GIACOMO BARTOLOMMEI NUOVO PRESIDENTE CONSORZIO VINO BRUNELLO DI MONTALCINO, IL PIÙ GIOVANE NELLA STORIA DELLA DENOMINAZIONE

NOMINATI ANCHE I TRE VICEPRESIDENTI: ANDREA CORTONESI (UCCELLIERA), FABIO RATTO (ANTINORI) E BERNARDINO SANI (ARGIANO)

(Montalcino-SI, 3 giugno 2025).  Giacomo Bartolommei (33 anni) è il nuovo presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino. Il più giovane presidente nella storia della denominazione – e tra i più giovani in Italia in questo ruolo – è stato nominato oggi all’unanimità dal nuovo consiglio di amministrazione per il prossimo triennio e succede a Fabrizio Bindocci, alla guida dell’ente negli ultimi due mandati.

Nel corso della seduta sono stati eletti anche i vicepresidenti: Andrea Cortonesi (Uccelliera, che guiderà la Commissione tecnica), Fabio Ratto (Antinori, Commissione istituzionale) e Bernardino Sani (Argiano, Commissione promozione).

“Desidero ringraziare i soci per la significativa fiducia riposta in me e nei consiglieri appena eletti. La grande percentuale di soci presenti alle ultime elezioni sono un messaggio forte di appartenenza al Consorzio – ha dichiarato Giacomo Bartolommei, da oggi alla guida del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino -. L’auspicio, pertanto, è che tutti i soci riscoprano nel Consorzio un ambiente propizio alla coesione e al lavoro comune per il bene e lo sviluppo del territorio. Il contesto economico attuale richiede un’azione energica in termini di promozione e comunicazione – ha concluso Bartolommei -. La nostra priorità sarà duplice: valorizzare il prestigio dei nostri vini e, potenziarne la percezione sul mercato. Parallelamente con  inalterata determinazione continueremo a tutelare il nostro marchio e le nostre denominazioni.”

“Lascio in eredità al nuovo presidente un Consorzio economicamente solido che, nel 2024, ha registrato un fatturato prossimo ai 4,5 milioni di euro, in aumento del 4,3% rispetto all’anno precedente, e un utile di quasi 627 mila euro destinato a riserva – ha commentato Fabrizio Bindocci, presidente uscente-. Sono certo che la nuova governance saprà affrontare con determinazione e visione le sfide all’orizzonte, continuando a investire sulla promozione e sul posizionamento dell’intera piramide qualitativa espressa dai vini di Montalcino, a partire dal suo Brunello divenuto sempre più brand territoriale conosciuto in tutto il mondo”.

Classe 1991, Giacomo Bartolommei è oggi enologo e responsabile export di Caprili, l’azienda di famiglia nata nel 1965 a sud-ovest del territorio del comune di Montalcino. Dopo gli studi in Enologia e viticoltura all’istituto Tecnico Agrario Ricasoli a Siena, entra ufficialmente in Caprili nel 2016, anno della sua prima vendemmia. Nel 2018 consegue la laurea in Economia e commercio all’università senese. È stato vicepresidente del Consorzio nell’ultimo triennio.

Il Consiglio di amministrazione del Consorzio del vino Brunello di Montalcino registra l’ingresso nel board di Violante Gardini Cinelli Colombini (Casato Prime Donne) a seguito delle dimissioni per motivi personali di Andrea Costanti intervenute successivamente alle elezioni del 14 maggio scorso.

Il Consorzio del vino Brunello di Montalcino riunisce oggi 214 soci, per una tutela che si estende su un vigneto di oltre 4.300 ettari nel comprensorio del comune di Montalcino (2.100 gli ettari a Brunello, contingentati dal 1997), in favore di quattro Dop del territorio (Brunello di Montalcino, Rosso di Montalcino, Moscadello e Sant’Antimo).

In allegato: foto Giacomo Bartolommei, presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino.

Ufficio stampa Consorzio del Brunello di Montalcino – Ispropress:

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Un giorno tra gli antichi documenti dell’Archivio Storico del Banco di Napoli, Patrimonio Unesco

Ben 100 chilometri di documenti, 4 piani ed oltre 200 stanze di Palazzo Ricca a Napoli occupate dagli antichi scritti del Fondo Apodissario degli otto Banchi Pubblici presenti nel capoluogo partenopeo, facente parte del più articolato Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli.

Stiamo parlando di un Patrimonio Unesco di rara bellezza, memoria storica delle principali attività economiche dal 1500 fino alla metà del secolo scorso. Agli inizi dell’opera manuale certosina, Napoli era considerata la seconda città più popolosa dopo Parigi e la capitale del Mediterraneo, grazie all’espandersi del sistema portuale. Con la guida Dalila Lahoz ha inizio da qui un lungo viaggio tra cultura e affari, che dura da quasi cinque secoli.

La Napoli del 1500 e la nascita dei Banchi Pubblici

I suoi abitanti attendevano un radicale intervento utile a favorire e implementare gli scambi commerciali; un metodo alternativo all’usura, considerata senza alcuna deroga un peccato mortale da parte della Chiesa Cattolica e, pertanto, screditata e osteggiata. Dall’arpagone singolo, al classico e regolare rapporto bancario, tutto ciò che richiedeva il pagamento di interessi a fronte di un prestito veniva bollato dall’opinione pubblica e condannato dalla Legge.

Il teologo predicatore Bernardino da Siena aveva aperto, in precedenza, un piccolo spiraglio nella visione dogmatica dell’impresa e della proprietà privata, ammettendo la legittima ambizione al guadagno del lavoratore onesto e timoroso di Dio. A buona azione deve corrispondere un vantaggio sia personale che per l’intera collettività: ecco la decisione coraggiosa dell’istituzione del primo Banco Pubblico nel 1539: il Banco di Pietà a San Biagio dei Librai.

Ad esso si aggiunsero, fino al 1640, altri 7 banchi posti nel perimetro del centro storico. A palazzo Ricca, attuale sede dell’Archivio Storico, sorgerà il Banco dei Poveri; ognuna di queste strutture gode delle medesime procedure amministrative e associative, compresa la scelta di un’Opera Pia (o Ente ecclesiastico affine) di carità per garantire una facciata sana a protezione da qualsiasi stigma religioso.

Studiando e leggendo le decine di migliaia di reperti, si risale al momento di passaggio dall’utilizzo della moneta contante alla nascita delle fedi di credito, antesignane dei moderni titoli all’ordine e delle madrefedi, sorta di primordiale conto corrente.

Ma cos’è una “fede di credito”?

All’epoca non era semplice certificare le reali sostanze patrimoniali negli accordi e nei contratti. La fede di credito era una testimonianza scritta, da parte di chi la rilasciava e controllata da notai, del rapporto esistente tra banco e cliente correntista. Divenne rapidamente una sorta di valore di scambio, utilizzabile previa girata e intestazione al posto del conio in vigore. In ogni causale veniva indicata la motivazione del pagamento, al fine del prelievo dei soldi da parte di chi fosse in possesso della notula.

Era prevista la possibilità di girare intestando all’infinito le fedi di credito, al punto tale che molte di esse non rientreranno mai nelle filiali d’emissione, consentendo un utilizzo effettivo dei depositi da parte dei governatori spagnoli per le spese più disparate comprese quelle per armi, abbellimento dei quartieri e sanità.

Immancabile la contraffazione dei documenti: gli impiegati dei banchi furono costretti ad applicare un bollo a freddo per registrare le fedi di credito. Quelle non più utilizzabili venivano impilate in apposite “filze” appese al soffitto, per esigenze di spazio e per essere salvate dalla fame dei roditori.

La pregiata carta d’Amalfi di cui erano composte ne ha consentito la perfetta conservazione fino ad oggi, divenendo lo specchio raffigurante di un passato, lungo trecento anni, di evoluzione della comunità non solo napoletana, ma mediterranea e delle crisi socio-politiche precedenti la fine del Regno delle Due Sicilie e l’unità d’Italia.

I registri: pandetta, libro dei conti e giornale copia polizze

Le vite di 17 milioni di persone in 4 secoli vennero registrate ad eterna memoria nei registri bancari, composti dalla pandetta dove veniva indicato nome e cognome e numero di conto. Si iniziava così per usanza spagnola, dando precedenza alle lettera A – F – G iniziali dei nomi più diffusi a Napoli all’epoca.

Si procedeva quindi con il libro dei conti dare/avere che includeva le spese e le entrate, elencate con dovizia minuziosa da ogni funzionario riconoscibile per sigla. Infine, per avere contezza delle effettive causali, si passava all’analisi e relativa compilazione del giornale copia polizze, elemento fondamentale per risalire alla storia finanziaria di ciascun cliente.

La peste e l’emergenza sanitaria

A metà del XVII secolo imperversò l’epidemia di peste bubbonica, che colpì la metà della popolazione partenopea. Napoli venne blindata, non si poteva entrare né uscire, ma i Banchi restarono comunque aperti per le spese del personale sanitario, dei farmaci, lazzaretti e persino dei becchini. Il medico siciliano Carlo Amorexano venne richiesto d’urgenza dal collega amico Agostino Baratto per salvare la vita del figlio, pagandolo in cambio con una fede di credito, a testimonianza dell’uso di tale strumento anche nel periodo più buio dell’Umanità.

La storia del Cristo Velato commissionato dal principe Raimondo di Sangro

Allo scultore Giuseppe Sammartino venne commissionato uno dei capolavori marmorei di indiscussa bellezza, all’interno della cappella Sansevero del principe Raimondo di Sangro. Nella causale, compilata dal servo Gennaro Tibet, venne indicato dal nobiluomo ogni minimo particolare di come dovesse essere realizzata la statua del Cristo Velato e il pagamento promesso di ben 500 ducati, quasi 120 mila euro attuali.

La nascita del Regno d’Italia

Nel 1819 gli 8 Banchi esistenti nel capoluogo vennero unificati dai Borbone nel Banco delle Due Sicilie; nel 1861, all’arrivo dei Savoia, il nome muterà in Banco di Napoli. La storia post-unificazione racconta dell’ingente attività di invio somme di denaro per il mondo, seguendo i flussi migratori.

Ogni cliente poteva spedire un conforto economico da e per il luogo dove i parenti erano emigrati per lavoro. Tante le storie di sofferenza documentate, quando i soldi non potevano essere consegnati per irreperibilità o morte del beneficiario o, semplicemente, perché rientrato in Patria.

Il compositore Rossini e la fine dei rapporti con l’impresario Domenico Barbaja

Anche il gossip dietro le fedi di credito conservate in archivio. Il celebre compositore Gioacchino Rossini, talento scoperto e scritturato da Domenico Barbaja per il Real Teatro di San Carlo di Napoli, dovette restituire parte dei compensi percepiti a seguito della rottura dei rapporti tra i due.

Motivo del contendere fu una donna, la cantante d’opera Isabella Colbrand compagna di Barbaja, che fuggì per amore con Rossini divenendo in seguito sua moglie.

Michelangelo Caravaggio nell’Archivio Storico del Banco di Napoli

Anche Caravaggio figurò nei rapporti del Banco. In realtà l’archivio è la testimonianza scritta con il maggior numero di documenti attribuibili all’artista. Caravaggio dovette fuggire a Napoli dopo un duello vinto durante il quale uccise Ranuccio Tomassoni, per una disputa d’amore e debiti. Protetto dalla famiglia Colonna, trovò asilo in Campania dove alcuni mercanti gli commissionano quadri e rare opere d’arte. Uno di essi, Nicolò Radolovich, pagò 150 ducati per una tela mai rinvenuta.

Il dubbio che non sia stata mai realizzata dal pittore risiede nel fatto che egli incassò l’acconto a valere su 200 ducati totali. La forma del contratto indicava con dovizia la data di consegna e come dovesse essere dipinto il quadro, comprese le posizioni delle figure.

La digitalizzazione: una nuova era per l’Archivio Storico del Banco di Napoli

Nella prospettiva di un più ampio disegno di definizione e implementazione delle risorse digitali  dell’Archivio Storico del Banco di Napoli è stata compiuta un’operazione di recupero e integrazione dei contenuti informativi degli inventari cartacei dei diversi fondi documentali. Gli inventari trattati sono collocati in tre sezioni: la prima dedicata ai banchi pubblici di età moderna, la seconda al Banco delle Due Sicilie, la terza al Banco di Napoli.

L’intervento, praticato con l’ausilio dell’applicativo Arianna, ha previsto una attività iniziale dedicata al trattamento delle scritture apodissarie degli otto antichi banchi di età moderna (secc. XVI ultimo quarto – XIX primo quarto). Le scritture patrimoniali sono attualmente in revisione, ma un primo supporto ha riguardato la serie delle pergamene del Banco della Pietà. È inoltre in via di completamento il lavoro di inventariazione analitica dei verbali degli organi sociali del Banco di Napoli (secc. XIX seconda metà – XX seconda metà).

Negli ultimi anni sono stati varati progetti di ricerca e repertoriazione dedicati alla pratica di Arti e mestieri (secoli XVI-XIX) e al primo biennio del Decennio francese (1806-1808): le schedature hanno previsto la creazione delle relative collezioni digitali e rappresentano un’agile risorsa per studi ed indagini.

Ultimo nato è l’intervento sulle pandette del XVI secolo dedicato all’indicizzazione dei nominativi dei clienti degli antichi banchi pubblici napoletani. A questo si aggiunge comunque la possibilità per i visitatori, previa apposita richiesta da inoltrare alla Fondazione Banco di Napoli, di poter visitare tutte le aree adibite alla raccolta dei documenti storici, negli orari aperti al pubblico.

Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli

Palazzo Ricca – Via dei Tribunali 213 – 80139 Napoli
Centralino +39 081 449400
E-mail: archiviostorico@fondazionebanconapoli.it

Chiuso il mercoledì e la domenica pomeriggio

VitignoItalia 2025: il focus sui processi di internazionalizzazione del vino

A due settimane dalla chiusura della XIX edizione di Vitigno Italia, si guarda con grande ottimismo a una manifestazione che negli anni ha mantenuto costante il suo trend di crescita. Quest’anno, nelle giornate 11-13 Maggio, hanno esposto alla stazione marittima di Napoli oltre 200 cantine con 2000 etichette per un record di 12.000 visitatori, tra cui una delegazione di diciannove buyer stranieri.

Da sempre la manifestazione concentra i suoi sforzi per attivare politiche volte a sostenere l’internazionalizzazione delle cantine presenti all’evento.

“Vitigno Italia ha portato negli anni oltre 600 buyers a Napoli e nelle precedenti edizioni almeno il 30% delle cantine ha aperto un canale estero”, ci ha confermato Maurizio Teti, direttore della manifestazione.

“D’altronde Vitigno Italia”, continua Teti, “è l’unica manifestazione del Sud Italia con cui l’ICE collabori”.

Diversi mesi prima dell’evento, viene attivata, in concerto con l’Istituto per il Commercio Estero, una vera e propria campagna volta prima a selezionare i paesi e successivamente a raccogliere le adesioni di quei soggetti economici interessati ad ampliare il proprio portfolio nel nostro Paese.

Per la XIX edizione della manifestazione è stata rivolta un’attenzione particolare alla Germania, ai paesi scandinavi e all’Inghilterra. Anche gli Stati Uniti, nonostante il momento di tensione economica, rimangono un mercato imprescindibile e due erano i buyer presenti. Rappresentato anche il Giappone con due piccoli importatori. Tutte le categorie rappresentate: dai più classici importatori e distributori, fino a enoteche e negozi al dettaglio.

“Sempre di stimolo il confronto con professionisti impegnati su mercati con regole molto diverse ma accomunati dalla tipica fascinazione alimentata dalla difficoltà di comprendere le tante sfumature del vino italiano. Ancora di più se si tratta di Sud, territorio emergente che sorprende i più e che, facendo leva su Vitigno Italia a Napoli, riferimento nazionale di tutto il centro-Sud, può ben sperare in una sempre migliore penetrazione” interviene Chiara Giorleo, giornalista ed esperta di comunicazione del vino.

Novità di quest’anno, rispetto alle edizioni precedenti, le modalità con cui aziende vinicole e buyer sono entrati in contatto: non più incontri BtoB preventivamente programmati in base agli interessi di ciascuna delle parti, ma un lungo lavoro di concerto che ha permesso la conoscenza approfondita dei players coinvolti. Alcune settimane prima della manifestazione, grazie a un webinar, alcuni delegati esteri hanno potuto incontrare preventivamente le aziende vinicole coinvolte. Il webinar è stata l’occasione per presentare i singoli mercati esteri con le proprie caratteristiche, per raccogliere informazioni dettagliate sulle cantine e sui vini prodotti.

“In questo modo abbiamo favorito possibilità di incontro e dialogo tra soggetti che magari in prima battuta e sulla base di conoscenze generiche non si sarebbero presi in considerazione”, continua Maurizio Teti. Vitigno Italia è una manifestazione aperta a tutte le cantine italiane ma di fatto è una vera e propria leva per il settore vinicolo della Campania.

Durante la manifestazione abbiamo incontrato Cesarino Gobbi. Italiano di origine marchigiana, Gobbi vive in Svezia da vent’anni e da diciotto conduce una propria attività d’importazione vini. Ci spiega che Vitigno Italia è una manifestazione di grande rilievo per attività come la sua: spesso sollecitati dalla presenza di prodotti più noti all’estero, molti compratori hanno poi la possibilità di venire in contatto su questa piazza con piccole realtà vinicole altrimenti sconosciute.

Inoltre, l’organizzazione dedicata da Vitigno Italia alla delegazione dei buyer si spinge oltre la partecipazione all’evento in Stazione Marittima, durante la quale vengono anche organizzate svariate masterclass. Nell’ultimo giorno di permanenza infatti la delegazione viene accompagnata in un territorio vinicolo campano e guidato in diverse cantine, selezionate dai consorzi e dalle Camere di Commercio locali. Quest’anno si è trattato di Sannio-Irpinia, con la visita a I Capitani a Torre Le Nocelle, Petrillo Vini a Pietredifusi e La Guardiense a Guardia Sanframondi.

In questo modo dunque Vitigno Italia, rimanendo una manifestazione di respiro nazionale, riesce a catalizzare l’interesse dei buyers stranieri in maniera specifica sul territorio campano. Ci vorranno non meno di sei mesi affinché si abbiano dei riscontri concreti su questa edizione di Vitigno Italia, in un momento in cui il mondo del vino è sotto scacco da diversi fronti. Ciò non di meno non bisogna perdere di vista l’elemento principale di questo settore, ha concluso Maurizio Teti, ossia che il vino è principalmente veicolo di cultura e solo attraverso questa lettura possiamo sperare che il settore continui a prosperare a tutti i livelli.

Salerno: Michele Orsini è il Miglior Sommelier Junior 2025 per AIS Campania

L’Istituto Professionale di Stato per i Servizi dell’Enogastronomia e dell’Ospitalità Alberghiera – in sigla IPSEOA – R. Virtuoso di Salerno (SA) è stata la sede prescelta per l’edizione 2025 del Miglior Sommelier Junior di AIS Campania.

A spuntarla sui tre finalisti è Michele Orsini, proprio di Salerno con una prova che ha lasciato poco spazio a dubbi. Michele si è distinto in una selezione scritta in mattinata, con un compito che prevedeva risposte vero-falso e a scelta multipla oltreché la degustazione di due campioni di vino alla cieca, ovvero senza conoscerne l’etichetta di riferimento.

Tra i 45 partecipanti iscritti, provenienti da ben 15 Istituti Alberghieri della Campania, un vero record, solo 3 hanno avuto accesso alla fase finale con esibizione pubblica sul palco, tra stappatura di un Metodo Classico, degustazione emozionale e domande tratte da slide di riferimento proiettate sul maxi schermo.

Michele Orsini dell’IPSEOA R. Virtuoso di Salerno ha dunque prevalso su Antonio Chiariello dell’IIS Minzoni di Giugliano in Campania e su Ada La Sala dell’IPSEOA Duca di Buonvicino di Napoli, giunti rispettivamente al secondo e terzo posto. Al Campione un premio consistente nel corso completo (ben 3 livelli) per diventare ufficialmente un Sommelier AIS e uno stage di perfezionamento presso la Scuola Internazionale di Cucina Alma. Riconoscimenti anche per gli altri due candidati finalisti.

La Giuria esaminatrice era composta dal presidente Antonio Riontino responsabile Area Concorsi AIS Puglia, da Tommaso Luongo, presidente di AIS Campania, Franco De Luca, responsabile didattica AIS Campania, Vincenzo Di Donna, responsabile Gruppo Servizi AIS Campania, Stella Marotta, miglior sommelier AIS Campania 2023, Mino Perrotta, responsabile Gruppo Servizi Delegazione AIS Salerno.

Il Dirigente Scolastico Ornella Pellegrino dell’IPSEOA R. Virtuoso di Salerno ha commentato a caldo con estrema soddisfazione: <<un concorso interessante e sentito: i ragazzi hanno partecipato con grande entusiasmo e professionalità e sono state offerte opportunità per accrescere le proprie competenze nella nobile arte della sommelerie oltre a dare prestigio all’evento e al Virtuoso che ha ospitato il concorso. Appassionare i ragazzi è stato il leitmotiv di tutta la gara grazie ai professionisti impegnati che hanno accompagnato gli studenti con dedizione dando loro dritte per  riuscire con successo. Per l’Ipseoa Virtuoso è stato un doppio successo: il privilegio di accogliere un concorso così prestigioso e la vittoria di Michele Orsini alunno della V sala che ha gareggiato con passione e doti tecniche frutto di studio metodico. Un ringraziamento speciale ai professori Napoli e Di Donna per il continuo supporto nell’attività organizzativa>>.

Anche il Presidente di AIS Tommaso Luongo rimarca con gioia: <<la splendida giornata di oggi ha radici molto lontane. Da mesi l’intero Consiglio Direttivo, che ho la fortuna di presiedere, ha dato prova di unità e spirito di gruppo; ma un plauso enorme va agli sforzi di Vincenzo, per noi tutti “Enzo”, Di Donna per aver impegnato ogni risorsa a convincere 15 Istituti Alberghieri ad esser qui presenti con i propri ragazzi. Un record assoluto che speriamo presto di poter eguagliare e superare nella prossima edizione e che farà da volano ad una futura selezione nazionale, per decretare il Miglior Sommelier Junior AIS Italia scelto tra tutti i vincitori regionali>>.

Al Senato della Repubblica pioggia di riconoscimenti per la Campania enogastronomica

Comunicato Stampa

Il 9 maggio 2025 è stata una giornata memorabile per l’enogastronomia della Campania. A Palazzo Giustiniani, sede del Senato della Repubblica, presso la Sala Zuccari, si sono riuniti i vertici del Comitato del Premio Internazionale di Venezia, rappresentato dal presidente Sileno Candelaresi, operativo nel segmento “Goldel Lion” dedicato alle eccellenze del Made in Italy. 

Dopo la moderazione di Luz Adriana Sarcinelli vice presidente del Leone d’Oro e grazie  all’organizzazione di Concetta Bianco, vice presidente del contest premiante “Golden Lion Chef”, è stata officiata la premiazione di personalità eccellenti in vari campi delle attività umane, raggiunti dall’ambita statuetta del leone alato di Venezia, sia nella versione aurea che d’argento, unitamente ad altri riconoscimenti e premi.

Tra i primi a ricevere il Leone d’Oro Sergio Rastrelli, senatore a vita  della Repubblica, a cui sono seguiti prefetti, medici, ricercatori, artisti, registri cinematografici, cavalieri del lavoro, giornalisti, attivisti nel volontariato e per la salvaguardia della vita umana in mare.

Domenico Fortino e Lorenzo Oliva di WIP Burger & Pizza a Nocera Inferiore, hanno ricevuto la nomina a Cavalieri della Cucina Italiana nel Mondo per l’impegno profuso in ambito gastronomico e per aver apportato innovazione nel mondo della pizza e aver reso, nell’arco di un decennio, il loro locale un punto di riferimento per artigiani del gusto, produttori di eccellenze agroalimentari e intenditori. Susseguono ad esponenti illustri come Franco Pepe, Iginio Massari e Matteo Lorito, magnifico rettore dell’Università di Napoli “Federico II”.

In maniera del tutto inaspettata è stato menzionato dal presidente Candelaresi anche Gaetano Cataldo, nostro autore su 20Italie, insignito del riconoscimento al merito: è la prima volta nella storia del Gran Premio Internazionale di Venezia che ad un sommelier vengono riconosciuti i suoi meriti sul campo.

In quanto a giornalista enogastronomico, fondatore di Identità Mediterranea, associazione culturale impegnata alla valorizzazione del territorio, a Gaetano Cataldo è stata attribuito il riconoscimento al merito per il suo impegno di comunicatore, sensorialista in vari ambiti, innovatore, grazie alla creazione della prima bottiglia celebrativa di una capitale idella cultura, e per la sua ventennale carriera di sommelier indipendentista, come d’altronde riconosciutagli con la nomina a miglior sommelier dell’anno al Merano Wine Festival. Lo stesso Cataldo, oltre alla pergamena, ha ricevuto una targa di riconoscimento speciale al merito del Gran Premio Internazionale di Venezia con il patrocinio della Regione Veneto e della Città di Venezia. 

Sono stati chiamati sul palco molti altri protagonisti, quasi tutti campani: i fratelli Giugliano, alla guida del ristorante Mimì alla Ferrovia, Giuseppe Scicchitano dell’omonimo ristorante in via Foria e Ciro Scognamillo della celebre pasticceria Poppella, sono stati premiati con menzioni, riconoscimenti al merito e l’ingresso nel cavallierato della Cucina Italiana, decisamente un riconoscimento che si lega in particolar modo alla volontà del Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare di ottenere la Cucina Italiana diventi patrimonio immateriale Unesco, anche grazie al contributo del team del Leone d’Oro e di altri enti istituzionali.

Cantine Ferrari e la famiglia Lunelli: la dinastia del Trento Doc nel mondo

Il 1902 è l’anno in cui Giulio Ferrari inizia a dar vita ad un sogno: ricreare le bollicine tanto apprezzate in Francia, durante i suoi studi primordiali a Montpellier. La spumantistica italiana era praticamente inesistente, eccezion fatta per alcune produzioni artigianali – o per meglio dire casalinghe – che poco o nulla avevano a che fare con quelle celebri d’Oltralpe.

La lunga storia delle cantine Ferrari

I fatti raccontati così sembrerebbero semplici; in realtà Ferrari ha vissuto tante vite come le catene effervescenti che caratterizzano i suoi Metodo Classico. Da Calceranica (TN), antico borgo sulle rive del Lago di Caldonazzo, si sposta a Montpellier per gli studi in agraria. Quindi Geisenheim in Germania, luogo ideale per l’approfondimento formativo sulle barbatelle di vite e le varietà d’uva. Infine Épernay nel cuore del distretto della futura AOC Champagne, ancora neppure in embrione dal punto di vista legislativo ed il successivo rientro in patria, con tanta esperienza e alcuni ceppi di Chardonnay da impiantare sulle colline di Lavis (TN).

Sperimentazione, ricerca e voglia di realizzare in Trentino, su suoli dolomitici di origine glaciale, quanto avveniva da secoli tra le pianure della Francia. Vigne lavorate ad altitudini superiori a quanto prevedeva l’usanza dell’epoca e, soprattutto, la valorizzazione per primo in Italia dello Chardonnay, quando nessuno ne conosceva il potenziale per la spumantizzazione. Subito 2 medaglie d’oro conseguite all’Esposizione Internazionale nel 1906 e nel 1936, prima dell’abbandono dell’attività con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e la fuga in Svizzera.

L’antica sede di Via Belenzani a Trento e il futuro del Metodo Classico in Italia

Il nuovo colpo di scena nella vita di Giulio è stata la sorpresa di trovare intatta la sede storica di Via Belenzani, in una Trento distrutta dai bombardamenti. Celate all’interno ancora 6 bottiglie, integre dopo anni di silenzio e oscurità, che hanno acceso in lui l’idea della lunga sosta sui lieviti come mantra produttivo. Un compito proseguito con successo da Bruno Lunelli, scelto quale degno successore per il prosieguo del brand, dopo un’accurata selezione di candidati in assenza di eredi diretti.

Lunelli, noto per la gestione di un’antica enoteca in città, riceve questo dono inestimabile dietro pagamento di un corrispettivo di vendita pari a 30 milioni di lire, indebitandosi fino al collo. Una scelta di cuore e di testa, supportato dai familiari da subito uniti nel progetto. I suoi figli Franco, Gino e Mauro ripagano totalmente il sacrificio del padre portando la casa Ferrari ai vertici dell’eccellenza enologica mondiale, icona di stile e gusto del Made in Italy.

Inizia così l’era della Famiglia Lunelli, proseguita negli anni ’80 con l’altrettanto fondamentale epoca dell’enologo Ruben Larentis, che li accompagnerà fino al 2023, per oltre 37 anni, contribuendo al mito del Trento Doc nel mondo. La parte sotterranea in stile “Cave” di riposo della nuova cantina ospita l’intera produzione aziendale prima dell’immissione in commercio. Quasi 8 milioni di bottiglie ambite in ogni angolo del goblo e dai main sponsor sportivi e automobilistici. Il simbolo della vittoria e della conquista del primato assoluto per identità e storia.

Quasi 700 ettari vitati (la metà di quelli censiti per la Denominazione) suddivisi tra 700 conferitori totali ed un marchio che non teme paure per dazi e oscillazioni geopolitiche. Ciò lo si deve all’estrema differenziazione delle aree di vendita e all’importante percentuale – circa due terzi di fatturato – ricavata da ristorazione, hotel e grandi distributori in Italia, come voluto dall’impegno dei cugini Alessandro, Camilla, Marcello e Matteo, terza generazione dirigenziale.

Maso Pianizza è il vigneto storico di Chardonnay da 12 ettari piantati a pergola a metà degli anni Sessanta, attorno a un maso situato tra i 500 e i 600 metri d’altitudine, sulla collina a Est di Trento. Qui nel 1972 prende forma l’etichetta Giulio Ferrari Riserva del Fondatore, dedicata alla scomparsa del visionario personaggio dell’enologia trentina. Mauro Lunelli, all’insaputa dei fratelli Gino e Franco, decide di scegliere e conservare in un luogo nascosto della cantina alcune migliaia di bottiglie ricavate dalle migliori uve provenienti proprio da Maso Pianizza e di informare i parenti solo nel 1980 dopo 8 anni di stoccaggio.

Sembra un sogno utopico eppure diventerà rapidamente una splendida realtà, superata negli anni ’90 dal Bruno Lunelli e dal Giulio Ferrari Collezione che arrivano rispettivamente a 16 e 18 anni di sosta sur lie.

La straordinaria degustazione delle Riserve

Ferrari Perlé Nero Riserva 2017 – un Blanc de Noir, da Pinot Nero in purezza, cremoso, tropicale, con sfumature di vaniglia e zenzero. Controllo perfetto delle asperità aggressive del varietale, di grande eleganza gastronomica e da sbuffi di torrefazione sul finale.

Ferrari Riserva Lunelli 2015 – una delle 2 etichette a riportare entrambi i cognomi storici della cantina. Extra Brut come il precedente, gioca su nuance gessose, agrumi gialli, sandalo e albicocca. Cala lievemente nella persistenza di chiusura su frutta a guscio essiccata, complice una vintage molto muscolare e meno delicata.

Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 2015 – spinge rapido su bergamotto, erbe officinali e miele di millefiori. Sorso cremoso e lunghissimo, sboccato nel 2024 dimostra lunga vita ancora davanti. Preferita la fermentazione in acciaio rispetto al secondo campione.

Giulio Ferrari Riserva del Fondatore Rosé 2012 – blend per il 60% da uve Chardonnay e 40% Pinot Nero vira su tocchi lievi di pasticceria e scie floreali con allungo tra fragoline di bosco e arancia sanguinella. Color rosa antico è uno dei prodotti più recenti e contemporanei studiato dai Lunelli di casa Ferrari.

Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa: il lungo binario della storia del treno in Italia

Il Mezzogiorno d’Italia conserva bellezze naturalistiche e paesaggistiche conosciute in tutto il mondo. Lo dimostrano i numeri esponenziali del turismo che ha visto premiare le regioni del Sud tra le mete preferite di chi cerca un’oasi di pace e buon cibo.

Un territorio zavorrato negli anni bui del dopoguerra dalla piaga della criminalità e dell’arretratezza economica, oggi riscoperto e valorizzato come merita per cultura, enogastronomia e quale simbolo di calda accoglienza mediterranea: dal piccolo borgo contadino dell’entroterra ancora inesplorato a quello marinaro incastonato tra fiordi e spiagge di sabbia dorata e acque cristalline.

La storia del treno in Italia

La storia del Meridione ha radici che originano nella notte dei tempi quando popolazioni come Greci, Romani e poi le dinastie dei Saraceni, dei Normanni e degli Aragonesi, hanno trasformato per sempre il volto di ciò che era l’antica Magna Grecia.

I sovrani borbonici del Regno delle Due Sicilie erano alla ricerca di continue migliorie e novità industriali. La prima ferrovia della Penisola venne costruita nel 1839 proprio in Campania, lungo la tratta Napoli-Portici, dalla società francese Bayard & De Vergès.

La Ferrovia Napoli-Portici

Il tratto iniziale, costituito da un binario unico che venne rapidamente raddoppiato nei mesi successivi, rappresentò lo spartiacque nel periodo della cosiddetta Rivoluzione Industriale. Una sola locomotiva a vapore in funzione, denominata “Vesuvio”, di costruzione inglese dalla Longridge e Co. di Newcastle e che sviluppava una potenza – oggi risibile – di appena 65 CV.

Un successo senza precedenti con oltre 80 mila viaggiatori in poco più di un mese, che ha portato un’accellerazione consistente dei lavori in tutto il reame con un indotto in termini di occupazione e progresso incalcolabile. La prima conseguenza pratica fu proprio la trasformazione dell’industria siderurgica di Pietrarsa nel Reale Opificio Meccanico, Pirotecnico e per le Locomotive, fondato da Ferdinando II di Borbone nel 1840, il primo nucleo industriale d’Italia con ben 1500 operai in piena attività.

Il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa

Lo stabilimento produttivo rimase operativo fino agli anni ’70 del ‘900, quando l’affermarsi delle locomotive elettriche e diesel determinò il declino dei mezzi a vapore. Nel 1977 le officine furono quindi destinate a diventare museo, inaugurato nel 1989 dopo i necessari lavori di adeguamento.

Passeggiare tra i padiglioni del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa è un po’ come tornare ai ricordi dell’infanzia, quando il gioco più bello e ambito era il trenino elettrico con le rotaie allungabili e i locomotori uniti ai vagoni diversi a seconda delle epoche e delle tipologie. Il 1 maggio appena trascorso rappresenta la Festa del Lavoro e mai lavoro più bello e usurante è stato quello dei primi ferrovieri, quando il carbone era il solo combustibile a disposizione.

Un lavoro difficile e ricco di fascino, che elevava l’intera categoria (conducenti, operai, controllori e capo stazioni) al rango di lavoratori stimati e ammirati dalla popolazione.

La storica collezione treni

La collezione si compone di oltre 55 rotabili storici collocati negli antichi padiglioni dell’opificio borbonico che, un tempo,  ospitavano i reparti specializzati nelle varie lavorazioni del ciclo produttivo. Prima dell’avvento delle “Littorine”, infatti, vi erano i treni in cui si veniva avvolti dal vapore della locomotiva, quelli delle panche di legno e delle carrozze sovraffollate, la mitiche “Terrazzini” e  “Centoporte”.

La carrozza del Re

Negli anni venti del ‘900 fu commissionato alla Fiat un apposito treno per i viaggi del re e della sua famiglia che doveva essere dotato delle più moderne tecnologie disponibili. Consegnato nel 1929, il nuovo treno reale disponeva di tre carrozze, una per la regina, una per il re (perduta nel secondo conflitto mondiale) e la sala da pranzo.

L’allestimento interno fu curato dal noto architetto Giulio Casanova, che progettò i tre interni in modo davvero fastoso, come testimoniato dalla vettura preservata in questo Museo. Con la fine della monarchia, vennero apportate alcune modifiche alle decorazioni, eliminando i riferimenti alla Casa reale e al regime fascista.

Nacque così il nuovo treno presidenziale, consegnato nel 1948. Aveva in composizione la vettura salone Sz 1, già appartamento della regina, cui furono aggiunte altre tre nuove carrozze e, in seguito, il fastoso salone Sz 10, la vettura sala da pranzo del treno reale, oggi a Pietrarsa.

Fondazione FS Italiane

La Fondazione FS italiane è il custode e gestore del grande patrimonio storico delle Ferrovie italiane: costituita il 6 marzo 2013 riunisce sotto la sua tutela un parco di rotabili storici composto da 400 mezzi, i fondi archivistici e bibliotecari, i musei di Pietrarsa e Trieste Campo Marzio e le linee ferroviarie un tempo sospese, oggi recuperate ad una nuova vocazione turistica con il progetto «Binari senza Tempo».

FS Treni Turistici Italiani è l’impresa Ferroviaria del Gruppo FS che gestisce i treni storici della Fondazione FS.

Museo Nazionale Ferroviario di Petrarsa

Via Petrarsa snc – Napoli (NA)

CONTATTI:  Tel. 081 472003 | Mail: museopietrarsa@fondazionefs.it

ORARI DI APERTURA
  • MERCOLEDÌ: solo su prenotazione
  • GIOVEDÌ: dalle 9:30 alle 20:00
  • VENERDÌ: dalle 9:00 alle 17:30
  • SABATO E DOMENICA: dalle 9:30 alle 19:30

È possibile acquistare il biglietto di ingresso presso la biglietteria del Museo il giorno stesso della visita.

Ingresso con visita libera

  • 9,00 € intero
  • 6,00 € ridotto (under 18 e over 65)
  • 20,00 € tariffa speciale per due adulti e un ragazzo di età compresa tra i 6 e i 17 anni
  • 25,00 € tariffa speciale per due adulti e due ragazzi di età compresa tra i 6 e i 17 anni

Pazziella Garden & Suites di Capri: accordo raggiunto con lo chef Fabrizio Mellino, Tre Stelle Michelin con Quattro Passi di Nerano

Si apre una nuova pagina del turismo di lusso in Campania: le tre stelle Michelin del ristorante Quattro Passi di Nerano si uniscono alle cinque stelle del boutique hotel Pazziella Garden & Suites di Capri per una importante avventura: si chiama Campanella by Quattro Passi il nuovo ristorante che aprirà il 15 giugno nel giardino di Pazziella.

Il Ceo di Pazziella Francesco Naldi e lo chef Fabrizio Mellino hanno deciso di unire le loro esperienze in una partnership che porterà la filosofia di cucina autentica dei Quattro Passi – che parla di territorio, tradizione, memoria, ricerca e futuro – nel giardino mediterraneo del luxury hotel di Capri.

Entrambi giovani, impegnati con successo nelle reciproche aziende, Naldi e Mellino vengono da solida tradizione familiare nel campo rispettivamente dell’hotellerie e della ristorazione e hanno visto nel ristorante del boutique hotel Pazziella lo spazio giusto per creare Campanella by Quattro Passi.    

Il giovane tre stelle Michelin Fabrizio Mellino costruirà con Pazziella una sinergia per far vivere agli ospiti un’esperienza gastronomica a trecentosessanta gradi nell’oasi mediterranea che circonda Pazziella Garden & Suites.  

Il futuro del vino italiano è Donna: a Roma la “rivoluzione del movimento delle Sbarbatelle”

C’è un vento nuovo che soffia tra i filari delle vigne italiane, e porta con sé profumo di entusiasmo, passione e sensibilità tutta al femminile. È l’onda rosa delle Sbarbatelle, il movimento di giovani produttrici under 35 che sta rivoluzionando il panorama vitivinicolo italiano, mescolando radici profonde e visioni coraggiose. E nel 2024, questa energia contagiosa approda a Roma, nella raffinata cornice dell’A.Roma Lifestyle Hotel, grazie all’impegno di AIS Lazio.

Donne, Vino e Visione: Una Nuova Stagione per l’Italia del Vino

Se è vero che il vino nasce dalla terra ma racconta l’anima di chi lo produce, le etichette delle Sbarbatelle sono veri e propri ritratti liquidi, dipinti con grazia e determinazione da giovani donne che hanno scelto di scommettere su se stesse e sul futuro delle proprie aziende.

Il movimento, nato nel 2017 da un’idea di Paolo Poncino con il sostegno di AIS Piemonte, oggi rappresenta molto più di un gruppo di produttrici: è un simbolo di emancipazione, competenza e amore per il territorio. Le Sbarbatelle sanno coniugare tradizione e innovazione, portando avanti aziende storiche o fondandone di nuove, sempre con uno stile personale che unisce rigore tecnico e sensibilità femminile.

Intervisto la Presidentessa del Movimento Sbarbatelle, Giulia Arrighi che sottolinea i valori del movimento che si riassumono in un concetto concreto di unione e scambio tra colleghe in modo da fare rete e crescere insieme grazie allo scambio continuo di esperienze.

Il Valore della Bellezza e della Sensibilità nel Calice

C’è una qualità speciale nei vini delle Sbarbatelle. Non è solo una questione di tecnica o terroir, ma di sguardo sul mondo. La sensibilità femminile si riflette nella scelta delle uve, nella cura del dettaglio, nel rispetto per la natura e nella capacità di raccontare attraverso ogni sorso un’emozione autentica.

Il banco d’assaggio di Roma sarà una finestra su questa dimensione, dove accanto alla qualità delle etichette si percepirà la storia, il sacrificio e la visione di giovani donne che, con il proprio tocco, sanno dare bellezza e profondità al vino italiano.

Un Manifesto di Coraggio e Talento

Sbarbatelle a Roma non è solo un evento, è un messaggio potente di empowerment. In un settore ancora in parte dominato da logiche maschili, queste giovani produttrici dimostrano che il talento non ha genere. Ogni etichetta è il volto di una donna che si è rimboccata le maniche, ha preso decisioni difficili e ha saputo innovare, senza mai perdere di vista la qualità e l’identità del proprio vino.

Con aziende come Bruna Grimaldi, Castello di Uviglie, Donato D’Angelo, Tenuta Placidi, Velenosi e tante altre, la manifestazione celebra la forza creativa delle donne e la loro capacità di emozionare attraverso il vino.

Vino, Solidarietà e Speranza

Oltre alla passione per il vino, AIS Lazio dimostra un impegno concreto anche nel sociale, partecipando ogni anno con una squadra alla Race for the Cure, per sostenere la ricerca e la prevenzione contro il tumore al seno. Una presenza che ribadisce quanto il mondo del vino sappia essere vicino alle persone e ai valori più autentici.

Brindare al Futuro, con il Cuore e con il Sorriso

Sbarbatelle a Roma è molto più di un appuntamento enologico: è un brindisi collettivo al futuro del vino italiano, un invito a scoprire quanto le nuove generazioni possano innovare e sorprendere, con grazia, eleganza e tanta determinazione.

Inoltre, per la prima volta le Sbarbatelle sono state presenti con il loro stand al Vinitaly 2025 nel Padiglione 10 del Piemonte. Il successo è stato incredibile tanto che nemmeno loro se lo aspettavano. Il vino è donna, il vino è bellezza, il vino è futuro. E le Sbarbatelle sono pronte a raccontarcelo, un calice dopo l’altro.

Montepulciano: ritorno da Podere Casanova per creare un blend in stile Supertuscan

Isidoro e Susanna Rebatto sono degli autentici visionari per l’areale di Montepulciano. Di loro e del sogno chiamato Podere Casanova abbiamo già scritto in un precedente articolo firmato dall’autore Alberto Chiarenza. Tornare in questi luoghi era dunque una sorta di obbligo morale, per comprendere appieno l’aderenza del progetto alle aspettative iniziali dei titolari.

L’occasione giusta è arrivata con la lodevole iniziativa enoturistica Podere Casanova: un weekend di relax, cultura e buon vino con l’evento “Crea il tuo IGT Toscana 2022” tra le dolci colline di Montepulciano creata in collaborazione con l’ufficio stampa Maddalena Mazzeschi.

Il contesto di Montepulciano

Uno dei borghi più belli d’Italia, visitato di recente in un tour a cura del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano. Le sue stradine, le Chiese e le numerose terrazze panoramiche dominano la vista dall’alto delle colline morbide, lungo i versanti della Val di Chiana, fino al Lago Trasimeno e a Montalcino in lontananza.

Ricca di storia e fascino, con le famose tre cerchie murarie, Montepulciano è da sempre terra di mercati fiorenti, di vino e di conquista, avvenuta nel medioevo da parte della Repubblica di Siena, che qui pose il proprio feudo-crocevia di genti e di culture. Ancora oggi molte realtà vitivinicole possiedono locali di fermentazione e affinamento sotto le vie della città, a perenne ricordo di una tradizione millenaria tramandata sin dagli antichi Etruschi.

Il nostro ritorno a Podere Casanova

Se Susanna è l’anima commerciale dell’azienda, certamente il guru in campo è il marito Isidoro: vasta esperienza nel settore della geotermia per le centrali idroelettriche ed appassionato di tutto ciò che riguarda la Natura. Le vigne hanno rappresentato la prosecuzione di quanto svolto sinora, con particolare attenzione verso l’ambiente ed i trattamenti, l’abolizione del rame chimico e la preferenza per l’anolyte, prodotto di sintesi osmotica e potente antifungino.

In cantina il giovane enologo Mirko Tizzoni collabora instancabilmente per dare sintesi e voce alle varietà d’uva coltivate: dal Sangiovese, fino agli internazionali di lusso Cabernet Sauvignon, Merlot, Pertit Verdot e Syrah.

Il Sangiovese di Montepulciano a confronto con i vitigni internazionali

Proprio nell’evento ideato per gli appassionati e gli addetti ai lavori è stato possibile capire le differenze tra il nobile Sangiovese e le altre contaminazioni provenienti da varietà d’origine francese. In questa zona il principe di Toscana matura con maggior lentezza, complice terreni, esposizioni e condizioni climatiche che centellinano la formazione di una corretta e ben integrata trama polifenolica. Il blando Merlot risulta svantaggiato rispetto al Cabernet Sauvignon denso e succoso, al Syrah che guarda alla ricchezza aromatica di Cortona e ad un’insolito Petit Verdot di carattere.

L’evento “Crea il tuo IGT Toscana 2022”

Dopo le spiegazioni di rito, ha inizio, dunque, il momento clou della manifestazione promossa da Podere Casanova, quello di testare i vari campioni di vino già pronto e unirli – in termine tecnico “blendarli” – per realizzare un Supertuscan che racconti del territorio e delle sue uve. Ci si è potuti avvalere dell’assistenza dello staff aziendale, muniti di una pipetta graduata utile allo scopo.

Il nostro risultato, in attesa della sosta in bottiglia e di un successivo riassaggio nei prossimi mesi, ha visto la composizione in percentuale del 45% di Sangiovese, 25% di Cabernet Sauvignon, 15% di Syrah, 10% di Petit Verdot e 5% di Merlot. Un gioco entusiasmante che ci ha consentito, per un breve momento, di essere piccoli enologi in cerca di successo.

Le rarità tra le proposte di Podere Casanova

Non solo classicità toscana a chilometro zero, bensì fantasia, illuminazione e coraggio tra le etichette degustate in cantina e nello spaccio aziendale di Montepulciano.

A dir poco meraviglioso Euforia 2019, quasi irripetibile per le condizioni in cui ha preso forma. Chardonnay, Verdello e Grechetto, quest’ultimo che ha visto il contatto con la muffa nobile, in stile orvietano. Nuance di camomilla essiccata, albicocca, canditi di cedro e miele di millefiori. Finale lungo e salmastro, per un vino fuori da qualsiasi schema.

Succoso e gradevole il Rosso di Montepulciano 2019, in uscita molto tempo oltre quanto prevede il Disciplinare di produzione. La tipica ciliegia matura, sospinta da spezie tenere e rimandi officinali saporiti.

Verticale del Vino Nobile di Montepulciano annate dalla 2019 alla 2014 con la 2018 e 2017 in perfette condizioni, apprezzabili per motivi diversi: la prima evidenzia note terziarie da brace di camino e torrefazione, la seconda tutta la potenza ed il nerbo del frutto in un’annata considerata erroneamente troppo calda per fare vini longevi e di qualità.

In ultimo l’eleganza convincente del cru Settecento – Vino Nobile di Montepulciano 2018 – dai filari più vecchi prospicienti il bosco e allevati con tecniche alternative. Sangiovese in purezza, dimostra il timbro territoriale tra amarene sotto spirito, fiori violacei, erbe spontanee e sfumature di genziana unita a cacao in polvere e tabacco biondo. Tannini setosi e persistenza quasi infinita.

Forse meno rassicuranti le tenue bollicine e gli alquanto pomposi due IGT Toscana – Leggenda e Irripetibile – troppo ancorati ad una macchinosità di beva non più in voga come nel passato. Agilità è il nuovo motto per il presente e l’immediato futuro, non scommettendo però sul fatto che determinati spessori non tornino di moda prima o poi.

In esclusiva per 20Italie l’assaggio della tipologia Vino Nobile di Montepulciano “Pieve Sant’Ilario” 2021

La famiglia Rebatto ci ha tenuto a riservare la prova, per i lettori di 20Italie, della nuova tipologia etichettata Vino Nobile di Montepulciano “Pieve Sant’Ilario” 2021, che uscirà in commercio non prima di un paio d’anni di ulteriore riposo in vetro. Assaggio en primeur strepitoso, dal frutto scuro di bosco e con spezie delicate rimarcate da sbuffi mediterranei. Ben 24 mesi in legno tra tonneau e barrique di secondo passaggio.