Casaleta, il Verdicchio che custodisce la memoria delle Marche

Casaleta é uno di quei posti che quando ci vai, ci lasci il cuore. Natura incontaminata, biodiversità, colline disegnate e panorami mozzafiato che sembrano uscire dalla tela di un pittore.

Stare tra i vigneti all’ombra di una quercia e sentire soltanto il suono delle cicale, perché non ci sono strade nel giro di qualche chilometro è una sensazione unica. Vigne vecchie e vigne più giovani sono su filari adagiati sui sali e scendi delle colline marchigiane, con le foglie sempre in movimento grazie alle brezze che soffiano dal mare di giorno e dalle montagne la notte.

Il Verdicchio qui è il nettare prezioso che due donne sanno vinificare talmente bene che chi prova i vini di Casaleta, rimane colpito per la pulizia e l’eleganza. Tanta attenzione ad ogni dettaglio e tanto sacrificio si tramutano in vini potenti, autentici e schietti. 

Siamo a Serra de’ Conti, nel cuore dei Castelli di Jesi, dove Alberto ha dato vita a un progetto che affonda le proprie radici nella tradizione agricola marchigiana. Il vigneto di Castiglioni di Arcevia, impiantato all’inizio degli anni Novanta, rappresenta oggi il cuore produttivo dell’azienda. Tra i filari sopravvivono antichi ceppi di Verdicchio, alcuni con oltre settant’anni di età, preservati attraverso la selezione massale anziché essere sostituiti con materiale clonale. Una scelta coraggiosa che racconta il desiderio di mantenere viva la biodiversità e l’identità di questo straordinario vitigno.

Oggi è Oretta Manieri insieme ai figli Cristina, Michele e Roberto Biancini a condurre le redini dell’azienda che ha una estensione di 50 ettari di cui 12 vitati. Di questi, 5 sono i vigneti più vecchi ad uso esclusivo di Casaleta. La filosofia produttiva è improntata al minimo intervento. Le fermentazioni spontanee, l’attenzione verso pratiche agronomiche sostenibili e la ricerca continua di vini sempre più essenziali dimostrano la volontà di lasciare parlare il territorio. Non è un caso che alcune etichette vengano prodotte senza solfiti aggiunti o addirittura senza trattamenti fitosanitari, frutto di un lavoro meticoloso in vigneto prima ancora che in cantina. In cantina l’enologo Giancarlo Soverchia

La degustazione ha rappresentato un vero viaggio attraverso le molteplici anime del Verdicchio e della produzione Casaleta.

L’apertura è affidata al Brut Rosé Metodo Martinotti, ottenuto da Sangiovese e Montepulciano. È uno spumante immediato e piacevolissimo, perfetto per l’aperitivo. Il profilo aromatico è dominato da piccoli frutti rossi: fragolina di bosco, ribes e ciliegia fresca croccante. Al sorso è fresco, vivace e scorrevole, con una bollicina fine che invita continuamente al nuovo assaggio.

Il Metodo Classico Millesimato 2018, sboccatura 2025, Dosaggio Zero con ben 72 mesi sui lieviti, cambia completamente registro. Il lungo affinamento regala profumi fragranti di crosta di pane e lievito, accompagnati da eleganti sfumature agrumate. In bocca esprime una tensione minerale molto precisa; l’ingresso è fresco e verticale, poi il vino si distende lentamente mostrando richiami alla frutta secca e una raffinata sapidità che accompagna un finale lungo e pulito. Uno spumante di notevole eleganza che dimostra quanto il Verdicchio possa eccellere anche nella spumantizzazione.

Tra i vini più rappresentativi della filosofia aziendale spicca INDI 2020, prodotto dal 2015 con fermentazione spontanea grazie ai soli lieviti indigeni. È un vino che privilegia autenticità ed espressività territoriale, nel quale il frutto dialoga con una piacevole complessità fermentativa, mantenendo equilibrio e naturalezza.

Molto interessante il confronto tra due annate di Castijo, il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico dell’azienda.

Il Castijo 2024 esprime tutta la freschezza della gioventù. Al naso emergono note di agrumi, fiori bianchi e mela verde, accompagnate da una piacevole vena minerale. Il sorso è dinamico, sapido e di grande bevibilità, con un finale agrumato che invita immediatamente a un secondo bicchiere.

Il Castijo 2015, invece, dimostra la straordinaria capacità evolutiva del Verdicchio. Il tempo ha trasformato il profilo aromatico verso sentori di idrocarburo, miele d’acacia, frutta gialla matura e mandorla. Il vino conserva una sorprendente freschezza e una tensione acida che sostiene una struttura complessa e profonda.

Con ZeroS 2022, prodotto senza solfiti aggiunti, Casaleta conferma come sia possibile ottenere vini puliti, precisi e territoriali. Il profilo aromatico è diretto, giocato sulla frutta fresca e sulla componente minerale, mentre il sorso appare energico, sapido e molto naturale.

La Posta 2021 rappresenta invece un’espressione più ampia e strutturata del Verdicchio. I profumi alternano frutta matura, erbe aromatiche e leggere note balsamiche. In bocca mostra volume, equilibrio e una persistenza che lascia emergere la tipica mandorla finale del vitigno.

Con ZeroF 2020, ottenuto senza trattamenti fitosanitari, la cantina porta ancora oltre la propria ricerca in vigneto. Il vino esprime un carattere autentico, con profumi nitidi e una beva di grande energia, sostenuta da una viva sapidità.

Ancora più radicale è il progetto ZeroF Premium 2025, realizzato senza trattamenti fitosanitari e senza solfiti aggiunti. È probabilmente il manifesto della filosofia Casaleta: un vino essenziale, puro, capace di trasmettere senza filtri il carattere dell’annata e del territorio.

La degustazione culmina con due annate del Barasta Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva.

Il Barasta 2015 colpisce per complessità ed eleganza. Al bouquet si intrecciano frutta gialla evoluta, miele, nocciola, pietra focaia e leggere note speziate. Il sorso è profondo, sapido e interminabile, sostenuto da una freschezza che rende il vino ancora straordinariamente vivo.

Il Barasta 2018 appare più giovane e verticale. Le note agrumate e floreali dialogano con una marcata mineralità, mentre il palato evidenzia precisione, equilibrio e un potenziale evolutivo ancora tutto da esprimere.

A chiudere il percorso è Caroggio Marche Rosso IGT 2024, ottenuto da uve a bacca rossa del territorio. Al naso offre profumi di ciliegia, mora e prugna, arricchiti da delicate sfumature speziate. In bocca è succoso, equilibrato e di piacevole freschezza, con tannini ben integrati che rendono il sorso armonioso e particolarmente gastronomico. Casaleta dimostra come innovazione e tradizione possano convivere senza compromessi. Da una parte la salvaguardia del patrimonio genetico del Verdicchio, dall’altra una continua sperimentazione che porta alla nascita di vini identitari, capaci di raccontare le Marche con autenticità.

Una cantina che non cerca effetti speciali, ma emoziona attraverso la sincerità del proprio lavoro e la capacità di trasformare ogni bottiglia in un racconto del territorio.

Le “fraschette”: la storia dei luoghi dove il vino era una scusa per stare insieme

Quanno me trovo de cattivo umore, un bon goccetto m’arillegra er core” scriveva Trilussa; forse è proprio in questa semplicità che si nasconde l’anima delle fraschette, posti nati per bere il vino nuovo e condividere il pane, diventati nel tempo luoghi di incontro, convivialità e scambio di storie ed esperienze.

Nel mio viaggio tra i Castelli Romani ne ho viste diverse, tavolate di legno, porchetta appena tagliata, bicchieri riempiti senza tanti cerimoniali e la sensazione di sentirci ospiti più che clienti.

Ma facciamo un passo indietro

Tutto parte da una semplice frasca appesa alla porta. È proprio da questo simbolo che deriva il nome “fraschetta”: un ramo di vite o di edera che segnalava la vendita del vino. Era un’insegna semplice e immediata. Non servivano scritte, bastava vedere la frasca e si capiva che all’interno si poteva bere il vino prodotto dal proprietario.

Le fraschette vantano origini molto antiche. Sebbene la loro diffusione sia legata al periodo medievale, le radici di questa tradizione affondano in epoche ancora precedenti, fino all’antica Roma. Allora i contadini delle campagne romane, diretti in città per commerciare i propri prodotti, trovavano lungo il percorso semplici punti di ristoro dove sostare, mangiare e recuperare le energie durante il viaggio.

Si distinguevano dalle osterie tradizionali perché non avevano una cucina, veniva servito principalmente vino, pane e talvolta uova sode, mentre gli avventori portavano da casa il cibo da consumare, guadagnandosi il soprannome di fagottari.

Erano luoghi popolari, privi di formalità: non era il menù a fare la differenza, ma la compagnia. Col tempo comparvero banchi che vendevano salumi, formaggi e soprattutto porchetta, fino ad arrivare alle fraschette di oggi, dove è possibile gustare un vero e proprio pasto.

Nei secoli le fraschette sono diventate anche il simbolo delle celebri “gite fuori porta” dei romani. Nei giorni di festa si lasciava la città per raggiungere i Castelli Romani, respirare l’aria delle colline e trascorrere qualche ora in allegria. Bastava una tavolata condivisa, un bicchiere di vino e qualche stornello improvvisato per trasformare un pranzo in una festa.

Ariccia è probabilmente il borgo più famoso grazie alla sua porchetta, ma anche Frascati, Marino, Grottaferrata, Castel Gandolfo, Monte Porzio Catone e Rocca di Papa custodiscono storie legate alle antiche fraschette.

Cosa si mangia in una fraschetta?

La regina assoluta resta la porchetta di Ariccia IGP, croccante all’esterno e profumata all’interno. Per passare al pecorino romano, in primavera abbinato alle fave, tanta roba.

Non mancano i contorni che da sempre accompagnano le tavole laziali, come la cicoria ripassata in padella con aglio e peperoncino o i fagioli con le cotiche, piatto povero nato per non sprecare nulla e oggi diventato una vera specialità. Poi arrivano i grandi classici della cucina romana: l’amatriciana con il suo equilibrio tra pomodoro e guanciale, la cremosità della carbonara, la semplicità della cacio e pepe e la trippa alla romana. Se siete arrivati fino a qui senza avere fame, meritate una medaglia…

E naturalmente non manca il vino

Per secoli il Frascati è stato il simbolo della zona, ma oggi le carte dei vini presentano sempre più etichette provenienti da tutto il Lazio, dai Castelli Romani fino alle colline che circondano Roma.

Tra queste ho degustato l’Emiro Bianco del Castello di Corcolle, un vino Roma DOC di grande impronta territoriale, prodotto prevalentemente con uve Malvasia Puntinata. Fresco e sapido, con note fruttate e floreali, accompagna con equilibrio la cucina tradizionale del territorio.

La sua vivace acidità pulisce il palato dopo la sapidità della porchetta e dei salumi, mentre la componente aromatica si sposa bene con la semplicità dei piatti della tradizione romana.

Come dicono a Roma, Chi magna da solo se strozza. Forse è proprio questo il segreto custodito dalle fraschette: cibo e vino diventano più buoni quando si condividono con qualcuno.

Prosit!

Ci mancava solo la Popillia Japonica, lo scarabeo che minaccia le prossime vendemmie in Italia

La Popillia Japonica avanza terrazza dopo terrazza tra Piemonte e Lombardia: i vigneti storici del Nebbiolo sono ormai in prima linea. Scopriamone di più del terribile parassita.

Non è più un problema solo di frutteti e prati inglesi. La Popillia japonica, lo scarabeo giapponese che da un secolo mette in allerta l’agricoltura nordamericana, ha imparato a nutrirsi di viti, e oggi  lo sta facendo proprio nei terrazzamenti storici tra Piemonte e Lombardia, culla del Nebbiolo, minacciando anche il vastissimo areale del Prosecco.

Identikit di un invasore

Originaria del Giappone e della Russia orientale, dove i predatori naturali ne tengono sotto controllo la popolazione, la Popillia Japonica è tutt’altro che innocua fuori dal proprio areale. Introdotta negli Stati Uniti oltre un secolo fa, vi è diventata un parassita di riferimento; negli anni ’70 è stata individuata anche alle Azzorre. In Europa continentale è invece una new entry: il primo avvistamento risale al 2014, nei pressi dell’aeroporto di Malpensa.

Lunga circa un centimetro, con elitre color bronzo, torace verde metallico e dodici caratteristici ciuffi di peli bianchi sull’addome, la Popillia si riconosce facilmente. Meno facile è fermarla: il suo comportamento gregario porta centinaia di esemplari a concentrarsi sulla stessa pianta, scheletrizzandone la lamina fogliare nel giro di pochi giorni.

Una diffusione già fuori controllo

Dal focolaio di Malpensa, l’insetto ha risalito la Lombardia, il Piemonte e la Valle d’Aosta, trovando probabilmente nella valle del Ticino – un corridoio d’acqua tra la Svizzera e la Lombardia – una via di espansione naturale. Lo scorso anno è comparsa per la prima volta nei vigneti terrazzati delle alte colline, dopo aver colonizzato per prima gli orti e i frutteti. È stata segnalata anche nei pressi dell’aeroporto Valerio Catullo di Verona, a ridosso delle terre del Prosecco.

Per Daniela Lupi, entomologa dell’Università di Milano, la fotografia della situazione europea è netta: in Italia, Svizzera e Germania “l’insetto è ormai radicato e l’obiettivo realistico è contenerne l’espansione; in Francia e Spagna, dove la popolazione è ancora contenuta, resta invece percorribile l’ipotesi di eradicazione”.

I numeri di una minaccia sistemica

  • Oltre 300 specie vegetali, tra piante e alberi, rientrano nella dieta della Popillia Japonica.
  • L’insetto figura nella lista dei parassiti prioritari dell’Unione Europea, categoria che impone agli Stati membri interventi di contenimento ed eradicazione.
  • Il fronte di avanzata coincide in larga parte con il Piemonte e la Lombardia, comprese le aree del Nebbiolo e, più a est, quelle prossime al Prosecco.
  • La Regione Lombardia ha attivato il bando SRD06, che finanzia reti anti-insetto e trattamenti per i viticoltori colpiti, insieme a migliaia di trappole di monitoraggio già operative sul territorio.

Il danno economico reale resta però difficile da quantificare. Come sottolinea Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti, l’insetto agisce erodendo la polpa delle foglie: indebolisce la pianta e ne riduce la produzione senza necessariamente ucciderla, rendendo complessa una stima puntuale delle perdite – se non nelle aree, esistenti, dove “il coleottero ha già distrutto il raccolto”.

La voce dei tecnici

Simone Lavezzaro, tecnico del Centro di Saggio Agricola 2000, ha condotto prove sperimentali sui vigneti dell’alto Piemonte, osservando da vicino la dinamica dell’infestazione: “I danni che Popillia Japonica può causare in vigneto sono ingenti. Esso ha infatti un comportamento gregario e non di rado su una stessa pianta si possono contare centinaia di esemplari che si nutrono della lamina fogliare”. E aggiunge: “Se non controllato, il coleottero giapponese è in grado di defogliare in pochi giorni una intera vite, compromettendo la capacità di sintetizzare nutrienti e dunque di produrre uva”.

È qui che si misura il vero rischio per la filiera: la defogliazione espone i grappoli al sole diretto e compromette la fotosintesi. Il risultato non è semplicemente un raccolto ridotto, ma un’uva che spesso non matura affatto – non uno standard qualitativo più basso, ma un prodotto non utilizzabile.

Le armi a disposizione e i loro limiti

La lotta chimica garantisce efficacia ma pone un problema d’equilibrio ecologico, oltre che di compatibilità con la pianta stessa. I piretroidi ad azione abbattente, come i prodotti a base di deltametrina (es. Decis Evo), agiscono per contatto con effetto immediato; i sistemici a base di acetamiprid (es. Epik SL) vengono assorbiti dalla pianta per una protezione più prolungata. Entrambe le famiglie, però, colpiscono anche i predatori naturali del suolo – talpe e moffette in primis – che normalmente si nutrono delle larve interrate dell’insetto.

La lotta biologica punta su antagonisti specifici: la mosca Istocheta aldrichi, che depone le uova sul dorso dell’adulto, e le vespe Tiphia vernalis e Tiphia popilliavora, che attaccano le larve nel terreno. Sono strumenti promettenti ma poco compatibili con i tempi stretti della vendemmia.

Restano le opzioni a minore impatto, di efficacia ancora poco documentata sulla qualità dei grappoli di Vitis vinifera: la terra di diatomee, che agisce meccanicamente lesionando l’apparato masticatore degli adulti, e miscele a base di olio di neem, olio di semi di lino e sapone molle, da applicare come trattamento di pronto intervento o come copertura prolungata.

Il metodo di prevenzione più diffuso resta però il monitoraggio: trappole a ferormoni e attrattivi floreali, prive di insetticidi, che intrappolano gli adulti in un sacchetto da svuotare periodicamente. Proprio perché richiamano gli insetti dall’intera zona circostante, vanno posizionate a un’altezza di circa 120 cm e a non meno di 10 metri dalle piante, per evitare di aggravare l’infestazione nell’area da proteggere.

Sul fronte istituzionale, Ministero dell’Agricoltura e assessorati regionali – Regione Lombardia in testa – mantengono toni di emergenza contenuta, per non generare allarmismo, mentre gli agronomi sperimentano nei pressi di Verona l’introduzione di un parassita microscopico contro le larve: un approccio che, per stessa ammissione degli esperti, resta un’ipotesi di lungo periodo.

Un rischio che il settore non può permettersi

Nel frattempo, i viticoltori piemontesi guardano con preoccupazione sia ai vigneti terrazzati storici – sorretti da muretti a secco secolari – sia alle prospettive produttive generali. Nelle aree colpite, molti hanno finito per affidarsi ai trattamenti pesticidi per timore del danno immediato, pur consapevoli della loro efficacia limitata nel tempo e dell’onerosità dell’applicazione su terreni scoscesi.

La comunità entomologica italiana converge su un punto: senza un contenimento efficace, la popolazione dell’insetto continuerà a crescere, con danni crescenti a colture da frutto, prati e piante ornamentali. Per l’uomo il rischio diretto è nullo – l’insetto non è pericoloso per la salute pubblica – ma per la produzione vitivinicola la posta in gioco, nei prossimi anni, è reale.

Una notizia che il comparto avrebbe fatto volentieri a meno di ricevere, in un momento in cui il mercato del vino sta già scontando dinamiche politiche ed economico-strutturali tutt’altro che favorevoli.

Il Maestro Ciro Poppella a Colazioni d’Autore il “dolce format” de Le Axidie di Vico Equense

Metti una domenica mattina d’estate, un pastry chef e una colazione lenta vista mare. Colazioni d’Autore è il format che ormai da sei anni anima il resort Le Axidie di Vico Equense (NA) ospitando alcuni tra i più rinomati maestri di pasticceria, che allestiscono un tavolo colazioni decisamente fuori dal comune. “Colazioni d’Autore coglie la necessità sempre più diffusa di un momento di convivialità subito dopo il risveglio del mattino”, racconta Serena Maggiulli, art director e founder dell’evento.

Serena Maggiulli e Ciro Poppella

Non più solo happy hour o cene, ma un vero e proprio momento di socialità mattutina, nato in prima battuta come proposta per gli ospiti della struttura ricettiva, ma ormai da tempo aperto anche al pubblico esterno, sempre più numeroso. La grande terrazza in pineta del resort si trasforma per una mattina in una sala colazioni dove protagonisti diventano i maestri pasticceri e la cultura dell’arte bianca.

Una tendenza intercettata in tempi non sospetti, che ci riporta a un precedente letterario, le Colazioni d’autore di Petunia Ollister uscito per l’editore Slow Food: una raccolta di scatti di prime colazioni tratte da romanzi celebri, “per iniziare bene la giornata e affrontarla con pacatezza, nutrendo mente e corpo.”(P. Ollister)

Ma se le colazioni d’autore della Ollister nascono dalla penna di scrittori celebri e rimangono sulla carta come scatti fotografici, le Colazioni d’autore delle Axidie sono veri e propri banchetti dove gli autori mettono la propria arte al servizio di chi sceglie un risveglio lento.

Il buffet delle torte

La formula è molto semplice: un menù dedicato a tutte le specialità del pastry chef ospite da cui ciò che viene scelto è servito in un’unica soluzione direttamente a tavola, mentre a buffet gli ospiti hanno a disposizione la ricca proposta salata del resident chef. A richiesta, inoltre, l’ampio ventaglio della caffetteria mattutina. Ci siamo concessi il nostro slow breakfast nella domenica dedicata a Ciro Poppella, il vulcanico pasticcere che dal quartiere Sanità ha conquistato Napoli e non solo col suo “Fiocco di Neve”.

“Sono nipote di un panettiere e figlio di un tarallaro,” si presenta Ciro, “ho cominciato a lavorare con papà a tredici anni e mi piaceva fare sempre una cosa diversa da lui, finché ho imparato a fare il pasticcere.” Una curiosità: Ciro Poppella al secolo è Ciro Scognamillo; Poppella invece è la crasi dei nomi Giuseppina e Raffaele, i nonni dello chef.

Le Colazioni d’Autore

Nel 2003 Ciro apre il suo primo locale: “A quei tempi la Sanità era un quartiere difficile,” ci racconta,“adesso invece tutti vogliono venire a investire in questo quartiere.” Oggi la pasticceria Poppella, oltre allo storico locale nella Sanità, conta altri due punti vendita a Napoli.

Il menù della Colazione d’autore include tutte le specialità di Poppella, oltre ai grandi classici della pasticceria napoletana e campana e alla viennoiserie.

Nella nostra scelta non possono mancare il Fiocco di Neve e le ultime due creazioni di Ciro: Annarella e L’impiccato. Il Fiocco di neve è una piccola brioche spolverata di zucchero a velo e ripiena di crema a base di latte, panna e ricotta di pecora. “Il Fiocco nasce dalla disperazione: non c’era molto lavoro e allora mi mettevo in laboratorio a nciuciare, diciamo a Napoli, a inventare un nuovo dolce. E’ nato cinque anni prima del suo boom.” Un boom legato sicuramente a un momento propizio, o “forse,” ama pensare Ciro, “perché ho donato quando non potevo…” Quale che sia la combinazione di fattori che hanno reso celebre il Fiocco di neve (il quarto dolce della tradizione napoletana, suggerisce Ciro), oggi per assaggiarlo nelle pasticcerie Poppella a Napoli si fa la fila.

La nostra scelta

Annarella è invece un cestino di pasta croissant, ripieno di crema pasticcera napoletana e guarnito da una rosa di lamponi: la nota acidula del frutto, equilibra la grassezza dell’involucro e la dolcezza della crema.  “E’ un dolce dedicato a mia moglie che mi ha sempre supportato nei momenti più difficili.”

L’ultima creazione di casa Poppella è invece L’impiccato, che Ciro dedica scherzosamente a sé stesso.  A forma di piccolo caciocavallo (l’impiccato, appunto, per via della strozzatura in cui viene tradizionalmente legato il formaggio), è una pasta choux che nasce salata con salsiccia, broccoli e salame ma che viene proposta in versione dolce per la Colazione d’autore con ripieno crema e amarena, una variazione del pasticciotto napoletano.

“Mi sento un napoletano che vuole creare qualcosa di diverso per Napoli”, conclude Ciro, “per continuare la grande pasticceria napoletana, senza però mai allontanarsi dai prodotti storici, che vengono sfornati quotidianamente nei nostri laboratori.”

LE AXIDIE

Via Marina d’Equa

80069 Vico Equense (NA)

PASTICCERIA POPPELLA

Via Arena alla Sanità 28/29

Napoli

Un giorno a Torre del Greco visitando il Museo Mac3 – Museo d’arte Corallo – Cammeo – Città

Quante leggende o inesattezze sono state narrate a proposito del corallo e di chi lo lavora da secoli con grande maestria. Falsi miti che hanno il sapore, purtroppo, della cattiva informazione, spesso a scapito dello stesso prodotto finale da salvaguardare come vera e propria arte.

La storia del corallo e del cammeo a Torre del Greco

Se nelle gioiellerie di tutto il mondo oro, diamanti e altre pietre preziose la fanno da padrone, la laboriosità nel creare piccoli capolavori partendo da uno dei materiali più belli che il mare possa offrire è propria di poche persone competenti e frutto del genio positivo dell’essere umano. La rubrica di 20Italie “Un giorno a” stavolta tocca Torre del Greco, ridente cittadina distesa tra le pendici del Vesuvio sulle sue colline e il piccolo golfo di pescatori nella parte bassa e non poteva trascurare l’attività economica principale della zona: il corallo e le infinite sfaccettature. Ne parliamo con il presidente di Assocoral Vincenzo Aucella: “Bisogna anzitutto sfatare un falso storico, il corallo non si pesca, ma si raccoglie e la regolamentazione, almeno nel bacino del Mediterraneo, è molto stringente sotto l’egida della FAO.

I quantitativi variano fino ad un massimo di 2.5 kg al giorno e 25 kg per stagione, per singola azienda”. Si parte e si rientra allo stesso punto per sottoporre le barche ai controlli di rito; il prezioso materiale viene preso solo in profondità, non vanno intaccati, ad esempio, quelli delle barriere coralline per non distruggere gli ecosistemi vitali in alcune aree del mondo. Un sommozzatore può resistere massimo 10 minuti tra i 50 e i 100 metri sotto la superficie dell’acqua, per poi ricorrere a circa 3 ore di decompressione.

Tutto nasce dalle piccole creature sui fondali del mare

Uno sforzo ripagato poi dalla passione dei clienti che cercano l’oggetto della vita da regalare e indossare nei momenti speciali o per abbellire la casa con un tocco di classe. “Non lo consideriamo un pesce, anche se, in qualche modo, da esso deriva – prosegue Aucella – escrezione solidificata di piccoli molluschi, gasteropodi e polipetti. I coralli più pregiati dipendono esclusivamente dalla tonalità del colore e dalla loro grandezza”. Ben diverso il discorso per i cammei, realizzati anche qui a Torre del Greco, che nascono dall’incisione di conchiglie della specie Cassis costituite da due strati di colorazione differenti, risaltati dalla mano certosina degli incisori.

Un’economia salvata durante la dominazione borbonica, grazie a Paolo Bartolomeo Martin che nel 1805 chiese la cosiddetta “privatura”, che prevedeva l’autorizzazione da parte del Re ad aprire una prima fabbrica e all’esenzione dei dazi per l’esportazione e per il commercio del lavorato, a patto di formare i giovani apprendisti del futuro. Le imbarcazioni “coralline”smisero di portare il corallo in altri porti per essere venduto e l’intera popolazione fu così coinvolta con un cambio di prospettive redditizie e sociali senza precedenti. Oggigiorno 1000 persone sanno incidere il corallo nelle oltre 200 ditte presenti nel territorio comunale per un indotto totale che vede 2000 addetti impiegati a tempo pieno.

Il Museo Mac3 – Museo d’arte Corallo – Cammeo – Città

Il Museo Mac3 – Museo d’arte Corallo – Cammeo – Città è stato fondato per raccontare ai visitatori la magia di quanto vissuto dai cittadini di Torre del Greco nei secoli. Insieme all’Istituto Francesco Degni rappresenta uno dei baluardi di memoria storica del luogo. Tante le sezioni tematiche: dall’antichità al viaggio nel tempo per il tramite di realtà virtuale e visori ottici, fino alla storia del borgo marinaro e dell’ambiente. Le sale alternano installazioni, materiali originali, apparati narrativi e momenti di dimostrazione pratica, per offrire una visita che sia allo stesso tempo culturale, educativa ed emozionale.

L’edificio che ospita il museo è il complesso conventuale dell’Annunziata, edificato su di un’area collinare concessa ai padri Cappuccini, nel 1568 ed è visitabile al pubblico su prenotazione anche per gruppi e scolaresche compilando l’apposito form sul sito https://www.mac3.corallocammeotorrese.it

Lazio – Antico Ristorante Pagnanelli: sapori, storia e panorami sul Lago Albano

Affacciato sulle acque del Lago Albano e circondato dal verde dei Colli Albani, Castel Gandolfo è un borgo che intreccia storia, leggenda e bellezza paesaggistica.

Le sue origini si legano all’antica Alba Longa, la mitica città latina considerata la madre di Roma, e alla grandiosa Villa di Domiziano, i cui resti sono ancora oggi visibili nel territorio. Una curiosa tradizione racconta che l’imperatore Domiziano amasse ritirarsi qui per sfuggire al caldo e al caos dell’Urbe, godendo della frescura del lago e della quiete dei boschi circostanti. Secoli dopo, il borgo avrebbe preso il nome dalla famiglia Gandolfi, diventando uno dei luoghi più affascinanti dei Castelli Romani e la residenza estiva dei Papi. dove storia e natura convivono in perfetta armonia.

Nel cuore del borgo, l’Antico Ristorante Pagnanelli rappresenta una delle insegne storiche del territorio. Affacciato sul Lago Albano, custodisce una tradizione di ospitalità che attraversa generazioni. La famiglia Mariani porta avanti con passione una proposta gastronomica basata sulla qualità delle materie prime e su un menu che unisce sapori di lago, mare e terra.

Fiore all’occhiello del locale è la suggestiva terrazza panoramica con vista sul lago, oltre alla storica cantina scavata nel tufo che custodisce una vasta selezione di etichette (un vero paradiso) In questo contesto ricco di storia e fascino prende avvio la mia esperienza gastronomica, un viaggio tra ingredienti selezionati, piatti che valorizzano la tradizione e dettagli curati, con il Lago Albano a fare da sfondo.

Ho iniziato il percorso con delle erbe matte raccolte sul luogo, abbinate a fragole fresche e aceto balsamico. Un equilibrio perfetto tra freschezza, dolcezza e aromaticità.

La cicoria ripassata in padella, uno dei contorni simbolo della tradizione romana e contadina, insaporita con aglio, olio extravergine d’oliva e peperoncino.

Le alici marinate con bruschettine con pomodori gialli e basilico sono un antipasto fresco e ben equilibrato, un abbinamento semplice e riuscito.

Gnocchi con vongole calamaro e tartufo, un piatto che unisce mare e terra in modo originale e ben bilanciato.

Tentacoli di polpo arrosto con peperoni e salsa allo yogurt, qui sono esaltati la morbidezza del polpo, la dolcezza dei peperoni e la freschezza della salsa.

Ad accompagnare questo percorso gastronomico è stato un Bombino Bianco della Cantina Olivella, un vitigno tipico del Centro e Sud Italia che trova sui terreni vulcanici dei Castelli Romani un’espressione particolarmente interessante. Fresco e scorrevole, ha creato un legame tra cucina e territorio.

Concluso il pranzo, non i sono lasciata scappare una breve visita alla cantina del ristorante. Scavata nel tufo ai piedi della collina. Un ambiente ricco di fascino, ricavato nella roccia vulcanica, che custodisce oltre tremila etichette. Tra bottiglie storiche e vini provenienti da tutto il mondo, trova spazio anche un piccolo museo dedicato alla cultura del vino e alla tradizione vinicola del territorio.

Tra gli scaffali spiccano alcune bottiglie firmate da celebri ospiti passati negli anni da Pagnanelli, un omaggio ai tanti personaggi illustri accolti da questo storico ristorante

Da questa visita porto con me il ricordo di un’esperienza completa, fatta di buona cucina, attenzione alla materia prima e valorizzazione del territorio. La vista sul Lago Albano, i piatti proposti e la scoperta delle cantine hanno contribuito a offrire una prospettiva interessante su una realtà che da anni rappresenta un punto di riferimento della ristorazione dei Castelli Romani.

Prosit!

Antico Ristorante Pagnanelli

Via Antonio Gramsci 4,

00073 Castel Gandolfo (RM)

Il Territorio dell’Extra: quando l’olio extravergine d’oliva diventa racconto, identità e visione

Tra ulivi secolari e sapori mediterranei, il Cilento racconta sé stesso attraverso l’olio extravergine, intrecciando tradizione, ricerca e nuove visioni per il futuro.

C’è un momento, nel cuore dell’estate cilentana, in cui il paesaggio sembra parlare attraverso i suoi profumi. È accaduto il 10 luglio, nel giardino della Tenuta Botti a Massa di Vallo della Lucania, dove l’olio extravergine è diventato il filo conduttore di una serata capace di intrecciare gastronomia, cultura e riflessione sul futuro dell’olivicoltura e dell’agricultura.

“Il Territorio dell’Extra”, iniziativa ideata e promossa da Emilio Conti, settima generazione dello storico frantoio di famiglia fondato nel 1842, ha superato il format della tradizionale degustazione per diventare un percorso esperienziale dedicato all’olio extravergine di oliva quale espressione autentica del paesaggio, della cultura e dell’identità cilentana.

Una sessantina di ospiti ha preso parte a un itinerario sensoriale costruito attorno al valore dell’extravergine, non solo come alimento di eccellenza, ma come chiave di lettura del territorio e della sua evoluzione.

Emilio Conti: il rigore della scienza al servizio della cultura olearia

Dietro l’impeccabile regia dell’evento emerge la visione di Emilio Conti, erede di una famiglia che da quasi due secoli custodisce e rinnova una delle più significative realtà olearie del Cilento.

La laurea in Ingegneria Meccanica rappresenta il punto di partenza di un percorso che lo conduce a dedicarsi interamente all’olivicoltura e all’arte molitoria, coniugando tradizione familiare, metodo scientifico e formazione specialistica come assaggiatore professionista presso l’O.N.A.O.O. di Imperia.

Nel corso degli anni Conti si è distinto come promotore della cultura dell’olio extravergine di qualità, collaborando con autorevoli studiosi, tra cui il professor Primo Fontanazza, e maturando importanti esperienze internazionali come consulente in Cile, in altri Paesi del Sud America e in Sudafrica.

Tra i riconoscimenti più prestigiosi figura quello ottenuto nel 2008 dall’olio “Il Sogno” della famiglia Bertolli, prodotto presso il Frantoio Conti e proclamato miglior olio al mondo a seguito di una selezione anonima. Già socio Federolio e componente del Consiglio Direttivo Unifol, oggi è Presidente del Consorzio di Tutela Olio DOP Cilento, ruolo attraverso il quale continua a promuovere l’extravergine come patrimonio culturale, economico e identitario.

Il gusto come racconto del territorio

La cifra estetica dell’evento porta la firma di Sara De Marco, wedding ed event planner cilentana che ha curato integralmente concept, progettazione e allestimento della serata.

Materiali naturali, cromie ispirate al paesaggio mediterraneo e dettagli botanici hanno dato vita a una tavola di grande eleganza, concepita non come semplice elemento scenografico, ma come parte integrante del racconto. Ogni dettaglio contribuiva a costruire un’atmosfera coerente con la filosofia dell’iniziativa, nella quale estetica e contenuto procedevano in perfetto equilibrio.

Su questo raffinato scenario si è inserito il lavoro di Hera Catering, che ha gestito con puntualità e professionalità la preparazione delle portate e il servizio, accompagnando gli ospiti lungo un percorso gastronomico pensato per valorizzare le produzioni del territorio.

Le isole del gusto hanno accolto i partecipanti con pizze fritte preparate al momento, zeppole realizzate con gli ortaggi dell’Azienda Agricola Conti e bruschette arricchite da verdure di stagione. Preparazioni di apparente semplicità nelle quali l’olio extravergine non era un complemento, ma il filo conduttore dell’intera esperienza gastronomica.

Tra i momenti più originali della serata si è distinto il maestro gelatiere Enzo Crivella con il Gelato EVO “Conti dal 1842” Sale & Pepe, una proposta che ha saputo interpretare l’extravergine in chiave contemporanea, dimostrando la straordinaria versatilità di questo ingrediente anche nel mondo della gelateria artigianale.

Ad accompagnare il percorso sensoriale, l’Isola del Vino e dei Drink ha proposto una selezione di etichette delle cantine Sciore, De Conciliis e Magnoni, accanto a cocktail, aperitivi analcolici e acque aromatiche alla menta e al rosmarino, in un equilibrio coerente tra territorialità e freschezza.

Sulla grande tavolata si sono quindi susseguite le portate della cena. L’insalata di fagioli cannellini del Cilento con cipolla bianca di Vatolla ha valorizzato l’extravergine “Conti dal 1842”, mentre la tradizionale pasta e patate “Azzeccata”, simbolo della cucina cilentana, ha trovato nell’olio “Orti di San Paolo” il naturale complemento aromatico.

La terza proposta ha celebrato alcune delle più rappresentative produzioni agroalimentari del territorio: la soppressata del Salumificio Tomeo, il capocollo del Piccolo Salumificio Artigianale di Gioi, il caprino della Tenuta Principe Mazzacane, la ricottina di bufala del Caseificio Carrozza, la celebre mozzarella nella mortella dell’azienda agricola Cicco di Buono di Adolfo Valiante e una selezione di ortaggi stagionali dell’Azienda Agricola Conti.

A chiudere il percorso, la frutta fresca e il tradizionale Cannolo Cilentano hanno ribadito una filosofia gastronomica fondata sul rispetto della materia prima e sulla valorizzazione delle produzioni locali.

Un laboratorio di idee per il futuro dell’olivicoltura

L’incontro è stato anche occasione di confronto sulle prospettive dell’olivicoltura italiana, riunendo rappresentanti delle istituzioni, del mondo produttivo, della ricerca e dell’associazionismo.

Il presidente di Coldiretti Campania, Ettore Bellelli, ha richiamato l’attenzione sulla tutela dell’origine e sulle criticità del codice doganale europeo, mentre gli interventi di Galli e Marcantuono hanno approfondito il ruolo dell’innovazione tecnologica nella gestione dell’oliveto. Quaglia, per Agrioli, e Nampoli, per Opi Evo, hanno invece posto l’accento sulla necessità di rafforzare le reti tra imprese e territori.

Particolarmente significativa anche la testimonianza di Francesca Garace della Fattoria Parco degli Ulivi di Francica, consorte di Emilio, esempio concreto di collaborazione tra Calabria e Cilento. Ad arricchire la serata è stata la presenza del professor Pasquale Persico, di Don Luigi Rossi, di Maurizio Puglisi e del giornalista Gaetano Bellotta, offrendo riflessioni sul valore della cultura, della comunità e della narrazione nella costruzione dell’identità territoriale.

Le storie che generano futuro

Tra gli aspetti più interessanti dell’iniziativa è emersa la presenza di una comunità internazionale che ha scelto il Cilento come luogo di vita e di progettualità.

Emblematica la testimonianza di Gina, dalla lontana Baviera, promotrice a Gioi di un laboratorio didattico dedicato ai bambini tedeschi, capace di coniugare educazione ambientale, ospitalità e percorsi di digital detox. Sempre dalla Germania, Suzanne, regista e autrice, e Hanz, musicista e costruttore di fisarmoniche, che hanno trovato nel borgo di Villammare un nuovo spazio creativo. A completare il quadro, Marco Radano, esperto di marketing internazionale, oggi impegnato nella valorizzazione del comparto vitivinicolo cilentano.

Esperienze diverse ma accomunate dalla convinzione che il Cilento possa ancora attrarre competenze, creatività e nuove progettualità.

Una sfida culturale prima ancora che agricola

Il confronto ha evidenziato le principali criticità del comparto: la frammentazione amministrativa, le difficoltà di accesso al credito per le nuove generazioni e la necessità di sostenere con maggiore decisione la meccanizzazione attraverso gli strumenti dello sviluppo rurale.

Parallelamente sono emersi esempi concreti di innovazione. Dai percorsi educativi e turistici sviluppati da Gina fino all’agricoltura di precisione adottata da Emilio Conti attraverso le centraline predittive Elaisian, l’evento ha mostrato come sostenibilità, tecnologia e valorizzazione del territorio possano convivere in un unico modello di sviluppo.

“Il Territorio dell’Extra” ha così confermato che un grande olio extravergine non racconta soltanto una cultivar o una tecnica di estrazione: custodisce la memoria di un paesaggio, il sapere di una comunità e la capacità di generare relazioni, cultura e futuro. Quando ricerca, impresa, gastronomia e territorio dialogano con una visione condivisa, l’extravergine diventa molto più di un’eccellenza alimentare: si afferma come autentico ambasciatore di identità e sviluppo.

“Custodire un uliveto significa proteggere un paesaggio; produrre un grande olio significa consegnarne la memoria alle generazioni future.”

Sergio Dondoli, il Maestro toscano che ha trasformato il gelato in un racconto di territorio

L’estate ha un sapore inconfondibile. È quello del gelato, compagno delle passeggiate nei centri storici, delle giornate al mare e delle sere trascorse all’aria aperta. Più di un semplice dessert, il gelato è un piccolo rito che regala sollievo nelle giornate più calde e racconta, attraverso ingredienti e lavorazioni, la straordinaria ricchezza della tradizione gastronomica italiana. Ma quando la maestria artigianale incontra la creatività e il profondo legame con il territorio, quel cono o quella coppetta diventano molto più di una pausa rinfrescante: si trasformano in un’esperienza capace di lasciare il segno.

A San Gimignano, tra le torri medievali e la pietra dorata che riflette la luce della Toscana, si trova una gelateria che merita di essere raccontata. È la Gelateria Dondoli in Piazza della Cisterna, 4. Non una gelateria qualsiasi è il risultato del lavoro di Sergio Dondoli, un uomo che ha fatto del gelato non soltanto un mestiere, ma una forma di narrazione.

Entrare nella sua gelateria significa assistere a un rito che si ripete ogni giorno. Turisti, appassionati e curiosi attendono il proprio turno con la stessa aspettativa di chi sta per visitare un monumento. E, in fondo, è proprio questo che Sergio Dondoli è riuscito a costruire: un monumento contemporaneo all’artigianalità italiana.

Nato a Monteriggioni (SI) nel 1953, Dondoli non è arrivato al successo per caso. La sua storia è fatta di viaggi, cucine, ristoranti e sacrifici. Dopo gli studi alberghieri ha lavorato tra Italia, Francia e Germania, affinando tecniche e sensibilità gastronomica. È proprio all’estero che scopre il mondo del gelato artigianale, intuendone il potenziale creativo. Quando decide di tornare nella sua Toscana, porta con sé un bagaglio di esperienze che cambierà il destino della sua vita.

Nel 1992 apre la Gelateria Dondoli a San Gimignano. È una scelta coraggiosa, ma soprattutto visionaria. In un’epoca in cui il gelato viene spesso considerato un semplice dessert, Dondoli immagina qualcosa di diverso: un prodotto capace di raccontare il territorio attraverso ingredienti autentici e abbinamenti sorprendenti.

Nascono così gusti che oggi sono diventati vere e proprie icone. La Crema di Santa Fina, impreziosita dallo zafferano DOP di San Gimignano e dai pinoli, rende omaggio alla santa patrona della città. Lo Champelmo, con pompelmo rosa e Vernaccia, unisce freschezza e tradizione vinicola locale. Ogni ricetta è pensata come un piccolo viaggio sensoriale, dove nessun ingrediente è scelto per stupire, ma per raccontare.

È questa la cifra stilistica di Sergio Dondoli: innovare senza tradire. Dietro ogni gusto non c’è la ricerca dell’effetto speciale, bensì la volontà di valorizzare ciò che la terra offre. Un approccio che gli ha permesso di conquistare riconoscimenti internazionali e di diventare il primo maestro gelatiere insignito del prestigioso titolo di Maestro d’Arte e Mestiere (MAM), uno dei massimi riconoscimenti dell’artigianato italiano.

Eppure, parlando con chi lo conosce, emerge un tratto che vale più dei premi: la curiosità. Dondoli continua a sperimentare, a confrontarsi con colleghi di tutto il mondo, a insegnare nelle competizioni internazionali come la Gelato World Cup, trasmettendo alle nuove generazioni una cultura del gelato fatta di rigore, studio e rispetto della materia prima.

Oggi la sua è diventata una storia di famiglia. Accanto a lui lavorano i figli Stefano e Sara, custodi di una tradizione che guarda al futuro senza perdere le proprie radici. La gelateria di San Gimignano resta il cuore pulsante di un progetto che negli anni si è ampliato fino ad arrivare anche fuori dall’Italia, mantenendo però intatto lo spirito con cui tutto è iniziato.

Forse è proprio questa la lezione più preziosa di Sergio Dondoli. Le eccellenze gastronomiche non nascono inseguendo le mode, ma coltivando un’identità. In un mondo dove tutto corre veloce, il suo gelato invita a rallentare, ad assaporare, a riconoscere il valore delle stagioni, delle persone e dei territori. Perché, alla fine, il successo di un maestro non si misura soltanto nei premi vinti o nelle file davanti alla sua bottega. Si misura nella capacità di trasformare un semplice gelato in un ricordo.

E chiunque abbia assaggiato uno dei gusti firmati da Sergio Dondoli sa che quel ricordo ha il profumo della Toscana e il sapore autentico dell’eccellenza italiana.

Tutta la Valpolicella nei vini di Torre di Terzolan

Torre di Terzolan è un’antica dimora storica e una realtà saldamente legata alla Valpolicella Orientale, posta, più precisamente a Trezzolano (VR).

Valle famosa per i dolci rilievi coperti da vigneti a poca distanza da Verona, ampia e variegata, giace immersa in uno stupendo parco tra piante secolari, tra cui uno dei più antichi cipressi italiani, oliveti, vigneti e corsi d’acqua. Risalente al 1300, è  appartenuta ad importanti famiglie nobili, quali gli Scaligeri che la utilizzavano come riserva di caccia e successivamente alla famiglia Ridolfi, oggi è di proprietà dell’architetto Roberta Previdi.

Siamo in Val Squaranto, al confine con la Valpantena, oltre a produrre olio, vengono prodotte anche tre eccellenti etichette di vino. I capolavori enoici affinano in una cantina ipogea sotto la villa,  molto suggestiva con archi in pietra.  La temperatura è l’umidità sono controllate e costanti durante tutto l’anno. Una nota di merito va alla vecchia ghiacciaia. 

Ad accoglierci c’è la proprio Roberta che ci ha illustra minuziosamente la storia dell’azienda. Gli ettari vitati con le varietà tipiche della Valpolicella sono circa 2,5 e condotti secondo i dettami dell’agricoltura biologica certificata, posti ad altimetrie che si attestano dai 350 ai 400 metri. Gli olivi occupano una superficie di invece di 6 ettari. Oliveti e vigneti si trovano in un habitat naturale e ricco di biodiversità. 

Dalla villa e dal giardino si gode di un panorama senza pari, digradante verso la vicina cittadina di Giulietta e Romeo. Le vendemmie sono rigorosamente manuali, i grappoli vengono posti in cassette di varie dimensioni.  I vini affinati in piccole barriques sia di origine bordolese che borgognotta, tuttavia, una piccola percentuale per l’Amarone e il Valpolicella affinato in anfore di ceramica Tava.

La cantina è piccola ma al contempo molto funzionale. I vini sono composti da Corvina 65%, Corvinone 25% e Rondinella 10%. Le uve destinate all’appassimento vengono poste nell’antico portico per un periodo variabile che si aggira intorno ai 3 – 4 mesi. Una serie di accorgimenti garantiscono ai prodotti finali un elevato livello qualitativo. La villa dispone, inoltre di 4 suite finemente arredate ed affrescate per una vacanza all’insegna della pace e tranquillità,  vi hanno soggiornato personaggi illustri come Franco Zeffirelli. In villa si può soggiornare anche in esclusiva per un massimo di 10 persone e ogni richiesta personale viene esaudita.

I vini degustati sono:

Valpolicella Doc 2025 – Al naso sviluppa piacevoli sentori di viola, rosa, ciliegia, susina e frutti di bosco,  il sorso è vibrante,  saporito, setoso, armonioso e molto persistente.

Valpolicella Superiore Doc 2020 – Sprigiona eleganti sentori di mora, marasca, prugna, ribes, accompagnate da nuances balsamiche e speziate,  al gusto è avvolgente con tannini nobili ed è dotato di una lunga persistenza aromatica.

Amarone della Valpolicella Docg 2018 – Di grande complessità al naso, emana raffinati sentori di mirtillo,  iris, amarena, tabacco, polvere di cacao e spezie dolci,  al palato è pieno ed appagante con tannini setosi e un finale lunghissimo e saporito. 

È stata un’esperienza molto appassionante,  l’unico problema è stato di dover tornare via; grazie di cuore a Federica Schir e a Roberta Previdi sia per le enozioni che per le emozioni.

Idee per il Ferragosto: il “timoniere” Alessandro Feo alla guida del suo ristorante tipico a Casalvelino

Se qualcuno si stesse chiedendo come mai Alessandro Feo Ristorante non è stato ancora annoverato tra gli stellati della Campania, è perché il locale ha un problema serio di base: lo chef mette l’ospite al centro, non sé stesso, restando fedele alla sua idea di cucina e coerente al suo territorio, senza compromesso alcuno e senza l’ossessiva ricerca di visibilità.

Spesso, l’eccessivo desiderio di protagonismo e l’ambizione, oltre al pagamento del prezzo per fare parte della fiera della vanità culinaria, talvolta, fanno perdere la passione e fanno smarrire la strada, oltre che l’obiettivo: l’attenzione e il soddisfacimento degli ospiti, non certo degli ispettori.

Casalvelino, fuori dai palcoscenici televisivi e lontano dagli eccessi mediatici, Alessandro Feo preferisce far parlare la propria cucina, esprimendo appieno la sua filosofia culinaria all’interno del suggestivo palazzo storico del XVII secolo, un tempo adibito a monastero, sul lungomare del borgo marinaro cilentano, impiegando materie prime provenienti dai suoi due orti di proprietà e dal pescato locale.

Classe ’85, il giovane chef ha dovuto ha affrontare un percorso di crescita personale e lavorativa costante per investire sul proprio paese d’origine con coraggio e determinazione, trasformando la passione in un progetto di vita autentico. Sotto la sua impeccabile uniforme, batte all’unisono il cuore del cuoco, del contadino e del pescatore. Inoltre, come un approdo sicuro, il ristorante di Alessandro è aperto anche in inverno, una rarità per l’area, collocando la location tra i veri riferimenti territoriali.

La cucina per lui è anzitutto passione, quindi sperimentazione, divertimento, ma è anche contatto, rispetto e studio assiduo della materia prima e delle strategie di cottura. Pertanto, sarà pure che non è stato ancora raggiunto dalla stella, ma Alessandro Feo è a tutti gli effetti un ambasciatore dell’Alta Cucina Italiana, non a caso recensito da bravi intenditori, raccomandato comunque dalla Guida Michelin a partire dal 2022 e confermato anche quest’anno, oltre che essere menzionato da importanti guide, tra cui quella del Gambero Rosso.

Di seguito, la descrizione di una serata galante, sotto le volte del ristorante, adornato dalle pietre di Acquavella e il cui cielo è costellato dai tipici mummulieddi, ingegnoso e antico sistema di elementi vuoti in terracotta per creare un ottimo isolamento termico.

L’entrée di benvenuto: buñuelos in stile messicano, sottili e croccanti che, passati tra le mani dello chef, son diventati sapidi e al pomodoro, semplicemente sfruttando le naturali caratteristiche della solanacea, sono stati serviti assieme al cracker di patate e tartufo estivo e alla polpetta di alici e limone. Un omaggio a un ospite davvero speciale e, al tempo stesso, ai profumi mediterranei.

Per l’antipasto, la scelta è ricaduta sulla celebre caprese di mare, un evergreen imperdibile al Ristorante Feo: mozzarella di bufala, pomodorini confit, tartare di gambero rosso del Cilento, perle di pesto al basilico ed essenza di limone. Questo piatto traduce fedelmente e con immediatezza il manifesto culinario di Alessandro Feo, non solo per l’equilibrio intrinseco tra gli ingredienti e tra il mare e la terra, ma anche per la ricerca degli elementi: non a caso il latticino impiegato è la mozzarella di bufala del progetto Associazione Regionale Allevatori, a supporto della filiera e degli allevamenti, ideato da Pietro Noce con la supervisione di Matteo Noce. Il progetto ARA favorisce il pascolo estensivo, e quindi sostenibile, la cura della materia prima e l’impiego di latte caldo appena munto e lavorato subito.

A seguire la seppia con taccole e cipollotto, piatto che in Primavera, in ossequio alla stagionalità, prevede come legume alternativo le fave. Il morso è armonico senza prevaricazione, l’impiego del nero di seppia non costituisce soltanto un elemento estetico in contrasto col candore del mollusco, ma un’impronta gustativa che ne completa il sapore, avviluppato nell’acidulo calibrato e nell’aromaticità della cipolla. Anche la texture è stata decisiva e caratterizzante, sposando la tenerezza della seppia, dovuta a un taglio magistrale, e la croccantezza della taccola.

Il primo piatto consigliato dallo chef è stato lo scrigno che custodisce il legame tra il suo estro cosmopolita e l’amore per il territorio: un Risotto tra Osaka e Casalvelino. La ricetta fonde due culture legate al mare in un gioco di fiamma e crudo di mare ad altissimo appeal umami. Infatti, il riso viene cotto nel brodo dashi, quindi con alga kombu e katsuobushi, adagiato sulle tartare di tonno rosso sul fondo. A rendere agevole e succulenta questa portata il segreto della mantecatura al burro acido e del limone.

Il caldo e il freddo, nel loro intrigante contrasto, costituiscono il leitmotiv del secondo piatto, altro storico riferimento culinario di Alessandro: il Baccalà al Gazpacho con Insalatina di Cetrioli e Cipolle Marinate. Qui la lunga navigazione per la caccia al merluzzo incontra la campagna cilentana e le sue fresche note vegetali.

Inatteso il pre-dessert: il Gin Fizz nella sua versione solid cocktail.

La scelta conclusiva, prima della generosa e variegata offerta della piccola pasticceria, ricade sul sontuoso Babà, Olio, Limone e Basilico. Gli alveoli del celebre lievitato della regione Campania si intridono di cremoso al limone, poggiando su un crumble di basilico con accanto una quenelle di gelato all’olio evo. Qui, tutta la concentrazione del sensorialista lascia andare il freno a mano e si concede ai sensi e alla golosità, per una dolce coccola che in maniera innovativa restituisce al babà più classico l’eleganza e la semplicità di tre elementi che sussurrano l’antico fascino mediterraneo, sempre attuale.

Per Alessandro Feo il Mare è Madre, poiché in fondo tutti veniamo da esso e tutta la civiltà, persino quella a tavola, si fonda attraverso i riti, i costumi e le leggi dei Popoli del Mare e della navigazione, che annoverano da sempre la xenia, il sacro vincolo di accogliere, nutrire e proteggere il viandante o il naufrago prima di chiedere il suo nome, come Zeus comandava.

Qui da lui la terra e le onde vibrano allo stesso ritmo, ritmo che Alessandro ha ben appreso ad ascoltare.Non è rimasto inosservato il cestino con il pane caldo in diverse declinazioni, l’ospitalità in tavola assieme al burro e all’olio extravergine di oliva, segno di una maturità raggiunta anche nella lievitazione e nella padronanza della pasticceria. La capacità di Alessandro di accarezzare le verdure e gli ortaggi è altrettanto magistrale, per non parlare degli accostamenti, mai scontati e mai stridenti.

La carta del vino è confacente alla proposta gastronomica e si incentra anzitutto su cantine locali, lasciando spazio a realtà extraregionali, oltre a qualche proposta internazionale, e pertanto a diverse filosofie enologiche. L’accoglienza spontanea e garbata di Alessandro Feo sembra proprio quella del ragazzo della porta accanto, sempre disponibile e mai invasivo, un’accoglienza che relega indistintamente ai suoi ospiti, facendoli sentire tutti ugualmente speciali