Sangiovese Purosangue on tour a Milano – storie di Brunello di Montalcino

Il 21 gennaio, nella location del Tannico Wine Bar di Milano, si è svolto l’evento Sangiovese Purosangue dedicato al Brunello di Montalcino.

Otto cantine hanno raccontato di un territorio affascinante circondato da paesaggi mozzafiato, con colline ondulate e vigneti che si estendono a perdita d’occhio. Hanno narrato le loro storie di famiglia e quelle di un vino, il Brunello di Montalcino, che incarna l’essenza della tradizione vitivinicola toscana.

PODERE LE RIPI

L’azienda nasce alla fine degli anni Novanta per volere di Francesco Illy (sì, i produttori di caffè); siamo a Castelnuovo dell’Abate, nel crinale Sud Est di Montalcino dove il terreno è ricco di marne e di argilla a richiamare gli antichi suoli oceanici, che danno vita a vini di grande potenza. Nel 2015 la cantina decide di estendersi anche nella zona Ovest, circondata completamente dal bosco che lambisce il fiume Ombrone. Qui i suoli sono di origine alluvionale, più ricchi. Le due zone sono molto diverse e l’azienda ha seguito la linea di mantenerle separate evitando di produrre un Brunello frutto della loro unione.

Le loro etichette hanno nomi originali e non solo descrivono il vino, ma raccontano anche una storia, creando un legame emotivo con il consumatore.

  • Cielo d’Ulisse Brunello di Montalcino DOCG 2020 al naso ricorda il bosco e il microclima fresco del versante Ovest di Montalcino. Un tannino elegante e mai invasivo, di buona freschezza, intenso e strutturato. 30 mesi di invecchiamento in botti di rovere e 12 mesi nelle vasche di cemento.
  • Amore e Magia Brunello di Montalcino DOCG 2020 proviene dal versante Sud Est della denominazione. Un rosso rubino molto intenso, al naso si esprime con sentori di viola, arancia rossa e note balsamiche. Affinamento 24 mesi in botti grandi di rovere, seguiti da 18 mesi in vasche di cemento
  • Lupi e Sirene Brunello di Montalcino DOCG 2019 Riserva alla vista un rosso rubino brillante e delicato, al naso fine ed elegante con note terrose ed ematiche. Al palato tannini setosi e un grande equilibrio. Invecchiamento 36 mesi in botti di rovere e affinamento minimo di 14 mesi in vasche di cemento.

CUPANO

Situata in Località Camigliano su una collina sassosa a 220 metri di altezza, in un terreno ricco di minerali e argille con un panorama meraviglioso, la cantina è di proprietà di Ornella Todini e Lionel Cousin che negli anni Novanta si trasferirono da Parigi a Montalcino. Nel 1997 vennero impiantati i primi 3,4 ettari di vigneto, diventati 6 nel 2013, in prevalenza Sangiovese ma anche Cabernet Sauvignon e Merlot. La prima annata di Cupano è stata la 2000.

La loro filosofia prevede una meticolosa cura delle viti, lieviti indigeni, fermentazioni spontanee senza controllo di temperatura e invecchiamento in botti di legno di rovere francese. Certificazione Biologica e Biodinamica, il loro Brunello esprime livelli qualitativi straordinari garantiti dalla potenza del suo terroir e dalla finezza e il garbo dello spirito enoico francese.

  • Brunello di Montalcino DOCG – Cupano 2020 Rosso rubino intenso e vivido alla vista, grande profondità e pulizia al naso con note di prugna, amarena e rimandi di spezie dolci ed erbe officinali. Un assaggio che sprigiona un’ottima energia con un tannino perfettamente integrato.

COL D’ORCIA

A sud di Montalcino, sulla collina di Sant’Angelo in Colle, sul versante più esposto alle brezze marine, l’azienda Col D’Orcia è proprietà dei Marone Cinzano stabilitasi a Montalcino 50 anni fa. Molto legata alla tradizione sia in vigna che nella produzione, ad esempio utilizza solo botti grandi di legno neutro.

In degustazione tre vini di Col D’Orcia e un vino che fa parte di un nuovo progetto appena lanciato sul mercato, solo tre settimane fa, il primo vino che porta sull’etichetta il nome della famiglia. Il Lot.1 è una selezione micro parcellare che parte da una zonazione in vigna e porta ad individuare in fase di maturazione dell’uva il migliore appezzamento. Si può veramente parlare di un “Cru itinerante”. Ogni anno si produce questo vino ma da un luogo diverso.

Oltre 110 ettari vitati a Sangiovese, diverse esposizioni, diversi terreni, diverse altitudini, vini con stili diversi.

  • Brunello di Montalcino DOCG Col d’Orcia 2020 Un’annata a 5 Stelle dal punto di vista climatico. Un colore rosso rubino intenso, con riflessi granati. Al naso sentori complessi ed eleganti di frutti rossi maturi (ciliegia e amarena) non manca qualche richiamo di confettura e note speziate di vaniglia e lieve tostatura. In bocca è ricco con un’ottima struttura, i tannini sono ben integrati e equilibrati.
  • Brunello di Montalcino DOCG 2019 Villa Nastagio Un vino di grande struttura e complessità con sentori di viola, mirtillo e ciliegia e delle note tostate come caffè e vaniglia. Il palato si rallegra con un corpo pieno ed avvolgente. I tannini vigorosi sono esaltati da una buona acidità.

IL MARRONETO

Ad accogliermi Jacopo Mori, figlio di Alessandro che mi trascina nella storia dell’azienda di famiglia iniziata nel 1974, quando Giuseppe Mori, padre di Alessandro, rimane affascinato dal borgo di Montalcino e decide di acquistare un piccolo podere con una torretta risalente al 1200 utilizzata in passato per essiccare i maroni (da qui il nome). I primi ettari vitati sono del 1975, segue poi un ampiamento nel 1979 e nel 1984. Le prime bottiglie vedono la luce nel 1980.

Oggi l’azienda è sicuramente nella Top Ten delle storiche di Montalcino, l’impegno, la passione e la voglia di fare di Alessandro sono tangibili nei suoi vini. Il Marroneto si distingue per il suo approccio rispettoso al vigneto e alla vinificazione. Vigneti non intensivi dove gli interventi sono minimi e la produzione dell’uva è decisa dalla natura.

  • Brunello di Montalcino DOCG 2020. Un Sangiovese in purezza che esprime forza e fascino. Rosso rubino, con riflessi granati. Profumi eleganti e complessi dove ritroviamo sentori di frutti di bosco maturi e di anice. I tannini sono vellutati. Dopo mesi che passa in legno rimane fresco, profumato, fruttato, non soffre l’aggressione del legno.
  • Brunello di Montalcino DOCG 2020 Madonna Delle Grazie è un grande vino rosso, profondo e affascinante. Prende il nome dalla piccola chiesa della Madonna delle grazie che si trova proprio nelle vicinanze della vigna storica del Marroneto. Al naso presenta profumi di marasca e frutti rossi, le note di violetta, erbe balsamiche e spezie. Al gusto profondo e avvolgente, con tannini setosi e un elegante mineralità. Meraviglioso finale balsamico e speziato. Questo rosso capolavoro è il fiore all’occhiello della cantina Il Marroneto, una delle espressioni più memorabili del Brunello.

TRICERCHI

A dirigere l’azienda Castello Tricerchi dal 2013 ci sono un giovane enologo, Tommaso Squarcia e suo zio Vittorio. Tommaso racconta delle meravigliose colline di Montalcino, dove passa la Via Francigena e del loro Castello dalle possenti mura che si erge maestoso su una collina, dominando il paesaggio circostante con la sua imponente struttura. Castello Tricerchi, struttura che risale al 1441 appartenuto all’omonima famiglia, è oggi dimora e sede aziendale dei diretti discendenti: la famiglia Squarcia.

Ci troviamo sul versante nord di Montalcino, 13 ettari vitati, esclusivamente coltivati a Sangiovese Grosso.

  • Brunello di Montalcino DOCG 2020 si presenta conun colore limpido, rubino intenso. Un aroma elegante, complesso e di grande intensità con note di ciliegia, tabacco e cioccolato. Gusto fine e persistente con una sensazione tannica morbida e setosa al palato
  • Brunello di Montalcino DOCG 2020 AD 1441 una bottiglia preziosa che proviene da una selezione manuale delle migliori uve della Vigna del Castello e dalla Vigna del Velo. Il 1441 è l’anno di fondazione di Castello Tricerchi. Il coloro rubino, profondo e vibrante. La sua tonalità è arricchita da riflessi granati. Al naso frutta rossa che conferire freschezza e vivacità al vino , cioccolato e cuoio che sprigiona una sensazione di calore.

LE RAGNAIE

Fondata nel 2005 dall’enologo Riccardo Campinoti, la cantina si è rapidamente guadagnata una reputazione per la produzione di vini di alta qualità, seguendo metodi di vinificazione che rispettano l’ambiente e la tradizione locale. Le Ragnaie si estende su diversi vigneti, ubicati in posizioni strategiche che beneficiano di diverse esposizioni e microclimi, ideali per la coltivazione del Sangiovese.

La cantina è conosciuta per il suo approccio artigianale alla vinificazione, puntando su pratiche sostenibili e una gestione attenta dei vigneti. I vini prodotti da Le Ragnaie sono caratterizzati da eleganza e complessità, con un forte legame con il territorio. “Abbiamo la fortuna di poter coltivare dei vigneti ad altissima vocazione in tre diverse microzone di Montalcino, consentendoci di ottenere vini tra loro diversi e testimoni dei loro territori”.

  • Brunello di Montalcino DOCG 2020 V.V. (Vigna Vecchia) Vino di grande profondità ed eleganza. Invecchia per 36 mesi in botte grande di rovere di Slavonia. l vino si presenta di colore rosso rubino, profumi intensi, caratteristici e delicati, armonico con sentori di vaniglia e frutta rossa, di sapore ampio, caldo. Persistente di grande armonia e sapidità, con una struttura solida e una complessità che rendono la vita del vino molto longeva.

TENUTA BUON TEMPO

La Tenuta Buon Tempo si trova nell’estremo Sud del territorio di Montalcino, collocata all’interno di un paesaggio mozzafiato. L’azienda è infatti ‘abbracciata’ dalla catena montuosa dell’Anti Appennino toscano, dove tra tutti svetta il Monte Amiata, il fiume Orcia, confine Sud dell’appellazione del Brunello, ed ha alle spalle la collina di Montalcino.

  • Brunello di Montalcino DOCG 2019 Colore: Rosso granato più o meno carico a seconda dell’annata, tendente al mattone con il lungo invecchiamento.

Profumo: Intensa vinosità, profumi fruttati di ciliegia matura e prugna con note floreali e speziate. Sensazioni etere e di rovere con l’invecchiamento in botte. Sapore: Asciutto, di acidità ben equilibrata, con tannicità evidente ma in armonia con la corposità sostenuta, caldo, morbido, armonioso

  • Brunello di Montalcino DOCG Riserva 2015 “P.56” viene prodotta solo nelle annate eccellenti dal punto di vista climatico e produttivoIl nome “Oliveto P. 56”, dato al Brunello Selezione, deriva dalla particella catastale in cui si trova la nostra vigna più vecchia con viti di circa 25 anni di età e dal nome del vecchio podere fondato negli anni ’40. “Da questa vigna posta a 350mt di altitudine, vengono selezionati solo i grappoli più piccoli e di migliore qualità, per produrre tramite un delicato processo in cantina, un vino complesso elegante e al tempo stesso strutturato e longevo, che rappresenta al massimo il livello qualitativo del nostro terroir”.

Mi prendo un momento per riflettere su questa esperienza gustativa unica nel suo genere. Penso a come il Brunello di Montalcino evolva nel bicchiere e come si manifesti nelle diverse sfumature. Ogni bottiglia qui è unica e racconta la storia del terroir, delle viti e delle mani che le hanno curate.

Prosit!

Amarone Opera Prima – l’annata 2020 del grande Rosso della Valpolicella

Nel centenario dalla nascita del Consorzio Tutela Vini della Valpolicella, arriva la presentazione alla stampa dell’annata 2020 dell’Amarone della Valpolicella, il grande Rosso del Comprensorio veronese. La zona di produzione della denominazione copre l’intera fascia pedemontana della provincia di Verona, interessando 19 comuni – 5 nella zona classica e 14 nella zona DOC – e circa 30.000 ettari. Il suo territorio confina ad ovest con il Lago di Garda, mentre a est e a nord è protetta dai Monti Lessini.

Secondo il disciplinare di produzione il territorio è suddiviso in tre zone ben distinte

  • La zona DOC con i comprensori del comune di Verona e le valli di Illasi, Tramigna e Mezzane.
  • La zona Classica, formata da cinque aree geografiche, ovvero l’areale di Sant’Ambrogio di Valpolicella e di San Pietro in Cariano, le vallate di Fumane, Marano di Valpolicella e Negrar di Valpolicella.
  • La zona Valpantena, che comprende l’omonima valle.

Un Consorzio ricco di storia e cambiamenti, seppur relativamente giovane nel conferimento della funzione cosiddetta “Erga Omnes” prevista dalla Legge, a salvaguardia dell’areale nei confronti anche delle aziende non associate. Una decisione probabilmente sofferta e discussa, come lo è l’attuale clima produttivo vitivinicolo. I vini della Valpolicella, in primis l’Amarone, hanno visto momenti altalenanti di grande successo con quotazioni elevate e ritorno sui propri passi verso le origini, fase attualmente in corso.

Si chiede, in prospettiva, un alleggerimento delle potenze caloriche e della densità materica imposta da certe scelte commerciali a cavallo tra metà anni ’90 e prima decade del 2000; adesso il mercato globale tende a guardare, per motivazioni che non staremo qui a discutere, verso residui zuccherini nettamente bassi a favore di bevute più agevoli anche nell’abbinamento quotidiano con il cibo. Il che non significa sacrificare l’identità preziosa di un vino riconosciuto in tutto il mondo come l’Amarone della Valpolicella – nato peraltro come versione secca del passito Recioto – quanto più semplicemente contestualizzarlo con maggior cura al territorio e alle varietà d’uve prescelte dal Disciplinare come Corvina, Corvinone, Rondinella, Molinara ed altre ammesse.

Gli assaggi previsti in sala stampa hanno evidenziato proprio la fase di interregno tra chi è rimasto più realista del re mostrando estrazioni e opulenze fuori scala e chi, invece, ha cominciato da tempo a seguire le nuove prospettive, con prodotti decisamente gustosi, dotati di freschezza e sapidità: in poche parole agili da bere. Buona comunque la qualità media offerta e positiva l’impressione generale sull’annata, confermata più fresca rispetto ad altre anche dal report rilasciato dallo stesso Consorzio. Qualche perplessità sulle tante tipologie previste tra DOC e DOCG della Valpolicella (molto simili in alcuni casi), sull’esigenza di suddividere l’Amarone tra annata e Riserva e sulla ridotta adesione e comunicazione di campioni che escono in etichetta con indicata la sottozona Valpantena.

Abbiamo assaggiato alla cieca in panel insieme al giornalista Maurizio Valeriani (Direttore Responsabile di Vinodabere) e al critico enogastronomico Alfonso Mollo tutti i 77 vini disponibili, di cui solo 16 campioni di botte, qualcuno di essi peraltro già sorprendente.

Di seguito l’elenco dei migliori posto non in ordine di preferenza

Costa Arènte – Amarone della Valpolicella Valpantena 2020

Pasqua Vigneti e Cantine – Amarone della Valpolicella Famiglia Pasqua 2020 (campione di botte)

Ca’ La Bionda – Amarone della Valpolicella Classico Ravazzol 2020

Montezovo – Amarone della Valpolicella 2020

Marion – Amarone della Valpolicella 2020

Villa Canestrari – Amarone della Valpolicella Riserva Plenum 2020 (campione di botte)

Corte Saibante – Amarone della Valpolicella Classico 2020

Secondo Marco – Amarone della Valpolicella Classico 2020

Fattori – Amarone della Valpolicella Riserva 2020

Massimago – Amarone della Valpolicella Conte Gastone 2020

Bottega – Amarone della Valpolicella Il Vino degli Dei 2020

Santa Sofia – Amarone della Valpolicella Classico 2020

Cavedini – Amarone della Valpolicella 2020

Azienda Agricola Boscaini Carlo – Amarone della Valpolicella Classico S.Giorgio 2020  

Ca’ dei Frati – Amarone della Valpolicella Pietro Dal Cero 2020

Tezza Viticoltori in Valpantena – Amarone della Valpolicella Valpantena 2020

Roccolo Grassi – Amarone della Valpolicella 2020

Salvaterra – Amarone della Valpolicella Classico 2020

Cantine di Verona S.C.A. – Amarone della Valpolicella Torre del Falasco 2020

Famiglia Furia – Amarone della Valpolicella 2020 (campione di botte)

Tenuta Santa Maria di Gaetano Bertani – Amarone della Valpolicella Classico Riserva 2020

Corte Figaretto – Amarone della Valpolicella Valpantena Musa del Figaretto 2020

Accordini Igino Winery – Amarone della Valpolicella Classico Le Bessole 2020

Zeni 1870 – Amarone della Valpolicella Classico Vignealte 2020

Benazzoli – Amarone della Valpolicella Classico 2020

Assoenologi Campania affronta il tema dell’etichettatura vinicola – novità normative e impatto sui processi aziendali

Presso il polo universitario distaccato della Federico II – Dipartimento di Agraria per le Scienze della Vite e del Vino ad Avellino – è andato in scena il convegno organizzato da Assoenologi con tema: “Etichettatura vinicola – novità normative e impatto sui processi aziendali”. Grande l’interesse da parte degli addetti ai lavori, tra enologi, agronomi, imprenditori vitivinicoli, sommelier e giornalisti, con una sala gremita fino alla fine dei lavori.

La presenza di Teresa Bruno, Andrea Ferraioli e Michele Farro, in rappresentanza ai consorzi di tutela dei vini irpini, salernitani e flegrei e la moderazione del giornalista Luciano Pignataro, ha preceduto il saluto di rito di Roberto Di Meo, organizzatore della manifestazione e presidente di Assoenologi Campania.

Si parte con una parentesi sugli attacchi mediatici al mondo del vino, Report in primis, con disparità di trattamento mediatico tra il fermentato d’uva e i superalcolici, quest’ultimi protagonisti di una errata cultura giovanile del bere. Perplessità, inoltre, rispetto alla volontà del legislatore europeo di associare il termine alimento al vino; non ultima la digressione sul nuovo quadro normativo inerente al Codice della Strada, con le aspre per chi infrange la legge.

Luciano Pignataro ha sostenuto possa esistere un nodo di natura politica tra gli interessi delle multinazionali dietro ad un atteggiamento più blando verso i superalcolici e meno persecutorio, insistendo sulla necessità di comunicare il vino in quanto a prodotto della Dieta Mediterranea, oltre che nostra identità culturale.

Sostanziale l’intervento di Luigi Moio, professore ordinario di Viticoltura ed Enologia dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”: dopo i ringraziamenti all’Assoenologi il prof. Moio, nonché presidente dell’OIV, ha voluto esprimere la sua riconoscenza nei confronti di Pietro Caterini, direttore scolastico della storica Scuola Enologica “De Sanctis”, per alimentare la passione negli studenti e renderli materia prima per il corso di laurea da lui fortemente voluto ad Avellino. Moio ha voluto considerare, malgrado le nuove riforme, che il vino non può essere considerato un alimento, precisando però le dizioni contenute nel nuovo quadro normativo, ossia ingredienti, additivi e coadiuvanti della produzione enologica. A suo dire <<il vino non dovrebbe essere considerato un alimento, così come non dovrebbe esserlo un additivo, tanto più che non vi è specificatamente una ricetta per farlo. Da questo punto di vista l’unico ingrediente, se così lo si voglia definire, sarebbe appunto l’uva, mentre tale comunque non dovrebbe essere considerato il suo coadiuvante, quando non lascia tracce una volta che il vino viene imbottigliato>>. Il professore ha ribadito poi la naturale attività dell’alcol, nella sua funzione di conservante assente nei cibi, diversificando il vino rispetto a quanto maggiormente contenuto nel Codice Alimentare e rammentando che è tra i pochi a non avere una data di scadenza.

Per Moio, con la nuova regolamentazione sull’etichettatura nutrizionale e l’elenco degli ingredienti, non cambio molto, tranne che per il QR Code, ponendo altresì un <<ragionevole dubbio sullo stabilire l’origine endogena o esogena dell’acido ascorbico, difficile a stabilirsi proprio perché anche naturalmente presente nel vino>>. In definitiva, Moio ha concluso affermando che la professionalità e le qualità umane degli operatori del mondo del vino non possano essere improvvisate, invitando al buon senso.

 

Impossibilitato a venire, Riccardo Cotarella, presidente nazionale della Assoenologi, ha salutato il pubblico e ringraziato Roberto Di Meo per l’organizzazione del convegno, si dice soddisfatto dell’intervento del prof. Moio e rammaricato per gli attacchi mediatici al vino, ribadendo l’importanza del suo ente per la promozione e salvaguardia del vino.

Salvatore Schiavone, responsabile dell’ICQRF per il Mezzogiorno, non ha dato troppa importanza alla differenza riguardo al vino nell’essere o meno un alimento, piuttosto ha tenuto a far presente quanto il dealcolato rientri nella nuova regolamentazione, richiedendo una categorizzazione del prodotto, a partire da ambienti produttivi separati, raccomandando letture accorte e giuste interpretazioni, invitando infine le cantine a contattare gli enti preposti in caso di dubbi, sollecitando comunicazioni fatte per tempo.

Francesco Manzo, attivo ne sistema di verifica e certificazione Rina Agrifood, dopo una panoramica generale sulla realtà aziendale, rammenta di come il Registro Navale abbia acquisito Agroqualità e di come quest’ultima a sua volta abbia assorbito la Ismecert e quindi le verifiche sulle denominazioni, con un paniere di ben 70 prodotti tra Dop e Igp; più certo ha fornito dati interessantissimi sul vino in Campania, raccolti negli ultimi 5 anni.

Le notizie salienti afferiscono ad una decrescita dei viticoltori che passano da 4278, all’inizio dell’ultimo lustro, ai 3479 del 2024, decrescita che attiene anche al numero di ettolitri dichiarati a denominazione o comunque atti a diventare tali. Nota molto importante: tra i clienti del Rina Agrifood si contano ben 700 imbottigliatori che, con la loro attività sul vino sfuso, hanno mantenuto il trend di vendite in diverse provincie extra regione Campania, decretando quindi un abbassamento delle masse a denominazione, tra declassamento ed altre pratiche assolutamente legali, con buona pace dei viticoltori stessi.

Tra gli interventi più atteso quello dell’avvocato Marco Giulio, specializzato in Diritto Agroalimentare con particolare riferimento alla disciplina giuridica della vitivinicoltura. Il suo ragionamento è partito con una disamina piuttosto erudita sui criteri primordiali di etichettare nell’antichità a partire dalle iscrizioni sulle anfore, ricordando però che l’etichetta debba fungere da effettiva carta di identità, narrando un prodotto, rendendo consapevoli i consumatori anche al fine di garantire una concorrenza leale e rispettando le regole tra le aziende che fanno marketing. L’avvocato ha tenuto a precisare <<quanto negli ultimi 15 anni, le informazioni sulle etichette siano aumentate e questo anche perché legislatore europeo sostenga possa vantaggioso per il consumatore. Inoltre, in presenza di altro QR che rimandi al sito aziendale o comunque finalizzato ad altro, esso dovrà essere ben separato da quello ad uso esclusivo di ingredienti e tabella nutrizionale, così come tutta la comunicazione della bottiglia in questione dovrà essere coerente e coincidente a quelle riportate in etichetta su ogni altro medio>>.

È bene comunque ricordare che la necessità di informare i consumatori non è una esigenza recente ma risale bensì all’8 dicembre 1978. Tra i regolamenti per alimenti, precisamente il reg. UE 1169/2011, il vino figura come il prodotto della fermentazione alcolica del mosto d’uva, l’unico tra gli alimenti a poter beneficiare di un QR code apposito per ingredienti, tabella nutrizionale, smaltimento, elemento quest’ultimo che molti giuristi vorrebbero tener fuori dal quick response code.

Altra raccomandazione, per i valori energetici del calice di vino standard, è che le quantità siano rapportate ai 100 ml, con la facoltà di utilizzare anche i Kjoule, purché siano espresse le Kcal. Tali informazioni devono essere riportate in una delle lingue riconosciute dall’Unione Europea, come sostenuto anche nel regolamento 1308/2013 dell’OCM Vino, così come da regolamento UE 2021/2117, pertanto sarebbe bene utilizzare la doppia lingua nell’etichetta, ad esempio italiano e inglese.

Per Marco Giulio <<il futuro dell’enologo sarà nell’utilizzo delle IA e degli avatar al fine di poter spiegare bene ai consumatori l’origine del prodotto e il contenuto della bottiglia. Nei vini sfusi ingredienti e tabella nutrizionale dovranno figurare nei documenti di trasporto, diversamente dai vini imbottigliati in quanto tali informazione saranno presenti già in etichetta. Gli additivi, designati al pari degli ingredienti dal reg. 934/2019, dovranno essere indicati soltanto se comportano rischi di intolleranze e allergie, esattamente come i coadiuvanti tecnologici, quest’ultimi menzionati in caso di presenza residua nel prodotto>>.

Tra gli elementi presenti nella tabella nutrizionale presenzieranno, oltre al già citato valore energetico, la quantità di grassi e di acidi grassi saturi, la quantità di carboidrati e zuccheri, di proteine e sale, stando all’analisi del vino effettuata dal produttore. Alla categoria degli additivi, come è già noto, fanno parte i regolatori di acidità e gli agenti stabilizzanti in linea generale, rimandando a tabelle ufficiali e comunque più esaustive. Insomma, dalle diverse prospettive dei vari relatori traspare la necessità di fare un upgrade culturale del vino, così come dal punto di vista normativo ai fini di una maggior tutela per il consumatore, attraverso informazioni che siano coerenti non solo nei documenti e nelle etichette, ma anche attraverso i siti web ed altri canali di comunicazione e marketing.

Borsa Vini Italiani a Dublino – novità e buone attese dal mercato irlandese

Si è appena conclusa la Borsa Vini Italiani a Dublino. Il 23 gennaio i principali protagonisti del settore vitivinicolo irlandese hanno partecipato all’appuntamento annuale ormai molto atteso dalla business community locale, dopo oltre 10 anni dalla sua prima realizzazione.

Buona anche la copertura mediatica dell’evento, con media locali presenti e con una rilevante distribuzione di contenuti anche sui social, a cura di content providers molto seguiti come Drinks Industry Ireland e di Shelflife e Jean Smullen Trade Diary.

Ben 29 le aziende vitivinicole italiane e 3 distribuzioni nazionali presenti, prevalentemente dalle regioni italiane a maggior portata produttiva come Toscana, Piemonte, Veneto e Sicilia, che hanno preso parte a numerosi incontri B2B con gli operatori irlandesi invitati.

Di rilievo anche la presenza dell’ambasciatore italiano in Irlanda Nicola Faganello accompagnato nella visita ai banchi delle cantine dal Direttore dell’Ufficio irlandese di ICE/ITA Giovanni Sacchi.

Due donne a organizzare e coordinare l’evento: Antonietta Kelly e Chiara Giorgini, con lunga esperienza da analiste di mercato. Per i produttori è stato messo a disposizione un eccellente compendio analitico, utile a prepararli sullo stato dell’arte del settore vino in Irlanda.

Vini “nuovi”, dunque, per il mercato irlandese e operatori esteri a colloqui prolungati e dettagliati con le case vinicole presenti. Brunello di Montalcino, Chianti Classico e Barolo, con aziende celebri come Ridolfi, Produttori di Govone e Reva, Villa Trasqua, Galli, accompagnati da areali e produttori emergenti come Bronzato e Cristiana Bettili per la Valpolicella e Iuppa per l’Etna DOC Superiore.

Infine, Puglia, Umbria e le altre qualificate presenze hanno contribuito a una immagine ricca di varietà del Paese Italia. Una menzione alla viticoltura eroica della Valtellina, con gli eccellenti Chiavennasca di Retica recensiti al massimo livello da tutte le testate italiane.

Segni di originalità e determinazione provengono altresì dalla Campania, con Astroni e la sua eccellente Falanghina, Nativ con Taurasi e Campi Taurasini e, da ultimo, Terre dell’Angelo, il cui Pallagrello Nero dell’Alto Matese ha destato il vivo interesse dei giornalisti presenti (era il rosso dei Borbone per antonomasia).

Nonostante le politiche del governo irlandese contrario a privilegiare il consumo di vino a favore della birra, la partecipazione di circa 100 operatori del settore vinicolo irlandese tra importatori, distributori, ristoratori, barman e stampa di settore, affermerebbe proprio il contrario. Una questione posta già in seno peraltro a Bruxelles.

La demonizzazione del vino, a ben vedere, potrebbe coincidere proprio nella crescente conquista di quote di mercato in Irlanda: nel corso del 2023, infatti, oltre nove milioni di casse di vino sono state vendute nel mercato irlandese, registrando un aumento dei volumi di vendita di quasi il 7% rispetto rispetto all’anno precedente.

Il vino è diventato la seconda bevanda alcolica più popolare della nazione, la cui quota di mercato nel settore bevande è cresciuta del 5,9% nel 2023, raggiungendo il risultato (non scontato) del 28,3% complessivo.

L’Italia si posiziona, peraltro, tra i cinque maggiori esportatori verso l’Irlanda dopo Cile, Spagna, Australia, e Francia e in prima posizione per il numero di varietà di tipologie. Segno che conferma la tendenza nel mondo Ho.re.ca. a richiedere non prezzi più bassi, ma tanta offerta per soddisfare la domanda dai clienti.

La Borsa Vini Italiani 2025 a Dublino ha lasciato tutti i partecipanti contenti e incoraggiati, nel conoscere sempre nuove varietà di vini e nel realizzare intese commerciali ricche di speranze.

Pizzeria da Mimì ad Aversa festeggia i suoi primi 60 anni

In Campania la cultura del mangiar bene è diffusa a macchia di leopardo. Te ne accorgi appena entri in un locale, dagli arredi e dalle piccole cose che formano il concept imposto dal titolare. Esistono luoghi che sembrano, solo in apparenza, lontani dall’evoluzione moderna della gastronomia e che poi si rivelano autentici pionieri visionari. Un risvolto agrodolce di un settore in grande fermento, che agita da un po’ l’Italia stessa.

Una storia che ha vissuto in parte anche la pizzeria da Mimì di Aversa, giunta al traguardo onorevole di 60 anni d’attività e attualmente guidata dai fratelli Antonio e Vincenzo Molitierno. Ad aprire il locale nel 1964 a pochi passi dal centro storico con l’insegna “I tre fratelli” sono il papà (Mimì) e gli zii di Antonio e Vincenzo. Nel 1982 due dei tre fratelli si spostano verso altre attività lavorative e Mimì, insieme alla moglie Alba, resta unico titolare del locale che cambia nome prendendo quello attuale. Nel 2019 avviene il passaggio di testimone ai figli anche se Mimì e Alba continuano a essere presenti in modo costante nel locale seppur con discrezione.

Dopo la ristrutturazione durata 18 mesi, il locale riapre con maggiori spazi e una proposta più ampia. Non significa dimenticare il passato, comprese le ricette che hanno fatto scuola come il pollo al forno con patate, i crocché e la pizza in teglia. Significa dare un’immagine diversa, accogliente, calorosa e contemporanea.

Antonio e Vincenzo hanno conservato con amore gli insegnamenti dei genitori, puntando a loro volta sull’innovazione. Si sono adeguati, con elasticità, alle tendenze e ai gusti della clientela ormai preparata e pronta a verificare, con gli strumenti della comunicazione, ogni elemento del racconto culinario. Immancabile, quindi, l’idea di un menù degustazione che non parli solo di pizza, magari con abbinamenti intriganti tra vino con l’azienda Masseria Campito, e la birra artigianale del Birrificio Karma.

Persino i cocktail, con l’esperto barman Gaetano di Laora a spingere in alto l’asticella del pairing miscelato. E non è detto che l’eccezione non diventi in futuro una sana regola valida per ogni stagione. La degustazione delle ricette, organizzata per la stampa dalla giornalista Laura Gambacorta, ha fatto comprendere ancor di più, casomai ce ne fosse bisogno, che gli imprenditori della ristorazione in Campania hanno inventiva, spirito di sacrificio e passione. Nulla però sarebbe realizzabile senza le materie prime di un territorio articolato e unico nel suo genere, invidiato da tanti e sovente dimenticato da chi ci vive…

La Tradizione su stecco (Salsiccia e friarielli napoletani avvolti in pasta fillo su una base di crema di ceci), è realizzata in chiave fusion con una pastella da frittura che ricorda quelle orientali, ben corroborata dal contrasto broccoli – crema di ceci.

Il Pacchero napoletano è fantasia allo stato puro, con il ripieno morbido di pollo cotto al forno secondo l’antica tradizione di Mimì, provola e pecorino, impanato in crumble di torinesi.

Efficace la Margherita Aversana (Pomodoro San Marzano Dop, mozzarella di bufala campana Dop, parmigiano reggiano Dop 30 mesi, basilico fritto e olio extravergine d’oliva), anche se fuori dagli schemi convenzionali di chi desidera maggior compattezza di sapori in quest’autentico cult.

Straordinaria, invece, la pizza Identità napoletana (Mozzarella di bufala campana Dop, maialino cotto a bassa temperatura, pesto di rucola, crema pasticcera salata e di papaccelle napoletane), che evoca per osmosi quei ricordi teneri da madeleine vissuti da Proust pensando alla sua gioventù. Parimenti chi è nato al Sud non può dimenticare i profumi della cucina delle nonne, tra cipolla, peperoni, ragù e fritture varie.

Il padellino multicereale con germe di grano Zafferano e ‘nduja (Fiordilatte, patate allo zafferano profumate al rosmarino, capocollo e ‘nduja di Spilinga), è verace dall’inizio alla fine, forse troppo nell’ardente scia piccante.

Infine il “dessert” proposto nella classica chiusura pasto partenopea: il formaggio. La pizza 5 Casi (Mozzarella di bufala campana Dop, blu di bufala, cacioricotta cilentano presidio Slow Food, caciocavallo antico di Gragnano, fiocchi di crema cacio e pepe, olio extravergine d’oliva e all’uscita confettura di antico pomodoro cannellino flegreo) rientra nel concetto di “pannosità” utile a stemperare definitivamente la fame, indicando alla mente che è giunto il tempo per alzarsi dalla tavola sazi e soddisfatti.

Alla luce di quanto assaggiato, non stupisce che Gambero Rosso abbia inserito il locale nella Guida delle Pizzerie d’Italia 2025 con 2 spicchi. Finale tra chiacchiere, sorrisi e l’eccellente cocktail Sherlock a base di mezcal, soda, bitter alla cannella e garnish di blu di pecora.

Pizzeria da Mimì

Via Salvatore Di Giacomo, 52

Aversa (CE)

Tel. 338 8867603

www.pizzeriadamimi.it

Aperto solo la sera.

Giorno di chiusura: martedì

Cantine del Notaio, l’animo eclettico dell’Aglianico del Vulture

Giuratrabocchetti è il cognome più lungo d’Italia: quello di Gerardo, agronomo, enologo, notaio mancato, sfuggito alla carriera paterna e al cosiddetto nomen omen a cui però ha legato la sua azienda vitivinicola Cantine del Notaio.

Nell’appuntamento di gennaio di Banca del Vino, presso l’Enopanetteria di Stefano Pagliuca a Melito (NA), è stata ospite la Basilicata con la cantina che per prima ha puntato sulla valorizzazione dell’Aglianico del Vulture.

Gerardo si è raccontato anzitutto come uomo: prima la laurea in Scienze Agrarie, poi la brillante carriera universitaria e di ricercatore, infine la consulenza per diverse aziende zootecniche e la creazione del primo laboratorio di genetica molecolare in campo zootecnico del Sud Italia. Ma non era questa la sua strada, lo sentiva dentro.

A quarant’anni, nel pieno di una crisi profonda, mentre passeggiava nella vigna lasciatagli in eredità dal nonno di cui porta il nome, ne sente la voce che gli indica il suo destino nel mondo vino. È il 1998 e insieme alla moglie Marcella fonda Cantine del Notaio. Per essere precisi un notaio in famiglia c’è: è Consalvo, padre di Gerardo. Unico in una famiglia di contadini a cui è stata data la possibilità di studiare, ha dedicato la propria vita a ricostituire le risorse per rimettere in sesto l’azienda zootecnica del suocero e del progetto vinicolo del figlio non ne ha voluto proprio sapere.

Gli elementi per l’ennesimo storytelling sembrano esserci tutti: la chiamata all’avventura, la storia d’amore, il conflitto familiare. Ci troviamo al cospetto di un vulcano attivo, il Vulture, ben 1326 metri d’altezza a 150 chilometri di distanza dal mare. Nell’ultima eruzione, circa 132 mila anni fa, i depositi di ceneri hanno generato una roccia porosa tufacea che caratterizza il suolo di questo territorio. Gerardo spiega come non sia solo ciò a definire il carattere di un vino, bensì la combinazione di diversi fattori fisici che, sottoponendo la pianta a una stress moderato, ne determinano la reazione.

Il tufo vulcanico è in grado di assorbire acqua d’inverno e rilasciarla durante l’estate torrida, “allatta” le vigne; l’altitudine espone i filari a brezze di mare e di terra, oltre a garantire escursioni termiche nell’ordine dei venti gradi. La vigna reagisce a questi fattori peculiari del territorio, attraverso un corrispondente sviluppo dell’apparato radicale e di conseguenti polifenoli. In tal senso il carattere dell’Aglianico del Vulture è così diverso da quello dell’Aglianico irpino in stile Taurasi da aver fatto credere a lungo che si trattasse di un clone o addirittura di una varietà diversa di uva.

Oggi la scienza – prosegue Giuratrbocchetti – ha scoperto che si tratta del medesimo frutto, semplicemente espressione di areali differenti. Varietà a raccolta tardiva, di forma conica allungata, mediamente spargolo e ricco di pruina, è caratterizzato da tannini fortemente pronunciati. Giocando con i tempi di maturazione delle uve e sfruttando il gradiente di macerazione sulle bucce, Gerardo è riuscito a creare vini diversi da un unico vitigno.

La Degustazione

Cantine del Notaio si estende su 50 ettari di vigneti in cinque diverse contrade (Rionero, Barile, Ripacandida, Maschito e Ginestra) i cui suoli diversificati hanno in comune la combinazione di strato tufaceo e il microclima ottimale per l’Aglianico. Cantine del Notaio produce circa 580 mila bottiglie all’anno su 18 diverse etichette.

Durante la degustazione abbiamo avuto l’occasione di mettere a confronto tre diverse etichette che prevedono la vinificazione in purezza dell’Aglianico del Vulture. Abbiamo iniziato con La Stipula VSQ 2016, raccolta uve nell’ultima decade di settembre e macerazione per un solo giorno. Fermenta in acciaio, rifermenta poi in bottiglia e sosta sulle fecce per 48 mesi. Dosaggio zero. Il risultato è uno spumante color rosa antico dai riflessi brillanti, di bollicina medio fine, dai tipici sentori di erbe aromatiche – tra tutte il rosmarino –  e note fumée che ritornano anche al sorso di piacevole cremosità.

A seguire, la verticale de Il Repertorio Aglianico del Vulture DOC nelle annate 2020 – 2018 – 2017 e 2015. Qui la vendemmia si sposta tra la seconda e la terza decade di ottobre, mentre la macerazione è di dieci giorni. Seguono fermentazione in acciaio e maturazione in tonneaux di rovere, oltre affinamento in bottiglia. Il confronto ci ha permesso anche di valutare l’evoluzione nel tempo: la 2020 è centrata su sentori fruttati di ciliegia e spezie dolci; il tannino fine si intreccia in un sorso succoso e rotondo che chiude nuovamente sul frutto. La 2018 si evolve su un naso più scuro e compatto, in cui prevale il frutto di bosco in confettura mentre al palato risulta verticale, scattante, equilibrato. Ancora un’ottima freschezza per la 2017, di naso e palato sicuramente più distesi, in cui iniziano a emergere sentori evoluti, balsamici e di sottobosco, mentre la 2015 mostra un carattere decisamente maturo e compiuto, con note di cuoio e fungo all’olfatto, e un palato denso dove spicca preponderante la sapidità.

Di marcia diversa, invece, La Firma Aglianico del Vulture DOC 2015, frutto di una maturazione più avanzata e di macerazioni più lunghe.  In questo caso infatti la raccolta delle uve avviene nella prima decade di novembre, mentre la macerazione dura venti giorni. Segue fermentazione in acciaio, maturazione in carati di rovere, affinamento in bottiglia. Il naso profuma di frutta sotto spirito, liquirizia, chiodi di garofano, con tocchi balsamici e di tabacco, il sorso si espande in bocca, si struttura in un tannino ben cesellato e chiude su tostature di cacao.

CANTINE DEL NOTAIO

Via Roma 159

Rionero in Vulture (PZ)

Le Marche in scena a Firenze con un omaggio a Rossini tra musica, sapori e tradizione

Per “Fuori di Taste” una cena spettacolo organizzata da LINFA in collaborazione con il giornalista Leonardo Romanelli

Teatro del Sale

Via dei Macci, 111r – Firenze

Domenica 9 febbraio al Teatro del Sale a Firenze , inoccasione del calendario di “Fuori di Taste”, si svolgerà una serata straordinaria per celebrare le eccellenze enogastronomiche e culturali delle Marche.

L’evento organizzato da LINFA, Azienda Speciale della Camera di Commercio delle Marche promotrice di 31 realtà enogastronomiche che prenderanno parte alla XVII edizione di Taste, sarà un tributo al noto compositore marchigiano Gioacchino Rossini, figura iconica non solo nella musica ma anche nella gastronomia, di cui era grande estimatore ed interprete creativo.

LINFA proporrà un “Fuori di Taste” in cui la cultura, la musica ed i sapori della regione si incontreranno per dare vita ad un’esperienza unica. Rossini, marchigiano di nascita e buongustaio per vocazione, amante del cibo e genio della musica, sarà il filo conduttore della serata al Teatro del Sale. Protagonisti dello spettacolo saranno il soprano Valentina Corradetti, il baritono Giacomo Medici e il pianista Massimiliano Caporale, con la partecipazione straordinaria di Leonardo Romanelli, in un dialogo tra note liriche, teatro e suggestioni gastronomiche.

Dopo lo spettacolo, riservato a stampa ed operatori, gli ospiti saranno invitati ad un buffet, che renderà omaggio alla ricchezza enogastronomica delle Marche, preparato dagli chef del Teatro del Sale.

Il menù, ispirato alla tradizione rossiniana, sarà così composto

-Acciughe al Forno

-Cavolfiore in Besciamella con Tartufo Nero pregiato di Roccafluvione

-Insalata di Ravanelli

-Insalata di Lesso

-Crema di Ceci

-Finocchi Gratinati

-Noccioline di Semolino in Brodo

-Maccheroni con Cacio e Burro e Tartufo Nero pregiato di Roccafluvione

-Filetto alla Rossini con purè

Buffet di Dolci:

-Crostatina con la frutta secca

-Torta di Carote

-Panna e Cialdon

La serata sarà arricchita da un collegamento in diretta con uno chef marchigiano per esplorare il legame tra cucina e territorio. Modererà il collegamento il giornalista  Leonardo Romanelli.

Lo Spettacolo “Il fagotto di Rossini”

Lo spettacolo prenderà il via con una divertente performance musicale e teatrale, dove un soprano, un baritono, un pianista e l’attore, guideranno gli spettatori attraverso un paesaggio immaginario e sorprendente.

Tra i momenti clou della serata, il duo “I Gatti di Rossini” incanterà con la loro esecuzione, seguita dalla potente voce del baritono che interpreterà “Udite Udite O Rustici” di G. Donizetti. La soprano, invece, darà vita a “Il Brindisi” di G. Verdi, creando un’atmosfera di festa e celebrazione.

Il copione prevede inoltre incursioni letterarie con estratti da Rabelais e Rossini, evocando riflessioni profonde sul piacere del cibo e sull’arte del vivere. Gli artisti interagiranno con una tavola imbandita, rendendo il cibo protagonista indiscusso dello spettacolo.

Tra note di “Opera Buffa” e i celebri versi di Anacreonte, il pubblico sarà accompagnato in un crescendo di emozioni che culmineranno con le esibizioni di grandi opere come “Fin Ch’han Dal Vino” di W. A. Mozart e “Ah! Quel Diner Je Viens De Faire” di J. Offenbach.

La magia della serata sarà arricchita da un tocco di mistero con le “Pozioni Magiche,” e da un omaggio alla convivialità e alla gastronomia, narrato con maestria da attori e cantanti.

A Taste a Firenze, che si terrà dall’8 al 10 febbraio alla Fortezza da Basso, parteciperanno aziende partner di LINFA:

MOLINO AGOSTINI (pastificio)

ANISETTA ROSATI DAL 1877 (distillati)

AZIENDA AGRICOLA LA GOLOSA        (marmellate)

BACALINI I COTTI DELLE MARCHE (galantina)

COUNTRY PIG (salumi)

ELGA DESIGN (taglieri)

FILOTEA (pasta)

GIORGIO POETA (miele)

I SETTE ARTIGIANI (panificazione)

IL PANARO FOOD (panificazione)

ITALIA TARTUFI (tartufi)

LA CAMPOFILONE SOCIETA’ AGRICOLA       (pasta)

LA CERCA TARTUFI BIO (tartufi)

LA CERQUA TARTUFI (tartufi)

LA PASTA DI ALDO            (pasta)

LA PASTA DI CAMPOFILONE MARILUNGO (pasta)

CANTINE DEL CARDINALE        (vino)

METODO MASSI (pasta)

MIGLIORI OLIVE ASCOLANE (olive)

MOLINO PAOLO MARIANI           (farina)

MOSAICO – FOOD EXPERIENCE (pesce gourmet)

ORLANDI PASSION          (caffè)

PASTA SANTONI (pasta)

PASTIFICIO AGRICOLO MANCINI         (pasta)

PICENA GASTRONOMIA (galantina)

RE NORCINO (salumi)

ROBERTO CANTOLACQUA PASTICCERE    (pasticcere)

SAN MICHELE ARCANGELO (vino e composte)

SCRIPTORIUM GIN azienda agricola (distillati)

SPINOSI (pasta)

SYNBIOFOOD         (composte e dolci)

La partecipazione all’evento, riservato a stampa ed operatori, è solo su invito.

Programma della serata

• Registrazione ospiti: 18:30 – 19:00

• Spettacolo musicale: 19:00 – 19:40

• Buffet salato e networking: 19:40 – 21:00

• Collegamento con chef marchigiano: 21:00 – 21:30

• Buffet dolce e networking: 21:30 – 22:00

Info e prenotazioni

Per informazioni: leonardoromanelli@tiscali.it

Siti web: www.teatrodelsale.com | www.linfaaziendaspeciale.it | www.leonardoromanelli.it

Social:

• Facebook: Teatro del Sale, linfaaziendaspeciale, realLeonardoRomanelli

• Instagram: @teatro_del_sale, @linfamarche, @leonardoromanelliofficial

Ufficio Stampa

Roberta Perna – www.robertaperna.comwww.studioumami.com  

pr.enogastronomia@gmail.com – Tel. 329.9293459

Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: Oasis Sapori Antichi

Innovazione, parola a volte abusata, priva di una specifica identità. Cosa significa realmente innovare nel contesto del ristorazione, un mondo articolato dove è più facile cadere nelle banalità (di gusto e di idee si intende)? Da Oasis Sapori Antichi a Vallesaccarda (AV), ad esempio, potrebbe essere semplicemente l’offrire un menù gourmet da una stella Michelin anche nella versione mezza porzione, riducendo i prezzi ma non la resa e l’agilità di un pranzo che non sia una “abbuffata”.

Per offrire un concetto chiaro e semplice, non servono mille lievitati tra pane e affini quando la concretezza e i sapori li si possono già rinvenire nel piatto. Non servono neanche numeri spropositati di assaggi per capire lo stile e la filosofia di un luogo nato sull’essenzialità. Da avamposto di ritrovo culinario, crocevia tra tre regioni – Campania, Basilicata, Puglia, ai viaggi all’estero per imparare, i fratelli Fischetti sdoganano ormai qualsiasi canone e stereotipo di accoglienza.

Il clima familiare di un’antica trattoria, mai disgiunto da una scelta fine degli arredi e un servizio impeccabile e carezzevole. Con Pietro Carmine si può conversare di olio extravergine d’oliva, prodotti locali e usanze tipiche, con un velo di malinconia per il segno dei tempi moderni. Ad Euplio (per gli amici Puccio) il garbo nel consigliare la miglior pietanza o, semplicemente, discutere della mise en place ricercatissima. Infine con Nicola si possono apprezzare le innumerevoli etichette in carta vini, con vecchie annate conservate con cura maniacale quasi introvabili per rapporto prezzo-qualità.

Scopriamo così che in cucina prosegue il DNA dei Fischetti, all’inizio con Giuseppina Pagliarulo e poi con sua figlia Michelina, la primogenita dei fratelli Fischetti. Piatti signature sempre presenti come il raviolo al ragù o il caciocavallo “impiccato”.

Ma il vero talento si intravede nella proposta delle zuppe stagionali, che mutano in base alle materie prime presenti; dalle castagne ai funghi, per finire verso porri, patate e frutta secca.

Il carpaccio di filetto di vitello introduce l’ospite verso le linguine al burro affumicato di vacca jersey, colatura di alici, alici salate di menaica, nocciole avellane e limone o il tubetto con verze e fagioli, entrambi modificabili all’istante su richiesta.

Immancabile anche il maialino bianco con papaccelle all’aceto, mosto cotto di aglianico e sentori di arance o, in alternativa, l’agnello in differenti cotture e il coniglio alle olive e amarene. E perché no baccalà con crema di patate all’olio, peperone crisco ed aglio dell’Ufita, moneta di scambio nei commerci di queste terre dai tratti ancora inesplorati.

Chiusura in dolcezza su frutto della passione, con la sua acqua e gelato al caramello, degno di un’autentica “Oasis” di Sapori Antichi.

Oasis Sapori Antichi

Via Provinciale, 8/10
83050 Vallesaccarda (AV)
Telefono – 0827 97021 – 97444
Fax 0827 – 97541
Mail – info@oasis-saporiantichi.it

Chiuso il mercoledì, giovedì e sere dei festivi.

L’Irpinia fuori dall’Irpinia

Incontrare l’Irpinia fuori dall’Irpinia nell’evento organizzato da Gambero Rosso. Una serata interamente dedicata alle tre grandi DOCG campane della provincia di Avellino (Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi), con banchi d’assaggio e una masterclass ricca di piacevoli scoperte. Avevamo già reso conto degli spunti di riflessione nell’articolo del collega di redazione Alberto Chiarenza: Roma incontra i vini dell’Irpinia.

Mancava all’appello proprio la degustazione guidata aperta a operatori del settore e stampa nazionale ed estera, che ha visto la conduzione di Lorenzo Ruggeri – direttore di Gambero Rosso – Teresa Bruno, Presidente del Consorzio Vini d’Irpinia, e Marzio Taccetti, editor di Gambero Rosso.

“Oggi siamo a Roma” – sostiene Teresa Bruno – “ma le iniziative proseguiranno a Milano e poi negli Stati Uniti, nell’impronta del nome scelto per la nuova sede del Consorzio: Opificio delle DOCG e delle DOC d’Irpinia”.

Situazione climatica, morfologia del territorio e vendemmie lente e prolungate rendono l’Irpinia una regione altamente vocata alla viticoltura. Tuttavia i tre areali delle DOCG permettono di fatto, a ciascun borgo, di esprimere terroir con caratteristiche precipue, da cui il complesso mosaico vitivinicolo presente.

Nove i vini, tre per ciascuna delle DOCG presentate all’evento, con lo scopo di rappresentare e descrivere, senza la pretesa di essere esaustivi, le loro caratteristiche principali, a nostro avviso ancora troppo poco conosciute fuori dai confini della Campania.

LA “RESISTENZA” DEL FIANO DI AVELLINO

Partiamo con il Fiano di Avellino degustato in tre distinte vendemmie: 2023, 2022, 2020. Un vino che spesso raggiunge e supera i due decenni di vita; merito dell’acidità e dello svilupparsi di un ventaglio olfattivo che dai sentori fruttati e floreali, si evolve fino a chiare percezioni minerali, idrocarburiche, affumicate.

Ciascun areale è poi in grado di imprimere un timbro di base e un’evoluzione completamente differenti ai singoli vini. Così Colli di Lapio 2023 di Clelia Romano, elegante e pulito nelle nuance di nespola e frutta a polpa bianca è attraversato da un lievissimo sbuffo gessoso;  Alimata 2022 di Villa Raiano già evidenzia la tipica nuance fumee al palato, in maniera materica e avvolgente. Erre Riserva 2020 di Tenuta Sarno 1860 vibra al sorso agrumato, così preciso e verticale da essere quasi in controtendenza con le scie idrocarburiche pienamente sviluppate.

IL “SAPORE” DEL GRECO DI TUFO

Completamente diverso il registro con cui si esprime il Greco di Tufo, nonostante i comuni compresi nella DOCG siano spesso a una manciata di chilometri di distanza da quelli del Fiano di Avellino. Ci troviamo in una dimensione più piccola costituita da terreni di maggior scheletro, ricchi di marne, fossili e, non da ultimo, materiali sulfurei in molti punti.

Mineralità salina e acidità in combinazione ed equilibrio determinano vini di corpo e struttura oltre che saporiti. Ancora una volta tre campioni in degustazione, da tre zone differenti, per sottolineare le diverse espressioni ed interpretazioni delle cantine.

Vigna Breccia 2023 di Montesole ha naso definito di frutta matura e bocca salata e materica, mentre Cutizzi Riserva 2022 di Feudi San Gregorio si presenta più aggraziato nei sentori di frutta e fiori bianchi e nel sorso più avvolgente. Chiudiamo con Riserva Vigna Serrone 2022 di Cantine di Marzo, espressione di un equilibrio perfetto tra freschezza e sapidità che definisce un sorso armonico ed elegante. Caratteristica comune le sensazioni iodate che a diverso grado chiudono il sorso e riportano a chiari sentori marini.

LA “POTENZA” DEL TAURASI

Il Taurasi negli ultimi anni ha ricevuto una profonda rilettura che, senza nulla togliere alle caratteristiche e all’essenza del grande vino irpino, è di fatto tra i grandi rossi italiani.

Una parola è d’obbligo nel vocabolario del Taurasi, il tempo: quello necessario al tannino ad aprirsi e distendersi e, conseguentemente, a tutte le altre componenti ad armonizzarsi in maniera sinfonica. Frutto di uve Aglianico, il Taurasi esce a non meno di tre anni dalla vendemmia (quattro nella versione riserva), anche se molti produttori attendono tempi più lunghi. L’uso del legno nella fase di invecchiamento definisce le caratteristiche di un vino austero e rigoroso, ideale per accompagnare la cucina tradizionale irpina costituita da zuppe arricchite da cotiche, ragù e carni a lenta cottura.

La degustazione ci ha permesso di andare indietro nel tempo e toccare tre diverse annate: 2018, 2016, 2014. Rue 333 2018 di Nativ si evidenzia con un naso di spezie dolci, erbe aromatiche e note empireumatiche che ricordano la cenere di camino, al palato il tannino preciso e sottile è sostenuto da freschezza ben evidente; visciola sotto spirito, tostature e cioccolato fondente caratterizzano la Riserva 2016 di Petilia, dal tannino incisivo al palato, a tratti ancora lievemente verde, e chiusura coerente sul frutto. Infine Vigna 5 Querce 2014 di Salvatore Molettieri, elegante e sontuoso senza cedere nessun punto alla potenza: al naso si rincorrono sentori tostati e speziati di pepe e noce moscata e poi foglia di tabacco, torba e nuance dal sottobosco; in bocca entra quasi in punta di piedi, poi si espande e rimane compatto, avvolgente e infine chiude lunghissimo su note di cacao: un’ode alla complessità del Taurasi.

Ciro Savarese reinventa il piacere di stare in pizzeria con il Menù Evoluzione 2.0

Finalmente torna protagonista il piacere di stare a tavola! Lo affermiamo senza timori: la corsa all’assaggio rapido, al pasto veloce per raggiungere i propri ozi od occupazioni varie non è contemplata nel nuovo Menù Evoluzione 2.0 di Ciro Savarese.

Le origini

Ciro Savarese (classe ’78) proviene dalla famiglia Oliva, che ha scritto la storia della pizza a Napoli. Si avvicina al mondo dell’arte bianca sin da bambino seguendo le orme del nonno Ciro e del padre Giuseppe e, nel novembre del 2002, comincia il suo percorso in solitaria aprendo ad Arzano Anema & Pizza, inizialmente solo con servizio da asporto.

Nel tempo si sono aggiunte altre due sale che consentono a Savarese di diventare un importante riferimento non solo per Arzano. A novembre del 2018 inizia il totale restyling del locale che alla riapertura prende il nome del titolare divenendo “Pizzeria Ciro Savarese”, conseguendo presto i 2 spicchi nella Guida delle Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso.

Ciro Savarese Lab

Nel 2023 un altro tassello al progetto imprenditoriale: l’apertura di Ciro Savarese Lab, interamente dedicato alla produzione artigianale “top quality” di fritti della tradizione napoletana per forniture ad aziende ristorative di tutta Italia. Ben 15 tipologie di fritti tra crocchè, frittatine e arancini, che il cliente finale deve solo rivestire con la giusta panatura e friggere.

Il Menù Evolutione 2.0

La proposta, dal valido rapporto qualità prezzo pari a 40 euro a persona (acqua inclusa, vini e bevande escluse), è stata arricchita per l’occasione da una selezione vini a carattere regionale, scelti per la presentazione ufficiale alla stampa. Previste incursioni a tema non solo nel vasto mondo dei lievitati, ma anche tra fritture, carne e persino dessert.

Il tutto per garantire al cliente l’assaggio di ricette utili a stimolare il piacere di stare a tavola, senza andare di fretta; una ricerca del tempo perduto, quello che non si concede mai a noi stessi, specialmente quando si tratta di eccellenze enogastronomiche.

Ciro Savarese infatti, aiutato dalla moglie Anita e dai figli Alessandro e Angelo, propone divagazioni in tema internazionale, non ragionando sempre su materie prime locali. Ne nasce un viaggio di sapori ricco di contaminazioni in chiave moderna.

Fulgido esempio l’amuse-bouche, arancino di riso acquerello con zafferano e chorizo de bellota su salsa al formaggio iberico di pecora. O il crocchè di patate d’Avezzano al baccalà con maio al limone e gel di frutta esotica. L’inizio del percorso degustativo conferma la valenza del fondere ingredienti e tecniche differenti in cucina, per non adagiarsi sugli allori.

L’arrivo delle pizze è reso ancor più gradito dalla versione classica “Regina Margherita” con impasto napoletano tipo 0, condita da pomodoro San Marzano, mozzarella di bufala campana e parmigiano reggiano 24 mesi.

Ben presentata la pizza alla pala “Viaggio in Lucania”, esperimento ardito dei Savarese per la complessità nel dover unire il fior di latte con peperone crusco, fonduta di canestrato di Moliterno, lonzarda di maiale e riduzione d’Aglianico del Vulture. Manca poco alla perfezione, magari attraverso un maggior controllo della spinta sapida finale.

Le Genovese di carne con cui è farcito il mini bun è realizzata secondo l’antica tradizione partenopea, con i migliori tagli ideali per avvicinarci al gran finale: il capolavoro padellino di mare con impasto alla ‘nduja, insaporito da baccalà in oliocottura, scarola riccia, salsa di mozzarella, maionese alla soia e melagrana. Il miglior piatto della serata, che esprime il concetto futuro degli impasti aromatizzati.

La torta caprese con cioccolato monorigine del Perù – distretto di Pachiza – mandorle di Toritto presidio Slow Food, salsa alla vaniglia e gel di lamponi chiosa un momento di estrema rilassatezza: quella voglia di sorridere e parlare di cibo, senza pensare per forza allo stress dei tempi moderni.

Un ringraziamento alla giornalista Laura Gambacorta, in qualità di ufficio stampa, per l’ottima organizzazione della serata.

Pizzeria Ciro Savarese

Via Napoli, 208

Arzano (Na)

Tel. 081 5732673

www.cirosavarese.it

Ciro Savarese Lab

Via Taormina, 9

Arzano (Na)

Tel. 379 1985795

www.cirosavareselab.it