Teatro del Gusto: il Festival del vino e del cibo artigianale nei Quartieri Spagnoli a Napoli

Teatro del gusto, chiusura con successo: 1500 presenze in tre giorni  per il Festival del vino e del cibo artigianale

Si chiude con successo la terza edizione del Festival del vino e del cibo artigianale che si è svolta dal 4 al 6 maggio nei Quartieri Spagnoli di Napoli. La prima a Napoli con oltre cento produttori di vino da tutta Italia hanno fatto assaggiare circa 500 etichette e 20 chef che hanno animato la cucina continua – da un’idea di Mario Avallone – a disposizione del pubblico presente.

Enogastronomia di qualità, prodotti naturali, una idea nuova, innovativa e tradizionale, di vino e di alimentazione legata alle radici e al territorio. Eventi, seminari, laboratori, masterclass hanno completato un programma di tre giorni che ha portato negli spazi espositivi con una media di 500 persone al giorno e la grande attenzione del mondo enologico e gastronomico di qualità.

<<Dopo due edizioni a Ischia, siamo arrivati a Napoli, per una prova che era difficile ed entusiasmante>> commenta Annamaria Punzo, presidente dell’associazione Teatro del Gusto e ideatrice della manifestazione <<proporre enologia e gastronomia di qualità, naturale, artigianale, attenta alla sostenibilità e ai valori non è mai semplice. E’ un messaggio profondo, selettivo e complesso, che però ha trovato grande attenzione a Napoli. Siamo soddisfatti e consideriamo questa edizione solo il punto di partenza di un cammino che intendiamo percorrere, portando Teatro del Gusto, con la sua idea di comunità, con la sua rete di produttori e appassionati, su altre strade ancora, con nuove proposte espositive, comunicative, di informazione e incontro>>.

Sannio in Rosa 2024: il racconto della prima edizione

C’era una volta il salasso, pratica enologica sottrattiva tesa a conferire concentrazione materica ai vini rossi; col suo ricavato si producevano vini rosati. Forse origina da qui il diffuso pregiudizio, mai completamente eradicato, sui rosati come vini di “sottoproduzione”. Ben vengano perciò tutte le occasioni per elidere questa idea dall’immaginario collettivo.

Sabato 4 maggio il Sannio, areale campano ad alta vocazione vitivinicola, ha visto protagonisti tutti i vini rosati prodotti nella omonima provincia di Benevento, soprattutto da uve Aglianico, ma non solo. Il vigneto Sannio è anche Camaiola (la vecchia Barbera del Sannio), Sciascinoso, Piedirosso.

Nello scenario del Salone del Gusto, allocato in uno storico palazzo del centro antico di Torrecuso che ospita anche il Municipio cittadino, si è svolta la prima edizione di Sannio in Rosa: incontro con gli stakeholders, banchi d’assaggio, wine talk tra i protagonisti della comunicazione e della produzione sannita. Il Consorzio di tutela dei vini del Sannio in collaborazione con AIS Campania – delegazione di Benevento e Associazione Aglianico del Taburno hanno fortemente voluto questa vetrina come squarcio sull’annata 2023 dei vini in livrea rosa sia “taburnini” che di tutto il Sannio.

Da subito un avvio di grandissimo interesse con una straordinaria batteria di vini rosa, per chiamarli alla maniera di Renato Rovetta – ideatore e curatore della guida Rosa, Rosati Rosé tra i relatori/degustatori della mattinata. Introdotto e animato da Giampiero Rillo, da qualche anno alla guida dell’Associazione Aglianico del Taburno, il panel group ha degustato, a beneficio dei numerosi stakeholder presenti, una decina di etichette di altrettante aziende del territorio con lusinghieri riscontri per la rapidissima progressione qualitativa rilevata rispetto ad annate precedenti.

Del resto, come ha orgogliosamente ricordato il Presidente del Sannio Consorzio Tutela Vini Libero Rillo, quella dell’Aglianico del Taburno nel 2011 fu la prima DOCG italiana a ricomprendere la tipologia “rosato” nel proprio disciplinare di produzione. L’analisi sensoriale (ed emozionale) dei vini in degustazione è stata abilmente guidata dalla giornalista enogastronomica Antonella Amodio co-curatrice della guida 100 Best Italian Rosè, coadiuvata da Maria Grazia De Luca di AIS Campania – delegazione di Benevento.

Nel light lunch che ne è seguito il sommelier/barman Angelo Zotti con suo figlio Mario, ha fornito agli ospiti un piccolo ma significativo saggio della potenzialità dei vini rosati in rassegna nell’arte della mixology, unendo nei loro cocktail – con sapienza e creatività – tradizione e tendenze contemporanee. Con l’apertura pomeridiana dei banchi d’assaggio ai numerosi Sommelier, appassionati e winelovers, in pari tempo si è dato vita al Seminario “Una visione condivisa per il vino rosa nel Sannio” coordinato dal giornalista Sandro Tacinelli in qualità di addetto stampa del Consorzio Sannio tutela vini ed arricchito dai contributi dei medesimo relatori della mattinata Amodio e Rovetta ai quali si è affiancato l’economista Nicola Matarazzo, direttore del Consorzio Sannio Tutela Vini.

Numerosi gli spunti di riflessione e lo scambio dialettico scaturitosi, sia nella dimensione economico-commerciale che in quella “produttiva”; tema (questo secondo) da sempre in bilico tra la indispensabile ricchezza interpretativa dei vini ad opera dei produttori e l’altrettanto irrinunciabile obiettivo di consolidare identità e carattere territoriale dei vini rosati “taburnini e sanniti”. La kermesse si è conclusa, come prevedibile, con il reiterato e condiviso auspicio a consolidare nel tempo l’appuntamento annuale con il … “RoSannio”.

L’eredità di Terre del Principe

I ricordi di bambino, tra giri in calesse col nonno presso i poderi familiari e le conversazioni tra contadini sui vitigni autoctoni, hanno portato Peppe Mancini ad abbandonare la professione di avvocato ed inseguire l’amore per la vigna, amore condiviso con la sua sposa Manuela Piancastelli che, dopo una splendida carriera da giornalista, lascia il suo ruolo e convola ancora una volta a nozze con suo marito, anche nella vocazione di vigneron, seguendolo in tutto e per tutto, per scrivere assieme a lui un’importante pagina della vitivinicultura in Campania, diventando due cuori in una vigna.

Il sogno viene realizzato nel 2003 con la fondazione di Terre del Principe,  ma non è un sogno imprenditoriale, bensì un sogno d’amore. E tale è stato fino al 2022 con l’ultima annata, perdurando ancora oggi nei loro ricordi e nelle vibranti parole di Manuela, che si lascia raggiungere per un’intervista, di cui questo pezzo è semplice preludio, e ci apre le porte di casa con quel calore e quell’accoglienza spiccatamente mediterranea.

Ma facciamo qualche passo indietro…

Nell’area di Castel Campagnano, grazie alla vicinanza del vulcano di Roccamonfina e col Vesuvio a circa 30 km, i suoli sono di origine miocenica, le cosiddette arenarie di Caiazzo, accolgono i vitigni di Pallagrello Bianco, Pallagrello Nero e Casavecchia ove un tempo v’era un mare dalle acque calde e poco profonde e sono costituite da pietrisco, marne, tufo grigio, fossili e materiale piroclastico. Questo dunque l’areale in cui per un ventennio ha operato l’appassionata coppia che ha fondato la bellissima realtà di Terre del Principe; poi l’annuncio, nel settembre del 2023, dalla stessa Manuela Piancastelli che, né per l’anno in corso né per quelli a venire, ci sarebbe stata un’altra vendemmia.

Ne riportiamo la lettera che annuncia la decisione presa serenamente dai due coniugi:

Cari amici,

Terre del Principe non farà la vendemmia 2023. Abbiamo deciso di continuare a vendere fino ad esaurimento i vini attualmente in commercio, poi la nostra avventura sarà terminata. Data la notizia, entriamo nel merito per chi abbia voglia di approfondire. Innanzitutto stiamo bene, non abbiamo problemi di alcun tipo, abbiamo solo deciso che dopo venti anni in cui abbiamo dato ogni nostra energia e ogni attimo della nostra vita al Pallagrello e al Casavecchia, riscoprendoli, studiandoli, rilanciandoli e dando loro la visibilità che giustamente meritavano, questa fase della nostra esistenza può dirsi conclusa proprio nel ventennale della nascita di Terre del Principe. 2003-2023: il territorio in questi venti anni è cresciuto immensamente ed ora ha la consapevolezza di possedere un patrimonio vitivinicolo di grande valore.

C’è un libro che racconta la storia del Pallagrello dall’antichità a oggi, un manuale per chi vorrà aggiungere conoscenza alla passione. Sono nate tante aziende, ci sono molti giovani bravi vignaioli che potranno continuare a far parlare di sé e delle straordinarie colline del Medio Volturno, patria di questi vitigni. Ogni cosa ha il suo tempo sotto il sole, rispetto a venti anni fa per noi ora è un altro tempo, e un altro sole.

Lo diciamo con gioiosa e consapevole leggerezza, senza alcuna tristezza, sicuri di aver scritto una pagina importante della storia vitivinicola della Campania.

I vini attualmente in commercio, cioè Fontanavigna 2022, Le Sèrole 2019, Castello delle Femmine 2020, Ambruco 2017, Centomoggia 2017 e Piancastelli 2017 saranno venduti sul territorio nazionale, fino ad esaurimento, da Vino & Design, il nostro straordinario distributore Dick ten Voorde, che ci ha accompagnato con affetto in questi ultimi anni.  Alcune bottiglie di vecchie annate, anche in magnum, saranno disponibili in cantina.

Buona Vita a Tutti”. Questo pezzo è un pegno di riconoscenza verso Terre del Principe per aver costantemente comprovato la sua vocazione di cantina dotta e capace di offrire percorsi sensoriali complessi e di grande interiorità che, in questi 20 anni, sono andati ben oltre l’assaggio ed il mero marketing. A Manuela e Peppe, cui l’enologia campana deve tanto, un ringraziamento per essere genitori putativi di tre cultivar di cui sentiremo parlare sempre più spesso e per aver regalato agli abitanti di Castel Campagnano il sogno di diventare vignaioli a loro volta e restare nella loro terra di origine.

San Colombano al Lambro e Azienda Agricola Nettare dei Santi: fare vino a Milano

San Colombano al Lambro è l’unica exclave della città metropolitana di Milano, posta fra le province di Lodi e di Pavia, dista circa 50 km da Milano e 31 da Pavia. Si trova sulla sponda destra del fiume Lambro, è un centro storico ricco di monumenti con una storia antica ma anche zona principale della produzione del vino DOC omonimo.

Il nome si deve ad un Santo irlandese che si stabilì nella zona dopo la caduta dell’Impero Romano, probabilmente attratto dalla natura circostante che ricordava la verde Irlanda.

In una soleggiata domenica di aprile ho avuto l’occasione di visitare questo gioiello lombardo e scoprire monumenti altrimenti chiusi al pubblico grazie all’evento organizzato dalla cantina Nettare dei Santi. Il ritrovo è subito fuori dalla porta di ingresso del paese, nel cortile una grande quercia precede l’ingresso alla vecchia tinaia dell’oratorio di San Rocco. È qui che, alla fine dell’Ottocento, ha inizio la storia vitivinicola della famiglia Riccardi ed è sempre qui che inizierà la produzione del primo metodo classico di cui vi parlerò in seguito.

All’inizio il vino prodotto veniva utilizzato per il fabbisogno personale o al massimo barattato con altri beni di prima necessità, poi alla fine degli anni 40 Franco Riccardi decise di avviare una vera e propria attività imprenditoriale. Il racconto sulla figura di Franco Riccardi è molto coinvolgente; adiacente alla tinaia visitiamo il suo studio dove campeggiano un suo ritratto, diverse foto d’epoca e i ricordi della sua attività sportiva, tre volte campione olimpico di spada con un palmarès di tutto rispetto.

Terminata la carriera sportiva impiegherà le proprie energie allo sviluppo della cantina, creandone il nome “Nettare dei Santi”, iniziando ad imbottigliare negli anni 50 e conferendo una nuova immagine al prodotto ottenuto che già ai tempi allietava le tavole dei milanesi. Alla fine degli anni 60 Enrico Riccardo, figlio di Franco, rileverà l’attività di famiglia e realizzerà i due principali vini che anche oggi sono il simbolo dell’azienda: la Verdea la Tonsa e il Roverone.

Arriviamo ai mitici anni 80 (quelli della mia età li ricordano sicuramente così) quando la cantina dal centro del paese viene spostata in cima alla collina tra i vigneti di proprietà, questi sono gli anni che daranno un grande impulso alla crescita e alla notorietà dell’azienda. La collina di San Colombano si presta alla meraviglia dell’osservatore, un’altura isolata nel bel mezzo della Pianura Padana che si erge a 147 m sul livello del mare. Già molto ambita in passato perché lì si produceva il vino migliore, un terreno fertile ricco di sostanze organiche che alterna zone sabbiose e calcaree molto permeabili creando un habitat ideale per la coltivazione della vite. Un clima particolare, giustamente piovoso in primavera, caldo e asciutto in estate.

I vigneti a perdita d’occhio producono oggi vini Rossi, Bianchi e Rosati da uve Croatina, Barbera, Uva Rara, Verdea e da vitigni internazionali come il Pinot Nero, Cabernet Sauvignon, Merlot, Riesling e Chardonnay. Nella zona il primo riconoscimento arriva nel 1984 con l’istituzione della DOC San Colombano a Lambro e, a seguire, con la vendemmia del 1995 i Colli di San Colombano diventano anche zona IGT con il nome “Collina del Milanese”.

Prima di salire in collina per la visita alla cantina nuova e per la degustazione, la guida ci conduce all’Oratorio di San Rocco, chiesa privata di proprietà della famiglia Sferza-Riccardi. La piccola chiesa, risalente al 1514, venne costruita appena fuori le mura. Si presenta a pianta ottagonale, in stile bramantesco. All’interno spicca il matroneo, con bifore impreziosite da colonne finemente lavorate. Negli anni Sessanta del secolo scorso, durante lavori di restauro dell’Oratorio, vennero alla luce quattro porte antiche situate sui lati diagonali della struttura ottagonale, insieme a dipinti più antichi raffiguranti San Giovanni Battista e San Fermo. Un vero gioiello di architettura rinascimentale che lascia il visitatore ammirato.

Terminata la visita ci allontaniamo dal paese e in una manciata di minuti in auto arriviamo in collina dove si trova la cantina nuova, qui ci attende la degustazione accompagnata da prodotti tipici locali. La cantina è in una posizione stupenda e gode di una vista invidiabile sui vigneti. Molto interessante la visita alla sezione dove oggi si produce il loro metodo classico.

I 30 ettari di vigneto dell’azienda sono sapientemente gestiti seguendo la filosofia del rispetto della trazione ma con un occhio attento all’innovazione, conoscendo il terreno, il microclima e l’esigenza dei vitigni. Il sistema di allevamento poco espanso è “il guyot” e la lavorazione delle uve nasce da una attenta selezione in vigna, per arrivare a produrre vini che sappiano esprimere ed esaltare il legame vitigno -territorio

Nettare dei Santi produce oggi diverse etichette tra rossi, bianchi e spumanti, tra i quali spiccano il Domm metodo classico e il Roverone, un rosso corposo dal profumo intenso e fruttato. Dell’azienda ho degustato diversi vini sia in occasione dell’evento di cui sto scrivendo, sia in altri momenti, ecco i miei assaggi:

  • DOMM Metodo Classico Brut Millesimato da uve Chardonnay e Pinot Nero è una bollicina importante che dedica la sua etichetta, lineare e pulita, al Duomo di Milano. Colore giallo paglierino che risplende nel bicchiere e un perlage fine e continuo. Al naso un bouquet di intense sensazioni fruttate e floreali. Al palato è gradevole, floreale e ben persistente, sentori erbacei e fruttati sul finale.
  • ROVERONE Colline di Milano IGT. Un vino che prende il nome dal Podere Roverone, una zona della Collina di San Colombano che, per le caratteristiche del terreno e per l’esposizione, ben si presta alla produzione di vini rossi.

Un uvaggio di Barbera, Croatina, Merlot e Cabernet Sauvignon, con un profumo di frutti rossi e un sapore avvolgente, caldo e di buon corpo.

  • FRANCO RICCARDI Colline Milanesi IGP è un piccolo capolavoro. Una vera e propria celebrazione. Dedicato a un grande uomo, Franco Riccardi, il fondatore. Un blend di Merlot e Cabernet Sauvignon con uve leggermente appassite. Un ottimo vino, dal rosso rubino intenso con sfumature violacee. Il bouquet olfattivo è intenso e persistente, con intense sensazioni erbacee e fruttate. Al palato è pieno, austero ma vellutato e armonico.
  • VERDEA LA TONSA Vino bianco frizzante. Prodotto da uve Verdea per 85% e altre uve bianche. Un vino che si lascia bere! Colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, profumi delicatamente fruttati e floreali, un gusto brioso e fresco con un retrogusto leggermente amarognolo.
  • SOLITAIRE Passito di Verdea Raggiunta una ottima maturazione a fine settembre le uve vengono raccolte in piccole cassette, trasportate alla cantina e poste in un locale adatto all’appassimento dove rimangono fino a Natale quanto vengono pressate delicatamente. Il dolcissimo mosto ottenuto fermenta per 6 mesi in piccole botti e matura in piccoli serbatoi d’acciaio. Un colore giallo oro carico, profumi avvolgenti e intensi, in bocca rotondo e vellutato con aromi di confettura, di fiori appassiti, miele.

Se volete fuggire dal caos cittadino di Milano questo è il luogo ideale, alle porte delle metropoli, una meta green per ritemprarsi, per godere del buon vino e del buon cibo.

Prosit!

Anphora Revolution: il format ideato da Helmuth Köcher patron del Merano Wine Festival

Approda a Vinitaly 2024 Anphora Revolution, il format ideato da Helmuth Köcher, patron di Merano Wine Festival e grande estimatore dell’utilizzo di questo contenitore per la produzione del vino.

Proprio Köcher inizia la degustazione guidata ricordando il suo interesse ventennale per le anfore e il suo interesse per la Georgia e i Qvevri, i tipici contenitori in anfora. I qvevri sono diventati patrimonio dell’Unesco e le vinificazioni sono sottoposte a regole rigidissime.

In Italia non esiste una regolamentazione e negli ultimi 10 anni la sperimentazione della terracotta è aumentata considerevolmente tra i vigneron. Diversi i produttori di anfore, quali Luca Risso, Francesco Tava, Massimo Carbone, Artenova della zona dell’Impruneta in Toscana: a seconda del contenitore, cambia l’espressivita’ del vino.

La degustazione ha visto l’utilizzo di un calice creato appositamente dall’azienda Italesse. La base del bicchiere è piatta per esaltare le morbidezza mentre tende a restringersi verso l’alto. Il primo vino a essere servito è stato VSQ Alto Adige Phineas V 2016 Azienda Arunda, ottenuto da uve Kerner, Riesling, Pinot Bianco vinificate in anfora, dal perlage fine, che brilla nel calice offrendo sentori di albicocca, nocciola, uvetta, frutta secca e miele. 72 mesi sui lieviti.

Tullum Docg Pecorino InAnfora – Feudo Antico – viene vinificato in anfore Tava da 750 litri con lieviti indigeni; le follature sono manuali, seguite da 3 mesi di macerazione sulle bucce. L’affinamento prevede altri 15 mesi e viene imbottigliato senza essere filtrato, prodotto in circa 2000 bottiglie. Al naso emergono nuance di mela cotogna, agrume, note erbacee, cera d’api. In bocca è equilibrato, con una bella sapidità in chiusura.

Falerno del Massico Doc Azienda Villa Matilde vede protagonista la Falanghina (biotipo Falerno) coltivata ai piedi dell’antico vulcano di Roccamonfina, un territorio ricco di cenere grigia e pomice. Dopo la fermentazione a temperatura controllata, il vino affina parte in anfore di terracotta (Artenova) per circa tre mesi e parte in acciaio. Segue un periodo in bottiglia. Agrumi, fiori bianchi, note salmastre, freschezza gustativa e piacevolezza di beva.

L’assaggio di Garnellen, Sauvignon Blanc di Andreas Dichristin di Tropfltalhof riesce sempre a emozionare oltre che convincere: nato dal vigneto vicino la cantina, non distante dal Lago di Caldaro, un vino che esprime eleganza e carattere, con note agrumate, pepe bianco ed erbe di campo, su finale di senape e fiore del cappero. In conduzione biodinamica, le uve vengono vendemmiate manualmente e fermentano in anfore Tava di diverse porosità, grazie all’azione dei lieviti indigeni. Sette mesi di macerazione e ultetiori 14 di sosta in argilla.

Grignolino D’Asti Doc Lanfora – Azienda Agricola Montalbera – è interessante per il colore rosa brillante, le note di lampone, geranio, peonia, spezie e un tannino deciso. L’affinamento prevede circa 10 mesi in anfore di terracotta dell’Impruneta di capienze diverse.

Valle d’Aosta Doc Syrah 870 Azienda Rosset Terroir: viti sono coltivate in altitudine a circa 800 metri, su terreni di origine glaciale. La vinificazione prevede la suddivisione in tre parti, di cui la prima sosterà un anno in barrique di rovere francese mentre per le altre due sono previsti anfora Tava e orcio toscano Impruneta Manetti per circa 12 mesi. Profilo olfattivo che rimanda alle spezie dolci, liquirizia, pepe nero, frutti rossi e neri. Freschezza struttura e un sorso dinamico.

Igt Toscana Amphora Vignamasso Azienda San Polo di proprietà di Marilisa Allegrini. Cantina situata a Montalcino, espressione elegante del suo Sangiovese. Da un’unica particella, contraddistinta da un’enorme roccia vulcanica, è ottenuto dalla vinificazione in anfora per 12 mesi utilizzando il grappolo intero.

Cannonau di Sardegna Le Anfore 2021 Olianas – Elena Casadei ha pensato a un progetto che riprenda le antiche tecniche che vogliono riportare la vinificazione alle sue origini: infatti la fermentazione e l’affinamento per 6 mesi avvengono in anfore di terracotta georgiane di importazione (fermentazione) e per l’affinamento si utilizzano invece gli orci di Artenova (Impruneta). L’azienda lavora in biodinamica e i contenitori scelti valorizzano il vitigno e il territorio. Meravigliosa espressione di cannonau, elegante al naso con profumi di rosa, ribes, mirto, macchia mediterranea. Tannino setoso.

Amarone della Valpolicella Docg Riserva Amfora Decem X – Azienda Pietro Zanardi che segue la filosofia biodinamica. Il vino è prodotto in 800 bottiglie. Pietro inizia a produrre in anfora nel 2013 da Tava. Vitigni utilizzati: Corvina 70%, Molinara e Croatina. Macerazione e 3 anni in anfora, con altri 3 anni in barrique e 3 anni in tonneau e dodici mesi di bottiglia. In bocca il sorso è equilibrato, di grande freschezza e l’alcol è ottimamente integrato. Bouquet ampio, con prevalenza di sfumature terziarie.

Cesto Bakery & Friends: racconti di pane e pizze d’autore a Torre del Greco

Catello Di Maio e Valentino Tafuri – Racconti di pane e pizze d’autore

Cesto Bakery & Friends è il filo conduttore di una serie di incontri tematici fortemente voluti da Catello Di Maio, panificatore di Torre del Greco. Nella sua panetteria cerca un dialogo con professionisti di diversi settori del food. Dopo l’incontro con gli chef stellati Domenico Iavarone e Domenico Candela, nonché con il noto pasticciere Antonino Maresca, l’attenzione si è spostata verso il seguitissimo mondo della pizzeria.

Classe 1989, laureando in Tecnologie Alimentari, Catello ha progettato la sua panetteria con più anime messe insieme, creando un luogo d’incontro sempre frequentatissimo, dalla prima colazione all’aperitivo serale. Da Cesto Bakery si entra per fare acquisti, ma anche per fermarsi a mangiare sul posto. Con grande successo ha rilanciato la Semolella, l’antico panino nato nei forni della parte storica di Torre del Greco, realizzata con farina di semola di grano Senatore Cappelli e lievito madre, il grande compagno di lavoro di Catello. Cesto Bakery brilla anche per l’eccellente croissant, per i lievitati da prima colazione, per l’ottima pizza in pala e nel padellino. Perfetti nella forma e nella consistenza soffice, imperdibili i suoi bun, tra i più richiesti dalle hamburgherie d’autore.

Il 17 aprile la bakery di Torre del Greco ha ospitato Valentino Tafuri, pizzaiolo, lievitista e patron di 3Voglie Pizzificio a Battipaglia. Due mondi – il pane e la pizza – che tornano a parlarsi per nutrirsi ed arricchirsi reciprocamente. Catello Di Maio sta lanciando la convivialità con oltre 40 tipi di pane e lievitati differenti. Il segreto per fare un buon pane? Le “massaie” afferma Catello. <<Bisogna guardare indietro, avendo anche il giusto tempo per fare le cose. E soprattutto controllo delle fasi produttive. Cereali ad hoc esprimono pani ad hoc. Pani belli anche da vedere e da assaporare con i tipici profumi del territorio.

Maestria e spiccato senso del gusto sono il marchio di fabbrica di due giovani professionisti della farina, capaci di raccontare un’arte antica con un formidabile, quanto necessario, approccio contemporaneo. Idea di pane cafone: 70% semola e 30% tipo 2 e lievito madre. Richiestissimi sono anche panettone e colomba, i grandi lievitati delle feste, realizzati in maniera artigianale al 100% e rigorosamente con lievito madre: a proposito, il lievito madre si chiama “Ciro” ed è il migliore amico di Catello.

<<Il lievito madre non è sempre fondamentale>> rimarca Tafuri. <<La conoscenza della materia prima di ogni cosa; un buon professionista dovrebbe utilizzare il lievito giusto per il prodotto giusto>>. Il Quadrotto nasce con l’idea di riprendere focaccia con mortadella: focaccia al pistacchio con mortadella e zest limone.

Infine, il contributo sapiente di Giacomo “Jack” Prisco, titolare della pizzeria Prisco Pizza & Spirits a Boscotrecase ed esperto di mixology, con drink list create appositamente. Il suo cocktail Pink Paloma, ad esempio, è fatto da Tequila Silver con succo di lime fresco e acqua tonica al pompelmo rosa. Un ringraziamento dovuto a Nadia Taglialatela per l’organizzazione della stampa.

Il Menù della serata

Pane cafone, olio extravergine di oliva, sale e limone

Quadrotto con impasto al pistacchio, farcito con senape, mortadella, maionese e scorza di limone

Margherita in teglia, con pomodoro “corbarino” arrostito, stracciata di bufala e salsa al basilico

Pala con carciofi arrostiti (in crema e a spicchi), provola di Agerola e pecorino

Pan Bauletto al cioccolato con gelato alla vaniglia e caramello salato

I Cocktail in abbinamento

Twist on classic

Martini Cocktail

(Gin london Dry, Vermouth Dry, orange bitter)

Pink Paloma

(Tequila Silver, succo di lime, sale, sanbitter Pompelmo rosa)

Gin & tonic al Basilico

(Gin Tanqueray 10, sciroppo basilico, acqua tonica agli agrumi San Pellegrino)

Americano in Torba

(Campari, Varmouth rosso Riserva Rubino, Lagavulin 16 single Malt, Perrier San Pellegrino)

Espresso Martini

(Vodka, liquore al cacao, liquore al caffè, caffè espresso, sciroppo di vaniglia)

Cesto Bakery

Via Salvator Noto, 26

Torre del greco (Na)

+ 39 081 849 2086 

Aperto dal lunedì al sabato, dalle 7.00 alle 20.30

Domenica 7.00 – 14.00

Piemonte: Vinchio Vaglio, cooperare con amore

È stupefacente pensare che nel lontano 1959 un piccolo gruppo di 19 viticoltori provenienti dai Comuni di Vinchio e Vaglio Serra, in provincia di Asti, riuscì a superare le divisioni territoriali secolari, uniti dalla comune passione per la vite, dando vita a una Cooperativa vitivinicola destinata a far parlare di sé.

Vinchio Vaglio diverrà “Il Nido della Barbera”, un luogo dove tale varietà potrà esprimere appieno le sue caratteristiche poliedriche. La Barbera, infatti, è un vitigno estremamente duttile che, a seconda dello stile di vinificazione e dell’affinamento, può regalare sia vini giovani e profumati che prodotti adatti a un buon invecchiamento.

In controtendenza a quanto accadeva in quegli anni, in cui nelle regioni più avanzate si pensava principalmente a rimpiazzare i vigneti vecchi con nuove piantagioni, dai cloni differenti e dalle densità di impianto più elevate, nel 1987 a Vinchio Vaglio si decideva di individuare i migliori vigneti dei propri soci, con un’età superiore ai 50 anni, dando vita a un vino sin da allora chiamato “Vigne Vecchie”. Un successo consolidatosi nel tempo e che, nel 2009, in occasione del cinquantesimo anniversario della cantina, si sdoppia con un secondo vino denominato “Vigne Vecchie 50”. Mentre il primo affina in legno, raccontando la Barbera nella sua longevità, complessità di profumi e struttura, il secondo sceglie di esprimere la freschezza e l’eleganza di una Barbera giovane.

Oggi, quegli stessi vigneti vantano più di 80 anni e richiedono un lavoro sempre accurato. Le poche uve che producono, tuttavia, possiedono qualità e caratteristiche del tutto particolari. Stiamo parlando di rese che vanno dai 30 ai 40 quintali per ettaro e per garantire ai viticoltori la possibilità di continuare a lavorare su questi vigneti, la cantina si impegna a garantire un determinato rendimento ad ettaro.

Il forte legame tra i soci è evidente, e il presidente Lorenzo Giordano sottolinea spesso: <<Il lavoro più importante è quello di mantenere questo contatto stretto e positivo, perché è solo grazie ai viticoltori i cui vigneti sono stati scelti per vini come ‘Insynthesis’, ‘I tre Vescovi’, i due ‘Vigne Vecchie’ o il Nizza ‘Laudana’, che in cantina arrivano uve perfette al momento concordato>>.

Grazie a questo legame, quasi 500 ettari di vigneto ancora oggi adornano le colline del Monferrato, riconosciute come Patrimonio UNESCO. La superficie media di proprietà di ogni viticoltore è di circa 2,5 ettari, rendendo la cantina l’unica possibilità per i quasi 200 conferitori di continuare a coltivare le proprie vigne in modo economicamente sostenibile. Vinchio Vaglio si erge come esempio virtuoso di Cantina Cooperativa, dimostrando l’importanza che un tale organismo può avere per il territorio e per una varietà così preziosa come la Barbera.

Alla scoperta delle gemme del Monferrato

È mattino presto, la brina e i primi raggi del sole fanno capolino tra le nebbie che lentamente si diradano, scoprendo le dolci colline del Monferrato, localmente chiamate “bricchi”. Mentre il sole lentamente sale, i colori tenui dal rosa all’arancio tingono i vigneti e i raggi fanno brillare i cristalli di ghiaccio sulle viti di Barbera. Si respira un profumo di storia su queste colline patrimonio dell’ UNESCO dal 2014 e che per secoli hanno visto avvicendarsi eventi che hanno fatto la storia d’Italia.

Grazie all’impeccabile organizzazione di Maddalena Mazzeschi, scopro luoghi meravigliosi alla scoperta della Cantina Cooperativa Vinchio Vaglio.

Oggi la produzione totale vede la Barbera come vitigno protagonista indiscusso. La maggior parte della produzione è nelle mani di un esclusivo gruppo di 30/35 soci della Cantina Cooperativa. Nizza Monferrato, dunque, non è solo un luogo di straordinaria bellezza paesaggistica, ma anche un punto di riferimento nel mondo vinicolo, dove la tradizione si unisce alla modernità. Gli enologi in sinergia con uno staff specializzato di professionisti, curano ogni aspetto dalla gestione dei vigneti di ogni conferitore, al trasporto in cantina, alla vinificazione, all’ affinamento e imbottigliamento.

Ogni conferitore viene seguito attentamente, con pratiche agricole mirate a ottenere uve di altissima qualità. Il trasporto delle uve in cantina è un momento cruciale, dove la delicatezza e l’attenzione sono fondamentali per preservarne l’integrità. Una volta giunte in cantina, le uve sono sottoposte a vinificazione, un processo guidato dalla maestria degli enologi, che sanno esaltare al massimo le caratteristiche di ogni varietà. Dopo la vinificazione, segue l’affinamento, dove il tempo e la cura sono essenziali per permettere al vino di sviluppare complessità e armonia. Infine, l’imbottigliamento, fase finale del processo, è eseguito con precisione chirurgica per garantire che ogni bottiglia sia un’opera d’arte pronta per essere gustata.

I vini degustati sono stati apprezzati da tutti i presenti tra cui l’amica e collega di 20Italie Olga Schiaffino

  1. Sorì dei Mori – Barbera d’Asti DOCG 2022
  2. I Tre Vescovi – Barbera d’Asti Superiore DOCG 2022
  3. Vigne Vecchie 50 – Barbera d’Asti DOCG 2021
  4. Laudana – Nizza DOCG 2020
  5. Vigne Vecchie – Barbera d’Asti Superiore DOCG 2019
  6. Sei Vigne Insynthesis – Nizza DOCG 2019

Vino Nobile di Montepulciano: un viaggio attraverso le 12 Pievi durante Vinitaly 2024

Che Montepulciano fosse un territorio su cui puntare lo avevamo capito da tempo, da quando i produttori, per il tramite del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, decisero di ritrovare serenità e spinta propulsiva dopo gli anni bui e le divisioni di inizio millennio.

Le Pievi

Che Le Pievi rappresentassero poi quel filo di Arianna da seguire alla ricerca di qualità e riconoscimenti, ne avevamo soltanto il beneficio del dubbio. Un convitato dall’apparenza misterioso, comparso sulla scena dopo un travagliato conciliabolo tra i vari attori chiamati a prenderne parte. L’essenza stessa della bontà del progetto è stata il dover ammettere che da soli non si va da nessuna parte; l’utilizzo di consulenti terzi ed esperti hanno rianimato lo spirito dei viticoltori, nel confronto continuo tra Cooperativa Sociale e piccole produzioni familiari.

Dunque, nel contesto di Vinitaly 2024, ecco giungere l’occasione tanto attesa: presentarsi alla stampa mondiale e agli operatori in tutta la grazia di una tipologia che supererà le più rosee aspettative. Ne siamo certi per averla assaggiata in più momenti ed aver trovato sempre un livello interessante e prospettico dei suoi vini. La degustazione guidata è stata magistralmente condotta dai giornalisti Gianni Fabrizio e Stefania Vinciguerra.

Ma cosa sono esattamente Le Pievi?

Chi pensa ad una new entry in chiave puramente commerciale sbaglia di grosso. Ma neppure possiamo ritenerla il frutto di una zonazione in stile “Cru” piemontesi o francesi. C’è da agganciarsi, piuttosto, al ricamo storico, alla natura stessa del territorio toscano, fatto di chiesette rurali ove la comunità agreste si ritrovava ai vespri. Uno scorcio tipico della mezzadria italiana, espressione del movimento culturale del Verismo, come nella Cavalleria Rusticana di Mascagni, quando vengono musicate scene di afflato poetico attorno a un campanile.

Nulla di strano ricondurre le identità di Montepulciano attraverso ricordi, simboli di unione e armonia. Gli stessi ideali insiti nella proposta di immissione in commercio, a partire dal 1 gennaio 2025, del Vino Nobile di Montepulciano etichettato sotto una delle 12 Pievi: Argiano, Ascianello, Badia, Caggiole, Cerliana, Cervognano, Gracciano, Le Grazie, San Biagio, Sant’Albino, Valardenga, Valiano. La natura dei suoli è molto simile nella composizione, meno nella ripartizione delle varie tessiture, tra argille colorate, sabbie marine, limo e calcare. La morbide colline esprimono il meglio del panorama possibile per il visitatore, con esposizioni e altimetrie influenti in maniera marcata nella maturazione del Sangiovese e dei suoi tannini, non più accompagnabili (per regolamento) dalle accomodanti “varietà internazionali”.

Presente e Futuro

Il frutto dell’emersione delle falde del mare pliocenico e delle successive erosioni detritiche occorse nell’arco di millenni. Valiano, di origine recente, resta invece la Pieve dall’agile individuazione nei panel d’assaggio, per una trama antocianica meno profonda e pungente, dove l’immediatezza di beva la fa da padrona. Limitiamo a ciò le nostre considerazioni complessive, invitando il lettore a testare sul campo le ulteriori differenze senza dare giudizi o suggerimenti soggettivi. Il gusto deve avere il predominio su tutto, sarà quello a decidere il mercato e il futuro del terroir.

E sempre il gusto saprà condurci alla risoluzione dei legittimi quesiti da cronisti: le uve selezionate a comporre il mosaico de Le Pievi penalizzeranno le altre versioni del Disciplinare? Si creerà un’eccedenza di scelta tra Rosso di Montepulciano, Vino Nobile, Riserva, Selezione e Le Pievi o quest’ultima spingerà i vigneron ad alzare l’asticella di tutti i prodotti aziendali? Ciò porterà con sé, finalmente, la necessaria colmatura di prezzi rispetto ai livelli bassi e penalizzanti di qualche anno fa? Anche le soddisfazioni economiche creano fiducia e giocano a domino con l’aumento record dei numeri dell’enoturismo che sta vivendo l’intero comparto del Nobile.

Ai posteri e all’abile lavoro di Andrea Rossi presidente del Consorzio del vino Nobile di Montepulciano e del suo staff operativo, la non semplice risoluzione; noi restiamo prudentemente fiduciosi e ottimisti, certi di aver puntato su di un cavallo vincente.

Vinitaly 2024: la “purificazione del Tempio” (del vino) è finalmente compiuta

Anche quest’anno le telecamere e i microfoni di 20Italie erano presenti a Vinitaly, per documentare il grande fermento del settore vitivinicolo italiano. “Fuori i mercanti dal Tempio”? Niente affatto! Siano benvenuti i “mercanti”, con un aumento degli operatori esteri da ben 140 paesi, di cui 1200 top buyer invitati e ospitati da Veronafiere in collaborazione con Ice Agenzia.

Bilancio positivo anche per Vinitaly Plus, la piattaforma di matching tra domanda e offerta con 20mila appuntamenti business, raddoppiati in questa edizione, e per il fuori salone Vinitaly and the city, che ha superato le 50mila degustazioni (+11%). Al netto delle presenze politiche ed istituzionali di rito, i visitatori complessivi hanno oltrepassato la soglia delle 97 mila unità: una vetrina impareggiabile per il Made in Italy nel mondo intero.

Un trend inarrestabile, con un cambio di passo avvenuto proprio durante gli anni tremendi della pandemia Covid, quando gli ingressi furono contingentati, dando respiro al dialogo tra produttori e venditori: lo scopo essenziale di una Fiera tra le più importanti d’Europa, giunta ormai alla 56^ edizione.

L’allestimento dei padiglioni dimostra parimenti un salto di qualità importante, con alcune aree e slot disegnati appositamente da stilisti e interior design. Un vero “Tempio del vino”, curato in ogni particolare, assistito dal personale dell’organizzazione, che ha risposto con prontezza alle esigenze richieste dalla banchettistica.

E poi il piacere di vedere i volti felici degli imprenditori; tavoli e sedie occupati dagli operatori nell’attesa di concludere ordini e contratti di fornitura; degustazioni guidate che hanno agevolato il compito della stampa nel fornire un servizio esaustivo per il lettore. Passeggiare senza spintonarsi, senza vedere situazioni “critiche” di chi abusa di alcool, è un inno per quanti (noi compresi) propongono l’idea del bere responsabile.

Se il Vinitaly cambia forma, anche la cultura del vino deve adeguarsi, scoraggiando l’iniziativa di chi ha dipendenze fisiche o non riesce a controllare gli istinti, penalizzando chi vuole lavorare in serenità e con risultati soddisfacenti. Ottima l’idea dell’aumento annuale dei costi d’ingresso, con un ticket giunto alla soglia dei 120 euro. Ottima l’idea di uno stand della Polizia di Stato a fungere da dissuasore degli abusi. Ottima, infine, la partecipazione dell’Associazione Italiana Sommelier in tanti spazi espositivi di Consorzi ed altri Enti fieristici compresa una confortevole Area Lounge, dove la professionalità fa la differenza.

Fuori i beoni, dentro solo gli operatori del settore e chi ama questo mondo bellissimo, il pane quotidiano delle nostre rubriche enogastronomiche. Colori, sapori, esperienze interattive e coraggio: con questi valori diamo un arrivederci alla 57^ edizione di Vinitaly a Veronafiere dal 6 al 9 aprile 2025.

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Calici & Spicchi: il libro di Antonella Amodio per abbinare, con giusti consigli, pizza e vino

101 vini e 101 pizze proposti in 101 abbinamenti: questo è  il tema del libro Calici & Spicchi  della giornalista, sommelier e scrittrice casertana Antonella Amodio, presentato lo scorso 12 Aprile nella prima delle oltre cinquanta tappe previste dal “Calici & Spicchi Tour Experience”. Un vero e proprio circuito esperienziale in cui i protagonisti, oltre ad Antonella e alla sua pubblicazione, saranno molti dei pizzaioli citati con le loro creazioni.

Antonella Amodio

Siamo partiti da Ciro Grossi e dalla pizzeria La Campagnola, all’ingresso  di uno delle zone più popolari di Napoli, il Borgo dei Vergini nel quartiere Stella. Ambizione del tour experience è quella di avvicinare quante più persone possibili – non necessariamente addette ai lavori – al concetto che non solo l’abbinamento pizza e vino sia possibile, ma che sia anche il migliore, vista la crescente tendenza a elevare la pizza al rango di cibo gourmet. Dalla scelta delle farine a quella degli ingredienti per il condimento, mantenendo intatte le caratteristiche di immediatezza e semplicità che da sempre la caratterizzano, sembra quasi scontato abbinare al lievitato più desiderato al mondo una birra o una bibita gassata a tendenza dolce.

Antonella racconta che la pizza era storicamente abbinata al vino: nel 1800, epoca cui risalgono le prime pizzerie nella città partenopea, era consueto mangiarle accompagnate dal vino di Lettere o di Gragnano. Il motivo per cui si è andata affermando in epoca moderna l’abbinamento pizza/birra va addebitato invece alla fine degli anni Settanta e allo scandalo del metanolo, che molti allontanò dal consumo del vino.

<<Inoltre la birra, come la Coca Cola o l’aranciata, hanno un aspetto più accomodante e affabile verso il cliente. Ma bisogna fare attenzione perché sovente vanno a mortificare il lavoro che c’è dietro a una pizza, a partire dall’impasto fino ai topping e ai condimenti, dai più semplici ai più sofisticati>> continua la Amodio.

Un libro che nasce dall’esperienza giornalistica e dalla rubrica settimanale curata su Luciano Pignataro Wine & Food Blog. Ma soprattutto un libro che nasce dalla memoria dei sapori dell’infanzia, quelli del pane e della pizza cotti nel forno a legna di casa e del vino rosso del nonno. Partendo dal presupposto che ognuno di noi è libero di bere quello che vuole con quello che preferisce, Calici & Spicchi, nella parte introduttiva, si propone di dare pochi semplici suggerimenti, legati alle regole di abbinamento per concordanza o contrapposizione. Infine, una carrellata di pizze: dalle classiche margherita o marinara, fino a quelle più complesse e strutturate, ognuna accompagnata dalla propria ricetta e abbinata ad un vino campano, raccontato in poche righe.

Quando chiediamo all’autrice come sono state scelte combinazioni e abbinamenti tra le varie pizze e i vari vini, Antonella risponde: <<sul campo. Non sempre è però stato possibile reperire nelle pizzerie scelte i vini che desideravo per l’abbinamento. Per cui ho dovuto ricordare le sensazioni organolettiche della pizza e le ho abbinate col ricordo al vino>>. Una delle difficoltà maggiori a sdoganare l’abbinamento vino/pizza, nasce proprio dal fatto che non sempre le pizzerie hanno una carta dei vini. Dopo questa esperienza invece molti dei locali visitati hanno introdotto i vini abbinati alle loro pizze.

Ospiti della serata anche Concetta Bianchino e Armando La Resta, titolari di Tenute Bianchino, giovane realtà vinicola in Falciano del Massico (CE). Per toccare con mano il concetto di abbinamento pizza/vino di Calici & Spicchi, i vini di Concetta e Armando hanno accompagnato le proposte di Ciro Grossi.

Il Menù dell’evento

Montanara, crocchè di patate, fiore di zucca ripieno

Pizza con crema di carciofi, capocollo, provola e provolone del monaco

Marinara con pomodoro San Marzano, acciughe di Cetara  e aglio dell’Ufita

Pizza con salsiccia e friarielli, quella citata nel libro di Antonella

Pizza con pancetta e pesto di fave

I Vini proposti in abbinamento

Arianna Falerno del Massico doc bianco – Tenute Bianchino

Bacco Falerno del Massico doc primitivo – Tenute Bianchino

Riferimenti

Antonella Amodio

Calici & Spicchi

Cento modi per abbinare bene i vini alle pizze

Prefazione di Luciano Pignataro

Edizioni Malvarosa

La Campagnola Pizzeria

Via Fuori Porta S. Gennaro, 13

80137 Napoli

Tenute Bianchino

Via San Paolo – Località Ciaurro 81030 Falciano del Massico (CE)