Ristorante Zì Teresa: nei suoi piatti i profumi e i sapori del Golfo di Napoli

Ci sono luoghi senza tempo che restano uguali a loro stessi, mantenendo viva un’identità dalla storia lunghissima, conservando la tradizione, rinnovandosi in maniera leggera, cadenzata e sobria, quasi senza che nessuno si accorga dei piccoli dettagli che a poco a poco, hanno trovato il loro posto nella giusta misura e armonia.

Il ristorante Zì Teresa è tra questi luoghi, un cult ormai: espressione dello storico locale di Teresa Fusco del 1862, ubicato nel cuore del Borgo Marinari del Quartiere Santa Lucia a Napoli, nel suggestivo Castel dell’Ovo e dal 2008 gestito con fierezza da “donna” Carmela Abbate.

La storia del ristorante Zì Teresa segue il filo del coraggio, della passione, della caparbietà e dell’amorevolezza che la femminilità napoletana esprime: era il 1860 quando ebbe inizio il processo che destabilizzò il Regno di Napoli, comportandone l’annessione al resto d’Italia. Il giovane marinaio Gennaro Fusco, imbarcante su una delle unità navali della flotta borbonica, si ritrovò senza lavoro a causa delle vicissitudini storico-politiche, congedato dal servizio proprio mentre diventava padre all’età di 26 anni.

Per sbarcare il lunario Gennaro si diede alla pesca, come tanti uomini di mare che prendevano il largo dal piccolo porto di Santa Lucia. Scomparso in mare a seguito di un naufragio, lascerà la moglie Teresa e i figli da soli e in balia dei tempi duri. Teresa iniziò a lavorare ben presto, portando ristoro ai pescatori vendendo loro cibo tenuto in caldo in un grosso portavivande di stagno; in particolar modo erano tanto apprezzati i taralli. Più tardi sposò in seconde nozze Vincenzo Giordano, un sottufficiale della Guardia di Finanza, da cui ebbe una numerosa prole.

Ma il destino beffardo aveva ancora in serbo dei dispiaceri per Teresa, che nella vita dovette assistere impotente alla morte di tutti i figli e purtroppo anche del marito; restarono solo i nipoti che naturalmente la chiamavano “Zi’ Teresa”. Si trasferì al Borgo Marinari presso una sua cugina, a cui era toccata la stessa sorte e che era madre di tre figli. I profumi della cucina povera – con cui bisognava sfamare i figlioli – attiravano i passanti che ne chiedevano qualche assaggio, consentendo a Teresa di mettere fuori qualche tavolo e avviare una modesta attività economica.

Alla lunga e visto il successo rapido, la Fusco decise di affittare una parte dell’arenile per piazzarvi un capannone con tavoli e sedie; correva l’anno 1890 e la storia del Zì Teresa ebbe inizio.

Vermicelli alle vongole, polpi affogati, le freselle, la grigliata di pesce e la zuppa di cozze, erano soltanto alcune delle sue specialità, gustate e apprezzate da un pubblico trasversale con le note melodiche delle antiche canzoni napoletane interpretate dai posteggiatori del borgo partenopeo. La sua fama di cuoca popolana si diffuse tra le due guerre, in un periodo in cui Napoli tornava ad occupare il suo legittimo ruolo di capitale cosmopolita, e fu così che il ristorante Santa Lucia finì tra le pagine del New York Times, protagonista di innumerevoli scatti storici e frequentato da regnanti e personaggi eccellenti da tutto il mondo.

Tra gli avventori si annoverano Benedetto Croce, Neville Chamberlain, Gabriele D’Annunzio, Winston Churchill, Arturo Toscanini, Greta Garbo, Luigi Pirandello e molti altri. Le numerose visite di Totò, principe della risata, Eduardo, Titina e Peppino De Filippo, Sofia Loren e Marcello Mastroianni, furono quelle che ne accrebbero la notorietà al di sopra di tutto.

Negli anni ’50, ormai novantenne e paga di una vita intensa, carica di soddisfazioni e di sacrifici, Teresa Fusco era ancora solita affacciarsi da una finestrina che dava sulla sala del ristorante per osservare il trafficare dei camerieri tra i tavoli e scorgere l’apprezzamento della clientela. Si spense il 25 maggio 1953 ed i suoi funerali attrassero uno stuolo di inviati speciali di giornali ed agenzie cinematografiche da tutto il mondo.

Nel 2008 Carmela Abbate, classe del ’55, rileva assieme alla sua famiglia il ristorante Zì Teresa che, tra gli anni ’80 e ’90 consolida il suo appeal internazionale, diventando definitivamente un luogo di culto della cucina partenopea.

Cresciuta tra i fornelli di una piacevole trattoria familiare, per Carmela Abbate la cucina è sempre stata ragione di vita, tanto che all’età di 18 anni era già conosciuta come una tra le migliori cuoche di Napoli, fino a incontrare Mario Della Notte a Posillipo, suo futuro marito e allora proprietario del ristorante Giuseppone a Mare.

Il ristorante Zì Teresa, oggi come ieri, rappresenta il Golfo di Napoli nel piatto, e non solo: gli antipasti sono infiniti e presentano un’ampia possibilità di comporre la vasta biodiversità della materia prima campana, sia di mare che di terra. Con la piacevole compagnia della giornalista Carmen Davolo e di altri colleghi della stampa, il menù degustativo ha preso forma dalla fresella con pesto al basilico napoletano, burrata, pomodorini rossi del Piennolo e pomodorini gialli Giagiù il giusto preludio alle portate principali, condita con olio extravergine d’oliva campano e l’inconfondibile aria di mare che accompagnerà tutto il pasto.

I gamberoni rossi in tempura sono un esempio di morso appagante nella texture del crostaceo e nella croccantezza della pastella, lieve e asciutta. L’insalata di polpo… che dire? I rebbi della forchetta nell’affondo hanno già dato l’unico responso possibile: tenerezza delle carni, cottura ottimale e tutto il gusto dell’autenticità del pescato. Il sauté di vongole veraci, carnose, con l’intingolo godurioso che a non far scarpetta è peccato, è ancora parte di un antipasto che stabilisce un percorso che affronta anche il crunch esterno dei fiori di zucca dal cuore morbido e filante di ricotta di fuscella e parmigiano reggiano.

Le cozze, decisamente della cultivar Santa Lucia, allevate nello specchio d’acqua di Bocca Piccola, tra Punta Campanella e Capri, sono state di una carnosità profumata, gustosa e dall’intenso sapore di mare. Il primo piatto non poteva che essere la ammescafrancesca”, un classico intramontabile: parliamo della “azzeccosissimapasta mista con fagioli e cozze, con quel gusto leggermente umami che riunisce i legumi ai frutti del mare.

Alta qualità e senso competente dell’accoglienza portano in tavola la più schietta interpretazione gastronomica del Golfo di Napoli, tradotta in piatti presentati con cura e attenzione ai dettagli, in un’atmosfera d’altri tempi e dall’appeal internazionale, tale che tra i tavoli la parlata napoletana degli affezionatissimi di sempre incrocia tutte le altre lingue del mondo.

Non mancano i crudi, le sontuose linguine all’astice, i pesci di fondali preparati al sale o al forno, le fritture dorate e la pasticceria napoletana. Piuttosto rappresentativa anche la carta dei vini con i classici dell’enografia napoletana e campana, oltre ad alcune referenze nazionali e internazionali, con le immancabili bollicine.

Oggi Carmela Abbate, dopo la scomparsa di suo marito, è erede, assieme ai figli Stella, Serena e Antonio, non di un semplice ristorante storico, bensì della storia della ristorazione napoletana da cui è possibile intravvedere – da una prospettiva privilegiata – passaggi epocali che ovunque, eccetto qui, hanno portato mutamenti nel tessuto urbano.

Anche il semplice mangiare una fetta di pane con un po’ di olio buono, con vista mare sul Golfo di Napoli e con il Vesuvio sullo sfondo, significa entrare a far parte, per pochi attimi, di una cartolina estemporanea entro un salottino gastronomico dalla cornice millenaria all’ombra di Castel dell’Ovo. L’incrocio dove storia e tradizione incontrano la creatività e l’innovazione, che hanno condotto l’arte culinaria napoletana a diventare icona mondiale.

La Pizzeria I Fontana di Somma Vesuviana presenta il menù gustoso per l’estate

Somma Vesuviana, via Annunziata: al piano terra di un grazioso stabile residenziale troviamo la pizzeria di Pietro Fontana, giovane e talentuoso pizzaiolo che ha unito la passione per l’arte bianca a un intraprendente spirito imprenditoriale.

Dopo anni di gavetta anche all’estero, Pietro apre il suo locale I Fontana nel 2020, l’anno della pandemia. Ma a dispetto del lungo periodo di crisi, la pizzeria compie un interessante percorso evolutivo e oggi è un’affermata e originale realtà del territorio.

Sperimentiamo le nuove proposte introdotte nel menù estivo e cogliamo l’occasione per conoscere da vicino il progetto e il moderno concept di pizza di Pietro. Al suo fianco la moglie, Melania Panico, che ha studiato per il locale un’interessante carta dei vini incentrata su proposte del territorio vesuviano, come Català 36, Metodo Classico brut da Catalanesca millesimo 2020. Una scelta voluta quella di dare ampio spazio al vino, ci spiega Pietro, grazie al fatto che Melania, aspirante sommelier, può consigliare i migliori abbinamenti con le pizze create.

Opera di Melania sono anche i fritti preparati giornalmente, come l’arancino alla parmigiana – riso carnaroli, ragù di San Marzano dop e melanzane alla parmigiana – piccola sfera croccante all’esterno dal cuore cremoso e aromatico, amuse-bouche che apre la nostra degustazione.

La proposta pizze di Pietro Fontana si contraddistingue per la stagionalità, la scelta accurata e la lavorazione delle materie prime, cosicché l’impasto con lievito madre al 95% di idratazione e settantadue ore di lievitazione diventa la base di un vero e proprio piatto a sé stante.

Iniziamo con la Quattro Passi a Nerano, omaggio all’omonimo ristorante tre Stelle Michelin della famiglia Mellino, che della Nerano hanno fatto uno dei loro cavalli di battaglia. Non la classica crema di zucchine a farcire l’impasto ottenuto da un mix di farina 0 e 1 rustico e gustoso. La zucchina, invece, in tutte le sue parti – frutto, fiore e pistillo – viene cotta a bassa temperatura, successivamente lavorata e condita con provola e parmigiano reggiano 40 mesi da vacche rosse.

Una guarnizione che nella sua apparente semplicità è capace di mantenere integre la freschezza e l’aromaticità di uno dei frutti tipici dell’estate, esaltandone la delicatezza.

La passione di Pietro Fontana, la puttanesca di tonno, diventa protagonista nella pizza successiva, La mia love story. Si tratta di una pizza in pala, friabile e leggera, condita con pomodoro, capperi, olive e ventresca di tonno; sashimi di ventresca di tonno del Mediterraneo, zest di limone e misticanza in uscita, aggiungono un tocco di freschezza a una delle espressioni più tipiche della cucina mediterranea.

In un menù estivo non può davvero mancare la melanzana. In Parmigiana alla brace viene utilizzata solo nella sua parte nobile, la polpa, per lasciare inalterata la naturale tendenza dolce del frutto ed evitare le tipiche sensazioni amaricanti conferite da buccia e semi. Provola, pomodorini ciliegini alla brace, olive itrane e capperi, chips di melanzana fritta in uscita completano la pizza, equilibrata e armonica in tutte le sue componenti gustative.

“Oggi la cottura esclusiva nel forno a legna è superata”, ci spiega Pietro, “il pizzaiolo può scegliere anche tra elettrico e gas, combinando più metodi di cottura per conferire consistenze particolari.”

Le sue pizze, dopo una prima cottura completa, passano per pochi secondi in un forno elettrico a camera bassa alla temperatura di 250°: in questo modo il cornicione assume una consistenza alveolata e croccante che si mantiene inalterata per lungo tempo.

La proposta di pizza al padellino è particolarmente elaborata e ben rappresenta una passione che travalica quella dell’arte bianca e sconfina verso tecniche di cucina, bagaglio di uno chef più che di un pizzaiolo. Transumanza ha come ripieno una crema di peperoncini di fiume, provola, peperoncini di fiume fritti, sottili fette di vitello cotto a bassa temperatura e salsa tonnata, quella originale, fatta partendo dall’uovo sodo e non ottenuta dalla maionese. Un condimento complesso nella varietà dei sapori che lo rende un vero e proprio piatto gourmet a tutto tondo.

Ma le proposte de I Fontana lasciano ampio spazio anche alle pizze classiche. La Ruota di Carretta 081 provola e pepe, è l’inatteso fuori menù che ci riporta alla tradizione della pizza napoletana, semplice e immediata, da mangiare con le mani, chiusa a portafoglio.

Chiudiamo la degustazione con una pizza dolce e golosa, Innesto di Margherita. La pasta viene fritta e asciugata al forno. Successivamente caramellata e farcita con fragole di diverse consistenze, ricotta di bufala lavorata con mandorle Armellina, dal particolare retrogusto amaricante, e un ultimo tocco di zucchero a velo e basilico.

Un menù dunque ampio e studiato per accontentare tutti i palati e i portafogli. Obiettivo ben chiaro nella mente di Pietro, che due anni dopo l’apertura della pizzeria, nel 2022, ha inaugurato un secondo locale nel centro storico di Somma Vesuviana. I Fontana Rustico, senza servizio ai tavoli, sforna solo pizze in teglia, accompagnate dalle proposte più tipiche di frittura napoletana.

I FONTANA

Via Annunziata 58

80049 Somma Vesuviana (NA)

Postcardfrom Cilento 2025: la guida gratuita che racconta la Dieta Mediterranea attraverso paesi, ricette e volti autentici

Comunicato Stampa

È stata presentata l’ottava edizione di Postcardfrom Cilento, la più grande guida gratuita dedicata al Cilento. Un progetto editoriale che ogni anno cresce, mantenendo intatta la sua missione: raccontare il territorio attraverso i suoi sapori, le sue storie, le sue persone.

La presentazione si è svolta a Paestum, alle porte del Cilento, presso San Salvatore, luogo emblematico e simbolico, che, con le sue molteplici anime – Cucina, Dispensa, Latteria e Tenute – è un vero compendio vivente della Dieta Mediterranea, emblema di uno stile di vita lento e sostenibile.

Questa nuova edizione 2025 si presenta con 27 paesi raccontati, 164 pagine in formato rivista, una versione digitale bilingue (italiano/inglese) e un sito completamente rinnovato (www.postcardfrom.it), con servizio di geolocalizzazione e una grande novità: sotto ogni scheda, un video che completa e arricchisce il racconto scritto.

“Postcardfrom Cilento” non è solo una guida turistico enogastronomica. È un diario di bordo che attraversa il Cilento più vero, dalle montagne al mare, dalle mani dei produttori a quelle degli chef. Dentro ci sono le ricette della tradizione, i pani e le pizze fatte in casa, le storie di chi resta, lavora e custodisce un patrimonio culturale che è patrimonio dell’umanità.

La guida è completamente gratuita ed è scaricabile dal sito nella sua versione digitale ed è distribuita in formato cartaceo su tutto il territorio cilentano, nei punti di accoglienza turistica Cilentomania, negli esercizi selezionati e in tutte le principali fiere del turismo e della ristorazione in Italia. Un lavoro corale che ogni anno coinvolge una rete di realtà virtuose che credono nel valore del racconto autentico.

Ogni anno Postcardfrom Cilento edita ricette realizzate da chef cilentani e da chef e pizzaioli internazionali valorizzando i prodotti simbolo del territorio. Quest’anno, ad esempio, troviamo Errico Porzio, fra i migliori pizzaioli della 50 Top Pizza, che ha realizzato le zeppole ai fiori di campo cilentani.

I partner di quest’anno: Caputo – Il Mulino di Napoli, Ferrarelle, Pastificio Di Martino, San Salvatore, Solania, Storie di Pane, Studio Calling.

Main Sponsor: Caseificio Il Granato, Pizzeria Mo Veng, Villaggio Le Palme.

La guida è libera da logiche pubblicitarie, nessuno paga per essere inserito: ogni scheda è frutto di un’esperienza vissuta, raccontata con onestà, dedizione e stile. In otto anni siamo passati da un piccolo formato A5 a un prodotto editoriale maturo, che si legge e si sfoglia come una rivista, ma si vive come un viaggio personale attraverso il Cilento” – racconta Bruno Sodano, curatore e ideatore del progetto.

Dal sito interattivo alle edizioni internazionali, dalle nuove video-storie alle collaborazioni sempre più solide con il territorio, Postcardfrom Cilento continua a crescere senza perdere il suo passo lento, quello che serve per guardarsi intorno e capire dove si è davvero. Nel Cilento.

Contatti stampa

Bruno Sodano

brunosodano@gmail.com | hello@postcardfrom.it

+39 338 6961863

www.postcardfrom.it

Laura De Vito: dai vigneti di Lapio “Lady Fiano” colpisce ancora

Laura De Vito, la signora del Fiano di Avellino, è sempre impeccabile sia in cantina che in giro per il mondo a proporre la sua personale idea di zonazione – a mo’ di contrade – del territorio di Lapio. Tre aree vocate nel centro di una delle zone fondamentali per la viticoltura irpina.

Arianiello con terreni ricchi di sabbie e detriti vulcanici; Verzare e Saudoni simili per la composizione dei suoli tra argille e calcare, ma differenti nelle esposizioni: fresche per il primo, calde e assolate per il secondo. Il teorema secondo cui ad azione corrisponderebbe reazione, pensando che sia facile fare vino in queste terre, non tiene conto della fondamentale azione dell’uomo che deve seguire scelte opportune per esaltare o contenere gli aspetti più estremi dell’uva.

Il Fiano si presta infatti ad una buona versatilità, soprattutto nelle sue sensazioni calorose, accoglienti e dolci. Dai fiori bianchi al miele, per virare verso note tropicali ed officinali, senza dimenticare la parte idrocarburica e le tostature delle vecchie vintage. Vincenzo Mercurio, enologo esperto, ha creduto nel progetto sin dagli inizi nel 2018, assistendo e interagendo con Laura nella giusta continuità dei prodotti finali.

Laura De Vito e Vincenzo Mercurio

D’altro canto la stessa De Vito racconta che “essere irpina e donna in un contesto prevalentemente rurale a base maschile significa amare davvero ciò che si fa e seguire i propri sogni con tenacia”. L’essenza stessa del cru, inteso come vigna singola, stravolge gli schemi classici delle tipologie a volte troppo imbrigliati in disciplinari poco contemporanei.

La Riserva, ad esempio, versione introdotta da pochi anni nelle regole produttive del Fiano di Avellino, si dimostra inadatta quando si parla di piccoli appezzamenti, dove sarebbe impossibile realizzare un vino realmente espressivo senza usare la necessaria calma.

Gli assaggi dai contenitori d’acciaio parlano chiaro: a distanza di alcuni mesi dalla vendemmia i campioni dimostrano grinta, eleganza e personalità, con un potenziale inesplorato ancora tutto in divenire. Se ne prevede infatti l’immissione sul mercato non prima della metà del 2026 a dimostrazione che la nuova concezione del Fiano di Avellino che va atteso e non venduto repentinamente, ha ormai preso piede nella mentalità degli attori protagonisti.

Aspettando Godot dunque, con l’unica differenza che non si resta delusi dalla vana attesa. Più riposo equivale a maggior densità di frutto, finezza e articolazione nelle sfumature mediterranee, il timbro tipico e misterioso di un’uva unica nel suo genere. La chiave di lettura conclusiva oscilla poi tra essenze floreali appaganti ed empireumatiche volitive.

La degustazione delle annate in commercio

Elle 2022 – il blend, anzi la selezione proveniente dalle tre sottozone. Grande completezza negli sbuffi di miele d’acacia, timo e salvia e canditura di cedro finale.

Verzare 2022 – elegante e leggiadra come la Bella Otero. L’agrume comanda il naso ed il sorso dall’inizio alla discesa del sipario, con una vena salina profonda e impattante.

Arianiè 2022 – teso e sinuoso, racconta di fiori di elicriso, gelsomino e iodio di mare in sottofondo. Fumoso, sembra aver appena cominciato il suo percorso di cescita.

Li Sauruni 2022 – dalla località Saudoni è il più gastronomico, carico di frutta tropicale tra mango ed ananas, per terminare su spezie bianche e note salmastre ancora da affinare.

Per Mercurio le annate rappresentano il “rumore di fondo del vitigno, un suono che richiede molta attenzione all’orecchio di chi ascolta, per via dei cambiamenti climatici imprevedibili. Bisogna adeguarsi e correre ai ripari con idonei interventi agronomici e, solo in minima parte, in cantina”.

La visita si conclude con un piccolo regalo di Laura De Vito, la degustazione di Elle 2018, balsamico e avvolgente con nuance da crema di gianduia, ginestra appassita e pera Williams. Gusto tonico, sapido e quasi eterno. Un capolavoro che dimostra l’impegno di una piccola realtà divenuta in poco tempo un faro per l’Irpinia intera. “Lady Fiano” da Lapio… colpisce ancora.

Lombardia: Costa Jels – Dalle viscere della terra il Metodo Classico di Nove Lune

Alessandro Sala, patron della cantina Nove Lune, ha presentato alla stampa la sua ultima creazione: il Metodo Classico Costa Jels, che affina in miniera per 60 mesi, frutto di un progetto lungo anni. Un vino che rappresenta l’innovazione e la sostenibilità nel mondo enologico.

Siamo a Gorno, piccolo comune della Val del Riso ad un’altitudine di 830 m s.l.m. in provincia di Bergamo, qui si trova il complesso minerario, ormai in disuso, Costa Jels.

La Miniera è stata produttiva dall’Ottocento agli inizi degli anni Ottanta, ma la sua storia risale all’epoca romana, quando veniva estratto il minerale rossastro ora noto come calamina. Qui venivano mandati i condannati al carcere per “cavar il metallo” (damnatio ad metalla).

La storia prosegue nel periodo medievale, anche se non si hanno notizie documentate sulla continuazione dell’attività estrattiva. Si sa però con certezza che riprense nel 1500, quando un ingegnere illustre, Leonardo da Vinci, si recò in visita alla miniera. Nel 1800 si registrò un forte sviluppo del comparto estrattivo, fino ai tempi recenti.

Ancora oggi sono ancora ben riconoscibili gli impianti minerari ormai dismessi: gallerie, teleferiche, binari.

L’evento di presentazione ha dato l’opportunità di esplorare le gallerie sotterranee, accompagnati da guide locali, tra i cunicoli che svelano il lavoro faticoso dei “minadur” (minatori) e dei “galecc” (ragazzi addetti al trasporto a spalla di minerale) e quello paziente delle “taissine” (cernitici di minerale). Racconti di sofferenze, di dolore, ma anche di tanta umanità e solidarietà che hanno visto protagonista la gente del luogo.

All’ingresso uno spazio riservato allo stoccaggio delle bottiglie, un ambiente molto particolare con condizioni differenti rispetto a quelle di una tradizionale cantina: temperatura costante di 10 gradi, umidità al 95%, assenza di luce e vibrazioni.

Ogni dettaglio è stato meticolosamente studiato per creare un prodotto unico nel suo genere. La selezione delle uve Bronner, Johanniter e Souvignier Gris, varietà che grazie alla loro naturale resistenza alle malattie richiedono pochissimi trattamenti chimici, rappresenta il punto di partenza di questa creazione.

Il mosto, privo di residui, viene lavorato nella moderna cantina di Cenate Sopra, dove, dopo la fermentazione, inizia il suo lungo percorso di affinamento. Il vino sosta per circa un anno e mezzo in cantina, diviso tra barrique di rovere francese e contenitori in acciaio, atti a svilupparne complessità e carattere.

Dopo le operazioni di tiraggio, le bottiglie vengono adagiate nel ventre della montagna, dove rimarranno almeno altri cinque anni sui lieviti. Al termine di questa lunga maturazione, e raggiunta la maturità desiderata, le bottiglie vengono riportate in cantina per le fasi di remuage, sboccatura e confezionamento, completando così un processo di affinamento naturale e rigoroso.

La conclusione del giro è in un’ampia caverna, luogo suggestivo dove l’illuminazione calda e soffusa crea un gioco di ombre e luci che mette in risalto le pareti rocciose. L’aria umida si percepisce dalle goccioline di condensa sul calice una volta versato il vino.

Ad attenderci un ricco buffet di prelibatezze locali (i formaggi dell’Azienda Agricola La Masù prodotti con latte di capra e affinati in grotta sono qualcosa di strepitoso) e Alessandro con Gabriele (l’altro enologo della cantina): il momento tanto atteso è infine arrivato, e le bottiglie sono pronte per essere stappate.

Arriviamo alla degustazione: un perlage ricco, paglierino tenue; note olfattive che ricordano la nocciola tostata, frutta matura (mela e pera) e un’acidità vibrante con bella cremosità di bocca a chiudere sul finale. 

L’Ecomuseo della Miniera di Gorno è una rigorosa conservazione del patrimonio minerario, il merito di Alessandro Sala è stato ed è quello di contribuire alla sua valorizzazione:

“Mi accorgo pertanto della fortuna che mi è stata data, la fortuna di poter fare qualcosa affinché quei cunicoli bui e inospitali inseriti come ferite nel ventre della montagna potessero rivivere e con essi tutte le persone che hanno lasciato molto, anche la vita per realizzarli. Le virtù dei padri potranno essere ricordate continuando ad estrarre dalla montagna, certo non più polverosi minerali ma un prodotto che possa dare gioia e serenità, quasi potesse sussurrare che le loro fatiche non sono state vane e stanno ancora dando dei meravigliosi frutti”.

Il valore aggiunto di questa collaborazione è rappresentato ora dalla possibilità offerta a quanti lo desiderino di partecipare a visite esperienziali con il racconto della vita e del lavoro dei minatori e con una degustazione degli eccellenti vini di Nove Lune.

Prosit!

https://www.nove-lune.com

Torna l’estate e torna la Yellow Night all’Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel

UN ITINERARIO TRA I SAPORI AUTENTICI DELLA COSTIERA AMALFITANA

Alla Locanda della Canonica torna un appuntamento molto atteso che celebra le eccellenze enogastronomiche del territorio, con musica dal vivo, DJ set e cocktail d’autore

Comunicato Stampa

Amalfi, giugno 2025. L’estate in Costiera Amalfitana inizia a farsi sentire con il profumo dei limoni maturi e il calore del sole che accarezza il mare.

Sabato 21 giugno alle ore 19e30, nel giorno del solstizio d’estate, il giallo dei limoni avvolgerà il Convento di Amalfi, dando il benvenuto alla stagione più attesa dell’anno. Con il ritorno dell’iconico Yellow Night Party, uno degli eventi più esclusivi della Costiera, Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel, situato nell’ex convento dei Cappuccini risalente al XIII secolo,apre le porte a una serata indimenticabile, dove bellezza, tradizione e gusto si fondono per salutare l’arrivo dell’estate.

Quest’anno, l’appuntamento si trasforma in un vero e proprio festival dei sapori aperto sia agli ospiti interni che esterni: nasce la Yellow Night – Amalfi Food Festival, un’esperienza immersiva tra gusto, tradizione e cultura locale, un viaggio itinerante, che celebra le eccellenze enogastronomiche della Costiera Amalfitana. Ogni angolo de La Locanda della Canonica sarà dedicato a un prodotto tipico, dando agli ospiti l’opportunità di immergersi nei sapori tradizionali della regione.

Non mancheranno i protagonisti indiscussi della gastronomia locale: il limone Sfusato Amalfitano, il limoncello  e l’Amaro dei Cappuccini, presentati da AgruMarmè, azienda del territorio specializzata nella coltivazione e trasformazione degli agrumi. Inoltre, grazie alla collaborazione con il Caseificio Staiano di Biagio Staiano, storica azienda casearia di Ravello tra le più rinomate della Costiera, gli ospiti potranno partecipare a un momento di mozzarella-making, durante il quale prepareranno e assaggeranno la mozzarella fresca appena fatta.

L’itinerario del gusto si snoderà attraverso diverse postazioni dedicate a un’ampia varietà di sapori locali: dai vini pregiati della Tenuta San Francesco alle fritture, dalle graffe con crema al limone a una selezione di salumi e formaggi tipici. Tra le protagoniste della serata anche la pizza napoletana, preparata dallo chef pizzaiolo, che interpreterà con creatività gli ingredienti più rappresentativi della tradizione.

Sarà inoltre presente ACARBIO – Associazione Costiera Amalfitana Riserva della Biosfera, che dal 2009 è impegnata a preservare il patrimonio naturale e culturale locale, promuovendo l’educazione alla biodiversità. L’associazione, con cui Anantara Convento di Amalfi collabora attraverso il programma Dollars for Deeds, presenterà il pomodoro Re Umberto, noto come “Fiascone”, autentico simbolo della Costiera Amalfitana: un’antica varietà campana, coltivata a Tramonti fin dai primi del ’900 quasi scomparsa e oggi riscoperta, salvata e valorizzata grazie all’impegno di chi ha creduto nel suo potenziale. Infatti Anantara Convento di Amalfi contribuisce a questa rinascita scegliendo di utilizzare il Re Fiascone nei piatti dei propri ristoranti, come negli iconici Spaghetti al pomodoro Re Fiascone firmati dallo chef Lanuto o nella pizza margherita. Una scelta che riflette l’impegno concreto dell’Hotel per un’ospitalità sostenibile: un approccio che tutela la biodiversità, sostiene i piccoli produttori locali e valorizza le eccellenze del territorio, con una visione etica e consapevole della cucina.

Per concludere, l’Executive Chef Claudio Lanuto presenterà un menu speciale che celebra la tradizione gastronomica del territorio, in un trionfo di sapori e aromi. Sarà una serata imperdibile, dove il gusto incontra lo spettacolo in una cornice di rara bellezza. Tra musica dal vivo, cocktail d’autore e DJ set, la Yellow Night – Amalfi Food Festival offrirà un mix perfetto di intrattenimento e buon cibo. Il tutto nella suggestiva atmosfera de La Locanda della Canonica, tra i limoneti e la celebre Infinity Pool dell’Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel, per un’esperienza che accende l’estate sotto il cielo stellato della Costiera.

L’evento ha inizio alle ore 19:30 e richiede il dress code: giallo.La disponibilità dei posti è limitata ed è obbligatoria la prenotazione. Per informazioni e prenotazioni chiamare 089 873 6711 o scrivere a fb.conventodiamalfi@anantara-hotels.com

“AMONTEFALCO” 2025: l’ora dei migliori Montefalco Rosso, Montefalco Rosso Riserva e Montefalco Sagrantino Passito

Si avvia alla conclusione la consueta degustazione tecnica delle migliori espressioni dei vini di Montefalco. Ieri è stata la volta di “AMONTEFALCO” 2025: i migliori assaggi dei bianchi a base Grechetto e Trebbiano Spoletino e del Montefalco Sagrantino. Oggi invece verranno analizzate le versioni Montefalco Rosso e Montefalco Rosso Riserva, dove domina la presenza del Sangiovese umbro ed un finale in dolcezza con i Montefalco Sagrantino Passito, sempre sorprendenti.

La via d’ingresso al territorio passa per il tramite delle tipologie più agevoli, alla portata di tutti i palati, come il Montefalco Rosso e la sua Riserva, non realizzata da tutte le aziende. Vengono ammesse diverse varietà autoctone regionali, anche se gli attori protagonisti restano il Sangiovese ed il Sagrantino. Un prodotto che dovrebbe avere nell’agilità di bevuta e nell’espressione elegante del frutto la sua identità e che viene invece, spesso, appesantito da lavorazioni in eccesso, snaturanti dei suoi vitigni cardine.

I numerosi stili creano, parimenti al Trebbiano Spoletino, difformità comunicative e confusione nelle scelte alla carta. Un’anima che solo alcuni sanno comprendere e valorizzare, anche nelle annate migliori; un antico dilemma che l’areale nel suo complesso non ha ancora saputo (o voluto) affrontare, per dare compattezza d’azione nelle proposte ai mercati.

Ecco i migliori assaggi per tipologia, in ordine alfabetico e rigorosamente selezionati alla cieca, senza conoscere l’etichetta di riferimento.

Migliori Montefalco Rosso Doc

Tenute Lunelli – Carapace 2023 “Ziggurat”

Colpetrone 2022

Goretti – Fattoria Le Mura Saracene 2022

Le Cimate 2022

Tenuta Bellafonte 2022 “Pomontino”

Tudernum 2022

Perticaia 2021

Romanelli 2021 “Capo de Casa”

Migliori Montefalco Rosso Riserva

Moretti Omero 2021 “Faccia Tosta”

Tenuta Bellafonte 2021 “Maestà delle 4 Chiavi”

Tenute Lunelli – Carapace 2021 “Lampante”

Dionigi 2020

Fongoli 2019 “Serpullo”

Migliori Montefalco Sagrantino Passito Anteprima 2021

Antonelli

Scacciadiavoli

Migliori Montefalco Sagrantino Passito in commercio

Cocco Ilaria 2019 “Fontiola”

La Veneranda 2019

La Fonte 2020

Campania, terra di vini e accoglienza: l’enoturismo come leva strategica per il rilancio delle aree interne

Con l’approvazione della nuova legge regionale sull’enoturismo, la Campania si afferma come laboratorio d’eccellenza per un turismo esperienziale che intreccia cultura, paesaggio e vitivinicoltura. I recenti convegni di Benevento e Avellino, accompagnati da un press tour, ben organizzato dall’agenzia Miriade & Partners, tra le cantine del Sannio e dell’Irpinia, hanno offerto uno spaccato vivido delle potenzialità di un comparto in piena evoluzione, capace di coniugare qualità produttiva e ospitalità autentica.

Nel Sannio, le Cantine di Solopaca rappresentano un modello cooperativo virtuoso: nate nel 1966 con 25 soci, oggi contano oltre 600 conferitori e 1.200 ettari vitati. La loro proposta enoturistica, riconosciuta a livello regionale, si fonda su una gamma di vini che esaltano la tipicità varietale: dalla Falanghina del Sannio spumantizzata con metodo Charmat, alla Coda di Volpe, fino alla Barbera del Sannio DOP (Camaiola), vinificata con macerazione di dieci giorni per esaltare il profilo fruttato.

A pochi chilometri, Fattoria La Rivolta incarna l’ideale di un’enologia familiare e biologica. Paolo Cotroneo, farmacista prestato alla vigna, ha trasformato l’azienda in un punto di riferimento per l’enoturismo sostenibile. Le sei camere del B&B accolgono gli ospiti in un contesto rurale raffinato, mentre in cantina si sperimentano tecniche come la criomacerazione e il bâtonnage prolungato. Il Coda di Volpe 2024 in purezza, vinificato esclusivamente in acciaio, si distingue per la sua eleganza e per la macerazione sulle bucce che ne esalta la struttura e la mineralità.

In Irpinia, la cantina Nardone, sulla comoda direttrice Napoli-Bari, è un’azienda familiare guidata da Domenico Nardone, figlio dell’agronomo Vincenzo, che ha saputo coniugare tradizione e dinamismo. Oltre alla qualità dei suoi vini – dalla Falanghina Irpinia DOC al Greco di Tufo DOCG – l’azienda si segnala per le collaborazioni con piccole realtà gastronomiche locali e per il servizio di groupage, che consente ai turisti di spedire all’estero non solo vino, ma anche eccellenze alimentari del territorio.

Tenuta Cavalier Pepe, con i suoi 70 ettari e una gestione agronomica attenta alla biodiversità (uso del sovescio, raccolta manuale, fermentazioni in cemento e anfora), propone un’offerta enoturistica completa, dove la visita in vigna si fonde con la narrazione del terroir e delle escursioni termiche che conferiscono ampiezza e verticalità ai vini. L’impronta di Milena Pepe, arrivata nel 2005 dopo studi in Francia e un background familiare nella ristorazione internazionale, ha dato all’azienda una visione moderna e cosmopolita, rendendola pioniera nel panorama enoturistico campano.

Cantine di Marzo a Tufo, la più antica della Campania, custodisce una storia secolare che affonda le radici nel Seicento. Oltre al Greco di Tufo in versione classica e riserva, la cantina propone spumanti metodo classico e vinificazioni in anfora, come il Dydimos 2021, dedicato ai figli gemelli di Ferrante di Somma, discendente della storica famiglia e attuale proprietario. Il museo aziendale e la narrazione del passato minerario del territorio completano un’esperienza culturale di rara profondità.

La nuova legge regionale, con i suoi disciplinari e strumenti di promozione, rappresenta un’opportunità concreta per valorizzare le aree interne della Campania, dove il vino non è solo prodotto, ma racconto, identità e visione. L’enoturismo qui non è un accessorio, ma una vocazione. E il viaggio, tra le colline del Sannio e i crinali dell’Irpinia, diventa un percorso di scoperta e appartenenza.

Ma perché questa vocazione si traduca in crescita strutturata e duratura, è fondamentale fare sistema. Le cantine, forti delle loro storie, dei terroir unici e della qualità delle esperienze offerte, devono stringere alleanze e progettualità condivise. Allo stesso tempo, le istituzioni — ora che la cornice normativa è stata definita — sono chiamate a un impegno operativo e concreto: facilitare l’accessibilità, migliorare i servizi, investire sulla formazione e agevolare l’incoming nelle aree interne, troppo spesso penalizzate da carenze logistiche. Solo così l’enoturismo potrà divenire una leva stabile di sviluppo economico e territoriale, in grado di generare valore lungo tutta la filiera: dalla vigna all’accoglienza, dalla narrazione al calice.

Maturazioni a San Giuseppe Vesuviano: quando una pizza ti cambia la vita

Ogni favola a lieto fine comincia con la frase “c’era una volta”. Anche quella di Antonio Conza – pizzeria Maturazioni a San Giuseppe Vesuviano – inizia così… C’era una volta, tanti tanti anni fa, un ragazzo dal cuore sincero e ambizioso. Da San Giovanni a Teduccio percorse la strada difficile nel settore del commercio di articoli per uffici.

La passione e lo sguardo verso il mondo luccicante del food però l’ha sempre avuta. Sono cose che accadono senza un motivo preciso. Un talento impresso nel corredo genetico e che all’improvviso si attiva risuonando come un martello pulsante nella mente del predestinato.

Antonio e la moglie Gabriella Esposito sono stati veri outsider nel mondo pizza & affini. Anche nella comunicazione, gestita da Gabriella con la sua visione illuminante del concetto “a pizz è femmena”, motto contemporaneo, democratico, alla portata di tutti.

Che tante cose funzionino nella maniera giusta, quando se ne occupano le donne, è una considerazione di fatto che bisogna tenere a mente in tempi delicati e sofferti. Lo staff di Maturazioni è all’avanguardia anche nella percentuale elevata di “quote rosa”, un aspetto che in una società veramente inclusiva non avrebbe motivo di essere evidenziato.

Antonio ha scelto metaforicamente di sporcarsi le mani tra forni e farine, imparando il mestiere da autodidatta dopo un breve corso di avviamento. Tanto studio e tanta sperimentazione, al limite della sopportazione fisica, specialmente durante il periodo buio della pandemia, quando il laboratorio di lievitazione era l’unica speranza di gioia su cui aggrapparsi.

Credere, ricominciare e mai demordere. Il volli e volli sempre e fortissimamente volli di Vittorio Alfieri, esempio lampante di mille storie di vita cambiate in positivo grazie alla pizza. Le maturazioni prima dei cuori e dello spirito dei protagonisti e poi delle ricette proposte tra quattro tipi di impasto differenti e ingredienti di qualità assoluta, lontani dalle regole del servizio come in catena di montaggio.

Eppure i numeri parlano chiaro: in certi periodi dell’anno si superano i 400 coperti al giorno. Il segreto per non scontentare nessuno risiede nel gioco di squadra e in una linea organizzata alla perfezione, dove offrire il contributo personale al successo.

L’ampia degustazione delle proposte di Maturazioni in un momento conviviale organizzato dalla giornalista Francesca Panico, ha preso avvio dai fritti fatti in casa. Il classico crocchè alla napoletana, la gustosa frittatina di pasta con besciamella e fonduta di parmigiano e una rivisitazione della Nerano con stracciata di bufala e chips di zucchine. Croccantezza e realizzazione magistrale della frittura asciutta e compatta, tra le migliori da segnalare nei locali della Campania.

La selezione dal menù pizze prevede invece l’immancabile Marinara con pomodorino San Marzano schiacciato a mano, pesto di aglio Orsino e origano di collina del Monte Saro. La valutazione complessiva sul lavoro di un bravo pizzaiolo si nota proprio nelle pizze tradizionali come questa o come la Margherita, la vera “regina”.

Come un celebre motto del capolavoro di Scarpetta Miseria e Nobilità: “se sono fresche te le pigli, sennò desisti”… entrambe le pizze sono state le migliori della serata e questa la dice lunga su quanto ancora abbiano da raccontare nel presente e nel futuro, nella competizione con le special contemporanee oggi amate dal pubblico.

A tal riguardo di notevole complessità è la versione doppio crunch con tre fasi di lievitazione di cui la prima a vapore e tre cotture, incluso un particolare shock termico per dare maggior friabilità al morso. Condimento realizzato da parmigiana con provola, formaggio Stravecchio di Bruna Alpina e datterino dry. Una pizza da condivisione, dove ogni fetta lascia il segno nel palato e nella mente dell’avventore.

Finale prima dei dessert su ruotino con fior di latte, peperoncini verdi di fiume, salsiccia a punta di coltello, cotta “a doppia allampiata” ovvero due volte, prima e dopo l’inserimento del topping. Nitidi i sapori e le consistenze, altrettanto profonda la persistenza all’assaggio.

Coccole conclusive tra disco di pasta dolce lievitato, crema pasticcera e amarene sciroppate rievocazione della zeppola di San Giuseppe e montanarina alla confettura d’albicocca varietà Pellecchiella del Vesuvio.

Rivedibile la carta dei vini, giusta nella proposizione di etichette locali tratte da piccole realtà, ma da potenziare per numero di referenze. L’abbinamento pizza-vino dimostra ormai la giusta sintesi e maturità nel creare cultura e stimoli a chi vuole vivere un’esperienza appagante, con un valido rapporto tra qualità e prezzo.

Sicilia: tutta la magia di “a Muntagna”  nella Guida ai Vini dell’Etna di Cronache di Gusto

L’Etna non è solo un elemento geografico, ma un protagonista assoluto del territorio, della vita e del vino.

Vivere alle pendici dell’Etna significa convivere con una forza primordiale, imprevedibile e potente. Il vulcano più attivo d’Europa – “a Muntagna” come lo chiamano gli abitanti di questi splendidi luoghi –  è insieme minaccia e risorsa: erutta, brontola, ricopre i campi di cenere, ma dona anche un suolo straordinariamente fertile, ricco di minerali, capace di restituire al vino un’identità unica.

La vita… e la vite su “a Muntagna”

Qui, a quote che arrivano fino a mille metri, la viticoltura non è mai facile. È eroica, i vigneti si arrampicano su antichi terrazzamenti di pietra lavica, sfidando le pendenze e il clima mutevole. Le stagioni sono segnate da escursioni termiche importanti, che aiutano a conservare l’acidità e la freschezza nei grappoli. E ogni contrada come le chiamano qui, racconta una storia diversa, fatta di suolo, altitudine, esposizione e, naturalmente, cenere.

Il vino dell’Etna è figlio del vulcano. Lo si sente nei bianchi tesi e salini dal Carricante, nei rossi eleganti e vibranti da Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio. È un vino che porta nel calice il respiro della montagna, la memoria della lava e il carattere indomito di chi la coltiva.

Un palcoscenico d’eccezione

La terrazza del DonnaE Bistrot, il ristorante dell’elegante Elisabeth Unique Hotel Roma, ha offerto un’atmosfera rilassante che ha fatto da perfetta cornice al racconto del vulcano Etna, protagonista assoluto della guida. Qui, davanti a un pubblico curioso e appassionato, sono state presentate le etichette selezionate con cura, ciascuna portatrice di una storia legata alla forza e alla bellezza del vulcano siciliano.

Ad accompagnare la presentazione, un viaggio gastronomico orchestrato dall’Executive Chef Riccardo Pepe, che ha deliziato i presenti con una serie di sfizi in degustazione. Ogni assaggio è stato pensato per esaltare le caratteristiche uniche dei vini dell’Etna, creando un connubio perfetto tra la potenza della natura e la creatività culinaria.

La voce del Vulcano: Federico Latteri

Durante l’evento, Federico Latteri ha saputo accendere l’interesse degli ospiti con un racconto appassionato e ricco di sfumature. Con competenza e sensibilità, ha guidato i presenti in un vero e proprio viaggio sensoriale lungo i versanti dell’Etna, partendo dall’intensa mineralità delle terre orientali fino ad arrivare alla finezza e alla freschezza che caratterizzano le alture del versante nord.

Ogni tappa di questo percorso ha rivelato l’anima di un territorio in continua evoluzione, dove la viticoltura si intreccia con la storia, la geologia e il coraggio di chi coltiva la vite sulle pendici del vulcano.

Lattieri ha sottolineato come il fenomeno della viticoltura etnea stia vivendo una vera e propria età dell’oro: se nel 2016 le aziende recensite erano una cinquantina, oggi se ne contano ben 129, con oltre 400 vini degustati. Numeri che parlano di una crescita costante e di un entusiasmo contagioso.

“L’Etna non è solo un territorio: è un linguaggio da interpretare. Ogni contrada racconta una storia diversa, e il vino ne è la voce più autentica.” ricorda Federico Lattieri.

La Guida ai Vini dell’Etna di Cronache di Gusto include un’ampia sezione introduttiva dedicata all’Etna, ai suoi versanti e alle sue 133 contrade: le famose Menzioni Geografiche Aggiuntive, riconosciute ufficialmente e riportate anche in etichetta. Un mosaico di microterritori, ognuno con la propria voce, che contribuisce a rendere i vini dell’Etna così affascinanti e irripetibili.

I vini dell’Etna in degustazione

  • Etna spumante DOC metodo classico “Apum” 48 mesi — Cantine di Nessuno
  • Etna Spumante Sosta Tre Santi Brut 2020 – Nicosia
  • Etna Bianco Superiore Imbris 2021 – I Custodi delle Vigne dell’Etna
  • Etna Bianco Superiore Aurora 2024 – I Vigneri
  • Etna Bianco 2023 – Alta Mora
  • Etna Bianco 2022 – Tenute dei Ciclopi
  • Etna Bianco 2022 – Tenute Bosco
  • Etna Rosso Passorosso 2022 – Passopisciaro
  • Etna Rosso Rampante 2022 – Pietradolce
  • Etna Rosso  Contrada Santo Spirito 2021 – Palmento Costanzo
  • Etna Rosso Pietrarizzo 2021 – Tornatore

Buona performance anche dei vini presentati dal collega di redazione di 20Italie Adriano Romano

  • Etna Bianco Superiore DOC Contrada Salice Lindo – Cantine Iuppa
  • Etna Bianco Superiore DOC Contrada Salice Lavi – Cantine Iuppa
  • Etna Rosato Contrada Salice Ata 2024 — Cantine Iuppa

Un evento che lascia il segno

La presentazione della 9ª edizione della “Guida ai Vini dell’Etna 2025” non è stata solo un’occasione per celebrare il vino, ma anche un momento di incontro e condivisione per gli amanti del buon gusto e della cultura enologica. L’evento ha saputo raccontare la storia di un territorio che, con la sua forza vulcanica e il suo fascino intramontabile, continua a scrivere pagine di eccellenza nel panorama vitivinicolo italiano. Un brindisi agli organizzatori e ai protagonisti di questa serata indimenticabile, che hanno saputo trasformare un semplice evento in una bella esperienza.