Bottega Buonvicino e Taverna Buonvicino ad Amalfi, due facce della stessa medaglia per una ristorazione differente in Costiera Amafitana

I rapporti di buon vicinato sono la principale regola di vita sociale da seguire. In maniera traslata avere rispetto per il prossimo genera buon umore e consente di superare le difficoltà con un sorriso. Ad Amalfi Bottega Buonvincino e Taverna Buonvicino sono due esempi di una medesima idea di proposta gastronomica che incuriosisce e spazia su diversi fronti, dal turismo massivo di cui è piena la Divina Costiera alla coccola per il cliente locale, stanco di offerte “copia e incolla”.

Il concept

La visione di tre soci e amici, Nicola Scocca professione commercialista, Gaetano Buonocore avvocato e il dirigente bancario Antonio Gambardella hanno mosso i primi passi nel lontano 2001 con un sogno, quello di rappresentare un angolo di Campania in un contesto internazionale. Vero e proprio baluardo del gusto sin dagli inizi, venne scelto il nome Maccus per l’insegna, dedicato alla maschera antesignana di Pulcinella. Subito eventi e momenti tematici con protagonista il territorio e, inevitabilmente, le prime invidie del circondario, che hanno portato alla modifica dell’insegna con quel Buonvicino visto in modo ambivalente come una sorta di sfottò alla napoletana e, più verosimilmente, una menzione al Duca di Buonvicino, gastronomo della corte reale borbonica.

La ripartenza nel 2012

Il nuovo corso cominciò nel 2012, risolte alcune questioni burocratiche con l’aiuto fattivo dei tanti cittadini affezionati al progetto, grazie anche alle ricette della tradizione proposte dalle “ziette belle” Antonella Porpora ed Enza Scocca. Rimodernato un ex negozio di alimentari, con tanto di cripta sotterranea, in un palazzo antichissimo di fronte alla Chiesa di Santa Maria Maggiore, un contesto storico di grande impatto con tavoli all’aperto durante la stagione estiva per cene romantiche e serate jazz a lume di candela. La cucina è stata affidata alle mani dello chef Luca Mammato, esperienze primarie nei gourmet che contano in giro per l’Italia e che trae ispirazione dalle nonne Claudia, ancora attiva e bravissima a casa e Carmela, scomparsa ma sempre nei ricordi di Mammato.

Arredi eleganti e un simbolo scaramantico per la cucina di Taverna Buonvicino

Una sala accogliente con opere artistiche dove a dominare è il ciuccio di ceramica, simbolo della Costiera, in diverse espressioni buffe tra cui, quella più curiosa, da seduto. Si rispetta l’essenziale nel menù, non sovrastando la materia prima che deve esprimersi con trasparenza e linearità. Così il classico fiore di zucca ripieno di ricotta con salsa al pomodoro o il gambero in crosta di pane panko e maio al limone su zucchine alla scapece.

Efficace l’insalata di polpo tiepido con mix di pomodorini, julienne di sedano e panzanella. Immancabile la colatura di alici nelle linguine guarnite da nocciola tritata home made e grande selezione nella evergreen pasta lunga all’astice, dove la freschezza del pescato è componente indispensabile per la riuscita del piatto.

E poi trancio di ricciola o di ciò che il mare offre in quel momento in base alla stagionalità, prima del dessert finale a base di coviglia rivisitata con pan di spagna alle mandorle, liquore Strega e mascarpone caramellato curato dalla pastry chef Annalisa Castellano.

Lo street food per ogni gusto da Bottega Buonvicino

In piazza Duomo, sempre ad Amalfi, Bottega Buonvicino incarna perfettamente il ruolo di posto di passaggio verso i monumenti e le viuzze cittadine, con una carta pensata sullo street food di qaulità, con aperitivi e panini elaborati da Enza Scocca, sorella di Nicola.

Dagli spritz ai fritti e piccoli morsi per finire verso gli hamburger o gli affettati al momento, tra salumi e formaggi scelti dalla vetrina, ci sono solo pochi posti per un rapido ricambio come esige il luogo estremamente affollato durante i periodi estivi. Dualità di proposte, unica visione comune: vivere un’esperienza in linea con le culture e le contaminazioni a chilometro zero.

Un’ode ai buoni rapporti di vicinato e alla sapienza culinaria.

Ad Afragola va in scena l’incontro tra tre grandi maestri pizzaioli (e due culture)

Raf Bonetta, Giuseppe Errichiello e Sasà Martucci protagonisti per Fusion Experience da Donna Margherita – vera pizza napoletana

Quando mondi culturali ed enogastronomici diversi si incontrano e si fondono, possono nascere esperienze di gusto che sorprendono. È quello che è successo con “Fusion Experience”, alla Pizzeria Donna Margherita di Afragola, dove Raf Bonetta, Peppe Errichiello e Sasà Martucci hanno portato in tavola alcune delle pizze che più li rappresentano, dando vita a un vero viaggio tra Napoli e il Giappone.

Tre percorsi diversi, tre modi di interpretare la pizza contemporanea, ma con una cosa in comune: la voglia di sperimentare senza perdere di vista la materia prima. C’è Peppe Errichiello, originario di Afragola, che da diciotto anni è protagonista della scena gastronomica giapponese. A Tokyo ha costruito una carriera internazionale che lo ha portato fino al primo posto nella classifica 50 Top Pizza Asia-Pacific 2026.

Accanto a lui Raf Bonetta, tra i protagonisti della pizza contemporanea napoletana, che nel corso della sua carriera ha collezionato importanti riconoscimenti, dai Tre Spicchi Gambero Rosso al premio Novità dell’Anno 2024 di 50 Top Pizza Italia, oltre ai numerosi premi legati alla ricerca sugli impasti.

E poi Sasà Martucci, anima de I Masanielli, da anni impegnato nella ricerca, nella valorizzazione del territorio e nella sostenibilità. Un percorso che gli è valso numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il 9° posto a 50 Top Pizza Italia 2026, il riconoscimento Forno Verde 2026 e i Tre Spicchi Gambero Rosso.

Tre nomi, tre storie e tre percorsi professionali differenti, che si incontrano intorno allo stesso tavolo, unendo la cultura gastronomica partenopea e quella giapponese con un solo scopo: presentare diverse versioni della pizza contemporanea in un percorso di degustazione che viaggia tra tecniche, ingredienti e idee a prima vista lontane, ma che sono capaci di fondersi in una cena in cui le materie prime sono le vere protagoniste della serata.

Peppe Errichiello ha aperto le danze presentando il suo BIGNÈ 2.0 — DAL GIAPPONE CON FURORE, con ricotta di Bufala al Tè Matcha, Tartare di Orata ai sentori di Shiso, Cremoso di Bufala e Caviale. Il matcha, tra gli ingredienti più in voga del momento, incontra la bufala campana e, sorprendentemente, si capiscono al primo assaggio. Errichiello porta l’Oriente nella tradizione campana senza stravolgerla, ma giocando con contrasti, profumi e consistenze.

Ed è proprio da qui che parte il viaggio della serata: ingredienti, culture e interpretazioni diverse che si incontrano nel piatto per accompagnare il visitatore in questo viaggio Napoli – Tokyo.

Si prosegue con ODE AL POMODORO di Sasà Martucci, che porta in tavola una vera esplosione di pomodoro, declinato in forme, consistenze e colori diversi. San Marzano DOP, datterini gialli e rossi, gel di ciliegini fermentati e crumble di pomodoro secco si incontrano, esaltandosi a vicenda, trasformando un ingrediente simbolo della cucina italiana in un piccolo viaggio nel gusto.

Poi arriva “EMILIA” di Raffaele Bonetta, una pizza che gioca sulla semplicità solo in apparenza. Croccante, con besciamella al latticello di bufala, zucchina dorata e fritta, prosciutto cotto di maiale grigio ardesia, provola, pepe e pecorino romano.

Un incontro di sapori decisi, dove la dolcezza della zucchina e la cremosità della bufala incontrano la parte più sapida e intensa degli altri ingredienti. Ma “Emilia” è soprattutto un tuffo nei ricordi: quelli della pizza della nonna (da qui l’omaggio del nome), fatta di pochi ingredienti e tanta cura, che nella sua semplicità riusciva a conquistare tutta la famiglia.

Il viaggio però non è finito, Peppe Errichiello continua a farci sognare con questo percorso gastronomico giappopartenopeo, e presenta “LE DUE CULTURE CHE SI INCONTRANO”.

Si parte da una base di fior di latte e zucchine alla scapece, quindi Napoli c’è e si sente. Poi arriva la sorpresa: bresaola di filetto Wagyu, marinata al sale, zucchero e spezie, con una maionese di ravanello bianco. A chiudere, i piccoli diamanti di mela Fuji, freschi e leggermente dolci. Un mix che lascia interdetti ad una prima lettura del menù, ma che all’assaggio funziona e anche molto.

Ci riporta in Campania Sasà Martucci con la pizza “5 FORMAGGI AI 4 LATTI”.

Mozzarella di Bufala DOP, formaggio stagionato di capra grattugiato, erborinato di vacca affinato all’arancia e crème fraîche, con il gel di agrumi a dare quella nota fresca che alleggerisce il tutto. E poi c’è il frollino al Pecorino Romano, insieme all’olio EVO Erre dell’Azienda Agricola Francesco Pepe.

Una pizza importante, dove gli agrumi fanno la loro parte e danno equilibrio alla parte più saporita e presente legata al protagonista assoluto di questa pizza: il FORMAGGIO.

Chiude la serata Raf Bonetta con UN DOLCE PADELLINO.

Un padellino al burro, ganache al siero di bufala e cioccolato bianco del Venezuela, mela annurca al forno, cannella e caramello salato. Un’esplosione di dolcezza che si scioglie in bocca. Impossibile non lasciarsi conquistare dal cioccolato, che si fonde alla perfezione con la morbidezza e la lievitazione dell’impasto del padellino.

La chiusura perfetta per questo viaggio, che ci insegna che con tecnica, materie prime d’eccellenza e uno studio attento delle contaminazioni la pizza può davvero parlare un linguaggio universale.

Napoli – A Palazzo Caracciolo l’arte invade gli spazi: Giordano Martone porta in scena “Composizioni”

Quando l’arte incontra l’alta hotellerie può succedere qualcosa di speciale: gli spazi iniziano a raccontare una storia e le opere entrano nelle sale, nei corridoi e nei cortili, diventando parte stessa dell’esperienza.

Perché l’arte, quando entra davvero in un luogo, non si limita a essere guardata. Si vive. È quello che accade a Palazzo Caracciolo a Napoli, dove dal 16 settembre al 16 novembre è protagonista “Composizioni”, la mostra di Giordano Martone, artista napoletano che ha fatto della ricerca la cifra più riconoscibile del proprio percorso.

E qui la parola “ricerca” non è utilizzata per caso. Martone, laureato in chimica e ricercatore universitario alla Federico II, si definisce infatti un “pittore ricercatore”. Una definizione che gli calza particolarmente bene: nella sua produzione convivono pittura, collage, scultura, assemblaggio e installazione, con una continua sperimentazione di materiali, cromie e linguaggi.

Un percorso iniziato da autodidatta e sviluppato negli anni attraverso numerose esposizioni personali e collettive, in Italia e all’estero, dalla Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea di Firenze alle esposizioni di Castel dell’Ovo, dal MIIT di Torino al PAN di Napoli, fino alla personale “La ricerca della ricerca” presentata nel 2022 all’Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia.

Ma è entrando negli spazi di Palazzo Caracciolo adibiti alla mostra, che questa ricerca assume una dimensione particolarmente interessante. Le opere di Martone non sono semplicemente appese alle pareti: hanno invaso la struttura.

Attraverso opere bidimensionali e tridimensionali, assemblaggi e installazioni, l’artista napoletano ha dato vita ad un percorso che parla della sua vita, ma che punta a raccontare la storia di tutti in una furia creativa che porta gruppi di opere diverse per stili, forme e contesti a dialogare con l’architettura storica di Palazzo Caracciolo.

Ed è qui che nasce la magia, il confronto-scontro tra ciò che appartiene alla storia e ciò che nasce dalla storia dell’artista in un continuo flusso di sperimentazione in chiave contemporanea. Esempio lamante di questa idea è l’opera STATINE, che parla della sua storia e della storia di molti in continua lotta con il colesterolo alto.   O le opere dedicate al Covid, in cui si il martello è simbolo dello stress mentale che tutti (nessuno escluso) hanno vissuto in quel periodo storico.

Ma il dialogo con il pubblico non si limita nel rimando ad esperienze di vissuto personale. Palazzo Caracciolo, con le sue mura, i suoi spazi e il soprattutto con il suo chiostro, diventa molto più di una semplice cornice espositiva. Diventa parte del racconto.

Ci ritroviamo cosi a vivere il chiostro di Palazzo Caracciolo, come un’opera in continuo divenire grazie all’installazione di “L’Albero delle Chiavi della Pace”.

L’idea è semplice e potente: un albero di ulivo, simbolo universale di pace, sul quale trovano posto una serie di chiavi appese che scendono come frutti, frutti di pace. Ma la vera novità è che gli avventori dello spazio possono contribuire al fluire dell’opera e del suo racconto, aggiungendo chiavi che sono pezzi e storie della loro vita.

E questo è un dettaglio che sposta il rapporto tra visitatore e artista. Non si entra soltanto per guardare, ma per lasciare qualcosa. Una chiave diventa così un piccolo gesto individuale che, sommato agli altri, costruisce un’opera collettiva. Una chiave dopo l’altra, l’albero si riempie di storie e di significati. Un gesto piccolo, ma con un messaggio potente: dialogo, condivisione e soprattutto pace.

Questa volta l’arte non si guarda soltanto: si vive. E si diventa parte di essa. In una città come Napoli, dove passato e contemporaneità si incontrano e scontrano continuamente, l’installazione assume un significato ancora più interessante: l’arte esce dalla dimensione della contemplazione e diventa partecipazione e in un contesto storico come quello di Palazzo Caracciolo, il tutto assume ancor più significato.

Un autunno di arte negli hotel

“Composizioni” si inserisce nel programma autunnale del Caracciolo Hospitality Group, che porta l’arte contemporanea negli spazi dell’ospitalità napoletana. Un progetto che coinvolge anche il de Bonart Naples con “Napolitudine” di Luigi Gentile e altri appuntamenti dedicati alla ricerca contemporanea.

Una scelta che racconta anche un modo diverso di intendere l’hotellerie: non soltanto camere, ristorazione e accoglienza, ma luoghi capaci di dialogare con la città e con chi la vive.

E in fondo Napoli è anche questo: una città che non ha mai avuto molta voglia di separare rigidamente le cose. Arte e vita, storia e contemporaneità, bellezza e quotidianità qui finiscono spesso per stare nella stessa stanza.

A Palazzo Caracciolo, questa volta, quella stanza è diventata una mostra.“Composizioni” di Giordano Martone sarà visitabile fino al 16 novembre 2026 a Palazzo Caracciolo, via Carbonara 112, Napoli.

La mappa dell’Oltrepò Pavese di Alessandro Masnaghetti

Il “Map Man” del vino italiano firma la prima grande carta vitivinicola dell’Oltrepò Pavese. Un progetto nato dall’incontro tra un territorio che cercava una nuova chiave di lettura e un cartografo che aspettava da tempo di poterlo raccontare.

Ci sono territori che hanno bisogno di essere scoperti e altri che, più semplicemente, hanno bisogno di essere guardati con occhi nuovi. L’Oltrepò Pavese appartiene a questa seconda categoria. È una terra dalla storia lunga e dalla straordinaria complessità vitivinicola, ma ancora oggi non completamente raccontata nella sua articolazione, nelle sue differenze e nelle sue potenzialità.

Da oggi, però, c’è uno strumento in più per farlo: la prima mappa vitivinicola dell’Oltrepò Pavese, realizzata da Alessandro Masnaghetti, uno dei più autorevoli interpreti italiani del rapporto tra vino e territorio.

La presentazione è avvenuta a Voghera, in occasione di Oltregusto 2026, l’evento che dal 6 all’8 settembre ha riunito produttori, operatori e appassionati attorno alle molte espressioni gastronomiche e vitivinicole dell’Oltrepò. Un appuntamento che ha rappresentato anche l’occasione per mettere finalmente, segno su carta, la geografia di un territorio che per troppo tempo è stato raccontato soprattutto attraverso i suoi vini, e meno attraverso i luoghi da cui quei vini provengono.

L’operazione nasce sotto il segno del Consorzio Oltrepò Pavese Classese, presieduto da Francesca Seralvo e diretto da Riccardo Binda, con il supporto di AB Comunicazione, agenzia stampa del Consorzio.

E, in fondo, la storia di questa mappa potrebbe essere riassunta in una frase: al Consorzio mancava una mappa dell’Oltrepò, mentre a Masnaghetti mancava ancora l’Oltrepò da mappare. L’incontro tra queste due necessità ha prodotto quella che appare come un’unione naturale: il territorio ha trovato il suo cartografo, e il cartografo ha trovato un territorio che meritava di essere studiato e rappresentato.

Un territorio, quattro vallate

L’Oltrepò Pavese vitivinicolo è una delle aree più singolari del panorama italiano. Una terra di confine, geograficamente e culturalmente: è Lombardia, ma si sviluppa a sud del Po, in un punto in cui le influenze di Piemonte, Emilia-Romagna e Liguria si incontrano e si sovrappongono.

È proprio questa posizione a contribuire alla sua ricchezza.

Dalla pianura le colline salgono progressivamente verso l’Appennino, disegnando un paesaggio nel quale vigneti, boschi e prati si alternano senza soluzione di continuità. Un mosaico agricolo nel quale la viticoltura occupa un ruolo centrale e nel quale la biodiversità costituisce uno degli elementi più evidenti dell’identità del territorio.

La struttura dell’Oltrepò vitivinicolo si articola soprattutto lungo le quattro vallate, della Versa, dello Scuropasso, della Coppa e della Staffora. Quattro direttrici che non sono soltanto riferimenti geografici, ma rappresentano altrettante chiavi per iniziare a comprendere la varietà del paesaggio oltrepadano.

È qui che la nuova mappa di Masnaghetti acquista il suo significato più profondo: non soltanto una rappresentazione geografica, ma uno strumento per leggere le relazioni tra i luoghi, le vigne e i vini.

La mappa come nuova forma di identità

Il valore della carta realizzata da Masnaghetti sta proprio qui.

Una mappa vitivinicola non risolve da sola le complessità di un territorio e non può sostituire il lavoro quotidiano dei produttori. Può però offrire un linguaggio comune. Può aiutare chi beve un vino a chiedersi non soltanto chi lo ha prodotto, ma da dove proviene, quale valle, quale collina, quale esposizione, quale substrato lo ha generato.

È un passaggio culturale importante.

Negli ultimi anni il vino italiano ha progressivamente riscoperto il concetto di luogo: le denominazioni, le sottozone, i cru, le menzioni geografiche, le Unità Geografiche Aggiuntive. La geografia del vino è diventata uno degli strumenti più efficaci per comprendere e comunicare la complessità delle grandi aree viticole.

La sua nuova mappa non è quindi soltanto una carta da consultare. È una dichiarazione d’intenti: l’Oltrepò, grazie a Alessandro Masnaghetti, vuole essere letto nella sua interezza, nelle sue differenze e nelle sue identità locali.

Da una parte un territorio che chiedeva di essere disegnato per essere meglio compreso. Dall’altra un cartografo che cercava un territorio ancora capace di rivelare nuove storie. La mappa è finalmente arrivata. Adesso tocca all’Oltrepò raccontare tutto ciò che c’è dentro.

I risultati di 50 Top Pizza World 2026: è vera crisi per i pizzaioli napoletani?

Ne avevamo già parlato durante le precedenti edizioni di 50 Top Pizza World, la guida alle migliori pizzerie del mondo con tanto di classifica attesissima ideata da Luciano Pignataro, Barbara Guerra e Albert Sapere.

Michele Pascarella dal suo Napoli on the road a Londra si aggiudica il primo posto in un podio assieme a Una pizza Napoletana a New York e Confine a Milano giunti rispettivamente secondi e terzi. Al Teatro Mercadante di Napoli è andato in scena l’atto conclusivo della guida di settore più prestigiosa al mondo; un risultato che vede indietro nei punteggi coloro che hanno trasmesso finora sapienza e cultura ai colleghi di tutto il globo e che adesso vedono Napoli in apparente crisi nel confronto finale.

Il dato rende però l’idea di una evoluzione costante, con una inequivocabile crescita dell’estero, anche se spesso le mani che lavorano gli impasti sono comunque italiane (per non dire partenopee). Ma è proprio fondamentale sviscerare le informazioni ottenute pensando ad una vera crisi del “sistema Napoli” tanto amato dai turisti?

A ben vedere disarma anche il resto della Top Ten, con in quarta posizione, ex aequoI Masanielli di Francesco Martucci, a Caserta, e Seu Pizza Illuminati di Pier Daniele Seu e Valeria Zuppardo a Roma a rincuorare l’orgoglio italiano, “accerchiati” in quinta posizione ancora da un ex aequo con Pizzeria Sei di William Joo, a Los Angeles, e Tony’s Pizza Napoletana di Tony Gemignani, a San Francisco e sesta posizione per Leggera Pizza Napoletana di André Guidon, a San Paolo del Brasile. Settima posizione per RistoPizza by Napoli sta ca di Giuseppe Errichiello, a Tokyo. In ottava posizione, Baldoria di Ciro Cristiano, a Madrid. Al nono posto The Pizza Bar on 38th, guidata da Daniele Cason, a Tokyo e, a chiudere, il decimo posto Razza di Dan Richer, a Jersey City.

Pazienza per chi storcerà il naso, ma la globalizzazione è anche questa: il trasmettere le tradizioni senza poi rimpiangere il risultato sul campo. In fin dei conti, ciò che davvero importa è la lunga scia di soddisfazioni per gli operatori del settore e un indotto che non arresta i conti in positivo, mentre il mercato internazionale sta arretrando su molti dei beni consumo primari. Il vino ne è un fulgido esempio.

La vera competizione, a nostro avviso, resta sui fondamentali del gioco, quella pizza Margherita forse reinterpretata ancora dagli antichi Romani e che trova finalmente il luogo giusto anche oltre le Alpi, in posti impensabili. Un amore del passato recuperato a dispetto della contemporaneità eccessiva e di topping ingombranti ormai confinati in secondo piano.

I gusti dei clienti volgono nuovamente alla semplicità senza compromessi, a materie prime del territorio e alla qualità pure nel classico dei classici. 50 Top World non può che analizzare e raccontare una dualità di idee in bilico tra ciò che è stato e ciò che sarà, negli impasti, nei ripieni e nelle tecniche sempre più precise e avanzate. Tutto il resto sono chiacchiere da salotto.

Nel corso della serata sono stati assegnati anche i premi speciali dell’edizione 2026:

• Pizza Maker of the Year 2026 – Ferrarelle Award: Daniel Semrani di gigi’s, Sydney;

• Pizza of the Year 2026 – Latteria Sorrentina Award: “Pomodori” di QT Pizza Bar, San Paolo;

• Best Pasta Proposal 2026 – Pastificio Di Martino Award: Pasquale’s, South Kingstown;

• Best Cocktail List 2026 – Sei Bellissimi Award: Audace, New York;

• Made in Italy 2026 – Salumi Coati Award: Sapori Italiani U Taliana, Bratislava;

• Performance of the Year 2026 – Robo Award: Palazzo Petrucci Pizzeria, Napoli;

• Pizza Maker Mentor 2026 – Solania Award: Giulio Adriani di Slice & Pie, Washington;

• Best Marketing 2026 – Mammafiore Award: Baldoria, Madrid;

• One to Watch 2026 – Orlando Foods Award: Stretch Pizza, New York;

• Best Dessert List 2026 – Latteria San Salvatore Award: IMperfetto, Puteaux;

• Best Fried  Food 2026 – Il Fritturista – Oleificio Zucchi Award: 50 Kalò, Londra;

• Best Customer Satisfaction 2026 – Fedegroup Award: La Fenice, Pistoia;

• Green Oven 2026 – Goeldlin Award: Seba’s, Uvita;

Inoltre, sono stati consegnati attestati e riconoscimenti a persone ed organizzazioni che si sono distinte durante l’anno per il loro impegno nella valorizzazione della pizza: all’Associazione Pizzaiuoli Napoletani è stato conferito il riconoscimento per la Promozione della pizza napoletana in Italia e nel MondoPasquale Telese e Francesco Conato, rispettivamente Presidente e Vicepresidente del Gruppo la Piccola Napoli, hanno ricevuto l’attestato per il Guinness World Records per la produzione e distribuzione di 12.000 pizze a scopo benefico; a Raffaele Biglietto, Direttore di TuttoPizza, è stato conferito il riconoscimento per la Promozione della cultura della pizza attraverso TuttoPizza.

Sono 36 i paesi presenti nella classifica mondiale 2026: prima l’Italia con 31 locali, seguita dagli Stati Uniti d’America con 22 e dal Brasile con 6. Le città più rappresentate sono New York con 7 locali, seguita da Napoli con 6 e San Paolo con 5.

Un ringraziamento speciale va ad Alessandra Farinelli per le foto allegate al presente articolo.

All’Hotel Porta Rossa di Firenze debutta Portale, la nuova sfida di Paulo Airaudo

Nel centro storico di Firenze è stato inaugurato Portale by Paulo Airaudo, il nuovo ristorante all’interno del Porta Rossa Hotel Firenze, Colbert Collection.

Il progetto porta la firma dello chef italo-argentino Paulo Airaudo, che ne definisce la visione gastronomica e supervisiona la proposta culinaria, affiancato nella quotidianità della cucina dallo chef toscano Mirko Margheri.

Per Paulo Airaudo si tratta di un progetto con un’impostazione diversa rispetto ai ristoranti stellati che portano la sua firma nel mondo. La proposta gastronomica sceglie una dimensione più informale ed accessibile, costruita attorno a una cucina italiana riconoscibile, dove la qualità delle materie prime incontra la rilettura della  tradizione: cucina italiana contemporanea, con radici toscane rivolta anche ad una clientela internazionale.

Nato in Argentina da una famiglia di origini italiane, Airaudo ha costruito la propria carriera tra Europa e Asia. Oggi il suo gruppo conta undici ristoranti tra Spagna, Italia, Hong Kong e Thailandia e otto stelle Michelin. Portale si inserisce in questo percorso con una formula differente, pensata per una frequentazione più quotidiana e rivolta tanto agli ospiti dell’hotel quanto a chi vive Firenze.

A tradurre la visione dello chef nella cucina di tutti i giorni è Mirko Margheri, resident chef del ristorante. Toscano, con esperienze maturate in cucine italiane e internazionali, Margheri porta nel progetto una conoscenza diretta delle materie prime e della tradizione regionale. A lui è affidata la gestione quotidiana della cucina e della brigata, nel rispetto della linea gastronomica definita da Airaudo.

Lo chef Paulo Airaudo ha commentato che “Portale nasce dal mio amore per la cucina italiana più autentica: quella con cui si cresce, quella che si prepara in casa e si condivide attorno a una tavola senza fretta: una cucina profondamente radicata nella Toscana che ho scoperto e di cui mi sono innamorato; ogni piatto porta con sé un mio tocco personale, che può esprimersi in una consistenza, un dettaglio o un abbinamento inaspettato.”

Ha poi spiegato che la cucina tradizionale merita sempre il suo posto: si può fare una cucina elegante, attenta e rigorosa anche se basata sui sapori e sulle ricette tradizionali: questo nuovo progetto rappresenta quindi come una alternativa, sempre fondata su una cucina di qualità, rispetto ai suoi progetti stellati rivolti all’alta gastronomia.

Il nome Portale richiama l’idea di una soglia, un passaggio attraverso il quale entrare nella cultura gastronomica. Un concetto sintetizzato nel claim “Local roots. Italian soul”, sintetizza questa filosofia, che racconta l’incontro tra radici locali, cultura gastronomica italiana e uno sguardo contemporaneo.

IL FASCINO STORICO DELL’HOTEL PORTA ROSSA

Portale, che si sviluppa fra sala ristorante e bar, con 40 coperti in totale, trova una naturale collocazione all’interno del  Porta Rossa Hotel Firenze, Colbert Collection uno degli indirizzi storici dell’ospitalità fiorentina, le cui origini risalgono al  1386ed è considerato uno degli hotel più antichi d’Italia. Nato come rifugio per i mercanti della seta, conserva ancora oggi elementi architettonici che testimoniano il passato dell’edificio.

È in questo contesto che si inserisce  Portale, con un progetto di interni fatto di materiali caldi, luce soffusa, arredi su misura e opere d’arte si confrontano con gli elementi storici dell’hotel, dall’iconica porta rossa ai pavimenti in marmo a scacchiera e ai soffitti a volta.

La Toscana è naturalmente uno dei fili conduttori del menu

La pappa al pomodoro con burrata di bufala, i ravioli ripieni di finocchiona e pecorino toscano con fondo di scalogno e la suprema di pollo con crema di melanzane e cipollotto sono alcuni dei piatti nei quali il legame con il territorio emerge con maggiore evidenza. Tra i contorni compare anche un grande classico della tradizione regionale, i fagioli all’uccelletto.

La  cucina di Portale, tuttavia, non si ferma ai confini toscani. La carta guarda all’intera penisola e interpreta prodotti e ricette  i diverse regioni.

Il risotto Acquerello con acqua di pomodoro, Parmigiano Vacche Rosse e aceto balsamico ne è un esempio, così come gli spaghettoni alla Nerano con gambero rosso di Mazara. Tra i secondi si incontrano il filetto di baccalà con crema di ceci e rosmarino e il filetto di manzo alla Rossini con millefoglie di patate e tartufo nero estivo. Tra i dessert, il tiramisù, la panna cotta al basilico con fragole e aceto balsamico e le pere con ricotta, Vin Santo e noci.

L’esperienza di Portale comincia già dall’aperitivo. Il Portale Bar, che dispone di dieci coperti, accoglie gli ospiti dalle 17.30 e rimane aperto fino a mezzanotte.

La cocktail list comprende alcuni signature, tra cui il “Per Non Dormire” (che richiama il motto dei Bartolini Salimbeni, antichi proprietari dell’edificio nel medioevo), preparato con rum solera, Campari, vermouth rosso e Angostura, insieme a Basil Royal (gin,succo di limone e basilico) e Porta Rossa Sour (Gin, Aperol, Lavanda e Lime).

Accanto alle creazioni della casa trovano spazio i grandi classici: Negroni, Americano, Martini, Manhattan, Old Fashioned, Espresso Martini, Margarita, Hugo e Spritz. Non manca una proposta analcolica, come l’Apple Spiced Mule, mentre la carta dei vini punta soprattutto su etichette toscane e italiane, disponibili anche al calice.

Le cene più formali si svolgono invece nella sala del ristorante, che dispone di ulteriori 30 coperti e propone il servizio dalle 19 alle 22.

«Con Portale by Paulo Airaudo, la nostra ambizione era creare un ristorante che appartenesse davvero a Firenze: un luogo in cui i fiorentini possano riconoscersi, dove i visitatori internazionali possano scoprire la città attraverso la sua cultura gastronomica e dove gli ospiti dell’hotel possano vivere un’autentica esperienza toscana a pochi passi dalla propria camera. Volevamo anche restituire valore al rito dell’aperitivo, proponendo un ambiente accogliente e rilassato in cui fermarsi, incontrarsi e condividere un momento di convivialità. Questo edificio custodisce una tradizione di ospitalità che affonda le sue radici nel XIII secolo; con Portale guardiamo al futuro, arricchendo questa eredità con una nuova proposta gastronomica capace di parlare alla città, ai viaggiatori e ai nostri ospiti, riunendoli attorno alla stessa tavola» racconta Giacomo Sarnataro, General Manager di Porta Rossa Hotel Firenze, Colbert Collection.

Un ringraziamento per le foto va alla fotografa Francesca Anichini

CONTATTI

Porta Rossa Hotel Firenze, Colbert Collection
Via Porta Rossa, 19
50123 Firenze FI

Email: portarossa@colbert-collection.com
Telefono: +39 055 2710911

Ristorante – Portale by Paulo Airaudo
Orari di apertura: dal martedì al sabato dalle 19:00 alle 22:00Portale Bar
Orari di apertura: dal martedì al sabato dalle 17:30 alle 00:00

Louis Vuitton 38a America’s Cup ha annunciato Mulino Caputo some fornitore ufficiale dell’evento internazionale

Louis Vuitton 38a America’s Cup  ha annunciato che ha scelto Mulino Caputo, il produttore di farina napoletana più  riconosciuto a livello internazionale, con sede a San Giovanni a Teduccio (Napoli), come  Fornitore Ufficiale e Farina Ufficiale della Louis Vuitton 38a America’s Cup. Una conferenza stampa per annunciare la sponsorizzazione avrà luogo il 18 settembre alle ore 11:00 presso il Real Yacht Club Canottieri Savoia.

Questa partnership unisce due organizzazioni che nutrono un profondo rispetto per la tradizione, l’artigianalità e l’innovazione, ora che Napoli si prepara ad ospitare l’America’s Cup per la prima volta nei 175 anni di storia di questa competizione.

Fondata a Napoli nel 1924, la famiglia Caputo produce farina da oltre un secolo e oggi i suoi prodotti esclusivi sono utilizzati da pizzaioli, panettieri, pasticceri e nelle cucine professionali di tutto il mondo. Mantenendo uno stretto legame con il proprio patrimonio napoletano, Mulino Caputo è diventata sinonimo a livello internazionale dell’arte dell’autentica pizza napoletana.

Grazie a questa partnership, Mulino Caputo svolgerà un ruolo attivo durante tutto il programma della Louis Vuitton 38a America’s Cup a Napoli, portando i sapori, le tradizioni e l’ospitalità della città ospitante ai team, ai partner, agli ospiti e al pubblico internazionale che parteciperanno all’evento.

Marzio Perrelli, amministratore delegato di America’s Cup Partnership, ha accolto la partnership con queste parole: «Siamo lieti di dare il benvenuto a Mulino Caputo in qualità di Fornitore Ufficiale della Louis Vuitton 38a America’s Cup. Si tratta di una partnership davvero speciale poiché Caputo è profondamente legato a Napoli e alla sua cultura. Nel portare per la prima volta l’America’s Cup in questa straordinaria città, vogliamo che l’evento celebri non solo la vela di livello mondiale, ma anche il meglio di Napoli. Caputo ne è la perfetta rappresentazione».

Per Mulino Caputo, l’associazione con l’America’s Cup offre una piattaforma globale da cui mettere in mostra sia il patrimonio napoletano dell’azienda sia la straordinaria cultura culinaria della città.

Antimo Caputo, amministratore delegato di Mulino Caputo, ha aggiunto: «Per la nostra famiglia, vedere l’America’s Cup arrivare a Napoli è motivo di enorme orgoglio. Napoli è la nostra casa ed è stata al centro di tutto ciò che abbiamo fatto per oltre 100 anni. Diventare la Farina Ufficiale della Louis Vuitton 38a America’s Cup ci permette di dare il benvenuto al mondo nella nostra città attraverso una delle sue più grandi tradizioni: il cibo. L’America’s Cup rappresenta eccellenza, passione, innovazione e una ricerca incessante della perfezione, valori che noi di Mulino Caputo condividiamo profondamente. È davvero emozionante sostenere questo evento sportivo; in 175 anni di storia, siamo il primo mulino a diventare Fornitore Ufficiale.” Questa partnership crea inoltre un legame naturale tra due mondi molto diversi, uniti da una filosofia comune.

I team dell’America’s Cup perfezionano incessantemente le imbarcazioni, le vele e la tecnologia alla ricerca di miglioramenti marginali, mentre i mugnai di Caputo selezionano e miscelano con cura i cereali per produrre farine su misura che soddisfino le precise esigenze dei migliori pizzaioli e panettieri del mondo. Entrambi coniugano tradizione e tecnologia, esperienza e innovazione, artigianalità e prestazioni. Napoli sarà al centro del mondo della vela internazionale durante la Louis Vuitton 38a America’s Cup, che culminerà con l’America’s Cup Match a partire dal 10 luglio 2027. Prima di allora, la città ospiterà la Louis Vuitton Cup Challenger Selection Series e un programma di regate ed eventi che attireranno nel Golfo di Napoli team, tifosi e visitatori da tutto il mondo.

Con l’ingresso di Mulino Caputo nella Louis Vuitton 38a America’s Cup in qualità di Fornitore Ufficiale e Farina Ufficiale, uno dei prodotti più famosi di Napoli affiancherà uno dei trofei più storici dello sport internazionale.

Mulino Caputo

Fondato a Napoli nel 1924, Mulino Caputo è un mulino a conduzione familiare i cui prodotti vengono esportati in tutto il mondo. Guidata oggi dalla terza generazione della famiglia Caputo, l’azienda coniuga la tradizionale esperienza nella macinazione con moderne tecniche di produzione e un’attenta selezione delle materie prime. La farina Caputo è particolarmente rinomata nella comunità internazionale della pizza ed è strettamente associata all’autentica arte della pizza napoletana.

Diplomazia Enoica e Calici di Libertà Il Vigneto Campania Eletto Ambasciatore d’Italia al Galà del Messico

La geopolitica del calice: il sodalizio culturale guidato da Gaetano Cataldo celebra il Grito de Dolores a Roma, tra storici legami diplomatici, viticoltura ancestrale e il riscatto dei vitigni autoctoni.

Il vino non è mai stato un semplice prodotto della terra, né il mero esito di un protocollo biochimico. Esso si configura, nella sua essenza più intima, come un frammento liquido di civiltà, un archivio antropologico capace di viaggiare nello spazio e nel tempo. Nelle sue sfumature si leggono le stratificazioni di un territorio, le fatiche di una comunità e la memoria di un popolo. Quando la complessità del calice incontra l’architettura della diplomazia, l’enologia si spoglia della sua veste squisitamente commerciale per assurgere a supremo linguaggio universale: un mediatore geopolitico silenzioso, ma formidabile, capace di avvicinare nazioni distanti, superare barriere linguistiche e creare spazi di convergenza etica e culturale laddove la parola scritta a volte fatica ad arrivare.

Su questo solido presupposto concettuale, l’associazione culturale Identità Mediterranea – sodalizio fondato e sapientemente guidato dal giornalista enogastronomico e stimato sommelier Gaetano Cataldo – si accinge a tributare il proprio omaggio alla più solenne ricorrenza diplomatica dello Stato messicano in Italia. Un’occasione imperdibile per eleggere l’enologia del Bel Paese, e in special modo la Campania, a fulgida protagonista della serata. L’Anniversario della Liberazione del Messico verrà infatti officiato il prossimo 15 settembre nella prestigiosa cornice dell’Ambasciata del Messico a Roma, profilandosi – in linea con una consolidata tradizione – come un galà di assoluta esclusività, animato da personalità di alto profilo istituzionale.

La celebrazione dell’Inizio della Liberazione del Messico, storicamente legata alla notte tra il 15 e il 16 settembre, rievoca il celeberrimo Grito de Dolores del 1810: il solenne proclama con cui il sacerdote Don Miguel Hidalgo y Costilla spronò il popolo alla sollevazione contro il giogo coloniale spagnolo. Questo atto fondativo sancisce la genesi spirituale e politica della nazione messicana, un momento denso di valori universali quali la libertà, l’autodeterminazione e l’orgoglio identitario. Si tratta di principi cardine che l’Ambasciata del Messico a Roma condivide stabilmente, anno dopo anno, con le più alte cariche delle istituzioni, della diplomazia e della cultura internazionale.

Identità Mediterranea e il solido legame diplomatico con il Messico

La partecipazione di Identità Mediterranea a questo autorevole e riservato consesso istituzionale non rappresenta un fatto episodico, bensì il coronamento di un proficuo percorso di diplomazia culturale, puntualmente documentato dalla nostra redazione negli anni passati. La sinergia culturale tra il sodalizio di Castel San Giorgio e i vertici diplomatici messicani si è consolidata attraverso ben sette tappe ufficiali, testimoniando inoltre il passaggio di testimone tra due autorevoli ambasciatori: S.E. Carlos Eugenio García de Alba Zepeda e il suo attuale successore, S.E. Genaro Fausto Lozano Valencia.

I sette capitoli di questa cronaca ufficiale annoverano eventi di spicco come il 214° e il 215° Anniversario della Liberazione del Messico, la stesura della prestigiosa carta dei vini – curata dallo stesso Gaetano Cataldo – per la cena di gala volta a siglare gli accordi bilaterali per la partecipazione dell’Italia alla Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara, nonché i brindisi augurali per la danzatrice Triana Botaya López e per la biografia di Julio Iglesias firmata da Ignacio Peyró, direttore dell’Istituto Cervantes a Roma. A queste si aggiungono la celebrazione dell’Anniversario delle Forze Armate Messicane e la recente visita in Cilento dell’ambasciatore Lozano Valencia, ospite d’onore di Identità Mediterranea.

Merita inoltre una menzione speciale l’iniziativa dello scorso novembre, quando Gaetano Cataldo ha introdotto l’autentica tradizione gastronomica messicana nel cuore dell’Agro Sarnese Nocerino, grazie alla sinergia con la rinomata chef Diana Beltran: una chiara testimonianza di come l’associazione sia concretamente dedita alla valorizzazione del territorio e al dialogo interculturale.

Le Cantine del Galà: La Campania con un accento di Molise

Agricola Bellaria

Nel cuore più profondo dell’Irpinia operosa, a Roccabascerana, l’essenza di Agricola Bellaria si riverbera attorno a un monumento naturale: un maestoso tiglio plurisecolare che vigila sul borgo, emblema vivente di radici tenaci e resistenza allo scorrere del tempo. Nata dal connubio tra la famiglia Maffei e la sapienza generazionale di Antonio Pepe, la cantina interpreta il terroir irpino coniugando il rigore tipico dei suoli calcareo-vulcanici a una lungimirante tensione verso il domani.

Il culmine di questa ricerca si traduce nel rosso Coda Rara, un progetto mirato a salvaguardare e vinificare i ceppi superstiti di un’antichissima e quasi introvabile varietà a bacca rossa di Coda di Volpe. Questo raro nettare, le cui origini ideali riecheggiano fino agli scritti di Plinio il Vecchio, riassume perfettamente la filosofia aziendale: restituire centralità a ciò che la storia rischiava di disperdere. Di straordinario rilievo sono le tre DOCG della provincia di Avellino, declinate in purezza, capaci di evocare – in particolare nel Greco di Tufo e nel Fiano di Avellino – la suggestione enologica del “mare in montagna”. Quale omaggio personale per l’ambasciatore, la cantina ha selezionato una prestigiosa bottiglia di Taurasi Riserva DOCG 2015.

Il IV Miglio

Il nome stesso si configura come un suggestivo salto all’indietro nel tempo, rievocando la quarta pietra miliare della Via Consolare Campana, l’arteria che in epoca romana congiungeva il porto di Pozzuoli a Capua. Adagiata nella depressione vulcanica di Quarto, la cantina della Famiglia Verde custodisce uno dei distretti viticoli più affascinanti e primordiali dell’intero continente europeo. In questo luogo l’aria reca tracce di zolfo e di mare, e il suolo si presenta come una complessa stratificazione di ceneri, lapilli e tufo.

Il prodigio autentico de Il IV Miglio risiede nella natura dei suoi terreni, che la fillossera non è mai riuscita a violare. Tale peculiarità consente alla cantina di allevare viti di Falanghina e Piedirosso quasi interamente a piede franco, custodendo intatto il patrimonio genetico originario delle antiche piante flegree. Degustare un loro calice significa accostarsi alla storia nella sua veste più ancestrale e incontaminata. La famiglia Verde ha scelto di omaggiare l’ambasciatore Lozano Valencia con una bottiglia di Macchia Bianco, Falanghina Riserva dei Campi Flegrei DOC 2018.

Cantine Palazzo Marchesale

Questa realtà affonda le proprie radici nell’esperienza storica delle famiglie Benfidi e Vanacore, custodi e coltivatori di queste terre sin dal XIX secolo. Attive già in pieno Ottocento, le due dinastie vantarono storici legami con la Real Casa Borbonica, muovendosi da sempre su due dimensioni verticali estreme: la verticalità del cielo e la profondità del sottosuolo.

La cantina figura tra le più rigorose paladine dell’Alberata Aversana. I filari del vitigno Asprinio vengono maritati a pioppi vivi, innalzandosi come veri e propri monumenti vegetali fino a 15 metri d’altezza. La vendemmia si fa qui “viticoltura eroica”, compiuta da esperti viticoltori che sfidano le altezze su vertiginose scale di legno. Una volta raccolti, i grappoli vengono calati nelle storiche grotte tufacee, scavate a mano fino a 15 metri di profondità, dove l’oscurità e un’umidità costante cullano la fermentazione e la spumantizzazione dell’Asprinio. La maestria della cantina si estende inoltre a un’eccellente interpretazione del Pallagrello Bianco, del Pallagrello Nero e del Casavecchia. Il dono prescelto per l’ambasciatore è il Brianò, Asprinio Spumante Brut.

Casa Setaro

Arroccata a Trecase, entro i confini protetti del Parco Nazionale del Vesuvio, Casa Setaro racconta una storia interamente scritta nel quadrante di zonazione dell’area “Vesuvio Mare”. Massimo Setaro e la consorte Mariarosaria hanno ereditato un prezioso patrimonio familiare, convertendolo in un emblema della viticoltura vulcanica contemporanea, dove ogni sorso appare plasmato dal respiro profondo del Vesuvio.

A Casa Setaro va il merito del monumentale recupero del Caprettone, vitigno autoctono a bacca bianca a lungo assimilato al Coda di Volpe. Allevato a piede franco sui declivi vulcanici accarezzati dalle brezze del Golfo di Napoli, il Caprettone di Setaro esprime una mineralità decisa e una sapidità quasi salmastra, assurgendo a simbolo del riscatto dei vini vesuviani di resilienza. La cantina padroneggia inoltre con sapienza la produzione del Lacryma Christi Rosso e l’arte dell’accoglienza. Per l’ambasciatore del Messico, la tenuta vesuviana ha riservato un formato Magnum di Fuocoallegro, Piedirosso Vesuvio 2024.

Asprinio De Angelis

Situata a Casal di Principe, la cantina fondata dall’ingegnere Francesco De Angelis è guidata da una visione geometrica, rigorosamente artigianale e interamente biologica applicata alla terra. In un comprensorio storicamente fecondo come la Terra Felix, De Angelis ha scelto di spogliare l’uva Asprinio dei vecchi stereotipi per conferirgli un profilo inedito, improntato al contempo al massimo rigore enologico.

Il fulcro dell’attività aziendale risiede nella valorizzazione dell’Asprinio in purezza, esplorato anche attraverso il Metodo Classico e affinamenti mirati. I vini si distinguono per una freschezza citrina affilata e una vibrante acidità naturale, capace di detergere il palato e di tradursi in spumanti di sorprendente longevità e precisione tecnica, pronti a confrontarsi con i grandi territori della spumantistica europea. Non a caso, l’ingegnere De Angelis ha selezionato una Magnum di Mattia, Asprinio Spumante Brut Metodo Classico 2020, da destinare a Sua Eccellenza Lozano Valencia.

Viticoltori Cocozza

La spinta enologica si sposta verso meridione, per l’esattezza ad Agropoli, dove la rigogliosa macchia mediterranea si fonde con le millenarie suggestioni archeologiche di Paestum e della Magna Grecia. Viticoltori Cocozza opera secondo l’affascinante modello della cantina diffusa: i vigneti non costituiscono un corpo unico, bensì piccoli e preziosi fazzoletti di terra incastonati tra colline argillose battute dai venti salmastri e costantemente baciate dal sole del Cilento.

Il baricentro della loro produzione si esprime nella celebre linea Vallone Scuro. Sia il Fiano sia il Rosato da uve Aglianico si smarcano dai consueti cliché produttivi: sono vini androgini, complessi e profondamente sapidi, contraddistinti da intense sfumature terrose, minerali e di vegetazione spontanea che riflettono fedelmente il temperamento selvaggio e marittimo del Cilento. La versione in rosso del medesimo Aglianico si traduce in un sorso equilibratamente materico e marino; non a caso, il Vallone Scuro Aglianico IGT Paestum 2024 è la bottiglia selezionata per il diplomatico messicano.

Cantine Matese

Questo affascinante progetto nasce come un vero e proprio hub enologico e identitario radicato ad Alife, con il preciso intento di raccontare le sfumature incontaminate che cingono il Massiccio del Matese. Per mappare al meglio la complessità dei suoli e dei microclimi che mutano nel volgere di pochi chilometri, Cantine Matese articola la propria proposta attraverso tre distinte linee, ognuna custode di un messaggio ben definito:

Elepha: Un omaggio alla storia antica del territorio e alla maestosità della montagna. Questa linea racchiude l’anima più calda e strutturata dell’alto casertano e del Sannio, firmando rossi avvolgenti come l’Aglianico Opulento e la Barbera del Sannio Alticcia.

Malise: L’essenza del confine, una linea tesa a unire l’anima della Campania interna a quella del vicino Molise. Si concentra sulla freschezza e su vitigni montani e trasversali, traducendosi in etichette territoriali come la Tintilia e il Rosso del Molise.

Ren: Rappresenta la pura ricerca, l’innovazione e le “connessioni” tra viticoltori. Sotto questo marchio nascono eleganti interpretazioni di vitigni autoctoni storici della Valle del Volturno, come il celebre Pallagrello Nero Linea Identitaria ReSisto.

Tale progetto è egregiamente condotto da Leandro Sannullo, coadiuvato dall’enologo Vincent Renzo. Le cantine porteranno in dono il Tintilia del Molise DOC 2022.

Ocone 1910

A Ponte, nel cuore del Sannio beneventano, Ocone 1910 si staglia como uno dei pilastri storici del vino campano. Fondata all’inizio del secolo scorso, la cantina ha attraversato le grandi trasformazioni del Novecento rimanendo sempre fedele al massiccio calcareo del Taburno. Il racconto del marchio si intreccia inevitabilmente con l’antropologia, la storia e il folklore locale, mantenendo un profondo rispetto per i cicli della natura.

La cantina Ocone, al cui timone siede Giorgio Vergona, ha avuto il merito storico di credere nella longevità e nella nobiltà dell’Aglianico del Taburno e della Falanghina in tempi in cui il vino campano veniva commercializzato principalmente sfuso. I loro vini giocano sulla finezza dei tannini e su una spiccata acidità, dimostrando una capacità di evoluzione nel tempo che solo i grandi terroir storici sanno regalare, oltre a proporre una linea spumantistica briosa e vini frizzanti gastronomicamente flessibili. L’azienda sannita ha scelto una Magnum di Anastasi Aglianico del Taburno DOCG 2017 per l’ambasciatore.

Ca’ Stelle

A Castelvenere, il comune più vitato d’Italia per proporzione di terreno, Ca’ Stelle si configura come una realtà moderna e dinamica che ha saputo interpretare la ricchezza geomorfologica della Valle Telesina, caratterizzata da terreni argillosi e calcarei ricchi di sedimenti. Il loro storytelling è improntato sulla freschezza giovanile, sulla sostenibilità e sulla biodiversità del vigneto.

La cantina brilla in modo particolare nella valorizzazione contemporanea della Camaiola, storicamente nota come Barbera del Sannio, e della Falanghina. Attraverso vinificazioni estremamente pulite e rispettose del varietale, Ca’ Stelle trasforma questi vitigni in vini agili, profumatissimi e di grande bevibilità, perfetti ambasciatori del Sannio moderno nel mondo. Per l’occasione la famiglia Assini ha deciso di portare in dono Dolce Andromeda Barbera del Sannio DOC 2020.

Conclusioni

Il ricorrente e felice incontro tra Identità Mediterranea e l’Ambasciata del Messico a Roma sancisce la definitiva maturità di un modello che vede nell’enocultura il nucleo pulsante delle relazioni interculturali. I nettari campani e le incursioni molisane scelti per omaggiare la diplomazia messicana non sono semplici doni di cortesia, bensì ambasciatori di un’Italia profonda, complessa, orgogliosa delle proprie radici e votata all’accoglienza.

Con questo appuntamento, la regìa strategica di Gaetano Cataldo dimostra che il vino sa farsi ideale orizzonte comune: un ponte gettato sull’Atlantico che unisce le sponde della creatività, del riscatto storico e dell’indipendenza identitaria. In ogni calice che si leverà a Roma per festeggiare la Liberazione del Messico, non si celebrerà soltanto l’eccellenza di una filiera, ma l’abbraccio fraterno tra la cultura del Bel Paese e lo spirito indomito degli Stati Uniti del Messico, aprendo la strada a una stagione rinnovata di scambi, intese culturali e virtuose connessioni future.

Cala Moresca a Bacoli, l’eleganza “a chilometro zero”

Nuovo corso per il ristorante Enigma del complesso turistico Cala Moresca sul promontorio della baia di Bacoli, luogo di vacanza noto sin dai tempi degli imperatori romani.

Un posto esclusivo sorto in uno dei piccoli paradisi della Campania, nel cuore dei Campi Flegrei, che in altri contesti avrebbe avuto la preferenza ad occhi chiusi del visitatore amante del lusso e che vede oggi un comprensorio in forte difficoltà non solo per causa del bradisismo.

Eppure riuscire a fare le cose con eleganza mantenendo una precisa identità è un compito non impossibile per chi sa vedere lontano, come i soci titolari Roberto Laringe e Alfredo Gisonno. Anzitutto con il “miracolo” gourmet chiamato Caracol, una stella Michelin capitanato da Angelo Carannante in cucina, che ha spiazzato l’idea stessa del grande resort destinato solo ai matrimoni ed eventi popolari da catering.

Enigma soddisfa invece le esigenze di una proposta più quotidiana e tradizionale, senza per questo dimenticare gusto ed eleganza sin dalla presentazione. Elemento chiave ricercato dai fratelli Raffaele e Michele Barbato che si affiancano ad Enzo Di Giovanni da poco rientrato in brigata. E poi le materie prime locali, indispensabili per mantenere vivo il contatto con la realtà a chilometro zero, come nelle cozze alla parmigiana anticipate dal classico pesto di cozze bacolese da utilizzare sui crostini come aperitivo. O i salumi di mare serviti affumicati con verdure fresche e salsine: salmone alla bietola rossa, ombrina al cavolo viola, ricciola al sentore di alghe marine, tonno alle erbette aromatiche. Uno spunto creativo riproposto in altre versioni rese celebri da Carannante nel fine dining serale.

Sfizioso il mini bun con prosciutto di tonno, caviale e peperoncino dolce del Perù. In sala Michele Somma consiglia con garbo l’abbinamento tra una carta vini in crescita con oltre 50 referenze. Un servizio quanto mai gradito da affiancare nella triologia di baccalà caprese con mozzarella, gambero in crosta orientale e granatina di ricciola su verdure grigliate.

«Quello che conta è l’autenticità – spiega Laringe – “Enigma” è quasi un ossimoro: il nome richiama qualcosa di misterioso, ma la nostra idea di cucina è estremamente riconoscibile. La fine tecnica degli chef si ritrova nei piatti tradizionali presentati in modo creativo. Si valorizza il piatto senza snaturarlo».

Limitare il numero massimo di coperti ad 80 sedute è già sinonimo di qualità, perché massificare nella confusione sacrificherebbe l’attenzione al dettaglio e all’ospite. Così il rombo alla mediterranea ripieno con patate arrosto e zucca alla brace è semplicemente squisito ed esalta il mediterraneo dal primo all’ultimo morso.

Quando si parla a vuoto del territorio senza sapere cosa sia esattamente, bisognerebbe fare una sosta da Cala Moresca a due passi da Capo Miseno e osservare in silenzio cullati da un panorama unico nel suo genere.

I Pastry Chef campani rileggono le caramelle d’infanzia: 4 proposte di comfort pâtisserie

Parte da Agerola, in alta Costiera amalfitana, e raggiunge Sorrento, in Penisola sorrentina, il desiderio di trasformare in dolci le caramelle dell’infazia.

Del resto, una recente ricerca realizzata da Unione Italiana Food testimonia che il 95% della popolazione adulta consuma regolarmente caramelle e il 61% dichiara di averne una preferita che, spesso, è la stessa che si è amata da bambini.

Sfruttando la forza evocativa dell’ “effetto Madeleine”, il fenomeno capace di evocare ricordi ed emozioni del passato grazie alla percezione di un odore o di un sapore, alcuni tra i più creativi Pastry Chef della ristorazione campana, su idea e suggerimento di Carmen Davolo e Daniela Marrapese, della Dieffe Comunicazione,  hanno trasformato le caramelle del cuore in esclusivi dessert al piatto.

Vediamoli.

Angelo Guarino, Pastry chef de La Corte degli Dei di Palazzo Acampora, ad Agerola, ha inaugurato il trend proponendo la sua versione della Rossana: una mousse con il gusto della caramella dal caratteristico incarto rosso rubino, completata da un cuore di passion fruit.

«Alla composizione tradizionale, ho voluto aggiungere una nota che dichiarasse la mia totale “passione” per questa caramella, che amo da quando ero bambino», ha dichiarato Guarino.

Ferdinando De Simone, pâtissier del Lorelei di Sorrento, ha creato “Srotola”, un omaggio alla iconica rotella al gusto di liquirizia, creata nel 1922 e protagonista, da sempre, di un rituale ludico che consiste nello srotolarla prima di addentarla.

Da questo gesto è nato il nome e dalla predilezione di Ferdinando per la liquirizia calabrese Amarelli la ricetta: una sablée ai limoni di Sorrento, con una morbida ganache al cioccolato bianco, meringa e liquirizia.

Al ristorante Il Buco di Sorrento, dove la pasticceria, affidata a un team tutto al femminile, è il risultato di un approccio corale, Marialaura PalumboGiusy Persico e Teresa Gargiulo hanno puntato alla rielaborazione delle Toffee, conosciute anche come Caramelle al Mou, le classiche di origine inglese a base di caramello bruno.

“La mia Alpenliebe” è una sablée alla nocciola, realizzato con farina Mulino Caputo, burro, uova e vaniglia, con un cuore di crema diplomatica al latte.

 Infine, Maria Varone, Pastry chef dell’Hilton Sorrento Palace, ha preso ispirazione dalla caramella al limone, creando “La mia infanzia: Cuore di lemon curd”.

Una sintesi equilibrata tra la freschezza del limone e la dolcezza del cioccolato bianco,  realizzata con succo e bucce grattugiate di limoni, rigorosamente sorrentini, burro e uova.

 I dessert nati da questo progetto sono ora disponibili nei rispettivi ristoranti campani: un invito a lasciarsi conquistare dalla dolcezza nata dalla confetteria e approdata all’alta pasticceria e capace di attraversare le generazioni.