A Vico Equense il Museo dell’Arte Casearia del Caseificio De Gennaro

I Monti Lattari, la dorsale che attraversa la Penisola Sorrentina affacciandosi sia sul Golfo di Napoli che sulla Costiera Amalfitana, devono il loro nome alla storica presenza di pascoli di animali da latte, capre e mucche in particolare. La tradizione casearia nel territorio ha radici antichissime, testimoni ne sono alcuni tra i formaggi più noti della Campania e qui prodotti: il Fiordilatte e il Provolone del Monaco.

Abbiamo recentemente visitato il museo dell’arte casearia, all’interno dello storico Caseificio De Gennaro, situato tra le colline di Vico Equense, in località Pacognano. Ad accoglierci Mario De Gennaro e il figlio Fernando, che ci hanno accompagnato in una visita suggestiva non solo attraverso un luogo fisico e le sue vestigia, ma anche nelle tradizioni e nella storia di un territorio ad alta vocazione casearia.

I De Gennaro sono attivi come casari già dalla metà del XIX secolo, ma è a partire dal 1969, con Fernando, rimasto orfano a soli vent’anni, che l’attività di famiglia inizia a delinearsi come una moderna impresa. Ultimo di sette fratelli rileva infatti il caseificio e l’attività del padre.

Entriamo nei locali antichi del caseificio adibiti a museo. A terra le belle cementine d’epoca a forma esagonale. È il nipote di Fernando, che porta il nome del nonno secondo una delle tradizioni più radicate del territorio, a mostrarci alcuni degli strumenti da lavoro che venivano utilizzati in passato: la centrifuga manuale per la panna o quella per ottenere il burro dal residuo liquido della cagliata.

Nello stesso locale ci sono numerosi pezzi d’antiquariato raccolti e conservati già da nonno Fernando: tra  il registratore di cassa d’epoca e la bilancia a pesi, campeggia la foto con i sette fratelli e i genitori. Tra questi volti, Mario ci indica alcuni parenti ben radicati sul territorio con le loro attività storiche, come zio Giovanni, il fondatore del ristorante Mustafà alla Marina di Seiano.

“Il soprannome che contraddistingue la nostra famiglia”, ci racconta Mario, “è Chiavcon perché mio padre andava a consegnare i formaggi così come si trovava vestito dopo aver lavorato nel caseificio,  sporco e senza cambiarsi. Da allora, quando ci si riferisce alla nostra famiglia o a qualche membro, si parla dei Chiavcon, e tutti in paese sanno che siamo noi.”

Sorride Mario di questa usanza tipica del territorio, e seppure il soprannome affibbiato a suo padre non è esattamente lusinghiero, ha portato i suoi frutti perché uno dei prodotti più noti del caseificio De Gennaro si chiama proprio O’ chiavcon: un formaggio delicato a latte crudo e pasta morbida.

Nella prima sala del museo, alcune vetrinette contengono gli oggetti che scandivano la vita del caseificio: libri dei conti, bottoni di varia grandezza, a indicare quanti litri di latte il contadino aveva conferito al casaro, e stampi in legno per il burro. Sono a forma di pesce o di mucca per creare panetti originali: ancora negli anni Ottanta il burro infatti era considerato un regalo prezioso, secondo un retaggio derivato dell’ultima guerra, quando veniva racchiuso all’interno dei formaggi per nasconderlo ai tedeschi, che di grasso avevano enorme bisogno.

Da questo vecchio espediente è nato il burrino, formaggio a pasta filata con cuore di burro, che oggi, in casa De Gennaro, si è evoluto nel Caciolimone: una fiaschetta ripiena di burro aromatizzato al limone, nato in collaborazione con lo chef Peppe Guida.

Scendiamo nella vecchia cantina di affinamento ed entriamo nel cuore dell’antico caseificio e del suo prodotto più rinomato: il Provolone del Monaco. Ad accoglierci nel piccolo antro sotterraneo troviamo appeso il primo, prodotto dal caseificio alla nascita del Consorzio e all’entrata in vigore del disciplinare che ha reso il Provolone del Monaco un prodotto a marchio DOP, esattamente venti anni fa. Viene conservato come una reliquia.

Il Provolone del Monaco ha la classica forma a pera ed è caratterizzato da otto facce. E’ un formaggio a pasta filata a doppia cottura. Deve il suo nome al fatto che in passato i casari andavano a vendere i provoloni a Napoli, indossando una veste simile al saio di un monaco per ripararsi dal freddo. Da qui l’usanza di definire quel formaggio come il Provolone del Monaco.

Tra gli elementi caratterizzanti previsti dal disciplinare, oltre la stagionatura minima di sei mesi, è l’utilizzo di almeno il 20% di latte proveniente da mucche di razza agerolese. Il restante 80% del latte deve essere di origine vaccina, da animali allevati all’interno dell’areale di produzione. Chiediamo se esistono ancora così tante stalle nei dintorni e Mario risponde categorico: la materia prima c’è ed è di provenienza locale, anche se è sempre più difficile gestire stalle su un territorio impervio come quello della Penisola Sorrentina e dei Monti Lattari.

Il Consorzio oggi raggruppa una serie di allevatori e produttori all’interno dei tredici comuni riconosciuti dal disciplinare. Ogni Provolone del Monaco proveniente dal Consorzio deve essere marchiato su ciascuna delle facce e riportare il numero identificativo del produttore.

La grotta di affinamento è fresca e umida. Al soffitto, uno dei pali a cui si appendono ad invecchiare i provoloni, legati a coppie. Il piccolo tavolo ricoperto in marmo serviva invece alla lavorazione del burro, che doveva essere fatta a temperature basse e su un materiale freddo. Lasciamo gli spazi bui di questo piccolo caveau per ritornare alla luce del giorno e al caldo estenuante che ha caratterizzato l’estate.

Un caldo che rende la dimostrazione di filatura di Mario un vero e proprio atto eroico: il panetto di formaggio, ottenuto dopo la prima cottura, viene ricoperto di acqua bollente che lo rende malleabile e lavorabile a mani nude. E’ in questa fase che può assumere qualsiasi forma, dal classico caciocavallo fino alle piccole colombe, che nella Domenica delle Palme vengono appese ai rami di ulivo dei bambini per la benedizione di rito.

Terminiamo la nostra visita con una piccola degustazione che ci permette di assaggiare i principali formaggi prodotti, a partire da quelli più freschi come ricotta, fiordilatte, moscione, chiavcon, fino agli stagionati provolone affumicato e Provolone del Monaco.

CASEIFICIO FERNANDO DE GENNARO

Via Raffaele Bosco, 956

80069 Vico Equense (NA)

Sangiovese Purosangue a Roma: il volto autentico della Toscana

Nella cornice senza tempo del ristorante Armando al Pantheon, tempio della cucina romana e luogo di incontro privilegiato per appassionati e professionisti, è andata in scena una celebrazione intensa e sincera del vitigno simbolo della Toscana: il Sangiovese.

A ideare e condurre l’evento è stato Davide Bonucci, anima di Enoclub Siena, profondo conoscitore e instancabile ambasciatore del Sangiovese in tutte le sue declinazioni territoriali. Sangiovese Purosangue è il format itinerante che porta in giro per l’Italia alcune tra le più significative interpretazioni di questo vitigno, raccontate direttamente dai produttori attraverso la formula dei banchi d’assaggio.

Otto cantine, otto storie diverse, un unico filo conduttore: la capacità del Sangiovese di essere specchio fedele dei luoghi, delle mani e delle visioni che lo generano. Tra i numerosi presenti, operatori del settore e giornalisti hanno potuto confrontarsi con vini di grande personalità, in un dialogo continuo tra tradizione e contemporaneità.

Castello di Monsanto

Storica realtà di San Donato in Poggio, Castello di Monsanto è da decenni un riferimento assoluto per l’eleganza e la longevità del Chianti Classico. Qui il Sangiovese viene interpretato con rigore, profondità e una straordinaria capacità di evoluzione nel tempo.

  • Rosso IGT 2021

Frutto nitido e fragrante, con note di ciliegia croccante e leggere spezie. Al palato è scorrevole, dinamico, di grande bevibilità.

  • Chianti Classico Annata 2023

Giovane e vibrante, esprime profumi floreali e fruttati, con una bocca tesa e sapida che invita al sorso.

  • Chianti Classico Riserva 2021

Più profondo e complesso, con sentori di frutta matura, erbe aromatiche e una trama tannica fine e ben integrata.

  • Sangiovese Grosso 2018

Vino di grande carattere, austero e profondo, con note di sottobosco, tabacco e una lunga persistenza.

  • Chianti Classico Gran Selezione San Donato in Poggio 2020

Elegante e stratificato, unisce precisione aromatica e struttura, con un finale lungo e armonico.

Conti Capponi

Una delle famiglie storiche del Chianti Classico, Conti Capponi rappresenta un legame profondo tra storia, territorio e viticoltura consapevole.

  • Chianti Classico 2023

Fresco e diretto, con profumi di viola e frutti rossi. Al palato è equilibrato e di piacevole immediatezza.

  • Chianti Classico 2020

Più maturo e complesso, offre note di ciliegia sotto spirito e spezie dolci, con una struttura solida ma elegante.

Isole e Olena

Assente il produttore ma presente lo spirito della cantina, raccontato con competenza da un sommelier FIS. Isole e Olena è sinonimo di finezza e visione moderna del Sangiovese.

  • Chianti Classico 2023

Preciso e luminoso, con profumi di frutti rossi e accenni floreali. La bocca è fresca, armonica e ben bilanciata.

  • Cepparello Toscana IGT 2022

Iconico e profondo, sprigiona note di frutta scura, spezie e grafite. Il sorso è intenso, lungo e raffinato.

Istine

Cantina giovane ma già riconosciuta per la sua lettura autentica e territoriale del Chianti Classico, Istine lavora con grande attenzione alla vigna e alla precisione espressiva.

  • Rosato Toscano IGT 2024

Delicato e fragrante, con note di fragolina e agrumi. Fresco e sapido, di grande equilibrio.

  • Chianti Classico 2023

Schietto e territoriale, con profumi di ciliegia e viola. Bocca agile, tannini ben cesellati.

  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna Casanova dell’Aia 2021

Elegante e profondo, con note di frutta rossa matura, spezie e una trama tannica setosa.

  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna Cavarchione 2021

Più potente e strutturato, ma sempre misurato, con grande persistenza e finezza.

Podere Villanova

Piccola realtà che interpreta il Sangiovese in chiave essenziale e sincera, puntando sulla bevibilità e sull’espressione diretta del frutto.

  • Toscana Rosso IGT 2022

Fresco e immediato, con profumi di frutti rossi e una bocca agile e succosa.

  • Toscana Rosso IGT 2021

Più profondo e complesso, con note di spezie leggere e una struttura più avvolgente.

Riecine

Cantina simbolo di una viticoltura artigianale e rispettosa, Riecine propone vini di grande purezza espressiva.

  • Chianti Classico 2024

Giovane e scattante, con profumi floreali e fruttati. Sorso fresco e dinamico.

  • Chianti Classico Riserva 2022

Più articolato, con note di frutta matura e spezie, sostenuto da una bella tensione.

  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna Gittori 2020

Profondo e complesso, con sentori di sottobosco, erbe aromatiche e un finale lungo e minerale.

Fattoria Selvapiana

Riferimento assoluto del Chianti Rufina, Selvapiana racconta un territorio spesso meno celebrato ma capace di grande eleganza e longevità.

  • Chianti Rufina 2024

Fresco e fragrante, con note di ciliegia e viola. Bocca snella e sapida.

  • Chianti Rufina Riserva Vigneto Bucerchiale 2022

Classico e profondo, con tannini raffinati e una lunga persistenza.

  • Vigneto ERCHI Terraelectae 2020

Intenso e strutturato, con note di frutta scura, spezie e una grande capacità evolutiva.

  • Chianti Rufina Riserva 1993

Emozionante testimonianza di longevità, con profumi terziari complessi e una sorprendente vitalità al sorso.

Tenuta di Carleone

Visione contemporanea e approccio artigianale per una delle realtà più dinamiche del Chianti Classico.

  • Chianti Classico 2025

Giovane, fresco e vibrante, con profumi di frutti rossi e una bocca tesa e scorrevole.

  • UNO Toscana Rosso IGT 2021

Profondo e complesso, con note di frutta scura, spezie e una struttura importante ma elegante.

  • Il Guercio Toscana Rosso IGT 2023

Energico e immediato, con grande bevibilità e una bella espressione del frutto. Sangiovese Purosangue si conferma così non solo una degustazione, ma un racconto corale fatto di territori, persone e vini capaci di emozionare, restituendo al Sangiovese la sua voce più autentica e multiforme.

Da Seven Restaurant Cafè a Monteleone d’Orvieto il tartufo nero è di casa

Seven Restaurant Cafè, il gusto di una famiglia nel cuore dell’Umbria

Ci sono luoghi nei quali non si arriva semplicemente: si entra. Si attraversano le porte di un borgo, si percorrono strade che sembrano custodire storie antiche e, quasi senza accorgersene, ci si ritrova immersi in un paesaggio capace di cambiare il ritmo della giornata. Monteleone d’Orvieto è uno di questi luoghi.

Piccolo borgo dell’Alto Orvietano, arroccato sulle colline umbre e affacciato verso la Valdichiana, conquista con quella bellezza discreta che non ha bisogno di esibire nulla. Pietra, vicoli, scorci sulla campagna e una sensazione di autenticità che oggi, forse più che mai, rappresenta un valore prezioso.

Ed è proprio qui che ho incontrato il Seven Restaurant Cafè, una realtà che va ben oltre il concetto di ristorante. Perché il Seven è soprattutto una storia di famiglia, di passione e di un legame profondo con la cucina e con il territorio.

A raccontarla sono i fratelli Michele e Andrea Filosi, insieme alla mamma Paola, vera anima della cucina. Ed è forse proprio qui che si trova il segreto del successo del Seven: in una famiglia che ha trasformato esperienze e passioni diverse in un progetto comune.

Andrea, da giovane promessa del calcio, avrebbe potuto immaginare per sé un futuro completamente diverso. La vita, però, lo ha portato verso la ristorazione di famiglia, una scelta che oggi sembra aver trovato nel Seven la sua naturale destinazione. Al suo fianco c’è Michele, tartufaio esperto, profondamente legato alla natura e ai boschi di questo territorio.

E poi c’è mamma Paola.

Una presenza fondamentale, quasi il cuore pulsante della cucina. Paola ha fatto la cuoca per anni nei ristoranti e porta con sé quella conoscenza concreta del mestiere che non si impara soltanto sui libri: si costruisce giorno dopo giorno, tra fornelli, ingredienti, profumi e clienti da conquistare.

È lei che ha trasmesso ai figli la passione per la cucina e che oggi, insieme a Michele e Andrea, rappresenta il vero punto di forza gastronomico del Seven. Il risultato si sente nel piatto.

La cucina del ristorante nasce infatti dalla tradizione, ma non rimane ancorata al passato. Il territorio umbro è il punto di partenza e il tartufo è certamente uno dei protagonisti assoluti. Un ingrediente prezioso, capace di trasformare una preparazione semplice in qualcosa di memorabile, ma che qui viene trattato con rispetto, senza inutili complicazioni.

E quando si parla di tartufo, Michele Filosi ha molto da raccontare. La sua esperienza di tartufaio permette agli ospiti del Seven di vivere una delle esperienze più affascinanti che si possano fare in questo angolo d’Umbria: andare nel bosco alla ricerca del prezioso fungo ipogeo. Non è una semplice passeggiata.

È un piccolo viaggio nella natura, accompagnati dai cani da tartufo e dalla conoscenza di chi quei boschi li frequenta davvero. Si cammina, si osserva, si ascolta. Poi arriva il momento in cui il cane si ferma, annusa, comincia a scavare e l’attesa si trasforma in emozione.

In quel momento il tartufo cambia completamente prospettiva.

Non è più soltanto un ingrediente da acquistare o da degustare. È qualcosa che si è imparato a cercare, rispettando i tempi della natura e seguendo una tradizione che ancora oggi vive grazie a uomini come Michele. E quando dal bosco si torna al Seven, arriva la parte forse più golosa dell’esperienza: la tavola.

Qui il tartufo incontra la cucina di mamma Paola e diventa protagonista di piatti nei quali il profumo del bosco si unisce alla memoria della cucina italiana. Pasta, carni, funghi e altre materie prime del territorio diventano il terreno ideale per valorizzare questo prezioso prodotto. Non servono effetti speciali quando dietro un piatto ci sono una materia prima di qualità, una cuoca esperta e una famiglia che conosce il valore dell’accoglienza.

Perché una cucina di questo tipo chiede al calice di partecipare alla storia. Il vino deve accompagnare il tartufo, sostenerne i profumi e la complessità senza sovrastarlo. Ogni abbinamento diventa così un ulteriore tassello di un’esperienza che parte dal territorio e torna al territorio. Grazie a Michele che ha conseguito il diploma di Sommelier, è possibile arricchire l’esperienza gustativa abbinando vini di assoluto pregio.

Seduto al Seven, osservando il lavoro di questa famiglia, ho avuto la sensazione che il successo del locale non sia legato a un singolo elemento, ma alla somma di tante storie. C’è la storia di Andrea, che ha lasciato il sogno del calcio per dedicarsi alla ristorazione. C’è quella di Michele, che ha fatto del rapporto con il bosco e con il tartufo una vera passione. E c’è soprattutto la storia di Paola, che per una vita ha cucinato nei ristoranti e che oggi vede la propria esperienza diventare patrimonio dei figli. Tre percorsi diversi che si incontrano sotto lo stesso tetto.

Forse è proprio questa la sorpresa più bella del Seven Restaurant Cafè: arrivare a Monteleone d’Orvieto pensando di trovare semplicemente un posto dove mangiare tartufo e scoprire invece una famiglia, una storia e un modo autentico di vivere la ristorazione. Qui il tartufo non è soltanto nel piatto. È nel bosco, nei racconti di Michele, nelle mani di Paola, nella scelta di Andrea di continuare una tradizione familiare.

Come il profumo del tartufo che continua a seguirti anche quando hai lasciato il tavolo, mentre percorri nuovamente i vicoli di Monteleone d’Orvieto e guardi le colline umbre allontanarsi lentamente. Con la certezza, molto semplice, di aver trovato un luogo nel quale vale davvero la pena tornare.

Grecia: Skiathos e il vino di Parissis Winery

Durante i miei dieci giorni trascorsi tra Skiathos e Skopelos, il mare è stato il filo conduttore di ogni giornata: un orizzonte che cambia colore, baie raggiungibili solo in barca, pinete che sembrano tuffarsi nell’Egeo e piccoli porti dove il tempo conserva ancora un ritmo diverso. Ma, da appassionato e cronista del vino, non potevo fare a meno di chiedermi se dietro l’immagine più conosciuta di queste isole, quella fatta di spiagge e vacanze, esistesse anche un’altra storia.

Una storia di terra, di vigne e di vino. A Skiathos questa storia porta il nome di Parissis Winery.

La visita alla cantina rappresenta, per chi ama il vino, un modo diverso di leggere l’isola. Qui il mare non è soltanto un elemento del paesaggio: entra nella narrazione, influenza il clima, accompagna la vita quotidiana e diventa parte dell’identità dei vini. Qui ho ricevuto una fantastica accoglienza

Parissi è una giovane e piccola realtà greca, l’unica delle isole Sporadi e i suoi vigneti si estendono su 45 “strémma” che è l’unità di misura utilizzata in Grecia ed equivale a 1000 m2 ovvero un decimo di ettaro.

La famiglia Parissis ha scelto di costruire un progetto profondamente legato a Skiathos, lavorando con vitigni greci e cercando un’espressione autentica del territorio. Una scelta che, nel calice, assume un significato ancora più evidente.

Assyrtiko, Roditis, Malagousia, Xinomavro e Limnio diventano gli strumenti attraverso cui raccontare una viticoltura insulare che non vuole rincorrere modelli esterni, ma trovare una propria voce.

E proprio assaggiando i vini uno dopo l’altro ho iniziato a riconoscere un tratto comune. Non un semplice dettaglio stilistico, ma una vera firma territoriale: la freschezza e la presenza costante della macchia mediterranea. Un filo conduttore che unisce il primo calice all’ultimo.

Talassa Steria, il mare e la terra

Si parte con Talassa Steria, PGI Magnesia, ottenuto da Roditis in purezza. Già il nome richiama il rapporto tra mare e terra, due elementi che a Skiathos sembrano impossibili da separare. Al naso il vino si presenta intenso, con sensazioni floreali e fruttate che si muovono dalla ginestra verso la frutta tropicale, per chiudere su eleganti richiami di erbe aromatiche.

Al sorso è complesso, fresco e sapido. Tornano le sensazioni di frutta gialla matura, accompagnate dalla macchia mediterranea e da una buona impronta minerale. Il finale è lungo e persistente. È un vino che, mentre lo assaggi, sembra riportarti all’isola. Al sole, alla vegetazione, all’aria salmastra.

Antithessi, l’incontro tra due anime

Con Antithessi, da Malagousia per il 90% e Assyrtiko per il 10%, il profilo cambia. Il naso si apre su una bella maturità del frutto, con pesca e albicocca in primo piano. In bocca l’ingresso è fresco e minerale, confermando le sensazioni olfattive e aggiungendo sfumature di frutta secca, erbe aromatiche e macchia mediterranea.

La Malagousia porta generosità aromatica, mentre l’Assyrtiko contribuisce a mantenere il sorso dinamico. Il risultato è un vino che riesce a essere mediterraneo senza perdere slancio.

Epi Topou, la verticalità della pietra

Con Epi Topou, PGI Magnesia, da Assyrtiko 90% e Roditis 10%, la degustazione prende una direzione più verticale. Al naso emergono subito le sensazioni minerali e di pietra focaia, accompagnate dalla scorza di agrumi e dalle erbe officinali. In bocca il vino entra deciso, fresco e minerale, con note di agrumi e frutta bianca.

La chiusura, con il suo elegante richiamo alla mandorla, completa un sorso preciso e dinamico. È forse il vino che più mette in evidenza la tensione e la freschezza come elementi centrali della filosofia della cantina.

Moscato 2025, la sorpresa della lama

Una delle piacevoli sorprese della degustazione è stato il Moscato 2025 Dry White Wine, un Moscato secco al 12,5%. I profumi richiamano immediatamente la varietà, ma è soprattutto al sorso che il vino sorprende. Mi aspettavo forse maggiore morbidezza, invece entra teso come una lama, fresco, agrumato, con richiami alle erbe aromatiche.

Fine ed elegante, dimostra quanto un vitigno spesso associato a espressioni più morbide e aromatiche possa invece regalare tensione e precisione. Un vino capace di spiazzare piacevolmente.

Parissis Rosé, il colore dell’estate

Il Parissis Rosé, PGI Magnesia, nasce da Xinomavro per il 70% e Limnio per il 30%.

Il colore è un delicato rosa cipria, quasi buccia di cipolla tenue, di grande eleganza visiva. Al naso è intenso e persistente, con note di macchia mediterranea ed erbe aromatiche.

Al sorso mostra maggiore complessità, con fragolina di bosco e pera matura. Fresco e leggermente sapido, propone anche richiami minerali e accompagna il tutto con un’eleganza che lo rende particolarmente piacevole.

Il finale è persistente e invita a un nuovo sorso. In un’isola come Skiathos, dove il rosato sembra naturalmente dialogare con il mare e con la tavola estiva, questo vino trova la sua dimensione ideale.

Vapori, il vino che naviga

Il nome Vapori significa in greco nave cargo, un richiamo al mondo della navigazione riportato anche in etichetta. Per noi italiani il pensiero corre spontaneamente al vaporetto, a quelle imbarcazioni che collegano luoghi e persone. E forse non è casuale che questo vino diventi, idealmente, un ponte tra la terra e il mare.

Prodotto da Xinomavro 70% e Limnio 30%, con una macerazione di 18 giorni sulle bucce, si presenta di un brillante colore rubino. Al sorso è fresco e leggermente tannico. Emergono sensazioni polverose e gessose, accompagnate da leggere note fruttate e da richiami che ricordano la foglia di olivo. In chiusura il tannino diventa più evidente, pur mantenendosi sempre delicato.

Un rosso dalla personalità agile, che privilegia la freschezza e la bevibilità senza rinunciare alla struttura.

Liasti Malagousia, la sorpresa finale

La degustazione si conclude con Liasti Malagousia, un vino che considero una delle più piacevoli sorprese dell’assaggio. Al naso regala sensazioni asciutte di erbe officinali, zenzero e una delicata speziatura dolce che ricorda la vaniglia.

Al sorso entra fresco e morbido, con note di litchi, scorza di agrume candita e ancora vaniglia. Il risultato è equilibrato, piacevole e dinamico. È uno di quei vini che, senza cercare effetti speciali, riescono a conquistare progressivamente. Un bel sorso, capace di invitare naturalmente alla beva.

Riassaggiando tutti i vini, dal primo all’ultimo, ho cercato di trovare una chiave di lettura comune. La risposta è arrivata quasi spontaneamente: la freschezza e la macchia mediterranea. Due elementi che ritornano con continuità nei profumi e nei sapori, pur esprimendosi in modo diverso a seconda del vitigno e dello stile. La freschezza dona dinamismo ai vini e li rende particolarmente piacevoli a tavola; la macchia mediterranea, invece, sembra rappresentare una vera impronta paesaggistica.

Forse è proprio questo il ricordo che porterò con me da Skiathos: non soltanto le spiagge, le barche che attraversano l’Egeo o i tramonti osservati dal mare. Ma anche il momento in cui, davanti a un calice, ho scoperto un’altra dimensione delle Sporadi.

Quella meno conosciuta, più silenziosa e profondamente legata alla terra. Perché un’isola può raccontarsi in molti modi. Attraverso il mare, naturalmente. Attraverso la sua cucina, la sua storia e le persone che la abitano. E, qualche volta, anche attraverso un bicchiere di buon vino.

A Skiathos, per me, quel racconto ha avuto il profumo delle erbe aromatiche, il sapore della mineralità e la freschezza del vento che arriva dall’Egeo.

La versatilità della pasta di Gragnano

Della pasta di Gragnano e della sua storia abbiamo parlato nel precedente articolo. La varietà dei formati in cui essa è prodotta e la versatilità delle preparazioni, le testiamo oggi all’Osteria Sorrentino, gastronomia, salumeria, bistrot aperta dallo chef Luigi Sorrentino nel 2021 insieme alla moglie Rosa De Martino, nel centro della cittadina dei Monti Lattari.

Ci accompagnano in un percorso di degustazione Luigi e Maria Elena Assante, titolare del pastificio Gerardo Di Nola. Figlia di Giovanni, che nel 1978 rilevò l’attività dello storico pastificio dalla precedente proprietà, Maria Elena ci racconta l’impegno di suo padre per restituire il giusto lustro alla pasta di Gragnano nel mondo. Trafile in bronzo, filiera corta, rilancio degli antichi formati della tradizione napoletana, entrati poi nelle cucine dei grandi stellati d’Italia: Giovanni col suo lavoro ha riscattato la pasta dal processo di omologazione che stava subendo in quegli anni.

Formati come l’ammescafrancesca sono sicuramente uno dei suoi più felici recuperi: un mix di pasta di scarto, alla base delle grandi zuppe napoletane. La pasta dei poveri fu studiata con attenzione da Giovanni per calibrare al meglio le cotture di tutti i differenti formati che la compongono e non perdere le caratteristiche più importanti della pasta di Gragnano: tenuta in cottura e masticabilità.

Il menù proposto dallo chef Luigi Sorrentino si propone di presentare la varietà di formati e l’adattabilità grazie a una serie di giochi di pasta. A cominciare dalla classica insalata caprese: il bocconcino di mozzarella è servito col pomodoro, ma a guarnire il piatto ci sono piccoli anellini di pasta stracotti, essiccati, cotti in forno, per conferire la croccantezza del crostino, infine conditi con salsa di pomodoro e pesto fatto a mano.

Diverse consistenze di pasta caratterizzano invece la ciocia della badessa, un conchiglione ripieno di provola e melanzane gratinato al forno, il rigatone alla Nerano, il grande classico stagionale e la frittatina di pasta, il fritto che non può mai mancare tra gli antipasti napoletani.

Il mezzo pacchero alla crema di fagioli, cozze e rucola è invece gluten free. E nessuno se ne accorge. Tenuta della cottura perfetta per una pasta a base di farina di mais bianco, mais giallo e riso. Chi l’arte della pasta ce l’ha nelle mani e nel cuore, è in grado di ottenere il risultato migliore anche quando non può sfruttare tutte le caratteristiche della semola che rendono unica la pasta di Gragnano: proteine e amido. L’aggiunta della rucola al classico condimento di fagioli e cozze conferisce una piacevole nota amaricante che esalta la freschezza del piatto.

Anche il pelusiello è una pasta di recupero. Con questo termine dialettale venivano definiti gli scarti di semola nuovamente rimpastati per essere destinati agli operai alla fine del turno di lavoro. Lo spirito di convivialità che univa i lavoratori è stato il filo conduttore che ha portato Giovanni Assante a riproporre questo formato. Il pelusiello è uno sfarinato quindi si presenta ruvido e rustico al palato. Lo degustiamo alla barzanella, una preparazione semplice che prevede la  cottura nell’acqua di pomodoro e condimento di caciocavallo stagionato.

Ad accompagnare il nostro percorso di degustazione non può che esserci un Gragnano: Penisola Sorrentina DOP Gragnano Tre Viti 2025 di Antiche Radici.

In un menù a tutta pasta, anche i dolci sono a base di pasta, tutti giocati sulla croccantezza: la mafalda crema e uvetta è un nido friabile, il tiramisù è proposto con tagliatelle fritte e una riduzione di caffè, le chioccioline invece sono servite con crema e amarena. Terminiamo così un percorso gastronomico fatto di pasta, il cibo che sfama per eccellenza, ma capace anche di riempire l’anima, nel suo modo di evocare gusto, convivialità e amore.

OSTERIA SORRENTINO

Via Quarantola, 30/32

80054 Gragnano

GERARDO DI NOLA

MACCHERONI NAPOLETANI SRL

Via Roma, 23

80054 Gragnano

“Pizza a Corte” ad Agerola, solidarietà e gusto sono le parole giuste che uniscono diverse eccellenze gastronomiche

Un’idea vincente quella proposta agli inizi dell’estate dall’executive chef Vincenzo Guarino del ristorante gourmet La Corte degli Dei di Palazzo Acampora ad Agerola. In occasione dell’apertura del garden esterno, con tanto di orto a vista.

Un ulteriore tassello per la conquista di grandi traguardi futuri, che si unisce a quello della cucina mediterranea, con quel tocco d’eleganza in chiave internazionale e della location mozzafiato, sorta in un antico palazzo già descritto al precedente articolo Metti una sera a cena a La Corte degli Dei di Palazzo Acampora. «Per noi il riconoscimento maggiore è l’apprezzamento dei clienti che scelgono la meta quale viaggio per i propri momenti di gioia e per una serata di relax lontana dalle luci, dal caldo e dal frastuono delle grandi città – dichiara Vincenzo Guarino – ma non nascondiamo il desiderio comune di ambire in alto, soprattutto per la soddisfazione dei miei assistenti in brigata e di mio figlio Angelo, esperto nella pasticceria d’autore».

La vera novità è dunque l’orto coltivato con le principali primizie per le ricette proposte in carta. Ben 6 ettari totali dislocati su diversi appezzamenti, comprendenti frutteti e oliveti secolari. «Le 10 suite sono ormai quasi ultimate e ci consentiranno l’apertura continuativa per dodici mesi l’anno, preservando le nostre maestranze di punta dalla ricerca continua di lavoro nei momenti di pausa. L’unico modo per fare davvero ristorazione e ospitalità ai massimi livelli» conclude lo chef.

E poi tante serate a tema che hanno convogliato i migliori artisti della pizza durante il format “Pizza a Corte” per sostenere il progetto beneficio di HHT Italia APS, associazione impegnata nell’assistenza alle persone affette da Telangectasia Emorragica Ereditaria. L’impegno concreto nel restituire in parte ciò che si riceve, aiutando i più fragili e bisognosi d’assistenza, soprattutto nelle rare malattie genetiche spesso nascoste all’opinione pubblica per mancanza di comunicazione.

Il 6 agosto è andato in scena il connubio tra la tecnica sopraffina del Maestro pizzaiolo Mauro Espedito, della Pizzeria Owap, di Napoli, con ben quattro degustazioni, tra le quali una delle sue signature, la Pizza Pepperoni e la Last minute, con blue di bufala, noci e mele di castagno e l’arte dei lievitati e dei dessert a cura del Maestro Pasticcere Pasquale Pesce, dell’omonima pasticceria di Avella. Impasti classici per le tonde con farine miste tipo 0 e 1 e doppia lievitazione ad alta idratazione.

«Ho dedicato questa pizza ai gusti americani, dove il salame piccante Pepperoni è richiestissimo anche dagli attori nei film come Mamma ho perso l’aereo. Per la Last Minute invece, il mio ricordo affettuoso è andato all’amicizia con un collega bergamasco in Australia, appassionato di formaggi erborinati» racconta un emozionato Espedito. Il finale è dedicato ad un dolce fuori stagione, almeno in apparenza: il panettone con impasto alla nocciola e glassa alla nocciola preparato da Pasquale Pesce che propone nella sua pasticceria storica esistente dal 1896 anche la celebre Cassata Avellana di sua invenzione.

Tutte le serate hanno visto la partecipazione del bartender Ilario Avitabile del Madamé Lounge Bar di Gennaro Buonocore ad Agerola, ai quali è affidato il cocktail pairing. Per la serata le proposte prevedevano il “Palummella”, rivisitazione del signature Paloma con Tequila Jose Cuervo, liquore Italicus con soda e pomodorino d’Agerola o lo “Strawberry Fields Forever” come il successo dei Beatles, con Gin Citadelle, Campari, shrub alle fragole e soda alla menta.

In uno spazio attiguo all’orto, sin dal primo appuntamento, troviamo uno spazio dedicato alla fotografia, con i professionisti dello Studio125 di Napoli, che realizzano scatti d’autore in bianco e nero dedicati ai pizzaioli, agli ospiti e ai clienti, omaggiati di questi splendidi ritratti.

Il prossimo appuntamento tra gusto e solidarietà sarà per giovedì 27 Agosto con Giuseppe Pignalosa (Pizzeria Le Parule) e Salvatore Capparelli (Pasticceria Salvatore Capparelli)

Vini d’Abbazia 2026: a Fossanova il vino incontra enoturismo, cultura e arte

Ogni anno Vini d’Abbazia ideato dall’amore per l’enogastronomia del giornalista Rocco Tolfa è divenuto un evento del gusto del cibo e vino sempre più atteso. Questo articolo è stato scritto idealmente a quattro mani grazie al prezioso contributo della amica sommelier Simona Marricco, che da esperta degustatrice ha provato e selezionato alcuni vini.

Oltre duemila calici degustati nella sola giornata inaugurale e un programma che intreccia vino, territorio, spiritualità e ricerca culturale. Ha preso il via nell’antica Abbazia di Fossanova la quinta edizione di Vini d’Abbazia, manifestazione promossa da Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina e Azienda Speciale Informare.

L’evento, ormai punto di riferimento nel panorama enoturistico nazionale, ha confermato fin dal primo giorno la propria vocazione: valorizzare il patrimonio vitivinicolo attraverso un dialogo continuo tra storia, cultura e innovazione, in uno dei luoghi simbolo del monachesimo italiano.

Il valore dell’autoctono e il futuro dell’enoturismo

Ad aprire il programma è stato il seminario “Il valore dell’autoctono: tra qualità e territorio”, organizzato da Arsial e dedicato ai produttori laziali. Al centro del confronto il ruolo strategico dei vitigni autoctoni come elemento distintivo dell’identità regionale e leva di sviluppo per l’enoturismo.

Tra gli interventi più attesi quello di Enrico Chiavacci, responsabile marketing di Marchesi Antinori, che ha illustrato le strategie di comunicazione che hanno contribuito a rendere il marchio uno dei principali ambasciatori del vino italiano nel mondo.

Particolarmente significativa anche la riflessione di Violante Cinelli Colombini, presidente nazionale del Movimento Turismo del Vino, che ha evidenziato come il successo delle destinazioni enologiche passi sempre più dalla capacità di costruire esperienze autentiche e coinvolgenti per visitatori e appassionati.

A completare il quadro è stato l’intervento di Roberto Cipresso che ha sintetizzato il futuro della comunicazione del vino attraverso quattro concetti chiave: scientificità, storicità, sostenibilità e sistema. Una visione che unisce memoria e innovazione, elementi sempre più centrali nella narrazione contemporanea del settore.

Il taglio del nastro e il ruolo delle istituzioni

La cerimonia inaugurale delle 18 ha visto la partecipazione delle principali autorità regionali e locali. Dopo la benedizione di Padre Andrea David e la lettura del messaggio del vescovo Mariano Crociata, il borgo di Fossanova si è animato con l’esibizione degli Sbandieratori dei Rioni di Cori.

Nel suo messaggio, Monsignor Crociata ha ricordato come le abbazie abbiano rappresentato nei secoli non solo centri spirituali, ma anche luoghi di trasmissione del sapere agricolo, artigianale e culturale, nei quali il vino ha sempre svolto una funzione fondamentale sul piano alimentare, sociale e religioso.

Un concetto ripreso anche da Massimiliano Raffa, che ha sottolineato il valore della memoria come elemento indispensabile per costruire il futuro dell’agricoltura e della viticoltura regionale.

Il vino osservato attraverso il microscopio

Tra le novità più interessanti di questa edizione spicca la mostra “ViCro – Il vino al microscopio. Forme e colori del gusto”, ospitata nel Chiostro e nel Refettorio dell’abbazia.

Il progetto, ideato dall’artista multimediale Silvia Iorio e sviluppato con il coordinamento dell’architetto Maurizio Condoluci, propone una lettura inedita dell’universo del vino attraverso immagini microscopiche artisticamente rielaborate. Tannini, polifenoli, lieviti, zuccheri e sostanze aromatiche diventano paesaggi visivi capaci di trasformare la ricerca scientifica in esperienza estetica.

L’esposizione rappresenta uno degli esempi più riusciti di contaminazione tra arte contemporanea e cultura del vino, ampliando il racconto enologico oltre la degustazione e la tecnica.

La masterclass di Roberto Cipresso

La giornata si è conclusa con una delle iniziative più attese dal pubblico specializzato: la masterclass condotta da Roberto Cipresso dedicata ai grandi vini rossi italiani e internazionali.

Un percorso che ha attraversato territori iconici come il Brunello di Montalcino, le Langhe, l’Umbria, il Lazio e la Borgogna, offrendo una riflessione sul vino come espressione culturale del paesaggio e strumento di lettura delle identità territoriali. Nel frattempo, i banchi d’assaggio delle oltre trenta cantine provenienti da abbazie italiane e internazionali, affiancate da numerose aziende del territorio laziale, hanno animato il Chiostro fino a tarda sera, accompagnati dalle note dell’Officine Meridionali Orchestra diretta da Giuliano Gabriele

Campania: la storia della produzione della pasta a Gragnano

Pasta Diva è la seconda tappa di Praesentia. Gusto di Campania Divina, format della Regione Campania che, attraverso la valorizzazione di siti culturali e tradizioni eno-gastronomiche, si propone come intento la promozione turistica sul territorio regionale. Focus del tour la pasta, per una due giorni che tra il 13 e 14 luglio ha toccato Castellammare, Vico Equense e Gragnano.

Gragnano è una piccola cittadina incastonata tra i Monti Lattari, in seno a un vallone che guarda il mare. Tale posizione ha favorito fin dal XVI secolo la produzione della pasta: l’acqua di sorgente proveniente dalle montagne retrostanti e le brezze che s’incanalano nel vallone spirando dal mare, determinano infatti il microclima peculiare che ha favorito lo sviluppo di questa arte, tanto che nel XVIII secolo, la realizzazione del nuovo piano urbanistico fu concepita per sfruttare al meglio queste caratteristiche.

Oggi Gragnano è Città della Pasta, con un proprio disciplinare IGP per la produzione, e oltre venti pastifici attivi sul territorio. Abbiamo conosciuto la storia e l’identità di una dei prodotti del Made in Italy più noti al mondo, direttamente nei luoghi di produzione, accompagnati da chi ancora la pasta la fa secondo la ricetta più antica: con amore e lentezza.

La Fabbrica della Pasta di Gragnano della famiglia Moccia ospita il museo della pasta dove è possibile ripercorrere la storia di questa produzione e conoscerne l’evoluzione attraverso gli antichi macchinari: impasto, gramolatura, trafilatura, essiccazione le fasi principali del processo, in passato affidate a singoli macchinari e a specifiche figure professionali. Lupo mannaro, stracciaculo e maccheronaro erano rispettivamente gli operai che uscivano di notte per dare il via all’impasto, quelli che sedendosi e facendo pressione sulla gramolatrice lavoravano il panetto di pasta con veemenza tale da rompere i pantaloni e infine gli addetti al controllo dell’essiccazione della pasta.

E poi c’era l’aizacanne a svolgere il lavoro più caratteristico di tutto il processo: tenendo tra le mani le canne su cui era stesa la pasta ad asciugare, le stendeva lungo via Roma, esponendole alla brezza che saliva dal mare e al calore umido  del basolato, inseguiva il sole, cambiando la posizione durante la giornata, fino al momento in cui tutto doveva essere riportato nei locali interni. Solo nel 1933, con l’avvento della macchina Braibanti, i primi tre processi furono riuniti sotto un unico macchinario, rendendo più agevole l’intera produzione.

“Il disciplinare prevede solo 2 ingredienti: semola e acqua di Gragnano. La trafila deve essere esclusivamente in bronzo e il contenuto minimo di proteine pari a 13 grammi, contro la media nazionale di 10 grammi. Insieme all’alto contenuto di amido, è questo a garantire la tenuta in cottura e l’alta masticabilità della pasta di Gragnano”, ci spiega Antonino Moccia, specificando che il pastificio di famiglia utilizza solo una miscela di semole provenienti da Altamura ed essicca la pasta a una temperatura non superiore ai cinquanta gradi.

Il pastificio Gentile invece ha la sua sede all’interno di uno dei mulini posti lungo un antico sentiero risalente al 1300, nella cosiddetta Valle dei Mulini. Qui avveniva la fase a monte di tutta la filiera: la molitura per la produzione della semola.

Attualmente l’intera area è in fase di recupero da parte del Comune di Gragnano per la costituzione di un museo aperto al pubblico, ma risale al 2014 il primo intervento della famiglia Zampino, titolare del Pastificio Gentile,  sugli unici due manufatti di proprietà privata. Dopo l’attento restauro avvenuto con la tutela della Sovrintendenza, oggi, uno dei mulini risalente al XVII secolo, oltre a essere la sede ufficiale del Pastificio, è stato adibito ad area didattica, stabilimento produttivo e punto vendita.

“Abbiamo riportato il profumo del grano nella valle in cui si era perso da tempo”, ha commentato Alberto Zampino, figlio di Natale colui che all’inizio degli anni Novanta rilevò il nucleo originale del pastificio, un piccolo laboratorio in cui venivano prodotti solo i famosi fusilli di Gragnano. Oggi quello stesso fusillo è ancora realizzato in maniera artigianale, facendo scorrere tra il braccio e il piano di lavoro il ferro che arrotola la pasta. Ma insieme ad esso sono prodotti più di trenta altri formati, esportati nei maggiori paesi del mondo.

Il Pastificio Gentile si distingue anche per essere l’ultimo ad utilizzare ancora il sistema tradizionale di essiccazione lenta, introdotto nel 1919 dall’ingegnere Cirillo per riprodurre i caratteri essenziali dell’essiccazione in strada (vento e umidità), salvaguardando l’igiene del prodotto.

“Si tratta di una ventola combinata con una resistenza, ossia un termosifone, all’interno di una stanza. L’umidità viene controllata empiricamente e regolata giornalmente con interventi manuali.”, ci spiega Alberto, aggiungendo che ormai la maggior parte dei pastifici esegue questa operazione all’interno di celle statiche computerizzate.

Un processo lento quello dell’essiccazione, non meno di ventiquattro ore a seconda del formato di pasta, per un tema particolarmente caro alla famiglia Zampino. Ci racconta infatti Natale che, dopo aver lasciato la sua precedente occupazione di commerciante di auto, nella prima fase di gestione del pastificio il suo più grande problema era la corretta essiccazione del prodotto, che puntualmente si rompeva.

Fu grazie a un anziano amico di famiglia che capì come gestire la fase più delicata del processo: “L’umidità s’accatt e nun se venne”, lo redarguì, insegnandogli che non bisogna avere fretta nel processo di essiccazione ma bisogna attendere con pazienza il respiro della pasta, ossia il lento e graduale rilascio dell’umidità dal cuore del maccherone fino allo strato esterno, da cui evapora.

LA FABBRICA DELLA PASTA DI GRAGNANO

Viale San Francesco, 30

80054 Gragnano (NA)

PASTIFICIO GENTILE

Via Castello, 12

80054 Gragnano (NA)

Montefalco, dove il Sagrantino e le ricette del territorio raccontano l’Umbria a tavola

Montefalco è uno di quei luoghi in cui il vino non è semplicemente espressione della terra, ma parte integrante della storia, della cultura e della tavola. Adagiato sulle colline umbre, nel cuore di un paesaggio fatto di vigne, ulivi e borghi medievali, il paese è da sempre legato al Sagrantino, vitigno simbolo di un territorio capace di trasformare carattere, tradizione e identità in un calice.

Il Sagrantino di Montefalco è un vino dalla personalità inconfondibile, intenso e strutturato, che trova nella forza del territorio la propria cifra stilistica. Un rosso che chiede tempo, attenzione e una cucina all’altezza della sua complessità: quella umbra, sincera e senza eccessi, costruita su materie prime, stagionalità e sapori decisi.

Un passaggio doveroso alla Cantina Le Cimate per provare i vini di annata insieme a Paolo Bartoloni, Presidente del Consorzio Tutela del Sagrantino di Montefalco, è l’occasione anche per fare i punto della produzione 2026 a Montefalco, caratterizzata da temperature torride. Anche se l’annata promette bene, la calura notturna eccessiva sta mettendo le vigne sotto stress perché non riescono a recuperare durante la notte. Con questo caldo i vini rossi strutturati perdono fisiologicamente di appeal, ma per fortuna non esistono soltanto i rossi, perché il Trebbiano Spoletino sta emergendo in modo determinante. A tavola non manca mai una buona bottiglia di vino di Montefalco.

È proprio a tavola che il legame tra Montefalco e il suo vino diventa più evidente. Le carni, la selvaggina, i salumi, i legumi, il tartufo e i formaggi raccontano una cucina rurale e autentica, capace di accompagnare il Sagrantino senza sovrastarlo. Accanto al grande rosso trovano spazio anche altre espressioni del territorio, a partire dal Montefalco Rosso e dai vini bianchi che completano un patrimonio enologico variegato.

Un viaggio a Montefalco, dunque, non può limitarsi alla visita delle cantine: significa entrare in una cultura del vino che si comprende pienamente quando dalla vigna si passa alla cucina, e il calice diventa il naturale compagno di una tavola che racconta, piatto dopo piatto, l’anima dell’Umbria.

Durante il mio pranzo all’Alchimista di Montefalco ho incontrato una famiglia che ha saputo trasformare la propria identità in un progetto di ristorazione di grande qualità.

Barbara Magnini accoglie ogni ospite con professionalità e naturale eleganza. In cucina, la chef Patrizia interpreta la tradizione umbra con rispetto e passione, mentre Cristina, sommelier e Pastry Chef, firma dessert che coniugano tecnica, creatività ed equilibrio. A completare l’esperienza c’è Giuseppe, responsabile dell’enoteca, che valorizza una carta di circa 650 etichette, offrendo un percorso enologico di assoluto livello.

Più che un ristorante, L’Alchimista è l’esempio di come una visione condivisa e la valorizzazione delle competenze di ogni componente della famiglia possano dare vita a un’esperienza autentica, capace di raccontare il territorio attraverso la cucina, il vino e l’accoglienza. Un luogo che conferma quanto l’eccellenza italiana nasca spesso da storie di famiglia costruite con dedizione, cultura del lavoro e amore per il proprio territorio.

Intervista a Chiara Giorleo, autrice del libro Vino, Donna dedicato alle donne del vino

Vino, Donna è il libro di Chiara Giorleo edito da Luciano Pignataro Wine&Food Blog che raccoglie 90 interviste a donne che col vino lavorano quotidianamente.

Il libro è diviso in tre parti: giornaliste e degustatrici, produttrici ed enologhe, e un’ultima sezione dedicata a tutte quelle figure che lavorano in maniera trasversale in questo settore. Abbiamo chiacchierato con Chiara Giorleo di questo progetto e di quello che rappresenta in un mondo in cui la figura femminile è sempre più presente sotto molteplici ruoli.

Quando è nata l’idea di intervistare le protagoniste del vino e quando ha preso forma l’idea di un libro?

È un trend importante e in crescita quello delle donne del vino. Il progetto di intervistare per Luciano Pignataro Wine Blog le donne che lavorano in questo mondo è nato qualche anno fa. Decidemmo di iniziare da una categoria meno ovvia, le degustatrici. Le interviste uscivano mensilmente sul blog. Poi, ho continuato con le produttrici. Ricevevo anche autocandidature. Nel 2025 Luciano Pignataro ha voluto trasferire tutto questo lavoro su carta stampata per lasciare una traccia concreta di questo patrimonio.

Come pensi sia cambiato il ruolo della donna nel mondo del vino degli ultimi vent’anni?

Il peso fisico del libro serve anche a far capire il peso del femminile in questo settore e non solo in termini numerici. La figura della donna nel mondo del vino ha avuto un’evoluzione molto più importante e accelerata che in altri settori tanto da poter essere presa ad esempio in molti ambiti. Basti pensare che l’Associazione Donne del Vino è la più grande al mondo. Il ruolo della donna, che ha uno spessore culturale con notevoli distinzioni geografiche, in ambito vino invece è omogeneo e compatto.

Donne produttrici, da sempre presenti, sempre più importanti. Sembra che in questo ruolo non esista un divario di genere. Cosa accade invece nel mondo della comunicazione?

Siamo più abituati a pensare alle donne produttrici, e meno a ragionare in termini di donne critiche di vino. Ecco perché iniziammo le interviste con le giornaliste e le degustatrici. Ancora oggi questa figura è abbastanza inattesa. Il gender gap è supportato anche da una ricerca dell’Associazione Donne del Vino con un confronto sui paesi esteri: la categoria più soggetta ad atteggiamenti maschilisti, ma anche ad abusi verbali e fisici, è quella delle giornaliste e delle sommelier. Le produttrici sono meno soggette. Ma anche qui facciamo un distinguo: una cosa è parlare di produttrici in qualità di imprenditrici, quando invece parliamo di enologhe, a parità di competenze tecniche e preparazione, non hanno ancora la medesima visibilità dei loro colleghi uomini. Il ruolo tecnico al femminile non viene ancora valorizzato, e con questo non mi riferisco a premi o riconoscimenti…semplicemente al fatto che rimaniamo ancora sorpresi nel trovare una donna in questo ruolo, manca un’abitudine a pensare e vedere le donne in questi ruoli.

Parlando di comunicatrici del vino, quanto e in che modo le differenze generazionali incidono nell’approccio alla comunicazione?

Cambia molto perché cambia il modo in cui differenti generazioni si sono formate. Prima o eri una giornalista o lavoravi per una guida. I ruoli erano molto più distinti e definiti. Oggi, le comunicatrici ricoprono ruoli più trasversali, si sono spostate anche sui social e li usano a tutto tondo con strumenti diversi ma anche con approcci diversi. Penso a Cristina Mercuri (la prima Master of Wine donna italiana N.d.R.) ma anche a Sissi Baratella: entrambe non comunicano il vino in modo classico. Sissi per esempio ha avuto sin da subito un approccio intelligente con i social quando ancora non avevano il peso odierno e sa presentare il vino in modo diverso, moderno.

Come si inserisce il mondo femminile nell’enoturismo?

Senza voler rinforzare dei cliché, ossia che le donne sono più propense a ruoli di ospitalità che tecnici, bisogna però constatare che la figura più impiegata in questo settore è quella femminile (l’80% degli addetti nel settore enoturismo sono donne). L’enoturismo è un’opportunità che in Italia è stata recepita con ritardo rispetto a altri paesi del mondo. Ci obbliga a parlare di vino in modo diverso. È una comunicazione più difficile sotto certi aspetti, ma va a rinnovare il discorso vino. Confermo, perché il vino lo comunichi in modo trasversale: non scegli il tuo target ma è l’utente finale che ti sceglie, che sceglie la cantina e i suoi vini, e quindi devi adattarti a questo utente, all’impronta… È vero!

Ora rivolgo a te la domanda che hai rivolto a tutte le tue intervistate: tu, Chiara, come hai incontrato il mondo del vino?

Avevo una passione per il vino, ma nessuno in famiglia coinvolto in questo settore. Ho studiato marketing internazionale con l’idea di viaggiare: sono stata a Malta per studio, ho lavorato in Cina e poi sono arrivata alla Camera di Commercio di Toronto in Canada per promuovere il Made in Italy. Qui ho iniziato a mettere in campo la mia passione per il vino. Rientrata in Italia ho lavorato in cantina nell’ambito comunicazione ed enoturismo, ma si sono resa presto conto che ero vincolata ad una sola cantina per cui ho deciso di mettermi in proprio e ho intrapreso un percorso di studio e preparazione per affermare la mia professionalità e la mia immagine. Ho frequentato l’università in Napa Valley, e grazie a questo sono diventata corrispondente dall’Italia nella sezione vino per il Napa Register, storico quotidiano locale. Ho lanciato il mio blog e le mie pagine web. Inizialmente in Italia mi contattavano perché sapevo parlare di vino in inglese. Ho completato la mia formazione con il corso AIS e poi con WSET, di cui sono diventata educator.

Sei una formatrice bilingue, hai girato il mondo, hai approcciato molti comunicatori e produttori. Che differenza noti nella comunicazione del vino in lingua inglese rispetto alla lingua italiana?

La lingua inglese non è facile come sembra ma ha sviluppato un approccio immediato, soprattutto in ambito tecnico. È una lingua che si pone in modo più schematico, in maniera spoetizzata per cui il discorso vino ne risulta snellito. Se a questo approccio siamo poi in grado di unire lo spessore culturale della nostra lingua, il mondo vino diventa molto più interessante.

Che consiglio daresti a una giovane donna che inizia il suo percorso nel mondo del vino, magari con un corso da sommelier?

Come in tutti gli ambiti ci vuole competenza e studio. Non sono molto originale nella risposta, ma quando ci caliamo in un contesto lavorativo, dobbiamo sapere che cosa siamo in grado di offrire, quindi dobbiamo avere un approccio critico con noi stessi. Mi sono reinventata passo dopo passo, tra successi ma anche insuccessi. Bisogna essere in grado di diversificarsi ma alla base di tutto ci sono la formazione e la preparazione, poi la capacità di investire in noi stessi e di rischiare