Al Mercato Centrale di Firenze protagonista “El Jamón Ibérico de Bellota”

El jamón Ibérico desembarca en Florencia!

Al Mercato Centrale di Firenze, lo scorso 17 gennaio è stata inaugurata la nuova bottega de El Jamón Ibérico de Bellota. Finalmente è  sbarcata a Firenze la cucina dell’artigiano Nacho Prats. Un doppio appuntamento per scoprire uno dei prosciutti più prelibati al mondo. L’inaugurazione è avvenuta alla presenza di Nacho Prats e di Amedeo Gisone, direttore del Mercato Centrale di Firenze.

Ai colleghi presenti, Nacho ha spiegato le caratteristiche dei prodotti tipici spagnoli, in primis “el jamón”. È seguita la degustazione del pregiato prosciutto, rigorosamente tagliato a coltello e di alcune preparazioni, il tutto accompagnato da una valida proposta vini. Nacho nel suo discorso, afferma di selezionare ingredienti di elevata qualità che ho avuto il piacere di  riscontrare negli assaggi odierni, tutti  semplici ma decisamente gustosi.

Il protagonista indiscusso della bottega è l’Jamón Ibérico de Bellota: un prosciutto raro al mondo ottenuto con suini neri di razza iberica che si nutrono nelle terre di Estremadura, Andalusia e Castiglia, in libertà con ghiande ed erbe aromatiche di campo. La stagionatura del jamon è di quattro anni circa; questi sono gli elementi imprescindibili del gusto unico di tale chicca spagnola. Ottimo come antipasto è consigliabile da consumare a temperatura ambiente, ma può diventare il protagonista di molte preparazioni culinarie.

Il Mercato Centrale di Firenze è stato fondato nel 2014 da un’idea dell’imprenditore Umberto Montano, ristoratore di successo con oltre quarant’anni di esperienza nel settore.  Ha dato vita assieme, alla famiglia Cardini – Vannucchi, ad un progetto innovativo di ristorazione, riunendo numerosi artigiani del gusto sotto un unico tetto nel centro storico di Firenze, ubicato a pochi passi dalla Cupola del Brunelleschi, la volta più grande in muratura del mondo e dall’incantevole Basilica di Santa Maria Novella, alla quale Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, ha dedicato una delle più belle canzoni del suo repertorio.

La Sardegna di Vinodabere: personalità e affermazione della “Sarditas” enoica

La rassegna di quest’anno sulle eccellenze vitivinicole della Sardegna è stata sapientemente organizzata sul campo dal direttore di Vinodabere Maurizio Valeriani, coadiuvato da Daniele Moroni all’Hotel Belstay di Roma.

Più di 200 vini esposti e degustati assieme a elementi gastronomici tipici come pecorino, miele e pasticceria sarda.

La location, su un unico piano, era mappata per areali vitivinicoli, consentendo un esame davvero comparativo dei vitigni celebrati in tutta la regione, come Cannonau, Vermentino e Bovale.

Dall’Oristanese ad Anglona e Gallura, procedendo verso Mamoiada, Mandrolisai e Oliena, in una ideale sequenza geografica di visita, l’ÍSULA offre fin da questo primo segmento un dato culturalmente evidente e riconoscibile: vini molto, molto identitari e diversificati, accomunati da costanti intensità di gusto e mineralità.

Non ce n’è uno che resti anonimo, non una singola banalità nei quasi 50 produttori presenti: il “colloquio virtuale” con essi risulta agevole seguendo il loro ardente desiderio di spiccare tra tutti.

Una sana competizione intrisa di “Sarditas” del mondo, tra vigneron pienamente consapevoli perché forieri di varietà e identità originali e pronunciate. Si respira aria di cultura improntata all’individualità. Come una ruga sul viso, intagliata da venti diversi, i tratti somatici dei vini Sardi sono oggi più riconoscibili che mai.

Procedendo nell’ideale viaggio da Ogliastra a oltre Romangia fino al sud dell’isola, si coglie un bisogno di distinzione che troviamo espresso nei caratteri marcati di ogni prodotto.

Ma la celebrazione diventa semplicemente sublime all’arrivo nel Sulcis, forse il segreto enoico meglio conservato della Sardegna. Il Carignano è qui proposto nelle sue forme migliori, vocate ad accompagnare l’alta gastronomia.

Tannini non sempre gentili, ma certamente di infinita armonia con la peculiare mineralità combinata di terra e di mare, che pongono il degustatore di fronte a un oggetto distinto ed eccezionale per corredo aromatico e gustativo.

Mai, come nelle elaborazioni di gente che fa ancora la storia di questo vitigno tra i quali Santadi e Sardus Pater, ritroviamo una “Sarditas” non più ignorabile. La sua identità è acclamata, indimenticabile alla memoria olfattiva e gustativa. È la Sardegna, il suo mare e la sua terra che dicono “Il Mediterraneo siamo noi, eccoci!”.

E diventa naturale chiedere a membri di spicco del Consorzio del Carignano del Sulcis a che punto sia l’evoluzione della denominazione da DOC a DOCG. Cosa resta da fare per cristallizzare nel disciplinare le originalissime caratteristiche di queste viti a piede franco, immerse ad alberello nelle sabbie e di un’età media attorno ai 60 anni, elaborate con un’eleganza di respiro internazionale.

Le difficoltà, di qualsiasi natura esse siano compresa la carenza di volontà ferrea, impongono però uno stop a un percorso altrimenti maturo e consapevole di questo areale. E se è già successo col Vermentino di Gallura, risulta oltremodo inspiegabile la desistenza (o per meglio dire la resistenza) di alcuni a compiere il giusto passo in avanti.

Il Presidente del Consorzio Antonello Pilloni è un gentiluomo novantenne e prodigo di saggezza, ben accompagnato da chi come Raffaele De Matteis e sa bene quanto tale passaggio sia ormai tangibile.

A questa forte e contraddittoria presa di coscienza si accompagnano, invece, parti originalissime di produzione vitivinicola come Jerzu e l’Ogliastra, con Alberto Loi dai vini incredibilmente tradizionali e ricchi di personalità. O come Depperu e le sue interpretazioni della Gallura più nobile, ricca com’è di sabbie da disfacimento granitico.

E ancora, come Isola dei Nuraghi e i Cagnulari, in purezza o assemblati con Vernaccia e Cannonau, dell’azienda Silvio Carta – che spicca in ogni caso per l’originalità dei suoi vini nel comprensorio di Oristano.

La Sardegna di Vinodabere: memoria liquida di chi ama le terre e la gente di una splendida Isola capoluogo di ogni civiltà del Mediterraneo.

Una piccola realtà vinicola sui Castelli Romani: Azienda Agricola Le Rose

A due passi dai laghi vulcanici di Nemi e Albano, lungo la via Appia Vecchia che congiunge Velletri a Genzano, si trova l’Azienda Agricola Le Rose. Nata nel 2003 prende il nome dalla strada poderale che attraversava la proprietà, rigogliosa di cespugli di rose.

Con la vendemmia del 2006, la cantina di Cataldo Piccarreta è stata la prima realtà vinicola in Lazio ad aver ridato piena dignità alla coltivazione del vitigno Fiano, qui presente fin dall’antichità e perfettamente a suo agio sui terreni a matrice tufacea.

Oggi Le Rose conta ben otto ettari e mezzo di vigne, tra Fiano, Malvasia Puntinata, Bombino Bianco, Grechetto, Verdicchio, Petit Manseng, Cabernet Sauvignon e Cesanese; produce una media annuale di circa 50 mila bottiglie, suddivise su sette etichette, avvalendosi della consulenza enologica di Luca D’Attoma.

Biologici da sempre, tutte le etichette escono sul mercato come IGP Lazio avendo scelto sin da subito di imprimere una propria identità al di fuori dei disciplinari Castelli Romani e Colli Lanuvini.

I vini subiscono il medesimo processo di sviluppo, con tempistiche diverse a seconda del vitigno: chiarifica del mosto a 6° per esaltare i caratteri di finezza ed eleganza, fermentazione in acciaio, e successivo passaggio prima in botti da 20 ettolitri, poi in vasche di cemento; affinamento in bottiglia.

La più recente novità aziendale è stata l’apertura – in piena epidemia Covid – del ristorante, con lo scopo di valorizzare i prodotti, in abbinamento a una cucina regionale rivisitata. Un’ampia sala, minimal negli arredi, accogliente e luminosa grazie all’effetto serra delle grandi vetrate affacciate sulle vigne e sul terrazzo, teatro in estate di eventi serali a sfondo musicale. Si scorgono in lontananza, a circa venti chilometri, il mare e le Isole Pontine, tutte ben distinguibili, tranne Ventotene, coperta dal promontorio del Circeo.

Abbiamo avuto l’occasione di degustare le proposte del ristorante, in abbinamento ad una piccola selezione vini. In cucina lo chef Simone Marotti prepara piatti stagionali e ci spiega che il menù, basato su materie prime a chilometro zero, cambia quasi mensilmente. Oltre al vino, anche olio, pane e pasta, così come molte erbe aromatiche e ortaggi provenienti dagli orti sempre di proprietà.

Il coregone del lago di Nemi diventa antipasto sfizioso nella sfera con salvia fritta, mostarda di vino e frutti rossi mentre le puntarelle alla romana accompagnano il carpaccio di manzo marinato al ginepro, con scaglie di pecorino romano DOP.

Tra i primi risaltano gli spaghettoni con carciofi alle tre consistenze, menta e pecorino romano DOP, gli gnocchi di zucca alla romana su pecorino romano DOP e granella di nocciole tostate, le mezzemaniche al ragù di pesce di lago con olive e capperi, ma non deludono i grandi classici della cucina romana, come la pasta alla carbonara.

Il filetto di coregone ritorna tra i secondi in una versione rivisitata del saltimbocca alla romana, qui servito con prosciutto crudo di Bassiano e gel di melograno; mentre la guancia brasata al Faiola rosso è di bufala della pianura pontina, per ottenere una consistenza più morbida e delicata.

In abbinamento abbiamo degustato tre etichette: Colle dei Marmi IGP Lazio Fiano 2022, che esce a due anni dalla vendemmia e profuma di caramella d’orzo e miele d’acacia, buccia di mandarino ed erbe aromatiche, il sorso, tondo e avvolgente ma al contempo agile, fa a braccetto con il pesce. La Faiola IGP Lazio bianco 2022, blend di bombino, grechetto e verdicchio, è pungente nel naso di mela golden e zest di limone, spruzzati di pepe bianco e cardamomo, fresco e sapido in bocca è il compagno ideale della crocchetta di maiale nero sfilacciato.

Infine Tre Armi IGP Lazio Rosso 2023, unione tra Cabernet Sauvignon e Cesanese, ricorda il cassis e l’eucalipto, con radice di liquirizia e foglia fresca di tabacco; in bocca il sorso ancora teso, di beva piacevole e tannino finissimo, incontra bene la guancia di bufala.

Piccola curiosità finale: tutte le etichette dei vini sono la riproduzione di disegni presentati nel 1977 all’esame di maturità artistica dalla moglie di Cataldo.

AZIENDA AGRICOLA LE ROSE

Via Ponte Tre Armi, 25

00045 Genzano di Roma (RM)

I vini della cantina Buranco, un sogno coltivato nelle Cinque Terre

Ci sono territori in Italia dove l’amore della vite rappresenta una forma d’insano eroismo. Le Cinque Terre, luogo incantevole e romantico tra i più belli e visitati al mondo, nascondono inaspettati angoli di resilienza, tra manipoli di produttori che cercano di non scomparire lasciando posto all’incolto. Appezzamenti microscopici, talora semi-abbandonati, che richiedono anni per essere raggruppati in successive e costose acquisizioni.

Eppure l’agricoltura ha qui radici millenarie, ancora dai Romani e chissà, forse persino Greci e Fenici prima di loro. I terrazzamenti a secco, di cui la Liguria è manifesto d’autore, ne sono un chiaro esempio: una forma di regolazione paesaggistica che aiuta il viticoltore a rendere meno ardua la sua impresa. Senza di essi, il bosco prenderebbe il sopravvento e il conseguente dissesto idrogeologico eroderebbe la fiducia negli abitanti dei borghi costruiti a mo’ di presepe ai piedi del mare.

Anime da pescatori, ma anche da commercianti con le primizie della terra diffuse lungo le vie d’affari costiere e da lì all’entroterra nel nord. Così Giovanni Plotegher, partendo dall’azienda fondata nel 2005 dal suocero, recupera e accentra poderi dislocati in siti differenti sulle pendici di Monterosso al Mare (SP). Il nome stesso della cantina Buranco è un riferimento al toponimo locale dedicata al Rio Buranco, una delle innumerevoli piccole sorgenti d’acqua dolce presenti nelle Cinque Terre.

Provenendo da altre attività anche Giovanni ha scelto di avvalersi della consulenza di esperti del calibro dell’enologo Gabriele Gadenz per definire con cura lo stile dei suoi vini. Dall’ettaro scarso iniziale si è passati, con gli anni, agli attuali 8 ettari con il supporto anche di piccoli e fidatissimi conferitori. Appena 35 mila bottiglie prodotte, a far capire la difficoltà nell’avere rese accettabili in un contesto di forte asprezza e fatica contadina.

In mezzo un comodo agriturismo con annesse camere per poter sostare a pochi passi da vigne e sentieri incantevoli, l’anima selvaggia e, in parte, ancora inesplorata del territorio. Bosco, Albarola, Vermentino le varietà d’uva autoctone utilizzate per i bianchi, ognuna col proprio profilo aromatico e caratteriale. Internazionali e Sangiovese per i rossi, vinificato anche in un sorprendente Metodo Classico goloso e intrigante, venduto solo nel ristorante di famiglia.

Vini segnati dall’immediatezza di beva, senza forzose sovrastrutture che penalizzano l’identità del vitigno e del terroir. Un luogo che ha vissuto in passato una rapida ascesa e altrettanto rapido oblio in alcune scelte fragili prive di una visione d’insieme sul futuro. Pochi hanno resistito, ognuno con scelte personali nel concepire i prodotti.

Plotegher ha puntato ad un ritorno verso i canoni della semplicità e della piacevolezza, una sorta di partenza dalla linea d’inizio come nelle gare motociclistiche. Un rischio maggiore, perché gli errori si annidano sempre quando si opta di non intervenire per nasconderli. Buranco non esprime picchi, ma tanta concretezza. Nel suo Cinque Terre Dop Bianco 2023, manca certo la volumetria del centro bocca, complice un’annata climaticamente tremenda, ma sono perfette le scie agrumate e officinali mediterranee.

Il Magiöa 2022 è la versione con più lunga macerazione sulle bucce rispetto al precedente, dove il corpo del Bosco si fa sentire in tutta la pomposità del caso. Si sta pensando ad una tipologia in barrique, per ampliarne il corredo olfattivo.

Il Buranco Rosso 2019 da Cabernet Sauvignon e Syrah, quasi in parti uguali, aderisce al concetto di mondernità ben apprezzato dai turisti, ma non rinuncia al succo e ad un finale avvolgente che lo fa sembrare ancora di lunga prospettiva.

E veniamo ad una conferma ed una sorpresa degli assaggi, quest’ultima rappresentata dal Metodo Classico Rosè “Smeralda” – Sangiovese in purezza – straordinario e gastronomico. Appena 1200 bottiglie, un progetto su cui si potrà ulteriormente puntare nel prosieguo. Lo Sciacchetrà 2020, realizzato solo in pochissime annate, dimostra invece quanto siamo miopi su tipologie di tale levatura. Un passito delicato e duttile, che veicola note d’albicocca sciroppata, frutta a guscio e vene balsamiche salmastre in chiusura.

Meditazione o abbinamento con formaggi e dessert poco importa: ciò che realmente conta è che se ne produce sempre di meno rischiando di scomparire per sempre dalle tavole, portandosi via un pezzo di storia della Liguria e d’Italia.

Castelli Romani: debutta la Rete d’Impresa di Filiera “V.I.P.”

Vino, Innovazione e Pane: tre parole che racchiudono la missione della nuova Rete d’Impresa di Filiera dei Castelli Romani “V.I.P.”, presentata ufficialmente il 13 dicembre nella prestigiosa cornice di Palazzo Sforza Cesarini a Genzano di Roma. Un progetto che punta a valorizzare le eccellenze enogastronomiche locali e a promuovere uno sviluppo integrato del territorio, grazie al finanziamento della Regione Lazio e alla partecipazione di 21 aziende della zona.

L’evento, riservato a operatori del settore, media e istituzioni, ha visto la partecipazione delle principali figure coinvolte: dalla presidente della rete, Nina Farrell, al vicepresidente Paolo Iacoangeli, passando per i rappresentanti del CAT (Centro Assistenza Tecnica di Confesercenti) e i sindaci e assessori dei comuni che compongono la filiera produttiva intercomunale.

Un progetto che fa rete per il territorio

L’idea alla base della Rete V.I.P. nasce da un concetto semplice ma rivoluzionario per il territorio: unire le forze delle piccole e medie imprese per creare una filiera produttiva integrata e competitiva. La presidente Farrell ha sottolineato con entusiasmo l’importanza del progetto:

“Un ringraziamento al Comune di Genzano per l’ospitalità, a Confesercenti per aver ideato questa rete, e a tutte le istituzioni coinvolte. Questo progetto rappresenta un passo fondamentale per la valorizzazione delle nostre eccellenze locali e la creazione di nuove opportunità economiche. La collaborazione è la chiave per trasformare il nostro territorio in un punto di riferimento per il turismo enogastronomico.”

Il vicepresidente Iacoangeli ha poi illustrato la composizione della rete: 21 aziende che spaziano dai produttori di vino e olio ai forni artigianali, passando per agriturismi e realtà innovative, come un’azienda agro-ecologica che coltiva erbe officinali e prodotti botanici edibili.

“La Rete V.I.P. vuole essere un simbolo di cooperazione e sviluppo. Troppo a lungo i nostri produttori si sono concentrati solo sui propri interessi, senza cogliere le opportunità che l’unione può offrire. Con questo progetto vogliamo dimostrare che fare rete significa crescere insieme, migliorare la competitività e valorizzare le nostre tradizioni.”

Le prime attività, un inizio promettente

Nonostante il debutto ufficiale sia avvenuto pochi giorni fa, la rete ha già intrapreso diverse iniziative per promuovere il territorio e le sue eccellenze. È stato lanciato un sito web (www.retevip.it) e sono attivi profili social su Facebook e Instagram, con l’obiettivo di rafforzare la visibilità online.

Nel corso dell’autunno 2024, la rete ha organizzato e partecipato a eventi di grande rilievo, tra cui le Degustazioni VIP in Terrazza a Genzano, durante la Festa del Pane, e la manifestazione Beviamoci Sud a Roma, dedicata ai vini del Centro-Sud Italia. Durante questi eventi, i partecipanti hanno avuto l’opportunità di degustare i prodotti delle aziende della rete e di scoprire le peculiarità del territorio.

La presentazione si è conclusa con la consegna delle targhe ufficiali alle aziende partecipanti e un banco d’assaggio che ha permesso agli ospiti di degustare i vini locali e le specialità gastronomiche del forno Fermenti 2020 di Genzano.

Obiettivi futuri, tra turismo, formazione ed eventi

Il 2025 si preannuncia come un anno ricco di appuntamenti per la Rete V.I.P. Tra gli eventi in programma spicca la presentazione ufficiale a Roma, prevista per il 2 e 3 febbraio presso lo spazio WeGil, che includerà masterclass, banchi d’assaggio e un workshop dedicato al progetto. La rete parteciperà inoltre alla Rome Wine Expo a marzo e si prepara a realizzare una guida esperienziale per il turismo enogastronomico nei Castelli Romani.

La guida, ideata in collaborazione con la casa editrice La Pecora Nera, proporrà percorsi tematici che uniscono degustazioni e attività culturali. Tra le esperienze suggerite: una giornata a Genzano tra panificazione e visite alle cantine locali o un workshop sulla cottura alla brace a Lanuvio, abbinato ai migliori vini del territorio. L’ambizione della rete non si limita al turismo. Sono infatti in programma corsi di formazione per ristoratori e iniziative di mobilità sostenibile, oltre alla partecipazione a fiere nazionali come Vinitaly. Il progetto non è solo un’iniziativa economica, ma anche un modello culturale e sociale. Lo ha sottolineato Iacoangeli, parlando del valore simbolico di questa rete:

“Unire le forze significa non solo valorizzare i nostri prodotti, ma trasformare i Castelli Romani in una destinazione d’eccellenza per chi ama il vino, il pane e la bellezza del nostro paesaggio. Lavoriamo insieme per costruire un futuro sostenibile e ricco di opportunità.”

Anche le istituzioni hanno espresso il loro sostegno. Il sindaco di Genzano, Carlo Zoccolotti, si è detto orgoglioso di aver creduto fin dall’inizio in questa iniziativa, mentre l’assessore di Velletri Cristian Simonetti ha evidenziato le opportunità legate al Giubileo 2025 e al riconoscimento dei Castelli Romani come Città Italiana del Vino 2025.

Vernaccia di San Gimignano: la storia de Il Colombaio di Santa Chiara

Conosco da anni i Fratelli Logi de Il Colombaio di Santa Chiara a San Gimignano e i loro vini sia i bianchi che i rossi. Terminate le festività natalizie sono quindi tornato nella loro meravigliosa realtà, immersa tra la pace e la tranquillità della campagna toscana.

Alessio Logi mi ha illustrato l’azienda e, con orgoglio, un’importante parte della stessa partendo dai vigneti per terminare verso la Locanda. Una degustazione di tre Vernaccia di San Gimignano ha preceduto poi il gustoso pranzo con prodotti tipici e da loro preparati.

L’azienda vitivinicola Il Colombaio di Santa Chiara sorge a pochi chilometri di distanza dalle mura di uno dei borghi più beii d’Italia, nei dolci rilievi collinari dell’alta Val d’Elsa in provincia di Siena. Di proprietà della famiglia Logi, la gestione della cantina è affidata ai fratelli Stefano, Alessio e Giampiero. La supervisione dei vigneti è del padre Mario, fondatore dell’azienda negli anni ’50 del secolo scorso.

L’azienda vanta oggi quasi 25 ettari vitati, posti ad un’ altimetria che varia dai 350 ai 390 metri s.l.m. Tra i filari si trovano in prevalenza varietà autoctone, in primis Vernaccia, Sangiovese,  Trebbiano Toscano e Malvasia del Chianti e gli internazionali Cabernet Franc e Merlot. Le vigne sono interamente a conduzione biologica certificata, le vendemmie sono rigorosamente manuali. I terreni variano, alcuni ricchi di scheletro tufaceo, altri ricchi di marne argillose ed alcuni vigneti superano i 50 anni d’età.

L’azienda ha quasi raggiunto tre quarti di secolo, tuttavia, dagli anni ‘2000 è nato un nuovo progetto con il preciso obiettivo di produrre vini di qualità, con meticolosa cura sia in vigna che in cantina. Un impegno costante della famiglia Logi i cui vini possono a buon diritto essere considerati un’eccellenza italiana.

A breve partiranno i lavori per la realizzazione di una cantina prospiciente che sarà perfettamente integrata con il paesaggio. La vecchia canonica accanto alla pieve ha abbandonato la sua destinazione d’uso per assumere quella della Locanda dei Logi con sei camere finemente restaurate e dotate di ogni comfort oltre ad un ristorante che propone cucina toscana con vista mozzafiato.

Ecco i vini degustati

Vernaccia di San Gimignano Selvabianca 2023 – veste giallo paglierino chiaro, con leggeri riflessi verdolini ed emana delicati sentori  di  mughetto, lime, timo, uniti ad aromi di frutta a polpa bianca e camomilla. La freschezza stimola il fine sorso, con buona punta saporita nel finale.

Vernaccia di San Gimignano Campo della Pieve 2022 – calice giallo paglierino luminoso dai riflessi dorati, al naso è complesso e sprigiona eleganti sentori agrumati di lime, pompelmo, pera,  biancospino e rosa bianca. In bocca trasmette una piacevole freschezza e sapidità, è persistente ed equilibrato.

Vernaccia di San Gimignano Riserva L’ Albereta 2022 – giallo paglierino brillante, all’olfatto è intenso e fine, sviluppa note di pesca, albicocca, ananas  e zafferano. Palato vibrante, avvolgente e dotato di un’ interminabile persistenza aromatica.

“Metti l’apprezzamento nei dettagli e vedrai la bellezza nell’intero quadro.” – Vincent Van Gogh

Sito di riferimento: https://colombaiosantachiara.it/

Tutte le regole per un perfetto sidro di mele

Da secoli la mela, un frutto apparentemente semplice, è simbolo di ricchezza, seduzione e potere, quindi non c’è da stupirsi del ruolo fondamentale che assume in molte storie: dal frutto proibito del Paradiso al pomo della discordia, dall’alimento avvelenato delle favole al rimedio dell’immortalità nella mitologia greca e nordica.

Nella mitologia le mele sono spesso associate ad Afrodite, dea dell’amore e della bellezza e simboleggiano amore, desiderio e fertilità. Il pomo d’orato che Afrodite tiene in mano nel dipinto di Annibale Carracci, è proprio il pomo della discordia proveniente dall’albero delle Esperidi che Paride attribuì alla dea, decisione che scatenerà una serie di eventi che porteranno alla guerra di Troia.

Le mele oggi sono frutti molto apprezzati in tutto il mondo, noti per il loro sapore dolce e croccante. Appartengono al genere Malus e ci sono migliaia di varietà, ognuna con caratteristiche uniche in termini di sapore, colore e consistenza. Il sidro, o sidro di mele, è una bevanda fermentata ottenuta dalla pressione delle stesse.

La produzione di sidro è un’arte antica che risale a secoli fa, e ha radici in diverse culture, particolarmente in Europa e Nord America. In alcune tradizioni popolari il sidro di mele era considerato un “elisir di lunga vita”, le persone credevano che il consumo moderato di questa bevanda potesse contribuire ad una vita sana e longeva.

In molte regioni del Nord d’Europa ci sono storie e leggende locali, impregnate di magia e mistero, che raccontano di spiriti e creature legate agli alberi di mele e alla produzione del sidro, considerata una bevanda sacra, utilizzata in rituali e cerimonie.

Entriamo più nel dettaglio sulla produzione del sidro:  bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del succo di mele. Il processo inizia con la spremitura delle mele per estrarne il succo, che viene poi fermentato grazie all’azione di lieviti naturali o aggiunti. Durante la fermentazione, gli zuccheri presenti nel succo di mele si trasformano in alcol e anidride carbonica, dando luogo a una bevanda frizzante o meno, a seconda del metodo di produzione.

Le prime notizie storiche riguardanti la coltivazione di mele si possono far risalire al XIII secolo e provengono dall’Egitto e dall’Asia Minore: ne scrissero Strabone e Plinio, aggiungendo che l’aceto di mele era utilizzato per scopi curativi e come dissetante.

I Romani, però, preferivano di gran lunga il vino che cercarono di produrre in Britannia con scarso successo; il clima di quelle zone, con frequenti gelate, non permise il diffondersi della coltivazione dell’uva, spostando così l’attenzione su quella della mela. Fu così che il Succo pomis si diffuse largamente, divenendo la bevanda nazionale dei popoli del nord della Francia.

Dobbiamo alla cultura celtica il merito della diffusione del sidro contenuto in botti di legno inventate all’uopo per la maturazione del succo. Essi attribuivano alla bevanda un valore rituale, oltre che ristorativa, consumandola in occasione di feste e matrimoni.

Nel Medioevo questa bevanda rimaneva un prodotto consumato prevalentemente nei monasteri e nelle abbazie. Negli ostelli lo si vedeva solo durane i periodi di carestia o di carenza di birra, dovuta anche all’alto costo dei cereali usati per produrla, preferendo il vino che rappresentava meglio l’idea di socialità e di svago.

Dllaa fine del Settecento, in particolare dalla Spagna (Asturie) e dal nord della Francia, le notizie più recenti riguardanti il sidro; da lì, successivamente, il consumo si diffuse nell’intera Francia, nel Regno Unito, in Portogallo e in Spagna, soprattutto nelle Asturie e nei Paesi Baschi. Oggi è considerata una bevanda fresca, adatta alle più diverse occasioni, consumata regolarmente anche in abbinamento a carni, formaggi o dolci.

Il mio primo approccio con il sidro è stato durante un viaggio in Normandia, una terra affascinante che offre una miscela di storia, cultura, bellezze naturali e gastronomia deliziosa. La Normandia è particolarmente nota per le sue varietà di mele, che sono utilizzate per produrre sidro di alta qualità.

Il sidro normanno viene preparato attraverso un processo di fermentazione del succo di mela, e può variare il sapore da dolce a secco, a seconda delle varietà di mele utilizzate e del metodo di produzione.  Ne esistono anche diverse tipologie di sidro, come il “cidre doux” (sidro dolce) e il “cidre brut” (sidro secco).

La produzione in questa zona è legata a tradizioni secolari, qui si trovano numerose sidrerie dove è possibile degustare diverse varietà e scoprire di più sulla storia e il processo di produzione di questa bevanda. Sono ambienti familiari, molto accoglienti che spesso producono sidro artigianale dove tutte le operazioni vengono svolte manualmente e danno luogo a bevande che possono avere caratteristiche fortemente diverse: possono variare in dolcezza, acidità e grado alcolico. Alcuni sidri sono frizzanti, mentre altri sono più tranquilli.

Altro luogo preposto alla produzione del sidro è la Spagna, più precisamente nella regione delle Asturie e nei Paesi Baschi. Qui prende il nome di sidra e si contraddistingue, rispetto al sidro francese, per le sue caratteristiche uniche:

  • le mele possono essere più aspre e tanniche rispetto ad altre varietà utilizzate altrove;
  • ci sono vari tipi di sidra come la sidra natural, che non è pastorizzata e ha un sapore più fresco e

fruttato, e la sidra dulce, che è più dolce. Alcuni sidri possono anche essere frizzanti;

  • una caratteristica distintiva del sidro spagnolo è il modo in cui viene servito. La tradizione vuole che venga versato da un’altezza considerevole per ossigenare la bevanda e accentuare i suoi aromi. Questo metodo è chiamato escanciar.

Se volete accostarvi al sidro, vi sintetizzo le caratteristiche principali che potrebbero avvicinarsi al vostro gusto dove le differenze nelle varietà di mele, nei metodi di produzione e nei profili di gusto riflettono le tradizioni culturali uniche di ciascun paese.

In Francia: si utilizzano principalmente mele amare e dolci, come la varietà “Bittersharp” e “Bittersweet”. Le mele vengono selezionate per il loro equilibrio di dolcezza e acidità;

Metodo di Produzione: Il sidro francese è spesso prodotto attraverso la fermentazione naturale, e può anche includere un processo di fermentazione secondaria in bottiglia;

Gusto e Stile: Il sidro francese tende ad avere un profilo di gusto più complesso, con una varietà di aromi che possono includere note fruttate, speziate e terrose. Può essere frizzante o fermo.

In Spagna: anche se si utilizzano diverse varietà di mele, il sidro spagnolo tende a utilizzare mele più acide e tanniche. Le varietà locali includono “Raxao”, “Pendu”, e “Durella”.

Metodo di Produzione: La produzione di sidro in Spagna può essere più rustica e tradizionale, spesso con una fermentazione spontanea. Il sidro viene spesso filtrato meno rispetto a quello francese.

Gusto e Stile: Il sidro spagnolo tende ad essere più acido e meno frizzante, con un profilo di gusto che può includere note di fermentazione e una leggera effervescenza. È spesso più secco rispetto al sidro francese.

Mi sono limitata a raccontarvi della produzione francese e spagnola (che poi è quella che ho toccato con mano) ma il sidro si trova in diverse zone del globo, ricordiamo Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Germania, Italia. C’è l’imbarazzo della scelta!

Portatemi una brocca di sidro affinché possa bagnare la mia mente e dire qualcosa di saggio! (Aristofane) Prosit!

I Fontana: storie di pizza e di famiglia

Un mondo affascinante quello dei maestri pizzaioli d’Italia. Ancor più se a parlarne è un degno rappresentante della Campania, dove la pizza, uno degli alimenti più riconoscibili e replicati nel mondo, ha mosso i primi passi. Pietro Fontana la gavetta la conosce alla perfezione: da assistente alle vendite accanto al papà, fino alle prime esperienze davanti al forno, sia in Italia che all’estero.

Proprio al rientro dalla Germania decide di perfezionarsi in vista dell’apertura di un locale in proprietà. Grandi mentori come Giorilli e Bonci gli insegnano l’arte della lievitazione, vero scoglio da superare per avviare un’impresa di successo o un’improvvisata attività poco durevole. Farine a diverso grado di raffinazione o abburattamento, temperature controllate di lievitazione, utilizzo del criscito, della biga o del lievito madre, forni a doppia cottura e quanto possa rendere uniforme una pizza rispetto all’altra, per evitare spiacevoli recensioni da parte dei clienti.

Pietro e Melania – “I Fontana”

Il progetto “I Fontana” prende piede con la moglie Melania Panico a Somma Vesuviana (NA) il 6 marzo del 2020, alla vigilia della chiusura per pandemia. Nel maggio 2022 viene aggiunto un ulteriore tassello, I Fontana Rustico, un locale dedicato a pizza in teglia e fritti. A fine 2022, poi, apre anche a Pomigliano d’Arco I Fontana Deluxe, locale attualmente fermo per mancanza di personale, incentrato su pizza in pala, padellini e pizza romana.

Tutta la famiglia collabora al perfetto andamento delle pizzerie, avvalendosi di Perrella Distribuzione per la carta vini, composta e ben gestita anche grazie all’interesse di Melania per il mondo della sommellerie in vista di un futuro da esperta di settore. Ben 140 i coperti, attenzionati con cura dai ragazzi di sala giovani e sorridenti, che predispongono bene ad una serata in allegria, come dovrebbe essere l’antica usanza del recarsi in Pizzeria.

Nulla contro i gourmand, ma bisognerebbe ripristinare il senso reale delle cose evitando di rendere eccessivamente ingessata e snaturata l’essenza stessa di un prodotto, che ha visto una diffusione pressoché ubiquitaria per la sua formula easy a portata di tutte le tasche. Una forma di democrazia indiretta efficace persino più di tante Istituzioni sovranazionali. Non si può pretendere, seppur nel nome della ricerca estrema di qualità e inventiva, di proporre conti salatissimi ormai insostenibili per la maggior parte delle famiglie.

In tale contesto Pietro Fontana ha scelto di contenere la spesa media per gli avventori, proponendo comunque pietanze ricche di classe e personalità, con un occhio verso la tradizione e i ricordi di famiglia. Proprio da un Vecchio Ricordo parte la nostra degustazione, una pizza il cui impasto è realizzato con criscito, farina di grano e cereali, ricoperta da tre tipologie di pomodori (rosso, arancione e giallo) del Vesuvio saltati in padella, origano di montagna, aglio fresco tagliato a mano e olio.

Tra le Pizze Concept evidenziate nel menù, la straordinaria Metamorfosi di carciofi con colata di pecorino dei Monti Lattari, carciofi arrostiti, provola di Jersey, pesto di aglio orsino, tartufo nero Uncinatum, maggiorana, pepe di Sarawak e olio, il cambio di mentalità di Pietro verso l’idea di pizza gourmet e, probabilmente, tra le migliori assaggiate in Campania per equilibrio di sapori.

Interessante e delicata anche la “Evoluzione” Scarola con fior di latte di Jersey, scarola riccia a crudo, colatura di alici di Cetara, olive itrane, papaccelle in agrodolce, primo sale e olio, ben rappresentante dell’identità partenopea con le sensazioni che si avvertono, ad esempio, nella natalizia insalata di rinforzo.

La Sotto Terra con provola di Jersey, funghi porcini freschi saltati al burro, funghi porcini a crudo, sale Maldon, pepe di Sarawak, tartufo nero pregiato, melagrana, germogli e olio abbraccia la modernità nella proposizione di un frutto croccante come la melagrana.

Finale scelto tra “La ruota di Carro” del diametro di 38 cm, con la 081 autentica declinazione di formaggi, tra fior di latte di Jersey Caseificio Aurora, basilico, olio evo e all’uscita stravecchio di Bruna Alpina sempre del Caseificio Aurora. Le materie prime fanno davvero la metà del lavoro. 

I Fontana Pizzeria

Via Annunziata, 58

Somma Vesuviana (NA)

Tel. 081 7081589

I Fontana Rustico

Via Aldo Moro, 36

Somma Vesuviana (NA)

Tel. 081 3181500

www.ifontanapizza.it

Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: O Me o il Mare Restaurant

Gragnano (NA), regno della pasta che ne ha condizionato persino lo sviluppo urbanistico con vicoli e viuzze concepite per consentire il passaggio degli zefiri fondamentali per la tecnica dell’essiccatura. Gragnano che ha visto di recente il ritorno di due stelle della ristorazione: chef Luigi Tramontano e la moglie Nicoletta Gargiulo.

Luigi, già stella Michelin in passato in altre strutture della Costiera; Nicoletta espertissima nella gestione della sala e nella selezione vini, miglior sommelier d’Italia per l’Associazione Italiana Sommelier nel lontano 2007. Insieme hanno deciso di sbarcare con un locale in proprio – O Me o il Mare Restaurant – e sbancare i canoni della gastronomia con assoluta competenza, eleganza, rispetto delle materie prime e del cliente al tavolo.

Tre i menù degustazione a disposizione, con eventuali opzioni singole tra le varie componenti: “Essenza” da 105 euro e 6 portate, “Linfa” da 125 euro e 7 portate e “A mano libera” da 9 portate per 150 euro totali, abbinamento vini escluso. Possibile ridurre il numero di proposte su richiesta e previa prenotazione. Abbiamo optato per la giusta via di mezzo con “Linfa”, ricco di tradizione rivisitata in chiave mediterranea.

Convincente l’inizio con i delicati entrée tra i quali: bao al vapore con buttata, maionese di alici e alici o croccante di kuzu a mo’ di impepata di cozze e, infine, bonbon al provolone di Monaco in carrozza.

Il toast di spigola pescata all’amo mantiene croccantezza ed equilibrio, con il corretto mix tra emulsioni e sensazioni tenaci della sfoglia esterna.

Grande classico l’espresso di crostacei con bisque royale al cioccolato, salsa thai, cipollotto e riso fritto, dal retrogusto deciso e piccante, tipico timbro della cucina a chilometro zero di chef Tramontano.

E altrettanto tipica è la mischia francesca (ammesc’ francesca detto in napoletano), ovvero la pasta mischiata in brodo di polpo, colorata e briosa che richiama ai sapori di una volta, com’era la pasta c’a barzanella con pomodoro in più consistenze, seconda pietanza dedicata all’oro giallo di Gragnano, dal finale quasi di umami dovuto alla riduzione del ragù.

La scelta di carne è a base di maialino, razza nobile per la Campania, da cui sono state ricavate tre parti in cotture differenti, unite al fondo di cottura, una rarità ormai nei condimenti anche per la lunga e complessa preparazione, che da O Me o il Mare Restaurant trova sempre spazio.

Finale sul dessert dedicato ad un frutto tipico coltivato in base alla stagionalità. In estate veniva proposta la pesca, adesso è il turno del limone farcito con tortino in accompagnamento.

Non potevamo terminare la visita dimenticando la curiosa origine del nome scelto per il locale, entrato da subito in Guida Ristoranti Gambero Rosso con due forchette e, pochi giorni dopo, premiato con l’ambita una Stella dalla Guida Michelin. Antonio Tramontano, padre di Luigi e cuoco di lungo corso su navi da crociera, quando conobbe il vero amore fu posto di fronte ad una lettera ultimatum della sua diletta, in cui era scritto “devi scegliere o me o il mare”.

La scelta, vedendo i talentuosi figli Luigi, Vincenzo e Angelo Mattia, è stata la cosa migliore che potesse fare.

Alcamo Wine Fest, che sia un Catarratto per tutti

La Sicilia occidentale dimostra palesemente, qualora ce ne fosse bisogno, che le scelte comunicative di un territorio o distretto produttivo fanno la differenza tra l’essere e il non essere. Non scomodiamo Shakespeare per carità, ma l’apparenza, in questo mondo, spesso vuol dire anche sostanza. Se non siete mai stati ad Alcamo, poco potrete comprendere della bellezza di una terra ancora selvaggia e ricca al tempo stesso di storia e magnificenza.

Nel domino della comunicazione d’élite, Alcamo era semplicemente sparita. Qualche istante di gloria tra la seconda parte degli anni ’70 del secolo scorso e poi il buio, l’emigrazione e conseguente parziale abbandono delle vigne, poco redditizie per la scelta di affidarsi all’ombrello di grandi cooperative. Il Bianco di Alcamo si è così spento fino al nuovo millennio – capiremo poi cosa è cambiato – e con esso lo splendore della sua varietà più rappresentativa: il Catarratto.

Si comprende che il nome non abbia un particolare fascino nella pronuncia. Eppure la qualità media dei vini prodotti lo rende uno dei vitigni meglio performanti di quest’angolo di Isola: lo troviamo in diverse denominazioni e vesti, da solo o in compagnia, seguendo le tante filosofie stilistiche tramandate dagli anziani e rivalutate dalle nuove leve.

Ed a proposito di giovani, il movimento dei Catarratto Boys nato dalle ceneri del passato in chiaroscuro dei progenitori ha ridato vita ed impulso alla voglia di far bene con quel che si ha, senza speculazioni al ribasso, senza ricerca ostentata di mercati impossibili. Maria Possente, presidente Enoteca Regionale Sicilia Occidentale e illustre rappresentante della neonata associazione di produttori, può essere fiera di quanto sta accadendo in zona.

Un Catarratto per tutti dunque, anzi tre Catarratto! Sembra che i biotipi presenti attualmente siano differenziati in tre forme: il Catarratto Bianco Lucido maggiormente coltivato; il Catarratto Comune, che da vini più gioviali e meno strutturati e l’Extra Lucido, utilizzato principalmente nei rifermentati naturali in bottiglia per la sua acidità. Questa sottile distinzione, poi, è quasi assente nei campi, dove le tipologie si mescolano tra i filari senza soluzione di continuità.

Gambero Rosso ha voluto scommettere sul territorio e sui circa venti produttori presenti, molti amici sin dall’infanzia ed ex compagni di studio ai tempi del percorso in Scienze Agrarie: preparazione dunque, addestramento al mercato globale e voglia di imitare altri luoghi vocati e conosciuti, forse con quell’esuberanza e irrequietezza tipica della gioventù che confonde in alcune scelte inevitabili e dolorose.

Una di queste è quella di non legarsi eccessivamente ai macerati naturali, andando a moderare un fenomeno certo alternativo alle attuali proposte enologiche siciliane, ma che rischia in contropartita di restare solo di nicchia. Più interessanti sembrano, invece, le scelte delle versioni “base o tecnologiche” (se così vogliamo identificarle) e le bollicine Metodo Classico, dotate di nerbo ed eleganza tali da preconizzare un futuro glorioso al pari di altri distretti della spumantistica in Italia.

Non ci stupiamo, pertanto, che Alcamo Wine Fest rappresenti solo il punto di partenza per una seconda edizione, con consapevolezza e maturità ben diverse dei suoi attori. Il guru dei vini Aldo Viola ha avuto un merito importantissimo nel processo continuo di autoapprendimento dei viticoltori locali: ha tracciato una via, consapevole delle potenzialità del Catarratto e della necessità di lavorare con fondamenti scientifici, poco empirismo e tanta esperienza. La stessa che ha nel sangue il padre Angelo, classe 1934, con il quale si riesce a discutere di agronomia e portinnesti come in una lezione di un cattedratico universitario alla presa con gli studenti di corso. Certe qualità intrinseche si hanno dalla nascita, non si possono ricreare su commissione.

E veniamo ad un breve excursus sugli assaggi effettuati nella due giorni riservata alla stampa. Della masterclass condotta da Giuseppe Carrus, curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, ve ne parlerà in maniera approfondita il collega di redazione Andrea Russetti in un prossimo articolo. Un ringraziamento all’Amministrazione Comunale di Alcamo rappresentata dal sindaco Domenico Surdie dai consiglieri presenti all’evento, opposizione inclusa. Non è semplice fare gioco di squadra, mettendo da parte i particolarismi politici: quando ciò accade, il risultato non può che essere meravigliosamente positivo.

I vini

Balharā 2023 Catarratto Doc SiciliaPizzitola – da C.da Zuccari a Monreale (PA), nell’Alto Belice. Azienda in biologico e a conduzione familiare, oggi guidata dal giovane enologo Giuseppe. Terreni calcareo-argillosi con inserti di sabbia a 300 metri d’altitudine. Ha stoffa da vendere, buccioso e voluminoso in bocca, con nuance d’erbe officinali e frutta a polpa gialla.

91011 Alcamo Doc 2023 – Tenute Valso – Stefano Vallone ha trasmesso ai figli Gabriele, Vito e Fabio l’esser pragmatici. Alle spalle del ventoso e fresco Monte Bonifato, creano un vino dalle contrade San Nicola e Valso, semplicemente spettacolare e modernista, sui toni di fiori bianchi e agrumi. Un biglietto da visita perfetto per chi non sa cosa ci sia dietro a un calice di Catarratto.

Catarratto 2023 Doc Sicilia – Del Grillo – tanti gli ettari per Fiorenza e Giuseppe grillo, ben 92 in provincia di Trapani. Da Contrada Chirchiaro a 450 metri d’altitudine nasce il loro bianco elegante e succoso, su scie tropicali e lunga chiusura sapida. Fermentazione e maturazione semplice e poco invasiva per esaltare al massimo il varietale.

Maniscà Biologico Catarratto 2023 – Maniscà – Nicola Maniscalchi e la figlia Claudia credono nel minimo intervento possibile sia in vigna che in cantina, con l’utilizzo di lieviti indigeni e fermentazione malolattica naturale. Carattere aromatico, quasi da Moscato, con profondità balsamiche e ancora acerbe che richiedono ulteriore sosta in vetro per acquietarsi.

Mezzatesta 2023 – Domenico Lombardo – Dalle Contrade Vivignato, Mezzatesta e Scarlata tra il torrente Fiumefreddo e la riserva del Monte angimbè. Domenico è uno sperimentatore, a volte anche ardito; il suo Catarratto non è filtrato, dalla tempra tipica di un orange, interessante e agrumato, anche se un filo evoluto nella chiosa di bocca.

Lunatico 2023 – Biologica Stellino – Azienda recente quella di Tommaso stellino, seppur fondata già nei primi anni del ‘900. Dal fenotipo Catarratto Lucido coltivato in Contrada Fratacchia da piante di 20 anni, se ne ricava un vino ricco di polpa, tra pera Williams e mela golden, che manca del necessario scatto in acidità finale per essere perfetto.

Catarratto IGP Terre Siciliane 2023 – Sergio Drago – Circa 7 gli ettari a dominio, tra Alcamo e Monreale. Vini sinceri che però abbisognano di ulteriore perfezionamento nel gusto. Il campione degustato resta timido, compresso in alcune sfumature erbacee che attendono maturazione.

C23 2023 – Criante – Davide Adragna e la famiglia Criante presentano la loro idea di Catarratto Comune, bella ed elegante con quelle sensazioni che sanno tanto di Sicilia, tra zagare profumate, arancia gialla e bergamotto, con persistenze salmastre. Siamo in Contrada Piano Marrano, totalmente in biologico. Solo acciaio e circa 6 mesi sulle fecce fini.

Catarratto Alcamo Doc 2023 – Bosco Falconeria – Sulle colline sovrastanti il Golfo di Castellammare, Natalia Simeti produce il suo vino a Contrada Bosco Falconeria in zona Partinico. Terra rossa ferrosa e rispetto per la natura, per un prodotto dai tocchi vegetali e surmaturi, decisamente caldo e panciuto rispetto agli altri in degustazione.

Le mie origini 2022 IGP Terre Siciliane – Alessandro Viola – Alessandro, fratello di Aldo Viola, detiene 16 ettari sul versante est del Monte Bonifato ed è stato il primo a puntare al Metodo Classico da Catarratto già nel 2011. Il vino è una lama tagliente, quasi salato e persino con un ricordo ben preciso di catechine. Avrà lunga vita davanti.

All’ombra dei pini 2022 – Longarico – Dagli studi universitari a Bologna, all’apertura di un wine bar che prese il nome da una Contrada dove il nonno materno coltivava uva, fino al ritorno alle origini grazie ai suggerimenti di un caro amico come Alessandro Viola. Luigi Stalteri presenta il suo Catarratto in stile macerato, dalle sfumature di frutta secca e balsamicità spinte. Non semplice e non per tutti, ma può essere un aspetto positivo.

Angelo 2022 – Aldo Viola – Il mentore della nouvelle vague di Alcamo. Classe 1969, infinite esperienze all’estero dove viene chiamato anche in qualità di consulente. Tante etichette rappresentativa, tra il Brutto frizzante Ancestrale, fino al vibrante Catarratto del Krimiso, per chiudere verso il pazzesco Syrah Plus. L’Angelo 2022, omaggio al papà, nasce da Contrada Timpi Rossi su terre sabbiose. Nuance da affumicature ardenti, agile e succoso con agrumi e camomilla a comporre un quadro altamente stimolante.

Katamacerato 2021 – Elios – Nicola Adamo ed il socio enologo Guido Grillo hanno dato via, nel 2015, al sogno di riadattare le terre agricole delle proprie famiglie. Passione forte per i vini naturali, anche se, bisogno dirlo, il loro miglior prodotto è lo spumante Blanc de Blancs gustoso e accattivante. il Katamacerato resta troppo schiacciato su vene tropicali intense che sovrastano le parti più delicate del vino.

Catarratto Criomacerato 2019 – Tenuta Le Terre Chiare – Da quattro generazioni l’azienda, ora gestita dai germani Vincenzo e Giorgio Alesi, guarda dritta verso il Mar Mediterraneo in uno dei panorami mozzafiato tra i più poetici dell’areale. Al loro fianco il padre Giuseppe, agronomo, che li segue passo dopo passo nell’ardua impresa. Il loro vino è ben fatto, in equilibrio tra frutta a polpa bianca ed essiccata, ben declinata in tante sfaccettature. Chiude rapido, forse troppo.

Cinque Inverni 2017 – Possente – Un luogo, la sua identità, chi lo vive e ne custodisce l’essenza. Questo è il motto di Antonio, Maria e Stefania Possente, tra fratelli uniti dall’amore per il territorio e i loro vini. E naturalmente per il Catarratto che rivisitano in più espressioni versatili. Il Cinque Inverni, una sorta di Riserva non ufficializzata, è elegante nelle sue sensazioni idrocarburiche da Riesling, unito ad erbe officinali e spezie dolci. Fa viaggiare con la mente senza mai fermarsi.