Dolci e tenui rilievi in Collio,
verde erba, foresta e trifoglio,
boschi per metà del paesaggio,
delle genti è stato il passaggio,
ponca per bianchi, fini, molto apprezzati,
raffinati, minerali, intensi e domati,
musa, ove la serenità è udibile e distesa,
una preghiera: regalane parte al pianeta.
Basterebbero questi imperfetti versi scritti d’impulso, per illustrare appieno il Collio dal mio punto di vista. Del resto il ruolo della poesia è la sintesi, sostituendo la suggestione alla narrazione, per descrivere le esperienze e le emozioni colte in un determinato momento.
Verrei però meno all’incarico ricevuto e accettato, e sarebbe profondamente ingiusto nei confronti di coloro che mi hanno gentilmente ospitato, mostrato affetto, e dedicato parte del loro prezioso tempo.

Il Consorzio Tutela Vini Collio ha organizzato per la stampa un tour d’esperienza, dove è stato possibile assaggiare oltre centotrenta vini della regione, visitare undici cantine e conoscere gli artefici dei loro vini, ma gli incontri avuti con i produttori, se si aggiungono le cene, sono stati ancor maggiori, giungendo alla cifra di venticinque realtà. Un numero per nulla irrilevante, che consente d’avere uno spaccato importante della produzione in Collio attraverso un confronto con chi crea vino.
Sul Collio ho già scritto, e probabilmente è una delle ragioni dell’invito, e chiunque si accinga a farlo di nuovo non può esimersi da tralasciare alcune considerazioni storiche. Si menzionava la serenità che si respira e percepisce trascorrendo qui alcuni giorni, è genuina ma conquistata a caro prezzo. La storia vinicola della regione passa attraverso le varie nazioni cui è appartenuta, e ora che ha una definitiva stabilità, dai cambiamenti occorsi nel dopoguerra.
Il Collio è un luogo molto piccolo, fatto di collinette simili a dei pandori, che in realtà hanno caratteristiche molto diverse fra loro, anche all’interno dello stesso vigneto. Una ricchezza dovuta alla disomogeneità. Marcatore incontrastato e inconfondibile del terreno del Collio, vero dna di un suolo povero in sostanza organica e molto ben drenato, è la ponca. Di origine eocenica, è una stratificazione alternata di marne sature di sedimenti minerali, e arenaria. Conferisce al vino qui prodotto quella struttura, eleganza e mineralità tanto apprezzata.
Menzionavo che sono stati venticinque gli incontri diretti avuti, e se ne parlerà più avanti, perché preferisco iniziare da uno che ha eseguito per noi del tour la propria disamina sulla storia vinicola del Collio.
Si tratta di Marko Primosic. La famiglia Primosic è proprietaria di vigneti nella zona di Oslavia fin dalla metà del ‘700. In questa zona rimbalzano le correnti della Bora, utilissime al vigneto che assieme alla ponca caratterizzano i vini dal sapore più nordico, rispetto ad altri suoli del Collio.

E poi arriva Karlo nel 1868, e da quel momento il suo nome è associato al vino di Oslavia. A fine ottocento Karlo trasporta il vino con la ferrovia a Vienna contenuto in grandi botti. L’impero austro-ungarico apprezzava la regione del Collio, la considerava il suo giardino, dove poter attingere di vino e olio, di uva e ciliegie, quest’ultime d’eccellente qualità. Il figlio di Karlo, Josez, torna dal fronte della grande guerra e trova i vigneti devastati. Oslavia è chiamata non a caso la collina morta, e aiutato dal padre rimpianta i vigneti. Gli succede Silvan, o Silvestro come ci è stato presentato, il simpatico, empatico e pieno di vita ottantacinquenne, che a soli dodici nel 1953 diventa il capofamiglia alla morte di Josez e del fratello maggiore caduto da partigiano. Nella grande sfortuna una libertà, di fare ciò che voleva. Produce il vino sfuso e in bottiglia dal 1956 senza etichetta con vuoto a rendere, con etichetta dal 1964, e la prima a nome S. Primosic nel 1967, disegnata dalla moglie Liliana, che riporta il paesaggio di Oslavia. V’è scritto i Vini del Collio poichè sarà nel successivo maggio 1968 che nascerà la doc omonima, tra le prime in Italia, grazie agli sforzi del Consorzio di Tutela Vini Collio sorto quattro anni prima nel 1964. E’ una bottiglia renana, obbligatoria a quel tempo dal disiciplinare di produzione che reca la scritta Tocai in caratteri gotici.
E’ l’inizio di una produzione di stampo moderno: Silvan, getta via i legni, acquista vasche di cemento, e produce vini bianchi senza macerazione, curati e puliti, e focalizzati sugli aromi primari.
Ricordo a me stesso che per rientrare nella categoria di Collio Doc le uve devono provenire dal territorio della provincia di Gorizia, in otto dei venticinque comuni presenti: Capriva, Cormòns, Dolegna del Collio, Farra d’Isonzo, Gorizia, Mossa, San Floriano del Collio, San Lorenzo Isontino. Sono esclusi i terreni del fondo valle, con l’obbligo per i vigneti di trovarsi perlomeno a 75 metri di altitudine, fino ad arrivare a circa 270 metri e oltre, e con una pendenza minima del 3%.
Nel disciplinare del Collio doc fino al 1991 non erano ammessi i vitigni internazionali a bacca bianca, a differenza di quelli non autoctoni a bacca rossa, già presenti da lunga data nel territorio.

Le uve al momento autorizzate sono:
per il bianco Chardonnay, Friulano, Malvasia Istriana, Müller Thurgau, Picolit, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Ribolla Gialla, Riesling Renano, Riesling Italico, Sauvignon, Traminer Aromatico; per il rosso Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carménère, Merlot, Pinot Nero.
Un paio di anni fa, un gruppo di quattro viticoltori che oggi sono diventati undici, hanno scelto di vinificare solo le uve Friulano, Malvasia Istriana (ripeto istriana), e Ribolla Gialla per il proprio Collio doc, tornando al primo periodo del disciplinare 1968-1991 (doc che, per inciso, ha vissuto molti più anni con i vitigni internazionali che senza), ritenendoli quelli storici del territorio e che lo interpretano nel migliore dei modi, e inserendo in etichetta la dicitura Collio da Uve Autoctone.
Quando si scomoda il punto di vista storico o tradizionale, per non parlare di autoctono, incuriosisce che quasi mai si tenga conto essere frutto del momento dell’osservazione. Fra un secolo, probabilmente, in una immaginaria fase della definizione dei vitigni a bacca bianca per la doc Collio, si avrebbe un’analoga inclusione a quella operata per i vitigni internazionali a bacca rossa, ritenendola logica.
Non addentriamoci troppo in un ginepraio se non per raccogliere le bacche fondamentali al celebre distillato bianco. Rispettiamo i pareri di tutti gli attori vinicoli in questione, soprattutto perché hanno titolo a parlare, a differenza di chi semplicemente ne scrive e non produce.
La soluzione migliore è, a mio modesto parere, la coesistenza, auspicando che NON si sprechino energie per discutere in maniera accesa sulla questione. Sarebbe del tutto inappropriato in una regione che ha visto tanti passaggi di mano.
Anche Oslavia beneficerà del boom economico degli anni cinquanta e sessanta, ma il resto della storia lasciamo che sia Marko a raccontarla, figlio di Silvan, nato nell’anno della doc quindi un predestinato, enologo, che a undici anni ha il suo primo Vinitaly, e che dal 1989 affianca il padre con il fratello Boris di tre anni più giovane.

Negli anni ’80, ci racconta Marko, la strada percorsa dal papà con la vinificazione in serbatoi di acciaio che valorizza gli aromi primari non basta più. Evolve il palato, evolve il consumatore, evolve il Collio stesso, anche nella conduzione dei vigneti, che fino agli anni ’60 erano lavorati principalmente a mano. Gli anni ’70 Marko li descrive come i più bui, dove in qualche modo i tecnici cercavano di portare la meccanizzazione e di fare della collina la pianura, un errore grande che tuttavia in Collio è avvenuto in modo molto limitato, giusto qualche rilievo spianato. Il dietrofront si ha nel decennio successivo. Il Collio scopre e valorizza il proprio territorio ispirandosi a ciò che avveniva in Borgogna. Si commisero, però, una serie di errori, tra i quali d’impiantare ad altissima densità per ettaro, a quaranta centimetri da terra in vigneti inerbiti dove l’erba cresce a venti centimetri, e il grappolo in sostanza poggiava seduto nell’erba se questa non era un prato inglese. Tutto ciò andava benissimo per i vigneti molto drenati e completamente diserbati della Borgogna ma non in Collio dove oltretutto le piogge erano intense.
Si arriva così agli anni ’90, e finalmente si ha la consapevolezza dell’estremo valore del territorio, grazie alla nuova generazione e frutto anche della serie di errori compiuti, puntando a non uscire ad annata, con l’ambizione che il vino possa maturare. Risvolto della medaglia è stato guardare troppo al vino internazionale, con un’impostazione più filo francese e l’uso del legno, barrique o altro.
L’ultima fase sono gli anni duemila con l’avvento dei vini macerati, nati dopo la grandinata a Oslavia di fine agosto 1996, violenta e cattiva, avvenuta nel momento in cui tutto era pronto per la vendemmia, rovinando l’annata in corso e la successiva. In questa fase, per i viticoltori giù di morale, c’è stato il tempo di fare una riflessione sul futuro. L’episodio da rammentare è quando Carlo Petrini chiede a Josko Gravner di accompagnarlo in Georgia. Qui vedrà le anfore, ma non è tanto il contenitore in sé che poi userà, piuttosto la riflessione operata, cioè quando non si sa dove andare, si tende a guardare al passato, alle pratiche di un tempo. Ed ecco che, nel tentativo di rivalutare la Ribolla Gialla massacrata negli anni precedenti con la maturazione in legno, si riscopre la fermentazione sulle bucce. Il vitigno è insuperabile nei risultati della pratica macerativa, poi la qualità del vigneto, il tipo di buccia, e non per ultimo il territorio si prestano per creare un plus sensato a un vino ottenuto con il vitigno.
L’escursus storico consente di fare una distinzione delle cantine in base alla loro nascita, figlie in realtà della loro storia. Una come la Primosic ha attraversato tutte le fasi, nessuna delle quali è completamente sbagliata, ma racconta un pezzo di storia e porta ad avere una consapevolezza di un certo livello. Un’azienda vinicola sorta negli anni ’90 avrà probabilmente fatto il primo vino in barrique. Infine una nata nel duemila o a ridosso di tale data, plausibilmente produrrà solo vini macerati.

L’azienda oggi ha trentadue ettari vitati che danno luogo a circa 200.000 bottiglie l’anno e sedici tipologie di vino prodotte. Il mercato riguarda il nostro paese per il 40%, il restante è distribuito in trenta nazioni. In cantina abbiamo visto caratelli da 600 litri di rovere di Slavonia non francese e non tostate utilizzate per il Collio bianco; botti da 18 ettolitri per la Ribolla macerata perchè deve evolvere la sua quantità di tannino, con funzione esclusivamente di maturazione; infine barrique, tostate, per le due varietà internazionali Chardonnay (che fermenta e matura in essa), e Merlot (solo per la maturazione).
La degustazione.
Ribolla Gialla “Think Yellow” IGT Venezia Giulia 2025 12.5%
Vitigno della tradizione con richiami, all’infanzia (i suoi acini dorati erano un tempo delle caramelle naturali per i bambini), e al lavoro (qualche bottiglia di Ribolla era un’integrazione alla paga dei braccianti). Il vino vinifica in serbatoi di acciaio dopo una breve macerazione delle bucce a freddo e pressatura soffice delle uve. Una versione “nuda e cruda”, come storicamente il vitigno si esprime. E’ l’espressione punto di partenza il cui punto di arrivo sono le produzioni macerate. Molto simpaticamente Silvan ci dice che il vino da Ribolla, per le sue caratteristiche, è un ottimo colluttorio al mattino.
All’olfatto è fresca, con sentori agrumati e citrini, e suggestioni di erbe aromatiche.
Al palato torna la freschezza, con l’aggiunta di note floreali di acacia, e nuovamente di agrumi. Ci piace per consistenza grassa e il finale declinato al sapido e minerale.
Malvasia Collio doc 2024 13.5%
Vinificazione simile alla precedente Ribolla Gialla.
All’olfatto il vino è aromatico e fresco, con note floreali vicine al geranio, erbe aromatiche, e minerali.
L’ingresso al palato è ampio e sapido, con ritorni aromatici tipici, e una chiusura lievemente ammandorlata.
Chardonnay Gmajne Collio doc 2022 14%
Lo Chardonnay proviene dallo storico vigneto con toponimo Gmajne, impiantato negli anni ’70 e rinnovato per la sua metà nel 1982. Vinifica tradizionale in bianco, con fermentazione (alcolica e malolattica) ed elevatura in barrique (sia nuove che usate) per diciotto mesi, con lunga permanenza sui lieviti e senza bâtonnage. Segue affinamento in bottiglia. La 2022 è l’annata corrente.
All’olfatto si avvertono subito degli agrumi gialli, la frutta esotica, e dei sentori legati alla vaniglia del legno e un’idea di crosta di pane. E’ un peccato di gioventù, dovuto soprattutto alla tostatura delle botti che è medio/forte. Poi, abbiamo ancora note di fiori gialli, e fruttati di melone.
Al palato la nota vanigliata s’integra con della citrinità, ma il vino è decisamente morbido, caldo e pieno. Le sensazioni legate al legno, ancora da svolgere, qui sono molto meno evidenti. Buona anche la persistenza tracciata dalla nota minerale.
Collio Bianco doc Klin 2020 14.5%
Il Klin, lo storico toponimo di un cru aziendale, sviluppato in una collina che dona tre tipi di suolo e altrettanti di clima, è un uvaggio dei vitigni Friulano, Chardonnay e Sauvignon (non clonato, più sullo stile della Loira) raccolti lo stesso giorno indistintamente dal grado di maturazione delle uve. S’ispira all’antica maniera viennese della Gemischte Satz, pratica di vinificazione di uve diverse provenienti dallo stesso vigneto. Dopo aver raccolto le uve con piena maturazione, diraspate e pressate delicatamente, il mosto fiore è messo in caratelli di rovere di Slavonia da 600 litri in cui compie la fermentazione alcolica e malolattica. Travasato, si aggiunge una parte minima di vino da Ribolla Gialla e torna in botte a maturare complessivamente per due anni, al termine dei quali è imbottigliato e affina per altri due anni. La 2020 è l’annata corrente.
Il vino nasce nel 1982 e ha vissuto legni diversi, infatti, dal 1988 al 1996 si sono adoperate barrique francesi.
All’olfatto si percepisce molta freschezza, con note di fragranza e minerali. Poi abbiamo le erbe aromatiche, suggestioni floreali di gelsomino, una traccia di fruttato esotico e degli agrumi, e infine della vaniglia.
Al palato in questa fase del vino la presenza del Chardonnay svetta un po’, il corpo è rarefatto, con finale morbido. Ha bisogno di tempo, a mio avviso, per armonizzarsi meglio.
Friulano “Skin” Collio doc 2020 13%
Orange wine di recente concezione con prima annata il 2016. Il Friulano macera per due settimane sulle bucce e fermenta con lieviti indigeni in assenza di solforosa e frequenti follature, senza controllo di temperatura. Poi, separato dalle bucce, è posto in caratelli da 600 litri, dove esegue la fermentazione malolattica, e per diversi mesi rimane sulle proprie fecce nobili. L’affinamento in bottiglia è molto lungo.
L’olfatto è caldo e intenso, molto concentrato, con i sentori tipici della macerazione, frutta secca e tè al gelsomino, dotato di tanto agrume, frutta gialla, albicocca e camemoro, un lieve sentore sulfureo, minerale. Al palato è ricco e glicerico, pulito e minerale. Persiste a lungo nelle note macerative, né è privo della tipica sensazione di mandorla amara e tostata.
Ribolla Gialla Riserva “Skin” Collio doc 2020 13.5%
Orange wine da uve surmature che esegue una vinificazione simile al Friuliano con un paio di differenze: la macerazione dura un mese, e le botti dove permane un anno sono grandi da 18 ettolitri.
Olfatto è molto inteso, con note di macerazione, frutta gialla a polpa, albicocca disidratata, agrumi gialli, e note floreali. Al palato è fine ed elegante, con ritorni amarostici di armellina, e minerali prolungati.
Ribolla di Oslavia Riserva Collio doc 2014 14%
Questa riserva vintage è stata versata in un bicchiere T Made 95 Oslavia, con appunto l’impensabile capacità di contenere 95 centilitri, e disegnato per valorizzare al meglio la degustazione delle Ribolla Gialla macerate e d’annata. La dicitura di Oslavia presente in questaa bottiglia non è più consentita.
Olfatto: poesia. Succoso di agrume e d’albicocca. Note minerali legate alla ponca, ardesia anche, e terziarie, vien da sé. Frutta secca, miele di agrumi, sentori di appassimento, uva sultanina.
Il palato il vino è maestoso, imponente, morbido, succoso e con una sensazione calorica molto confortevole, mielata, e minerale. Espressione di grande eleganza con finale persistente e suadente.
Pinot Grigio Riserva Collio doc 2017 14.5%
Orange wine prodotto dal 1998, dal colore intenso ramato, le cui uve diraspate fermentano con i lieviti indigeni, senza solforosa e con lievi follature. La macerazione dura 6/8 giorni, poi passa in caratelli di rovere di Slavonia, dove prosegue la fermentazione e la malolattica, e vi permane per alcuni mesi. L’annata corrente è la 2022.
Olfatto è dominato intensamente dai piccoli frutti a bacca rossa, lampone, ribes rosso, amarene, e floreali, violetta e iris. Al palato è caldo, pieno, articolato, con ritorni dei frutti rossi, e un piacevole finale, prolungato, minerale.



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