oggi un patrimonio prezioso sul quale lavorare con lucidità e ambizione.

Molto resta da analizzare e da ripensare affinché l’edizione del prossimo anno possa compiere un deciso salto di qualità. Sarà necessario affinare il format, ampliare ulteriormente il respiro internazionale, rafforzare la proposta culturale e valorizzare ogni dettaglio della customer experience, trasformando un promettente debutto in un appuntamento di riferimento nel calendario enologico mediterraneo. La sfida è affascinante e il potenziale è evidente. Perché Vinammare non è soltanto un evento: è un’idea, una visione, un racconto ancora in divenire.

E proprio per questo, l’edizione Giugno 2027 dovrà avere il coraggio di essere non solo più grande, ma più incisiva, più autorevole, più sorprendente. In una parola, sbalorditiva.

Pozzuoli protagonista del gusto: la Live Cooking Experience al White Chill Out Lungomare celebra l’eccellenza tra cucina, mare e grandi collaborazioni

Una serata esclusiva tra alta gastronomia, cooking experience e valorizzazione del territorio con chef, aziende e professionisti dei Campi Flegrei. Il fascino del mare, l’eleganza degli eventi e la ricerca gastronomica sono stati i protagonisti della Live Cooking Experience andata in scena il 17 giugno al White Chill Out Lungomare Pozzuoli.

Come parlare di gusto e territorio grazia alla sinergia tra gli attori del panorama enogastronomico puteolano, con banchi dedicati alle ostriche e mitili nostrani, cocktail esclusivi curati dai bartender del momento e piccoli morsi alla brace o fritti sempre a base del miglior pescato locale.

Una serata riservata alla stampa e agli ospiti selezionati che ha raccontato una nuova idea di ospitalità: un’esperienza capace di unire cucina, atmosfera e cura dei dettagli, valorizzando le eccellenze del territorio attraverso un percorso sensoriale completo. Nel menu hanno trovato spazio il Roll bun crostacei, il Baccalà fritto con pomodoro datterino e Parmigiano 24 mesi, il Fish & Chips di tonno, i Tagliolini al battuto di gamberi, burro e limone e lo Zito con pescato del giorno e datterini, fino al dessert Plateau Dolce Vita.

“Il White Chill Out Lungomare nasce con l’idea di creare momenti che restano nel tempo – racconta Nicola Scarmadella, proprietario del White Chill Out Lungomare –. La Live Cooking Experience è stata la dimostrazione di quanto sia importante fare rete con professionisti e realtà che condividono la stessa attenzione per qualità, bellezza e accoglienza. Vogliamo continuare a raccontare Pozzuoli attraverso eventi capaci di unire il territorio alle eccellenze che lo rappresentano.”

La serata ha visto anche protagonista il mondo del vino grazie agli abbinamenti curati dal Sommelier Guido Del Vecchio, con le etichette di Cantine Palazzo Marchesale, Carputo Vini e Cantine Federiciane, selezionate per accompagnare ogni portata e valorizzare il percorso gastronomico. Fondamentale il contributo delle realtà legate al mare e alla qualità delle materie prime: Pastai Cacciapuoti, Ittica Albi e Ittica D’Isanto Pozzuoli hanno supportato la valorizzazione del pescato, mentre Magno Food, MARR Home, Legami D’Amore hanno contribuito alla riuscita dell’organizzazione e alla cura dei dettagli.

L’esperienza è stata completata dalla proposta sushi dello Chef Romerson Cohelo che ha portato in tavola l’eleganza della tradizione giapponese, e dai Signature Cocktails di Luigi Scarmella Bartender, insieme alla selezione di Caffè Kremoso per il finale dedicato agli ospiti.

La Live Cooking Experience conferma il ruolo del White Chill Out Lungomare Pozzuoli come luogo di riferimento per eventi, lifestyle e alta cucina nei Campi Flegrei, dove il mare diventa la cornice naturale di esperienze uniche.

Regina Ribelle 2026: un viaggio nella Vernaccia tra vigne, storie e identità

Ci sono giornate che non si limitano a raccontare un territorio: lo attraversano.
La mia giornata di Press Tour di Regina Ribelle 2026, organizzata dal Consorzio della Vernaccia di San Gimignano, è stata esattamente questo: un viaggio dentro tre cantine, tre famiglie, tre modi diversi di interpretare un vitigno che continua a sorprendere per profondità, versatilità e radici culturali.

Un percorso che ha mostrato, ancora una volta, come la Vernaccia sia un vino capace di parlare molte lingue, pur restando fedele alla sua identità.
Una identità che si costruisce nel tempo, nelle scelte agronomiche, nella cura quotidiana e nella relazione tra chi la produce e chi la racconta.

Pietra Serena: la collina che abbraccia la storia

La prima tappa è Pietra Serena, azienda della famiglia Arrigoni.
Una storia che parte dalle Cinque Terre e arriva a San Gimignano nel 1966, quando Bruno Arrigoni decide di mettere radici qui. Oggi l’azienda conta 40 ettari che abbracciano un’intera collina: un mosaico di suoli e esposizioni che permette di costruire stili diversi di Vernaccia.

La filosofia è chiara: “Si lavora bene in vigna per lavorare meno in cantina.” Acciaio, controllo della temperatura, legni a tostatura media, cemento per il finissage: una tecnica essenziale, mai invadente, che lascia parlare il frutto.

La degustazione è un viaggio nella coerenza stilistica della famiglia:

  • Sparkling Vernaccia metodo Charmat, fresca e diretta.
  • Vernaccia 2025, frutto di parcelle diverse, alcune con vigne di 60 anni.
  • Vigna del Sole 2025, complessa, stratificata, con un legno gentile.
  • Riserva Cretula 2024, da suolo argilloso, profonda e verticale.

E poi la sorpresa: il Vermentino Nero, 4 ettari coltivati proprio a San Gimignano, ponte ideale tra Toscana e Liguria.

Rosa di Maggio: la Liguria che dialoga con la Toscana. La seconda parte della degustazione è un cambio di prospettiva: la linea Rosa di Maggio, che porta nel bicchiere l’anima dei Colli di Luni e delle Cinque Terre. Dall’Albarola delicata ma espressiva al Vermentino Superiore della Cascina dei Peri, fino al Pipato Cinque Terre 2023, frutto di agricoltura eroica e vitigni recuperati.
Un vino che profuma di macchia mediterranea, ginestra, vento salmastro.

Un racconto che dimostra come la Vernaccia possa dialogare con altre identità senza perdere la propria.

Casa alle Vacche: la continuità di una famiglia

La seconda cantina è Casa alle Vacche, guidata da Andrea Ciappi, uno dei Vice Presidenti del Consorzio, e dalla sua famiglia, con la consulenza di Paolo Salvi.
Una storia agricola autentica: dalla stalla al vino, quattro generazioni, oggi 100.000 bottiglie e un export solido.

La verticale della Vernaccia “I Macchioni” 2023, 2021, 2019 è un esercizio di memoria e coerenza.
Annate diverse, stessa impronta: precisione, pulizia, identità territoriale.

Le Riserve Crocus mostrano invece la capacità della Vernaccia di evolvere nel tempo, passando da interpretazioni più classiche a letture contemporanee.

Fattoria di Fugnano: la visione che nasce da una scelta

L’ultima tappa è Fattoria di Fugnano, una storia che sembra un romanzo.
Il nonno di Laura, siciliano, imprenditore e collezionista d’arte, si innamora di San Gimignano e decide di iniziare a fare vino.
Alla sua morte, nel 1997, la famiglia pensa di vendere, ma Laura allora giovanissima sceglie di restare, imparare, costruire.

Dal 2003 inizia a imbottigliare con il proprio brand.
Oggi, con il supporto tecnico di Emiliano Falsini, la cantina è una delle realtà più interessanti del territorio.

La degustazione è un crescendo: dalle Vernacce base alle selezioni Donna Gina, fino alle annate storiche come la 2019. Vini che parlano di altitudine, luce, precisione.

La cena di gala: la Vernaccia sotto le torri

La giornata si chiude in Piazza Duomo, sotto le torri illuminate.
Una cena di gala che è molto più di un evento: è un rito collettivo, un momento in cui produttori, giornalisti, tecnici e appassionati si ritrovano per celebrare un vino che continua a evolvere.

A tavola con Cristina Mercuri, la prima Master of Wine donna italiana, che ho avuto l’onore di conoscere personalmente e Marialuisa Cesani, che con la sorella Letizia è alla guida di una delle realtà più rappresentative del territorio.

Un territorio che continua a raccontarsi Il Press Tour di Regina Ribelle 2026 non è stato solo un viaggio tra cantine.
È stato un viaggio nella identità della Vernaccia: tre cantine, tre storie, tre modi diversi di raccontare la stessa anima.

Il Capodanno del Mugnaio compie 10 anni: la celebrazione del territorio e della filiera agricola di Mulino Caputo

Mulino Caputo valorizza la filiera del grano dal 1924, ed è proprio per celebrare questo impegno che, dieci anni fa, è nato il Capodanno del Mugnaio: una ricorrenza che trasforma il momento della trebbiatura in una vera e propria festa contadina.

Il 6 luglio si rinnova, dunque, il rito che celebra il valore del ‘buono e del bello’, nato dal profondo rispetto per la natura e per la cultura contadina. Come da tradizione, in occasione del Capodanno, il Mulino apre le porte a una riflessione sul valore del chicco di grano: dalla selezione delle sementi alla macinazione lenta che ne preserva le caratteristiche organolettiche. Ogni sacco di farina Caputo rappresenta il compimento di questo “nuovo anno” che inizia con la mietitura.

Il Capodanno del Mugnaio è per noi il momento in cui la terra ci restituisce il frutto di un anno di lavoro” dichiara Antimo Caputo “Festeggiarlo è  il nostro modo di ringraziare la filiera, dal campo al forno e di rinnovare il patto di fiducia tra Mulino Caputo e gli agricoltori.”

Le celebrazioni si terranno presso l’azienda agricola di Francesco D’Amore; il momento culminante sarà la trebbiatura, accompagnata da dimostrazioni di antichi mestieri e momenti di condivisione che vedranno protagonisti produttori, pizzaioli, chef, pasticceri e appassionati. Attualmente il Mulino conta su una rete di circa 3.000 ettari, distribuiti tra Lazio, Campania, Puglia, Basilicata e Molise, in grado di garantire una collaborazione virtuosa basata sulla sostenibilità e sulla valorizzazione delle specificità territoriali.

Per noi il grano non è solo una preziosa materia prima, ma è ricerca e identità” aggiunge Caputo “Grazie anche alla preziosa collaborazione con il Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, coordinato dal professor Mauro Mori, docente di Agronomia e coltivazioni erbacee, che da sempre sostiene la nostra attività di ricerca, abbiamo intrapreso un percorso fondamentale verso coltivazioni biologiche e sempre più sostenibili.”

Mulino Caputo guarda al futuro con la consapevolezza di chi ha saputo trasformare una tradizione in un modello di innovazione agricola, mantenendo sempre al centro il rispetto per la terra. 

Tutte le volte che si abusa del termine “terroir”…

Questo pezzo avrebbe potuto intitolarsi “Terroir come espressione fenotipica di Vitis vinifera L. a piede franco: superamento della discontinuità vascolare e dell’alterazione trascrittomica da portinnesto” ma per evitare a qualcuno possa venire in mente ci si voglia arrogare la pretesa di scrivere seriamente sul tema, quando in realtà dovrebbero essere ben più erudite penne a esprimersi, lo facciamo uguale, ma col titolo “Tutte le volte che si abusa del termne terroir” … l’ampelografia reale va a farsi friggere.

Il concetto moderno di terroir trova la sua validazione scientifica nell’espressione fenotipica di un genotipo in un determinato ambiente pedoclimatico. Storicamente, l’intera zonazione e la classificazione dei suoli viticoli d’eccellenza sono state codificate su piante a piede franco. Eppure, nel linguaggio comune del vino, la parola terroir è diventata un passe-partout: un termine inflazionato, svuotato del suo rigore e svenduto al marketing della suggestione, capace di offrire una qualità percepita del territorio priva di autenticità in valore assoluto.

Se vogliamo maneggiare questo concetto con cognizione di causa, dobbiamo spogliarlo della sua veste puramente geografica. Il terroir non è solo terra e clima: è un processo dinamico, uno spazio semantico dove convergono biologia, geologia e antropologia, senza mediazioni.

Tuttavia, l’enologia contemporanea ignora sistematicamente un presupposto fondamentale: affinché questo flusso relazionale si compia nella sua interezza, anche l’organismo trasmittente deve essere integro. L’avvento della fillossera e la conseguente introduzione del portinnesto americano hanno sì salvato la viticoltura, ma hanno al contempo inserito un elemento di alterazione permanente. Quella salvifica protesi sotterranea si configura oggi come un diaframma metafisico e biologico. Interrompendo la continuità originaria tra la Vitis vinifera e il suolo, l’innesto silenzia la frequenza più pura della terra, trasformando un dialogo millenario in un monologo squisitamente tecnologico, alterato e discontinuo a livello linfatico.

La comprensione profonda del terroir richiede un’archeologia del sapere viticolo. L’intera architettura dei grandi vini e le gerarchie dei cru storici sono nate prima della grande frattura fillosserica, fondandosi esclusivamente su piante a piede franco. Quando i monaci cistercensi mapparono i suoli della Borgogna, o quando l’editto del 1395 emanato da Filippo II l’Ardito bandì il Gamay definendolo un vitigno “molto cattivo e sleale” a favore del “buon vitigno” Pinot Noir, l’intento non era puramente agronomico, ma filosofico e organolettico allo stesso tempo. Si cercava l’espressione assoluta del luogo attraverso un organismo indiviso.

La stessa Classificazione del 1855 a Bordeaux ha cristallizzato il valore dei più grandi territori del mondo basandosi su vigne franche. Questo dimostra che l’idea stessa di terroir stampata nella memoria collettiva non è un’invenzione dell’enologia moderna, bensì il ricordo di un’armonia biologica perduta, dove la terra parlava direttamente all’acino senza intermediari genetici.

Sotto il profilo strettamente biologico, l’innesto rappresenta una barriera permanente nel sistema vascolare della pianta. La fusione tra il nesto e il portinnesto avviene attraverso un callo parenchimatico di cellule indifferenziate che genera una discontinuità nella connessione xilematica. Questo “collo di bottiglia” idraulico aumenta la resistenza interna e altera il flusso della linfa grezza, ostacolando il trasporto polare delle auxine e degli altri messaggeri chimici.

Dal punto di vista biochimico, l’apparato radicale della vite americana opera come un laboratorio endocrino estraneo: esso sintetizza citochine e acido abscissico secondo schemi genetici propri, inviando alla parte aerea segnali di maturazione e di gestione dello stress idrico parzialmente distorti. Il messaggio della terra viene così tradotto e modificato da un DNA estraneo prima di raggiungere il grappolo.

A livello nutrizionale, la letteratura scientifica evidenzia l’iper-efficienza del portinnesto nell’assorbire il potassio dal suolo. Tale eccesso di cationi si riversa nell’acino, dove l’acido tartarico viene salificato e precipita sotto forma di bitartrato. Il risultato biologico è un innalzamento sistematico del pH del mosto: il vino perde la sua naturale verticalità acida, costringendo la cantina a interventi correttivi massivi che simulano chimicamente una freschezza originaria che la pianta non è più in grado di esprimere.

Nelle istruzioni per l’uso del terroir, l’atto dell’assaggio diventa uno strumento di indagine filosofica e scientifica. Il vino da piante non innestate si distingue per tre precisi vettori sensoriali:

Omeostasi Acido-Base ed Efficacia Sensoriale: Il Vettore Idrogenionico

La conservazione di un pH naturalmente basso nel vitigno non innestato è l’effetto diretto di una regolazione cinetica controllata nell’assorbimento del catione. A livello organolettico, questa stabilità della concentrazione idrogenionica libera si traduce in una stimolazione lineare dei recettori cellulari e dei canali ionici (come i canali PKD2L1) deputati alla percezione della componente acida.

L’assenza di salificazione precoce dell’acido tartarico preserva la forza ionica intrinseca della soluzione idroalcolica. Dal punto di vista reologico e sensoriale, ciò determina una progressione gustativa continua e focalizzata, definibile come “tensione acida nativa”. Questo equilibrio dinamico sostiene la massa del vino senza generare la tipica risposta astringente o disorganizzata riscontrabile quando l’acidità totale viene corretta artificialmente mediante addizioni tardive in cantina.

Sincronia di Fase della Maturazione Polifenolica e Reologia dei Tannini

L’assenza della resistenza idraulica specifica indotta dal callo parenchimatico dell’innesto garantisce la continuità del flusso xilematico e l’integrità del potenziale idrico fogliare. Questa stabilità omeostatica previene i micro-arresti fotosintetici indotti da stress idrico artificiale, consentendo una sincronizzazione ottimale tra l’accumulo glucidico (maturazione tecnologica) e la polimerizzazione dei flavonoidi nei tessuti vacuolari del seme e della buccia (maturazione fenolica).

Ne consegue l’estrazione di proantocianidine ad alto grado di polimerizzazione media (mDP), strutturalmente stabilizzate e associate a frazioni polisaccaridiche endogene. Al palato, queste macromolecole manifestano una ridotta affinità di legame verso le proteine salivari (come la mucina e le PRP), attenuando il fenomeno dell’astringenza grezza e l’attivazione dei recettori dell’amaro (TAS2Rs). La frazione tannica risulta così perfettamente integrata, levigata e priva di monomeri fenolici liberi o composti derivanti da necrosi cellulari o arresti metabolici dell’acino.

Dinamiche Metabolomiche dello Scudo Antiossidante e Protezione del Corredo Volatile

L’integrità del sistema immunitario e radicale della vite a piede franco promuove una sovraespressione dei geni codificanti l’enzima stilbene sintasi, stimolando la biosintesi di composti della classe degli stilbenoidi, tra cui il trans-resveratrolo e i suoi oligomeri, le viniferine. Sotto il profilo chimico, queste molecole agiscono come sistemi redox endogeni ad altissima efficienza, capaci di intercettare i radicali liberi e le specie reattive dell’ossigeno prima che si inneschi la degradazione per via ossidativa.

Questa protezione endogena preserva l’integrità dei precursori aromatici primari, specificamente i monoterpeni liberi e i tioli varietali legati ai gruppi solfidrilici (come il 3-mercaptoesanolo o 3MH). La stabilità cinetica di questo scudo molecolare garantisce una netta purezza del profilo olfattivo e una resistenza intrinseca all’invecchiamento atipico.

Al contrario, la vite innestata, a causa dell’alterazione trascrizionale indotta dal portinnesto, presenta una minore dotazione endogena di questi antiossidanti naturali. Ciò rende la matrice instabile e costringe l’enologia interventista a ricorrere a correzioni esogene massive come, ad esempio, i tannini sacrificali e i derivati di lievito ricchi in glutatione, o a trattamenti fisici di rimozione del potassio, come le resine a scambio ionico, per simulare artificialmente la longevità nativa del piede franco.

Fisiologia molecolare della percezione: Meccanismi recettoriali del pH

La scomposizione sensoriale descritta non risponde a suggestioni estetiche, ma a precise cascate biochimiche che si attivano all’interno della cavità orale. L’assaggio di un vino da Vitis vinifera L. a piede franco stimola i recettori biologici in modo qualitativamente differente rispetto a un vino da pianta innestata, attivando una via di trasduzione del segnale verso il sistema nervoso centrale che il cervello traduce come un’esperienza di freschezza integrata.

Il pH naturalmente basso del piede franco attiva le cellule gustative di Tipo III presenti nei bottoni caliciformi della lingua. La compressione molecolare della freschezza avviene tramite una precisa sequenza elettrofisiologica:

Ingresso dei protoni: Gli ioni idrogeno liberi penetrano nel citoplasma delle cellule di Tipo III attraversando il canale selettivo per i protoni OTOP1 (Otopetrin-1).

Acidificazione citosolica e blocco del potassio: L’afflusso satura l’ambiente intracellulare, provocando la chiusura dei canali del potassio voltaggio-indipendenti (specificamente la famiglia Kir2.1), impedendo la naturale fuoriuscita di potassio dalla cellula.

Depolarizzazione di membrana: La ritenzione forzata dei cationi di potassio all’interno della cellula inverte il potenziale di membrana a riposo, innescando una depolarizzazione cellulare che apre i canali del calcio voltaggio-dipendenti.

Attivazione del complesso PKD2L1: Il canale PKD2L1 (Polycystic Kidney Disease 2-Like 1), un canale cationico non selettivo permeabile al calcio appartenente alla superfamiglia dei transitori di potenziale recettoriale (TRP), funge da modulatore termico, chimico e cinetico dell’impulso. Nelle cellule di Tipo III, il complesso formato da PKD2L1 invia un segnale polarizzato e ad alta frequenza al nervo della corda del timpano (chorda tympani).

Poiché il mosto a piede franco non ha subito la salificazione da potassio indotta dall’iper-efficienza radicale della vite americana, la concentrazione di protoni liberi stabili è massima. L’attivazione di OTOP1 e Kir2.1 è netta e priva di fluttuazioni ioniche. Il cervello riceve un segnale acido geometrico e pulito, non alterato da picchi salini che provocherebbero un’attivazione spuria dei recettori del salato o dell’amaro, e che si traduce nella percezione della “verticalità acida”.

Idrodinamica orale e affinità cinematica dei tannini: Il ruolo delle PRP salivari

L’assenza di micro-arresti fotosintetici nel piede franco, garantita da un flusso idraulico integro, permette la sintesi di proantocianidine ad alto Grado di Polimerizzazione Medio (mDP). La forma e le dimensioni di queste molecole polifenoliche determinano il comportamento reologico del vino a contatto con il fluido salivare.

Nelle maturazioni frammentate dei vigneti innestati, l’astringenza standard è definita dalla capacità dei tannini corti o monomerici di legarsi rapidamente alle proteine ricche di proline (PRP, Proline-Rich Proteins) e alle mucine che compongono il velo lubrificante della mucosa orale. Questo legame idrofobico causa la precipitazione delle proteine, aumentando l’attrito meccanico all’interno della cavità orale. Il cervello interpreta questo incremento d’attrito come una sensazione tattile rugosa, secca e allappante.

Al contrario, le macromolecole tanniche ad alto mDP, tipiche della vite non innestata, possiedono una struttura sterica estesa e flessibile. Quando entrano in contatto con le PRP della saliva, formano complessi colloidali stabili e solubili, anziché aggregati insolubili che precipitano immediatamente. La viscosità e la capacità lubrificante del velo salivare rimangono inalterate. I meccanocettori orali, come i corpuscoli di Meissner, non registrano un aumento della frizione o della rugosità. Al palato, la trama polifenolica viene percepita come vellutata e levigata, poiché il tessuto biologico non subisce lo shock meccanico da precipitazione proteica.

Oggi, per evitare derive ideologiche, la comunicazione del settore ha contrapposto il concetto di terroir assoluto a quello di terroir mediato o condizionato. Si è creata una scissione netta tra la realtà biologica della terra e la narrazione commerciale del vino, insomma, un tentativo di campo largo un tanto al chilo per giustificare l’assenza di coerenza semantica.

La stessa narrazione commerciale del vino potrebbe cominciare a parlare più spesso di acidificazione pre-fermentativa, resine a scambio ionico, utilizzo di ceppi di lievito acidificanti, tannini proantocianidinici ed ellagici, derivati di lievito ricchi in glutatione e di tutti quei processi che raddrizzano in cantina ciò che il portinnesto distorce in vigna. A lor piacendo s’intende. Preservare o reintrodurre il piede franco laddove le condizioni del suolo, tra cui sabbie, altitudini e matrici vulcaniche, lo consentono, non è un esercizio di romanticismo passatista. È una necessità scientifica e filosofica. Significa rifiutare l’omologazione del filtro tecnologico per ritrovare l’archetipo biologico del vino. Solo eliminando la protesi sotterranea possiamo restituire al terroir la sua funzione primaria: essere la voce nuda, pura e indomita della terra che si fa vino. È, in ultima analisi, l’unica via per cui il vino possa dirsi realmente, radicalmente, figlio della terra e della gente che quella terra non ha mai smesso di abitare e difendere.

Toscana, il racconto delle “2 sponde d’Arno”

Presso L’Osteria Cantagallo di Capraia e Limite (FI) è stata presentata alla stampa e alle autorità locali la nuova associazione di produttori “2 Sponde d’Arno“.

In passato era un’area che faceva parte del rinomato Consorzio Chianti Putto. Le due sponde dell’Arno uniscono questo gruppo di produttori per dare impulso, valorizzare e far conoscere questo incantevole lembo di Toscana, territori profondamente legati da un’antica tradizione vitivinicola. Un gruppo di amici, coesi e uniti negli intenti,  pronti a sostenersi ed aiutarsi a vicenda con il comune denominatore di produrre vini di qualità. 

Un’area vocata per la produzione di vino che affonda le sue radici ai tempi degli Etruschi, il vino che beveva a tavola anche la famiglia dei Medici, coloro che hanno contribuito alla sua fama. Già nel 1716, con il Bando emanato da Cosimo III de’ Medici, vennero individuate e tutelate alcune delle zone più vocate alla produzione di vino in Toscana, tra cui territori lambiti dall’Arno, Carmignano, Chianti, Pomino e Valdarno di Sopra.

Un territorio noto e conosciuto,  che meriterebbe una maggiore valorizzazione, anche tramite la strada giusta dell’associazionismo.

Le aziende che fanno parte del progetto “2 Sponde d’Arno” sono: Canneta I Mori di Lastra a Signa, Fattoria Castellina di Capraia e Limite, Fattoria di Piazzano di Empoli, Fattoria Sammontana di Montelupo Fiorentino, Impresa Agricola Colle Paradiso di Limite sull’Arno, Petrognano di Montelupo Fiorentino, Podere La Botta di Limite sull’Arno, Tenuta Cantagallo di Capraia e Limite, Tenuta San Vito di Montelupo Fiorentino e Caffè Negro di Limite sull’Arno. I comuni di produzione ricadono nelle denominazioni Chianti,  Chianti Montalbano e Chianti Colli Fiorentini,  tuttavia si producono anche altri vini sia bianchi,  rosati e rossi con la denominazione Toscana Igt.

Un pranzo servito con prodotti dei vari comuni e piatti territoriali accompagnato da tutta la gamma dei loro vini, disponibili in un unico grande tavolo ha anticipato la degustazione ai tavoli di assaggio.

Ecco alcune brevi nozioni delle aziende ed almeno 1 vino selezionato

Canneta – I Mori si trovano a Lastra a Signa, si estendono su una superficie di 120 ettari  di cui 50 sono vitati e 15 occupati da oliveti. Di proprietà della famiglia Giannelli. Il vino che ho apprezzato di più è: Chianti Riserva I Mori 2021.

Fattoria di Castellina posta a pochi km da Firenze alle pendici del Monte Albano, la superficie complessiva è di 110 ettari di cui 10 di vigneto e 30 di oliveti.  Di proprietà della famiglia Montomoli, oggi alla Guida ci sono Eleonora e Francesco.  Il vino che mi ha colpito di più è:  Chianti Montalbano Riserva 2020.

Fattoria di Piazzano è immersa nella campagna attorno ad Empoli sulla sommità di una collina. La famiglia Bettarini coltiva la vite dal 1948. Giunta alla terza generazione con 34 ettari di vigneto.  Il vino che ho apprezzato di più è:  Chianti Riserva Piazzano 2021.

Fattoria Sammontana di Montelupo Fiorentino, già appartenuta alla famiglia Medici, i vigneti su cui affondano le radici di varietà autoctone ed internazionali e condotte in biologico sono 13.  Il vino che mi è piaciuto di più è: Chianti Superiore Sanfirenze 2022.

Colle Paradiso Impresa Agricola si trova nel Comune di Capraia e Limite sulla riva destra del fiume, i vigneti occupano una superficie di 14 ettari sui complessivi 32. Di proprietà delle famiglie Chiarugi e Priori. La cantina è stata recentemente ristrutturata. Il vino a me più gradito: Chianti Riserva 2021.

Fattoria Petrognano posta nel Comune di Montelupo Fiorentino,  si estende su una superficie di circa 85 ettari, di cui 25 sono vitati. Di proprietà della famiglia Pellegrini,  oggi al timone ci sono Emanuele Pellegrini e Monica Rossetti. Dal 2017 sono certificati biologici. Il vino che maggiormente mi ha colpito: Meme Chianti Superiore 2024.

La Botta a Limite e Capraia produce vini biologici da vitigni autoctoni in una superficie di 3 ettari. Di proprietà della  famiglia Bartolini, oggi gestita da Andrea e Mauro Pagnini.   Il vino maggiormente apprezzato è: Crono 62 Orange ottenuto da Trebbiano.

Tenuta Cantagallo di Capraia e Limite, l’azienda che ci ha ospitato vanta 200 ettari, di cui 30 sono dedicati alla vite. Dal 1970 è di proprietà della famiglia Pierazzuoli. Il vino che ho apprezzato di più è: Chianti Montalbano Riserva Il Fondatore 2020.

Tenuta San Vito di Montelupo Fiorentino vanta 30 ettari di vigneto in una superficie totale di 130. Al timone dell’azienda c’è Neri Gazzulli  nipote del fondatore Roberto Drighi. Fondata nel 1960 e dal 1985 è biologica.Il vino da me molto apprezzato: Madiere Chianti Colli Fiorentini Riserva 2021. 

Caffè Negro è una torrefazione di caffè di Limite sull’Arno. Da 70 anni vengono accuratamente selezionate le miscele. Fondata dai fratelli Negro che ancora oggi porta il loro nome.

A Napoli Taverna La Riggiola presenta il suo menù estivo

La riggiola è la mattonella maiolicata, portata a Napoli dagli Aragonesi nel XV secolo e diventata uno degli elementi tipici dell’architettura partenopea. E’ anche il nome del ristorante di Pietro Micillo nel cuore del quartiere Chiaia: situato al piano strada del palazzo di famiglia in Vico Satriano, internamente è decorato con riggiole dai motivi geometrici risalenti al XVIII secolo.

Una piccola taverna, in cui si alternano gouache napoletane a ceramiche vietresi per riprodurre l’atmosfera calorosa di una casa partenopea, dove Pietro accoglie i propri ospiti. L’occasione per visitarla è stata la presentazione del nuovo menù estivo del locale. La cucina è quella tradizionale napoletana basata sui prodotti dell’orto della famiglia Micillo, che a partire dalla fine dell’Ottocento, è arrivata a coltivare fino a mille ettari tra Giugliano, Dugenta e Melizzano. Oggi Pietro si prende personalmente cura dell’ultimo ettaro  rimasto a Torre San Severino, da cui giornalmente provengono le verdure che lo chef Marco Montella utilizza nella creazione dei piatti presenti a menù.

Il dattero è l’ingrediente di base dell’amuse bouche d’ingresso. Simbolo di ospitalità nella cultura nordafricana, qui lo degustiamo ripieno di crema di caprino e noci. Pietro ci spiega che è un omaggio alla tradizione alimentare mediterranea, le cui origini letterarie vanno ricercate nel Liber de Coquina redatto alla corte di Federico II.

Proseguiamo con un secondo amuse bouche: la baby melanzana in parmigiana. Colta non più lunga di pochi centimetri, è servita con salsa di pomodoro e formaggio, da mangiare in un unico boccone. Una chicca che troviamo a menù grazie all’approvvigionamento quotidiano e diretto dall’orto di proprietà.

A rendere speciale la cucina de La Riggiola è la costante ricerca filologica fatta su antiche ricette a partire dall’epoca di Federico II fino agli scritti del Cavalcanti, che spesso menzionano verdure e legumi rari, sapientemente recuperati da Pietro Micillo.

E’ il caso del fagiolo a Formella, un’antica varietà dalla forma schiacciata e trapezoidale, facilmente digeribile. Unica varietà di fagiolo Lunatus presente in Europa, si trova solo in Campania. Di sapore delicato e vagamente vegetale, lo degustiamo in zuppetta, con crostini, pomodori secchi e sedano.

La cucina de La Riggiola è una vera e propria fucina di idee perché fondamentale è il confronto quotidiano tra Pietro Micillo, Marco Montella e gli altri membri dello staff di cucina nella creazione di nuovi piatti che prendono le mosse dai prodotti della terra.

Così i mezzi paccheri cozze e peperoncini di fiume: un piatto che unisce il mare e la terra, equilibrio di sapori e sensazioni tattili.

Mentre la portata successiva, tagliolini fatti in casa alla Nerano, “mette d’accordo i due partiti”, ci spiega Marco, “quello del parmigiano e quello del Provolone del Monaco: utilizzo entrambi per creare un’emulsione che, insieme all’olio della zucchina fritta, condisce la pasta.” A completare il piatto la baby zucchina, colta appena spuntata nell’orto: un’altra piccola chicca che mette d’accordo la passione di Pietro per la sua terra con la creatività di Marco.

Anche lo studio dei dolci è incentrato su sapori e ricette antiche. D’estate non manca mai il sorbetto per rinfrescare il palato prima di passare alla vera e propria pasticceria. Noi abbiamo assaggiato quello alla fragola, ma Pietro ci parla anche di quello alla feijoa, pianta di origine sudamericana già presente negli orti borbonici di Napoli, o di quello all’anguria arricchito con semini di cioccolato.

“Marco è uno chef molto preparato e di grande esperienza. Ma ancora più importante è la sua qualità umana, i suoi principi”, ci racconta Pietro. Caratteri che si evidenziano nel suo ruolo in cucina: presente ma non ingombrante, lascia libero spazio d’espressione a tutti i membri dello staff. Luca Schiattarella, pastry chef, è l’autore dei panificati, come i vari grissini friabili serviti a tavola, e il creatore del nuovo dolce a menù a noi riservato: la trilogia di bignè. Nocciola, crema chantilly con ciliegia, cioccolato sono i tre gusti, in un crescendo che raggiunge il culmine nella consistenza liquida e fondente della crema di cioccolato.

Chiudiamo la cena con una sorpresa: la collaborazione tra La Riggiola e la pastry chef influencer Valentina Cappiello. Sua è la chiffon cake senza lattosio, con lacrime di cioccolato e coulis di fragole, che ci accompagna al termine della serata. Una coccola soffice e delicata che amiamo immaginare anche come dolce ideale per la prima colazione e rende più che mai vere le parole con cui Pietro Micillo descrive il suo ristorante: “Questa è casa mia, vi accolgo.”

LA RIGGIOLA

Vico Satriano, 12

80121 Napoli