L’evento “Pensieri Divini” sul Moscato di Scanzo: al Le Radici Lounge emozioni dalla Lombardia alla Campania

In uno spazio surreale, un incanto di vigne e colline dove il sole bacia la terra e il vento sussurra tra i filari, due donne, una lombarda e l’altra campana, si incontrano, animate da una grande passione comune: il profondo amore per il vino, nettare che unisce e racconta storie di terre e di popoli. Le chiameremo scherzosamente “Le Moscatine”. La lombarda, con il cuore colmo dei profumi delle Alpi e dei laghi, porta con sé il segreto del Moscato di Scanzo, un tesoro liquido della Cantina Pagnoncelli, custodito con cura e devozione. La campana, cresciuta in costiera amalfitana, conosce ogni sfumatura dei vini eroici, vulcanici, ogni nota fruttata e minerale che rende unica la sua terra.

Decidono di unirsi, non solo come amiche, ma come ambasciatrici delle eccellenze enogastronomiche delle loro regioni. Insieme, tracciano un cammino che va dalle colline bergamasche fino ai vigneti campani, intrecciando tradizioni e innovazioni, storia e futuro. Il loro progetto non è solo una celebrazione del vino, ma un inno alla cultura, alla dedizione, alla passione che si respira in ogni grappolo d’uva.

Le due donne artefici del progetto sono Alessandra Napolitano e Sabrina Pecis. “Pensieri Divini” è il loro ambizioso progetto, è un inno al gusto e alla convivialità. Il Moscato di Scanzo diventa il simbolo del loro sodalizio. Con le sue note dolci e speziate, con il suo colore rubino che brilla come un gioiello al tramonto, questo vino incarna la bellezza e la raffinatezza della Lombardia. Ogni calice racconta di giornate assolate, di mani che lavorano con amore, di una cantina che è molto più di un luogo, ma un vero e proprio tempio del gusto. Con determinazione e grazia, queste due donne si fanno portavoce di un’arte antica e sempre nuova, diffondendo nel mondo le eccellenze delle loro terre, una bottiglia alla volta.

Gli ospiti sono stati accolti nel Le Radici Lounge di Battipaglia (SA) con garbo e grande ospitalità creando un’atmosfera conviviale. La selezione dei prodotti della cantina Pagnoncelli (birre e vini) è stata magistralmente abbinata a una serie di piatti gourmet, ideati per esaltare le caratteristiche uniche di ogni etichetta. L’enologa Francesca Marano e iI sommelier Gianmarco Memoli hanno guidato i presenti attraverso un viaggio sensoriale, descrivendo con passione e competenza ogni prodotto, dalla freschezza delle birre bianchi alla complessità dei vini.

La degustazione è stato un viaggio con crescente complessità partendo dalla profumata Birra Sirio ottenuta con aggiunta di Moscato Giallo, con note fruttate di uva, mango, pesca e richiami ad un leggero pepato. La gasatura è delicata e fine e in bocca l’attacco è fresco, non molto strutturata persistente con aromi di spezie e vegetali. Intrigante l’abbinamento fatto con prodezza con una bruschetta al burro e alice salata.

L’ambrata IGA Persis al Moscato di Scanzo presenta una grana fine e persistente. Il naso è reso suadente da profumi tipici del Moscato di Scanzo con la frutta rossa, miele di castagno, liquirizia e leggera speziatura pepata. L’abbinamento è stato sapientemente studiato servendo una bruschetta a base di lardo di colonnata. L’attacco amaro, l’effervescenza della birra e l’aromaticità hanno equilibrato la bocca in maniera armoniosa.

Piacevolissima sorpresa è stato il vino da tavola Ombra Rossa, inizialmente prodotto solo per consumo familiare, ma che ha riscosso talmente tanto successo da indurre la cantina Pagnoncelli ad aumentarne la produzione. Il suo uvaggio vede Merlot al 90% e Moscato di Scanzo al 10%. Colore rubino carico. Limpido e consistente, con profumi di rosa, viola, frutti rossi. Caldo, persistente, di grande corpo.

La morbidezza e l’aromaticità del vino lo hanno reso perfetto per accompagnare anche i cibi proposti dalla pregiatissima cucina del Radici Lounge: mortadella su focaccia, bruschette al pomodoro con origano e olio evo e tagliere di formaggi di varia stagionatura.

L’ultimo atto lo ha giocato la perla, il Moscato di Scanzo, un vino passito dolce e avvolgente, perfetto per accompagnare momenti di meditazione e contemplazione, un nettare di colore rosso rubino intenso e vivace che invita a rallentare il ritmo frenetico della quotidianità e a riscoprire la bellezza dei piccoli piaceri della vita.

Profumo intenso ed equilibrato rende il naso ampio ed elegante con i suoi sentori di rosa passita, frutta rossa in surmaturazione, in particolare marasca, prugna, spezie come cannella, garofano, pepe. Si completa e persiste con richiami al tabacco, cioccolato e nette note balsamiche. Anche al palato il passito risulta elegante e straordinariamente persistente, con un lungo finale sulle note balsamiche e dolciastre.

Storicamente il Passito di Moscato di Scanzo si degusta a fine pasto, preferibilmente da solo o accompagnato da pasticceria secca, come proposto dal Radici Lounge con cantucci e gelée variamente speziate, ma può sicuramente deliziosamente accompagnare anche a piatti salati come i formaggi erborinati o stagionati.

Una particolare menzione merita il profumatissimo e fresco cocktail a base di Passito di Moscato di Scanzo che con estrema bravura Giovanni Curcio, in arte Johnny, il bartender del Le Radici Lounge, ha preparato per l’occasione.

L’intera squadra delle “Moscatine”, con il loro spirito indomito e il loro sguardo rivolto al futuro, mettendo a frutto la loro passione e missione, organizzano eventi, degustazioni, percorsi sensoriali che avvicinano le persone alla magia del vino. La Lombardia e la Campania si fondono in un abbraccio enologico, dimostrando che la bellezza delle differenze può creare armonie straordinarie.

Alla Téa del Kosmo a Livigno brillano le giovani stelle della cucina italiana

Gli Chef Talarico e Siega si esibiscono in un menu a 4 mani eccelso, sotto gli occhi del Maestro, Norbert Niederkofler

Inizia la stagione estiva alla Téa del Kosmo. A Livigno, !”il piccolo Tibet”, una enclave stupenda incastonata tra le Alpi a oltre 1800 metri, è sempre un piacere tornare. La neve si è ormai diradata e le bici prendono il posto degli sci al Mottolino: in cucina l’executive Chef Michele Talarico ci regala un’esperienza inedita, fondendo per una sera la sua cucina e quella dello Chef Mauro Siega, Executive dell’Atelier Moessmer Norbert Niederkofler, sotto gli occhi proprio del loro Maestro.

La Téa del Kosmo nasce esattamente un anno fa, a compimento di un progetto di valorizzazione del territorio realizzato da Siria Fedrigucci, cuore e anima di questo luogo e suo marito Marco Rocca, ora affiancato dalla next-generation Valentina e Ian. Il pilastro su cui si erge tutto questo è il Mottolino Fun Mountain, che con le migliorie apportate negli ultimi anni si candida ad essere uno degli Ski & Bike Resort più completi a livello internazionale, con innovazioni e coccole per l’utente finale, frutto delle esperienze mondiali accumulate da Ian idolo del territorio e Campione Europeo Freeski 2018. Un edificio quindi simbolo della zona, pronto a splendere nelle prossime Olimpiadi Invernali 2026, di cui sarà Headquarter e luogo di investitura di ben 78 medaglie Olimpiche.

La filosofia del Kosmo

Talarico applica al Kosmo Taste the Mountain la filosofia della cucina di montagna appresa dal suo fondatore, lo Chef Norbert Niederkofler; no waste, no all’alloctono, no agrumi, no all’olio d’oliva sostituito dall’olio di vinacciolo. La ricerca è in altitudine e latitudine, una filosofia complessa nella quale lo Chef si erge a custode del territorio, cerca e difende la qualità intorno a sé, nel rispetto della stagionalità e delle dinamiche naturali, senza eccezioni. In questi contesti e con questi dogmi trovare i produttori diventa una sfida e dietro ogni ingrediente si cela un racconto di vita, un produttore “Eroico”.

Le fragole provengono da un coltivatore locale che ha sostituito i diserbanti con insetti competitivi, le uova da galline libere di scorrazzare per i boschi, che le depongono negli incavi degli alberi. Infiniti esempi come il grano saraceno, cereale principe del territorio, arriva al Kosmo grazie a una collaborazione con la Cooperativa So.la.re.s  di Bormio impegnata nell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate che nelle sue colture annovera Grano Saraceno Locale, non solo più buono dal punto di vista organolettico ma anche più completo per qualità nutrizionali. Piccoli tasselli che han portato il Kosmo a ottenere la Certificazione Ufficiale CARE’s Ethical Restaurant.

Téa del Kosmo

Téa (Nome antico dato qui alle baite) è lo Spin-Off da 5 tavoli con cui Kosmo vuole presentare questa filosofia in maniera ancora più radicale. Entrando in entrambi i luoghi si comprende subito la differenza. Se nel Kosmo lo sfondo della vetrina apre meravigliosamente sulle Alpi, come un quadro vivente di Caspar David Friedrich, nella Téa il momento è intimo, caldo, il legno ci abbraccia, i colori ci rassicurano, il focolare pone l’accento e ci riporta idealmente tra le mura domestiche.

Qui la padrona di casa è Siria che cura meticolosamente ogni dettaglio, lo Chef può alzare ancora di più l’asticella amplificando il no waste, “Lo spreco è il fallimento dell’immaginazione”: ecco perchè ogni ingrediente va usato interamente e va a comporre un piatto, al quale poi si troverà un abbinamento grazie alla maestria della Sommelier Giada Rosa, che propone una carta vini armonizzata con la filosofia dando ampio respiro alle piccole realtà montane ed eroiche.

La notte stellata e l’Abbraccio della Montagna

Proprio Téa del Kosmo, per una sera, è stata il palcoscenico di un iconico Abbraccio della Montagna, tra Valtellina e Val Pusteria, tra la brigate del Kosmo e quella del tre stelle Michelin e Stella Verde per la sostenibilità Atelier Moessmer Norbert Niederkofler, unite per pensiero, ideali, dinamismo e soprattutto gioventù. Sinergia perfetta tra le voci: i piatti si alternano tra le due brigate, ma si muovono all’interno di uno spartito e una splendida sinfonia. Gli Chef e le brigate duettano abilmente riuscendo inoltre a far sentire i loro timbri caratteristici nei rispettivi piatti. dinamiche complesse vengono sintetizzate in piatti all’apparenza semplici, ma che dietro nascondono sapiente uso della tecnica, il tutto sotto uno sguardo attento e un filo compiaciuto del proprio Maestro.

Iniziamo con un calice in Cantina  Castel Noarno – Blanc de Blancs  Trento DOC 2017, Chardonnay di piena maturazione, cremoso, dal buon frutto giallo pieno e scorza di cedro candito e salgemma. E poi zagara, pepe bianco e burro, piccola pasticceria in sottofondo. E’ prodotto sulle alte colline della Vallagarina, che oltre alla piena maturazione riescono a donare ai vini ricche connotazioni dinamiche e minerali al naso e al sorso a questo vino. Un passe-partout di bella eleganza che si muove vivacemente tra gli amuse-bouche, piccoli morsi di territorio: La Tradizione (Rivisitazione di Pizzoccheri). Il Ricordo (Tarassaco in varie consistenze giocato magistralmente per dare la sensazione olfattiva, gustativa e palatale di un olio d’oliva). Biscotto di Mais con formaggio Zoncolan (a pasta semidura). Waffle con lardo di Persico.

Il percorso continua nella Téa, ogni piatto è un’esperienza e Siria insieme al suo staff sono il trait-d ’union tra piatti apparentemente semplici per i nostri sensi che nascondono invece esecuzioni complesse e storie e dinamiche di territorio da scoprire.

La Carota è uno dei piatti che stupisce per questo. Quella che appare come una semplice verdura in agrodolce nasconde molteplici cotture, tra cui la salsa, nata proprio da una stracottura, sfruttando anche il carbone della stessa. Una elevazione a potenza dell’ingrediente.

L’abbinamento proposto è un Etza -Radoar 2021 Müller Thurgau intrigante, da viticoltura eroica, maturazione in parte legno e soli lieviti indigeni. Al naso melone giallo, mela cotogna in gelee aprono ed in un attimo risvegliano sentori di banana matura e uva passa, fieno e caffè estratto a freddo. Saporito e di spiccata freschezza, con la sua lunghezza rappresenta un matrimonio perfetto col piatto.

Segue un piatto di semplice perfezione: Il Pane e il Burro, elevato da companatico a protagonista, eseguito con lievito madre e una miscela di farine locali poco raffinate e il burro mantecato con 2% di sale e servito al cucchiaio.

Poi Chicche di patate ed ortica, con crema di latticello e spalmabile di capra, piatto dai sentori erbacei, bella aromaticità e speziatura, l’abbinamento gioca in perfetta concordanza VIGNETI DELLE DOLOMITI IGT SAUVIGNON “FUME” 2020 – WEINGUT ABRAHAM. La fermentazione in botti di rovere, l’uso di lieviti naturali, il prolungato contatto sulle bucce di parte della massa ampliano molto il raggio di questo Sauvignon e la desinenza fumé enuncia già parte del mondo che troveremo nel bicchiere. Pietra focaia e note burrose giocano con note floreali e vegetali varietali, il sorso è ricco, avvolgente definito da una vibrante e lunga scia salina.

La Trota della Valmalenco gioca con le cotture e con gli scarti di questo ingrediente per proporci un piatto singolarmente complesso. La scelta di abbinamento è stata un Pinot Nero – Le Anfore 2014 di Marcel Zanolari un naso piacevolmente floreale, succo di mirtillo, violetta, ginepro e cuoio, sottobosco,  un leggero finale smaltato, all’assaggio la freschezza e l’agilità del pinot nero giocano bene con una surmaturazione del frutto in pianta che lo rende decisamente più succoso e per questo molto adatto in questa versione evoluta a completare il servizio di questa ricetta che tra i suoi ingredienti annovera anche il gaurum di trota.

La Capra. Brasato di Capra servito sopra un panbread, succulento, aromatico, appagante. L’abbinamento è la Vigneto la Purscela 2015 di Involt Agnelot, una vigna storica piantata come da vecchia tradizione con Chiavennasca (in Valtellina significa Nebbiolo) e piccole percentuali di Brugnola e Pignola. La vinificazione prevede acciaio e terracotta, cosa che esalta le note di piccoli frutti al naso, la viola e una leggera liquirizia. In bocca i tannini sono setosi, fruttati e ben legati alla massa di buona freschezza e sapidità, in abbinamento si completano.

Il dolce è una bellissima Insalatina Primaverile, composizione dall’abile gioco di consistenze costruite sapientemente e sapori, che cela più di una sorpresa all’assaggio. In abbinamento un vino altrettanto poliedrico, Moscato Rosa 2021 – Franz Haas , fresco, vivace, dal bouquet aromatico intenso, tra cui spiccano rosa, cannella, buccia d’arancia. Stupisce al palato per spiccata acidità, dolcezza ma soprattutto tannino, perché questo vino nasce da una vinificazione in rosso la cui fermentazione è interrotta con l’uso del freddo.

Un album musicale a due voci di eccellente fattura che narra le storie del territorio, delle sue usanze e dei suoi uomini che suona le sue ultime note sul pass con le ultime creazioni, gelee e altre piccole coccole, come il Kosmocciolino e una moka fatta al momento sulla brace.

Bonus Track …e invece. Tra gli ultimi complimenti a Siria, a tutta la famiglia Rocca, alla sommelier Giada, scatta un invito genuino agli Chef da parte di alcuni di noi, figlio di bei rapporti che ogni tanto per fortuna si creano. Chef perché non ci si vede dopo da noi per una Aglio e Olio notturna? Michele e Mauro si guardano, la lampadina si era accesa, pochi secondi dopo al Kosmo le padelle tornavano a saltare. Una dimostrazione di sinergia, estro e di aderenza al proprio ruolo e al proprio credo, Olio e Aglio diventano Burro e Pesteda, terminate con un crumble finale. Apprezzato come l’ultimo singolo che la band decide di regalare ai fan rientrando dopo essere uscita, il finale perfetto di un gran bel concerto di giovani talenti.

Livigno si sta preparando molto bene per queste Olimpiadi e la Téa del Kosmo sta portando un nuovo messaggio di Fine Dining, ergendosi insieme a tutta la struttura del Mottolino a fondamentale rappresentanza del territorio stringendosi nell’abbraccio della montagna.

“…E così, tra i suoi dirupi e le sue creste,

L’anima errante trova pace e rifugio,

Nell’abbraccio severo della montagna,Dove il tempo si dissolve e il cuore ritrova il suo equilibrio.”

L’IGP Olio di Puglia conquista Roma: una serata di gusto e tradizione con il Gambero Rosso

Ehi, amici degli ulivi! Avete mai pensato che un lunedì sera potesse trasformarsi in un viaggio sensoriale attraverso i sapori della Puglia? Beh, è esattamente quello che è successo il 22 luglio nei Giardini di Palazzo Brancaccio a Roma.

L’IGP Olio di Puglia ha fatto il suo ingresso trionfale nella Città Eterna. Immaginate la scena: un palazzo storico, giardini mozzafiato e l’aroma inconfondibile dell’olio extravergine d’oliva che fluttua nell’aria. Non stiamo parlando di un olio qualsiasi, ma del re degli oli. E sapete una cosa? La Puglia non scherza quando si parla di olio: pensate che produce il 65% dell’olio di tutta l’Italia.

Non è solo una questione di quantità. La Puglia ha dimostrato di poter giocare alla grande anche quando si parla di qualità. Le sue olive sono come una squadra di calcio di Serie A: abbiamo la Peranzana, star del centrocampo, la Coratina, il difensore roccioso, l’Ogliarola, il regista tuttofare, e la Cellina di Nardò, l’attaccante veloce. E come se non bastasse, hanno pure i nuovi acquisti: la Favolosa e il Leccino.

Maria Francesca Di Martino, la capitana di questa squadra d’oro (o meglio, d’olio), nonché Presidente del Consorzio IGP Olio di Puglia, non poteva essere più felice: “Ragazzi, più del 40% dell’olio buono che mangiate e che pensate venga da chissà dove, in realtà è made in Puglia!” E dove meglio per dirlo se non nella cornice da sogno di Palazzo Brancaccio?

Ma la serata non è stata solo un “guarda e annusa”. Prima del grande evento, c’è stata una masterclass per veri intenditori. Immaginate di essere a scuola ed invece dei libri avete bottiglie d’olio e invece della lavagna c’è Stefano Polacchi, il guru degli oli del Gambero Rosso, che vi spiega tutti i segreti dell’oro verde.

Il focus della masterclass è stato la resilienza e la rinascita del settore olivicolo pugliese, in particolare alla luce delle sfide poste dalla Xylella, un batterio, noto per i suoi effetti devastanti sulle coltivazioni agricole, che ha avuto un impatto economico significativo sugli uliveti della regione.

Nonostante queste difficoltà, la Puglia mantiene un ruolo di primo piano nella produzione olivicola nazionale. Con il 65% della produzione italiana, che ammonta a 366 mila tonnellate annue, la regione si conferma leader del settore. Tuttavia, questa produzione non è sufficiente a soddisfare il fabbisogno interno: il consumo medio pro-capite annuale in Italia si attesta intorno alle 700 mila tonnellate, rendendo necessaria l’importazione di olio da altri paesi del Mediterraneo, principalmente Spagna e Tunisia.

Durante la degustazione guidata è emersa la necessità di una maggiore consapevolezza sull’importanza dell’Olio Extravergine di Oliva. Nonostante sia un ingrediente fondamentale della dieta mediterranea, riconosciuta per i suoi benefici sulla salute, l’olio EVO rimane spesso sottovalutato nel dibattito pubblico e nella percezione dei consumatori.

Serve una presa di coscienza collettiva sul ruolo cruciale che l’olio extravergine di oliva riveste non solo come condimento, ma come alimento quotidiano essenziale per l’intero comparto alimentare italiano. La sua valorizzazione potrebbe avere ricadute positive non solo sulla salute pubblica, ma anche sull’economia del settore agricolo e sulla promozione del Made in Italy nel mondo.

La masterclass si è conclusa con un appello a una maggiore educazione del consumatore e a politiche di sostegno per il settore olivicolo, in particolare per quelle realtà che, come la Puglia, stanno dimostrando una straordinaria capacità di rinascita e innovazione di fronte alle sfide ambientali ed economiche.

Gli oli proposti in degustazione sono stati dieci di cui si elencano le caratteristiche organolettiche

  1. IGP Olio di Puglia Monocultivar Leccino – AGRICOLA TAURINO: Sentori di mandorla e nocciola.
  2. IGP Olio di Puglia (blend di Ogliarola Barese e Leccino Peranzana) – ASSOCIAZIONE FRANTOIANI DI PUGLIA: Profumi e sapori dierba, carciofo, cicoria, con sensazioni amaricanti.
  3.  IGP Olio di Puglia (blend di Coratina, Ogliarola Barese, Leccino Peranzana) – DE CARLO: erba tagliata, rucola, mandorla e carciofo. Sapore decisamente amaro.
  4. IGP Olio di Puglia (blend di Coratina e Olgiarola Barese) – OLIO CICCOLELLA: Sentori tipici della Coratina con evidenza di erba tagliata e nota speziata finale.
  5. IGP Olio di Puglia Monocultivar Coratina 4 CONTRADE: Maggiore morbidezza con sentori di mandorla e erba tagliata. Finale amaricante.
  6. IGP Olio di Puglia Monocultivar Coratina PANTALEO: Più delicato rispetto ai campioni precedenti, con sentori di mandorla e erbe amare.
  7. IGP Olio di Puglia Monocultivar Coratina OLIO GUGLIELMI: Un olio pulito ed elegante con sentori di mandorla e carciofo.
  8. IGP Olio di Puglia Monocultivar Coratina AZIENDE AGRICOLE DI MARTINO: note erbacee, mandorla, erba tagliata, finale amaricante.
  9. IGP Olio di Puglia Monocultivar Coratina LE FERRE: Nota amara marcata, più potenza che eleganza,erbe amare e carciofo.
  10. IGP Olio di Puglia Monocultivar Coratina COOPERATIVA MADONNA DEL ROSARIO: mela gialla, sentori di frutta secca, erbe amare.

Per chi pensa che l’olio sia solo per condire l’insalata, preparatevi a ricredervi. Lo chef Marco Brioschi della Gambero Rosso Academy ha tirato fuori dal cilindro piatti da far venire l’acquolina in bocca solo a sentirli: Acquasale, pasta con cozze, cacioricotta e taralli (praticamente la Puglia in un piatto), e le mitiche bombette pugliesi. Il tutto, ovviamente, impreziosito dall’olio IGP di Puglia.

Tra un assaggio e l’altro, potevate incontrare i big dell’olio pugliese come l’azienda Agricola Taurino, De Carlo, Olio Ciccolella, Pantaleo. Ognuno con il suo olio speciale, alcuni puri come un diamante (i monocultivar), altri mix sofisticati da far invidia a un cocktail di un barman stellato.

Ovviamente non potevano mancare i vini pugliesi e tanti produttori delle eccellenze gastronomiche. Tra questi abbiamo intervistato i coniugi Lombardi della Pasticceria L’Arte di Luciano che ad Apricena in provincia di Foggia hanno il laboratorio di produzione dolciaria. Infine i formaggi di Capra Garganica, Panificio Di Biase e La Bella Contadina.

Insomma, amici, l’olio pugliese non è solo buono, è un vero e proprio protagonista della dieta mediterranea, un supereroe del gusto che fa bene alla salute e al palato.

“L’olio nostro è come l’ammore: fa bene al core!”

Morellino del Cuore 2024

Lo scorso 19 giugno si è svolta la seconda edizione di “Morellino del Cuore” serata dedicata al Morellino di Scansano. L’evento si è svolto  a Firenze presso il Ristorante Olio, una degustazione di 10 vini selezionati da una commissione di Sommelier ed importanti Ristoranti del Belpaese.

Nella prima edizione la commissione era composta da giornalisti, esperti e collaboratori di importanti guide e riviste enogastronomiche.  La degustazione  è stata organizzata dai giornalisti Roberta Perna e Antonio Stelli in collaborazione con il Consorzio Tutela Morellino di Scansano.

Prima di passare all’analisi sensoriale dei vini in degustazione, lasciamo il tempo ad alcune nozioni su questo incantevole areale.

Il Morellino di Scansano è una perla enologica localizzata tra l’antico vulcano Monte Amiata e la meravigliosa costa Tirrenica in provincia di Grosseto. L’etimologia del termine sembrerebbe derivare dai cavalli neri detti morelli che trainavano le carrozze. La vicinanza al mare e al Monte Amiata danno origine a  un microclima unico e propizio per l’allevamento della vite; tuttavia, i suoli e le altimetrie variano nei comuni  ricadenti nella denominazione quali: Scansano,  Manciano, Magliano in Toscana, Semproniano, Roccalbegna, Campagnatico e Grosseto. Terreni, argillosi,  sabbiosi con presenza di galestro ed alberese.

Il Morellino di Scansano per disciplinare deve essere prodotto con uve Sangiovese almeno per l’85%, possono concorrere al completamento nella misura massima del 15%: Alicante, Ciliegiolo, Colorino, Malvasia Nera, Canaiolo, Montepulciano, Merlot, Syrah, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Tuttavia, prevalentemente i produttori prediligono lavorare  il Sangiovese in purezza. Nelle annate  migliori viene prodotta anche la tipologia Riserva. 

La Doc è nata nel 1978 e l’ambito riconoscimento a Docg è giunto nel 2007. A fine anni ottanta è  stato un vino molto apprezzato e presente nelle carte vini di molti ristoranti sia in Italia sia all’estero. Un breve periodo di pausa ed è  di nuovo tornato meritatamente nella sfera dei grandi vini rossi italiani.

I vini in degustazione

“Annata”
Cantina Vignaioli Morellino di Scansano Roggiano Docg 2023 – Sangiovese 95% e Ciliegiolo 5% – Piacevoli note di violetta,  visciola ed erbe aromatiche. Fresco, saporito, dinamico con buona facilità di beva.

San Felo Morellino di Scansano Docg 2023 – Sangiovese 85%, Cabernet Sauvignon e Merlot 15% – Note di rosa, ciclamino, ciliegia e fragola, dal sorso setoso, lungo e armonioso.

Terenzi Morellino di Scansano Docg 2022 – Sangiovese 100% – Emana note di frutti di bosco, scorza d’arancia  e spezie dolci,  avvolgente, deciso, preciso è composito.

“Intermedio”
Boschetto di Montiano PerBene Morellino di Scansano Docg 2022 – Sangiovese 90%, Cabernet Franc e Merlot 10% – Sprigiona sentori di lampone, mirtillo, tabacco e cuoio. Gusto pieno e soddisfacente.

Morisfarms Morellino di Scansano Docg 2022 – Sangiovese 90% , Cabernet Sauvignon e Merlot 10% – Ciliegia, prugna, pepe e nuances terragne. Al palato è succoso, setoso e armonioso.

Roccapesta Morellino di Scansano Docg 2022 – Sangiovese con un saldo di Ciliegiolo. Libera sentori di rosa, mora, melagrana e bacche di ginepro; sorso vibrante, avvolgente e armonico.

Podere 414 Morellino di Scansano Docg 2021 – Sangiovese 85%, Ciliegiolo, Colorino, Alicante, Syrah 15% –  Rivela note di cassis, amarena,  liquirizia, pepe e nuances mentolate. Setoso, avvolgente e leggiadro.

“Riserva”
Alberto Motta Morellino di Scansano Docg Riserva 2021 – Sangiovese 100% – Note di mirtillo,  mora, amarena e spezie orientali, dal sorso accattivante e duraturo, con tannini ben integrati.

Val delle Rose Poggio al Leone Morellino di Scansano Docg Riserva 2021 – Rimanda sentori di prugna, marasca, tabacco su scie balsamiche. Trama tannica nobile, saporita e coerente.

Santa Lucia Tore del Moro Morellino di Scansano Docg Riserva 2020 – Sangiovese 100% – Emana note di frutti di bosco, sottobosco e nuance boisée. Rotondo, appagante e persistente.

Dopo la degustazione delle 10 etichette è seguita una gustosa cena, con piatti ben preparati e ben presentati in abbinamento ai campioni degustati.

Il “Dolceacqua” in piazza 2024

Sabato 20 luglio il pittoresco borgo ligure di Dolceacqua si è animato di folla e di produttori che hanno dato vita alla terza edizione di un evento davvero imperdibile. In piazza Mauro, protetta dall’alto dall’antico Castello dei Doria, si sono radunati le cantine del Rossese, per una festa che ha richiamato una moltitudine di turisti, giornalisti, operatori del settore, tanto da far registrare il tutto esaurito.

I calici con la taschetta sono andati a ruba, come del resto il sacchettino con le crocette e le michette, dolci legati alla tradizione locale, queste ultime raccomandate  per un abbinamento inconsueto con il leggiadro vino rosso.

In assaggio la nuova annata 2023 e alcune novità davvero interessanti.

Iniziamo con Roberto Rondelli ed il suo Dolceacqua Arenaria, che colpisce per l’eleganza dei profumi e per la loro delicatezza. Note floreali e fruttate, sorso che mantiene un’estrema piacevolezza, grazie anche a una trama tannica vellutata. Le uve Rossese vengono in parte pigiate e diraspate, in parte lasciate intere. Fermentazione per circa 10 giorni a cui segue un affinamento di 6 mesi in acciaio. Roberto ha portato in assaggio Roja 2022, la versione superiore, con la quale vuole proporre una idea diversa di interpretazione di questo vitigno. L’affinamento prevede dieci mesi in barrique usate, una selezione delle uve al momento della vendemmia a dir poco maniacale e fermentazione con lieviti indigeni. Un vino che punta in alto, che si offre nel calice con un tripudio di ciliegia, mora, ribes nero, viola, vaniglia accompagnate da note di macchia mediterranea. In bocca è avvolgente, quasi sensuale grazie alle sensazioni vellutate che regala, sapido in chiusura.

Fabiana Ramoino propone una nuova veste per l’annata 2023: la collezione 1920 La Maudit Belle Paris. E’ stata realizzata con l’aiuto di Amanda Fagiani e Jari Andrea Bertrecchi e i vini (vermentino e rossese) portano in etichetta quadri appositamente dipinti a mano, che ritraggono Amedeo Modigliani e Tamara de Lempicka, due artisti protagonisti della Parigi degli Anni Venti.

Per il Rossese è stata scelta l’immagine di Tamara; le sorprese però non finiscono qui, dato che nel retro della bottiglia è posizionato un QR code. Inquadrandolo, si accede a un inedito d’autore, interpretato e narrato da voci che faranno immergere chi starà sorseggiando il vino, in quell’epoca così intellettualmente e culturalmente vivace, a cavallo tra le due Grandi Guerre. Il vino è assolutamente cesellato ad arte, frutto di un annata che ha premiato ancora una volta, chi ha saputo gestire al meglio la vigna.

Maurizio Anfosso di Ka Mancinè ha portato in degustazione i Rossese ottenuti dalle nomeranze Beragna e Galeae; difficile esprimere una preferenza, data la giovialità del sorso del Beragna e la profondità del secondo. Infatti Beragna è un vino che, servito a una temperatura lievemente più fresca di quella normalmente consigliata, risulta perfetto con il pesce, soprattutto abbinato alle zuppe. Prima dell’evento però, sono andata a trovare Maurizio, che ha aperto la sua cantina e ho potuto così degustare la prova della nuova annata di Bugiardino, il rossese che affina in anfore Demetra. Nonostante debba essere atteso ancora sul mercato, l’assaggio è stato molto convincente e ha regalato profumi molto intriganti e una bella performance in bocca.

La Famiglia Guglielmi al completo per presentare il rosato Roseto e il Rossese Poggio dell’Elmo 2023. Il primo vede un riposo a 5-6 gradi delle uve per un giorno e una notte, a cui segue la pressatura soffice e una classica vinificazione in bianco e regala al naso succose note di frutti rossi e una guizzante freschezza. Il Rossese classico viene invece vinificato tradizionalmente in acciaio e si offre nel calice con precisi sentori di piccoli frutti rossi, rosa canina e pepe nero. Tannino serico, nel finale ritornano le note speziate e fruttate.

Nino Perrino Testalonga e la nipote Erica hanno portato in degustazione all’evento un meraviglioso Rossese 2020, che dopo un primo momenti di timidezza, si è aperto magicamente raccontando rosa, viola, marasca, elicriso, pepe bianco, ribes rosso. Sorso pieno, tannino perfettamente integrato, finale balsamico. Una testimonianza del grande lavoro fatto in vigna, dell’utilizzo di modeste quantità di rame e zolfo, della preferenza delle fermentazioni spontanee e di un minimo di solforosa nell’imbottigliamento.

Cantina Muragni si conferma per l’eccellente qualità ed espressività dei vini che produce; le etichette colorate portano l’immagine di un lupo, animale inteso come spirito guida. In assaggio il Dolceacqua superiore in cui si apprezzano note floreali, di arbusti di macchia, di frutta rossa matura , di rosmarino e  pepe nero.

Tra le sedici cantine presenti sono riuscita ad assaggiare anche la produzione della Cooperativa Maixei con un meraviglioso Rossese Superiore e il Rossese Superiore Barbadirame, le nuove annate prodotte da Fabiana Caldi, Filippo Rondelli di Terre Bianche, di Tenuta Ascari e la nomeranze Peverelli, un monopole della cantina Mauro Zino.

I banchi di assaggi sono stati letteralmente presi d’assalto dai presenti; sempre affollati quelli di Gajaudo, Du Nemu, Foresti, Grillo Amedeo e Cantina Naso.

La serata è stata inoltre allietata dalla Simil Jazz Band, che ha saputo degnamente intrattenere il pubblico e i produttori. La manifestazione, perfettamente riuscita, è stata promossa dal Comune di Dolceacqua, con la partecipazione dell’assessorato all’Agricoltura e al Marketing Territoriale di Regione Liguria. L’ennesima conferma che questa regione italiana ha nel rossese, e non solo nella produzione di vini bianchi superlativi, una delle sue punte di diamante; un vino che merita di essere conosciuto, degustato e amato.

Red Montalcino: il Rosso di Montalcino festeggia i suoi primi 40 anni

Neppure si può parlare di maggiore età, semmai di età della ragione per il Rosso di Montalcino. Uno splendido quarantenne che sta vivendo un momento di particolare euforia, grazie anche all’apprezzamento dei consumatori e al via libera definitivo all’ampliamento della superficie vitata rivendicabile per la Denominazione.

Il vigneto della Doc (attualmente di 519,7 ettari) potrà essere incrementato fino a 364 ettari (+60%). L’ampliamento, inoltre, non comporterà l’impianto di nuove vigne: gli ettari aggiuntivi rivendicabili fanno infatti già parte delle mappe del territorio come quota di vigneti coltivati a Sangiovese ma liberi da albi contingentati. In termini di bottiglie, la produzione potenziale aggiuntiva del Rosso sarà di poco superiore ai 3 milioni che si andranno a sommare alla media attuale di circa 3,6 milioni di pezzi l’anno. 

Cosa ne consegue? Un’attenzione maggiore verso l’intero comparto, con prodotti totalmente diversi che potranno ulteriormente catturare turisti e merchandising in giro per il mondo. Deduzione logica: più soldi per tutti e un’economia florida che porterà benessere a migliaia di famiglie. Il senso stesso del fare impresa.

Sul vino, invece, ancor più certezze per il futuro. Il Rosso di Montalcino ha da sempre rappresentato la bevuta facile, l’immediatezza di un sorso che non esige abbinamenti gastronomici o sforzi d’ingegno magari nella calura delle recenti estati. A 40 gradi all’ombra l’immagine è quella di poter godere di un prodotto da servire ad una temperatura inferiore alla norma e senza concentrarsi necessariamente su zone, stile e potenziale evolutivo. Il bere per il piacere del bere insomma.

Giunta alla terza edizione di Red Montalcino in Fortezza, ben 68 produttori hanno presentato i loro vini nel consueto walk around tasting, tra specialità gastronomiche regionali unite a pietanze vegan e fusion. La soddisfazione dei partecipanti è stata palpabile, così come i tannini del Sangiovese di queste terre, meglio addomesticabili quando non si gioca sulla potenza. Era un po’ anche lo scopo dell’allora presidente del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino Enzo Tiezzi, un illuminato nel mondo dell’enologia, persona dotata di saggezza e spessore che riuscì nel 1984 a conciliare le diverse anime in un progetto avveniristico.

Sì, perché anche Montalcino avrebbe potuto soffrire le difficoltà di altri areali della Toscana; eppure l’unità (almeno apparente) dei vitivinicoltori, la loro voglia d’imparare e lasciarsi guidare dai blasonati che hanno messo a disposizione il proprio sapere per la Comunità e lo spirito di non porre tutto sul piano della politica spicciola, astenendosi da inutili guerre di posizione, ha portato ai risultati positivi sperati.

In ultimo la scelta di eliminare la dualità di competenze e dirigenze accorpando le tipologie sotto la tutela di un solo Ente, altro atto insolito per un’Italia che sa duplicare qualsiasi ufficio e carica di potere.

La degustazione delle vecchie annate, moderata dalla giornalista di Rainews24 Barbara Di Fresco e condotta negli assaggi da Riccardo Viscardi di Doctor Wine, intitolata “Red Evolution: origini e futuro del Rosso di Montalcino”, ha dimostrato il nerbo del Sangiovese quando difettava di maturazioni spinte come quelle odierne. Irsuto agli inizi, superbo nello scorrere delle lancette.

Semmai ci fosse un problema su cui discutere resta quello del cambiamento climatico e dello “snellire” le cariche alcoliche estrattive di uve a pieno carico zuccherino dotate di minor acidità. Altrimenti le resistenze al tempo non saranno le stesse di qualche lustro passato.

Uno stimolo ulteriore per Fabrizio Bindocci, Presidente del Consorzio Vino Brunello di Montalcino e per il Direttore Andrea Machetti. Un modo per far entrare davvero il Rosso di Montalcino nell’eternità. Un ringraziamento particolare a Bernardetta Lonardi e Sara Faroni di Ispropress per l’organizzazione e l’accoglienza della stampa.

Vi rimandiamo alla playlist completa sul nostro canale ufficiale YouTube con tutte le interviste.

Pasetti: la verticale di Harimann il Montepulciano d’Abruzzo di Tenuta Testarossa

Gli Arimanni erano un antico popolo guerriero di stirpe longobarda. Quando si spogliavano dell’armatura si dedicavano all’agricoltura, rinascendo a nuova vita. Non è un caso la scelta del nome Harimann per il Montepulciano d’Abruzzo Dop di casa Pasetti: con questa reminiscenza Domenico e Laura Pasetti hanno voluto rappresentare la metafora della loro storia, la rinascita a nuova vita a contatto con la natura, avvenuta grazie all’acquisizione del primo terreno di Pescosansonesco e della sua vigna, quella da cui è prodotto il Montepulciano oggetto della verticale del 22 giugno.

Il sistema di allevamento è quello a pergola abruzzese, in grado di contenere meglio del filare l’irraggiamento solare, con una resa di 60/70 quintali per ettaro. Con un’altitudine di 550 metri può essere considerata una vigna d’altura, elemento che influisce non poco sul carattere di un’uva da cui derivano vini di buona concentrazione e potere calorico. Il terreno è quello argilloso calcareo di Pescosansonesco, ricco di scheletro; l’obbiettivo ricercato con Harimann è di esprimere al meglio le caratteristiche del Montepulciano d’Abruzzo: potenza, struttura, esuberanza. L’etichetta rappresenta la spada di un guerriero cinta da tralci e foglie di vite.

La degustazione

2017

Annata corrente in commercio. Si esprime al naso con una nota pronunciata di frutto rosso maturo, segnata dal pepe nero e una lieve nota vanigliata. La vintage calda si fa sentire al palato: vino grasso e di corpo, ma percorso da una vena acida ben evidente e caratterizzato da un tannino fine e ben integrato. Godibile sin da ora, può sostenere un lungo affinamento in bottiglia.

2012

Di naso materico e terroso, il frutto si presenta sotto forma di arancia sanguinella, accompagnata da sentori ematici e note di tartufo: Ritorna coerente al palato, che risulta opulento, ricco di materia con ricordi di cioccolato fondente lasciato sciogliere in bocca, sensazione determinata dal binomio di concentrazione e di elevata gradazione alcolica (15,5°), a lievissimo discapito della freschezza, comunque presente. A calice vuoto ritornano le note di cipria.

2009

Scurissimo, non solo nel colore ma anche al naso, frutto di un’annata estremamente calda: marasca e china si intrecciano a una finissima nota ossidativa perfettamente integrata, che ricorda un boero al rum. Strutturato e di grande presenza, si distingue per freschezza incisiva, tostature di caffè e pulizia finale.

2007

Stagione fredda, è caratterizzato da note evolutive. Il frutto ha perso la freschezza e si propone su marasche sotto spirito, muschio e sottobosco, insieme a un accenno di cuoio. La bocca è fresca lineare, agile, caratterizzata da un tannino sottile e un’ottima chiusura su cacao in polvere.

2004

Forse il campione meno performante della batteria a causa delle lievi note di riduzione che lasciano emergere solo sentori eterei. Di palato si presenta comunque fresco e con un tannino ancora palpabile.

2000

È la prima annata di Harimann, quella che ha fatto emergere il carattere guerriero di Mimmo e Laura. Una  gelata in tarda primavera, infatti, brucia completamente il germogliamento della vigna e mette a dura prova il raccolto. La vendemmia sarà fatta a novembre inoltrato sotto la neve, utilizzando i frutti del secondo germogliamento. Il risultato, a ventiquattro anni di distanza, non è per nulla scontato: ci troviamo di fronte a un bicchiere pienamente maturo, con un naso interessante di cioccolato, caffè, foglia di tabacco e una vena ossidativa che lo accomuna a un porto invecchiato. Sorso rotondo, a tratti dolce, mantiene ancora un buon equilibrio tra freschezza e sapidità e si fa guastare come vino da meditazione.

Vero Omakase Rooftop: tra sashimi, nigiri, gunkan, wasabi… e cultura del Sol Levante

Il sushi master Gilberto Silva crea un viaggio nei sapori e nelle tradizioni più autentiche del Giappone. 

Quante volte avete pronunciato le parole “mi fido di te”? Il contesto davvero particolare del Vero Omakase Rooftop, all’interno del Ro World di Nola (NA), rischia di rappresentare un nuovo modo di affidarsi totalmente nelle mani di qualcuno.

La cosa più bella è la mancanza di un reale vincolo di parentela se non “temporaneo”: giusto il tempo, infatti, di sedersi al banco dello chef, in attesa di essere stupiti dalle tante preparazioni ideate ogni sera da Gilberto Silva.

Il concept stesso di sushi (nel termine ampio di piatti tipici a base di pesce crudo, alghe, uova, riso e condimenti) viene ridisegnato sulla base delle usanze orientali, nel rispetto delle rigide normative alimentari europee. Una differenza anzitutto nel metodo di lavorazione e conservazione, che in Italia prevede l’obbligo del passaggio in abbattitore per evitare pericolose contaminazioni parassitarie.

Nel Paese del Sol Levante, invece, si pratica l’immediata sfilettatura del pescato, preceduta dall’eviscerazione ed eventuale marinatura con limone. La temperatura di servizio delle pietanze è però identica per entrambe le realtà, compresa tra 3 e 9°C atta a garantire la massima qualità del prodotto.

Parte da qui il viaggio tra i sapori e i ricordi di Gilberto Silva, originario del Brasile e divenuto amante di tutto ciò che riguardi l’Oriente. Un’esperienza riversata ai clienti finali, sulla relazione diretta tra chef ed ospite, che siede in prima fila per ascoltare, osservare e gustare. Nella formula Omakase (traduzione “mi fido di te”), le preparazioni vengono eseguite e raccontate davanti all’avventore, con un massimo di sei persone per volta di fronte allo chef.

Al Vero Omakase Rooftop è comunque possibile optare per i tavoli in sala ed ordinare à la carte :sono disponibili 20 coperti interni e 40 in terrazza. Il maître Roberto Tanzi ed il sommelier Giuseppe Bonomo riescono ad intercettare le varie esigenze gastronomiche esaltando al meglio l’experience.

I protagonisti, le selezioni del pescato proveniente da tutto il mondo, vengono presentate all’interno di una scatola di legno quasi un dono ed un segno di rispetto per i presenti. Da lì sono giunte le ricette per noi della stampa, presenti la sera del 10 luglio grazie all’abile organizzazione della giornalista Nadia Taglialatela. Un momento di riflessione su quanta fretta abbiamo spesso in un istante che dovrebbe essere di gioia e d’attesa come il piacere di acculturarsi a tavola.

Scampi freschi, gamberi di Mazara del Vallo, trilogie di tonno, capesante del Canada, ricciole e ricci di mare giganti del Giappone. E poi ancora dentici, orate, polpo di Spagna e persino il Wagyū la carne più pregiata di sempre, proprio per non farsi mancare nulla.

Il lungo percorso ha inizio prima dal “cotto”, con un bao di kebab di tonno, spezie orientali, cipolla al lampone e crema acida, saporito al punto giusto. Si vira rapidi sulle specialità del pesce crudo, con carpaccio di rombo in salsa ponzu (soia e agrumi), erba cipollina e uova di trota salmonata con polvere di peperoncino togarashi molto delicata.

Una pausa fatta dal Tamagoyaki, la frittata in padella quadrata con soia e brodo dashi composto da alga kombu e katsuobushi per poi assaggiare i vari Sashimi: di tonno, ricciola di Hokkaidō, polpo verace e salmone delle isole Faroe con foglia di wasabi.

Proseguiamo con una tartare di scampo affumicato, con olio yuzu, zenzero fresco, uova di pesce volante e foglio d’oro a 24 carati da lasciare i commensali senza parole. I ravioli di gambero rosso di Mazara del Vallo anticipano il Kobe in salsa demi-glace cotto a bassa temperatura per 72 ore.

E adesso il momento clou con i Nigiri proposti da branzino giapponese, capasanta del Canada, gambero e sgombro, per concludere con un Gunkan di riccio di mare gigante ed una tagliata di Wagyu affumicata. Abbinamento cocktail-list personalizzato, coordinata dal giovane bartender Antonio Onorato, dove spicca un gustoso Bloody Mary al caramello salato.

Giuseppe Tufano, ideatore e proprietario di Ro World e del Vero Omakase Rooftop, esprime così la sua soddisfazione per il premio ricevuto dal Gambero Rosso con le “Tre bacchette” nella Guida Sushi 2025

<<È un premio che ci lusinga tantissimo. Il fatto di essere in Campania per me non ha mai significato proporre soltanto tradizione regionale. Qui da noi arrivano persone delle più diverse tipologie e provenienze:  italiani, stranieri, manager, appassionati, visitatori di passaggio. Sentivo il bisogno di far sentire accolto ciascuno di loro.  Poi c’è stato l’incontro con un maestro sushi del calibro di Gilberto Silva e  l’opportunità di porci in maniera ancor più internazionale e dinamica:  anche il mondo gastronomico giapponese, quello autentico, qui ha trovato lo spazio che merita.  Con eleganza e cura dei particolari, com’è nel nostro stile>>.

Vero Omakase Rooftop

(all’interno di Ro World)

Km 50, SS7bis, 80035 Nola NA

aperto a cena, dal lunedì alla domenica – È richiesta la prenotazione

+ 39 349 888 6066

www.roworldexperience.com/vero/

Intervista ad Antonella Amodio autrice del libro Calici&Spicchi

N.d.r. pubblichiamo con piacere l’inserto del giornalista Gaetano Cataldo con l’intervista completa ad Antonella Amodio, dopo il successo editoriale del suo libro Calici&Spicchi, che vedrà presto un seguito con l’Atlante della Pizza e del Vino con proposte intriganti provenienti anche dall’estero.

Laureata in Scienze Umanistiche, giornalista e critico enogastronomico, Antonella Amodio è chiamata a presiedere a numerosi concorsi, collaborando con diverse testate giornalistiche nel diffondere la cultura del vino, della buona cucina, tra pizzerie e ristoranti. È stata allieva di Gualtiero Marchesi, grazie al quale ha affinato le tecniche culinarie Tra i vari titoli acquisiti e con tante esperienze maturate nel settore, conta un master in botanica con approfondimento delle erbe aromatiche, nonché il diploma di Bibenda Executive Wine Master della Fondazione Italiana Sommelier. Runner, maratoneta e tifosa dello sport in generale, Antonella ha percorso in lungo e largo il mondo a piedi con lo zaino sulle spalle mangiando pizze nei posti più disparati.

Da sinistra Nello Ferrigno direttore di Inprimanews, Antonella Amodio autrice di Calici&Spicchi e Gaetano Cataldo giornalista autore di 20Italie

Il suo libro Calici&Spicchi nasce per guidare i lettori in viaggio fatto di sapori ed emozioni, gustando appieno le eccellenze del territorio. Un testo unico al mondo, il primo del suo genere, dedicato al connubio pizza e vino, un armonico abbinamento che riesce ad esaltare e nobilitare uno dei piatti più conosciuti della tradizione partenopea e della Campania più in generale.

Il libro firmato dall’autrice Antonella Amodio, la cui prefazione è curata da Luciano Pignataro, svolge la propria funzione arrivando al cuore del lettore, senza creare l’imbarazzo in chi si avvicina per la prima volta al mondo del vino. Una maniera “smart & pop” di orientare senza forzature, riuscendo ad abbinare ad oltre cento pizze il vino più indicato, da un bianco delicato a un rosso corposo, passando per la freschezza e leggerezza di un rosato alla vivacità delle bollicine. Insomma uno strumento agile ed indispensabile, per appassionati e per esperti del gusto, per imparare a scegliere il vino giusto per la pizza del momento, con erudita competenza ma senza obbedire troppo alle regole.

Antonella Amodio scrittrice e giornalista

Benvenuta Antonella, per i lettori di 20Italie le vorremmo rivolgere qualche domanda

Da dove è nata l’idea del libro?

Dai ricordi di famiglia e dal profumo del pane fatto in casa anzitutto. Provengo da una famiglia contadina, dotata del forno a legna e quindi, sin da piccola, legata ai rituali e alle tradizioni della buona tavola e di ingredienti sani. Il libro è una mia maniera di restituire alla nostra memoria storica il legame dimenticato tra il vino e la pizza, che esiste da sempre.

Altre fonti di ispirazione?

Semplicemente mia madre. La mia passione per il vino alla fine ha coinvolto anche lei, accendendone la curiosità: mi chiedeva spesso cosa potesse abbinare ai suoi piatti, diventando un po’ la sommelière di fiducia delle sue amiche. Da questa esperienza familiare ho voluto trarre l’importanza di avvicinare le persone al vino con il mio libro anche con semplicità e leggerezza.

Un po’ come parafrasare Einstein… se riesci a farlo comprendere a tua madre vuol dire che hai capito cosa è il vino, insomma. La tua pizza preferita e abbinata a cosa?

Adoro la pizza provola e pepe con un Lacryma Christi rosso che abbia tutto il suo appeal vesuviano.

Ci parleresti dei tuoi abbinamenti prediletti con la pizza margherita e la pizza marinara? Anzi, magari due per ciascuna pizza, uno più territoriale e l’altro magari da altre regioni del vino…

Con la pizza margherita non ho dubbi: vino di Gragnano vivace e servito un po’ più fresco, ma anche un Ciliegiolo in purezza, magari ad una temperatura da rosato.

Per la marinara invece direi Piedirosso flegreo, per restare in Campania ed un Etna rosso, ma che sia Nerello Mascalese al 100% per favore.

E se dicessi pizza alla Nerano?

Direi anzitutto buonissima, poi che la berrei sia con un uvaggio bianco tipico amalfitano, a base di Fenile, Ripoli e Ginestra. Mi farebbe molto piacere proporre la Nerano anche con uno Chardonnay altoatesino d’alta quota, frutto di altrettanta viticoltura eroica, potente e armonico al tempo stesso.

Ma con una pizza all’ananas che beviamo?

Potremmo parlare anche di Sauvignon blanc, ma delle volte è il caso di suggerire anche l’acqua ed io con una pizza all’ananas la vorrei frizzante.

Ringraziando Antonella per averci raccontato dei suoi aneddoti familiari, per i suggerimenti e per le sue predilezioni, il profumo di pizza diventa sempre più insistente.

Domenico Fortino e Lorenzo Oliva titolari di Wip Burger & Pizza

Ed ecco il menu proposto durante la serata evento di presentazione di Calici & Spicchi presso Wip Burger & Pizza.

Iniziamo con una fresella di pane duro con caponata e pomodorino del Piennolo, olive taggiasche, capperi, sarde salate e melanzane sott’olio, arriva del prosciutto crudo 30 mesi e poi del culatello di suino nero casertano magistralmente tagliati a coltello da Carmine De Cristofaro, cortador stabiese, il tutto abbinato al Furore Bianco 2023 di Marisa Cuomo.

La prima pizza prende il nome di Sua Eccellenza ed è stata realizzata con farina di tipo ‘0’: in pratica una margherita condita con pomodoro rustico schiacciato a mano, mozzarella di bufala, scaglie di parmigiano, pepe in grani ed olio evo cilentano. A seguire una pizza guarnita con fior di latte di Agerola, pancetta aromatizzata al miele in tre cotture, carciofo, elemento da cui la tonda prende il nome, pecorino bagnolese e olio evo da mono cultivar di Ravece. Entrambe le pizze sono state abbinate al Costa d’Amalfi Rosato 2023 di Marisa Cuomo.

Andrea Ferraioli – Cantine Marisa Cuomo

La terza pizza proposta durante la degustazione, la Trame Estive, con impasto di farina tipo ‘1’ semintegrale, è composta da fior di latte di Agerola e la sua stracciata, lardo di razza casertana, fico, olio evo di Rosciola. Al termine una pizza molto intrigante in doppia cottura, chiamata Sensoriale, prima fritta e poi al forno: è stata fatto con un impasto di farina tipo ‘1’ al caffè, farcita con caprino spalmabile, tartare di gambero rosso di Mazara del Vallo, scaglie di cioccolato fondente, sesamo tostato, olio evo aromatizzato all’arancia. Entrambe le pizze sono state abbinate al Furore Fiorduva 2022 di Marisa Cuomo.

Al termine della presentazione del libro Antonella Amodio ha accolto con piacere il dono di un formato magnum di Mosaico per Procida, celebre bottiglia che ha inaugurato l’Umanesimo del Vino, dando giusta motivazione per gli evidenti meriti di scrittrice per essere ambasciatrice dell’Enogastronomia campana.

Un viaggio in Trentino: le Dolomiti a un passo dal cielo

Che il Trentino sia un posto speciale non è un modo di dire. Basta guardare il panorama, le sue bellezze naturali, le vette spettacolari delle Dolomiti, i laghi, parchi naturali e le valli verdi. E poi i paesini con costruzioni di montagna dalle quali svettano chiesette che sembrano uscire da una fiaba.

Nelle pianure e sulle pendici collinari si stendono vigneti che sembrano un tappeto verde in contrasto con il rosso scuro della roccia porfirica. Il Trentino è una Regione ricca di bellezze naturali, storia, cultura e tradizioni, che offre opportunità uniche sia per il turismo che per i momenti di ogni giorno.

Le Dolomiti, Patrimonio dell’Umanità UNESCO, sono una meta ideale per attività all’aperto quali l’escursionismo, l’arrampicata e lo sci. I laghi, come il Lago di Garda, il Lago di Caldonazzo e quello di Levico ad esempio, offrono occasioni per nuoto, vela e relax. I parchi naturali, tra cui il Parco Naturale Adamello Brenta e il Parco Naturale Paneveggio-Pale di San Martino, proteggono la biodiversità e sono ideali per escursioni e osservazione della natura.

Il Trentino ha una storia lunga e complessa, influenzata dalle vicende politiche e culturali della regione alpina. Per secoli, il territorio è stato sotto il controllo del Principato Vescovile di Trento. Nel corso del XIX secolo, è diventato parte dell’Impero Austro-Ungarico fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando fu annesso all’Italia. Un patrimonio culturale unico, che condivide elementi italiani e tirolesi.

L’economia è diversificata: il turismo gioca un ruolo fondamentale grazie alle attrazioni naturali e sportive. L’agricoltura è importante, con una produzione di mele, uva e vini e la protezione di enti quali il Consorzio Vini del Trentino. L’italiano è la lingua ufficiale, ma sono presenti minoranze che parlano il ladino nelle valli delle Dolomiti, il mocheno e il cimbro in altre aree. Le tradizioni locali sono ricche e varie, con feste, sagre e rievocazioni storiche che celebrano la cultura e la storia della regione. Le tradizioni culinarie includono piatti come i canederli, la polenta, lo speck e numerosi formaggi tipici.

La città capoluogo è Trento, dal centro storico ben conservato, con il Castello del Buonconsiglio, la Cattedrale di San Vigilio, il Museo di Scienze Naturali MUSE e i palazzi rinascimentali come Palazzo Roccabruna. Altre città di interesse includono Rovereto, con il suo Museo d’Arte Moderna e Contemporanea (MART), e Riva del Garda, situata sulle rive del Lago di Garda.

Il Consorzio Vini del Trentino: un esempio di squadra e Identità Territoriale

Quando si parla del Consorzio Vini del Trentino, la definizione più calzante è quella di una squadra che rappresenta la quasi totalità (oltre il 90%) dei produttori e viticoltori della regione. Il termine “squadra”, non è usato a caso: la sua forza risiede non solo nella legge che gli affida il compito di salvaguardare le denominazioni di origine enologiche della provincia, ma soprattutto nella capacità di mantenere salda e credibile l’identità delle produzioni vitivinicole locali.

Avere una identità forte e riconosciuta è essenziale per ogni produttore, viticoltore, imbottigliatore e cooperatore del Trentino. Questa identità rappresenta le fondamenta su cui costruire una promozione efficace e credibile delle aree produttive, dei vitigni, dei vini e delle aziende della regione. È grazie a tale coesione che il Consorzio è in grado di tutelare le produzioni enologiche trentine, garantendo la sostenibilità ambientale e promuovendo i vini del Trentino sia a livello nazionale che internazionale.

I vini sono il risultato di una terra con un’alta vocazione e di una tradizione di livello mondiale, soprattutto, dell’impegno, soprattutto nel campo spumantistico.

L’Istituto Tutela Grappa del Trentino

L’Istituto Tutela Grappa del Trentino svolge in parallelo un ruolo fondamentale nella valorizzazione di un’altra produzione tipica: la grappa. Fondato nel 1969 conta oggi 24 soci, di cui 20 distillatori che rappresentano quasi tutta la produzione. L’Istituto ha il compito di valorizzare la grappa ottenuta esclusivamente da vinacce prodotte in Trentino, qualificandola con un apposito marchio d’origine e la dicitura “Trentino Grappa”.

La produzione di grappa in Trentino rappresenta il 10% di quella italiana, un dato significativo che ne testimonia l’importanza e la qualità. Il Consorzio Vini del Trentino e l’Istituto Tutela Grappa del Trentino rappresentano due pilastri fondamentali per l’economia e la cultura locale. Grazie alla loro azione congiunta, questi enti garantiscono la salvaguardia delle produzioni enologiche e distillatorie, promuovendo al contempo l’identità e la tradizione di una terra unica.

Hotel Villa Madruzzo: connubio di storia, eleganza e gastronomia nel cuore del Trentino

Situato tra le colline verdi e le vette maestose del Trentino, l’Hotel Villa Madruzzo offre un’esperienza che combina la storia del XVI secolo con il comfort e il lusso moderni. Residenza nobiliare, originariamente dimora della famiglia Madruzzo, sa accogliere i suoi ospiti in un ambiente elegante e raffinato, suddiviso in due aree distinte ma complementari: la zona Classic e l’area Belvedere.

La zona Classic, con il suo fascino d’epoca, permette di immergersi completamente nell’atmosfera storica della villa. Le camere sono arredate con mobili antichi e dettagli che richiamano il passato glorioso dell’edificio, offrendo al contempo tutti i comfort moderni per un soggiorno piacevole e rilassante. Dall’altra parte, l’area Belvedere rappresenta una fusione armoniosa di modernità e benessere, dove il moderno si fonde con il calore del legno. La chicca è il centro benessere che rigenera e regala momenti unici. Gli ospiti possono godere di una vasta gamma di trattamenti, dalla sauna al bagno turco ai massaggi, immersi in un ambiente sereno e panoramico.

Al suo interno, il Ristorante Villa Madruzzo ha sale eleganti in grado di ricevere, non solo gli ospiti dell’albergo, ma anche il pubblico esterno. Il menu è un viaggio sensoriale attraverso le delizie della cucina trentina: dai canederli ai formaggi locali, passando per piatti a base di selvaggina e dolci tradizionali, ogni portata è preparata con cura e presentata con eleganza. L’attenzione ai dettagli e la passione per la gastronomia fanno di questo ristorante una meta imperdibile per gli amanti del buon cibo.

Dall’erba al formaggio lungo la filiera del latte

Un tour guidato in compagnia di Albatros tra i prati della campagna di Predazzo per scoprire il forte legame che c’è tra erba, latte e formaggi. Prima tappa in stalla presso l’azienda agricola Moser dove Maria Letizia ci aspetta con Mariapia Morandini e la sua famiglia per raccontare l’importanza che ha l’alimentazione delle mucche nella qualità del latte. Abbiamo avuto modo di assistere anche alla mungitura e scoprire le innovazioni che caratterizzano le stalle dei nostri giorni. La filosofia di famiglia è incentrata sul benessere degli animali. La produzione di latte è affidata a 110 capi diversi per razza e resa. Di queste, circa 70 vacche sono in lattazione durante l’inverno e le altre in estate per la produzione del celebre Puzzone di Moena DOP.

La scelta accurata del fieno e delle erbe sono importanti per la qualità del formaggio, sottoposto 2 o 3 volte al mese a controlli alla fine dei quali viene assegnato un punteggio con un valore numerico che può variare da 0,4 a 25. Assistere alla mungitura è un’esperienza che fa tornare la mente a quando guardavamo Heidi che mungeva e beveva il latte. Ovviamente non è proprio come il cartone animato, perché la mungitura avviene con mezzi sofisticati che tutelano la salute degli animali e dei consumatori. Una mungitura soffice e costante che serve, oltre a prelevare il prezioso liquido bianco, ad evitare dolorose mastiti alle mammelle.

Arrivando al Bistrot Caseificio Sociale Predazzo e Moena ci attende un vero e proprio Cheese Tasting narrato in compagnia del produttore: presenti in assaggio un caprino pastorizzato dolce e delicato, il “Gradevole” che ricalca lo stile dei formaggi a crosta lavata, il Puzzone di Moena Dop da mezza stagionatura saporito ma non troppo, un formaggio a pasta dura stagionata in stile 3 mesi e infine il Trentingrana, fatto esclusivamente con il latte del Trentino. Il tutto accompagnato ai vini della Tenuta Gottardi: nasce nel 2016 e le prime etichette escono nel 2022 con il “Posador” Pinot Nero, il Lagrëin, il Müller Thurgau e il Gewürztraminer.  

Roverè della Luna – la ricerca al servizio della viticoltura: Innovazione e Sostenibilità nei vigneti del Trentino

In una giornata di sole tra i vigneti del Trentino, Stefano Rizzi del Consorzio Vini del Trentino ci accoglie per parlare dell’importanza della ricerca nella coltivazione della vite. Il suo entusiasmo è palpabile mentre ci introduce alle tecniche innovative che stanno rivoluzionando il modo di coltivare i vigneti, con l’obiettivo di ridurre drasticamente, se non eliminare, l’uso di fitofarmaci.

Tra le pratiche più interessanti, l’uso della confusione sessuale per contrastare gli attacchi di lepidotteri e della Tignola. Una tecnica, che consiste nel diffondere feromoni che confondono gli insetti impedendo loro di accoppiarsi, si sta rivelando un metodo efficace e sostenibile per proteggere le viti senza ricorrere a sostanze chimiche nocive.

La ricerca non si ferma qui. Paolo Fontana e Livia Zanotelli, apidologi della Fondazione Edmund Mach, insieme a Maurizio Bottura, dirigente del Centro di Trasferimento Tecnologico, ci accompagnano nei vigneti per approfondire il tema della biodiversità. Gli studi condotti dalla Fondazione Edmund Mach in collaborazione con l’Università di Trento sono orientati a 360 gradi, esplorando ogni aspetto che possa contribuire a una viticoltura più sostenibile.

Fontana e Zanotelli ci parlano degli “apoidei”, un gruppo di insetti impollinatori di cui fanno parte anche le api. L’osservazione delle abitudini e degli orientamenti di questi insetti è fondamentale per studiare la biodiversità e adattare le conoscenze alla viticoltura. “Conoscere le interazioni tra gli apoidei e le viti può portare a pratiche agricole che favoriscono non solo la salute dei vigneti ma anche quella degli ecosistemi circostanti”, spiega Zanotelli.

Un altro tema cruciale trattato durante la nostra visita è quello della micro-irrigazione. Rizzi ci spiega come questa tecnica permetta di fornire alle piante la quantità d’acqua necessaria con precisione, riducendo gli sprechi e migliorando la qualità del raccolto. “La micro-irrigazione è un esempio di come l’innovazione tecnologica possa andare di pari passo con la sostenibilità ambientale”, afferma Rizzi.

Gli studi condotti dalla Fondazione Edmund Mach e dall’Università di Trento non solo offrono nuove prospettive per una viticoltura più verde e sostenibile, ma rappresentano anche un modello di come la ricerca e l’innovazione possano contribuire significativamente alla protezione dell’ambiente. La giornata si conclude con una nota di ottimismo: il futuro della viticoltura trentina sembra sempre più orientato verso pratiche sostenibili che rispettano la natura e promuovono la biodiversità.

La Fondazione Edmund Mach: eccellenza nella ricerca e formazione agricola

Situata a San Michele all’Adige, la Fondazione Edmund Mach rappresenta un’istituzione di rilevanza mondiale nel campo della viticoltura ed enologia. Fondata 150 orsono, la sua missione iniziale era quella di approfondire la conoscenza scientifica applicata all’agricoltura, con un focus particolare sulla viticoltura. Sin dall’inizio, l’istituto ha svolto un ruolo cruciale nel trasferire conoscenze e innovazioni agli agricoltori e viticoltori, diventando così un centro di formazione, ricerca, sviluppo e sperimentazione.

La Fondazione Edmund Mach gestisce 120 ettari di terreni, di cui metà destinati alla produzione di uva e l’altra metà alla coltivazione di mele. Questa vasta area di sperimentazione agricola permette di condurre ricerche avanzate su varie colture. Dal 2008, l’Istituto San Michele all’Adige è diventato ufficialmente la Fondazione Edmund Mach, in omaggio al suo primo direttore. Nello stesso anno, l’istituto ha incorporato il Centro di Ecologia Alpina del Monte Bondone, ampliando così il suo campo di ricerca anche all’ambiente.

Le “Tre A” della Fondazione: Agricoltura, Alimentazione e Ambiente

La filosofia della Fondazione Edmund Mach si riassume nelle “Tre A”: Agricoltura, Alimentazione e Ambiente. La sezione dedicata all’alimentazione comprende laboratori all’avanguardia per l’analisi del vino, includendo studi sulla vinificazione e tecniche avanzate di tracciabilità per prevenire sofisticazioni. 

Nel settore agricolo, la ricerca si concentra su due principali aree: il miglioramento genetico e la sostenibilità. La Fondazione ha registrato numerose varietà di melo e piccoli frutti, come i mirtilli, e ha sviluppato viti resistenti alle malattie, riducendo così la necessità di prodotti chimici. Inoltre, studia metodi alternativi per la lotta contro i parassiti, come la confusione sessuale, che evita l’accoppiamento degli insetti nocivi.

Supporto Tecnico e Formazione

Altro aspetto fondamentale della Fondazione Edmund Mach è l’assistenza tecnica agli agricoltori. Attraverso una rete di centri periferici specializzati vengono forniti supporto continuo per la gestione delle attività agricole, garantendo che gli agricoltori possano beneficiare delle ultime innovazioni e metodologie. La Fondazione ospita anche uno dei migliori Istituti Tecnici Agrari in Italia e collabora con l’Università di Trento per i corsi di Viticoltura ed Enologia.

Un’eredità storica

La sede della fondazione vanta una storia affascinante, nata in origine come una struttura fortificata nel dodicesimo secolo. Successivamente trasformata in un edificio monastico, i monaci iniziarono a coltivare la vite, costruendo una cantina nel 1200 che è ancora oggi operativa, mantenendo viva una tradizione secolare.

Un faro di innovazione e tradizione, combinando ricerca scientifica avanzata con un profondo rispetto per la storia e la cultura agricola. La sua continua evoluzione e il suo impegno per l’eccellenza garantiscono che rimanga un punto di riferimento nel panorama agrario e enologico mondiale.

Muse, Museo delle Scienze di Trento

Il MUSE, Museo delle Scienze di Trento, è un moderno museo scientifico situato nel quartiere Le Albere, progettato dall’architetto Renzo Piano. Inaugurato nel 2013, il MUSE offre un’esperienza interattiva che esplora la natura, la scienza e la tecnologia. Le sue esposizioni spaziano dalla storia naturale delle Alpi alla biodiversità, passando per la sostenibilità ambientale e le innovazioni scientifiche. Con una vasta gamma di mostre temporanee e permanenti, laboratori educativi e attività per tutte le età è un punto di riferimento per la divulgazione scientifica in Italia.

Proprio qui che il Consorzio Tutela Vini del Trentino ha organizzato la presentazione del secondo Bilancio di Sostenibilità del Consorzio. Ad aprire il convegno è stato Albino Zenatti, Presidente del Consorzio, che ha ricordato che questa è la seconda edizione della presentazione e che la precedente si è tenuta nel 2021. Zenatti ha inoltre sottolineato l’importanza che riveste lo studio e l’applicazione della sostenibilità; l’applicazione di regole e la messa in pratica di azioni volte alla tutela del terreno e dell’equilibrio naturale può portare nel tempo a risultati significativi. Ricerca, innovazione e investimenti mirati a ridurre drasticamente i trattamenti fitosanitari con l’obiettivo di annullarli totalmente sono fondamentali. Il concetto è chiaro: la terra che coltiviamo oggi è la stessa che avranno i nostri figli e le generazioni future. Investire ora in sostenibilità significa garantire un futuro migliore per chi verrà dopo di noi.

Le certificazioni SQNPI, VIVA e EQUALITAS sono fondamentali per portare avanti progetti e studi volti alla realizzazione di pratiche sostenibili. Un elemento cruciale è la partecipazione delle aziende: il 97% delle aziende vinicole ha aderito al protocollo di intesa, un successo inimmaginabile prima d’ora. Temi come l’Agenda 2030, la Certificazione SQNPI – qualità sostenibile e l’importanza di saper comunicare la sostenibilità sono stati al centro del dibattito.

La presentazione del bilancio si è conclusa con un aperitivo e una cena a buffet offerti dal Consorzio nella sala al livello inferiore del museo, accompagnati dai vini del Trentino e dai cocktail con la Grappa del Trentino, il tutto circondati da dinosauri, animali preistorici e oggetti dell’età della pietra, creando una bellissima atmosfera conviviale.

Palazzo Roccabruna: un gioiello rinascimentale nel Cuore di Trento

Nel cuore del centro storico di Trento sorge Palazzo Roccabruna, dimora nobiliare risalente alla seconda metà del Cinquecento. Questo edificio, recentemente restaurato dalla Camera di Commercio di Trento, è tornato al suo antico splendore e ospita oggi l’Enoteca Provinciale del Trentino. Tale spazio non è solo un museo di vini, ma un vero e proprio centro per eventi enogastronomici e culturali, dedicato alla valorizzazione del territorio trentino, della sua ricca storia e dei suoi prodotti tipici.

Tra i vari eventi organizzati presso l’Enoteca, la conferenza tenuta da Alessandro Marzadro ha illustrato la storia della grappa, dalle sue origini fino ai giorni nostri. Marzadro ha spiegato come questo distillato, che un tempo poteva essere considerato più una medicina che una bevanda, sia divenuto la celebre grappa piacevole e raffinata. “La gradevolezza è la caratteristica principale di una buona grappa”, ha sottolineato Marzadro, sfatando il mito che sia solo un digestivo. “Non è assolutamente un digestivo, ma una bevanda da meditazione, studiata per offrire momenti di puro piacere grazie ai suoi aromi complessi.”

La grappa trentina è un distillato ottenuto dalle vinacce italiane, con una gradazione alcolica minima di 37º, e gode del marchio di Indicazione Geografica Protetta (IGP). Questo la distingue dall’Acquavite, un termine generico che può riferirsi a distillati ottenuti da qualsiasi materia prima idonea.

Interessante anche l’origine della grappa, nata con un intento di recupero: la distillazione delle vinacce consente di valorizzare gli scarti della vendemmia, un processo sostenibile che non consuma ulteriore suolo agricolo. Tuttavia, è importante ricordare che, pur essendo un prodotto di qualità, la grappa non è un bene di prima necessità e l’abuso può essere nocivo per la salute.

Palazzo Roccabruna, con la sua storia secolare e il suo rinnovato ruolo di centro culturale, si conferma così un punto di riferimento per gli amanti del buon vino e delle tradizioni trentine. Gli eventi organizzati al suo interno rappresentano un’occasione imperdibile per scoprire e apprezzare i tesori enogastronomici del Trentino, in un ambiente che celebra il passato ma guarda con entusiasmo al futuro.

Dopo aver parlato della storia dei vini e delle grappe del Trentino, l’evento è proseguito con un tasting dedicato, offrendo ai presenti un viaggio sensoriale attraverso le diverse varietà prodotte nella regione.

La degustazione comprendeva:

  • Vini Bianchi: Nosiola (1-4), Chardonnay (5-19), Pinot Grigio (20-24), Kerner (25-27), Manzoni Bianco (28-32), Solaris (33), Müller Thurgau (34-46), Riesling (47-48), Sauvignon (49-54), Gewürztraminer (55-62).
  • Vini Rosati: Tagli Bianchi (63-68), Rosati (69-72).
  • Vini Rossi: Pinot Nero (73-89), Marzemino (90-98), Rebo e Sennen (99-101), Lagrein (102-114).
  • Grappa del Trentino.

Pranzo al Ristorante Borgo Nuovo: Un’Esplosione di Sapori Sardi nel Cuore di Trento

Nel vivace centro di Trento, tra strade storiche e moderni negozi, si trova un angolo di Sardegna: il Ristorante Borgo Nuovo. Un locale, rinomato per la sua cucina di pesce che offre un’esperienza culinaria unendo la tradizione sarda alla freschezza del mare, proponendo sia piatti crudi che cotti di altissima qualità. La chiave del loro successo risiede nell’utilizzo di materie prime sempre fresche, che garantiscono sapori autentici e piatti impeccabili.

L’ambiente del Ristorante Borgo Nuovo è caldo e accogliente, arredato con gusto e attenzione ai dettagli. Ogni elemento del design interno contribuisce a creare un’atmosfera rilassante e raffinata, ideale per godersi un pasto in tranquillità. Gli ospiti vengono accolti con un sorriso sincero, che riflette l’ospitalità sarda e la passione per la cucina.

Il menù del Borgo Nuovo inizia con antipasti di mare, dove i crudi di pesce, come tartare e carpacci, si distinguono per freschezza e la delicatezza dei sapori. A seguire, una selezione di primi piatti che celebra la tradizione sarda, con specialità come i malloreddus e la fregola, arricchiti da salse a base di pesce fresco e ingredienti di stagione.

Credits e ringraziamenti finali: Valentina Voltolini (Consorzio Vini del Trentino), Stefano Rizzi (Consorzio Vini del Trentino), Alessandro Maurilli (Istituto Tutela Grappa del Trentino) Lavinia Furlani (Wine Meridian), Dora Tavernaro (Strada dei Formaggi delle Dolomiti).