Chardonnay “Nama” di Nals Margreid: la verticale presentata al Merano Wine Festival 2024

Al Merano Wine Festival 2024 si è svolta la Masterclass condotta da Paolo Porfidio, enologo e capo sommelier di Terrazza Gallia ( Hotel Excelsior Gallia di Milano), che ha presentato una verticale dello Chardonnay “Nama” di Nals Margreid.

La storia di Nals Margreid ha origini nel 1764, quando prese vita la Tenuta Von Campi, proprio dove ora sorge la nuova cantina. Nel 1932 nacque la cantina Nals che si unì nel 1985 alla Magrè-Niclara. Nals Margreid è una realtà cooperativa che vanta ben 138 viticoltori su 160 ettari: le vigne sono ubicate nei territori di Nalles e di Magrè, ad altitudine che variano dai 200 ai 900 metri.

I suoli sono molto diversi con calcare, gneis, porfido, ghiaia, ardesia e poi terreni sabbiosi alluvionali. Il clima è alpino, caratterizzato da estati miti e autunni freschi alle altitudini più elevate, per diventare continentale o sub mediterraneo nelle zone più vicine al corso del fiume Adige. Condizioni assolutamente ideali perché prosperino più di 20 varietà d’uva differenti.

Il progetto NaMa rappresenta sicuramente la nascita e l’evoluzione di uno chardonnay davvero unico e speciale, dove la mano sapiente dell’enologo Harald Schraffl, premiato come miglior enologo da Le Guide de L’Espresso 2023, riesce a far esprimere il terroir e l’eleganza dello chardonnay.

Durante la Masterclass Gottfried Pollinger, Ceo della cantina, ha ricordato di aver voluto come padrino per la nascita di questo vino il patron di Merano Wine Festival, Helmuth Köcher e l’evento è iniziato con un brindisi augurale. Paolo Porfidio ha illustrato le annate in degustazione con precisione, in modo chiaro e ha favorito il dialogo e le osservazioni dei presenti.

Nama Cuvée 2016 (85 % Chardonnay coltivato a Magre’, 9% Pinot Bianco e 6%  Sauvignon Blanc coltivati a Nalles) – vendemmia manuale, affinamento in acciaio e un anno in bottiglia. Bellissimo color dorato, note di frutta esotica matura, mango, pesca, burro, buona sapidità. Vino figlio di una annata calda, con importanti escursioni termiche.

Nama Cuvée 2018 (90% Chardonnay, 7% Pinot Bianco e 3 % Sauvignon) – fermentazione e affinamento in piccole botti di rovere per 18 mesi. Dopo l’assemblaggio, il vino riposa 9 mesi in acciaio e affina un altro anno in bottiglia, prima di essere messo in commercio. Profilo olfattivo che colpisce per le nuance balsamiche, poi sambuco, tamarindo, crema, pesca gialla, nocciola tostata. Fresco, elegante, sapido.

Nama 2019 – Chardonnay in purezza proveniente dalle vigne di Magrè. Dopo una pressatura soffice a grappolo intero, il mosto viene pre-chiarificato, grazie a una sedimentazione statica naturale. Fermenta e affina in piccole botti di legno di rovere nuove; sosta sui propri lieviti in acciaio per un altro anno, a cui segue un anno di riposo in bottiglia. Annata con grandi escursioni termiche: giallo dorato luminoso con riflessi verdolini, bouquet complesso che rimanda alle erbe officinali, alla ginestra, al pompelmo rosa, alla bacca di vaniglia, alla crema del burro. In bocca il sorso è pieno e avvolgente, con una bella persistenza e chiusura sulle note tostate e fruttate.

Nama 2020 – sempre Chardonnay, con medesime pratiche in vinificazione della 2019. Un vino molto equilibrato, che colpisce per i profumi di agrumi, di frutta esotica, di pietra focaia e note gentili di speziatura dolce. Annata decisamente complicata per la mutevolezza delle condizioni atmosferiche, a partire dalle prime settimane di maturazione, fino alla difficile scelta del momento della raccolta.

Nama 2021 – annata che ha beneficiato di un epoca di vendemmia più tardiva, arrivando a settembre inoltrato, in condizioni meteo ottimali. Le significative escursioni termiche hanno regalato uve bianche dal grande potenziale di dar vita a vini molto eleganti, precisi e di grande pulizia olfattiva. In questo calice si coglie una “freschezza alpina”, dove si delineano cenni di erbe del campo, salvia, acacia, biancospino, agrumi, citronella. Sono stati usati per la fermentazione in legno lieviti indigeni, a cui è seguito un periodo di 18 mesi in piccoli contenitori di legno. L’affinamento si è svolto in contenitori di acciaio. Un vino che ha davanti un lungo periodo per continuare a esprimersi sempre al meglio e capace di regalare autentiche emozioni.

Trieste Pizza apre anche a Bologna

Gli Etruschi la chiamavano Felzna, divenuta poi Fèlsina per i Romani. Terra fertile sì – le splendide colline lo testimoniano – ma anche necessario avamposto di frontiera da dove le merci transitavano verso le altre zone d’Italia. Bologna è tutto questo e molto altro: la città simbolo degli universitari, con l’Alma Mater Studiorum presente dal 1088, probabilmente la prima in Europa.

L’usanza studentesca (e non solo) della pizzetta veloce, da sgranocchiare in piedi al bancone o comodamente seduti, è un’idea che ha molto in comune con le origini imprenditoriali di Gabriele Ciferni e della moglie Laila Di Carlo, abruzzesi di cuore e di passione. Erano gli anni del boom economico, lungo le spiagge nascevano i primi stabilimenti e a Pescara iniziava l’avventura del Lido Trieste, frutto dell’intraprendenza di Gabriele, la cui mamma vendeva sulla battigia pizzette e bombe alla crema prodotte dal marito, ritornato a casa dall’emigrazione a Marcinelle, in Belgio, nota per il duro sacrificio pagato dagli italiani in termini di vite umane.

Non è la classica pizza al taglio proposta in questi luoghi con tradizione secolare. La pizzetta tonda al padellino di Trieste, è ormai esportata da nord a sud lungo lo Stivale e nel resto del mondo, con diversi punti vendita in franchising. La troviamo così anche a Roma, San Benedetto del Tronto, Senigallia, Fano e persino New York e Dubai (all’estero con il marchio “Tonda”).

E da poco più di un mese a Bologna, nella centralissima via Zamboni, civico 24, cuore della movida e della vita universitaria.

Cotta sul padellino di ferro blu in forno elettrico a 380 gradi, per assicurare la fragranza e l’alta concentrazione dei sapori in appena 16 centimetri di impasto bio, la tonda di Trieste ha accompagnato generazioni di pescaresi sin dal 1958, quando è nata nell’omonimo Lido sul lungomare Matteotti.

Nel nuovo punto vendita sono disponibili oltre trenta farciture su ciascun disco di pizza, formate da ingredienti cotti o aggiunti all’uscita. Nel menù, composto da una nutrita varietà di pizze rosse, bianche e una parte dedicata alla friggitoria, fanno ingresso anche materie prime come la mortadella Bidinelli, la porchetta, la zucca e il guanciale. Un’altra sezione altrettanto ricca, inoltre, è esclusivamente gluten free.

Ingredienti selezionati tra i vari presidi Slow Food: dal mix di farine bio all’olio evo bio; dal pomodoro ai latticini, passando per il peperone dolce di Altino e il formaggio pecorino di Farindola, e naturalmente al prosciutto di Parma, giusto per citarne alcuni. Un disciplinare interno ed il rigido controllo qualità garantiscono la massima espressione di quanto di buono rappresenti uno dei simboli del made in Italy come la pizza.

Artigianali anche le birre Almond e una linea di vini creata ad hoc da Gianni Sinesi, head sommelier al tristellato Casadonna Reale di Niko Romito, con la cantina Valle Reale di Popoli. E non ci si ferma alla pizza ma si possono gustare anche zuppe, insalate e primi piatti per pause pranzo, e ancora dolci fatti in casa, nelle tre ampie sale del piano superiore con wi-fi fibra e tv oppure nei 14 tavoli sotto i portici.

Gabriele Ciferni e Laila Di Carlo

L’imprinting familiare che caratterizza Trieste Pizza è stato dato pure al locale di Bologna, guidato in modo diretto da Ciferni e sua moglie, supportati da Matteo Quattrocchi e Gianni Caruana, oltre ad una decina di altri ragazzi neo assunti, tra cui anche studenti residenti nel capoluogo emiliano, ma formati rigorosamente nei punti vendita storici.

Trieste Pizza a Bologna è aperta tutti i giorni dalle 10:30 alle 23:00 e il venerdì e sabato fino alle 02:00.

Arte e Cultura a Casal della Mandria, il luogo del cuore dello Chef Giuseppe Verri

Se ognuno provasse a immaginare un luogo della propria infanzia, dove ogni oggetto diventa creazione in un impeto dadaista condito di tecnologia, troverebbe naturale che un artista come Giuseppe Verri abbia fatto una playhouse della sua tenuta Casal della Mandria a Lanuvio. Dalle composizioni postmoderne, scultoree così come pittoriche, si è immediatamente accolti all’arrivo nel suo nuovo luogo del cuore, che sorprende non solo per il complesso di sculture che abbraccia il visitatore, avvolto in dimensioni e colori di oggetti distribuiti in un caos calmo tra opifici e ristorante.

La sorpresa è proprio Giuseppe, ospite entusiasta non già di esibirsi ma di farti trovare in mezzo a tutto quel che riesce a creare dalle forme ai colori ai piatti in tavola. Giuseppe Verri, noto come “Verrigud”, non si è mai risparmiato sulla creatività, i suoi oggetti applicati ti avvolgono come la sua cucina: un ingegnere di formazione ma uno scultore e pittore di estrazione, possono mai fare uno Chef protagonista della gastronomia del Lazio?

Risposta positiva: una selezione di ottimi vini, in mezzo ad affreschi e quadri, invita alla tavola imbandita di sue creazioni.

Il suo concetto di ristorante, a lunghe tavolate, si fonde con l’esperienza agricola dei luoghi dell’agro Pontino, e le sue piccole coltivazioni di ortaggi sono materia con cui plasmare pietanze che attingono ad eccellenze dai diversi territori vicini. Nella speciale cornice architettata da Carol Agostini, l’evento odierno raccoglie ed ospita eccellenze alimentari e vinicole tra Campania, Lazio e Toscana, con un bell’accento offerto dall’Oltrepò Pavese.

La cucina di Giovanni Verri diventa veicolo di trasporto per i funghi prodotti a Lanuvio nella tenuta dei Fratelli Milletti, per le carni “Mandriani” dei Fratelli Villani dell’Agro Nocerino-Sarnese, per i napoletanissimi sughi e le vellutate di Vestalia, per i salumi dell’Oltrepò Pavese “GranVarzi” offerti dalla Tenuta Borgolano con i suoi vini.

La composizione di arti e di vini presenti esprime un forte legame con la terra di lavoro: la “Bimba che raccoglie i Fiori” di Giuseppe rimanda la mente dall’Asprinio d’Aversa di Petra Marzia alla Bonarda dell’Oltrepò Pavese di Tenuta Borgolano. In direzione contraria, i “Polusca” contadini guerrieri e viaggiatori in ferro riportano il cuore dal Buttafuoco delle Colline Pavesi al Taurasi  dell’Irpinia.

Giuseppe Verri è uno Chef ha pensato in maniera postmoderna piatti della cultura agricola, ricomponendoli e prestandoli a gusti nuovi – come la Tartare di Manzo a base della frutta sminuzzata. La sua interpretazione è la sua missione, ossia naturalmente ricomporre l’esistente: la sua ”Maza”, focaccia di Grani Rari con lievitazione di ben 15 giorni, offerta con Crema di Friarielli e Ricotta di Battipaglia, oppure con Zucca Verde marinata e Guanciale Napoletano.

L’intenzione di Giuseppe e di Carol è di avviare una serie di eventi come questo, a combinare arti e mestieri culinari, inondandoli di vini di volta in volta presi tra le eccellenze delle terre di lavoro in Italia.

Ma non solo vini: questa volta abbiamo visto, ad esempio, un volto di Montalcino e della prossima Val d’Orcia che non è il Brunello ma la Birra e i prodotti della terra come Miele e del forno come il Panettone, tutti distinti dalla presenza dello Zafferano coltivato in loco dall’azienda Maccari.

Insomma un crescendo di sorprese articolate tra Paccheri col Guanciale di Mandriani, gli Spaghettoni al Sugo Napoletano di Vestalia – il cui carattere distintivo sta nei pomodori locali così come negli accenti di Aglianico infuso nella ricetta.

Vestalia accompagna anche i Paccheri serviti da Giuseppe Verri con la loro Genovese Napoletana distinta dalla Cipolla Ramata di Montoro e dall’Olio EVO di sola Coratina.

A chiudere, una composizione dolce di Biscotto fatto in casa con la Frutta al Naturale de “La Golosa” di Montelparo nelle Marche – una vera delizia ostinatamente biologica e priva di ogni possibile contaminazione.

Segue  -note degustative dei vini:

  1. Petra Marzia “Marcianus” Asprinio D’Aversa – Spumante Charmat lungo

Al sentire di gelsomini e fiori gialli si sovrappone una fragranza di cipria al naso subito corroborata nel gusto da grano e farina, accentati di oliva. Il palato avverte la caratteristica pungenza mista a concentrata mineralità dell’Asprinio.

Uno charmat lungo scelto con saggezza garantisce la persistenza della fragranza dovuta alla sosta sui lieviti. Buono e persuasivo, ideale su dolci leggeri e formaggi morbidi.

  1. Tenuta Borgolano “Donna” Bonarda dell’Oltrepò Pavese – 2009

Pregio conferito al naso da un immediato sentore di pout-purri e di essenze eteree, per un colore granato che rimanda a riflessi tipici del Marsala. Un’esperienza degustativa resa piena dal connubio con Salami di Varzi e Pancetta Pepata. La potente persistenza, data dall’invecchiamento di una Croatina in purezza già raccolta surmaturata, offre una boccata pregna e arricchita di tannini nobili. Si accompagna bene a secondi di carne bianca ma anche a paste come uno Spaghettone di Gragnano al Sugo Napoletano Vestalia.

  1. Petra Marzia “Parlami” Taurasi DOCG – 2017

Colore granato intenso e semitrasparente, leggera unghia tendente al viola.

I sentori di marasca e prugna sono in piena esposizione olfattiva, il che è davvero sorprendente per un 2017 e lascia ai margini, felicemente, la percezione di sottobosco poi ripreso al palato. Il gusto inizia con una leggera nota agrumata a far da accento a un bouquet di viole e fiori rossi, pout-purri, con spezie e legno saggiamente mitigati dal passaggio in altra botte. La freschezza al palato fa davvero tentennare la lettura dell’annata: questo Taurasi appare destinato a un invecchiamento lunghissimo e per nulla afflitto dalla particolare alcolicità tipica. I tannini sembrano appena desti, gentili ma robusti. Il corpo è presente ed equilibrato, leggera prevalenza acida che accompagna un gusto prolungato e relazionato alla persistenza del fruttato. Tratti floreali e vegetali ne corredano il finale. Una creazione davvero ben riuscita, sembra un trait d’union tra classico e moderno quale risultato di meno estrazione e più equilibrio nella fattura. Pairing su carni rosse, come la Costata alla Brace.

  1. Tenuta Borgolano “Dekameron” Buttafuoco – 2019

Eccellente combinazione di uvaggi pregiati dell’Oltrepò Pavese con forti influenze piemontesi: 60% Croatina, 25% Barbera dell’Oltrepò, 15% Vespolina. Ed è quest’ultima a caratterizzare da subito il naso, con ciliegia e fragola e frutti di bosco, seguiti  bacche e fiori rossi ed erba di sfalcio tipici di Barbera e Croatina. Si percepisce già un mite passaggio in legno, con spezie e vanillina. Al gusto abbiamo una preponderanza della confettura di ciliegie, buona la morbidezza glicerica contrapposta a tannini: un blend tutto in equilibrio tra gioventù e affinamento. Finale vegetale contornato da sfumature liquorose. Ideale per secondi succulenti, dallo Stufato alla Cassoeula.

Anteprima Vitigno Italia 2024

Unica giornata per la diciannovesima edizione di Anteprima Vitigno Italia, che nel pomeriggio del 25 novembre ha visto la partecipazione di 100 aziende – tra cui sedici di eccellenze gastronomiche – e oltre 500 etichette in esposizione. Il suggestivo salone Partenope dell’Hotel Excelsior di Napoli ha aperto i battenti alle 15 per gli operatori e alle 17 per il grande pubblico, registrando, come di consueto, una nutrita presenza di pubblico.

“L’anteprima, nata 19 anni fa con l’intento di far conoscere agli operatori la manifestazione principale (Vitigno Italia nel mese di maggio ndr) era un ponte verso l’evento più corposo,” ci ha spiegato Maurizio Teti, direttore di Hamlet srl, agenzia organizzatrice dell’evento. “Ora invece è diventata strategica, un evento fisso nell’ultimo lunedì di Novembre, che permette alle cantine di presentare prima di Natale il meglio della propria produzione a operatori del settore, stampa nazionale e internazionale.”

Scelta necessaria quella di allargare in maniera significativa anche all’eccellenza gastronomica, dedicando un’intera sala alle aziende italiane presenti, tra cui segnaliamo: Hera nei Campi, l’azienda di San Paolo Belsito che ha riportato la risicoltura in Campania, la macelleria Cillo di Airola, con il Prosciutto Cotto Arrosto di Suino Antico Lucano, Peccati di Capri, con i Faraglioni, cioccolatini ripieni di crema di limone nella forma degli iconici scogli capresi.

Tra le cantine, oltre all’ampio parterre regionale (circa il 40% di quelle presenti), è stata forte la partecipazione di aziende provenienti dal Trentino Alto Adige e dal Friuli che hanno intercettato nel mercato campano un’ottima risposta commerciale.

Tra gli assaggi più convincenti di questo pomeriggio napoletano evidenziamo

Endrizzi Trento DOC Piancastello Riserva 2019 – Chardonnay e Pinot Nero, 36 mesi sui lieviti, intrigante negli aromi di pasticceria e torrone pralinato.

Elena Walch Alto Adige Bianco DOC Beyond the clouds 2022 – 80% Chardonnay e 20% dai migliori vigneti dell’annata, complesso e sfaccettato.

Villadora Lacryma Christi Vesuvio dop Vigna del Vesuvio 2014 – Caprettone in purezza, ha naso e sorso memorabili, con sentori nitidi di idrocarburi.

Elena Walch Alto Adige Pinot Nero Ludwig 2021 – da manuale, caldo ed elegante.

Rechof Trento DOC Brut Rosé – Chardonnay e Pinot Nero – Bollicina fine e persistente, il pinot nero utilizzato prima del tiraggio deriva da vinificazione in rosso conferendo al sorso pienezza di palato.

Di Meo Greco di Tufo DOC Vittorio 2010 – Greco in purezza, intenso e persistente nei sentori di caprifoglio e nel sorso opulento.

Girlan Alto Adige DOC Pinot Nero riserva Trattman 2021 – Ammaliante alla vista, fine al naso e al palato, porta alla memoria i profumi di un bosco autunnale.

Campi Taurasini DOC Tenuta Cavalier Ferrante Michanto 2021 – Aglianico in purezza, naso speziato e pungente, tannico senza compromessi. Prossimo appuntamento a Vitigno Italia, 11-13 Maggio 2025.

Banca del Vino presenta i vini di Agricolavinica alla Panetteria di Stefano Pagliuca – I sapori della tradizione

Il calendario degli eventi di Banca del Vino (www.bancadelvino.it) progetto targato Slow Food, da qualche anno ha rilanciato le proprie attività anche al di fuori delle mura di Pollenzo, con sedi didattiche a Bologna, Verona, Treviso, Milano e – unica al Sud – Napoli. Questa è la quarta stagione di eventi, ideati e condotti dal Vice Curatore nazionale di Slow Wine Alessandro Marra e dalla giornalista Adele Elisabetta Granieri, referenti per la Campania.

Degustazioni innovative alla ricerca non solo dei “big” famosi e celebrati, ma anche di qualche chicca da vigneron artigianali di cui l’Italia è piena. Parlare di Molise, superando gli atavici e irriverenti preconcetti d’un tempo, non è semplice. In realtà, pur a discapito della sua piccola estensione e di un’orografia arcigna, che impegna i lavoratori del settore agricolo a sforzi maggiori rispetto ad altre realtà, la viticoltura locale sta riscuotendo notevoli consensi grazie a varietà come Falanghina e Tintilia, quest’ultima interessante per l’intrinseco valore storico che non la vede accomunata a nessun’altra specie come erroneamente indicato in passato.

Agricolavinica, da Ripamolisani (CB), nasce nel 2007 dalla visione lungimirante di Rodolfo Gianserra e Giuseppe Tudino. La natura scandisce i tempi aziendali, tra colline irte e bianche, clima fresco e ventilato e recupero di tradizioni e vitigni abbandonati dallo spopolamento delle campagne. In zona si producono Moscato (il raro Moscatello di Montagano) e Tintilia da oltre due secoli. Assieme alle viti vengono coltivati oliveti, frutta ed ortaggi per una superficie totale di 220 ettari di cui 30 vitati, non tutti ancora operativi e ben 12 a base Tintilia del Molise.

Curiose ed eleganti le incursioni di altre uve come Riesling Italico, Sauvignon Blanc e Merlot, che abbiamo degustato alla Panetteria di Stefano Pagliuca – I sapori della tradizione – a Melito di Napoli (NA). Etichette come Lame del Sorbo, dedicate ai terreni a terrazzamento tipici dell’areale (le cosiddette “lame” simili per etimologia al termine utilizzato in Toscana). Alla fine del percorso, gli immancabili assaggi in abbinamento con le pizze artigianali di Stefano hanno chiuso in bellezza una serata densa di cultura enogastronomica.

I vini proposti da Agricolavinica

Terre degli Osci “Lame del Sorbo” Riesling 2020 sa di agrumi mediterranei, note balsamiche e nuance finali tra frutta secca e iodio marino. Materia e succo, persino un richiamo astringente sul finale che ne esalta la vivacità al sorso.

Sauvignon del Molise “Lame del Sorbo” 2020 è un piccolo capolavoro in bottiglia. Cedro maturo, tripudio d’erbe officinali (timo, maggiorana e salvia) che cenni all’idrocarburo da vino del Nord Europa. Chiosa su tostature gustose.

Tintilia del Molise Doc “Beat” 2023 gode di immediatezza ed avvolgenza, quasi a far dimenticare l’annata affatto semplice per il clima altalenante. Piccoli frutti di bosco, liquirizia e arancia rossa con tannini ben dosati. Fermenta ad acino intero. Unica lieve pecca lo scatto finale che termina in maniera repentina, privando il sorso della piacevolezza iniziale.

Tintilia del Molise Doc “Beat” 2019 si muove elegante su spezie da chiodi di garofano, pepe rosa e tocchi balsamici tra genziana e radice di liquirizia. Sanguigno e succoso, si concede vantando in dote un corredo di more e ciliege sotto spirito che lo rendono appetitoso e lungo.

Tintilia del Molise Doc “Lama del Sorbo” 2020 è semplicemente pazzesco, danza tra frutta scura (visciola e amarene), pepe nero e torrefazione da cacao in polvere. Ematico e saporito dall’inizio alla fine, perfetto nell’integrazione della trama tannica al resto delle sue componenti.

Dalla castagna può nascere un fiore

La parafrasi della canzone dolcissima di Sergio Endrigo, tanto amata dai bambini, è l’incipit ideale per parlare di un frutto caro ai nostri ricordi d’infanzia. Ci vuole un fiore anche per creare una castagna, che rappresenta il seme del castagno; una pianta forte all’apparenza, fin quando non venne assalita da un turista poco gradito: il Cinipide Galligeno (Dryocosmus Kuriphilus Yasumatsu).

Questo piccolo insetto proveniente dall’Asia, ha letteralmente messo in ginocchio i coltivatori castanicoli e, per quasi un decennio, il rischio di veder azzerata per sempre la produzione agricola delle castagne è stato più che concreto, salvato dalle scoperte recenti in campo di lotta antagonista integrata. Ancora una volta la mano dell’uomo riesce a rimediare ai danni immani provocati da se stessa, quando la mancanza di controlli e le pratiche errate portano alla distruzione un intero comparto merceologico.

Rialzare la testa per gli attori in gioco è stato un atto di profondo eroismo. Il dimostrare la voglia di riscatto e l’orgoglio d’appartenere a territori ancora selvaggi e aspri, dove la natura regna incontaminata lontana dai clacson e dell’inquinamento urbano. La nascita del Consorzio Distretto della Castagna e del Marrone della Campania che raccoglie tra le sue fila oltre 400 coltivatori regionali, 4 IGP e 10 PAT (Prodotti Agroalimentari Tradizionali Italiani), ha fatto da necessario supporto e sostentamento alle idee positive per la tornare a primeggiare nel mondo.

Le castagne vengono, infatti, raccolte anche in Portogallo, Albania, Turchia e persino Cile, ma solo le nostre ricevono gli apprezzamenti degli americani, devoti alla perfetta farcitura del tacchino durante il giorno del Ringraziamento. Ecco la motivazione principale dell’ingente quantitativo di prodotto esportato, di cui meno del 20% resta in Italia per il consumo interno. Irpinia, Roccamonfina, Cilento con Roccadaspide e persino la Costiera Amalfitana sono ormai capisaldi importantissimi, ricchi di varietà diverse che si prestano agli usi richiesti dalla clientela privata e dalle industrie di trasformazione.

La vita di un castagno è pressoché infinita, arrivando a superare, in certi casi, i due secoli senza particolari difficoltà. A patto di non incontrare lungo la strada il temibile parassita, capace di deporre le proprie uova nelle giovani gemme primaverili e distruggerle con cicatrici indelebili a forma di cisti non più fertili. Eppure dopo il periodo buio, cui è seguito uno strascico causato dalla debolezza delle piante che soffrivano maggiormente di marciumi e altre malattie, l’ecosistema ha definitivamente vinto giungendo ad una nuova forma d’equilibrio dove interagire.

Il press tour organizzato dall’Agenzia di Comunicazione Miriade & Partners comincia da qui, dal dolore verso la speranza ed il sorriso. Dall’angoscia per il futuro ad un nuovo orizzonte ove prendersi per mano e camminare tutti insieme uniti in un solo destino. Perché i frutti della nostra Castanea Sativa godono di una texture particolare, tenace, che consente una corretta curatura, il procedimento di ammollo utile alla conservazione e successivo utilizzo delle castagne stesse. Una piccola sosta da Olio Basso che dal 1904 valorizza il made in Italy dell’Olio Extravergine d’Oliva di alta qualità e dalla cantina Villa Raiano con le sue deliziose espressioni di Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi, per ripartire verso il vasto mondo dei castagneti, che fungono presidio, contro frane e deforestazioni.

Dove c’era un castagno ci sarà sempre un altro castagno e così per secoli. Anche qui, come per la viticoltura, si possono realizzare sul campo vere e proprie selezioni clonali, per avere la miglior varietà nel contesto in cui crescere. E poi ci sono le tradizioni storiche, secolari, che narrano di coesione sociale, di famiglia e di aiuto ai più bisognosi. Quasi ovunque lungo il Distretto campano, la raccolta cessa il 1 novembre e dal giorno dei morti i ricci ancora a terra od in cima all’albero sono messi a disposizione della popolazione. Un retaggio del passato che significa lasciare del cibo per chi non poteva permettersi il pane. Con la differenza che la farina di castagne è adatta alle diete per celiaci, priva di sostanze allergeniche ed abbondante invece di tannini utili ai processi antiossidanti e di zuccheri complessi a lento rilascio glicemico.

Il prof. Antonio De Cristofaro, presidente del Consorzio Distretto della Castagna e del Marrone della Campania esprime la sua soddisfazione nel leggere i numeri in forte crescita del settore. Ci si è riavvicinati a quota 700 mila quintali, il livello prima dell’avvento del Cinipide asiatico e nonostante il cambiamento climatico ostile per le temperature eccessivamente elevate in fase di maturazione, attualmente soffrono solo i castagneti in bassa quota, in percentuale ancora trascurabile.

Roberto Mazzei, direttore del Distretto, ci conduce tra alcune realtà irpine, come Agricola De Maio produttore del Marrone di Santa Cristina e la Cooperativa Agricola Castagne di Montella, dove Maurizio Grimaldi ci spiega la caratteristica della pezzatura basata sul calibro e sul numero di frutti per chilogrammo. La castagna va sempre bagnata, non soltanto per ammorbidirla, ma per sviluppare la fermentazione e polimerizzazione dei tannini resi meglio digeribili dal corpo umano.

Perrotta apre le sue porte all’antica lavorazione della castagna del Prete nei gratali, strutture in verticale inframezzate da grate di legno ove far filtrare il fumo per essiccare le castagne riducendone il loro contenuto in acqua di ben l’85% prima di essere tostate a forno e bagnate ad immersione o a spruzzo. Sapore facilmente riconoscibile con quel tipico accenno affumicato tanto goloso e duttile negli abbinamenti gastronomici.

Diversificando i prodotti, aiutati dalle tecniche alimentari della trasformazione, si garantisce ai dipendenti di lavorare ininterrottamente per tutto l’anno, contrastando il fenomeno erosivo dell’emigrazione dalle campagne. L’azienda Agricola Malerba Castagne, dal 1862, è stata la pioniera in tal senso, arrivando persino alla produzione della birra di castagne in tre versioni IGA.

Spostandoci a Roccamonfina (CE) il discorso non cambia: Carlo Montefusco, giovane e già esperto sindaco, ci mostra la celebre Sagra della Castagna e del Fungo Porcino di Roccamonfina, un evento diffuso che dura per ben 30 giorni e che consente alle migliaia di visitatori di scoprire un luogo bellissimo, intriso di storia, di cultura e di usanze, devoto all’Ordine dei Francescani e al Santuario di Santa Maria dei Lattani.

Dalla castagna può nascere un fiore e quel fiore rappresenta l’anima di un intero popolo, fiero di esistere e di resistere.

L’arte della Sommellerie a misura d’uomo: intervista a Pasquale Esposito

Esistono diverse vie per approdare alla Sommellerie; ogni caso è assolutamente a sé stante e ciascuno ha le sue buone motivazioni, stando al vissuto, all’estrazione sociale e alle aspirazioni personali, per incamminarsi lungo un percorso impegnativo, investendo tempo e denaro tra le tante sigle professioniste d’Italia. C’è chi lo fa per mestiere, provenendo dal mondo ristorativo-alberghiero, e quindi per incontrare un miglioramento professionale e nuove opportunità lavorative; c’è chi invece inizia per curiosità e passione trovando poi, a prescindere dalla spinta iniziale, una vocazione che sentiva forse dal principio o che è andata affiorando, corroborandosi strada facendo, fino a diventare una parte irrinunciabile della propria esistenza.

Oggi ai sommelier moderni si richiede soprattutto di essere abili comunicatori, giudici sul lavoro di un anno di chi prova a fare vino in maniera seria; un hobby ben remunerato in qualche caso, non sempre legato al settore ristorazione di qualità. Probabilmente la Sommellerie concepita agli inizi non esiste più, fortunatamente ora dinamica, poliedrica ed adatta ai diversi contesti della wine industry, anche con qualche improvvisato che cerca di evitare l’inevitabile fatica della gavetta quotidiana. Stesso dicasi per il mondo della stampa enogastronomica si intende, absit iniuria verbis.

Ci sono poi donne e uomini operosi, capaci e grandemente talentuosi, che non si vantano e preferiscono giocare nel dietro le quinte. Coloro che sono riusciti a fare del mestiere del vino una vocazione verace e una professione al tempo stesso, opportunamente alimentata da un amore sincero e da un continuo desiderio di migliorarsi. Pasquale Esposito è uno di loro ed è la dimostrazione che il lavoro, la dedizione e i sacrifici, se non si molla mai, ripagano eccome.

Pasquale è stato meritatamente incoronato miglior sommelier della Campania 2024 da AIS – Associazione Italiana Sommelier durante il concorso svolto lo scorso giugno a Pompei, conseguendo un risultato strepitoso, frutto di un grandissimo impegno che gli ha concesso di emergere su tantissimi concorrenti, altrettanto validi e preparati.

Nato a Castellammare di Stabia, classe 1980, sotto il segno del toro, ama farsi chiamare sommelier chianchiere” – termine locale che significa macellaio – anticipando da subito le costanti della sua storia professionale.

Esposito lo dice chiaramente “io ho avuto la fortuna di essere il figlio di don Peppe il macellaio, devo tutto ai miei genitori che mi hanno avviato alla macelleria” e infatti il padre lo andava cercando ovunque se mancava da troppo tempo dalla bottega, ecco perché il legame di Pasquale con le carni è davvero particolare e privilegiato. Cresciuto in un ambiente per niente facile, in un periodo dove 8 ragazzi su 10 si perdevano per la cattiva strada, ha iniziato a lavorare all’età di 10 anni, portando la spesa ai clienti che spesso lo ricambiavano con caramelle; un ragazzo affabile, tutto pane, strada e lavoro, coi tempi che corrono oggi, ricorda con affetto quelle dolci e affettuose regalie. Le persone che maggiormente lo hanno ispirato sono la signora Emma, sua madre, e don Peppe, il papà macellaio che tanta passione gli ha trasmesso, provenienti entrambi da famiglie poverissime.

Terminati gli studi superiori in ragioneria, a 18 anni riusciva a gestire mirabilmente tutti gli aspetti del mestiere, dai tagli all’allevamento del bestiame,  dalle trattative presso i mercati boari e i centri di macellazione fino alle doti di vendita alla clientela, fino alla passione per la salumeria che, a partire dal ’99, gli ha consentito di avviare una produzione norcina e di avviare l’attività di ristoratore con C’è posto per Te, dove propone specialità di carne e pizza in abbinamento ad una selezione vini di tutto rispetto.

Quale vocazione è sorta prima, quella per la ristorazione o per il vino?

Sicuramente è nata prima la passione per la ristorazione, una diretta conseguenza della macelleria, e subito dopo il vino. Ho scoperto che il vino è diventato parte dominante della mia vita quando ho conosciuto un produttore friulano che a definirlo “dinamite” sarebbe poco. Parlo di Fulvio Bressan, che mi ha trasmesso la giusta carica per conoscere il mondo del vino. Non scorderò mai quando l’ho incontrato a Farra di Isonzo assieme al papà Nereo, allora novantenne ma che lavorava come un ventenne. Anche Antonio Caggiano mi ha dato una forte motivazione.

Com’è cambiata la ristorazione a tuo avviso dopo la pandemia?

Direi che ha subito un colpo quasi letale. Tocca a noi ristoratori comprendere che la rotta intrapresa anni addietro non è più percorribile, inoltre bisogna essere più disponibili verso la popolazione, leggere i sentimenti delle persone e prevenire in quale direzione sta andando il mercato. È del tutto inutile avere certi atteggiamenti spocchiosi, impuntandoci come a dire “questo sono io, chi mi vuole mi deve amare così, altrimenti vada altrove”: siamo andati già a sbattere, dobbiamo cambiare mentalità per riportare la ristorazione a misura d’uomo.

Si potrebbe affermare che la figura del sommelier non sia ancora decollata del tutto nel mondo ristorazione-hotellerie?

Si è vero, la figura del sommelier non è mai decollata efficacemente. C’è ritrosia da parte di molti titolari di investire in questa figura, ma ultimamente c’è anche un aumento vertiginoso di ristoranti che accettano di buon grado la Sommellerie e si rendono conto dell’importanza di avere un professionista decisivo per la gestione della cantina e della carta, nonché per valorizzare l’investimento costituito dal vino e dare maggiore prestigio al locale. Per fortuna noto che negli ultimi anni le cose stanno cambiando.

Com’è cambiata la Sommellerie di oggi rispetto al passato?

Sono totalmente diverse, talvolta opposte e spesso tale differenza genera piccole divergenze di vedute tra un sommelier più vecchio e uno più giovane. Due mondi non accomunabili, per quanto si parla della stessa materia, ma con visioni totalmente diverse: sono cambiati i territori, sono stati fatti grossi investimenti e di conseguenza anche le nuove tecnologie hanno visto un miglioramento progressivo. Le due visioni dovrebbero trovare un accordo in un contesto dove il cambio di clima è evidente, la tecnologia la fa da padrone e i vini di ieri quasi non esistono più per perfezione tecnica.

Il vino che più ti ha sopreso nella vita?

La tipologia di vino che più mi ha sorpreso è stato lo Champagne. Sono rimasto affascinato dalla cura maniacale dei vigneti, dalla visione del Clos du Mesnil, nel cuore della Côte de Blancs, in particolar modo in riferimento ad una nota azienda del comune di Le Mesnil-sur-Oger, che nei racconti dei comunicatori più bravi assume dei contorni incredibili, quasi mistici. Reims, épernay sono località fantastiche e tra le foto più belle conservo quella presso la sede della Moët & Chandon.

Il tuo rapporto con il cibo?

È bellissimo, fin troppo buono. Lo dico col sorriso perché amo tanto il cibo, amo tanto i sapori genuini. Con mia sorella Angela, chef a C’è Posto per Te, portiamo nuovi sapori in cucina, ne parliamo, ci confrontiamo, assaggiamo, restando però fedeli alla cucina tradizionale campana, di riferimento per tutto il mondo.

Piatto preferito?

Domanda difficilissima perché a me piacciono un sacco di cose e non ho un piatto preferito vero e proprio, ma dovendo scegliere direi anzitutto l’agnello di mamma, fatto al forno con patate, funghi e piselli, magari abbinato ad un buon calice di Taurasi. Poi però il richiamo degli scampi è potente e mi ricordano appunto la mia predilezione per lo champagne.

La caratteristica principale dello staff di C’è Posto per Te?

È la familiarità, la mia principale prerogativa, il mio pallino, il mio punto di forza. Ci troviamo in un’area non centrale di Castellammare, dovevamo dare qualcosa in più alle persone, farle tornare. Diamo accoglienza vera, genuina, ci piace farli sentire comodi, importanti e soprattutto a casa loro. Lo facciamo bene perché ci viene dal cuore, perché è così che vorremmo essere trattati anche noi. Li ho scelti personalmente uno ad uno i miei collaboratori, non si tirano mai indietro a una richiesta di un cliente. Devo ringraziare i ragazzi dello Staff, sono stupendi: dal motore del ristorante che è mia sorella e gli aiuti in cucina, ma soprattutto i ragazzi in sala.

Il percorso per arrivare al titolo di Miglior Sommelier della Campania per l’Associazione Italiana Sommelier?

Un percorso di enormi sacrifici. Non so neanche io dove abbia potuto trovato il tempo, perché tra lavoro e famiglia la mia giornata inizia alle 9:00 fino a mezzanotte, per poi mettermi alla ricerca della materia prima migliore, dalle carni più pregiate al pescato e frutti di mare, che a Castellammare di Stabia non mancano mai. Per 7 anni ho viaggiato dal lunedì al mercoledì per visitare territori e conoscere cantine, per poi tornare a lavorare a tempo pieno nel ristorante fino a mezzanotte.

Conoscere per me significa toccare le realtà enologiche con le proprie mani: le sensazioni che si possono percepire personalmente sono più forti e chiedersi perché in uno stesso distretto vitivinicolo un produttore la pensa in maniera diametralmente opposta ad un altro produttore a mezzo chilometro di distanza è fondamentale per uno curioso come me. Questo mio percorso lo vedo come punto di partenza e non come punto di arrivo, il primo tassello di ambizioni future che sono normali per chi come me vuole crescere e continuare a migliorarsi.

Che consiglio ti senti di dare a chi vuole iniziare un percorso come sommelier?

Di mettersi in gioco e non sentirsi tagliati fuori da alcun progetto. Credere fortemente in quello che si sta iniziando a fare, perché se uno ci prova senza metterci il giusto impegno non riesce ad ottenere risultati importanti.

Un sogno nel cassetto?

Il mio desiderio è che Castellammare di Stabia faccia un passo avanti verso il mondo dei sommelier, puntando su questa figura. Spero che molti titolari di aziende ristorative si ravvedano, visto che non scommettono sul sommelier e non lo fanno entrare nel loro ristorante. Sogno di contribuire a portare la Campania a un livello ancora più importante, perché abitiamo in una regione fantastica, che dona vini stratosferici e che si fa fatica a trovare in altre regioni. Greco, Falanghina e Fiano sono tre punte di diamante e credo che avere tre autoctoni simili in una sola regione non è da tutti. Ringrazio tutti i colleghi sommelier che si sono cimentati nella prova, in particolar modo Antonio Calandriello e Ivan Fernandez Mendana (ndr gli altri 2 finalisti sul palco). Estendo infine la mia gratitudine al Presidente AIS Italia Sandro Camilli, al Presidente AIS Campania Tommaso Luongo e al formatore responsabile Area Concorsi AIS Campania Luca Matarazzo, per avermi sempre stimolato a crescere professionalmente.

Merano Wine Festival: presentata la nuova edizione della Guida I Vini del Cuore

In occasione della 33° edizione del Merano WineFestival, in uno degli ampi saloni dell’Hotel Therme, è stata presentata la masterclass “I Vini del Cuore”, condotta da Olga Sofia Schiaffino, esperta sommelier e autore di 20Italie, con 6 vini in degustazione.
I Vini del Cuore e una guida social, la prima in Italia, ideata da Olga Sofia Schiaffino in  collaborazione con Clara Maria Iachini, giunta ormai alla sua quarta edizione.
Sono stati coinvolti e selezionati Wine Blogger, Sommelier, Wine Expert ed Instagramer di tutta Italia e non solo. La prefazione in questa edizione è stata curata da Linda Nano.

Nella guida sono rappresentate tutte le regioni dello stivale e, nell’edizione 2024, anche alcune aree dei Balcani e della Grecia selezionate rispettivamente dai Wine Ambassador Michela Cojocaru e Haris Papandreou . Ai vini selezionati dai componenti della guida non viene attribuito nessun punteggio, ma vengono solo narrati in maniera emozionale. Per i vini da recensire non viene richiesto l’invio da parte dei Blogger alle aziende. I vini sono talora di piccole aziende e reperibili sul mercato, capaci di fomentare emozioni dal profondo del cuore.

La degustazione

Pinot Grigio delle Venezie Doc Viajo Enotria Tellus (Veneto) – dosaggio zero – Paglierino luminoso dal perlage fine e persistente, sprigiona sentori di fiori di campo, pesca, pera, mela e agrumi. La sua freschezza stimola il sorso, rendendolo anche sapido e leggiadro.

VSQ S- Mila 2013 Stefano Milanesi enoartigiano (Lombardia) – Pinot Nero, Cortese e  Riesling Italico –  Giallo paglierino, dalle bollicine fini e durature. Emergono in sequenza sentori di ananas, pesca gialla,  idrocarburo ed al palato è cremoso, avvolgente, coerente e persistente.

PGI Cyclades Aidani 2022 Hatzidakis Winery (Santorini,  Grecia) – Giallo dorato, rivela subito sentori di frutta esotica agrumi e cedro, dal gusto vibrante, saporito e accattivante.

Dolceacqua  Doc Settecammini 2023 Azienda Agricola Maccario Dringenberg (Liguria) –  Rossese 100% – Calice rosso rubino, sviluppa note di lampone, fragolina di bosco, ribes e pepe. Attacco tannico setoso, vivace e sapido.

Cortona Doc Syrah 2021 Cantine Faralli (Toscana) –  Rubino profondo, con effluvi di rosa rossa, marasca, rabarbaro,  pepe nero e polvere di cacao. Al palato è pieno ed appagante, avvolgente e accattivante.

Naoussa Pdo Earth and Sky 2022 Apostolos Thymiopoulos (Grecia) – Xinomavro 100% – Rosso rubino con sfumature che virano sul granato, emana note di foglia di pomodoro, amarena, prugna, spezie, vaniglia e nuances boise. Tannini poderosi, ma ben cesellati, dal finale suadente, fresco e durevole.

Benvenuto Brunello 2024, considerazioni e migliori assaggi

Chiamarsi Brunello di Montalcino al giorno d’oggi non rappresenta più soltanto una tipologia di vino. Il reportage sui migliori assaggi effettuati durante l’anteprima Benvenuto Brunello 2024 non poteva sganciarsi dalla realtà in cui viviamo.

Montalcino è lo Stato dentro lo Stato, metaforicamente parlando. Un vino che racconta ormai di sé in terza persona, lontano dalla bulimia comunicativa in cui annaspano molte realtà. Una noblesse oblige per cui ogni cosa sembra vista e rivista, inclusa l’apparenza che tutto fili liscio come l’olio, anche nelle tempeste finanziarie e geopolitiche post-pandemia.

Come direbbero gli anglosassoni: dove c’è fumo c’è anche arrosto. La prospettiva del Brunello di Montalcino, posto sullo sfondo della galassia di mercati, interessi e attività connesse, è di fatto non recintata da una cornice di spazio e di luogo. Per essere al passo con i tempi e con le mode bisogna allora cercare di snellire nel sorso alcune asperità: chi come me degusta da oltre un decennio ben comprende il nocciolo della questione.

La “tecnica del levare” sottraendo volume, comporta però dei pro e dei contro: vini dalla illustre beva, ne è un esempio la calda 2020 assaggiata in anteprima, che peccano in taluni casi per sensazioni alcoliche fuori scala a discapito del centro bocca. Una volta avremmo avuto il nerbo di un tannino irsuto a tirarci su, adesso invece evoluzione e frutta gelatinosa rischiano di dominare la scena da protagoniste indiscusse.

Ed ancor di più ci rendiamo conto del consolidato cambiamento di stili, quando si incontrano gli esigui campioni old-style, ricchi di estrazione e toni speziati che riportano ad un passato cozzante con l’idea stessa d’eleganza. Erano quelli che un tempo avremmo rivisto con calma nello scorrere degli anni e che adesso banniamo con assoluta scioltezza e, va detto, anche con un pizzico di superficialità.

Resta comunque la certezza di una media qualitativa di ottimo livello, in cerca di equilibrio tra carattere, forza e delicatezza, l’ultima vera incognita per l’areale e per il Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, artefice di cambiamenti epocali e lungimiranti nella sua storia. Una sfida che apporterà un necessario ritocco ai prezzi, non per forza sempre in rialzo, in base alle nuove esigenze di consumo e di vendite.

La Riserva 2019 soffre invece, a nostro avviso, la coperta corta già stiracchiata dalle altre proposte. Le selezioni e le vigne singole stanno erodendo margini di manovra ad un prodotto per nulla anacronistico, che anzi andrebbe tenuto con la dovuta considerazione per l’aderenza simbiotica al territorio e principalmente al Sangiovese di marca ilcinese. Chi lo fa ha saputo realizzare esempi di rara bellezza, da osservare in prospettiva con calma e pazienza. Nessuno si senta obbligato ad attendere: il vino si vende e si beve. Solo a volte (e Montalcino ne è un degno interprete) possiamo concederci qualche attimo di sana poesia.

Di seguito i nostri migliori assaggi in ordine di preferenza, selezionati tra tutti i campioni di Brunello 2020 e di Riserva 2019 presenti, valutati in panel rigorosamente alla cieca con i colleghi Maurizio Valeriani direttore di Vinodabere e Franco Santini

Migliori Brunello di Montalcino 2020 (comprese le selezioni)

Franco Pacenti

Giuseppe Tassi – Tassi

Campo Marzio – Corte Pavone

Elia Palazzesi

Helichrysum – San Polino

Casanuova delle Cerbaie

Campo del Drago – Castiglion del Bosco

Vigna Loreto – Mastrojanni

Vigna I Poggi – Poggio Antico

Greppone Mazzi – Ruffino

Costa di Monte – Tenuta di Sesta

Vigna del Lago – Val di Suga

Poggio al Granchio – Val di Suga

Fiore del Vento – Corte Pavone

Palazzo

Vigna La Casaccia – Canalicchio di Sopra

Ferrero

La Palazzetta

Lisini

Pinino

Vigna Colombaiolo – Tassi

Tenuta Buon Tempo

Caprili

AD1441 – Castello Tricerchi

La Pieve – La Gerla

Vigna delle Raunate – Mocali

Villa al Cortile

Agostina Pieri

La Casa – Caparzo

Celestino Pecci

Vigna Nastagio – Col d’Orcia

Nicco – Capanna

Gianni Brunelli Le Chiuse di Sotto

Tenuta Nuova – Casanova di Neri

Migliori Brunello di Montalcino Riserva 2019

Poggio di Sotto

Collemattoni

Donatella Cinelli Colombini

Ferrero

Ugolforte – Tenuta San Giorgio

Franci – Tassi

Fattoi

Pietroso

Renieri

Il Poggione

Phenomena – Sesti

Pian di Conte – Talenti

Anemone al Sole – Corte Pavone

Franco Pacenti

I vini di San Felice presentati al ristorante gourmet Pipero a Roma

Una giornata che ha celebrato l’incontro tra due eccellenze italiane: San Felice ha presentato la sua rinnovata collezione di vini presso il rinomato ristorante una stella Michelin Pipero a Roma. L’evento, organizzato da Antonella Imborgia Direttore Marketing e Axelle Brown Videau Responsabile Comunicazione, ha segnato un momento significativo nella storia dell’azienda toscana, che ha scelto uno dei templi della gastronomia capitolina per svelare al pubblico la nuova veste grafica delle sue prestigiose etichette.

La collaborazione con la “winedesigner” Federica Cecchi ha dato vita a un progetto artistico che va ben oltre la semplice estetica: ogni etichetta è stata concepita come un racconto visivo che narra l’impegno di San Felice verso la biodiversità e il suo profondo legame con il territorio toscano.

Pipero, sotto la guida del carismatico Alessandro Pipero e dello chef Ciro Scamardella, ha offerto la cornice perfetta per questo evento. Il locale, insignito della stella Michelin, rappresenta infatti quella stessa fusione tra tradizione e innovazione che caratterizza la filosofia di San Felice. La celebre carbonara, reinterpretata in chiave contemporanea, ha dimostrato come l’eredità culinaria italiana possa evolversi senza perdere la sua autenticità, proprio come i vini di San Felice.

San Felice si presenta come un mosaico di realtà che si completano a vicenda. Il Borgo San Felice, premiato con la stella verde dalla Guida Michelin, non è soltanto un Luxury Resort, ma un vero e proprio santuario del lifestyle toscano. Le tenute, strategicamente posizionate nelle tre denominazioni più prestigiose della regione – Chianti Classico, Montalcino e Bolgheri – rappresentano il meglio della tradizione vitivinicola toscana.

Il fiore all’occhiello della presentazione è stata la linea Vitiarium, frutto di oltre vent’anni di ricerca e sperimentazione nel campo dei vitigni autoctoni, grazie alla consulenza enologica di Leonardo Bellaccini. Quattro i vini che raccontano altrettante sfaccettature dell’anima di San Felice: Il Borgo Chianti Classico DOCG, che porta in etichetta una mappa storica del borgo vista dall’alto, La Pieve Chianti Classico DOCG Gran Selezione, impreziosito dal decoro dell’antica Pieve del 714, il Pugnitello Toscana IGT, emblema dell’innovazione e della ricerca, e lo In Avane Chardonnay Toscana IGT, unico bianco della collezione.

La scelta di presentare queste nuove etichette da Pipero non è stata casuale. L’approccio di Alessandro al mondo della ristorazione, noto per la sua capacità di combinare professionalità e convivialità, rispecchia perfettamente la filosofia di San Felice: eccellenza senza ostentazione, tradizione che sa rinnovarsi, attenzione maniacale ai dettagli che non dimentica mai il piacere dell’ospitalità.

Il pranzo ha rappresentato anche un’occasione per ribadire l’impegno nella tutela della biodiversità. L’azienda non si limita infatti alla produzione vinicola, ma gestisce un vero e proprio ecosistema dove convivono uliveti, orti, colture e foreste. Un approccio olistico che trova la sua massima espressione nel progetto Vitiarium, vero e proprio laboratorio a cielo aperto per la conservazione e lo studio dei vitigni autoctoni toscani.

Questa presentazione ha dimostrato come San Felice stia tracciando un percorso innovativo nel panorama vitivinicolo italiano, dove la tradizione non è un vincolo ma un trampolino di lancio verso il futuro. Le nuove etichette, con il loro linguaggio visivo sofisticato e contemporaneo, raccontano una storia di eccellenza che affonda le radici nel passato ma guarda con decisione al futuro.

Carlo De Biasi, Direttore di San Felice, ha sottolineato la filosofia di una realtà che racconta il territorio toscano attraverso i suoi vini che sono la vera essenza dei luoghi da cui provengono. L’incontro tra San Felice e Pipero ha quindi celebrato non solo il vino, ma un’idea di Italia che sa valorizzare il proprio patrimonio storico e culturale attraverso l’innovazione e la ricerca continua dell’eccellenza.