Il professor Giancarlo Moschetti e la cantina 2Vite

Ricordiamo tutti Adriano Celentano ballare in un film al ritmo della musica, mentre pigia le vinacce con i piedi all’interno di un tino.

Quel gesto all’apparenza considerato “rustico” era in realtà il simbolo di un passato neppure troppo lontano, quando le campagne venivano vissute in maniera diversa, con momenti di gioia alternati a quelli di grande fatica contadina.

Anche oggi fare vino rappresenta la fase più delicata di ogni produttore, come l’attesa di un figlio in arrivo, ma quella magia, quella voglia di unirsi alla natura in perfetta armonia, è stata spesso messa da parte dai progressi tecnologici.

Il discorso non vale per Giancarlo Moschetti – cantina 2Vite – che produce solo 2 etichette per pochissime bottiglie numerate. La consulenza di un fuoriclasse come l’enologo Vincenzo Mercurio non gli ha impedito di mantenere un protocollo “biologico” nel vero significato del termine, rispettando procedure antiche e limitando al minimo l’intervento dell’uomo.

Giancarlo, professore all’università di Palermo, aveva già la passione per alcune componenti fondamentali del vino: i lieviti e la loro interazione con gli uccelli migratori, responsabili della diffusione degli stessi anche a lunghe distanze. Una ricerca approvata a livello internazionale che segna solo uno dei passi del suo nuovo progetto di vita.

Ad esso si uniscono i reimpianti del 2014 a Taurasi nelle vecchie vigne di famiglia, il metodo Me.Mo. stabilito proprio con Mercurio per aiutare la micorrizzazione, ovvero la simbiosi tra un fungo e le radici della vite e l’adesione all’Associazione Vignaioli e Territori per promuovere la biodiversità e la sostenibilità delle pratiche agronomiche.

E poi la bellezza pura e sincera di vedere il professore impegnato ancora in quelle pratiche di rimontaggio artigianale, quasi “casalingo”, mentre si immerge fino alle braccia all’interno dei fusti di castagno aperti.

La volontà di unire l’Irpinia con il Vesuvio nelle varietà rappresentative: Roviello e Aglianico per Taurasi, Caprettone e Piedirosso per l’areale di Terzigno. Due vini frutto del blend tra uve complementari, che sanno distinguersi nel calice ciascuno con la propria personalità.

Macerazione pellicolare per 3 giorni e pied de cuve per il bianco annata 2024 che dimostra il suo carattere in stile orange wine, con scie di pesca matura, cannella, erbe di campo e parti iodate sul finale. Più compatto il sorso del rosso 2022 dai tannini ancora scalpitanti tipici dell’Aglianico, circondati però da nuance da frutti di bosco, liquirizia e tabacco.

Appena 2000 bottiglie per ogni tipologia, una microproduzione che regala una ventata di freschezza ed eleganza contemporanea, nel rispetto dei ricordi dolci del passato.

Maturazioni Pizzeria celebra gli 80enni di San Giuseppe Vesuviano: una pizza in regalo nel giorno del loro compleanno

Maturazioni Pizzeria, realtà ormai conosciuta a livello nazionale per il suo successo sui social e per i milioni di visualizzazioni conquistate grazie a una comunicazione autentica e innovativa, conferma ancora una volta la propria vocazione sociale con un’iniziativa dal forte valore simbolico e umano.

La pizzeria ha infatti deciso di regalare una pizza a tutti gli ottantenni di San Giuseppe Vesuviano nel giorno del loro compleanno. Un gesto semplice ma significativo, pensato per celebrare una generazione che rappresenta la memoria storica e l’anima del territorio. Nel corso del 2026 saranno circa 200 gli ottantenni che riceveranno in dono una Margherita o una Marinara, le due pizze simbolo della tradizione partenopea.

L’iniziativa si inserisce nel percorso di responsabilità sociale che Maturazioni Pizzeria porta avanti da tempo, affiancando al successo mediatico un impegno concreto verso la comunità locale. Un modo per restituire valore al territorio che ha visto nascere l’azienda, rafforzando il legame con i cittadini e promuovendo una cultura dell’attenzione e della condivisione. Con questo progetto, Maturazioni Pizzeria dimostra come anche un brand capace di parlare a milioni di persone possa continuare a mettere al centro le relazioni, le storie e le persone, partendo da chi ha contribuito a costruire l’identità di un paese.

Fuori dal Feed – In provincia si mangia meglio, come da Élevage Wine Restaurant

Sono nata e cresciuta in provincia. Solo durante un breve ma significativo periodo a Roma posso dire di aver assaporato davvero la vita di città. Per il resto, sono sempre stata “quella che non è del centro”, non proprio Napoli-Napoli, per intenderci.

Da quando ho un fidanzato, che vive la Città ogni giorno, c’è una frase che mi ripeto spesso. E no, non riguarda i chilometri da percorrere per incontrarci… ma riguarda il cibo. Io ne sono convinta: in provincia si mangia meglio!

In provincia, almeno per ora, non comanda il turismo di massa. In provincia devi volerci andare. Devi spostarti, fare fatica, scegliere. E se scegli di muoverti, deve valerne la pena.

Ed è esattamente quello che succede quando arrivi da Élevage Wine Restaurant, a Trentola Ducenta, in provincia di Caserta: non solo ne vale la pena, ma ti fa anche capire perché qualcuno decide di restare, investire e rischiare lontano dai riflettori del centro città. Proprio come hanno fatto Anna Rancella e Mario Di Gioia, compagni nella vita e in sala, che nonostante le difficoltà hanno scelto di reinventarsi e plasmare la loro identità attraverso questo locale.

Qui chef Vincenzo Cozzolino porta avanti una cucina che spinge al massimo, senza compromessi, in collaborazione con lo chef una stella Michelin Luca Fracassi.

Il loro menù è pensato per chi ha la mente aperta, per chi ha voglia di provare, di fidarsi e di uscire dalla propria comfort zone, senza però dimenticare sapori (e ingredienti) che rendono la cucina campana così familiare.

Ho provato la degustazione da 75 euro a persona: sei portate, con wine pairing (3 calici) e 2 cocktail a 40 euro. Élevage conta oltre 200 referenze di Champagne e circa 700 etichette di vino, frutto della passione di Anna e Mario, coltivata attraverso viaggi, studio ed esperienze.

Ostrica, verza e capperi

Cozza e lattuga di mare

Trottole, granciporro e pecorino

Stoccafisso, purea di limone e cavolfiore

Pomodoro candito, bruciato e fermentato

Crema, porcini e provolone del Monaco

«Ogni piatto ha carattere, ed è questo il bello della degustazione – afferma lo chef Cozzolino – Quando mi chiedono se possono cambiare qualcosa, provo a spiegare che ogni scelta nasce da uno studio. Togliere o aggiungere un dettaglio significa riscrivere il piatto, cambiarne il senso prima ancora del sapore».

Non ho chiesto modifiche a nessun piatto, mi sono lasciata guidare per capire appieno la visione della loro cucina. E in ogni portata ho ritrovato l’amore per il territorio campano e la voglia di osare, senza mai forzare la mano per stupire o cercare consensi facili.

Ho apprezzato in modo particolare l’ostrica con verza e capperi, un piatto che gioca sull’equilibrio tra note vegetali e sapidità, così come le trottole con granciporro e pecorino, dove la dolcezza del crostaceo viene accompagnata dal formaggio senza sovrastarlo. Stessa cosa per le cozze e lo stoccafisso.

Molto interessante anche il lavoro sul pomodoro candito, bruciato e fermentato: un assaggio sorprendentemente dolce e nitido, che restituisce il pomodoro in una forma quasi essenziale.

Il dessert con crema, porcini e provolone del Monaco, invece, è da interpretare bene. Una proposta coraggiosa, che spinge sul confine tra dolce e salato e che, rispetto all’armonia dell’intero percorso, risulta più divisiva. Ma il rischio fa parte del gioco quando si decide di non abbassare l’asticella…

Perché fare una cucina di questo tipo fuori dal centro non è la strada più semplice, ma anche la più coraggiosa e soddisfacente.

Da Biskè supplì d’autore: la tradizione romana al “telefono” firmata da Giuseppe Todaro

Nella capitale, dove la cucina popolare è arte e storia, il supplì diventa protagonista assoluto sotto le mani esperte di Giuseppe Todaro, pizzaiolo chef di Biskè – ristorante, pizzeria e braceria in via Nomentana, Roma.

Elemento iconico della tradizione gastronomica romana, il supplì – crocchetta di riso fritta con cuore filante di mozzarella – non è mai solo uno street-food: è una vera esperienza sensoriale, un simbolo di convivialità amata da generazioni. Il nome stesso deriva dalla parola francese surprise (“sorpresa”), in riferimento al cuore di formaggio che filtra all’apertura, creando quel leggendario “filo del telefono” di mozzarella che ogni amante della buona cucina cerca con entusiasmo nel primo morso.

Un “telefono” di sapore unico
La ricetta del supplì di Giuseppe Todaro nasce dall’esperienza diretta con la tradizione romana e dal rispetto per la ricetta classica. Durante gli anni trascorsi lavorando nelle trattorie di Trastevere – rione simbolo della cucina romana più autentica – Todaro ha affinato l’arte di preparare il supplì “al telefono”, padroneggiando i tempi di cottura del riso, la scelta degli ingredienti e la perfetta combinazione tra croccantezza esterna e cuore morbido e filante dentro, per ottenere il famoso “filo del telefono”.

Tradizione e innovazione nella cucina di Biskè
Al ristorante Biskè, Giuseppe Todaro propone il suo supplì come piatto di punta nel menu insieme a pizze artigianali cotte nel forno a legna, carni alla brace e altri fritti realizzati quotidianamente in casa. La sua versione del supplì non è una semplice reinterpretazione: è una celebrazione del piatto nella sua forma più autentica, cucinata con materie prime selezionate e una tecnica consolidata, capace di restituire al palato l’esperienza classica di un must della cucina romana.

Un richiamo per gli amanti del gusto
Oggi il supplì di Giuseppe Todaro si distingue sul panorama gastronomico romano per la sua capacità di coniugare semplicità e qualità: dall’impasto perfettamente equilibrato, alla frittura dorata e leggera, fino alla sapiente esplosione di sapore nel momento in cui la mozzarella si stacca come un filo – evocando quella sorpresa che ha reso celebre il piatto romano sin dall’Ottocento.

Biskè non è solo un ristorante: è un luogo dove la tradizione si riscopre e si assapora con passione, e dove un piatto apparentemente semplice come il supplì diventa motivo di conversazione, emozione e piacere. Una proposta imperdibile per chi ama la cucina italiana autentica e i sapori che raccontano storie.

La scomparsa di Arnaldo Caprai e la pesante eredità per il territorio di Montefalco

Da quel lontano 1971, epoca in cui Arnaldo Caprai, re di filati e merletti pregiati, acquisì la Tenuta Val di Maggio ai piedi di Montefalco, l’areale famoso per il Sagrantino ha vissuto momenti di gloria accomunati da altrettante turbolenze.

In questo lungo lasso di tempo l’azienda omonima, intestata al founder e gestita poi dai suoi figli, in primis Marco Caprai, ha sempre puntato il faro sulla ricerca e l’innovazione per una varietà d’uva rara e altrettanto ostica da far comprendere per stili e comunicazione. Sono stati anni delicati, con visioni differenti tra i vari produttori del comprensorio, riportate anche in seno all’autorità consortile.

Se da un lato Arnaldo Caprai ha fatto da apripista – e talvolta da parafulmine – parimenti non si può affermare che sia avvenuto quel “decollo economico” tanto sperato e sofferto per il territorio. Lo si nota dal prezzo medio per ettaro di vigneto, ben al di sotto delle aspettative e del confronto con i vicini competitor toscani. A ciò si aggiunge un numero di fascette Docg altrettanto ferme e l’attenzione puntata, anche quella non senza patemi d’animo, per il Trebbiano Spoletino che avrebbe il potenziale sincero per essere già uno dei migliori bianchi d’Italia.

E invece parlare di Sagrantino per molti attori significa menzionare solo qualche dato statistico e qualche leggenda storica, pensando che le cose cambino senza sforzi e dimenticando persino che qui si produceva (e ancora adesso si produce) in prevalenza Grechetto e Sangiovese. La famiglia Caprai ha tracciato un sentiero non da tutti condiviso e persino osteggiato con la sana “rivalità” di guardare nelle tasche altrui. Ora Arnaldo viene rimpianto da molti, come spesso accade di fronte alla forza del lutto, anche se le attività non lo vedevano coinvolto da tempo in prima persona.

Marco Caprai intervistato un anno fa per 20Italie durante l’evento Paestum Wine Fest

Come ogni imprenditore che si rispetti infatti, il vero comando lo si acquisisce solo con la capacità di poter delegare e lasciare al momento giusto ciò che si è realizzato nelle mani degli eredi. A loro va il nostro affetto e la malinconia per aver perso uno dei simboli del “sogno italiano” del boom del secondo dopoguerra, quando tutto era ancora possibile, anche quello di creare fortuna con le sole forze, partendo da zero. L’eredità lasciata dalla sua scomparsa deve essere un preciso monito per guardare oltre le divisioni, i particolarismi e le abitudini al pessimismo.

Gran Caffè Gambrinus – I ritrovamenti nella Sala degli Specchi

Gran Caffè Gambrinus, completati i lavori di restauro alle sale in via Chiaia

Il locale storico torna nella sua dimensione originaria La famiglia Sergio – Rosati: “Un giorno memorabile”

Un’attenta opera di restauro e recupero minuzioso degli spazi quella che ha visto protagonista il Gran Caffè Gambrinus di Napoli ed in particolare le sale in via Chiaia che sono state unite al locale già esistente con ingresso da piazza Trieste e Trento.

Il restauro

La famiglia Sergio- Rosati ha fortemente voluto la riunificazione dell’intero locale, nel patrimonio di Città Metropolitana, annettendo le sale con affaccio in via Chiaia, oggetto di un corposo lavoro di recupero che ha portato alla luce un pavimento originario in marmo di Carrara, le ornie degli infissi, i dipinti, gli stucchi e gli affreschi il tutto con la supervisione della Soprintendenza.

La storia

Finalmente il sogno di Michele Sergio si è avverato: lui agli inizi degli anni ’70 diede inizio alla battaglia per recuperare i locali del Caffè situato nel cuore di Napoli, battaglia poi vinta. Ed ora con la Sala degli Specchi il Gambrinus si riappropria della sua storia.

Il presente

Oggi il lavoro di valorizzazione iniziato da Michele Sergio è portato avanti dai figli Arturo e Antonio Sergio e dai nipoti Massimiliano Rosati, Michele Sergio e Benedetta Sergio.  

“Per noi è un giorno davvero importante, un momento in cui ricordiamo nostro padre – affermano Arturo ed Antonio Sergio, titolari assieme al nipote Massimiliano Rosati -. Uno spazio recuperato, testimone di arte e urbanistica di un tempo, con opere d’arte da non sottovalutare, che è stato rimesso a nuovo nel pieno rispetto dei vincoli esistenti”.

L’arte

Affreschi su altorilievi della Scuola di Posillipo, stucchi e fregi nella nuova sala del Gran Caffè Gambrinus in via Chiaia, unita allo spazio del locale storico con affaccio su piazza Trieste e Trento e piazza del Plebiscito. Una sala che in realtà racchiude più ambienti, un colpo d’occhio davvero affascinante all’insegna del culto dell’accoglienza e della cultura. Sedersi ad uno dei tavolini è ripercorrere la storia di Napoli, quella autentica da leggere e approfondire guardando l’arte del locale finalmente nel suo insieme.

I decori in stile liberty e gli affreschi erano coperti dalle pannellature dei negozi che hanno occupato nel corso degli anni questi spazi. La Sala degli Specchi abbaglia chi vi entra per la prima volta, un tuffo all’indietro nel tempo per chi si fermerà ad uno dei tavolini e sui divani che arredano la sala. La Belle Epoque rivive ai giorni nostri e appassionati, turisti e cittadini potranno contare su un altro pezzo di storia napoletana riportato all’antico splendore con cura e attenzione. Uno spazio che nell’idea della proprietà sarà una naturale estensione del Gran Caffè Gambrinus, luogo di letterati, intellettuali, politici e personaggi del mono dello spettacolo.

DALLA RELAZIONE TECNICA

IL PAVIMENTO

Lo scavo, eseguito rigorosamente a mano, ha riservato una sorprendente scoperta: un pavimento originario quasi perfettamente conservato, in marmo bianco Carrara e tozzetti in marmo Emperador. La ritrovata pavimentazione è stata numerata, smontata e conservata in attesa dell’esecuzione dei lavori di manutenzione straordinaria

LE ORNIE
Nel deposito al piano inferiore sono state ritrovate le ornie originarie degli infissi su via Chiaia, cosi come soglie degli scalini dei vani di accesso e la boiserie in marmo.

I DIPINTI

I dipinti presenti nei riquadri che sovrastano le bucature di ingresso e la nicchia posta di fronte all’apertura individuata dal civico n.4 di Via Chiaia sono stati interessati da operazioni di pulitura che hanno ristabilito la leggibilità complessiva delle raffigurazioni.

Gli interventi di restauro sono stati seguiti sotto la supervisione della Soprintendente facente funzione, arch. Rosalia D’ Apice, e sono stati condotti nel rispetto dei principi fondamentali del restauro quali riconoscibilità, reversibilità, compatibilità, minimo intervento e interdisciplinarietà

Grazie al lavoro minuzioso di restauro degli antichi stucchi e di recupero dei pregevoli affreschi, il Gran Caffè Gambrinus rinasce a nuovo splendore. La totalità delle superfici decorate e intonacate è stata interessata dalla rimozione degli strati di tinteggiatura posticci, per restituire, con particolare riferimento per gli stucchi, la qualità e la tridimensionalità originali.

I MATERIALI

Tra i materiali di risulta sono stati ritrovati anche parte degli originali capitelli delle colonnine in legno facenti parte dell’apparato decorativo lateralmente agli specchi. Di questi è stato eseguito un calco e riprodotti quelli mancanti, rivestiti successivamente in foglia d’ oro. La bicromia degli stucchi mancanti è stata richiamata con un duplice trattamento superficiale. Il bianco potrà essere richiamato con finitura satinata; il dorato con finitura lucida.

Lombardia: Galleria Campari, dove l’arte incontra l’aperitivo italiano

“Campari gira, al ritmo del tuo tempo-o, Campari gira sempre insieme a te.” Chi ricorda questo jingle ha qualche annetto sulle spalle, come me del resto. Siamo nel lontano 1987 e l’estate italiana esplodeva tra spiagge affollate, radio accese e quello slogan che sembrava inseguirti ovunque. L’ho riascoltato durante la mia visita alla Galleria Campari ed è stato per me un tuffo nel passato.

Nel cuore di Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, sorge la Galleria Campari, uno spazio interattivo e multimediale che celebra il legame profondo tra il celebre bitter rosso e il mondo dell’arte, della comunicazione e del design.

Inaugurata nel 2010, in occasione del 150° anniversario del brand, la Galleria è ospitata nella storica palazzina Liberty che fu sede della prima fabbrica Campari, costruita nel 1904 da Davide Campari. Dopo oltre un secolo di attività produttiva, l’edificio è stato trasformato in un museo d’impresa su progetto degli architetti Mario Botta e Giancarlo Marzorati, diventando il cuore culturale del Campari Group.

La collezione permanente comprende oltre 4.000 opere, tra manifesti pubblicitari, bozzetti, oggetti di design e spot cinematografici firmati da artisti e registi di fama internazionale come Fortunato Depero, Bruno Munari, Ugo Nespolo, Federico Fellini e Paolo Sorrentino. Il percorso museale si articola su due piani: il primo dedicato alla storia del marchio attraverso le sue campagne artistiche e pubblicitarie; il secondo focalizzato sul prodotto, con bottiglie storiche, merchandising vintage e ambientazioni legate al mondo del bar.

Oggi Campari è un’icona. Ma per capire davvero la sua anima, dobbiamo tornare indietro, a quando Gaspare Campari nel 1860 mescolava erbe e spezie nel retrobottega del suo Caffè di Novara, cercando il gusto perfetto. Quando servì il suo nuovo liquore, dal gusto amaro e dal colore rosso acceso, i clienti lo chiamarono “il Bitter del Signor Campari”.

Nel 1862 Gaspare si trasferisce a Milano, dove apre il Caffè Campari nel Coperto dei Figini, un edificio rinascimentale con portici, poi demolito nel 1864 per fare spazio alla costruzione della più nota Galleria Vittorio Emanuele II.

Campari, inizialmente, si occupò personalmente della promozione dei suoi prodotti. Il primo annuncio pubblicitario fu un trafiletto testuale pubblicato sul Corriere della Sera il 7 gennaio 1889

Ma fu grazie al figlio Davide, che il Bitter si trasforma in un simbolo, in un marchio. Davide non era solo un imprenditore. Era un visionario.

Nel 1904 apre lo stabilimento di Sesto San Giovanni, segnando il passaggio dalla bottega artigianale alla produzione industriale. Ma la sua vera rivoluzione è nella comunicazione: Davide Campari capisce che per distinguersi serve parlare al pubblico con l’arte.

Nel 1915 inaugura il Camparino in Galleria, rivoluzionando il modo di gustare il bitter. Il locale presto divenne il simbolo dell’aperitivo e un punto di ritrovo per artisti e intellettuali. Fu il primo Caffè con un sistema idraulico che portava l’acqua frizzante direttamente dalle cantine al bancone per preparare i cocktail.  

Negli anni ’20 e ’30, stringe collaborazioni con artisti come Fortunato Depero, genio del Futurismo, che disegna manifesti audaci e anche la celebre bottiglietta conica del Campari Soda, lanciata nel 1932, porta la sua firma. Un oggetto di design puro, senza etichetta.

Davide commissiona anche opere a Leonetto Cappiello, autore del famoso Spiritello avvolto nella buccia d’arancia, e a Marcello Dudovich, maestro dei manifesti pubblicitari.

Per Davide, l’arte non è decorazione, è identità. “Campari è diverso, quindi lo comunicheremo in modo diverso”, diceva.

Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, Campari visse un periodo di grande difficoltà, ma anche di resilienza e trasformazione.

Con l’entrata dell’Italia nel conflitto, l’azienda decise di sospendere la produzione del suo celebre Bitter. Le ragioni erano legate sia alla scarsità di materie prime, sia alla volontà di non compromettere la qualità del prodotto.

La rinascita arriva l’11 maggio 1946, in un momento simbolico per Milano e per l’intero Paese: la riapertura del Teatro alla Scala, ricostruito dopo i bombardamenti. A dirigere il concerto inaugurale è Arturo Toscanini, figura emblematica della cultura italiana. Campari è presente, sponsorizzando la trasmissione radiofonica dell’evento, e riaffermando il suo legame profondo con l’arte, la musica e la rinascita culturale.

Nel 1960, arriva un’altra tappa storica: in occasione delle Olimpiadi di Roma, diventa il primo sponsor ufficiale dei Giochi Olimpici nella storia moderna. Un gesto visionario, che anticipa di decenni il concetto di brand come protagonista attivo nella narrazione sportiva e culturale.

Nel 1964, Bruno Munari, altroimportante artista dell’entourage Campari, realizza la celebre “Declinazione grafica del nome Campari”, un’opera che segna un momento cruciale nella storia della pubblicità visiva italiana. Creata per celebrare l’apertura della prima linea metropolitana di Milano (M1), questa composizione fu ideata per essere percepita in movimento, pensata appositamente per i viaggiatori in transito. Il suo design permette al messaggio di rimanere chiaro e riconoscibile anche se osservato solo in parte o per pochi istanti.

Negli anni ’60 e ’70, Franz Marangolo fu l’ultimo grande illustratore a firmare i manifesti pubblicitari di Campari prima che la fotografia prendesse il sopravvento nella comunicazione visiva del marchio. Le sue opere, eleganti e minimali, ritraevano figure femminili slanciate e uomini dal portamento sicuro, che ricordavano le star del cinema come Audrey Hepburn e Gregory Peck.

Negli anni Ottanta arriva una svolta decisiva nella comunicazione visiva, aprendo la strada a collaborazioni con grandi maestri del cinema. Il 1984 è l’anno che entra nella storia: Federico Fellini, icona del cinema mondiale, firma il suo primo spot pubblicitario per il brand.

Il cortometraggio, pensato per il pubblico italiano, è molto più di una semplice réclame. In sessanta secondi, Fellini costruisce una micronarrazione surreale ambientata su un treno: una donna annoiata e un uomo si sfidano in un gioco di sguardi mentre fuori scorrono paesaggi mutevoli. Con un telecomando, la donna cambia le immagini fino a quando l’uomo le mostra il Campo dei Miracoli di Pisa, dove campeggia una bottiglia di Campari. Un omaggio alla bellezza italiana e al potere dell’immaginazione, che trasforma la pubblicità in arte.

Con Fellini, Campari inaugura una nuova era: la pubblicità non è più solo promozione, ma narrazione cinematografica. Questo approccio si consolida negli anni successivi con altri volti noti.

Alla fine degli anni ’90 Campari firma uno dei suoi spot più audaci: Il Graffio, diretto da Tarsem Singh, regista indiano celebre per il linguaggio visivo potente e surreale. Ambientato in un elegante hotel durante una festa sofisticata, il cortometraggio racconta un gioco di sguardi tra due donne, in un crescendo di tensione e ambiguità che culmina in una rivelazione: il desiderio non conosce confini.

Considerato il primo spot italiano a sfiorare il tema dell’omosessualità femminile, Il Graffio non usa parole esplicite, ma lascia parlare le immagini. Il gesto che dà il titolo alla campagna, un graffio, diventa simbolo di rottura e identità.

Negli ultimi vent’anni, Campari ha cambiato il modo di comunicare il proprio marchio, trasformandolo in un’esperienza completa e coinvolgente. Non si limita più agli spot in TV, ma ha creato un mondo che include arte, moda, cinema e digitale.

Tra le iniziative più famose ci sono i Calendari Campari, diventati veri pezzi da collezione. Hanno avuto come protagoniste donne bellissime e di grande carisma, come Penélope Cruz, Eva Mendes, Uma Thurman, Salma Hayek e molte altre. Ogni calendario racconta una storia e un’idea creativa che mette in risalto il rosso Campari, simbolo di passione ed eleganza.

E’ del 2010, in occasione del 150 anni del marchio, l’inaugurazione della Galleria Campari.

Il 10 dicembre 2024 Campari Group ha lanciato la campagna globale “Take Time to Taste” per promuovere un consumo responsabile.

Con cocktail iconici come Aperol Spritz, Americano e Negroni, il Gruppo invita i maggiorenni a godersi i momenti di convivialità con calma, mettendo al primo posto moderazione e responsabilità. Che la Red Passion sia con voi!

TellyWine®: quando il vino italiano incontra l’Intelligenza Artificiale

Nell’immensa offerta di applicazioni dedicate al mondo del vino, c’è una nuova proposta che vuole proporre contenuti nuovi.

Nasce TellyWine®, la prima web–app capace di riconoscere, interpretare e raccontare ogni vino italiano grazie all’Intelligenza Artificiale. Un progetto ambizioso, tutto Made in Italy, che trasforma ogni bottiglia in un piccolo ambasciatore digitale della nostra cultura enologica. Dietro TellyWine® c’è una storia fatta di passione, studio e visione. L’idea è di Ivano Valmori, un imprenditore che dal 2018 lavora per rendere più accessibile e comprensibile la straordinaria varietà dei vini italiani. Attorno a lui, una squadra di esperti di vino, marketing, management, informatica e AI. Tutti uniti da un obiettivo comune: raccontare i 420.000 volti del vino italiano in un linguaggio semplice, moderno e universale.

Non volevamo un’altra app che vende o recensisce vini”, spiega Valmori, “ma uno strumento che li raccontasse, che desse voce alle etichette e ne svelasse l’anima.”

Dal Parlamento al calice

Il 27 ottobre, nella suggestiva cornice della Sala Stampa di Palazzo Montecitorio, TellyWine® è stata presentata ufficialmente al pubblico.
Un luogo simbolico, dove tradizione e innovazione si incontrano anche nelle parole dei protagonisti:
Paolo Brogioni (Assoenologi), Massimo Trapani (direttore TellyWine), Antonella Amodio (giornalista enogastronomica) e lo stesso Ivano Valmori e l’On. Mauro Malaguti.
L’incontro, curato dall’Agenzia Iconica Ufficio Stampa, ha segnato l’ingresso del vino italiano in una nuova era: quella della conoscenza digitale condivisa.

Una piattaforma, migliaia di storie

Immaginate di prendere in mano una bottiglia e, con un semplice scatto, scoprire tutto ciò che c’è dietro quell’etichetta: il vitigno, il territorio, il disciplinare, perfino le calorie o la distanza dal luogo di produzione. È esattamente quello che fa TellyWine®.

Grazie a un sistema basato su Intelligenza Artificiale, OCR (riconoscimento dei testi) e una banca dati ufficiale alimentata da enologi, agronomi e sommelier, la web–app è in grado di leggere e interpretare qualsiasi vino italiano, anche quelli di cantine non ancora aderenti al progetto.

Ogni etichetta si trasforma in una scheda viva e interattiva, con oltre 30 informazioni aggiuntive: dal livello zuccherino al calcolo alcolemico personalizzato, dalla spiegazione dei loghi al numero di bicchieri che si possono ricavare da una bottiglia.
Un vero strumento educativo, utile agli esperti ma anche a chi si avvicina per la prima volta al mondo del vino.

Il valore per le cantine

Per i produttori, TellyWine® rappresenta una nuova opportunità:

  • raccontare la propria storia con schede dettagliate;
  • collegare social, e-commerce e servizi enoturistici;
  • raggiungere mercati e consumatori in tutto il mondo.

È una vetrina digitale che non sostituisce la bottiglia, ma la arricchisce di parole e significato, trasformandola in un’esperienza.

Come dice Valmori:

“TellyWine® deve leggere, capire e interpretare l’etichetta, integrandola con tutte le informazioni che rendono la scelta, l’acquisto e la degustazione momenti di conoscenza e piacere.”

Ma il vero protagonista resta l’utente. Chiunque potrà creare la propria cantina digitale, registrare le degustazioni, assegnare punteggi privati e ricordare dove e quando ha assaggiato un vino.
Un diario personale del gusto, gratuito e sempre accessibile. TellyWine® ha come obiettivo, essere più di una piattaforma: vuole essere un ponte tra cultura e tecnologia, tra il sapere antico del vino e la curiosità contemporanea del mondo digitale.

Un progetto che parla italiano, ma pensa globale, e che, sorso dopo sorso, vuole diventare la più grande enciclopedia interattiva dei vini italiani, pronta a raccontare la nostra eccellenza al mondo intero. Sarà veramente così? Soltanto il tempo saprà dircelo. Io sono curioso e ho intenzione di utilizzarla, ma ho paura che possa essere una delle tante applicazioni che vengono scaricate e poi dimenticate.

Lazio: Antonello Colonna scommette sull’acciaio di Steel Pan

Bravi ragazzi siamo amici miei

tutti poeti noi del ’56.

Non a caso è l’anno di nascita dello chef Antonello Colonna, poeta stellato del gusto e amante dell’arte a tutto tondo.

Il suo Antonello Colonna Resort, una stella Michelin, sorto in mezzo al verde ad aprile 2012 nei dintorni di Labíco, è quasi un museo, con arte pittorica del Rinascimento, esposizione di fotografie che ritraggono noti scrittori opera di Marco Delogu, e una bellissima biblioteca di libri d’arte e di cucina, dove abbiamo avuto modo di apprezzare la Divina Commedia in tre volumi in 4°, pubblicata da U.T.E.T. a cavallo tra il 1924 e 1939 e a cura di Guido Biagi.

Lo chef neo eletto per accogliere con la sua cucina gli atleti dell’olimpiade invernale di Milano-Cortina, è anche la nuova firma delle pentole Steel Pan Master, una linea brevettata e disegnata dall’imprenditrice Carmen Dollo. 

Il cuore del progetto è il fondo antiaderente brevettato che adopera l’innovativa tecnologia “lega su lega”, priva dell’aggiunta di sostanze chimiche, progettata per garantire una sana cottura, uniforme, e dalla semplicità di pulizia, riducendo l’impatto ambientale, un tema caro agli impegni dell’Agenda 2030 voluto dai paesi dell’ONU. 

L’azienda Steel Pan nasce nel 1992 specializzandosi in pentole in acciaio inox. Un 30% della produzione riguarda l’alluminio antiaderente e il catalogo prevede una vasta gamma di linee. 

Rimandiamo al sito ufficiale per scoprirne di più: www.steelpan.it

oznorHB_soft

L’acciaio inox ad alta resistenza è un materiale riciclabile, persistente e in grado di affrontare senza degrado le alte temperature. 

Design accattivante, leggerezza di peso, insomma si vuole scommette su questo materiale antiaderente e antigraffio. 

Nella conferenza stampa d’annuncio del sodalizio, Antonello Colonna ha dichiarato che le adopera nella cucina del suo ristorante riscontrando che le pentole velocizzano sensibilmente i tempi di cottura. 

Lo sposalizio tra lo chef e Steel Pan e di conseguenza con l’acciaio, trova una sua coerenza con la percezione che il pubblico ha di una figura come quella di Antonello Colonna: la ricerca dell’eccelenza in ogni occasione, non solo con la scelta delle materie prime per le pietanze ma anche in quella degli strumenti da utilizzare, affidabili ed ecosostenibili. 

Una visione sul domani. 

Riccardo Cotarella presenta i vini della famiglia Muratori durante Merano WineFestival 2025

Tra le masterclass della XXXIV edizione del Merano WineFestival, quest’anno abbiamo partecipato a Muratori, evolvere nel segno della continuità, dedicata ai vini dell’omonima cantina che a Villa Crespia in Franciacorta ha stabilito la sua dimora. Fondata nel 2000 dalla famiglia Muratori, nome storico nel settore tessile, la cantina raggiunge quest’anno i venticinque anni di attività ma è dal 2000 che si avvale della consulenza tecnica di Riccardo Cotarella, padre enologico di molte etichette che hanno segnato la storia del vino italiano.

Alla base della collaborazione tra Cotarella e la famiglia Muratori non c’è  solo un progetto solido nato in un contesto strutturato e organizzato, ma anche una condivisione di valori e doti umane. Il vino sente e parla, ha dichiarato Cotarella, e tra i fattori fondamentali per il suo successo c’è la sintonia tra le persone che condividono il progetto. Sintonia che si è immediatamente stabilita tra l’enologo e la famiglia.

La masterclass ha presentato sei etichette rappresentative di questa collaborazione – quattro bollicine e due vini fermi – e, oltre a Cotarella, ha visto protagonisti Bruno Muratori, titolare della cantina, Alberto e Michela Muratori, rispettivamente Vicepresidente e Responsabile Marketing e comunicazione.

E’ stato lo stesso Cotarella a condurci nell’universo Muratori, paragonando l’atto della degustazione tecnica a una cerimonia liturgica in cui tutti i partecipanti seguono il rito ministrato dall’officiante senza anticiparne gestualità o formule. Ci siamo lasciati guidare in una degustazione scevra da virtuosismi, seguendo il filo conduttore che accomunava tutti i vini: la meticolosa precisione, di naso e di bocca, specchio del territorio e frutto di un lavoro di concerto tra vigna e cantina.

Quattro le etichette di Franciacorta DOCG, ognuna di esse con un proprio carattere e con un proprio target di consumo, tutte accomunate da dosaggi minimi. Cotarella ne ha descritto le caratteristiche di vinificazione che hanno determinato il risultato al palato, soffermandosi su quella più importante per un  metodo classico: il carattere determinato dalla sosta sui lieviti.

L’etichetta di apertura, Muratori Franciacorta Brut a prevalenza chardonnay, viene definito vino di immediata bevibilità. Nelle diverse fasi di pressatura delle uve, i mosti ottenuti possono avere struttura variabile: la scelta di quello più strutturato, come in questo caso, permette un raggiungimento del grado di maturazione anticipato, determinando un prodotto di ottimo carattere pur con la sosta minima sui lieviti prevista dal disciplinare, diciotto mesi.

Sentori di crosta di pane, anticipano il frutto a pasta bianca semplice mentre il sorso gioca un magnifico match tra la mineralità sapida e saziante e la freschezza, che lascia la bocca pulita. Un angolo acuto, lo definisce Cotarella, paragonandolo alla bollicina successiva che nel suo immaginario può essere invece accostato a un angolo concavo: Muratori Franciacorta Brut Saten.

La minor pressione in bottiglia, determinata da una più bassa presenza di CO2, e la sosta sui lievito per almeno ventiquattro mesi determinano un vino più espressivo e complesso all’olfatto e al palato: i sentori di panificazione sono precisi ed evoluti, il sorso è pieno, saporito e strutturato.

Di tutt’altro approccio Muratori Brut Simbiotico, caratterizzato da un utilizzo di solfiti minore a 10 g per litro che permette di non indicare in etichetta la dicitura “contiene solfiti”.

Un prodotto presente nella linea Muratori già da dodici anni,  ormai consolidato e rivolto a una fascia di mercato attenta e sempre più esigente; un prodotto che richiede utilizzo di tecnologia in maniera più impattante rispetto a uno spumante solfitato, perché altrimenti “lavorare in assenza di solfiti è come gettarsi dal terzo piano senzo paracadute”, scherza Cotarella. La sosta minima sui lieviti di diciotto mesi è il primo naturale salvagente per vini di questo tipo.

All’olfatto Simbiotico risulta più dolce a causa dell’evoluzione ossidativa determinata dall’assenza di solfiti, i sentori sono quelli di frutta matura e macerata, al palato il sapore è lungo e richiama il miele.

La passerella di bollicine si chiude con Muratori Millé Brut Millesimato 2020, il primo vino nato dalla collaborazione Cotarella-Muratori. Sboccatura 2024, ha sostato trentasei mesi sui lieviti. Maniacale è la scelta del mosto tra le cinque frazioni che si ottengono dalla pressatura: non viene utilizzata la prima, che si porta dietro la pruina presente sulla buccia, naturale inibitore di una bollicina fine e persistente, ma la seconda, la terza e la quarta frazione. Al naso viennoiserie e frutta tropicale matura, mentre al palato si esprime con grande eleganza ed equilibrio di acidità e salinità.

Durante la masterclass Cotarella ha posto più volte posto l’accento sulle produzioni minori e sulla sfida che ha sempre voluto raccogliere di vinificare vitigni in territori non storicamente vocati. Così è stato per i due Sebino IGT della famiglia Muratori, vinificati sì da uvaggi classici della Franciacorta, chardonnay e pinot nero, ma prodotti come vini fermi, entrambi affinati in barrique. Un passo diverso sia in vigna che in cantina: sono queste le nuove forme di continuità con cui la squadra Muratori-Cotarella intende rappresentare il territorio della Franciacorta e cementare la collaborazione. 

Quando degustiamo Setticlavio 2023, chardonnay in purezza, l’enologo ci accompagna idealmente a un altro chardonnay di sua ideazione, il Cervaro della Sala, facendoci cogliere da un lato l’impronta comune del vitigno, dall’altro le necessarie differenze legate al territorio più freddo. Opulento sin dal colore, Setticlavio è fine ed elegante all’olfatto, con una vena fresca che si prolunga al palato e non intacca scheletro e struttura di peso.

Cotarella si dichiara sorpreso del risultato ottenuto con Mantorosso 2022, pinot nero in purezza. La congenita delicatezza di questo vitigno richiede attenzione al limite della maniacalità in tutti i passaggi di vigna e cantina. Se lo chardonnay infatti è come un cavallo dallo zoccolo ampio, in grado di camminare anche sui suoli più impervi, il pinot nero è l’esatto contrario, e viene paragonato a una casa di vetro, bellissima da vedere ma di estrema fragilità, un’orchestra sinfonica in cui tutti gli strumenti devono suonare in perfetto accordo per generare armonia.

Mantorosso 2022 è un pinot nero che interpreta le caratteristiche di questo vitigno: profuma di pinot nero e ne esprime appieno il carattere sottile, elegante, armonico  anche al palato che risulta succoso e dolce per la naturale setosità del tannino.