Diplomazia Enoica e Calici di Libertà Il Vigneto Campania Eletto Ambasciatore d’Italia al Galà del Messico

La geopolitica del calice: il sodalizio culturale guidato da Gaetano Cataldo celebra il Grito de Dolores a Roma, tra storici legami diplomatici, viticoltura ancestrale e il riscatto dei vitigni autoctoni.

Il vino non è mai stato un semplice prodotto della terra, né il mero esito di un protocollo biochimico. Esso si configura, nella sua essenza più intima, come un frammento liquido di civiltà, un archivio antropologico capace di viaggiare nello spazio e nel tempo. Nelle sue sfumature si leggono le stratificazioni di un territorio, le fatiche di una comunità e la memoria di un popolo. Quando la complessità del calice incontra l’architettura della diplomazia, l’enologia si spoglia della sua veste squisitamente commerciale per assurgere a supremo linguaggio universale: un mediatore geopolitico silenzioso, ma formidabile, capace di avvicinare nazioni distanti, superare barriere linguistiche e creare spazi di convergenza etica e culturale laddove la parola scritta a volte fatica ad arrivare.

Su questo solido presupposto concettuale, l’associazione culturale Identità Mediterranea – sodalizio fondato e sapientemente guidato dal giornalista enogastronomico e stimato sommelier Gaetano Cataldo – si accinge a tributare il proprio omaggio alla più solenne ricorrenza diplomatica dello Stato messicano in Italia. Un’occasione imperdibile per eleggere l’enologia del Bel Paese, e in special modo la Campania, a fulgida protagonista della serata. L’Anniversario della Liberazione del Messico verrà infatti officiato il prossimo 15 settembre nella prestigiosa cornice dell’Ambasciata del Messico a Roma, profilandosi – in linea con una consolidata tradizione – come un galà di assoluta esclusività, animato da personalità di alto profilo istituzionale.

La celebrazione dell’Inizio della Liberazione del Messico, storicamente legata alla notte tra il 15 e il 16 settembre, rievoca il celeberrimo Grito de Dolores del 1810: il solenne proclama con cui il sacerdote Don Miguel Hidalgo y Costilla spronò il popolo alla sollevazione contro il giogo coloniale spagnolo. Questo atto fondativo sancisce la genesi spirituale e politica della nazione messicana, un momento denso di valori universali quali la libertà, l’autodeterminazione e l’orgoglio identitario. Si tratta di principi cardine che l’Ambasciata del Messico a Roma condivide stabilmente, anno dopo anno, con le più alte cariche delle istituzioni, della diplomazia e della cultura internazionale.

Identità Mediterranea e il solido legame diplomatico con il Messico

La partecipazione di Identità Mediterranea a questo autorevole e riservato consesso istituzionale non rappresenta un fatto episodico, bensì il coronamento di un proficuo percorso di diplomazia culturale, puntualmente documentato dalla nostra redazione negli anni passati. La sinergia culturale tra il sodalizio di Castel San Giorgio e i vertici diplomatici messicani si è consolidata attraverso ben sette tappe ufficiali, testimoniando inoltre il passaggio di testimone tra due autorevoli ambasciatori: S.E. Carlos Eugenio García de Alba Zepeda e il suo attuale successore, S.E. Genaro Fausto Lozano Valencia.

I sette capitoli di questa cronaca ufficiale annoverano eventi di spicco come il 214° e il 215° Anniversario della Liberazione del Messico, la stesura della prestigiosa carta dei vini – curata dallo stesso Gaetano Cataldo – per la cena di gala volta a siglare gli accordi bilaterali per la partecipazione dell’Italia alla Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara, nonché i brindisi augurali per la danzatrice Triana Botaya López e per la biografia di Julio Iglesias firmata da Ignacio Peyró, direttore dell’Istituto Cervantes a Roma. A queste si aggiungono la celebrazione dell’Anniversario delle Forze Armate Messicane e la recente visita in Cilento dell’ambasciatore Lozano Valencia, ospite d’onore di Identità Mediterranea.

Merita inoltre una menzione speciale l’iniziativa dello scorso novembre, quando Gaetano Cataldo ha introdotto l’autentica tradizione gastronomica messicana nel cuore dell’Agro Sarnese Nocerino, grazie alla sinergia con la rinomata chef Diana Beltran: una chiara testimonianza di come l’associazione sia concretamente dedita alla valorizzazione del territorio e al dialogo interculturale.

Le Cantine del Galà: La Campania con un accento di Molise

Agricola Bellaria

Nel cuore più profondo dell’Irpinia operosa, a Roccabascerana, l’essenza di Agricola Bellaria si riverbera attorno a un monumento naturale: un maestoso tiglio plurisecolare che vigila sul borgo, emblema vivente di radici tenaci e resistenza allo scorrere del tempo. Nata dal connubio tra la famiglia Maffei e la sapienza generazionale di Antonio Pepe, la cantina interpreta il terroir irpino coniugando il rigore tipico dei suoli calcareo-vulcanici a una lungimirante tensione verso il domani.

Il culmine di questa ricerca si traduce nel rosso Coda Rara, un progetto mirato a salvaguardare e vinificare i ceppi superstiti di un’antichissima e quasi introvabile varietà a bacca rossa di Coda di Volpe. Questo raro nettare, le cui origini ideali riecheggiano fino agli scritti di Plinio il Vecchio, riassume perfettamente la filosofia aziendale: restituire centralità a ciò che la storia rischiava di disperdere. Di straordinario rilievo sono le tre DOCG della provincia di Avellino, declinate in purezza, capaci di evocare – in particolare nel Greco di Tufo e nel Fiano di Avellino – la suggestione enologica del “mare in montagna”. Quale omaggio personale per l’ambasciatore, la cantina ha selezionato una prestigiosa bottiglia di Taurasi Riserva DOCG 2015.

Il IV Miglio

Il nome stesso si configura come un suggestivo salto all’indietro nel tempo, rievocando la quarta pietra miliare della Via Consolare Campana, l’arteria che in epoca romana congiungeva il porto di Pozzuoli a Capua. Adagiata nella depressione vulcanica di Quarto, la cantina della Famiglia Verde custodisce uno dei distretti viticoli più affascinanti e primordiali dell’intero continente europeo. In questo luogo l’aria reca tracce di zolfo e di mare, e il suolo si presenta come una complessa stratificazione di ceneri, lapilli e tufo.

Il prodigio autentico de Il IV Miglio risiede nella natura dei suoi terreni, che la fillossera non è mai riuscita a violare. Tale peculiarità consente alla cantina di allevare viti di Falanghina e Piedirosso quasi interamente a piede franco, custodendo intatto il patrimonio genetico originario delle antiche piante flegree. Degustare un loro calice significa accostarsi alla storia nella sua veste più ancestrale e incontaminata. La famiglia Verde ha scelto di omaggiare l’ambasciatore Lozano Valencia con una bottiglia di Macchia Bianco, Falanghina Riserva dei Campi Flegrei DOC 2018.

Cantine Palazzo Marchesale

Questa realtà affonda le proprie radici nell’esperienza storica delle famiglie Benfidi e Vanacore, custodi e coltivatori di queste terre sin dal XIX secolo. Attive già in pieno Ottocento, le due dinastie vantarono storici legami con la Real Casa Borbonica, muovendosi da sempre su due dimensioni verticali estreme: la verticalità del cielo e la profondità del sottosuolo.

La cantina figura tra le più rigorose paladine dell’Alberata Aversana. I filari del vitigno Asprinio vengono maritati a pioppi vivi, innalzandosi come veri e propri monumenti vegetali fino a 15 metri d’altezza. La vendemmia si fa qui “viticoltura eroica”, compiuta da esperti viticoltori che sfidano le altezze su vertiginose scale di legno. Una volta raccolti, i grappoli vengono calati nelle storiche grotte tufacee, scavate a mano fino a 15 metri di profondità, dove l’oscurità e un’umidità costante cullano la fermentazione e la spumantizzazione dell’Asprinio. La maestria della cantina si estende inoltre a un’eccellente interpretazione del Pallagrello Bianco, del Pallagrello Nero e del Casavecchia. Il dono prescelto per l’ambasciatore è il Brianò, Asprinio Spumante Brut.

Casa Setaro

Arroccata a Trecase, entro i confini protetti del Parco Nazionale del Vesuvio, Casa Setaro racconta una storia interamente scritta nel quadrante di zonazione dell’area “Vesuvio Mare”. Massimo Setaro e la consorte Mariarosaria hanno ereditato un prezioso patrimonio familiare, convertendolo in un emblema della viticoltura vulcanica contemporanea, dove ogni sorso appare plasmato dal respiro profondo del Vesuvio.

A Casa Setaro va il merito del monumentale recupero del Caprettone, vitigno autoctono a bacca bianca a lungo assimilato al Coda di Volpe. Allevato a piede franco sui declivi vulcanici accarezzati dalle brezze del Golfo di Napoli, il Caprettone di Setaro esprime una mineralità decisa e una sapidità quasi salmastra, assurgendo a simbolo del riscatto dei vini vesuviani di resilienza. La cantina padroneggia inoltre con sapienza la produzione del Lacryma Christi Rosso e l’arte dell’accoglienza. Per l’ambasciatore del Messico, la tenuta vesuviana ha riservato un formato Magnum di Fuocoallegro, Piedirosso Vesuvio 2024.

Asprinio De Angelis

Situata a Casal di Principe, la cantina fondata dall’ingegnere Francesco De Angelis è guidata da una visione geometrica, rigorosamente artigianale e interamente biologica applicata alla terra. In un comprensorio storicamente fecondo come la Terra Felix, De Angelis ha scelto di spogliare l’uva Asprinio dei vecchi stereotipi per conferirgli un profilo inedito, improntato al contempo al massimo rigore enologico.

Il fulcro dell’attività aziendale risiede nella valorizzazione dell’Asprinio in purezza, esplorato anche attraverso il Metodo Classico e affinamenti mirati. I vini si distinguono per una freschezza citrina affilata e una vibrante acidità naturale, capace di detergere il palato e di tradursi in spumanti di sorprendente longevità e precisione tecnica, pronti a confrontarsi con i grandi territori della spumantistica europea. Non a caso, l’ingegnere De Angelis ha selezionato una Magnum di Mattia, Asprinio Spumante Brut Metodo Classico 2020, da destinare a Sua Eccellenza Lozano Valencia.

Viticoltori Cocozza

La spinta enologica si sposta verso meridione, per l’esattezza ad Agropoli, dove la rigogliosa macchia mediterranea si fonde con le millenarie suggestioni archeologiche di Paestum e della Magna Grecia. Viticoltori Cocozza opera secondo l’affascinante modello della cantina diffusa: i vigneti non costituiscono un corpo unico, bensì piccoli e preziosi fazzoletti di terra incastonati tra colline argillose battute dai venti salmastri e costantemente baciate dal sole del Cilento.

Il baricentro della loro produzione si esprime nella celebre linea Vallone Scuro. Sia il Fiano sia il Rosato da uve Aglianico si smarcano dai consueti cliché produttivi: sono vini androgini, complessi e profondamente sapidi, contraddistinti da intense sfumature terrose, minerali e di vegetazione spontanea che riflettono fedelmente il temperamento selvaggio e marittimo del Cilento. La versione in rosso del medesimo Aglianico si traduce in un sorso equilibratamente materico e marino; non a caso, il Vallone Scuro Aglianico IGT Paestum 2024 è la bottiglia selezionata per il diplomatico messicano.

Cantine Matese

Questo affascinante progetto nasce come un vero e proprio hub enologico e identitario radicato ad Alife, con il preciso intento di raccontare le sfumature incontaminate che cingono il Massiccio del Matese. Per mappare al meglio la complessità dei suoli e dei microclimi che mutano nel volgere di pochi chilometri, Cantine Matese articola la propria proposta attraverso tre distinte linee, ognuna custode di un messaggio ben definito:

Elepha: Un omaggio alla storia antica del territorio e alla maestosità della montagna. Questa linea racchiude l’anima più calda e strutturata dell’alto casertano e del Sannio, firmando rossi avvolgenti come l’Aglianico Opulento e la Barbera del Sannio Alticcia.

Malise: L’essenza del confine, una linea tesa a unire l’anima della Campania interna a quella del vicino Molise. Si concentra sulla freschezza e su vitigni montani e trasversali, traducendosi in etichette territoriali come la Tintilia e il Rosso del Molise.

Ren: Rappresenta la pura ricerca, l’innovazione e le “connessioni” tra viticoltori. Sotto questo marchio nascono eleganti interpretazioni di vitigni autoctoni storici della Valle del Volturno, come il celebre Pallagrello Nero Linea Identitaria ReSisto.

Tale progetto è egregiamente condotto da Leandro Sannullo, coadiuvato dall’enologo Vincent Renzo. Le cantine porteranno in dono il Tintilia del Molise DOC 2022.

Ocone 1910

A Ponte, nel cuore del Sannio beneventano, Ocone 1910 si staglia como uno dei pilastri storici del vino campano. Fondata all’inizio del secolo scorso, la cantina ha attraversato le grandi trasformazioni del Novecento rimanendo sempre fedele al massiccio calcareo del Taburno. Il racconto del marchio si intreccia inevitabilmente con l’antropologia, la storia e il folklore locale, mantenendo un profondo rispetto per i cicli della natura.

La cantina Ocone, al cui timone siede Giorgio Vergona, ha avuto il merito storico di credere nella longevità e nella nobiltà dell’Aglianico del Taburno e della Falanghina in tempi in cui il vino campano veniva commercializzato principalmente sfuso. I loro vini giocano sulla finezza dei tannini e su una spiccata acidità, dimostrando una capacità di evoluzione nel tempo che solo i grandi terroir storici sanno regalare, oltre a proporre una linea spumantistica briosa e vini frizzanti gastronomicamente flessibili. L’azienda sannita ha scelto una Magnum di Anastasi Aglianico del Taburno DOCG 2017 per l’ambasciatore.

Ca’ Stelle

A Castelvenere, il comune più vitato d’Italia per proporzione di terreno, Ca’ Stelle si configura come una realtà moderna e dinamica che ha saputo interpretare la ricchezza geomorfologica della Valle Telesina, caratterizzata da terreni argillosi e calcarei ricchi di sedimenti. Il loro storytelling è improntato sulla freschezza giovanile, sulla sostenibilità e sulla biodiversità del vigneto.

La cantina brilla in modo particolare nella valorizzazione contemporanea della Camaiola, storicamente nota come Barbera del Sannio, e della Falanghina. Attraverso vinificazioni estremamente pulite e rispettose del varietale, Ca’ Stelle trasforma questi vitigni in vini agili, profumatissimi e di grande bevibilità, perfetti ambasciatori del Sannio moderno nel mondo. Per l’occasione la famiglia Assini ha deciso di portare in dono Dolce Andromeda Barbera del Sannio DOC 2020.

Conclusioni

Il ricorrente e felice incontro tra Identità Mediterranea e l’Ambasciata del Messico a Roma sancisce la definitiva maturità di un modello che vede nell’enocultura il nucleo pulsante delle relazioni interculturali. I nettari campani e le incursioni molisane scelti per omaggiare la diplomazia messicana non sono semplici doni di cortesia, bensì ambasciatori di un’Italia profonda, complessa, orgogliosa delle proprie radici e votata all’accoglienza.

Con questo appuntamento, la regìa strategica di Gaetano Cataldo dimostra che il vino sa farsi ideale orizzonte comune: un ponte gettato sull’Atlantico che unisce le sponde della creatività, del riscatto storico e dell’indipendenza identitaria. In ogni calice che si leverà a Roma per festeggiare la Liberazione del Messico, non si celebrerà soltanto l’eccellenza di una filiera, ma l’abbraccio fraterno tra la cultura del Bel Paese e lo spirito indomito degli Stati Uniti del Messico, aprendo la strada a una stagione rinnovata di scambi, intese culturali e virtuose connessioni future.

Cala Moresca a Bacoli, l’eleganza “a chilometro zero”

Nuovo corso per il ristorante Enigma del complesso turistico Cala Moresca sul promontorio della baia di Bacoli, luogo di vacanza noto sin dai tempi degli imperatori romani.

Un posto esclusivo sorto in uno dei piccoli paradisi della Campania, nel cuore dei Campi Flegrei, che in altri contesti avrebbe avuto la preferenza ad occhi chiusi del visitatore amante del lusso e che vede oggi un comprensorio in forte difficoltà non solo per causa del bradisismo.

Eppure riuscire a fare le cose con eleganza mantenendo una precisa identità è un compito non impossibile per chi sa vedere lontano, come i soci titolari Roberto Laringe e Alfredo Gisonno. Anzitutto con il “miracolo” gourmet chiamato Caracol, una stella Michelin capitanato da Angelo Carannante in cucina, che ha spiazzato l’idea stessa del grande resort destinato solo ai matrimoni ed eventi popolari da catering.

Enigma soddisfa invece le esigenze di una proposta più quotidiana e tradizionale, senza per questo dimenticare gusto ed eleganza sin dalla presentazione. Elemento chiave ricercato dai fratelli Raffaele e Michele Barbato che si affiancano ad Enzo Di Giovanni da poco rientrato in brigata. E poi le materie prime locali, indispensabili per mantenere vivo il contatto con la realtà a chilometro zero, come nelle cozze alla parmigiana anticipate dal classico pesto di cozze bacolese da utilizzare sui crostini come aperitivo. O i salumi di mare serviti affumicati con verdure fresche e salsine: salmone alla bietola rossa, ombrina al cavolo viola, ricciola al sentore di alghe marine, tonno alle erbette aromatiche. Uno spunto creativo riproposto in altre versioni rese celebri da Carannante nel fine dining serale.

Sfizioso il mini bun con prosciutto di tonno, caviale e peperoncino dolce del Perù. In sala Michele Somma consiglia con garbo l’abbinamento tra una carta vini in crescita con oltre 50 referenze. Un servizio quanto mai gradito da affiancare nella triologia di baccalà caprese con mozzarella, gambero in crosta orientale e granatina di ricciola su verdure grigliate.

«Quello che conta è l’autenticità – spiega Laringe – “Enigma” è quasi un ossimoro: il nome richiama qualcosa di misterioso, ma la nostra idea di cucina è estremamente riconoscibile. La fine tecnica degli chef si ritrova nei piatti tradizionali presentati in modo creativo. Si valorizza il piatto senza snaturarlo».

Limitare il numero massimo di coperti ad 80 sedute è già sinonimo di qualità, perché massificare nella confusione sacrificherebbe l’attenzione al dettaglio e all’ospite. Così il rombo alla mediterranea ripieno con patate arrosto e zucca alla brace è semplicemente squisito ed esalta il mediterraneo dal primo all’ultimo morso.

Quando si parla a vuoto del territorio senza sapere cosa sia esattamente, bisognerebbe fare una sosta da Cala Moresca a due passi da Capo Miseno e osservare in silenzio cullati da un panorama unico nel suo genere.

I Pastry Chef campani rileggono le caramelle d’infanzia: 4 proposte di comfort pâtisserie

Parte da Agerola, in alta Costiera amalfitana, e raggiunge Sorrento, in Penisola sorrentina, il desiderio di trasformare in dolci le caramelle dell’infazia.

Del resto, una recente ricerca realizzata da Unione Italiana Food testimonia che il 95% della popolazione adulta consuma regolarmente caramelle e il 61% dichiara di averne una preferita che, spesso, è la stessa che si è amata da bambini.

Sfruttando la forza evocativa dell’ “effetto Madeleine”, il fenomeno capace di evocare ricordi ed emozioni del passato grazie alla percezione di un odore o di un sapore, alcuni tra i più creativi Pastry Chef della ristorazione campana, su idea e suggerimento di Carmen Davolo e Daniela Marrapese, della Dieffe Comunicazione,  hanno trasformato le caramelle del cuore in esclusivi dessert al piatto.

Vediamoli.

Angelo Guarino, Pastry chef de La Corte degli Dei di Palazzo Acampora, ad Agerola, ha inaugurato il trend proponendo la sua versione della Rossana: una mousse con il gusto della caramella dal caratteristico incarto rosso rubino, completata da un cuore di passion fruit.

«Alla composizione tradizionale, ho voluto aggiungere una nota che dichiarasse la mia totale “passione” per questa caramella, che amo da quando ero bambino», ha dichiarato Guarino.

Ferdinando De Simone, pâtissier del Lorelei di Sorrento, ha creato “Srotola”, un omaggio alla iconica rotella al gusto di liquirizia, creata nel 1922 e protagonista, da sempre, di un rituale ludico che consiste nello srotolarla prima di addentarla.

Da questo gesto è nato il nome e dalla predilezione di Ferdinando per la liquirizia calabrese Amarelli la ricetta: una sablée ai limoni di Sorrento, con una morbida ganache al cioccolato bianco, meringa e liquirizia.

Al ristorante Il Buco di Sorrento, dove la pasticceria, affidata a un team tutto al femminile, è il risultato di un approccio corale, Marialaura PalumboGiusy Persico e Teresa Gargiulo hanno puntato alla rielaborazione delle Toffee, conosciute anche come Caramelle al Mou, le classiche di origine inglese a base di caramello bruno.

“La mia Alpenliebe” è una sablée alla nocciola, realizzato con farina Mulino Caputo, burro, uova e vaniglia, con un cuore di crema diplomatica al latte.

 Infine, Maria Varone, Pastry chef dell’Hilton Sorrento Palace, ha preso ispirazione dalla caramella al limone, creando “La mia infanzia: Cuore di lemon curd”.

Una sintesi equilibrata tra la freschezza del limone e la dolcezza del cioccolato bianco,  realizzata con succo e bucce grattugiate di limoni, rigorosamente sorrentini, burro e uova.

 I dessert nati da questo progetto sono ora disponibili nei rispettivi ristoranti campani: un invito a lasciarsi conquistare dalla dolcezza nata dalla confetteria e approdata all’alta pasticceria e capace di attraversare le generazioni.

Il POMO Fest torna a Nocera Inferiore con 2 weekend di eventi dal 10 al 13 e dal 17 al 20 settembre

Ospiti Errico Porzio, Gino Sorbillo, Peppe Di Napoli e tanti altri

Il POMO Fest torna a Nocera Inferiore. La seconda edizione del festival dedicato al pomodoro conferma ancora una volta la città di Nocera Inferiore come capitale italiana delle aziende conserviere. Dal 10 al 13 e dal 17 al 20 settembre, nel cuore della città nocerina, prenderà vita un grande evento diffuso che celebra il pomodoro, simbolo identitario dell’Agro nocerino sarnese, e della Campania e in generale, e riconosciuto come risorsa economica di valore mondiale.

 “Sono lieto di accogliere anche quest’anno a Nocera Inferiore il Pomo Fest, un evento centrale per valorizzare l’intera filiera del pomodoro e il lavoro straordinario delle aziende conserviere dell’Agro Nocerino-Sarnese. Questa iniziativa rappresenta una vetrina fondamentale per rafforzare la nostra identità territoriale, generare indotto turistico e promuovere la Campania come destinazione enogastronomica d’eccellenza. Benvenuti a tutti coloro che condivideranno con noi questa grande festa della nostra terra.” ha dichiarato il sindaco di Nocera Inferiore, l’avvocato Paolo De Maio.

Il progetto “POMO FEST” è promosso e realizzato dall’Associazione Pomo Fest – ETS, che annovera tra i propri soci fondatori Roberto Ruggiero, Gino Citarella, Antonio Grimaldi, Antonio Giaccoli, presidente dell’Accademia Nazionale Pizza DOC, Rosario Augusto e Roberto Jannelli dell’associazione Erre Erre Eventi.

“Essendo persone del territorio dell’Agro nocerino sarnese, siamo cresciuti praticamente circondati dal pomodoro e, girando tanto nel mondo, abbiamo visto e rivisto questo frutto in tutte le salse – ha affermato Roberto Ruggiero, presidente dell’Associazione Pomo Fest -– La scorsa edizione ha confermato la nostra intuizione, ovvero quella di Nocera Inferiore come capitale italiana delle aziende conserviere. Proprio per questo anche quest’anno abbiamo sentito il bisogno di organizzare questo eventoil Pomo Fest a Nocera Inferiore, luogo ideale dove poter valorizzare, sia a livello culinario che a livello culturale, questo splendido prodotto della nostra terra”.

Promosso dall’Associazione Pomo Fest con il sostegno del Comune di Nocera Inferiore con il patrocinio del Ministero dell’Agricoltura, della Regione Campania e della Camera di Commercio di Salerno, il festival animerà per quattro giorni2 weekend consecutivi il centro della città nocerina con degustazioni, spettacoli, talk, masterclass e momenti culturali.

“Dopo i successi internazionali ottenuti dal Campionato Mondiale Pizza DOC e Pizza DOC Awards, e dai corsi tenuti in tutti il mondo con l’Accademia Nazionale Pizza DOC, il Pomo Fest è un ritorno a casa visto che tutto è partito proprio da Nocera – hanno affermato Vincenzo e Mena Giaccoli, le due anime dell’Accademia Nazionale Pizza DOC – Abbiamo voluto creare un evento che potesse valorizzare il territorio ed il suo prodotto tipico: il pomodoro. Speriamo di poter costruire un progetto che parte da Nocera Inferiore per arrivare nel resto d’Italia e del Mondo”.

Una seconda edizione particolare che sarà dedicata alla memoria del compianto Antonio Giaccoli, fondatore e presidente della Accademia Nazionale Pizza DOC scomparso prematuramente lo scorso mese di giugno. Originario di Nocera Superiore, Giaccoli con la sua Accademia era riuscito a creare un enorme progetto legato al Mondo Pizza, con sedi e corsi realizzati in tutto il mondo, e aveva deciso da subito di puntare sul progetto Pomo Fest per tornare a realizzare grandi eventi anche nella sua terra d’origine.

Proprio per questo sarà istituita una borsa di studio per giovani pizzaioli dedicata alla memoria di Antonio Giaccoli, il modo migliore per ricordare il Presidente dell’Accademia Nazionale Pizza DOC.

Non a caso, infatti, il progetto Pomo Fest vuole:

  • Valorizzare la filiera del pomodoro attraverso le aziende conserviere che da decenni rappresentano l’orgoglio dell’Agro Nocerino-Sarnese;
  • Offrire un’esperienza culturale e gastronomica che intrecci tradizione, innovazione, sostenibilità e inclusione sociale;
  • Consolidare l’identità territoriale, generare indotto turistico e promuovere la Campania come destinazione enogastronomica di eccellenza.

Ospiti d’eccezione saranno testimonial illustri del mondo della ristorazione campana e nazionale, come: il maestro pizzaiolo Gino Sorbillo, il maestro pizzaiolo Errico Porzio, il maestro pizzaiolo Fabio Di Giovanni della pizzeria Don Antonio 1970, il pasticciere napoletano Poppella, lo chef pescivendolo Peppe Di Napoli, i food influencer Peppe e Federica de Il mio viaggio a Napoli con le loro pizzerie, il food creator Ingordo della nocerina Bottega Paradiso, il maestro pizzaiolo Antonio Fiorillo di Lievita, la pizzeria I Borboni, le parigine di Cianò, le pizzerie nocerine Madison, Nasteat e Nuga, gli chef dell’hotel Due Torri di Maiori, gli chef del San Severino Park Hotel di Mercato San Severino e tanti altri ancora.

“Il nostro è progetto di valorizzazione di tutto il sistema conserviero ed in particolare del pomodoro, l’oro rosso dell’Agro nocerino sarnese – hanno precisato Rosario Augusto e Roberto Jannelli di Erre Erre Eventi – Quello che deve uscire fuori è il territorio della Valle del Sarno, le sue eccellenze ortofrutticole e quelle relative alle storiche aziende conserviere che trasformano i prodotti agricoli e mantengono in piedi l’economia della zona. Un progetto ambizioso che vuole raccontare questo pezzo di territorio campano che va dalla Valle Metelliana fino alle pendici del Vesuvio e farlo conoscere per tutta la sua bellezza”.

Cuore del Pomo Fest saranno le aziende conserviere, colonne portanti della filiera agroalimentare locale e non solo, come Solania, Ciao, De Clemente, Nobile, Petti, Rega, La Carmela, Sica, Fontanella, La Fiammante, Pomilia, La Rinascita. Un’adesione di straordinaria rilevanza che conferma la forza e l’unità del comparto conserviero campano, ambasciatore del pomodoro e del pomodoro San Marzano nel mondo. Il loro contributo testimonia la volontà condivisa di investire in un progetto di promozione territoriale che lega cibo, cultura e identità. Altri partner enogastronomici saranno: Martini; Birra Peroni – Nastro Azzurro; le farine di Molino Vigevano; i prodotti caseari di Podere dei Leoni; Pepsi; il Caffè Trucillo.

Partner della seconda edizione del POMO Fest saranno:i servizi di digital strategist di CIBOH; la comunicazione stampa e le pubbliche relazioni di BTL Prod; Grimaldi; NEXT; Sdm Service Di Senatore Domenico; Sky Edilagro srl; Aurora Cartoleria.

Partner Tecnici saranno gli abiti di lavoro di Divise & Divise, la legna professionale di Legna Caldo Pellett, i forni a legna di Reppuccia, il coordinamento e la comunicazione grafica di Dimensione Pubblicità, i servizi stampa di Testa Creativa.

Media partner ufficiale sarà Radio Base.

Il Pomo Fest prenderà vita nel cuore di Nocera Inferiore, ovvero piazza Diaz, piazza Amendola, via Matteotti e via Lanzara. Il percorso esperienziale prevede:

  • stand enogastronomici;
  • stand espositivi di aziende conserviere;
  • postazione con prodotti senza glutine e senza lattosio;
  • punti bar;
  • showcooking, masterclass e talk tematici.

Due weekend di eventi che colorerà di rosso tutta la città di Nocera Inferiore.

Casentino: il Pinot Nero che guarda al futuro

Cambiamento climatico, viticoltura di alta quota e identità territoriale: il Convegno di Poppi racconta un territorio che evolve senza dimenticare le proprie radici

Ci sono territori che sembrano avere una relazione particolare con il vino e il Casentino è uno di questi. Boschi, altitudine, escursioni termiche e una viticoltura che negli ultimi anni ha trovato nuove chiavi di lettura fanno di questa valle una delle aree più interessanti della Toscana da osservare, soprattutto, in un momento in cui il cambiamento climatico sta imponendo alla viticoltura nuove domande.

È proprio da queste domande che è partito il Convegno Vini del Casentino, ospitato nella suggestiva cornice del castello medievale di Poppi. Un appuntamento che ha messo intorno allo stesso tavolo produttori, tecnici e istituzioni con lo sguardo verso una viticoltura chiamata a cambiare: piogge distribuite in modo diverso, estati più lunghe, inverni meno rigidi e periodi di siccità sempre più ricorrenti stanno modificando le condizioni nelle quali i viticoltori si trovano a lavorare.

A delineare il quadro sono stati Bernardo Gozzini, ex responsabile del Consorzio Lamma Regione Toscana, Gennaro Giliberti della Direzione Agricoltura della Regione Toscana, l’agronomo Ruggero Mazzilli, insieme a Marco Biagioli e Vincenzo Tommasi dell’Associazione Viticoltori del Casentino.

Il tema non è soltanto comprendere che cosa sta cambiando, ma capire come prepararsi al cambiamento. Tre le direttrici emerse dal confronto: innovazione e investimenti per rendere i vigneti più resilienti, gestione dell’acqua come risorsa strategica e una maggiore attenzione alla prevenzione agronomica e alla lettura dei dati climatici.

Una sfida che riguarda il futuro, ma che parte da decisioni molto concrete nel presente. E il Casentino sembra volerla affrontare con consapevolezza, perché evolvere significa capire come preservare la propria identità mentre cambiano le condizioni intorno.

Dopo il confronto tecnico, è stato il vino a prendere la parola: la Masterclass condotta da Luca Radicchi ha messo a confronto nove Pinot Nero, nove interpretazioni diverse di uno stesso territorio. Un vitigno che in Casentino ha trovato condizioni particolarmente interessanti e che oggi è coltivato da 19 aziende su 27 ettari.

La degustazione ha mostrato una gamma espressiva tutt’altro che uniforme: freschezza, trasparenza, componente floreale, frutto, balsamicità, struttura e verticalità si sono alternate nei diversi calici, restituendo un’immagine articolata del territorio.

Terre di Romena 2024 ha aperto la degustazione con una bella trasparenza luminosa, profumi agrumati di arancia sanguinella, piccoli frutti rossi e viola mammola. Fresco, succoso e sapido, con un tannino fine e ben integrato.

Più materico il Giuncaia, Gorgo 2024, da agricoltura biologica, caratterizzato dai terreni argillosi che regalano maggiore concentrazione cromatica e un frutto maturo. Le note balsamiche accompagnano una struttura solida e un tannino più marcato.

Il Lo Ri, Podere Pereto 2023 propone invece un’espressione più calda e mediterranea, con spezie ed erbe aromatiche, acidità più contenuta e buona persistenza.

Grande trasparenza per Ornina 2023, biologico e biodinamico, ottenuto con fermentazione spontanea. Vivace, floreale e agrumato, con eleganti richiami balsamici e aromatici.

Il Podere della Civettaja 2023, biologico, si distingue per luminosità e verticalità. Un naso inizialmente timido lascia spazio a una bocca di grande espressività, con un tannino lunghissimo, fine ed elegante.

Con L’Alberone, I Renzetti 2022 arrivano note di frutto e fiore evoluti e una speziatura delicata. Fresco, equilibrato e lineare.

Pergentina, Passumena 2022 esprime invece un frutto scuro maturo, accompagnato da un lieve accenno di confettura e da una nota balsamica. Intenso, persistente e compiuto.

Poppiena 2021 gioca ancora sulla trasparenza, con frutti rossi e scuri, note floreali e speziate. In bocca mostra equilibrio e compattezza, con un lieve calore alcolico che non disturba.

A chiudere la degustazione è stato Cuna 2021, caratterizzato da intensità olfattiva, dolcezza del frutto, piacevolezza e un finale lungo e armonico. Una delle interpretazioni più complete della Masterclass.

Nove vini diversi, dunque, ma un filo comune: la capacità del Pinot Nero di leggere il territorio attraverso sfumature, più che attraverso la forza.

Il pomeriggio ha portato il pubblico dalle riflessioni tecniche all’incontro diretto con produttori e territorio. L’apertura delle cantine ha inaugurato la 28ª edizione del Festival “Il Gusto dei Guidi”, manifestazione che da decenni racconta il Casentino attraverso vino, cultura e gastronomia.

È qui che il racconto del vino trova la sua dimensione più completa, perché un territorio vitivinicolo non è fatto soltanto di vigneti e bottiglie: è fatto di persone, tradizioni, cultura, accoglienza e capacità di costruire relazioni per trasformare il territorio in un luogo da conoscere, vivere e ricordare.

Un ringraziamento speciale all’Associazione Viticoltori del Casentino, alla Pro Loco Centro Storico di Poppi e a Davide Bonucci di Enoclub Siena per l’invito e per aver creato un’occasione di confronto così ricca.

Il Casentino sta costruendo il proprio futuro attraverso una viticoltura che osserva i cambiamenti climatici, sperimenta, investe e cerca nuove risposte, senza perdere il rapporto con il territorio.

Il confronto tecnico del convegno e la degustazione dei nove Pinot Nero raccontano una viticoltura fatta di altitudine, freschezza, biodiversità e ricerca, il Festival “Il Gusto dei Guidi” aggiunge la dimensione della comunità e della cultura.

Due momenti diversi, ma complementari, che restituiscono l’immagine di un territorio capace di ascoltare ciò che accade, studiare, sperimentare e, soprattutto, continuare a raccontarsi, perché il futuro del vino passa anche da qui: dalla capacità di evolvere senza smettere di essere riconoscibili. E il Casentino, oggi, ha ancora molto da raccontare.

Un ringraziamento speciale per le foto ad Andrea Moretti, fotografo in Firenze.

Vega Restaurant a Carinaro dal 14 settembre la nuova proposta Business Lunch e tante iniziative per festeggiare la fine dell’estate ed i sapori dell’autunno

Dal lunedì al venerdì la pausa pranzo diventa un’esperienza di gusto e salute al Vega Restaurant di Carinaro, con le raffinate idee dell’Executive Chef Agostino Malapena. Materie prime del territorio e cura nelle preparazioni, mantenendo intatta la filosofia dello stare comodi a tavola in famiglia. Il momento perfetto per affrontare il resto della giornata con nuove energie ed in totale relax.

Il business lunch, che si unisce alla classica scelta à la carte, prevede le proposte “Terra” fra tradizione, comfort e sapori; “Mare”, tra freschezza ed essenze mediterranee e ancora “Light Lunch”,  con insalatone, bufala, tonno, culatello o la “green protein”, una Caesar Salad rivisitata. Cucina contemporanea, un servizio attento e premuroso in un’atmosfera esclusiva e riservata con, su richiesta, anche pasti dietetici personalizzati in base ad ogni tipo di regime alimentare.

A cena il Vega Restaurant a Carinaro si trasforma in una location romantica dalle luci soffuse, per festeggiare insieme i giorni più lieti con una carta gourmet ricca di innovazione e tradizione e le numerose referenze della lista vini. Con la fine dell’estate e l’avvicinarsi dell’autunno poi, il calendario eventi prevederà il 25 settembre la serata party “Ciao Estate”, live show firmato da Ciro Corcione e il 16 ottobre “Sapori d’Autunno” dedicata alle primizie dell’orto e del bosco. La domenica di Mammà, infine, è la proposta aggiuntiva di ogni domenica per ricordare le ricette di casa tra ragù, genovese, parmigiana di melanzane e tanti altri cult della gastronomia partenopea.     

Vega Palace

Restaurant, Bistrot

Cafè, Pastries

Boutique Hotel

Viale della Logistica

Ed. Vega 1281030 Carinaro (CE)

La naturale ospitalità al DiAletti di Napoli

Tra locali a stampo e mode passeggere, la ristorazione vive spesso di grandi proclami e di identità artefatte, tra web reality e comunicazione preconfezionata. Diventa pertanto sempre più complicato trovare delle oasi ristorative che siano coerenti alla loro mission e che possano definirsi davvero autentiche.

Se l’autenticità procurasse lo stesso sollievo della frescura e doveste trovarvi nel rione Chiaia, probabilmente assumerebbe la forma di un vico adombrato, accarezzato dalla brezza marina proveniente dal Golfo di Napoli, e dal volto della naturale ospitalità di Giorgia.

Nel ventre un po’ nascosto di Chiaia, infatti, il vico Satriano raccoglie il lungo respiro del Mediterraneo e l’austerità di antichi palazzi in un’area di Napoli che è altrettanto centrale e autentica ma meno chiassosa e che ispira al riserbo e alla ricercatezza.

Proprio qui, al civico n.10, si trova il ristorante DiAletti, un vero ecosistema di cucina e vino naturale che, senza urla e proclami, sussurra e professa fermamente la sostenibilità e il rispetto per le comunità rurali che tengono insieme il territorio, impedendo l’erosione della biodiversità, delle tradizioni e di una materia prima che sa anzitutto di risorsa umana, si fa cibo sano, non merce da prendere comodamente allo scaffale, e quindi ingrediente trattato con rispetto.

Ebbene sì, DiAletti, aperto nel 2017, è una ventata di freschezza per la ristorazione e per i territori delle aree interne che guardano alla sostenibilità come a un valore irrinunciabile per condurre virtuosamente la produzione in campo e la pesca.

Qui, al vico Satriano, si fondono ospitalità genuina, cucina di terra, cucina marinara e vini artigianali, ma non è tutto: se l’ospitalità e la coerenza al manifesto etico sono la premessa irrinunciabile assieme alla proposta gastronomica, da DiAletti si può riscoprire quell’antroposofia praticata a tavola che riesce a far incontrare persone nuove, farle rallentare e uscire dalla loro comfort zone, per predisporsi al nuovo e a un piccolo viaggio di scoperta, finalizzato ad arricchire non soltanto il palato.

Se la triangolazione giusta a tavola è l’incontro tra cultura, edonismo ed emozioni, le pietanze qui sembrano essere fatte, oltre che per lo stomaco, per arricchire la mente e il cuore.

Galeotta è stata una cena-degustazione di altissimo rilievo in una serata estiva decisamente molto promettente e carica di aspettative, grazie anche alla presenza di Giulia Ghizzo, produttrice di vini artigianali, assieme a suo marito Alberto Lot, e a Federica Marigliano, architetto ceramista nonché fondatrice del brand “Deslow”.

La cena è iniziata proprio mettendo le mani in pasta, ma non in cucina, bensì durante un workshop di ceramica alla scoperta dei segreti dell’argilla bianca e di come il concetto di materico abbia a che fare con la tattilità e l’ancestrale desiderio di creare, tipico delle popolazioni mediterranee. L’interazione con la matericità plastica della ceramica ha visto, come anello di giunzione, il Fior De Lot e il terreno da cui nascono le uve di cui è fatto. Coinvolgente il racconto della produttrice dei vini, a partire dalla descrizione dei terreni, tra Veneto e Friuli Venezia-Giulia, e dalla scommessa di investire nei vitigni Piwi, come il Bronner e Prior, assieme allo storicissimo Glera. Infatti, la cantina di Alberto Lot ha sede a Sacile, in provincia di Pordenone, mentre i vigneti, tutti potati a doppio capovolto, si trovano poco distanti da Palù di Francenigo, in provincia di Treviso, lungo l’alto corso del fiume Livenza.

Il Fior De Lot 2024, da Bronner in purezza vinificato, senza alcuna filtrazione, ha inaugurato la serata, vincendo l’abbinamento con la pasta fritta ma, più di ogni altra cosa con l’acidità della frutta, svelando una complessità gusto-olfattiva e una persistenza ben oltre il concetto di vino frizzante.

La convivialità, presto raggiunta prima di sedersi a tavola, proprio grazie all’interazione dovuta alla precedente attività, ha reso possibile instaurare immediatamente l’atmosfera social che al DiaLetti è parte integrante del menu.

Se c’è un’altra cosa che viene assaporata, come l’ambiente, prima dell’arrivo delle portate, quella è la cucina a vista, incastonata in maniera millimetrica negli spazi del locale e da cui trapela un rigoroso senso dell’ordine, e il pane: la gratificazione del lievitato va ben oltre il piacere del calore e della fragranza dell’appena sfornato, incontrando la qualità di farine come ianculidda, carusedda e saragolla lucana, oltre ad altre varietà, provenienti da Caselle in Pittari, precisamente dal Mulino a pietra Monte Frumentario, della Cooperativa sociale Terra di Resilienza, condotta da Antonio Pellegrino. Un pane buono, evidentemente un pane di altri tempi, che svirgola dalla metrica del grado di abburattamento e dalla classificazione industriale, per mettere in tavola un alto grado di germe di grano, non senza le difficoltà di panificare una farina per niente addomesticata e malleabile come quelle largamente impiegate altrove.

Pane buono, olio extravergine di oliva buono e la benedizione di vassoi centrali colmi di zucchine tagliate alla julienne, fresche di campagna. Vassoi matericamente artistici, assieme ad alcuni altri elementi presenti a tavola…. di Federica, naturalmente.

Il primo, tra i piatti costituenti l’antipasto, è stata la tartara di pesce serra, con lattuga canasta, limone sotto sale e menta. Ci si potrebbe soffermare a lungo sulla mano gentile che è stata capace di mantenere vivo il sapore e la delicatezza del pescato agli altri ingredienti, sarebbe piuttosto facile, per quanto non banale e scontato, ma il punto è un altro; la lattuga canasta non è stata affatto impiegata come coreografia al piatto, bensì come ingrediente necessario a elevare la texture del piatto: essa è una varietà di insalata vigorosa, nata da un incrocio tra la Batavia e la Iceberg, particolarmente croccante, saporita e resistente al caldo.

Evidentemente sia in sala che in cucina, qui al DiAletti, sanno che la differenza è insita nelle piccole cose e che la semplicità nasconde dettagli fondamentali, ricerca e attenzione.

Un magnum di Filari Ginevra 2023 ha gratificato il palato ed esaltato la tendenza dolce del pesce azzurro: frutto di fermentazioni spontanee, macerazione sulle bucce per tre settimane, con nessuna chiarifica e nessuna filtrazione, ha restituito al piatto un ulteriore accento, giocato sulle note agrumate.

Il Baccalà fritto in pastella di lievito madre e patate, servito con crema di carote, in un gioco di morbidezza e croccantezza, evidenziava tutto lo spessore e il gusto del mussillo, accompagnato al Filari Ginevra 2024, così come il primo piatto di pasta fresca con sugo del pescato e polpa, con odori di stagione, al dente, di delicata aromaticità e dalla piacevole connotazione umami.

La monofagia, la noia del solito branzino e dell’orata, erano già state bandite con il pesce serra, a dimostrazione dell’attenzione alla stagionalità e alla sostenibilità della pesca, ma se non si fosse inteso già, ecco la sottolineatura: la parmigiana di raja, ergo di razza chiodata, quella presente nei nostri mari. Un mattoncino di golosa felicità e intensità gustativa con il sapore intenso del sugo ristretto di pomodoro San Marzano. Il maridaje è tutto giocato sulle bollicine del Fior De Lot 2022, stavolta però nella versione Metodo Classico, e i suoi nove mesi di affinamento sui lieviti.

I vini di Alberto Lot hanno dimostrato, anche grazie al valore rustico delle pratiche artigianali fuso all’eleganza, una grande duttilità di sposarsi con la cucina mediterranea, sia nell’abbinamento per portata che a tutto pasto. È con questa convinzione, che ha trovato assolutamente riscontro con la realtà, che il Filari Margherita 2019, da uve Bronnen macerate per tre settimane, quello nella bottiglia trasparente per intenderci, si è fatto piacere persino con il dessert: una sontuosa granita di limone.

Come fa una granita di limone ad essere definita sontuosa? Anzitutto perché fatta con il limone Sfusato della Costiera Amalfitana, assolutamente biologico e non trattato, in secondo luogo perché assiemato a una sua parte fermentata e, infine, perché capace di veicolare un concerto di riconoscimenti agrumati, tra cui il pompelmo e lo yuzu, con il giusto e delicato apporto di zuccheri, per niente strabordanti.

Il format autentico e originale di DiAletti si completa nella Spesa Naturale: una filiera cortissima dalla campagna alla città, che mette al centro i contadini che praticano agricoltura rigenerativa, rendendo disponibile la materia prima per tutti coloro che ne volessero far richiesta, come fosse un mercato della terra a portata di mano e un from farm to fork for the city proprio sotto casa. Insomma, è proprio vero: se un piatto o un vino hanno qualcosa da dire ce lo dicono in bocca e al DiAletti hanno decisamente tanto da raccontare, grazie alla gustosa convivialità e a una cucina matura, rispettosa della materia prima e coerente con il manifesto etico del locale, nel rispetto dell’ospite e del territorio.

Tarquinia e le sue eccellenze a DiVino Etrusco

Tarquinia due giornate immersive e memorabili nel territorio con degustazioni,  incontri e visite in azienda in occasione di DiVino Etrusco.

Andato in scena da giovedì 20 a domenica 23 e da giovedì 27 a sabato 29 agosto 2026, giunto alla sua 20° edizione, viene organizzato dal Comune di Tarquinia, in collaborazione con la Pro Loco Tarquinia e Carlo Zucchetti, “il giornalista enogastronomico con il cappello”. Presso gli stand nelle vie della cittadina etrusca vi erano in degustazione vini provenienti dalle 12 città etrusche facenti parte della Dodecapoli.  Inoltre,  food street con prodotti locali,  musica e attività culturali. 

In occasione della 20esima edizione ho partecipato ad un tour immersivo tra alcune realtà di questo straordinario territorio della Tuscia, trovando grande ospitalità e cordialità dai protagonisti del comprensorio. Una graziosa enclave posta vicino al mare con forte vocazione agricola e grande rilievo paesaggistico.  Tarquinia vanta un centro storico ben conservato con molti monumenti ed è una delle città più antiche d’Italia.  A poca distanza dal centro abitato, c’è Lido di Tarquinia, un litorale ben attrezzato con stabilimenti balneari e servizi sia ristorativi che ricettivi.


La prima visita si è svolta presso Agriturismo Casale Poggio Nebbia con la Cantina di proprietà PrimaLuce. Posta in zona collinare della Farnesiana a poca distanza dal mare, di proprietà della famiglia Cedrini. Vanta una superficie totale di 60 ettari, dove affondano le radici di varietà autoctone ed internazionali come vermentino, viognier,  cesanese, sangiovese e syrah coltivate a gestione biologica. Ecco i vini degustati e molto apprezzati presso l’Agriturismo Casale Poggio Nebbia: Gemma Lazio Igt Rosato 2025/ Brezza Lazio Igp Bianco 2024 / Brina Lazio Igp Viognier 2024 / Frie Lazio Igp 2024 /Gavre Lazio Igp 2024 / Calice Lazio Igp 2024 / Bruma Lazio Igp 2024.

Qui abbiamo degustato anche i vini dell’ Azienda Agricola Anna Elisei. L’azienda è nata nel 2006, situata in località Pantano di Sopra, L’azienda per anni si è occupata solo di prodotti cerealicoli e ortofrutticoli, recentemente ha messo a dimora le varietà, vermentino e viognier. L’azienda si estende in una superficie totale di 11 ettari. La prima etichetta risale al 2022. I vini degustati e anch’essi molto apprezzati sono: Terre Palus Lazio Igt Viognier 2024 e Terre Palus Lazio Igt Vermentino e Viognier 2024.

Dopo una breve pausa ripartiamo verso Tenuta Sant’Isidoro. La Tenuta nasce alla fine degli anni ’30 del secolo scorso lungo la costa della Maremma laziale, si estende per una superficie di circa 817 ettari. Da tre generazioni la famiglia Palombi gestisce l’azienda con abnegazione e con l’intento di coniugare tradizione e innovazione, sempre nel rispetto della natura, dei suoi ritmi e delle peculiarità del territorio. Ecco i vini degustati accompagnati da delizie locali : Soraluisa Lazio Igp Bianco 2025 / Soremidio Lazio Igt Rosso 2023 / Soremidio Lazio Igt Rosso 2019 /Soremidio Lazio Igt Rosso 2016.


A seguire ci siamo spostati al Podere Giulio per una deliziosa cena a base dei loro prodotti e in abbinamento oltre ai loro vini, abbiamo degustato anche quelli dell’azienda Agricola Massimo Tosoni. Podere Giulio oltre al Ristorante dispone di Appartamenti nell’Agriturismo con piscina, oltre a produrre ortaggi e frutta, produce anche 5 etichette con uve provenienti esclusivamente dai loro vigneti: Mantine, Uccio, Spinicce, Grandine e Nannone. 
L’ Azienda Agricola Massimo Tosoni ha prodotto e venduto vino sfuso per due generazioni, oggi è produttrice anche di oltre 5000 bottiglie l’anno. Tre sono le etichette sia prodotte che degustate: Rosso  Pantano, Bianco Pantano e Vermentino  Pantano.

All’indomani la prima tappa è stata presso l’Azienda Agricola Giorgini Santa Maria, una realtà agricola a conduzione familiare situata nel cuore della splendida campagna di Tarquinia, nella località di Santa Maria. 

L’azienda è l’esito di una lunga tradizione che affonda le radici in una passione vera per la terra e i suoi frutti. Da anni, si dedicano con dedizione alla coltivazione e alla produzione di alimenti di alta qualità, offrendo ai propri clienti prodotti autentici. Ogni prodotto realizzato nasce dalla passione per l’agricoltura e dal rispetto per l’ambiente che li circonda, utilizzando metodi di coltivazione sostenibili e rispettosi della natura. Ecco i vini: Santa Maria Igp (Trebbiano e Malvasia) Santa Maria Igp (Vermentino) Santa Maria Igp 2023 (Syrah) Santa Maria  Nasso Igp ( Syrah) Ranchese Igp (Vermentino).

La seconda tappa è stata presso Vinaio 98.3 Dal 2023 La vigna si trova nel Vivaio 98.3 a ridosso del giardino dimostrativo dove il motto è biodiversità. Le viti affondano le radici vicino ad una vasta varietà di piante mediterranee che crescono e si riproducono anche spontaneamente in vicinanza al mare. In mezzo a questa grande biodiversità controllando meticolosamente la crescita delle viti ottengono un’uva sana, l’unico ingrediente dei vini del Vinaio 98.3. Ecco i vini: Cisto 2025 / Antillo 2025 / Donadeo 2024. 
Ed eccoci alla terza tappa presso Etruscaia. L’anno di fondazione risale al 2008. Le varietà coltivate sono malvasia,  viognier,  sangiovese,  montepulciano e syrah.  I vigneti posti a pochi passi dal mare occupano poco più di 5, 2 ettari. Dal 2018 lavorano secondo i dettami dell’agricoltura biologica. La cantina è ipogea e realizzata in tufo. Durante la degustazione dei vini abbiamo assaporato alcuni piatti ben realizzati. Ecco i vini: Sng 4 2023, Mlv 54 2022, Bibi 2025, Vio’ 2025, Momo’ 2025, Olghina 2025, Leandro 2024, Otto 2024.



Muscari Tomajoli, l’azienda nasce nel 2007 da un’idea di Sergio Muscari Tomajoli. Sui terreni di famiglia sono state piantate le varietà montepulciano, petit verdot e vermentino. Le vigne sono poste in zona collinare e condotte in biologico. Si occupa oggi dell’azienda il figlio Marco. Le rese per ettaro sono molto basse. Le bottiglie sono prodotte in quantità limitata ed interamente numerate. I disegni sulle etichette sono firmati dall’artista Guido Sileoni. Ecco i vini:
Pantaleone 2025, Pantaleone 2021, Velca 2025, Velca 2024, Nethun 2025, Nethun 2023, Aita 2023.

Una delle ultime tappe é stata alla pluripremiata e rinomata Distilleria Numa all’interno della,l’ azienda agricola Valle del Marta. Da oltre un secolo vengono prodotti distillati come brandy, grappe, gin e liquori di elevata qualità. Il brandy viene invecchiato per un periodo di 25 anni, le cui uve di proprietà quali, sangiovese,  ciliegiolo, cesanese, montepulciano, cabernet e merlot vengono coltivate accanto alla distilleria.  Di proprietà della famiglia Pusceddu. Abbiamo molto apprezzato il Gin tonic, il Vermouth e il rinomato Brandy accompagnati da prodotti locali. 

Prima di fare un tour tra le vie della cittadina etrusca, ci siamo recati al Museo Nazionale Etrusco per assistere a Bere insieme, l’uso etrusco Lectio Magistralis di Vincenzo Bellelli, Direttore del Parco Archeologico Cerveteri e Tarquinia.

“L’Altro Oltrepò” – L’Oltrepò Pavese tutto da scoprire

L’Altro Oltrepò raccoglie undici produttori e ben trentaquattro vini; un incontro con un territorio che chiede di essere guardato negli occhi.

L’Oltrepò è terra di Pinot Nero, lo è dal 1850 quando il Conte Augusto Giorgi di Vistarino portò questa varietà, ma non solo. È una terra generosa, dedita alla viticoltura di qualità da secoli e con una storia così sfaccettata che non può relegarsi a una voce solista perché è nella polifonia delle sue sfaccettature che mostra il suo meglio.

Quello di cui parliamo oggi è un “Altro” Oltrepò fatto di Riesling Italico, Barbera, Croatina, Mornasca, Moradella grande e piccola, Cortese, Ughetta, Uva Rara, Vespolina e altri vessilli identitari più intimi, che con la loro qualità stanno trovando il loro spazio all’interno del racconto principale del territorio. Il 7 maggio, alla Trattoria Masuelli San Marco, questo Oltrepò ha avuto spazio, parlando con la sua voce, attraverso una selezione magistrale.

I produttori sono molti, tra nomi più celebri e altri sorprendenti seppur meno conosciuti, Picchioni, VNA Wine, Cascina Gnocco, Vini Buscaglia, Colle del Bricco, Perego & Perego, Bruno Verdi, Cà del Gè, Giogà, La Rocchetta di Mondondone, Dezza 1890.

Il Riesling Italico è una varietà di uva ampiamente diffusa in Oltrepò ma vive spesso d’ombra per via del suo nome che lo porta erroneamente a paragone con il cugino Renano, tanto che tra le ultime proposte al tavolo del Consorzio vi è anche la possibilità di darle unicamente il nome di “Italico” abbandonando la radice Riesling per garantirle quella identità che merita. In Croazia col nome di Grasevina è la bacca bianca più diffusa, meritatamente, perché è un’uva generosa che con le sue caratteristiche può permettersi variegate narrazioni, dalle più croccanti alle terziarizzazioni più audaci, mantenendo eleganza e “Identità”.

Barbera(minimo 25% max 65%), Croatina(minimo 25% max 65%), Uva Rara, Ughetta di Canneto Pavese (altresì conosciuta come Vespolina),Uva Rara raccontano invece l’ossatura tradizionale dei Rossi dell’Oltrepò, in percentuali differenti e con eventuali presenze in forma minore di altri vitigni locali consentiti (come la Moradella che troveremo, o il Pinot Nero che non deve superare il 45%), blend che hanno trovato il loro equilibrio nella natura e nella storia del territorio, qui rappresentati da aziende che hanno saputo adattarli all’attualità senza decontestualizzarli ma rafforzando la loro storica e bellissima indentità.

Bruno Verdi – Canneto Pavese

Apre le danze una delle realtà più coerenti del territorio, sette generazioni e una fedeltà assoluta allo stile pulito, territoriale, senza derive moderniste, che rivedremo dopo nei rossi. Il Riesling Italico Frizzante 2025 è un piccolo manifesto, la lieve bolla esprime in modo intimo note di erba sfalciata, agrume, più in evidenza rispetto a una note semi aromatiche. Al palato lo zucchero è sciolto e assolutamente poco evidente, mentre la bolla leggera che esalta la sapidità freca dei suoli calcarei.

La scelta di spumantizzare questa varietà in maniera un po’ diversa, in autoclave con pied de cuve è lodevole e da dona a queste uve una dimensione briosa e Armonica.

Passando ai rossi il Cavariola 2021 conferma la mano magistrale sui blend del territorio e la vocazione pazzesca dell’omonima vigna da cui si produce questo vino, solo nelle migliori annate, dal 1985: Croatina e Barbera in equilibrio naturale, Uva Rara e Ughetta a rifinire la finezza. Un vino profondo, che al naso sprigiona note di sottobosco, cannella noce moscata, frutta nera matura e humus, pepe di cayenna. Asciutto e generoso, ricco di nobili tannini.

Il Buttafuoco 2024 è immediato, croccante, vivo: la vinificazione passa qualche attimo in assenza di ossigeno, è effettuata parte con buccia e parte senza buccia. La Vespolina spicca nella nota di pepe nero, Si apre su note di liquirizia e una rotondità di beva molto agevole e contemporanea, piacevole.

Cà del Gè – Montalto Pavese

Specialisti dell’Italico, i loro vigneti sono in altura, caratteristiche che si ripercuotono nei vini tesi e minerali. La Brina 2024 è la versione più fresca, brillante, al naso apre con note di marndorla e frutta a guscio, in bocca esprime una burrosità molto ben amalgamata e finale salino. Il Filagn Long 2024, è un purista ed è l’Italico più strutturato, se ne fanno circa 3000 bottiglie: viene da una vigna di 80 anni, terreni poveri, caratteristiche che aiutano a concentrare la mineralità, la vinificazione di uve leggermente surmature è fatta attraverso una micro-ossigenazione naturale i lieviti sono quelli naturalmente presenti. Il risultato è un vino paglierino di buona carica, che all’olfatto apre con note di ananas, mandaola dolce, lilium, in bocca equilibrio e persistenza burrosa e sapida.

Il Fajro 2022 è un Buttafuoco da annata calda, maturo, speziato in cui si fa notare la Barbera al 40% che con la sua freschezza si coniuga perfettamente con la potenza della Croatina di questa annata e gli dona leggeri toni selvatici.

Perego & Perego – Artigiani dell’eleganza

Piccola realtà che lavora con estrazioni misurate privilegiando l’eleganza sulla potenza, sperimentatori e minimalisti. Il Barocco è un blend di 50% Croatina, 10% Moradella Grande, 10% Moradella Piccola, 20% Vespolina, 10% Barbera che fa dai 12 ai 60 mesi di legno grande. Barocco 2018 è fresco, fine, floreale, con colore vivido e beva agevolissima. Il Barocco 2017 è più caldo: frutto maturo, struttura ampia, liquirizia evidente. Il Giubilo 2016 è una Bonarda, quindi Croatina, quasi in purezza, con un 10% di Barbera e un 5% di uva Rara a ingentilire: toni aranciati aprono a un ventaglio olfattivo variegato e fine, mora, cacao amaro, poi sottobosco secco e grafite, al palato dimostra una grande struttura e un tannino fine, profondità, il 2016 rappresenta tra l’altro una grande annata.

Picchioni – Solinga e Riva Bianca

Riferimento assoluto del Buttafuoco Storico, Andrea è un viticoltore meticoloso, un agricoltore purista, dedico al territorio e ai suoi prodotti. Il Bricco Riva Bianca è uno dei due crù, una vigna simbolo del territorio, che arriva a 45% di pendenza, e il buttafuoco nasce proprio su questi pendii, che ci viene presentata in un trittico di annate: 2021,2020,2016 tutte magnum.

La vinificazione prevede una cernita a tavolo, la fermentazione in tini tronco-conici di rovere di Slavonia da 4000 litri, sosta sulle bucce per un minimo di 40 giorni, quindi ancora rovere per 24 mesi e attesa dopo l’imbottigliamento.

La 2021 ha un equilibrio spostato sulla freschezza e su tannini agevoli. Un Buttafuoco che non sbaglia mai, che nella differenza di ogni annata riesce a trovare un grande equilibrio. La 2020 è più calda: il frutto pieno in bocca acquista rotondità e tannini più ricchi di frutto e smussati. 2016, annata perfetta per un vino in sintonia con lo stile del Vigneron: generoso al visivo, al naso apre con note di ciliegia sotto spirito e cacao, sorso dinamico, salino, rotondo, nero.

Vini Buscaglia – La Croatina in purezza

L’azienda porta la Croatina come scelta identitaria, coraggiosa, rara. Il tempo dei lunghi affinamenti per cercare l’equilibrio e far parlare coi giusti toni un vitigno vigoroso e tannico naturalmente.

La verticale Tabar 2004–2015–2018 è una piccola masterclass: 2018 iniziamo con colori cupi, profumi di viola e si mischiano a frutta più matura, poi radice di liquirizia e spezia dolce, in bocca freschezza e slancio acidità, il tannino fitto e asciutto. 2015 più vigore, l’annata è calda e struttura e morbidezza. Con la 2004 abbiamo la piena maturità, c’è terziarizzazione, note di cacao, tabacco spento e marasca si aggiungono al ventaglio olfattivo, in bocca il tannino è succoso e amplifica la lunghezza gustativa piacevolmente.

VNA Wine – Federico Fiori, il laboratorio

Piccola cantina sperimentale, nelle esperte mani di Federico Fiori, ogni anno viene lanciato un progetto diverso. La N0 è il tavolo sperimentale, ogni anno cambia vitigno. La N0 2019 è un Riesling Italico macerato: al naso svela note di tè nero, erbe, in bocca tannino leggero, un naso sorprendentemente un filo rossista per estrazione, qualche sbuffo di geranio, un vino gastronomico che si potrebbe azzardare con un’anatra all’arancia.

N1 2019 è Cortese, una rarità fuori dal Piemonte, e qui trova generosità che si traduce in più corpo e sapidità: le note sono fresche e agrumate, anche leggermente terziarizzate da leggero smalto, in bocca sapidità che crea fame.

N02 altro Cortese, di eccellente finezza: il profilo è agrumato e finissimo, infuso di scorza d’arancia, miele di tarassaco, salgemma che preannuncia quello che all’assaggio è un vino dal sorso pieno e saporito.

N2 2020 è invece un Metodo Classico, siamo di fronte a un’annata calda al contrario della precedente. Al naso spiccano mandorla, fiori bianchi, e un frutto leggermente più maturo in bocca bel volume accentuato dalla bolla.

Dezza 1890 – Metodo Classico da Italico

Altra storica realtà che dimostra mano tecnica. Il Carlo Giorgio è un Brut secco, dai 15 ai 18 mesi sui lieviti, se ne fanno 600 bottiglie sboccate a la volée. Il perlage è fine e persistente, al naso sprigiona ricordi di scorza di mela golden, mandorla, un leggero tono agrumato, in bocca una bella e fresca sapidità naturale di buona persistenza.

Colle del Bricco – Giovane e fresco

A Valleversa su un terreno argilloso con gesso e calcare.La passione per il Riesling Italico si vede e emerge in bottiglia, in vigna sfogliando nella fascia del grappolo cerca di sfruttare il più possibile l’azione solare, Borea 2023 è un frizzante: la bolla esalta la parte erbacea e di scorzetta di limone del vitigno, con vivacità, l’annata calda dona note fruttate più intense, la bolla resta in sottofondo come la parte salina presente e equilibratissima. Khione 2024 è invece fermo e da vigna vecchia su base di argille nere e fondo gessoso/calcareo, in questo caso ci si avvale di una doppia raccolta per avere più completezza e fa affinamento su fecce fini. Si mostra estremamente piacevole, agrume biondo fresco e in infusione, fiori bianchi, sorso calibrato e ben definito, burroso ma di bella tensione, finale asciutto, ricordi di susina.

Gipsy Red 2024: Barbera, Croatina, Uva Rara, Vespolina; da vigne dai 60 ai 70anni, fermentazione spontanea su lieviti indigeni, semi-carbonica e per metà vinificata in rosso per metà a grappolo intero, 6 mesi in legno e 6 in acciaio per legare, il giovane colore dai riflessi violacei svela al naso una piacevole speziatura pepata che marca la presenza di vespolina, croccante ciliegia, retronasale e assaggio burroso e presente, si presenta nel suo migliore stato evolutivo.

Cascina Gnocco – La Mornasca

Vitigno rarissimo, identitario, assolutamente autoctono, sono stati fatti importanti sforzi per farlo riconoscere, l’azienda ha piante di 16 anni. Orione 2018 è un rosso pieno dai riflessi ancora violacei, al naso la frutta gioca con toni che vanno dalla prugna secca alla ciliegia, radice di liquirizia. In bocca tannino fine e speziatura naturale, lascia un finale balsamico, ricordi di erbe secche. Saltiamo molto indietro con la 2005, molto evoluta, al naso cuoio, frutta nera, in bocca un tannino legato e bella eleganza, lasciandolo respirare sprigiona sentori e ricordi di cioccolata e tabacco biondo.

 Eos Rosè 2012, è un Metodo Classico di Mornasca in edizione limitatissima, 500 bottiglie: colore rosa antico, al naso frutta secca a guscio, petali di rosa, agrume candito, la bolla percepibile è finissima, una lunga scia minerale lascia un finale di mandorla dolce.

Giogà – Pietra de’ Giorgi

Produzione essenziale e stile territoriale. Iniziamo con un Riesling Italico Boietto 2024: scorza di limone, fiori bianchi, sottobosco, in bocca salinità e grande freschezza che ci parla del territorio più aperto ai venti da cui viene, una leggera astringenza dona una dimensione precisa alla beva e pulizia. Buttafuoco 2024 50% Croatina · 30% Barbera · 20% Uva Rara/Vespolina: fresco, croccante, speziato, con la percentuale di Barbera che tiene il vino teso. Buttafuoco 2019 in questo caso l’annata è più calda, l’evoluzione amplia lo spettro del vino che marca prugna, pepe, tabacco e si svolge in una struttura ampia e molto piacevole.

La Rocchetta di Mondondone – PIWI e altitudini

Lavorando su altitudini più elevate cambiano le scelte agronomiche, la sostenibilità è al centro, la scelta di puntare sui Piwi è ambiziosa e interessante. Gocce di Vento 2017: Cortese + Riesling Italico, imbottigliato in luna calante, in una annata più calda manifestano frutta gialla, erbe aromatiche, agrume infuso, crema chantilly, floreale macerato, molto delicato all’assaggio, buona lunghezza e finale sapido. Gocce di Vento Resistente 2023 è un Johanniter, un vitigno resistente dalle caratteristiche affini alla famiglia dei Riesling: agrume, mela, fiori, 23 è una annata ideale per PIWI, anche in bocca c’è una bella maturità d frutto ma senza perdere acidità. Croaticum 2015 è una Croatina e mostra l’evoluzione di una annata calda, al naso apre con frutto nero, cacao, grafite e sottobosco. In bocca tannino morbido e ricordi di mora matura.

Trattoria Masuelli

L’evento è stato ospitato all’interno della Trattoria Masuelli, presente dal 1921, è una istituzione del territorio, un luogo dove ci si immerge in una Milano di altri tempi. Lo Chef Massimiliano Masuelli porta avanti la tradizione di famiglia e ha sapientemente accompagnato questo viaggio con assaggi della tradizione Milanese come i Mondeghili, il Risotto alla Milanese eseguiti magistralmente e di fortissimo abbinamento con i vini degustati.

Conclusione

L’Oltrepò è una terra fertile come poche, un caleidoscopio di varietà enologiche che oltre a essere il polmone vinicolo di Lombardia rappresentano un patrimonio da proteggere, tutelare e sostenere nell’avvenire. Questa bellissima iniziativa ha permesso a diverse aziende di cooperare per questo obiettivo, ringrazio Federica Schir e Davide Bortone per l’organizzazione e per il bellissimo momento creato. L’Oltrepò che fa squadra vince, è questa la certezza che porto con me. Dopo il progetto Classese, a Febbraio 2027, il Consorzio porterà in Assemblea il progetto Montenapoleone per creare un posto dedicato alla vinificazione in rosso “tipica” di questa terra, che abbiamo ampiamente visto e che oggi non ha una collocazione propria. Il nome che evoca un vino rosso locale che negli anni Sessanta era tra i più famosi e apprezzati della zona insieme a Buttafuoco, Sangue di Giuda e Barbacarlo. L’obiettivo è partire subito con questo nome già registrato e dare lustro e rappresentanza e ordine anche a un altro tassello di questo “Altro”, grande, Oltrepò.

Vinodabere.it: in rete la nona edizione della Guida ai Vini della Sardegna

Oltre 600 campioni testati, 118 premiati, 7 i “vini perfetti”

E sono nove! Iniziata con quella targata 2019, la serie delle Guide “on line” che Vinodabere.it, prima e unica testata specializzata a farlo, dedica ai Vini della Sardegna taglia, col rilascio dell’edizione 2027, un traguardo davvero importante che assume ulteriore valore visto il momento particolarmente complesso (e non semplice) che tutto l’enomondo italiano e internazionale stanno vivendo.

E se i numeri su questo fronte, al solito, non mentono (i campioni inviati e testati dal team della Guida, curata dai giornalisti Maurizio Valeriani e Antonio Paolini,  indice della vivacità complessiva del comparto produttivo che li  fornisce, sono in calo, pur lieve, rispetto all’edizione precedente), le stesse cifre parlano però poi chiaro, anzi chiarissimo, sia sulla costante ed evidente tendenza al rialzo della media qualitativa dei vini proposti (e dunque del comparto vitivinicolo sardo nel suo complesso) che sull’interesse che questo spicchio sempre più definito e originale della produzione nazionale riesce a suscitare tra professionisti, appassionati e semplici ma attenti consumatori.

L’uscita della Guida completa è stata infatti preceduta da ben 16 trailer, uscite parziali dedicate ognuna a uno spicchio territoriale o di tipologia del comparto. Ebbene: la media di visualizzazioni per i 16 “episodi” di questa serie alla Netflix è stata di 35 mila per un totale di 560 mila. Un risultato che parla chiaro. Cosi come parlano chiaro le 118     

Standing Ovation assegnate sui 331 campioni che hanno meritato la recensione in Guida, con una percentuale siderale del 35,6%, ovvero più d’un premio d’eccellenza per ogni tre campioni censiti.
A fare la differenza sono la capacità in costante ascesa (e premiata appunto da meritati riconoscimenti), l’impegno di quelli storici e l’affacciarsi di nuovi protagonisti. Confortati soprattutto sul fronte Bianchi (dunque anzitutto Vermentino) dalla complicità di un’annata, la 2025, decisamente umana e propizia se paragonata a precedenti e alla attuale. E che, in un sub-territorio particolarmente vocato e celebre per finezza come la Gallura ha regalato sensazioni e risultati incantevoli per eleganza anche sul versante rosso, alias Cannonau.  

Tra le Standing Ovation, sette i magnifici super top approdati al diploma di vino perfetto: i 100/100. Sono due bianchi, due rossi, e, a sorpresa (fino a un certo punto: la Sardegna ne è patria orgogliosa e malgrado la tendenza commerciale non esaltante, il livello, Vernaccia oristanese in testa, si è confermato in degustazione straordinario) un vino da ossidazione e due vini dolci (l’elenco dei super 7 chiude questo comunicato).

Ovviamente, e in base a quanto detto, non poteva che essere la già citata Gallura a far la parte del leone, anzitutto col suo prodotto bandiera, il Vermentino: 19 Standing Ovation su 38 vini in Guida (contro il rapporto 8 a 62 del resto dell’isola) e poco altro da aggiungere.

Benissimo sul fronte colorato, parlando di Cannonau, e oltre la crescita gallurese, ancora una volta Mamoiada: 11 Standing Ovation su 20 presenze. Ma fanno benissimo anche i Carignano con 12 vini al top di 24 e si propone in rampante ascesa il Cagnulari, che si assicura 6 allori su 23 recensiti. E infine, a ulteriore conferma che un terroir, quando è Grand, sa aver anche più facce, Mamoiada si ripropone anche, imperiosa, con le sue Granazza (4 Standing Ovation su 6). E altrettanto, esaltata dalla già citata grazia d’annata, fa la Gallura affiancando al rullo compressore Vermentino ben 5 Cannonau a premio. Con la varietà gratificata anche dai risultati di Romangia (3 premiati), Orgosolo e Ogliastra, entrambe con due decorati sugli appena 3 vini rispettivamente presentati.

Un’ultima notazione, che va oltre i numeri e, in un certo senso anche lo stesso ambito del riscontro di qualità del singolo calice o bottiglia, è il rapporto intimo e identitario che lega i vini sardi alle loro sottozone di produzione, e intreccia anche qui in modo unico gusto, bellezza e paesaggio. È per questo (e pensando a un incoming turistico isolano sempre più interessato anche alle zone interne con i loro sapori e i loro vini come calamita) che ogni puntata della Guida è stata aperta da foto di copertina “vere” dei vigneti della sottozona e/o tipologia corrispondente. Perché mai come in questo caso è importante che anche l’occhio – come si dice comunemente – abbia la sua parte. La stessa logica ha indotto il progetto della Guida a testimoniare l’impegno sempre più evidente ed evoluto che i produttori dedicano al packaging dei loro vini. Ognuno di quelli recensiti dunque viene presentato in una scheda corredata dalla foto della bottiglia. 

La Guida Completa è di accesso gratuito e disponibile qui: www.vinodabere.it

La Squadra

Curatori: Maurizio Valeriani e Antonio Paolini.

Revisione dei testi a cura di Pino Perrone.

Attività di redazione web a cura di Daniele Moroni.

Autori dei testi:

Salvatore Del Vasto, Federico Gabriele, Maurizio Gabriele, Emanuele Giannone, Paolo Manna, Daniele Moroni, Gianmarco Nulli Gennari, Antonio Paolini, Pino Perrone, Stefano Puhalovich, Cristina Santini, Franco Santini, Susanna Schivardi, Gianni Travaglini, Paolo Valentini, Maurizio Valeriani.

Hanno completato la squadra di assaggio: Paolo Carpino, Paolo Frugoni, Riccardo Mugnaini.

Di seguito l’elenco dei 7 vini che hanno centrato i 100/100

Vermentino di Gallura Vendemmia Tardiva Campianatu 2024 – Campianatu

Vermentino Ruinas del Fondatore 2023 – Depperu

Vernaccia di Oristano Riserva 2016 – Fratelli Serra

Vino da uve stramature Latinia 2021 – Cantina Santadi

Moscato di Sorso Sennori Antas 2024 – Cantina Sorso Sennori

Carignano del Sulcis Superiore Arruga 2022 – Sardus PaterCannonau di Sardegna Ghirada Elisi Sa’e Antoni 2024 – Francesco Cadinu