Idee per il Ferragosto: il “timoniere” Alessandro Feo alla guida del suo ristorante tipico a Casalvelino

Se qualcuno si stesse chiedendo come mai Alessandro Feo Ristorante non è stato ancora annoverato tra gli stellati della Campania, è perché il locale ha un problema serio di base: lo chef mette l’ospite al centro, non sé stesso, restando fedele alla sua idea di cucina e coerente al suo territorio, senza compromesso alcuno e senza l’ossessiva ricerca di visibilità.

Spesso, l’eccessivo desiderio di protagonismo e l’ambizione, oltre al pagamento del prezzo per fare parte della fiera della vanità culinaria, talvolta, fanno perdere la passione e fanno smarrire la strada, oltre che l’obiettivo: l’attenzione e il soddisfacimento degli ospiti, non certo degli ispettori.

Casalvelino, fuori dai palcoscenici televisivi e lontano dagli eccessi mediatici, Alessandro Feo preferisce far parlare la propria cucina, esprimendo appieno la sua filosofia culinaria all’interno del suggestivo palazzo storico del XVII secolo, un tempo adibito a monastero, sul lungomare del borgo marinaro cilentano, impiegando materie prime provenienti dai suoi due orti di proprietà e dal pescato locale.

Classe ’85, il giovane chef ha dovuto ha affrontare un percorso di crescita personale e lavorativa costante per investire sul proprio paese d’origine con coraggio e determinazione, trasformando la passione in un progetto di vita autentico. Sotto la sua impeccabile uniforme, batte all’unisono il cuore del cuoco, del contadino e del pescatore. Inoltre, come un approdo sicuro, il ristorante di Alessandro è aperto anche in inverno, una rarità per l’area, collocando la location tra i veri riferimenti territoriali.

La cucina per lui è anzitutto passione, quindi sperimentazione, divertimento, ma è anche contatto, rispetto e studio assiduo della materia prima e delle strategie di cottura. Pertanto, sarà pure che non è stato ancora raggiunto dalla stella, ma Alessandro Feo è a tutti gli effetti un ambasciatore dell’Alta Cucina Italiana, non a caso recensito da bravi intenditori, raccomandato comunque dalla Guida Michelin a partire dal 2022 e confermato anche quest’anno, oltre che essere menzionato da importanti guide, tra cui quella del Gambero Rosso.

Di seguito, la descrizione di una serata galante, sotto le volte del ristorante, adornato dalle pietre di Acquavella e il cui cielo è costellato dai tipici mummulieddi, ingegnoso e antico sistema di elementi vuoti in terracotta per creare un ottimo isolamento termico.

L’entrée di benvenuto: buñuelos in stile messicano, sottili e croccanti che, passati tra le mani dello chef, son diventati sapidi e al pomodoro, semplicemente sfruttando le naturali caratteristiche della solanacea, sono stati serviti assieme al cracker di patate e tartufo estivo e alla polpetta di alici e limone. Un omaggio a un ospite davvero speciale e, al tempo stesso, ai profumi mediterranei.

Per l’antipasto, la scelta è ricaduta sulla celebre caprese di mare, un evergreen imperdibile al Ristorante Feo: mozzarella di bufala, pomodorini confit, tartare di gambero rosso del Cilento, perle di pesto al basilico ed essenza di limone. Questo piatto traduce fedelmente e con immediatezza il manifesto culinario di Alessandro Feo, non solo per l’equilibrio intrinseco tra gli ingredienti e tra il mare e la terra, ma anche per la ricerca degli elementi: non a caso il latticino impiegato è la mozzarella di bufala del progetto Associazione Regionale Allevatori, a supporto della filiera e degli allevamenti, ideato da Pietro Noce con la supervisione di Matteo Noce. Il progetto ARA favorisce il pascolo estensivo, e quindi sostenibile, la cura della materia prima e l’impiego di latte caldo appena munto e lavorato subito.

A seguire la seppia con taccole e cipollotto, piatto che in Primavera, in ossequio alla stagionalità, prevede come legume alternativo le fave. Il morso è armonico senza prevaricazione, l’impiego del nero di seppia non costituisce soltanto un elemento estetico in contrasto col candore del mollusco, ma un’impronta gustativa che ne completa il sapore, avviluppato nell’acidulo calibrato e nell’aromaticità della cipolla. Anche la texture è stata decisiva e caratterizzante, sposando la tenerezza della seppia, dovuta a un taglio magistrale, e la croccantezza della taccola.

Il primo piatto consigliato dallo chef è stato lo scrigno che custodisce il legame tra il suo estro cosmopolita e l’amore per il territorio: un Risotto tra Osaka e Casalvelino. La ricetta fonde due culture legate al mare in un gioco di fiamma e crudo di mare ad altissimo appeal umami. Infatti, il riso viene cotto nel brodo dashi, quindi con alga kombu e katsuobushi, adagiato sulle tartare di tonno rosso sul fondo. A rendere agevole e succulenta questa portata il segreto della mantecatura al burro acido e del limone.

Il caldo e il freddo, nel loro intrigante contrasto, costituiscono il leitmotiv del secondo piatto, altro storico riferimento culinario di Alessandro: il Baccalà al Gazpacho con Insalatina di Cetrioli e Cipolle Marinate. Qui la lunga navigazione per la caccia al merluzzo incontra la campagna cilentana e le sue fresche note vegetali.

Inatteso il pre-dessert: il Gin Fizz nella sua versione solid cocktail.

La scelta conclusiva, prima della generosa e variegata offerta della piccola pasticceria, ricade sul sontuoso Babà, Olio, Limone e Basilico. Gli alveoli del celebre lievitato della regione Campania si intridono di cremoso al limone, poggiando su un crumble di basilico con accanto una quenelle di gelato all’olio evo. Qui, tutta la concentrazione del sensorialista lascia andare il freno a mano e si concede ai sensi e alla golosità, per una dolce coccola che in maniera innovativa restituisce al babà più classico l’eleganza e la semplicità di tre elementi che sussurrano l’antico fascino mediterraneo, sempre attuale.

Per Alessandro Feo il Mare è Madre, poiché in fondo tutti veniamo da esso e tutta la civiltà, persino quella a tavola, si fonda attraverso i riti, i costumi e le leggi dei Popoli del Mare e della navigazione, che annoverano da sempre la xenia, il sacro vincolo di accogliere, nutrire e proteggere il viandante o il naufrago prima di chiedere il suo nome, come Zeus comandava.

Qui da lui la terra e le onde vibrano allo stesso ritmo, ritmo che Alessandro ha ben appreso ad ascoltare.Non è rimasto inosservato il cestino con il pane caldo in diverse declinazioni, l’ospitalità in tavola assieme al burro e all’olio extravergine di oliva, segno di una maturità raggiunta anche nella lievitazione e nella padronanza della pasticceria. La capacità di Alessandro di accarezzare le verdure e gli ortaggi è altrettanto magistrale, per non parlare degli accostamenti, mai scontati e mai stridenti.

La carta del vino è confacente alla proposta gastronomica e si incentra anzitutto su cantine locali, lasciando spazio a realtà extraregionali, oltre a qualche proposta internazionale, e pertanto a diverse filosofie enologiche. L’accoglienza spontanea e garbata di Alessandro Feo sembra proprio quella del ragazzo della porta accanto, sempre disponibile e mai invasivo, un’accoglienza che relega indistintamente ai suoi ospiti, facendoli sentire tutti ugualmente speciali

Idee per il Ferragosto: il libro “Radici, storia di un’impresa familiare” di Piero Mastroberardino

Radici è il nome del progetto agronomico e vinicolo voluto da Antonio Mastroberardino nel 1978. Ha dato il nome a un Taurasi, a un Taurasi Riserva e a un cru di Fiano di Avellino. Oggi è il titolo del romanzo di Piero Mastroberardino, Radici, storia di un’impresa familiare, edito da Solferino.

Piero Mastroberardino, decima generazione della famiglia di viticoltori di Atripalda (AV), ripercorre attraverso documenti antichi, lettere commerciali e carteggi privati, la storia dei propri avi a partire da quel Pietro Mastroberardino che nel 1735 inizia ad acquisire le terre che costituiscono l’attuale patrimonio della cantina: circa 250 ettari.

Una vera e propria impresa, con un senso ben più ampio della mera accezione economica del termine: quello di intraprendere un’attività che va oltre le capacità di un singolo individuo, diventando lo sforzo corale di una famiglia  che nei secoli ha portato avanti un’attività agricola e di produzione di vino. Lo studio minuzioso condotto da Piero sull’archivio di famiglia ci permette di conoscere i momenti salienti della storia imprenditoriale, e allo stesso tempo di entrare negli scorci più intimi, che meglio di qualunque documento ufficiale raccontano le quotidiane difficoltà e l’ingegno per superarle.

Abbiamo chiacchierato con Piero Mastroberardino nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, nell’ambito della rassegna Libri al Tramonto, organizzata dalla libreria Ubik di Vico Equense e promossa dal Comune di Vico Equense, per approfondire alcuni dei passaggi di questa storia e ripercorrere i momenti che hanno portato l’autore alla sua stesura.

Ne è emerso un romanzo denso di significati e significanti. Radici infatti può essere considerato “non solo la storia della famiglia Mastroberardino ma anche una storia del vino italiano attraverso la famiglia Mastroberardino”, racconta Piero.

A cominciare dal 1735,  con quel primo atto di compravendita tra il principe Nicolò Gesualdo e Pietro Mastroberardino, in cui si fa menzione delle viti latine, nome alternativo delle viti apiane, il moderno fiano, il più autoctono dei vitigni campani. Da quel momento in poi, la famiglia Mastroberardino ha portato avanti il proprio nome, legandolo in maniera indissolubile a quella del proprio vino.

Nel 1878 l’iscrizione in camera di commercio della Angelo & Giuseppe Fratelli Mastroberardino conferisce carattere prettamente imprenditoriale al patrimonio di famiglia. I due fratelli aprono filiali a Napoli e Roma, iniziano a partecipare a concorsi internazionali, compiono la scelta di uscire fuori dai confini della Campania, in Italia e in Europa, non per supplire in maniera anonima alla mancanza di vino dovuta alla fillossera, che in quegli anni falcidiava il patrimonio viticolo francese, ma con il preciso intento di esportare il vino di casa Mastroberardino. Scelte di imprenditori capaci di cogliere opportunità e di individuare occasioni anche nei momenti di crisi.

“Nel romanzo sono molti gli episodi in cui l’esponente di famiglia  che in quel momento regola l’attività, si fa carico del disagio e s’inventa una soluzione, una strada nuova”, ci spiega Piero, menzionando alcuni dei passi più importanti della storia, in cui si evidenziano problematiche comuni a quelle odierne: ad esempio il crollo di un mercato, e la conseguente necessità di aprirne uno nuovo.

Poi ci sono i carteggi più intimi, paralleli a quelli ufficiali. Come quelli tra Luigia e Pasqualina, sorelle e mogli rispettivamente di Giuseppe e Angelo: “smussano gli angoli e ci mostrano il volto umano di questa storia, come la necessità di “togliersi le pulci dalle vesti” o quella di ravvicinare le differenti vedute dei mariti, non sempre concordi tra loro”, continua Piero. E sulle donne di casa Mastroberardino prosegue: “Sono state grandi donne, con una grande forza. Hanno risolto problemi, hanno sciolto nodi ingarbugliati.”

Approccio moderno con mezzi e tecnologie antiche anche quello di Michele, nonno di Piero, che ancora giovanissimo, nel 1912, programma con minuzia un viaggio di lavoro negli Stati Uniti, esattamente alla stregua di un export manager dei giorni nostri. Si reca negli Stati Uniti e su sollecitudine del padre studia quel mercato, si impiega in altre attività per capirne a fondo i meccanismi. Con lui, l’impresa compie un ulteriore passo avanti: “Angelo, il pater familias, governava dal cockpit aziendale, il figlio Michele è presente fisicamente sui mercati”, racconta Piero. Americhe, Australia, Asia, Africa: non c’è continente in cui non arrivi il vino di casa Mastroberardino, grazie al lavoro incessante e ai continui viaggi di Michele.

Leggere Radici significa anche leggere alcuni dei passaggi più significativi della storia con la S maiuscola, con tutte le sfide che questa ha saputo porre alla famiglia di imprenditori vitivinicoli. Dal Volstead Act, più comunemente noto come Proibizionismo, alla Grande Guerra, dalla vicenda del Cogne su cui era imbarcata una grossa commessa per l’Argentina, sequestrata dai dissidenti di Fiume capitanati da Gabriele D’Annunzio, fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando le cantina di Atripalda divennero rifugio dai bombardamenti e cassaforte segreta delle migliori riserve, affinchè non fossero trafugate dagli invasori.

Il romanzo si conclude con un post scriptum, In memoria di Antonio Mastroberardino, padre di Piero, Cavaliere del lavoro, colui che ha innescato il grande processo di modernizzazione della cantina, dando il via al progetto Radici, da cui ancora oggi si sviluppano floride iniziative.

“Il più grande rammarico che ho”, termina Piero, “è che mio padre non ha conosciuto questa storia in tutti i suoi dettagli, io sono stato il primo ad accedere a questo enorme archivio di famiglia. La molla è scattata dopo la sua scomparsa: forse, avrei potuto fare prima questo sforzo.”

Vale dunque la pena menzionare le poche righe a conclusione del romanzo, in cui l’autore per la prima volta parla in prima persona: “Sento, intimamente, con quest’opera, di aver scritto per suo conto, d’esser latore di un messaggio che porto dentro di me grazie al suo insegnamento.”Al termine della presentazione abbiamo degustato l’ultimo nato di casa Mastroberardino: Ripe d’Altura, blanc de blancs da greco e fiano. Il nuovo germoglio della Vigna Mastroberardino.

A Salerno l’evento Cibo & Dintorni, il palcoscenico ideale per le eccellenze enogastronomiche della Campania

Dall’11 al 13 settembre Piazza della Libertà ospita la quindicesima edizione della manifestazione. Oltre 100 aziende, chef, show cooking, masterclass, talk, laboratori e un ricco programma di appuntamenti aperti al pubblico.

Tre giorni per incontrare il mondo dell’agroalimentare, conoscere produttori, scoprire eccellenze, assistere agli show cooking di chef e protagonisti della gastronomia, partecipare a masterclass, laboratori, talk e momenti di approfondimento. Tutto questo nella cornice straordinaria di Piazza della Libertà, la grande piazza sul mare di Salerno.

Dall’11 al 13 settembre torna a Salerno la quindicesima edizione di Cibo & Dintorni, la manifestazione dedicata all’agroalimentare che quest’anno sceglie uno dei luoghi simbolo della città per proporre un appuntamento capace di rivolgersi non soltanto agli operatori professionali, ma anche al pubblico e agli appassionati di enogastronomia.

Piazza della Libertà, progettata dall’archistar catalana Ricardo Bofill, con i suoi circa 28mila metri quadrati nell’area dell’ex Santa Teresa e il complesso del Crescent a fare da sfondo, diventerà per tre giorni un grande spazio dedicato alle eccellenze, alla cultura del cibo e all’incontro tra territori e persone.

Due padiglioni fieristici accoglieranno oltre 100 aziende provenienti dalla Campania e da diverse regioni italiane. Accanto alla dimensione espositiva, il pubblico potrà vivere direttamente la manifestazione attraverso esperienze, incontri e attività.

Sul palco si alterneranno chef e protagonisti di rilievo del mondo della gastronomia, con show cooking e degustazioni, mentre masterclass e laboratori permetteranno di entrare ancora più da vicino nel mondo delle produzioni, delle tecniche e della cultura del cibo.

Un calendario ricco accompagnerà i visitatori per tutti e tre i giorni e sarà presentato nei prossimi giorni attraverso i canali ufficiali di Cibo & Dintorni.

Le attività saranno disponibili per la prenotazione online, così da consentire di scegliere in anticipo gli appuntamenti ai quali partecipare su PostoRiservato.it.

Un evento per tutti i gusti

Cibo & Dintorni punta a rendere la manifestazione accessibile e coinvolgente per un pubblico ampio: dagli appassionati agli operatori del settore, fino alle famiglie.

È previsto infatti l’ingresso gratuito per i bambini fino a 10 anni compiuti, accompagnati dai genitori, mentre è previsto l’ingresso omaggio per gli operatori Horeca e del settore alimentare.

L’obiettivo è costruire un evento aperto, inclusivo e capace di coinvolgere la città, trasformando il visitatore da semplice spettatore a parte integrante dell’esperienza.

Nasce così “Scatta, Tagga e Vinci l’ingresso”, il contest che porta Cibo & Dintorni fuori dai padiglioni e direttamente tra le persone. I cartelloni della manifestazione, disseminati sul territorio, diventano il punto di partenza di un gioco che invita a fotografare, condividere e coinvolgere la propria community.

Un’iniziativa pensata per creare socialità, partecipazione e condivisione, perché Cibo & Dintorni non vuole soltanto essere una fiera da visitare, ma un appuntamento da vivere insieme, nel quale sentirsi parte della manifestazione.

Perché un evento dedicato al cibo è anche un evento dedicato alle persone: al piacere di stare insieme, incontrarsi, condividere esperienze e vivere la propria città.

Accanto al programma aperto al pubblico, Cibo & Dintorni manterrà la propria importante vocazione professionale.

La manifestazione riunirà oltre 100 aziende e ospiterà incontri B2B tra espositori e buyer italiani e internazionali provenienti da numerosi mercati esteri. Le delegazioni sono state selezionate e profilate in funzione delle aziende presenti, con l’obiettivo di favorire incontri mirati e concrete opportunità commerciali.

«Cibo & Dintorni torna dove tutto è nato, a Salerno – sottolinea Antonio Lezzi, organizzatore della manifestazione –. Si è sempre svolta a Salerno e abbiamo testardamente voluto mantenere questa location, anche grazie al coinvolgimento del Comune di Salerno che ci ospita. Siamo molto legati alla città e al territorio».

La dimensione professionale e quella destinata al pubblico convivono così all’interno di un unico progetto: da una parte le imprese, i buyer e gli incontri commerciali; dall’altra un evento aperto alla città, dove il visitatore può conoscere, degustare, imparare e incontrare direttamente i protagonisti del settore.

Piazza delle Libertà a Salerno

La scelta di Piazza della Libertà non è soltanto logistica, ma rappresenta uno degli elementi caratterizzanti di questa quindicesima edizione.

Una location prestigiosa, affacciata sul mare e nel cuore della città, che permetterà a Cibo & Dintorni di diventare per tre giorni parte integrante della vita di Salerno.

«Il nostro obiettivo – afferma Lezzi – è continuare a lavorare affinché Salerno possa essere il punto di riferimento dell’agroalimentare non soltanto campano, ma di tutto il Centro-Sud. Un Sud che non vuole soltanto portare fuori le proprie eccellenze, conosciute in tutto il mondo e legate alla tradizione e alla Dieta Mediterranea, ma che vuole anche essere capace di accogliere, mettere in rete e creare occasioni di incontro».

Cibo & Dintorni diventa così un appuntamento da vivere in famiglia, con gli amici, da appassionati o da professionisti, passeggiando tra gli stand, incontrando i produttori, scoprendo nuove realtà, partecipando alle attività e assistendo agli appuntamenti con i protagonisti della gastronomia.

Cibo & Dintorni 2026 vi aspetta a Piazza della Libertà, Salerno, dall’11 al 13 settembre, dalle 9.30 alle 19.00.

Ingressi e prenotazioni

Ingresso omaggio per gli operatori Horeca e del settore alimentare.

Ingresso gratuito per i bambini fino a 10 anni compiuti, esclusivamente se accompagnati dai genitori.

Per conoscere il programma e prenotare masterclass, show cooking e altre attività, è possibile consultare PostoRiservato.it.

Sito ufficiale Cibo & Dintorni: https://ciboedintorni.eu

Jumeirah Capri Palace celebra Ferragosto con “Una Notte a Capri”

Una celebrazione all’insegna dell’alta gastronomia, delle performance dal vivo e della musica, che il 15 agosto accoglierà gli ospiti dell’hotel e i visitatori dell’isola di Capri.

Questo Ferragosto, il Jumeirah Capri Palace celebrerà una delle serate più attese dell’estate italiana con “Una Notte a Capri”, una serata di gastronomia, performance dal vivo e musica sotto il cielo di Capri.

L’evento si terrà il 15 agosto e sarà aperto sia agli ospiti dell’hotel che ai visitatori dell’isola e si concluderà a tarda notte da NOX CAPRI, il nuovo locale notturno dell’hotel.

La serata inizierà a bordo piscina con una cena speciale curata da L’Olivo, l’unico ristorante di Capri con due stelle Michelin, guidato dall’Executive Chef Salvatore Eleante e dall’Head Chef Vincenzo Tedeschi. Ispirato dalla cucina mediterranea, il menù unirà la freschezza del mare, gli ingredienti di stagione e l’approccio contemporaneo che contraddistingue L’Olivo.

La cena sarà accompagnata da uno spettacolo teatrale in quattro atti con la cantante Veronica Simioli e un ensemble di musicisti e ballerini. Creata appositamente per l’occasione, la performance si evolverà nel corso della serata, unendo musica, movimento e teatro sullo sfondo dell’architettura e dell’arte distintive dell’hotel.

Al termine della cena a bordo piscina, la serata proseguirà al NOX CAPRI, inaugurato lo scorso luglio e concepito attorno alla musica dal vivo, alla cultura caprese e a DJ set attentamente curati. NOX CAPRI ospiterà MOA e The Real Deal Band con Kayyca, che si esibiranno dal vivo fino all’una di notte, seguiti dal DJ Claudio De Tullio, che farà ballare gli ospiti fino alle prime ore del mattino.

Per maggiori informazioni e prenotazioni, vi invitiamo a visitare: UNA NOTTE A CAPRI – RESERVATIONS

O a contattare il numero: +39 081 978 0560

I vini del Friuli: Muzic, da un secolo interpreti del Collio a San Floriano

L’azienda di Muzic nasce nel 1927 ma è stata completamente ristrutturata nel 2000.

Siamo a San Floriano del Collio attorno ai 250 metri di altitudine, incastonati tra dolci pendii con innumerevoli versioni di verde, e la vista dei filari in lontananza che si avverte dalla tenuta, è francamente rilassante. Non solo: ha una delle cantine più suggestive di zona che merita il viaggio, perchè risale al xvi secolo ed è scampata alle nefandezze delle guerre mondiali, preservando il soffitto a volta e le pareti di pietra a vista.

Possiede 26 ettari di vigneto a San Floriano del Collio e altri 2 nella doc Isonzo, per un totale di 140.000 bottiglie l’anno e 12 etichette.

Tutte monocultivar più un Collio bianco, cosiddetto da uve autoctone.

Ci accoglie Fabijan Muzic, trentatreenne, spigliato e comunicativo, a spiegare che i vini bianchi costituiscono il 93% della produzione, con presenza di Malvasia Istriana, Ribolla Gialla, Friulano e Picolit, per i vitigni chiamiamoli nazionali poiché la Malvasia non è del tutto ascrivibile a quelli autoctoni, anche se qui si sostiene che c’è sempre stata (dire “sempre” è soggetto del momento storico d’osservazione), e Pinot Grigio, Sauvignon, Chardonnay d’importazione francese.

Per quelli a bacca rossa troviamo a sorpresa il Cabernet Sauvignon per il Collio, poi Merlot e Cabernet Franc per l’Isonzo. Lo stupore iniziale dura però poco: fra qualche anno, con i recenti acquisti di vigneti a San Floriano, anche per Merlot e Cabernet Franc ci sarà un vino dal territorio del Collio.

Il Friulano esce anche in una versione da un singolo vigneto, un cru chiamato Villa de Randis, con affinamento di 4/5 anni in bottiglia, un vino che fa un passaggio in tonneau di acacia per sei mesi, più un anno di bottiglia. La botte di acacia cede poco al succo d’uva fermentato (per giunta qui è stata usata), è molto delicata, non un fard pesante ma un velo di mascara, eppure Fabijan che punta tanto a dare la massima purezza al territorio, non esclude in futuro (anzi, è possibilista) di poterla eleminare per il proprio Collio bianco.

Insomma una presenza di vitigni promiscua che non ha impedito a Muzic di rappresentare uno dei maggiori e iniziali promotori del Collio bianco denominato da uve autocnone, manifesto di produttori che oggi ne conta undici e di cui abbiamo già parlato qui:

Le fermentazioni sono effettuate esclusivamente con lieviti selezionati per una vinicazione che qui orgogliosamente è definita tradizionale (e anche qui adoperando questo termine si pecca del momento storico d’osservazione poichè nel passato la fermentazione era per forza spontanea). Grazie al cielo con Fabijan concordiamo su un aspetto, che il vino è una forma d’arte, giacché chi lo produce, decide che strada dare al vitigno, lo interpreta, lo rende personale.

Dopo essere stati per anni seguiti dall’enologo Giorgio Bertossi, oggi la famiglia Muzic cura direttamente ogni aspetto del vino.

Per la maturazione si usano solo i serbatoi di acciaio (salvo, come anticipato, per il Villa de Randis), dove i vini vi rimangono per cinque mesi e compiono bâtonnage, mentre i rossi trascorrono un anno di affinamento in tonneau.

La degustazione

La maggior parte dei vini è del 2025, ritenuta molto equilibrata e paragonabile al 2021, grande annata non solo in Collio.

Collio Ribolla Gialla 2025 12.5%

18/20 ore di macerazione sulle bucce a freddo, quindi non fermentativa.

Si presenta citrina, floreale d’espressione gialla, ginestra, fresca e sapida. Al palato è molto tesa e certamente minerale.

Collio Friulano Valeris 2025 13.5%

Valeris, dal toponimo della località del vigneto con cinquant’anni d’età, con biotipi più verdognoli rispetto ai moderni gialli, che mantengono le caratteristiche del colore di un Friulano ammandorlato e vegetale di un tempo, probabilmente un po’ rustico ma l’originale.

L’olfatto è fine ed elegante, con note floreali, di camomilla, e di erbe aromatiche. Al palato risulta morbido, fruttato e con note vegetali e ammandorlate. Un vino di grande equilibrio.

Collio Malvasia 2025 13.5%

Come la Ribolla Gialla, esegue 18/20 ore di macerazione sulle bucce a freddo. Prodotta in purezza dal 2009.

Ah, l’aromaticità colpisce immediatamente, con le sensazioni floreali, di rosa, ma è anche fresca e minerale. Al palato è setosa, con il fruttato in predominanza, albicocca e pesca, supportato da note di spezie e di erbe aromatiche, dove spiccano il pepe bianco e la salvia.

Una bella versione non macerata di questo vitigno.

Collio Bianco Stare Brajde 2023 14%

Stare Brajde significa Vecchie Vigne in sloveno, e proprio dai vigneti più antichi, 75/80 anni per la Malvasia, si ottiene il vino. Ho già menzionato la questione dell’uvaggio, che consiste nel dettaglio di Friulano per il 50%, Malvasia Istriana 30%, Ribolla Gialla 20%. Fermentazione alcolica per sei giorni e trasferimento in tonneau da 500 litri di acacia usate per cinque/sei mesi. Stabilizzazione e affinamento in bottiglia di un anno.

Il vino è intenso e glicerico, l’olfatto è al momento incentrato e dominato dal carattere della Malvasia, con note floreali, ma anche fruttate e un principio di albicocca. Il finale è speziato e sicuramente minerale.

Collio Friulano Villa de Randis 2021 14%

Niente botte per questo vino che affina per quattro anni in bottiglia, prodotto in 1300 esemplari.

Molto intenso, con toni mielati e di fiori secchi, di frutta a polpa gialla, agrume succoso, erbacei di fieno. Al palato è pieno e corposo, con molte erbe aromatiche e un finale ammandorlato. Il tutto si traduce in eleganza ed equilibrio. Confesso d’averlo particolarmente apprezzato.

Collio Pinot Grigio 2025 13.5%

Pressutura soffice delle uve intere e fermentazione alcolica che dura 10/12 giorni.

L’olfatto è varietale, con note floreali di gelsomino e di fiori d’acacia, e ancora tenui di rosa, in più piccoli frutti di bosco, come il ribes rosso e la fragolina. Il bouquet si completa con note di frutta esotica, litchi, e agrume, pompelmo.

Al palato è fresco e teso, tendenzialmente acidulo, con ritorni fruttati, e un finale minerale e sapido.

Collio Cabernet Sauvignon 2023 13,5%

La macerazione fermentativa delle uve dura dieci giorni, con tre rimontaggi giornalieri svolti a temperatura controllata.
Dopo la svinatura il vino è affinato in tonneau per minimo 12 mesi, maggiormente usato poichè nuovo non supera mai il 15%.

Bouquet che promette beva e impressiona per la croccantezza, declinato da fiori e piccoli frutti rossi, fra questi ultimi il mirtillo, ribes rosso, mora e amarena. Vi è anche una suggestione di menta.

Al palato, nonostante un tannino non pienamente ancora svolto, è croccante e gradevole, con ritorni dei frutti rossi, un’aggiunta di agrume, e un finale persistente e minerale. In conclusione, possiamo anche non trovarci d’accordo sui quali termini adoperare, ma ciò che importa è trovarci d’accordo sulla qualità dei vini, che personalmente hanno convinto chi scrive.

Ristorante Rocha, la pietra e il gusto del tempo per chef Salvatore Notaro

Il Castello di Rocca Cilento appartiene ad una rara geografia del tempo, quella in cui il passato non si offre come semplice testimonianza, ma permane stratificato nelle pietra viva delle sue mura, nelle volte a vista e nei silenzi che separano una sala dall’altra.

Arroccato nel cuore del Cilento, il maniero domina un paesaggio che dalle alture si distende verso borghi, vallate e versanti collinari fino a intercettare, in lontananza, il profilo della costa. Qui la roccia conserva anche la memoria di una stagione aspra della storia meridionale: nel novembre del 1487, all’indomani della Congiura dei Baroni, Ferrante d’Aragona affidò al governatore Antonio de Mirabilis il compito di restaurare e fortificare, fra gli altri, i castelli di Diano, Agropoli, Rocca Cilento e Castellabate, sottratti ai baroni ribelli e restituiti alla Corona. Il progetto fu affidato all’architetto fiorentino Giuliano da Maiano e quelle fortezze dovevano diventare così baluardi solidi, presidi di un territorio che la monarchia aragonese intendeva ricondurre sotto il proprio controllo.

La lettera del sovrano, scolpita direttamente sui gradini in pietra del ponte d’accesso alla fortezza, non è soltanto un documento, ma la traduzione politica di una vittoria che, nella sua trasformazione in architettura, diviene materia. Pietra su pietra, il potere si fa dunque edificio, il confine si fa bastione, il territorio si fa presidio. Sono trascorsi secoli e quella funzione appartiene ormai alla storia, eppure qualcosa è rimasto intatto: il rapporto quasi viscerale fra il castello e la terra che lo circonda.

Oggi quelle stesse mura non delimitano più un territorio da difendere, accolgono invece chi vi giunge per conoscerlo attraverso una forma diversa di racconto; è in questa continuità, tutt’altro che nostalgica, che nasce il gourmet Rocha.
Il ristorante del Castello di Rocca Cilento non appare come un intruso innestato in una dimora storica, né come il pretesto gastronomico per impreziosire una destinazione già naturalmente scenografica. È, piuttosto, una nuova interpretazione di quel medesimo rapporto con il territorio. Se un tempo la fortezza ne rappresentava il presidio, oggi la cucina ne diventa una forma di lettura.

A guidarla è Salvatore Notaro, appena ventisettenne, ma con un percorso professionale già attraversato da alcune delle cucine più autorevoli dell’alta ristorazione italiana ed europea. Gli inizi a Napoli, ancora adolescente e poi le esperienze accanto a Francesco Franzese e Luigi Salomone e, successivamente, nelle brigate di Enrico Bartolini al Mudec Restaurant e di Norbert Niederkofler al St. Hubertus, entrambe insignite di tre stelle Michelin, oltre all’esperienza al Capri Palace Jumeirah. Un curriculum importante, ma che a Rocha sembra trovare una direzione precisa: non riprodurre ciò che ha imparato altrove, bensì utilizzare quella grammatica tecnica per interrogare il luogo nel quale si trova oggi.

La sua cucina parte dal Cilento, ma non si accontenta di rappresentarlo. Salvatore scompone, osserva, recupera gli elementi più umili e quelli più identitari del territorio e li sottopone a fermentazioni, estrazioni, cotture, trasformazioni fino a restituirli in una veste nuova. È una cucina che non indulge nella nostalgia e non cerca di imbalsamare la tradizione, conservandone piuttosto il nucleo vitale evoluto. La cosiddetta cucina di recupero acquista qui un significato più profondo, senza sprechi, dando valore a ciò che rischia di essere dimenticato, restituendo dignità a una materia povera, riportando alla luce un gesto, un sapore, una consuetudine domestica. In fondo significa recuperare memoria.

Il percorso Visione è forse la forma più compiuta di questa ricerca, un itinerario senza vincoli precostituiti, nel quale Notaro può muoversi liberamente fra territorio, tecnica e intuizione. Il primo incontro avviene con la taccola, non un inizio casuale. La verdura rinuncia al ruolo ancillare che spesso le viene assegnato e diventa materia assoluta, alla brace, fermentata, trasformata in estrazione e crema.

Un ortaggio apparentemente ordinario viene sottoposto a una successione di gesti che ne modificano consistenza e intensità, senza però cancellarne l’identità. È una dichiarazione d’intenti discreta ma inequivocabile: a Rocha la materia prima non viene adornata, piuttosto interrogata.

Arriva l’ostrica Gillardeau alla brace, accompagnata da brodo dashi all’alga kombu, salicornia e ricotta di mandorla. Il mare incontra qui il vegetale; la sapidità marina, l’umami, si misurano con la dolcezza lattica e oleosa della mandorla, mentre l’affumicatura introduce una nota più profonda, quasi ancestrale. È un piatto nel quale il Cilento non viene citato letteralmente e proprio per questo rivela un altro aspetto della cucina di Notaro: il territorio non come gabbia identitaria, ma punto di partenza.

Poi il ritmo cambia con Burro 21, ossia ventuno elementi, racchiusi in una quenelle, il cui contenuto rimane segreto. Ad accompagnarlo, pane nero ai cereali e un soffice Danubio. La parte più significativa non è soltanto ciò che arriva nel piatto, ma il gesto che lo chef invita a compiere. Mangiare con le mani, spalmare il burro sul pane, riappropriarsi di quella dimensione conviviale che l’alta cucina talvolta rischia di lasciare fuori dalla porta. È un piccolo cortocircuito felicissimo: tanta tecnica per restituire, alla fine, la semplicità di un gesto primordiale. Nel calice, a chiudere questa prima parte del percorso, il Metodo Classico Caprettone Pietrafumante di Casa Setaro.

Poi il vino cambia registro e con il Pomodoro entra in scena il Sauvignon Blanc di Franz Haas dal colore giallo paglierino tenue ed un profilo aromatico ricco di sfaccettature, adatto a diverse varietà, diverse cotture dell’ingrediente principale: anche qui Notaro prende un elemento apparentemente semplice, globoso frutto rosso della terra, del duro lavoro nei campi, e ne mette in discussione l’ovvietà. Ma è con L’Attesa che il percorso comincia a farsi intimamente personale.

Bottoni ripieni di nocciola di Giffoni e bottarga. Il titolo è già una chiave di lettura. Non si tratta soltanto dell’attesa del piatto successivo, è quella sospensione che appartiene alla rimembranza familiare, alle tavole dell’infanzia, alle parole pronunciate da una nonna.

Lo chef racconta infatti l’insegnamento ricevuto: prima dello spaghetto alle vongole bisogna mangiare la pasta con le noci. Prima il piatto povero, dunque, poi quello percepito come ricompensa. È una filosofia elementare e, proprio per questo, potentissima: per riconoscere il valore del privilegio bisogna aver conosciuto la semplicità. Il lusso, prima ancora di essere materia, è di per sé consapevolezza.

Quasi per naturale contrappunto, arrivano le Vongole fujute e ritrovate. Lo spaghetto alle “vongole scappate” della tradizione napoletana perde le vongole ma non il carattere: al loro posto, la colatura di alici di Cetara restituisce profondità, sapidità e identità marina. Sottrazione che diventa presenza. E forse è proprio questo uno dei gesti più intelligenti della cucina di Rocha: togliere senza impoverire.

Nel calice Aligoté Bourgogne 2024 di Théo Dancer, moderna interpretazione di uno dei vitigni storici della Borgogna, accompagna il passaggio verso Origine, lattughino con gomasio alle alghe, riso soffiato e beurre blanc allo yuzu. Croccantissimo, netto, quasi verticale e divertente. Il vegetale torna protagonista, ma questa volta con una costruzione che guarda lontano, contaminando il carattere erbaceo della materia con l’umami delle alghe, la consistenza del riso e l’acidità agrumata dello yuzu. È il Cilento che smette, per un momento, di essere riconoscibile e diventa linguaggio.

Si continua con Rancido, da dentice, grasso, mela e finocchio. Anche qui il recupero non è un concetto astratto, il grasso utilizzato proviene dall’osso e dal grasso del prosciutto crudo. Una materia che normalmente verrebbe considerata residuo diventa ingrediente, costruendo intorno al pesce una trama aromatica insolita, quasi provocatoria. Il termine che normalmente evoca un difetto, viene sottratto alla sua accezione negativa e trasformato in una possibilità gastronomica. È forse il punto in cui la cucina di Notaro rivela con maggiore chiarezza la propria indole: non cerca necessariamente la perfezione rassicurante del gusto, ma la sua complessità.

E quando sembra che il percorso abbia ormai detto tutto, arriva Come un Mojito: rum, lime e menta, pre-dessert nato da una circostanza apparentemente marginale come una conversazione fra lo chef e il maître, Davide Sessa, davanti a un mojito sorseggiato al bar. Notaro gli raccontava il menu, un’idea ne ha generata un’altra e quella conversazione è infine approdata nel percorso degustazione.

Anche questo è Rocha: la cucina non nasce soltanto da ricerca, fornelli, quaderni di appunti. Può nascere da conversazione, complicità professionale, da un momento di leggerezza. Il dolce conclude il percorso con Ù Pitittù, un bianco mangiare costruito intorno a miele, latte di capra e pane raffermo. Il pastry chef lo dedica ai viandanti della sua terra, la Sicilia, diretti in Campania che, durante i lunghi spostamenti, portavano con sé proprio questi elementi per potersi nutrire lungo il cammino. È un finale che ricompone molte delle suggestioni incontrate durante la cena: il viaggio, la necessità, il recupero, il pane, la memoria.

Il percorso termina con la deliziosa piccola pasticceria: bombetta fritta con crema pasticciera, maritozzo con panna e frutti di bosco piastrati, macaron ai frutti esotici e pralina di cioccolato al caramello salato. Un ultimo affaccio sulla dimensione ludica della cucina, prima che la cena lasci definitivamente il posto alla conversazione, mentre si sorseggia Francois Peyrot Alla Pera Poire Williams & Cognac. Rocha non finisce con l’ultimo boccone. Rimane, piuttosto, nella sensazione di aver attraversato uno spazio nel quale epoche diverse hanno trovato un punto di contatto. Tra gli ambienti, la cantina custodisce forse la più intensa delle suggestioni.

Ricavata nell’antica cella del maniero, conserva nella trama severa della roccia una collezione di bottiglie di particolare pregio, accanto ad alcuni pregiati vini d’annata appartenuti alla collezione privata del proprietario. Uno spazio appartato da stanza segreta del castello, destinato alle degustazioni e conversazioni intorno al vino, dove la dimensione conviviale assume una fisionomia più raccolta e intima. La pietra antica, il silenzio, le bottiglie allineate come frammenti di ricordi… qui il tempo diventa presenza tangibile. E in questo dialogo fra stratificazione storica e contemporaneità si trova una delle chiavi più autentiche per comprendere Rocha.

La sala prosegue infatti la medesima narrazione con un’eleganza misurata, affidata a luci soffuse, proporzioni armoniose e un’atmosfera raccolta. Nulla appare ridondante, nulla sembra concepito per imporsi. A governare l’esperienza è piuttosto una discrezione consapevole, sostenuta da un servizio impeccabile e sorprendentemente appassionato; ragazzi capaci di accompagnare il commensale nel percorso con competenza e naturalezza, senza mai sovrapporsi alla cucina. È una contemporaneità che non ha bisogno di ostentazioni. Risiede nelle mani di una brigata giovane, nella ricerca tecnica, nella precisione del servizio, mentre tutt’intorno, si continua a respirare una storia che affonda le proprie radici nel Medioevo.

Se un tempo quelle mura furono innalzate per difendere il Cilento, oggi la cucina di Salvatore Notaro sembra affidarsi a un compito diverso e altrettanto ambizioso: accogliere, incantare, custodirne l’identità senza impedirle di cambiare forma. Ed è forse questa la più contemporanea delle forme di memoria.

Bistro Sorrento, selezione internazionale di carni e ricette contemporanee per chi sosta in Penisola Sorrentina

Dieci anni di tradizione enogastronomica e famiglia, di ricerca e cura per le materie prime e la clientela. Pasquale Esposito, titolare di Bistro Sorrento accoglie gli ospiti sempre con il sorriso, assieme ai figli Daniele (chef) e Antonino e ha una particolare attenzione verso le carni, i territori di provenienza, i tagli da tutto il mondo.

E poi le etichette, in menu divise per territori italiani con chicche estere e buona proposta di distillati. 

In carta c’è la tradizione ma non mancano a i piatti innovativi con gli ingredienti trattati nella giusta maniera. In sala lo staff è preparato e disponibile.

Abbiamo provato come antipasto il carpaccio di manzo rucola sedano e senape, la focaccia con blu di bufala, prosciutto Langhirano 30 mesi, olio affumicato e pomodoro di Sorrento, curioso il grissino con filetto di Kobe e maionese fatta in casa.

E poi le carni. “Abbiamo studiato il miglior metodo di cottura possibile: abbracciando la filosofia x-oven, la cottura avviene in un innovativo forno a brace che permette di esaltare il sapore dei cibi mantenendone intatta la morbidezza. La nostra camera di frollatura ospita i migliori tagli di carne che variano periodicamente”, spiega il titolare.

Tre i menù degustazione con paste fatte in casa, diverse tipologie di carne e wagyu per un’esperienza completa e coinvolgente di gusto e scoperta.

 

Bistro Sorrento 

Via Atigliana, 23/25

Sorrento NA

Il Grechetto nell’evento che ne celebra il legame indissolubile con il centro Italia

Per tre giorni, dal 24 al 26 luglio, Civitella d’Agliano, nel cuore della Tuscia viterbese, si è trasformata nella capitale del Grechetto. La ventitreesima edizione di Nelle Terre del Grechetto, organizzata dal Comune di Civitella d’Agliano con la collaborazione della Pro Loco e di Carlo Zucchetti, l’Enogastronomo con il Cappello, ha celebrato uno dei vitigni bianchi più rappresentativi dell’Italia centrale attraverso degustazioni, incontri con i produttori e momenti di approfondimento dedicati alla sua storia e alla sua evoluzione.

Il suggestivo borgo medievale, terra di confine tra Lazio, Umbria e Toscana, ha offerto ancora una volta la cornice ideale per un viaggio tra vino, cultura e paesaggio. Le sue terrazze affacciate sulla Valle dei Calanchi e le antiche vie del centro storico hanno ospitato un itinerario enogastronomico con oltre cinquanta cantine, dove il pubblico ha potuto degustare le diverse interpretazioni del Grechetto grazie al servizio curato dalla FISAR.

Ci sono vitigni che conquistano al primo sorso e altri che chiedono tempo, attenzione e curiosità; il Grechetto appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Storicamente legato all’Umbria, dove trova la sua massima espressione, questo antico vitigno a bacca bianca si è ritagliato un ruolo di primo piano nel panorama enologico italiano grazie a una personalità ben definita, fatta di equilibrio, struttura e sorprendente capacità evolutiva. Dietro il suo nome, che richiama suggestioni elleniche, si cela una storia profondamente radicata nei territori dell’Italia centrale, tra colline, suoli ricchi di minerali e una tradizione vitivinicola secolare.

Dal comprensorio di Orvieto alle campagne di Todi, fino alla Tuscia laziale e ad alcune zone della Toscana, il Grechetto racconta un’identità autentica, capace di coniugare freschezza, sapidità e quella caratteristica nota finale di mandorla che lo rende immediatamente riconoscibile. Un vitigno che oggi, grazie al lavoro di tanti produttori, continua a dimostrare una straordinaria versatilità, confermandosi tra i grandi bianchi del Centro Italia.

Uno dei momenti più interessanti della manifestazione è stata la degustazione tecnica riservata a giornalisti e produttori, ospitata presso il Salone della Cultura di Civitella d’Agliano. In assaggio ben 65 vini provenienti da Lazio, Umbria, Toscana ed Emilia-Romagna, quest’ultima rappresentata dal Pignoletto, vitigno geneticamente imparentato con il Grechetto.

Il banco d’assaggio ha offerto una fotografia estremamente rappresentativa delle diverse espressioni territoriali del vitigno. Pur nelle inevitabili differenze dovute ai terroir e alle scelte produttive, è emerso un filo conduttore ben definito: vini caratterizzati da freschezza, struttura e una marcata identità territoriale. Al naso si sono alternati profumi di agrumi, pesca, mela e pera, accompagnati da fiori di campo, erbe aromatiche e interessanti sfumature minerali. Nei campioni più maturi sono affiorate eleganti note di idrocarburo, miele e frutta secca. Al palato il Grechetto ha confermato la sua cifra stilistica fatta di vivace sapidità, equilibrio e persistenza, con il tipico finale di mandorla che rappresenta una delle sue firme più riconoscibili.

Tra gli appuntamenti più significativi della manifestazione merita una menzione speciale la visita alla cantina Sergio Mottura, una delle aziende simbolo del Grechetto italiano e protagonista nella valorizzazione di questo vitigno. La visita ha permesso di conoscere più da vicino la filosofia produttiva della famiglia Mottura e di comprendere il lavoro svolto negli anni per esaltare le potenzialità di un’uva spesso sottovalutata.

Il momento più emozionante è stato senza dubbio la degustazione di alcune vecchie annate, una vera e propria dimostrazione del potenziale evolutivo del Grechetto. I vini hanno conservato una straordinaria freschezza e un’invidiabile integrità aromatica, sviluppando nel tempo complessi sentori di idrocarburo, miele, erbe officinali, pietra focaia e frutta secca, sostenuti da una trama sapida ancora viva e da una sorprendente eleganza. Un assaggio che ha confermato come il Grechetto, quando nasce da vigneti vocati e viene interpretato con sensibilità e rigore, possa affrontare il tempo con la stessa autorevolezza dei più grandi bianchi italiani. Nelle Terre del Grechetto si conferma così molto più di una semplice manifestazione dedicata al vino.

È un evento capace di raccontare un territorio attraverso il suo vitigno simbolo, mettendo in dialogo produttori, appassionati e professionisti del settore. Un’occasione preziosa per comprendere come il Grechetto stia vivendo una stagione di rinnovata consapevolezza, grazie a vini sempre più identitari e capaci di coniugare piacevolezza immediata, profondità e straordinarie prospettive di longevità.

Sicilia: Cantine Florio, un viaggio nella storia del Marsala

Una delle storie imprenditoriali più significative della Sicilia è quella della famiglia Florio.

Ho avuto la fortuna di visitare le cantine Florio di Marsala e questo mi ha dato l’opportunità di percorrere le tappe di una vicenda imprenditoriale che ha contribuito a far conoscere il vino Marsala nel mondo e a segnare lo sviluppo economico dell’isola.

I Florio furono tra i protagonisti dell’economia italiana dell’Ottocento. Originari di Bagnara Calabra, si trasferirono a Palermo alla fine del Settecento, dove avviarono un’attività commerciale destinata a crescere rapidamente. Nel corso di pochi decenni costruirono un gruppo che operava in numerosi settori, dalla navigazione alle tonnare, dalle attività finanziarie alle produzioni industriali.

Un ruolo centrale nella loro storia fu svolto da Vincenzo Florio, che comprese le potenzialità del Marsala come prodotto destinato ai mercati internazionali. Nel 1833 fondò a Marsala le omonime cantine, contribuendo in modo decisivo alla crescita e alla diffusione di questo vino, già apprezzato dagli operatori commerciali britannici presenti in Sicilia.

Ma torniamo indietro di qualche anno per scoprire l’origine del Marsala. Questa è legata soprattutto agli inglesi, che seppero valorizzare i vini della Sicilia occidentale trasformandoli in un prodotto apprezzato a livello internazionale. Tra i protagonisti spicca John Woodhouse, mercante di Liverpool che arrivò a Marsala nel 1773 per affari legati alla barrilla. Affascinato dalla qualità dei vini locali, intuì il loro potenziale commerciale e diede avvio a quella che sarebbe diventata la storia del Marsala.

Il  Marsala divenne il vino della Marina britannica. Per anni venne consumato sulle navi inglesi come alternativa ad altri vini fortificati, contribuendo alla sua diffusione in numerosi porti del mondo.

Tra le cantine che hanno scritto la storia del Marsala, quella dei Florio fu l’ultima a nascere, ma in poco tempo divenne una delle più importanti, superando per prestigio e vendite i concorrenti inglesi fino ad assorbirne le attività.

Le storiche cantine, affacciate sul mare, rappresentano ancora oggi una testimonianza concreta di quella stagione. Al loro interno si conservano grandi botti e spazi dedicati all’affinamento che raccontano oltre un secolo e mezzo di produzione vinicola.

L’eredità dei Florio, tuttavia, va oltre il vino. La famiglia fu protagonista della vita economica, sociale e culturale della Sicilia, sostenendo iniziative innovative e contribuendo alla modernizzazione dell’isola. Il loro nome resta legato a imprese storiche come la Targa Florio e a una visione imprenditoriale che ha lasciato un segno duraturo nella storia italiana.

Al termine della visita, il percorso si è concluso con una degustazione dedicata ad alcune delle tipologie più rappresentative della produzione Florio. Un’occasione per comprendere come il Marsala sia un vino capace di esprimere caratteristiche molto diverse a seconda del periodo di affinamento e del metodo di produzione.

Nel calice emergono aromi che richiamano frutta secca, fichi, datteri, agrumi canditi, vaniglia e spezie dolci. Con il passare degli anni trascorsi in botte, il vino acquista maggiore complessità e profondità, mantenendo al tempo stesso una sorprendente freschezza.

La degustazione ha permesso di apprezzare l’evoluzione del Marsala attraverso diverse espressioni, evidenziando il ruolo fondamentale del tempo nell’affinamento. Dai profili più immediati e fragranti a quelli più ricchi e strutturati, ogni assaggio racconta una fase diversa della storia di questo vino simbolo della Sicilia.

Un’esperienza che consente di comprendere come il Marsala non sia soltanto un vino da dessert, come spesso viene considerato, ma un prodotto capace di accompagnare formaggi stagionati, piatti della tradizione e momenti di meditazione.

Ecco i vini degustati:

Marsala Vergine Riserva della linea New Geography CLASSIC, versione secca e raffinata, ancora poco nota, caratterizzata da freschi richiami salmastri e agrumati maturati durante l’affinamento.

Marsala Vergine Riserva della linea New Geography PREMIUM, secco ed elegante, conquista per precisione e finezza, rivelando un carattere affascinante e distintivo.

Marsala Superiore Riserva Semisecco della linea New Geography CLASSIC, dalle note di crema, uva passa e vaniglia, con un sorso armonioso che valorizza la qualità e la maturazione del Marsala. Le Cantine Florio rappresentano una tappa ideale per conoscere da vicino il Marsala e le sue molteplici sfaccettature. Un’esperienza che aiuta a riscoprire un grande vino siciliano, ancora oggi capace di sorprendere per complessità e versatilità.

Pizza a Corte – I 4 appuntamenti di agosto

Sono quattro gli appuntamenti di agosto in programma per la rassegna Pizza a Corte, ospitati nel giardino del settecentesco Palazzo Acampora di Agerola, adiacente all’orto di casa.

Il primo è in calendario giovedì 6 agosto, a partire dalle ore 20.00, quando Mauro Espedito, della Pizzeria Owap, di Napoli, proporrà quattro degustazioni, tra le quali una delle sue signature, la Pizza Pepperoni e la Last minute, con blue di bufala, noci e mele di castagno. Il dessert sarà a cura del maestro Pasticcere Pasquale Pesce, dell’omonima pasticceria di Avella.

Il 13 Agosto sarà la volta di Raimondo De Crescenzo (Pizzeria Magma) affiancato da Giuseppe Esposito (Roxy Bar).

Il 20 Agosto, Enzo Bastelli (Basta Pizzeria) e Giuseppe Pepe (Pasticceria Pepe Mastro Dolciere) e giovedì 27 AgostoGiuseppe Pignalosa (Pizzeria Le Parule) e Salvatore Capparelli (Pasticceria Salvatore Capparelli). 

Tutte le serate vedono la partecipazione dei bartender del Madamé Lounge Bar di Agerola, ai quali è affidato il cocktail pairing.

In uno spazio attiguo all’orto, sin dal primo appuntamento, troviamo uno spazio dedicato alla fotografia, con i professionisti dello Studio125 di Napoli, che realizzano scatti d’autore in bianco e nero dedicati ai pizzaioli, agli ospiti e ai clienti, omaggiati di questi splendidi ritratti.

Come di consueto, parte dell’incasso delle serate sarà devoluto alla HHT Italia APS, associazione impegnata nell’assistenza alle persone affette da Telangectasia Emorragica Ereditaria.