Riccardo Cotarella presenta i vini della famiglia Muratori durante Merano WineFestival 2025

Tra le masterclass della XXXIV edizione del Merano WineFestival, quest’anno abbiamo partecipato a Muratori, evolvere nel segno della continuità, dedicata ai vini dell’omonima cantina che a Villa Crespia in Franciacorta ha stabilito la sua dimora. Fondata nel 2000 dalla famiglia Muratori, nome storico nel settore tessile, la cantina raggiunge quest’anno i venticinque anni di attività ma è dal 2000 che si avvale della consulenza tecnica di Riccardo Cotarella, padre enologico di molte etichette che hanno segnato la storia del vino italiano.

Alla base della collaborazione tra Cotarella e la famiglia Muratori non c’è  solo un progetto solido nato in un contesto strutturato e organizzato, ma anche una condivisione di valori e doti umane. Il vino sente e parla, ha dichiarato Cotarella, e tra i fattori fondamentali per il suo successo c’è la sintonia tra le persone che condividono il progetto. Sintonia che si è immediatamente stabilita tra l’enologo e la famiglia.

La masterclass ha presentato sei etichette rappresentative di questa collaborazione – quattro bollicine e due vini fermi – e, oltre a Cotarella, ha visto protagonisti Bruno Muratori, titolare della cantina, Alberto e Michela Muratori, rispettivamente Vicepresidente e Responsabile Marketing e comunicazione.

E’ stato lo stesso Cotarella a condurci nell’universo Muratori, paragonando l’atto della degustazione tecnica a una cerimonia liturgica in cui tutti i partecipanti seguono il rito ministrato dall’officiante senza anticiparne gestualità o formule. Ci siamo lasciati guidare in una degustazione scevra da virtuosismi, seguendo il filo conduttore che accomunava tutti i vini: la meticolosa precisione, di naso e di bocca, specchio del territorio e frutto di un lavoro di concerto tra vigna e cantina.

Quattro le etichette di Franciacorta DOCG, ognuna di esse con un proprio carattere e con un proprio target di consumo, tutte accomunate da dosaggi minimi. Cotarella ne ha descritto le caratteristiche di vinificazione che hanno determinato il risultato al palato, soffermandosi su quella più importante per un  metodo classico: il carattere determinato dalla sosta sui lieviti.

L’etichetta di apertura, Muratori Franciacorta Brut a prevalenza chardonnay, viene definito vino di immediata bevibilità. Nelle diverse fasi di pressatura delle uve, i mosti ottenuti possono avere struttura variabile: la scelta di quello più strutturato, come in questo caso, permette un raggiungimento del grado di maturazione anticipato, determinando un prodotto di ottimo carattere pur con la sosta minima sui lieviti prevista dal disciplinare, diciotto mesi.

Sentori di crosta di pane, anticipano il frutto a pasta bianca semplice mentre il sorso gioca un magnifico match tra la mineralità sapida e saziante e la freschezza, che lascia la bocca pulita. Un angolo acuto, lo definisce Cotarella, paragonandolo alla bollicina successiva che nel suo immaginario può essere invece accostato a un angolo concavo: Muratori Franciacorta Brut Saten.

La minor pressione in bottiglia, determinata da una più bassa presenza di CO2, e la sosta sui lievito per almeno ventiquattro mesi determinano un vino più espressivo e complesso all’olfatto e al palato: i sentori di panificazione sono precisi ed evoluti, il sorso è pieno, saporito e strutturato.

Di tutt’altro approccio Muratori Brut Simbiotico, caratterizzato da un utilizzo di solfiti minore a 10 g per litro che permette di non indicare in etichetta la dicitura “contiene solfiti”.

Un prodotto presente nella linea Muratori già da dodici anni,  ormai consolidato e rivolto a una fascia di mercato attenta e sempre più esigente; un prodotto che richiede utilizzo di tecnologia in maniera più impattante rispetto a uno spumante solfitato, perché altrimenti “lavorare in assenza di solfiti è come gettarsi dal terzo piano senzo paracadute”, scherza Cotarella. La sosta minima sui lieviti di diciotto mesi è il primo naturale salvagente per vini di questo tipo.

All’olfatto Simbiotico risulta più dolce a causa dell’evoluzione ossidativa determinata dall’assenza di solfiti, i sentori sono quelli di frutta matura e macerata, al palato il sapore è lungo e richiama il miele.

La passerella di bollicine si chiude con Muratori Millé Brut Millesimato 2020, il primo vino nato dalla collaborazione Cotarella-Muratori. Sboccatura 2024, ha sostato trentasei mesi sui lieviti. Maniacale è la scelta del mosto tra le cinque frazioni che si ottengono dalla pressatura: non viene utilizzata la prima, che si porta dietro la pruina presente sulla buccia, naturale inibitore di una bollicina fine e persistente, ma la seconda, la terza e la quarta frazione. Al naso viennoiserie e frutta tropicale matura, mentre al palato si esprime con grande eleganza ed equilibrio di acidità e salinità.

Durante la masterclass Cotarella ha posto più volte posto l’accento sulle produzioni minori e sulla sfida che ha sempre voluto raccogliere di vinificare vitigni in territori non storicamente vocati. Così è stato per i due Sebino IGT della famiglia Muratori, vinificati sì da uvaggi classici della Franciacorta, chardonnay e pinot nero, ma prodotti come vini fermi, entrambi affinati in barrique. Un passo diverso sia in vigna che in cantina: sono queste le nuove forme di continuità con cui la squadra Muratori-Cotarella intende rappresentare il territorio della Franciacorta e cementare la collaborazione. 

Quando degustiamo Setticlavio 2023, chardonnay in purezza, l’enologo ci accompagna idealmente a un altro chardonnay di sua ideazione, il Cervaro della Sala, facendoci cogliere da un lato l’impronta comune del vitigno, dall’altro le necessarie differenze legate al territorio più freddo. Opulento sin dal colore, Setticlavio è fine ed elegante all’olfatto, con una vena fresca che si prolunga al palato e non intacca scheletro e struttura di peso.

Cotarella si dichiara sorpreso del risultato ottenuto con Mantorosso 2022, pinot nero in purezza. La congenita delicatezza di questo vitigno richiede attenzione al limite della maniacalità in tutti i passaggi di vigna e cantina. Se lo chardonnay infatti è come un cavallo dallo zoccolo ampio, in grado di camminare anche sui suoli più impervi, il pinot nero è l’esatto contrario, e viene paragonato a una casa di vetro, bellissima da vedere ma di estrema fragilità, un’orchestra sinfonica in cui tutti gli strumenti devono suonare in perfetto accordo per generare armonia.

Mantorosso 2022 è un pinot nero che interpreta le caratteristiche di questo vitigno: profuma di pinot nero e ne esprime appieno il carattere sottile, elegante, armonico  anche al palato che risulta succoso e dolce per la naturale setosità del tannino.

Guida ai Ristoranti d’Italia, Europa e Mondo di Identità Golose 2026

Da nord a sud sono 8 gli indirizzi presenti nella prestigiosa Guida e seguiti dall’agenzia di marketing e comunicazione guidata da Carla Botta

Raffaele Bonetta (Raf Bonetta Pizzeria), Paolo De Simone (Modus Pizzeria), Angelo Pezzella (Angelo Pezzella Pizzeria), Manuel Maiorano(La Fenice Pizzeria Contemporanea), Emanuele Riemma (Maiori), Antonio Tancredi (Diametro3.0), Alessandro Zirpolo (Ardecore) e Giovanni Senese (Senese Pizzeria): questi gli 8 localipresenti nella Guida di Identità Golose 2026 e seguiti da Carbot Communication, agenzia di comunicazione e marketing di Carla Botta. Un risultato che testimonia l’efficacia e la passione con cui Carbot Communication accompagna i suoi clienti, contribuendo al loro successo e consolidando la propria reputazione di leader nella promozione della cultura gastronomica d’eccellenza.

L’agenzia Carbot, specializzata in strategie di comunicazione, branding e digital marketing punta da sempre su una visione creativa e innovativa del settore, dedicandosi a raccontare storie di persone e passione oltre che a costruire ponti tra i professionisti della cucina, il mondo del giornalismo nazionale ed internazionale oltre che il grande pubblico. Con la menzione dei suoi clienti nella prestigiosa guida, Carbot Communication consolida il proprio ruolo di partner strategico in tutta Italia, dalla Liguria alla Toscana, dal Lazio alla Campania fin giù in Sardegna; un ruolo capace di valorizzare e diffondere i migliori talenti della pizza italiana. La Guida di Identità Golose rappresenta un punto di riferimento per il mondo gastronomico e premia ogni anno i professionisti più innovativi, creativi e capaci di interpretare al meglio la tradizione gastronomica italiana con una visione contemporanea e in continua evoluzione.

Essere inclusi in questa selezione è un onore che non solo riconosce la qualità tecnica e creativa dei pizzaioli, ma celebra anche il loro impegno nell’elevare la pizza a livello di alta gastronomia.  L’edizione 2026 della Guida di Identità Golose non è solo una raccolta di indirizzi, ma un vero e proprio racconto che interpreta l’evoluzione del settore gastronomico e le sue nuove direzioni, dando forma alle nuove tendenze del gusto, soprattutto in questo periodo in cui la cucina italiana è candidata a Patrimonio culturale immateriale dell’umanità UNESCO. Carbot Communication, con la sua strategia fondata su tailor-made e storytelling accompagna ogni cliente nella costruzione di una propria identità fondata su autenticità e innovazione.  La menzione della Guida Identità Golose 2026 non è solo un traguardo per i pizzaioli premiati, ma un riflesso dell’abilità di Carbot Communication di interpretare le nuove tendenze del marketing gastronomico e di diffondere i messaggi più significativi in modo efficace e coinvolgente.

La valorizzazione della pizza come prodotto di alta qualità, l’attenzione alle tecniche di cottura e agli ingredienti locali e la promozione di una cultura gastronomica autentica e sostenibile sono temi che Carbot Communication porta avanti con passione e dedizione. «Questo traguardo testimonia il valore delle partnership che coltiviamo e la forza delle storie che aiutiamo a raccontare. Essere al fianco di professionisti capaci di segnare l’evoluzione della pizza italiana è per noi un privilegio e una motivazione a continuare a crescere», afferma Carla Botta, chief di Carbot Communication che con la sua esperienza consolidata e il suo approccio innovativo, conferma ancora una volta il ruolo di protagonista nel panorama della comunicazione e del marketing gastronomico.

Il riconoscimento agli otto pizzaioli nella Guida di Identità Golose 2026 non è solo una conferma della qualità del lavoro svolto, ma anche un invito a guardare sempre oltre, verso nuove sfide, nuove tendenze e nuovi orizzonti per il mondo della comunicazione gastronomica.

Fino all’Epifania da 1947 Pizza Fritta il gusto si trasforma in musica e solidarietà

Lodevole iniziativa benefica di Vincenzo Durante in favore della Piccola Orchestra di Forcella della Casa della Musica. Dal 12 novembre e fino al 6 gennaio prossimo, l’intero ricavato della pizza fritta special dedicata a Marisa Laurito, sarà devoluto all’associazione L’Altra Napoli EF che attraverso il Progetto la Porta dei Sogni offre percorsi musicali gratuiti a bambini e ragazzi dei quartieri complessi di Napoli appartenenti a famiglie con disagio economico e sociale.

«L’arte salva la vita – dichiara la nota attrice di cinema e teatro, uno dei volti simbolo della Napoli verace – Ho contribuito alla realizzazione della pizza fritta a me dedicata dispensando qualche piccolo consiglio a Vincenzo, perché il riscatto sociale avviene anche tramite la cultura e la condivisione della buona tavola».

Il connubio stesso tra il teatro, aperto alla popolazione di un quartiere difficile come Forcella e l’aiuto dei commercianti è stato fondamentale nella salvezza dalla criminalità di tanti bambini nati in un contesto delicato.

Il titolare Durante ha iniziato nel ’93 la propria esperienza ai fornelli, con la moglie e i suoceri. Nel 2000 il primo locale in proprio per servire le pizze al taglio e nel 2014 il primo 1947 Pizza Fritta, replicato, solo tre anni dopo, sempre in Via Pietro Colletta a Napoli con ben 45 coperti all’interno e 20 esterni.

«Da qualche tempo ho il privilegio dell’amicizia della signora Laurito e nell’occasione dei 10 anni dall’apertura del mio ristorante ho scelto di regalare un sorriso ai ragazzi del mio quartiere. La pizza Profumo di Genovese – detta “Pizza Marisa” – dichiara il pizzaiolo imprenditore – ha la consistenza delicata ed il ripieno a base di paté di cipolla ramata, provola, cacioricotta salata, pepe e basilico. Il tutto al costo di 8 euro totalmente devoluto alla beneficenza».

Il vice presidente dell’associazione L’Altra Napoli EF Antonio Lucidi, una carriera da economista con la passione autentica per il sociale e le arti delle Muse, ricorda gli inizi dell’orchestra giovanile e il supporto morale di padre Antonio Loffredo che ha dedicato la propria vita, rischiando anche ritorsioni personali, per il Rione Sanità. «Ci siamo ispirati a El Sistema di José Antonio Abreu in America Latina, maestro e uomo straordinario che ho potuto accogliere in una visita in Italia – racconta il professore – Anche i nostri ragazzi possono seguire una splendida carriera ed alcuni di essi sono diventati a loro volta insegnanti e direttori d’orchestra».

Attualmente Paolo Acunzo dirige la Sanitansamble costituita da oltre 80 ragazzi, tra bambini e adolescenti dai 7 ai 24 anni e 14 maestri, musicisti di due formazioni musicali nate sull’esempio dell’Orchestra Simon Bolìvar del Venezuela. Un progetto che trova il pieno sostegno economico solo dai privati, con iniziative lodevoli come quella di Vincenzo Durante e del suo 1947 Pizza Fritta.

“Mangia bene, ridi spesso, ama molto”.

1947 Pizza Fritta

Via Pietro Colletta, 29-31 – Napoli

Tel. 081 18226812

Lombardia, concluso l’evento Monza in Vino 2025 con tante sorprese

Il 15 e 16 novembre 2025 presso U-Power stadium di Monza si è tenuta la VI edizione di Monza in Vino, manifestazione organizzata da Arte del Vino Eventi e Fiere.

Oltre 2.000 partecipanti hanno preso parte alle due giornate, caratterizzate da degustazioni, masterclass e incontri business. Il pubblico ha incluso appassionati, operatori del settore, buyer internazionali e professionisti della distribuzione, confermando la capacità dell’evento di attrarre target diversificati e di favorire sinergie tra consumer e trade.

La rassegna ha visto la presenza di 38 aziende vinicole e più di 300 etichette in degustazione, con un’attenzione particolare alle produzioni di nicchia e ai vitigni autoctoni

Le masterclass tematiche, curate da esperti e professionisti del settore, hanno registrato il tutto esaurito, confermando l’interesse per la formazione specialistica. Parallelamente, gli spazi dedicati al B2B hanno favorito l’avvio di nuove collaborazioni e accordi commerciali, rafforzando il ruolo dell’evento come piattaforma di business.

Girando tra i banchi di degustazione ho avuto l’opportunità di incontrare vecchie conoscenze e di scoprire nuove realtà interessanti, produttori che valorizzano il territorio con competenza e vini che raccontano la loro identità.

Qui una selezione delle cantine e dei loro vini

Barone di Bolaro dispone di 7 ettari di vigneti coltivati a  Nerello Calabrese, Sangiovese e Malvasia Bianca, e 12 ettari nel Comune di Cirò Marina coltivati a Gaglioppo, Magliocco e Greco Bianco. Questi ultimi sono gestiti da conferitori che operano sotto la supervisione dei loro tecnici, garantendo standard qualitativi elevati.

Ogni vino esprime le caratteristiche del territorio: dai rossi strutturati ai bianchi freschi e sapidi, frutto di un lavoro attento e di una filosofia condivisa. Ho assaggiato il loro Cirò Bianco D.O.C. 100% G colore giallo paglierino e profumo intenso con note agrumate e floreali. Un colore giallo paglierino e profumo intenso con note agrumate e floreali. Il Kalavrìa passito IGT, da uve Greco Bianco appassite, caratterizzato da dolcezza, note speziate e consistenza unica. Ideale da gustare da solo.

Casa dei Spada, una cantina nata nel periodo bellico, siamo negli anni Quaranta quando, il capostipite Pietro, decise di avviare la viticoltura nonostante le difficoltà. Con il tempo si unirono i figli Giovanni e Rinaldo, mentre il Valdobbiadene Prosecco D.O.C.G. iniziava a farsi conoscere. Oggi, alla terza generazione, Andrea e la sua famiglia portano avanti la tradizione, coltivando il Valdobbiadene Prosecco Superiore sulle ripide colline, secondo l’antica usanza. Zero et Naturel è un vino ottenuto con metodo ancestrale: fermenta prima in botte e si completa in bottiglia, creando una frizzantezza delicata, con carattere unico eleggero deposito. Conosciuto anche come vino col fondo.

Root, una giovane azienda agricola nata nel 2022 nelle colline di Maiolati Spontini, nel cuore delle Marche. Fondata da Elena e Maxim Merkulov, coppia che ha lasciato la vita d’ufficio per inseguire la passione per il vino. ROOT punta sull’agricoltura biologica e sulla valorizzazione del Verdicchio, interpretato in chiave contemporanea. Un progetto che unisce tradizione, innovazione e amore per la terra. Assaggio Lumen Marche Bianco IGT 100% Verdicchio. Vendemmia manuale in casse e da un’accurata lavorazione: 50% raccolta precoce per garantire freschezza e acidità, 25% vinificato con breve macerazione sulle bucce per complessità, e 25% da selezione riserva affinata 12 mesi in acciaio. Dopo tre mesi in bottiglia, si presenta giallo dorato con riflessi brillanti, profumi di mela verde, fiori di campo e note di agrumi canditi e mandorla. Al palato ha una texture setosa.

La Mosca Bianca Bio: passo a salutare Barbara che insieme al marito Corrado sono titolari della cantina che si trova a Nizza Monferrato, è sempre bello ascoltare il racconto delle loro vigne, delle sfide e delle passioni che li hanno portati fin qui. Ogni volta raccontano il loro lavoro con sincerità, parlando di terra, di tempo e di quanto impegno ci sia dietro ogni bottiglia. Il loro Chardonnay La Mojsa, che in dialetto astigiano, significa ‘matto’ o ‘folle’, sorprende all’assaggio, un vino brioso che desta curiosità e leggerezza.  Il nome vuole ricordare che un pizzico di follia fa bene a tutti. Barbara mi annuncia un’anteprima: sta per uscire il loro metodo classico da Cabernet Sauvignon e non vedo l’ora di degustarlo.

Cantine Jelasi Antonio 1881: siamo a Bianco in provincia di Reggio Calabria, dove nasce una perla del panorama enoico: il Greco di Bianco. Il procedimento per ottenere questo nettare è citato già da Esiodo ne Le Opere e i giorni “Quando Orione e Sirio siano giunti nel mezzo del cielo, ed Aurora dalle rosee dita avvisti Arturo, cogli allora tutti i grappoli, o Perse, e portali in casa; per dieci giorni e per dieci notti esponili al sole, per cinque mettili all’ombra, e al sesto stiva nei vasi i doni di Dioniso molto felice”.  Se il passito è una meraviglia, merita comunque l’assaggio il loro 1977 Greco di Bianco in versione secca, versatile ed equilibrato, con profilo fruttato, mela e agrumi, armonico con una piacevole morbidezza.

Tenuta Viglione Un’azienda di famiglia che da quasi cent’anni coltiva vigneti, tramandando tradizione e passione di generazione in generazione. Siamo nel cuore della Murgia barese, circondati da piante di Primitivo e dai caratteristici muretti a secco. Il nome del loro Primitivo Riserva, “Marpione”, incuriosisce e invita alla degustazione: un vino biologico dal colore rosso rubino intenso, con profumi di mora selvatica, note di sottobosco e richiami alla macchia mediterranea. Al palato si presenta strutturato e deciso, con lunga persistenza fruttata e piacevoli sfumature di liquirizia. Nomen omen, un vino con un appeal intrigante.

La Vite di Monica è una storia di ritorno alle origini, fortemente voluta da Monica, la titolare, che con pazienza e dedizione ha dato vita a vini capaci di raccontare i suoi ricordi e di esprimere una profonda identità con ilterritorio.  Siamo nella zona di Montagnana in provincia di Padova. Fior D’Arancio Colli Euganei DOCG è per me un vino evocativo, ricordi d’infanzia quando mettevo il naso nel bicchiere per cogliere quel profumo intenso, agrumato, tipico dell’uva.

Tra i rossi, Cavaliere Nero Merlot IGT: un Merlot equilibrato. Accattivante come solo il Merlot sa essere: morbido, elegante e con quella freschezza che invita al sorso successivo.

Esco da questa manifestazione conscia che il mondo del vino ha sempre qualcosa di nuovo da offrire: storie, territori, persone e interpretazioni che arricchiscono ogni calice. Attendo la settima edizione, in programma il 21 e 22 febbraio 2026. Prosit!

Fuori dal feed: il caffè che devi provare a Napoli non è amaro

Presentiamo la nuova rubrica di Simona Fiengo Ti porto fuori… dal feed
Lontano dai luoghi comuni, dalle mode e dalle mosse di marketing che dominano l’enogastronomia. Andiamo a riscoprire i posti semplici e puri, quelli che non hanno bisogno di filtri per emozionare a tavola.  Una rubrica che racconta ciò che il feed non mostra: la verità dei sapori, delle persone e delle storie che valgono il viaggio. 

Ad oggi possiamo dire di aver provato di tutto, o quasi. La carne stampata in 3D, la pizza con più ore di lievitazione che ingredienti… e persino il caffè con i glitter commestibili.

È come se il nostro palato fosse collegato direttamente allo smartphone, sempre più affamato di novità e di cose incredibili da poter provare (e fotografare). Forse è per questo che mi sono emozionata bevendo il caffè “caldo freddo” di Salvatore Mastracchio a Napoli, in un noiosissimo qualsiasi mercoledì mattina.

La location è vecchio stampo. Un bar poco “aesthetic”, con una vetrina di dolci classici, essenziali e buoni. Dietro il bancone, per nulla patinato, c’è proprio Salvatore che prepara il caffè. Le sue mani si muovono con la precisione di un rituale tra una macchinetta e l’altra, mentre parla del calcio Napoli. Alcuni clienti discutono sulla squadra di Conte; tra loro è presente anche uno juventino e Salvatore interviene nel dibattito senza mai perdere il ritmo.

Dall’altra parte, alla cassa, c’è la moglie: elegante, cordiale, che si emoziona quando le chiedo da quanti anni lavora accanto al marito. Mi mostra orgogliosa i ritagli di due giornali stranieri, uno tedesco, l’altro spagnolo, che parlano proprio di Mastracchio e del suo famoso caffè caldo freddo. Ammetto di non averlo ancora mai provato, “il mio primo caldo freddo”.

Visto l’entusiasmo la signora mi invita a osservare la preparazione da vicino. Salvatore saluta e mi chiede: “Ma mica vuoi copiarmi anche tu il caffè?”. Sorrido e gli dico di no.

La ricetta prevede: caffè caldo, crema fredda, zucchero e cacao amaro. Un contrasto dolce-amaro preciso e perfetto, fin dal primo sorso, problema è che uno tira l’altro e io ne avrei bevuti almeno altri tre.

Il Bar Mastracchio si trova all’inizio dei Quartieri Spagnoli, quelli amati oggi e denigrati nel passato, quelli belli e brutti dove convive il bene e il male. Il contrasto perfetto e perenne unico in una metropoli come Napoli.

I puristi del caffè forse inorridiranno, ma a me è piaciuto. E mentirei se dicessi che è piaciuto solo perché sono una golosa curiosa, sempre pronta a provare nuovi sapori, soprattutto se c’è di mezzo il cacao. Mi è piaciuto sopratutto per averlo bevuto in un contesto vero, circondata da persone vere, da voci vere. Quelle che animano la città e parlano un dialetto autentico di chi è nel commercio da più di trent’anni e non sa nemmeno come si posta una storia su Instagram. Il caffè di Salvatore non ha avuto bisogno di strategie social per emergere, gli è bastata la chimica e l’affetto di un quartiere.

Lo so, qualcuno mi darà dell’ipocrita, dopotutto, io vivo di social, dovrei elogiare chi ne fa buon uso. Ma, dopotutto, sono anche napoletana… vivo di contrasti.

La MacelleGria a Fuorigrotta: il format ideale per la carne da allevamenti non intensivi del Sud Italia

Premetto che negli anni 70’, ho fatto le mie prime esperienze lavorative adolescenziali nell’ottima macelleria di mio zio che mi permetteva di guadagnare una piccola paghetta settimanale. Ebbene, la sobrietà dei locali di MacelleGria, sia per il colore delle pareti o un arredamento senza tanti fronzoli, sia per il banco espositivo delle carni e dei preparati gastronomici fatti con esse, mi hanno portato indietro nel tempo.

Nata nel 2013 nel quartiere Fuorigrotta come primo ristorante con macelleria di Napoli, quest’anno ha festeggiato il suo dodicesimo anniversario dall’apertura. Il nome MacelleGria riconduce poi alla genuinità del sorriso della titolare, che mi accoglie come se ci conoscessimo da tempo, ed è stata una bella sensazione, visto che era la mia prima volta al suo locale.

Donatella Bove, ex allenatrice e calciatrice professionista campionessa d’Italia nel ’90, durante la sua carriera sportiva ha vissuto cinque anni tra Taranto e Gravina di Puglia. Da quei territori ha trovato lo spunto giusto per il suo locale, ispirandosi alle tradizioni pugliesi dell’antico “arrusti e mangi” con le braci allestite in strada e ancor di più dal tipico “fornello pronto” di Martina Franca. Lì le macellerie cucinano e vendono le proprie carni ai clienti, che possono sceglierle per farle cuocere al momento e consumate sul posto o a domicilio.

Tutte le proposte, siano esse bovine, suine o avicole, provengono da allevamenti non intensivi del sud Italia. La razza bovina prescelta è la Podolica, allevata nelle aree interne di diverse regioni quali Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e che vive a suo agio allo stato brado o semibrado, capace di adattarsi ai pascoli e terreni più impervi, trovando in molte piante della macchia mediterranea il suo nutrimento. Le sue carni, dopo un necessario e adeguato periodo di frollatura per ottenere la giusta tenerezza, sono riconosciute per il loro sapore sapido e deciso.

L’offerta culinaria si articola in un menù più completo che nasce dalle idee di Donatella e che comprende anche piatti della tradizione napoletana e non, salumi vari o contorni di prodotti biologici dell’orto.

La MacelleGria, oltre alla tradizionale scelta alla carta, offre anche la possibilità di una proposta giornaliera a prezzo fisso per tutti quelli che intendono fare una pausa pranzo.

Ma partiamo alla degustazione:

  • un succulento trancio di mortadella piastrata condita con una glassa di aceto balsamico;
  • il “Sacchetto del contadino”, una rosetta calda farcita con cicoli e provolone piccante, gustoso, e bella idea per sostituire il classico panino napoletano;
  • la tartare “Tu vulive a pizza”, guarnita infatti a mo’ di pizza con pezzetti di pomodori gialli e rossi, ciuffetti di stracciata di bufala, capperi e un crumble di pane con evo e basilico, un equilibrio di sapori che non sminuisce la protagonista, la carne con la sua delicata aromaticità e piacevole tendenza dolce;

  •  il “Soffritto rivisitato”, ideato per quelli come me che ad oggi, nella sua versione tradizionale, non lo avevano mai assaggiato, ma cucinato senza interiora e con solo carne; in abbinamento un calice di Susumaniello del Salento, la cui leggera morbidezza ha equilibrato la leggera piccantezza, a dimostrazione che è possibile usufruire anche di una buona carta dei vini e, per chi volesse, anche la possibilità di bere birra alla spina e artigianale;
  • una buona e cremosa “Pasta e patate” esaltata dalla provola filante e dall’aromaticità lievemente piccante del pepe;
  • un tris di carne alla piastra composto da: un succulento hamburger, una cotoletta palermitana di bovino impanata senza uova, con pecorino, pepe e aromi, non fritta ma alla brace, in dialetto palermitano detta “l’Appanata “, assaggiata per la prima volta è stata una piacevole e gustosa sorpresa; la “Bombetta” pugliese, un gustosissimo involtino di capocollo di maiale cotto tradizionalmente alla brace e leggermente napoletanizzato nel ripieno da Donatella, e la cui ridotta sua dimensione permette di mangiarlo in pochi morsi, io in due.
  • per chiudere nel migliore dei modi, la sbrisolona alla crema pasticcera servita al cucchiaio, arricchita da un coulis di amarene e foglioline di mentuccia.

Arrivati con soddisfazione alla fine dell’appuntamento, Donatella ha tenuto a sottolineare la bravura dei suoi collaboratori, che con la professionalità e affezione al lavoro, sono riusciti a superare il momento più difficile della loro storia gastronomica dal 2013 ad oggi: gli anni della Pandemia Covid.

Ci parla quindi della sua squadra, partendo dalla Mastergrill Luciana Lamanna, capace di cuocere a puntino le carni ma anche molto brava a gestire contemporaneamente una brace apposita per celiaci, dei due giovani e bravissimi chef Francesco Penta e Simona Loffredo in cucina nonché dell’indispensabile Diego Moio da sempre con lei in sala. Una bella realtà. A presto Donatella…

La rinascita gentile del Nebbiolo del Nord

A Stresa, dal 9 al 11 novembre 2025, è andata in scena l’ottava edizione di “Taste Alto Piemonte”

C’è un Piemonte che guarda le Alpi e respira un clima più sottile, dove i vigneti si arrampicano su colline di porfido rosso, sabbie antiche e morene glaciali. È l’Alto Piemonte, una delle culle storiche del Nebbiolo, oggi al centro di una rinascita silenziosa ma poderosa, guidata dal Consorzio Nebbioli Alto Piemonte, l’Ente che tutela e promuove 10 denominazioni, di cui 1 DOCG e 9 DOC:

DOCG: Ghemme; DOC: Gattinara, Boca, Bramaterra, Lessona, Sizzano, Fara, Colline Novaresi, Coste della Sesia, Valli Ossolane. In tutte il vitigno centrale è il Nebbiolo, spesso accompagnato da Vespolina, Uva Rara e Croatina.

A Stresa dal 9 al 11 novembre si è tenuta l’ottava edizione di Taste Alto Piemonte nel bellissimo ed elegante contesto del Grand Hotel des Iles Borromées & Spa, con la impeccabile organizzazione della agenzia stampa ab-comunicazione di Anna Barbon che ha dato all’evento il respiro internazionale che l’Alto Piemonte merita.

Fondato con l’obiettivo di dare voce unitaria a un mosaico di terroir frammentati e molto diversi tra loro, il Consorzio riunisce produttori, cantine e realtà locali, facendosi garante dei disciplinari e promotore della qualità. La sua missione è chiara: raccontare al mondo un’interpretazione del Nebbiolo diversa da quella delle Langhe, meno muscolare e più raffinata, figlia di suoli unici e di un clima che guarda a nord.

La caratteristica che accomuna i Nebbioli dell’Alto Piemonte è la freschezza cristallina, la precisione aromatica, la tensione minerale. È un Nebbiolo che seduce senza alzare la voce: elegante, austero, verticale.

Se le Langhe restano il riferimento mondiale del Nebbiolo, l’Alto Piemonte sta mostrando una via alternativa: vini che parlano di roccia e vento, meno opulenti e più taglienti, capaci di un’evoluzione lenta e precisa nel tempo. Una seconda giovinezza che il Consorzio sta scrivendo giorno dopo giorno, con l’ambizione di riportare queste colline nel panorama internazionale che meritano. Il Presidente Andrea Fontana ha ribadito che sarà fatto ogni sforzo possibile per riportare i Nebbioli dell’Alto Piemonte agli antichi splendori. “D’altronde è qui che fu portato il vitigno dagli antichi romani”.

Le prime testimonianze scritte risalgono al XIII secolo”, come ci ricorda Antonello Rovellotti, ma studi ampelografici e storici fanno pensare a origini ancora più lontane, forse romane o addirittura celtiche. Certo è che già nel Medioevo i vini “nebbiolati” erano considerati di pregio e venivano serviti sulle tavole delle famiglie nobili del nord Italia.

Il suo territorio d’elezione: l’Alto Piemonte

Il Nebbiolo è una pianta esigente: vuole colline ripide, terreni calcareo-argillosi, altitudini tra i 250 e i 500 metri, escursioni termiche e soprattutto esposizioni perfette. È un vitigno che non accetta mezze misure: dove non trova ciò che vuole, semplicemente non dà grandi risultati.

Nella degustazione con le ultime annate delle dieci denominazioni dell’Alto Piemonte, emerge uno stile comune: vini verticali, agrumati, spesso caratterizzati da note erbacee e una beva scorrevole. A tratti austeri per gioventù, ma con grande potenziale di evoluzione.

I tratti più significativi:

Colline Novaresi DOC Bianco

Erbaluce in purezza non dichiarabile in etichetta: sapidità, note pepate, frutta bianca, erbe officinali. Chiusura amara ma molto pulita.

Boca DOC

I più snelli ed eleganti: frutti rossi non maturi, note verdi e grande sapidità. Il campione 5 spicca per intensità aromatica.

Bramaterra DOC

Freschezza e tannino deciso: agrumi, alloro, nocciola, richiami di rabarbaro e chinotto. Il campione 9 si distingue per equilibrio.

Nebbiolo Colline Novaresi e Coste della Sesia

La serie più eterogenea: melograno, bergamotto, note tostate, china e pompelmo rosa. Elegante il campione 20; più rustico e longevo il 17.

Fara DOC

La denominazione più morbida della giornata: ciliegia matura e tannini più docili. Il 23 è il più equilibrato.

Gattinara DOCG

Agrumi, cuoio, balsamicità. Tannino serrato ma pieno. Il campione 31 è il più armonico.

Ghemme DOCG

Affilato e fresco: pompelmo, arancia amara, note verdi e tannino evidente. Il 41 è il migliore per profondità.

Lessona DOC

Tra i più convincenti: floreale, sanguinella, eleganza naturale. Il 2019 (campione 42) è impeccabile.

Sizzano DOC

Profilo floreale, agrumi e liquirizia. Il 2020 (44) il più fine.

Valli Ossolane DOC – Prünent

La sorpresa dell’evento: fiori, sottobosco, spezie, grande equilibrio. I campioni 49 e 50 sono i più emozionanti dell’intera degustazione.

Lessona, alcuni Ghemme e soprattutto i Prünent confermano la straordinaria vocazione di questa parte di Piemonte per vini longevi e raffinati.

Una panoramica che conferma la vocazione dell’Alto Piemonte per vini freschi, tesi e longevi. Tannino, acidità e agrumi sono fili conduttori.

Tra i più convincenti: Lessona, una parte dei Ghemme, e soprattutto i Prünent, capaci di unire tradizione e sorprendente eleganza moderna.

Montecrestese è una porta silenziosa sulla Val d’Ossola, un luogo dove la montagna non è solo paesaggio, ma cultura. Qui la vite cresce su terrazzamenti antichi, muri a secco che si aggrappano alla pietra come fossero righe scritte sulla valle. Camminarci dentro significa incontrare il legame più antico tra uomo e territorio: un lavoro lento, verticale, fatto di fatica e pazienza.

Le vigne di Montecrestese sono piccole, preziose, scolpite nella montagna. Qui maturano uve quasi eroiche, allevate in pendenza, esposte al vento, con un clima alpino che regala escursioni termiche e profumi nitidi. L’uva qui si concentra, si asciuga, si riempie di montagna: aromi puliti, freschezza, mineralità, una schiettezza che è identità.

E quando, tra un filare e l’altro, si guarda l’intera valle dall’alto, si ha la sensazione di vedere un mosaico. Matteo Garrone ci racconta la storia della valle e lo spopolamento vissuto nel secolo scorso, che ha portato a una riduzione drastica degli ettari vitati, a beneficio dell’industria. Il clone di Nebbiolo che viene prodotto in queste zone prende il nome di “Prunent”, un clone ottenuto da varie selezioni massali che lo rendono più resistente e con grappoli più grandi.

Oira – light lunch presso Cà d’Matè

Cà d’Matè è un bel casale che si trova nel paese di Oira, di proprietà della famiglia Garrone in cui oltre all’agriturismo ristorante, si trova anche la cantina. La sorpresa è stata la Lunch box con prodotti tipici della valle con:Panino di segale con Crudo della Val Vigezzo e formaggio Bettlemat, Croissant salato con pesto di cavolo nero e formaggio, Quiche vegana al radicchio, La Fugascina di Mergozzo, Formaggio Ossolano della latteria di Oira con miele di rododendro e marmellata di fichi.

La visita all’Antica Latteria di Oira: si entra in un edificio di pietra, fresco anche d’estate. Le pareti raccontano la storia dei pastori della valle, dei pascoli alti, delle vacche allevate chiuse nel silenzio di boschi e alpeggi. La cagliata viene rotta con lo spino, piccoli granuli che scivolano sul fondo e quando il casaro solleva la cagliata con la tela e la deposita nelle forme, nasce il formaggio. È un momento semplice e bellissimo, è il passaggio dalla materia al prodotto, dal latte all’identità culinaria della valle.

Centro storico di Domodossola

Dal cuore medievale della città, si percorrono strade lastricate e tranquille. Le case in pietra hanno balconi di legno, portali antichi, finestre piccole come occhi. Attraversi Piazza Mercato, elegante e irregolare, circondata da palazzi rinascimentali con portici e logge scolpite. Da lì, alla stazione è una breve camminata e si giunge alla Ferrovia Vigezzina–Centovalli lasciando il borgo antico per incontrare i binari che puntano verso le montagne.

Il viaggio da Domodossola a Locarno dura il tempo di un soffio, eppure basta per ritrovarsi immersi in un’atmosfera completamente diversa. Appena il trenino si arrampica tra i monti, il rumore del mondo si affievolisce e lascia spazio a un silenzio morbido, interrotto solo dal profumo della legna che sale dai camini delle case sparse lungo la valle. È un peccato che il sole sia già scivolato dietro le creste scure delle montagne: l’oscurità inghiotte i contorni del paesaggio, e posso solo immaginare la bellezza che mi circonda.

Quando scendo dal trenino, mi basta fare pochi passi per giungere alla Trattoria della Stazione. Lì ci attendono i produttori delle quattro aziende della Val d’Ossola, pronti a farci scoprire la loro terra attraverso una degustazione dedicata.

Cantina di Tappia apre il percorso con il suo Rosato “Romano” 2024, seguito dal Barbarossa Valli Ossolane DOC Rosso (Merlot) 2023 e dal Prunent Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, vini che portano nel bicchiere il carattere più autentico delle vigne ossolane.

Cantina DEA propone l’Archè Vino Rosso 2023 e il suo Prunent Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, interpretazioni eleganti e dirette di un territorio che sa sorprendere.

Si continua con Cantine Garrone, che offre una verticale di Prunent: il Valli Ossolane DOC Nebbiolo Superiore 2023, il Prunent Vigna Fornace 2023 e il più maturo Prunent Dieci Brente Superiore 2022, ciascuno con una personalità distinta e riconoscibile.

Chiude il cerchio Ca Da L’Era con il Cadalera Valli Ossolane DOC Rosso 2024, il P di Pietro Nebbiolo 2024 e il Prunent Valli Ossolane DOC 2022, vini che raccontano il lavoro paziente e appassionato di una piccola azienda familiare.

A seguire la cena tradizionale, preparata dallo Chef della Trattoria. Un delicato Baccalà mantecato con patate al timo e salsa al pane nero apre la serata, seguito dai Raviolini di pasta fresca ripieni di pancotto e formaggio nostrano. Il cuore del menu è il “Rossini contadino”, uno stracotto di manzo accompagnato da polenta arrostita e cipolla caramellata. A chiudere, una versione rivisitata del “Credenzin”, dolce tipico che racconta l’ultima nota di una serata fatta di sapori, storie e persone.

Visita di Ghemme, percorrendo la Strada Traversagna, l’asse che unisce Stresa a Borgomanero e prosegue poi verso Maggiora, Boca e Grignasco, attraversando alcuni dei paesaggi più caratteristici dell’Alto Piemonte, tra vigneti storici, boschi e antichi borghi. Giunti a Ghemme facciamo visita al Ricetto e la storica Cantina Rovellotti Viticoltori in Ghemme guidati da Antonello Ravellotti e suo figlio Luigi.

Ghemme è uno dei borghi più affascinanti dell’Alto Piemonte, un luogo in cui la storia dialoga con il paesaggio vitato in modo naturale, quasi inevitabile. Il cuore identitario del paese è il Ricetto, un complesso fortificato medievale tra i meglio conservati della regione. Conosciuto come Ricetto di Ghemme, è una cittadella di origine trecentesca costruita per proteggere la comunità e i suoi beni più preziosi: granaglie, vino, strumenti agricoli.

All’interno di questo microcosmo medievale trova spazio anche una delle realtà vitivinicole più rappresentative dell’Alto Piemonte: la Cantina Rovellotti. Ospitata proprio nel ricetto, la cantina è un raro esempio di continuità tra architettura storica e produzione enologica, con antichi locali con soffitti a volta dove affinano i vini e dove sembra di percepire ancora l’eco delle attività agricole di secoli fa.

Dall’intreccio protetto di mura e cantine storiche, lo sguardo si apre naturalmente verso i vigneti che disegnano le colline di Ghemme, culla dell’omonima DOCG. La bellezza di questo paesaggio sta nella sua armonia: filari ordinati che si adagiano su lievi pendenze, intervallati da boschetti e piccoli corsi d’acqua, con il massiccio del Monte Rosa che spesso appare sullo sfondo come un custode silenzioso. Qui il Nebbiolo, trova una delle sue espressioni più eleganti, grazie ai suoli morenici, sabbiosi e ghiaiosi lasciati dai ghiacciai. Il risultato è un mosaico di microzone che cambiano luce, vento e carattere a distanza di pochi metri.

L’Alto Piemonte esce da questo viaggio con un’identità limpida: un territorio che non rincorre le Langhe, ma segue la propria vocazione fatta di rocce antiche, vigneti verticali e vini che parlano sottovoce. La freschezza, la precisione aromatica e la profondità minerale dei suoi Nebbioli raccontano una rinascita già in atto, sostenuta da produttori tenaci e da un Consorzio che sta restituendo a queste colline il ruolo che meritano. È un Piemonte diverso, più introverso e montano, ma capace di emozionare con eleganza e autenticità. Un patrimonio che oggi torna a farsi ascoltare.

Kbirr festeggia i primi 10 anni all’insegna dell’arte

Il founder del birrificio campano Kbirr, Fabio Ditto, festeggia i 10 anni dalla prima spillatura con una mostra celebrativa presso il CAM – Museo di Arte Contemporanea di Casoria – dedicata agli artisti che negli anni hanno collaborato con il brand. Un decennale che segna il passo con i tempi moderni, nell’opera industriosa e laboriosa di chi non fugge dal territorio, non segue le melodie apparentemente illusorie delle sirene fuori regione e privilegia, invece, il lavoro e l’economia di casa.

Da subito la riproposizione nelle etichette dei simboli di Napoli nel mondo, da San Gennaro a Maradona e alle opere di artisti partenopei, in un continuum di creatività a chilometro zero.

I 12 artisti (Roxy in the Box, Iabo, Luca Carnevale, Collettivo Cuoredinapoli, Alessandro Flaminio, Luigi Gallo, Vincenzo Ionà, Pasquale Manzo, Luigi Masecchia, Nicola Masuottolo, Maura Messina, Rossella Sacco) hanno tradotto e raccontato la capitale del Sud Italia attraverso un linguaggio pop capace di entrare in un immaginario collettivo.

«L’etichetta che più mi rappresenta è proprio quella di “San Gennaro my love”. Qui al CAM – Museo di Arte Contemporanea di Casoria, grazie anche al supporto del direttore Antonio Manfredi, abbiamo uno spazio libero per presentare le nostre novità e il lavoro di tanti giovani e talentuosi ragazzi, appassionati d’arte, di cui acquistiamo poi le opere per sostegno morale ed economico» afferma Fabio Ditto.

Belle le idee come i tag #drinkneapolitan o #cuoredinapoli e il lavoro di promozione dei “bassi”, così come l’offerta dei “cuzzitielli” di pane al ragù agli ospiti in una di queste case simbolo della vita difficile dei quartieri di una volta.

Per Antonio Manfredi, direttore del Museo di Arte contemporanea di Casoria (Cam) “La nascita di una collezione è sempre un momento coinvolgente e la sua presentazione al museo di Casoria contribuisce alla costruzione di una prestigiosa progettualità futura. Il museo ha compiuto 20 anni con più di 2000 opere da tutte le parti del mondo. Qui gli artisti diventano ambasciatori di una specificità e raccoglierne le istanze in un corpus omogeneo significa riconoscerne non solo il valore intrinseco ma anche documentare, come in questo caso, l’evolversi di una coscienza d’arte collettiva ed è nostro compito favorirne lo sviluppo”.

I festeggiamenti sono terminati con una degustazione delle birre Kbirr, già narrate nell’articolo A tutta birra con KBIRR: imprenditoria brassicola made in Campania accompagnate da piatti ideati appositamente per l’occasione da Casa Kbirr e Officine Kbirr, due realtà che rappresentano l’anima gastronomica del brand e la sua costante ricerca di equilibrio tra birra, cucina e convivialità.

Chianti Classico Collection Vintage Edition 2025

A Roma le Vecchie Annate del Gallo Nero: un viaggio nei sapori del Chianti Classico

Per la prima volta nella Capitale arriva “Le Vecchie Annate del Gallo Nero”, un evento imperdibile dedicato agli amanti del vino e della tradizione toscana. Una calda giornata di sole ha illuminato le vetrate della bellissima Serra di Palazzo delle Esposizioni, donando una luce particolare alla degustazione.

La degustazione esclusiva che ha riunito oltre 40 produttori e oltre 150 etichette del Consorzio Vino Chianti Classico è stata il trionfo delle annate storiche dagli anni ’90, anche qualche campione più invecchiato, fino ai millesimi più recenti. Evento organizzato da Vinòforum ha raccolto una grande partecipazione di operatori del settore.

Un’occasione unica per scoprire come il tempo e il territorio abbiano plasmato l’identità del celebre Gallo Nero, simbolo di autenticità e di eccellenza enologica italiana nel mondo; un vero e proprio viaggio sensoriale nella storia del vino, tra aromi, racconti e tradizioni che continuano a rinnovarsi nel cuore della Toscana. La magia del Sangiovese, che per disciplinare sentissero presente con una percentuale dell’80%, può essere accompagnato da altri vitigni a bacca rossa prodotti  

Ecco una nota di degustazione unica e sintetica, costruita come si fa per un articolo di settore: stile professionale, descrittivo, scorrevole e con un filo narrativo che unisce tutte le aziende degustate.

Degustazione Chianti Classico – Dieci interpretazioni, un’identità comune

La degustazione dei dieci produttori del Chianti Classico racconta un territorio che, pur nelle sue mille sfumature, mantiene una coerenza riconoscibile: freschezza, verticalità, profondità tannica e una nitidezza aromatica che solo il Sangiovese delle colline tra Firenze e Siena sa regalare. Di annata in annata, di collina in collina, si ripete la stessa magia: ciliegia rossa, viole, agrumi, tabacco e una progressione gustativa fatta di tensione, eleganza e lunghissima vita.

Arillo in Terrabianca

  • Sacello mostra la purezza del frutto grazie all’affinamento in acciaio e cemento: fragrante, croccante, sapido, con ciliegia rossa e una chiusura leggermente balsamica.
  • Croce Riserva ha un passo diverso: struttura più ampia, tannino disteso, spezie delicate e un finale terroso e profondo.
  • Vigna Terra Bianca Gran Selezione unisce ricchezza e verticalità: frutto scuro, note di macchia mediterranea e un sorso lunghissimo, sostenuto dal tannino fine e maturo del tonneau.

Caparsa

  • Chianti Classico 2021: essenziale e diretto, più materico del solito, con frutti rossi e agrumi sanguinelli.
  • Caparsino Riserva 2021: austero, ricco di energia tannica, profondo e sapido, con un finale speziato e sanguigno.
  • Doccio a Matteo 2021 e 2005: l’evoluzione della 2005 impressiona per eleganza e coerenza aromatica. Tabacco dolce, spezie fini, tannino setoso: un Sangiovese che ha vinto il tempo.

Castello di Monsanto

Una delle firme storiche del territorio.

  • 2023: vibrante e croccante, ciliegia, rosa e una spinta acida sferzante.
  • Riserva 2021: più ampia, più scura, più speziata.
  • Gran Selezione San Donato in Poggio 2020: materica, raffinata, netta nella progressione tannica.
  • Il Poggio 2013: un classico intramontabile, elegante, armonico, balsamico.
  • Il Poggio 1974: pura emozione. Dopo 51 anni è ancora vivo: tartufo nero, ruggine, foglie secche, spezie orientali e un finale interminabile.

Fontodi

Firma contemporanea e pulitissima.

  • 2022: giovane ma già elegante, frutto nitido e salinità.
  • Gran Selezione Vigna del Sorbo 2021 e Terrazze San Leonino 2021: due interpretazioni di potenza controllata, balsamicità, tannino cesellato e finale fumé.
  • Vigna del Sorbo 1994: un Sangiovese ancora vibrante, profondo, con il 10% di Cabernet che dona grafite e struttura. Splendido.

Le Cinciole

  • Gran Selezione Campo ai Peri Aluigi 2021: tensione acida, erbe aromatiche, lampone croccante e un sorso sapido.
  • Chianti Classico 2009: sorprendente tenuta nel tempo: liquirizia, amarena, arancio candito, tannino levigato.

Vallepicciola

  • Gran Selezione Lapina 2021: ricca ma fine, ciliegia scura, prugna, viole e tabacco dolce. Finale lungo e salino.

Tolaini

  • Riserva 2010: piena, profonda, terziaria ma ancora viva: spezie scure, cacao amaro, ciliegia sotto spirito, tannino setoso.

Tenute Poggio Bonelli

  • Riserva 2020: precisa e tipica: ciliegia, viola, agrume, note di terracotta e una bella progressione tannica.

Maurizio Alongi – Gaiole in Chianti

Sangiovese di vigna storica del 1973.

  • Vigna Barbischio Riserva 2022: giovane e scattante, più floreale e agrumato, tannino fitto.
  • Vigna Barbischio Riserva 2015: elegante ed evoluto, spezie fini, amarena e tabacco. Ritmo lento e aristocratico.

Tenuta Villa Trasqua

  • Gran Selezione Nerento 2019: balsamico, complesso, intenso. Frutti rossi maturi, grafite, alloro. Lungo, compatto, nobile.

Dieci cantine, un unico denominatore: la capacità del Sangiovese del Chianti Classico di esprimere freschezza, longevità e identità territoriale.

Dalle vinificazioni più essenziali in cemento ai legni grandi, fino alle selezioni delle vigne storiche, emerge un messaggio chiaro: il Chianti Classico non solo sta benissimo, ma sta vivendo una stagione di splendida maturità stilistica, capace di coniugare tradizione, purezza e modernità.

Selezione Vinsanto del Chianti Classico – Note di degustazione

1. Volpaia – Vinsanto del Chianti Classico 2019

Giallo dorato brillante. Naso pulito, agrume candito, albicocca secca e un tocco di fiori bianchi. Bocca dolce ma fresca, delicata, scorrevole, con finale di mandorla e miele chiaro.

2. Caparsa – Vinsanto del Chianti Classico 2001

Ambrato profondo. Profumi intensi di fichi, datteri e spezie dolci. Bocca materica, evoluta, con acidità ancora viva che sostiene un sorso lungo e meditativo. Caldo, complesso, da grande pazienza.

3. Terreno – Sofia Ruhune – Vinsanto del Chianti Classico 2015

Dorato luminoso. Al naso frutta tropicale matura, zafferano e scorza d’arancia. Al palato è elegante, cremoso ma non pesante, con chiusura agrumata e pulita.

4. Isole e Olena – Vinsanto del Chianti Classico 2011

Ambra chiara. Profumi fini di nocciola, caramello, albicocca secca. Bocca dolce ma composta, raffinata, con una trama tannica leggera e un finale persistente di frutta candita.

5. Villa le Corti – Principe Corsini – Vinsanto del Chianti Classico 2007

Colore ambrato intenso. Naso ricco di uva passa, miele di castagno, spezie e cacao. Palato profondo e setoso, con lungo finale caldo e balsamico.

6. Lamole di Lamole – Vinsanto del Chianti Classico 2019

Paglierino dorato. Naso giovane e fragrante: mela cotogna, agrumi, miele. In bocca è lieve, elegante, con dolcezza moderata e una vena acida nitida che lo rende gastronomico.

7. Chigi Saracini – Vinsanto del Chianti Classico 2010

Ambra brillante. Note di crema di nocciola, fichi, caramello. Sorso armonico, pieno ma non pesante, con un finale pulito e una vena salina piacevole.

8. Opre Giacomo Grassi – Vinsanto del Chianti Classico 2011

Ambrato luminoso. Profumi di dattero, scorza d’arancia, miele e erbe officinali. Bocca avvolgente, dolcezza importante, tannino sottile e chiusura lunga e speziata.

9. Castello di Meleto – Vinsanto del Chianti Classico 2012

Dorato ambrato. Aroma di frutta secca, mandorla e caramello salato. Palato fresco e bilanciato, con finale elegante su note di agrume e miele.

10. Fontodi – Vinsanto del Chianti Classico 2015

Colore intenso. Naso complesso di melone candito, albicocca, vaniglia e tostature fini. Sorso cremoso e profondo, grande equilibrio tra dolcezza e acidità, finale avvolgente.

11. Vallepicciola – Vinsanto del Chianti Classico 2018

Dorato vivo. Aromi di miele d’acacia, pesca sciroppata, mandorla dolce. In bocca è morbido, lineare, con un finale fresco che lo rende piacevole e moderno.

Olio DOP del Chianti Classico

L’Olio Extravergine di Oliva DOP Chianti Classico è uno dei prodotti simbolo delle colline toscane. Nasce da uliveti situati tra Firenze e Siena, nelle stesse terre del celebre vino, e condivide con esso la stessa idea di qualità territoriale: un prodotto che non potrebbe esistere altrove con lo stesso carattere.

È ottenuto da cultivar tipiche della zona – Frantoio, Leccino, Moraiolo e Pendolino – raccolte rigorosamente a mano oppure con sistemi che non danneggiano la pianta. L’estrazione avviene quasi sempre a freddo, per preservare aromi e proprietà.

Il risultato è un olio dal colore verde intenso con riflessi dorati, profumo netto di carciofo, erba tagliata, oliva fresca, talvolta mandorla. Al gusto è fruttato medio-intenso, con una nota piccante e un finale piacevolmente amarognolo, tipico degli oli ricchi di polifenoli. È proprio questa vena amaropiccante a renderlo riconoscibile e molto ricercato.

In cucina è un olio “vivo”: perfetto a crudo su pane toscano, bruschette, verdure grigliate, zuppe di legumi, carni alla brace e naturalmente sulla bistecca alla fiorentina. Non copre: esalta. La DOP Chianti Classico non è solo un marchio, ma un patto tra territorio, cultivar autoctone, tradizione di frantoio e uno stile di gusto preciso: un olio che racconta la Toscana in modo diretto, pulito, sincero.

La costellazione degli ospiti di Casa Lerario si arricchisce di una nuova stella (Michelin)

Salvatore Pacifico, chef stellato del Ristorante LeBolle interno al Boutique Hotel di Stresa, Lago Maggiore, ha impegnato per un giorno i fornelli dell’agriturismo di patron Pietro Lerario in agro di Melizzano nel Sannio.

Una delle tappe dell’iniziativa “Percorso stellato”, che a cavallo tra il 2025 e la primavera del 2026 vedrà alternarsi diversi chef insigniti del prestigioso riconoscimento Michelin, porta la firma del giovane chef originario di Lucera, ma con radici familiari proprio nel Valfortore sannita a San Bartolomeo in Galdo.

Le intriganti preparazioni di Totò Pacifico trasudano del suo remoto background pugliese risentendo fortemente, tuttavia, dalla intensa esperienza accumulata in tante cucine del fine dining da Giuseppe Mancino de Il Piccolo Principe di Viareggio fino a Da Vittorio (Brusaporto), Massimiliano Alajmo di Le Calandre a Rubano (PD) e Andrea Aprea con Il faro di Capo d’Orso per citarne solo alcuni.

Ad accompagnare le portate dello chef, cinque tra i migliori vini della cantina ENOZ di Sessa Aurunca, raccontati e descritti da Alessandra Zeno giovane esponente di ultima generazione della famiglia proprietaria. Viticoltori di lunga data, i Zeno dalle pendici del Vesuvio, dove hanno allevato viti per almeno tre generazioni, si sono spostati nel 2011 nell’areale dell’altro vulcano (spento) campano di Roccamonfina.

Certificazioni biologiche e biodinamiche accompagnano i vini di Enoz prodotti con fermentazioni spontanee, basso uso di solfiti, affinamenti in anfora, filtrazioni e chiarifiche quasi del tutto assenti. La deliziosa amuse-bouche di chef Pacifico, una focaccina pugliese, soffice, profumata, asciutta e “perlata” con una gemma di pomodorino rosso, ha subito creato dipendenza tra i commensali costringendo la cucina a dare fondo alle riserve disponibili. In abbinamento l’IGP Roccamonfina Dodò 2024, il rosè di uve Primitivo rifermentato in bottiglia stile “ancestral”.

Il sottile fil rouge nazionale comincia a fare capolino già con l’entrée: trota in carpione in crema di fagioli di Controne, variazioni di cipolle, salsa di prezzemolo e olio all’erba cipollina. Un tripudio vario cromatico che prelude al susseguente assaggio dall’esito delicato, fresco e carezzevole. Qui arriva a tavola la minerale falanghina L’attimo 2023, vino da lunga macerazione, nessuna chiarifica o filtraggio che, fin dall’abbrivio, ostenta il suo carattere deciso e protagonista.

Il pesto di aglio Orsino guadagna il centro della scena con la nuance smeraldina del risotto ostriche e cedro candito. Tra le infinite opzioni per il nobile mollusco bivalve, Totò Pacifico, di norma, sceglie la sua terra affidando all’ostrica San Michele (Lago salmastro di Varano – FG) il compito di costruire appunti e contrappunti tra le delicate dolcezze del cedro candito e il senso di umami dell’ostrica. Una sublime, armoniosa prova d’orchestra accompagnata, per l’occasione, dalle note de La Monade 2023, il Fiano IGP Roccamonfina dal maggior tempo di affinamento in anfora tra tutte le etichette di cantina Enoz.

Solo il tempo di una rapido scambio di sensazioni tra i commensali e a tavola compare il filetto di ricciola di mare su purea di fave, cicoria e richiami di olio al salmoriglio: più pugliese di “fave e cicoria” resta solo la Cattedrale barese di San Nicola! Un piatto dagli odori decisi, importanti e dal finissimo gusto mediterraneo a cui viene accostato Tra Cielo e Terra 2024 il Piedirosso di Enoz a tiratura limitata – solo 950 bottiglie – dalla forte orma identitaria, del varietale ma anche del retroterra storico della famiglia Zeno.

Prima del sipario Il Re è Nudo 2024, rosato fermo da uve Primitivo, congeda la cantina ospite accompagnando le consistenze di sfusato, femminiello e cannerone; freschissimo dessert dai continui e cangianti sbuffi agrumati delle tre varietà di limoni scelti da Totò Pacifico: dall’amalfitano del produttore Raffaele Palma al garganico femminiello di Peschici per finire al limone di cannero Riviera, comune costiero del Lago Maggiore. Una chiusura di altissimo valore anche “simbolico”.  

 

Gianenrico Carofiglio, pugliese, attribuisce a qualsivoglia forma di linguaggio il potere di produrre conoscenza. Dunque civiltà, potrebbe aggiungersi. Il linguaggio che usa chef Pacifico nei suoi piatti è quello di un professionista di larghe esperienze, costruite in ogni dove ma che non dimentica le proprie radici, le proprie origini. Chapeau!