Anteprima Cortona Syrah Doc “Sarà Syrah” 2025: i migliori assaggi e le considerazioni finali

Si torna sempre sul luogo del delitto, soprattutto quando ci si trova bene. Parlare di Syrah a Cortona equivale ad entrare in una pasticceria fornitissima, quando in mente si conosce solo il cioccolato. Come arrendersi all’evidenza che la Syrah sia un vitigno dal potenziale multietnico e sovranazionale, dai contorni differenti a seconda dello sguardo di colui che osserva.

Non è semplice descriverne il carattere, così come è impossibile proporre un vino valido per tutti. La versatilità nell’utilizzo, ad esempio, della fermentazione a grappolo intero e di contenitori di maturazione variegati, arricchisce di variabili l’aderenza ai gusti personali. Dovessimo proprio immaginare un adagio per questa varietà antichissima, proveniente dal Rodano e che ben ha attecchito in altri Continenti e Paesi, Italia inclusa, potremmo dire che si adatta ad una moltitudine di mercati e di territori.

Tra Toscana e Umbria si coltiva da decenni sulle colline di Cortona, sovrastanti la Valdichiana. Pioniere fu la cantina Tenimenti d’Alessandro e col tempo lo scettro è passato in mano ad artefici illuminati e rivoluzionari, quali Stefano Amerighi e Fabrizio Dionisio. L’areale meriterebbe un supporto maggiore per tal impegno e sacrificio profusi; forse il vero cruccio del perché i vini di questa zona non hanno potuto sfondare come dovrebbero, visto il loro potenziale.

Manca quel gancio traino, quel nome altisonante che potrebbe determinare con la propria immagine un cambiamento epocale sul territorio. Un centro d’attrazione enoturistica, dove buona tavola e vita lenta sono da sempre protagonisti, ma che abbisogna di un faro comunicativo luminoso. In attesa di sviluppi e di possibili modifiche al Disciplinare di produzione (quanto mai urgenti), per offrire a chiare lettere una visione del futuro unicamente a base Syrah, segnaliamo la nostra soddisfazione attuale per gli assaggi riguardanti i Syrah Cortona Doc al Museo Maec il giorno 8 marzo durante l’evento Chianina & Syrah.

Le 2021 e 2022 generalmente in grande spolvero sono premonitrici della 2024, dai risvolti similari per nerbo ed eleganza, proposta comunque in degustazione con sparuti campioni da botte. Interlocutoria la 2023, ma non per questo da denigrare pur nella difficoltà tecnica e ubiquitaria della vendemmia. Su 39 campioni totali ben 12 sono risultati degni di menzione, una percentuale di tutto rispetto che conferma i progressi consolidati dai big e i corretti insegnamenti per le nuove leve.

Altalenante la valutazione sui migliori Syrah d’Italia, con alcune ottime espressioni, ma in generale sottotono rispetto agli omologhi cortonesi. Bene l’Australia, tra gli ospiti esterni, e la sempiterna Francia, così come, a sorpresa, la Bulgaria sulle proposte del Sud Africa. La degustazione vini è stata svolta rigorosamente alla cieca, ma anche questa non è una vera novità…

Migliori Syrah Cortona Doc in ordine di preferenza

Cortona Doc Syrah 2022 – Stefano Amerighi

IGT Toscana Rosso Arenite 2021 – Baldetti

Cortona Doc Syrah Castagnino 2024 – Fabrizio Dionisio

Cortona Doc Syrah 2021 Apice – Stefano Amerighi

Cortona Doc Syrah Candito 2022 – Eredi Trevisan

Cortona Doc Syrah Crano 2021 – Baldetti

Cortona Doc Syrah Linfa 2023 – Fabrizio Dionisio

Cortona Doc Syrah Polluce 2022 – Chiara Vinciarelli

Cortona Doc Syrah Terrasolla 2022 – Cantina Canaio

Cortona Doc Syrah Rugapiana 2023 – Poggio Sorbello

Cortona Doc Syrah Poggilunghi 2023 – Il Fitto

Cortona Doc Syrah Principe 2020 – Stefania Mezzetti

Migliori Syrah d’Italia in ordine di preferenza

Syrah 2022 – Michele Satta

Lazio Rosso ICP Puddinga 2021 – Il Vecchio Poggio

Toscana IGT Occhio di Civetta 2023 – Il Querciolo

Toscana IGT Mandorli 2021 – Cincinelli Marco

Costa Toscana IGT Hide 2021 – Bulichella

Lumeo 2022 – Toscani

Terre Siciliane IGP Bio Sole dei Padri 2016 – Spadafora

Varramista 2018 – Fattoria Varramista

Mater Matuta 2019 – Casale del Giglio

Valle d’Aosta DOP Syrah 2014 – La Source

Migliori Syrah di Francia in ordine di preferenza

Cornas Chaillot 2021 – Cyril Courvoisier

Les Chailles 2022 – Alain Voge

Saint Joseph 2023 – Domaine De La Sarbèche

Terre Brulée 2022 – Domaine Lionnet

Migliori Syrah d’Australia in ordine di preferenza

Greenock Shiraz 2022 – Kalleske (Barossa Valley)

Command Shiraz 2021 – Elderton (Barossa Valley)

Octavius 2018 – Yalumba (Barossa Valley)

Migliori Syrah di Bulgaria in ordine di preferenza

Tradition Life 2019 – Minkov Brothers

Syrah 2024 – Downtown Winery

Migliori Syrah del Sud Africa in ordine di preferenza

Estate Shiraz 2020 – Hartenberg (Stellenbosch)

Stranveld Shiraz 2021 – Stranveld (Elim)

Carbonè Meat House: a Palma Campania l’idea di macelleria gastro-gourmet dei fratelli Carbone

Di bracerie se ne trovano tante in giro. L’idea stessa venne sdoganata nei primi anni del nuovo millennio, quando cominciarono a comparire, in Campania, i primi locali pienamente organizzati per offrire selezioni di carni italiane ed estere, lontani dal concetto di trattoria con piatto al centro e commensali ad allungare la forchetta, per dividersi porzioni spesso cotte oltre ogni misura.

Adesso in braceria si entra con i guanti di velluto, accompagnati ai tavoli arredati con gusto moderno, da ragazzi professionali, che offrono competenza negli abbinamenti tra cibo e vino e servizio premuroso e rapido. Niente tovaglie a quadrettoni, niente bicchieri tozzi e larghi, ogni ingrediente al posto giusto e continua ricerca della qualità. Giocoforza anche i prezzi si sono adeguati al rialzo e sentire nostalgia per i pranzi economici, crapuloni e smodati dove tutto era lecito non solo è anacronistico, ma persino poco salutare.

Da Carbonè Meat House a Palma Campania (NA), l’attività di macellai – in arte dialettale detti “chianchieri” – dei fratelli Mario e Pietro Carbone ha fatto pienamente i conti con la contemporaneità del mercato e con il concetto di economia sostenibile. «La filosofia che guida la selezione delle nostre carni – spiega Mario – prevede solo ed esclusivamente animali allevati in maniera naturalerispettosa del loro benessere e dell’ambiente. Ciò significa che proponiamo innanzitutto carne di qualità, proveniente da allevamenti virtuosi, oltre a metodi di cottura che ne esaltano i sapori. Un modo per educare i clienti a scegliere correttamente anche per il consumo casalingo».

Il banco dei salumi e formaggi predispone in maniera positiva alla cena, con quel senso di familiarità dal carattere intimistico simile all’ingresso nelle antiche salumerie e drogherie di un tempo. A voler essere pignoli, una maggior scelta di prodotti locali, eccellenti al pari se non meglio delle blasonate norcinerie umbro-toscane, potrebbe essere la sfida per il futuro. Il chilometro zero ha sempre un proprio fascino ed è l’eccezione che conferma la regola quando i Carbone propongono le loro selezionatissime carni da filiera controllata.

Il resto lo fanno i consigli e le storie sui prodotti, i tempi di cottura e gli abbinamenti: «Semplicità e attenzione, sono le nostre parole d’ordine – commenta Pietro – e questo si ritrova nel modo di grigliare: un po’ di sale e il gioco è fatto, e massima cura del cliente, che viene coccolato dall’arrivo nel nostro locale al commiato». 

Alla brace c’è Mario, al banco Pietro, in sala i bravissimi Raffaella D’Ambrosio e Alfredo Falciano, diretti da Gina Memmolo, moglie di Mario. In cucina gli chef Luigi Guarna e Michele Langella ad ampliare l’offerta gastronomica con alcune ricette tipiche dell’entroterra locale.

La tartare carbonè di manzetta piemontese, con salsa di nocciole, capperi fiore, pepe nero e senape di Digione ha carattere e spinta, da dosare con cura nelle parti speziate. Il carpaccio carbonè con salsa al caciocavallo podolico, pomodorini semi-dry, insalata riccia è delicatissimo, così come la Porter House di Manzetta Beneventana, filetto e controfiletto da 40 giorni di frollatura.

Finale su Galiziana dal grasso marcatamente saporito e ricco di Omega 3, a sconfessare il vecchio tabù del grasso animale dannoso per la salute. Ovviamente vale il saggio motto latino del cum grano salis: tutto fa bene, alle giuste misure.

La carta dei vini conta circa 450 etichette; costruita intorno ai rossi, vanta interessanti incursioni di referenze naturali e champagne di cui, a breve, Raffaella prenderà le redini da aspirante sommelier. Ultima nota a margine la scelta fondamentale del legno utilizzato per la brace. Quanto più neutro possibile per non rovinare gli aspetti organolettici della carne. Da Carbonè Meat House si utilizza unicamente legno di leccio… e tanto amore.

Carbonè Meat House
Via Trieste, 147 – Palma Campania
aperto lun., mart., giov., ven. 19:30-23
sab. e dom. 12:30 – 15, 19:30-23
mercoledì chiuso
tel. 08118280407

Le “stelle” di Sicilia tratte dalla Guida Vini D’Italia del Gambero Rosso in scena ad Alcamo

La Sicilia del vino brilla alla masterclass dedicata ai vini delle cantine che hanno ottenuto più Tre Bicchieri in assoluto dalla prima edizione della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso. Della nostra visita ad Alcamo, uno dei luoghi più affascinanti dell’Isola, ne abbiamo scritto a dicembre all’articolo Alcamo Wine Fest, che sia un Catarratto per tutti.

La regione ha da tempo un posto in primo piano sui palcoscenici italiani e internazionali. La scelta del Gambero Rosso di portare un evento di caratura nazionale ad Alcamo è stata lungimirante e dona a questa terra il lustro che si è meritatata con grande fatica.

Storiche riconferme affiancate dal fermento dei nuovi e giovani produttori. La linea verde ci ha guidato nel cambiamento con il 58% delle aziende che ha un giovane under 35 in ruoli strategici.

Per Gambero Rosso sono state 28 le bottiglie meritevoli dei 3 bicchieri della Sicialia, 1 in più dell’anno scorso e pienamente in linea con gli anni passati. L’Etna continua a dimostrare la sua vocazione e versatilità, con ben 12 i vini premiati in questo splendido areale, 9 rossi, tra cui il vino d’autore che non si avvale della DOC Munjebel Rosso MC 2021 di Frank Cornelissen, un pioniere assoluto del territorio.

Le varietà autoctone dominano su un terroir poliedrico: molte aziende stanno investendo sul Nero d’Avola vitigno più che mai attuale ed elegante. Ne sono degna prova Duca di Salaparuta con il Sicilia Nero d’Avola Duca Enrico 2020 e Feudo Maccari con il Sicilia Nero d’Avola Saia 2022.

La degustazione guidata sapientemente tenuta da Giuseppe Carrus, curatore della Guida Vini d’Italia, partendo dalla storia, ha evidenziato la qualità dimostrata oggi dalla Trinacria. La sede bellissima della Biblioteca del Collegio dei Gesuiti di Alcamo ha completato il quadro.

È la prima volta per le Masterclass di Gambero Rosso in cui la scelta è totalmente “stellata”: si tratta infatti dei vini di che hanno ottenuto almeno dieci Tre Bicchieri dal 1988, anno della prima pubblicazione della Guida.

Gli assaggi proposti

  • Sicilia Bianco Catarratto Buonsenso 2023 Tasca d’Almerita È Ivo Basile, responsabile marketing e comunicazione di Tasca d’Almerita a presentare il vino. Siamo nella Tenuta Regaleali, uno splendido Cru di 600 ettari in cui viene coltivato il Cataratto. Giallo paglierino materico e protagonista al naso, dalle note leggermente tostate che si allargano su un caleidoscopio di agrumi, tra i quali spicca il pompelmo rosa, ricordi di alghe e conchiglie, melone e macchia mediterranea. Le spezie dolci chiudono in profondità, anticipando un sorso saporito, fresco e rotondo, dal calore che dona ampiezza. Tridimensionale.
  • Etna Bianco Alta Mora 2023 Alta Mora – Nel 2001 i Fratelli Cusumano iniziano il loro racconto della Sicilia al mondo attraverso i terroir e le cultivar distintive; nel 2013 con Alta Mora si arricchiscono del territorio dell’Etna, fatto di piccoli Cru selezionati. Qui il Catarratto entra in simbiosi col vulcano, per un vino che riflette la purezza del territorio. Al naso fiori d’agrume, infuso, miele di agrumi marzapane, scorza di limone, mentuccia, seguono ricordi di fico bianco secco, salgemma e grafite. In bocca vive due fasi, una prima della deglutizione più verticale e fragrante e una successiva più larga e cremosa, merito di una vivida tensione gustativa e di una mineralità dal lungo finale nel ricordo di fico bianco.
  • Cerasuolo di Vittoria 2022 Planeta Una delle aziende pioniere a cui dobbiamo il merito di aver cambiato la Sicilia enologica. Quaranta anni fa ha inizio il viaggio da Ovest a Est della Sicilia, alla ricerca di vitigni dimenticati e di territori in cui crearne una loro interpretazione. Planeta sceglie di vinificare Nero d’Avola e Frappato selezionati a mano e vinificati in acciaio, offrendo un’interpretazione stilistica molto riconoscibile. Il rosso rubino si tinge di sfumature porpora e al naso le note speziate da pepe nero si combinano a frutta fresca di bosco e croccante, fragole e frutti di bosco. Seguono in successione ricordi di oliva sotto sale e macchia mediterranea, ginepro, finocchietto essiccato. In bocca il sale è protagonista e su questo caposaldo si legano armoniosamente i tannini, di estrema eleganza e finezza, dal finale leggermente amaricante.
  • Moro di Testa 2021 Feudi del Pisciotto – Gruppo Domini di Castellare di Paolo Panerai. Il Moro di Testa nasce dai terreni sabbiosi in cima all’azienda, perfetti per la Syrah che qui ha un’anima mediterranea. Il Nero D’Avola completa al 10% il vino con sfumature di spezia, pepe nero e cannella, dai toni di piccoli frutti rossi, macchia mediterranea, menta e rosmarino. Sorso ricco, di sostanza, potenza portati con eleganza e verticalitá grazie alla bassa carica tannica e la temperatura bassa di servizio che gli dona ulteriore grazia. Finale di pepe verde.
  • Sicilia Nero d’Avola Saia 2022 Feudo Maccari Proprietà di Antonio Moretti Cuseri, che dall’Aretino compra in Sicilia questo Feudo, con 265 ettari di uliveto e 60 di Vigna a Nero d’Avola e Grillo. Il Saia è un Nero d’Avola di grande stoffa. L’impatto cromatico è dalle tonalità cupe. Il naso è espressivo e appagante: rovo e frutti di bosco scuri, macchia mediterranea, sottobosco, prugna essiccata e ancora cappero, carrubo e alloro, gelée alla mora. L’assaggio ha carattere, sale e sostanza, il tannino è legato perfettamente e ci riconduce all’uva, in una massa amalgamata benissimo. Chiude con grande lunghezza su ricordi di fico d’india rosso e ciliegia. I rossi non hanno la prerogativa dell’invecchiamento tuttavia sono stati aspettati e resi perfetti per l’assaggio.
  • Sicilia Nero d’Avola Duca Enrico 2020 Duca di Salaparuta Sono 200 candeline per l’azienda che insieme a Florio, rappresenta la Sicilia per il gruppo ILVA di Saronno. Coniugare grandi numeri con l’eccellenza non è facile e i tantissimi riconoscimenti ricevuti negli anni mostrano la classe limpida di un protagonista indiscusso della storia vinicola isolana.Nero d’Avola rubino carico e ricco all’olfatto. Venatura balsamica in cui emergono frutta nera matura, erbe officinali, carbone e succo di mora e arancia sanguinella. Il sorso è saporito, polposo e lascia un finale balsamico.
  • Passito di Pantelleria Ben Ryé 2021 Donnafugata Gioiello della famiglia Rallo. Zibibbo passito coltivato ad alberello pantesco, oggi patrimonio dell’Umanità UNESCO, su terreni sabbiosi di origine lavica. Al mosto in fermentazione viene aggiunta uva passa sgrappolata a mano per favorirne l’aromaticità. Ben Rye deriva dall’arabo e significa “figlio del vento”, caratteristica dell’isola di Pantelleria. Ha le sfumature del sole, il vino è materico e crea raggi luminosi. Il naso è di rara ricchezza pienezza e eleganza. Il varietale dell’albicocca disidratata si fonde a note di lavanda e rosmarino, finocchietto di mare, salsedine, cappero sotto sale ed elicriso. In bocca è sontuoso, la nota sapida dona pulizia, lo zucchero è perfettamente bilanciato, amalgamato alla massa e fruttoso, in un finale di frolla salata alla marmellata di albicocche.

La Sicilia del vino non vuole e non deve essere più considerata una sorpresa ma una realtà consolidata, che da anni porta avanti con impegno assiduo i concetti di qualità e di sostenibilità in maniera elegante e contemporanea.

Le Girolì ad Eboli, tutta la dolcezza del mondo

Rossella e Livia, braccio destro e braccio sinistro de Le Girolì ad Eboli (SA), gastro-boutique specializzata nella realizzazione di dolci e torte dal gusto irresistibile.

Gli studi compiuti che miravano ad altri settori, poi la passione di famiglia per le creazioni di pasticceria hanno trasformato la vita delle due giovani titolari nel sogno più bello da realizzare: veder soddisfatti bambini e adulti mentre assaporano le loro delizie.

Torte appetitose e colorate, come la New York Cheese Cake, passando per i classici Cookie ripieni di cioccolata, Brownie, Cupcake e, per finire, Red Velvet, Carrot Cake e Tiramisù in versione americana. Proprio in tema di stile le ricette ricalcano quelle anglosassoni d’oltreoceano, atipiche per la Campania regno di zeppole, struffoli, sfogliatelle e pastiere.

Un punto di forza che determina anche l’originalità de Le Girolì nel far viaggiare, attraverso i morsi ed il palato, il consumatore verso lidi lontani all’insegna della beat generation. Una ribellione positiva, che si smarca dal concetto tipico di fare dolci in Italia.

La sac à poche sempre carica nel laboratorio, dove Livia inventa a seconda del momento e degli ingredienti stagionali. In sala Rossella a completare l’offerta con caffè, liquori aromatizzati e altre specialità dolciarie.

Una piacevole pausa di ristoro in un luogo rilassante, dai toni caldi e accoglienti, che abbiamo visitato per voi lettori di 20Italie, da sempre attenti alle novità del territorio.

Il linguaggio del vino e le nuove forme di comunicazione nel convegno promosso da Associazione Italiana Sommelier – AIS Italia

Cosa succede quando un filosofo, un enologo, una blogger e un sommelier si siedono insieme per discutere di comunicazione e linguaggio del vino nell’era moderna? Ne scaturisce un confronto ricco di spunti dove il focus si concentra sul grado di attrazione che il vino è capace di esercitare, in base alle modalità di comunicazione e al pubblico al quale ci  rivolgiamo.

È stato questo il tema del convegno promosso da AIS, Associazione Italiana Sommelier, in collaborazione con AIS Campania al De Bonart Naples Hotel, che ha visto intervenire Sandro Camilli, Presidente AIS Italia, Nicola Perullo, Professore ordinario di Estetica all’Università di Pollenzo, Roberto Cipresso, enologo, Giulia Sattin, blogger, Cristiano Cini, Comitato Esecutivo Didattica AIS, moderati dal giornalista Luciano Pignataro, davanti ad una nutrita platea di giornalisti, comunicatori, sommelier e appassionati di vino.

Due round per un dibattito che ha coinvolto relatori e pubblico, in cui le suggestioni emerse riguardavano le modalità di coinvolgimento dei cosiddetti millenial nel racconto vino, ma anche il re-engagment di altre fasce d’età, in una fase cruciale che vede il comparto sotto scacco. Basti pensare al crescente interesse per le bevande dealcolate, all’attenzione sempre più forte verso stili di vita salutisti, all’ondata di ritrazione dei consumi di vino anche a seguito delle nuove norme di legge in vigore.

Parola chiave e filo conduttore di tutti gli interventi è esperienza: come modalità di fruizione della bevanda vino, che può avvenire attraverso linguaggi e forme di comunicazione diverse, come la musica e l’arte ad esempio.

Concordano Nicola Perullo e Roberto Cipresso, ponendo entrambi l’accento sul concetto di gusto e di variazione di quest’ultimo nel tempo. Il vino è un “artefatto”, e come tale soggetto alle mode e all’esperienze personali e soggettive.

Giulia Scattin parla della rilevante figura dell’Influencer marketing, modulando il suo intervento sul concetto di semplificazione della comunicazione. Semplificazione che non va intesa come banalizzazione, ma come possibilità di fruizione da parte di un pubblico il più ampio possibile.

È indubbio che in questa variabilità di forme di comunicazione, quella legata alla formazione didattica può apparire la più rigida, continua Cristiano Cini, ma in questo senso AIS ha completamente riformato il proprio approccio introducendo il concetto di soggettività basato sull’oggettività di un linguaggio (la nuova scheda di degustazione) in grado di codificare l’esperienza personale del relatore o del degustatore.

Non bisogna infine dimenticare che il vino è prima di tutto espressione di territori e valori umani: se condiviso in questa prospettiva, spogliato di ogni forma di autoreferenzialità,  può offrire emozioni ed esperienze diverse con il medesimo grado di soddisfazione.

E a questo proposito appaiono calzanti le parole del compianto Giampaolo Gravina, citate ad apertura di Convegno dal Presidente nazionale AIS Sandro Camilli: <<Quella lingua che assaggia e degusta è infatti la stessa lingua che parla e comunica, evidenziando nell’atto del gustare una vocazione genuinamente linguistica in virtù della quale le questioni di palato si risolvono continuamente in questioni di parlato. Ora però nel parlare di vino, la sete generica di storia si va facendo sempre più forte della sete di lingua, o meglio di storia con una bella lingua. E così le parole del vino, già troppo spesso confinate in un gergo autoreferenziale poco comprensibile ai più, perdono simultaneamente eloquenza e originalità. Rinunciano cioè a quella capacità di persuasione, stimolata dal tentativo di riformulare personalità ed energia del vino, così necessarie a comunicarne la qualità dei sapori, a condividere la temperatura emotiva e, allo stesso tempo, sacrificano l’originalità del gusto in nome di una tipicità banalizzante>>.

Assegnato a “Montagne e Valli Trentine” il Premio Vinarius 2025 al Territorio

Come nasce una vera cultura del vino? È frutto certamente di sinergie.

Una comunicazione efficace da persone competenti e la partecipazione a corsi dedicati segnano un ottimo punto di partenza, così come la curiosità, che è sempre il motore della scoperta. Ma c’è un elemento fondamentale che spesso viene sottovalutato: il passaggio di emozioni e conoscenze tra chi il vino lo produce e chi lo degusta.

Ed è qui che entrano in gioco le enoteche, luoghi magici in cui le bottiglie non diventano solo referenze da vendere, ma storie da raccontare, esperienze da vivere e passioni da condividere, per offrire al pubblico la possibilità di conoscere e sapere: un “hub” tra cantine e territorio.

Maurizio Zanella disse che <<il vino si divide in due famiglie, il vino commodity ed il vino “nobile”, il cui commercio non può essere demandato a formule come l’on-line o la GDO perché ha bisogno di un accompagnamento che lo spieghi, lo racconti: vini che hanno bisogno di lavorare sul posizionamento di valore e le enoteche sono le uniche in grado di dare questo grazie al fattore umano e allo speciale legame con il cliente>>.

Vinarius è l’Associazione delle Enoteche Italiane, fondata nel 1981 con l’obiettivo di promuovere e valorizzare la cultura del vino attraverso una rete di associati distribuita capillarmente in tutta la Penisola, atta a svolgere un ruolo chiave nella diffusione della conoscenza e nella promozione delle eccellenze vitivinicole italiane.

Un punto di riferimento per gli operatori del settore e per i consumatori alla ricerca del buon bere, di vini di qualità selezionati da professionisti.

Nel 2004 è stato instituito il Premio al Territorio che, con cadenza biennale, si pone l’obiettivo di valorizzare le aree italiane con una forte vocazione vitivinicola, un ricco patrimonio agroalimentare e un’attenzione particolare alla sostenibilità, alla valorizzazione delle tradizioni e all’accoglienza enoturistica.

Presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica, si è svolta la cerimonia di premiazione. Il prestigioso riconoscimento è stato assegnato a “Montagne e Valli Trentine”, esempio virtuoso di integrazione tra produzione vitivinicola di qualità, rispetto per l’ambiente e valorizzazione delle tradizioni locali.

Alla cerimonia erano presenti il Senatore Pietro Patton, il Presidente di Vinarius Andrea Terraneo, l’ideatrice del Premio Vinarius al Territorio Gigliola Bozzi e il Senatore Luca De Carlo, Presidente della 9ª Commissione permanente (Industria, commercio, turismo, agricoltura e produzione agroalimentare).

L’evento è stato trasmesso in diretta streaming sulla WebTv del Senato e sul canale YouTube del Senato, permettendo a un vasto pubblico di seguire l’evento.

Il senatore Luca De Carlo ha sottolineato l’importanza del settore vitivinicolo per l’economia italiana, un settore che da difendere, e ha elogiato l’impegno di Vinarius nel promuovere la cultura del vino e nel sostenere i territori che investono nella qualità e nella sostenibilità.

Il senatore Pietro Patton ha concluso l’incontro mettendo in evidenza come sia stata premiata non solo un’eccellenza enologica, ma anche una visione virtuosa di sviluppo che mette al centro il territorio e le sue comunità.

Questo riconoscimento è un tributo al lavoro di tanti produttori che, con passione e competenza, rendono il Trentino un simbolo di valore e innovazione nel panorama vitivinicolo italiano.

Prende oggi il via la Terza edizione del Salone del Vino di Torino

La terza edizione del Salone del Vino di Torino 2025, presso le OGR Torino, prende il via da oggi e fino al 3 marzo, trasformando l’ex complesso industriale in un grande percorso dedicato alla cultura enologica.

Con la partecipazione di oltre 500 cantine l’evento offrirà un’esperienza immersiva, permettendo ai visitatori di scoprire e degustare una vasta selezione di vini provenienti dal Piemonte, dall’Italia e dal panorama internazionale. Gli spazi suggestivi delle OGR un itinerario espositivo coinvolgente, dove il pubblico potrà approfondire la conoscenza del vino attraverso incontri con produttori, masterclass tematiche e dibattiti con esperti del settore.

L’evento si configura non solo come un’occasione di degustazione, ma anche come un’opportunità di crescita culturale, grazie a momenti di confronto e approfondimento dedicati alle nuove tendenze e ai cambiamenti in atto nel mondo enologico.

Un ruolo fondamentale sarà svolto dall’offerta gastronomica, che si presenterà ampia e variegata, con aree pensate per l’abbinamento cibo-vino. Questi spazi permetteranno di sperimentare accostamenti studiati da chef e sommelier, offrendo un’esperienza sensoriale completa e stimolante per appassionati, professionisti e semplici curiosi.

La giornata del 3 marzo sarà dedicata interamente agli operatori del settore.

 Il Salone del Vino 2025 si vuole distinguere, inoltre, per il forte impegno verso la sostenibilità, declinata nelle sue tre dimensioni principali: ambientale, sociale ed economica. L’evento mira a ridurre il proprio impatto ecologico, introducendo pratiche virtuose legate al risparmio energetico, alla mobilità sostenibile, alla raccolta differenziata e all’utilizzo di materiali riciclabili e durevoli. In questa direzione, l’organizzazione ha adottato un approccio innovativo basato sulla filosofia del design system e sui principi della sostenibilità, con il contributo prezioso della Dottoressa Luana Gravina, che ha guidato lo sviluppo dell’edizione 2025.

La programmazione culturale dell’evento si propone di affrontare temi di grande attualità, tra cui l’inclusione sociale, la parità di genere, la responsabilità sociale d’impresa, il cambiamento nei consumi, la transizione ecologica e l’innovazione tecnologica applicata al settore vinicolo. Il Salone non si limiterà a offrire un calendario di appuntamenti durante i giorni della manifestazione, ma si impegnerà a portare avanti un progetto continuativo nel corso dell’anno, con iniziative di sensibilizzazione, attività formative per le nuove generazioni e strategie per favorire il riuso e il riciclo. Tra le azioni concrete previste ci saranno la raccolta dei tappi di sughero, la riduzione del materiale stampato, l’introduzione di allestimenti sostenibili, la promozione del riutilizzo del vetro e la creazione di un network di volontari.

A dare continuità a questo percorso sarà anche il Comitato Scientifico, istituito nell’edizione precedente, che proseguirà il suo lavoro di ricerca e divulgazione attraverso talk, studi e analisi nel corso della manifestazione.

L’evento sarà completamente cashless: l’accesso avverrà tramite pacchetti degustazione, acquistabili in prevendita online o direttamente in loco, compatibilmente con la disponibilità residua. Ogni visitatore riceverà un bracciale elettronico, un calice e una taschina, strumenti utili per vivere appieno l’esperienza del Salone. I token, dal valore unitario di 1,00€, consentiranno di degustare i vini agli stand delle cantine e di acquistare direttamente in location le bottiglie preferite. Ogni espositore proporrà almeno un’etichetta disponibile per la degustazione a un token, garantendo così un’ampia scelta tra le migliori produzioni enologiche presenti.

Il Salone del Vino di Torino 2025 rappresenta quindi un’occasione imperdibile per operatori del settore, wine lovers e curiosi che desiderano immergersi in un contesto che unisce tradizione, innovazione e sostenibilità.

Per maggiori informazioni sull’evento e per l’acquisto dei token è possibile visitare il sito ufficiale www.salonedelvinotorino.it

La pizza di Franco Gallifuoco, emblema dell’anima verace di Napoli

Invenzione e tradizione. Un gioco a due particolarmente delicato quando si tratta di incarnare l’anima verace di Napoli: la pizza. Francesco Gallifuoco, quarta generazione di pizzaioli con il suo Ristorante Pizzeria Franco Gallifuoco, ha lievito, acqua e farina al posto di ossa, sangue e muscoli. Il cuore per ciò che fa, però, resta sempre identico.

I Gallifuoco arrivano in cucina già alla fine dell’800. Il bisnonno Marco e poi nonno Pasquale, che nei primi del ‘900 praticava l’antico mestiere del tabernaro in un tipico locale al centro. E’ papà Marco che, nel 1966 insieme alla moglie Maria Calabrese, apre il primo locale di famiglia. Un grande successo proprio grazie alla presenza della signora Maria, tra le prime donne pizzaiole del capoluogo e figlia del patron del cravattificio Calabrese, amato dall’ex Presidente della Repubblica italiana Sandro Pertini.

La Pizza Toca, dal nome della cravatta più venduta dai Calabrese, veniva servita negli anni ’70 con frutti di mare, funghi e mozzarella. Nel dicembre 2015, tocca a Francesco puntare sul rilancio del calzone che qui prende il nome di Grotta e che diviene il suo cavallo di battaglia. Poi è giunto il momento della Carretta, versione moderna della pizza a “ruota di carro” classica napoletana e infine del Tiellino, interpretazione personalizzata del classico padellino.

Lo studio continuo nell’impasto fa la differenza: Gallifuoco adora quello tradizionale diretto, o con pre-fermento poolish, dal panetto finale di peso tra i 260 e 360 grammi circa, a seconda delle richieste. Il risultato è una pizza contemporanea nelle forme e nelle proposte, ma assolutamente fedele alla storia nell’assaggio. Digeribilità e condimenti di altissimo livello, più leggeri e dalla giusta consistenza.

Le “Grotte”, la vera novità, prevedono un cucinato quasi gourmet a fungere da ripieno, con cotture sotto vuoto e tecniche moderne tali da consentire continuità e costanza di sapori. D’altro canto è lo stesso Franco ad indicare che la ristorazione deve avere necessariamente un ruolo nel concetto di topping da pizzeria.

Intriganti poi la pizza “cosacca”, con pomodoro, parmigiano e basilico e la salsiccia e friarielli in triplice consistenza, chips di broccoli inclusa. Appetitosa la napoletana con soffritto piccante ed il tiellino con cipolla caramellata in crema, porchetta d’Ariccia e stracciata di bufala.

Franco Gallifuoco continua il suo percorso di crescita e di avanguardismo, dopo il menù in braille, dopo le varie forme di beneficenza per i bisognosi, argomento cui è particolarmente sensibile, dopo le ristrutturazioni del locale e le infinite varianti realizzate per uno dei simboli di Napoli nel mondo intero.

Pizzeria Ristorante Franco Gallifuoco

Corso Arnaldo Lucci, 195/197

Napoli

Tel. 081 19138170

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Aperto tutti i giorni a pranzo e a cena

Da Casa Lerario “il Molise esiste” con le ricette dello chef una Stella Michelin Stefania di Pasquo

Il Molise esiste, eccome! Anche nel fine dining. Ove fosse richiesta una prova è sufficiente conoscere la cucina stellata (il primo gradino del firmamento Michelin torna in Molise dopo 25 anni!) di Stefania Di Pasquo, chef di Locanda Mammì dal 2013 ad Agnone (IS) cittadina famosa nel mondo per la plurisecolare produzione di campane bronzee.

L’Alto Molise pentro-sannitico è territorio di cerniera: spartiacque nell’Appenino centrale, tra le sponde tirreniche e il vicino Adriatico e, come tale, terra di passaggio e di transumanze. Non poteva che essere una cucina del ricordo quella di Stefania, che abbiamo incontrato a Casa Lerario, ospitale ed accogliente farmhouse di Melizzano nel Sannio beneventano, dove l’eclettico patron Pietro Lerario organizza il format “A pranzo con lo Chef”.

Un’autentica rassegna gourmet, con appuntamenti dedicati alla cucina di diversi chef stella Michelin. Il pairing tra i piatti di chef Di Pasquo e i vini del territorio è stato “officiato” da Carlo Ceparano con le etichette dalla sua maison solopachese, Tenuta Sant’Agostino.  Nel 1991 Pietro Lerario, imprenditore napoletano di seconda generazione nell’antica arte del vetro, decide di diversificare gl’investimenti acquistando a Melizzano un vasto appezzamento popolato di “spine, rovi e poco altro” (come racconta egli stesso), dove in seguito ha impiantato e valorizzato, ettaro dopo ettaro, vigneti, oliveti, frutteti ed orti adiacenti il rustico ed elegante agriturismo.

Perfetto palcoscenico sulle cui assi lignee è entrata in scena la cucina emozionale di Stefania Di Pasquo, accompagnata nella narrazione dal marito Tomas Torsiello, tutt’altro che estraneo alla gastronomia stellata. L’abbrivio in tavola della chef, allieva di Niko Romito, tocca con il piatto Sorpresa Di Pasquo: pallotta fritta di cacio, uova e burro di lardo adagiata su manto di lenticchie crude e sovrastata da una nuvoletta di pomodoro passato.

Il Molise è anche terra di bacini lacustri e aste fluviali dove allevare, tra gli altri, la trota salmonata che arriva guarnita con le sue uova, dopo accurata marinatura e affumicatura, in trancio di filetto puntinato di pasta di mandorle e deposto su vinaigrette di carote. Ad accompagnare i primi due piatti di Stefania il trebbiano in purezza “Ventiventi”di Tenuta Sant’Agostino in versione 2021, IGT Beneventano maturato 8 mesi in anfora di terracotta. Il risotto della transumanza è inebriante; effluvio di erbe montane seccate dal sole estivo che volge oramai lo sguardo all’autunno.

Accade perciò di inforcare per metafora una visione: quella millenaria di greggi e pastori che portano con sé la storia di popoli e il respiro stesso della natura, in un viaggio che sembra la danza tra uomo, animale e creato. Quei chicchi bianchi, tirati con brodo di fieno e burro acido, arricchiti da parti di micischia (la carne magra essiccata di pecora che i pastori portavano con se per il fabbisogno proteico nel tragitto) e spolverati generosamente dal verde intenso di erbe essiccate e petali di rosa canina parimenti polverizzati. Un caleidosopio della memoria.

E poiché similes cum similibus congregantur, entra in calice la carica aromatica di “Scomposto”, IGT beneventano solo da uve malvasia, annata 2021, ulteriore vino d’anfora della cantina ospite. Accostamento molto ben riuscito; come riuscito è il connubio tra il susseguente “Attoprimo”, rosso annata 2020 da blend di uve Aglianico e Lambrusco Maestri che ha affiancato la faraona arrosto su maionese di rapa rossa e ciuffi di radicchio scottato.

Infine, il coup de theâtre: affidare la chiusura a un piatto ispirato alla prima colazione mattutina del contadino-pastore, fatta di pane, vino e caciocavallo che nella rivisitazione di Stefania Di Pasquo diventano pan brioche caramellato, gelato di caciocavallo e, sul fondo, salsa marmellata al vino. Successo di critica e di pubblico.

“Giù il sipario”!

Gli Alta Langa di Contratto 1867

“Nella distesa calma di questo luogo d’incanto”, così Giuseppe Ungaretti descriveva Canelli.

Perdersi tra le sue colline è un’esperienza affascinante e suggestiva: panorami mozzafiato con dolci pendii coperti di vigne. Canelli, situata nel cuore del Piemonte in provincia di Asti, è famosa per i suoi vigneti e le sue cantine storiche, in particolare per la produzione di spumante Metodo Classico e vino Moscato.

Il centro storico di Canelli presenta edifici di interesse architettonico, tra cui chiese, palazzi e antiche cantine. Le “cattedrali sotterranee”, ovvero le storiche cantine scavate nel tufo, sono una delle attrazioni principali.

La loro costruzione risale ai primi del Novecento, quando i produttori di vino iniziarono a scavare nel tufo per creare spazi freschi e bui ideali per la fermentazione e l’affinamento del vino. Le cantine si estendono per diversi chilometri e presentano ampie sale con archi e colonne che richiamano lo stile delle cattedrali.

Le cattedrali sotterranee di Canelli sono state riconosciute come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2014, grazie alla loro importanza storica e culturale nel panorama vitivinicolo. Questi luoghi non solo rappresentano un esempio di ingegneria e architettura, ma sono anche un simbolo della tradizione vinicola piemontese.

Ed è proprio la storia di una di queste cantine che vi voglio raccontare: Contratto 1867 che ho avuto il piacere di visitare.

Fondata da Giuseppe Contratto, la cantina è tra le più antiche della regione e ha giocato un ruolo importante nella storia del vino spumante italiano. Fu la prima, nel 1919, a produrre uno spumante metodo classico millesimato. Una scelta innovativa da parte della casa piemontese che mirava ad esaltare le caratteristiche di ogni singola annata.

Contratto 1867 è anche apprezzata per il suo impegno nella sostenibilità e nella salvaguardia delle tradizioni vinicole locali. Si è evoluta nel corso degli anni, ma ha mantenuto un forte legame con il territorio e le sue tradizioni, continuando a produrre vini che riflettono il carattere unico della regione.

L’azienda non è solo un luogo di produzione, ma anche patrimonio culturale. Le gallerie sotterranee, localmente chiamate Infernot, sono decorate con botti di legno e bottiglie di vino, creando un’atmosfera suggestiva.

Le gallerie furono costruite dal lontano 1872 e furono impiegati oltre 200 operai che le scavarono a mano, utilizzando strumenti tradizionali. Il lavoro era molto laborioso e richiedeva una grande abilità, poiché gli artigiani dovevano fare i conti con la durezza della pietra arenaria. Oggi le cantine sotterranee di Contratto 1867 coprono una superficie di 5.000 metri quadri, più o meno la grandezza di un campo da calcio, e quasi 40 metri di profondità massima.

Per quanto riguarda la produzione è d’obbligo fare un excursus storico che parte dai primi anni del Novecento, epoca in cui la cantina produceva Asti Champagne e Moscato Champagne utilizzando la dolce uva moscato della regione. La dolcezza era una caratteristica naturale di questi vini spumante, rispetto alle bollicine francesi che erano portate a secco e solo in un secondo momento “dolcificate” con il liquer de tirage.

Dobbiamo attendere gli anni Venti per vedere la produzione trasformarsi dal dolce al secco. Questa tendenza verso un vino più secco era dettata dal cambiamento del gusto britannico. Lo sviluppo di una produzione nota come Brut “For England” fu la testimonianza di una notevole quantità di spumante Contratto da esportazione verso il Regno Unito e le sue colonie (il Commonwealth).

Ecco la mia degustazione:

  1. BLANC DE BLANC PAS DOSE’ – Alta Langa DOCG prodotto con le uve provenienti dai vigneti di Bossolasco, comune situato nella provincia di Cuneo, dove il terreno è marnoso calcareo, argilla chiara e abbastanza fertile con una buona componente minerale. 100% Chardonnay, unico e raffinato che presenta aromi freschi e piacevoli, insieme a una struttura elegante. Al palato la sua precisione è immediata: ogni sorso è caratterizzato da una acidità vivace, rendendo il vino estremamente rinfrescante. La sapidità è ben presente. Il Perlage è molto fine. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.
  • FOR ENGLAND BLANC DE NOIRS PAS DOSE’  – Alta Langa DOCG, spumante inizialmente prodotto per dilettare il palato più secco del mercato inglese, oggi lo troviamo con due bellissime espressioni di Pinot Nero: Blanc de Noir e Rosè. Al naso esprime profumi di frutta bianca, con note floreali e agrumate; al palato un finale asciutto, che lascia una piacevole sensazione di pulizia e freschezza in bocca. La “collana” di bollicine che si forma lungo il bicchiere sono sinonimo di un perlage fine e persistente. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.
  • BACCO D’ORO BRUT – Alta Langa DOCG 80% Pinot Noir, 20% Chardonnay, spumante storico della cantina, il Bacco d’Oro è l’unico spumante dosato prodotto da Contratto. Al naso si apre con sentori intensi di fiori di pesco, miele e frutta secca; sentori di pane tostato o brioche. Cremoso e avvolgente, equilibrato, con una piacevole freschezza che bilancia la sua struttura, regala note di frutta matura e agrumi e marzapane. Il perlage fine e cremoso. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.
  • MILLESIMATO PAS DOSE’ – Alta Langa DOCG 80% Pinot Noir, 20% Chardonnay.Qui si mostra la volontà di produrre solo spumanti di annata, che vadano quindi ad enfatizzare le peculiarità e le caratteristiche del clima e del terroir di quell’anno. I profumi sono morbidi e delicati, con sentori floreali e agrumati. Al palato si mostra fresco e sapido, dotato di una bolla fine e avvolgente. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.

Una menzione a parte meritano le etichette, vere opere d’arte. Dall’annata 2007 si è deciso di utilizzare in etichetta le celebri raffigurazioni di Leonetto Cappiello, uno dei padri del moderno cartellonismo italiano, tratte dalla campagna pubblicitaria Contratto, uscita tra il 1922 e il 1925.

I Contratto rimasero alla guida della cantina fino al 1993, quando la famiglia Bocchino, già proprietari dell’omonima distilleria, presero le redini dell’azienda iniziando una notevole opera di ristrutturazione della Cattedrale del Vino, della corte interna e della sala di degustazione.

Giorgio Rivetti, da sempre grande amante dello Champagne, inizia a collaborare con Bocchino, intuendo fin da subito il grande potenziale della storica casa spumantistica. Poco dopo, nel 2011, i Rivetti decidono di compiere un passo importante e acquisiscono la cantina. La filosofia e la passione che hanno reso celebre La Spinetta, si riflettono immediatamente in questo nuovo progetto.

Se non avete ancora avuto modo di visitare la cantina o di degustarne i vini, scegliete Contratto e lasciatevi sorprendere.

Prosit!