Il vino nell’arte

I musei sono sempre stati il mio punto di partenza. Prima di ogni viaggio studio le collezioni, le storie, i percorsi degli artisti. Ad un certo punto, quasi senza accorgermene, ho iniziato a vedere il vino comparire ovunque: nei dipinti, nelle sculture, nei reperti archeologici. Il vino è diventato parte integrante del mio sguardo sull’arte.

È sicuramente uno dei motivi ricorrenti nella storia dell’arte. Compare nelle pitture dell’antico Egitto, nelle statue greche, nei mosaici e nei sarcofagi romani, nei dipinti rinascimentali e barocchi, fino ad arrivare alla modernità, dove cambia ancora significato. Da Dioniso ai baccanali, dai miracoli biblici ai bevitori solitari del Novecento, il vino racconta il rapporto dell’uomo con il sacro, con il piacere, con il tempo.

L’ANTICO EGITTO: VINO, SACRO E RITO

Le prime rappresentazioni del vino nell’arte risalgono all’antico Egitto, una delle civiltà più antiche, precedente al IV millennio a.C. Bassorilievi e pitture parietali mostrano un rapporto profondo con il vino, considerato non solo una bevanda, ma un elemento sacro, curativo e rituale.

Il vino accompagnava feste religiose e banchetti dedicati a Osiride, divinità legata alla rinascita e alla fertilità, ed era presente anche nel corredo funebre, come dimostrano i vinaccioli d’uva ritrovati nelle tombe. L’arte egizia è inoltre la prima a rappresentare scene di coltivazione della vite, vendemmia e vinificazione, trasformando il vino in un soggetto visivo stabile e riconoscibile.

GRECIA ANTICA: DIONISO E L’EBBREZZA SACRA

Con la Grecia il vino assume una dimensione ancora più complessa. Dioniso, dio dell’ebbrezza e della vitalità, è una figura ambivalente: unisce gioia e sofferenza, vita e morte, ordine e caos. Figlio di Zeus e della mortale Semele, è insieme divino e umano.

Nell’arte antica Dioniso appare talvolta come un uomo adulto, barbuto e ubriaco, circondato da satiri e menadi; altre volte come un giovane dai tratti delicati, imberbe, con capelli ricci e pelle luminosa. Questa doppia rappresentazione ne rafforza il carattere contraddittorio e affascinante.

Un esempio emblematico è il Dioniso del Partenone, parte del programma scultoreo realizzato da Fidia e dalla sua bottega tra il 447 e il 432 a.C. Il dio è raffigurato sdraiato, rilassato, spettatore divino dell’evento centrale del frontone. La scultura originale, come molti rilievi del Partenone, è oggi conservata al British Museum tra i Marmi di Elgin.

ROMA: TRA ALDILÀ ED ECONOMIA

Nel mondo romano, il rapporto con Dioniso, identificato con Bacco, continua e si moltiplica. I sarcofagi con scene di baccanali (II–III secolo d.C.) mostrano feste sfrenate con menadi, satiri e lo stesso dio. Non erano semplici decorazioni: alludevano a una vita oltre la morte felice e liberata, dove il baccanale diventava allegoria della liberazione dell’anima.

Ma accanto al valore simbolico e religioso, il vino era anche un prodotto concreto e centrale nell’economia romana. Veniva coltivato, vinificato, conservato e distribuito su larga scala. Lo strumento fondamentale di questo sistema era l’anfora, il contenitore che permetteva al vino di essere stoccato, trasportato e commercializzato in tutto il Mediterraneo.

RINASCIMENTO E BAROCCO: IL VINO TRA UMANITÀ E IDEALE

Con il Rinascimento il vino rientra nell’arte come simbolo colto, ma anche come elemento umano.

Il Bacco di Caravaggio (1596–1597, Galleria degli Uffizi, Firenze) rappresenta una frattura netta con la tradizione. Il dio non è idealizzato: ha unghie sporche, guance arrossate, una presa incerta sul calice che increspa il vino. La frutta è imperfetta, bacata, già matura. È un Bacco terreno, quasi reale, più vicino a un ragazzo di strada che a una divinità classica.

Pochi anni dopo, Guido Reni riporta invece Bacco verso un ideale di grazia e compostezza. Nel Bacco fanciullo (circa 1622, Galleria Palatina, Firenze), il dio torna giovane, elegante, luminoso. È la versione armoniosa, controllata, ideale del vino.

VERONESE: IL VINO COME MIRACOLO E ABBONDANZA

Con Paolo Veronese, il vino diventa protagonista collettivo e simbolo religioso. Nelle Nozze di Cana (1563, Louvre), uno dei dipinti più grandi del mondo, il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino diventa celebrazione dell’abbondanza e della grazia divina.

Il vino rappresenta la gioia, il passaggio dalla Vecchia alla Nuova Alleanza e anticipa il significato eucaristico. Ambientando la scena in un fastoso banchetto veneziano, Veronese trasforma l’episodio evangelico in un’imponente affermazione di potere, fede e ricchezza.

MODERNITÀ: DAL RITO ALLA SOLITUDINE

Con Goya, alla fine del Settecento, il vino torna alla terra. Nella Vendemmia (1786, Museo del Prado) non è più metafora divina, ma gesto umano e stagionale: lavoro, festa, comunità.

Nel Novecento, con Picasso, l’alcol perde ogni aura celebrativa. Nei bevitori del Periodo Blu, come Absinthe Drinker (1901, Hermitage), il vino, o in questo caso l’assenzio, diventa rifugio, abitudine, solitudine. Compagno silenzioso della vita urbana e bohémienne.

Dopo Caravaggio, Veronese, Goya e Picasso, il vino continua ad attraversare la storia dell’arte assumendo significati sempre diversi, adattandosi ai linguaggi e alle sensibilità di ogni epoca.

I FIAMMINGHI: IL VINO COME VITA QUOTIDIANA

Nel Seicento fiammingo il vino entra nella pittura di genere. Artisti come Jan Steen e Adriaen van Ostade lo inseriscono in scene di taverna, bevute collettive, momenti domestici spesso ironici o moralizzanti.

Qui il vino non è sacro né mitologico: è un’abitudine, un eccesso, a volte una debolezza umana. Bicchieri rovesciati, volti arrossati, risate scomposte raccontano una quotidianità realistica e imperfetta.

CEZANNE: LA STRUTTURA DELLA NATURA MORTA

In Paul Cézanne, soprattutto nelle nature morte, il vino perde il suo valore narrativo: bottiglie e tavole non raccontano una scena, ma servono a costruire lo spazio pittorico attraverso forme, volumi e colori. Nell’opera I giocatori di carte (1890-1895, Musée d’Orsay, Parigi) la bottiglia al centro non è un semplice dettaglio rustico; funge da asse di simmetria e perno compositivo, dividendo la scena in due metà opposte ma speculari.

VAN GOGH: IL VINO E IL LAVORO

Per Vincent van Gogh il vino è legato alla terra e alla fatica. Nelle scene di vendemmia e nei riferimenti alla vigna, il vino rappresenta il ritmo delle stagioni, il lavoro contadino, una forma di spiritualità laica. Non c’è celebrazione, ma intensità emotiva. Nel dipinto La Vigna Rossa (1888, Museo Pushkin di Mosca) abbiamo l’esempio lampante di tale visione. Non è una celebrazione edulcorata della vendemmia, ma un’opera carica di intensità emotiva. Van Gogh concentra l’attenzione sui colori autunnali accesi, il giallo, il viola, il rosso e sul contrasto con le figure blu dei contadini, rappresentando la fatica dell’uomo immerso nella natura.

MICHELANGELO PISTOLETTO e la Vendemmia d’Artista

Nell’arte contemporanea il vino perde il suo valore simbolico tradizionale e assume nuove funzioni. Non racconta più miti o riti condivisi, ma viene usato come materiale, come traccia di consumo o come elemento legato a dinamiche sociali ed economiche. Nel lavoro di Michelangelo Pistoletto, il vino entra nell’arte contemporanea non come immagine o simbolo tradizionale, ma come oggetto sociale e culturale. Con il progetto Vendemmia d’Artista di Ornellaia (annata 2010), in occasione del 25° anniversario di Ornellaia, Il vino diventa supporto dell’opera e occasione di incontro tra arte e mercato. Per l’occasione ha realizzato etichette speciali e sculture in materiale specchiante per le grandi bottiglie, portando nel vino i temi centrali della sua ricerca: la relazione, la celebrazione e il coinvolgimento dello spettatore.

Le opere che raccontano il vino nell’arte sarebbero molte altre e ogni epoca aggiunge nuove sfumature a questa storia lunghissima. Questo percorso non vuole essere esaustivo, ma suggerire uno sguardo diverso. Un invito a guardare oltre il centro della scena.

Spero di avervi lasciato uno spunto, così che alla prossima visita museale possiate andare anche voi a caccia di un capolavoro di‑vino.

Prosit!

Venezia Wine Festival 2026: il mondo del vino si incontra a Forte Marghera

Venezia non è soltanto arte, storia e bellezza senza tempo. Per un fine settimana è diventata anche un punto di incontro internazionale per il mondo del vino. L’edizione 2026 del Venezia Wine Festival, svoltasi il 7 e 8 marzo negli spazi di Forte Marghera, si è da poco conclusa confermando il crescente interesse per una manifestazione giovane  che mette al centro il dialogo tra culture enologiche diverse.

L’evento è stato ideato e organizzato da Vanni Berna, imprenditore e promotore di iniziative dedicate al mondo del vino come anche “ bollicine in villa” e della cultura enogastronomica. Da anni impegnato nella creazione di eventi capaci di mettere in relazione produttori, operatori e appassionati, Berna ha costruito il Venezia Wine Festival con l’obiettivo di offrire non soltanto un momento di degustazione, ma anche uno spazio di confronto culturale tra territori vitivinicoli differenti.

Il suo lavoro si concentra in particolare sulla valorizzazione delle eccellenze enologiche internazionali e sulla diffusione di una cultura del vino accessibile ma allo stesso tempo approfondita, capace di coinvolgere sia professionisti del settore sia pubblico curioso e appassionato.

La location si è rivelata ancora una volta particolarmente suggestiva: Forte Marghera, antica fortificazione ottocentesca alle porte della laguna veneziana, oggi trasformata in spazio culturale e luogo di socialità, ha accolto centinaia di visitatori pronti a intraprendere un viaggio attraverso vini provenienti da numerosi Paesi.

Uno degli elementi distintivi del festival è proprio la sua formula: una fiera pensata non solo per gli operatori del settore, ma anche per il grande pubblico. Attraverso i diversi banchi d’assaggio, i visitatori hanno potuto degustare ottimi Champagne, vini di nicchia e nuove etichette emergenti.

Grazie al sistema delle Wine Card, ognuno ha potuto costruire il proprio percorso di degustazione scegliendo il numero di calici e le etichette da provare, rendendo l’esperienza accessibile sia ai neofiti sia ai degustatori più esperti.

Accanto alle degustazioni, uno spazio dedicato alla formazione e all’approfondimento culturale. Il programma ha incluso la masterclass con degustazione guidata, durante le quale il produttore ha raccontato un territorio forse poco conosciuto ai più come quello armeno.

Tra i protagonisti dell’edizione 2026 non sono mancati naturalmente gli Champagne francesi, ma accanto alle celebri bollicine d’Oltralpe hanno trovato spazio anche vini provenienti da Spagna, Germania, Austria, Slovenia e da numerosi Paesi del cosiddetto Nuovo Mondo, come Argentina e Cile. Una panoramica ampia che ha permesso ai visitatori di confrontare stili, vitigni e approcci produttivi molto differenti tra loro.

Non è mancato, naturalmente, il dialogo con la gastronomia. Alcune realtà artigianali italiane hanno affiancato le degustazioni con proposte gastronomiche pensate per valorizzare l’abbinamento tra cibo e vino, elemento fondamentale dell’esperienza enologica. La scelta di Mestre e del Forte Marghera rappresenta inoltre un segnale interessante anche dal punto di vista territoriale. L’evento contribuisce infatti ad ampliare l’offerta culturale dell’area veneziana, portando pubblico e operatori anche fuori dai percorsi più tradizionali del turismo lagunare.

Il bilancio dell’edizione appena conclusa è più che positivo. La partecipazione numerosa e la presenza di produttori provenienti da diversi Paesi dimostrano come il Venezia Wine Festival stia progressivamente costruendo una propria identità nel calendario degli eventi dedicati al vino.

In un contesto in cui il vino è sempre più strumento di racconto culturale oltre che prodotto agricolo, manifestazioni come questa offrono l’occasione per creare connessioni tra territori lontani, stimolare la curiosità del pubblico e favorire nuovi scambi tra operatori del settore. Venezia, da secoli crocevia di popoli e commerci, continua così a svolgere il suo ruolo naturale di ponte tra culture diverse. Questa volta, però, il dialogo passa attraverso un calice di vino.

Campania, Premio Olio delle Sirene a Sorrento il 10 e 11 aprile 2026, organizzato da EWS European Workshop Sorrento

“L’alleanza strategica per il rilancio degli oli extravergini di oliva in Italia”. È questo il titolo scelto da EWS, European Workshop Sorrento, per il convegno che venerdi 10 giugno alle 16.30 nella esclusiva Villa Zagara a Sorrento aprirà la due giorni conclusiva dell’evento e che vedrà protagonisti i presidenti delle IGP italiane – Puglia, Campania, Roma, Toscana, Marche e Calabria – insieme agli organizzatori del Premio Olio delle Sirene e ai parlamentari Annarita Patriarca e Marco Cerreto.

Il prestigioso riconoscimento proseguirà sabato 11 aprile alle ore 10 alla Terrazza delle Sirene (in via De Maio 35 a Sorrento) con la premiazione degli oli vincitori. Una cerimonia alla quale parteciperanno – insieme ai promotori dell’iniziativa Roberto Dante Cogliandro e Nino Apreda, presidente e segretario di EWS – il presidente del Comitato scientifico Tullio Esposito, il presidente di Coldiretti Napoli Valentina Stinga, il presidente di Oleum Domenico Cosimato, l’europarlamentare Dario Nardella, il consigliere regionale Gennaro Sangiuliano, il prefetto di Napoli Michele di Bari, l’arcivescovo di Sorrento-Castellammare di Stabia monsignor Francesco Alfano, con le conclusioni dell’onorevole Annarita Patriarca e dell’onorevole Marco Cerreto.

Tantissimi saranno soprattutto i produttori provenienti da tutta Italia e da altri quattro paesi del Mediterraneo.

“Tale iniziativa, fortemente voluta da European Workshop Sorrento, si inserisce nel più ampio obiettivo di incentivare la crescita socio-economica del territorio, promuovendo le nostre eccellenze come motore trainante per il benessere collettivo. La cultura e la coltura dell’olio rappresentano infatti un elemento fortemente caratterizzante le nostre città da millenni”, hanno spiegato Roberto Dante Cogliandro e Nino Apreda, presidente e segretario di EWS che hanno organizzato l’iniziativa, moderata dal giornalista Angelo Cirasa, insieme a Coldiretti Napoli, Associazione Oleum, Fondazione Sorrento.

Sono stati annunciati i vincitori del Premio Internazionale Sorrento Olio delle Sirene 2026, organizzato da EWS – European Workshop Sorrento, in collaborazione con Coldiretti Campania e Oleum – Associazione Internazionale Assaggiatori Oli di Oliva, con il patrocinio del Comune di Sorrento e della Fondazione Sorrento.

Il concorso si conferma come uno degli appuntamenti più autorevoli nel panorama oleario internazionale, capace di valorizzare eccellenze provenienti da diverse aree del Mediterraneo e non solo, premiando qualità, identità territoriale e innovazione.

Oli vincitori

Categoria DOP e IGP

🥇 Romano Vincenzo, Monte Etna DOP
🥈 Azienda Agricola Di Martino, “Stellare” IGP Olio di Puglia
🥉 Alfredo Cetrone, DOP Colline Pontine – Sonnino (LT)

A seguire tra i migliori classificati: Soc. Valle del Cedrino (Sardegna DOP), Agrestis Nettaribleo (Monti Iblei DOP), Colle d’Oro (Lago di Garda), Le Tre Colonne (Terra di Bari DOP), FAM (Irpinia Colline dell’Ufita DOP), Tenuta Miraglia (Monte Etna DOP), Podere Ricavo (Terre di Siena DOP).

Categoria Biologici

🥇 Intini, Bio – Valle d’Itria, Alberobello (BA)
🥈 San Salvatore
🥉 Podere Ricavo Biologico – Colline Senesi, Cetona

Tra gli altri finalisti: Cioccolini Bio (Tuscia Viterbese), Marco Rizzo (Talismano e Impronta), Frantoio Franci (IGP Toscano), Olio della Valle Coratina, Marfuga Sassente (Umbria), Radano Valentina Stella (Cilento).

Categoria Monovarietali

🥇 Frantoio Franci, “Bella” – Montenero d’Orcia (GR)
🥈 Amore Coltivato, Coratina – Bitonto
🥉 Masoni Becciu, “Ispiritu Sardu” – Villacidro (SU)

Completano la classifica: Le Sciare 900 (Romano Vincenzo), Pozzo Serpi Coratina (Alta Murgia), Alfredo Cetrone (Sonnino), Cioccolini Itrana Monocultivar (Vignanello), Olio della Valle Ogliarola Garganica, Marfuga Moraiolo Affiorante (Umbria), Intini Coratina.

Premi speciali

Premio Speciale Minucciola “Osvaldo Galano
Villa Zagara – qualità oro

Premio Speciale Campania
Azienda Agricola Madonna dell’Olivo, Itrans – Serre (SA)

Premi speciali internazionali

Premio Speciale Croazia

🥇 Damaval Selection
🥈 Val Vida Cuvée
🥉 Stefanic Bianchera

Premio Speciale Slovenia

🥇 Kandus
🥈 Kante Cuvée
🥉 5K

Premio Speciale Grecia

🥇 Papadopoulos Master Miller Organic Blend
🥈 MB Ootopia Organic Koroneiki
🥉 Papadopoulos Omphacium Organic

Premio assoluto Gaetano Avallone
Il riconoscimento più prestigioso dell’edizione 2026 è stato assegnato ad Aziende Agricole Di Martino per la Coratina, espressione di eccellenza assoluta nel panorama internazionale.

L’edizione 2026 ha confermato il crescente respiro internazionale del Premio Olio delle Sirene, con la partecipazione di aziende provenienti da tutta Italia e da diversi Paesi europei. La qualità media degli oli in concorso si è dimostrata estremamente elevata, evidenziando una sempre maggiore attenzione alla sostenibilità, alla valorizzazione delle cultivar autoctone e all’innovazione nei processi produttivi.

“Calici e Vini” sul Roof Ambrosia a Roma

I tramonti di Roma regalano colori suadenti ed originali, nel loro contrasto tra il celeste e il rosa pastello ad accarezzare le terrazze del centro storico.

Proprio una di queste, la Roof Ambrosia, alla penthouse dell’Hotel Artemide in Via Nazionale, è stata scelta da Roberta Marchese Ragona, nota Wine Ambassador nel panorama della capitale, per un appuntamento al tramonto del 28 marzo scorso e ispirato da quei colori: un evento ideato per presentare nuovi vini protagonisti della scena italiana e internazionale. 

La presentazione è stata coadiuvata dalle interviste ai produttori condotte da Luca della Regina, Wine Communicator per l’Umbria a Vinitaly. Con uno spazio dedicato alla poesia, regalato dall’attore Claudio Mazzenga nella recita del brano di Baudelaire “Ubriacatevi”, l’happening enoico ha assunto i contorni dell’arte.

La scelta delle degustazioni nel bellissimo set up cade su territori molto identitari nella storia del vino italiano: la Toscana e il Piemonte.  

Due regioni con protagonisti accomunati da una solida tradizione e da una forte propensione a innovare, sperimentare muovendo passi in avanti nelle elaborazioni del loro patrimonio ampelografico.

In più, l’evento offre uno sguardo su due territori anch’essi ricchi di storia e che promettono una riscoperta: il Lazio e l’Abruzzo.

Nel definire lo stile dell’happening, Roberta ha scelto la formula del dialogo diretto e informale tra produttori e presenti, giornalisti e operatori di settore, esprimendo la sua convinzione che il calice contenga già il linguaggio sufficiente a creare gaudente intesa e comunicazione — è questo il leitmotiv del suo brand “I Segreti in un Calice”.

A complemento dell’evento, viene  presentata la app “My Vinapp”, una originale soluzione orientata a creare una community di wine lovers, mettendo assieme note gustative e informazioni sul Calendario Ufficiale degli eventi degustativi italiani in agenda. MyVinapp è un diario digitale che permette di memorizzare le tue

degustazioni, creare taccuini digitali, gestire la tua cantina e partecipare agli eventi più autentici del mondo del vino. Lo sviluppatore “Re2n” ha avuto particolarmente a cuore la usability nel creare un formato davvero facile e integrabile nella propria agenda.

Le degustazioni sono aperte proprio dal Lazio di Solis Terrae di Marco Sargentini, che introduce la serata con il suo “Bullule” Brut, uno spumante Charmat dove il Bellone fresco e minerale caratteristico della zona costiera di Cerveteri incontra lo Chardonnay di giovane impianto dell’azienda agricola. Fresco e sapido, floreale al naso e fruttato di mela e pera al palato, lascia un finale agrumato gradevole.

Segue il “Bellone” Roma DOC 2024, fermo e altrettanto fresco di sentori costieri, distinto da aromi e sapori di polpa gialla, breve ma caratteriale per la buona struttura.

Si prosegue con il Piemonte e gli ambassador di Claudio Mariotto, ormai celebratissima azienda dei Colli Tortonesi, la cui sfida attuale è la piena espansione sui mercati internazionali. Un catalogo davvero ricco di referenze, dal quale degustiamo il Claudio Mariotto “Cavallina” 2017: è distinto dal bellissimo giallo oro antico, con davvero buona consistenza e con le qualità tipiche del Timorasso rese immediate alla percezione.

Olfatto di fiori gialli e idrocarburo lieve, la dominante è il pompelmo e la accompagnano sentori di buccia di cedro, refoli di pietra focaia e cipria.

Il palato riceve immediata abbondanza glicerica, di tensione minerale quasi salina, contro un affinamento che ha protetto la nota alcolica e le erbe selvatiche, salvia, oliva; nel complesso ha ottimo equilibrio nonostante la tipica e naturale speziatura di pepe nero.

Generoso e genuino, il terroir lo ha reso di spiccata personalità. Il finale lievemente vaporoso esprime una buona persistenza della nota olfattiva, firmando l’uscita con uno sbuffo di cipria.

Più avanti nella serata, concluse le degustazioni dei bianchi, troviamo il Claudio Mariotto “Monleale” 2022, un Barbera colto e meticoloso per fattura, appare al gusto più vicino alla tradizione dell’Oltrepò Pavese che non alle Langhe. Reso sapientemente rotondo, collima al gusto la forza del Barbera con un bel lavoro in cantina a ingentilire la boccata.

Arriviamo alla Toscana, il luogo del cuore per molti dei presenti, in una continua ricerca della novità nel solco della centenaria tradizione.

Badia Crepaldo è un’azienda di Montepulciano: sono sperimentatori, senza vigne di proprietà ma con radicata reputazione nella selezione in ogni vendemmia delle uve idonee ai loro progetti.

Partiamo dal loro “1084 La Cuvée” Metodo Classico Solera 24 mesi, una produzione originalissima che blenda Pinot Nero al 60% e Chardonnay al 40%, affinandosi col sistema Solera a consentirne grande equilibrio tra periodi differenti come nelle tradizioni del Marsala e delle grandi cuvée spagnole. L’identità è chiaramente  montepulcianese nella scelta della vinificazione tradizionale burbera, ma con respiro mediterraneo grazie all’adozione di un metodo che blenda in perpetuo annate giovani e meno giovani, ottenendo qualità costante e complessità altrimenti indisponibili.

L’olfatto presenta una nota floreale bianca avvolta dalle effusioni dello “straccio bagnato” che questo metodo induce, guardando alla complessità e alle note marsalate. 

Bollicine minime, per un gusto davvero particolare e sfumato che acquista discreta complessità nel finale fruttato di pesca gialla.

A seguire, il “10 La Cuvée Rosé”, risultato di una ossidazione secondo il metodo Solera di un Pinot Nero che acquista tanto colore solo durante la fase di pressatura. Note olfattive lievissime di roselline, alleggerite rispetto al loro metodo classico, vengono impiegate tonneau da vino rosso di terzo passaggio per non influenzare la nota d’appassimento della cuvee. La boccata è gentile e piccante di buccia. 

Ideale per tartine di gamberetti e formaggi cremosi combinati con bacche selvatiche.

Restiamo in Toscana entrando nel Senese: Chigi Saracini è la storica azienda vitivinicola e agraria in Castelnuovo Berardenga, oggi proprietà di Tenimenti MPS ma nata dall’eredità di Guido Chigi Saracini, figura di rilievo della Siena del 19mo secolo. È composta da 835 ha al confine tra le zone del Chianti Classico e Chianti Colli Senesi, con vigneti che si suddividono in 17 ha di Chianti Classico, 41 ha di Chianti Colli Senesi e 30 ha di IGT Toscana.

Guidata dall’enologo Carlo Ferrini e con fortissime ambizioni internazionali, la sua tappa romana al Roof Ambrosia ha rappresentato un’anticipazione del suo programma al Vinitaly di quest’anno, cogliendo inoltre l’occasione per presentare anche la propria produzione di Olio Extravergine d’Oliva “Olio del Conte”.

Chianti Classico “Poggio Bonelli” 2022. Per questa referenza storica dell’azienda, l’enologo a partire dal 2022 opta per il blend del Sangiovese con un Merlot al 10% di particolare presenza, ricordando al palato un Supertuscan.

Rubino brillante, discreta consistenza.

Olfatto fruttato di prugna e vegetale di muschio, coordinato col palato leggero e dal sapore rotondo grazie alle avvolgenze del Merlot. Persiste una ben percepibile robustezza del sangiovese, una oggettiva gioventù distinta proprio dalla nota alcolica che vince sul corredo tannico e spinge a un più lungo affinamento in bottiglia.

Chianti Classico Gran Selezione 2021 Chigi Saracini, 24 mesi in barrique. È un Sangiovese in purezza dal colore rosso rubino intenso; offre fragranza ed eleganza già all’olfatto, dispiegando sentori di amarena, viola, tabacco, prugna, liquirizia e spezie dolci. Al palato, si conferma l’eleganza e la persistenza delle note di amarena e bacche selvatiche rosse, incorniciate da percezioni tattili di corteccia e sottobosco. Tanti i descrittori identitari per un vino integralmente tipico del territorio ed equilibratissimo tra tannini sofficemente vellutati e acidità combinata con note calde: vocato all’invecchiamento come i migliori Chianti Classico.

Poggio Bonelli “Poggiassai” IGT 2019

Ecco il vero Supertuscan della casa, affinato in Tonneau con Sangiovese al 75% e Cabernet Sauvignon 25%. Dai tratti gustativi radicali e orientati dalla foglia di pomodoro del Cabernet Sauvignon, incede immediato all’olfatto come vino morbido e vellutato, pareggiato dal corredo tannico al palato: sfumature di rosa canina e prugna, ribes nero e ciliegia sotto spirito per un refolo importante di foglia di pomodoro spinta in fondo dalla veemenza del tannino vellutato. Un vino di grande elaborazione, piacevole e persuasivo, breve al finale caldo a rivelare, ancora, una decisa gioventù. 

In sequenza, degustiamo il Poggiassai IGT 2009 ritornando di 10 anni nella storia di questo Supertuscan. Olfatto di rose e mirtilli, esprime un invecchiamento originale dove le note di ribes s’incrociano con quelle di liquirizia, a precedere il gusto austero di tannini nobili e ormai gradevolissimi, di note calde fruttate di frutti di bosco e suadenti di una leggerissima traccia passita.

L’Abruzzo chiude le degustazioni ai tavoli con l’azienda Poderi Costantini Antonio 1910, proponendo il loro “Anto’”, un Montepulciano d’Abruzzo DOC Riserva del 2015.

Un buon esempio della proiezione dell’Abruzzo sui mercati internazionali, questo Montepulciano affinato per 30 mesi in botti grandi. Colore rosso rubino intenso con riflessi amaranto. Al naso è deciso e speziato, frutti rossi di sottobosco, presenze di tabacco. Al palato è morbido e intenso come si conviene a un Montepulciano, buoni struttura ed equilibrio, con tannini vellutati ad accompagnare la buona persistenza di note fruttate.

L’evento volge alla chiusura con il passaggio finale offerto dagli Amici del Club del Toscano: bella presentazione e uno sguardo all’attualità di due espressioni del tradizionale sigaro toscano a marchio “1818 Antico Toscano”. 

Ad accompagnare il momento c’è il passito Chigi Saracini “Occhio di Pernice” 2010 Vin Santo del Chianti Classico, con sentori mielosi e raffinati di polpa gialla, a concludere il bellissimo evento nel solco della millenaria tradizione toscana del Vin Santo e lasciare i presenti con un senso della poesia e delle armonie dei vini dolci italiani.

Bisogna ammettere che una modalità così schietta e diretta, per un evento mirato a promuovere nuove eccellenze vitivinicole in un contesto così internazionale come quello di Roma, è una bella novità: utile a conoscere, piacevole a gustare, tonica la conversazione non più fissata a rigidi canoni e ai tecnicismi. 

C’è da sperare che Roberta Marchese Ragona abbia continuità in questa ispirazione e presenti altri eventi al tramonto sulle terrazze romane. Lei può certamente scegliere le più belle armonie tra vini e colori della primavera romana e farci ricordare vini unici.

La zuppa di cozze “torrese” da Nunù Trattoria Moderna

Nel cuore di Torre del Greco, a pochi passi dal mare, c’è un indirizzo che negli ultimi anni ha conquistato gli amanti della cucina partenopea.

Da Nunù Trattoria Moderna la tradizione incontra una sensibilità contemporanea grazie allo chef e patron Nunzio Spagnuolo, talento vesuviano che ha riportato a casa un bagaglio di esperienze maturate tra ristoranti internazionali e grandi maestri della cucina italiana.

Tra i piatti che meglio raccontano l’anima del locale c’è la “zuppa di cozze napoletana al Kg”, una preparazione che profuma di mare, devozione e memoria. A Napoli, infatti, questo piatto non è solo ricetta, bensì un rituale che si rinnova ogni anno durante la Settimana Santa, soprattutto la sera del giovedì, quando sulle tavole dei napoletani compare immancabilmente “’a zupp’ ’e cozze”.

La storia di questo piatto affonda le radici nel Settecento e viene spesso collegata al gusto del re borbonico Ferdinando I di Borbone, grande amante dei frutti di mare, che contribuì a diffondere una versione più elaborata della ricetta con pomodoro e olio piccante.

Da Nunù, questa tradizione prende forma con equilibrio e rispetto per la materia prima. Le cozze freschissime si aprono in un brodo ricco di profumi, accompagnato da altri frutti di mare come vongole, tartufi, fasolari, lumachine, da polpo e crostacei, mentre il vero protagonista resta il forte, l’olio “santo” rosso piccante che dona carattere al piatto.

Sul fondo poi non manca mai la fresella, che assorbe lentamente il sugo e diventa parte integrante dell’esperienza gastronomica insieme al tarallo con le mandorle d’accompagnamento.

Il risultato è una zuppa intensa e generosa, che racchiude tutta la forza della cucina di mare torrese. In un locale menzionato anche in Guida Michelin per la qualità della sua cucina tradizionale reinterpretata con personalità, ogni piatto diventa un racconto di territorio.

Ed è proprio questo il segreto della zuppa di cozze di Nunù: non solo un grande piatto di mare, ma un viaggio nei sapori autentici di Torre del Greco, dove tradizione e contemporaneità si uniscono in un cucchiaio di brodo rosso come il corallo simbolo della città.

Campania – Un giorno con il professore Luigi Moio nella sua tenuta Quintodecimo

Quintodecimo è dalle parti dell’antica città romana di Aeclanum, odierna Mirabella Eclano, rasa al suolo dall’imperatore bizantino Costante II° nel 663 nel tentativo di conquistare l’intero Ducato longobardo di Benevento. Ricostruita sulle rovine, prese il nome di Quintum Decimum, a sottolineare la distanza di 15 miglia romane dalla capitale longobarda di Benevento.

Siamo in provincia di Avellino, lungo la via Appia, Regina Viarum, nella dorsale appenninica incernierata tra Irpinia e Sannio. E’ qui che nel 2001 Luigi Moio, Professore ordinario di enologia alla Federico II° di Napoli, ricercatore di fama internazionale, Past-President (oggi Vice-Presidente) di O.I.V., una sorta di ONU del vino e della vite, fonda insieme a sua moglie Laura Di Marzio la maison vitivinicola di famiglia decidendo di legarne il nome alla storia dei luoghi. Solo un quarto di secolo ma varcandone i cancelli si percepisce una ben più ampia e solida linea del tempo.

Luigi Moio appartiene ad una delle famiglie più antiche della vitivinicoltura moderna in Campania, di stanza nell’areale mondragonese del vulcano spento di Roccamonfina, in provincia di Caserta. Ma gran parte dei suoi studi e la sua attività di ricerca sono stati condotti in Francia, nei distretti vitivinicoli più celebri e autorevoli del mondo. Visitando l’azienda irpina, è quasi impossibile non accorgersi di quanta civiltà e sapienza permei ogni suo angolo, ogni ceppo, ogni dettaglio di Quintodecimo.   

Dalle sovrastanti terrazze si apre lo spettacolo del vasto anfiteatro naturale ricamato dai vigneti sapientemente composti. Ciascuna pianta sembra pretendere gli sguardi incantati del visitatore, offrendo in cambio bellezza e artistico rigore. Partendo dalle spirali quadrivarietali (Aglianico, Fiano, Falanghina e Greco) di Vigna Aurea, progetto di ricerca, omaggio alla successione di Fibonacci e vero “omphalòs” del campo vitato, simbolo di crescita e rinascita delle fasi di vita delle piante. Luigi ama dire che “fare vino eccellente significa trovare il giusto ancorché difficile equilibrio tra scienza e arte“.

Il patrimonio ampelografico di Quintodecimo comprende 34 ettari vitati (su un’estensione aziendale di 40 ettari di proprietà) allocati tra la sede di Mirabella Eclano dove si allevano uve Aglianico e Falanghina, la Tenuta di Tufo, in Contrada Santa Lucia, per le uve Greco e quella di Contrada Arianiello, a Lapio, coltivata a Fiano, tutte con giaciture variegate e pendenze che vanno da un minimo del 10% fino al 25%. I protocolli agronomici in vigna, con rese per ettaro tra le più basse e concentrate d’Europa, sono rigidamente ispirati al rispetto e valorizzazione della biodiversità e della cura biologica della vite con il chiaro intento di inviare in tramoggia solo uve perfettamente sane e prive del minimo difetto; ciononostante i grappoli saranno meticolosamente selezionati “al nastro”, dalle mani esperte dell’affiatato gruppo di vendemmiatori aziendali.

La filosofia alla base di ogni passaggio protocollare in cantina è la cura maniacale di ogni piccolo dettaglio e – soprattutto – un livello di manipolazione delle uve di bassissimo impatto. Una realtà, quella di Quintodecimo, sempre più consolidata, nel segno di una espressività ed eleganza con pochi eguali e proiettata nel futuro. Dei quattro figli di Laura Di Marzio e Luigi Moio, Chiara e Michele sono già a pieno titolo nei ruoli aziendali con la prima che ha già conseguito il Diplôme National d’Œnologue a Bordeax dopo l’alloro accademico in scienze Agrarie e il secondo che è ivi ancora impegnato. Mentre la primogenita Rosa ha scelto altri orizzonti chiude la progenie Alessandro, sedicenneimpegnato in studi classici ma già attivo in azienda anche per la sua grande passione per la meccanica di precisone e l’automazione degli impianti.

La degustazione

“Via del Campo” DOC Irpinia Falanghina 2024

Nuance paglierino dalla irradiante luminosità. Un raro equilibrio tra la gentile potenza olfattiva ed il corrispondente largo ventaglio percepito. Prima piccoli fiori gialli poi frutta croccante a pasta bianca, la vasta gamma vegetale delle erbe d’aroma ed infine le note agrumate, formano un caleidoscopio di estrema purezza e rigore olfattivo. L’acida tensione citrina del primo contatto palatale si compendia con una striscia minerale di notevole finezza che evoca gesso e talco. La finissima gamma aromatica retronasale, dagli esili soffi tropicali, è coerente e fedele alle caratteristiche varietali.      

“Exultet” DOCG Fiano di Avellino 2024

Calice paglierino che promana luce algida e sfavillante con naso sinuoso e sottile di fiori di tiglio, muschio bianco e thè verde per un susseguente, raffinato sorso acidulo che desta i sensi compiendo, con elegante e tenue morbidezza, la sua gentile cifra retronasale di sambuco e uva spina. Una sottile e discreta nuvola minerale completa – in armonia – la sofisticata personalità di Exultet. Si congeda, con ininterrotta grazia, dopo una non comune reminiscenza agrumata di bergamotto.    

“Giallo d’Arles” DOCG Greco di Tufo 2024

Come in una tela di Van Gogh, del quale omaggia la grandezza, emana luce calda nella sua brillante livrea giallo dorato; lo spettro olfattivo è cangiante, plurale, giocato in equilibrata alternanza tra il gelsomino e l’albicocca, tra l’iris e la nocciola, tra la citronella e la nespola. Materia pura in bocca ma senza sconfinamenti di peso. La cifra protagonista è il perfetto connubio tra tensione acida e forza minerale che dona audacia al sorso. Si allontana lentamente nel suo lungo, epilogo di soffuso croccante di mandorla.

“Via del Campo” DOC Irpinia falanghina 2025 (campione di vasca)

Giallo rilucente, pieno e vivace. Il naso è fremente; prorompe in fiori di ginestra e zagara, mela annurca e bergamotto, virando – al fondo – in velate reminiscenze esotiche. Sorso teso, rinfrescante e goloso che disvela ricordi agrumati di albedo del cedro. Una pervicace personalità, del tutto inattesa per un vino così giovane, sembra eludere ogni fine delle percezioni sensoriali.

“Terra d’Eclano” DOC Irpinia Aglianico 2023

La trama fitta e vivida e la luminescente tonalità dello spettro rubino/carminio rapiscono, rassicuranti, lo sguardo del degustatore. Calato il naso nel calice è subito festa: piccoli frutti a bacca rossa, petali di viola disseccati e prugna sunsweet si affacciano al primo naso mentre la radice di liquirizia e il caffè accompagnano le susseguenti olfazioni. L’ingresso è appannaggio della freschezza poi, in centro bocca, si fa spazio una morbida materia mai opulenta sottolineata da tannini manifesti e gentili, senza graffio. Il lungo finale novella la gamma speziata percepita al naso arricchendola di sbuffi silvestri.

Grande Cuvée Luigi Moio 2022

Intensi bagliori filigranati intrecciano un tenue, esile riflesso di oro antico. Il prestigioso bouquet di profumi effluvia dal calice inglobando solo i più eleganti marcatori evolutivi e varietali dalle tre cultivar: fiano, greco e falanghina; dalla mela cotogna candita alla nettarina bianca matura, dal miele di acacia al baccello di vaniglia fino ad un raffinato, ipodermico ricordo di zenzero e chiodi di garofano. Incantevole il sorso, ampio, vellutato, appagante; il senso vibrante, in abbrivio di assaggio, è rincorso con dinamismo dalla striscia minerale alternandosi in un gioco di continue, progressive scoperte palatali e aromatiche. Cala il sipario con un lungo intreccio di frondosi balsami.

“Vigna Grande Cerzito” DOCG Taurasi riserva 2020 Aliti balsamici, iridescenze mentolate e auliche spezie elevano alle stelle il rango olfattivo già manifestato all’entrée da bacche rosse mature, prugna in confettura e intricato sottobosco. Del resto il brillante orlo granato che corona il calice, preannunciava la pur millimetrica primazia dei sentori evolutivi. “Costretti” all’assaggio (il naso non vorrebbe mai staccarsi dal bordo del bevante!) il sorso è subito profondo, permeante, fine. Un tannino austero e vellutato innerva il sorso senza alcuna aggressione mentre la sua freschezza, ancora ben tesa, ne decreta sicura, intrigante longevità. Cede il lungo passo con una struggente, immediata nostalgia di beva.

Wine&Siena 2026: focus sul Sangiovese

L’11ª edizione di “Wine & Siena – Capolavori del Gusto” ha avuto luogo dal 31 gennaio al 2 febbraio nell’incantevole scenario del Complesso Museale Santa Maria della Scala e di Palazzo Squarcialupi a Siena.

Un’edizione molto partecipata, che ha registrato subito il  tutto esaurito, il primo dei vari eventi dell’anno firmato da The Wine Hunter Helmuth Köcher, nonché Presidente di Merano WineFestival, da lui ideato assieme al compianto senese Andrea Vanni, a Stefano Bernardini, Presidente di Confcommercio Siena, e a Gianpaolo Betti di Enotempora.

Undici anni di Wine&Siena: oltre 160 espositori tra produttori di vino, cibo, birra e spirits, circa 3 mila gli ingressi. Questi i numeri della manifestazione, con in programma numerose masterclass e varie tavole rotonde. L’ultimo giorno è stato dedicato interamente agli operatori professionali.

Siena è il baricentro di importanti Docg e Doc aventi come protagonista sua maestà il “Sangiovese”. Di seguito gli assaggi più interessanti:

Chianti Classico Gran Selezione 2021 Chigi Saracini – Sangiovese 100 % – Rubino intenso, al naso rivela sentori persistenti di amarena, viola, tabacco, prugna, liquirizia e spezie dolci. al palato è avvolgente, con tannini setosi, sostenuti da una spalla fresca, coerente e lungo.

Chianti Classico Gran Selezione Vinea nel Bosco 2020 Vecchie Terre di Montefili – Sangiovese 100 % – Rubino trasparenteal naso sprigiona note di marasca, mirtillo, rosa, spezie dolci e nuances balsamiche; il sorso è avvolgente, pieno, suadente e persistente.

Chianti Classico Gran Selezione La Pieve 2022 San Felice – Sangiovese 97%, Pugnitello 3% – Rubino intenso, emana sentori di mammola, ribes, bacche di ginepro, liquirizia e tabacco. Al gusto è vellutato, saporito e duraturo.

Chianti Classico Gran Selezione Sasso del Borro 2022 Borratella – Sangiovese 100%- Rosso rubino intenso, i sentori sono quelli di frutti di bosco, mora, erbe aromatiche, arancia sanguinella e spezie dolci, al palato risulta setoso, pieno, appagante e duraturo.

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Sant’Albino Vigneto Poggio Sant’Enrico 2021 Carpineto – Sangiovese 100 % – Rosso rubino vivace, libera sentori di frutti di bosco, erbe aromatiche, spezie orientali e sottobosco. Avvolgente, equilibrato, ricco e lunghissimo.

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Caggiole 2021 Tiberini – Prugnolo Gentile 90% – Canaiolo Nero 5% – Mammolo 5% -Rosso rubino, con note di violetta, ciliegia, susina, melagrana e un accenno balsamico, al gusto è avvolgente, pieno e di pregevole piacevolezza di beva.

Brunello di Montalcino Poggio degli Olivi 2019 Poggio degli Olivi – Rosso granato trasparente, emergono sentori di petali di rosa, arancia sanguinella, amarena, mora di rovo, sottobosco e spezie dolci, attacco tannico poderoso ma setoso, avvolgente, suadente e persistente.

Brunello di Montalcino 2020 Podernuovo Vini – Rosso granato intenso, al naso arrivano sentori di violacciocca, lampone e marasca, ibisco impreziositi da spezie, al gusto è delicato con tannini nobili, è sapido e di buona lunghezza.

Montecucco Riserva Sangiovese Il Viandante 2018 Tenuta L’Impostino – Sangiovese 100% – Rosso rubino, con riflessi granata, al naso sviluppa sentori di violacciocca, ribes, mora, lampone, tabacco e chiodi di garofano, al palato è rotondo, fresco, elegante e incredibilmente persistente.

Orcia Doc Sangiovese Giovesone 2021 La Nascosta – Sangiovese 100% – Rosso rubino intenso, dipana sentori di giaggiolo, ciliegia, ribes, mirtillo che si alternano a tocchi più speziati, scivola in bocca setoso, armonioso ed elegante, dotato di una lunga persistenza.

Il 5 e 6 aprile il pranzo di Pasqua e Pasquetta al Vega Restaurant di Carinaro e al Vega Cafè di Frattamaggiore con la tradizione dello stare a tavola in famiglia

I classici salumi delle feste, accompagnati da casatiello artigianale, sartù di riso, grigliata di carne e l’immancabile pastiera in versione contemporanea. Con un’attenzione speciale ai gusti dei più piccoli.

L’executive chef Agostino Malapena introduce il territorio e le antiche usanze di una volta nella proposta gastronomica per Pasqua e Pasquetta al Vega Restaurant di Carinaro e al Vega Cafè di Frattamaggiore. Sapori da sempre presenti nella memoria, quando sedersi a tavola era un piacere senza tempo.

Si inizia dalla “fellata” campana, l’antipasto a base di una ricca selezione di salumi locali a chilometro zero, con ricottina salata, uova fresche, pizza rustica e casatiello home made. Tra i primi, il sartù della tradizione e il tortello fresco ripieno di ricotta, mantecato agli asparagi omaggio alle origini da coltivatori di prodotti di qualità della famiglia Canciello, proprietari di entrambi i poli enogastronomici.

E poi la grigliata mista di carne ai carboni, con patate sotto cenere che anticipa le coccole dolci finali di Agostino Malapena con il ricordo rivisitato della pastiera in versione semifreddo. Oltre ai dessert saranno disponibili le creazioni dolciarie del pastry chef Marco Piccirillo, che si occupa del laboratorio con le “dolcezze di Nonna Maria” – gruppo Vega World.

In sala regna il garbo e l’eleganza dello staff diretto da Massimo Turco, con l’aiuto sommelier Bohdan a suggerire il corretto abbinamento dei piatti al vino tra una selezione di oltre 400 referenze in carta. Previsto un menù speciale bambini, per tutti i gusti, accompagnato da animazione per rendere la loro giornata un’esperienza di festa e di gioia.

Grande attenzione, infine, per le intolleranze alimentari, le allergie e la dieta con pietanze dedicate dal corretto equilibrio nutrizionale, previo avviso telefonico in fase di prenotazione.

Vega Restaurant e Vega Cafè

Per info e prenotazioni: +393935561573

Chianina & Syrah ospita lo chef Michele Ricci, un dialogo perfetto tra vino e grande cucina

A pochi passi dal confine tra Toscana e Umbria, arroccata su un colle che domina la Cortona, è una città che racconta secoli di storia.

Antica lucumonia etrusca, poi borgo medievale di straordinaria bellezza, conserva ancora oggi un fascino intatto: vicoli in pietra, piazze luminose e scorci che si aprono sulla campagna circostante. È proprio questo paesaggio, fatto di colline morbide e suoli ricchi di storia agricola, ad aver accolto negli ultimi decenni un vitigno internazionale capace di trovare qui una delle sue espressioni più sorprendenti: il Syrah.

Arrivato probabilmente in queste terre già nell’Ottocento, il Syrah ha trovato nella Val di Chiana condizioni ideali per esprimere una personalità distinta: vini intensi ma eleganti, caratterizzati da note speziate, frutti scuri e una trama tannica raffinata. Accanto al vino, un altro simbolo identitario domina la scena gastronomica del territorio: la carne della Chianina, razza bovina tra le più antiche al mondo, da cui nasce la celebre bistecca che rappresenta una delle icone assolute della cucina toscana.

È proprio dall’incontro tra questi due protagonisti, il Syrah e la Chianina, che prende vita la manifestazione Chianina & Syrah, in programma dal 6 al 9 marzo. Un evento che negli anni è diventato un punto di riferimento per appassionati, produttori e professionisti del settore, trasformando Cortona in un crocevia di degustazioni, incontri e momenti gastronomici dedicati a uno degli abbinamenti più affascinanti della tavola.

Tra i luoghi che incarnano lo spirito dell’evento spicca il raffinato Monastero di Cortona Hotel & Spa. Situato all’interno di un antico complesso monastico sapientemente restaurato, il resort rappresenta oggi uno degli indirizzi più eleganti della città, dove storia, ospitalità e alta cucina si incontrano. Le sue sale cariche di atmosfera e gli spazi affacciati sulla valle diventano durante la manifestazione un palcoscenico privilegiato per degustazioni e momenti conviviali.

Nel cuore gastronomico del Monastero di Cortona Hotel & Spa, il ristorante “Gli Affreschi” diventa durante Chianina & Syrah uno spazio di dialogo tra cucina e vino. Qui lo chef Michele Ricci interpreta il territorio con sensibilità contemporanea, mantenendo però un legame saldo con le materie prime locali e con la tradizione gastronomica della Val di Chiana.

In occasione dell’evento, lo chef ha proposto un piatto preparato a quattro mani insieme allo Chef Giovanni De Candido, capace di raccontare in modo diretto il tema della manifestazione: un raviolo ripieno di ragù di Chianina, ricco e profondo nei sapori, accompagnato da tre salse pensate per creare un gioco di contrasti ed equilibri.

La prima, cremosa e avvolgente, a base di pecorino; la seconda, fresca e aromatica, realizzata con erbe del territorio; la terza, la più identitaria, una salsa in gelatina di Syrah, che lega il piatto al calice e ne amplifica la dimensione sensoriale.

Un’idea gastronomica che sintetizza perfettamente lo spirito di Chianina & Syrah: non solo un incontro tra carne e vino, ma un dialogo creativo tra due simboli della tavola e del paesaggio di Cortona. Qui, tra storia, vigneti e cucina d’autore, il territorio si trasforma in esperienza, raccontando nel piatto e nel bicchiere una delle identità più affascinanti della Toscana del vino.

Il Monastero di Cortona diventa così uno dei protagonisti con un vero e proprio laboratorio del gusto, dove la cultura del vino e quella della cucina si intrecciano in un racconto che parte dal territorio e arriva al piatto. L’occasione perfetta per intervistare chef Michele Ricci.

Intervista allo chef Michele Ricci: la memoria toscana che diventa cucina contemporanea

Nel panorama dell’alta ristorazione toscana, Michele Ricci rappresenta una figura capace di coniugare radici profonde e visione contemporanea. Originario di Sansepolcro, cresciuto in una famiglia dove la cucina è sempre stata parte della vita quotidiana, oggi guida la proposta gastronomica del Monastero di Cortona Hotel & Spa, elegante struttura ricavata in un antico monastero nel cuore di Cortona.

La sua cucina nasce dall’incontro tra memoria familiare, territorio e tecnica, maturata anche grazie all’esperienza accanto a uno dei grandi maestri della cucina italiana, Gualtiero Marchesi. In questa conversazione lo chef racconta il suo percorso, il rapporto con la tradizione e la sua visione della gastronomia contemporanea.

Chef Ricci, la sua storia nasce in una famiglia di cuochi. Quanto ha inciso questo nella sua scelta professionale?

«Moltissimo. In casa mia la cucina era un linguaggio quotidiano. Il mio bisnonno aveva un ristorante nel centro di Sansepolcro e mia nonna gestiva una rosticceria. Crescere tra profumi, preparazioni e clienti mi ha fatto capire molto presto che quello era il mio mondo. Più che una scelta è stata una naturale evoluzione.»

Nel suo percorso c’è anche l’incontro con un grande maestro della cucina italiana.

«Sì, ho avuto la fortuna di lavorare con Gualtiero Marchesi. È stata un’esperienza fondamentale perché mi ha insegnato il rispetto assoluto per la materia prima e l’importanza dell’essenzialità. Marchesi aveva la capacità di togliere il superfluo e arrivare all’anima del piatto. È un insegnamento che porto ancora oggi nella mia cucina.»

Oggi guida la cucina del Monastero di Cortona. Che tipo di esperienza gastronomica proponete?

«Il Monastero di Cortona Hotel & Spa è un luogo speciale, ricco di storia e spiritualità. La mia cucina cerca di dialogare con questo contesto. Nei nostri ristoranti proponiamo una gastronomia che parte dalla tradizione toscana ma la interpreta con sensibilità contemporanea. L’obiettivo è emozionare senza perdere il legame con il territorio.»

La cucina è spesso percepita come il lavoro di un singolo chef, ma dietro c’è sempre una brigata. Quanto conta per lei il lavoro di squadra?

«Conta moltissimo. La cucina non è mai il risultato del lavoro di una sola persona. Io credo profondamente nel gioco di squadra. Oggi la mia brigata è composta da sei persone, e con loro si è creato un rapporto di grande sintonia, sia professionale che umana. Lavoriamo fianco a fianco ogni giorno, condividendo idee, ritmi e responsabilità. È questo spirito di collaborazione che permette alla cucina di funzionare davvero.»

Quali sono i piatti che rappresentano meglio la sua cucina?

«Ci sono alcuni piatti che raccontano molto bene la mia identità. Uno è sicuramente il piccione, ingrediente molto legato alla tradizione toscana, che preparo valorizzandone tutte le parti. Un altro è la pappa al pomodoro reinterpretata, dove la memoria di un piatto povero diventa una proposta elegante ma autentica. E poi amo lavorare molto con le paste fresche, che per me rappresentano la vera anima della cucina italiana.»

Quanto conta il territorio nella costruzione dei suoi menu?

«È fondamentale. La Toscana offre una biodiversità straordinaria: ortaggi, carni, olio extravergine, tartufi, erbe spontanee. Il mio lavoro è valorizzare questi ingredienti senza snaturarli. Collaboriamo molto con piccoli produttori locali perché credo che la qualità di un piatto inizi sempre dalla qualità della materia prima.»

In una rivista eno-gastronomica non possiamo non parlare di vino. Che rapporto ha con il mondo vitivinicolo?

«Il vino è parte integrante dell’esperienza gastronomica. Qui a Cortona abbiamo la fortuna di essere circondati da territori straordinari, dalla Val di Chiana fino alle grandi denominazioni toscane. Quando penso a un piatto immagino sempre anche il vino che lo accompagnerà. Cucina e vino devono dialogare, non competere.»

Qual è oggi la sfida più grande per uno chef?

«Credo sia trovare un equilibrio tra identità e innovazione. La cucina contemporanea è molto veloce, cambia continuamente. Però non bisogna perdere le radici. Per me innovare significa evolvere la tradizione, non cancellarla.»

Guardando al futuro, quale direzione immagina per la sua cucina?

«Continuare a lavorare sulla semplicità. Con gli anni ho capito che i piatti migliori sono quelli che sembrano facili ma nascondono grande ricerca. Vorrei una cucina sempre più essenziale, capace di raccontare il territorio con pochi elementi ma con grande intensità.»

Nella cucina di Michele Ricci convivono memoria familiare, tecnica e sensibilità contemporanea. Un percorso che dimostra come l’alta cucina possa rimanere profondamente legata alle proprie radici, trasformando ingredienti e tradizioni locali in un racconto gastronomico capace di parlare al presente.

Merito del grande successo è sicuramente degli organizzatori che da anni presentano un evento con una chiave di versa di quelle usuali, e tra loro sicuramente merita di essere menzionato, il Presidente del Consorzio Vini di Cortona, Stefano Amerighi, e l’Associazione Terre Etrusche e Terre Etrusche Events.

Se Cortona è da sempre una città che invita alla contemplazione, in questi giorni diventa anche un luogo di incontro tra storie, sapori e persone: un palcoscenico dove il Syrah racconta la sua identità italiana e la Chianina conferma il suo ruolo di regina della tavola toscana.

Irpinia, intervista a Valentina Martone del ristorante Megaron a Paternopoli

Il cibo è cultura, è il motto che campeggia sulla casacca di Valentina Martone, anima guerriera della cucina del Megaron di Paternopoli (AV).

L’abbiamo conosciuta in occasione della verticale delle dieci annate del Taurasi Riserva della cantina Perillo, una di quelle belle occasioni in cui a parlare è il territorio attraverso i propri prodotti e le persone che li hanno resi protagonisti. Al termine dell’evento, abbiamo chiacchierato con Valentina e scambiato alcune riflessioni.

Quando nasce il Megaron e per opera di chi?

“Il Megaron nasce nel 1987, come ristorante per matrimoni e cerimonie: un’attività creata da mamma e papà per noi tre fratelli” , ci spiega Valentina.

Il termine megaron infatti nell’architettura micenea indicava la grande sala che accoglieva gli ospiti all’interno di una casa. Trecento sono i coperti del Megaron, ma da quando Valentina nel 2000 ha preso le redini del locale qualcosa è cambiato…

“Ho voluto un ristorante che si rivolgesse con cura e attenzione al proprio territorio, basandosi su una cucina a chilometro zero, grazie all’orto di famiglia e all’olio di nostra produzione. Una ristorazione che restituisca l’anima di chi cucina all’ospite di Casa Megaron, perché il cibo è cultura.”

Da chi hai imparato a cucinare?

“Dai tanti chef che si sono susseguiti ho imparato l’organizzazione e il rigore che richiede la cucina. La ricerca invece è la mia identità, la perseguo studiando come valorizzare il territorio e i prodotti”.

La proposta del Megaron è un viaggio nel territorio, non solo per i prodotti utilizzati ma anche per le tecniche di preparazione, patrimonio di una cucina antica, ereditata da nonne sapienti. Ce lo ha spiegato Valentina,  ce lo ha raccontato ogni singolo piatto del pranzo. Ad apertura una brioche allo zafferano di Lacedonia, quello di Germana Puntel, friulana di origine, che per prima ha scommesso sulla coltivazione di zafferano, arricchita da pomodori secchi – ovviamente autoprodotti per la dispensa invernale – pesto di borragine e olio extravergine di oliva monocultivar ravece.

In accompagnamento il cubetto fritto di spaghetti con provola, limone e broccolo aprilatico -presidio Slow Food originario di Paternopoli- e la polpetta della nonna, “un cibo semplice, antico, fatto di pane raffermo, che ho impreziosito con tartufo nero irpino e una passata di pomodoro aromatizzata alla menta”, ci racconta in tono entusiastico Valentina.

Anche la minestra sciatizza è un piatto delle nonne, generalmente preparata con erbe di campo. Nella sua versione Valentina l’ha servita coi fagioli di Volturara – altro presidio Slow Food della provincia di Avellino –  e la cotica alle erbette, che dopo la lunga preparazione a cui è sottoposta, risulta pulita, sgrassata e callosa al punto giusto.

Come primo un fusillone del Pastificio Armando, condito con un broccolo locale di 120 giorni, cotechino, pomodori secchi e peperoncino; mentre il secondo non poteva che essere lo stracotto al Taurasi: un pezzo  di secondo taglio, il campanello di manzo, che dopo circa nove ore di cottura si scioglie in bocca ed è un tutt’uno col vino icona del territorio.

Valentina, qualcuno in sala ha definito poesia la scarola ‘mbuttunata di contorno….

“E’ una semplice scarola!”, si schermisce Valentina, riprendendo subito dopo il filo del discorso: “Mi piacciono le verdure e le erbe spontanee, la loro conoscenza mi è stata tramandata da mia madre e da mia nonna. Spesso si sbaglia la tecnica di cottura. Questa scarola sembra ancora viva, eppure non ho usato acqua e ghiaccio dopo la cottura per conservarne il colore. Semplicemente l’ho immersa completamente in acqua bollente e l’ho tirata subito fuori.”

Piccole accortezze che rendono un piatto speciale. La scarola viene poi riempita di pane raffermo, capperi, olive, pomodoro secco, un po’ di scamorza e ripassata al forno con un filo d’olio.

Anche il dolce però aveva una marcia in più…

“Io non sono una pasticcera, ma nei pochi dolci che faccio, cerco l’identità del territorio.”

Una frolla semplice, come quella che le nonne e le mamme impastavano di domenica, all’ultimo momento, perché a fine pranzo ci fosse anche il dolce in tavola. Il ripieno: una salsa di cacao amaro e vino cotto, con una vena di peperoncino e un pizzico di fiocchi di sale. Un contrasto dolce, salato, piccante che richiamava un boccone dopo l’altro e sosteneva senza alcuno sforzo l’abbinamento col Taurasi 2007 di Perillo.

Se dovessi scegliere un piatto rappresentativo dell’Irpinia? “Sicuramente lo stracotto al Taurasi è il piatto che racconta meglio il territorio. Lo abbiamo in carta da trent’anni, è il mio cavallo di battaglia e lo propongo sempre, in qualsiasi stagione.”