Giacomo Garau: inaugurata la nuova sede della pizzeria Olio&Basilico a Vitulazio

LA PIZZA CONTEMPORANEA DI GIACOMO GARAU APRE LA NUOVA SEDE “OLIO&BASILICO” A VITULAZIO PER OMAGGIARE LA TRADIZIONE DELLA PIZZA DELL’ALTO CASERTANO E RAFFORZARE LA SUA APPARTENENZA ALLA CITTA’ DI BELLONA, STORICAMENTE SIMBOLO DELLA PIZZA AMERICANA

Comunicato Stampa

Tradizione e creatività si incontrano nel nuovo progetto imprenditoriale di Giacomo Garau, autore della pizza contemporanea in Campania. Di origini sarde e cittadino adottivo di Bellona, Garau omaggia con la nuova apertura di “Olio&Basilico” la città simbolo della pizza americana e rafforza il valore culturale delle origini della pizza. La nuova sede “Olio&Basilico” ha aperto ufficialmente i battenti domenica 15 dicembre 2024 a Vitulazio (CE), per proseguire i passi della storica pizzeria di Calvi Risorta nell’Alto Casertano, dove la pizza è ormai un’arte riconosciuta ovunque. 

Sperimentazione e contaminazioni nel linguaggio della lavorazione di Garau che decide, nuovamente, di portare avanti la sua impronta cosmopolita, dall’impasto alla selezione meticolosa delle materie prime, senza mai tradire l’autenticità della tradizione della pizza campana e la sua cifra stilistica innovativa e la sua metodologia di dettagliato artigiani della pizza contemporanea. Nel suo riproposto e rinnovato disegno di Olio Basilico, Giacomo mette insieme gli elementi della tradizione pizzaiola casertana, della storia che unisce Bellona agli States e del suo metodo assennato di studio, perfettibilità, e continua ricerca. Oggi, la città custodita dalla costola montuosa dei Monti Trebulani si è distinta per la sua visione innovativa del mondo della pizza, confermandosi capitale di una delle più iconiche tendenze gastronomiche.

Nelle definite traiettorie progettuali, Garau intende rinnovare il suo legame con la città di Bellona, promuovendosi ambasciatore della pizza contemporanea ma con approccio evoluzionistico partendo dalla vera tradizione e dagli ingredienti locali.  Anni di studio accurato dell’impasto da biga, ricercatezza degli ingredienti che rappresentando la cultura e l’eredità gastronomica dell’Alto Casertano. 

E’ la voglia di promuovere il territorio e la città che mi ha accolto a voler continuare e fissare una nuova sfida. Aprire a Vitulazio, città che confina con Bellona, simbolo della pizza americana, ha acceso in me la volontà di voler affiancare una parte essenziale quando si parla di pizza: la tradizione. Gli Stati Uniti rappresentano innovazione, modernità e futuro, l’Alto Casertano è tradizione, cultura e storicità – dichiara Giacomo Garau –  Ho sentito un richiamo forte a volere di unire due mondi così diversi ma così fondamentali l’uno per l’altro. La pizza contemporanea, che da sempre studio e ripropongo con accuratezza, e la città dove vivo, chiudono perfettamente il cerchio dei miei passi professionali

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Campi Flegrei e Ischia, 2700 anni di cultura

Si è concluso il convegno organizzato dal Consorzio Tutela Vini Campi Flegrei e Ischia per i primi 30 anni della DOP e festeggiare per l’occasione, l’adesione di Bacoli all’Associazione Nazionale Città del Vino.

Unici al mondo, i Campi Flegrei, hanno origine da un processo laborioso e cruento, iniziato circa 50.000 anni fa e che nei quattro cicli successivi, ha generato quello che è l’attuale paesaggio. Siamo a Nord Ovest di Napoli, numerosi sono i bassi crateri vulcanici, da Posillipo a Cuma, sino ad arrivare a Lago Patria, attraversando rilievi ondulati e promontori in un’area di appena 65 Km quadrati, dove ovunque troviamo: rocce, pozzolane, pomici e lapilli, e poi fumarole, sorgenti termominerali e altre testimonianze di una terra tutt’ora inquieta, segnata dal bradisismo.

Dove si è svolto il convegno?

Nella Sala dell’Ostrichina dello splendido “Parco Borbonico Vanvitelliano del Fusaro”, che si sviluppa intorno all’omonimo lago nel comune di Bacoli, assunto oggi quale simbolo del territorio Flegreo. Questo splendido e storico luogo che ho avuto oggi il piacere di visitare, merita altrettanto un accenno. In origine, sotto il Regno degli Angioini, il lago del Fusaro era adibito alla macerazione della Canapa e, grazie al ristagno delle acque, l’ambiente circostante si arricchì di vegetazione divenendo ben presto luogo ideale per lo stanziamento di molti animali.

È così che, durante l’800, i Borboni realizzarono la loro residenza di caccia, un “Casino Reale”, oggi conosciuta come “Casina Vanvitelliana”, dotata all’epoca di un piazzale circolare per la sosta delle carrozze reali. Dalla fine del secolo ne fu modificato il disegno, trasformandolo nel giardino che possiamo ammirare oggi. Successivamente, le acque di questo lago sono state utilizzate per l’itticoltura e l’allevamento di mitili, importante risorsa commerciale. Oggi, il “Parco Vanvitelliano del Fusaro” accontenta tutti, un luogo dove amanti della natura, della storia e del relax si possono immergere nella sua bellezza poliedrica.

Il convegno

Folto e ricco l’elenco dei relatori voluti dal vulcanico Presidente del Consorzio Michele Marra: moderatore della mattinata il giornalista enogastronomico Luciano Pignataro, che da subito la parola al giovane Sindaco di Bacoli Josi della Ragione. In quanto flegreo e primo cittadino della comunità Bacolese, il sindaco ci manifesta la soddisfazione di ospitarci nel Parco Vanvitelliano, loro fiore all’occhiello per valore storico-culturale-paesaggistico e, da oggi, anche per l’enogastronomia: <<Il nostro territorio, nonostante non sia molto esteso, racchiude tante peculiarità e la storia tramandata dai Greci e dai Romani. Proporre Bacoli all’interno dell’associazione Città del Vino, è un riconoscimento a tutti coloro che quotidianamente lavorano per fare del nostro territorio un’attrazione, ma anche un impegno preciso per l’Amministrazione Comunale a far sì che tutti i comparti diano il contributo nel realizzare un progetto di sostenibilità, senza aggiungere ulteriori volumi ai terreni e alle produzioni, valorizzando ciò che la Natura ci ha regalato>>.

La parola a Michele Marra, felicissimo per i trent’anni della DOP:< Se in agricoltura tre decenni potrebbero sembrare un tempo breve, dal punto di vista commerciale, il tempo è davvero lungo. Le nostre cantine hanno fatto passi da gigante, tanto che molti vini flegrei sono premiati in contesti nazionali e internazionali. La nostra, è considerata una Viticoltura Eroica perché insiste su terrazzamenti di piccoli appezzamenti, dove la mano dell’uomo ha anche il compito di salvaguardia dai disastri ambientali, visti i fenomeni metereologici degli ultimi anni>.

La Viticoltura Eroica Flegrea citata dal Presidente del Consorzio consente l’intervento di uno di questi “eroi”: la dottoressa Colomba Iacono in qualità di piccola produttrice e Vicepresidente della Cooperativa Agricola Vignaioli Ischitani voluta dal presidente Andrea D’Ambra. <<Noi soci e piccoli produttori, facciamo tantissimi sacrifici per coltivare le vigne ereditate dai nostri genitori e che senza la Cooperativa a cui conferiamo le uve, avremmo sicuramente abbandonate. Il nostro lavoro ci inorgoglisce e ci fa sentire utili alla salvaguardia del fragile territorio. È così che la cura delle vigne rafforza i terreni, che potrebbero altrimenti franare se non consolidati dalle radici delle piante>>.

Per l’adesione di Bacoli all’Associazione Nazionale Città del Vino, non poteva certo mancare il Presidente Angelo Radica: <<Città del Vino è nata nel 1987 con lo scopo di sostenere i sindaci e i loro territori, proprio come successo per me, sindaco di Tollo, un piccolo comune abruzzese. Il sindaco di Bacoli potrà contare su di noi per interagire con il Consorzio, a cui la Comunità Europea, ha affidato un nuovo ruolo giuridico affinché aiuti l’Enoturismo a divenire il volano per promuovere oltre al vino, la storia, l’archeologia e il paesaggio dei Campi Flegrei. Se ci riflettete, il Turismo Enogastronomico, insieme ai Beni Culturali, sono le uniche forme di turismo che non hanno stagionalità>>.

Al termine del discorso è stato proiettato un video messaggio dell’Assessore Regione Campania per l’Agricoltura Nicola Caputo: <<In questi anni abbiamo fatto tanta strada. La Campania si è affermata come produttrice di vini di alta qualità. Dobbiamo essere consapevoli della forza dei nostri sistemi di produzione agroalimentare. Faccio i miei auguri a tutti di proseguire su questa strada>>.

Importante l’intervento del Professore di Diritto Amministrativo dell’Alimentazione e dell’Archeologia dell’Università Federico II di Napoli Daniele Maramma, che ha sottolineato quelle che sono le funzioni giuridiche ed economiche dei Consorzi di Tutela, nell’educare i propri iscritti inscritti a ragionare in modo collettivo, in collaborazione con le amministrazioni pubbliche, per usare l’Enoturismo come driver dello sviluppo del territorio.

Presenti anche coloro che operano sul territorio per la difesa dei diritti anche di noi consumatori: il Generale Ciro Lungo, Comandante CC Regione Campania, e il dirigente ICQRF (Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e della Repressione Frodi dei Prodotti Agroalimentari) Campania Salvatore Schiavone: <<Il nostro è un Dipartimento del Masaf che verifica qualità e conformità alle denominazioni dei prodotti agroalimentari. Il Consorzio tutela anche il consumatore, che è il soggetto che spende. Proprio in riferimento alla sicurezza dei consumatori annuncio un’importante iniziativa del Consorzio di Tutela Vini Campi Flegrei e Ischia che, dal 1° marzo 2025, potrà apporre una fascetta consortile di controllo sul prodotto Dop. Si tratta di un valore dello stato che viene rilasciato alle cantine con Qr code per la tracciabilità. Il nostro Dipartimento verificherà l’autenticità delle fascette>>.

Ha chiuso i lavori l’Onorevole Marco Cerreto, Capogruppo Commissione Agricoltura Camera Deputati, delegato dall’assente Ministro Lollobrigida: <<L’adesione alle Città del Vino deve significare l’immersione non solo in un magnifico territorio, ma nel prodotto vino, quindi è la città, in tutti i suoi aspetti, che sceglie di connotarsi come ambasciatrice del vino. I vignaioli sono gli artigiani del paesaggio, ed è questo il lavoro che va narrato, il valore aggiunto in termini paesaggistici e rurali. Altrettanto non possiamo continuare ad assistere alle frodi sul Made in Italy, perché l’Italian sounding vale 24 miliardi di euro l’anno! A tal proposito il 1° ottobre 2024 abbiamo stanziato 66 milioni di euro per i consorzi su 100 progetti destinati a 30 paesi extra europei in cui i Consorzi dovranno recarsi e far comprendere la nostra vera cultura alimentare per non alimentare il mercato delle contraffazioni>>.

Una bella e interessante mattinata di lavori e prospettive, a cui ci auguriamo seguano i fatti, quelli ad opera di tutti, anche dei cittadini che ogni giorno fanno la loro parte. Al termine del convegno, grazie ad un banco di assaggi curato dal sommelier Pasquale Brillante, tutti abbiamo potuto assaggiare i vini delle cantine flegree e dell’isola d’Ischia, abbinando le proposte culinarie dello chef Michele Grande del Ristorante “La Bifora di Bacoli”.

Guida Sparkle 2025: le bollicine italiane segnalate da 20Italie per il Veglione di San Silvestro

Nella prestigiosa cornice del The Westin Excelsior Hotel, si è tenuto l’evento Sparkle 2025, il grande appuntamento dedicato agli spumanti secchi italiani, organizzato dalla storica rivista Cucina & Vini, in collaborazione con l’agenzia stampa MG Logos. La manifestazione ha celebrato la 23ª edizione della guida Sparkle, punto di riferimento per gli amanti delle bollicine, premiando le eccellenze vitivinicole del Bel Paese con l’ambito riconoscimento delle “5 sfere”.

Tra le 936 etichette recensite, 87 hanno ottenuto le “5 sfere”, segno distintivo della qualità assoluta. La Lombardia ha trionfato con 33 premi, grazie soprattutto al Franciacorta DOCG, seguita dal Trentino (19, con i suoi esclusivi Trento DOC) e dal Veneto (16, tra cui spiccano i Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG).

Un settore che gode di ottima salute

Francesco D’Agostino, curatore della guida, ha illustrato i numeri e le tendenze del settore. “I dati parlano chiaro: nonostante una lieve flessione del volume complessivo, il mercato degli spumanti italiani è in ottima salute, con un export da gennaio a luglio 2024 che ha raggiunto 1,297 miliardi di euro, segnando una crescita del 7% rispetto all’anno scorso e del 213% rispetto al 2014.” L’analisi ha messo in luce l’evoluzione qualitativa degli spumanti italiani, capaci oggi di garantire una conservazione più lunga e una complessità aromatica inedita rispetto a dieci anni fa.

Un viaggio tra le Bollicine Italiane per il Veglione di San Silvestro

Lugana Metodo Classico Millesimato Brut Nature & Extra Brut – Cantina Perla del Garda 

Cantina Perla del Garda di Giovanna Prandini presenta un Metodo Classico omaggio all’autenticità della Turbiana, varietà locale di Trebbiano. Con 40 mesi di affinamento sui lieviti, sprigiona una finezza straordinaria, esaltata da delicate note di fiori bianchi ed agrumi. Al palato, la freschezza e la sapidità si fondono armoniosamente con eleganti sfumature di lievito e crosta di pane, regalando un’esperienza raffinata e avvolgente. Un gioiello di eleganza e territorialità.

ALAROSA ROSÉ BRUTVigne del Patrimonio

Gemma della Tuscia, un Metodo Classico Rosé da Pinot Nero in purezza che incanta per eleganza e finezza. Affinato per 30 mesi sui lieviti, offre un bouquet aromatico intrigante, dominato da piccoli frutti di bosco e delicate sfumature di sottobosco. Al palato spicca per la sua freschezza pungente e una vivace sapidità, accompagnate da un finale lungo e avvolgente, ricco di richiami fruttati. Personalità vivace e raffinata, capace di conquistare al primo assaggio.

Altemasi Trento DOC Riserva Graal 2017 BRUT

Emblema dell’eccellenza trentina, questa Riserva nasce dall’incontro armonioso di 70% Chardonnay e 30% Pinot Nero. Dopo 70 mesi di affinamento sui lieviti, sprigiona nel calice eleganti profumi di mela rossa e crosta di pane. Sorso in equilibrio perfetto tra sapidità e freschezza, rivelando un carattere profondo, raffinato e straordinariamente persistente.

Bolle di Borro Metodo Classico BrutCantina Il Borro

LA Brand Ambassador Barbara Fracassi ci racconta l’elegante reinterpretazione del Sangiovese in versione spumante. Bolle di Borro rappresenta un connubio perfetto tra tradizione e innovazione: dopo 60 mesi di affinamento sui lieviti, il vino si esprime con grande intensità e complessità. Al naso sprigiona profumi di piccoli frutti rossi, scorza d’arancia candita e crostata di fragole, mentre al palato si rivela fresco, croccante e vibrante, con una struttura verticale che dona precisione e persistenza.

Dom Jurosa Blanc de Blanc Extra Brut 2018 – Lis Neris

Espressione di Chardonnay in purezza, questo Blanc de Blanc nasce dal prestigioso vigneto Jurosa, un cru che incarna equilibrio e raffinatezza. Grazie a 5 anni di affinamento sui lieviti, si distingue per la texture cremosa ed una incisiva persistenza. Al naso e bocca unite da complessità e freschezza, per accompagnare occasioni speciali.

Franciacorta Riserva Palazzo Lana Extréme Extra Brut Millesimato 2013 – Guido Berlucchi

Ben 9 anni di sosta sui lieviti, oltre un ulteriore anno di affinamento in bottiglia lo rendono un vino straordinario, che richiede una minuziosa e scrupolosa cura nella fase di affinamento. Sensazioni olfattive ampie di pesca bianca, pera e arancia candita. All’assaggio si distingue per la grande freschezza, la pulizia gustativa e la struttura, il tutto armonizzato da mineralità e acidità, che ne determinano grande persistenza e longevità.

Daunia Bombino Bianco RN Brut Millesimato 2019 – D’Araprì

Storica cantina pugliese, pioniera delle bollicine nel Sud Italia. Spumante ottenuto da Bombino Bianco, affinato 36 mesi sui lieviti e ulteriori 2 mesi in bottiglia, che si distingue per eleganza e complessità. Al naso regala avvolgenti sentori di burro e pasticceria, mentre al palato sorprende per finezza e struttura, con una bolla che guarda alle grandi bollicine d’Oltralpe.

GF Metodo Tradizionale da uve Negroamaro – Gianfranco Fino

Dulcis in fundo, l’incontro con Gianfranco Fino che ci parla del Metodo Classico omaggio alla sua terra, il Salento. Spumante rosé dalle sfumature speziate di rovere e vaniglia, che si intrecciano a profumi invitanti di piccoli frutti rossi, prugne ed erbe aromatiche. Al palato, la freschezza vibrante esalta la ricchezza e l’intensità dei sapori di frutta rossa, regalando una struttura vivace ed un lungo finale, complesso e stratificato. Esperienza sensoriale unica, prodotto in sole 3.000 bottiglie annue.

Dulcis in fundo, consigli pratici di 20Italie per un Natale in dolcezza

Il Dolcissimo Award, la competizione nata per premiare i vini dolci dell’Alto Adige, ormai da qualche anno è parte di The WineHunter al Merano Wine Festival ed è stato esteso a tutti i vini dolci italiani. Lo scopo del premio è quello di riconoscere una chiara identità a un panorama variegato e frastagliato, che difficilmente si configura in areali ben definiti come avviene in altre parti del mondo, una per tutte in Francia col Sauternes.

Abbiamo avuto l’occasione di assaggiare i vini insigniti del riconoscimento 2024 durante la masterclass Dulcis in fundo, condotta da Helmuth Köcher e dal giornalista Angelo Carillo. Vi raccontiamo, quindi, cinque ottimi prodotti utili anche nei fine pasto o nei momenti unici di convivialità ed amore delle feste natalizie.

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I Vini da dessert

Cantina Girlan 2022 Pasithea Oro – Gewurtztraminer Vendemmia Tardiva

Vino ottenuto da acini di Gewurtztraminer attaccati dalla muffa nobile, fermenta in barrique. La 2022, annata particolarmente calda, ha ritardato la comparsa di botrite e spostato la vendemmia a poco prima di Natale. Al naso rosa canina, albicocca e zafferano; il sorso è denso e corposo ma equilibrato da freschezza vivida  e sapidità netta, chiude su arancia candita. Residuo zuccherino 225 g/l.

Cantina Possa 2021 Underwater Classico – Cinque Terre Sciacchetrà DOP

Da uve Bosco e Rossese Bianco appassite, sgranate a mano e pigiate a piedi, secondo la tradizione dello Sciacchetrà. Dopo la fermentazione con macerazione sulle bucce di 28 giorni, l’affinamento è in barrique di ciliegio e pero per circa un anno. Per l’annata 2021, una piccola parte delle 1700 bottiglie prodotte è stata sottoposta ad affinamento underwater a 52 metri. L’affinamento subacqueo, ha spiegato il produttore Samuele Bonanini, ha dato una “spinta in avanti” di almeno dieci anni al vino, che si presenta dunque già evoluto. L’olfatto è sottile nei sentori di rosa, smalto e salsedine, il palato è verticale, nonostante il residuo zuccherino di 225 g/l. Cantina inclusa nel Presidio Slow Food Sciacchetrà.

Muri Gries Tenuta Cantina Convento 2023 Moscato Rosa Abtei Classico – Vendemmia Tardiva

Varietà particolare di Moscato Rosa, introdotta durante il regno austro-ungarico a Bolzano, di cui sopravvivono solo 5 ettari vitati in Alto Adige. Un’estensione irrisoria per quello che Helmuth Köcher  ha definito uno dei vitigni più identitari della Regione. Quattromila bottiglie prodotte, uve sottoposte a vendemmia tardiva, attaccate da muffa nobile. Fermentazione sulle bucce e successivo affinamento in barrique. Si presenta lucente nel suo rubino scarico, con sentori di rosa canina e radice di liquirizia; il palato è pulito e ben equilibrato con una piacevole persistenza sapida. Residuo zuccherino 140 g/l.

Pagnoncelli Folcieri 2018 – Moscato di Scanzo DOCG

La seconda DOCG più piccola d’Italia, con soli 31 ettari vitati, è un vero e proprio monumento alla resilienza nel portare avanti una tradizione – quella della coltivazione e vinificazione di un vitigno autoctono attestato sin dalla fine del 1200- che nella famiglia Pagnoncelli risale al 1907. Le ultime annate sono state particolarmente favorevoli, ci spiega l’appassionata produttrice Francesca. Come dire che i cambiamenti climatici in corso non hanno portato solo effetti negativi.  Ottenuto da vendemmia tardiva con appassimento e concentrazione su pianta, matura in botte per un minimo di 18 mesi, successivamente in acciaio per 24 mesi e termina l’affinamento in bottiglia per uscire a non non meno di cinque anni dalla vendemmia. Di colore rubino, il naso è balsamico con sentori di mirtillo, petali di rosa e incenso. Al sorso è caldo e opulento, con una delicata tannicità che smorza il residuo zuccherino (70 g/l).

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Innovation Kiemberger 2022 Paul – Lagrein Passito Mitterberg IGT

Le uve Lagrein, colte a piena maturazione e poi lasciate appassire in fienile per alcuni mesi, vengono parzialmente diraspate e pigiate. La fermentazione avviene sulle bucce per ottenere la massima estrazione dai tannini. Fermentazione e affinamento per 14 mesi in legno di rovere di Slavonia. Rubino fittissimo alla vista, ha naso avvolgente di more e visciole in confettura, rosa rossa e chiodi di garofano. Al palato è pieno, corposo, equilibrato nelle sensazioni dolci grazie alla freschezza ben presente e al tannino sottilissimo che ricorda la polvere di cacao amaro.

Durante la masterclass sono stati serviti in abbinamento i panettoni Slow Luxury Capsule del pastry Chef del Lido Palace Riva del Garda, Matteo Trinti: la versione dolce, con cioccolato bianco Valrhona e caramello salato, la versione salata, con zafferano del Monte Baldo e limoni canditi del Garda, e la limited edition, con fichi canditi, gianduia Valrhona e molche del Garda.

Una menzione speciale però, vogliamo dedicarla al “nostro” cilentano Antonio Ventieri, vincitore del premio Mastro Panettone 2024. Ben 40 ore di lievitazione e 60 di lavorazione per un piccolo capolavoro di artigianalità campana. Lo abbiamo incontrato durante l’evento “Calice v.2” curato dall’Agenzia di Comunicazione Grapee.it e dall’Associazione Culturale Ambientarti.

A loro ed a voi lettori di 20Italie va il nostro miglior augurio di trascorrere un Natale più dolce e gustoso di sempre!

La notte di “Oysters and Wines” da Agricola Bellaria a Roccabascerana

Serata dedicata a uno dei simboli internazionali del fine dining: l’ostrica. Accade una sera di fine novembre nell’accogliente sala degustazione di Agricola Bellaria, cantina moderna e accurata di proprietà della famiglia Maffei a Roccabascerana, terra di cerniera tra l’Irpinia ed il Sannio. Ad accogliere i selezionati ospiti è Antonio Pepe, amministratore e animatore dell’azienda i cui “piedi vitati” si estendono nel territorio irpino tra Paternopoli, Candida, Montefusco e Montefalcione.

Tutto è pronto per Oysters and Wines Night, evento di sapiente sperimentazione nel pairing tra i frutti delle preziose conchiglie e i vini a denominazione prodotti dal marchio Bellaria. Impareggiabile animatore della serata è Gaetano Cataldo, sommelier, giornalista, ideatore del progetto “Mosaico per Procida” con l’associazione Identità Mediterranee ed esperto di gastronomia internazionale. L’irrinunciabile preventiva visita alla cantina e – soprattutto – alla bottaia, regala da subito agli ospiti piacevoli esperienze anche in campo artistico. La straordinaria policromia della volta a botte ribassata, nella sala sotterranea che ospita i “legni” francesi di affinamento del vino, cattura lo sguardo del visitatore immerso nell’atmosfera ideata e realizzata dall’artista marchigiano Edoardo Piermattei nella sua opera dal titolo intrigante di “trapasso tropicale”.

Risaliti in superficie la parola passa finalmente alle ostriche, raccontate e spiegate, con passione maniacale, da Claudia e Rossella Migliaccio dell’omonima azienda Migliaccio-Storie di mare esperta selezionatrice di ciò che di meglio si muove nel panorama internazionale del sea-food. Ai nastri di partenza ben cinque selezioni di ostriche tutte di provenienza transalpina con l’unica eccezione per l’irlandese Ostra Regal calibro 4 da Westport alla quale Gaetano Cataldo ha sapientemente riservato il connubio con il Fiano di Avellino 2017.

In precedenza era stata la volta della Peter Pan calibro 6, ostrica di Saint Just Luzac allevata nel distretto ostricolo Marennes-Oleron situato poco a nord di Bordeaux. Alla carnosa sapidità di quest’ultima è stato affiancato il Greco di Tufo 2016 che ha dispiegato tutto il suo potenziale di freschezza e di struttura. Sempre dal distretto acquitano delle saline di Marennes, bagnate dalle fredde schiume oceaniche, arriva il turno della Dousset calibro 3, ostrica di fitta ed elegante tessitura con garbato finale a retrogusto di frutta a guscio: quale migliore accostamento della vibrante freschezza del Greco di Tufo 2019 di Bellaria?

Se per il vino parliamo di “terroir”, i contadini del mare che nel mondo allevano ostriche preferiscono parlare (avendo forse coniato un neologismo) di “merroir”; uno dei binomi inscindibili in questo comparto è quello che lega, appunto, il merroir di Mont St. Michel – Normandia –  all’ostrica Belen. Ed eccola arrivare a tavola nella versione Piatta Belen calibro 1 ostrica saporita, opulenta, dal pronunciato gusto umami che ne esalta, altresì, la fine eleganza. E’ a una tale prelibatezza che l’istrionico Gaetano Castaldo ha dedicato la chicca a sorpresa della serata: il Coda Rara 2022, un vino prodotto da Bellaria con l’utilizzo di uve coda di volpe a bacca rossa provenienti da piante secolari che affina in barrique per almeno 8 mesi prima dell’imbottigliamento.

Nel frattempo Claudia e Rossella, le due cugine Migliaccio, preparavano la presentazione della quinta “huitre” per chiudere in bellezza, ancora una volta dall’isola tidale di Mont St. Michel, con la concava Tsarskaya calibro 3 la cui origine etimologia rivela l’esplicita dedicazione agli Zar della grande Russia. Ma la dedica del vino a questa ostrica suadente, croccante, dal morso burroso, è riservata alla prorompente tensione e al solenne corpo del Greco di Tufo 2021. Durante i minuti finali della bella degustazione i convenuti avevano perso di vista Antonio Pepe che, con un repentino cambiamento scenico degno del miglior Leopoldo Fregoli, ha indossato nelle retrovie il grembiule da cuoco regalando agli ospiti il fuoriprogramma di un succulento piatto di spaghetti al profumo di limone con briciolame tostato.

ELIO GRASSO E IL BAROLO DI MONFORTE D’ALBA

Banca del Vino chiude gli appuntamenti del 2024 all’Enopanetteria di Stefano Pagliuca con un evento dedicato al Barolo e all’Azienda Agricola Elio Grasso. Il format è quello ormai consolidato: la degustazione di annate correnti e annate storiche raccontate in prima persona dalla voce del produttore. Ospite della serata Gianluca Grasso, terza generazione di una bella, ma soprattutto virtuosa realtà produttiva in Monforte d’Alba.

La storia di famiglia va indietro fino al nonno di Gianluca e affonda le radici nelle Langhe de La Malora di Beppe Fenoglio, quando lavorare la terra era considerato un destino ineluttabile a tratti maledetto e fare il vino aveva ben poco del fascino odierno. A quei tempi si praticava viticoltura di sussistenza: l’uva veniva in parte conferita in parte vinificata, ricavandone il vino per il consumo familiare o, al più, da vendere sfuso. Chi poteva, fuggiva dalla campagna. Neanche Elio, papà di Gianluca, ha fatto eccezione, preferendo un lavoro in banca a Torino, pur rimanendo saldamente legato alle sue origini.

Nel 1978 la svolta: alla morte del padre, Elio lascia la sicurezza dell’impiego stabile e retribuito “per dare dignità a quello che era stato il lavoro del papà”; inizia a vinificare e imbottigliare la totalità delle uve di proprietà. Il 1996 rappresenta un altro momento di svolta, quando Gianluca, nel solco di quella rivoluzione che ha segnato la storia della moderna viticoltura nel nostro Paese, introduce  tecniche di vendemmia verde e diradamento e sceglie di dare un passo diverso all’Azienda, staccandosi definitivamente da una produzione per molti aspetti ancora esclusivamente quantitativa.

“La nostra Azienda si estende su 42 ettari di cui 18 a vigna e 24 a prati e bosco, scenario non consueto nelle Langhe, dove siamo abituati a un paesaggio in cui regna la monocoltura (la vigna n.d.r.)”, ci racconta Gianluca. Dalle sue parole, scaturisce in maniera concreta e palpabile come la salvaguardia della biodiversità e del territorio sia  uno degli obiettivi chiave: “Abbiamo cuore e abbiamo radici: fino a quando la terra sarà nelle nostre mani, siamo tranquilli.”

Il vino è il risultato di un processo in cui la vigna, curata in ogni fase, è il fattore principale per ottenere la condizione essenziale alla base di un grande prodotto: la maturità fenolica, ricercata da Gianluca in maniera estrema, talvolta ai limiti del rischio. Defogliazione e diradamenti controllati a seconda dell’andamento climatico, inerbimento, sovescio e letame come fertilizzanti sono alcune delle pratiche operate in vigna, mentre le successive operazioni di cantina devono solo aiutare ad esprimere al meglio i caratteri dell’annata. Utilizzo, quindi, di lieviti selezionati in annate dove quelli indigeni sarebbero meno performanti, lunghe macerazioni e cappello sommerso per ottenere la massima estrazione, delestage e rimontaggi più o meno frequenti, quando il frutto lo consente.

Le vigne della cantina Elio Grasso si estendono nella MGA Ginestra, cru storico di Monforte d’Alba, citato già nei documenti dell’Ottocento, all’interno della quale è stato inglobato nel tempo anche il vigneto Gavarini, portatore di un proprio carattere e di una propria identità. Il vigneto Gavarini, da  sempre proprietà della Famiglia Grasso assieme all’omonima cascina e al bosco che la sovrasta, si distingue per un terreno minerale e sabbioso. Da qui provengono il cru Barolo Gavarini Vigna Chiniera e la Riserva Runcot. Dai terreni a matrice argillosa di Ginestra, deriva invece il cru Barolo Ginestra Vigna Casa Maté.

La Degustazione

La degustazione non ha incluso annate correnti in commercio, ma solo alcune annate che maggiormente hanno saputo decifrare il territorio e che ora possono essere degustate nel pieno della loro espressione. Il tannino sottile ed elegante è stata la cifra distintiva di tutti i calici, frutto di quella maturazione fenolica in vigna così fortemente perseguita da Gianluca.

Abbiamo iniziato il giro di calici con il Barolo 2014, definita da Gianluca come l’espressione più chiara e nitida del barolo. Frutto di un’annata particolarmente difficile, dove a un inverno nevoso sono seguite una primavera piovosa e un’estate fresca, questo millesimo non è stato imbottigliato come cru, ma come selezione dei vini derivati dalle vigne più alte, vinificate singolarmente, secondo la maniera tradizionale di fare barolo.

Il successivo assemblaggio ha permesso di identificare il blend migliore, affinato in botti grandi di 24 ettolitri, vecchie di 12/15 anni.  Ne deriva un barolo equilibrato ed elegante che si esprime con un naso complesso di frutti di rovo, petali di rosa e caramella alla liquirizia mentre il sorso risulta avvolgente, di tannino impalpabile, freschezza tipica di arancia rossa e chiusura su sentori balsamico-mentolati.

La verticale di Barolo Gavarini-Chiniera nelle annate 2013-2011-2007

Tratto comune delle tre annate quello tipico del vigneto Gavarini: naso austero, lento nell’aprirsi e struttura vigorosa.

La 2013, vendemmiata il 26 Ottobre, è il risultato di 40 giorni di macerazione e tre anni di affinamento. Al naso si esprime con frutto rosso in confettura e note empireumatiche di carbone ardente. Il palato risulta succoso, il frutto è preponderante a centro bocca; freschezza pungente e tannino vigoroso ma perfettamente integrato sostengono un sorso di grande equilibrio che ritorna sulle tostature in chiusura.

Interessante il confronto tra 2011 e 2007, entrambe considerate calde. Il risultato nel bicchiere è estremamente diverso: la 2011 si evidenzia per sentori di foglia di tabacco e cenere di camino, il sorso è denso, rotondo, quasi “cioccolattoso” dall’equilibrio tra freschezza incisiva, ma non invadente e tannino sottile e polveroso; la 2007 risulta più spostata su sentori balsamici, di sottobosco e mora in confettura; si propone in bocca più nervosa grazie a un tannino maggiormente marcato e ad freschezza più pacata, tipica di agrume dolce.

Chiudiamo la degustazione con la Riserva Runcot, figlia di Gianluca e di quei cambiamenti portati in vigna a partire dal 1996. Ci troviamo ancora a Gavarini, su due ettari di vigna ripida e pendente (appunto runcot in piemontese), frutto di selezione massale da cloni risalenti al nonno di Gianluca. Riserva prodotta solo nelle annate migliori con  valutazione effettuata in vigna in fase di diradamento: quando si verificano le condizioni per produrla, la resa per ettaro si abbassa notevolmente a 4800 chili, tre grappoli per pianta. Diversamente vengono lasciati nove grappoli a pianta e la vigna viene destinata alla produzione del Langhe Nebbiolo DOC.

Lunghissima macerazione di 50/55 giorni, con fase finale a cappello sommerso, quattro anni di affinamento in barrique nuove a bonde de côté, senza travasi ma solo con rabbocchi periodici quando necessario, due anni di affinamento in bottiglia: questi i numeri di una riserva che si evidenzia sì muscolosa e complessa, ma ancora una volta espressione di un barolo di grandissimo equilibrio.

Degustiamo il millesimo 2007, di naso sfaccettato con note ancora vividamente floreali, di spezie dolci, di frutti di rovo sotto spirito e arancia sanguinella essiccata; in bocca è saporoso e materico pur nella trama finissima del tannino, di freschezza ancora nervosa che ricorda a tratti lo zenzero, di chiusura lunga che si alterna tra il frutto e le tostature di cacao. In accompagnamento le rinomate pizze di Stefano Pagliuca e un piatto territoriale: il brasato con patate.

Azienda Agricola Elio Grasso

Località Ginestra, 40

12065 Monforte d’Alba (CN)

The Tasting Room: il fine dining di Villa Eden a Merano

Una cena gourmet in un hotel di lusso può essere il regalo migliore per staccare la spina dalle ansie quotidiane a lume di candela. Farlo a Merano, dove le bellezze naturali regnano sovrane ed il tempo sembra scorrere in maniera diversa, non ha prezzo.

Osservando Angelika Schmid e Hannes Illmer, titolari di Villa Eden, oasi salutistica incastonata tra le montagne altoatesine, comprendiamo il significato di fare ciò che si ama nella vita. Cura nei particolari, accoglienza e piccole attenzioni in ogni gesto, fanno sentire il cliente a proprio agio, con quel tocco d’eleganza che non guasta mai.

Trattamenti benessere supportati da medici e operatori specializzati, ampia Welness SPA e camere spaziose ed insonorizzate, consentono un relax autentico, a misura d’uomo. Alternare passeggiate nel parco a percorsi trekking, accompagnati da una rilassante nuotata nelle due piscine o un trattamento corpo completo di massaggi, beauty farm e programmi di remise en forme personalizzati, sono solo alcuni dei buoni propositi per eliminare le tossine dello stress e della sedentarietà.

Un piacere del corpo e dello spirito che non può prescindere dalla corretta educazione alimentare attraverso menu dedicati, con materie prime ricercate a tutto vantaggio della longevità e dello star bene con se stessi. Per chi vuole godere di esperienze gastronomiche, senza badare necessariamente alla bilancia, non resta che lasciarsi guidare dal personale nell’articolata colazione internazionale tra dolce e salato ed una ricca scelta di pietanze cotte per iniziare la giornata con il piede giusto.

In tale contesto di charme abbiamo scelto di raccontarvi la cena provata al ristorante gourmet The Tasting Room di Villa Eden, curata dall’Executive Chef Marcello Corrado, esperienze in vari stellati italiani, dopo gli inizi e la gavetta d’eccellenza proprio nel salernitano, raccolto il timone lasciato dal visionario Raffaele Vitale a Casa del Nonno 13.

La sala prevede massimo 4 tavoli per un totale di 10 coperti, replicabili nell’incantevole veranda esterna durante la stagione estiva. Innovativo e professionale l’aiuto del direttore operativo Giovanni Baccaro, anch’egli campano giunto a Merano dopo un lungo apprendimento in giro per il mondo. Il cocktail ideato al tavolo è quell’attenzione particolare che colpisce e prepara al sorriso i commensali pronti per iniziare il percorso culinario.

Abbiamo scelto il menu degustazione “Local Homage” di 8 portate, cominciando dagli appetizer composti da bonbon al cioccolato bianco e cavolfiore, waffle di grano arso e tonno affumicato con rapa rossa e cipolla di Tropea, molto invitanti.

Proseguiamo con un piatto di rara complessità: la barbabietola in diverse interpretazioni con sorbetto alla cipolla, radicchio e ravanelli. Esempio vegano in cui il sorbetto spicca per eleganza e dolcezza, ben corroborato dalle note agrodolci del sedano rapa e dalla consistenza della barbabietola.

Lo storione della Val Passiria con spinacino ed il suo caviale bianco è un’ottima idea, aderente alla cucina di pesce da sempre presente in Alto Adige. Al mare si preferisce, per reperibilità a km zero, il pescato di lago e fiume, tenero e meno sapido da giocare bene ai fornelli in un’adeguata consistenza finale.

Il petto di Quaglia alla Rossini con tartufo è il tocco rétro che non si trova facilmente nelle carte dei ristoranti moderni. La selvaggina ha un valore importante in queste vallate e la quaglia è stata lavorata a regola d’arte, con originalità nell’abbinamento.

Segue Ramen altoatesino di spaghettini di segale, aglio, funghi shiitake e brodo di gallina affumicato al fieno che dimostra grande equilibrio. Con un pizzico ulteriore di sensazione umami sarebbe stato perfetto.

Più complesso al gusto il festone del pastificio Vicidomini con ragù di piccione cotto e crudo. Una ricetta che esula dal resto della proposta, come un sentiero parallelo rispetto a quello attraversato fin ora. Lascia qualche perplessità sul finale amarostico del sedano rapa.

Agevole e fortemente radicato sul territorio il petto d’anatra arrosto, con riduzione speziata di carote e olivello spinoso, accompagnato da polenta di Storo. Ricalca la cucina di montagna invernale, tanto apprezzata e ricercata dai clienti.

Tutto a base di latte di capra il dessert composto da cioccolato bianco, fiordilatte, yogurt e cremoso con sablè breton al cacao. Sapore deciso e salato, dinamico e che non cela l’aromaticità tipica della capra. Ottima fine cena, coccolati dalle atmosfere magiche di Merano e di Villa Eden. Servizio impeccabile e carta dei vini ben dosata, che include anche le superbe etichette delle tenute Castel Rametz e Castel Monreale, entrambe appartenenti alla famiglia Schmid e di cui parleremo in un prossimo articolo.

Tornata celebrativa del 75° anniversario di fondazione dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino

Lo scorso 13 dicembre mentre a Siena è stata commemorata Santa Lucia, al Santa Maria della Scala è stata celebrata la Tornata del 75° anniversario di fondazione dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino. Nel 1949 venne costituita a Siena ed ora è tornata nel luogo natale.

Dopo i saluti istituzionali da parte delle Autorità cittadine è stato presentato il Volume “Accademia Italiana della Vite e del Vino: 75 anni di storia”.  Sono intervenuti Rosario Di Lorenzo, attuale presidente dell’Accademia, insieme agli accademici Angelo Costacurta, Vincenzo Gerbi, Davide Gaeta in collegamento e Giusi Mainardi, ha moderato il giornalista Alessandro Maurilli.

L’occasione giusta per un excursus sul prezioso lavoro fatto dall’Accademia in questi primi 75 anni. Sono stati, infine, ricordati tutti coloro che hanno contribuito al successo e i tanti traguardi raggiunti in tempi diversi da quelli odierni. Dalla nascita delle prime Doc ad oggi, molti gli esperimenti fatti e riusciti che hanno portato al mondo enologico la sapienza per ottenere vini non di quantità, ma bensì vini di qualità.

Nella successiva tavola rotonda “L’Accademia e le sfide future del comparto vitivinicolo italiano”, ha moderato il giornalista Alessandro Torcoli, direttore di Civiltà del Bere, con la partecipazione di Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi, Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione Italiana Vini, Attilio Scienza, Presidente del Comitato Nazionale Vini, Donatella Cinelli Colombini, fondatrice del Movimento Turismo del Vino e dell’Associazione Donne del Vino, Giuseppe Liberatore direttore di Valoritalia e Piero Mastroberardino, Vicepresidente Federvini.

Molti i temi affrontati sulla viticoltura e sull’enologia: dalla situazione attuale nazionale, al panorama vigneti con il significato di “vocazione”; dai vini dealcolati e low alcool, ai cambiamenti climatici con il tema delle vendemmie anticipate; dall’intelligenza artificiale, al turismo del Vino, ormai in forte crescita.
Un momento di festa celebrato in una città che è il baricentro di importanti Docg e Doc italiane che godono di fama planetaria.

Vinacria – Ortigia Wine Fest

60 produttori di vino, 4 aziende dell’olio, 13 masterclass, 5 presentazioni di libri e riviste, buona la partecipazione alla prima edizione a Siracusa. Gli organizzatori: “Grazie a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questa manifestazione soprattutto ai produttori che ci hanno creduto sin dall’inizio, stiamo già lavorando alla seconda edizione”

Comunicato Stampa

Si è conclusa la prima edizione di Vinacria – Ortigia Wine Fest, l’evento che celebra i vini (e gli oli) di Sicilia ma che è soprattutto un contenitore attivo in cui far muovere punti di forza e criticità, ascolto e dialogo, mettendo in relazione tutti gli aspetti e le tematiche che concorrono, oggi, a rendere la Sicilia del vino una regione di grande prestigio. Buona affluenza di pubblico all’Antico Mercato della città siracusana nella tre giorni pensata dallAssociazione Culturale Godot: “Il nostro obiettivo è stato quello di valorizzare le eccellenze enologiche del territorio, creando un ponte tra produttori, esperti del settore e appassionati per offrire uno spazio di confronto e scoperta – dichiara l’ideatrice dell’evento Giada Capriotti insieme al socio Silvano Serenari, promotori della manifestazione – Vinacria non è stato solo un evento sul vino ma un viaggio nelle radici e nel futuro della cultura enogastronomica siciliana, Vinacria è un contenitore multiforme fatto di contenuti ricchi e qualitativi che vuole esaltare il bello, il buono e il giusto”. 59 le cantine provenienti da tutta l’isola ma anche 4 aziende dell’olio e 2 di spirits, 13 le masterclass guidate da degustatori di caratura nazionale, 5 presentazioni di libri e riviste: tra i presenti Manlio Giustiniani, Raffaele Mosca, Federico LatteriCinzia Benzi, i giovani produttori di Generazione Next, Federico Graziani con i suoi vini e la rivista “GEN ZED” e Remon Karam, “Il ragazzo venuto dalle onde”. Tra gli appuntamenti più significativi la masterclass condotta da  il Master of Wine Pietro Russo, “Vino e contemporaneità. Stili e tendenze: come si adatta la viticultura siciliana” e “Il ruolo del Sommelier: l’importanza della formazione sul campo e della comunicazione efficace” con Marco Reitano, head sommelier del ristorante “La Pergola” di Roma, 3 Stelle Michelin: “Siamo grati a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questa manifestazione, specialmente ai produttori che ci hanno creduto sin dall’inizio e che sono arrivati da tutta l’isola – precisano gli organizzatori – Vinacria è stata e continuerà ad essere un vero e proprio viaggio attraverso degustazioni, incontri, laboratori e momenti culturali, alla scoperta di uno dei patrimoni enogastronomici più ricchi d’Italia”.

L’evento, voluto dall’Associazione Culturale Godot che si pone l’obiettivo di valorizzare il patrimonio vitivinicolo, olivicolo, gastronomico e turistico attraverso eventi e iniziative promozionali che celebrano l’eccellenza della Sicilia, è stato realizzato con il patrocinio del Comune di Siracusa, dell’Istituto Regionale del Vino e dell’ Olio, dell’Assessorato Regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea della Regione Siciliana, dell’Assemblea Regionale Siciliana, del Senato della Repubblica, del Ministero Delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e della Camera di Commercio del Sud Est Sicilia ed è inserito nel calendario di attività di Regione europea della gastronomia 2025. Main sponsor Unigroup S.p.a, Ortea Palace Hotel, Sicily, Autograph Collection e A.D. Pugliese S.P.A, partner tecnici ENOILTECH, Sword ICE, Cool Water, Kiube Studios e AIS Siracusa. 

Cantine presenti

Val di Noto: Cantine Marilina, Feudo Maccari, Baroni di Pianogrillo, Angelo Di Grazia, Fausta Mansio, Barone Sergio, Rio Favara, Zisola, Losi Vigne Migranti, Rudinì, Cantine Pupillo, Salvatore Marino, Gurrieri, Feudi del Pisciotto, Casa Grazia e Palmeri.
Val di Mazara: Intorcia, Marco De Bartoli, Cristo di Campobello, Alessandro di Camporeale, Dei Principi di Spadafora, Martinico & Figli, Mandrarossa, Feudo Montoni, Pellegrino, Giuseppe Cipolla, Alessandro Viola, Agricola Fiore, Gaudioso, Bonsignore e Tenute Botticella.

Val Dèmone: Caravaglio, Le Casematte, Principi di Mola, Tenuta Enza la Fauci e Vigneti Verzera. 

Etna: Tenute Nicosia, Tenute Palmento San Basilio, Serafica Terra di Olio e Vino, Cantine Russo, I Custodi delle Vigne dell’Etna, Federico Graziani, Palmento Costanzo, Pietradolce, Cottanera, Masseria Setteporte, SRC, Stanza Terrena, Azienda Agricola Frank Cornelissen, Cantine di Nessuno, Tenute di Fessina, Azienda di Rachele, Zumbo, Al-Cantàra, Le Due Tenute, Giò Emmanuele Etna Wines, Azienda Agricola Raciti, Tornatore  e Vitanova

Le aziende dell’olio: Viveretna, Tondo, Sciabacco e Di Mino. 

Le aziende partner: Volcano Gin, Distilleria Giovi e Ardeaseal.

Doc Salaparuta: sorprendente la prima Wine Week per un territorio ricco di storia e fascino

La Valle del Belice è custode di uno dei territori più affascinanti della Sicilia, comprendente l’areale della Doc Salaparuta. Un fiume denso di storia, dove l’acqua scorre tra le lacrime della gente che ha vissuto il dramma prima del terremoto del 1968 e poi dell’alluvione del 2018. Per fortuna gli abitanti di questa terra bedda, come amano definirla, non sono scaramantici ed hanno saputo affrontare, con sacrificio, le avversità climatiche ed economico-politiche nei decenni trascorsi. Intorno alla doc Salaparuta, da nord a sud si registra un’alta concentrazione di importanti denominazioni storiche (Alcamo, Monreale, Contessa Entellina, Santa Margherita del Belice, Sambuca di Sicilia, Menfi) che spiega bene l’importanza della viticoltura in questa parte dell’Isola.

L’altitudine varia dai 90 metri ai 600 metri. Dopo la caduta dell’impero Romano e il dominio dei bizantini, lo sbarco dei Musulmani a Mazara nell’827 avvia la dominazione araba in Sicilia. Risalgono al periodo arabo i nomi di quattro casali: Belich, Salah, Taruch e Rahal al Merath (Casale della donna). I primi tre vennero col tempo abbandonati per le loro condizioni insalubri; sopravvisse soltanto l’ultimo che cambiò il nome quando gli abitanti del casale di Salah vi si trasferirono: da Casale della donna divenne Sala della donna, diventando così il nucleo originario della futura Salaparuta.

La storia di Salaparuta

Il primo barone dichiarato ufficialmente fu Girolamo Paruta nel 1507. Da quel momento la Baronia Sala Della Donna prese il nome di Sala di Paruta e successivamente di Salaparuta. Francesco Alliata, nel 1624, venne nominato primo Principe di Villafranca e nel 1625 Duca di Sala di Paruta, dal re Filippo IV. Con le trasformazioni agrarie, la diminuzione delle coltivazioni cerealicole a vantaggio dei vigneti e uliveti e il diffondersi della piccola proprietà contadina subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, lo sviluppo di Salaparuta venne bruscamente interrotto dal terremoto della Valle del Belice del 14 e 15 gennaio 1968, quando il piccolo paese – assieme a Gibellina, Poggioreale e Montevago – furono quasi rasi al suolo. Cominciò la drammatica emigrazione dei tanti sopravvissuti. Chi decise di restare, a fatica, visse nelle baraccopoli per lungo tempo prima di vedere completati i lavori di ricostruzione. A imperitura memoria restano opere d’arte di grandissimo valore come la Stella di Consagra e il Cretto di Burri, testimoni silenziosi del dolore vissuto.

Le varietà d’uva coltivate

Il clima del territorio è quello tipico mediterraneo. Le varietà cardine sono: Catarratto, Grillo, Insolia e Nero d’Avola, assieme ad altri vitigni di più recente introduzione come Chardonnay, Syrah, Merlot e Cabernet Sauvignon. Conosciuto e coltivato in Sicilia da più di tre secoli, il Catarratto presenta un gran numero di varianti. Il biotipo diffuso a Salaparuta è il Catarratto Bianco Lucido, iscritto nel Registro nazionale delle verità di vite già dal 1970. La Doc prevede il Catarratto sia in purezza nel “Salaparuta Catarratto” che nel “Salaparuta Bianco” che prevede un minimo di 60% di questo vitigno, mentre per la rimanente parte possono concorrere alla produzione di detto vino altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei alla coltivazione nella regione, con esclusione del Trebbiano toscano.

Il Nero d’Avola è storicamente il vitigno più rappresentativo e blasonato della Sicilia. Durante l’800 era conosciuto come Calabrese e così venne registrato nel Registro nazionale delle varietà di vite fin dal 1970. Nell’800 il vitigno viene associato al paese di Avola, in provincia di Siracusa. Il nome Calabrese non è altro che una italianizzazione/traslitterazione del termine siciliano “calaulisi”, che significa “uva (cala) di Avola”, o, secondo altre versioni, dall’espressione grecanica “Calà u risi”. Dal piccolo centro siracusano, il vitigno si è diffuso nei comuni di Noto e Pachino, ovvero nell’intera Val di Noto, dove entra a pieno titolo nelle doc locali, e da lì in tutta la Sicilia (tranne la zona etnea e la provincia di Messina, dove è più raro) e in una parte della Calabria. Sfruttato per la sua acidità per la realizzazione di vino novello e vini giovani e spesso commercializzato sfuso verso l’estero per irrobustire con la sua struttura i vini dell’Italia settentrionale e della Francia, conosce oggi una nuova affermazione grazie a lavorazioni più rispettose del vitigno, dotato di una straordinaria e naturale freschezza.

I terreni vocati sono: pianeggianti di tipo alluvionale, prodotti dai detriti delle inondazioni del fiume Belice; collinari con argille arricchite di sostanze minerali, frutto della decomposizione di rocce calcaree, con discreta capacità di ritenzione idrica.

Numeri e protagonisti della Doc

La DOC è stata istituita con Decreto ministeriale dell’8 febbraio 2006 pubblicato sulla GURI n. 42 del 20 febbraio 2006. La piccola denominazione Salaparuta può contare su 900 ettari totali, 9 produttori di vino e 38 produttori di uve. La produzione attuale di vini rivendicati sotto la denominazione è di 30mila bottiglie ma c’è l’obiettivo di crescere e consolidare il nome sfruttando tutte le potenzialità del territorio. Il resto della produzione delle aziende di Salaparuta ricade sotto la Doc Sicilia o la Igp Terre Siciliane.

Il Consorzio Volontario di Tutela Salaparuta Doc

Fondato nel 2006 dopo il riconoscimento della doc, nasce come associazione di produttori impegnati a proteggere e valorizzare i vini di Salaparuta. Guidato dal Presidente Pietro Scalia e dai vicepresidenti Calogero Mazzara e Giuseppe Palazzolo, deve sostenere e comunicare adeguatamente il territorio ed i suoi vitivinicoltori. Il presidente Scalia ci racconta della non facile situazione che ha vissuto la Denominazione, sia per le difficoltà agricole nella coltivazione delle vigne e conseguente abbandono delle campagne, sia per questioni di cambiamento climatico con periodi di siccità sempre più lunghi.

Inoltre l’innesco della guerra legale sull’utilizzo del nome Salaparuta, tra Consorzio e cantina Duca di Salaparuta, giunta ormai alle pagine finali (sperando in una risoluzione positiva per l’intero comparto), ha insinuato la paura che tutto finisse rapidamente. Dopo il massimo livello di ettari iscritti a Doc nel 2015, si è infatti vissuto un lento ed inesorabile momento di riassestamento al ribasso, in attesa di sviluppi futuri.

Gli agricoltori sono rimasti alla finestra a guardare, consci, però, degli spiragli di luce che giungono dal ricambio generazionale. Nuove leve unite tra di loro e capaci davvero di interpretare al meglio le esigenze del consumatore, grazie al sapiente accesso ai canali interattivi globali. Attenzione anche verso un possibile passaggio in seno alle clausole, forse troppo stringenti, del Disciplinare di produzione, che potrebbe vedere l’inserimento di altre varietà – Zibibbo e Perricone su tutti – molto interessanti e resistenti.

Cantine ed assaggi

Baglio delle Sinfonie

Piccola azienda a conduzione familiare. Qualità e sostenibilità rappresentano il fulcro dell’attività, costantemente ricercate nella produzione dei migliori vini del territorio. Fondata nel 2013, conta su 33 ettari di proprietà. Produce le seguenti tipologie di uva: Grillo, Catarratto, Chardonnay, Nero d’Avola e Syrah. Età media delle viti: 6 anni. Svolge raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Nei casi di più lungo invecchiamento fa ricorso alle barrique. Buon equilibrio il bianco targato Catarratto 2022, rispecchia appieno la filosofia stilistica e l’annata calda con note mature e voluminose. Intrigante e polposo lo Chardonnay 2023, mentre soffre la robustezza tannica e calorica il Syrah 2019, forse ancora aderente alle estrazioni eccessive ricercate nella prima decade del secondo millennio

Bruchicello

L’azienda Bruchicello, fondata su un’amica tradizione familiare, produce vini da varietà autoctone. Segue con cura ogni fase del processo produttivo, dalla coltivazione delle uve all’imbottigliamento e commercializzazione. Fondata nel 1976, conta su 5 ettari coltivati a: Catarratto, Nero d’Avola e Cabernet Sauvignon. Età media delle viti: 15 anni. Raccolta manuale, uso di contenitori d’acciaio e barrique. Buccioso il Catarratto in purezza 2021, strutturato e tropicale da vigne storiche di 26 anni. Convince anche lo Chardonnay 2023 possente e tostato, dal finale quasi salmastro. Perplessità sulla Riserva di Nero d’Avola 2015 presentata alla stampa: l’eleganza è indiscutibile, ma il campione sembra percorrere ormai il viale del tramonto per la bassa acidità che non sorregge il nerbo alcolico.

Ippolito Vini

Ippolito coltiva vigneti da quattro generazioni, con passione e metodi innovativi per la coltivazione della vite e la produzione del vino. Animata da un profondo rispetto per la terra e i suoi frutti, la famiglia cura con dedizioni i 10 ettari di vigneti a base di Catarrato, Chardonnay, Syrah, Nero d’Avola e Grillo, che si estendono tra le colline di Salaparuta. Raccolta manuale con vinificazioni e affinamenti in acciaio e in bottiglia. Ancora acerbo il blend Catarratto-Chardonnay 2023 con acidità energica a discapito del frutto. Meglio convincente il Nero d’Avola 2023 con nuance di erbe mediterranee molto tipiche, frutti di bosco succosi e tannini moderati.

Leonarda Tardi

I fratelli Calogero ed Eliana Mazzara, cresciuti tra i filari delle vigne, hanno raccolto l’eredità dei genitori e dedicato il nome dell’azienda alla memoria della mamma. L’azienda nasce nel 2016 e in questi anni ha sempre di più rafforzato i legami con il territorio, coltivando poco più di quattro ettari di vigne con una età media delle viti di 11 anni. Le uve prodotte sono Chardonnay, Catarratto e Nero d’Avola. Raccolta manuale, vinificazioni in acciaio e affinamenti in bottiglia. Giovane e tenero il Catarratto del Salitano 2023, ancora in divenire e dalla lunga prospettiva. Pazzesco lo Chardonnay di Alikase 2021, con note burrose accompagnate da una bocca agrumata e sapida. Equilibrato l’assaggio extra dell’Alikase rosso 2017, la prima annata di Nero d’Avola prodotta dall’azienda, fragrante ed appetitoso carico di fiori violacei ed amarene mature. Esce attualmente in commercio la 2021, segno che il progetto funziona.

Noah Palazzolo

Giuseppe Palazzolo, laureato in viticoltura ed enologia, dal 2019, anno di fondazione dell’azienda, prosegue la produzione biologica avviata da nonno omonimo. Punta allo sviluppo dell’attività familiare in forma ecosostenibile ed è impegnato nella valorizzazione dell’areale culturale Belicino. Una favola agricola in chiave moderna. L’azienda si compone di 30 ettari. Età media delle viti: 6 anni. Tipologia di uve: Catarratto, Grillo, Chardonnay, Perricone, Zibibbo e Nerello Mascalese. Raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Amante della musica, visionario e sperimentatore, partito dalla stanza di un casolare e lanciato più che mai a ricoprire presto un ruolo da protagonista assoluto. Bello il Catarratto 2022 raccolto in fasi differenti e corretto con la base utilizzata per lo spumante. Completo e stuzzicante. Troppa speziatura per il Nero d’Avola del Valley, edizione 2022, non accompagnata da sfumature dolci e succose. Gradevole la versione Perricone in purezza sempre 2022, caldo e succoso tra more e liquirizia.

Cantina Giacco

Fondata nel 1977 da Nunzio Stillone, l’azienda sorge tra le verdi colline di Salaparuta proprio sul sito di Villa Amalia, uno degli edifici distrutti dal terremoto del 1968. Con la volontà di ricalcare l’antica tradizione vitivinicola iniziata dagli abitanti fin dall’800, dopo una fase di lavorazione dei prodotti sfusi, nei primi anni ’90 comincia anche l’imbottigliamento di vini di propria produzione. Si estende su 120 ettari e propone le seguenti varietà: Grillo, Catarratto, Chardonnay, Nero d’Avola, Syrah e Merlot. Età media delle viti 15 anni. Raccolta è in parte manuale e in parte meccanica. Le lavorazioni sono in acciaio. Qualche sfumatura amaricante il Villa Amalia 2022 a base Catarratto, con salvia e rosmarino sul finale. Rustico, ma vivace il Villa Amalia Nero d’Avola 2022, ottima materia da valorizzare in futuro. Fa anche un Metodo Ancestrale bianco, corretto e agevole.

Scalia&Oliva

L’anno di fondazione ufficiale è 2010, ma Pietro Scalia – dopo un periodo di emigrazione in America – avvia l’azienda già nel 1999 per poi associarsi a Giuseppe Oliva nel 2009. Specializzata nella produzione di vini di qualità che riflettono i profumi e i sapori tipici del territorio siciliano, l’azienda oggi produce 50 mila bottiglie di vino di alta gamma e può vantare anche la produzione di olio da Nocella del Belice e di pasta da grani antici siciliani. In totale 37 ettari, dedicati alla produzione di Catarratto, Chardonnay, Grillo, Syrah, Nero d’Avola, Perricone, Zibibbo. Età media delle viti: 15 anni. Raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Alcuni prodotti invecchiano in legno piccolo. Facile il Catarratto 2023, tra agrumi e fiori bianchi. Ricco, voluminoso e coerente il Nero d’Avola 2021, forse il campione più interessante dei 3 giorni di degustazione, così come lo Zibibbo 2023 per nulla glicerico o eccessivamente aromatico.

Villa Scaminaci

La cantina sociale Villa Scaminaci, già Madonna del Piraino, nasce nel 1975 nell’area un tempo occupata dalla villa omonima distrutta dal terremoto del 1968. Forte di 300 ettari, riunisce i viticoltori di Salaparuta e delle aree circostanti, promuovendo la sostenibilità e la valorizzazione del territorio siciliano. Produce ogni anno 50mila bottiglie che hanno conquistato sia il mercato italiano che il mercato statunitense. Tipologie di uva: Catarratto, Grillo, Nero d’Avola. Età media delle viti: 18 anni. Raccolta manuale e lavorazioni in acciaio. Si vede e si sente soprattutto nel calice la loro esperienza. Ottima qualità il Catarratto 2022, idrocarburico e ben rappresentante di quell’idea di bianco italiano che può resistere anni in bottiglia prima di dare il meglio di sé. Palpabile il tannino del Nero d’Avola 2022, dove succosità agrumata e sensazioni iodate aiutano il sorso ad essere dinamico e mai appesantito. E ben fatto anche l’assaggio extra da Grillo in purezza, materico e tropicale, solo un filo corto in chiusura.

Vini Vaccaro

Azienda di impronta familiare, nasce negli anni ’70 quando Giacomo Vaccaro e sua moglie Caterina acquistano il primo podere a Salaparuta. L’atto di fondazione ufficiale è dell’anno 2000, gli ettari totali sono 90. L’azienda trasforma uve di di Catarratto, Grillo, Merlot, Nero d’Avola. Età media delle viti: 15 anni. Dopo la raccolta manuale e la vinificazione in acciaio, sono previste modalità diverse di affinamento in botti grandi, tonneau e barrique. Ce ne sarebbe da parlare per ore di una famiglia unita attorno al visionario capostipite, dove il legame di parentela si fonde con quello per la terra madre d’origine. Eycos, blend di Catarratto e Chardonnay annata 2022 è morbido e ben dosato nella componente di freschezza. Gusto internazionale. Il Giacomo Riserva 2018 da Nero d’Avola è un vino di sostanza e piacevolezza, molto identitario. Incredibile sia il Metodo Classico Pas Dosè Millesimato (gli unici nell’areale a produrre una simile tipologia) ed il Grillo 2022 del Timè, con le nuance da Sauvignon Blanc (in fondo sono parenti alla lontana), elegante, dinamico e mediterraneo.

Un ringraziamento al giornalista Vittorio Ferla per l’assistenza durante lo splendido tour organizzato per scoprire una pagina ancora non scritta della Sicilia più autentica.