I vini della cantina Alabastra

Galeotto fu il bagliore della bianca spiaggia di Costa Rei, Sardegna sud-orientale. Era il 2016 e proprio su quegli arenili Lucia Pintore, orgogliosamente sarda, e suo marito Angelo Valentino, irpino altrettanto orgoglioso, decidono di dare vita alla cantina Alabastra. Lei sommelier professionista, relatrice A.I.S. (Associazione Italiana Sommelier) e miglior Sommelier d’Italia 1987 (prima volta per una donna); lui enologo già alle dipendenze di importanti “maison” irpine poi, tuttora, consulente freelance per varie aziende vitivinicole campane. Quale migliore sinergia per dar vita ad una produzione enoica tutta propria.

Da sinistra l’enologo Angelo Valentino, l’autore di 20Italie Antonio Follo e Lucia Pintore

La sede irpina nel centro storico di Cesinali, ove da qualche settimana è stata inaugurata un’accogliente sala degustazioni con annesso punto vendita, è idealmente proiettata oltre le coste continentali verso il waterfront isolano. Il genius loci, in questo caso, si raddoppia con un ponte ideale tra Campania e Sardegna. Una rivendicata continuità territoriale tra i due luoghi dell’anima di Lucia ed Angelo attraverso l’universale, ecumenico linguaggio del vino.

La dimensione ultraterritoriale del progetto è indicata già nell’etimo stesso del nome aziendale: da Alabastron, raffinato e sinuoso contenitore in terracotta utilizzato in remotissime epoche in tutto il bacino dell’Egeo e del Mediterraneo meridionale. Anche se, all’osservazione nel calice delle giallissime livree dei bianchi assaggiati, il pensiero fatalmente corre alle dorate tonalità dell’omonima pietra minerale. 

I vini sono ottenuti da una accurata, maniacale selezione in campo delle uve da acquistare: Fiano, Greco e Aglianico in Irpinia; Falanghina nel Sannio e Carignano nell’isola di Sant’Antioco per produrre un sorprendente, straordinario IGP Isola dei Nuraghi assaggiato in versione 2016. E’ proprio quest’ultimo a indurre ulteriormente la curiosità del cronista; non solo per l’interpretazione davvero magistrale del winemaker Angelo Valentino ma anche per la dedica al nonno di Lucia il cui soprannome in sardo era proprio Achibera (aquila reale) come il nome di questo vino in etichetta.

Le etichette riproducono coloratissimi quadri di un’artista messicana conosciuta quasi per caso da Lucia e la cui pittura costantemente s’ispira alla dimensione onirica del vino. A farci caso, peraltro, i vini recano nomi propri e iniziano e terminano, proprio come il nome della casa madre, con la “a”: Alania, Agata, Astralèa, Aregha, quasi a sottolineare una cifra stilistica che non si esaurisce con il processo produttivo strettamente inteso.

Una gamma di tutto rispetto in considerazione della gioventù di Cantine Pintore & Valentino che si completa con lo spumante brut Charmat lungo ottenuto da sapienti blend di uve bianche irpinosannite e, soprattutto, da un suadente, carezzevole liquore al mirto nero di Sardegna: basterebbe assaggiare il solo Adarchìa per capire, oltre ogni narrazione, l’amore viscerale, inossidabile di Lucia per la “sua” Sardegna.

In epoca di “ponti” annunciati e non, questo di Alabastra ci sembra ben riuscito!

Ristorante Acqua & Sale a Scafati: dal mare al piatto il passo può essere davvero breve

La cucina di mare è anzitutto freschezza, delicatezza e immediatezza, tutto il resto rischia di essere una bella improvvisazione, oppure finisce ad aringhe, sardelle e stoccafisso. Altrettanto facile confondere il saporito delle materie prime con il gustoso estratto invece dal pescato ancora vivo, cogliendo con maestria sottili sfumature al palato, a patto che la mano sia consapevole e delicata.

Giorgio Vitiello ha le idee ben chiare e tutte le carte in regola per celebrare la Dieta Mediterranea, lo fa abilmente attraverso la sua personale versione di cucina marinara: semplice e curata, diretta e consapevole, genuina ed onesta. Quando si tratta di mettere in tavola un gran crudo, quello del giorno si intende, lo mette senza astrattismi che pesano più del pescato, senza quelle trovate da manuali di food cost per i brillanti che mangiano pane e volpe insomma: qui il crudo di mare è il crudo di mare e le patate restano patate.

Inutile girarci troppo attorno: se c’è un locale dove il pesce viene cucinato ad arte e senza fronzoli nell’Agro Sarnese Nocerino questo è il ristorante Acqua & Sale di Giorgio Vitiello. Giorgio è nato a Gragnano nel 1986 da una famiglia operaia, assieme a suo fratello Agostino e sua sorella Rosa. Grazie alla madre Anna ed al papà Angelo, si appassiona fin da subito alla cucina semplice, quella fatta con amore ed ingredienti sani.

Una passione connaturata che gli deriva sia dai nonni materni, provenienti dal comune di Lettere dove impara a riconoscere i sapori dell’orto, il vino e l’olio buono, che dai nonni paterni di Pompei. Giorgio non dimostra soltanto un’eccellente predisposizione ai piaceri della buona tavola, ma si rivela precoce anche nel destreggiarsi ai fornelli: prima di frequentare il vicino istituto alberghiero di Pagani, riesce a cavarsela piuttosto bene nelle cucine dirette da suo zio Gaetano, allora chef della vecchia scuola presso il famoso ristorante ‘A Reccia in quel di Scafati.

Una palestra di vita e di mestiere che gli ha fatto comprendere il sogno di diventare un bravo cuoco e ristoratore tra i più accoglienti. C’è chi il mare se lo tiene dentro e chi invece lo esprime, lo traduce e lo tira fuori con tutta la forza e la generosità, assieme a quella straordinaria vivacità di colori, profumi e sapori. Il Mediterraneo nel piatto detto in parole povere. Di strada il nostro Giorgio ne ha fatta tanta, impegnandosi da autodidatta e specializzandosi come chef a bordo di yacht di lusso, fino ad aprire il suo ristorante nella stessa città di Scafati ove si è poi trasferito.

Acqua & Sale è oggi a tutti gli effetti un punto di riferimento per una fascia di clientela trasversale, fatta da persone tanto alla ricerca della semplicità, in un ambiente easy e non precostruito, che da palati raffinati ed esigenti: un locale che lo stesso chef e patron va fiero di gestire assieme allo staff ed alla sua bella famiglia, con assertiva complicità e gioco di squadra, liturgica attenzione per le preparazioni e spensieratezza.

Il ristorante fondato nel 2012, è nato proprio accanto ad una pescheria, quella gestita dai genitori di Giorgio Vitiello, avviata un paio di anni prima. Due attività complementari che hanno un solo obiettivo: portare il mare in tavola anche per il tramite della sua Sea School. Un laboratorio creato per scoprire come riconoscere il pesce fresco a 360°, come pulirlo e sfilettarlo, cucinarlo ed apprezzarlo nella sua stagionalità. La wine list può e deve migliorare, i vini sono quelli che piacciono allo chef e comunque assolvono abbastanza bene alla loro funzione.

Con un servizio in sala semplice, garbato e competente arriva a tavola la benedizione dell’olio extravergine d’oliva e del pane buono e, a seconda del periodo dell’anno, il pescato crudo, gli antipasti marinati, cotti e sfiziosi, i primi della tradizione col tocco di classe, i secondi non confinati nelle solite orate, dentici e spigole e con i contorni dell’orto sempre di stagione. Il tutto cucinato al momento e in maniera millimetrica: il giusto tempo, quello ottimale per non profanare i sapori del mare ed esaltarli.

Qualche esempio? Tra gli antipasti caldi il polpo verace alla brace, broccolo nero e prugna fermentata e la parmigiana di pesce bandiera; tra i primi lo spaghettino aglio, olio e peperoncino, crudo di scampi al limone, beluga e polvere di alghe, piuttosto che gli gnocchi di patate al ragù di polpo verace, caprino dolce e basilico; tra i secondi il barbecue del giorno e la ricciola con zucchine marinate ed i loro fiori, ma varrebbe il viaggio anche per una frittura di mare da manuale. I dessert? Sceglieteli voi.

Ogni tanto Giorgio si diletta a proporre la cucina di terra, celebrando ingredienti locali ed amici produttori, come Paolo Amato e Giuseppe Pastore, senza snaturare la sua vocazione primaria, anzi ricordando che Acqua & Sale non vive di ingessature ma è social e accogliente. Una cucina concreta, generosa ed elegante, capace di spaziare e di rinnovarsi costantemente, senza mai perdere di vista la vera mission: soddisfare l’ospite genuinamente e ricevere in cambio la gioia di vederlo tornare.

Napoli: presentato il Brunello di Montalcino Riserva Renieri di Bacci Wines a Palazzo Petrucci

Per il primo evento a Napoli dedicato alla stampa e agli operatori del settore lo scorso 15 Maggio, il gruppo Bacci Wines ha scelto il ristorante una stella Michelin Palazzo Petrucci per presentare il Brunello di Montalcino Riserva Renieri.

La Docg rappresentativa del territorio toscano all’estero è solo una di quelle confluite nel patrimonio vitivinicolo della famiglia Bacci. A partire da Castello di Bossi in Chianti Classico, acquisito nel 1984 da Marco Bacci, passando per Renieri (Brunello di Montalcino) e Terre di Talamo (Morellino di Scansano), oggi gli oltre 200 ettari vitati complessivi arrivano ad includere territori fuori dalla Toscana con Terre Darrigo, nel versante dell’Etna, e la recentissima acquisizione di Blue Zone a Mamoiada in Sardegna.

Una storia lunga quarant’anni, partita da un contesto imprenditoriale lontano dal vino (Marco Bacci nasce come imprenditore nel mondo dell’abbigliamento in un’area e in un’epoca –  quello della provincia di Firenze tra gli anni ‘70 e ‘80 –  in cui il settore tessile rappresentava ancora la prima voce del Pil italiano) e diventata con Jacopo, classe 1984, il cuore dell’attività di famiglia.

Laureato in enologia e impegnato nella promozione commerciale delle cantine di famiglia sui mercati esteri, Jacopo ha presentato insieme a Raffaele Vecchione, enologo e critico enologico, una verticale di vecchie annate Brunello di Montalcino Riserva, dalla 2010 fino alla 2013, insieme all’annata corrente del Brunello di Montalcino, la 2019.

L’obbiettivo centrato appieno era quello di evidenziare l’evoluzione di una denominazione storica in un’azienda a conduzione biologica relativamente giovane – l’acquisizione di Renieri risale al 1998 – partendo dagli inizi. Nuova cantina, nuovi impianti, nuovi vigneti che hanno espresso la loro prima vendemmia nel 2010, la prima anche delle annate in degustazione. Sono seguite la 2011, 2012, 2013 con un percorso di cantina molto simile, ma un approccio in vigna differenziato a seconda delle difficoltà climatiche; la degustazione si è chiusa con la 2019 quale punto di riferimento del percorso compiuto fino a questo momento.

Renieri si estende con i suoi 120 ettari, di cui 30 vitati, a sud-est di Montalcino, all’ombra del Monte Amiata, su terreni vulcanici, costituiti prevalentemente da calcare e roccia mischiati ad argille rosse e tufo. La vendemmia è manuale, la fermentazione avviene esclusivamente in acciaio con lieviti indigeni, l’affinamento in legno grande.

La 2010, considerata tra le migliori annate di Brunello, si presenta nel nostro bicchiere matura già nel colore arancio scarico e nel naso di sottobosco umido, di fiori appassiti e ruggine, mentre conserva buona freschezza e succosità al palato.

Più fredda e chiusa la 2011 che esprime in prima battuta un frutto a tratti acerbo, su verticalità di palato. Annata controversa, con un inverno freddo e una bolla di caldo estremo ad agosto, in questo bicchiere, spiega Jacopo, si capisce il lavoro in vigna, con grappoli fino a completa maturazione.

La 2012, altra vintage cinque stelle per il Brunello di Montalcino, si esprime invece in maniera ricca e possente con una chiara presenza del frutto in buon equilibrio con le nuance floreali, mentre in bocca risulta avvolgente e cremosa, più distesa della precedente 2011.

La degustazione delle vecchie annate si conclude con la 2013, sfaccettata nel naso da piccoli frutti rossi, muschio di montagna, canfora e lineare al palato con freschezze a tratti balsamiche. Il bicchiere più centrato nell’equilibrio gusto olfattivo.

Il salto alla 2019 è vertiginoso e ci porta, questa volta con un Brunello di Montalcino ancora giovanissimo, a tratti timido, con una percezione chiara del frutto e un sorso snello. Parliamo di un’annata lenta nella maturazione arrivata agli inizi di ottobre con una buona resa qualitativa. Necessita di tempo per esprimere al meglio i tratti tipici del varietale, quel Sangiovese che ha fatto la storia del Brunello di Montalcino.

RENIERI

Località Renieri

Strada Consorziale Pian dell’Asso 53024 Montalcino (SI)

Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest – day by day: giorno 1

Ci sono territori che si smarcano da qualsiasi contesto enogastronomico produttivo. San Gimignano ha sempre giocato un doppio ruolo in Toscana: quello di uno dei borghi più belli d’Italia (e del mondo) e quello dell’essere un Comune ad alta densità di aziende impegnate nel settore agroalimentare. Prodotti tipici, contornati da aneddoti storici ineguagliabili e, naturalmente, il vino Vernaccia di San Gimignano cui si ispira l’evento Regina Ribelle Wine Fest.

Due giorni densi che hanno registrato la presenza di 1000 wine lover ed oltre 90 giornalisti italiani e stranieri, con un programma ricco di degustazioni itineranti per il centro storico della città, ma anche wine tasting e laboratori di abbinamento cibo-vino con i prodotti tipici toscani. All’ombra delle numerose Torri tutto sembra più bello, in una calma serafica che solo le colline toscane sanno donare al visitatore. Piccole botteghe, viuzze ed anfratti dove i colori si mescolano tra di loro, con le sfumature tenui della luce primaverile.

Il Presidente del Consorzio del vino Vernaccia di San Gimignano Irina Strozzi

Il Presidente del Consorzio del vino Vernaccia di San Gimignano, Irina Strozzi, ha aperto ufficialmente la manifestazione nella suggestiva Sala comunale di Dante, ripercorrendo la lunga storia di questo antico vitigno, senza dimenticare le sfide del presente e del futuro, a partire dai cambiamenti climatici. Presentata la non semplice annata 2023, particolarmente complessa per tutte le denominazioni italiane; proprio in questo difficoltoso andamento climatico, la Vernaccia di San Gimignano ha dimostrato un sorprendente “colpo di reni” con vini godibili, succosi e serbevoli, come scritto nell’articolo Anteprima Vernaccia di San Gimignano Wine Fest “Regina Ribelle”.

Il Consorzio nasce il 3 luglio 1972 per volontà di alcuni viticoltori e nel 1993 ottiene l’ambita Denominazione di Origine Controllata e Garantita per la Vernaccia di San Gimignano, mentre è del 1996 la DOC San Gimignano Rosso. L’idea proposta è stata vincente: unificare il momento delle valutazioni critiche per la stampa a quello della conoscenza del territorio con visite in cantina e molti momenti di confronto tra produttori ed esperti di settore.

Dal lontano 1276, anno della prima menzione della Vernaccia di San Gimignano, il percorso secolare l’ha vista sempre come grande protagonista dell’eccellenza da un platea di grandi della storia come Dante, Michelangelo, Boccaccio, Redi, Manzoni, Chaucer Deschamps, Francis Scott. Il vino dei Papi e dei Signori potenti dagli appena 768 ettari iscritti al Registro Nazionale.

L’enologo Ovidio Mugnaini

Regina Ribelle ha ospitato anche il prestigioso Premio Gambelli, assegnato ogni anno al miglior enologo under 40, promosso da Aset Toscana (Associazione Stampa EnoGastroAgroAlimentare Toscana) in ricordo del maestro assaggiatore Giulio Gambelli, assegnato stavolta a Ovidio Mugnaini, giovane enologo toscano dell’azienda La Sala del Torriano.

Un rosso vestito di bianco, dal sapore potente, genuino, pieno di corpo e sensazioni fresche, dal finale quasi tannico, ma che ben si adatta alla versione spumantizzata ed a contenitori differenti dal cemento all’acciaio, al legno e persino alla terracotta. Sono stati 37 i vitivinicoltori presenti ai banchi d’assaggio per 37 anime “ribelli” diverse. Nulla sarebbe stato possibile senza un’adeguata interazione con la Regione Toscana, presieduta da Eugenio Giani e con l’Amministrazione Comunale grazie al sindaco Andrea Marrucci.

Da sinistra il sindaco di San Gimignano Andrea Marrucci, il vicepresidente della Regione Toscana Stefania Saccardi ed il Presidente Eugenio Giani

Le giornate a tema si sono concluse con una cena di gala allestita nello scenografico Chiostro di Sant’Agostino e curata dai ristoranti di San Gimignano Linfa e San Martino 26. Durante la serata sono stati anche presentati i piatti artistici delle edizioni 2023 e 2024 dedicati a Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest creati dalla ceramista locale Silvia Berghè, dedicati al connubio tra vino, artigianalità e gastronomia.

Nel prossimo articolo vi racconteremo il momento più entusiasmante del tour: quello delle visite in cantina, in attesa della prossima edizione di Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest che si terrà dal 14 al 18 maggio 2025 a San Gimignano.

Montevertine: la storia della famiglia Manetti

Nelle dolci colline di Radda in Chianti, borgo affascinante in provincia di Siena, si estendono i vigneti che danno vita ad alcuni dei vini più celebrati d’Italia. Benvenuti nel regno del Sangiovese, un territorio dove la famiglia Manetti ha scritto una storia di passione e dedizione vinicola che affonda le sue radici negli anni ’60.

La storia della famiglia Manetti inizia a Poggibonsi, quando Sergio Manetti, padre di Martino, proprietario di un’industria metallurgica produttrice di lamiere per elettrodomestici, decise di cambiare vita. Fu nel 1967 che, in un’asta poco frequentata, riuscì ad acquistare una tenuta nella zona del Chianti a un prezzo irrisorio. Da quell’anno, la tenuta divenne la culla di una nuova impresa vitivinicola, con la produzione del primo vino nel 1971.

Le vigne della tenuta si estendono su 20 ettari di terreno principalmente composto da galestro, suddiviso in nove zone: Le Pergole Torte, Montevertine, Il Sodaccio, Il Casino, Selvole, Pian del Ciampolo, La Casa, Docciola e Villanova. Il Sangiovese domina incontrastato con il 90% delle viti, mentre il restante 10% è costituito da Colorino e Canaiolo, vitigni tradizionali che rafforzano l’identità del territorio.

I vigneti sono coltivati secondo metodi tradizionali e innovativi: il sistema Guyot per le vigne più vecchie e il Cordone speronato per i nuovi impianti. Dal 2009, la gestione dei vigneti è completamente biologica, con l’inerbimento dei filari e l’uso di compost aziendale per la concimazione.

I Vini della Famiglia Manetti degustati

Pian del Ciampolo 2022 è un Sangiovese in purezza, fermentato in vasche di cemento per 25 giorni e successivamente affinato per 12 mesi in botti di rovere di Slavonia. 

La 2022 annata di grande piacevolezza di beva, che ha integrato una giusta dose di morbidezza rispetto ai sangiovese più freschi e austeri.

L’annata 2004 dimostra invece una sorprendente freschezza dopo 20 anni, con un tannino fine che esalta le caratteristiche del Sangiovese.

Montevertine è il vino storico della cantina, prodotto dal 1971. Composto al 90% da Sangiovese e al 10% da Colorino e Canaiolo, fermenta per 21 giorni in vasche di cemento dove segue la fermentazione malolattica e poi matura per 24 mesi in botti di rovere di Slavonia, un legno che conferisce al vino una struttura elegante senza sovrastare le note fruttate e floreali del Sangiovese. Successivamente, il vino riposa per altri tre mesi in bottiglia prima di essere messo in commercio.

La 2021 si presenta con un colore rosso rubino intenso, al naso, offre un bouquet complesso e raffinato di frutti rossi maturi, ciliegia, e note floreali di viola. Al palato si distingue per freschezza ed eleganza. I tannini sono fini e ben integrati, contribuendo a una struttura equilibrata. Le note di frutta rossa sono accompagnate da un’acidità vibrante, che dona al vino una lunga persistenza e una piacevole bevibilità. 

L’annata 1999, un vino di 25 anni, rivela ancora un colore rosso rubino, che tende al granato, equilibrato, con una freschezza e morbidezza che sono quasi atipiche per il vitigno e sfumature speziate e terrose che emergono con il tempo.

Martino Manetti

Montevertine è un vino versatile che si abbina splendidamente con molti piatti della tradizione toscana. È ideale con carni rosse, cacciagione, e formaggi stagionati. Perfetto anche con primi piatti saporiti come la pasta al ragù di cinghiale preparata dalla famiglia Manetti in occasione della mia visita.

Infine Pergole Torte: “icona” del Sangiovese di Toscana, si è sempre distinto grazie alle etichette artistiche opere d’arte di Alberto Manfredi. Un elemento da collezione che lo ha reso famoso in tutto il mondo. Prodotto per la prima volta nel 1977, è stato il primo Sangiovese in purezza vinificato nella zona di Radda in Chianti. Le uve provengono dai vigneti storici piantati tra il 1968 e il 1999. 

La fermentazione alcolica avviene in vasche di cemento per circa 25 giorni. Durante questo periodo, il vino svolge anche la fermentazione malolattica, un processo che contribuisce ad ammorbidire l’acidità naturale del Sangiovese e a sviluppare una maggiore complessità aromatica. Dopo la fermentazione, Pergole Torte matura per un anno in barrique di rovere Allier e per un ulteriore anno in grandi botti di rovere Slavonia. Questo doppio passaggio in legno conferisce al vino una struttura robusta e una gamma di aromi complessa. Infine, il vino riposa per altri tre mesi in bottiglia prima di essere messo in commercio.

La 2021, si distingue per il suo colore rosso rubino brillante. Al naso, offre un bouquet intenso e complesso, con note di ciliegia, frutti di bosco, e sfumature floreali di violetta, accompagnate da sentori di spezie dolci, tabacco, e cacao derivanti dalla maturazione in legno. Al palato, è di grande eleganza e struttura. I tannini sono setosi e ben integrati, offrendo una sensazione di pienezza e rotondità. Le note fruttate sono bilanciate da un’acidità vivace, che dona al vino una lunga persistenza e un finale armonioso.

La 2014 si distingue non solo per la qualità e la finezza del vino. Questa annata si è distinta per la sua freschezza e la sua finezza. Nonostante le condizioni climatiche non ottimali, il vino ha mantenuto una grande eleganza e complessità, con una ottima capacità di invecchiamento. Pergole Torte si presta magnificamente a essere abbinato con piatti ricchi e saporiti. È perfetto con carni rosse alla griglia, brasati, e arrosti. Si abbina perfettamente anche con selvaggina, come il capretto stufato che abbiamo gustato e con formaggi stagionati. Con il suo profilo sensoriale ricco e raffinato, Pergole Torte continua a essere una delle massime espressioni del Sangiovese e un punto di riferimento per gli appassionati di vino di tutto il mondo.

La famiglia Manetti, con la sua dedizione alla tradizione e alla purezza del Sangiovese, ha creato un’eredità vinicola che resiste al passare del tempo e alle mode. I loro vini, autentica espressione del territorio del Chianti, continuano a incantare e a rappresentare l’eccellenza della viticoltura toscana.

PARTE VITIGNOITALIA 2024, TRA NOVITA’ E CONFERME

Da domenica 2 a martedì 4 giugno presso la Stazione Marittima di Napoli, Molo Angioino: 1500 etichette di oltre 300 aziende rappresentative dell’intero panorama vitivinicolo italiano. 30 buyer provenienti da tutto il mondo. Ricchissimo il calendario degli appuntamenti tra masterclass, presentazioni di libri e degustazioni top level.

La testata 20Italie sarà presente come media partner.

Manca sempre meno all’inizio di VitignoItalia 2024, in programma da domenica 2 a martedì 4 giugno, per la prima volta presso la Stazione Marittima, appuntamento imperdibile per i professionisti e gli amanti del vino di qualità che anche quest’anno farà di Napoli la capitale della promozione dell’Italia del Vino. Un’edizione, la numero 18, che si prospetta davvero interessante con un programma all’insegna dell’interazione tra il vino e le varie espressioni culturali, che coniuga la degustazione alla conoscenza e celebra la ricchezza del patrimonio enologico tricolore. 

“Ci avviciniamo alle due decadi di storia – sottolinea Maurizio Teti, Direttore di VitignoItaliaun traguardo importante che intendiamo celebrare nel migliore dei modi. Abbiamo alzato ulteriormente l’asticella puntando ancora di più, grazie alla collaborazione con l’ICE, su una presenza qualificata di operatori provenienti da tutti i continenti. E anche con un calendario di iniziative di altissimo livello dove abbiamo voluto anche giocare con il concetto di contaminazione tra il nostro mondo, quello del vino, e ambiti come arte e cultura”.

Con più di 1500 etichette e 300 aziende da ogni regione, VitignoItalia si conferma come appuntamento in grado di raccontare al meglio le realtà enologiche più affascinanti della Penisola, con una grande partecipazione sia nei numeri che in termini di varietà dei territori coinvolti. Un parterre di cantine di altissimo livello tanto quanto le masterclass, per un percorso di degustazione che offrirà una panoramica tanto sulle grandi denominazioni presenti, quanto su realtà e temi importanti del comparto. 

Partenza di livello domenica 2 giugno, alle ore 15.00, con l’esperienza sensoriale tra le Rive del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg, carrellata delle migliori espressioni della celebre denominazione, condotta da Diego Tomasi, direttore del Consorzio. Alle 16.30 Angelo Peretti presenta “Esercizi spirituali per bevitori di vino”, con Luciano Pignataro, Francesco Continisio, Lucio Monte e “I Rossi di Sicilia”, una selezione dei grandi rossi dell’isola. Seguirà, alle ore 18.00, la masterclass di Umani Ronchi, eletta cantina dell’anno 2024, con la verticale delle migliori annate del Plenio Castelli di Jesi Verdicchio DOCG Classico Riserva, a cura di Monica Ippoliti e Francesco Continisio.

Lunedì 3 giugno alle 11.30 il grande appuntamento “Il vino e il mare: underWATERwines”, un seminario – degustazione senza precedenti, condotto da Luca Grippo, con protagonisti i migliori vini degli abissi, per approfondire l’affinamento subacqueo e l’utilizzo dell’acqua di mare; un dialogo tra scienza e tecnica enologica, con la partecipazione di produttori, degli esperti della Stazione Zoologica di Napoli e altri professionisti del settore. Alle ore 15.00 spazio alla masterclass “Doc Friuli- Più che un vino: storia, arte, natura” per scoprire i vitigni e le cantine più rappresentative del Consorzio, attraverso il racconto di Luciano Pignataro.

Martedì 4 giugno, ore 11.00 sarà la volta di “I bianchi vulcanici che sfidano il tempo”, con Luciano Pignataro e Tommaso Luongo, per scoprire le migliori realtà bianchiste da invecchiamento della Penisola. Seguirà, alle ore 15.00, la masterclass sui Bianchi e Spumanti di Sicilia con Adele Granieri. 

Chiusura in grande stile, martedì 4 alle ore 18.00, con “50 Insoliti Noti”, l’attesissimo incontro organizzato dal Corriere del Mezzogiorno che verterà sulla presentazione della guida che racconta 50 vini di grande carattere tradizionale e territoriale. La tavola rotonda vedrà la partecipazione di Tommaso Luongo (Presidente AIS Campania), Franco Continisio (Presidente Scuola Europea Sommelier), Vincenzo Mercurio (Enologo) e l’ideatore della guida, giornalista e critico Enogastronomico del Corriere del Mezzogiorno, Gimmo Cuomo. La presentazione della guida sarà preceduta da un approfondimento dedicato allo stato di salute e alle prospettive del settore vitivinicolo campano con dati a cura di Nomisma, che vedrà la partecipazione di Ferdinando Natali, Regional manager Sud di Unicredit e Alessandro Tosi, Referente agribusiness-corporate di Unicredit. Entrambi gli appuntamenti saranno moderati da Simona Brandolini, firma del Corriere del Mezzogiorno.

Non da meno gli appuntamenti culturali presso l’Agorà: lunedì alle 17.00 focus sull’abbinamento con “Calici & Spicchi. L’armonia perfetta tra pizza e vino”, la presentazione del primo libro che apre le porte all’affascinante viaggio tra il vino e la regina degli impasti, con Luciano Pignataro e l’autrice Antonella Amodio. Alle 18:30 sarà poi la volta della presentazione dei 100 Best Italian Rosé, la quarta edizione della guida dedicata ai migliori rosati d’Italia, edita da LucianoPignataroWineBlog e svelata in esclusiva proprio a VitignoItalia 2024, cui farà seguito una dalla degustazione delle etichette premiate. Martedì alle 16.30, in programma sempre all’interno dell’Agorà, la presentazione di “Verso del Vino, Verso Divino”, il nuovo volume di Marianna Ferri e Ottavio Costa per un dialogo-degustazione con gli autori. 

“Negli anni VitignoItalia è entrato di diritto nel novero degli appuntamenti che contano nel panorama nazionale – conclude Teticon uno zoccolo duro di cantine che ci seguono sin dagli esordi e con continui inserimenti, tra i quali mi piace sottolineare quelli costituiti da realtà consortili e territoriali come Friuli DOC, Prosecco di Conegliano Valdobbiadene DOCG, Roma DOC, Istituto Regionale del Vino e dell’Olio. Senza dimenticare la preziosa collaborazione con l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania, nonché la sinergia con FEAMPA (Fondo Europeo Affari Marittimi Pesca e Acquacoltura) e Unicredit. Con tutti loro abbiamo costruito un appuntamento che, mi fa piacere evidenziare, ha contribuito in qualche modo a “costruire”, qui a Napoli, almeno un paio di generazioni di appassionati che sono cresciuti con noi. E noi con loro”.

Consulta il programma completo

VITIGNOITALIA, XVIII Salone dei vini e dei territori vitivinicoli italiani

Stazione Marittima, Molo Angioino, 80133 Napoli
Domenica 2 dalle ore 14.00 alle ore 21.00
Lunedì 3 dalle ore 13.00 alle ore 21.00
Martedì 4 giugno – dalle ore 13.00 alle ore 20.00

Trieste: i vini macerati protagonisti della terza edizione dell’AMBER WINE FESTIVAL

Il Castello di San Giusto domina come un angelo protettore sulla città di Trieste; davanti il mare e dietro le colline e i confini che hanno segnato la storia di paesi e uomini negli ultimi due secoli.

Un luogo perfetto e molto suggestivo per ospitare i vignaioli che scelgono di macerare le uve bianche per produrre vini secondo una antica tradizione; molti di essi usano le anfore, richiamando la cultura delle Qvevri della Georgia.

La manifestazione ha visto al taglio del nastro l’Assessore delle Politiche della Cultura e del Turismo del Comune di Trieste Giorgio Rossi, il presidente Diego Colarich e Tomi Kresevic della ForevenTS, che hanno lanciato il progetto “ Il San Giusto del Gusto”: il Castello infatti ospiterà una serie di appuntamenti legati all’enogastronomia, tra cui il 24 agosto Bolle Naturali, il 7 Settembre Gin Gin e per finire in bellezza, sabato 21 settembre Birrart.

Amber Wine Festival richiama i maggiori esponenti friulani e del Collio/Brda, con le nuove annate e con la passione di sempre, ma anche vignaioli da altre regioni italiane quali Trentino Alto Adige, Liguria e Sicilia e persino da altre parti d’Europa.

Ecco alcuni degli assaggi più emozionanti.

Prima partecipazione per l’azienda ligure La Ricolla, che ha sede nell’entroterra di Chiavari: grazie a Daniele Parma è stata operata la conversione in regime biodinamico ed egli utilizza anfore di terracotta toscana.

Berette vede protagonista il Vermentino che macera circa due settimane sulle bucce (“berette” in dialetto genovese): si annuncia con un bel colore dorato ed esprime sentori di agrumi, macchia mediterranea, the. In bocca brilla per la sapidità che rimanda ai luoghi dai quali proviene.

Oua al quadrato è sempre un Vermentino che fermenta spontaneamente in tini di cemento, macera sulle bucce per 150 giorni e affina in anfora per 6 mesi. Le uve provengono dal vigneto Fliscano, vicino alla Basilica dei Fieschi, mirabile esemplare di arte gotica in Liguria. I sentori virano su note agrumate, anche di frutta candita, il sorso è scorrevole, con lieve astringenza e chiusura salina.

Conferma per un altro vignaiolo biodinamico che opera nella zona del Lago di Caldaro: Andreas Dichristin di  Tröpfltalhof  esprime profondità e complessità nei suoi vini da vitigni internazionali, che seguono tutte le fasi della vinificazione in anfore Tava. Le Viogn  è un Viognier in purezza che racconta con delicatezza fiori e frutta a polpa bianca, erbe di campo e di miele. Affascina per la bevibilità e la persistenza gusto olfattiva.

Garnellen, il Sauvignon Blanc coltivato nella vigna che circonda la cantina, dialoga con il palato proponendo agrume, erbe aromatiche, una nota balsamica e gioiosa freschezza. Un vino che conquista e che sa sfidare il tempo.

Radovic, presente con la sua produzione già dalla prima edizione dell’Amber Wine Festival, è un giovane che stupisce ogni anno sempre di più: vini puliti, territoriali e che esprimono la passione e il cuore di chi li fa. Marmor  e la Malvasia vengono vinificati usando contenitori di pietra carsica; in vigna l’intervento è minimo, nel rispetto della vitalità della vigna e vengono utilizzati solo quantitativi minimi di rame e zolfo. Sicuramente tra i calici indimenticabili di questa giornata.

Zidarich ha proposto un Kamen ( vinificato in contenitori di pietra carsica) di estrema godibiltà: una Vitovska che macera circa 18 giorni sulle bucce e rimane 22 mesi in botte di rovere. Frutta tropicale, zafferano, nocciola tostata, ginestra. Fresco e sapido, con sbuffi iodati e lieve astrigenza.

Ograde di Skerk è ottenuto da Vitovska, Malvasia Istriana, Sauvignon Blanc e Pinot Grigio che fermenta spontaneamente e macera per 15 giorni in tini di legno. Luminoso colore ambrato, note di frutta candita, miele, scorza d’arancia, fieno secco. Il sorso è appagante e avvolgente e dotato di una notevole persistenza.

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Difficile scegliere il più emozionante tra i vini presentati da Skerlj: Vitovska e Malvasia entrambe precise e senza fronzoli, di grande personalità. Oltre alle uve a bacca bianca viene coltivato anche il terrano e vengono utilizzati contenitori di legno, custoditi nelle cantina scavata nella pietra.

Klabjan, Rojac, Movia, Rencel i vignaioli sloveni che hanno espresso il loro grande talento, presentando vini in cui la tecnica macerativa non annullava il vitigno e la filosofia di evitare l’utilizzo di chimica in cantina non penalizzava l’integrità e la salubrità del prodotto.

Anche quest’anno la manifestazione ha visto un pubblico numeroso e appassionato di winelovers, giornalisti e operatori del settore che hanno apprezzato l’organizzazione e la qualità dei prodotti in degustazione: un sentito grazie a Diego Colarich, al suo staff e alle autorità del Comune di Trieste e della regione Friuli Venezia Giulia per l’importante sostegno e promozione.

Il sipario è calato su di una giornata davvero intensa, fatta di incontri, di nuove conoscenze, di scambi di opinioni con i giornalisti presenti : non poteva mancare la golosa coccola rappresentata dal gelato di Vatta, che con il gusto al sambuco e quello al formaggio di Zidarich con fragole, ha regalato un autentico momento di estasi.

Piemonte: ReWine Canavese, l’evento per scoprire lo spirito artigianale dei Giovani Vignaioli Canavesi

Dal 17 al  19 maggio a Ivrea ha avuto luogo la quarta edizione di ReWine Canavese, organizzato dai Giovani Vignaioli Canavesani (GVC) con la preziosa collaborazione del direttore artistico Nello Gatti.

Tre giorni dedicati alla stampa per far conoscere meglio questo affascinante lembo di Piemonte. Il primo giorno è stato contraddistinto da un bel tour nel suggestivo borgo di Carema per recarci sotto i pergolati di Nebbiolo, ove molte viti sono a dimora da oltre mezzo secolo. Gian Marco Viano, presidente dell’Associazione ci ha fornito importanti informazioni sulla singolare enclave; siamo entrati in un edificio storico, recuperato e restituito alla Comunità, il Gran Masun, centro di valorizzazione del vino Carema e dopo aver assistito ad una proiezione sul territorio abbiamo degustato i vini della Doc.

Un numero relativamente esiguo di produttori, 10 per la precisione, coltivano e producono vino in un’estensione totale di 22 ettari vitati. Le vigne sono poste su terrazzamenti con muretti a secco e la vite è  allevata con il sistema a Pergola del Caremese, sorretta da pilastri troncoconici in pietra e calce, tipici del territorio, in loco chiamati “pilun”: le sue pietre immagazzinano calore e lo distribuiscono durante le ore notturne.

Il vitigno allevato è il Nebbiolo varietà Picotendro, capace di dare origine a vini freschi e dotati di una straordinaria piacevolezza di beva. I vigneti sono posti a forma di anfiteatro con suoli sabbiosi derivanti dal disfacimento delle morene dell’antico ghiacciaio. Un meraviglioso lembo di terra che si è ampiamente meritato il titolo di Presidio Slow Food. Le altimetrie dei vigneti si attestano fra i 350 e i 700 metri s.l.m. Carema è inoltre  attraversata dalla via Francigena.  A livello sensoriale il vino è di un bellissimo colore rosso granato intenso e  molto trasparente, al naso giungono sentori di rosa, lampone, frutti di bosco, polvere di caffè e tabacco, al palato è fresco e setoso, coerente e persistente. 

La degustazione

Cantina Produttori di Carema 2020 – Sprigiona sentori di rosa, amarena, e spezie dolci,  sorso setoso e armonioso. 

Cantina Togliana  Riserva 2020 – Emana note di frutti di bosco maturi, noce moscata e sottobosco,  gusto avvolgente e decisamente persistente. 

Sole e Roccia Monte Maletto 2020 – Rivela note di lamponi, ribes e sentori balsamici, avvolgente,  pieno ed appagante. 

Sorpasso 2020 – Si percepiscono sentori di ciliegia sotto spirito, arancia sanguinella, liquirizia e tabacco. Avvolgente, generoso ed armonioso. 

Muraje 2020 – Libera note di rosa, lampone e sussulti balsamici e speziati; il sorso rimane in bocca a lungo, è setoso e leggiadro. 

Turris Nuove Tradizioni 2021 – sentori di violetta, frutti di bosco e mora di rovo, fresco, pieno ed invitante.

Rubiolo Alberand 2021 – Giungono al naso note di viola, amarena e fragola, dai tannini setosi e dal finale duraturo. 

Toppia Figliej 2021 – Rivela sentori di rosa, frutti di bosco e menta. Sorso accattivante e duraturo.  

Broglina Kalamass 2021 – con sentori di ciclamino, mora, tabacco e liquirizia, regala un palato fine e rotondo.

Gasparre Buscemi 1986 – Un vino ancora in forma smagliante, davvero sorprendente, piacevole e lungo su nuance terziarie di tabacco dolce e cioccolato. 

Il secondo giorno è  iniziato con una tavola rotonda incentrata sul tappo a vite in comparazione con il tappo di sughero. Sul palco della Sala Santa Marta d’Ivrea, vi erano l’azienda Gaula Closures, rappresentata da Emanuele Sansone con gli “Svitati”: Walter Massa, Sergio Germano, Luca Rostagno della Cantina Matteo Correggia e Monica Laureati, Professore associato dipartimento di Scienze per gli alimenti dell’Università di Milano e Daniele Lucca, speaker di Wine Voice Radio & Podcast.

Una masterclass che ha ben chiarito la funzionalità del tappo a vite, senza demonizzare quello in sughero. Nei vari interventi sono emersi i vantaggi sia per i vini stessi (o perlomeno alcuni di essi) sia per la sostenibilità produttiva. In Italia, nostro malgrado, il tappo a vite gode ancora di una scarsa reputazione, ma viene molto più utilizzato nel nord Europa e in molti paesi del nuovo mondo. Nei vini bianchi sembra dimostrare di essere più indicato: i vini erano più freschi e piacevoli al palato. Per quanto riguarda i rossi è stato il tappo di sughero a dimostrare di avere maggiore capacità di affinamento, pur in un dibattito ancora molto aperto.

I vini proposti

Derthona 2017 Vigneti Massa

Monleale 2017 Vigneti Massa 

Langhe Sauvignon Doc 2007 Matteo Correggia 

Roero Riserva Roche d’Ampsej Docg Matteo Correggia

Riesling Herzu Langhe Doc 2016 Ettore Germano

Nebbiolo Langhe Doc 2016 Ettore Germano 

Dopo una pausa pranzo siamo tornati nella Sala Santa Marta per un focus ed una degustazione guidata di 8 etichette di Erbaluce. Varietà d’uva a bacca bianca che ha trovato la sua terra di elezione nel Canavese, conosciuto come Erbaluce di Caluso. In passato veniva prodotto nella tipologia Passito. Oggi si sono aggiunte anche le tipologie secco e spumante prevalentemente ottenuto da Metodo Classico. Un’uva capace di donare ai vini una buona acidità. 

Il Canavese è un ampio territorio circondato da laghi, castelli, suggestivi borghi e boschi, e verdi valli in provincia di Torino, nella parte nord e nord-est, confinante con la Valle D’Aosta, ricadente anche una piccola parte nelle province di Biella e Vercelli. Un anfiteatro naturale originato dal discioglimento delle morene dell’antico ghiacciaio, con suolo sabbioso, ricco di potassio e fosforo. Il clima alpino è caratterizzato da notevoli  escursioni termiche tra il giorno e la notte. La forma di allevamento è la pergola canavese, tuttavia è molto diffuso anche il guyot semplice. Due sono le Denominazioni: la Doc Canavese e la Docg Erbaluce di Caluso. I vitigni maggiormente coltivati oltre al Picotendro e L’ Erbaluce, sono la Barbera, la Vespolina e l’Uva Rara. 

I vini degustati dell’annata 2021

Canavese Doc Bianco Mezzavilla Terre Sparse – Al naso giungono note di camomilla, albicocca e mandorla. Saporito, coerente e lungo.

Vino Bianco Vecchie Tonneaux Monte Maletto – Emana sentori di zagara, pera e mela cotogna, fresco, avvolgente e persistente. 

Caluso Docg Anima Dannata La Masera – Nuance di mela, frutta tropicale e erbe aromatiche, pieno sapido e durevole. 

Calusco Docg Etichetta Nobile La Campore – Sprigiona sentori di zagara,  ananas ed erbe di campo. Rinfrescante e duraturo. 

Calusco Docg San Martin – Libera note di mela, pera Williams e banana. Sorso vibrante, avvolgente e coerente. 

Calusco Docg Primavigna Roberto Crosio – Dipana sentori di fiori di camomilla, zagara e ananas, dal gusto dinamico e invitante.

Calusco Docg Galattica Fontecuore – Rivela note di fiori di campo, banana, agrumi e menta. Saporito, armonioso e leggiadro. 

Calusco Docg Scelte d’Ottobre  Cantina 336 – Rimanda a sentori di mela cotogna, vaniglia e liquirizia. Pieno e appagante.  

All’auditorium Mozart d’Ivrea si è svolto un convegno “Spirito artigianale e cultura collettiva: con uno sguardo verso il futuro”. Sono intervenuti Riccardo Boggio, giovane vigneron, Gaspare Buscemi, enologo artigiano, antesignano del comprensorio, Alberto Alma professore di Entomologia Generale e applicata, Laura Donadoni, scrittrice, giornalista e wine educator, e Daniele Lucca, speaker di Wine Voice Radio & Podcast.

Il titolo già suggerisce gli argomenti trattati, ha preso la parola anche Oscar Farinetti, imprenditore di successo, patron di Eataly e titolare di iconiche aziende vitivinicole italiane, un intervento molto apprezzato da parte di tutti, un decalogo finale per ottenere successo con interessanti riferimenti a personaggi storici del passato, alcuni su tutti Leonardo da Vinci, Napoleone Bonaparte, Winston Churchill, tratto dal suo ultimo libro scritto “10 mosse per affrontare il futuro”.

Nella terza ed ultima giornata alle Officine H d’Ivrea sono state aperte le porte al pubblico, tra eno-appassionati ed operatori del settore. Ho fatto una passerella tra la maggior parte degli espositori presenti, degustando soprattutto vini ottenuti con Picotendro ed Erbaluce di Caluso, quest’ultimo nelle tipologie Metodo Classico, fermo secco e qualche  passito. I vini variano a seconda degli affinamenti, tra acciaio, legno, cemento e anfora, che viene utilizzata da pochissimi produttori, ma la qualità dei vini è elevata.

Nei tre giorni è stata data la possibilità di capire bene il territorio e conoscere meglio i suoi protagonisti, persone molto cordiali, coese e unite negli intenti che hanno intrapreso un percorso avvincente per valorizzare questa singolare enclave, in un clima di amicizia e di calorosa accoglienza. Impeccabile l’organizzazione curata sia dai Giovani Vignaioli con l’occhio attento del dinamico direttore artistico Nello Gatti, coadiuvato da Domenico Buratti.

A Salerno riapre oggi lo storico “Vicolo della Neve”

Il ristorante antica pizzeria “Vicolo della Neve” riapre fieramente oggi i battenti a Salerno.

Fiorenzo Benvenuto, Gerardo Ferrari e Marco Laudato, compagni di cordata in questa nuova avventura imprenditoriale, ricorderanno questo giorno per tutta la loro vita, promettendo di restituire alla città di San Matteo un pezzo della sua storia. 

Proprio così, un pezzo di storia salernitana, perché il Vicolo della Neve ha da sempre costituito un punto di riferimento secolare per la gastronomia salernitana, ove l’ottimo cibo era un pretesto. Il popolo ci si riversava con quel portentoso genius loci che, ancora oggi, trasuda dal vicolo e dalle pareti, come quella affrescata dal Tafuri, piuttosto che dal ricordo del poeta Alfonso Gatto.

E a proposito di Alfonso Gatto, immancabile un tributo a lui, ricordandone i versi:

“Il vicolo aveva nel gancio l’insegna contrabbandiera del c’era una volta il lontano racconto del tempo che fu. Straniero, se passi a Salerno in una notte d’inverno di luna a mezzo febbraio, se vedi il bianco fornaio che batte le mani sul tondo di quella faccia cresciuta, ascolta venire dal fondo degli anni la voce perduta. L’odore di menta t’invita, la tavola bianca, la stanza confusa dall’abbondanza. In quell’odore di forno per qualche sera la vita si scalda con le sue mani e quegli accordi lontani del tempo che fu”.

Ma riprendiamo un po’ di quella storia che è memoria collettiva di Salerno 

È innegabile, come già detto, che sia stato l’emblema gastronomico per la città di Salerno per tutto il ‘900, ma si narra che il Vicolo della Neve esistesse già nel XIV secolo, durante il periodo aragonese, anche se il palinsesto culinario doveva essere molto diverso da come si è evoluto nel tempo. Altre fonti, invece, lo vorrebbero fondato più attendibilmente attorno al ‘700.

Il locale prendeva il nome dal vicolo dove si vendeva la neve per gli usi commerciali e rinfrescare le cantine, iniziando con l’officiare l’arte della pizza e fare cucina. Fin prima della chiusura nel 2021, a causa della pandemia Covid, manco a dirlo, era il riferimento gastronomico cittadino per il dopo teatro come poche altre realtà. Attraversando epoche storiche diverse e mantenendo saldamente la tradizione di una cucina familiare, il Vicolo ha ospitato attori, artisti, letterati e politici. 

Sentiamo le vive parole di questi coraggiosi imprenditori della ristorazione:

“Volevamo dare nuova vita alla storia ma soprattutto volevamo restituire ai salernitani radici e viscere che passano attraverso una cultura gastronomica che ricorda la semplicità delle mani delle nonne e di chi Salerno l’ha vissuta con sguardo attento e infinita saggezza. Il Vicolo è di tutti, è il filo rosso tra la città e chi la ama incondizionatamente. Vogliamo intraprendere un vero e proprio viaggio nel passato”. 

I piatti che ingolosivano erano quelli appartenenti alla cucina più squisitamente popolare del Sud e cioè pasta e fagioli, parmigiana di melanzane, peperoni imbottiti, polpette al sugo, calzoni con le scarole e la cotica di maiale, pietanze che ricevevano la carezza termica di un forno a legna, per non parlare della milza e del baccalà con le patate. Ma il vero condimento erano gli ospiti che, famosi o meno, industriali piuttosto che operai, diventavano tutti protagonisti e teatranti di un’unico grande spettacolo che la vita tuttavia continua ad essere.  Arma segreta del locale Maria Caputo, nonna di Gerardo Ferrari, che in fatto di tradizione se ne intende e darà qualche dritta allo chef Marco Laudato. 

Il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca

La celebrazione di stamane ha visto un gruppo nutrito di persone, ben felici di augurare “buon vento” ai novelli osti del Vicolo della Neve.  Hanno presenziato a questo lieto evento il governatore Vincenzo De Luca, Vincenzo Napoli, primo cittadino di Salerno, Alfonso Amendola, professore di Sociologia dei Processi Culturali presso l’Università degli studi di Salerno, Massimo Cerulo, professore di Sociologia all’Università Federico II di Napoli, Marco Russo, presidente dell’associazione “Tempi Moderni”, Yari Gugliucci, regista e attore, Corrado De Rosa, psichiatra e scrittore e tantissimi esponenti del mondo della cultura e del giornalismo locale e regionale con, inoltre, “I Neri per Caso”.

Alle 19:00 poi seguirà l’inaugurazione vera e propria che promette di far rivivere l’anima cittadina tra gli ambienti restaurati, ma non troppo, per restituire quell’atmosfera che tanto mancava a Salerno. 

Perpetuo: il tempo infinito del vino

Perpetuo: un concetto immenso, enorme, affascinante e ombroso. La nostra mente riesce a rappresentarlo ma al contempo lo rifugge. Lo spiegheremo e lo riporteremo nel calice ripercorrendo alcune tappe nella Storia.

Portiamo le lancette indietro spostandoci nell’Era Illuminista. Giambattista Vico spiega il concetto di perpetuo cammino umano nei “Corsi e Ricorsi Storici”. Nella Fisica la linea tracciata in precedenza da Leonardo, ossessionato dalla chimera del moto perpetuo e poi Galileo che invece lo ipotizzerà, portano alla Fisica Newtoniana. Nella musica, si concepisce il Canone Perpetuo, una composizione in cui più voci, iniziando in momenti diversi, cantano la stessa melodia, ripetibile all’infinito, fondendosi armoniosamente.

Nella Sicilia occidentale, intanto, infuria una forte tempesta e un giovane mercante di Liverpool alla guida del suo brigantino è costretto ad attraccare. Lui è John Woodhouse e ancora non lo sa, ma quell’approdo a Marsala sarà la sua fortuna. Accolto in città gli viene offerto un bicchiere di vino “Perpetuum”: è stupito, gli rievoca la preparazione dei vini a Jerez, che conosceva. Pochi giorni dopo 30 botti sono già in partenza per l’Inghilterra, fortificate da 2 galloni di alcool, è il 1773, nasce il Marsala.

Il vino in quel bicchiere è fatto con un procedimento che si tramanda da 3000 anni in Sicilia, ai periodi di dominazione Fenicia e Cartaginese. È il gioiello di famiglia, tramandato di padre in figlio, “U Carateddu”, una botticella da 26 litri ogni anno rabboccata con il miglior vino dell’annata da vigneti centenari. È un vino perpetuato e brindare con quel nettare significa condividere una goccia con tutti gli avi che vi hanno festeggiato, è un sorriso che varca il muro del tempo.

Una composizione che si rigenera e si arricchisce armoniosamente a ogni ripetizione, un vino che rifermenta a intervalli regolari. Sembra incredibile ma le idee illuministe nel vino erano già nate con 2000 anni di anticipo. Sebbene l’industrializzazione inglese e la fillossera misero a forte rischio questo patrimonio, la tradizione ha resistito grazie ad alcune famiglie.

Questo viaggio nel tempo ci ha permesso di entrare nella tecnica di un vino che è un patrimonio inestimabile ancora da riscoprire e valorizzare. Un sapere arcaico che ha saputo sfruttare al massimo le particolarità pedoclimatiche e i vitigni, che portavano maturazioni fino a 19°, usando macerazione sulle bucce, pressature energiche e alte temperature per ottenere mosti e vini ricchi di polifenoli ed estratti, ancor più evidenziati dalle botti, esclusivamente castagno o rovere.

Eccoci ai giorni nostri. Siamo a Vinitaly e l’Associazione Italiana Sommelier si è occupata di questo tema con un parterre d’eccezione: Sandro Camilli Presidente Associazione Italiana Sommelier, Camillo Privitera Responsabile Area Eventi A.I.S., Pietro Russo Master of Wine, Giacomo Ansaldi, Renato De Bartoli, Mario Pojer celebri produttori vitivinicoli. Il nostro viaggio nella tradizione continua attraverso le persone e i vini.

Giacomo Ansaldi dal 1987 ha intrapreso una faticosa ricerca, volta a recuperare e salvaguardare il Perpetuo. È il primo a legare la storia del Grillo, un incrocio tra Catarratto e Zibibbo al Barone Mendola e ne capisce immediatamente l’incredibile ecletticità. “È una varietà fantastica, ha una genetica di maturazione eccezionale, sorprende per Zuccheri acidità pH e azoto legabile.” In 30 anni, ricerca per le contrade di Marsala e acquisisce un patrimonio di Riserve di Famiglia, 28 botti da oltre 1500 litri, la più antica è un’annata 1957 della Contrada Zizza.

Metodo Classico Brut Ansaldi – 36 mesi sui lieviti, la liqueur de dosage è creata proprio con il vino “Perpetuo” del 1957. Siamo ad Abbadessa, singola vigna, biologica, medio impasto calcarenitico con presenza di “turba”, un suolo antico e ricco di sostanze. Bolla estremamente elegante, al naso si apre con note agrumate di limone di Siracusa, miele d’acacia e pane tostato alle nocciole, zagara e un sottofondo iodato ci anticipa un assaggio piacevole, vibrante e dal finale sapido.

Champagne Henri Giraud PR 2019 Il perpetuo non è un metodo che può rivolgersi a tutti, necessita di predilezione e grande padronanza dei processi in ogni fase, ma quando trova la sua elezione può donare perle rare. Proseguiamo il nostro tour in Champagne, zona di Aÿ, la Maison Henri Giraud è una realtà di 40 ettari familiare, ogni anno l’enologo in base all’importanza dell’annata va a selezionare i legni nella vicina foresta d’Argonne. Ulteriormente particolare è l’affinamento in cantina 5 metri sotto al letto della Marna. Il Perpetual Reserve PR 90-19 è una licenza poetica nella Champagne. Il primo Champagne 100% “Perpetual Reserve“, un blend di due “vin de réserve”,  perpetuati, “Reserve Perpétuelle“, una del 1990 alimentata ogni anno da un Grand Cru di Aÿ, la seconda è detta “Esprit de Giraud“ e risale agli anni ’50. “Les vieux éduquent les jeunes”. 2019 rappresenta l’annata più recente incorporata. 90% Pinot Nero, 10% Chardonnay, fermentato in legno, 36 mesi sui lieviti. È una bolla è setosa e cremosa, sovrasta un bellissimo giallo dorato cangiante. Sbuffi di scorza di limone ci invitano a immergere il naso, ricco, intenso. Emerge il Mango, cifra stilistica dell’azienda, l’ananas, la pesca e la nocciola, craie ed erbe aromatiche. Il sorso ha grande stoffa, lungo persistente e fortemente minerale, compatto e avvolgente.

Torniamo in Sicilia con Renato de Bartoli, figlio d’arte, nel 2014 vince una battaglia storica, slegando il Perpetuo dalla parola “liquoroso”, propria dei vini “fortificati” suggellando il sogno vinicolo del padre di realizzare un vino ossidativo complesso naturalmente senza addizioni, con le uve della sua contrada natia Samperi. Non è un vino da lievito Flor, l’alcol è maggiore e neanche un Solera essendo le botti solo su 3 livelli, di dimensioni maggiori e scolme. A ogni prelievo dalla base corrisponde un travaso dal piano intermedio e superiore, perpetuandolo, è il Vecchio Samperi, il vino senza età.

Una sera Renato ai portici di Roma sentì accostare il Perpetuo allo Champagne, e pensò, se proprio la bolla fosse un’altra via? Pochi anni dopo nascerà il Metodo Classico Terza Via VS – De Bartoli: La “Terza Via” del grillo in azienda. “VS” ossia Vecchio Samperi, che ne caratterizza la liqueur d’expédition. La fermentazione avviene in legno, segue l’affinamento sui lieviti di 12 mesi, il tiraggio con mosti freschi e un affinamento in bottiglia di 30 mesi. Perlage fine persistente su un dorato brillante. Al naso apre un panorama di caramella mou agli agrumi, carruba ma anche macchia mediterranea e un sottofondo iodato, congruente con l’assaggio lungo, succoso e sapido. “Un vino che va dopo tutto”.

Il quarto vino ci proietta in Trentino, con Sandro Pojer che dal 1975 insieme a Fiorentino Sandri rappresenta il territorio in modo esemplare, attraverso chiavi di lettura innovative, sostenibili e risultati di estrema qualità. Lo Zero Infinito Perpetuo – Pojer e Sandri è figlio del progetto “Vini con zero Aggiunte” del 2007, Zero funghicidi, antiparassitari, antiossidanti in cantina. Perpetuato dal 2009 in vecchie botti ex-brandy energizzate con Argon. Macerazione in stile georgiano per estrarre il tannino, antiossidante naturale. Le varietà sono Piwi, coltivate in alta Val di Cembra. Nuance ambra antica, al naso fiori appassiti di montagna, zafferano e fava di cacao. Frutta disidratata, spezie dolci, agrume candito e grafite, pietra focaia. Svela pian piano le doti vulcaniche del suolo, e sorprende al palato, secco, morbido e intenso, sapido e dal tannino percettibile, un sorsò di grande personalità, armonico ed elegantissimo.

Ritorniamo a Marsala. Il Vecchio Samperi – De Bartoli prende forma nel 1978 quando Marco inizia il processo di “ringiovanimento” del Perpetuo dei suoi nonni, acquisisce carateddi da cantine ormai dimenticate, punta Grillo e su una produzione atta a dargli struttura. Il risultato è un calice è giallo oro antico al naso entra con note di torrone, albicocca e dattero essiccati, liquirizia e liquore al cioccolato, cardamomo, davanti a una lieve brezza marina. È un’esplosione al palato. Secco, sapido e fresco, morbido e seducente, lungo e dall’altissima attrazione.

Il Perpetuo Origini 1957 Ansaldi “Come lo definiresti? Un compagno di vita”.  Le sfumature dorate si arricchiscono di un caramellato, che si fa subito presente anche all’olfatto, seguono poi note di fichi secchi, nocciola tostata, caffè, cioccolato. All’assaggio è avvolgente, sontuoso, succoso, dura per minuti piacevolmente. Il viaggio sensoriale compiuto in questo evento è stato profondo. Abbiamo trasceso il tempo attraverso dei veri e propri messaggi lasciati nelle bottiglie ai posteri, dei testamenti enologici.

“Il Perpetuo è uno stile eterno per infinite occasioni”