Pozzuoli protagonista del gusto: la Live Cooking Experience al White Chill Out Lungomare celebra l’eccellenza tra cucina, mare e grandi collaborazioni

Una serata esclusiva tra alta gastronomia, cooking experience e valorizzazione del territorio con chef, aziende e professionisti dei Campi Flegrei. Il fascino del mare, l’eleganza degli eventi e la ricerca gastronomica sono stati i protagonisti della Live Cooking Experience andata in scena il 17 giugno al White Chill Out Lungomare Pozzuoli.

Come parlare di gusto e territorio grazia alla sinergia tra gli attori del panorama enogastronomico puteolano, con banchi dedicati alle ostriche e mitili nostrani, cocktail esclusivi curati dai bartender del momento e piccoli morsi alla brace o fritti sempre a base del miglior pescato locale.

Una serata riservata alla stampa e agli ospiti selezionati che ha raccontato una nuova idea di ospitalità: un’esperienza capace di unire cucina, atmosfera e cura dei dettagli, valorizzando le eccellenze del territorio attraverso un percorso sensoriale completo. Nel menu hanno trovato spazio il Roll bun crostacei, il Baccalà fritto con pomodoro datterino e Parmigiano 24 mesi, il Fish & Chips di tonno, i Tagliolini al battuto di gamberi, burro e limone e lo Zito con pescato del giorno e datterini, fino al dessert Plateau Dolce Vita.

“Il White Chill Out Lungomare nasce con l’idea di creare momenti che restano nel tempo – racconta Nicola Scarmadella, proprietario del White Chill Out Lungomare –. La Live Cooking Experience è stata la dimostrazione di quanto sia importante fare rete con professionisti e realtà che condividono la stessa attenzione per qualità, bellezza e accoglienza. Vogliamo continuare a raccontare Pozzuoli attraverso eventi capaci di unire il territorio alle eccellenze che lo rappresentano.”

La serata ha visto anche protagonista il mondo del vino grazie agli abbinamenti curati dal Sommelier Guido Del Vecchio, con le etichette di Cantine Palazzo Marchesale, Carputo Vini e Cantine Federiciane, selezionate per accompagnare ogni portata e valorizzare il percorso gastronomico. Fondamentale il contributo delle realtà legate al mare e alla qualità delle materie prime: Pastai Cacciapuoti, Ittica Albi e Ittica D’Isanto Pozzuoli hanno supportato la valorizzazione del pescato, mentre Magno Food, MARR Home, Legami D’Amore hanno contribuito alla riuscita dell’organizzazione e alla cura dei dettagli.

L’esperienza è stata completata dalla proposta sushi dello Chef Romerson Cohelo che ha portato in tavola l’eleganza della tradizione giapponese, e dai Signature Cocktails di Luigi Scarmella Bartender, insieme alla selezione di Caffè Kremoso per il finale dedicato agli ospiti.

La Live Cooking Experience conferma il ruolo del White Chill Out Lungomare Pozzuoli come luogo di riferimento per eventi, lifestyle e alta cucina nei Campi Flegrei, dove il mare diventa la cornice naturale di esperienze uniche.

Buonissimi: la notte più bella del Mediterraneo è a Salerno

Una passerella sul mare, tra grandi chef e grandi storie. 

Per una notte Salerno racconterà qualcosa di molto più grande del mare. Succede ogni anno a Marina di Arechi, il porto turistico progettato da Santiago Calatrava che si affaccia sul Golfo come una grande terrazza sospesa tra architettura contemporanea e orizzonte mediterraneo. Qui, il prossimo 22 giugno, tornerà Buonissimi, uno degli eventi enogastronomici più esclusivi della Campania che, grazie alle partecipazioni di maestri della cucina, da otto edizioni trasforma una delle passeggiate più suggestive della costa campana in una lunga passerella del gusto.

Al tramonto, quando la luce si riflette sugli yacht e il profilo della Costiera Amalfitana si dissolve nell’azzurro, la Marina cambia pelle. Gli ormeggi diventano salotti a cielo aperto, le banchine si animano di profumi, calici e incontri. Gli ospiti passeggiano tra decine di postazioni gastronomiche mentre chef, pizzaioli, pasticcieri e produttori raccontano il territorio attraverso le loro creazioni.

Un viaggio che attraversa la Campania e l’Italia con centinaia di proposte enogastronomiche. Un luogo dove il fine dining incontra la tradizione popolare, la ricerca dialoga con la memoria e il vino diventa strumento di racconto.


Sotto le stelle del Golfo, il grande rito di Buonissimi

Oltre 300 professionisti del gusto prenderanno parte all’edizione 2026, dando vita a una delle più grandi manifestazioni del Sud Italia dedicate alla buona cucina. Un esercito silenzioso di artigiani del sapore che, per una sera, mette il proprio talento al servizio di una causa comune.

Buonissimi infatti custodisce un’anima particolare. Dietro l’eleganza dell’evento, dietro i grandi nomi della cucina e le eccellenze enologiche, c’è il lavoro dell’Associazione OPEN OdV, nata nel 2003 dall’iniziativa di genitori di bambini colpiti da tumori pediatrici ad alto rischio. Da allora l’associazione sostiene la ricerca scientifica e accompagna le famiglie nei percorsi di cura più complessi.

il team di Buonissimi che ogni anno trasforma la Marina d’Arechi di Salerno in un grande evento di gusto e solidarietà a sostegno della ricerca oncologica pediatrica.

Una sola notte. Trecento protagonisti. Mille ragioni per esserci.

I fondi raccolti quest’anno (ultimo di 3) sosterranno il progetto EDITOR, promosso dai professori Mario Capasso e Achille Iolascon insieme al CEINGE di Napoli, uno dei più importanti centri italiani di biotecnologie avanzate. La ricerca sta aprendo nuove prospettive nella comprensione delle mutazioni genetiche che rendono alcuni tumori pediatrici particolarmente aggressivi, con l’obiettivo di sviluppare percorsi sempre più personalizzati di diagnosi e cura.

Ma ciò che rende Buonissimi speciale è la sua capacità di tenere insieme due dimensioni apparentemente lontane: il piacere e la responsabilità.

Marina di Arechi, il salotto buono che illumina il Mediterraneo

Si brinda guardando il mare. Si scoprono nuovi vini. Si assaggiano piatti irripetibili. Si incontrano produttori, cuochi, artigiani del gusto. E allo stesso tempo si contribuisce concretamente a finanziare la ricerca.

Forse è proprio questo il segreto del successo di Buonissimi: trasformare una serata di festa in un gesto collettivo. Una notte in cui Salerno mostra il suo volto migliore. Quello di una città che sa accogliere, raccontarsi attraverso il cibo e mettere il proprio patrimonio umano e gastronomico al servizio di qualcosa che va oltre la tavola.

Per qualche ora, tra il profumo del mare e quello delle cucine, la Marina di Arechi diventa molto più di un porto. Diventa simbolo di condivisione, vicinanza e cura.

Spirito Autoctono 2026: la Guida è tornata

In libreria la nuova edizione di “Spirito Autoctono – La Guida”: il volume che racconta l’Italia dei distillati, degli amari, dei liquori e dei vermouth artigianali nei luoghi in cui nascono, tra itinerari originali, aziende storiche, progetti green e percorsi di viaggio

È tornata Spirito Autoctono – La Guida, il volume che racconta l’Italia dei distillati, degli amari, dei liquori e dei vermouth artigianali con sguardo tecnico e narrativo. Un progetto editoriale che ogni anno traccia la mappa più completa del Bere Italiano contemporaneo, e che oggi si presenta in una nuova edizione pubblicata da Trenta Editore.

La guida, uscita il 1° novembre, è già disponibile online e nei principali canali fisici (Amazon, Feltrinelli, Mondadori, IBS). Diretta e curata da Francesco Bruno Fadda e da Lara De Luna, la nuova edizione raccoglie oltre 900 etichette e più di 200 produttori da tutto il Paese. Una fotografia ampia e aggiornata di un settore in grande evoluzione, dove tradizioni antiche e sperimentazioni moderne convivono senza nostalgia.

Quest’anno la fotografia qualitativa del bere italiano, o “Metodo Italiano”, si fa ancora più nitida grazie ai risultati delle degustazioni: 200 Ampolle d’Oro (il massimo riconoscimento della Guida) e 192 prodotti premiati con 4 stelle. A livello territoriale, emerge un quadro chiaro: il Piemonte è la regione con più Ampolle d’Oro, con più prodotti a 4 stelle e con il maggior numero di referenze presenti in Guida; la Lombardia è invece la regione con più gin censiti (28). Dati che raccontano un’Italia non omogenea ma vibrante, dove le eccellenze convivono con nuovi progetti artigianali e distillerie che stanno costruendo una nuova identità del gusto italiano.

L’obiettivo è costruire una mappa del Bere Italiano senza zone d’ombra: non solo grandi firme, ma anche piccole distillerie, realtà emergenti, storie di famiglia, innovazioni e nuovi linguaggi produttivi.

Bere Bene a Tavola, i BBT 2026 sono 251

Con Spirito Autoctono La Guida 2026 torna anche la selezione Bere Bene a Tavola, l’antologia dedicata alle migliori tavole e ai banconi più virtuosi d’Italia. Quei luoghi d’eccellenza dove il Bere Italiano trova la sua casa d’elezione. Una mappatura sempre viva e curiosa, che racconta come si beve – davvero – nei luoghi che fanno della qualità un gesto quotidiano.

I BBT 2026 sono 251 indirizzi selezionati tra bar, bar d’hotel, ristoranti, bistrot, pizzerie ed enoteche. Le Ampolle per l’eccellenza assegnate per il 2026 sono 69, di queste 11 sono nuove assegnazioni e 58 conferme dalla precedente edizione.

L’anima turistica della Guida

Accanto alla valutazione tecnica, la Guida sviluppa un’anima turistica sempre più dichiarata: distillerie visitabili, itinerari originali, aziende storiche, progetti green e percorsi di viaggio che permettono di scoprire gli spirits italiani direttamente nei luoghi in cui nascono. Ogni scheda è accompagnata da una grafica chiara e da icone intuitive pensate per chi ama viaggiare “seguendo il bicchiere”. È così che nasce lo Spiriturismo, un modo nuovo di attraversare l’Italia seguendo le sue eccellenze liquide. Come ricorda il direttore Fadda, questo progetto è “poesia concreta portata sulle pagine ogni anno, con passione e sacrificio”.

In questa edizione, la Guida rivendica anche il valore delle parole che troppo spesso rischiano di svuotarsi a forza di essere usate. “Territorio, artigianale, tradizione: sono parole che continuiamo a trattare come se avessero ancora un peso”, sottolinea la direzione editoriale. Per Spirito Autoctono, raccontare un distillato significa andare oltre la scheda tecnica: significa restituire dignità a un settore vivo, nervoso, frammentato. Un laboratorio a cielo aperto dove convivono aziende storiche che rischiano l’invisibilità e micro-distillerie che si costruiscono una reputazione mondiale partendo “da un alambicco e due bottiglie”. È un’Italia alcolica che non si accontenta di piacere, ma vuole dire chi è: contaminarsi, esporsi, reinventarsi. Dentro ogni prodotto selezionato c’è una visione — magari piccola, ma nitida.



L’editore

Trenta Editore, casa editrice milanese specializzata in cultura gastronomica e progetti dedicati al buon cibo e al buon bere, conferma con questa pubblicazione la sua missione: raccontare l’eccellenza italiana con cura editoriale, sensibilità e qualità grafica. Il suo catalogo comprende libri che valorizzano la cultura enogastronomica, ricettari d’autore, saggi e progetti legati alle tradizioni della tavola e del vino.

Informazioni utili
Titolo:
Spirito Autoctono – La Guida
Curatori: Lara De Luna e Francesco Bruno Fadda
Cofondatori del progetto: Francesco Bruno Fadda  e Lara De Luna
Editore: Trenta Editore
Uscita: 1° novembre
In numeri:

  • 900 etichette;
  • Oltre 200 produttori;
  • 200 Ampolle d’Oro
  • 192 prodotti a 4 stelle

251 Indirizzi Bere Bene a Tavola

La MacelleGria a Fuorigrotta: il format ideale per la carne da allevamenti non intensivi del Sud Italia

Premetto che negli anni 70’, ho fatto le mie prime esperienze lavorative adolescenziali nell’ottima macelleria di mio zio che mi permetteva di guadagnare una piccola paghetta settimanale. Ebbene, la sobrietà dei locali di MacelleGria, sia per il colore delle pareti o un arredamento senza tanti fronzoli, sia per il banco espositivo delle carni e dei preparati gastronomici fatti con esse, mi hanno portato indietro nel tempo.

Nata nel 2013 nel quartiere Fuorigrotta come primo ristorante con macelleria di Napoli, quest’anno ha festeggiato il suo dodicesimo anniversario dall’apertura. Il nome MacelleGria riconduce poi alla genuinità del sorriso della titolare, che mi accoglie come se ci conoscessimo da tempo, ed è stata una bella sensazione, visto che era la mia prima volta al suo locale.

Donatella Bove, ex allenatrice e calciatrice professionista campionessa d’Italia nel ’90, durante la sua carriera sportiva ha vissuto cinque anni tra Taranto e Gravina di Puglia. Da quei territori ha trovato lo spunto giusto per il suo locale, ispirandosi alle tradizioni pugliesi dell’antico “arrusti e mangi” con le braci allestite in strada e ancor di più dal tipico “fornello pronto” di Martina Franca. Lì le macellerie cucinano e vendono le proprie carni ai clienti, che possono sceglierle per farle cuocere al momento e consumate sul posto o a domicilio.

Tutte le proposte, siano esse bovine, suine o avicole, provengono da allevamenti non intensivi del sud Italia. La razza bovina prescelta è la Podolica, allevata nelle aree interne di diverse regioni quali Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e che vive a suo agio allo stato brado o semibrado, capace di adattarsi ai pascoli e terreni più impervi, trovando in molte piante della macchia mediterranea il suo nutrimento. Le sue carni, dopo un necessario e adeguato periodo di frollatura per ottenere la giusta tenerezza, sono riconosciute per il loro sapore sapido e deciso.

L’offerta culinaria si articola in un menù più completo che nasce dalle idee di Donatella e che comprende anche piatti della tradizione napoletana e non, salumi vari o contorni di prodotti biologici dell’orto.

La MacelleGria, oltre alla tradizionale scelta alla carta, offre anche la possibilità di una proposta giornaliera a prezzo fisso per tutti quelli che intendono fare una pausa pranzo.

Ma partiamo alla degustazione:

  • un succulento trancio di mortadella piastrata condita con una glassa di aceto balsamico;
  • il “Sacchetto del contadino”, una rosetta calda farcita con cicoli e provolone piccante, gustoso, e bella idea per sostituire il classico panino napoletano;
  • la tartare “Tu vulive a pizza”, guarnita infatti a mo’ di pizza con pezzetti di pomodori gialli e rossi, ciuffetti di stracciata di bufala, capperi e un crumble di pane con evo e basilico, un equilibrio di sapori che non sminuisce la protagonista, la carne con la sua delicata aromaticità e piacevole tendenza dolce;

  •  il “Soffritto rivisitato”, ideato per quelli come me che ad oggi, nella sua versione tradizionale, non lo avevano mai assaggiato, ma cucinato senza interiora e con solo carne; in abbinamento un calice di Susumaniello del Salento, la cui leggera morbidezza ha equilibrato la leggera piccantezza, a dimostrazione che è possibile usufruire anche di una buona carta dei vini e, per chi volesse, anche la possibilità di bere birra alla spina e artigianale;
  • una buona e cremosa “Pasta e patate” esaltata dalla provola filante e dall’aromaticità lievemente piccante del pepe;
  • un tris di carne alla piastra composto da: un succulento hamburger, una cotoletta palermitana di bovino impanata senza uova, con pecorino, pepe e aromi, non fritta ma alla brace, in dialetto palermitano detta “l’Appanata “, assaggiata per la prima volta è stata una piacevole e gustosa sorpresa; la “Bombetta” pugliese, un gustosissimo involtino di capocollo di maiale cotto tradizionalmente alla brace e leggermente napoletanizzato nel ripieno da Donatella, e la cui ridotta sua dimensione permette di mangiarlo in pochi morsi, io in due.
  • per chiudere nel migliore dei modi, la sbrisolona alla crema pasticcera servita al cucchiaio, arricchita da un coulis di amarene e foglioline di mentuccia.

Arrivati con soddisfazione alla fine dell’appuntamento, Donatella ha tenuto a sottolineare la bravura dei suoi collaboratori, che con la professionalità e affezione al lavoro, sono riusciti a superare il momento più difficile della loro storia gastronomica dal 2013 ad oggi: gli anni della Pandemia Covid.

Ci parla quindi della sua squadra, partendo dalla Mastergrill Luciana Lamanna, capace di cuocere a puntino le carni ma anche molto brava a gestire contemporaneamente una brace apposita per celiaci, dei due giovani e bravissimi chef Francesco Penta e Simona Loffredo in cucina nonché dell’indispensabile Diego Moio da sempre con lei in sala. Una bella realtà. A presto Donatella…

Un tranquillo weekend di… gusto, nella Tenuta degli Ulivi della famiglia Provenza – Frantoio Torretta

Si parla tanto di enoturismo, ma poco o nulla di olioturismo. Suddividere per settori una pratica che può cambiare la vita stessa delle persone è una pessima abitudine che segna il passo coi tempi moderni.

Tutto è smart, tutto è easy: è diventato stancante persino utilizzare termini equivalenti in italiano. Concentrarsi invece sulla bellezza che offre il mondo agricolo meriterebbe più attenzione e solo alcuni riescono a recepire al meglio il concetto.

La storia di Maria Provenza, intraprendente ed energica rappresentante del Frantoio Torretta, narra di un passato da pioniera nella provincia salernitana per la produzione dell’oro verde – l’extravergine d’oliva – che il mondo intero ci invidia. E di un presente da assoluta protagonista del comparto.

In un possibile paragone con il vino, la differenza tra Italia ed estero risiede qui proprio nelle numerose cultivar presenti e nell’utilizzo di sistemi di allevamento non particolarmente intensivi, a tutto vantaggio della qualità.

Ecco perché l’olio extravergine d’oliva italiano ammette rincari che lo rendono spesso meno competitivo in determinati mercati. La mancanza di conoscenza e il pessimo contributo di alcuni servizi giornalistici votati allo scandalo “di pronto consumo” hanno fatto danni nel promuovere un sentimento di naturale diffidenza anziché di ammirazione e rispetto.

La Campania sa essere terra di grandi prodotti agricoli da sempre, sin dagli antichi romani che la definivano Felix. La valorizzazione del territorio con appuntamenti mirati in azienda, visite guidate, passeggiate nei campi e degustazioni tecniche, crea benessere in coloro che le vivono e opportunità di lavoro e guadagno tra le fila degli organizzatori.

I Provenza avevano già ideato, anni fa, il “bar dell’olio” all’interno del frantoio, per soddisfare le curiosità dei numerosi visitatori (e potenziali clienti) nell’assaggiare l’olio utilizzato anche nell’arte della mixology.

Un percorso continuo, quasi come salire i gradini di una scala senza fine, che ha portato alla ristrutturazione dell’antico Borgo San Luca con camere accoglienti per una pausa rilassante, una linea di cosmetici realizzati dal brand Parentesi Bio e, ultima proposta, cocktail e cestini su prenotazione per deliziosi picnic nell’uliveto.

La terra è bassa, è dura da lavorare, ma sussurra vita e amore. La stessa che Maria, coadiuvata dai familiari, ripone nella sua idea di turismo gastronomico. Dal weekend del 4 luglio 2025, sarà infatti possibile riservarsi un attimo di serenità e ozio al tramonto, godendo della frescura data dalle colline di Montecorvino Rovella, crocevia di passaggio tra Salerno e Battipaglia.

Un vero e proprio hub olivicolo dove l’azienda agricola si trasforma in luogo di incontro, di accoglienza, di svago, di informazione e formazione.

La proposta gastronomica si fonderà sulla collaborazione con artigiani del gusto del territorio come Helga Liberto, Emilio Soldivieri e Jan Bruno Di Giacomo nonché con aziende di eccellenza locali.

Ad impreziosire gli occhi dei turisti saranno le antiche stanze dove si respirano ancora i lavori di un tempo ed una storica cappella dove i contadini pregavano per i frutti del proprio lavoro.
 

Per prenotazioni > 328.6273427
Tenuta degli ulivi – dimora contadina
Via San Luca – Montecorvino Rovella (SA)
https://www.tenutadegliulivi1216.it/

Emilia Romagna: ristorante “Al Vèdel” una storia di famiglia

Una storia di famiglia: così si presenta il ristorante Al Vèdel agli ospiti che varcano la sua soglia.

Ma anche di territorio e tipicità, aggiungiamo noi, raccontate con passione da ben sei generazioni. Era infatti il 1780 quando a Vedole, piccola frazione alle porte di Colorno immersa nella tranquillità della campagna parmense, aprì le porte una bottega con punto di ristoro. Ed è sempre qui, che a distanza di oltre duecento anni, ritroviamo quel casolare, ora trasformato in un elegante e raffinato locale, guidato dallo chef patron Enrico Bergonzi e dalla moglie Edgarda Meldi, assieme alla sorella Monica ed al marito e sommelier Marco Pizzigoni. E poi i rispettivi figli, che potremmo dire nati e cresciuti fra queste mura: Giulia e Carlo e la giovanissima Elisa che già nel weekend fa capolino fra i tavoli.

La famiglia del ristorante “Al Vèdel”

Al Vèdel non ci passi soltanto, ma ci vieni per trovare quel clima accogliente che sa di famiglia, tipico della gente emiliana. Ci vieni per assaporare il gusto della tradizione autentica, tra paste fresche fatte in casa, come gli immancabili tortelli d’erbetta e anolini in brodo, o ancora i prelibati “tortel dols” (antica pasta ripiena tipica di questo lembo di terra, la cui farcia si caratterizza per il gusto agrodolce conferito dalla mostarda di frutti antichi unita al mosto cotto), per arrivare ai secondi di carne, come la punta di vitello ripiena oppure nel periodo invernale i bolliti, senza dimenticare le lumache (da una piccola azienda locale).

Le lumache

Ma al Vèdel ci vieni anche se sei un appassionato di vino, con oltre 1800 etichette inserite in carta, una vera “Bengodi” anche per il collezionista più esperto. E poi i culatelli. Proprio così, al Vèdel ci vieni per farti guidare alla scoperta del Caveau dei Culatelli, la cantina naturale del Podere Cadassa (il salumificio storico di famiglia, annesso al ristorante), dove nel periodo di massimo splendore, stagionano appesi fino a 7.000 culatelli, oltre a fiocchi, salami, pancette, coppe e la rara spalla cruda di Palasone. Un tempio della norcineria, dove regna ancora la regola del fatto a mano, con abili norcini che trasformano un pezzo di carne in una vera eccellenza della salumeria italiana.

Qui vige l’imperativo della qualità senza compromessi e della naturalezza dei salumi. Solo carne, sale, pepe e poi il tempo, per regalare quell’aroma unico di lenta stagionatura, che solo le mura di una cantina naturale sanno regalare. No areazione artificiale, ma apertura e chiusura delle finestre in base alla temperatura e all’umidità del periodo, proprio come si faceva una volta. Nessuno segreto, solo tanta passione e professionalità.

I salumi

Ed è proprio dai salumi che occorre iniziare quando ci si siede alle tavole del Vèdel. In menù troviamo la degustazione classica dei salumi di loro produzione a marchio Podere Cadassa, compresa la Spalla Cotta di San Secondo servita tiepida, un’altra tipicità che contraddistingue la Bassa parmense. Oppure la degustazione delle tre stagionature di Culatello, valutando così le diversità gustative conferite dalla permanenza in cantina. Per arrivare al Gran Nero, ovvero la speciale produzione di salumi di maiale nero, provenienti da allevamenti locali, dove ritrovare il gusto deciso degli insaccati artigianali, caratterizzati da una percentuale maggiore di grasso che conferiscono alle fette un’estrema dolcezza e scioglievolezza all’assaggio.

I “tortel dols”

Parlando di Culatello, occorre precisare che quello presente nella degustazione del ristorante è quello marchiato Terre di Nebbie, che individua una produzione ancora più rigida per questo insaccato, prestando particolarmente attenzione alla filiera della carne, con la scelta di allevamenti sostenibili che tutelano il benessere animale, innalzando così, ancora di più l’asticella della qualità. Ma il Vèdel non vuole dire solo tradizione, la cucina propone infatti anche piatti creativi, dove ritroviamo il pesce, compreso un sontuoso crudo di mare e carni pregiate, come il cervo o la pernice. E quando è periodo immancabile è l’assaggio di tartufo bianco, da gustare al meglio nel risotto alla parmigiana.

Venite… e assaporate.

Al Vèdel

Via Vedole 68

43052 Colorno (PR)

email: info@alvedel.it

Calabria: l’importanza di chiamarsi Colacino

Esistono personaggi storici che evocano un’agricoltura di altri tempi, quando tecnologia e controllo non avevano ancora bussato alle porte dell’era moderna.

In quei momenti la scelta coraggiosa di imprenditori più o meno prestati al mondo del vino, ha rimescolato le carte in tavola, creando i presupposti per l’arrivo di un vento propizio alla produzione di qualità. Vittorio Colacino, classe ’23, era tra questi piccoli grandi eroi che hanno trasformato il volto di un territorio di riferimento.

La Valle del Savuto da sempre rappresenta un ostacolo per chiunque voglia avvicinarsi al lavoro dei campi. Suoli compositi e coriacei, ricchi di scisti e calcare, che si inerpicano su declivi dalle pendenze vertiginose. Clima rigido, tipicamente continentale dalle estati afose (seppur mitigate da forti escursioni termiche giorno-notte) e inverni freddi e piovosi. Fare uva qui significa attendere più del previsto prima di procedere alla raccolta, per raggiungere maturazioni ottimali.

Vittorio conosceva tutto ciò, da medico condotto stimato dai suoi concittadini. Ma la passione per la vigna era forte, quasi irresistibile per spegnerne il richiamo. Così i primi innesti datati 1965 e, successivamente, le prime 2000 bottiglie quasi in sordina. Di mezzo tra lui e il nuovo millennio la conoscenza con Mario Soldati, che ammirato lo cita a piene mani nei suo celebre Vino al Vino.

E poi? L’impegno dei figli Mauro e Maria Teresa nel continuare la strada percorsa dal padre, trasformando un amore di famiglia in una cantina precisa e ambiziosa, Colacino Wines, dalle forti potenzialità commerciali. Il sogno del capostipite di fare vino buono senza abusi tecnologici e senza privarlo di anima, resta nelle nuove etichette. Vini che attraggono o meno l’attenzione del consumatore finale, ma che non mancano di sorprendere chi ambisce ad ascoltare un racconto diverso dal solito.

Qui il grado zuccherino diventa un problema inverso, con l’evidenza di campioni dalla facile beva senza pomposità alcoliche. Il rovescio della medaglia resta, a mio avviso, la gestione della trama tannica, a volte verdeggiante, altre eccessivamente da fumo di brace e ricordi amari. La via di mezzo regala spinte propulsive ai nuovi sorsi senza danneggiare la vena agrumata tipica dell’areale. Ma prima dei rossi dobbiamo parlare del Pecorello, varietà che vede origine proprio in questa zona.

La 2021 balsamica al punto da ricordare alcune pregevoli espressioni aromatiche. Le erbe mediterranee si appoggiano su note di lime e mela, con salinità e accenti speziati. C’è da farci un serio pensiero sui bianchi da tale varietà.

Terre di Cosenza Dop Rosato 2022 da Magliocco Dolce in purezza, gioca a nascondino su nuance di affumicature accompagnate da ribes rosso e scie officinali. Di sicuro l’annata torrida ne ha accentuato le parti morbide, a discapito della rapida chiusura di bocca.

Colle Barabba 2021 Doc Savuto Classico: nel rosato parlavamo delle sensazioni gliceriche utilissime in questa tipologia a puntellare struttura e pienezza di corpo. Olfatto da mirtillo scuro, sorso energico e vibrante con tannini nella giusta via di contenimento, per nulla invadenti. Solo acciaio. Straordinario.

Britto 2018 Doc Savuto Superiore contiene le medesime percentuali del Colle Barabba, tra Magliocco Dolce, Magliocco Canino e Greco Nero. Come spesso accade la vintage fa la differenza; nonostante selezioni e raccolte separate, con 36 mesi di maturazione tra legni vari e inox, la vena scura e terziaria domina su tutto, al limite della masticabilità e con una chiosa ancora astringente. Servirà del tempo in bottiglia per capire le effettive evoluzioni. Restiamo, per adesso, sulla linea di partenza.

Concludiamo con le parole del dott. Vittorio Colacino, monito eterno per il futuro: “la mia massima ambizione commerciale consiste nell’andare alla pari con i costi della produzione. Non è stupendo?”

Locanda San Cipriano ad Atena Lucana (SA): sapori e passione sono da sempre ingredienti giusti

di Luca Matarazzo

Mi son chiesto spesso, nei lunghi viaggi in giro per l’Italia a scoprire realtà enogastronomiche degne di nota, quale fosse il segreto della cucina tale da toccare le corde del cuore e lasciare un ricordo indelebile.

Si sente parlare ovunque del concetto di gourmet: se chiedessimo – in un sondaggio pubblico – cosa significhi esattamente, otterremmo migliaia di punti di vista differenti. E lo stesso accadrebbe, ne sono certo per esperienza vissuta, ad un consesso di esperti di settore individuati tra chef e giornalisti.

Ciò succede perché il termine gourmet nella ristorazione ricalca le medesime, ampie considerazioni di terroir per un vitivinicoltore. Materie prime, cura e attenzioni per i dettagli e, naturalmente, la mano dell’uomo nel compiere quel gesto di amore e coesione tra le varie componenti.

Proprio quanto avviene alla Locanda San Cipriano ad Atena Lucana (SA), da Antonio e Sandra, uniti nel lavoro e nella vita. Il modo giusto per segnare il passo nel vasto mondo della cucina a chilometro zero, ove abbonda, dobbiamo dirlo a malincuore, anche tanta improvvisazione.

Appena varcato la porta d’ingresso del loro locale, accogliente e familiare, la sensazione immediata è stata un’intimità rassicurante per gli aromi che provenivano dalle pietanze in preparazione. Un momento nel quale poter aprire la mente, veicolando all’interno le parti più belle dell’arte del cibo.

Il menu era, punto per punto, come nelle migliori attese. Una vasta scelta di baccalà in diverse cotture, quasi il ricordo dei pranzi delle feste a casa con i parenti, a cui non abbiamo potuto esimerci dall’assaggio. E ancora: la pasta fresca fatta a mano e la guancia di vitello brasata cotta a bassa temperatura che non conosce stagioni.

L’antipasto prevedeva del baccalà fritto delicatissimo, accompagnato da peperone crusco sbriciolato, tipico delle ricette lucane. Seguono fiori di zucca che in queste zone si mangiano al naturale, fritti senza ripieno di mozzarella o ricotta. Terminiamo gli antipasti caldi con un filetto di baccalà con uvetta sultanina e alloro, simbolo della tradizione di Antonio e Sandra.

Commoventi e originali anche le proposte dei primi, scelte tra i ravioli ripieni di baccalà o la carbonara di baccalà con i suoi ciccioli.

Su quest’ultima scelta, le lavorazioni sono state molteplici per calibrare la densità dell’uovo e la croccantezza del cicciolo di pesce. Originalità, passione, sapore, ingredienti perfetti in ogni campo.

Chiudiamo in dolcezza con i dessert e precisamente il maritozzo, scelto sia nella versione classica che ai frutti di bosco. Altra abilità dello chef Antonio Giordano nel ricreare le emozioni di un tempo, quando la vita non era solo una corsa infinita.

Buona la carta dei vini con etichette facilmente abbinabili alle scelte gastronomiche. Non solo Locanda, ma anche forno con corsi sui lievitati e una piccola acetaia certificata, vera rarità per il Sud Italia.

Sandra Pellegrino

Siamo ancora sicuri di cosa significhi davvero essere gourmet?

Locanda San Cipriano

Via Serrone – Atena Lucana (SA) 84030

info@locandasancipriano.it

0975 511447