Dal blu al Bue Apis: la storia dell’Aglianico del Taburno in sei annate

La Cantina del Taburno cambia passo. Siamo nel Sannio beneventano: il massiccio del Monte Taburno, sede del Parco regionale Taburno-Camposauro, è una delle zone a maggior vocazione vitivinicola della Campania e del Mezzogiorno. Qui, più di mezzo secolo fa, nasceva la Cantina Sociale del Taburno, cooperativa fondata ad iniziativa del Consorzio Agrario Provinciale di Benevento che – insieme ad altre simili realtà sannite – contribuì fortemente alla conservazione del vasto patrimonio ampelografico della zona, tutelando il reddito di migliaia di viticoltori beneventani.

La successiva crisi nazionale dei Consorzi ha portato ad un lento declino, dal quale solo la dote reputazionale costruita nei primi decenni ha evitato la sospensione delle produzioni vinicole o peggio la capitolazione definitiva. Oggi arriva il sannita Enzo Rillo, imprenditore multitasking a capo dell’omonimo, variegato gruppo industriale già operativo, anche in questo settore, con la cantina torrecusana “La Fortezza”, a pochi passi dalla neo-acquisita cantina di Foglianise. Una discontinuità nel segno e nel dichiarato rispetto della tradizione, del territorio, dei pionieri/protagonisti degli albori: in una parola, della storia di Cantina del Taburno.

Prova ne sia che l’evento scelto e voluto per tagliare ufficialmente il nastro del new deal è dedicato al vino forse più iconico della maison: il Bue Apis, storico cru di Aglianico – oggi DOCG “Aglianico del Taburno” – proveniente dalle uve prefillosseriche di contrada Pantanella in agro di Vitulano. Una vigna di qualche centinaio di ceppi a piede franco, tutti secolari ma alcuni risalenti addirittura a più di 250 anni fa. Si pensi che da misurazioni effettuate con moderne procedure si è stimato un fittonamento radicale delle piante di oltre 16/17 metri.

“Dal blu al Bue Apis – la storia dell’Aglianico del Taburno in sei annate” il nome dato alla celebrativa verticale che si è tenuta giovedì 13 giugno nel cortile dinanzi la bottaia di Cantina del Taburno; dal 2017 a scendere fino al 1987 (anno di prima vinificazione del vino dedicato al simulacro granitico egiziano posto, secondo leggenda, a guardia del Tempio di Iside di Benevento) passando per il 2015, 2008, 2004, e la memorabile 1999. E pensare che proprio la vigna vitulanese di Contrada Pantanella sarebbe tutt’ora interessata ad un espianto forzoso a causa di uno contestato progetto stradale progettato per collegare la vallata e che prevederebbe il pieno attraversamento del vigneto franco di piede.

Da sinistra il sindaco Raffaele Scarinzi e l’autore di 20Italie il giornalista Antonio Follo

Raffaele Scarinzi, battagliero sindaco di Vitulano, da tempo è impegnato, spesso in un clima di diffusa indifferenza, contro l’infelice scelta progettuale, avendo fortunatamente registrato i primi importanti successi giudiziari contro il nefasto tracciato che arrecherebbe un danno inestimabile alla memoria storica della viticoltura locale.

Angelo Pizzi

L’evento è stato condotto da Luciano Pignataro che, da par suo, ha ricordato ogni dettaglio della genesi della Cantina introducendo o semplicemente menzionando, di volta in volta, tanti protagonisti di questa bella storia; come nel caso di Angelo Pizzi primo ed importante enologo ad aver a lungo seguito il progetto cooperativo di Foglianise, cui fece seguito un giovane Luigi Moio. Il suo imprimatur in Cantina portò all’idea di destinare proprio quelle uve prefillosseriche al vino “alfiere” della casa potendo contare sulla diligente solerzia del suo allievo Pippo Colandrea tutt’ora alla guida tecnica della cantina dopo l’uscita di scena del professore di Mondragone.

Il giornalista sannita Pasquale Carlo, ampelografo e antropologo della vitivinicoltura sannita, ha citato dapprima Mario Soldati e Luigi Veronelli quali espliciti estimatori della prima ora dei vini taburnini, tracciando poi i profili di alcuni tra coloro che, come Libero Iannella e Mimì Grasso, furono parte attiva della Governance che resse il peso di una start-up, come diremmo oggi, che per i tempi e per i luoghi (zona interna dell’appennino centrale) poteva apparire… mission impossible. I Sindaci dei due maggiori paesi, il già detto Raffaele Scarinzi affiancato dal collega di Foglianise Govanni Mastrocinque, hanno entrambi simpaticamente fatto cenno al sano, composto e rispettoso campanilismo che da sempre anima le due confinanti comunità di Vitulano e Foglianise: ebbene proprio la Cantina (di Foglianise) e il Bue Apis (da uve di Vitulano) mettono proprio tutti d’accordo sul gradino massimo dell’eccellenza.

Le sei bellissime annate in calice sono state tutte raccontate, decodificate, disvelate sin nelle più remote sensazioni da Tommaso Luongo, Presidente AIS Campania che ha sciorinato – calice dopo calice – l’intero percorso evolutivo che Bue Apis ha saputo indicare. Una specie di tela di Penelope che, proprio come quella della fedele sposa di Itaca, si spera non abbia mai termine! Una speranza che si fa quasi certezza ma sicuramente impegno e dedizione, nelle appassionate parole dedicate al progetto da Michela Rillo, in rappresentanza della famiglia neo-proprietaria; a riprova del fatto che qualunque futuro non può prescindere da ciò che si è stato.

Anteprima 2020 del Montefalco Sagrantino: l’analisi di Adriano Guerri nei suoi migliori assaggi

Nel ridente Borgo di Montefalco (Pg), il 12 e 13 giugno è andata in scena “A Montefalco”, anteprima dei vini del territorio, in degustazione vi erano:  Montefalco Grechetto Doc, Montefalco Bianco Doc, Spoleto Trebbiano Spoletino Doc, Montefalco Rosso Doc, Montefalco Rosso Riserva  Doc, Montefalco Sagrantino Docg e Montefalco Sagrantino Passito Docg.

Per il Montefalco Sagrantino gli occhi erano puntati sull’annata 2020, alla quale sono state attribuite 5 stelle con un punteggio di 96/100

La 2020 è stata un’annata piuttosto regolare, la primavera soleggiata, ricordiamo nostro malgrado a causa dell’emergenza Covid-19 rinchiusi in casa.  L’estate è stata calda e caratterizzata da frequenti piogge, soprattutto nel mese di settembre, pertanto le viti non sono mai andate in sofferenza idrica.  Le uve in cantina sono arrivate sane e con maturazioni ottimali, anche se la varietà Sagrantino raggiunge la maturazione tecnologica e fenolica più tardi rispetto ad altre allevate in loco.

Nel calice si riscontrano vini dotati di una spiccata freschezza, con tenore alcolico alto e di buona struttura. Il Montefalco Sagrantino Docg, viene prodotto oltre al comune di Montefalco, nei comuni di Bevagna,  Gualdo Cattaneo, Giano dell’Umbria e Castel Ritaldi, pertanto esistono delle condizioni pedoclimatiche diverse, le basse rese per ettaro ne fanno un vino di qualità,  annoverato nella cerchia dei grandi e longevi vini rossi italiani.

A livello sensoriale: è di un bellissimo colore rosso rubino intenso e impenetrabile, al naso emana sentori  di ciliegia,  frutti di bosco,  china, cacao, anice stellato e pepe nero, al gusto è avvolgente con tannini esuberanti, ma setosi, la persistenza aromatica è lunga. Molto godibile sin da adesso, ma con ottime prospettive in termini di evoluzione.

I Montefalco Sagrantino 2020 degustati alla cieca in Sala Consiliare in ordine di gradimento

Arnaldo Caprai 25 Anni
Briziarelli
Montioni
Romanelli Terre Cupa
Tabarrini Il Bisbetico Domato
Tenute Baldo Preda del Falco
Tenute Lunelli Tenuta Castelnuovo Carapace
Valdangius
Antonelli Sanmarco
Arnaldo Caprai Valdimaggio
Arnaldo Caprai Collepiano
Bocale
Di Filippo
Di Filippo Etnico
Goretti
La Veneranda
Le Thadee Carlo Re
Lungarotti
Scacciadiavoli
Tabarrini Campo alle Macchie
Tabarrini Campo alla Cerqua
Terre De’ Trinci
Terre Di San Felice
Terre Di San Felice Vinum Dei
Agricola Mevante

Una delle più piccole Doc italiane rappresentate dalla cantina La Badia a Neive durante la terza tappa di Borgodivino in tour

Borgodivino in tour è la manifestazione organizzata da Valica e promossa dall’associazione I Borghi più belli d’Italia, in collaborazione con Ecceitalia, che vede protagonisti incontro il buon vino, le tradizioni enogastronomiche territoriali e i pittoreschi borghi italiani. Un appuntamento ormai imperdibile, che nel corso degli anni ha registrato un sempre maggior successo in termini di presenze e di gradimento da parte del pubblico.

La terza tappa del circuito del 2024 è stata ospitata dal borgo langarolo di Neive e hanno partecipato una trentina di cantine provenienti da tutta Italia, con una offerta di oltre cento referenze per i winelovers accorsi ad acquistare il kit per la degustazione.

Tra gli assaggi più interessanti sicuramenti quelli della cantina La Badia, che produce un vino da un vitigno piemontese antico e rarissimo, il Gamba Rossa (conosciuta anche come Gamba di Pernice) principale attore della Doc Calosso, una delle più piccole per estensione vitata, in Italia.

Il nome di questa uva è legato al particolare colore rosso acceso del raspo prima dell’invaiatura, che ricorda le zampette delle pernici. Il vitigno era inoltre conosciuto nell’Albese come Pernicine o Imperatrice dalla Gamba Rossa: lo descrive il Nuvolone nel 1798, è testato dall’inchiesta Leardi Demaria attorno al 1870 e dato come tipico dell’Alto Monferrato dal Rovasenda negli stessi anni. A Quasi scomparso nel ‘900, venne recuperato dopo 12 anni di sperimentazione dall’Università di Torino e reimpiantato grazie al coraggio di un ristretto numero di viticoltori calossesi.

Oggi si può contare su circa 15 ettari vitati e su 12 produttori di questa perla dell’enologia italiana.

Istituita nel 2011, è riservati ai vini prodotti esclusivamente nel territorio dei comuni di Calosso, Costigliole d’Asti e Castagnole delle Lanze, con il vitigno Gamba Rossa, per almeno per il 90%.

Il Disciplinare prevede la tipologia Calosso Doc, la Riserva e il Calosso Passerà, cioè la versione passita. Prima dell’entrata in commercio devono trascorrere minimo 20 mesi di invecchiamento e almeno 30 mesi per la versione Riserva.

L’assaggio di Calosso Doc 2019 dell’azienda La Badia, dei fratelli Giuseppe e Marco Bussi mi ha piacevolmente colpito. Nel calice un vino di un luminoso rosso rubino i media intensità; il profilo olfattivo preciso, dotato di buona complessità ricorda il pepe, la ciliegia anche sotto spirito, una nota floreale di peonia. In bocca dimostra una bella freschezza, unita alla trama tannica che regala dinamicità al sorso e piacevolezza di beva. Sicuramente una bottiglia con potenziale di invecchiamento, almeno di 10 anni.

L’azienda la Badia ha sede nel comune di Calosso e il suo nome fa probabilmente riferimento a un’antica comunità monastica. Essa è nata nel 1987, quando gli attuali titolari, ripresero il lavoro in vigna del nonno Felice; si coltivano moscato, barbera, cortese, chardonnay e appunto il gamba rossa.

I terreni più argillosi, verso Agliano Terme sono ideali per la barbera, mentre quelli sabbiosi e calcarei verso Castiglione Tinella, al moscato; particolare attenzione viene rivolta alle pratiche agronomiche, che seguono i principi della lotta integrata.

La produzione de La Badia viene completata da due tipologie di Vermouth e da una serie di grappe monovitigno, da barbera, moscato e naturalmente dalle vinacce ottenute per la produzione del Calosso. Un territorio che merita di essere conosciuto, anche per celebrare l’opera di recupero di un vitigno che racconta la storia di una coltivazione tradizionale del Monferrato, che sembrava essere andata persa.

I vini di GagiaBlu: 2 passi in Maremma

E dire che vivevo proprio lì a Roselle (GR), a pochi passi dall’azienda agricola GagiaBlu. Erano gli anni dei miei trascorsi toscani, anni di gavetta e di crescita professionale quella degli esami che non finiscono mai. Momenti indelebili, cristallini come la quiete della Maremma grossetana, vicina al mare, mai dimentica delle proprie origini contadine.

Terre, una volta, quasi ovunque immerse in acquitrini, il cui retaggio rinverdisce nella Riserva Naturale Diaccia Botrona, zona umida con biotipi di rilevanza nazionale. Dopo le Bonifiche leopoldine del ‘700 completate a metà del secolo scorso dall’Ente Maremma, il paesaggio venne interamente rimaneggiato, consentendo ampi pascoli per la pastorizia e le coltivazioni. I butteri, che ancor si scorgono da queste parti, rappresentano un simbolo resistente e un po’ anacronistico, forse come il carattere degli abitanti del luogo: tra il serio e il faceto, tra il burbero e il sanguigno, ma sempre vero e autentico.

In un simile contesto, lungo la via che da Roselle conduce verso Istia d’Ombrone si erge una collina che domina la pianura circostante, ove i suoli presentano una maggior percentuale di alberese, argille e sabbia. Al centro di essa, le vigne di GagiaBlu acquisiscono i colori tenui del sole toscano di fine primavera, cullate dalla brezza di mare che non manca mai. Laura Moriello, proveniente da altri luoghi e altro lavoro, decide di puntare su un sogno di vecchia data, quello dell’infanzia vissuta tra gli odori dei pini e il sapore della salsedine. Un investimento compiuto assieme al marito Flavio, che ha visto l’impianto dei vigneti nel 2018 e la costruzione ex novo della cantina di vinificazione.

Laura Moriello titolare di GagiaBlu

Gabriele Gadenz l’enologo sin dalla prima ora, scelto per fare da guida ai coniugi inesperti del mondo agricolo, eppure subito acclimatati alla perfezione nelle vesti di vigneron appassionati. I vini sono “in divenire”; di certo la zona produttiva risente di una mancanza identitaria rientrante nei canoni commerciali preferiti dai mercati. Su cosa puntare allora? Sulla valorizzazione al meglio delle varietà d’uva impiantate.

Vermentino, Sangiovese, Ciliegiolo e l’internazionale Merlot, presente spesso nei blend celebrati dai Supertuscan e qui realizzato in purezza. Ho avuto il piacere di rituffarmi tra i ricordi piacevoli di un tempo e assaggiare i loro vini grazie all’amico e collega giornalista Alessandro Maurilli. Interessante la verticale di Vermentino, cosa abbastanza inusuale nelle degustazioni tecniche; ancor più interessante l’abbinamento con i piatti proposti dallo Chef Claudio Sadler, una Stella Michelin.

Chef Claudio Sadler

La degustazione dei vini di GagiaBlu per la stampa

Vermentino 2023: veemente e nervoso, frutto dell’annata a tinte fosche vissuta tra piogge quasi invernali a giugno inoltrato ed un’estate torrida e afosa. Il frutto e morbido e mieloso, un mix tra sentori tropicali e burrosi. Bisogna attenderlo ulteriormente in bottiglia. Caloroso.

Vermentino 2022: ottimo, di grande aderenza al varietale e dalla buona prospettiva. Spiccato il finale minerale unito a nuance officinali e floreali tra timo, maggiorana e zagara leggermente essiccata.

Vermentino 2021: frammenti idrocarburici da vino d’Oltralpe, con acidità calante proprio nel momento migliore: il centro bocca. Non si può pretendere oltre da un prodotto voluto per offrire bevibilità e immediatezza, ma colpisce comunque per l’eleganza del frutto maturo fuso tra albicocca, ananas e mango.

Giové 2021: un Sangiovese che deve difendersi dall’immagine offerta nell’immaginario collettivo di altre Denominazioni. Ci riesce bene, succoso quanto basta grazie anche all’assenza di contenitori di legno per la maturazione. Solo acciaio e vetro per andare a tutto sorso tra note di ribes, violetta, ciliegia croccante e tannini fitti e ben assortiti.

Frà Merlot 2021: il più intrigante in termini di potenziale è anche il più incompreso. La vintage non gli rende giustizia, forse eccessivamente calda persino per lui. I toni restano ancora verdi e crudi, tali da suggerirne lunga attesa in vetro prima di essere rivalutato. Eppure quella mora di bosco sottostante e quel tocco di balsamico promettono grandi cose, magari in annate maggiormente armoniose.

GagiaBlu: buona la prima!

Venezia: da Tenuta Venissa si fa vino in Laguna

Nella parte più incontaminata della Laguna di Venezia, precisamente sull’isola di Mazzorbo, esiste un progetto di recupero vitivinicolo iniziato nel 2001 dalla famiglia Bisol, produttrice di vini da 500 anni in Valdobbiadene, che ha abbracciato l’affascinante sfida di far rinascere un vitigno autoctono veneziano: la Dorona di Venezia.

In un ecosistema unico, non proprio lo stereotipo di un ambiente vitivinicolo perfetto, tre fattori estremi non hanno comunque impedito a questo vitigno di essere presente in laguna per centinaia di anni: l’umidità tutto l’anno che risulta sicuramente negativa per la viticoltura perché può far sviluppare diverse malattie; la presenza del sale ovunque; e la mancanza di spazio per le radici essendo il terreno a livello del mare. In alcune zone non c’è un metro per le radici e le viti vengono tenute basse per far sì che si abbia una buona resa.

Un vitigno normale non resisterebbe a queste condizioni estreme, mentre la Dorona si è perfettamente adattata a questo ecosistema nel corso del tempo, sviluppando un’ottima resistenza sia all’umidità che al sale. Le radici si comportano in maniera diversa rispetto alle altre viti che si trovano sulla terraferma: iniziano ad andare in profondità ma appena incontrano l’acqua salata si espandono in orizzontale. Il prodotto finale dà grappoli particolarmente concentrati da un lato poveri d’acqua ma ricchi di nutrienti, soprattutto minerali e parte salina.

La storia della Dorona

L’avvincente storia della Dorona è da far risalire al X secolo, quando la viticoltura era diffusa ovunque in laguna, grazie soprattutto agli ordini religiosi che avevano iniziato a colonizzare le varie isole costruendo monasteri e impiantando vigneti. Per capire l’importanza della tradizione vitivinicola a Venezia basta pensare che in Piazza San Marco fino al 1100 c’era un campo coltivato con all’interno una vigna. Le prime tracce della viticultura risalgono a oltre 2500 anni fa, e le isole della laguna sono sempre state coltivate, per consentire un minimo di autosufficienza agli abitanti. Anche le piazze seguivano lo stesso destino, da questo deriva il nome delle stesse a Venezia “Campo” e “Campiello”.  

Arriviamo al Ventesimo secolo, quando due disastri naturali hanno portato alla quasi scomparsa della Dorona: il primo nell’inverno del 1929, il più freddo mai registrato con temperature che sfiorarono i meno 20 gradi e la laguna completamente coperta dal ghiaccio, come da alcune foto storiche dove si vedono persone andare a piedi da Murano a Venezia. Una situazione estrema che ha provocato la perdita della maggior parte delle viti. Il secondo evento nefasto, l’acqua alta del 1966 che arrivò a quasi 2 metri dal livello del mare coprendo l’intera laguna, formando un ambiente palustre che causò la definitiva distruzione del vitigno, tanto che venne considerato dallo stato italiano ufficialmente estinto.

La svolta si ebbe nel 2001 quando Gianluca Bisol, facendo una passeggiata a Torcello, scorse per caso in un giardino privato, tre viti, iniziando così a compiere ricerche con il proprietario e scoprendo che erano proprio della Dorona, sopravvissuta anche all’acqua alta del ‘66. Da qui l’idea di restaurarne la tradizione vitivinicola. Seguirono da una parte le lunghe vicende burocratiche per il riconoscimento da parte delle Autorità competenti dell’esistenza ancora della Dorona con la quale si poteva produrre vino, e ci vollero i canonici 5 anni per avere la certificazione. Gianluca Bisol, aiutato dal contadino locale Gastone, decise di approfondire le ricerche all’interno della laguna per vedere se fossero sopravvissute altre viti e, grazie ad un team di agronomi ed esperti conoscitori della laguna, si recuperarono le ultime 88 piante sopravvissute alla grande acqua alta.

Dopo tutte queste vicende incrociate nel 2006 Gianluca trova il luogo di elezione dove poter riprendere la coltivazione vinicola, una tenuta nell’Isola Mazzorbo, a due passi da Burano nella Venezia Nativa. Un “clos” circondato da mura medievali e con un campanile trecentesco all’interno della vigna. La proprietà, circondata dall’acqua su tre dei quattro lati, è attraversata da un canale e ospita una peschiera. Sapendo che il luogo aveva una certa vocazione vinicola, fa analizzare il suolo per capire se era ancora adatto alla produzione del vino, il risultato portò a sconsigliare l’impianto della vite per l’eccessiva salinità del suolo che per la mancanza di spazio. Ma caparbio e tenace pensò di provarci comunque, rafforzato dal fatto che per centinaia di anni si era prodotto vino e poi la Dorona non è un normale vitigno che non avrebbe potuto reggere alle condizioni estreme.

Nel 2010 arriva la prima vendemmia, con una produzione di 4880 bottiglie che riporta la Dorona di Venezia nelle più importanti cantine di tutto il mondo. Nel 2011 vede la luce anche il Rosso Venissa blend di Merlot e Cabernet Sauvignon e nel 2013 nasce anche il Rosso Venusa

La Tenuta Venissa sorge a Mazzorbo, isola che assieme a Torcello e Burano rappresenta la Venezia Nativa: un arcipelago di natura, colori, sapori e arte. Da qui, attraversando a piedi il caratteristico ponte di legno con vista su Venezia, si raggiunge Mazzorbo, isola che conquista per la sua atmosfera serena, lontano dal caos cittadino di Venezia, intima ed emozionante. Venissa è un perfetto esempio di “vigna murata” al cui interno si trovano il ristorante e le sei camere. A rendere ancora più suggestivo il luogo, ricco di pace e silenzio, è il campanile trecentesco che domina il vigneto.

Ed eccoci alla degustazione

Una premessa è d’obbligo: le differenze d’altitudine all’interno del vigneto cambiano il risultato finale. La parte più bassa del vigneto è a mezzo metro dal livello del mare, la più alta a un metro, ovvio che mezzo metro in più in queste condizioni è tanta roba, le radici riescono ad espandersi meglio con un prodotto più fresco e qui si produce il Venusa. In quella più bassa più concentrata dove le viti soffrono molto e la produzione è minore, basti pensare che ogni vite produce 1 o due grappoli, si fa il Venissa. Due prodotti completamente differenti che andiamo a degustare.

VENUSA BIANCO – prodotto con uve Dorona presenta un colore giallo con riflessi dorati, viene sottoposto ad un periodo di macerazione sulle bucce. Fermentazione in acciaio e per 24 affinamento in cemento. Al naso profumi floreali accompagnati da frutta gialla e richiami ad erbe di campo. In bocca un bel sorso dinamico con una piacevole acidità e mineralità. Prima annata di produzione 2017.

VENISSA – la vendemmia manuale avviene nella seconda metà di settembre. Il mosto fermenta, con macerazione sulle bucce di più di 20 giorni in acciaio. La macerazione sulle bucce si pratica per mantenere la tradizione veneziana: a Venezia infatti non era possibile avere cantine sotterranee e fresche temperature a causa dell’acqua alta. Era quindi indispensabile macerare la Dorona per strutturarla grazie alle sostanze antiossidanti presenti nella buccia e nei semi. Infine il vino affina 48 mesi in botti di cemento e 12 mesi in bottiglia. Alla vista un colore giallo paglierino brillante con note dorate, al naso un bouquet complesso che spazia tra i sentori di pera, albicocca, mandorle e spezia, in bocca avvolgente e caldo con una bella mineralità e morbidezza. La bottiglia è un’opera d’arte. Al posto dell’etichetta una foglia d’oro applicata a mano per poi rimettere la bottiglia in ricottura nei forni delle vetrerie di Murano.

Un’esperienza unica, assistere allo spettacolo del sole che tramonta sulle vigne dorate di Venissa, inebriarsi del profumo del mare e del sale, ascoltare il suono delle maree, un’esperienza emozionante e coinvolgente.

Prosit!

Terrӕlectae: la Rùfina nei Chianti di Fattoria Il Capitano

Fattoria Il Capitano, la “Signora del Chianti”.

L’aria di grande fermento che sta colpendo la Toscana e l’areale del Chianti Rùfina è sotto gli occhi di tutti. C’è voglia di tornare profeti in patria, di fare chiarezza rispetto a quei preconcetti e quella cattiva comunicazione che negli anni ne hanno parzialmente frenato la crescita. Scopriamolo attraverso un assaggio d’eccezione.

Rùfina

La Rùfina è al centro di questo movimento. Un piccolo areale pregno di storia, famiglie, terroir del vino. Il Bando di Cosimo Terzo de’ Medici del 1716 ne è la testimonianza più importante: con esso si delinea la regione vinicola per i vini di pregio: Chianti (ora Chianti Classico), Pomino (ora Chianti Rùfina e Pomino DOC), Carmignano e Valdarno di Sopra. Nel 1932 un decreto ministeriale crea i confini attuali e le sottozone del Chianti, tra cui appunto Rùfina.

La pedologia della zona vanta una zonazione condotta dal Prof. Scienza. Siamo a 20 km da Firenze, nel medio versante della Sieve, le altitudini vanno dai 200 ai 700 mt e le escursioni termiche tra giorno e notte creano un clima ideale per la viticoltura. La traduzione nel calice è nell’acidità, la vera spina dorsale e firma di quest’areale e gioca sinuosamente con la struttura importante e piena di un Chianti.

Terrӕlectae

Al centro del cambiamento si erge il progetto Terrӕlectae, nato nel Maggio ’22. Con un “marchio collettivo volontario” si ha l’ambizione di evidenziare, attraverso singolarità selezionate, le sfaccettature, i comuni denominatori e la grande vocazione nella qualità dei vini.

Ogni azienda aderente ha “eletto” un vigneto più rappresentativo, esclusivamente a Sangiovese. Le uve sono quindi vinificate secondo regole uniformi: 30 mesi minimo di affinamento. Il vino ricade quindi naturalmente sotto i dettami della “Riserva” e della menzione “Vigna”.
Con il Prof. Massimo Castellani ci siamo confrontati e ciò che emerge è che si tratta di un progetto ambizioso, che cerca di cambiare le carte in tavola, attualizzare e dare concretezza a una terra di gran qualità dal passato non sempre felice.

A sinistra l’enologo Maurizio Alongi

FATTORIA IL CAPITANO

La Location scelta per la presentazione dell’azienda è la Galvanotecnica Bugatti, ex spazio industriale riconvertito dalla matita del celebre Architetto Luigi Caccia Dominioni, nel quale Brunella e Roberta Barattini hanno creato uno scrigno d’arte all’interno della frenesia cittadina, prediletto da Étoiles come Alessandra Ferri e Roberto Bolle che per anni si sono allenate qui.

Ad accoglierci è stato Stefano Alacevich, primo volto maschile di una realtà che ha visto avvicendarsi 4 generazioni di donne e che attualmente dirige l’azienda assieme ai suoi fratelli.
Nasce per volere di Francesca Campanari Balbi che acquista i terreni nel 1877, una Donna visionaria, che ai tempi finanziò le imprese e ospitò anche Garibaldi. Il nome Capitano deriva da una Torre di avvistamento detta appunto “Il Capitano”.

La nuora Marianna prende l’eredità, un complesso unico e estremamente all’avanguardia per il panorama dell’epoca, quarto edificio in cemento armato in Italia, luogo deputato esclusivamente alla vinificazione, con soluzioni su misura come il portone, sovradimensionato per far passare le botti, vinificazione in verticale gia nel 1911.

Oggi a curare l’azienda è appunto Stefano, che ha posto la certificazione Biologica a chiave di volta della sua direzione aziendale e puntato la freccia verso una visione di qualità sostenibile e legata al territorio. Dal 2018 sceglie l’enologo Maurizio Alongi che con lui condivide la visione di questo territorio in termini di eleganza spiccata più che potenza.

Si vinifica perciò a grappolo intero come nei Pinot Neri dell’Oregon, allungando i periodi di macerazione. Il Vigneto del Poggio è il loro Cru per Terrӕlectae, fra 200 e i 400 metri, rivolto a sud, terreno franco-argilloso, vigna di 25 anni. Si distingue per fragranza aromatica e profilo superiore alla media. Circa 18 mesi di Tonneau in parte nuovi in parte usate, di rovere francese.

Verticale di Chianti Doc Terrӕlectae di Fattoria il Capitano

Seguo l’ordine di assaggio proposto, volto ad enfatizzare l’entrata in azienda del nuovo enologo, che nel 2018 eredita l’annata (e usa dei legni nuovi), mentre nelle successive compone secondo i suoi schemi, definendo uno spartito nettamente differente.
2018 – Vino di Carattere e potenza, la frutta è nera e matura, note di incenso, vaniglia bourbon. Il sorso potente e dal tannino che vuole essere evidente, succoso e salato finale agrumato, stile classico.
frutta nera, cassetto nonna, lavanda al fuoco e vaniglia stecca, pulita e piacevole.
2019 – Il ventaglio olfattivo è nitido, si svela solo dopo qualche minuto, delle piccole more fresche aprono a un naso che nel tempo scandirà la confettura, l’agrume, il pepe nero e sigaro toscano. Sorso agile, pulente, dal tannino setoso, lungo e fruttato, in un percorso nettamente ascendente.
2020 – Con l’annata precedente condivide lo stile ma il frutto qui riesce a farsi più incisivo, inizia con un mirtillo ma svela quasi subito note di spezia mediterranea e tanto varietale, viola, bacca di ginepro. Il sorso è dinamico, succulento, i tannini giocano in simbiosi con la sapidità, l’agrume, che faceva capolino al naso ci accompagna nel lungo finale di bocca. Un vino dai merletti umami che lo rendono trasversale e attraente
2021 – È il più incerto dalla sequenza, imbottigliato solo da pochi mesi, ma ha già imparato come far colpo. La rosa, la ciliegia e la susina fanno da apripista ad un naso piacevole, speziato, con richiami di ginepro e lievi sbuffi di agrume. C’è una bella sapidità, un bel tannino, che si stanno ben amalgamando con la preziosa acidità del territorio, che ci rende già molto piacevole un vino che col tempo si complesserà e allungherà molto il suo sorso, oggi scattante.

Durante la giornata è stato servito un outsider: Torricella Rosato Toscano I.G.T., un Sangiovese in purezza rosè, molto piacevole. Si veste dei toni del corallo, sfumatura che segue anche all’olfatto, molto rosso, da fragolina di bosco, melagrana e fiori di ciliegio. Sorso attrattivo, materico e agile, irresistibile e dissetante, chiusura agrumata e grande pulizia.

Terrӕlectae sta prendendo ormai piena coscienza di sé.

Tutti i premiati di Radici del Sud 2024: momenti di riflessione e di crescita per il vino del Sud Italia

Il Sud Italia trova il suo momento di gloria a Radici del Sud, manifestazione ormai giunta alla diciannovesima edizione.

La maggiore età, superata da un pezzo, fa bene a quanti tra organizzatori, produttori, stampa e buyers italiani ed esteri, vogliono credere in un territorio vastissimo, ancora parzialmente inesplorato (soprattutto nel suo potenziale) e nelle varietà d’uva autoctone che raccontano di un carattere mediterraneo così tipico.

Nicola Campanile è il patron di Radici del Sud e ogni anno cerca di stimolare la platea dei presenti con visite in cantina – Rivera – Giovanni Aiello “enologo per amore” – Tenute Chiaromonte – e masterclass senza tempo, per far conoscere la bellezza della Puglia, regione ospitante, e dei vini del Meridione.

Un respiro autentico, un momento di relax per le giurie tecniche chiamate a stabilire in più Commissioni i vincitori della Rassegna. Il confronto, sempre rispettoso e incoraggiante tra persone di esperienza e competenze differenti, porta i giudici stessi ad una crescita positiva personale, forse la qualità migliore del far parte di un panel di degustazione.

Ecco, dunque, tutti i premiati suddivisi per categorie e tipologie:

SPUMANTI DA UVE AUTOCTONE

Giuria Internazionale

1 classificato – VINI CONTRADA – RINASCITA METODO CLASSICO BRUT – 2019

2 classificato – CANTINE BENVENUTO – SUGHERO STORTO – 2021

Giuria Nazionale

1 classificato – VINI CONTRADA – RINASCITA METODO CLASSICO BRUT – 2019

2 classificato – TENUTE CHIAROMONTE – CHIAROMONTE ANCESTRALE ROSÉ – 2018

FALANGHINA

Giuria Internazionale

1 classificato – TERRAE LABORIAE – SPERI CAMPANIA FALANGHINA – 2022

2 classificato – AGNANUM – FALANGHINA – 2021

Giuria Nazionale

1 classificato – TERRAE LABORIAE – SPERI CAMPANIA FALANGHINA – 2022

2 classificato (ex aequo) – PIARULLI VINI ED OLIO – FALANGHINA – 2023

2 classificato (ex aequo) – ANTICO CASTELLO – DEMETRA – 2023

GRECO

Giuria Internazionale

1 classificato – VIGNE GUADAGNO – GRECO DI TUFO – 2021

2 classificato (ex aequo) – CASA COMERCI – RÈFULU – 2023

2 classificato (ex aequo) –  AMARANO – GRECO DI TUFO – 2021

Giuria Nazionale

1 classificato – AMARANO – GRECO DI TUFO – 2021

2 classificato – CASA COMERCI – RÈFULU – 2023

FIANO

Giuria Internazionale

1 classificato – CANTINA SAN PAOLO – FIANO DI AVELLINO – 2022

2 classificato – AMARANO – DULCINEA – 2016

Giuria Nazionale

1 classificato – SANTA LUCIA – GAZZA LADRA – 2022

2 classificato – AMARANO – DULCINEA – 2016

GRUPPO MISTO VINI BIANCHI DEL SUD ITALIA

Giuria Internazionale

1 classificato Campania – MARISA CUOMO – FURORE BIANCO FIORDUVA – 2022

1 classificato Sardegna – CANTINA SANTADI – CALA SILENTE – 2023 

1 classificato (ex aequo) Sicilia – PLANETA – ALLEMANDA – 2023

1 classificato (ex aequo) Sicilia – PLANETA – ERUZIONE 1614 – 2021

1 classificato Abruzzo – CONTESA VINI E VIGNETI – CONTESA PECORINO – 2023

1 classificato Puglia – GIANCARLO CECI – PANASCIO – 2023 

Giuria Nazionale

1 classificato Sardegna – MERTZEORO – GRANATZA – 2023 

1 classificato Campania – MARISA CUOMO – FURORE BIANCO FIORDUVA – 2022 

1 classificato Sicilia – PLANETA – ERUZIONE 1614 – 2021 

1 classificato Puglia – GIANCARLO CECI – PANASCIO – 2023 

1 classificato Abruzzo – CONTESA VINI E VIGNETI – CONTESA PECORINO – 2023 

ROSATI DA VITIGNI AUTOCTONI DEL SUD

Giuria Internazionale

1 classificato Sardegna – SIDDÙRA – NUDO – 2023

1 classificato Calabria – LIBRANDI – SEGNO LIBRANDI – 2023

1 classificato Sicilia – BARONE SERGIO – LUIGIA SICILIA – 2023

1 classificato Puglia – WINERY LOMARTIRE – MASERNÒ ROSATO – 2023 

1 classificato Abruzzo – DONVITANTONIO VINI – CERASUOLO D’ABRUZZO – 2023 

1 classificato Campania – MARISA CUOMO – COSTA D’AMALFI – 2023 

Giuria Nazionale

1 classificato Sardegna – CANTINA DORGALI – FILIERI ROSÈ – 2023

1 classificato Puglia – TENUTA FERRERO – SYLVIS – 2023 

1 classificato Abruzzo – CONTESA VINI E VIGNETI – CONTESA CERASUOLO D’ABRUZZO – 2023 

1 classificato Calabria – LIBRANDI – SEGNO LIBRANDI – 2023 

1 classificato Sicilia – BARONE SERGIO – LUIGIA SICILIA – 2023

1 classificato Campania – A.A. BOCCELLA – ROSATT – 2022 

GRUPPO MISTO VINI ROSSI DEL SUD ITALIA

Giuria Internazionale

1 classificato Sicilia – MANISCÀ – ROSSO – 2023 

1 classificato Molise  – CAMPI VALERIO – OPALIA TINTILIA DEL MOLISE – 2020

1 classificato Campania – TERRAE LABORIAE – TELI SANNIO BARBERA – 2022

1 classificato Puglia – VINI DI MONTEMARCUCCIO – ELPÍS – 2023

1 classificato Sardegna – SILVIO CARTA – CAGNULARI – 2022

1 classificato Calabria – LIBRANDI – DUCA SANFELICE RISERVA – 2021

Giuria Nazionale

1 classificato Sardegna – SIDDÙRA – BÀCCO – 2022

1 classificato Sicilia – CVA CANICATTÌ – AYNAT – 2021

1 classificato Campania – AGNANUM – PIEDIROSSO – 2023

1 classificato (ex aequo) Calabria – LIBRANDI – DUCA SANFELICE RISERVA – 2021 

1 classificato (ex aequo) Calabria – LIBRANDI – MEGONIO – 2022

1 classificato Puglia – VINI DI MONTEMARCUCI – ELPÍS – 2023 

1 classificato Molise – CAMPI VALERIO – OPALIA TINTILIA DEL MOLISE – 2020

MONTEPULCIANO

Giuria Internazionale

1 classificato – CONTESA VINI E VIGNETI – CONTESA MONTEPULCIANO – 2022 

Giuria Nazionale

1 classificato – DONVITANTONIO VINI – LA FILOMENA – 2020

NEGROAMARO

Giuria Internazionale

1 classificato – CANTINE PAOLOLEO – ORFEO – 2022

2 classificato – MASSERIA MITA – EUFORIA BIO – 2019

Giuria Nazionale

1 classificato – CANTINE PAOLOLEO – ORFEO – 2022

2 classificato – MASSERIA MITA – EUFORIA BIO – 2019

PRIMITIVO

Giuria Internazionale

1 classificato – NUE WINES – VILLANO – 2021

2 classificato (ex aequo) – MASSERIA CUTURI – CHIDRO – 2021

2 classificato (ex aequo) – MASSERIA MITA – EQUILIBRIO BIO – 2020

Giuria Nazionale

1 classificato – MASSERIA MITA – EQUILIBRIO BIO – 2020

2 classificato – MASSERIA CUTURI – CHIDRO – 2021

NERO DI TROIA

Giuria Internazionale

1 classificato – VINICOLA LAMONARCA – 5 FOGLIE NERO DI TROIA – 2022

2 classificato – PALATINO VINI PUGLIESI PER PASSIONE – PUPA NERA – 2022

Giuria Nazionale

1 classificato – RIVERA – PUER APULIAE RISERVA – 2017

2 classificato (ex aequo) – VINICOLA LAMONARCA – 5 FOGLIE NERO DI TROIA – 2022

2 classificato (ex aequo) – BIOBONIZIO I GARAGISTI DI MONTEGROSSO – PIOVANELLO – 2029

CANNONAU

Giuria Internazionale

1 classificato – MANNOI – MANNOI NEPENTE DI OLIENA – 2021

2 classificato – CANTINA VIGNAIOLI OLIENA – S’INCONTRU NEPENTE DI OLIENA – 2019

Giuria Nazionale

1 classificato – MANNOI – MANNOI NEPENTE DI OLIENA – 2021

2 classificato – IOLEI WINERY – VOSTE’ – 2022

AGLIANICO

Giuria Internazionale

1 classificato – CANTINE DEL NOTAIO – IL SIGILO – 2016

2 classificato – CANTINE KANDEA- ARAGONA – 2017

Giuria Nazionale

1 classificato – VIGNE GUADAGNO – IRPINIA AGLIANICO – 2020

2 classificato – CANTINE DEL NOTAIO – IL SIGILO – 2016

TAURASI

Giuria Internazionale

1 classificato – AMARANO – PRINCIPE LAGONESSA – 2015

1 classificato – VINI CONTRADA – CONTRADA TAURASI – 2017

Giuria Nazionale

1 classificato – A.A. BOCCELLA – SANT’EUSTACHIO TAURASI – 2019

2 classificato – VINI CONTRADA – CONTRADA TAURASI – 2017

VINI DOLCI , PASSITI, MUFFATI, OSSIDATIVI

Giuria Internazionale

1 classificato – SILVIO CARTA – VERNACCIA DI ORISTANO  RISERVA – 2006

2 classificato – CANTINE DEL NOTAIO – L’AUTENTICA BASILICATA BIANCO – 2022

Giuria Nazionale

1 classificato – SILVIO CARTA – VERNACCIA DI ORISTANO  RISERVA – 2006

2 classificato – FULGHESU LE VIGNE – JOGOS – 2013

BIOLOGICO

Giuria Internazionale

1 classificato – MANISCÀ – ROSSO – 2023 

2 classificato (ex aequo) – PLANETA – ALLEMANDA – 2023 (Sicilia)

2 classificato (ex aequo) – PLANETA – ERUZIONE 1614 – 2021 (Sicilia)

Giuria Nazionale

1 classificato – VIGNE GUADAGNO – IRPINIA AGLIANICO 2020

2 classificato – A.A. BOCCELLA – SANT’EUSTACHIO TAURASI – 2019

Chianti Classico: i 500 anni di Villa Calcinaia celebrati dalla famiglia Capponi

Viaggiare nel territorio del Chianti Classico è come fare un tuffo in un mondo variegato di panorami, terreni e biodiversità. Le dolci colline si alternano ai boschi montani, passando da suoli argillosi a quelli pietrosi calcarei, in un continuo saliscendi inebriante. Scorci pittoreschi e borghi medievali con il celebre Gallo Nero che campeggia a guardia delle meraviglie di natura.

Ogni curva svela un territorio intriso di storia e quando raccontarla sono i protagonisti, allora stiamo parlando davvero di qualcosa di unico e irripetibile. Qualcosa che rimane nel cuore e non se ne va via: non succede infatti di celebrare tutti i giorni i cinquecento anni di una cantina, quella della famiglia Capponi a Villa Calcinaia.

Situata a Greve in Chianti, questa magnifica Villa-Fattoria è stata il fulcro delle celebrazioni del 23 maggio 2024, in occasione dei 500 anni dall’acquisto della proprietà da parte dei Capponi, avvenuto il 23 maggio 1524. Una giornata splendida, scandita dai momenti storici della famiglia Capponi, raccontati da Tessa, Sebastiano e Niccolò, di fronte al Sindaco di Greve in Chianti Paolo Sottani, al Vicepresidente della Denominazione Chianti Classico, Sergio Zingarelli ed al consulente enologo Federico Staderini.

Giunti alla trentasettesima generazione, originari di Pistoia, i Capponi si stabilirono a Firenze nel XIV secolo, divenendo rapidamente una delle famiglie più influenti toscane. Mercanti di lana e seta accumularono notevoli ricchezze, investendole poi in proprietà agricole. Nel 1244 Compagno Capponi fu il primo membro della famiglia ad intraprendere il commercio della seta. Durante il Rinascimento, la famiglia consolidò il proprio potere politico e sociale. Gino Capponi (1350-1421), noto uomo d’affari e politico, fu un membro di spicco coinvolto nelle dinamiche della Repubblica Fiorentina. I Capponi furono anche mecenati delle arti, commissionando opere come la “Cappella Capponi” nella Chiesa di Santa Felicita a Firenze, dove lavorò Pontormo.

Nel Risorgimento italiano, un altro Gino Capponi (1792-1876) si distinse come storico e politico, giocando un ruolo chiave nel movimento per l’unificazione italiana. Nei secoli, i Capponi hanno continuato a essere una presenza di rilievo nella società fiorentina, adattandosi ai cambiamenti politici, umanistici e sociali. Interessante la prima testimonianza in cui si parla di Chianti che risale al 26 settembre 1872 ad opera di Bettino Ricasoli, in cui descrive, come in una ricetta, le caratteristiche delle uve per fare un Vino Chianti da bere ogni giorno:

“…Mi confermai nei risultati ottenuti già nelle prime esperienze cioè che il vino riceve dal Sagioveto (così si chiamava all’epoca il Sangiovese) la dose principale del suo profumo, a cui io miro particolarmente, e una certa vigoria di sensazione; dal Cannajuolo L’amabilità che tempera la durezza del primo, senza togliergli nulla del suo profumo per esserne pur esso dotato; la Malvagia, della quale si potrebbe fare a meno nei vini destinati all’invecchiamento, tende a diluire il prodotto delle prime uve, ne accresce il sapore e lo rende più leggero e più prontamente adoperabile all’uso della tavola quotidiana…”

Villa Calcinaia

Dimora nobiliare, è un esempio perfetto di architettura rinascimentale famosa per la produzione di vino Chianti Classico, attività che i Capponi hanno sempre seguito con grande impegno e innovazione. La storica cantina della villa è testimonianza della lunga tradizione vinicola della famiglia. Oggi, Villa Calcinaia continua a essere un’azienda agricola e vinicola attiva, offrendo visite guidate, degustazioni di vino e ospitalità agrituristica.

Degustazione Storica

La giornata del 23 maggio è stata caratterizzata da una degustazione che ha seguito i momenti storici di Villa Calcinaia:

Parte 1 – Prequel – An Intimate Tale of Renaissance Florence: La storia del Chianti e della famiglia Capponi fino all’acquisto di Villa Calcinaia. Vino in abbinamento: Mauvais Chapon Metodo Classico 2018.

Parte 2 – The High Renaissance: Dal Rinascimento al Granducato, la vita e l’organizzazione della villa. Vino in abbinamento: AD 1613 Rosso Toscana IGT 2011.

Parte 3 – DOC World: La promulgazione di un documento precursore della DOC, rendendo il Chianti famoso nel mondo. Vino in abbinamento: Villa Calcinaia Chianti Classico DOC 1969.

Parte 4 – World Largest Voluntary Emigration, Red Gravy and Chianti: Il Chianti Classico e la prima vigna non promiscua nel territorio. Vino in abbinamento: Vigna Bastignano Rosso Colli Toscana Centrale IGT 2006.

Parte 5 – Chianti Classico UNESCO World Heritage: La storia moderna del Chianti Classico e di Villa Calcinaia fino alla candidatura Unesco. Vino in abbinamento: Villa Calcinaia Chianti Classico Riserva DOCG 2010.

Il futuro riguarda il progetto di cui la Contessa Tessa Capponi è promotrice-Presidente: le Villa-Fattoria del Chianti Classico verso il riconoscimento di Patrimonio Mondiale dell’Umanità per l’UNESCO. Sebastiano con grande emozione, ha ringraziato la sua famiglia per averlo sempre appoggiato nelle decisioni aziendali e infine, Niccolò, da storico ha ripercorso la storia di famiglia concludendo che le proprietà non appartengono agli avi, né ai presenti, ma alle generazioni future.

Ciò che si fa oggi, lascerà il segno indelebile nel tempo.

I vini di Podere Pellicciano nell’incantevole borgo di San Miniato

Se si pensa a San Miniato, viene immediatamente in mente il tartufo bianco e proprio dal seminario condotto sul pregiato tubero nostrano inizia il press tour organizzato da Claudia Marinelli di Darwine & Food Comunicazione e Podere Pellicciano.

Dettagli utili alla raccolta del tartufo da parte dell’azienda sanminiatese Nacci, mancava solo la caccia al tartufo accompagnati, magari, dagli splendidi lagotti cercatori infallibili.

San Miniato, però, è anche zona dove la viticoltura affonda le radici nel lontano passato. Dopo una passeggiata tra i vigneti a Bucciano con i fratelli Fabio e Federico Caputo, ci siamo diretti al Ristorante Brassica di San Miniato e deliziati dai piatti preparati dallo chef Andrea Madonia in abbinamento con le vecchie annate di vini di Podere Pellicciano.

Al mattino seguente abbiamo effettuato la degustazione in azienda e poi la visita in cantina, per assaporare anche alcuni campioni sia da vasca che da botte, al cui termine è seguito uno squisito pranzo in azienda realizzato magistralmente dallo chef Armando Brigai del Ristorante Olivum di Ponte a Elsa. Piatti ben preparati e ben calibrati con ingredienti territoriali e, naturalmente, ottimi vini.

Podere Pellicciano è stato acquistato dalla famiglia Caputo nel 2003 come casa di campagna; allora era conosciuto come Vallechiara, posto a poca distanza dal centro abitato del Borgo etrusco di San Miniato (Pi). Un antico podere che risale al 1830 e che vanta oggi circa 10 ettari vitati e 3 ettari di olivi, da sempre gestiti secondo i dettami dell’agricoltura biologica nel massimo rispetto dell’ambiente, con certificazione BIO ottenuta nel 2016.

Le varietà coltivate sono quelle storiche trovate in eredità nelle vecchie vigne, propagate e inserite per selezione massale anche nei nuovi impianti: Sangiovese, Malvasia Nera, Colorino e Canaiolo per quanto riguarda le varietà a bacca rossa; Trebbiano, Malvasia Bianca, San Colombano e Vermentino a bacca bianca.

Il suolo è ricco di tufo in superficie e di argilla in profondità con presenza di fossili marini. Le altimetrie dei vigneti in località Bucciano sfiorano i 280 metri s.l.m.. Una scelta ben ponderata è stata quella di non mettere a dimora nessuna varietà internazionale, in un periodo ove molti altri vigneron lo facevano. La varietà preferita è la Malvasia Nera: avendo un ciclo più breve rispetto ad altri, le condizioni climatiche sono ideali per scongiurare le gelate primaverili. Un’areale che dà origine a vini meno strutturati e possenti, ma al contempo più eleganti. Le escursioni termiche tra le ore diurne e notturne sono notevoli, fattore importante per ottenere una buona complessità aromatica. Le correnti marine donano infatti una buona ventilazione alle dolci colline sanminiatesi.

Una splendida realtà a conduzione familiare, Concetta, la mamma, si occupa delle visite in cantina e l’accoglienza dei molti turisti che visitano San Miniato, Fabio si occupa di tutta l’attività commerciale e Federico, l’enologo, si occupa sia dei vigneti sia di tutta la produzione in cantina. Prevalentemente i vini da loro prodotti sono in purezza, recentemente anche qualche blend. Alcune etichette sono dedicate ai figli, sulle quali campeggia il soprannome, Il Biondo dedicato a Fabio, Cimba a Martina e Tricche a Federico.

Un’azienda giovane ed emergente della quale senza ombra di dubbio sentiremo parlare molto in futuro e bene. Una famiglia affabile e molto ospitale, il bello del mondo enoico.

I vini degustati

Il Biondo Toscana Igt 2023 – Vermentino, Malvasia Bianca e Grechetto – dalle nuance giallo paglierino ed un naso in cui giungono sentori di fiori di camomilla, pesca, ananas e vibrazioni agrumate. Sorso saporito e di buona corrispondenza.

Fonte Vivo Toscana Igt 2021 – Trebbiano in purezza  – Giallo dorato, sprigiona note di albicocca, caramella d’orzo, erbe officinali, dal gusto pieno e persistente.

Chianti Docg 2023 – Sangiovese, Colorino e Canaiolo – Rubino vivace, rimanda subito a sentori di giaggiolo, mora e frutti di bosco.  Fresco, sapido e coerente.

Tricche Toscana Igt 2021 – Sangiovese 70%, Malvasia Nera 20% e Colorino 10% – Rosso rubino intenso, salgono all’olfatto note di rosa, prugna, mora, sottobosco e nuance balsamiche. Sorso vellutato, equilibrato e coerente .

Egola Toscana Igt 2020 – Malvasia Nera – Rubino intenso, rimanda sentori di mora, ribes nero, liquirizia e spezie. Al palato risulta setoso, armonioso e tipico.

Egola Toscana Igt 2021 – Malvasia Nera – Rubino intenso, libera note di rosa, giaggiolo, frutta nera e tabacco. Allungo finale fresco, saporito e leggiadro.

Buccianello Toscana Igt 2021 – Colorino – Rubino impenetrabile,  si percepiscono note di mora, prugna, ribes e pepe nero, setoso, delizioso e decisamente lungo.

Buccianello Toscana Igt 2020 – Colorino – Rubino impenetrabile, emana sentori di rosa, ciclamino, frutti di bosco e spezie, dalla bocca fresca, saporita e leggiadra.

Prato della Rocca Toscana Igt 2020 – Malvasia Nera, Sangiovese e Colorino in uvaggio e coofermentati – Rubino impenetrabile, rivela note di frutta rossa e spezie dolci. Avvolgente, accattivante e persistente.

Prato della Rocca Toscana Igt 2019 – Malvasia Nera, Sangiovese, Colorino in uvaggio e coofermentati – Rubino impenetrabile, dipana sentori di mirto, frutti di bosco,  sottobosco e spezie dolci, attacco tannico poderoso e buona piacevolezza di beva.

Podere Pellicciano
Via Serra, 64
56028 San Miniato (Pi)
www.poderepellicciano.it

Masi Agricola: la Valpolicella in tour a Napoli da Cisterna Bistrot

Nord chiama Sud: la Valpolicella proposta nei vini di Masi Agricola e i piatti dello chef Pierpaolo Musto di Cisterna Bistrot a Napoli.

Evento organizzato grazie all’impegno di Titti Casiello, nostro autore di 20Italie, quest’oggi invece in veste di intermediaria tra due realtà che fungono da guida nel panorama enogastronomico. A Napoli le contaminazioni esistono da sempre e da Cisterna Bistrot, sotto le mani sapienti di chef Pierpaolo Musto, vanno in scena piatti della tradizione rivisitati appositamente in chiave veneta per l’ospite d’onore: i vini di Masi Agricola.

Chef Pierpaolo Musto

La storia di Masi inizia nel 1772, data della prima vendemmia della famiglia Boscaini nei pregiati vigneti del “Vajo dei Masi”, valle nel cuore della Valpolicella Classica. Da qui prende il nome l’azienda, tuttora di proprietà della famiglia, che, dopo oltre 200 anni di appassionato lavoro, opera attivamente oggi con la sesta, settima e ottava generazione. Fanno parte del Gruppo anche le cantine Conti Serego Alighieri, Conti Bossi Fedrigotti e Canevel, oltre le Tenute a conduzione biologica Poderi del Bello Ovile in Toscana e Masi Tupungato in Argentina.

Il menù prevedeva un trittico composto da:

alici ‘mbuttunate in saor accompagnate dal Valpolicella Classico Doc “Possessioni” 2021 di Serego Alighieri, classico incontro di uve Corvina, Rondinella e Molinara (clone Serego Alighieri da una vigna a piede franco), dai tannini morbidi e dall’ottima bevibilità fruttata.

Montanarina con baccalà mantecato proposta in abbinamento al Rosso Verona IGT “Campofiorin” 2020, una vendemmia tardiva in stile tipico per l’areale ed una tecnica peculiare, affinatasi negli anni, che consiste nel far rifermentare la massa vinosa sulle bucce semi-appassite dell’Amarone. Potenza e controllo viaggiano sullo stesso ritmo, non coprendo la delicatezza della mantecatura.

Polenta con salsiccia e friarielli servita con Amarone della Valpolicella Classico Docg Riserva “Costasera” 2017. La storia di Masi qui presentata in un’annata straordinaria, che ha consentito di ottenere un vino dalla gradevole freschezza non rimarcata da eccessive sensazioni morbide.

Prima del gran finale non poteva mancare il classico Risotto all’Amarone, eseguito alla perfezione con l’aggiunta di yogurt di bufala e nocciole di Giffoni. Qui la maggiore età dell’Amarone della Valpolicella Classico Docg “Vaio Amaron” 2016 di Serego Alighieri, con le sue nuance da confettura di frutti di bosco e una speziatura completa tra pepe nero e cannella, ottiene il massimo consenso dei presenti.

Chiusura su un plateau di formaggi erborinati a base di latte di pecora e bufala, ben sorretti dall’avvolgenza del Recioto della Valpolicella Classico Docg “Angelorum” Masi e sulle frittole veneziane (simili alle zeppole partenopee) con crema al limone di Sorrento con un calice di Elisir allo zenzero in Grappa di Amarone Masi.

Un prodotto di particolare rarità e degno di una serata all’insegna del buongusto, dell’eleganza e della musica jazz, con le indimenticabili melodie di Ella Fitzgerald.