Castelli Romani: debutta la Rete d’Impresa di Filiera “V.I.P.”

Vino, Innovazione e Pane: tre parole che racchiudono la missione della nuova Rete d’Impresa di Filiera dei Castelli Romani “V.I.P.”, presentata ufficialmente il 13 dicembre nella prestigiosa cornice di Palazzo Sforza Cesarini a Genzano di Roma. Un progetto che punta a valorizzare le eccellenze enogastronomiche locali e a promuovere uno sviluppo integrato del territorio, grazie al finanziamento della Regione Lazio e alla partecipazione di 21 aziende della zona.

L’evento, riservato a operatori del settore, media e istituzioni, ha visto la partecipazione delle principali figure coinvolte: dalla presidente della rete, Nina Farrell, al vicepresidente Paolo Iacoangeli, passando per i rappresentanti del CAT (Centro Assistenza Tecnica di Confesercenti) e i sindaci e assessori dei comuni che compongono la filiera produttiva intercomunale.

Un progetto che fa rete per il territorio

L’idea alla base della Rete V.I.P. nasce da un concetto semplice ma rivoluzionario per il territorio: unire le forze delle piccole e medie imprese per creare una filiera produttiva integrata e competitiva. La presidente Farrell ha sottolineato con entusiasmo l’importanza del progetto:

“Un ringraziamento al Comune di Genzano per l’ospitalità, a Confesercenti per aver ideato questa rete, e a tutte le istituzioni coinvolte. Questo progetto rappresenta un passo fondamentale per la valorizzazione delle nostre eccellenze locali e la creazione di nuove opportunità economiche. La collaborazione è la chiave per trasformare il nostro territorio in un punto di riferimento per il turismo enogastronomico.”

Il vicepresidente Iacoangeli ha poi illustrato la composizione della rete: 21 aziende che spaziano dai produttori di vino e olio ai forni artigianali, passando per agriturismi e realtà innovative, come un’azienda agro-ecologica che coltiva erbe officinali e prodotti botanici edibili.

“La Rete V.I.P. vuole essere un simbolo di cooperazione e sviluppo. Troppo a lungo i nostri produttori si sono concentrati solo sui propri interessi, senza cogliere le opportunità che l’unione può offrire. Con questo progetto vogliamo dimostrare che fare rete significa crescere insieme, migliorare la competitività e valorizzare le nostre tradizioni.”

Le prime attività, un inizio promettente

Nonostante il debutto ufficiale sia avvenuto pochi giorni fa, la rete ha già intrapreso diverse iniziative per promuovere il territorio e le sue eccellenze. È stato lanciato un sito web (www.retevip.it) e sono attivi profili social su Facebook e Instagram, con l’obiettivo di rafforzare la visibilità online.

Nel corso dell’autunno 2024, la rete ha organizzato e partecipato a eventi di grande rilievo, tra cui le Degustazioni VIP in Terrazza a Genzano, durante la Festa del Pane, e la manifestazione Beviamoci Sud a Roma, dedicata ai vini del Centro-Sud Italia. Durante questi eventi, i partecipanti hanno avuto l’opportunità di degustare i prodotti delle aziende della rete e di scoprire le peculiarità del territorio.

La presentazione si è conclusa con la consegna delle targhe ufficiali alle aziende partecipanti e un banco d’assaggio che ha permesso agli ospiti di degustare i vini locali e le specialità gastronomiche del forno Fermenti 2020 di Genzano.

Obiettivi futuri, tra turismo, formazione ed eventi

Il 2025 si preannuncia come un anno ricco di appuntamenti per la Rete V.I.P. Tra gli eventi in programma spicca la presentazione ufficiale a Roma, prevista per il 2 e 3 febbraio presso lo spazio WeGil, che includerà masterclass, banchi d’assaggio e un workshop dedicato al progetto. La rete parteciperà inoltre alla Rome Wine Expo a marzo e si prepara a realizzare una guida esperienziale per il turismo enogastronomico nei Castelli Romani.

La guida, ideata in collaborazione con la casa editrice La Pecora Nera, proporrà percorsi tematici che uniscono degustazioni e attività culturali. Tra le esperienze suggerite: una giornata a Genzano tra panificazione e visite alle cantine locali o un workshop sulla cottura alla brace a Lanuvio, abbinato ai migliori vini del territorio. L’ambizione della rete non si limita al turismo. Sono infatti in programma corsi di formazione per ristoratori e iniziative di mobilità sostenibile, oltre alla partecipazione a fiere nazionali come Vinitaly. Il progetto non è solo un’iniziativa economica, ma anche un modello culturale e sociale. Lo ha sottolineato Iacoangeli, parlando del valore simbolico di questa rete:

“Unire le forze significa non solo valorizzare i nostri prodotti, ma trasformare i Castelli Romani in una destinazione d’eccellenza per chi ama il vino, il pane e la bellezza del nostro paesaggio. Lavoriamo insieme per costruire un futuro sostenibile e ricco di opportunità.”

Anche le istituzioni hanno espresso il loro sostegno. Il sindaco di Genzano, Carlo Zoccolotti, si è detto orgoglioso di aver creduto fin dall’inizio in questa iniziativa, mentre l’assessore di Velletri Cristian Simonetti ha evidenziato le opportunità legate al Giubileo 2025 e al riconoscimento dei Castelli Romani come Città Italiana del Vino 2025.

Vernaccia di San Gimignano: la storia de Il Colombaio di Santa Chiara

Conosco da anni i Fratelli Logi de Il Colombaio di Santa Chiara a San Gimignano e i loro vini sia i bianchi che i rossi. Terminate le festività natalizie sono quindi tornato nella loro meravigliosa realtà, immersa tra la pace e la tranquillità della campagna toscana.

Alessio Logi mi ha illustrato l’azienda e, con orgoglio, un’importante parte della stessa partendo dai vigneti per terminare verso la Locanda. Una degustazione di tre Vernaccia di San Gimignano ha preceduto poi il gustoso pranzo con prodotti tipici e da loro preparati.

L’azienda vitivinicola Il Colombaio di Santa Chiara sorge a pochi chilometri di distanza dalle mura di uno dei borghi più beii d’Italia, nei dolci rilievi collinari dell’alta Val d’Elsa in provincia di Siena. Di proprietà della famiglia Logi, la gestione della cantina è affidata ai fratelli Stefano, Alessio e Giampiero. La supervisione dei vigneti è del padre Mario, fondatore dell’azienda negli anni ’50 del secolo scorso.

L’azienda vanta oggi quasi 25 ettari vitati, posti ad un’ altimetria che varia dai 350 ai 390 metri s.l.m. Tra i filari si trovano in prevalenza varietà autoctone, in primis Vernaccia, Sangiovese,  Trebbiano Toscano e Malvasia del Chianti e gli internazionali Cabernet Franc e Merlot. Le vigne sono interamente a conduzione biologica certificata, le vendemmie sono rigorosamente manuali. I terreni variano, alcuni ricchi di scheletro tufaceo, altri ricchi di marne argillose ed alcuni vigneti superano i 50 anni d’età.

L’azienda ha quasi raggiunto tre quarti di secolo, tuttavia, dagli anni ‘2000 è nato un nuovo progetto con il preciso obiettivo di produrre vini di qualità, con meticolosa cura sia in vigna che in cantina. Un impegno costante della famiglia Logi i cui vini possono a buon diritto essere considerati un’eccellenza italiana.

A breve partiranno i lavori per la realizzazione di una cantina prospiciente che sarà perfettamente integrata con il paesaggio. La vecchia canonica accanto alla pieve ha abbandonato la sua destinazione d’uso per assumere quella della Locanda dei Logi con sei camere finemente restaurate e dotate di ogni comfort oltre ad un ristorante che propone cucina toscana con vista mozzafiato.

Ecco i vini degustati

Vernaccia di San Gimignano Selvabianca 2023 – veste giallo paglierino chiaro, con leggeri riflessi verdolini ed emana delicati sentori  di  mughetto, lime, timo, uniti ad aromi di frutta a polpa bianca e camomilla. La freschezza stimola il fine sorso, con buona punta saporita nel finale.

Vernaccia di San Gimignano Campo della Pieve 2022 – calice giallo paglierino luminoso dai riflessi dorati, al naso è complesso e sprigiona eleganti sentori agrumati di lime, pompelmo, pera,  biancospino e rosa bianca. In bocca trasmette una piacevole freschezza e sapidità, è persistente ed equilibrato.

Vernaccia di San Gimignano Riserva L’ Albereta 2022 – giallo paglierino brillante, all’olfatto è intenso e fine, sviluppa note di pesca, albicocca, ananas  e zafferano. Palato vibrante, avvolgente e dotato di un’ interminabile persistenza aromatica.

“Metti l’apprezzamento nei dettagli e vedrai la bellezza nell’intero quadro.” – Vincent Van Gogh

Sito di riferimento: https://colombaiosantachiara.it/

Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: O Me o il Mare Restaurant

Gragnano (NA), regno della pasta che ne ha condizionato persino lo sviluppo urbanistico con vicoli e viuzze concepite per consentire il passaggio degli zefiri fondamentali per la tecnica dell’essiccatura. Gragnano che ha visto di recente il ritorno di due stelle della ristorazione: chef Luigi Tramontano e la moglie Nicoletta Gargiulo.

Luigi, già stella Michelin in passato in altre strutture della Costiera; Nicoletta espertissima nella gestione della sala e nella selezione vini, miglior sommelier d’Italia per l’Associazione Italiana Sommelier nel lontano 2007. Insieme hanno deciso di sbarcare con un locale in proprio – O Me o il Mare Restaurant – e sbancare i canoni della gastronomia con assoluta competenza, eleganza, rispetto delle materie prime e del cliente al tavolo.

Tre i menù degustazione a disposizione, con eventuali opzioni singole tra le varie componenti: “Essenza” da 105 euro e 6 portate, “Linfa” da 125 euro e 7 portate e “A mano libera” da 9 portate per 150 euro totali, abbinamento vini escluso. Possibile ridurre il numero di proposte su richiesta e previa prenotazione. Abbiamo optato per la giusta via di mezzo con “Linfa”, ricco di tradizione rivisitata in chiave mediterranea.

Convincente l’inizio con i delicati entrée tra i quali: bao al vapore con buttata, maionese di alici e alici o croccante di kuzu a mo’ di impepata di cozze e, infine, bonbon al provolone di Monaco in carrozza.

Il toast di spigola pescata all’amo mantiene croccantezza ed equilibrio, con il corretto mix tra emulsioni e sensazioni tenaci della sfoglia esterna.

Grande classico l’espresso di crostacei con bisque royale al cioccolato, salsa thai, cipollotto e riso fritto, dal retrogusto deciso e piccante, tipico timbro della cucina a chilometro zero di chef Tramontano.

E altrettanto tipica è la mischia francesca (ammesc’ francesca detto in napoletano), ovvero la pasta mischiata in brodo di polpo, colorata e briosa che richiama ai sapori di una volta, com’era la pasta c’a barzanella con pomodoro in più consistenze, seconda pietanza dedicata all’oro giallo di Gragnano, dal finale quasi di umami dovuto alla riduzione del ragù.

La scelta di carne è a base di maialino, razza nobile per la Campania, da cui sono state ricavate tre parti in cotture differenti, unite al fondo di cottura, una rarità ormai nei condimenti anche per la lunga e complessa preparazione, che da O Me o il Mare Restaurant trova sempre spazio.

Finale sul dessert dedicato ad un frutto tipico coltivato in base alla stagionalità. In estate veniva proposta la pesca, adesso è il turno del limone farcito con tortino in accompagnamento.

Non potevamo terminare la visita dimenticando la curiosa origine del nome scelto per il locale, entrato da subito in Guida Ristoranti Gambero Rosso con due forchette e, pochi giorni dopo, premiato con l’ambita una Stella dalla Guida Michelin. Antonio Tramontano, padre di Luigi e cuoco di lungo corso su navi da crociera, quando conobbe il vero amore fu posto di fronte ad una lettera ultimatum della sua diletta, in cui era scritto “devi scegliere o me o il mare”.

La scelta, vedendo i talentuosi figli Luigi, Vincenzo e Angelo Mattia, è stata la cosa migliore che potesse fare.

Alcamo Wine Fest, che sia un Catarratto per tutti

La Sicilia occidentale dimostra palesemente, qualora ce ne fosse bisogno, che le scelte comunicative di un territorio o distretto produttivo fanno la differenza tra l’essere e il non essere. Non scomodiamo Shakespeare per carità, ma l’apparenza, in questo mondo, spesso vuol dire anche sostanza. Se non siete mai stati ad Alcamo, poco potrete comprendere della bellezza di una terra ancora selvaggia e ricca al tempo stesso di storia e magnificenza.

Nel domino della comunicazione d’élite, Alcamo era semplicemente sparita. Qualche istante di gloria tra la seconda parte degli anni ’70 del secolo scorso e poi il buio, l’emigrazione e conseguente parziale abbandono delle vigne, poco redditizie per la scelta di affidarsi all’ombrello di grandi cooperative. Il Bianco di Alcamo si è così spento fino al nuovo millennio – capiremo poi cosa è cambiato – e con esso lo splendore della sua varietà più rappresentativa: il Catarratto.

Si comprende che il nome non abbia un particolare fascino nella pronuncia. Eppure la qualità media dei vini prodotti lo rende uno dei vitigni meglio performanti di quest’angolo di Isola: lo troviamo in diverse denominazioni e vesti, da solo o in compagnia, seguendo le tante filosofie stilistiche tramandate dagli anziani e rivalutate dalle nuove leve.

Ed a proposito di giovani, il movimento dei Catarratto Boys nato dalle ceneri del passato in chiaroscuro dei progenitori ha ridato vita ed impulso alla voglia di far bene con quel che si ha, senza speculazioni al ribasso, senza ricerca ostentata di mercati impossibili. Maria Possente, presidente Enoteca Regionale Sicilia Occidentale e illustre rappresentante della neonata associazione di produttori, può essere fiera di quanto sta accadendo in zona.

Un Catarratto per tutti dunque, anzi tre Catarratto! Sembra che i biotipi presenti attualmente siano differenziati in tre forme: il Catarratto Bianco Lucido maggiormente coltivato; il Catarratto Comune, che da vini più gioviali e meno strutturati e l’Extra Lucido, utilizzato principalmente nei rifermentati naturali in bottiglia per la sua acidità. Questa sottile distinzione, poi, è quasi assente nei campi, dove le tipologie si mescolano tra i filari senza soluzione di continuità.

Gambero Rosso ha voluto scommettere sul territorio e sui circa venti produttori presenti, molti amici sin dall’infanzia ed ex compagni di studio ai tempi del percorso in Scienze Agrarie: preparazione dunque, addestramento al mercato globale e voglia di imitare altri luoghi vocati e conosciuti, forse con quell’esuberanza e irrequietezza tipica della gioventù che confonde in alcune scelte inevitabili e dolorose.

Una di queste è quella di non legarsi eccessivamente ai macerati naturali, andando a moderare un fenomeno certo alternativo alle attuali proposte enologiche siciliane, ma che rischia in contropartita di restare solo di nicchia. Più interessanti sembrano, invece, le scelte delle versioni “base o tecnologiche” (se così vogliamo identificarle) e le bollicine Metodo Classico, dotate di nerbo ed eleganza tali da preconizzare un futuro glorioso al pari di altri distretti della spumantistica in Italia.

Non ci stupiamo, pertanto, che Alcamo Wine Fest rappresenti solo il punto di partenza per una seconda edizione, con consapevolezza e maturità ben diverse dei suoi attori. Il guru dei vini Aldo Viola ha avuto un merito importantissimo nel processo continuo di autoapprendimento dei viticoltori locali: ha tracciato una via, consapevole delle potenzialità del Catarratto e della necessità di lavorare con fondamenti scientifici, poco empirismo e tanta esperienza. La stessa che ha nel sangue il padre Angelo, classe 1934, con il quale si riesce a discutere di agronomia e portinnesti come in una lezione di un cattedratico universitario alla presa con gli studenti di corso. Certe qualità intrinseche si hanno dalla nascita, non si possono ricreare su commissione.

E veniamo ad un breve excursus sugli assaggi effettuati nella due giorni riservata alla stampa. Della masterclass condotta da Giuseppe Carrus, curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, ve ne parlerà in maniera approfondita il collega di redazione Andrea Russetti in un prossimo articolo. Un ringraziamento all’Amministrazione Comunale di Alcamo rappresentata dal sindaco Domenico Surdie dai consiglieri presenti all’evento, opposizione inclusa. Non è semplice fare gioco di squadra, mettendo da parte i particolarismi politici: quando ciò accade, il risultato non può che essere meravigliosamente positivo.

I vini

Balharā 2023 Catarratto Doc SiciliaPizzitola – da C.da Zuccari a Monreale (PA), nell’Alto Belice. Azienda in biologico e a conduzione familiare, oggi guidata dal giovane enologo Giuseppe. Terreni calcareo-argillosi con inserti di sabbia a 300 metri d’altitudine. Ha stoffa da vendere, buccioso e voluminoso in bocca, con nuance d’erbe officinali e frutta a polpa gialla.

91011 Alcamo Doc 2023 – Tenute Valso – Stefano Vallone ha trasmesso ai figli Gabriele, Vito e Fabio l’esser pragmatici. Alle spalle del ventoso e fresco Monte Bonifato, creano un vino dalle contrade San Nicola e Valso, semplicemente spettacolare e modernista, sui toni di fiori bianchi e agrumi. Un biglietto da visita perfetto per chi non sa cosa ci sia dietro a un calice di Catarratto.

Catarratto 2023 Doc Sicilia – Del Grillo – tanti gli ettari per Fiorenza e Giuseppe grillo, ben 92 in provincia di Trapani. Da Contrada Chirchiaro a 450 metri d’altitudine nasce il loro bianco elegante e succoso, su scie tropicali e lunga chiusura sapida. Fermentazione e maturazione semplice e poco invasiva per esaltare al massimo il varietale.

Maniscà Biologico Catarratto 2023 – Maniscà – Nicola Maniscalchi e la figlia Claudia credono nel minimo intervento possibile sia in vigna che in cantina, con l’utilizzo di lieviti indigeni e fermentazione malolattica naturale. Carattere aromatico, quasi da Moscato, con profondità balsamiche e ancora acerbe che richiedono ulteriore sosta in vetro per acquietarsi.

Mezzatesta 2023 – Domenico Lombardo – Dalle Contrade Vivignato, Mezzatesta e Scarlata tra il torrente Fiumefreddo e la riserva del Monte angimbè. Domenico è uno sperimentatore, a volte anche ardito; il suo Catarratto non è filtrato, dalla tempra tipica di un orange, interessante e agrumato, anche se un filo evoluto nella chiosa di bocca.

Lunatico 2023 – Biologica Stellino – Azienda recente quella di Tommaso stellino, seppur fondata già nei primi anni del ‘900. Dal fenotipo Catarratto Lucido coltivato in Contrada Fratacchia da piante di 20 anni, se ne ricava un vino ricco di polpa, tra pera Williams e mela golden, che manca del necessario scatto in acidità finale per essere perfetto.

Catarratto IGP Terre Siciliane 2023 – Sergio Drago – Circa 7 gli ettari a dominio, tra Alcamo e Monreale. Vini sinceri che però abbisognano di ulteriore perfezionamento nel gusto. Il campione degustato resta timido, compresso in alcune sfumature erbacee che attendono maturazione.

C23 2023 – Criante – Davide Adragna e la famiglia Criante presentano la loro idea di Catarratto Comune, bella ed elegante con quelle sensazioni che sanno tanto di Sicilia, tra zagare profumate, arancia gialla e bergamotto, con persistenze salmastre. Siamo in Contrada Piano Marrano, totalmente in biologico. Solo acciaio e circa 6 mesi sulle fecce fini.

Catarratto Alcamo Doc 2023 – Bosco Falconeria – Sulle colline sovrastanti il Golfo di Castellammare, Natalia Simeti produce il suo vino a Contrada Bosco Falconeria in zona Partinico. Terra rossa ferrosa e rispetto per la natura, per un prodotto dai tocchi vegetali e surmaturi, decisamente caldo e panciuto rispetto agli altri in degustazione.

Le mie origini 2022 IGP Terre Siciliane – Alessandro Viola – Alessandro, fratello di Aldo Viola, detiene 16 ettari sul versante est del Monte Bonifato ed è stato il primo a puntare al Metodo Classico da Catarratto già nel 2011. Il vino è una lama tagliente, quasi salato e persino con un ricordo ben preciso di catechine. Avrà lunga vita davanti.

All’ombra dei pini 2022 – Longarico – Dagli studi universitari a Bologna, all’apertura di un wine bar che prese il nome da una Contrada dove il nonno materno coltivava uva, fino al ritorno alle origini grazie ai suggerimenti di un caro amico come Alessandro Viola. Luigi Stalteri presenta il suo Catarratto in stile macerato, dalle sfumature di frutta secca e balsamicità spinte. Non semplice e non per tutti, ma può essere un aspetto positivo.

Angelo 2022 – Aldo Viola – Il mentore della nouvelle vague di Alcamo. Classe 1969, infinite esperienze all’estero dove viene chiamato anche in qualità di consulente. Tante etichette rappresentativa, tra il Brutto frizzante Ancestrale, fino al vibrante Catarratto del Krimiso, per chiudere verso il pazzesco Syrah Plus. L’Angelo 2022, omaggio al papà, nasce da Contrada Timpi Rossi su terre sabbiose. Nuance da affumicature ardenti, agile e succoso con agrumi e camomilla a comporre un quadro altamente stimolante.

Katamacerato 2021 – Elios – Nicola Adamo ed il socio enologo Guido Grillo hanno dato via, nel 2015, al sogno di riadattare le terre agricole delle proprie famiglie. Passione forte per i vini naturali, anche se, bisogno dirlo, il loro miglior prodotto è lo spumante Blanc de Blancs gustoso e accattivante. il Katamacerato resta troppo schiacciato su vene tropicali intense che sovrastano le parti più delicate del vino.

Catarratto Criomacerato 2019 – Tenuta Le Terre Chiare – Da quattro generazioni l’azienda, ora gestita dai germani Vincenzo e Giorgio Alesi, guarda dritta verso il Mar Mediterraneo in uno dei panorami mozzafiato tra i più poetici dell’areale. Al loro fianco il padre Giuseppe, agronomo, che li segue passo dopo passo nell’ardua impresa. Il loro vino è ben fatto, in equilibrio tra frutta a polpa bianca ed essiccata, ben declinata in tante sfaccettature. Chiude rapido, forse troppo.

Cinque Inverni 2017 – Possente – Un luogo, la sua identità, chi lo vive e ne custodisce l’essenza. Questo è il motto di Antonio, Maria e Stefania Possente, tra fratelli uniti dall’amore per il territorio e i loro vini. E naturalmente per il Catarratto che rivisitano in più espressioni versatili. Il Cinque Inverni, una sorta di Riserva non ufficializzata, è elegante nelle sue sensazioni idrocarburiche da Riesling, unito ad erbe officinali e spezie dolci. Fa viaggiare con la mente senza mai fermarsi.

Pellegrino: dal 1880 la Sicilia occidentale in bicchiere

Pellegrino: dal 1880 la Sicilia occidentale in bicchiere, l’evento che sottolinea la lunga tradizione dell’azienda Pellegrino, ma anche il legame profondo tra cantina e il territorio, che da oltre un secolo è al centro di una viticoltura di grande valore. Organizzata dalla Delegazione AIS Cilento e Vallo di Diano, presso l’incantevole MecPaestum Hotel, la masterclass ha offerto ai partecipanti l’opportunità di scoprire la ricchezza vitivinicola della regione attraverso una degustazione di alcune delle etichette più rappresentative dell’isola.

La serata ha visto la conduzione di Maria Sarnataro , delegata AIS Cilento e Vallo di Diano e di Demetrio Rizzo, responsabile commerciale e marketing di Cantine Pellegrino 1880 che hanno guidato il pubblico alla scoperta dei vini della storica azienda siciliana, in un percorso sensoriale che ha abbinato eccellenze vitivinicole e gastronomiche.

Fondata nel 1880 a Marsala da Paolo Pellegrino, notaio e viticoltore, l’azienda a conduzione familiare è una delle realtà storiche che rappresentano la tradizione e l’innovazione dei vini siciliani, uno dei simboli della viticoltura siciliana, specializzata nella produzione di Marsala e vini passito liquorosi di Pantelleria, nonché per il recupero di vitigni autoctoni.

Giunti alla sesta generazione, la famiglia Pellegrino continua a gestire l’azienda, mantenendo un forte impegno verso la sostenibilità e l’eccellenza vinicola: tre sono le cantine a Marsala, a Cardilla nel trapanese e a Pantelleria; un numero importante di etichette arriva da un’area vitata che comprende cinque tenute e 150 ettari vitati in zone differenti della Sicilia occidentale, tutti in regime di coltivazione biologica e focalizzati sulla produzione da vitigni autoctoni.

La masterclass ha portato la qualità dei vini che portano il nome di questa cantina nel mondo. Durante la masterclass, i partecipanti hanno avuto il privilegio di degustare una selezione di prodotti pregiati, simbolo dell’eccellenza vitivinicola della cantina Pellegrino. Ecco i protagonisti della giornata:

  • Isesi Bianco di Pantelleria 2022.

Bianco fresco e minerale, proveniente dai vigneti eroici di Pantelleria, isola famosa per la sua particolare viticoltura a piede franco. L’Isesi è un vino che racchiude in sé le caratteristiche del terroir vulcanico e argilloso, con una spiccata aromaticità avvolgente con note di fiori bianchi, frutta fresca ed erbe aromatiche. La sua vibrante acidità lo rende perfetto come aperitivo o in abbinamento a piatti di pesce fresco.

  • Senaria Grillo Superiore 2022

Il Grillo è uno dei vitigni autoctoni siciliani più amati, e in questa versione superiore rivela potenza e finezza. Con un bouquet delicato che richiama camomilla, frutta a pasta bianca in evoluzione e un accenno di erbe aromatiche, questo vino si distingue per struttura e media persistenza, ideale in abbinamento con piatti di pesce e crostacei.

  • Capoarso Perricone IGT 2022

Il Perricone, altro autoctono siciliano, rappresenta una vera e propria riscoperta della tradizione isolana. Rubino intenso, proveniente dalla Sicilia occidentale, presenta al naso note di viola accompagnate da una lieve speziatura e dolci sentori balsamici. Al palato, si distingue per un gusto rustico e sapido, dalla buona trama tannica. Un vino per piatti di carne, in particolare arrosti e stufati.

  • Tanaurpi Malbec IGT 2022

Interpretazione più internazionale ma che ben si adatta al clima siciliano, il Malbec di Pellegrino è un vino ricco e potente, con note di ciliegia e prugna matura, accompagnate da una leggera sfumatura di spezie. Il corpo lo rende perfetto in abbinamento a piatti ricchi come brasato o carni grigliate.

  • Nes Passito Naturale Pantelleria 2022

Il passito naturale che incarna l’essenza di Pantelleria. Nato nel 2018, e racchiude l’essenza dell’isola, il Nes Passito prodotto con uve Zibibbo, si caratterizza per un’incredibile dolcezza, arricchita da un’incredibile complessità aromatica, con note di albicocca secca, miele e frutta candita. Prodotto da dessert, perfetto per accompagnare dolci a base di frutta o formaggi erborinati. Acidità e sapidità ci fanno pensare ad una lunga evoluzione felice

  • Old John, Marsala Superiore Riserva Ambra Semisecco 1998

Deve il suo nome al ricco mercante di Liverpool John Woodhouse, che nel 1773 diede il via al mondo del Marsala. È realizzato con uve Grillo, Inzolia e Catarratto, provenienti dall’entroterra di Marsala e Mazara del Vallo. Espressione matura e raffinata di uno dei vini fortificati più celebri al mondo. Con il suo colore ambrato e un bouquet di frutta secca, miele e spezie, il Marsala Ambra si rivela un vino complesso e di grande eleganza, ideale in abbinamento a formaggi stagionati o come vino da meditazione.

  • Genesi, Marsala Superiore Riserva Rubino 

Un regalo inatteso per i degustatori: un regalo di eccellenza. In occasione del 140° anniversario dalla fondazione della Cantina, Pellegrino ha realizzato questa etichetta che celebra dunque la storia della Cantina, la famiglia ed il Marsala. Da Nero d’Avola in purezza, caratterizzato da un intenso colore rubino con riflessi violacei, al naso offre profumi fruttati di ribes e mirtilli, accompagnati da note balsamiche e pepate. Al palato si presenta dolce con una piacevole tannicità e freschezza, esprimendo sentori di melograno e gelso bianco. Da meditazione.

Ad accompagnare la degustazione una selezione di formaggi, scelti accuratamente per complessità e varietà di profumi e sapori in modo tale da consentire ai partecipanti di sperimentare gli abbinamenti. I formaggi degustati includevano:

  • Provolone del Monaco DOP stagionato 6/7 mesi
    Formaggio dal sapore deciso e avvolgente, che si sposa perfettamente con il Senaria Grillo Superiore, in un abbinamento che ne esalta la cremosità e la salinità.
  • Canestrato di Moliterno IGP stagionato 5/6 mesi
    Formaggio a pasta dura, saporito, che grazie alla sua struttura si accompagna magnificamente con il Capoarso Perricone, creando un gioco di contrasti tra la freschezza del vino e il carattere intenso del formaggio.
  • Comté DOP
    Un formaggio francese d’alpeggio con texture compatta e sapore complesso. Ha trovato il suo perfetto partner nel Senaria Grillo Superiore, che ne ha esaltato le note di frutta e le sfumature erbacee. Interessante l’abbinamento contrastante con il Tanaurpi.

  • Gorgonzola DOP
    Il Gorgonzola, con la sua morbidezza e sapidità, è stato un abbinamento ideale per il Nes Passito Naturale, con la sua dolcezza che bilanciava e contrastava perfettamente il carattere pungente del formaggio.
  • Blu di Bufala: caliamo i sipari con un formaggio erborinato con latte di bufala ha una pasta morbida e un sapore deciso, forte, piccante, a lungo persistente, ideale per essere abbinato all’ Old John, Marsala Superiore Riserva Ambra Semisecco creando una combinazione ricca e complessa.

Roma incontra i vini dell’Irpinia

“Tra le colline dell’Irpinia, dove la natura incontra la storia, si cela un tesoro enologico che merita di essere scoperto: i suoi vini straordinari raccontano una terra ricca di tradizioni.” Roma ha ospitato l’evento organizzato dal Gambero Rosso per la promozione delle denominazioni dei vini irpini, in collaborazione con il Consorzio Tutela Vini d’Irpinia.

Ormai è consolidata la presenza nelle eleganti e sontuose stanze del palazzo nobiliare del Gambero Rosso che ospita eventi per parlare di cibo e vino. Il Direttore Lorenzo Ruggeri ha tenuto a sottolineare l’importanza dell’Irpinia nel panorama enologico italiano, sottolineando le caratteristiche di un territorio ancora non degnamente conosciuto.

Una terra dove il tempo sembra scorrere più lentamente, che racconta storie di tradizioni antiche e sapienza artigianale, incarnata nei suoi vini. È proprio qui che il Consorzio di Tutela dei Vini d’Irpinia, guidato con passione dalla Presidente Teresa Bruno, lavora instancabilmente per valorizzare e promuovere un patrimonio unico.

Insieme alla collega di 20Italie Ombretta Ferretto abbiamo partecipato alla masterclass sui vini irpini e ad i banchi d’assaggio. Partiamo per questo mondo ancora inesplorato, alla ricerca dell’essenza del buon vino.

L’Eccellenza dei Vini Irpini

La forza dell’Irpinia risiede nella sua varietà e qualità dei prodotti, frutto di un territorio dalle caratteristiche irripetibili: suoli vulcanici, altitudini che superano i 700 metri e un clima che mescola influenze mediterranee e continentali.

Tra i bianchi, spiccano due perle DOCG:

            •          Fiano di Avellino, elegante e complesso, con profumi di agrumi, miele e fiori bianchi.

            •          Greco di Tufo, minerale e raffinato, riconoscibile per le sue sfumature sulfuree e i sentori di frutta a polpa bianca.

Accanto a loro, il più semplice ma accattivante Coda di Volpe a completare l’offerta con nuance fresche e floreali, ideali per accompagnare piatti leggeri e di mare.

Tra i rossi, il protagonista assoluto è il Taurasi DOCG, vino robusto e longevo che esprime il meglio del vitigno Aglianico, dai sentori di frutti di bosco, tabacco e spezie. A completare il panorama ci sono l’Aglianico DOC, più immediato ma ugualmente intenso, e l’Irpinia Rosato DOC, perfetto per chi cerca un calice fresco e fruttato.

Il Ruolo del Consorzio dei Vini d’Irpinia

Teresa Bruno, presidente del Consorzio di Tutela dei Vini d’Irpinia afferma: <<La nostra missione è quella di raccontare al mondo un territorio straordinario attraverso i suoi vini. Ogni bottiglia di vino irpino racchiude non solo i profumi e i sapori di questa terra, ma anche il lavoro, la passione e la cultura di generazioni di viticoltori.>>

Un Patrimonio da Scoprire

Dai borghi storici alle cantine a conduzione familiare, passando per i sapori inconfondibili della gastronomia locale – come il caciocavallo podolico, i salumi e i piatti a base di castagne e tartufo – ogni angolo di questa terra racconta un’emozione unica.

Un Calice d’Irpinia: Un Viaggio nei Sapori del Sud

Mentre brindiamo, ricordiamo che dietro ogni sorso ci sono storie di passione, di legame con la terra e di orgoglio per una tradizione da proteggere e valorizzare. Non resta che alzare i calici e lasciarsi conquistare dai sapori e dai profumi di questa terra straordinaria.

Ancora buon anno a tutti… e viva l’Irpinia!

O con Report o contro Report: il mondo del vino si interroga, senza darsi risposte

N.d.r. Condividiamo l’editoriale del giornalista Gaetano Cataldo con alcune riflessioni in merito alle recenti inchieste della trasmissione Report della RAI sul mondo del vino. Lo facciamo nel consueto spirito di autoanalisi che dovrebbe contraddistinguere tutti gli operatori del settore di un sistema articolato come quello vitivinicolo. I “Moloch” non devono esistere in nessuna delle barricate: sia che si guardi all’opera incessante dei tanti produttori italiani, che danno lavoro a migliaia di famiglie, sia che si tratti dell’attività giornalistica e del diritto di cronaca di qualsiasi testata abilitata, che risponde civilmente e penalmente in caso di inesattezze e diffamazioni. Entrambi gli attori, però, sono protagonisti indispensabili di un mondo libero: dove non c’è controllo e non c’è comunicazione non esiste mercato. Buona lettura.

Negli ultimi tempi la trasmissione Report è stata attaccata per le sue inchieste sul mondo del vino. Non è un buon segno per l’intero settore; rappresenta, piuttosto, la mossa scacchistica d’arrocco di un sistema basato sullo screditamento del giornalismo, invece del sereno contraddittorio in ogni punto trattato.

Le perplessità, va ammesso, delle due puntate precedenti a quella del 22 dicembre scorso erano a tutti palesi: la maniera di generalizzare e sparare nel mucchio, un discorso con qualche lacuna ad evidenza che il conduttore non fosse avvezzo alla pratica enologica e vitivinicola, oltre ad errori nel pronunciare i nomi delle etichette. Nell’ultima inchiesta, però, a parte la discutibile inflazione del termine Supertuscan, il direttore Sigfrido Ranucci è andato dritto al nervo della questione sulle identità geografiche presunte di alcune tipologie di vino.

Il focus trattava di una specifica area produttiva toscana, menzionando solo determinate cantine, senza per questo mettere in discussione o sconvolgere l’intero distretto. Aziende che hanno trovato opportuno inserire vini di altre regioni attraverso un giro di intermediazioni, descritto in maniera piuttosto cristallina, ammesso dagli stessi interessati e le cui dinamiche sono al vaglio degli inquirenti.

La trasmissione si è fatta ovviamente carico di ciò che ha affermato, non dovendo sentirsi responsabile di quello che gli ascoltatori possano intendere alla conclusione dell’atto di cronaca. Non si può disinnescare la filiera del giornalismo di inchiesta e non è affatto messo in discussione il valore del vino italiano, né il buon nome di un asset strategico per il Made in Italy. Tale racconto sarebbe un atteggiamento interpretativo volutamente manipolatorio, che avvantaggia solo chi non applica la dovuta trasparenza verso i consumatori finali. Il vero sensazionalismo e allarmismo consiste nel non ammettere che vi siano problemi nascosti dietro meriti e lustrini, evitando di fare massa critica pur di non toccare nessun argomento scabroso.

Siamo troppo abituati ad immaginare giornalismo e comunicazione come qualcosa di simile: il giornalismo fa anche un certo tipo di comunicazione, ma non necessariamente la comunicazione fa giornalismo. Il giornalismo dovrebbe divulgare la verità dei fatti e la comunicazione dovrebbe narrare, attraverso uffici stampa aziendali, professionisti ed agenzie esterne, ciò che è più opportuno per creare leve motivazionali a vantaggio del marketing delle aziende. In poche parole, nuovi clienti e nuove vendite.

Non c’è nulla di male, è un lavoro come un altro, commissionato da chi deve vendere un bene commerciale e giustamente pagato. Il giornalismo e la stampa libera, invece, dovrebbero essere disgiunti da forme di compenso o di interessi. Usiamo volutamente il condizionale.

Chi attacca Report parte dall’assunto che la pratica del giornalismo investigativo sia ben compresa e assodata dai lettori. Ed è sicuro che la presenza incessante di esperti poi confutati in ogni singolo, sia la pratica più attendibile da compiere. Ai magistrati che hanno indagato su metanolo e brunellopoli, però, non era richiesta una laurea in viticoltura ed enologia: hanno semplicemente analizzato le eventuali frodi commesse contro la salute pubblica o i disciplinari di produzione.

La dietrologia non suffragata da valide argomentazioni è il vero punto lesivo per il vino italiano, che ha bisogno di avvocati azzeccagarbugli o narratori malamente prezzolati. Non si tratta di trarre in inganno persone ignare di essere oggetto di indagini giornalistiche, ma di provvedere deontologicamente e con riserbo ad evitare ulteriori emorragie della verità che si vuole riportare alla luce, meccanismi tra l’altro insegnati all’università attraverso corsi di formazione specifici.

Se qualcuno sa e tace per parlare ai microfoni in un secondo momento, è passato da un’atteggiamento omertoso, alla disonestà intellettuale o, quantomeno, all’ignoranza consapevole. Report fa un legittimo mestiere e chi comunica il vino, tradendolo, deve spettacolarizzarlo. Ci si può chiedere se possa essere propaganda contaminata dalla comunicazione finalizzata a interessi economici o una critica analitica sic et simpliciter: poi ci rendiamo conto, guardandoci attorno, che ultimamente tutti i vini sono diventati perfetti, le annate sempre eccellenti e i premi innumerevoli. Anche questo è un fattore di fragilità intrinseca, così come si afferma che se tutto è mafia niente è mafia, così si può dire che se tutto è ottimo e ben prezzato allora qualche dubbio sussiste, guardando anche agli stock di prodotti invenduti in territori “santi e glorificati”.

Infine, alle soglie del terzo millennio, vogliamo illuderci che faccia notizia il prodotto chimico che aumenta la quantità di certi valori legali e normalmente ammessi come antiossidanti, per ottenere una correzione sui parametri organolettici di un vino? L’etichetta è un patto di fiducia tra produttore e consumatore: se la promessa talora non viene essere mantenuta andrebbe ulteriormente rivisto l’intero procedimento, con una stretta di vite che possa fugare qualsiasi dubbio di opacità.

Ai posteri l’ardua sentenza… e mentre il “medico studia”, molte vittime del metanolo del 1986 stanno aspettando ancora i risarcimenti.

Il Mont Blank a Eboli: l’occasione per una pausa gastronomica di qualità

Quando Carlo Levi scrisse il suo capolavoro letterario, la strada e la ferrovia abbandonavano la costa salernitana, più o meno all’altezza di Eboli, per addentrarsi negli impervi territori campano-lucani. Eboli, per l’esule antifascista, non fu indice di termine della civiltà piuttosto metafora del colpevole abbandono, della disattenzione e del tradimento sociale del Mezzogiorno d’Italia che aveva causato, sin dall’unità d’Italia, il ritardo di sviluppo che ancora conosciamo.

Oggi il gap è tutt’altro che colmato, eppure lo scrittore torinese, Senatore della Repubblica nel dopoguerra, probabilmente sposterebbe a sud quella linea immaginaria. Magari al centro del Mediterraneo, perché ogni “Sud” ha un suo corrispettivo ancora più australe.

Siamo stati a Eboli, nell’areale della foce Sele, dove abbiamo percepito un confortante dinamismo di piccole imprese (non solo nell’agroalimentare e nella zootecnia), che sfidando la congiuntura sfavorevole ribaltano la visione e i luoghi comuni del passato.

E’ una delle tante microimprese che abbiamo scelto di raccontare, in pillole, per voi appassionati e attenti lettori. E’ la storia dei Marcantuono, famiglia ebolitana da almeno 3 generazioni, dedita all’agricoltura latifondiaria e alla zootecnia. Sarà Liberato Marcantuono, negli anni ‘80, a consolidare una nuova attività di servizio per le aziende agricole, con il sito di vendita e assistenza di tecnologie ed automazioni destinate al settore primario. Nel 1990 acquisisce la concessione esclusiva di vendita del marchio FIAT (oggi New Holland) e negli anni a seguire toccherà ai figli Antonio e Marcello Marcantuono gestire l’intero patrimonio che, solo per la parte di olivicoltura, conta oltre 7000 piedi d’ulivo.

Nel nuovo millennio la famiglia Marcantuono trasformerà una vecchia segheria/falegnameria, adiacente la concessionaria di macchine agricole in località Cornito di Eboli, in uno spazio multitasking di ristorazione, enogastronomia, sapori e convivialità. Il 16 agosto del 2020 apre così i battenti Mont Blank sulle “ceneri” della falegnameria Monte Bianco. Un sapiente e creativo lavoro progettuale realizzato su vari volumi tra loro distinti, ma distribuiti da un centrale concept garden che funge da cerniera tra il lounge cocktail bar, la dirimpettaia winery, la grande area bistrot, il ristorante e ancora la bakery-pastry.

Una formula, racconta Antonio Marcantuono, che coniuga il piacere di soddisfare gusti ed esigenze diversi di variegata clientela con la forte volontà di promuovere e valorizzare il vasto patrimonio agroalimentare della Valle del Sele, Cilento e Vallo di Diano e dell’intera Campania. La metafora che provoca al cronista l’osservazione di questi spazi armonicamente disposti è quella di una orchestra moderna sempre in procinto di esibizioni. A tessere le melodie c’è, sin dalle prime battute, chef Raffaele Della Rocca, coadiuvato per la parte dolce dalla talentuosa Grazia Cembalo.

L’impressione generale che si ricava, soprattutto agli assaggi, è quella di un armonico affiatamento tra tutte le componenti della struttura. Con la solenne promessa di dedicare un’ulteriore carrellata d’assaggi, in compagnia del Direttore di 20Italie Luca Matarazzo, ci congediamo dalla proprietà e dallo staff ulteriormente consapevoli che gli incontri più inattesi sono quelli  totalmente impermeabili all’oblio.

Saranno famosi nel Vino, conclusa con successo la terza edizione

Nei giorni 8 e 9 dicembre 2024 la Stazione Leopolda di Firenze ha aperto i battenti alla terza edizione dell’evento Saranno famosi nel Vino dedicato sia alle aziende vitivinicole sia ai produttori di Gin. Due giornate per scoprire sia interessanti realtà emergenti sia quelle che hanno realizzato nuove etichette negli ultimi 10 anni.

Un programma ricco di  importanti masterclass e cooking show condotti dal giornalista enogastronomico Leonardo Romanelli. Presenti circa 100 aziende, di cui 26 espositori di Gin, provenienti da varie regioni dello stivale con un elevato numero di etichette in degustazione. Vini di ogni tipologia: bollicine Metodo Classico e Martinotti, bianchi, orange, rosa, rossi e non potevano mancare le dolci perle da dessert. Un evento ben organizzato, con ampi spazi a disposizione, senza dover fare lunghe attese di fronte ai banchi d’assaggio degli espositori. In questa kermesse, i produttori interagivano con entusiasmo con il pubblico, illustrando bene le etichette e la storia aziendale. Fondamentale per gli avventori scoprire eccellenti realtà sotto un unico tetto; vi era, inoltre, la possibilità di acquistare i vini direttamente dagli espositori.

Alcuni piccoli suggerimenti…

Franciacorta Saten Docg Raineri – Chardonnay 100% – permanenza sui lieviti di 36 mesi – paglierino brillante,  perlage fine e persistente, parte su note di scorza d’agrumi, pesca, mela e crosta di pane e termina con un sorso cremoso, vibrante, saporito e lungo.

Terre di Torrechiara Malvasia Colli di Parma Doc Dall’Asta – riflessi dorati, sviluppa nuance d’albicocca,  pera e pesca su scie agrumate. Gusto avvolgente e duraturo, con freschezza dinamica.

Ansonica dell’Elba Doc 2023 Acquabona – giallo paglierino, emana sentori di fiori di campo, mela cotogna, melone e mandorla. Al palato risulta coerente, preciso e persistente.

Lucia Est Falanghina del Sannio Doc 2023 Cantine del Maresciallo – tonalità paglierino, dipana sentori di fiori bianchi, ananas, pera e mandarino. Ingresso di bocca verticale, leggiadro e coerente.

Barolo Docg Bricco Cogni 2019 Stroppiana  – color granato intenso, si percepiscono note di viola,  melagrana, lampone e china. Sorso avvolgente e setoso, dalla lunga chiusura sapida.

Piradobis Rosso Marca Trevigiana 2020 Igt Enotria Tellus – Merlot 85% e Raboso 15% – bel rubino intenso, all’olfatto rivela sentori di ciliegia, prugna, spezie dolci e sbuffi balsamici. Tannini ben integrati e di lunga persistenza aromatica.

Tano Amarone della Valpolicella 2018 Ca’ dei Conti – Corvina,  Corvinone, Rondinella,  Rebo, Marzemino – dai riflessi granato, spiccano note di marasca, fragola, dattero, polvere di cacao e spezie. Gusto opulento e armonioso.

Cuto’ Perricone Terre Siciliane Igp 2023 Cantina Chitarra – rosso rubino vivace, libera sentori di frutti di bosco, fragola, arancia sanguinella e pepe nero. Attacco tannico vellutato, leggiadro e coerente.

Ghirada Baduorane Rosso Barbagia Igt 2022 Mertzeoro – Cannonau – rubino intenso, sprigiona sentori di mora, ciliegia, iris e menta. Sorso fresco, saporito, fine e gradevole.

Blauburgunder 2021 Vigneti Dolomiti Igt Widum Baumann – granato trasparente, giungono sentori di lampone, ciliegia, ribes, pepe nero e cannella. Palato setoso, delizioso ed armonioso.

Refrontolo Passito Colli di Conegliano Docg 2019 Bernardi – Marzemino – rubino profondo, dai sentori di more di rovo, amarena, prugna e mirtillo. Vibrante e persistente.

Rus du Sul Moscato Bianco Passito 2019 La MoscaBianca – giallo dorato intenso, si avvertono sentori di albicocca, fico, scorza d’arancia candita e spezie dolci. Soave, lungo e sorretto da una buona spalla acida.

Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: Marotta Ristorante

L’anno che verrà può cominciare nel migliore dei modi, magari con una cena gourmet romantica in uno dei tanti Stella Michelin premiati in Campania. Un movimento, quello della gastronomia regionale, in grande fermento, che da quest’anno ha due nuove entrate nella Guida più celebre al mondo. Vi mostreremo 7 ristoranti selezionati per voi, in base all’eleganza degli arredi, alla fantasia delle ricette e della loro presentazione; all’aderenza al territorio con materie prime a chilometro zero, accuratezza nel servizio e nella lista dei vini e, perché no, attenzione al rapporto qualità-prezzo in tempi di austerità e incertezze economiche.

Sostenibilità deve essere il principio guida di qualsiasi impresa, inclusa la difficile attività di ristorazione a tutti i livelli e per tutte le tasche. Non ci si improvvisa chef dimenticando il contatto con il cliente o l’allestimento di una sala accogliente. Non ci si improvvisa neppure direttori, maître e sommelier senza le necessarie competenze ed originalità delle scelte, in accordo inscindibile con la brigata di cucina.

La sala

Solo una macchina perfettamente oliata può garantire l’assidua frequenza e il continuo ricambio degli avventori, ormai consapevoli di cosa sia buono e cosa no. La “fuffa” alla lunga viene smascherata e le cicatrici restano a carico del personale, ultima ruota del carro, ed in chi pensa (sbagliando) che mangiare a casa sia molto meglio che buttare i soldi in un gourmet. Quando si paga un conto, infatti, si dovrebbe pagare per l’esperienza vissuta, quell’emozione curata in ogni aspetto che non ha prezzo, come quei ricordi dolci dell’infanzia su cui non si può fare a meno di indugiare con la mente.

Per arrivare a Castel Campagnano – frazione Squille (CE) – da Marotta Ristorante, ad esempio, la strada tortuosa passante tra boschi e piccoli borghi dell’Alto Casertano vale la pena d’essere percorsa. A pochi passi dal confine beneventano e dal Castello di Limatola, storico monumento attrattivo grazie agli incantevoli mercatini natalizi, Domenico Marotta dimostra visione e coraggio nel valorizzare prodotti a chilometro zero, supportato dall’esperienza di Anna Coppola nel dirigere alla perfezione la sala e nel suggerire il corretto abbinamento cibo-vino con una carta compatta e ricca di “chicche” italiane ed estere.

Gli entrée

Finalmente è arrivato per loro anche l’ambito riconoscimento della Stella Michelin, punto di inizio e non d’arrivo per proseguire nel racconto di un modo diverso di vedere le cose: profondità, concretezza e zero sparate arroganti da gradassi. Tre i menu degustazione ricercati e oculati: da 5, 7 e 9 portate Radici&Innesti. Oltre la normale selezione à la carte. Abbiamo optato per la formula easy da 5 pietanze compreso dessert.

Si comincia dal benvenuto composto da tanti finger appetitosi: cavolo rosso marinato, brodo di fungo cardoncello con cardoncello a fette, tempura di cicoria, verdurine con cimichurri e acciughe, sfoglia con crema al pescato, nuvola di cotenna fritta e lardo.

Il merluzzo

Si prosegue con merluzzo su base di crema di foglie vegetali e coste di biete, delicato e non scontato per la tipologia di pesce utilizzata. Il tuorlo d’uovo con nuvola d’albume da galline allevate in biologico dall’Azienda Agricola La Querciolaia, viene adagiato su di un brodo di rametto d’erbe del Matese. Di queste e altre primizie simili ne avevamo parlato già nell’articolo Matese: un giorno in Alta Campania alla ricerca del nostro “Vecchio West”. L’albume è montato a soufflé ed il rosso cotto confit, forse impegnativo al palato che meritava ulteriore spinta in freschezza.

L’uovo

Sublime il risotto bufalo, con aglio nero e seppia nebulizzata, speck di bufala e acciughe. L’incontro tra carne e pesce amalgamati dal formaggio resta un grande must della cucina locale. Concreta e saporita la pasta pepi con lupini di mare, pecorino e ben 6 tipologie di pepi: pepe di Sichuan, pimento (pepe della Giamaica), cubebe (o pepe di Giava), pepe selvatico del Madagascar e pepe verde in crema. Una versione marinara della cacio e pepe stuzzicante e prettamente aromatica.

Pasta pepi

Si continua con ricciola e ombrellifere all’aneto e cumino di estrema raffinatezza e, successivamente, con agnello Laticauda su cavoli in olio di argan, limone al sale e aglio bruciato. Extra il fondo di cottura piccante del quinto quarto dell’agnello. La natura e la stagione offrono il meglio di sé con 2 piatti di forte impatto e connessione con il territorio.

Agnello Laticauda

Finale con dessert alla spuma di castagne del prete in doppia sfoglia a mo’ di tacos. Servizio gestito alla perfezione sempre sotto l’occhio vigile della maître e sommelier Anna Coppola.

Tacos di castagne del prete

Alle prossime puntate, augurando a tutti voi buona fine e buon principio nella nostra meravigliosa Campania.