Il Collio raccontato da Primosic

Dolci e tenui rilievi in Collio,

verde erba, foresta e trifoglio,

boschi per metà del paesaggio,

delle genti è stato il passaggio,

ponca per bianchi, fini, molto apprezzati,

raffinati, minerali, intensi e domati,

musa, ove la serenità è udibile e distesa,

una preghiera: regalane parte al pianeta.

Basterebbero questi imperfetti versi scritti d’impulso, per illustrare appieno il Collio dal mio punto di vista. Del resto il ruolo della poesia è la sintesi, sostituendo la suggestione alla narrazione, per descrivere le esperienze e le emozioni colte in un determinato momento.

Verrei però meno all’incarico ricevuto e accettato, e sarebbe profondamente ingiusto nei confronti di coloro che mi hanno gentilmente ospitato, mostrato affetto, e dedicato parte del loro prezioso tempo.

Il Consorzio Tutela Vini Collio ha organizzato per la stampa un tour d’esperienza, dove è stato possibile assaggiare oltre centotrenta vini della regione, visitare undici cantine e conoscere gli artefici dei loro vini, ma gli incontri avuti con i produttori, se si aggiungono le cene, sono stati ancor maggiori, giungendo alla cifra di venticinque realtà. Un numero per nulla irrilevante, che consente d’avere uno spaccato importante della produzione in Collio attraverso un confronto con chi crea vino.

Sul Collio ho già scritto, e probabilmente è una delle ragioni dell’invito, e chiunque si accinga a farlo di nuovo non può esimersi da tralasciare alcune considerazioni storiche. Si menzionava la serenità che si respira e percepisce trascorrendo qui alcuni giorni, è genuina ma conquistata a caro prezzo. La storia vinicola della regione passa attraverso le varie nazioni cui è appartenuta, e ora che ha una definitiva stabilità, dai cambiamenti occorsi nel dopoguerra.

Il Collio è un luogo molto piccolo, fatto di collinette simili a dei pandori, che in realtà hanno caratteristiche molto diverse fra loro, anche all’interno dello stesso vigneto. Una ricchezza dovuta alla disomogeneità. Marcatore incontrastato e inconfondibile del terreno del Collio, vero dna di un suolo povero in sostanza organica e molto ben drenato, è la ponca. Di origine eocenica, è una stratificazione alternata di marne sature di sedimenti minerali, e arenaria. Conferisce al vino qui prodotto quella struttura, eleganza e mineralità tanto apprezzata.

Menzionavo che sono stati venticinque gli incontri diretti avuti, e se ne parlerà più avanti, perché preferisco iniziare da uno che ha eseguito per noi del tour la propria disamina sulla storia vinicola del Collio.

Si tratta di Marko Primosic. La famiglia Primosic è proprietaria di vigneti nella zona di Oslavia fin dalla metà del ‘700. In questa zona rimbalzano le correnti della Bora, utilissime al vigneto che assieme alla ponca caratterizzano i vini dal sapore più nordico, rispetto ad altri suoli del Collio.

E poi arriva Karlo nel 1868, e da quel momento il suo nome è associato al vino di Oslavia. A fine ottocento Karlo trasporta il vino con la ferrovia a Vienna contenuto in grandi botti. L’impero austro-ungarico apprezzava la regione del Collio, la considerava il suo giardino, dove poter attingere di vino e olio, di uva e ciliegie, quest’ultime d’eccellente qualità. Il figlio di Karlo, Josez, torna dal fronte della grande guerra e trova i vigneti devastati. Oslavia è chiamata non a caso la collina morta, e aiutato dal padre rimpianta i vigneti. Gli succede Silvan, o Silvestro come ci è stato presentato, il simpatico, empatico e pieno di vita ottantacinquenne, che a soli dodici nel 1953 diventa il capofamiglia alla morte di Josez e del fratello maggiore caduto da partigiano. Nella grande sfortuna una libertà, di fare ciò che voleva. Produce il vino sfuso e in bottiglia dal 1956 senza etichetta con vuoto a rendere, con etichetta dal 1964, e la prima a nome S. Primosic nel 1967, disegnata dalla moglie Liliana, che riporta il paesaggio di Oslavia. V’è scritto i Vini del Collio poichè sarà nel successivo maggio 1968 che nascerà la doc omonima, tra le prime in Italia, grazie agli sforzi del Consorzio di Tutela Vini Collio sorto quattro anni prima nel 1964. E’ una bottiglia renana, obbligatoria a quel tempo dal disiciplinare di produzione che reca la scritta Tocai in caratteri gotici.

E’ l’inizio di una produzione di stampo moderno: Silvan, getta via i legni, acquista vasche di cemento, e produce vini bianchi senza macerazione, curati e puliti, e focalizzati sugli aromi primari.

Ricordo a me stesso che per rientrare nella categoria di Collio Doc le uve devono provenire dal territorio della provincia di Gorizia, in otto dei venticinque comuni presenti: Capriva, Cormòns, Dolegna del Collio, Farra d’Isonzo, Gorizia, Mossa, San Floriano del Collio, San Lorenzo Isontino. Sono esclusi i terreni del fondo valle, con l’obbligo per i vigneti di trovarsi perlomeno a 75 metri di altitudine, fino ad arrivare a circa 270 metri e oltre, e con una pendenza minima del 3%.

Nel disciplinare del Collio doc fino al 1991 non erano ammessi i vitigni internazionali a bacca bianca, a differenza di quelli non autoctoni a bacca rossa, già presenti da lunga data nel territorio.

Le uve al momento autorizzate sono:

per il bianco Chardonnay, Friulano, Malvasia Istriana, Müller Thurgau, Picolit, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Ribolla Gialla, Riesling Renano, Riesling Italico, Sauvignon, Traminer Aromatico; per il rosso Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carménère, Merlot, Pinot Nero.

Un paio di anni fa, un gruppo di quattro viticoltori che oggi sono diventati undici, hanno scelto di vinificare solo le uve Friulano, Malvasia Istriana (ripeto istriana), e Ribolla Gialla per il proprio Collio doc, tornando al primo periodo del disciplinare 1968-1991 (doc che, per inciso, ha vissuto molti più anni con i vitigni internazionali che senza), ritenendoli quelli storici del territorio e che lo interpretano nel migliore dei modi, e inserendo in etichetta la dicitura Collio da Uve Autoctone.

Quando si scomoda il punto di vista storico o tradizionale, per non parlare di autoctono, incuriosisce che quasi mai si tenga conto essere frutto del momento dell’osservazione. Fra un secolo, probabilmente, in una immaginaria fase della definizione dei vitigni a bacca bianca per la doc Collio, si avrebbe un’analoga inclusione a quella operata per i vitigni internazionali a bacca rossa, ritenendola logica.

Non addentriamoci troppo in un ginepraio se non per raccogliere le bacche fondamentali al celebre distillato bianco. Rispettiamo i pareri di tutti gli attori vinicoli in questione, soprattutto perché hanno titolo a parlare, a differenza di chi semplicemente ne scrive e non produce.

La soluzione migliore è, a mio modesto parere, la coesistenza, auspicando che NON si sprechino energie per discutere in maniera accesa sulla questione. Sarebbe del tutto inappropriato in una regione che ha visto tanti passaggi di mano.

Anche Oslavia beneficerà del boom economico degli anni cinquanta e sessanta, ma il resto della storia lasciamo che sia Marko a raccontarla, figlio di Silvan, nato nell’anno della doc quindi un predestinato, enologo, che a undici anni ha il suo primo Vinitaly, e che dal 1989 affianca il padre con il fratello Boris di tre anni più giovane.

Negli anni ’80, ci racconta Marko, la strada percorsa dal papà con la vinificazione in serbatoi di acciaio che valorizza gli aromi primari non basta più. Evolve il palato, evolve il consumatore, evolve il Collio stesso, anche nella conduzione dei vigneti, che fino agli anni ’60 erano lavorati principalmente a mano. Gli anni ’70 Marko li descrive come i più bui, dove in qualche modo i tecnici cercavano di portare la meccanizzazione e di fare della collina la pianura, un errore grande che tuttavia in Collio è avvenuto in modo molto limitato, giusto qualche rilievo spianato. Il dietrofront si ha nel decennio successivo. Il Collio scopre e valorizza il proprio territorio ispirandosi a ciò che avveniva in Borgogna. Si commisero, però, una serie di errori, tra i quali d’impiantare ad altissima densità per ettaro, a quaranta centimetri da terra in vigneti inerbiti dove l’erba cresce a venti centimetri, e il grappolo in sostanza poggiava seduto nell’erba se questa non era un prato inglese. Tutto ciò andava benissimo per i vigneti molto drenati e completamente diserbati della Borgogna ma non in Collio dove oltretutto le piogge erano intense.

Si arriva così agli anni ’90, e finalmente si ha la consapevolezza dell’estremo valore del territorio, grazie alla nuova generazione e frutto anche della serie di errori compiuti, puntando a non uscire ad annata, con l’ambizione che il vino possa maturare. Risvolto della medaglia è stato guardare troppo al vino internazionale, con un’impostazione più filo francese e l’uso del legno, barrique o altro.

L’ultima fase sono gli anni duemila con l’avvento dei vini macerati, nati dopo la grandinata a Oslavia di fine agosto 1996, violenta e cattiva, avvenuta nel momento in cui tutto era pronto per la vendemmia, rovinando l’annata in corso e la successiva. In questa fase, per i viticoltori giù di morale, c’è stato il tempo di fare una riflessione sul futuro. L’episodio da rammentare è quando Carlo Petrini chiede a Josko Gravner di accompagnarlo in Georgia. Qui vedrà le anfore, ma non è tanto il contenitore in sé che poi userà, piuttosto la riflessione operata, cioè quando non si sa dove andare, si tende a guardare al passato, alle pratiche di un tempo. Ed ecco che, nel tentativo di rivalutare la Ribolla Gialla massacrata negli anni precedenti con la maturazione in legno, si riscopre la fermentazione sulle bucce. Il vitigno è insuperabile nei risultati della pratica macerativa, poi la qualità del vigneto, il tipo di buccia, e non per ultimo il territorio si prestano per creare un plus sensato a un vino ottenuto con il vitigno.

L’escursus storico consente di fare una distinzione delle cantine in base alla loro nascita, figlie in realtà della loro storia. Una come la Primosic ha attraversato tutte le fasi, nessuna delle quali è completamente sbagliata, ma racconta un pezzo di storia e porta ad avere una consapevolezza di un certo livello. Un’azienda vinicola sorta negli anni ’90 avrà probabilmente fatto il primo vino in barrique. Infine una nata nel duemila o a ridosso di tale data, plausibilmente produrrà solo vini macerati.

L’azienda oggi ha trentadue ettari vitati che danno luogo a circa 200.000 bottiglie l’anno e sedici tipologie di vino prodotte. Il mercato riguarda il nostro paese per il 40%, il restante è distribuito in trenta nazioni. In cantina abbiamo visto caratelli da 600 litri di rovere di Slavonia non francese e non tostate utilizzate per il Collio bianco; botti da 18 ettolitri per la Ribolla macerata perchè deve evolvere la sua quantità di tannino, con funzione esclusivamente di maturazione; infine barrique, tostate, per le due varietà internazionali Chardonnay (che fermenta e matura in essa), e Merlot (solo per la maturazione).

La degustazione.

Ribolla Gialla “Think Yellow” IGT Venezia Giulia 2025 12.5%

Vitigno della tradizione con richiami, all’infanzia (i suoi acini dorati erano un tempo delle caramelle naturali per i bambini), e al lavoro (qualche bottiglia di Ribolla era un’integrazione alla paga dei braccianti). Il vino vinifica in serbatoi di acciaio dopo una breve macerazione delle bucce a freddo e pressatura soffice delle uve. Una versione “nuda e cruda”, come storicamente il vitigno si esprime. E’ l’espressione punto di partenza il cui punto di arrivo sono le produzioni macerate. Molto simpaticamente Silvan ci dice che il vino da Ribolla, per le sue caratteristiche, è un ottimo colluttorio al mattino.

All’olfatto è fresca, con sentori agrumati e citrini, e suggestioni di erbe aromatiche.

Al palato torna la freschezza, con l’aggiunta di note floreali di acacia, e nuovamente di agrumi. Ci piace per consistenza grassa e il finale declinato al sapido e minerale.

Malvasia Collio doc 2024 13.5%

Vinificazione simile alla precedente Ribolla Gialla.

All’olfatto il vino è aromatico e fresco, con note floreali vicine al geranio, erbe aromatiche, e minerali.

L’ingresso al palato è ampio e sapido, con ritorni aromatici tipici, e una chiusura lievemente ammandorlata.

Chardonnay Gmajne Collio doc 2022 14%

Lo Chardonnay proviene dallo storico vigneto con toponimo Gmajne, impiantato negli anni ’70 e rinnovato per la sua metà nel 1982. Vinifica tradizionale in bianco, con fermentazione (alcolica e malolattica) ed elevatura in barrique (sia nuove che usate) per diciotto mesi, con lunga permanenza sui lieviti e senza bâtonnage. Segue affinamento in bottiglia. La 2022 è l’annata corrente.

All’olfatto si avvertono subito degli agrumi gialli, la frutta esotica, e dei sentori legati alla vaniglia del legno e un’idea di crosta di pane. E’ un peccato di gioventù, dovuto soprattutto alla tostatura delle botti che è medio/forte. Poi, abbiamo ancora note di fiori gialli, e fruttati di melone.

Al palato la nota vanigliata s’integra con della citrinità, ma il vino è decisamente morbido, caldo e pieno. Le sensazioni legate al legno, ancora da svolgere, qui sono molto meno evidenti. Buona anche la persistenza tracciata dalla nota minerale.

Collio Bianco doc Klin 2020 14.5%

Il Klin, lo storico toponimo di un cru aziendale, sviluppato in una collina che dona tre tipi di suolo e altrettanti di clima, è un uvaggio dei vitigni Friulano, Chardonnay e Sauvignon (non clonato, più sullo stile della Loira) raccolti lo stesso giorno indistintamente dal grado di maturazione delle uve. S’ispira all’antica maniera viennese della Gemischte Satz, pratica di vinificazione di uve diverse provenienti dallo stesso vigneto. Dopo aver raccolto le uve con piena maturazione, diraspate e pressate delicatamente, il mosto fiore è messo in caratelli di rovere di Slavonia da 600 litri in cui compie la fermentazione alcolica e malolattica. Travasato, si aggiunge una parte minima di vino da Ribolla Gialla e torna in botte a maturare complessivamente per due anni, al termine dei quali è imbottigliato e affina per altri due anni. La 2020 è l’annata corrente.

Il vino nasce nel 1982 e ha vissuto legni diversi, infatti, dal 1988 al 1996 si sono adoperate barrique francesi.

All’olfatto si percepisce molta freschezza, con note di fragranza e minerali. Poi abbiamo le erbe aromatiche, suggestioni floreali di gelsomino, una traccia di fruttato esotico e degli agrumi, e infine della vaniglia.

Al palato in questa fase del vino la presenza del Chardonnay svetta un po’, il corpo è rarefatto, con finale morbido. Ha bisogno di tempo, a mio avviso, per armonizzarsi meglio.

Friulano “Skin” Collio doc 2020 13%

Orange wine di recente concezione con prima annata il 2016. Il Friulano macera per due settimane sulle bucce e fermenta con lieviti indigeni in assenza di solforosa e frequenti follature, senza controllo di temperatura. Poi, separato dalle bucce, è posto in caratelli da 600 litri, dove esegue la fermentazione malolattica, e per diversi mesi rimane sulle proprie fecce nobili. L’affinamento in bottiglia è molto lungo.

L’olfatto è caldo e intenso, molto concentrato, con i sentori tipici della macerazione, frutta secca e tè al gelsomino, dotato di tanto agrume, frutta gialla, albicocca e camemoro, un lieve sentore sulfureo, minerale. Al palato è ricco e glicerico, pulito e minerale. Persiste a lungo nelle note macerative, né è privo della tipica sensazione di mandorla amara e tostata.

Ribolla Gialla Riserva “Skin” Collio doc 2020 13.5%

Orange wine da uve surmature che esegue una vinificazione simile al Friuliano con un paio di differenze: la macerazione dura un mese, e le botti dove permane un anno sono grandi da 18 ettolitri.

Olfatto è molto inteso, con note di macerazione, frutta gialla a polpa, albicocca disidratata, agrumi gialli, e note floreali. Al palato è fine ed elegante, con ritorni amarostici di armellina, e minerali prolungati.

Ribolla di Oslavia Riserva Collio doc 2014 14%

Questa riserva vintage è stata versata in un bicchiere T Made 95 Oslavia, con appunto l’impensabile capacità di contenere 95 centilitri, e disegnato per valorizzare al meglio la degustazione delle Ribolla Gialla macerate e d’annata. La dicitura di Oslavia presente in questa bottiglia non è più consentita.

Olfatto: poesia. Succoso di agrume e d’albicocca. Note minerali legate alla ponca, ardesia anche, e terziarie, vien da sé. Frutta secca, miele di agrumi, sentori di appassimento, uva sultanina.

Il palato il vino è maestoso, imponente, morbido, succoso e con una sensazione calorica molto confortevole, mielata, e minerale. Espressione di grande eleganza con finale persistente e suadente.

Pinot Grigio Riserva Collio doc 2017 14.5%

Orange wine prodotto dal 1998, dal colore intenso ramato, le cui uve diraspate fermentano con i lieviti indigeni, senza solforosa e con lievi follature. La macerazione dura 6/8 giorni, poi passa in caratelli di rovere di Slavonia, dove prosegue la fermentazione e la malolattica, e vi permane per alcuni mesi. L’annata corrente è la 2022.

Olfatto è dominato intensamente dai piccoli frutti a bacca rossa, lampone, ribes rosso, amarene, e floreali, violetta e iris. Al palato è caldo, pieno, articolato, con ritorni dei frutti rossi, e un piacevole finale, prolungato, minerale.

Parmelia 2024, il nuovo cru de Il Colle del Corsicano nel cuore di Punta Licosa

Alferio Romito presenta il nuovo Cilento DOC Fiano: un racconto di famiglia, territorio e visione enologica destinato a sfidare il tempo.

Ci sono vini che raccontano un territorio e vini che custodiscono una genealogia. Il nuovo Cilento DOC Fiano Parmelia 2024 de Il Colle del Corsicano appartiene a entrambe le categorie. Presentato in anteprima alla delegazione AIS Cilento Vallo di Diano, guidata dalla Delegata Maria Sarnataro, il progetto firmato da Alferio Romito si propone come una delle espressioni più ambiziose e identitarie del Fiano contemporaneo.

Nella cornice di Punta Licosa, dove l’azzurro del Tirreno si intreccia ai profumi austeri della macchia mediterranea, Alferio – enologo e interprete della quarta generazione familiare – ha svelato un’etichetta destinata a segnare un passaggio cruciale nella storia aziendale: un vino concepito per sfidare il tempo e celebrare la memoria.

Parmelia, il vino delle lunghe attese

Parmelia nasce da una vicenda umana che affonda le proprie radici agli inizi del Novecento. È la storia di Giovanni Romito, trisnonno di Alferio, che per acquistare le terre oggi occupate dai vigneti aziendali affrontò sette traversate oceaniche verso l’America, partendo dal porto di Napoli e rincorrendo il sogno di costruire un futuro per la propria famiglia.

Di quell’epopea migratoria restano ancora le carte d’imbarco manoscritte, gelosamente custodite dalla famiglia come testimonianza tangibile di sacrificio, perseveranza e visione. Parmelia rende omaggio a quella eredità e, al contempo, al nonno Giovanni, caduto durante il conflitto bellico. Non sorprende dunque che il concetto delle “lunghe attese” sia diventato il filo conduttore dell’intero progetto.

Anche il logo dell’azienda parla di resilienza: vi campeggiano i due pini storici della proprietà, sopravvissuti nel tempo a incendi e calamità naturali, simboli di una continuità che attraversa le generazioni. L’apparato iconografico dell’etichetta, poi, si arricchisce di una croce che richiama idealmente i quattro punti cardinali, metafora delle quattro generazioni della famiglia Romito. Non un semplice elemento grafico, ma una bussola identitaria, un sigillo visivo, che orienta il racconto aziendale tra passato e avvenire, celebrando il percorso di una dinastia contadina che ha saputo attraversare il tempo rinnovandosi senza smarrire le proprie origini.

Le sole 1.362 bottiglie numerate, protette da una raffinata velina, dichiarano senza esitazioni la vocazione del vino a un lungo percorso evolutivo.

Punta Licosa e il privilegio del Flysch Cilentano

La materia prima proviene da una rigorosa selezione parcellare situata nell’area di Punta Licosa, uno dei luoghi più suggestivi del Cilento, all’interno dell’area marina protetta e del territorio riconosciuto dall’UNESCO per il suo straordinario valore paesaggistico e culturale.

Il contesto geologico è dominato dal Flysch Cilentano, complessa successione sedimentaria costituita da arenarie e rocce stratificate. Tuttavia, la parcella destinata a Parmelia presenta una prevalenza sabbiosa che ne determina il carattere distintivo. Questa matrice garantisce infatti una straordinaria capacità di trattenere umidità e freschezza anche durante le estati più severe, fungendo da autentica riserva idrica naturale.

La vendemmia, anticipata alla prima decade di agosto, non compromette l’equilibrio acido del vino. Al contrario, testimonia una tensione naturale di rara efficacia, destinata a rappresentare una delle principali chiavi interpretative della sua longevità.

L’enologia della sottrazione

Sul piano tecnico, Parmelia rappresenta una significativa evoluzione stilistica rispetto alla produzione storica dell’azienda. Il 60% della massa fermenta e affina in barrique bordolesi di rovere francese, accompagnato da costanti bâtonnage protratti fino alla primavera successiva, mentre il restante 40% completa il proprio percorso in acciaio.

L’aspetto più interessante risiede tuttavia nella filosofia produttiva adottata da Alferio Romito, fondata su un rigoroso controllo dell’ossigeno. L’intera vinificazione è concepita secondo un paradigma fortemente riduttivo, volto a preservare il patrimonio aromatico primario del vitigno e a proteggere l’integrità dei precursori odorosi.

Anche la scelta del tappo tecnico Nomacorc Reserva si inserisce coerentemente in questa visione, garantendo una gestione calibrata e prevedibile della micro-ossigenazione durante l’affinamento in bottiglia.

Il profilo sensoriale del Parmelia 2024

Nel calice, Parmelia 2024 si presenta con una veste di brillante luminosità. Il giallo paglierino è attraversato da vividi riflessi verdolini che testimoniano una straordinaria freschezza cromatica e una gestione impeccabile dell’ossigeno, particolarmente significativa alla luce del passaggio in legno.

L’impatto olfattivo si distingue per nitidezza e precisione. Emergono inizialmente eleganti richiami floreali biancastri come l’acacia e la Zagara. Il quadro olfattivo si amplia progressivamente, lasciando affiorare sfumature di erbe aromatiche come il timo mediterraneo e una sottile nota dolce perfettamente integrata.

L’assaggio conferma le promesse del naso. La trama gustativa è ampia ma slanciata, sostenuta da una dinamica acida e succosa che accompagna il sorso con grande energia. La componente salina, autentica firma territoriale di Licosa, attraversa l’intera progressione gustativa e conduce verso un finale persistente, scandito da ritorni agrumati e iodati.

Due interpretazioni, un solo vigneto

Particolarmente istruttivo il confronto raccontato da Alferio con il Fiano Licosa, etichetta storica della cantina vinificata esclusivamente in acciaio. Se quest’ultimo esprime una personalità immediatamente verticale, giocata su toni più morbidi di camomilla, miele e frutta matura, Parmelia sceglie la strada della profondità e della stratificazione.

Le due etichette raccontano così due anime complementari dello stesso vigneto: da un lato l’immediatezza espressiva del frutto, dall’altro una costruzione più articolata e ambiziosa, dove il dialogo tra vitigno, terroir e legno contribuisce a definire una nuova identità stilistica.

La prova del tempo: la verticale di Licosa

A suggellare la presentazione, una verticale delle annate 2017, 2018 e 2019 del Licosa ha offerto una preziosa chiave di lettura sulla capacità evolutiva del Fiano coltivato in questo angolo del Cilento.

Il 2017, figlio di una stagione particolarmente siccitosa, ha mostrato un carattere vigoroso e concentrato, con richiami di carruba, albicocca disidratata e miele sostenuti da una sorprendente vitalità acida.

Il 2018, nato in un’annata più fresca e piovosa, ha evidenziato una progressiva trasformazione nel bicchiere: da iniziali percezioni alcoliche a un profilo di grande pulizia aromatica, quasi nordico nella sua compostezza.

Il 2019 si è rivelato infine il punto di equilibrio ideale, sintesi armonica tra maturità del frutto, tensione gustativa e prospettiva evolutiva, anticipando in qualche modo la filosofia che oggi trova compimento nel Parmelia.

Un nuovo capitolo per il Fiano cilentano

L’incontro con Alferio Romito e la delegazione AIS ha restituito l’immagine di un produttore profondamente legato alle proprie radici ma proiettato verso una visione contemporanea dell’enologia. Parmelia 2024 non rappresenta semplicemente una nuova etichetta: è la traduzione liquida di una storia familiare, di un paesaggio marittimo e di una cultura dell’attesa che trova nel tempo il proprio alleato più prezioso. Un Fiano che profuma di sale e di memoria, capace di raccontare il Cilento con autorevolezza e rara profondità narrativa.

A Verona si mangia la pizza seduti al bancone in un format originale e coinvolgente

Da Carmine Pizza d’Autore il concept che elimina i tavoli per un unico chef’s table da 12 postazioni.

Carmine Pasqua sembra aver recuperato l’idea stessa della celebre serie televisiva americana Cheers, meglio nota come Cin Cin in Italia, dove al banco di un pub gli ospiti si scambiavano opinioni, saluti e nuovi incontri. Questa volta il tema principale è la pizza e i suoi derivati, dalle mani di un autentico maestro panificatore in grado di conoscere le tecniche di lievitazione moderne e i segreti per abbattere l’indice glicemico dei carboidrati, contenendo così l’apporto calorico della propria dieta.

Ben tre impasti distinti e una selezione pensata come quadri di sapore: dalla tonda senza glutine al farro, alla contemporanea napoletana, per finire con la versione in pala con semola. “Ho voluto portare alla luce tutto quello che c’è dietro una pizza e la sua lavorazione, senza intermediari né barriere fra me e la sala – dichiara Pasqua – da quando, a 3 anni dopo la perdita di mio padre, sono giunto nella città scaligera, cresciuto metaforicamente tra pane e pizza iniziando da fattorino per la consegna d’asporto ed aprendo un mio locale in centro da pochi mesi”.

Ogni gesto, ogni momento del servizio prendono forma davanti agli ospiti: dal rinfrescare il lievito madre allo stendere l’impasto, spiegando come le materie prime si trasformano in un racconto sensoriale. Tanto studio e valorizzazione degli ingredienti a chilometro zero provenienti anche dalla sua amata Calabria che porta con sé nel cuore, come il pomodoro Migliarese, la ‘Nduja di maiale nero, liquirizia DOP e le altre produzioni artigiane del Meridione.

Forno rigorosamente elettrico a 420 °C e topping articolati e gustosi, sperimentati sul campo nel confronto diretto con i clienti. Come la contaminazione alla veneta della Veja, con crema di zucca, Monte Veronese grattugiato, coppa di testa di Este e un gel all’Amarone. Bene anche il doppio crunch al riso venere brie e zucchine o il padellino con stracciatella di Andria, cicoria ripassata, olive e alici di Cetara, o quello dagli aromi complessi alla ricotta di capra, capocollo, cotto di fichi e nocciole.

E poi la Calabria, dove la ’nduja di maiale nero incontra la ricotta di capra e la liquirizia calabrese DOP. Degna di nota è anche la Viola, dove croccantezza dell’impasto di semola e mais esalta il gioco di contrasti fra la dolcezza del cavolo viola, la delicatezza dei cavolfiori e il gusto deciso della carne salata, con pinoli tostati e caciotta alla mela.

Attenzione per l’abbinamento tra cibo e vino, con una selezione enologica pensata per accompagnare le diverse tipologie di pizza: bollicine, Trento DOC, una scelta di rossi leggeri e diversi rosé per chi cerca struttura senza appesantire; una proposta di birre artigianali peculiari, da una blanche al bergamotto a una birra all’acqua di mare, a un’ambrata dai sentori autunnali.

Il percorso gastronomico si conclude con il caffè, ma non parliamo di una classica tazzina da bar, bensì di un monorigine 100% arabica da gustare lentamente per apprezzarne ogni sfumatura, pensato per chiudere l’esperienza con un’ultima nota caratteristica. Ogni ultimo giovedì del mese, infine, è il momento per la degustazione con calice al costo di € 60 per 6 assaggi di pizza e altrettanti vini in pairing. O 5 soste senza abbinamento al costo di € 30 per chi ha voglia di conoscere la filosofia di Carmine Pasqua e del suo concept Pizza d’Autore.

Ambienti caldi, materiali naturali e luci soffuse per un’atmosfera che invita alla conversazione. È un luogo pensato per chi desidera un’esperienza di pizza diversa: più vicina al racconto, alla vita lenta, che al consumo frettoloso.

Carmine Pizza d’autore, via Francesco Berni 12, 37122 Verona (VR). Tel: 045 223 0039

Orari: 18:30 – 23 (martedì e giovedì anche pranzo 12:30 – 14:30); mercoledì chiuso.

www.carminepizzadautore.com

Alta Langa DOCG a Roma – Terza edizione: 47 produttori, zero compromessi

Palazzo Brancaccio, su Via Merulana, è una scelta che non è mai neutrale. Araldo del Barocco romano, costruito per i ricevimenti dell’Ottocento, diventa per la terza volta cornice dell’Alta Langa DOCG e del suo Consorzio.

Il messaggio è esplicito: le Langhe non si raccontano solo col Barolo e col Barbaresco. Esiste un’altra eccellenza, in declinazione spumantistica, che merita Roma e merita Palazzo Brancaccio. L’11 maggio è stato il giorno di ben 47 produttori e oltre 115 etichette in degustazione. Un percorso strutturato per altitudine, esposizione e marcatori del sottosuolo — lungo le province di Asti, Cuneo e Alessandria, tra i 400 e gli 800 metri s.l.m. — con confronti mirati con Trento DOC e Franciacorta DOCG e un breve sguardo all’Oltrepò Pavese: riferimenti utili, non minacce all’identità della denominazione.

Il disciplinare è rigoroso: sole due varietà ammesse, Pinot Nero e Chardonnay. Entrambe alloctone per origine, entrambe naturalizzate in circa un secolo sulle coste ripide delle Langhe, grazie all’eredità geologica dell’antico Bacino Triassico piemontese: dense stratificazioni di fossili, marne — tra cui le celeberrime marne blu di Sant’Agata, culla ancestrale del Nebbiolo — calcari e argille. Terroir che non perdona approssimazioni e non regala nulla gratis.

La Morra: il versante aperto al Tirreno.

Il punto di partenza è La Morra, esposizione a Sud, correnti tirreniche liguri, argille e marne blu con inserti sabbiosi. Brandini porta in degustazione l’Alta Langa DOCG 655 Blanc de Blancs Brut 2021: Chardonnay in purezza, bollicine numerose e delicatissime, olfatto ampio di bianchi, miele e crosta di pane. Un liqueur de tirage proprietario — e dichiaratamente riservato — aggiunge croccantezza, agrume di lime, frutta secca. Finale lungo, mineralità salina che racconta il vento del mare. Tipico, identitario, senza elementi superflui.

Barolo: la cooperazione come metodo.

Nel cuore delle Langhe, Vite Colte rappresenta 180 cantine associate in un progetto di qualità che non ammette compromessi né sulla selezione delle uve né sulla tecnologia di cantina. L’Alta Langa DOCG 600 Pas Dosé 2021 — 80% Pinot Nero, 20% Chardonnay — si distingue per finezza al palato, lungo il finale di note minerali e fumé. Classe solida, senza ostentazione.

Serralunga d’Alba: calcare e potenza verticale.

Serralunga è geologicamente un mondo a sé: più calcare, più fossili, meno argilla. Le Sabbie di Diano e le presenze ferrose esaltano l’acidità e il pregio dei vini. Ettore Germano è una casa vinicola celeberrima per il Barolo, porta un Alta Langa DOCG Riserva Blanc de Noir Pas Dosé 2017: Pinot Nero in purezza, 65 mesi sui lieviti, colore paglierino con riflessi ramati, salino, con pompelmo rosa e richiami ferrosi di grande originalità. Equilibrio notevole, lunghezza agrumata che imprime memoria. Franciacortino per ispirazione, piemontese nell’esecuzione. Distinzione netta.

Diano d’Alba: quasi cent’anni di metodo classico.

Fratelli Abrigo, cantina quasi centenaria, formata alla Scuola Enologica d’Alba, propone l’Alta Langa DOCG Sivà 60 Mesi Riserva Pas Dosé 2013: Chardonnay in purezza, complessità aromatica immediata — cedro, arancia, lemongrass, mela, ananas — poi la sorpresa di una nocciola che irrompe e spinge la boccata. Struttura, sapidità, persistenza lunga. Non fa rimpiangere i migliori Trento DOC.

Perletto e la pulizia del Pas Dosé.

Da Serralunga verso l’Alto Monferrato, Garesio costruisce il suo Alta Langa DOCG Pas Dosé 2021 con Pinot Nero in purezza, 36 mesi sui lieviti — il minimo da disciplinare — e sboccatura senza liqueur de tirage, usando solo una riserva dello stesso spumante. Perlage fine e persistente, sentire di pane all’olfatto, sentori vegetali di tiglio, mandorla, pesca, susina. Al gusto, gesso, cremosità crescente. Grande come un Franciacorta senza complessi.

Alto Monferrato: cento mesi e storia scritta.

Banfi chiude il percorso con autorevolezza storica: fu tra le sette aziende piemontesi che nel 1990 avviarono il Progetto Spumante Metodo Classico in Piemonte, contribuendo all’ottenimento della DOCG nel 2008. Il Banfi Alta Langa DOCG Cuvée Riserva Aurora 100 Mesi 2019 è il punto d’arrivo logico di questa narrazione: 100 mesi sui lieviti, blend di Pinot Nero (minimo 70%) e Chardonnay, fusione austera ed elegante di brioche, agrume candito, vaniglia e nocciola, con una cornice di lievito finissima. Gareggia con i Trento DOC più noti. Non perde.

Al prossimo anno, allora. Le Langhe hanno molto ancora da dire — e Roma, evidentemente, sa ascoltare.

Vernaccia di San Gimignano: il volto contemporaneo di un bianco identitario

La degustazione dedicata alla Vernaccia di San Gimignano ha restituito un quadro estremamente coerente e qualitativamente elevato, capace di raccontare con precisione l’identità del territorio attraverso le diverse interpretazioni aziendali e le annate presentate. Un viaggio che ha attraversato soprattutto la giovanissima 2025, passando per le Riserva 2024 e 2023, fino ad arrivare a campioni più evoluti come la 2022 e la 2021.

Annata 2025: freschezza, agrume e verticalità

La 2025 si è rivelata un’annata dinamica, giocata soprattutto sulla tensione gustativa, sulla sapidità e su un profilo aromatico nitido. In molti campioni è emersa una chiara matrice agrumata accompagnata da richiami di mela fresca, pera, erbe aromatiche e fieno.

Tra i vini più convincenti, “Da Fugnano” di Fattoria di Fugnano ha impressionato per il suo carattere fresco e agrumato, con una mela particolarmente definita e una progressione gustativa di grande energia. Molto centrata anche l’interpretazione de Il Colombaio di Santa Chiara con “Selvabianca”, vino identitario ed elegante, dotato di persistenza e precisione aromatica.

Interessante la prova di Podere Le Volute, dove le note floreali e di confetto si intrecciano a una bocca fresca e minerale, mentre Tenuta La Vigna ha proposto un profilo delicato ma molto riconoscibile, giocato su mela, fiori bianchi e agrumi.

Numerosi i richiami alle erbe aromatiche e alla mineralità: Casa Lucii ha espresso una Vernaccia sapida e agrumata, Cesani ha mostrato un lato più vegetale e amaricante, mentre Collemucioli con “Madreterra” ha unito fieno, mela ed erbe aromatiche in un sorso equilibrato e territoriale.

Nel complesso, la 2025 appare come un’annata dalla forte impronta fresca e verticale, dove la bevibilità si accompagna a una crescente definizione stilistica.

Le Riserva 2024: complessità e profondità

Con la 2024 il quadro cambia sensibilmente. Le Vernaccia Riserva mostrano maggiore profondità, una struttura più ampia e una complessità aromatica che si sviluppa su registri minerali, affumicati e iodati.

Cappellasantandrea con “Prima Luce” ha messo in evidenza pietra focaia, erbe aromatiche e frutto, sostenuti da una bocca sapida e minerale. Cesani con “Clamys” ha puntato invece su mela cotogna, agrume candito e chiusura mielata, offrendo una lettura più evoluta e avvolgente del vitigno.

Molto convincenti anche “Donna Gina” di Fattoria di Fugnano, caratterizzato da note iodate e affumicate, e “Campo della Pieve” de Il Colombaio di Santa Chiara, vino ampio e complesso, capace di mantenere equilibrio tra freschezza e sapidità.

La Riserva “Rialto” di Cappellasantandrea si è distinta come uno dei campioni più completi della degustazione: tipicità varietale, eleganza floreale e grande equilibrio gustativo hanno reso il vino uno dei vertici assoluti dell’assaggio.

La 2024 conferma dunque, come la Vernaccia riesca oggi a interpretare con grande efficacia anche vini di maggiore struttura e longevità, senza perdere tensione e riconoscibilità territoriale.

Riserva 2023: maturità ed eleganza

La 2023 ha probabilmente rappresentato il momento più alto della degustazione dal punto di vista della complessità. I vini hanno mostrato maggiore maturità espressiva, mantenendo però freschezza e precisione.

“L’Albereta” de Il Colombaio di Santa Chiara ha colpito per l’eleganza dell’olfatto, tra fiori e mela cotta, e per una bocca complessa chiusa da una raffinata nota di mandorla. Molto convincente anche “Sanice” di Cesani, dal profilo più ampio e strutturato, con sfumature speziate e una sorprendente intensità fruttata.

Casa alle Vacche con “Crocus” ha proposto una Vernaccia verticale e balsamica, giocata sulla croccantezza della mela fresca, mentre Tenuta Le Calcinaie con “Vigna ai Sassi” ha unito struttura, sapidità e una piacevole chiusura amaricante di mandorla.

Nel complesso, la 2023 mostra un volto maturo della Vernaccia di San Gimignano: vini più complessi, profondi e gastronomici, ma ancora sostenuti da una notevole energia acida.

Le annate più evolute

La Riserva 2022 di Teruzzi, “Sant’Elena”, ha evidenziato un profilo ancora fresco e vegetale, sostenuto da buona struttura e da una chiara componente erbacea. Più essenziale la 2021 di Casa Lucii “Mareterra”, giocata su un finale amaricante e scorrevole.

Una denominazione sempre più definita

Dalla degustazione emerge con chiarezza una Vernaccia di San Gimignano sempre più consapevole della propria identità. Freschezza, sapidità e richiami minerali rappresentano il filo conduttore della denominazione, ma accanto a questi elementi cresce anche la capacità di produrre vini complessi, longevi e profondamente territoriali. Le versioni giovani esaltano immediatezza e tensione gustativa, mentre le Riserva mostrano oggi una maturità stilistica capace di competere con i grandi bianchi italiani da evoluzione. Una conferma importante per una denominazione che continua a rafforzare la propria personalità nel panorama del vino italiano.

Marche: Pievalta e il territorio del Verdicchio dei Castelli di Jesi

Durante un recente viaggio nelle Marche ho avuto il piacere di visitare Pievalta. Alcuni cenni dell’azienda e della denominazione Verdicchio dei Castelli di Jesi saranno utili ad anticipare gli strepitosi assaggi effettuati durante la visita.

L’azienda vitivinicola Pievalta si trova nel Comune di Maiolati Spontini (An) all’interno del territorio del Verdicchio dei Castelli di Jesi “Classico”. Nata nel 2002 per volere della prestigiosa realtà franciacortina Barone Pizzini, si estende su una superficie vitata di circa 32 ettari localizzati in varie zone, come, San Paolo di Jesi, Montecarotto, Cupramontana e Monte Follonica. Il vitigno maggiormente coltivato è il Verdicchio Bianco che occupa 30 ettari e i restanti sono a base Montepulciano. L’azienda segue da anni i dettami dell’agricoltura biodinamica.

I suoli sono variabili con forte presenza di argilla, calcare e marna con fossili marini. Le vigne sono poste ad altimetrie che variano dai 200 ai 350 metri s.l.m. La direzione dell’azienda è stata affidata al dinamico enologo Alessandro Fenino, affiancato da Silvia Loschi, già collega in Franciacorta, oggi compagna di vita. Una coppia molto affiatata nella vita e in azienda che con passione e abnegazione portano avanti questo affascinante progetto.

Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è uno dei fiori all’occhiello dell’enologia italiana. È un vino bianco molto apprezzato ed è tra i vini bianchi più premiati in Italia, prodotto in provincia di Ancona e in piccola parte in provincia di Macerata, nella regione Marche. Le uve in questo straordinario lembo di terra sono coltivate da secoli. La zona di produzione di questa Denominazione comprende, in provincia di Ancona, il territorio dei comuni di Arcevia, Barbara, Belvedere Ostrense, Castelbellino, Castelplanio, Corinaldo, Cupramontana, Maiolati Spontini, Mergo, Montecarotto, Monte Roberto, Morro d’Alba, Ostra, Poggio San Marcello, Rosora, San Marcello, San Paolo di Jesi, Senigallia, Serra de’ Conti, Serra San Quirico e Staffolo; in provincia di Macerata, il territorio dei comuni di Apiro, Cingoli e Poggio San Vicino.

L’uso della menzione “Classico” è riservato al vino ottenuto dalle uve raccolte nella zona originaria più antica. È prodotto nelle seguenti tipologie: Verdicchio dei Castelli di Jesi, Verdicchio dei Castelli di Jesi Spumante, Verdicchio dei Castelli di Jesi Passito, Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico, Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore e Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva che si può fregiare della menzione Docg dal 2010. Ma dal 2021 è divenuto Castelli di Jesi Docg e nello stesso anno anche il Superiore si è elevato a Docg. È un vino capace di invecchiare con grande eleganza come pochi altri bianchi in Italia, merito anche della grande struttura, acidità e dell’elevato tenore alcolico.

Gli assaggi:

PerLugo Dosage 0 Metodo Classico Vsq – Affina 21 mesi sui lieviti, da uve di Verdicchio. Bel paglierino, perlage finissimo emana raffinate note di erbe aromatiche, elicriso, mallo di mandorla e pan brioche, il sorso è rinfrescante, saporito, setoso e persistente.

Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Tre Ripe 2025 – Paglierino luminoso, rivela sentori di mandorla fresca, fiori bianchi, erbe aromatiche come origano, timo e menta, al gusto risulta avvolgente, fresco, coerente e saporito.

Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Dominè 2022 – Dal giallo paglierino, sviluppa sentori di pesca gialla, mandorla, agrumi e fiori di ginestra, al palato esprime freschezza e sapidità, è lungo e durevole.

Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Docg Classico San Paolo 2022 – Giallo paglierino con riflessi oro, al naso rimanda sentori di pera, melone, agrumi, zagara, gelsomino ed erbe aromatiche, al gusto è pieno, vibrante e appagante.

Marche Igt Rosato Rosa del Noce 2023 – Colore rosa sfumature melograno, sprigiona intensi sentori di fragolina di bosco, ciliegia, dal sorso fresco, succoso e dal finale sapido e pulito.

Sito di riferimento: https://pievalta.it

I vini vulcanici di Suavia a Roma: il Soave Classico incontra la cucina di Davide Del Duca

Una serata che racconta il bianco italiano attraverso il dialogo tra territorio e cucina contemporanea. Il 20 aprile, a Osteria Fernanda, i vini vulcanici della cantina Suavia sono stati protagonisti di una cena speciale dedicata al Soave Classico, in abbinamento ai piatti dello chef Davide Del Duca.

Un appuntamento che ha visto la partecipazione di firme autorevoli di Gambero Rosso, come Marco Sabellico, Valeria Roberto e Marzio Taccetti, confermando il crescente interesse attorno ai grandi bianchi del Veneto e alla loro capacità di dialogare con la cucina d’autore.

Dalle colline di Soave a Roma

Fondata nel cuore del Soave, la cantina Suavia rappresenta una delle realtà più identitarie del territorio. Il nome stesso richiama l’antica denominazione della città scaligera, a sottolineare un legame profondo con la storia e con il paesaggio.

La famiglia Tessari coltiva vigneti sin dall’Ottocento nel piccolo borgo di Fittà, ma è nel 1982 che avviene la svolta produttiva, quando Giovanni Tessari e Rosetta Buratto decidono di vinificare in proprio. Oggi sono le figlie Meri, Valentina e Alessandra a guidare l’azienda, con una visione chiara: dare voce alle sfumature del Soave Classico attraverso una lettura autentica dei suoli vulcanici.

“Raccogliere questa eredità è stato naturale per noi, racconta Meri Tessari, e da qui è nata l’esigenza di costruire un’identità precisa per i nostri vini”.

Il carattere dei suoli vulcanici

I 34 ettari di vigneto si estendono a circa 300 metri di altitudine, su terreni di origine basaltica che conferiscono ai vini una cifra distintiva fatta di mineralità, freschezza e profondità.

Qui si coltivano esclusivamente varietà autoctone a bacca bianca: Garganega e Trebbiano di Soave. La prima, versatile e identitaria, capace di esprimersi in vini immediati o più complessi; il secondo, più esigente in vigna ma in grado di regalare vini strutturati e di grande tensione minerale.

Le vigne sono allevate secondo il sistema tradizionale della pergola veronese, una scelta che unisce valore culturale e funzionalità agronomica, garantendo protezione dei grappoli e un microclima favorevole. Dal 2019, inoltre, l’azienda è certificata biologica, a conferma di un approccio rispettoso dell’ambiente e delle varietà storiche.

La cucina come lente di lettura del vino

La cena all’Osteria Fernanda si è rivelata un vero percorso sensoriale, in cui ogni piatto ha dialogato con un vino, esaltandone caratteristiche e sfumature.

Dal nasello con pil pil, lenticchie e agrumi, abbinato a Opera Semplice Metodo Classico, alla triglia in tempura con sorbetto di ricci di mare accompagnata dal Soave Classico 2025, fino al tagliolino alla spirulina con cuore di tonno essiccato, valorizzato dal Monte Carbonare 2023.

Piatti più strutturati, come il bottone al rosso d’uovo con funghi e crudo di manzo, hanno trovato un equilibrio nel Massifitti 2022, mentre la quaglia alla brace con nespole fermentate si è intrecciata con la profondità del Tremenalto 2020.

Una cucina contemporanea, quella di Davide Del Duca, capace di lavorare per contrasti e armonie, esattamente come i vini di Suavia.

I vini: identità e precisione

La degustazione ha messo in luce una filosofia produttiva orientata alla precisione e alla valorizzazione dei singoli cru.

Opera Semplice, Metodo Classico da Trebbiano di Soave, è un progetto sperimentale prodotto solo nelle migliori annate: un vino complesso, tra note agrumate, richiami tostati e una spiccata impronta minerale.

Il Soave Classico rappresenta invece l’espressione più immediata della Garganega: fresco, equilibrato, capace di raccontare il territorio con chiarezza.

Il Monte Carbonare, proveniente da suoli vulcanici scuri, si distingue per intensità e verticalità, con sentori di pietra focaia, agrumi e fiori di campo, e una bocca sapida e avvolgente.

Il Massifitti, da Trebbiano di Soave, nasce da un progetto di recupero varietale avviato insieme all’Università di Milano e al professor Attilio Scienza: un vino che unisce struttura, acidità e finezza aromatica.

Infine il Tremenalto, da vigne di circa sessant’anni, restituisce una Garganega più evoluta e complessa, con note di frutta candita, fiori d’arancio e una trama gustativa ampia e persistente.

Un racconto di territorio

“Le nostre radici affondano in questa terra nera che alimenta grandi uve bianche”, spiega Alessandra Tessari. “È dall’equilibrio tra elementi opposti che nascono i nostri vini”.

Una dichiarazione che sintetizza perfettamente il senso della serata romana: un viaggio nel Soave Classico attraverso le sue diverse anime, raccontate calice dopo calice. Tra suoli vulcanici, tradizione familiare e ricerca contemporanea, Suavia conferma così il ruolo centrale del Soave tra i grandi bianchi italiani, capace di esprimere identità, eleganza e profondità anche lontano dalle sue colline di origine.

Veneto – Valpolicella: Franchini, tra identità, leggerezza e misura

C’è una Valpolicella che lavora sulla potenza, un’altra sulla tradizione, un’altra sulla riscrittura stilistica. Franchini si colloca in una posizione più sottile: trovare un equilibrio credibile tra luogo, tempo e mano.

Il contesto non è secondario; siamo in un’area che porta sulle spalle una stratificazione importante, dove la viticoltura è sempre stata al centro e dove il rischio maggiore oggi non è tanto quello di perdere identità, quanto di standardizzarla.

Giuliano Franchini è una persona poliedrica, un abile imprenditore che nel 1990, durante le “Notti Magiche”, di ritorno da un viaggio in Giappone, estasiato dall’odore della sua terra dopo la pioggia, decise di portare avanti la tradizione vinicola trasmessa dal padre Aldo e dal nonno Emilio, trasformando la produzione tradizionale di famiglia, amatoriale, in una Società agricola che si propone come volano del territorio.

È inoltre un profondo e orgoglioso conoscitore del Suo territorio. La presentazione dei vini parte da molto lontano, più precisamente da un fossile nei musei di queste terre, che testimonia che 50.000 anni fa qui vi era la vitis vinifera sylvestris.

Siamo a Negrar, nella Valpolicella Classica, dove già 6.000 anni fa vi erano terrazzamenti agricoli, a circondare la cantina della Corte Forlago vi sono meno di 5 ettari di terra, tra 250 e 500 metri di altitudine, terrazzamenti patrimonio UNESCO, accarezzati dai venti che nella parte più alta, sul Monte Marognin, prendono pieghe così ripide da diventare viticoltura eroica, l’unica vigna in valpolicella riconosciuta dal Cervim. Incastonate in questo gioiello, due siti archeologici, rinvenuti durante alcuni lavori del 2018, tra cui una splendida vigna romana, in un ottimo stato conservativo, con mosaici risalenti al III secolo d.C.

“L’antichità della presenza della vite” è un punto d’onore per Giuliano, in queste stesse terre, nella Villa Romana, si sono rinvenute tracce di Acinatico, un vino che può essere l’antenato del Recioto, un calcatorium dove veniva riposta l’uva.

In Cantina si respira tradizione e attenzione al dettaglio fino al primo momento. L’antica nevera all’interno della corte è stata trasformata in una splendida cantina sormontata da una corona di annate importanti dell’azienda, I Cartoni del vino sono una caricatura delle tradizionali cassettine nelle quali veniva riposta l’uva.

Le etichette sono un omaggio a una storia di Famiglia: il nonno di Giuliano usava tradizionalmente foderare le bottiglie spesso trasparenti con carta di giornale, che inoltre ne certificava la data. Oggi la carta che li cinge evoca il giornale e viene ancora incollata a mano, le colonne raccontano i vini e le immagini evocative celebrano le storie del territorio.

La lettura del territorio

La Valpolicella di Franchini vuole essere più distesa e raccontata, il frutto è il fulcro e le variabilità tra i vitigni e i gradi di maturazione differenti, fino all’appassimento, la tavolozza di colori. La gestione enologica mira ad amalgamare perfettamente e arricchire e per farlo si ricorre a un’ampia varietà di botti di diversa dimensione e provenienza, Francia, Slavonia e Stati Uniti, oltre l’acciaio e a un singolare contenitore prodotto appositamente.

È un equilibrio apparentemente semplice ma che nasconde una profonda abilità, in vigna e in cantina.

I VINI

Il racconto storico si trasferisce nel calice con il primo vino, il Candidus IGT Veneto, un vino ottenuto dalle vigne salvate che sormontavano la villa: Chardonnay, Garganega, Fernanda, Riesling, Pinot Bianco, Moscato, Saorìn e un affinamento che inizia in acciaio e legno per finire in un contenitore “autoctono” di marmo rosa del Garda, che dona ulteriore sinergia tra il vino e il territorio. Un vino dalla trama paglierino, alla frutta a pasta gialla in prima linea si aggiungono note di pietra focaia e spezie dolci, sale al limone del Garda. Al palato è saporito e dalla beva agevole, ancora agrumata.


Il Valpolicella Classico 2023 “Casa Forlago” mostra tradizione e ricerca nell’uvaggio: Corvina, Molinara, Rondinella e altri vitigni presenti in percentuale minore (Corvinone,

Pelara, Rossignola, Negrara, Spigamonte, Turchetta) solo acciaio, si presenta rubino dai riflessi porpora cristallino, al naso apre con un gustoso pepe di cayenna, nocciolo di ciliegia, bouquet di fiori rossi freschi. All’assaggio la salinità è marcata ed è l’architrave su cui si costruisce una bevibilità semplice ma mai banale.

Il Ripasso “Orto Baul” segue i vitigni del “Casa Forlago” ma la scelta diversa delle uve, la seconda Fermentazione tradizionale fatta partire in maniera spontanea sulle vinacce di Amarone e l’affinamento per 24mesi in Barrique e Tonneaux vanno a comporre un vino diverso che sa portare tutto questo imprinting con leggiadria e modernità. Richiami di piccoli frutti rossi croccanti pepe rosa, si presenta rotondo,con tannini leggeri ma maturi lievi, che restano dietro le labbra e si sciolgono nella salgemma, di buona struttura ma mantenendo un giusto equilibrio e giusta agilità di beva.

Il Valpolicella Classico Superiore “Sedese”, si avvale di un leggero appassimento e di un affinamento parte in Inox parte in Tonneau per portare diversità, rotondità e pienezza, è il second vin dell’azienda. Al naso esplode la frutta matura, i piccoli frutti rossi , la spezia dolce, la frutta a guscio, in bocca bellissima rotondità e tannino gustoso, sapidità e freschezza.



L’Amarone della Valpolicella Classico “Forlago Passione” nasce sulla collina di Villa e si fregia del Marchio della Viticoltura eroica del CERVIM. La meticolosa e faticosa selezione dei grappoli in vigne dalla ripidissima pendenza, la vinificazione rispettosa e con Delestage, l’affinamento in legno complessivamente per 36 mesi rendono questo vino una selezione accurata e complessa. Il calice è granato impenetrabile e annusando a calice fermo il frutto è croccante e rimanda ai ciliegi che prima dell’uva sormontavano queste colline, alla viola mammola, roteando i toni si anneriscono aprendosi a sbuffi balsamici, chiodi di garofano, lavanda e fiori di campo, sale nero. All’assaggio una piacevole salinità apre a un tannino setoso e ben equilibrato con la massa, che si ferma nella parte finale del palato lasciandoci a un tono di frutto dolce e fresco e grande pulizia.

L’Azzardo 2019 è vendemmiato in 3 raccolte, seguendo la perfetta maturazione delle diverse tipologie, ben 18 tra cui Merlot, Cabernet Sauvgnon, Corvina, Corvinone, Rondinella e altri vitigni presenti in percentuale minore (Spigamonte, Oseleta, Teroldego, Rebo) conclude poi una fase di appassimento in cassetta. Il Delestage aiuta a dare maggiore uniformità e colore alla massa, dalla trama consistente e rosso rubino, il naso è cupo, intimo, rimanda al pepe nero, alla radice, al bosco umido e al durone stramaturo. 12 mesi di Tonneaux e Barriques per questo vino, grandemente gestiti. Al palato si presenta ricco nella struttura, di buon calore che ne eleva il dinamismo, dal tannino perfettamente integrato e dal finale ancora fruttato.

È un equilibrio e un sapore internazionale ricercato che vuole però affondare le sue radici nella Valpolicella.



Il Recioto della Valpolicella Classico “Monte Marognin” dal consistente colore rubino con sfumature violacee si apre al naso su sentori di ciliegia sotto spirito e floreali di viola, pepe nero e fava di cacao. Un corpo solido spalleggia la dolcezza, il tannino è lieve e la freschezza da dinamismo e grande tensione all’assaggio.

Alcune bottiglie di questo ultimo vino, selezionate e numerate, non subiscono filtrazione e coi lieviti vivi vanno a effettuare una nuova fermentazione in bottiglia, seguendo un percorso molto radicato nella natura. Il carattere petillant attrae da subito, al naso ai toni fruttati e floreali si aggiunge complessità con sentori di sottobosco, cuberdon e mirtilli, in bocca l’agilità di beva si contrappone al tannino gustoso e il lieve tenore zuccherino prolunga la persistenza fruttata, un vino raro e di spessore.

L’Imperivm si costruisce su un assemblaggio che affianca vitigni 21 vitigni, Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Corvina, Corvinone, Rondinella, altri vitigni locali (Spigamonte, Oseleta, Croatina, Teroldego, Rebo, Rossignola, Negrara, Sangiovese, Turchetta, Ancellotta, Syrah, Molinara, Rossara, Lagrein, Pinot Nero, lieve appassimento, dando origine a un profilo più articolato. Trama scura, al naso emerge durone, sottobosco secco, radice di liquirizia e rabarbaro. Importante struttura, equilibrio caldo e avvolgente, tannino importante calore per un vino che dimostra grande stoffa e ampio margine di invecchiamento.

A chiudere gli assaggi una Bonus Track , la Graspia, una bevuta antica che pone le sue radici nelle tradizioni campagnole, ma ad oggi potenzialmente modernissima, in francia la chiamano Piquette. Si tratta di mosto d’uva (le stesse dell’Amarone in questo caso) residuo della produzione, che alluvionato con acqua fresca, da vita ad una seconda leggera fermentazione in bottiglia. Naso dai toni del turgido frutto rosso, basso tenore alcolico e freschezza, una lieve frizzantezza e vivacità.

La Passione di Giuliano Franchini traspare in ogni etichetta, nell’immenso amore e nell’approfondita conoscenza che dimostra per questa terra, che lo ha corrisposto donandogli un tesoro storico da tutelare e un grande patrimonio vinicolo per mantenere viva la tradizione, con eleganza e con lo sguardo dritto verso al futuro. “Nel mondo si bevono molti vini… pochi si distinguono… solo alcuni si fanno ricordare.”

100 Best Italian Rosé 2026: trionfa “Dandy” Nero di Troia IGP2025 di Mazzone

Sul podio anche “Capo Le Vigne” Cerasuolo d’Abruzzo DOP 2025 di Vignamadre – Famiglia Di Carlo e “Rosé” Carignano del Sulcis DOC 2025 di Tenuta La Sabbiosa.

Presentati alla 20ª edizione di Vitigno Italia i risultati della sesta edizione di 100 Best Italian Rosé, la guida online e gratuita dedicata ai migliori vini rosati fermi italiani e dei territori di confine. La guida è curata da Antonella Amodio, Chiara Giorleo e Adele Elisabetta Granieri ed è edita da Luciano Pignataro Wine Blog, con il sostegno di DsGlass, Sorì Italia ed Enoteca Il Torchio.

La selezione delle cento etichette è avvenuta attraverso un sondaggio nazionale e degustazioni alla cieca di oltre 200 vini, svolte in assoluto anonimato. “Siamo davvero entusiasti di osservare come, nell’arco di sei anni dalla nascita di 100 Best Italian Rosé, l’interesse attorno a questa realtà sia cresciuto in modo significativo, non solo da parte della critica, ma soprattutto dei produttori, sempre più impegnati a proporre vini identitari e di grande personalità, capaci di meritare un posto in guida e di conquistare l’attenzione del pubblico”, dichiarano le coautrice della guida.

In occasione dello speciale appuntamento di Vitigno Italia, presso la Stazione Marittima di Napoli, sono stati svelati i tanto attesi risultati della Top 10 nel corso di una degustazione riservata alla stampa e agli operatori del settore. Contestualmente, nei tre giorni della kermesse nazionale, il tasting alla postazione di 100 Best Italian Rosé ha anticipato tutti i rosati della Top 50 della classifica. La lista completa, comprensiva dei vini “Eccellenti”, è disponibile sul sito ufficiale.

Per l’edizione 2026 della guida, il titolo di miglior rosato italiano è stato assegnato a “Dandy” Nero di Troia IGP 2025 di Mazzone. Al secondo posto si classifica “Capo Le Vigne” Cerasuolo d’Abruzzo DOP 2025 di Vignamadre – Famiglia Di Carlo, mentre il terzo gradino del podio va a “Rosé” Carignano del Sulcis DOC 2025 di Tenuta La Sabbiosa.

Puglia, Sicilia, Campania, Lazio, Trentino-Alto Adige, Abruzzo, Sardegna e Toscana conquistano la Top 10. A confermarsi protagoniste del panorama del rosato italiano sono ancora una volta Puglia, Calabria, Sicilia e Abruzzo, mentre Toscana e Campania emergono come aree in forte crescita, grazie a interpretazioni sempre più autorevoli. Tra gli elementi più interessanti di questa edizione spicca il numero crescente di cantine che si avvicinano alla produzione di vini rosati con risultati di grande qualità. Particolarmente significativa la partecipazione della Sardegna, regione che ha registrato il maggiore incremento di etichette rosé nel sondaggio nazionale rispetto agli anni precedenti, segnale di un dinamismo produttivo sempre più evidente.

Il rosato italiano continua così a raccontare, attraverso territori, vitigni e stili differenti, una delle espressioni più dinamiche e contemporanee del vino italiano.

Segue la classifica completa, disponibile sul sito ufficiale della guida:
https://www.100bestitalianrose.it/

  1. “Dandy” Nero di Troia IGP 2025 – Mazzone
  2. “Capo Le Vigne” Cerasuolo d’Abruzzo DOP 2025 – Vignamadre, Famiglia Di Carlo
  3. “Rosé” Carignano del Sulcis DOC 2025 – Tenuta La Sabbiosa
  4. “Danze della Contessa” Nardò DOC 2025 – Bonsegna
  5. “Vignazza” Etna Rosato DOC 2023 – Generazione Alessandro
  6. Costa d’Amalfi Rosato DOC 2025 – Cantine Giuseppe Apicella
  7. “Il Bandolo della Matassa” Lazio IGP Rosato 2025 – Cantina Le Macchie
  8. “Il 150” Salento Susumaniello IGT Rosato 2025 – Apollonio
  9. “Pietramontis” Pinot Grigio Ramato Vigneti delle Dolomiti IGT 2024 – Villa Corniole
  10. Syrah Rosa Toscana IGT 2025 – Stefano Amerighi
  11. “Metiusco” Salento Negroamaro Rosato IGT 2025 – Palamà
  12. “Tuttovaben” Nocera Rosato Terre Siciliane IGT 2025 – Centopassi
  13. “Furano” Paestum Rosato IGT 2025 – Il Colle del Corsicano
  14. “Baldovino” Cerasuolo d’Abruzzo DOC 2025 – Tenuta I Fauri
  15. “Ros’aresta” Cannonau di Sardegna DOC 2025 – Tenute Vignola
  16. “Scalunera” Etna Rosato DOC 2025 – Terre Mora
  17. “Fossimatto” Cerasuolo d’Abruzzo DOC 2025 – Fontefico
  18. Irpinia Rosato DOC 2025 – Bellaria
  19. “Le Vigne di Faraone” Cerasuolo d’Abruzzo DOC 2025 – Faraone
  20. “Pian di Stelle” Lazio Rosato IGT 2024 – Antonella Pacchiarotti
  21. “Fosso Cancelli” Cerasuolo d’Abruzzo DOP 2024 – Ciavolich
  22. “Rosato d’Istine” Toscana IGT Rosato 2025 – Istine
  23. “Scirocco” Terre del Volturno IGT 2025 – Sclavia
  24. “Il Rogito” Basilicata IGT Rosato 2024 – Cantine del Notaio
  25. “QX” Toscana IGT Rosato 2024 – Avignonesi
  26. “Nasciolo” Umbria IGT Rosato 2025 – Annesanti
  27. Terre Siciliane IGT Rosato 2025 – Bonavita
  28. “Celeste” Calabria IGP Rosato 2025 – Cantine Benvenuto
  29. “Volcei” Campania IGT Rosato 2024 – Cantina dei Quinti
  30. “Neolitico” Puglia IGP Rosato Primitivo 2025 – Terre di Maria
  31. “Grayasusi Etichetta Argento” Calabria IGT Rosato 2025 – Ceraudo
  32. “15 Primavere” Toscana IGT Rosato 2025 – Fattoria Sardi
  33. Rosé Kakovostno vino ZGP 2025 – Štoka
  34. “Impressioni Rosato” 2025 – Impressioni di Gianni Sinesi
  35. “Sorelle” Lazio IGP Rosato 2025 – Famiglia Cotarella
  36. “Rosa” Sicilia DOC Rosato 2025 – Donnafugata
  37. “Chiaro di Stelle” Isola dei Nuraghi IGT Rosé 2025 – Pala
  38. “Furia di Calafuria” Salento IGT Rosato 2025 – Tormaresca
  39. “Preaféte” Valtenesi DOC Rosé del Lago di Garda 2025 – Podere dei Folli
  40. Cirò DOC Rosato 2025 – Cataldo Calabretta
  41. “Girofle” Salento IGP Rosato Negramaro 2025 – Severino Garofano
  42. Calabria IGP Rosato Gaglioppo 2025 – ‘A Vita
  43. “Mattj” Valdadige Terradeiforti DOC Pinot Grigio 2022 – Cantina Roeno
  44. “Fallwind” Pinot Noir Rosé Sud Tirol – Alto Adige DOC 2025 – St. Michael Eppan
  45. “Pescanera” Calabria IGT Rosato 2025 – Ippolito 1845
  46. “Rosamara” Valtenesi Riviera del Garda DOC 2025 – Costaripa
  47. “Rosato di Ampeleia” Toscana IGT Rosato 2023 – Ampeleia
  48. “Amore” Umbria IGT Rosato 2025 – Barberani
  49. “Rosa” Terre Siciliane IGT Rosato 2023 – Eolia
  50. “Giochi” Puglia IGT Rosato 2023 – Giovanni Aiello

VINI ECCELLENTI
“Solerose” Langhe DOC Rosato 2025 – Fontanafredda
“Sud Est” Cerasuolo d’Abruzzo DOC 2025 – Zappacosta
“Primula Rosa” Paestum IGP Rosato 2024 – Cantine Barone
“Froris” Carignano del Sulcis DOC Rosato 2024 – Cantina Santadi
“Grué” Cerasuolo d’Abruzzo DOC 2025 – Cerulli Spinozzi
“A” Toscana IGT Rosato 2025 – Antinori
“Nudo” Colli del Limbara IGT Rosato 2025 – Siddura
Bolgheri Rosato DOC 2025 – Donna Olimpia 1898
“Puntalice Bio” Cirò DOP Rosato 2025 – Senatore Vini
“Rosadea” Paestum IGP 2025 – Tenuta Macellaro
“Vetere” Paestum Rosato IGP 2025 – San Salvatore
“Campo Delle Rose” Chiaretto Di Bardolino DOC 2025 – Cà dé
Rocchi Tinazzi
“La Grazia” Coste della Sesia Rosato DOC 2025 – Delsignore
“Rosié” Irpinia Rosato DOC 2025 – Colli di Castelfranci
“Carpiano” IGT Toscana 2025 – Castello Boncompagni Viscogliosi
“Rosé” Roccamonfina Rosato IGT 2025 – Fattoria Pagano
“Ereo” Vesuvio Rosato DOP 2025 – Cantine Olivella
“Li Cuti” Alezio Rosato DOC 2025 – Cantina Coppola 1489
“Vigna Lapillo” Vesuvio Lacryma Christi Rosato DOC 2025 –
Sorrentino
“PG Rosa” Venezia Giulia IGT 2024 – Ferlat
“Thesan” Umbria Rosato IGT 2025 – Cantina Goccia
“Munazei” Vesuvio Lacryma Christi Rosato DOC 2025 – Casa
Setaro
“Manyarì” Ciró Rosato DOC 2025 – Brigante Vigneti & Cantina
“Vela Vento Vulcano” Irpinia Rosato DOC 2025 – Tenuta Cavalier
Pepe
“Le Cicale” Toscana Rosato IGT 2024 – Fattoria Sardi
Ciliegiolo Umbria Rosato IGP 2025 – Montemelino
“Ligrezza” Calabria Rosato IGP 2025 – Terra di Balbia
“Julì” Umbria Pinot Nero Rosato IGP 2025 – Cantina La Madeleine
“Rosé D’Amour” vino Rosato L. 2025 – Possa
“Amemi” Colli di Salerno Primitivo Rosato IGT 2025 – Cantina
Bello
“Ma’rosa” Aglianico del Taburno DOCG 2025 – Nifo
Sarrapochiello
“Idea” Salento IGT 2025 – Varvaglione
“Rosa Chiara” Rosato IGT 2025 – La Scolca
“Rosaluce” Riviera del Garda DOC Valtenesi 2025 – Pasini San
Giovanni
“Core” Campania Rosato IGT 2025 – Montevetrano
“Mun” Conero Rosato DOCG 2025 – La Calcinara
“Manaresi” Emilia Rosato IGT 2024 – Manaresi Agricoltura e Vini
“Tabarosa” Aglianico del Taburno Rosato DOCG 2025 –
Fontanavecchia
“F&L” Chiaretto di Bardolino Classico DOC 2025 – Le Tende
“Pompeii” Pompeiano Rosato IGT 2024 – Bosco De’ Medici
Lagrein Rosato Alto Adige DOC 2025 – Muri-Gries
“Traccia Di Rosa” Bardolino Chiaretto DOC 2022 – Le Fraghe
“Coordinate” Friuli Grave Rosato 2025 DOC – Piera 1899
“Velca” Lazio Rosato IGT 2025 – Muscari Tomajoli
“Titolo” Pink Edition Basilicata Rosato IGP 2025 – Elena Fucci
“Hékos” Lazio DOC 2024 – Colle Picchioni
“Lady Pink” Aglianico del Taburno DOCG 2025 – Cantine Tora
“Raiz” Langhe Rosato DOC 2025 – Carlo Casetta
“Rosavero” Valtenesi Chiaretto Riviera del Garda Classico DOC
2025 – Avanzi
“Cab” Cerasuolo d’Abruzzo DOC 2024 – Abbazia di Propezzano

Vesuvio Wine Day 2026

Grande successo per l’evento dedicato ai Vini del Vesuvio

Vesuvio Wine Day 2026, che si è tenuto il 10 e 11 maggio nel cuore di Napoli, presso il Complesso Monumentale San Lorenzo Maggiore, si è chiuso con un grande successo di pubblico e addetti ai lavori. Le magnifiche Sala Sisto V e Sala Capitolare hanno ospitato le attività delle due giornate, arricchendo la manifestazione con una cornice artistica di grande fascino.

Organizzato dal Consorzio Tutela Vini Vesuvio, l’evento è nato dal desiderio di valorizzare il territorio, la storia, la cultura e i vini del Vesuvio, con oltre 120 etichette in degustazione. Tutte sold out le Masterclass e grande interesse per le degustazioni ai banchi d’assaggio delle aziende del territorio Vesuviano che hanno partecipato a Vesuvio Wine Day 2026. Le quattro Masterclass hanno visto la partecipazioni di numerosi giornalisti della stampa nazionale di settore, che attraverso il calice e il racconto dei relatori, hanno potuto scoprire e apprezzare le eccellenze dell’area vesuviana.

La Masterclass Quattro quadranti, quatro calici per raccontare le nostre eccellenze culinarie, condotta da Chiara Giorleo e Luciano Pignataro, ha messo in luce le differenze dei vini provenienti dalle diverse aree del territorio vesuviano, caratterizzate da esposizione e microclima differenti. Gli interventi di Salvatore Schiavone, Direttore dell’ICQRF Campania-Molise e autore del libro A tavola con l’arte culinaria al teatro e al cinema, e di Francesco Maria Spanò, Direttore della Luiss di Roma e autore del libro In principio fu lo stoccafisso, hanno posto l’accento sulla stretta relazione tra le tradizioni gastronomiche e i vini del Vesuvio, un connubio tra arte culinaria e vino, che trova a tavola la massima espressione.

Le due Masterclass condotte domenica pomeriggio da Chiara Giorleo, Come riconoscerli davvero: i bianchi del Vesuvio tra vitigno, quadranti e interpretazioni e Chi comanda davvero: il vitigno o il territorio? Rossi e rosati del Vesuvio, hanno evidenziato le varie sfaccettature dei vini vesuviani, veri interpreti di un terroir dalle caratterisGche uniche, che ospita vigne centenarie ancora a piede franco e vitigni autoctoni di grande pregio.

Infine, la Masterclass Dialogo tra Vesuvio ed Etna: grammatica vulcanica comune, lingue diverse: 10 vini per riconoscere il territorio oltre il vitigno, condotta da Chiara Giorleo insieme a Ciro Giordano, Presidente del Consorzio Tutela Vini del Vesuvio, e Maurizio Lunetta, Direttore del Consorzio di Tutela dei Vini dell’Etna, è stata l’occasione per degustare in parallelo le massime espressioni dei due vulcani più famosi d’Italia; diversi, ma uniti dall’antica tradizione della viticoltura e da una produzione di vini di alto livello qualitativo.

Hanno partecipato a Vesuvio Wine Day 2026 In Città i seguenti produttori:
Antiche Radici, Bosco de’ Medici, Fioravante Romano Vini, Fuocomuorto, Montesommavesuvio, Cantina del Vesuvio, Cantine Villa Regina, Casa Setaro, De Angelis 1930, De Falco Vini, Enodelta, La Cantina del Vulcano, Le Lune del Vesuvio, Tenuta Augustea, Romano Michele Vini, Cantine Olivella, Masseria dello Sbirro, Villa Dora, Sorrentino Vini, Tenuta La Mura.