Piemonte: il Barolo di Ferdinando Principiano da Monteforte d’Alba

L’ultimo evento campano per Banca del Vino prima della pausa estiva si è svolto nei Campi Flegrei presso Cantine degli Astroni, anch’essa protagonista del progetto nato per valorizzare e conservare il patrimonio enologico italiano.

Cantina ospite: Ferdinando Principiano in Monforte d’Alba (CN), che ha fatto del territorio su cui opera un baluardo di biodiversità da difendere ed un luogo vocato esclusivamente alla produzione di vino.

La famiglia Principiano è radicata nelle Langhe, a cavallo tra Monforte e Serralunga, già da tre generazioni, ma è stato Ferdinando nel 1993 a decidere di non conferire più le uve prodotte bensì di vinificarle in proprio. Siamo al culmine del periodo in cui la parola Barolo tornava a risplendere ai quattro angoli del mondo grazie all’opera comunicativa di Marc De Grazia e alla “rivoluzione stilistica” dei Barolo Boys e Ferdinando, giovane enologo appena laureato, si pose nel solco di questi cambiamenti, prediligendo l’uso della barrique al posto dei legni grandi della tradizione.

Ci vorranno dieci anni per cambiare rotta, giunta ormai la consapevolezza e la convinzione che una buona parte del carattere del territorio veniva persa nel perseguire scelte agronomiche e di cantina poco rispettose dell’ambiente. Tra il 2003 e il 2006 dunque la conversione totale del lavoro di vigna con la scelta di eliminare ogni tipo di diserbante, pesticida ed erbicida; contemporaneamente il lavoro di cantina diventa meno interventista per salvaguardare e mantenere integro il frutto ottenuto in vigna.

“Vent’anni fa nelle Langhe non era così scontato operare questo genere di scelte”, commenta Niccolò Abbellonio, responsabile commerciale, che ha raccontato la storia della cantina e ci ha guidato a comprendere l’approccio di Ferdinando alla vinificazione attraverso i vini degustati. “Oggi non è più pensabile gestire la vigna come si faceva trenta o quaranta anni fa”.

Una consapevolezza che pone al centro il lavoro nei campi e lo studio continuo per ottenere alti livelli di eccellenza nella produzione di ogni singola etichetta.

Il primo campione in degustazione ne è la prova. Si tratta di un vero e proprio outsider rispetto al territorio tanto da non poterne rivendicare in etichetta il vitigno: un Timorasso vinificato in purezza in territorio di Alta Langa, a 750 mt slm, da una piccola vigna di appena 1,4 ettari, impiantata nel 2010.

Cinquemila bottiglie totali che escono al pubblico come Langhe bianco DOP. Degustiamo l’annata 2019. Ammalia sin dal colore oro lucente. Al naso si presenta evoluto, ricco e sfaccettato nei sentori idrocarburici che lasciano pian piano spazio alla marmellata cotogna, all’anice, alla caramella d’orzo, puntinati da sprazzi di miele d’acacia. Contiene la tipica sapidità del varietale all’interno di un corpo più snello e longilineo se comparato al parente prossimo nell’areale più noto dei Colli Tortonesi.

Il secondo calice in degustazione è la Barbera d’Alba “Laura” prodotta da un clone antico dagli acini e dai grappoli più piccoli, rese bassissime e ceppi di oltre trent’anni. Dodici filari in tutto, al fondo della vigna Ravera, che Ferdinando ha voluto preservare anziché sostituire con Nebbiolo. La produzione annuale si limita a circa cinquecento bottiglie, uno sforzo enorme dettato dalla volontà di continuare la vinificazione separata anziché confluire questi esigui quantitativi  nella barbera basica.

L’annata è la 2021, che si presenta ancora con evidenti riflessi violacei. Il naso ricorda confettura di gelso nero, fresia, alloro, cappero ed  erbe mediterrnee. Fresco e diretto il sorso, asciuga e lascia un retrogusto lievemente amaricante.

Continuiamo la degustazione con l’orizzontale dei tre Barolo prodotti dalla cantina: Barolo del Comune di Serralunga 2019, Barolo Ravera e Barolo Boscareto, questi ultimi due presentati nei millesimi 2019 e 2012.

Il Barolo del comune di Serralunga è un blend di due vigne, Boscareto e Neirano. Vinificato per la prima volta nel 2006, è prodotto in circa trentamila bottiglie l’anno e delle tre etichette è quella di approccio e bevibilità più immediata. Il frutto si evidenzia al primo impatto, per poi dettagliarsi in profondità – ma sempre in modo nitido e pulito – nei sentori di liquirizia e arancia essiccata, delicate sensazioni terrose che ricordano la radice di china. Il tannino, pur nella sua finezza, è evidente, sostenuto da vivida freschezza che sa di frutto croccante.

I due cru di Barolo rappresentano due anime completamente diverse, oltre a essere il risultato di un lungo percorso di studio in vigna e cantina. Prodotti entrambi in circa tremila bottiglie l’anno, si differenziano per l’invecchiamento che avviene in botti grandi di diversa età: per Ravera la sosta è di due anni per Boscareto si prolunga a tre a cui segue, per entrambe le etichette, un anno di affinamento in bottiglia.

Ravera nel comune di Monforte è una vigna di oltre ottant’anni vinificata a partire dal 1997. Si trova sul fronte di collina più meridionale della zona del Barolo, discende molto ripidamente ed è costituita da suoli prevalentemente sabbiosi. 100% clone Michet di Nebbiolo, il vino si presenta coerente nelle due diverse annate sia nel colore, che in entrambe i calici, seppur in gradazioni diverse, risulta più intenso e cupo sia nel carattere sferzante e vegetale che attraversa entrambe i vini.

Boscareto è una singola vigna di Serralunga, vinificata sin dal 1993 in purezza. Nella MGA omonima è ancora preservata una ricca biodiversità boschiva. Il Barolo di Principiano deriva da una selezione operata in vigna di cinque diversi appezzamenti ed è vinificato a raspo intero mediante pigiatura coi piedi, per conferire maggior carattere. Ancora giovanissima la 2019 evidenzia immediatamente il frutto, fragranze mediterranee, acqua di rose; risulta goloso al palato, snello nella beva e di trama tannica sottilissima, caratteristiche che lo accomunano anche alla 2012, coerente nell’evoluzione olfattiva rispetto alla versione più giovane , di tannino ormai lineare e compiuto e freschezza appagante, caratteristiche che richiamano continuamente il sorso.

Amarone in Capitale: un brindisi al grande rosso della Valpolicella nel cuore di Roma

In un periodo di grande incertezza per il mondo del vino, tra sfide climatiche, normative sempre più restrittive e un mercato in evoluzione, c’è ancora spazio – e bisogno – di celebrare le eccellenze che hanno fatto la storia dell’enologia italiana. È in questo spirito che si è svolto “Amarone in Capitale”, l’evento organizzato dal Consorzio Vini Valpolicella all’Acquario Romano, con l’obiettivo di riportare sotto i riflettori uno dei più grandi vini rossi del nostro Paese: l’Amarone della Valpolicella.

Non è un momento semplice per i produttori. Dalle nuove regole sulla circolazione stradale che di fatto penalizzano il consumo di alcol, al cambiamento climatico che mette a dura prova la viticoltura, fino alle direttive europee sempre più rigide: sembra quasi che si stia combattendo una guerra silenziosa contro il vino. A questo si aggiunge il cambiamento delle abitudini dei consumatori più orientati verso bianchi e rosati leggeri e immediati che rende difficile il lavoro delle regioni identificate per i rossi strutturati.

Eppure, proprio in mezzo a tali difficoltà, l’Amarone si rialza con orgoglio. “Abbiamo celebrato da poco i cento anni del Consorzio, ha ricordato il Presidente Christian Marchesini, ma l’Amarone è ancora più giovane. È un vino che ha saputo crescere, innovarsi e rappresentare il volto più raffinato e potente della nostra terra.”

Il disciplinare prevede e obbliga i consorziati ad utilizzare i vitigni Corvina, Corvinone e Rondinella, ai quali si possono aggiungere ulteriori uvaggi in minime percentuali. È sicuramente un vino complesso da produrre che richiede dispendio di tempo ed energie

L’evento “Amarone in Capitale” ha attirato centinaia di appassionati, operatori del settore e semplici curiosi, tutti uniti dalla voglia di conoscere – o riscoprire – un vino che non smette mai di emozionare. Nonostante qualche nostalgico rimpianto per le location delle passate edizioni, l’Acquario Romano ha saputo offrire un’atmosfera suggestiva, tra architetture di inizio Novecento e il calore delle degustazioni, che hanno portato a Roma un angolo di Valpolicella.

Qual è la tendenza? Nel rispetto delle tradizionali tecniche d’appassimento, si cerca sempre più la produzione di vini snelli e di agile bevuta. Sembra difficile da immaginare, ma l’Amarone contemporaneo tende ad essere un vino che conserva le sue caratteristiche in termini di struttura e complessità, con una tendenza al dinamismo evidenziando le doti di freschezza e balsamicità.

In degustazione, le espressioni più autentiche di questo grande rosso veneto, capaci di raccontare la pazienza dell’appassimento, la profondità delle vigne storiche e il carattere di una comunità che non vuole arrendersi alla logica del rapido consumo. Amarone, Ripasso, Valpolicella Superiore: nomi che evocano storia, territorio, ma anche resistenza culturale. Perché oggi bere un Amarone, con la sua struttura, i suoi tempi lunghi e la sua vocazione meditativa è anche un gesto che rifiuta l’omologazione e difende un patrimonio enologico fatto di tradizione, fatica e bellezza. Il messaggio lanciato da Roma è chiaro: l’Amarone non è solo un vino, è un simbolo. E in tempi difficili, i simboli servono più che mai.

A partire dalle 17.00, i banchi di assaggio hanno accolto visitatori italiani e internazionali offrendo una panoramica della denominazione Valpolicella attraverso i suoi protagonisti: Amarone, Valpolicella Classico, Ripasso, Recioto e Valpolicella DOC. Le etichette in degustazione, proposte dalle undici cantine – tra cui nomi noti come Zymè di Celestino Gaspari, Pasqua Vini, Domini Veneti e Secondo Marco, hanno raccontato con intensità e personalità il territorio che le ha generate.

Il momento clou della serata è stato la “Masterclass Amarone della Valpolicella Riserva”:

Tempo e idee che plasmano l’eccellenza”, curata da AIS Lazio. Un viaggio tecnico e sensoriale nella riserva del grande Rosso, espressione estrema di equilibrio tra tempo, visione e territorio. I produttori presenti hanno condiviso esperienze, sfide e intuizioni che hanno contribuito a elevare lo stile dell’Amarone a un livello internazionale.

Apertura da parte di Alberto Brunelli che ha sottolineato le parole del Presidente introducendo poi la bravissima relatrice AIS Manuela Di Palma che ha descritto in modo magistrale i quattro campioni in degustazione:

  • Flatio Amarone della Valpolicella Riserva Mario 2015
  • Rubinelli Vajol Amarone della Valpolicella Riserva 2011
  • Zyme Amarone della Valpolicella Riserva 2011
  • Secondo Marco Amarone della Valpolicella Riserva Fumetto ’08 2008

Un connubio d’eccellenza ha accompagnato la degustazione: Parmigiano Reggiano DOP, partner ufficiale dell’iniziativa, ha offerto un perfetto abbinamento gustativo, esaltando le caratteristiche organolettiche dei vini in assaggio.

Anche qui quattro campioni di assaggio con altrettante stagionature, iniziando dal Parmigiano Reggiano stagionato per 24 mesi, poi 36, 48 e infine… 80 mesi! “Amarone in Capitale” ha confermato la capacità del Consorzio Vini Valpolicella di parlare a un pubblico ampio, coniugando divulgazione, qualità e intrattenimento nel cuore pulsante della Città Eterna.

Grechetto Fiorfiore di Roccafiore: esperienza indimenticabile, intima, “blind”

“Quando calano le tenebre splende la luce interiore”.

Aggiungo questa frase ad altre amate e citate da Luca Boccoli, esperto di vino da oltre trent’anni, per descrivere l’esperienza emozionale, unica nel suo genere e totalmente confidenziale che ci ha fatto vivere in una mattinata romana in una Trastevere riposta.

Chi conosce Luca sa che sette anni fa ha perduto la vista in un incidente motociclistico: da quel momento la sua vita è inevitabilmente cambiata e ora comunica il sentire il vino nella sua nuova condizione di non vedente. Inalterate sono rimaste le qualità di sensibilità e di cortesia poichè Luca ne era già ampiamente provvisto.

A differenza di chi nasce già senza, aver vissuto con e privo di questo importante senso, gli consente di capire appieno il cambiamento avvenuto, e per circa un’ora assieme ad altri comunicatori del vino, ai produttori del vino assaggiato, e alle persone che ci hanno ospitato, abbiamo fatto l’esperienza che è la sua nuova quotidianità: ascoltare il vino senza poterlo vedere. Un momento emoziante ad alta concentrazione di emotività.

Questa è la vera “degustazione alla cieca”, quindi quella dove la sola bottiglia ci è occultata, è da chiamare “degustazione coperta”: cercherò di non incappare più nell’errore.

Del resto che importanza può avere il colore?

Potrebbe sembrare il motto di una campagna pubblicitaria, ma sono anni che sostengo assieme certamente ad altri, che la visiva andrebbe eliminata da qualsiasi valutazione, soprattutto se si intende dare dei punteggi.

Nel nostro caso, abbracciati dalle tenebre, non si trattava solo delle variazioni cromatiche da percepire in un bicchiere ma di effettuare concentrati e rilassati una sorta di degustazione capovolta, respirando il vino intensamente, sentendolo nelle nostre viscere, cogliendo il qui ed ora del momento, percependo il liquido nella profondità del corpo, e affinché l’esperienza si completasse occorreva che fosse ingerito. Quindi nessun contenitore per versare il vino era previsto nella prima fase dell’assaggio (qualcuno si deve far carico dell’onere di trovare un sinonimo più elegante al termine in voga al momento di “sputacchiera”: inizio io con “sversatoio”) e cautela estrema nell’individuazione e posizionamento dei calici, con l’ulteriore invito ad astenersi a ondeggiare gli stessi per evitare fuoriuscite indesiderate.

Non so se per voi è lo stesso, ma è sempre durante la notte, con l’oscurità, che mi ritrovo completamente con me stesso, solo con la mia interiorità, e non sempre mi sento a mio agio, quindi il fattore buio si presta perfettamente all’introspezione. Per rendere totale l’esperienza necessitava di un ultimo veicolo, a chiusura di un cerchio di elementi che comunicano col nostro profondo (visto che anche il vino ottempera al proposito): la musica.

Obbligatorio era pertanto collocare l’evento in luogo adeguato.

Studio 33 di Enzo Abbate (il numero scegliete voi se è per causa del civico 33a di via della Paglia oppure per i giri del vinile), un salotto curato finemente da un progetto di Ana Gugić, è l’ambiente perfetto. Una hi-end listening room, un locale che emozionerebbe qualunque audiofilo, che utilizza essenzialmente prodotti della Oswalds Mill Audio, dagli amplificatori con valvole originali degli anni ’50, ai diffusori AC1 da pavimento, costruiti con legno massiccio, a tre vie e caricati a tromba posta in cima, e tant’altro che non riesco ad esprimere per via della mia ignoranza, una elegante sala curata nei minimi dettagli affinché  la musica si allarghi nello spazio, venga espansa e non compressa, ti avviluppi senza che tu possa sottrarti e impedirlo. Il progetto di Studio 33 si completa con una propria etichetta discografica, la Hyperjazz.

Entrati nel buio totale l’udito si è preso lo spazio lasciato dal senso che momentaneamente ci era venuto a mancare. Il rumore del vino che percolava nei calici si è amplificato, più che definirlo molto vicino era tridimensionale e assomigliava al sentire della musica nelle cuffie. Un suono rilassante, ipnotico, zen e mistico per la mia esperienza. Per un momento ho pensato provenisse dai diffusori, fino a quando questi si sono attivati sul serio, trasmettendo musica italiana d’autore (De Gregori, Califano, De André, Morricone performato da Pat Metheny) con brani meno noti dimodoché le dolci melodie servissero allo scopo di interagente e non intralciassero la concentrazione della degustazione. Ciò che è avvenuto durante, a tu per tu col vino, è complicato da spiegare in maniera compiuta e immagino che ognuno dei presenti avrà la sua versione da raccontare. Semplificando è stato un avvenimento totalmente diverso da quanto finora mi era accaduto in un frangente analogo, anche nella semplice fruizione del succo d’uva fermentato. Al di là delle considerazioni sul vino che comunque esprimerò, è stato un rapporto molto intimo e consensuale con il liquido odoroso (cit.), come quello tra due persone che si intendono e si amano.

Ma è giunto il momento di parlare dei vini.

L’azienda che si è coraggiosamente prestata all’esperimento è stata la Cantina Roccafiore situata in Umbria a Todi. Ero stato messo in allerta in anticipo che la Cantina disponeva di un Grechetto di notevole qualità. Oltre a confermarlo aggiungo di grande longevità.

Luca Baccarelli ci ha narrato la nascita dell’azienda avvenuta alla fine degli anni ’90 per opera del padre Leonardo, una tenuta di circa 90 ettari dei quali solo 15 sono vitati, il resto è destinato a noccioleti e oliveti (abbiamo avuto occasione di assaggiare un olio a base del classico trittico di frantoio, moraiolo e leccino di grande intensità e qualità). Roccafiore si completa di un resort con centro benessere e ristorante.

Antesignana nell’investire su un vitigno autoctono come il Grechetto, che 20 anni fa era una scommessa con incerto risultato, Roccafiore ha grande attenzione al rispetto dell’ambiente, suggellata dall’essere nel 2007 tra le prime aziende vinicole a dotarsi di fotovoltaico. La conduzione è in biologico, con certificazione di viticoltura sostenibile Viva, e alcuni vini sono effettuati con fermentazione spontanea da pied de cuve.

Protagonista dell’evento è stato il Grechetto, ma l’azienda produce anche un vino da Trebbiano Spoletino (chiamato l’altrobianco), un sangiovese (anche in versione rosato), altri due rossi fra cui un Montefalco Sagrantino, e infine un passito da uve Moscato. È attiva anche con una distribuzione di champagne e affini chiamata Les Bulles, che al momento ha in catalogo 22 aziende. Abbiamo avuto modo di assaggiarne uno, proveniente dalla valle della Marna, l’extra brut di Éric Taillet domiciliato a Baslieux-sous-Châtillon, da Pinot Meunier in purezza, molto sapido rispetto a quanto il vitigno generalmente offre.

Il Grechetto di Todi è una Doc relativamente giovane, instaurata nel maggio 2010, ma il vitigno era già menzionato da Plinio il giovane quindi abbiamo un buco di attenzione di duemila anni, ci dice con ironia Luca Baccarelli. La varietà dà luogo globalmente a circa un milione di bottiglie, una produzione ancora irrisoria.

Vini in sottrazione, freschi e bevibili era l’idea alla base del concepimento paterno e per arrivare al risultato e dargli spessore e agilità si rivolgono all’enologo Hartmann Donà di Terlano. Dopo quindici anni di collaborazione, a partire dal 2014 la cura in vigna e in cantina passa in mano a Luca con il supporto dell’enologo Alessandro Biancolin.

Per godere di un clima maggiormente fresco, consentire acidità e maturazione adeguata dei grappoli, in tre riprese i vigneti vengono spostati sul versante nord; tuttavia l’effetto collaterale è il problema di gelate primaverili, come è avvenuto nel 2017 e 2021.

Al buio eravamo in presenza di una verticale del medesimo vino con annate diverse, e questo personalmente lo avevo colto. Il fatto sorprendente è di non aver centrato la successione dei millesimi, nella fattispecie abbiamo iniziato con il secondo più anziano, e sul quale avevo quasi la certezza fosse tra i più giovani.

Il Grechetto di Todi Fiorfiore di Roccafiore effettua una pigiatura delicata delle uve, con mosti decantati in modo naturale e fermentazione spontanea con pied de cuve a temperatura controllata in tini di acciaio.

L’affinamento è di 12 mesi in anfore non ossidative, con ridottissa porosità, che quanto a risultato sono assimilabili adoperando contenitori in cemento vetrificato, inoltre sono utilizzate grandi botti di rovere di Slavonia di legno esausto, dove il vino rimane a contatto con le fecce fini e non svolge la fermentazione malolattica; dopo l’imbottigliamento il vino riposa minimo 6 mesi in bottiglia.

Fiorfiore 2016 13.5%

Sorso teso ed elegante, proveniente da una annata esemplare. È stato il vino che ha maggiormente sorpreso per via della sua freschezza, ingannando i partecipanti, come chi scrive che lo aveva collocato nella decade successiva. Lineare, con note di miele d’acacia, di cipria, confettura di frutta gialla. Tuttavia mi aspettavo una complessità e una persistenza maggiore.

Fiorfiore 2017 13%

Malgrado l’annata calda il vino è risultato fresco, vivo, dotato di grande sapidità e piacevolezza. Frutta a polpa gialla e una tenue nota tannica fa intendere lo spessore riscontrato nel calice. Amerei riassaggiarlo in seguito perchè potrebbe destare delle sorprese.

Fiorfiore 2018 13%

Il vino che mi ha entusiasmato in maniera più significativa. Fresco, con sorso verticale, una beva complessa e ricca, e piacevolmente scorrevole. Sapido e con note minerali in evidenza, molto intenso olfattivamente, con richiami alla frutta gialla e anche a quella esotica, munito di richiami a delle spezie delicate. Lunga è la sua persistenza a rimarcare lo spessore di questo vino.

Fiorfiore 2019 13%

Non sempre le bottiglie sono in stato di grazia. In questo caso ho trovato un vino poco concentrato, con sentori vinosi, di tenue frutta esotica, di ananas, e indubbiamente sapido. Al palato è rarefatto e di media persistenza.

Fiorfiore 2014 13.5%

La magnum aperta per l’occasione è la testimonianza della longevità del vitigno, quando è prodotto con maestria. Proveniente da una singola vigna di circa un 1,5 ettari, si differenzia dagli altri vini assaggiati per la vinificazione avvenuta interamente con l’affinamento in legno, nessun apporto quindi dovuta ad anfore. Si riscontrano ovviamente i segni dell’evoluzione, ma il vino è ancora teso, con note di legno e di frutta a confettura, di miele, glicerina, cera d’api, crema pasticciera, ma anche con sentori di cipria, e di sapidità e mineralità persistenti.

Complessivamente la missione è compiuta se si intendeva creare vini agili, freschi e improntati alla beva. Circa la vinificazione in sottrazione invece, devo dire che li ho trovati molto più ricchi di quanto ci si poteva aspettare, senza tuttavia arrivare all’opulenza. Per la mia modesta opinione è un plus rilevante. La cosa però ancor più importante è la costanza nella cifra stilistica, declinata alla freschezza, alla sapidità e mineralità.

A conclusione dell’articolo, devo ammettere che pur avendo tentato il completo rilassamento durante l’oretta in cui si è svolta la degustazione alla cieca (secondo il parere del mio orologio vi sono riuscito perché sancisce che ho dormito per 18 minuti) ero altrettanto consapevole della transitorietà dell’esperienza: essere in quella condizione è certamente tutt’altra faccenda.

Buonissimi 2025 – La ricetta della guarigione

Il 23 giugno, di nuovo insieme a sostegno della ricerca in oncologia pediatrica.

L’appuntamento tra i più attesi dell’estate: Buonissimi, l’evento benefico a sostegno della ricerca scientifica in oncologia pediatrica, giunge alla sua settima edizione e si svolgerà lunedì 23 giugno 2025, dalle ore 20:30, al Marina d’Arechi – Port Village.  

Anche quest’anno l’Associazione OPEN OdV – Oncologia Pediatrica e Neuroblastoma, con l’evento Buonissimi conferma l’impegno di raccogliere fondi per i progetti di ricerca scientifica avanzata. Prosegue il percorso di medicina personalizzata e innovativa, con un’attenzione particolare al ruolo dell’Editing genomico e delle nuove terapie biologiche nei tumori pediatrici.

Organizzato da Paola Pignataro e Silvana Tortorella, Buonissimi 2025 vedrà riuniti i protagonisti del mondo enogastronomico: chef e chef stellati, pizzaioli, friggitorie, paninoteche, maestri pasticcieri, produttori, viticoltori, birrifici artigianali e bartender. Grande attenzione anche quest’anno alla sostenibilità e all’offerta senza glutine.

Anna Maria Alfani, presidente dell’Associazione OPEN OdV, ha dichiarato:
“Buonissimi è un momento di festa che porta con sé un messaggio forte: sostenere la ricerca per offrire ai bambini cure sempre più efficaci e personalizzate. Grazie alla generosità di tanti, possiamo continuare a investire in studi fondamentali per migliorare le prospettive di guarigione”

Il prof. Mario Capasso, coordinatore scientifico del progetto sostenuto, ha sottolineato:
“La ricerca sui tumori pediatrici non si ferma. Stiamo lavorando su strategie sempre più mirate, come l’immunoterapia e la medicina di precisione, in collaborazione con altri centri di ricerca, per dare ad ogni bambino la possibilità di ricevere la cura giusta al momento giusto”.
Anche Agostino Gallozzi, presidente di Marina d’Arechi, rinnova il sostegno all’iniziativa:
“Siamo felici di accogliere ancora una volta Buonissimi nella marina del porto di Arechi . Sarà una serata speciale, dove il gusto incontra la solidarietà e la bellezza del nostro territorio”.

Paola Pignataro e Silvana Tortorella concludono:
“Buonissimi è passione e impegno. Ogni edizione è una sfida, un’opportunità per coinvolgere sempre più amici e aziende in un progetto che fa bene e fa del bene.

Siamo felici di avere al nostro fianco, anche quest’anno, tanti amici che condividono con noi questo entusiasmo. Come Roberto Jannelli e Rosario Augusto, che faranno da supporter per il dopo cena sulla Terrazza, dove si concluderà la nostra passeggiata enogastronomica.

Ad accompagnare la serata, la musica di Marco Rovezzi, la tromba di Paolo Gravina e il sax di Carlo Gravina. In consolle Mirko Coppola e le pubbliche relazioni di Emiliano Esposito per un finale tutto da vivere.

L’elenco completo dei partner e dei sostenitori è disponibile sul sito www.buonissimi.org.

Per informazioni e partecipazione:
info@buonissimi.org | www.buonissimi.org

Sorrento: da Vrasa la “brace” che non ti aspetti

Perché la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia… cantava Vasco Rossi nell’immortale Sally. Equilibrio e follia sono le parole giuste per definire le proposte di Vrasa, locale caldo e intimistico nel centro della “dolce vita” di Sorrento.

Francesco e Fiorenza Gargiulo, fratello e sorella nonché giovanissimi titolari, hanno scelto un altrettanto valida coppia di chef per la gestione della cucina open space. Alberto Di Martino e Raffaele Eroico si sono proposti in doppio, ognuno con le proprie passioni, ma con la possibilità di essere autonomi anche in singolo.

Ricette originali per nulla scontate, incardinate nella tecnica degli asadores sud americani o come le tipiche butchery eleganti di stampo mitteleuropeo, arricchite dal tocco di brace presente anche nei dessert. Da ex fondo agricolo per il riposo di cavalli e vitelli ad un comodo giardino botanico, con tanto di orto e piante da frutto che fungono da splendida cornice al lounge bar. Il concept di Vrasa inizia dal suo esterno, per gustare nelle serate estive un aperitivo rinfrancante dalla calura.

Immersi in un’atmosfera quasi bucolica circondati da mura di un antico bastione, ci si sposta poi nel locale interno, dalle ampie vetrate utili a far trasparire i caldi toni del tramonto. Uno chef table consente ai più romantici di cenare osservando le abilità di chi prepara le pietanze al di là del banco. Tante le degustazioni di vino organizzate durante le stagioni, grazie alle oltre 600 referenze in carta ed all’amicizia consolidata con la Maison Tattinger, eccellenza dello Champagne.

Menu atipico, senza la classica distinzione tra antipasti, primi e secondi. Si utilizza, per un ipotetico percorso degustativo da 4 portate per 79 euro, la classificazione degli elementi base, cominciando dalle proteine per virare alla rovescia verso i carboidrati e la pasta fatta a mano, eccezion fatta per il tubettone di Gragnano a marca Il Re della Pasta. Distinzione finale tra il pescato locale, quinto quarto incluso e un piccolo assortimento di tagli di carne comunque presenti, vista l’anima fuochista del ristorante.

Il logo ricalca un uomo preistorico davanti al fuoco ardente, clima perfetto per iniziare la carrellata degli assaggi dalle cozze alla brace su composta di fiori e zucchine, con peperoncino candito. Una leggera spinta sapida ulteriore avrebbe ottimizzato il connubio stravagante tra la campagna ed il mare. La carbonella utilizzata per tutte le affumicature “in doppia camera” è di legno di faggio, particolarmente richiesta per l’aroma neutro non invadente.

La tartare al chimichurri con barbabietola dolce, salsa al wasaby, chutney e radici di loto è dotata di un pizzicore denso che andrebbe moderato a seconda delle esigenze. Come da tradizione il carciofo in più consistenze, servito col suo fondo di salsa alle foglie e prezzemolo e a parte il gambo laccato al miso di sesamo, che dimostra l’estro gourmet dei fratelli Gargiulo.

Il calamaro velato ripieno di bisque blanche, agretti e lupini di mare, spinge con decisione verso il confine tra saporito e salato, corroborato dall’affumicatura intensa. Straordinario il piatto vegan composto da finocchio alla brace, salsa fatta con le barbette del vegetale, gel all’arancia e shichimi, mix di spezie orientali.

Fantasioso e intrigante, invece, l’invenzione della rana pescatrice in pelle di pollo con taccole, lumache di mare e piselli. Cottura a bassa temperatura del pesce e successivo passaggio sui carboni ardenti. Una pietanza di livello impegnativo, su cui si può lavorare in futuro alla ricerca della variazione perfetta.

Pittorico e gustoso il tortello all’uovo, colorato con nero di seppia ed estrazione di barbabietola, farcito da coda di manzo all’Aglianico. Una visione per gli occhi e il palato.

Finale con “Biancofiore”: una torta paradiso con namelaka e sorbetto al limone, su salsa al limone affumicato e confettura.

Ottimo il contrasto di sensazioni, per una chiosa lontana dai canoni dei dessert stucchevoli di una volta.

VRASA

Via Santa Maria della Pieta’, 30
Sorrento (Na)

info@vrasa.it – tel. 3404273961

Napoli: chef Rosario Avolio e La Tattoria tra i vincitori del programma televisivo Foodish

Melanzane pullastiello, scarola e peperone mbuttunato, polpette con la salsa, parmigiana di melanzane.

Tutto fa pensare a uno di quei pranzi della domenica dove un’infaticabile nonna di origine partenopea profondeva per ore – se non giorni- la propria maestria culinaria per la gioia della famiglia, riunita attorno alla tavola.

Siamo invece a Napoli, nel cuore del quartiere Vomero, più precisamente in Piazza Cosimo Fanzago da La Tattoria, accogliente ristorante glamour in stile “jungalow”, dove lo chef Rosario Avolio propone la cucina della tradizione locale.

Tatto Chef ci accoglie personalmente e ci dà il benvenuto come a casa: è proprio tale atmosfera di ospitalità che vuole ricreare nella sua Tattoria e racconta che la passione per la cucina è nata proprio durante le domeniche passate a cucinare accanto alla nonna.

Aperti i battenti poco più di una anno fa, La Tattoria gioca sull’assonanza tra il soprannome che chef Avolio porta con orgoglio sulla casacca – Tatto, il modo in cui i nipotini lo chiamavano da piccoli, non riuscendo a pronunciare bene la parola zio – e il termine trattoria.

Ma la vera svolta è avvenuta da poco tempo, con il programma televisivo Foodish di Jo Bastianich, che ha incoronato il piatto creato e presentato da chef Avolio per l’occasione: la pasta mista ceci e vongole.

Da quel momento, racconta lo chef, in molti sono arrivati incuriositi da questa specialità. Una famiglia proveniente dal Veneto ha persino previsto, tra le tappe del proprio viaggio napoletano, la sosta a La Tattoria per assaggiare la cucina di Rosario.

Stagionalità degli ingredienti? Certamente! conferma chef Avolio, ma sempre nei limiti della sontuosa cucina napoletana e delle verdure alla base dei propri piatti: a breve non sarà più stagione di scarole, ingrediente principale di uno delle preparazioni più richieste, la scarola ripiena, e verrà introdotto il tegamino peperoncini verdi di fiume, cozze e pecorino.

Ci sediamo a tavola curiosi, con un certo languorino e non veniamo delusi nelle aspettative. Il ricco antipasto servito a centro tavola ci permette di degustare tutte le specialità di Rosario e fare un tuffo nel passato, quando non si contavano le calorie nel piatto e riunirsi intorno alla tavola della domenica era un rito irrinunciabile.

Iniziamo con la famosa melanzana pullastiello, fette di melanzana a doppia frittura, ricomposte intere e  ripiene di provola e salame: farcitura ricca come probabilmente doveva essere quella di un piccolo pollo, ‘o pullastiell appunto in napoletano. 

Proseguiamo con altri due classici imbottiti, o meglio ‘mbuttunati, il peperone e la scarola: il primo goloso, col suo ripieno di provola e prosciutto, la seconda di origine popolare, perché usa una farcitura “povera” di capperi, pinoli, uvetta e, quando possibile, qualche filetto di alice.

Non poteva ovviamente mancare la parmigiana di melanzane, succosa come vuole la tradizione partenopea, anch’essa di molta sostanza, perché le melanzane vengono prima fritte e poi composte in sformato. Per chiudere gli antipasti, il tegamino di polpette succulenti al sugo.

Tatto chef ci accoglie in cucina mentre termina la preparazione del piatto cult della serata: la pasta mista – o meglio la mischiata– con ceci e vongole, vincitore del programma condotto da Jo Bastianich.

Foodish, neologismo destinato a entrare di forza nella nostra lingua, che ci fa pensare a qualcosa di mangereccio e godurioso allo stesso tempo, è il programma dell’imprenditore americano che si propone, in trentuno puntate, di scovare piatti della tradizione del Bel Paese rielaborati da una nuova generazione di chef intraprendenti.

Eccoci pronti al piatto di Tatto chef che ripropone il più classico dei primi di mare, la pasta con le vongole, ma lo fa passando ancora una volta attraverso la tradizione partenopea, che già prevede una preparazione che sposa legumi e mitili, la pasta e fagioli con le cozze.

Nell’interpretazione di Chef Avolio, i legumi utilizzati sono i ceci, più aromatici e delicati, il mitile, la vongola. Un’ultima rimestata nel classico coccio e possiamo gustare un piatto appetitoso, in cui l’avvolgente cremosità, unita alla freschezza delle vongole e a una punta di peperoncino, rendono la preparazione equilibrata e armonica.

Tatto chef ci saluta con un dolce semplice, anch’esso frutto della tradizione familiare: una frolla delicatissima ripiena di crema pasticcera aromatizzata al limone.

Ce ne andiamo pensando alla grande cucina del Sud Italia, intramontabile anche in un’epoca in cui l’attenzione all’alimentazione è quasi da estremisti. Il suo elisir di lunga vita risiede nei concetti di tradizione, passione e convivialità.

LA TATTORIA

Piazza Cosimo Fanzago, 117

80129, Napoli (NA)

GIACOMO BARTOLOMMEI NUOVO PRESIDENTE CONSORZIO VINO BRUNELLO DI MONTALCINO, IL PIÙ GIOVANE NELLA STORIA DELLA DENOMINAZIONE

NOMINATI ANCHE I TRE VICEPRESIDENTI: ANDREA CORTONESI (UCCELLIERA), FABIO RATTO (ANTINORI) E BERNARDINO SANI (ARGIANO)

(Montalcino-SI, 3 giugno 2025).  Giacomo Bartolommei (33 anni) è il nuovo presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino. Il più giovane presidente nella storia della denominazione – e tra i più giovani in Italia in questo ruolo – è stato nominato oggi all’unanimità dal nuovo consiglio di amministrazione per il prossimo triennio e succede a Fabrizio Bindocci, alla guida dell’ente negli ultimi due mandati.

Nel corso della seduta sono stati eletti anche i vicepresidenti: Andrea Cortonesi (Uccelliera, che guiderà la Commissione tecnica), Fabio Ratto (Antinori, Commissione istituzionale) e Bernardino Sani (Argiano, Commissione promozione).

“Desidero ringraziare i soci per la significativa fiducia riposta in me e nei consiglieri appena eletti. La grande percentuale di soci presenti alle ultime elezioni sono un messaggio forte di appartenenza al Consorzio – ha dichiarato Giacomo Bartolommei, da oggi alla guida del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino -. L’auspicio, pertanto, è che tutti i soci riscoprano nel Consorzio un ambiente propizio alla coesione e al lavoro comune per il bene e lo sviluppo del territorio. Il contesto economico attuale richiede un’azione energica in termini di promozione e comunicazione – ha concluso Bartolommei -. La nostra priorità sarà duplice: valorizzare il prestigio dei nostri vini e, potenziarne la percezione sul mercato. Parallelamente con  inalterata determinazione continueremo a tutelare il nostro marchio e le nostre denominazioni.”

“Lascio in eredità al nuovo presidente un Consorzio economicamente solido che, nel 2024, ha registrato un fatturato prossimo ai 4,5 milioni di euro, in aumento del 4,3% rispetto all’anno precedente, e un utile di quasi 627 mila euro destinato a riserva – ha commentato Fabrizio Bindocci, presidente uscente-. Sono certo che la nuova governance saprà affrontare con determinazione e visione le sfide all’orizzonte, continuando a investire sulla promozione e sul posizionamento dell’intera piramide qualitativa espressa dai vini di Montalcino, a partire dal suo Brunello divenuto sempre più brand territoriale conosciuto in tutto il mondo”.

Classe 1991, Giacomo Bartolommei è oggi enologo e responsabile export di Caprili, l’azienda di famiglia nata nel 1965 a sud-ovest del territorio del comune di Montalcino. Dopo gli studi in Enologia e viticoltura all’istituto Tecnico Agrario Ricasoli a Siena, entra ufficialmente in Caprili nel 2016, anno della sua prima vendemmia. Nel 2018 consegue la laurea in Economia e commercio all’università senese. È stato vicepresidente del Consorzio nell’ultimo triennio.

Il Consiglio di amministrazione del Consorzio del vino Brunello di Montalcino registra l’ingresso nel board di Violante Gardini Cinelli Colombini (Casato Prime Donne) a seguito delle dimissioni per motivi personali di Andrea Costanti intervenute successivamente alle elezioni del 14 maggio scorso.

Il Consorzio del vino Brunello di Montalcino riunisce oggi 214 soci, per una tutela che si estende su un vigneto di oltre 4.300 ettari nel comprensorio del comune di Montalcino (2.100 gli ettari a Brunello, contingentati dal 1997), in favore di quattro Dop del territorio (Brunello di Montalcino, Rosso di Montalcino, Moscadello e Sant’Antimo).

In allegato: foto Giacomo Bartolommei, presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino.

Ufficio stampa Consorzio del Brunello di Montalcino – Ispropress:

Benny Lonardi, 393.4555590 – direzione@ispropress.it;

 Simone Velasco, 327.9131676 – simovela@ispropress.it;

Sara Faroni, 328.6617921 – ufficiostampa@ispropress.it.

Alla scoperta dell’Uva Greca Puntinata

Lo scorso 20 maggio ad Acquapendente (VT), presso S’Osteria38, si è svolta la tavola rotonda riguardante un antico vitigno autoctono laziale recentemente riscoperto: l’Uva Greca Puntinata. Un progetto ambizioso che ha coinvolto vari personaggi del mondo vitivinicolo, per comprendere le discendenze ampelografiche attraverso il suo patrimonio genetico.  La serata è stata coordinata da Carlo Zucchetti ed Elisa Calanca, patron di S’Osteria38.

S’Osteria38 si trova sulla via Francigena che da Canterbury porta a Roma. Ne abbiamo già scritto menzionando I tesori della Tuscia. Struttura vocata ad accogliere ogni tipo di viaggiatore garantendo l’unione tra ristorazione di qualità, ospitalità attenta alle necessità del cliente, informazioni turistiche e spazio lavoro in condivisione.

Siamo in Tuscia, uno straordinario lembo di terra in provincia di Viterbo ai confini con Toscana e Umbria, alle falde del Monte Amiata e con il lago di Bolsena al centro. Ricca di necropoli etrusche, castelli medievali e stupendi Borghi arroccati su rocce di tufo, immerse nella natura e circondate da boschi, oliveti e vigneti.

Alla tavola rotonda sono intervenuti: Glauco Clementucci – Assessore all’ambiente e al Borgo di Trevinano, Elisa Calanca – Coordinatrice progetto, Carlo Zucchetti – L’Enogastronomo con il Cappello, Giovanni Pica – Sostegno alle Imprese e Valorizzazione Ecotipi – Arsial, Massimo Bedini – Ex direttore della Riserva Naturale di Monte Rufeno, Aldo Lorenzoni – G.R.A.S.P.O., Luigino Bertolazzi – G.R.A.S.P.O., Andrea Bellincontro – Professore di Enologia Università degli Studi della Tuscia, Adio Provvedi – Interprete del territorio, Maicco Pifferi – Slow Food Viterbo e Tuscia, Gaetano Calcagno – Viti sul Lago, Edoardo Ventimiglia – Sassotondo.

L’Uva Greca Puntinata

Fondamentale fu l’intuizione del compianto Alvio Fusi, il quale appena pensionato acquistò due appezzamenti di terreno, con viti ultracentenarie a piede franco, di una varietà particolare localmente chiamata Greco. Nelle campagne di Acquapendente negli anni ’60 del secolo scorso venivano coltivati centinaia di ettari di quest’uva; tuttavia, dopo la chiusura della cantina sociale e il conseguente spopolamento agrario, i vigneti vennero abbandonati.

Grazie a studi ed analisi realizzate nei vari laboratori è stato scoperto che non si trattava di Greco, bensì di una varietà a se stante, denominata Uva Greca Puntinata, grazie al lavoro svolto dall’Arsial e dalla Riserva Naturale Monte Rufeno per i risultati ottenuti e a G.R.A.S.P.O. che l’ha vinificata e imbottigliata.

Degustazione di vini ottenuti da Uva Greca Puntinata e altri vitigni rari italiani

Le altre varietà che rischiavano l’estinzione sono: Uvalino, Slarina, Liseiret, Croa’, Invernenga, Hoertroete, Furner Hottlinger, Enantio, Casetta, Pontedara, Brepona, Rossa Burgan, Denela, Quaiara, Vernazola, Piculit, Cianoire, Piccola Nera, Uva Longanesi, Pugnitello, Nocchiatello, Raspato, Madamabianca, Minnella, Tribbuoti e Zzinneuro.

G.R.A.S.P.O.

L’acronimo sta per: Gruppo di Ricerca Ampelografica per la Salvaguardia e la Preservazione dell’Originalità e la biodiversità viticola, dall’idea di tre enologi: Aldo Lorenzoni, Luigino Bertolazzi e Giuseppe Carcereri de Prati. Un’associazione che riscopre varietà di uve abbandonate e destinate all’estinzione dell’originale patrimonio ampelografico italiano. 

Credendo fortemente che la biodiversità diverrà fondamentale sia a livello di cambiamento climatico sia a livello di diversificazione, i fondatori hanno ricoperto importanti ruoli nel panorama vitivinicolo italiano e vinificano le uve da loro individuate.

Un giorno tra gli antichi documenti dell’Archivio Storico del Banco di Napoli, Patrimonio Unesco

Ben 100 chilometri di documenti, 4 piani ed oltre 200 stanze di Palazzo Ricca a Napoli occupate dagli antichi scritti del Fondo Apodissario degli otto Banchi Pubblici presenti nel capoluogo partenopeo, facente parte del più articolato Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli.

Stiamo parlando di un Patrimonio Unesco di rara bellezza, memoria storica delle principali attività economiche dal 1500 fino alla metà del secolo scorso. Agli inizi dell’opera manuale certosina, Napoli era considerata la seconda città più popolosa dopo Parigi e la capitale del Mediterraneo, grazie all’espandersi del sistema portuale. Con la guida Dalila Lahoz ha inizio da qui un lungo viaggio tra cultura e affari, che dura da quasi cinque secoli.

La Napoli del 1500 e la nascita dei Banchi Pubblici

I suoi abitanti attendevano un radicale intervento utile a favorire e implementare gli scambi commerciali; un metodo alternativo all’usura, considerata senza alcuna deroga un peccato mortale da parte della Chiesa Cattolica e, pertanto, screditata e osteggiata. Dall’arpagone singolo, al classico e regolare rapporto bancario, tutto ciò che richiedeva il pagamento di interessi a fronte di un prestito veniva bollato dall’opinione pubblica e condannato dalla Legge.

Il teologo predicatore Bernardino da Siena aveva aperto, in precedenza, un piccolo spiraglio nella visione dogmatica dell’impresa e della proprietà privata, ammettendo la legittima ambizione al guadagno del lavoratore onesto e timoroso di Dio. A buona azione deve corrispondere un vantaggio sia personale che per l’intera collettività: ecco la decisione coraggiosa dell’istituzione del primo Banco Pubblico nel 1539: il Banco di Pietà a San Biagio dei Librai.

Ad esso si aggiunsero, fino al 1640, altri 7 banchi posti nel perimetro del centro storico. A palazzo Ricca, attuale sede dell’Archivio Storico, sorgerà il Banco dei Poveri; ognuna di queste strutture gode delle medesime procedure amministrative e associative, compresa la scelta di un’Opera Pia (o Ente ecclesiastico affine) di carità per garantire una facciata sana a protezione da qualsiasi stigma religioso.

Studiando e leggendo le decine di migliaia di reperti, si risale al momento di passaggio dall’utilizzo della moneta contante alla nascita delle fedi di credito, antesignane dei moderni titoli all’ordine e delle madrefedi, sorta di primordiale conto corrente.

Ma cos’è una “fede di credito”?

All’epoca non era semplice certificare le reali sostanze patrimoniali negli accordi e nei contratti. La fede di credito era una testimonianza scritta, da parte di chi la rilasciava e controllata da notai, del rapporto esistente tra banco e cliente correntista. Divenne rapidamente una sorta di valore di scambio, utilizzabile previa girata e intestazione al posto del conio in vigore. In ogni causale veniva indicata la motivazione del pagamento, al fine del prelievo dei soldi da parte di chi fosse in possesso della notula.

Era prevista la possibilità di girare intestando all’infinito le fedi di credito, al punto tale che molte di esse non rientreranno mai nelle filiali d’emissione, consentendo un utilizzo effettivo dei depositi da parte dei governatori spagnoli per le spese più disparate comprese quelle per armi, abbellimento dei quartieri e sanità.

Immancabile la contraffazione dei documenti: gli impiegati dei banchi furono costretti ad applicare un bollo a freddo per registrare le fedi di credito. Quelle non più utilizzabili venivano impilate in apposite “filze” appese al soffitto, per esigenze di spazio e per essere salvate dalla fame dei roditori.

La pregiata carta d’Amalfi di cui erano composte ne ha consentito la perfetta conservazione fino ad oggi, divenendo lo specchio raffigurante di un passato, lungo trecento anni, di evoluzione della comunità non solo napoletana, ma mediterranea e delle crisi socio-politiche precedenti la fine del Regno delle Due Sicilie e l’unità d’Italia.

I registri: pandetta, libro dei conti e giornale copia polizze

Le vite di 17 milioni di persone in 4 secoli vennero registrate ad eterna memoria nei registri bancari, composti dalla pandetta dove veniva indicato nome e cognome e numero di conto. Si iniziava così per usanza spagnola, dando precedenza alle lettera A – F – G iniziali dei nomi più diffusi a Napoli all’epoca.

Si procedeva quindi con il libro dei conti dare/avere che includeva le spese e le entrate, elencate con dovizia minuziosa da ogni funzionario riconoscibile per sigla. Infine, per avere contezza delle effettive causali, si passava all’analisi e relativa compilazione del giornale copia polizze, elemento fondamentale per risalire alla storia finanziaria di ciascun cliente.

La peste e l’emergenza sanitaria

A metà del XVII secolo imperversò l’epidemia di peste bubbonica, che colpì la metà della popolazione partenopea. Napoli venne blindata, non si poteva entrare né uscire, ma i Banchi restarono comunque aperti per le spese del personale sanitario, dei farmaci, lazzaretti e persino dei becchini. Il medico siciliano Carlo Amorexano venne richiesto d’urgenza dal collega amico Agostino Baratto per salvare la vita del figlio, pagandolo in cambio con una fede di credito, a testimonianza dell’uso di tale strumento anche nel periodo più buio dell’Umanità.

La storia del Cristo Velato commissionato dal principe Raimondo di Sangro

Allo scultore Giuseppe Sammartino venne commissionato uno dei capolavori marmorei di indiscussa bellezza, all’interno della cappella Sansevero del principe Raimondo di Sangro. Nella causale, compilata dal servo Gennaro Tibet, venne indicato dal nobiluomo ogni minimo particolare di come dovesse essere realizzata la statua del Cristo Velato e il pagamento promesso di ben 500 ducati, quasi 120 mila euro attuali.

La nascita del Regno d’Italia

Nel 1819 gli 8 Banchi esistenti nel capoluogo vennero unificati dai Borbone nel Banco delle Due Sicilie; nel 1861, all’arrivo dei Savoia, il nome muterà in Banco di Napoli. La storia post-unificazione racconta dell’ingente attività di invio somme di denaro per il mondo, seguendo i flussi migratori.

Ogni cliente poteva spedire un conforto economico da e per il luogo dove i parenti erano emigrati per lavoro. Tante le storie di sofferenza documentate, quando i soldi non potevano essere consegnati per irreperibilità o morte del beneficiario o, semplicemente, perché rientrato in Patria.

Il compositore Rossini e la fine dei rapporti con l’impresario Domenico Barbaja

Anche il gossip dietro le fedi di credito conservate in archivio. Il celebre compositore Gioacchino Rossini, talento scoperto e scritturato da Domenico Barbaja per il Real Teatro di San Carlo di Napoli, dovette restituire parte dei compensi percepiti a seguito della rottura dei rapporti tra i due.

Motivo del contendere fu una donna, la cantante d’opera Isabella Colbrand compagna di Barbaja, che fuggì per amore con Rossini divenendo in seguito sua moglie.

Michelangelo Caravaggio nell’Archivio Storico del Banco di Napoli

Anche Caravaggio figurò nei rapporti del Banco. In realtà l’archivio è la testimonianza scritta con il maggior numero di documenti attribuibili all’artista. Caravaggio dovette fuggire a Napoli dopo un duello vinto durante il quale uccise Ranuccio Tomassoni, per una disputa d’amore e debiti. Protetto dalla famiglia Colonna, trovò asilo in Campania dove alcuni mercanti gli commissionano quadri e rare opere d’arte. Uno di essi, Nicolò Radolovich, pagò 150 ducati per una tela mai rinvenuta.

Il dubbio che non sia stata mai realizzata dal pittore risiede nel fatto che egli incassò l’acconto a valere su 200 ducati totali. La forma del contratto indicava con dovizia la data di consegna e come dovesse essere dipinto il quadro, comprese le posizioni delle figure.

La digitalizzazione: una nuova era per l’Archivio Storico del Banco di Napoli

Nella prospettiva di un più ampio disegno di definizione e implementazione delle risorse digitali  dell’Archivio Storico del Banco di Napoli è stata compiuta un’operazione di recupero e integrazione dei contenuti informativi degli inventari cartacei dei diversi fondi documentali. Gli inventari trattati sono collocati in tre sezioni: la prima dedicata ai banchi pubblici di età moderna, la seconda al Banco delle Due Sicilie, la terza al Banco di Napoli.

L’intervento, praticato con l’ausilio dell’applicativo Arianna, ha previsto una attività iniziale dedicata al trattamento delle scritture apodissarie degli otto antichi banchi di età moderna (secc. XVI ultimo quarto – XIX primo quarto). Le scritture patrimoniali sono attualmente in revisione, ma un primo supporto ha riguardato la serie delle pergamene del Banco della Pietà. È inoltre in via di completamento il lavoro di inventariazione analitica dei verbali degli organi sociali del Banco di Napoli (secc. XIX seconda metà – XX seconda metà).

Negli ultimi anni sono stati varati progetti di ricerca e repertoriazione dedicati alla pratica di Arti e mestieri (secoli XVI-XIX) e al primo biennio del Decennio francese (1806-1808): le schedature hanno previsto la creazione delle relative collezioni digitali e rappresentano un’agile risorsa per studi ed indagini.

Ultimo nato è l’intervento sulle pandette del XVI secolo dedicato all’indicizzazione dei nominativi dei clienti degli antichi banchi pubblici napoletani. A questo si aggiunge comunque la possibilità per i visitatori, previa apposita richiesta da inoltrare alla Fondazione Banco di Napoli, di poter visitare tutte le aree adibite alla raccolta dei documenti storici, negli orari aperti al pubblico.

Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli

Palazzo Ricca – Via dei Tribunali 213 – 80139 Napoli
Centralino +39 081 449400
E-mail: archiviostorico@fondazionebanconapoli.it

Chiuso il mercoledì e la domenica pomeriggio

Radda Nel Bicchiere 2025: un viaggio emozionante nel cuore del Chianti Classico

Il borgo medievale di Radda in Chianti ha ospitato, il 24 e 25 maggio 2025, la 28ª edizione di Radda Nel Bicchiere, un appuntamento imprescindibile per gli appassionati e gli operatori del settore. Oltre trenta aziende hanno presentato in degustazione più di cento etichette, offrendo un panorama approfondito sulle eccellenze del Chianti Classico.

A corredo delle degustazioni, due seminari di alto profilo hanno arricchito l’evento: il primo, un gemellaggio tra il Sangiovese e il Cannonau, guidato da Aldo Fiordelli, ha esaminato le peculiarità e le affinità tra queste due grandi espressioni territoriali.

Il secondo, Radda Vintage, condotto dal sommelier Giovanni D’Alessandro e da Davide Bonucci (presidente di Enoclub Siena e fondatore di Sangiovese Purosangue), ha offerto un’analisi verticale di trenta anni di annate di Chianti Classico, Riserva, Gran Selezione e IGT, mettendo in risalto il carattere evolutivo della denominazione.

Il valore storico e identitario di Radda nel Chianti Classico: Radda riveste un ruolo centrale nella storia del Chianti Classico, essendo stata cuore pulsante della Lega del Chianti fin dal XIII secolo. Oggi è una delle undici Unità Geografiche Aggiuntive (UGA) della denominazione, accanto a San Casciano, Greve, Montefioralle, Lamole, Panzano, Gaiole, Castelnuovo Berardenga, Vagliagli, Castellina e San Donato in Poggio. Molte aziende sono state valutate positivamente durante le recenti Anteprime Toscane, nella manifestazione Chianti Classico Collection, agli articoli sulle tipologie Annata e Riserva e Gran Selezione.

Radda Vintage: Trent’anni di Chianti Classico in degustazione. Sedici aziende hanno contribuito alla retrospettiva, proponendo alcuni dei loro vini più rappresentativi:

·  Istine, Chianti Classico 2015

·  Poggio alla Croce, Chianti Classico 2015

·  Podere Terreno, Chianti Classico Riserva 2017

·  Brancaia, Chianti Classico Riserva 2016

·  Pruneto, Chianti Classico Riserva 2015

·  Castello di Albola, Chianti Classico Riserva 2013

·  Borgo Salcetino, Chianti Classico Riserva 2013

·  Caparsa, Chianti Classico Riserva 2005

·  Vigneti La Selvanella, Chianti Classico Riserva 1988

·  Castello di Radda, Chianti Classico Gran Selezione 2016

·  Montemaggio, Chianti Classico Gran Selezione 2015

·  Castelvecchi, Chianti Classico Gran Selezione Madonnino della Pieve 2010

·  Corte Domina, a.M.a.r.t.i. Rosso 2017

·  Poggerino, Primamateria 2014

·  Podere Capaccia, Podere Capaccia 2011

·  Livernano 2009

È impossibile tracciare una classifica dei campioni degustati: il panorama del Chianti Classico si distingue per la ricchezza delle sue espressioni territoriali, dalle annate alle riserve, fino alle prestigiose Gran Selezioni.

Ogni declinazione di questo vino iconico racconta una storia di tradizione e territorio, affermandosi con carattere e autenticità. Fondamentali, come sempre, gli interventi dei produttori, che arricchiscono la presentazione con dettagli inediti su storia, famiglia e radici culturali, offrendo un viaggio sensoriale che va ben oltre il calice.

L’organizzazione di Radda nel Bicchiere è resa possibile grazie all’instancabile lavoro della Pro Loco di Radda in Chianti e dell’Associazione dei Vignaioli di Radda, testimoni di una dedizione che ha contribuito alla crescita e alla valorizzazione del territorio, un percorso che, negli ultimi anni ha portato alla definizione delle UGA, marcando un ulteriore passo avanti nella riconoscibilità del Chianti Classico.