CONFERENZA NAZIONALE SULLA VITICOLTURA A PIEDE FRANCO

Appuntamento importante per il mondo del vino: l’8 settembre ad Ercolano si ritrovano docenti, scienziati, responsabili di settore, giornalisti, enologi e sommelier a parlare di viticoltura a Piede Franco nella conferenza dal titolo “Progresso ed evoluzione per un sistema integrato di difesa, preservazione e valorizzazione”, organizzata dall’Associazione Identità Mediterranea.

Una giornata dedicata alla scoperta del “piede franco” all’origine della viticoltura. Ospiti di importanza nazionale si ritroveranno l’8 settembre nella splendida cornice di Villa Campolieto nella città di Ercolano. Saranno presenti tra gli altri, Roberto Cipresso, winemaker e scrittore di fama internazionale; Luciano Pignataro, Docente di Comunicazione Enogastronomica presso l’Università Federico II di Napoli, Ciro Giordano, Presidente del Consorzio di Tutela dei Vini del Vesuvio, e Marco Serra, Presidente del Consorzio di Tutela dei Vini di Salerno. Un ricco parterre di docenti, scienziati, responsabili di associazioni del territorio, enologi E giornalisti di settore che affronteranno il tema dei vitigni a piede franco, di grandissimo interesse per i molteplici sviluppi che possono nascere dalla sua valorizzazione. Infatti, a dare un ulteriore contributo per la divulgazione della conoscenza sulla viticoltura a piede franco, ci saranno Stefano Del Lungo, ricercatore e archeologo, da sempre impegnato nello studio sulla trasformazione di territori e insediamenti fra Antichità e Alto Medioevo, approfondendo viabilità, biodiversità culturale, inclusa la viticoltura tra archeologia e biologia molecolare, nel Mezzogiorno, Gaetano Conte, agronomo esperto con una visione multidisciplinare della viticoltura, e la professoressa Teresa Del Giudice, docente di Economia Agraria, Alimentare e Estimo Rurale, con  esperienza pregressa nelle Scienze Agrarie e nell’Agribusiness.

Il giorno 8 settembre 2025, dalle ore 9:30 alle 13:00, presso Villa Campolieto in Corso Resina n. 283 a Ercolano (Na), l’Associazione Culturale Identità Mediterranea ha organizzato una Conferenza Nazionale sulla Viticoltura a Piede Franco con il Patrocinio Morale del Consiglio Regionale della Campania, del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli, dell’Associazione Nazionale delle Città del Vino, del Consorzio di Tutela dei Vini del Vesuvio, del Consorzio di Tutela dei Vini di Salerno, della Fondazione Monti Lattari Onlus, Fondazione Ente Ville Vesuviane e del Mavv-Wine Art Museum.


A spingere Identità Mediterranea e Gaetano Cataldo, nella realizzazione della Conferenza Nazionale sulla Viticoltura a Piede Franco, la necessità di affrontare le importanti tematiche di grande attualità, grazie all’erudizione di Relatori di eccellenza e attraverso prospettive eterogenee, al fine di sensibilizzare il Pubblico e le Istituzioni su un tema fondamentale per la viticoltura italiana e non solo.

Programma della giornata

Dopo i saluti istituzionali di Gennaro Miranda, Presidente della Fondazione-Ente Ville Vesuviane, dell’On. Alessandro Caramiello, Deputato della Repubblica e Presidente dell’inter-gruppo parlamentare Sviluppo Sud, Aree Fragili e Isole Minori, di Gennaro Saiello, Consigliere della Regione Campania e Presidente della Commissione Innovazione e Sostenibilità per il Rilancio e la Competitività, di Angelo Radica, Presidente dell’Associazione Nazionale delle Città del Vino, di Ciro Giordano, Presidente del Consorzio di Tutela dei Vini del Vesuvio, di Marco Serra, Presidente del Consorzio di Tutela dei Vini di Salerno, e di Mariella Verdoliva, Presidente della Fondazione Monti Lattari Onlus, interverranno i seguenti relatori:

Stefano Del Lungo, Ricercatore CNR ISP, in rappresentanza del Gruppo di Ricerca CNR-CREA;
Roberto Cipresso, winemaker e scrittore di fama internazionale;
Luciano Pignataro, Docente di Comunicazione Enogastronomica presso l’Università Federico II di Napoli, Scrittore e Giornalista Enogastronomico;
Gaetano Conte, Agronomo in rappresentanza dell’azienda Vitis Rauscedo;
Teresa Del Giudice, Docente di Economia Agraria ed Estimo Rurale.

Sarà Gaetano Cataldo, Founder di Identità Mediterranea, Giornalista Enogastronomico e Miglior Sommelier dell’Anno al Merano Wine Festival, a moderare gli interventi.

Obiettivi e temi trattati

  • Sottolineare l’importanza della Viticoltura a Piede Franco a livello globale.
  • Ribadire il valore inestimabile della Viticoltura a Piede Franco dal punto di vista genetico e della biodiversità.
  • Definire la sostenibilità della Viticoltura a Piede Franco dal punto di vista ambientale, sociale ed economico.
  • Presagire l’indotto economico potenziale della Viticoltura del Piede Franco, anche in virtù del

               Destination Management System e della riqualificazione dei borghi.

  • Ipotizzare un Protocollo Integrato per la salvaguardia della Viticoltura a Piede Franco e del Sistema Agricoltura nella sua interezza.

L’associazione Identità Mediterranea, fondata il 12 luglio 2016, da sempre impegnata nella divulgazione della Cultura del Mare Nostrum mediante la promozione del Patrimonio Paesaggistico, la divulgazione della Tradizione Enogastronomica e la preservazione della Biodiversità Mediterranea, oltre che ideatrice di Mosaico per Procida, primo vino a celebrare una Capitale Italiana della Cultura, ha organizzato tale evento, così come nel settembre dello scorso anno, quale associazione richiedente il coinvolgimento e il patrocinio del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli, confermato anche quest’anno.

Porto di Mola: tutto ciò che avreste voluto sapere sul territorio della Doc Galluccio e non avete mai osato chiedere

Ai piedi del Vulcano inattivo di Roccamonfina esiste un luogo magico dove il tempo sembra non scorrere mai. Il progetto Porto di Mola nasce da un’idea di Peppì Esposito e Antonio Capuano che nel 1988 cominciano a lavorare su queste terre. Successivamente Antimo Esposito, figlio di Peppì, seguendo le orme dei due fondatori, si appassiona all’idea, per dare lustro ad una delle più piccole denominazioni d’Italia, quella del Galluccio.

Lungo le rive del fiume Garigliano che divide la Campania dal basso Lazio, terre una volta unificate sotto il regno borbonico, giacciono le macerie di un antichissimo porto romano utilizzato per il piccolo cabotaggio verso l’interno della regione. Nel 2004 viene inaugurata così la cantina proprio accanto alle rovine ritrovate dai due imprenditori, in un’oasi naturale di rara bellezza tra laghetti, boschi ed un ecosistema in perfetto equilibrio.

Passeggiare tra le vigne negli oltre 70 ettari vitati di Porto di Mola significa viaggiare lungo il corso della storia, ritrovando la pace con se stessi e con la natura circostante. Oche, piccole lepri e altri animali di campagna osservano, per nulla spaventati, il passaggio dei visitatori, spettatori silenti di un mondo ancora inesplorato tutto da raccontare.

Al centro dell’azienda si trova la cantina di circa 2000/mq. Un ambiente sobrio ed essenziale, il luogo in cui Antimo segue personalmente le fasi di lavorazione dei prodotti. Alla cantina si è aggiunto il frantoio con la produzione di quattro tipologie di olio extravergine d’oliva spremuto a freddo: le moncultivar da Sassanella e Itrana, un classico da blend e una versione affumicato.

L’enologo Arturo Erbaggio collabora con la sua esperienza nell’esaltare al meglio le caratteristiche dei cosiddetti “vini vulcanici”, dove le componenti basaltiche del suolo influiscono marcatamente sulle qualità organolettiche finali. Vini dotati di grande verve minerale, struttura agevole e sfumature di colore meno intense dai riverberi brillanti.

Ne conseguono piacere di bocca, immediatezza e perfetto abbinamento con i piatti della tradizione, in particolare pasta e sughi. Ben 18 etichette per un totale di 300 mila bottiglie annue e l’amore per la Doc Galluccio.

La visita della cantina con la consueta degustazione è avvenuta durante la recente kermesse Campania Stories, già descritta ai link 1 e link 2 grazie al direttore Antonio Falvo.

Galluccio Bianco 2024: da uve Falanghina in purezza e ben articolata nelle sue nuance d’agrumi mediterranee e fiori bianchi. Termina al sorso su lunghezze iodate e saporite.

Petratonda 2024: la vendemmia tardiva di Falanghina risulta tropicale con amplificazione della vena salmastra finale. La 2023 esprime le caratteristiche sfumature sulfuree ma con minor ricchezza di aromi.

Galluccio Rosso 2023: solo Aglianico, goloso per le note floreali unite a chiodi di garofano e parti balsamiche. Meno potente degli omologhi irpini, ma con una precisa anima.

Contra Del Duca 2018: la Riserva da 24 mesi in legni di varia grandezza. Sorso arrotondato dalle sensazioni di spezie dolci, non privato però di una buona tensione finale da arancia sanguinella e ciliegia fresca. Contemporaneo e di pronta beva.

Porto di Mola

Via Risiera, snc – 81044 – Galluccio (CE)

Tel: 0823925801 – Mail: info@portodimola.it

Cronache dall’Alto Adriatico: Goriška Brda

Dopo aver raccontato del Friuli Colli Orientali a proposito del viaggio effettuato nell’Alto Adriatico organizzato da Paul Balke, il giorno successivo verteva al territorio collinare, colmo di frutteti e oliveti che danno apprezzabili prodotti, del Collio sloveno ovvero il Goriška Brda, quindi ci rechiamo a Villa Vipolže.

Tra le più belle dimore rinascimentali di tutta la Slovenia, nasce come residenza di caccia dei conti di Gorizia, per poi divenire di proprietà di famiglie nobili come Herberstein, Della Torre, Attems, Teuffenbach. Infine i veneziani la trasformano in un’elegante residenza dalla forma rettangolare con due torrette.

E finalmente è anche giunto il momento di indossare un indumento che avevamo in valigia, la t-shirt rossa dei Laibach, una industrial band della capitale slovena Lubiana, nata nei primi anni ottanta che ha ispirato gruppi più noti al grande pubblico come i Rammstein, e alla quale siamo da tempo legati.

La superficie in ettari vitati del Goriška Brda è quasi identica a quella del Friuli Colli Orientali (1878 contro 1897), ma in realtà è un dato falsato perché non tiene conto che fino al 1947, quattordici anni prima di un’altra celebre spartizione, l’erezione del muro di Berlino, il Collio e il Goriška Brda erano una cosa sola, con il nome del primo a rappresentare l’intero territorio. Poi appunto la divisione di questo unicum quasi ovale, con grosso modo la parte a nord che ne rappresenta il 60%, se si esclude un corridoio ad ovest che racchiude i comuni di Dolegna del Collio, Venco e Brazzano, che diventa territorio jugoslavo prima e sloveno a partire dal 1991, e il restante 40% a sud destinato al nostro paese.

Infatti la regione del Friuli passa all’Italia nel 1866 ma il Collio, l’Isonzio, Cormons e Gorizia rimasero austriaci, e fu questo popolo che stabilì come i vini del Collio fossero tra i migliori della monarchia. Il sentimento che in zona si producessero degli ottimi vini fu lo stimolo per fondare nel 1872 la prima organizzazione di produttori, a Piuma vicino a Gorizia.

Nel Brda quasi tutti i terreni vitati sono composti da flysch, localmente chiamata ponca od oponka, suolo di cui abbiamo già parlato nel precedente resoconto, con sistemi di allevamento essenzialmente a guyot e in parte minore a cordone speronato, che si prestano ai fondi permeabili collinari.

I filari, costeggiando i dolci colli in pendenza, creano un effetto arena, e fanno sembrare il paesaggio tessuto di tanti anfiteatri verdi dove la musica è suonata dalla vite.

Il vitigno a bacca bianca principe del territorio è la Rebula, vale a dire la nostra Ribolla Gialla; gli altri sono Chardonnay, Glera, Malvazija Istrarska (Malvasia Istriana), Pinot Bianco (qui chiamato Beli Pinot), Pinot Grigio (qui Sivi Pinot), Riesling, Sauvignon Blanc, Sauvignonasse (ex Tocai, ora Friuliano), Traminer, Verduzzo (in loco chiamato Verduc). Le uve rosse sono innanzitutto il Refošk (il nostro Refosco), poi Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot, Pinot Nero (qui è Modri Pinot), e lo Schioppettino (qui Pokalca o Črna Rebula, vale a dire Ribolla nera).

Nel grande salone al primo piano della villa, circondati da una mostra pittorica e alla presenza di un classico pianoforte a coda nero, suonato in un certo momento dal bravissimo Paul Balke con un repertorio di standards, tredici aziende ci attendevano per esporre i loro vini.

Qualcuno nota la nostra maglietta, è Tomaž Prinčič che ci ferma e in maniera esplicita dimostra di conoscere bene la band affermando, cosa che già sapevamo, che significa Lubiana in tedesco, altri più timidi ammiccano con lo sguardo e chissà che impressione abbiamo dato, giacché nel passato il gruppo è stato piuttosto controverso.

Ma torniamo al vino, e col consueto sistema elenchiamo tutti i produttori presenti e i loro vini, con la descrizione di quelli che a nostro opinabile parere ci hanno più colpito.

KRISTALVIN dal 1808 – ettari 8 – bottiglie annue 25.000

(https://www.kristalvin.com/)

Rebula extra brut (36 mesi sui lieviti)

Rebula 2024

Rebula Selection 2021, fermentazione con lieviti spontanei, macerazione per tre settimane, e maturazione per due anni in botti che solo per il 20% sono nuove. La frutta matura è protagonista della scena olfattiva con pesca, pera e albicocca succosa, ma anche delle note agrumate d’arancia, e di spezie delicate e calde come la cannella. Al palato torna la nota sugosa fruttata, se ne aggiunge una sapida, e infine la vaniglia del legno che prelude a longevità. Buona anche la persistenza.

EDI SIMČIČ dal 1991 – ettari 15 – bottiglie annue 60.000

(https://edisimcic.si/)

Rebula 2022, fermentazione coi lieviti indigeni per 8 giorni, segue maturazione coi propri lieviti in botte grande per 10/11 mesi, e un anno di affinamento in bottiglia. E’ fresca, ancora giovane, fragrante, citrina, si apre poi con qualche nota più matura di frutta gialla e di tostatura del legno. Il sorso è teso, sapido e minerale, con corpo pieno, e una garbata beva e persistenza.

Sauvignon Kozana 2020

Duet 2022 (Merlot 90%, Cabernet Sauvignon e Franc 10%)

REJA dal 1992 – ettari 6 – bottiglie annue 25.000

(https://rejavino.com/)

Malvazija 2022

Chardonnay 2021

Sivi Pinot 2018, un orange wine da Pinot Grigio che effettua 6 giorni di macerazione, affinamento per due anni in vasche di acciaio, un anno in botte di rovere, e almeno sei mesi di affinamento in bottiglia. Vino decisamete particolare con nota ossidativa che lo rende idoneo anche a un utilizzo da aperitivo, ed evidenti note di frutta secca, frutta gialla, e di sensazioni minerali e iodate di petricore, piacevolmente amarostico e tannico al palato.

FERDINAND dal 1992 – ettari 11 – bottiglie annue 50.000

(https://www.ferdinand.si/it/)

Época Rebula Ribolla Gialla 2022, fermentazione in tonneau da 500 litri dove il vino matura sulle fecce fini per 12 mesi, poi almeno altri sei mesi di affinamento in bottiglia. Olfatto intenso di frutta matura gialla, floreale, con accenni ad alcune erbe aromatiche, timo al limone, e toni minerali vicini al gessoso e alla pietra focaia. Al palato è ricco, con sorso teso, ancora suggestioni minerali, un vino di grande eleganza e persistenza.

Época Amber Gris 2023 (Pinot Grigio)

Brutus Rebula Ribolla Gialla 2019

MEDOT dal 1812 – ettari 3 – bottiglie annue 35.000

(https://www.medot-wines.com/it)

Extra Brut Cuvée (Rebula 70%, Chardonnay 30%, cinque anni sui lieviti)

Extra Brut Millesimé 2015 (Chardonnay 80%, Rebula 20%, otto anni sui lieviti). Un bouquet complesso che va dal floreale alla cipria, con garbate note citrine e più evidenti, morbide di brioche, vaniglia, miele, burro e crosta di pane. Il sorso è pieno e consistente, con richiami alla frutta secca, e mielati ben persistenti.

Rebula 2022 Golden Époque

DOLFO dal 1950 – ettari 17 – bottiglie annue 85.000

(https://www.dolfo.eu/it/)

Rumena Rebula 2023 (Ribolla Gialla)

Gredič Riserva 2019 (Chardonnay, Sauvignon Blanc, Pinot Bianco, Pinot Grigio)

Pinot Noir 2021

Merlot Riserva 2019, macerazione sulle bucce di 25 giorni coi lieviti indigeni, poi fermentazione inclusa la malolattica in vasca acciaio, quattro anni di maturazione in barrique, e affinamento in bottiglia. Secco ma succoso, con note di fragolina di bosco, lampone, mora e altre bacche rosse, cenni di mineralità, toni di tabacco e di spezie morbide, vaniglia e cannella. Al palato ha tannini fini e setosi, asciutto e di gran corpo, teso, vellutato e di grande persistenza.

KLET cantinedal 1957 con 320 conferitori – ettari 1000 – bottiglie annue 5.000.000

(https://klet-brda.si/)

Quercus Beli Pinot 2024

Krasno Rebula 2022

Krasno Orange 2022, dai vitigni Rebula, Sauvignonasse, Pinot Grigio fermentati separatamente. Le macerazioni sono per la Rebula per un anno in botti di legno, Sauvignonasse in vasche d’acciaio per un mese, Pinot Grigio tre giorni in anfora e un anno di affinamento. Fresco, con note di frutta come pera e mela cotogna, agrumi, erbe aromatiche e ricordi minerali. Sorso lieve e fresco, ritorni di frutta secca e di una delicata tannicità. Finale declinato alla mandorla.

MOVIA dal 1820 – ettari 25 – bottiglie annue 130.000

(https://movia.si/en)

Sauvignon Vert Vinia Gredič 2024

Rebula 2024

Veliko Rebula Vinia Java 2022

Chardonnay 2023

Veliko Chardonnay Vinia Java 2022, maturazione in tonneau da 500 litri per dieci mesi, affinamento in bottiglia per un anno. Vino dotato di un intenso bouquet, ricco di sensazioni floreali, acacia, e agrumate, bergamotto, ananas, morbido con note di miele di acacia, burro, caramello, e speziate dolci, vaniglia, noce moscata e cannella. Al palato è fresco, elegante e ampio, minerale, con ritorni burrosi e con una beva in progressione di lunga persistenza.

Veliko Rdeče 2018, da Merlot 80%, Cabernet Sauvignon 15%, Pinot Nero 5%, fermentazione spontanea con macerazione sulle bucce per 28 giorni, maturazione di almeno quattro anni in barrique usate e nuove con le fecce fini, e sei mesi di affinamento in bottiglia. Olfatto sottile con piccola bacca rossa a volontà: mora, lampone, mirtillo, fragolina di bosco, amarena, poi humus e sottobosco. Seguono note floreali, viola, e balsamiche, eucalipto, infine ricordi di spezie delicate, liquirizia e vaniglia. Al palato è tangibile la lavorazione in sottrazione, nessuna opulenza ma rarefazione, eleganza e morbidezza, con tannini serici, ritorno di spezie delicate, e un finale molto lungo dove si percepisce l’amarena e la prugna disidradata.

ZAROVA dal 2001 – ettari 12 – bottiglie annue 45.000

(https://zarova.si/)

Chardonnay 2022

Sauvignon Blanc 2022

Solidus 2021 (Sauvignonasse 70% Riesling Renato 30%, provenienti da un singolo vigneto). Sentori floreali, d’acacia, uniti a miele e cera d’api, per un ventaglio olfattivo molto elegante. Al palato è consistente, di corpo, glicerico, con un finale persistente di agrumi.

Mladice 2021 (Pinot Noir)

Cabernet Franc 2020 molto inteso con le caratteristiche note varietali vegetali, di peperone, e poi di frutta a bacca rossa, sensazioni di china, balsamiche di menta, e infine speziate. Al palato risulta morbido con tannini fini e di ottima persistenza.

PRINČIČ dal 1848 – ettari 10 – bottiglie annue 25.000

(https://www.princic.si/)

Jakot 2023

Sivi Pinot Grigio 2023. Che eleganza olfattiva: freschezza, fragranza floreale (c’è del tiglio?), sapidità, mineralità con note che ci hanno evocato lo scisto. Poi arriva la frutta matura, pera, banana, ananas. Al palato è gustoso, secco e di grande persistenza.

Mihael 2022 Belo (Bianco) da uve Rebula 50%, Sauvignon 30%, Chardonnay 20%. Maturato un anno in tonneau da 500 litri, più affinamento in bottiglia. Vino complesso ed elegante, con note morbide di vaniglia e di frutta matura, che al palato è secco e con una beva piacevole.

SCUREK dal 1986 – ettari 30 (9 nel Collio e 21 in Brda) – bottiglie annue 120/150.000

(https://www.scurek.wine/)

Brut Zero (Rebula 60%, Chardonnay 40% e 30 mesi sui lieviti)

Stara Brajda Belo 2022 (Rebula, Sauvignonasse, Malvazija, Picolit)

Malvazija 2022 macerazione sulle bucce di 6 giorni e maturazione per due anni in botti di rovere.Olfattivo delicato ed elegante, fiori gialli, albicocca, agrumi e note minerali. Al palato è grasso e verticale, succoso, molto piacevole con finale tannico accennato.

Rebula 2020 fermentazione spontanea con pied de cuve, breve macerazione sulle bucce e maturazione in tonneau da 500 litri per due anni, e affinamento in bottiglia.Frutta a polpa gialla matura, albicocca secca, lievi note legate al legno, minerale. Al palato è ampio, mielato, glicerico e di grande persistenza gustativa.

SYLVMANN dal 2022 – ettari 13 – bottiglie annue 15.000

(https://sylvmann.si/)

Višvik – vivšiK 2023 è una Rebula che matura in anfora con un assemblaggio di differenti tempi di macerazione: 4, 8, 28, 65 giorni. Alla sua prima uscita in anteprima internazionale, incassiamo il privegio accordato. Il vino non mostra timidezza e si esprime in tutte le sue note gialle, da quelle floreali di ginestra, a quelle di polpa di frutta, pesca, albicocca e agrumi. Seguono le erbe aromatiche, salvia e timo su tutte. Al palato è fresco, fragrante, elegante e di beva, con un finale minerale.

Pr’dobu Mix 2023 (Sauvignonasse, Malvazija che effettua due differenti macerazioni di 4 e 6 giorni in anfora)

BENEDETIČ dal 1996 – ettari 12 – bottiglie annue 65.000

(https://www.benedetic.si/)

Rebula 2023 Bouquet declinato alla freschezza, con note di agrumi gialli, lime, bergamotto, cedro e di frutta a polpa, melagialla, poggianti su uno sfondo decisamente minerale. Al palato torna la fragranza, con sorso teso e minerale, elegante e persistente.

Brgalot 2018 (Chardonnay)

Alfonz 2018 (Sauvignon Vert)

E’ stato impegnativo ma siamo riusciti ad assaggiarli tutti ed osservando al polso l’orologio notiamo che è quasi giunta l’ora del pranzo, dove saremo accompagnati da molti dei produttori in un posto speciale, un agriturismo con alloggio al culmine di una collina dove la vista sulle Dolomiti, il monte Canin, i vigneti e il fiume Judrio sottostanti è struggente e l’amore per essi è incorniciato da un cuore: Breg.

Da Breg di Adrijana e Mirela Peresin a Dobrovo, la cortesia dei produttori è proseguita con l’apporto di altri vini non presenti alla degustazione, che hanno deliziato il pranzo, ben eseguito con piatti della tradizione e soprattutto l’uso di ingredienti di stagione. Abbiamo apprezzato la Stara Brajda Rdeče 2021, a base di Refosco dal Peduncolo Rosso 35%, Cabernet Franc 30%, Cabernet Sauvignon 35% di Scurek; il Sauvignon 2021 e il Pinot Noir 2022 di Zarova; il Sauvignon Vert 2024 Kristalvin, coi suoi toni freschi, sapidi, minerali e floreali di acacia; e non per ultimo un dinamico Lan Kristančič, erede del papà Aleš, completamente a suo agio nel suo ruolo di ambasciatore dal 2022 di Movia, che in maniera sempre simpatica e coinvolgente, senza tuttavia esagerare, ci ha rallegrato con il Lunar 2021, Rebula macerata, fruttata e mielata, dal gusto burroso e minerale, decantato in una caraffa a corna di bue, e due espressioni di Modri Pinot Noir 2022 e 2023 entrambi piacevoli con il punto di forza del primo, dotato di una maggiore struttura.

A proposito della cucina, non possiamo non menzionare un elemento che difficilmente poteva sfuggirci: in molte pietanze la lavanda era uno dei componenti. La ragione l’abbiamo scoperta quando oltremodo sazi siamo usciti dal ristoro, e proseguito il colle appena sopra la cascina che ci ospitava. Ci accoglie una immensa superficie di lavanda, alta e profumata. L’abbiamo attraversata con molta circospezione per non rovinarla e altrettanta attenzione a non disturbare le numerose api bottinavano attorno a noi, calpestando gli spazi tra un cespuglio e l’altro. Essere immersi in quella distesa a quasi altezza d’uomo, ci ha fatto sentire all’interno di un film, essere al centro di un campo di cereali, come avviene in una scena di The Thin Red Line dell’amatissimo Terrence Malick, o qualunque altro suo film poichè quell’immagine è uno stilema del regista. Il paragone non è dei più centrati, ma una passata vita da cinefilo saltuariamente affiora, ineluttabile, e inopportunamente accade in tempi e luoghi più disparati.

Cogliamo un invito: “Facciamo un giro tra le vigne?” E’ quel che ci attende nel pomeriggio. Ad ovest del fiume Isonzo, il Monte Korada con i suoi poco più di 800 metri di altitudine domina i vigneti del Goriška Brda. Siamo saliti fino a 480 metri per poter vedere i nuovi impianti di Sylvmann, i quali sono estremamente in pendenza, e che una volta ultimati i lavori in corso porteranno la tenuta a 30 ettari totali. Dietro la Sylvmann appena nata c’è un nome di grande prestigio nel panorama enologico del Friuli e del suo italico: Silvio Jermann, inventore di uno dei più rinomanti vini bianchi in Italia, il Vintage Tunina. Reduce dalla vendita ad Antinori avvenuta nel 2021 della propria omonima azienda condotta per 40 anni, decide di realizzare il suo sogno nel Cuéj (Collio) sloveno e impiantare alle pendici del monte Korada i suoi nuovi vigneti. L’impronta sarà completamente diversa, vini anche con lunghe macerazioni e maturazioni in anfora.

Gialle le etichette Sylvmann come il colore delle numerose finestre con seduta, una cinquantina in totale al momento, che si affacciano sui vigneti del Collio e del Brda, un progetto nato dopo la pandemia che vuole essere un fragore del mondo enologico della zona verso il resto del mondo di come l’unione possa valicare gli intenti, ma sancire che si trtta di territori e culture che in un passato erano una unica entità.

La tappa successiva è stata la visita dell’azienda Movia. Dalla strada una breve discesa ci porta a un gruppo di edifici che fanno parte della tenuta, ed entriamo nella bellissima dimora della famiglia Kristančič. Aleš è assente e un pò ci dispiace poichè l’abbiamo visto all’opera circa quindici anni fà, e ci mancherà la sua comunicazione empatica e verve teatrale, e i suoi “facciamo festa”. Azienda di riferimento e molto importante per la Slovenia nel mondo del vino, grazie all’esportazione del prodotto oltre Oceano, e per la svolta compiuta negli anni ’90 seguendo la fermentazione spontanea, ora che Lan segue l’azienda Aleš ha più tempo a disposizione per le sue sperimentazioni. A far gli onori di casa oltre Lan che era al nostro seguito, c’è la sua radiosa e affascinante fidanzata Nina Šegula. L’enorme salone con pianoforte, saturo di opere pittoriche di artisti locali alle pareti, ha una parte rialzata dove poggia un grande tavolo e da cui vi è l’accesso alla veranda con vista sui vigneti che ci ha provocato una lieve aritmia dell’organo muscolare responsabile della circolazione del sangue: un anfiteatro di filari che seguono la collina, e se alla base avessimo notato un clavicembalo e un musicista suonando Le Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach non ci saremmo stupiti più di tanto.

L’ospitalità di Movia è proseguita con l’apertura del suo oramai celebre metodo classico Puro Bianco 2020, da uve Chardonnay (60%) e Ribolla (40%) che fermenta spontaneamente in tini d’acciaio dove staziona per un anno, più altri tre anni di affinamento in bottiglia sui lieviti, fresco, fragrante, fruttato virante all’esotico, e con seducenti note di burro, panificazione e vaniglia.

Chi scrive è di Roma, quindi è abituato a cantine e catacombe a più non posso, anzi ci abita a due passi, ma ciò che ha visto da Movia è impressionante. Scendendo le scale interne dell’abitazione per due piani si accede al luogo di stoccaggio bottiglie e botti.

Una serie di gallerie e cunicoli che sembravano non terminare mai, quasi da perdersi all’interno, davano l’impressione che arrivassero fino alla nostra città, come fosse un percorso per i primi cristiani che fuggivano dalle persecuzioni. Per celiare abbiamo letto un cartello inesistente con scritto Roma 625 km, che è la distanza reale esistente, e poi non è forse vero che tutte le strade conducono a Roma?

Assieme ad un altro magazzino, all’interno sono stipate circa 300 mila bottiglie e 700 botti di vario formato, incluse delle classiche da 1000 litri rovesciate in orizzontale, una idea Aleš per migliorare la superficie di contato tra vino e legno e favorire il bâtonnage.

E ovviamente non potevano mancare le anfore. La visita è proseguita con i locali che ospitano i contenitori in acciaio e successivamente ci siamo recati in un secondo deposito, più a dimensione umane, di una cantina “normale”, che in parte funge da locale per la degustazione con annesso tavolo e sgabelli. Dal cilindro non è uscito un coniglio ma un vino di cui serberemo il ricordo molto ma molto a lungo. Lan, dopo aver passato un buon minuto a cercare cosa di meritevole potesse proporci, avanza e apre una magmum di Veliko Rdeče 2002!

Rispetto alla 2018 assaggiata in mattinata, la componente Merlot è leggermente inferiore al 70%, Cabernet Sauvignon 20% e Modri Pinot Noir 10%, mentre la vinificazione è la medesima. Un trionfo di piccola bacca rossa all’olfatto in versione matura e di confettura: sentiamo innazitutto la fragolina di bosco, a seguire la mora, il lampone, il mirtillo, il ribes nero, l’amarena. Poi arrivano le prugne disidratate, fiori secchi, humus e sottobosco, note di tabacco e di cuoio. Suggestioni balsamiche di eucalipto, e immancabili le spezie con ricordi di liquirizia, chiodo di garofano e vaniglia, completano un bouquet da leggenda. Al palato è vivo con sorso teso ed elegante, con volatile presente ma addomesticata per essere al servizio di amplificatore degli aromi, morbido con tannini serici, e con ritorno delle spezie, dei fiori e della prugna essicata, in un finale durevole e minerale. Chaupeu, decisamente un vino memorabile!

La cena assieme ai produttori si svolge da Gredič (https://www.gredic.si/) un piccolo maniero a Dobrovo trasformato in albergo quattro stelle, ristorante segnalato dalla guida Michelin che ha da poco cambiato nome in Viatoria, vineria e centro benessere. Nella vineria si è svolto l’aperitivo. Per accedervi abbiamo percorso una breve discesa che curvava a spirale, una chiocciola simile a certe viste ai Musei Vaticani o al Guggenheim. L’impatto è deciso e il locale veramente sofisticato ed elegante.

Tomaž Prinčič nota che non indossiamo più la maglietta dei Laibach ma una banale camicia, e dobbiamo spiegare che il caldo africano ci ha indotto a cambiarci. A tavola assiaggiamo ulteriori vini. Quelli di Dolfo essendo Marko Skočaj al nostro tavolo sono ben cinque: Spirito 2018 (brut nature a base di Chardonnay 70% e Pinot Noir 30% con 60 mesi sui lieviti) e 2017 in magnum, Chardonnay 2023, Sauvignon 2024, e un entusiasmante Cabernet Sauvignon 2019 secco e succoso di mora e cassis, con Marko in grande forma ed esuberante, amante dei estremamente secchi, che ci rivela il suo motto: la terra è la mia seconda moglie; Ferdinand con una Época Rebula 2019 ha dimostrato la longevità del vitigno; molto gradevole il Cuvée brut nature 2018 (Chardonnay 60%, Pinot noir 60%, Rebula 10% con 48 mesi sui lieviti) di Kristalvin e il suo Merlot 2021 Selection; per concludere il minerale Virgo 2017 zéro dosage (Chardonnay 50%, Pinot Noir 30%, Rebula 20% con 60 mesi sui lieviti) di Klet

In cucina abbiamo trovato un padre e un figlio, Matjaž e Matija Cotič

Non sono al Viatoria-Gredič da molto (nel ristorante si sono succeduti vari cuochi tra cui Valerio Lutman), ma ciò che ci è stato proposto ci ha soddisfatto, sia nella costruzione del piatto che nella ricerca operata. Dopo gli antipasti serviti in vineria, il nostro menù era così composto:

Gnocchi di patate con crema di zucchine, ricotta albuminica, zucchine arrosto, polvere di olio di semi di zucca, fiore di zucca, piatto molto gusto ed equilibrato, di non semplice esecuzione laddove si segue l’idea di utilizzare molti ingredienti della stessa famiglia.

“Steak” di cavolfiore, purè di sedano rapa, salsa all’olio d’oliva e curcuma, verdure arrosto, olio alle erbe. Siamo vegetariani, con qualche deroga quando siamo fuori casa per gli abitanti del mare, e al posto del filetto di vitello ci è stato presentato questo piatto che ci ha gratificato perchè non banale (con noi accade molto spesso), e con il cavolfiore succoso, croccante e saporito poichè aveva assorbito il condimento.

Sorbetto alla lavanda, pesche marinate, yogurt di capra, crumble, gel di limone, a chiusura di un cerchio iniziato a pranzo, la lavanda ritorna, delizioso, con la del crumble e yogurt di capra in ottimo contrasto con la cremosità del sorbetto. 

A fine cena il cilindro, anzi lo zainetto color vinaccia, lo abbiamo stavolta aperto noi offrendo a chi volesse, l’assaggio di un single malt scotch whisky Balvenie 14 anni molto particolare, poichè prodotto con malto torbato, e accade in questa distilleria solamente una settimana all’anno, portato da noi da casa. Peccato che la temperatura era troppo elevata: le attenzioni ricevute per l’intera giornata ci hanno fatto dimenticare una regola fondamentale che vige anche per i distillati: il grado termico di servizio. Ad ogni modo Tomaz Scurek al desco con noi lo ha apprezzato e siamo riusciti a coinvolgere nella degustazione anche Silvio Jermann che l’ha trovato ben bilanciato (i suoi due vini testati nuovamente durante il pasto ci sono sembrati certamente gastronomici).

Al whisky sono seguite numerose domande e ci siamo trovati (ci accade ogni volta) a fare una piccola lezioncina sul Re dei distillati (a nostro parere è tale). Ciò che avanzava della bottiglia con piacere l’abbiamo lasciata ai Cotič, lo meritavano per la loro attenta e ricercata cucina, in più l’occhio ci era caduto nella bottigliera dove stazionavano altre versioni di whisky affumicato.

A serata ultimata, siamo stati accompagnati al nostro albergo in realtà non troppo distante, da Matjaž Četrtič di Ferdinand assieme a Jasmina sua incantevole moglie, non poco curiosa sulle storie raccontate sul whisky scozzese. Magari torneremo da loro con un’altra bottiglia, in un periodo dell’anno più fresco dove il distillato si apprezza meglio. Volgendo lo sguardo al cielo, la luna era al suo posto al primo quarto crescente illuminata nell’emisfero destro, e come avesse capacità divinatorie prometteva altri intensi giorni che avremmo trascorso in quei luoghi.

Calabria, la quinta edizione de La Notte Rosa del Vino

La Notte Rosa del Vino 2025, la manifestazione giunta alla quinta edizione ideata da Francesco Pingitore, ha tinto di emozione e consapevolezza la costa dell’Alto Ionio, trasformando due giornate estive in un itinerario denso di significato, bellezza e autenticità, dove il talento femminile è stato il vero filo conduttore.

Venerdì 4 luglio l’evento ha preso il via con la visita a due importanti realtà vitivinicole calabresi: la giornata è iniziata tra le vigne della Tenuta del Castello di Serragiumenta, guidata dalla carismatica Rita Bilotti, che ha accolto le partecipanti con un’energia elegante e concreta. Dopo la passeggiata tra i filari, la degustazione di una bollicina fresca e fragrante ottenuta da uve Magliocco con metodo Martinotti ha aperto simbolicamente il racconto del vino calabrese al femminile, con una voce decisa e gentile insieme.

Il gruppo ha proseguito poi verso Terre di Balbia, realtà di respiro contemporaneo immersa nella valle dell’Esaro: l’ingegnere Giuseppe Chiappetta ha raccontato l’identità dell’azienda e il senso profondo della sua posizione geografica, tra fiume e montagna, tra vento e silenzio. La visita è culminata in una degustazione di vini e prodotti tipici che ha rivelato l’anima sincera del territorio.

Nel pomeriggio, spazio alla storia dolce della Calabria: la visita al Museo della Liquirizia Amarelli ha aperto le porte su una tradizione antichissima e ancora viva, un patrimonio industriale e familiare che dal 1731 è simbolo di eccellenza. Un racconto affascinante, dove il lavoro delle donne ha avuto da sempre un ruolo centrale.

Con il tramonto, il viaggio è approdato ad Amendolara, con il suo museo archeologico e la chiesa, prima della magia del concerto serale nel chiostro del palazzo adiacente, cornice suggestiva per un momento di intensa contemplazione sonora. Nello stesso spazio, immerso nella pietra e nel respiro del tempo, si è tenuta anche una degustazione che ha visto protagoniste tre cantine del territorio: Tenuta Santavenere, Vini Akra e Cantina Alfano.

Tre voci diverse, ma armoniche, di una Calabria autentica, capace di parlare al cuore prima ancora che al palato. Il giorno successivo, la giornata si è aperta con un’esperienza sospesa tra cielo e mare: una gita in veliero lungo la costa ionica ha condotto le partecipanti fino ai Laghi di Sibari, dove i vini della Cantina Statti hanno accompagnato i presenti in maniera raffinata, in un paesaggio che univa luce, acqua e vino in una sola vibrazione sensoriale.

A seguire, il viaggio verso Tenuta del Castello, nuova tappa di un itinerario che intreccia passato e futuro, architettura storica e visione enologica contemporanea. E proprio qui, tra mura antiche e sguardi rivolti avanti, si è svolta la cerimonia di premiazione, cuore simbolico della Notte Rosa del Vino. Sul lungomare di Trebisacce, davanti a un pubblico attento e partecipe, le protagoniste del cambiamento sono salite sul palco per ricevere un riconoscimento non solo professionale, ma anche umano: una mattonella in ceramica realizzata dal laboratorio artistico “I Sogni di Milù”, opera che racchiude delicatezza, artigianalità e memoria.

Prima della premiazione, un elegante défilé firmato dalla stilista Luigia Granata ha impreziosito la serata, portando in scena abiti che parlavano il linguaggio dell’identità e della bellezza mediterranea. Le donne premiate – Rita Babini, Rita Bilotti, Marina Boccia, Tereza Krickova, Annamaria De Luca, Carmen De Aguirre, Elena Francia, Adele Anna Lavorata, Daniela Pinna, Giovanna Prandini, Olga Sofia Schiaffino, Agnese Testadiferro e Regina Vanderlinde – sono state celebrate per il loro contributo quotidiano al mondo del vino, dalla produzione alla comunicazione, dalla ricerca al marketing.

A dare voce al senso più profondo dell’iniziativa è stata l’enologa Vincenza Folgheretti, madrina dell’edizione, che con lucidità e passione ha sottolineato come oggi l’enologia abbia bisogno di competenza, ascolto, visione e rispetto per la complessità del territorio e delle persone. La serata si è chiusa con una cena di gala sul mare, accompagnata dai vini della Cantine Lavorato e dalla DOC Bivongi, in abbinamento a piatti che raccontano la cucina calabrese con orgoglio e raffinatezza.

La Notte Rosa del Vino 2025 ha saputo costruire un racconto corale, dove ogni tappa è stata parte di un viaggio che ha unito esperienze, paesaggi, storie e saperi. Un evento che ha reso tangibile l’affermazione che “il vino è donna” e che ha mostrato quanto, nel mondo del vino italiano, le voci femminili non siano soltanto numerose, ma necessarie, creative, autorevoli e protagoniste.

Associazione Donne del Vino della Toscana: inizia il percorso per un grande bianco dell’entroterra

Il mondo del vino sta cambiando: negli ultimi vent’anni, il consumo di vini bianchi è cresciuto trainato da un’evoluzione nei gusti dei consumatori e da una maggiore attenzione alla freschezza, alla versatilità e alla sostenibilità.

In questo scenario, la rinascita dell’Enoteca Italiana nella storica sede della Fortezza Medicea di Siena accoglie un progetto ambizioso e profondamente radicato nel territorio: la creazione di un grande vino bianco della Toscana interna.

Il progetto, nato dalla visione di Donatella Cinelli Colombini e fortemente sostenuto dalle Donne del Vino della Toscana di cui è Delegata, ha visto la collaborazione delle istituzioni locali — Comune di Siena, Regione Toscana e Camera di Commercio di Arezzo e Siena — nella giornata dello scorso 18 luglio che ha unito ricerca scientifica, cultura vinicola e imprenditoria femminile.

Elena D’Aquanno, presidente della Fondazione Enoteca Italiana Siena, ha riaperto le porte del Bastione San Filippo: la sua promessa al nonno Pietro, figura eminente dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino, si traduce oggi in un atto concreto di valorizzazione territoriale che unisce storia, sogno e visione imprenditoriale.

Degustazione e ricerca: il cuore dell’iniziativa

La Masterclass condotta da Cristiano Cini, presidente di AIS Toscana, ha offerto un viaggio sensoriale nei vini bianchi della Toscana interna. Undici etichette, ciascuna con un’anima propria, hanno raccontato il potenziale di vitigni autoctoni e blend che interpretano il territorio con eleganza e autenticità.

Queste le aziende protagoniste:

•⁠  ⁠Tenuta Valdipiatta di Miriam Caporali con Nibbiano 2024, Sangiovese 80%, Trebbiano, Grechetto, Malvasia 20%

•⁠  ⁠Tenuta di Capezzana di Beatrice Contini Bonacossi con Trebbiano di Capezzana 2024, Trebbiano 100%

•⁠  ⁠Cantine Dei di Caterina Dei con Martiena 2023, Malvasia Bianca lunga 60%, Chardonnay 30%, Grechetto 5%, Sauvignon blanc 5%

•⁠  ⁠Azienda Agricola Borgo Prunatelli di Cristiana Grati con Canaiolo Bianco Borgo Prunatelli 2018, Canaiolo Bianco 100%

•⁠  ⁠Fattoria La Maliosa di Antonella Manuli, con La Maliosa Uni 2023, Procanico 100%

•⁠  ⁠Corte dei Venti di Clara Monaci con Coccole 2024, Sangiovese 100%

•⁠  ⁠Podere Casaccia di Lucia Mori con Sine Felle Bianco 2023, Malvasia Bianca 40%, Vermentino 40%, Trebbiano 20%

•⁠  ⁠Tenuta di Artimino di Annabella Pascale con Artumes 2024, Trebbiano 70%, Petit Manseng 30%

•⁠  ⁠Dianella di Veronica Passerin d’Entreves con Orpicchio 2021, Orpicchio 100%

•⁠  ⁠Fattoria Sardi di Mina Samouti, con Vallebuia Bianco 2023, Trebbiano 100%

•⁠  ⁠Cantina del Testimone di Aurora Visentin con Fortunato 2024, Malvasia 33%, Trebbiano 33%, Grechetto 33%

Il convegno scientifico: il vino come progetto culturale

Moderato da Giovanni Pellicci, direttore de I Grandi Vini, il convegno ha visto l’intervento di accademici e istituzioni che hanno delineato le traiettorie scientifiche per il futuro del vino bianco toscano. Dallo studio sui vitigni autoctoni e resilienti — come Orpicchio, Petit Manseng, Sauvignon Rythos e Viognier — alle tecniche agronomiche per affrontare il cambiamento climatico, è emerso un quadro chiaro: il vino bianco di domani sarà frutto di innovazione, territorio e responsabilità.

Con il sostegno attivo dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino, del CREA e delle Università di Firenze e Pisa, il progetto si pone come modello virtuoso di ricerca e sviluppo enologico.

Un primo passo verso l’eccellenza

Le Donne del Vino della Toscana, con passione e competenza, hanno aperto la strada. Il Consorzio Toscano IGT, per voce del presidente Cesare Cecchi, ha dichiarato la piena disponibilità a sostenere questo percorso.

Con questo evento, Siena diventa nuovamente fulcro di un progetto enologico ambizioso, capace di dare luce ad un grande bianco della Toscana interna.

E se il vino è cultura, allora questo progetto è già patrimonio.

Un rosso per l’estate: Rosso di Montalcino 2021 Corte dei Venti

Con una storia che dura da oltre 3 generazioni e che ha avuto inizio nel 1943, la cantina Corte dei Venti è a pieno titolo una delle realtà più autentiche del gotha del vino senese e che nel tempo, rinnovando sé stessa, non ha perso autenticità e valore.

Il nome lo si deve al lungo soffio dei venti e al loro perdurare, apportando nelle vigne il lungo respiro del Mediterraneo, spazzando via la bruma e creando, pertanto, le migliori condizioni per la viticoltura durante tutto l’arco vegetativo e in fase vendemmiale.

Con cinque ettari vitati in aree collinari dalla ricca presenza argillosa e tre ettari di olivi secolari, tra cui le cultivar Olivastra, Correggiolo e Moraiolo, Corte dei Venti riassume il volto tipico di cantina familiare, immersa nell’armonia della campagna toscana montalcinese, vantando una produzione vitivinicola ed olearia d’eccellenza con il caloroso e genuino senso dell’ospitalità al femminile.

Il Rosso di Montalcino Doc 2021 viene realizzato grazie alle uve di Sangiovese Grosso in purezza, allevate nei tenimenti della cantina in località Piancornello. All’assaggio la veste rosso rubino intenso, con riflessi color granato, danza nella sua stessa luminosità cristallina, indizio di freschezza vibrante e ne descrive traiettorie arcuate e lenti rivoli dotati di buona consistenza.

Le note floreali, di viola appassita e rosa canina, disegnano un quadro olfattivo policromo, dalla calibrata intensità e decisamente complesso. Il ribes nero, la mora di rovo nei loro riconoscimenti fruttati, senza alcuna edulcorazione, cedono il passo alla marasca, con una soglia di riconoscimento odoroso più durevole, ed uno scampolo di coulis di lampone, presto assorbiti da scie di pepe nero e cacao amaro da cui affiora, molto lievemente, il balsamico della radice di liquirizia.

Generoso e materico al sorso, acquisisce subito volume in bocca, genera succulenza e acquisisce verticalità e slancio: l’apertura gustativa è saporita, quasi da kokumi effect, l’astringenza viene letteralmente inghiottita dalla succosa freschezza; si riconfermano i frutti neri e rossi, stavolta anche in presenza di zest di kumquat ben maturo, con il ritorno di una fine tonalità di cacao e un’ancor più sottile idea di tabacco. La chiusura è finissima, leggermente amaricante, e persistente.

Ben 14,5° Vol. e non sentirli, il Rosso di Montalcino, interpretato da Clara Monaci, si beve con agilità; voluttuoso, vellutato, per nulla emaciato, di quelli che restituiscono carnosità, forma e sostanza al corpo del vino, elementi non immolabili sull’altare dell’eleganza conformata. Da bere ad una temperatura leggermente più fredda rispetto ai classici vini da invecchiamento, compresa tra i 12 e 14 gradi, per abbinamenti gastronomici stuzzicanti come un bel caciucco alla livornese.

Ascoltando magari Misty di Sarah Vaughan

Puglia: il rosato “Costiero” di Giustini, la riscossa del Negroamaro del Salento

C’era una volta il Negroamaro, memoria storica dei vitigni pugliesi. Nella cultura popolare l’uva era adatta da sempre alla produzione di vini rosati ricchi di carattere, speziature dolci e sensazioni iodate da vento del Sud. Le sue origini e diffusione traevano spunto dalle splendide sabbie bianche del Salento, dallo Scirocco caldo che sferza incessantemente nella stagione estiva e da un’antica usanza contadina nata per proteggere le viti.

C’era una volta, quindi, l’alberello, ereditato dai Fenici, poi dai Greci e Romani e divenuto in altre zone – come la piccola isola siciliana di Pantelleria – patrimonio UNESCO. In Puglia l’antica forma di allevamento delle piante era sostenuta da paletti (canne), utili a consentire un preciso ordine e una maggiore densità agli impianti.

Ciononostante era ed è considerata una pratica a rischio di scomparsa, perché necessita dell’incessante opera manuale dell’uomo, non in linea con il moderno rapporto costi-benefici di bilancio.

C’era una volta il rosato, ricavato in passato dalla tecnica del salasso dei rossi e, solo di recente, concepito con una precisa identità già sul campo.

Viti giovani, esposizioni fresche e varietà idonee selezionate ad hoc per ottenere la giusta acidità, corroborata dai tipici frutti di bosco e dalla indispensabile piacevolezza di beva.

La favola potrebbe andare avanti all’infinito senza contestualizzare il periodo in cui viviamo. Le mode, le crisi politiche, i mercati impazziti alla ricerca del vino stravagante, spesso inavvicinabile per il consumatore medio. E così i prezzi altalenanti, speculativi, che valorizzano o distruggono in pochi anni identità presenti da secoli nel comparto enologico.

Innovare e resistere, mantenendo la barra dritta fregandosene delle pressioni esterne, non è per tutti. Giuseppe Papadopoli, agronomo, “senatore” della cantina Giustini, coadiuvato in azienda dai figli tra cui il giovane enologo Salvatore, ha sulle spalle un numero di vendemmie perfetto per osservare le bonacce e le tempeste di mare con calma serafica.

L’idea del restyling del rosato da Negroamaro “Costiero”, prima annata targata 2007, deriva dall’esigenza di comunicare con vigore l’impegno e l’amore per la terra, coltivata (come in questa versione) a pochi passi dal Mar Piccolo tarantino, specchio d’acqua famoso per la mitilicoltura e per la presenza di sorgenti sottomarine.

Macerazioni brevissime, mosto fiore che passa dal contenitore d’acciaio alla bottiglia mantenendo integre tutte le sfumature delicate dell’uva. Il Negroamaro, infatti, non si concede a grandi aromi. Cultore e strenuo difensore fu il compianto Severino Garofano, irpino, uno dei padri dell’enologia pugliese che ne riscoprì l’anima nobile e meno rustica.

Il primo prodotto certificato e imbottigliato in Italia in versione rosa, merito di Leone de Castris nel 1943 durante la seconda guerra mondiale, veniva già utilizzato ben prima dalle famiglie locali in maniera artigianale per gli ospiti di casa e le celebrazioni importanti. Esistono bottiglie nascoste e impolverate in cantine dell’inizio del ‘900, alcune persino ancora integre nei sapori. Merito dell’acidità e del gradiente polifenolico che protegge dall’ossidazione.

La degustazione dell’IGP Salento Rosato Negroamaro “Costiero” 2024 narra delle sfumature tipiche del varietale tra ribes e fragoline croccanti, cui seguono nuance speziate di noce moscata e zenzero, per finire verso gradevoli erbe mediterranee con ricordi di timo, elicriso ed arbusti marini arsi dalla calura del sole. Visivamente il panorama delle dune e della vegetazione a macchia è il miglior compagno di giochi del vino, dall’immediata leggibilità, leggerezza e facilità nell’abbinamento gastronomico.

Come, ad esempio, nei finger food proposti dallo chef Giovanni Galiano del ristorante Gàlipa a Francavilla Fontana, segnalato nella Guida Ristoranti Gambero Rosso, con canapé ai gamberi rossi, tartare di polpo e ricotta, parmigianina, salmone e stecco di pescato e lamponi.

Giustini

Indirizzo: Via Pietro Germi, Snc
74027 – San Giorgio Ionico (TA)

Tel: +39 0995330411
Email: info@tenutagiustini.it

Cronache dall’Alto Adriatico – Friuli Colli Orientali: focus su Richenza Vigna Petrussa

(Con dedica a Gianmarco Nulli Gennari, epicureo esistente e resistente)

Di recente abbiamo assistito alla presentazione dell’ultimo libro di Massimo Carlotto e il privilegio di cenare allo stesso tavolo. Parlando in generale di letteratura e dei reciproci gusti, è uscito un aspetto che ci ha sorpreso (probabilmente non avrebbe dovuto). Lo scrittore riceve innumerevoli testi di persone in cerca d’affermazione e a suo dire, i più interessanti provengono da autrici. Data la sua inequivocabile esperienza gli crediamo senza dubitarne, ma la cosa ci ha fatto riflettere poiché da forti lettori al maschile dovremmo trarne insegnamento, e perché pensiamo la medesima cosa riguardo al mondo del vino.

Negli ultimi anni, le nostre esperienze più suggestive sono frutto di una declinazione al femminile. Sarà perché nella produzione del vino sono necessarie determinazione, coraggio, tenacia, integrità, peculiarità che unite ad una grande sensibilità emotiva le donne ne sono molto più dotate? Aspetto decisamente importante nel momento in cui il vino ha perso la caratteristica di alimento per tramutarsi in veicolo di gratificazione e creatore di emozioni.

Non facciamo mistero di credere fermamente che in passato – e in parte anche oggi? – non fosse semplice per una “lei” produrre del vino senza subirne le conseguenze, come del resto è accaduto per tante altre questioni. Gli ostacoli di un gretto pensiero machista che solo l’uomo fosse in grado di creare un fermentato d’uva degno di questo nome poteva giungere a rifiutarsi a lavorare per esse.

È ciò che accade a Giuseppina Busolini Petrussa, la mamma di Hilde proprietaria di Vigna Petrussa e ora affiancata nella conduzione dell’azienda dalla figlia Francesca, che si ritrovò a essere viticoltrice per necessità. Eredita la parte spettante dei vigneti alla morte del padre, proseguendo la coltivazione fino a quando nel 1963 rimane vedova.

Non trova nessun uomo italiano disposto a lavorare per lei in quanto ha la grande colpa di essere una donna ed è costretta a varcare un confine solo mentale e recarsi  in Slovenia dove inizia la collaborazione con la famiglia del signor Beppi, gli unici in zona disposti ad aiutarla nei lavori sia in vigna che in cantina. Un legame che vive tutt’oggi, dopo tre generazioni, attraverso la figlia Marina, e la nipote Petra.

Il marchio attuale di Vigna Petrussa risale al 1996, ma in precedenza i vini erano etichettati col nome completo di Giuseppina.

Questa produzione di vino al femminile ha oramai circa sessant’anni, vocata soprattutto allo Schioppettino. Il vitigno completamente distrutto dalla fillossera era ritenuto estinto fino a quando rinasce nel 1970 con la scoperta di una decina di piante sopravvissute che furono l’occasione di un rilancio. Nella zona del comune di Prepotto, nella Valle dello Judrio, trova il suo luogo d’eccellenza in terreni costituiti essenzialmente da ponca, strati alternati di marna e arenaria formatesi in periodo eocenico.

La versione che ne fa Vigna Petrussa, un vino meritatamente premiato, lo abbiamo assaggiato e molto apprezzato, durante il recente press tour internazionale sull’Alto Adriatico organizzato e voluto dal giornalista e scrittore Paul Balke.

Tuttavia, a ribadire la pluralità del gusto degli esseri umani e l’esistenza di vini emozionanti a prezzi contenuti, siamo qui a parlare di un altro vino che a nostro avviso è ancora troppo sottovalutato, e che ci ha turbato e stupito per l’eleganza: il Richenza.

Il nome Richenza è un tributo a una nobildonna del popolo germanico dei Longobardi, che si insediarono in Friuli nel 568 d.C., stabilendo nella Cividale dell’epoca la capitale del loro ducato, il primo del Longobardi in Italia. A palesare il legame che Vigna Petrussa intende avere con essi anche un altro vino è a loro dedicato: Desiderio, un bianco da dessert che omaggia l’omonimo re che ha regnato dal 757 al 774 d.C.

E soprattutto lo stemma presente nell’etichette dei vini reca l’immagine di un elmo guerriero longobardo, attualmente conservato presso il Museo Archeologico di Cividale.

Richenza è un blend, o cuvée che dir si voglia, voluto da Hilde Petrussa nel 2000, composto da Friuliano, Malvasia Istriana e Riesling Renano, da uve che effettuano una vinificazione separata con pressatura soffice. Il Riesling proveniente da vigneti con 55 anni di vita, effettua la maturazione in vasca di acciaio per 24 mesi; il Friuliano almeno 7 mesi di botte usata da 30 ettolitri; la Malvasia Istriana da vigneti trentennali, viene elavata in barrique usata per 24 mesi. Successivamente i vini vengono assemblati e affinati per un ulteriore anno in bottiglia.

Fin dal primo sorso ci siamo sentiti estromessi, e ciò che il Richenza 2022 e il nostro intimo si son detti ci è ignoto: lo accettiamo come un atto privato fra il nostro lato femminile e quello di chi l’ha concepito, rispettando il ruolo a noi riservato di vettori e latori di sensazioni olfattive e percezioni palatali palesate (perdonateci l’allitterazione cercata).

Un bouquet complesso, avvolgente, ammalia l’evidenza di una polpa di frutta matura dove crediamo di riconoscere la peche de vigne, l’albicocca, e una succosa susina. Si arricchisce poi di sensazioni morbide di vaniglia e di frutta secca sotto miele, e sullo sfondo qualche traccia di nota vegetale. Al palato è ricco, polputo ma restando un vino decisamente secco la cui morbidezza non si concede a nessuna sgradita dolcezza, con un sorso teso e di grande beva, dotato di personalità e lunga persistenza, e di un inatteso ma del tutto logico finale dedicato al minerale.

Ora, se fosse un vino interamente declinato al fruttato non l’avremmo particolarmente apprezzato perché ciò non rientra nelle nostre preferenze, ma l’eleganza, la finezza e tutto il resto qui incluso ci fa invocare a un fuoriclasse, che ci ha segnato e insegnato molte cose ignave a noi maschietti. E giacché nel mondo la bellezza è ovunque presente ma spesso non riconosciuta oppur non suscita interesse, a noi compete il ruolo di rilevarla e rivelarla laddove la s’incontra.

San Gregorio di Chiusi: il cuore pulsante della Val di Chiana tra vino, agricoltura e ospitalità autentica

C’è un luogo, nel sud della provincia di Siena, dove la terra racconta storie di tradizione, innovazione e bellezza: è l’Azienda San Gregorio di Chiusi, i cui vini sono stati apprezzati durante l’evento Metti una sera a cena a La Corte degli Dei di Palazzo Acampora. Fondata nel 1957, questa realtà agricola è oggi un fiore all’occhiello della Val di Chiana grazie alla visione lungimirante del suo amministratore, Michele Monica, professionista capace e determinato che in pochi anni ha rivoluzionato la gestione aziendale, moltiplicando gli utili e reinvestendoli con intelligenza per potenziare la produzione, l’ospitalità e il valore identitario del territorio.

San Gregorio si estende su una superficie di circa 170 ettari, di cui 20 già destinati a vigneto, a cui si sono recentemente aggiunti altri 9 ettari di nuovi impianti che entreranno in produzione nei prossimi tre anni, portando nuove prospettive di crescita. La restante parte della tenuta è dedicata all’allevamento allo stato brado e semi-brado dei suini di Cinta Senese DOP, razza nobile e protetta che può essere allevata come tale solo nella provincia di Siena.

Qui, tradizione agricola e innovazione tecnologica si incontrano in un equilibrio virtuoso: le vigne sono coltivate con tecniche di micro-zonazione assistita da satellite, che consente di monitorare vigoria e stress idrico delle piante, pemettedo di intervenire tempestivamente con trattamenti mirati. Le operazioni in vigna, dalla potatura alla vendemmia, sono eseguite con cura artigianale, a mano.

La vocazione vitivinicola dell’azienda nasce nel 1987, in un territorio vocato come quello del Chianti Colli Senesi DOCG, primo vino prodotto da San Gregorio. Nel tempo, l’offerta si è ampliata con etichette sempre più raffinate, come il Chianti Colli Senesi Riserva, cru proveniente da una singola vigna in cima alla collina, Poggio Pagliaio, e una selezione di monovitigni in purezza – Sangiovese, Ciliegiolo, Cannaiolo – che raccontano con autenticità il terroir.

Ma San Gregorio non è solo vino. È anche ospitalità, con due suggestivi casali – il corpo principale e Le Cerrete – adibiti ad Agriturismo con formula B&B. Le due piscine naturali, dotate di vasche di filtraggio biologico con fiori e piante acquatiche che hanno la capacità di filtrare biologicamente l’acqua, completano un’offerta enoturistica di alto livello, immersa nella quiete e nella bellezza della campagna toscana.

A completare il mosaico delle attività aziendali, fa parte della proprietà anche una enoteca nel centro storico di Chiusi, punto di incontro tra residenti, turisti e appassionati del buon bere. Uno spazio accogliente dove poter degustare e acquistare i vini dell’azienda, ricevere consigli, scoprire abbinamenti e approfondire la conoscenza del territorio direttamente nel cuore del borgo etrusco.

In un’epoca in cui il concetto di rete è fondamentale per la sopravvivenza e il successo delle realtà agricole, Michele Monica ha fatto qualcosa di raro: ha unito. Ha creato una sinergia concreta tra produttori, ristoratori, artigiani e agricoltori della Val di Chiana, dando vita a una vera e propria alleanza del territorio che va dal vino al grano, dalla pasta all’olio, fino alla carne Chianina e ai formaggi locali.

Questo spirito si è tradotto in “San Gregorio and Friends”, evento tenutosi il 6 e 7 giugno scorso: due giornate di festa, degustazioni, showcooking e incontri tra eccellenze. Chef locali hanno proposto piatti autentici, espressione sincera della cucina di Chiusi e della Val di Chiana, accompagnati dai vini dell’azienda e dei produttori amici.

In contemporanea, si è svolto il curioso e appassionante Blind Blogger Tasting, ideato da Fabio Gobbi e Francesco Bonomi: una sfida enologica tra wine blogger provenienti da tutta Italia, chiamati a riconoscere alla cieca i vini portati dagli stessi partecipanti. Un gioco serio, ma anche una celebrazione del sapere e della passione per il vino, culminato con la proclamazione del miglior degustatore.

La riuscita dell’intero progetto è stata tale da attirare l’attenzione delle istituzioni locali: il Sindaco di Chiusi e il Presidente della Provincia di Siena hanno riconosciuto ufficialmente l’impatto positivo del lavoro di San Gregorio sul tessuto economico e culturale del territorio.

San Gregorio oggi non è solo un’azienda agricola: è un modello di valorizzazione sostenibile e comunitaria, un laboratorio a cielo aperto dove vino, agricoltura, ospitalità e territorio si fondono in un racconto coerente e visionario. E tutto questo, in fondo, è anche merito di un uomo: Michele Monica, che ha saputo coniugare la sapienza della tradizione con il coraggio dell’innovazione. Chi arriva a San Gregorio non trova solo un calice di vino, ma un pezzo autentico di Toscana da ascoltare, assaporare e vivere.

Calabria: Rosato in Bolle 2023 – l’idea vincente di Rita Bilotti dell’azienda Serragiumenta

Durante la Notte Rosa del Vino 2025 a Trebisacce ho avuto l’occasione di conoscere Rita Bilotti, anima carismatica dell’azienda agricola Serragiumenta e donna di rara energia, capace di raccontare con passione il legame profondo tra vino, terra e memoria.

La manifestazione ha previsto la visita alla sua azienda ed è stata in questa occasione che ho potuto scoprire una delle bollicine davvero interessante e decisamente piacevole, Calabria IGT Rosé – Rosato in Bolle 2023, una spumeggiante dichiarazione d’amore per il vitigno autoctono Magliocco, interpretato con eleganza e grazia.

100% Magliocco, coltivato a 80 metri di altitudine sulle colline argillose e ventilate di Altomonte, questo vino nasce da uve allevate a cordone speronato, con una resa contenuta di circa 60 quintali per ettaro. La vendemmia avviene a fine settembre, seguono la vinificazione in autoclave con metodo Martinotti-Charmat e una maturazione in bottiglia di due mesi prima della commercializzazione.

Il risultato è una bollicina dal profumo delicato di rosa, che al palato rivela finezza e una dolcezza fruttata mai stucchevole, accompagnata da una morbidezza che ne fa un compagno ideale per una serata estiva. Ogni sorso restituisce il respiro di una terra che sa essere intensa e gentile allo stesso tempo, e che Rita Bilotti racconta con lo sguardo di chi ha saputo fare della bellezza una vocazione e dell’agricoltura una forma di cultura viva.

Serragiumenta, infatti, non è soltanto un’azienda vinicola: è un universo che unisce ospitalità di charme, agricoltura sostenibile e memoria storica. Il cuore di tutto è il Castello di Serragiumenta, costruito nel XVI secolo dal conte Pietro Antonio Sanseverino su un’antica proprietà della famiglia Sangineto, e oggi restaurato con rispetto e amore, mantenendo intatti gli interni e la struttura originaria.

Il castello domina una tenuta di 55 ettari coltivati a ulivi, vigneti e frutteti, dove si produce un olio extravergine di oliva biologico pluripremiato ottenuto da cultivar locali come la Tondina, la Nocellara messinese e il Leccino, e si allevano ovini e il pregiato suino nero calabrese, da cui nascono salumi e formaggi di altissima qualità. Le conserve, anche a base di fichi d’india raccolti lungo il viale di accesso al castello, raccontano una filiera autentica, dove tutto parla di territorio e artigianalità.

Dal 2004 l’azienda ha intrapreso anche la strada del vino, coltivando varietà autoctone e sviluppando una linea enologica propria, vinificata in loco con tecniche moderne ma nel rispetto dei tempi e dei gesti antichi. La collaborazione con un enologo dell’Etna, condivisa nel segno dell’amore per la terra, ha portato a vini che non rincorrono la moda, ma affermano un’identità precisa, riconoscibile e in continua evoluzione.

Rita Bilotti guarda al futuro con lo stesso entusiasmo con cui ti porge un calice: è già in progetto una nuova cantina che porterà la produzione a superare le centomila bottiglie nei prossimi tre anni, segno di un’ambizione che non perde mai il contatto con le radici. Rosato in Bolle è dunque molto più di un vino: è il riflesso di una visione, di una donna che crede nel potere della terra, della cultura e dell’ospitalità, e che ha saputo trasformare una dimora storica in un luogo dove ogni dettaglio – dai profumi alla luce, dalla cura dei prodotti alla bellezza dei paesaggi – racconta con naturalezza ciò che la Calabria ha di più autentico da offrire.