Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: Il Papavero

Continua il nostro viaggio in Campania nel racconto di 7 luoghi ricchi di cultura gastronomica, premiati dalla più nota guida ristoranti al mondo: la Guida Michelin. Abbiamo già visitato gli stellati Marotta, Osteria Arbustico, O Me o il Mare, Oasis Sapori Antichi.

Proseguiamo verso Eboli, avamposto di frontiera, crocevia di gente e commerci tra la piana salernitana, quella del Sele, il Cilento ed il Vallo di Diano. Città simbolo della letteratura, menzionata nel celebre romanzo di Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli” nei ricordi del forzato confino subito dall’oppressore Fascista.

Jevule, come viene chiamato il Comune in dialetto, non è più un simbolo di arretratezza contadina, bensì un universo di attività piccole e grandi che sta contribuendo alla forte ripresa, anche in termini di lavoro, del comparto agricolo e vitivinicolo. Lo abbiamo rimarcato nell’articolo Eboli: una fermata di gusto e durante le numerose visite ad eventi di settore e prestigiose aziende rurali a chilometro zero.

Caseifici, produttori di mozzarella di Bufala, allevatori e vigneron; olivicoltori, operatori ortofrutticoli della cosiddetta “Quarta Gamma” e, naturalmente connessi ad essi eccellenti ristoranti. Tra quest’ultimi impossibile non citare Il Papavero, di proprietà di Maurizio Somma deus ex machina del ristorante, proveniente da tutt’altro settore. Da stimato luminare nella Medicina della Riproduzione cominciò dal nulla ad avvicinarsi alla ristorazione di qualità, cercando di ricreare quell’atmosfera di casa che non ha mai smarrito. Neppure nel 2011, dopo l’ambito riconoscimento di una Stella Michelin, riconfermata anno dopo anno dal talento puro dello chef Fabio Pesticcio.

Dai pochi tavoli iniziali agli attuali 30 coperti, ricavati in stanze accoglienti dalle pareti colorate e piene di opere d’arte. Divertente il giardino esterno che dà una sensazione quasi di passeggiata fuori porta nelle primaverili giornate di sole, con arredi moderni in stile shabby chic.

Ma è nel menu proposto che avviene il vero tocco di magia de Il Papavero. Degustazioni a portata di tutte le tasche, che soddisfano i sensi ed appagano la curiosità di vivere un’esperienza elegante e diversa dal consueto. In fondo l’essenza stessa dello scegliere un locale gourmet in linea con il contesto culinario attuale. Pochi fronzoli e tanta concretezza, come il piatto firma di Pesticcio: la pasta mista con polpo e spuma di patate.

Comodi gli entrée di benvenuto e l’antipasto composto da triglia, provola e acqua di scarole per coniugare inventiva e ricette della tradizione. In successione arriva l’uovo cotto a bassa temperatura con porro e pecorino e, per secondo, l’anatra con sedano, rapa e finocchio.

Coccole finali dai dessert di Benedetta Somma, figlia di Maurizio ed autodidatta nel difficile mondo della patisserie. Qui non sono ammessi errori e Benedetta riesce sempre a trovare il modo giusto per contaminare sapori in chiave tra dolce e salato, tecnica rara e contemporanea. Piccola pecca la carta dei vini in via di riorganizzazione dopo il cambio sommelier avvenuto nel 2024, comunque fornita di etichette nazionali ed internazionali di buon livello e dal ricarico calmierato.

Vallepicciola descrive minuziosamente l’UGA Vagliagli con vini eleganti e longevi

L’UGA Vagliagli è l’ala sinistra dell’ideale farfalla che divide in due il comune di Castelnuovo Berardenga, il più a sud del Chianti Classico. Qui, in località Pievasciata, si trova la cantina Vallepicciola, una realtà vinicola presente e attiva sul territorio dal 1999 di cui abbiamo scritto nell’articolo Napoli: Vallepicciola porta il vento del Chianti Classico nel “paese d”o sole e d”o mare”.

Da Napoli alla Toscana e poi dritti a Verona, dove al Vinitaly abbiamo ritrovato Alberto Colombo, amministratore delegato della società nonché presidente dell’Associazione Vagliagli, che raduna al suo interno i produttori del Chianti Classico dell’omonima UGA.

Vallepicciola nasce per volontà dell’imprenditore Bruno Bolfo, come recupero di un vecchio convento, riconvertito in un resort di lusso. Gli originari 3 ettari di vigna che circondavano la proprietà si ampliano grazie all’acquisizione di ulteriori 80 ettari alla fine del 2000. Attualmente la cantina si estende su 265 ettari totali, di cui 107 a vigneto – ripartito per il 40% a sangiovese e per il 60% a vitigni internazionali- la restante parte a uliveti e bosco.

L’attuale produzione si attesta attorno alle 500 mila bottiglie, divise tra mercato nazionale e altri trentacinque paesi nel mondo. Gli Stati Uniti, ci spiega Alberto, rappresentano una fetta importante ma non determinante del business – circa 100.000 bottiglie – e la cantina sta affrontando il momento attuale con spirito collaborativo nei confronti dei propri importatori.

La particolarità di Vagliagli, continua Colombo, che ha spinto alla creazione di un’UGA a sé rispetto al comune di riferimento Castelnuovo Berardenga, risiede nella varietà di suoli prevalentemente di matrice alluvionale, ma con importanti presenze di scisti argilloso calcaree e sequenze marnose. Dal prossimo anno l’UGA Vagliagli verrà definitivamente riconosciuta con possibilità di indicarne il nome in etichetta, solo per il Chianti Gran Selezione, come previsto dall’attuale disciplinare.

Per quanto riguarda la produzione di Chianti Classico, Vallepicciola ha optato per la vinificazione in purezza del sangiovese sia per l’Annata che per la Riserva e la Gran Selezione, lavorando su una densità d’impianto pari a 5000 ceppi per ettaro e una resa di 60 quintali.

Iniziamo la degustazione con il Chianti Classico 2021. Vinificato in acciaio e affinato in tonneau e barrique di secondo passaggio, ha naso tipico e delicato di frutto rosso e fiori scuri, beva agile e snella. La produzione annua si aggira intorno alle 140/150 mila bottiglie.

La Riserva 2021 vinifica invece in cemento e affina 24 mesi in barrique di primo e secondo passaggio. Al naso esprime caratteri più minerali che ricordano il talco e poi di nuovo la ciliegia. Palato disteso, con ottimo equilibrio fresco-sapido. La produzione annua è di circa 30 mila bottiglie.

Infine degustiamo la Gran Selezione 2021 ottenuta dalla vigna singola “Lapina”, con ceppi di circa trent’anni e una produzione di circa 10 mila bottiglie. Anche in questo caso vinificazione in cemento e affinamento per 30 mesi in barrique di primo e secondo passaggio. Al naso presenta evoluzione, con sentori di frutti scuri macerati e sbuffi balsamici e minerali. Snello ed elegante il palato,contraddistinto da un tannino sottile e perfettamente integrato.

La collezione dedicata al sangiovese si chiude con Vallepicciola Rosso IGT, produzione limitata di circa 8000 bottiglie l’anno, provenienti dai tre ettari di vigneto originari della proprietà, il Fontanelle.

Fermentazione in cemento, macerazione di 4 settimane, invecchiamento di 20 mesi in barrique nuove, mostra un carattere completamente diverso rispetto alla linea del Chianti Classico. Corpo e materia si intuiscono sin dalla mescita, si delineano nel naso intenso, ricco, goloso di frutti scuri, spezie, tostature e si definiscono nella beva gustosa, di tannino strutturato e sferzante, finale lungo e appagante. Non si può fare a meno di pensare a una succulente bistecca fiorentina al sangue.

I vitigni internazionali rappresentano il 60% del parco vigne aziendale. Pinot Nero, Merlot, Cabernet Sauvignon e Franc costituiscono la linea dei monovarietali di Vallepicciola.

Abbiamo degustato il Pinot Neto Boscobruno 2022 da vigne a 500 metri d’altitudine, vinifica in cemento e matura in barrique di secondo e terzo passaggio. Espressione del varietale in Toscana, si esprime con un naso di piccoli frutti rossi in confettura e grande eleganza al palato.

Il Cabernet Franc Mordese 2022 lascia il segno: compatto e preciso all’olfatto, non offre alcuna sbavatura verso i tipici sentori erbacei. La vena balsamica elegante e le nuance di tabacco biondo sono completati da un sorso succoso, fresco, sostenuto da tannino vibrante e grande chiusura sapida.

VALLEPICCIOLA

Strada Provinciale 9 di Pievasciata n. 21

53019 Castelnuovo Berardenga

“Chef in Pizzeria”: dai Fratelli Salvo arriva Fabrizio Mellino, tre Stelle Michelin con il ristorante Quattro Passi di Nerano

Per una sera viene stravolto il protocollo della Pizzeria Salvo a Riviera di Chiaia (NA). Torna l’evento Chef in Pizzeria, giunto al terzo appuntamento, con un nome di grido tra i gourmet della Campania: lo chef Fabrizio Mellino del ristorante Quattro Passi di Nerano, di recente insignito del prestigioso riconoscimento tre Stelle Michelin dalla celebre Guida internazionale dei ristoranti.

Foto © Alessandra Farinelli

Dei lievitati dei Fratelli Salvo e degli importanti eventi enogastronomici da loro ideati ne abbiamo già parlato in diverse occasioni. I temi chiave del “fare pizza”, al giorno d’oggi, riguardano essenzialmente la composizione degli impasti, la scelta accurata delle materie e dei vari topping. Dai grandi classici a quelli contemporanei, i condimenti rappresentano l’anima vera, la firma di ogni maestro pizzaiolo che si rispetti.

Foto © Alessandra Farinelli

Salvatore Salvo ricorda ancora l’epoca in cui le proposte in carta delle pizzerie seguivano di pari passo il recupero degli ingredienti avanzati nella linea del giorno precedente, con un’accozzaglia (più che contaminazione) di sapori a volte non equilibrati, banali e persino poco appetitosi. Da allora la cultura del cliente è cambiata e l’idea stessa dello scatolame aperto e versato sul disco di pasta, prima di essere infornato, risulterebbe a dir poco blasfemo.

Per fortuna la globalizzazione e la comunicazione di massa hanno eliminato quei confini gastronomici che limitavano la piena espressione del potenziale umano. Perché di questo si tratta, fantasia, gusto e tecniche moderne in sincrono verso la nouvelle vague ormai artistica delle proposte.

Foto © Alessandra Farinelli

A patto però, aggiunge chef Mellino, di considerare la pizza ancora quell’alimento democratico dove ogni consumatore possa capire il proprio estro nell’apprezzare questo o quell’ingrediente magari poco esaltato negli ambienti casalinghi. Se tale occasione venisse meno, il concept stesso di andare in pizzeria o al ristorante, a provare percorsi stimolanti e nuovi, cesserebbe istantaneamente di esistere.

Ecco il vero successo di un mondo che cresce mentre altri sono in crisi: l’aderenza ad una visione che rispetti territorio, qualità e inventiva in un unico piatto. Il rapporto con gli chef stellati assume quindi quel quibus che insegna qualcosa ad entrambi gli attori in gioco. A chi è davanti al forno a spingere in alto l’asticella, non accontentandosi mai neppure davanti ai numeri elevati del fatturato. A chi sta dietro ai fornelli l’amore per la lievitazione e la semplicità, pur nella contaminazione di elementi complessi. Ogni sapore deve essere individuabile nella sua singolarità e apprezzato al meglio nell’unione con gli altri.

Foto © Alessandra Farinelli

Un segreto di Pulcinella forse, eppure la cosa più difficile da realizzare. Così come l’annoso dilemma su quale sia l’abbinamento migliore tra vino, birra, cocktail, bevande fermentate… o semplicemente acqua. Il bartender Edoardo Nono del Rita’s Tiki Room di Milano ha veicolato ai presenti una nuova esperienza con alcuni pezzi virtuosi della mixology.

Mellino, Nono e Salvo: Nerano e Milano si incontrano a Napoli

Foto © Alessandra Farinelli

Casacca del Monaco: un gioco di parole divertente sulla tradizionale “cosacca” napoletana, in omaggio al provolone del Monaco, con basilico fresco e un mix di diverse tipologie di pomodoro emulsionate con olio extravergine d’oliva. Densità e legame profondo con la Campania tra consistenze e persistenze introvabili altrove. Cocktail pimiento, miele, sidro di mela.

Foto © Alessandra Farinelli

Spring Explosion: una proposta dal carattere primaverile, un’esplosione di freschezza e colori con favette, piselli, lardo e – in una variante creativa – un finto lardo realizzato con seppie. Un gioco gustoso tra terra e mare. Cocktail cetriolo, ginepro & bollicine, leggero e stuzzicante nella sua verve vegetale.

Foto © Alessandra Farinelli

Bagnasciuga: una pizza ispirata al mare, ma in chiave delicata. Niente sapori invadenti: merluzzo al posto del baccalà, marinato sotto sale e poi cotto in olio cottura, accompagnato con scarola alla napoletana, olive nere, polvere di capperi e quinoa soffiata, a simboleggiare la sabbia del bagnasciuga. Cocktail pomodoro, agave e origano, rivisitazione del classico Bloody Mary.

Foto © Alessandra Farinelli

Caserta indiavolata o Cedro e Salame con base al salame sotto sale, alleggerita dalla freschezza del cedro, ha fatto capire davvero cosa significhi una linea ed una proposta gourmet in questo territorio. Senza fronzoli, va dritta alla mente e da lì non svanisce. Cocktail finocchietto, pera&resina.

Foto © Alessandra Farinelli

Nuvola di Pastiera in chiusura del percorso: una pizzetta montanara farcita di ricotta profumata ai fiori d’arancio e grano cotto, ispirata alla tradizione pasquale. Semplicemente straordinaria rivisitazione del dolce tipico pasquale, con quel tocco di Costiera nella composizione cremosa della farcia. Cocktail fumo, fragola, peperone Anchoreyes rosso.

Un ringraziamento all’ufficio stampa Véronique Enderlin per l’ottima organizzazione e alla fotografa Alessandra Farinelli per gli splendidi scatti della serata.

Italian Taste Summit 2025 – il vino italiano incontra il futuro

Italian Taste Summit 2025, sulle incantevoli sponde del Lago di Garda presso il Borgo Machetto Country Club, ha rappresentato un’iniziativa virtuosa per il futuro del vino Made in Italy. Al centro dell’evento l’incontro diretto tra produttori e buyer internazionali, un format B2B accuratamente studiato e messo in piedi da Joanna Miro, il cui ingegno ha conferito lustro a un settore in continua ricerca di nuove strategie commerciali e narrative.

Un Format Innovativo: Produttori e Incontri B2B

Il dinamico “business speed dating”, un format in cui le aziende vinicole hanno potuto presentarsi direttamente ai buyer instaurando rapporti concreti e studiati sulle esigenze dei mercati globali, è stato ideato per dar forma a un modello che valorizza il contatto diretto tra persone, lasciando agli interlocutori preziosi aneddoti e curiosità.

Le Eccellenze in Degustazione: Un Viaggio Attraverso Storie e Sapori

In parallelo agli incontri B2B ha scena il percorso “tailor-made”, perché nulla è stato lasciato al caso, per avvicinare la stampa e gli addetti ai lavori alle aziende che ne hanno fatto richiesta. Ecco alcuni dei temi chiave emersi durante le degustazioni:

Iniziamo con il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, rappresentati dai produttori di Cocconato. Una zona da sempre vocata, influenzata dalla macchia boschiva e dal calore, senza dimenticare la vicina Alassio, porta del Mare. Qui le terre sono bianche e marnose.

  • Chardonnay Cantine Nicola 2022 Piemonte DOC: Apre con sentori di gesso, vegetali, erbe selvatiche, spezie leggere, soave e vegetale al naso e ricco in bocca, grazie anche ai suoi 14 gradi volumici ed alla fermentazione in legno, che regala allo Chardonnay lunghezza sapida e sprint. Perfetto con una Robiola stagionata e il tradizionale Pane di Cocconato, realizzato con 4 grani antichi macinati a pietra.
  • Piemonte DOC Bonarda Marovè: Petillant, con una leggera aggiunta di Freisa Dolce in imbottigliamento, si presenta su note di lampone, rossi, humus e liquirizia. Un vino elegante e scorrevole.
  • Grignolino Vigin- Azienda Maciot: Uno dei cosiddetti “vini del re”. Il vitigno richiede particolare attenzione per evitare eccessive note vegetali, prediligendo una selezione accurata dei vinaccioli. Dimostra bella eleganza e contenuto.
  • Barbera d’Asti Superiore DOC 2022 Cocconito – Finezza dalla connotazione gessosa del terreno, che assottiglia i tannini donando una piacevole vena sapida.
  • Albarossa Del Maruè – Poggio Ridente Una nuova varietà, nata per impollinazione. Il non avere una memoria storica ha giocato a sfavore inizialmente, ma oggi gli assaggi sono decisamente pronti e convincenti. Naso vivido: frutti rossi di bosco e note selvatiche di rovo e terra bagnata, cannella e anice stellato su petali di viola finali. In bocca è dinamico, dal tannino setoso; un vino moderno.
  • Vermuth di Torino Bianco “Carpano”: realizzato senza caramello e con erbe locali come da disciplinare, si mostra ideale in abbinamento alla delicata pasticceria secca italiana.

Tenute Foschi-Venturini – Siamo sulle Colline di Parma, all’ombra di una torre Pallavicina del Quattrocento, luogo stupendo di incontro tra vino e arte. Pier Luigi Foschi, imprenditore di successo, e sua moglie Emanuela Venturini Architetto e Designer qui hanno trovato un luogo del cuore e ne hanno voluto fare un progetto, che nell’omaggio al passato vuole scrivere il futuro, ecco alcuni assaggi:

  • Metodo Classico “Sophia”: Ispirato alla prima nipotina della famiglia, Sophia è un millesimato Blanc de Noir da 30 mesi sui lieviti. Elegante ed espressivo, dalle sfumature dorate, apre a un naso che gioca amabilmente tra ananas e piccoli frutti rossi, avvolti da una piacevole speziatura dolce. In bocca è cremoso bilanciato, incarna nel dinamismo delle bollicine.
  • Gemma Malvasia di Candia Aromatica 2021 Delicati agrumi, fiori d’arancio, zagara e frutta bianca, piacevole freschezza.

Gemma Gentile – Malvasia di Candia Aromatica 2019: Doppia medaglia d’oro in Giappone al Japan Women’s Wine Awards, questo vino rispetto al precedente ha una massa che fa maturazione tardiva e ne amplia ancor più il raggio. Porta con sé fresche note agrumate suadenti, poii frutta a polpa gialla, lavanda e miele d’acacia. Sorso pieno e suggestivo di bella sapidità.

  • “Emy”: Porta il nome della nonna. Un Sauvignon Blanc di distinta eleganza, che gioca su spezie aromatiche, con macchia mediterranea – in particolare il rosmarino – e tonalità che riportano alla memoria alcuni elegantissimi Daiginjo.
  • Ca Fontani – dal vitigno “Ervi” Un audace incrocio tra Raboso e Barbera, creato dal professor Fregoni, che esemplifica la forza espressiva dei terreni da cui proviene. Robusto, bilanciato, non nasconde il suo carattere importante giocato su note di frutta scura, spezia selvatica, ginepro e caffè.

Talamonti – Siamo a Loreto Aprutino in una zona dove l’escursione termica ha un ruolo determinante nel carattere e nella longevità dei vini.

  • Pecorino “Trabocchetto” 2024: Ottimo esempio di gioventù del Pecorino. La criomacerazione in acciaio e il contatto con le bucce esaltano i sentori agrumati e le note iodate di salgemma, la salvia e il timo.
  • “Trabocchetto” Pecorino d’Abruzzo DOC Superiore 2022: Ha uno stile più ampio, il tempo ha lavorato bene e al naso apre con toni burrosi, note tropicali di litchi, ma anche pesca gialla. Il sorso è rotondo e piacevole.
  • “Aeternum” 2018: Trebbiano d’Abruzzo maturato parte in legno, regala un naso ampio dai sentori complessi di salvia, rosmarino, zafferano e leggere sfumature petrolate. Al palato la morbidezza è notevole, ben supportata da una delicata sapidità.
  • “Aternum” 2017: Più teso e meno generoso, mostra la longevità del Trebbiano e la lettura di un’annata diversa, che si fa notare per finezza di beva.

Cantina della Volta – Abbiamo già parlato di questa Cantina nell’articolo Un giorno a Sorbara, tra nebbia e Lambrusco.

I Bellei sono stati pionieri del Lambrusco di Sorbara. Furono, infatti, i primi a intuire le potenzialità del Sorbara in versione Metodo Classico. I viaggi a Epernay della famiglia hanno forgiato padre e figlio verso uno stile estroso e di indiscutibile eleganza.

  • “Rimosso”: iniziamo dal Lambrusco Frizzante sur-lie, senza fronzoli, che con fragolina di bosco, piacevole sapidità e vinosità ci mostra i caratteri piacevoli del sorbara.
  • La Volta 2023: nato per sottrazione, un frizzante delicatissimo che vuole essere un entry level per entrare nel difficile mondo dei Lambruschi.
  • BRUTROSSO Lambrusco di Sorbara Doc 2023 – Metodo Classico rodato e di grande pienezza, già ben godibile e bilanciato, eccellente negli invecchiamenti. Una bolla rossa dall’eccellente potere dissetante, ricca di sapidità e armonia.
  • Lambrusco di Sorbara Rosè Doc Brut 2018: Un vino bilanciato e studiato nei minimi dettagli, fine ed equilibrato. I piccoli frutti rossi lampone e fragolina e la macchia mediterranea aprono, leggere note di pasticceria, rosa e melograno proseguono. Esercizio di stile ed eleganza internazionale.
  • Christian Bellei Metodo Classico – 2016 Il varietale irrompe in questo assaggio già nel colore, nelle sfumature al naso di radice di liquirizia, salgemma, fiori d’arancio e agrume in abbondanza. Assaggio di vibrante freschezza, eccellente, saporito e armonico.

Il Percorso Dedicato alla Stampa

Se da una parte il fulcro dell’evento era senza dubbio il networking e gli incontri mirati tra produttori e buyer, dall’altra la stampa ha avuto il privilegio di un percorso appositamente curato, “ricamato” per raccontare con delicatezza e profondità ogni attimo vissuto. Un’esperienza che non si è limitata a documentare dati e i contatti, ma che ha rivelato storie, aneddoti ed emozioni dietro ogni degustazione e incontro.

Nella serata ha avuto luogo la Cena di Gala in una cornice diversa, sempre chic ma un più distesa. Sono stati celebrati altri assaggi, in un gioco di abbinamento cibo-vino molto ben riuscito.

Il suadente Prosecco Conegliano Valdobbiadene DOCG di La marca, bolla cremosa dal leggero tenore zuccherino ben amalgamato con la massa; Testarossa di La Versa, Pinot Nero metodo classico semplice, elegante e mai banale, giocato sulla tensione fruttata. Winged Victory della Cantina di Casteggio e il loro Pinot Nero, altre due bellissime e chiare espressioni di Oltrepò Pavese. Ronco Margherita Tenuta Col Colat Ovalis, blend internazionale “friulano”, Merlot e Cabernet Franc, che gioca col Refosco dal Peduncolo Rosso. Sosta 18 mesi di barrique di rovere francese, un vino importante dal palato internazionale.  Il notevole “Fiano Pian di Stio” di San Salvatore: siamo a Paestum a 650 metri d’altitudine. Un vino di completezza disarmante, ricco, fin dal primo sguardo con le sue tonalità dorate intense e nell’olfazione su toni agrumati, schiuma di mare, eucalipto miele di sulla, camomilla, pesca bianca e burro fuso. L’assaggio è appagante, rotondo, marino, agrumato, dallo strascico lungo ed elegantissimo.

Considerazioni Finali

L’Italian Taste Summit 2025 si conferma come una piattaforma dove le tradizioni vinicole si incontrano con le innovazioni commerciali. Tra B2B dinamici e un percorso guidato, l’evento ha regalato un’immagine autentica del vino italiano, ricca di storia, innovativa nelle strategie e vibrante nel racconto.

Alois Lageder e l’idea di Summa: la somma delle eccellenze vitivinicole

Magrè sulla Strada del Vino dell’Alto Adige (Südtirol Weinstraße), all’interno della Tenuta Alois Lageder, nei giorni 5 e 6 aprile 2025 è andato in scena il prestigioso evento enoico Summa. Una prestigiosa fiera del vino organizzata da oltre 25 anni dalla famiglia Lageder che ha visto la partecipazione di 112 aziende vitivinicole provenienti da ogni parte d’Italia e di altri importanti Paesi europei, contraddistinte da vignaioli che hanno segnato il mondo enoico per la produzione di vini  autentici.

Magrè la porta dell’Alto Adige

Magrè è un ridente borgo posto in Alto Adige in provincia di Bolzano. Immerso tra stupendi vigneti e molte piantagioni di mele, in uno  spettacolare scenario montuoso sulla Strada del Vino dell’Alto Adige (Südtirol Weinstraße). Un comune di circa 1300 abitanti, caratterizzato da stile gotico, rinascimentale e barocco. Tra le caratteristiche vie si trova la vite più vecchia d’Europa risalente al 1600. La mia prima visita a Magrè risale a qualche anno fa, di ritorno da Merano WineFestival nella prestigiosa Tenuta di  Alois Lageder.

L’evento Summa di Alois Lageder

All’arrivo nella piazza principale del Borgo è stata messa a disposizione una navetta per condurre i visitatori alla Tenuta. Il programma prevedeva interessanti masterclass. All’interno vi è la possibilità di pranzare senza dover uscire dalla Tenuta. Ogni anno, una parte del ricavato dei biglietti è destinato a un’organizzazione benefica altoatesina. Nell’edizione 2025, andrà a favore della rivista di strada zebra, dell’OEW – Organizzazione per un Mondo Solidale di Bressanone.

Alcuni assaggi proposti durante Summa

Champagne Tarlant La Vigne d’Or 2006 – Meunier 100% – Giallo dorato intenso dal fine perlage; sprigiona note di frutta tropicale, pasticceria da forno, agrumi, nuance speziate. Sorso cremoso, vibrante, avvolgente e persistente.

Ribolla 2016 Gravner – Giallo ambrato intenso, al naso emergono note di pout-pourri floreali secche, albicocca, pesca candita, erbe aromatiche e resina. Ricco, pieno, rotondo e duraturo.

Chardonnay 2022 Monteverro – Giallo dorato, sviluppa note di banana, litchi, pera, pompelmo, fiori di montagna e panificazione. Ingresso in bocca fresco e saporito, invita ad un sorso successivo.

Malvasia Damijan Podversic 2020 – Giallo dorato brillante, rivela subito sentori di fiori di camomilla, pera, albicocca, tamarindo, scorza d’arancia e miele. Finale vibrante, armonioso e coerente.

Löwengang 2020 Alois Lageder – Giallo dorato intenso dal naso intriso da note di pera, pesca, melone, vaniglia, con richiami burrati e agrumati. Al gusto scivola fresco, morbido, armonioso e coerente.

Barbaresco Camp Gros Martinenga 20200 Marchesi di Grésy – Rosso granato dalla sfumatura aranciato, libera sentori di mammola,  frutti di bosco, ciliegia,  prugna e spezie dolci. La piacevolezza stimola il lungo ed appagante sorso. Interminabile.

Barolo La Tartufaia 2021 Giulia Negri – Bel granato trasparente, dipana sentori di violetta, ciliegia, ribes, tabacco e liquirizia ben integrati alle note speziate. Al palato è ampio, setoso, coerente e persistente.

Pinot Noir Riserva Tiefenbach 2020 Heitlinger –  Rubino trasparente dai piacevoli sentori di ribes, lampone, vaniglia, sottobosco e spezie dolci. Al sorso è vellutato, fine, pieno e lungo.

Château Canon – la Gaffelière 2019 Premier Grand Cru Classé – Merlot,  Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon  – Rubino impenetrabile, emana sentori di prugna, amarena, liquirizia, frutti di bosco maturi,  menta e spezie. Palato delicato, setoso e delizioso, fa presagire una buona capacità d’invecchiamento.

Chateau Musar Rosso 2018  Gaston Hochar – Cabernet Sauvignon,  Cinsault e Carignano – Dal rubino intenso e profondo, emana sentori di amarena, prugna, mora, tabacco, cuoio e sbuffi balsamici. Avvolgente, appagante e longevo. 

Napoli: da Riserva Rooftop presentato lo special menu a cura dello chef Davide Cannavale

La vera incognita, per il futuro della ristorazione, non è chiedersi quale sarà il piatto forte nelle scelte dei clienti, bensì a chi rivolgersi prima ancora di accendere i fornelli. Una domanda che non tutti riescono a porsi, in particolare gli imprenditori “di stagione”, quelli improvvisati dell’apri e chiudi attività nel giro di un cambio d’abiti.

Trasformisti poco avveduti e impreparati al ruolo; conseguenza di un’idea fuorviante, trasmessa anche in televisione e sui canali di comunicazione di massa, che fare ristorazione equivalga al Paese di Bengodi dove soldi e prestigio sono a portata di chiunque.

I mille volti di Riserva Rooftop

Quando poi ci si imbatte in soluzioni alternative a quelle stereotipate, che mirano a soddisfare diverse tasche e palati, ci si trova increduli nel pensare che la qualità possa viaggiare di pari passo con numeri e gerarchie gastronomiche. Da Riserva Rooftop, ristorante aperto nel 2019 da Sasy Maresca, Roberto e Andrea Bianco, già attivi nel settore, succede questo e altro. Il panorama delle colline di Posillipo, con le terrazze a vista che affacciano sia sul Vesuvio che sul versante puteolano, di certo aiuta per l’emozione palpitante.

Riserva Rooftop sa essere un luogo elegante e contemporaneo, rivolto non solo ai gourmand, ma anche agli appassionati di arte e di architettura grazie alle opere in mostra di artisti emergenti e affermati. Ne avevamo già scritto nell’articolo Napoli: gusto e arte si incontrano da Riserva Rooftop. Diverse modalità di ristorazione e gusto, che consentono ai giovani di godere dell’aperitivo con pietanze smart dalla carta riservata per la terrazza “sky lounge Martini”, dotata di salotti all’aperto, american bar e musica dal vivo.

Oppure nelle sale interne per gli avventori classici che ambiscono ad una cena romantica o conviviale tra amici. Tavoli “Riflessi” in legno e pietra, colori in contrasto, oro, rame e blu, una raffinatezza che anima anche la tavola, su cui spiccano i sapori della cucina italiana, rivisti in chiave contemporanea e creativa a cura del giovane chef Davide Cannavale. I cult di stampo partenopeo sono sempre presenti: la genovese, il bucatino con carpaccio di coniglio all’ischitana, il gateau sifonato, pane e panella.

Fiore all’occhiello la carne alla brace, che vanta le migliori selezioni da tutto il mondo, Riserva Roofotp è tra i diciannove ristoranti d’Italia menzionati quale “Kobe ambassador”. Amplia l’offerta una gustosa carta dei cocktail, impostata dal talentuoso barman Mickael Reale.

La categoria special proposta dallo chef Davide Cannavale

Ma la vera novità è lo spazio dedicato, nella “categoria special”, per le ricette simbolo di tutte le regioni, scelte a rotazione in base alla stagionalità delle materie prime. Stavolta tocca al Veneto, nella cena stampa organizzata dai titolari in collaborazione con la giornalista Federica Riccio.

Piccole coccole iniziali composte da tre morsi campani, giusto per acclimatare i presenti verso le sponde nordiche: lo “scagliuozzo”, una sorta di pizza di grano fritta; il pulled pork con friggitelli saltati ed il bun con tartare e senape fresca.

Si prosegue con polenta pastricciata di manzo alla veronese, con polenta gialla e taccole in saor a richiamo dell’antica usanza veneta di condire con cipolle stufate in agrodolce pesci e vegetali. 

Primo piatto su tubetto in doppia consistenza di fagioli di Lamon della Vallata Bellunese IGP, cremoso di topinambur, crudo di asparagi e chips di Formaggio bastardo del Grappa P.A.T.  

La seconda portata è risultata di gran lunga la migliore della serata: secreto di maiale iberico laccato al vino rosso Valpolicella Ripasso, con patate piselli e gel di pompelmo. Abbinamento perfetto con un Brunello di Montalcino Pieve Santa Restituita 2019 di Angelo Gaja, proposto dal capo sommelier Ugo Montella.

Impeccabile il servizio di tutto lo staff di sala diretto dall’esperto Carlo Chiariello, una vita tra i gourmet di Napoli e povincia, coadiuvato dal maître Rossella avallone e dallo chef de rang Carmine Elmo.

Viene infine calato il sipario sul classico e confortante tiramisù all’italiana e sul ricordo affettuoso della pastiera napoletana – rigorosamente con ricotta, canditi e senza crema – che Cannavale ha imparato a fare sin da bambino, avendo ricevuto in dono il privilegio di poter aiutare la mamma e la nonna nella propria cucina di casa. I genitori avevano visto lungo.

Al via il nuovo menu di Casa Lerario a Melizzano

La Pasqua è passata da poco e seppur il meteo ancora non abbia fatto capolino verso la bella stagione anticipatrice dell’estate e delle scampagnate in famiglia, Casa Lerario ha proposto la sua idea personalizzata di menu primaverile.

La storia di Pietro Lerario e della mamma Tatiana Bruno, ancora attivissima in cucina dopo aver raggiunto il traguardo delle 81 candeline, è cominciata nel lontano 1983 con l’acquisto di un piccolo podere e annessa casa rurale, ristrutturata per ricevimenti di nozze o altri eventi importanti, oltreché per il relax della famiglia e degli amici nei fine settimana e nei periodi di vacanza.

A Pietro però, appassionato di orto e di vita nei campi, andava stretta la figura dell’organizzatore di feste fine a se stesse. Mirava ad un progetto di lungo corso nel campo arduo della ristorazione di qualità, sognando l’apertura di un agriturismo che in breve tempo è diventato un punto di riferimento per il territorio sannita.

Da qui l’idea vincente di proporre le primizie del proprio orto e dei campi circostanti, ben 23 ettari coltivati, compresa una parte a vite per offrire un gustoso vino della casa a tavola per gli avventori del locale. Era il 1997 ed il massimo numero di coperti a disposizione superava di poco le dieci unità; organizzazione, passione e sacrificio hanno reso possibile l’incremento dei tavoli per sostenere venti volte le cifre iniziali, con punte che hanno sfiorato le trecento presenze in alcuni casi, per la gioia (e l’ansia) di mamma Tatiana ai fornelli.

C’è anche una parte dedicata all’allevamento di ovini, bovini e suini neri casertani e tre piccoli appartamenti, arredati con gusto e con tutti i comfort, per consentire un rilassante soggiorno nella natura. L’ultima invenzione di Casa Lerario è, ormai da 10 anni, il pranzo d’autore con chef rinomati, anche Stella Michelin, dai migliori ristoranti gourmet d’Italia. Negli anni si sono avvicendati a Melizzano artisti della cucina quali: Peppe Guida, Paolo Barrale, Angelo Sabatelli, Luca Abbruzzino, Roy Caceres, Salvatore Tassa, Angelo Carannante, Domenico Candela, Maicol Izzo, Alfio Ghezzi, Marco Caputi, Nicola Fossaceca, Salvatore Bianco e Lorenzo Montoro.

Proprio in occasione di alcune iniziative simili, organizzate dalla giornalista Laura Gambacorta, abbiamo scritto negli articoli Da Casa Lerario “il Molise esiste” con le ricette dello chef una Stella Michelin Stefania di Pasquo e Lo chef Marianna Vitale a Casa Lerario: il Sannio ospita i Campi Flegrei.

Mancava dunque, la presentazione alla stampa del nuovo menu in vista della stagione primaverile – autunnale, dove le belle giornate ed il fresco delle colline di quest’angolo paradisiaco della Campania, consentiranno ai clienti a pranzo e cena un momento di assoluto relax gastronomico con prodotti locali “a metro zero”. 

La degustazione è iniziata con un assaggio di calzoncini e montanare fritte al momento dopo ben 60 ore di lievitazione, accompagnate da una selezione di affettati di suino nero casertano e formaggi come primo sale e ricottine paesane. Gran trionfo su prosciutto crudo affumicato, un protagonista assoluto della buona tavola.   

Si è proseguito con crostini di baccalà mantecato, pizza rustica ed una squisita caponatina siciliana, leggermente in agrodolce, con capperi e olive retaggio degli insegnamenti dello chef Mimmo Alba. I primi piatti erano un autentico duetto tra ravioli ripieni di porcini e tartufo e risotto limone e pistacchio, servito in tazza.

Pausa rinfrancante prima di avviarsi all’esterno della sala, dove la brace ardente era pronta per cuocere alla perfezione le bistecche di suino nero casertano affumicato alla temperatura di 45°, spennellato di birra per trattenere maggiormente i succhi durante la rosolatura.

Coccole finali tra torta al cioccolato di nonna Tatiana, con ben il 90% di cacao fondente e graffe calde. Il prezzo medio per una degustazione completa, dove tempo e confini vengono azzerati (qui il telefono cellulare e lo stress non sono ospiti graditi), si aggira sui 45 euro salvo scelta o vini alla carta o pietanza particolari su richiesta.

Agriturismo Casa Lerario

Contrada Laura, 6

Melizzano (BN)

Tel. 0824 944018

I sentieri beneventani alla Pizzeria Saporì – pizza e qualcos’altro – di Vico Equense

Per il secondo appuntamento del ciclo di eventi Saporì: la pizza diventa esperienza , la pizzeria dell’Hotel Angiolieri di Vico Equense ha ospitato la macelleria Cillo e il birrificio Bonavena, dedicando il menù della serata alla provincia di Benevento.

A fare gli onori di casa Fabio Disanto, direttore del locale, mentre lo chef dell’Angiolieri Fabrizio De Simone ha creato i topping per le pizze del maestro pizzaiolo Fernando Speranza, utilizzando i prodotti della storica macelleria Cillo di Airola (BN). Infine Partenocraft, leader nella distribuzione di birre artigianali, ha proposto gli abbinamenti con alcune birre del birrificio beneventano ispirato al mondo del pugilato.

Bonavena infatti è il nome del pugile argentino che sfidò Mohammed Alì per il titolo mondiale dei pesi massimi: tutte le birre della linea, rigorosamente in lattina, si rifanno – nel nome – al mondo del pugilato. Il birrificio di Ponte, aperto nel 2018, è già considerato tra i migliori in Campania.

Non accettare carne dagli sconosciuti è il motto di Sabatino Cillo, patron dell’omonima macelleria nata nel 1985. Figlio d’arte, Sabatino si è formato in Svizzera e ha trasferito in provincia di Benevento le competenze acquisite. Come quelle per la preparazione delle salsicce di tipo wurstel o per l’affumicatura dei prosciutti. Cillo, con le sue selezioni e preparazioni, è stato il protagonista su tutte le pizze del percorso di degustazione.

Unica voce del menù, non catalogabile come pizza, l’entrée di benvenuto: arancino con piselli e carciofi. In abbinamento la Match DDH Pale Ale, birra senza glutine in grado di soddisfare una platea di consumatori sempre più esigente nella ricerca di prodotti che tengano conto di intolleranza e allergie, senza nulla togliere alla qualità.  Di grande bevibilità, utilizza  luppoli americani che ne determinano i sentori erbacei, resinosi, fruttati e sostiene in maniera ottimale la frittura, grazie al buon tenore amaricante.

La prima proposta di pizze è La Fritta: doppia cottura -fritta e ripassata al forno-  è guarnita con borragine scottata, zest di limone salato, gamberi e lardo Cillo, ottenuto da suino di razza casertana, cotto e successivamente affumicato con legno di ciliegio e faggio.

Il mix di sensazioni a tendenza amaricante e dolce, ben si sposa con la seconda birra in degustazione, Boxeo, stile IPA di sorso morbido, dalle nuance floreali e vena amara finale più persistente che, ancora una volta, lascia la bocca pulita.

Ha un sapore retrò il Pernod tra gli ingredienti della seconda pizza, la Pernod appunto. Lo chef Fabrizio De Simone ci spiega di averlo scelto per conferire una vena di freschezza al topping grazie ai sentori di anice tipici di questo liquore. I finocchi spadellati al Pernod accompagnano pecorino, puntarelle croccanti e il pluripremiato prosciutto cotto del contadino di Cillo, il cui tocco distintivo è la lunga affumicatura con legno di faggio e ciliegio.

La scelta della birra in abbinamento questa volta ricade su una bock, la Blood, una lager rossa di stile tedesco dal sorso cremoso, che nei sentori caramellati richiama la tendenza dolce dei finocchi al Pernod.

Tutt’altro che dedicata ai bambini è la terza proposta in degustazione, Non la solita wurstel e patate, una rivisitazione raffinata della pizza solitamente scelta dai più piccoli. I wurstel usati sono quelli campani ottenuti da maialino bianco.

Per questa specialità di Sabatino, Fabrizio ha optato per una glassatura in salsa di soya, mentre le patate sono state cotte in pentola ocoo, una moderna pentola a pressione ispirata alla tradizione coreana, che sfruttando la pressione, la cottura a bassa temperatura e la radiazione infrarossa prodotta dall’argilla di cui è fatta, lascia intatta l’essenza degli ortaggi. Con i wurstel la birra in abbinamento non poteva che essere una Pils, la Knuckle, una versione di stampo ceco, con sentori agrumati persistenti e forte impronta amaricante.

La novità del menù pizze di Saporì è la pizza alla pala, ottenuta da un impasto di farina tipo 2 ad alta idratazione, cotto a bassa temperatura per conferire croccantezza e farcita come un vero e proprio panino. La Pulled Pork che assaporiamo al termine del percorso di degustazione è ripiena dell’omonima carne di maiale sfilacciata, ottenuta, spiega Sabatino, con una lunga cottura a bassa temperatura, di cavolo rosso fermentato, uvetta idratata con aceto di lamponi e blu di pecora. L’abbinamento è con una Irish Stout, la Floyd, dall’intenso color mogano e sentori di caffè e cioccolato fondente, scelta per esaltare la tendenza dolce dell’uvetta ma anche l’effetto grigliato del pulled pork grazie alle tostature del malto.

SAPORI’

Via Santa Maria Vecchia 2

80066 Seiano (NA)

SALUMIFICIO CILLO

Via Lavatoio 230

82011 Airola (BN)

BONAVENA BREWING

SP 34 82030 Località Selva (BN)

Esce oggi il libro “Nato Oste” di Piero Pompili

Edito da Maretti Editore, esce oggi 22 aprile 2025 “Nato Oste” il libro autobiografico di Piero Pompili, deus ex machina de “Il Gastronomo Riluttante” con lo pseudonimo di Muccapazza28.

Creato nel 2003, Il Gastronomo Riluttante, blog dedicato a Ruth Reichel, pioniera del food writing, ha fatto un po’ in Italia la storia dell’enogastronomia via internet. Numerosi gli articoli e le considerazioni sia di protagonisti della ristorazione già affermati, sia di chef dalla grande prospettiva, a dimostrazione dell’occhio lungo di Piero Pompili nel riconoscere il talento e della sua capacità di avere una visione lungimirante e d’insieme della direzione che il fine dining avrebbe preso nei successivi vent’anni.

Premiato il suo come miglior blog nel 2007, giusto un anno prima de “Il Papero Giallo”, Piero decide di abbandonare l’esperienza del blogger, a causa dell’imperversare della mediocrità che già qualche decennio fa ha caratterizzato la comunicazione sul web, portandola all’eccesso e alla banalizzazione, fino a stabilirsi a Bologna e, nel 2016, ad assumere la direzione in sala del ristorante Al Cambio.

Al di là della critica irriverente e senza mezzi termini del blog, l’erudizione e la professionalità di Piero, che della ristorazione ha fatto un’arte raffinata, galante e senza platealità, ha reso intramontabile la cucina tradizionale bolognese in un’epoca di piatti ipercolorati, talvolta anche vuoti di forma e contenuto, riportando l’ospite al centro dell’attenzione.

È in omaggio a Gianluigi Morini, fondatore del ristorante San Domenico a Imola, che Piero indosserà l’abito sartoriale in doppiopetto che lo contraddistingue tutt’oggi e con il quale ha saputo accendere nuovamente i riflettori su Bologna, riportandola ad essere capitale culinaria, e restituire alla sala e alla figura di cameriere quella centralità e quel protagonismo legittimo di cui la ristorazione moderna, sin troppo spesso, è deficitaria.

“Nato Oste” è stato presentato in anteprima nazionale a Napoli, lo scorso 9 aprile, dinanzi a un pubblico attento di giornalisti, enogastronomi e addetti ai lavori del mondo della ristorazione. Durante la piacevole serata in via Partenope, salotto a cielo aperto con vista mare, sono stati Luciano Pignataro e Maurizio Cortese ad affiancare l’autore, in qualità di relatori, durante la presentazione di un libro che ha voluto essere un incontro informale tra persone.

In ricordo all’atmosfera calorosa ricreata dal popolo campano presente, questa l’affermazione di Piero Pompili:

Non potevo che iniziare la presentazione di” Nato Oste” che nella mia città del cuore, Napoli. In nessun’altra città d’Italia riesco a sentirmi a casa come qui dove il calore che si respira ti riempie il cuore e fa bene all’anima. Non avrei mai pensato con la mia storia, i miei successi e gli insuccessi di arrivare così dritto al cuore della gente tanto da emozionarli. È stato bellissimo e non smetterò mai di ringraziarvi tutti quanti perché invece tutti voi avete emozionato me. Un ringraziamento speciale a Maurizio Cortese e Luciano Pignataro per avermi fatto sentire per una sera più che un Oste un vero Re in doppio petto. Grazie Napoli che non deludi mai “.

Il libro “Nato Oste” va ben oltre il racconto autobiografico dei primi 50 anni dell’autore e commuove sin dalle prime pagine per le dediche che vi sono contenute. È una narrazione densa, intima, coraggiosa e personale sulla vita riservata, discreta e impeccabile di un oste galante, il quale ha saputo riportare la gastronomia bolognese ai fasti di 50 anni orsono; indossando una corazza di imperturbabile impeccabilità, e l’evidente professionalità di una carriera ai massimi livelli, l’autore confessa anche la sua discrezione, quel delicato pensiero di tenere fuori dal lavoro e lontano dalle persone care la pioggia battente del periodo più triste e sofferto della sua esistenza e che ha portato alla scomparsa di Arnaldo Laghi, cuoco dell’Osteria Numero Sette, conosciuto nel ’96, e suo compagno di vita.

Il libro esce oggi, proprio nello stesso giorno del 2018 in cui morì Arnaldo e come sostiene Piero “questo non sarà più il giorno in cui ha vinto il cancro, ma il giorno in cui abbiamo vinto noi”.

Protagonista assoluto come pochi nel panorama nazionale del fine dining, Piero ha riportato nel libro, e con il suo esempio, un carico di umanità formidabile e commovente, riportando l’Umanesimo nella ristorazione, un dettaglio forse romantico e, per quanto raro, pur certo esiste e vive attraverso la vocazione di quelle persone che, proprio come lui, scelgono quello che più che un mestiere è, decisamente, una vocazione.

Da vero e proprio visionario, Piero ha portato avanti una rivoluzione culturale ed eversiva, raccontando la verità che nessuno ha voluto riportare del mondo della ristorazione, raccontando la verità che nessuno mai ha voluto riportare, con stile, determinazione e resilienza.

Credits by Federica Capo Photographer

Vin Santo e Pastiera Napoletana: una buona Pasqua fatta di dolci tentazioni

Anche quest’anno la Pasqua riserva gradite sorprese per i lettori di 20Italie. Una contaminazione ben augurante, fatta di tradizioni secolari appartenenti a diverse regioni d’Italia. La Toscana con l’arte del Vin Santo, un prodotto le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Di pari grado, alla ricerca di un abbinamento gustoso e intrigante, la pastiera napoletana realizzata dai maestri pasticcieri della Campania, che richiama quel senso di calore dei pranzi pasquali in famiglia.

Il Mondo Vin Santo

Durante le recenti Anteprime Toscane, presso Fattoria della Talosa cantina storica di Montepulciano, abbiamo assaggiato alcune delle etichette di Vin Santo più rappresentative dell’areale. Ma cos’è esattamente questo nobile vino che i viticoltori realizzano da secoli con la stessa cura?

Madri Centenarie o Lieviti Selezionati?

Non esiste un segreto o un manuale che detenga la verità sui metodi di produzione del Vin Santo. Ogni famiglia tramanda l’usanza di generazione in generazione, utilizzando tecniche antichissime o quelle più moderne. Il risultato cambia profondamente quando si parte dalle cosiddette madri centenarie, lieviti conservati dalle fecce di ogni vendemmia e riutilizzati l’anno successivo come starter di fermentazione.

Non tutte le madri sono uguali e non tutti i figli seguiranno la retta via da esse indicata. Il vino riposerà poi per lustri all’interno di piccoli caratelli di norma dai 15 litri di capienza in su, spesso sigillati con un tappo di cemento per evitare l’evaporazione del contenuto alcolico. Non sarà possibile conoscerne l’esatta evoluzione del magico liquido se non dopo l’apertura dei fusti, a volte con grande rammarico per un’attesa invana.

Le origini del nome Vin Santo

Che sia un riferimento ad un particolare vino da fine pasto proveniente da Arinna, città dell’antica Licia (attuale Turchia) o che ricordi l’appassimento delle uve fino alla settimana Santa? Infine, che gli siano state conferite particolari proprietà terapeutiche dai contorni taumaturgici? Insomma il Vin Santo ha davvero legami con la cultura ed i commerci delle popolazioni centrali del Bel Paese. Viene prodotto in maniera simile in molti territori anche fuori dai confini regionali e con varietà d’uva diverse: Trebbiano, Malvasia, Colombano e Grechetto per il base o Sangiovese nella rara e costosa tipologia Occhio di Pernice.

La degustazione dei Vin Santo

  • Vin Santo di Montepulciano Doc Il Molinaccio 2014 “L’Occhione” è moderno e versatile, nelle sue sfumature cariche di pesca melba, albicocca e miele di millefiori. Quasi inavvertibile il timbro ossidativo di altre versioni; gioca su equilibrio e rapidità di beva.
  • Vin Santo di Montepulciano Doc Poliziano 2012 carica la spinta verso sensazioni di boiserie tra spezie di cannella e vaniglia, per virare su frutta secca e caffè in polvere. Finale agrumato tra canditure e cenni di zenzero.
  • Vin Santo di Montepulciano Doc Tiberini 2001 eredita un’annata particolarmente fortunata dal punto di vista climatico. Il campione assaggiato dimostra lunghezza iodata e sensazioni di macchia mediterranea condite da scorza d’arancia amara e mallo di noce.
  • Vin Santo di Montepulciano Doc Talosa 1995 vivo e palpabile dopo 30 anni, con scie terziarie appetitose che narrano di ceralacca, smalto ed ananas sciroppato. Termina nella consueta nota balsamica a base di salvia ed alloro, quasi salmastra.
  • Vin Santo di Montepulciano Doc Montemercurio 1993 è quel piccolo capolavoro per il quale vale la pena un viaggio tra le morbide colline di uno dei borghi più bello d’Italia. Cedro candito, verve di iodio marino e spezie bianche succulente. Vita eterna.

La Pastiera Napoletana

Tipica del periodo pasquale, è una torta di grano che origina dai riti pagani e, nel corso dei secoli, dall’usanza di friggere la pasta avanzata creando una sorta di dolce salato, che ha dato il nome stesso alla pastiera. L’opera dei conventi napoletani ha apportato modifiche fondamentali, con inserimento della ricotta e dei canditi. Come per il Vin Santo, non esiste un dogma per fare una pastiera di qualità. In alcune zone si usa la crema, in altre lo strutto nella pasta frolla, ma ciò che non deve mai mancare è la voglia di mangiarla in famiglia per buon augurio! La tradizione vuole infatti che la pastiera, simbolo di pace, si prepari il Giovedì  Santo, per essere poi conservata e consumata per almeno 10 giorni.

Il Gran Caffè Gambrinus

Il Gran Caffè Gambrinus, in attività sin dal 12 maggio 1860, fu subito ritrovo di capi di Stato e teste coronate, poi caffè letterario e luogo di ispirazione di artisti e intellettuali del calibro di Oscar Wilde, Gabriele D’Annunzio, Ernest Hemingway, Matilde Serao e dai Presidenti della Repubblica Italiana in visita a Napoli. Di proprietà degli imprenditori Antonio e Arturo Sergio e Massimiliano Rosati, fa parte dell’Associazione Locali Storici d’Italia. La pastiera realizzata dalle mani sapienti dei pasticceri del Gran Caffè Gambrinus conserva la giusta umidità all’interno del ripieno e gli aromi di canditi e fiori d’arancio dell’antica ricetta delle monache di clausura del Convento di San Gregorio Armeno.