Home Restaurant Il Professore: il Cilento intimo di Michele Giaquinto. Un viaggio emozionale tra sapori, storie e mare

Tra il respiro salmastro del Tirreno e il profilo sinuoso delle colline cilentane, si cela un luogo dove la cucina non è solo nutrimento, ma narrazione, memoria e incanto. È l’Home Restaurant Il Professore, un piccolo eden sospeso tra cielo e mare, dove ogni pasto diventa un rito intimo e poetico.
Solo tre tavoli, affacciati su una terrazza che abbraccia l’orizzonte, accolgono i commensali in un’esperienza che fonde territorio e anima, gusto e ricordo.

A firmare questa esperienza è Michele Giaquinto, docente presso l’Istituto Alberghiero Ancel Keys di Vallo Scalo e raffinato ambasciatore della Dieta Mediterranea cilentana, che insieme al figlio Carmine, ha deciso di trasformare la propria casa in un luogo d’incontro tra cultura e sapore, dove la materia prima locale dialoga con suggestioni lontane, in un equilibrio che è pura emozione.
Michele non ha mai abbandonato il suo amato Cilento, ma lo ha portato con sé nel mondo: ospite di eventi internazionali, cene culturali e scambi enogastronomici, ha fatto conoscere il valore della sua cucina fatta di semplicità e memoria.

Da ogni esperienza all’estero, Michele ha riportato concetti, tecniche e suggestioni che ha saputo fondere con la sua identità contadina: l’arte della fermentazione appresa in Asia, l’uso armonioso delle spezie scoperto nei paesi del Maghreb, la cura estetica del piatto mutuata dalla tradizione francese. Ne è nata, così, una cucina identitaria e aperta, dove la radice contadina dialoga con il respiro cosmopolita, in un equilibrio che emoziona e racconta, una cucina autentica ma mai immobile, radicata e insieme curiosa.

Ma ciò che rende unica l’esperienza all’Home Restaurant Il Professore è anche la presenza carismatica del suo anfitrione. Durante la cena, Michele non si nasconde dietro ai fornelli: visita i tavoli, dialoga con gli ospiti, racconta aneddoti e memorie del suo Cilento. Con voce pacata e sguardo appassionato, narra la storia di un formaggio stagionato tra i muretti a secco, di una rete gettata al tramonto, di un campo di grano antico che profuma di vento e sale. Ogni racconto diventa parte integrante del pasto: un condimento invisibile che arricchisce il gusto con la forza dell’appartenenza e della condivisione.

L’esperienza culinaria si apre con un benvenuto contadino che evoca la generosità del Cilento: salumi di produzione propria, cacioricotta di pecora, mozzarella nella mortella e alici di menaica addolcite da una melassa di fico bianco artigianale, prodotta artigianalmente da Michele stesso. Segue una trilogia di marinato e crudo, arricchita da vegetali fermentati – una tecnica ispirata alle esperienze orientali del Professore. Le triglie di scoglio, le perchie e il tonno alalunga si fondono con cipolle e zucchine fermentate, in un abbraccio che celebra il mare e la memoria contadina.
Non manca un tributo alla tradizione più umile e autentica: la scarola ripiena, antica regina delle tavole rurali, che racchiude uova, formaggio e pane raffermo, cotta in padella per conservarne il sapore schietto e intenso.

I primi piatti sono un inno alla terra e alla biodiversità dei grani antichi. Le lagane multicereali, condite con ceci di Cicerale, peperone crusco e un filo di colatura di alici di menaica, esaltano la semplicità come atto di raffinatezza.
Chi cerca un’eco marina può deliziarsi con il mezzo pacchero ai pomodorini, tonno fresco, friggitelli e limone, una danza di profumi che richiama il Mediterraneo al suo massimo splendore.

A suggellare il percorso salato, la cornucopia di merluzzo al guazzetto, ripiena di scarola ripassata, simbolo di un legame profondo tra terra e mare.
La proposta enologica è un viaggio parallelo nel territorio: Michele sceglie vini capaci di raccontare la stessa lingua dei suoi piatti. Spiccano le etichette della cantina Albamarina, con l’Eremita – elegante spumante di Fiano – e il Valmezzana, Fiano Cilento DOC, che accarezzano il palato come un’eco del tramonto sul mare.

Il gran finale è un dolce che parla di infanzia e radici: la Zuppa inglese cilentana, velata di cioccolato e punteggiata da confettini colorati. Un dessert che non imita, ma rievoca, come un ricordo felice custodito nella credenza di una casa di campagna. L’Home Restaurant Il Professore non è solo un luogo dove si mangia: è un viaggio nella memoria sensoriale, un dialogo tra passato e presente, tra Cilento e mondo.

Ogni piatto è una pagina di vita di Michele Giaquinto: il mare che lo ha visto crescere, la terra che lo nutre, i viaggi che lo hanno formato. Tra un piatto e un aneddoto, Michele Giaquinto accompagna i suoi ospiti in un viaggio dentro la memoria e il sapore, dove la Dieta Mediterranea torna ad essere ciò che è sempre stata: una filosofia di vita, una poesia del quotidiano, un atto d’amore verso la terra.

Qui, sotto la luna che si riflette sul mare, il cibo diventa linguaggio dell’anima, e il tempo, finalmente, torna a scorrere lento, come una poesia da gustare con rispetto e meraviglia.

La Torta Caprese si fa Panettone con Grotta Azzurra Gourmet

Ecco il nuovo lievitato natalizio di Grotta Azzurra Gourmet

All’interno cubetti del dolce tipico dell’isola azzurra regalano un gusto intenso e goloso

La tradizionale Torta Caprese, a base di mandorle e cioccolato, ispira il nuovo grande lievitato dei Maestri Pasticceri di Grotta Azzurra Gourmet.Nasce così il Panettone gusto Torta Caprese, una creazione unica che unisce al re della tavola natalizia un’icona della pasticceria partenopea, portando in tavola un’esperienza di gusto ineguagliabile.

Cubetti di torta caprese disidratata arricchiscono il cuore del panettone, impasto naturalmente lievitato, morbido e burroso, completato da mandorle pralinate e una glassatura croccante al cacao e mandorle. La farina di frumento sostiene il lievitato con leggerezza e struttura, mentre il burro belga e le uova fresche regalano rotondità e una consistenza vellutata che si scioglie al palato.

E poi, protagonisti indiscussi della ricetta sono le mandorle di Bari e il cacao, che sprigionano fragranza mediterranea, note croccanti e intensità aromatica. Lo zucchero bilancia dolcezza e aromi, mentre il lievito madre garantisce una crescita lenta e perfetta, esaltando i profumi autentici della tradizione campana. Aromi naturali completano l’armonia dei sapori, rendendo ogni morso un viaggio sensoriale tra Milano e Capri.

La glassatura al cioccolato fondente belga, con mandorle croccanti, avvolge il panettone in un abbraccio goloso, creando un irresistibile contrasto tra la leggerezza dell’impasto e la forza del cioccolato. Il risultato è un capolavoro artigianale, che porta in tavola il calore delle feste e il fascino dell’isola di Capri.

Perfetto da gustare in famiglia o da regalare, il Panettone gusto Torta Caprese di Grotta Azzurra Gourmet è un dono che racconta passione, tradizione e qualità, una rivisitazione che unisce Nord e Sud, Milano e Capri, in un equilibrio sorprendente e indimenticabile.

Milano apre il mese della prevenzione oncologica con il convegno organizzato da Varvello 1888, la farina che fa bene

Si è svolto a Milano, presso il Talent Garden di via Arcivescovo Calabiana, il convegno “Nutrizione e Prevenzione. Quanto pesa la farina?”, promosso da Varvello 1888.

L’evento ha segnato l’avvio ufficiale del mese dedicato alla prevenzione oncologica, mettendo in luce il ruolo centrale dell’alimentazione e, in particolare, delle farine a basso indice glicemico nel mantenimento della salute.

Nel corso del convegno, specialisti in ambito medico e scientifico hanno presentato studi, esperienze e considerazioni su come una scelta informata delle farine possa contribuire in modo significativo alla riduzione del rischio di tumori e malattie metaboliche. È stato sottolineato che le farine con basso indice glicemico possono abbattere l’impatto glicemico fino al 50% rispetto alle farine raffinate, rappresentando una valida opzione per seguire uno stile di vita orientato al benessere.

A condurre il dibattito è stata la giornalista Emanuela Sorrentino, che ha guidato un confronto ricco e stimolante tra esperti di primo piano nel campo della salute e della nutrizione. Tra i relatori, Federico Bertuzzi, diabetologo dell’Ospedale Niguarda e Presidente della sezione lombarda della Società Italiana di Diabetologia (SID); Laura Boldrini, oncologa presso lo IEO – Istituto Europeo di Oncologia; Patrizia Gnagnarella, dietista, ricercatrice presso lo IEO e Presidente regionale della Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU); e Clelia Iacoviello, farmacista e consulente specializzata in nutraceutica, che ha illustrato i benefici della Farina e i progetti educativi legati alla corretta alimentazione.

Farina Intera Varvello, racconta Clelia Iacoviello, è una farina bianca di nuova concezione, apprezzata per il suo gusto gradevole e per le eccezionali qualità nutrizionali. Grazie alla presenza di fibra solubile contribuisce a ridurre la risposta glicemica fino al 50% rispetto alle farine tradizionalmente raffinate. Attraverso un processo brevettato, è possibile estrarre e reinserire la componente solubile della fibra, nota come arabinoxilani. Questa innovativa tecnologia conferisce al prodotto proprietà distintive: è facilmente assimilabile, aiuta a prolungare il senso di sazietà e svolge un’azione prebiotica che favorisce l’equilibrio del microbiota intestinale.

Nata da una passione tramandata in famiglia, questa farina è stata creata con l’intento di riportare sulla tavola pane e pasta genuini e salutari.

Per far conoscere i benefici di Farina Intera Varvello 1888, sono stati organizzati laboratori nelle scuole, dove i bambini hanno potuto assaggiare prodotti preparati con questa farina innovativa, apprezzandone gusto, leggerezza e digeribilità. L’iniziativa ha avuto anche un forte impatto educativo: attraverso semplici esperimenti, come il confronto tra il contenuto di zucchero nelle bevande, i bambini hanno sviluppato maggiore consapevolezza alimentare.

Il progetto ha coinvolto anche chef italiani, impegnati a reinterpretare ricette tradizionali in chiave salutare. L’obiettivo è promuovere un’alimentazione più equilibrata, partendo dai più giovani, dimostrando che mangiare sano può essere anche piacevole e soddisfacente.

Il diabetologo Federico Bertuzzi sottolinea come il diabete sia una malattia in crescita costante, con oltre 500.000 casi in Lombardia e circa 4 milioni in tutta Italia: è fondamentale sensibilizzare cittadini e istituzioni, il diabete può essere prevenuto con stili di vita sani, ma serve maggiore consapevolezza.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di una vera e propria pandemia: negli ultimi 20 anni i casi sono aumentati del 60% a livello globale. In Italia, si stima che oltre un milione di persone siano diabetiche senza saperlo, rendendo cruciale la diagnosi precoce.

Tra i principali fattori di rischio ci sono obesità e sovrappeso, condizioni che colpiscono già i più piccoli. I dati dell’ISS mostrano che il 28,8% dei bambini italiani tra 8 e 9 anni è in eccesso di peso, con punte più alte nel Sud Italia. Il consumo di cibi ultra-processati e bevande zuccherate, anche solo una lattina al giorno, può aumentare del 25% il rischio di sviluppare la malattia.

I costi per il sistema sanitario italiano superano i 29 miliardi di euro l’anno.

La prevenzione passa da una dieta equilibrata, attività fisica regolare (almeno 150 minuti a settimana) e educazione alimentare. Camminare 10.000 passi al giorno, ad esempio, riduce significativamente il rischio di malattie croniche.

L’intervento della dottoressa Laura Boldrini, riguarda le patologie oncologiche che oggi rappresentano una delle principali emergenze sanitarie mondiali, con forti ripercussioni economiche e sociali. Secondo i dati del Global Cancer Observatory del 2022, sono stati diagnosticati circa 20 milioni di nuovi casi e registrati 9,7 milioni di decessi legati al cancro.

Tra i fattori di rischio non modificabili ci sono: Predisposizione genetica; Età; Genere; Storia clinica personale. Questi elementi rendono la prevenzione e la diagnosi precoce strumenti fondamentali nella lotta contro il cancro.

Oltre ai fattori genetici e biologici, esistono comportamenti e abitudini modificabili che incidono sul rischio di sviluppare tumori. Intervenire su questi aspetti è possibile, attraverso campagne di sensibilizzazione e politiche educative. Tra i principali fattori di rischio evitabili troviamo: fumo; alcol, alimentazione scorretta e stili di vita sedentari.

Anche la qualità della cottura degli alimenti gioca un ruolo importante: griglia e frittura possono generare sostanze cancerogene. Meglio preferire cotture più delicate, come vapore o umido.

Secondo l’OMS, tra le sostanze sicuramente cancerogene per l’uomo rientra anche la carne lavorata e processata. Il rischio dipende da quantità, frequenza e modalità di consumo.

La prevenzione secondaria riguarda chi ha già affrontato un tumore e punta a ridurre il rischio di recidive. Studi recenti mostrano che peso corporeo e stile di vita influenzano l’efficacia delle terapie post-operatorie.

L’aggiornamento 2025 della piramide alimentare mediterranea rafforza il ruolo centrale degli alimenti vegetali. Alla base troviamo olio d’oliva, frutta, verdura, cereali integrali e legumi, veri pilastri di un’alimentazione sana.

Tra le novità: Latte e yogurt freschi consigliati quotidianamente; formaggi freschi e stagionati distinti per frequenza di consumo; carne rossa e lavorata spostata al vertice della piramide, da consumare solo occasionalmente; alcol escluso, per l’assenza di benefici riconosciuti.

Il messaggio chiave è chiaro: privilegiare ingredienti di origine vegetale, combinare cereali e legumi, e scegliere metodi di cottura salutari per mantenere una dieta equilibrata e preventiva.

Patrizia Gnagnarella, dietista, riprende il discorso sul diabete, una patologia in costante che, oltre a compromettere la qualità della vita, è tra le principali cause di malattie cardiovascolari, poiché l’iperglicemia danneggia i vasi sanguigni.

I fattori di rischio sono sia non modificabili (genetica, età, sesso) sia comportamentali, come sedentarietà, dieta sbilanciata, fumo e alcol. Negli ultimi decenni, lo stile di vita è cambiato: ci muoviamo meno e mangiamo peggio, con forti differenze regionali. Al Sud si registrano più casi di sovrappeso, mentre al Nord si consuma più alcol.

Un concetto chiave è l’indice glicemico (IG), che misura l’impatto dei carboidrati sulla glicemia. Alimenti come legumi e cereali integrali hanno un IG basso, mentre pane bianco e patate lo hanno alto. Anche il carico glicemico (CG), che considera le quantità consumate, è utile per valutare l’effetto reale sulla salute.

Studi internazionali dimostrano che una dieta ad alto IG aumenta il rischio di diabete, malattie cardiovascolari e tumori. Per questo è importante preferire alimenti vegetali, ricchi di fibre e antiossidanti, e limitare quelli ultra processati, come carni lavorate, dolci e bevande zuccherate.

Filippo Varvello, CEO di Varvello 1888, racconta il percorso imprenditoriale dietro Farina Intera, un prodotto nato per unire gusto e benessere. In occasione del mese della prevenzione, l’azienda devolve 5 centesimi per ogni kg venduto alla Fondazione Umberto Veronesi, sostenendo la ricerca oncologica.

Farina Intera è frutto, come abbiamo già visto, di un processo naturale, basato su enzimi vegetali, che conserva la fibra solubile del grano, riducendo l’indice glicemico e migliorando la digeribilità. Il prodotto è pensato per essere versatile e sano, adatto a tutti, anche in presenza di terapie farmacologiche.

La sfida principale è comunicare il valore di un prodotto che, pur simile nell’aspetto a una farina comune, ha caratteristiche nutrizionali superiori. Per questo l’azienda ha scelto di collaborare con artigiani del settore e di investire in formazione e vendita diretta, creando una rete di agenti preparati.

Prepariamoci a gustare un pane più leggero, una pizza più gustosa, e una pasticceria più soffice. Il convegno si è confermato come un importante momento di confronto tra scienza, nutrizione e industria alimentare, sottolineando l’importanza di una crescente consapevolezza sul valore del cibo come strumento di prevenzione e benessere.

Trentodoc Festival: bollicine di montagna e visioni d’altura

Un lungo weekend d’inizio autunno ha trasformato Trento in una capitale effervescente, dove il Trentodoc Festival ha celebrato le bollicine di montagna con un palinsesto ricco di incontri, degustazioni e visite in cantina. Curato da Luciano Ferraro, Vicedirettore del Corriere della Sera e Direttore Artistico del festival, l’evento ha saputo intrecciare cultura, innovazione e territorio, offrendo un’esperienza immersiva e multisensoriale.

Nel cuore del programma, i Wine Talks hanno rappresentato momenti di riflessione ad alta quota tra AI e biodiversità. Il futuro del vino tra AI e nuove tecnologie, ha visto il giornalista Riccardo Luna dialogare con Ferraro sulle potenzialità dell’intelligenza artificiale nella filiera vitivinicola. Dalla gestione dei vigneti alla personalizzazione dell’esperienza enologica, il confronto ha aperto scenari stimolanti, sollevando interrogativi etici e strategici sul ruolo della tecnologia nel preservare l’anima del vino.

Il vino di montagna e la sfida della biodiversità, ha offerto una lettura evolutiva del vino come espressione di resilienza. Il filosofo Telmo Pievani, insieme a Ferraro, Stefano Fambri presidente dell’Istituto Trento Doc, e Andrea Buccella, responsabile produzione di Cesarini Sforza, ha evidenziato come la viticoltura alpina rappresenti una forma di resistenza creativa, capace di custodire biodiversità e autenticità in un equilibrio fragile ma vitale.

Momenti complementari, intensi e profondi, che hanno arricchito il Festival di contenuti e prospettive, confermando il vino come linguaggio, visione e progetto.

Molte le cantine aperte con eventi ad hoc, che hanno offerto uno sguardo ravvicinato sulle eccellenze artigianali del Trentodoc, tra queste Reví e Spagnolli.

Reví Spumanti: eleganza e precisione artigianale

Fondata nel 1982 da Paolo Malfer, Reví è una cantina familiare che incarna l’anima più autentica dello spumante Metodo Classico trentino. Il nome stesso, “Reví”, richiama il toponimo “Re del vino”, evocando una zona storicamente vocata alla viticoltura. Oggi, sotto la guida dei figli Stefano e Giacomo, la cantina coniuga tradizione e innovazione, distinguendosi per uno stile raffinato e coerente.

I vigneti di Chardonnay e Pinot Nero si estendono in un territorio alpino fresco e asciutto, ideale per la produzione di spumanti di montagna. La filosofia produttiva si fonda su una lavorazione manuale meticolosa, pressature soffici e lunghi affinamenti sui lieviti, elementi che conferiscono ai vini eleganza, complessità e una spiccata identità territoriale.

Durante la visita, accompagnata da una merenda conviviale, sono stati proposti in degustazione Reví Dosaggio Zero 2021, Reví Rosé 2021 e Reví Riserva Magnum 2014. Millesimati che rappresentano un racconto di famiglia, territorio e dedizione che si rinnova ad ogni bottiglia.

Cantina Spagnolli: la piccola Epernay del Trentino

Immersa tra le terrazze eroiche di Cimone, la Cantina Spagnolli è il frutto di una visione pionieristica e di una dedizione familiare che attraversa tre generazioni. L’intuizione originaria di Francesco Spagnolli e Gino Veronelli risale al 1978, quando identificarono in quei terreni impervi una vocazione spumantistica straordinaria. Da allora, la famiglia ha trasformato quel frammento di montagna in una vera e propria stazione sperimentale del Metodo Classico.

Oggi è Alvise Spagnolli, ingegnere energetico convertito alla viticoltura, a guidare con passione e precisione la produzione. Il vigneto si distingue per la sua eterogeneità geologica e microclimatica: fondali marini, marne e calcari organogeni, esposizioni multiple e venti alpini contribuiscono a una maturazione differenziata delle uve, raccolte manualmente in piccole ceste e vinificate separatamente.

Il risultato è un mosaico di cru che, una volta assemblati, danno vita a spumanti dalla firma gusto-olfattiva elegante e irripetibile. Il Pinot Nero, protagonista assoluto, diventa strumento espressivo per raccontare il territorio e la sua storia, in particolare nell’etichetta Disìo, sintesi dell’identità dell’anfiteatro Spagnolli.

Accolti da Susi, regista silenziosa e maestra d’accoglienza, la visita si è conclusa con una degustazione autentica e conviviale di Disìo e Fral (Chardonnay 65%, Pinot Nero 35%), accompagnata da salumi, formaggi a km zero e dalla celebre focaccia di farro e patate. Un’esperienza che ha unito rigore tecnico e calore umano, lasciando il segno per qualità, autenticità e bellezza.

Il Trentodoc è una denominazione dalle molte anime, capace di accogliere grandi maison e piccole realtà con pari dignità e valore. Se le prime contribuiscono alla visibilità internazionale, sono spesso le seconde a custodire l’identità più profonda del territorio: visione, sperimentazione, artigianalità e racconto.

Cantine come Reví e Spagnolli rappresentano le punte di diamante di una viticoltura alpina che non teme la fatica, ma la trasforma in bellezza. Sono laboratori di autenticità, dove ogni bottiglia è il risultato di scelte consapevoli, di mani esperte e di un dialogo costante con la natura. In un mondo del vino sempre più globalizzato, queste realtà ci ricordano che il futuro passa anche dalla cura del dettaglio, dalla valorizzazione delle differenze e dalla capacità di raccontare storie vere. E che dietro ogni bollicina di montagna, c’è un’anima che merita di essere ascoltata.

Poderi Sanguineto I e II: il cuore autentico di Montepulciano

C’è un angolo di Toscana che sembra fatto apposta per raccontare la verità del vino, senza filtri e senza artifici. Si chiama Poderi Sanguineto, e già il nome evoca qualcosa di primordiale, un legame di sangue con la terra. Qui, tra Montepulciano e Acquaviva, il tempo scorre a un ritmo diverso, quello della natura e delle stagioni, quello di chi non ha mai voluto piegare la vigna a logiche industriali ma l’ha sempre considerata parte di sé.

La storia comincia negli anni ’50, quando Federico Forsoni acquistò i poderi. All’epoca l’azienda era un mosaico di campi, animali e un po’ di vino fatto in casa. Poi, nel 1997, la svolta: la figlia Dora Forsoni, donna forte e visionaria, insieme a Patrizia, decide di imbottigliare e dare un volto nuovo a quei filari. Da allora Poderi Sanguineto è diventato un piccolo faro di autenticità.

In vigna le regole sono semplici: niente scorciatoie. Nessun prodotto sistemico, nessuna chimica invasiva. Solo zolfo e rame, quando serve. L’uva si raccoglie a mano, grappolo dopo grappolo, in cassette piccole, come si faceva un tempo. In cantina la fermentazione è spontanea, affidata ai lieviti autoctoni, e i vini riposano in botti grandi di rovere o in cemento, respirando lentamente fino a diventare pronti a raccontare la loro storia.

Il cuore della produzione è, naturalmente, il Vino Nobile di Montepulciano DOCG. Un vino che profuma di ciliegia, terra e radici, con quel tannino elegante che accarezza più che graffiare. Accanto a lui, il Rosso di Montepulciano, più immediato e conviviale, e la Riserva, che chiede tempo ma regala profondità e silenzi lunghi. Non mancano piccole perle: un bianco toscano dai vitigni antichi, un rosato di Sangiovese fresco e gioioso, capace di sorprendere con semplicità.

I vigneti, sei ettari appena, si stendono a 330 metri di altitudine, su terreni di origine pliocenica. Sono poche piante — circa 2.200-2.400 ceppi per ettaro — ma basta avvicinarsi a una di esse per capire quanta vita scorra in quelle radici.

Ho avuto la fortuna di visitare questa realtà grazie all’amica Augusta Boes, che mi ha aperto la porta su un mondo di autenticità e passione. Durante la visita ho avuto la fortuna di assaggiare vini che raccontano, ciascuno a modo suo, l’anima di Poderi Sanguineto:

  • Rosso Toscana IGT 2022

Un vino diretto, sincero, con un frutto rosso immediato che ricorda ciliegia e lampone, accompagnato da un accenno di erbe aromatiche. Al palato è scorrevole, fresco, con una piacevole vena acida che invita al sorso. È il classico vino da tavola toscano nel senso più nobile del termine: conviviale, da bere con spontaneità, perfetto con salumi e crostini.

  • Rosso di Montepulciano 2023

Nonostante la giovane età, rivela già un bel equilibrio tra freschezza e tannino. Al naso emergono frutti croccanti – ciliegia, ribes, una sfumatura di melograno – che si intrecciano con leggere note floreali di violetta. In bocca è agile ma con una certa grinta tannica che lascia intravedere un futuro interessante. È il compagno ideale di una pasta al ragù o di una grigliata estiva.

  • Vino Nobile di Montepulciano DOCG 2022

Qui il registro cambia: il profumo si fa più profondo, con ciliegia matura, prugna e un tocco speziato di pepe nero e cannella. In bocca è avvolgente, con tannini ben levigati e una trama fine che dona eleganza. La persistenza è lunga, con un finale che richiama il sottobosco e il tabacco dolce. È un vino che incarna la classicità del territorio, adatto a un abbinamento con piatti importanti come carni in umido o pecorini stagionati.

  • Vino Nobile di Montepulciano Riserva 2021

Il vertice della degustazione. Nel calice si apre lentamente, regalando profumi complessi: ciliegia sotto spirito, note di liquirizia, tabacco e cuoio, con eleganti sfumature balsamiche. La bocca è piena, strutturata, con tannini setosi e una profondità che si allunga in una scia speziata e minerale. È un vino da meditazione, che parla a lungo dopo l’ultimo sorso. Perfetto oggi, ma con un potenziale evolutivo di almeno dieci anni, capace di regalare emozioni ancora più intense nel tempo.

Visitare Poderi Sanguineto significa entrare in una dimensione familiare. Dora e Patrizia accolgono i visitatori con lo stesso calore con cui si accoglie un amico, raccontano aneddoti, mostrano i vigneti, fanno assaggiare i vini senza sovrastrutture, lasciando parlare il bicchiere. Dora è una vera forza della natura e, nonostante qualche ruga sul viso, ha le mani di chi ancora porta il trattore e governa i campi con grande sapienza.

In un mondo del vino spesso abbagliato da etichette scintillanti e tecnologie avveniristiche, Poderi Sanguineto resta una voce fuori dal coro. Qui il vino non è mai moda: è memoria, identità, verità. Ed è forse proprio per questo che, sorseggiandolo, ci sembra di ascoltare un racconto che non smette mai di emozionare. Sicuramente una delle esperienze più belle della mia vita. Grazie Augusta.

Le Pizzerie Storiche di Napoli: viaggio nell’anima della città

Presentazione il 13 ottobre Chiesa di Sant’Antoniello
Piazza Bellini, ore 11,30

Napoli compie 2500 anni con entusiasmo e gioia. In questo straordinario compleanno undici giornalisti specializzati raccontano 23 pizzerie storiche nelle quali la tradizione si tramanda di generazione in generazione da decenni, a volte da oltre due secoli.

Un patrimonio culturale gastronomico che nessuna città al mondo può vantare, la testimonianza vivente del percorso fatto dalla pizza dalle viscere dei quartieri più poveri, sino allo straordinario successo mondiale attuale, grazie anche a nuovi protagonisti che entrano di diritto in questo libro. Un volume prezioso, ricco di tante curiosità, da leggere per entrare nell’anima della metropoli “dei mille colori”, attraverso stili diversi che hanno in comune, la passione.

Un fantastico, irripetibile omaggio a Napoli, dove tutto è cominciato.
“Nasco nella carta e torno alla carta – dichiara il giornalista Luciano Pignataro, curatore del volume – In un momento di sapere fluido ho sentito il bisogno di poter toccare una storia straordinaria. Ho deciso di scrivere un libro corale, a più mani, dando piena libertà di narrazione senza alcun vincolo di spazio per rispondere a tre esigenze”.

La prima è che la pizza appartiene alla comunità napoletana ed è al tempo stesso di nessuno e di tutti. La seconda è che per raccontare un mondo così complesso come Napoli, servono più sensibilità, la terza è dare spazio alle giovani generazioni alle quali è affidato il compito di difendere e tramandare questo patrimonio che è stato spesso aggredito. Per esempio da chi dice che la pizza in Italia è stata portata dagli americani accreditando il pomodoro come prova e ignorando che il pomodoro è in uso nelle cucine napoletane almeno dal ‘700”.

Il volume, sostenuto dal Mulino Caputo, racconta la storia delle pizzerie centenarie e di quelle aperte a cavallo della seconda guerra mondiale ed è edito direttamente da LucianoPignataroWineblog, il sito che racconta l’enogastronomia di Napoli e dell’Italia dal 2004 e che ha il maggiore numero di recensioni di pizzerie visitate nel corso di questi due decenni di attività: oltre 600!

“Abbiamo voluto un solo partner – continua Pignataro – per sottolineare l’aspetto culturale del volume. La scelta non poteva che ricadere sul Mulino di Napoli che rappresenta la pizza nel mondo, da sempre impegnato a sostenere attività culturali a Napoli, come il recente impegno sul Tesoro di San Gennaro dimostra”.

124 pagine.  30,00 euro

GIA’ DISPONIBILE SU AMAZON

La Chiesa di Sant’Antoniello è di proprietà dell’Università Federico II di Napoli che ne ha curato il restauro. Questa sarà, dopo la prima manifestazione aperta al pubblico e vedrà la presenza straordinaria del Magnifico Rettore Matteo Lorito.

IL SOMMARIO DEL LIBRO

Veniamo da lontano e andiamo lontano di Antimo Caputo

La Pizza Napoletana: storia dalle origini ai giorni nostri. di Luciano Pignataro
Pizza Artigianale
La differenza di valore è il pizzaiolo
Il profumo della pizza non è il profumo del pane

Le pizzerie e gli autori


Al 22 di Luciano Pignataro
Antica Pizzeria Da Michele di Maria Emma Di Lorenzo
Antica Pizzeria Brandi dal 1780 di Giulia Cannada Bartoli
Cantina del Gallo di Giulia Cannada Bartoli
Cafasso di Francesca Pace
Capasso di Francesca Pace
Concettina ai Tre Santi di Luciano Pignataro
Ciro Oliva, Il Folletto della Sanità di Guido Barendson
Da Attilio di Emanuela Sorrentino
Da Gennaro a Bagnoli di Leonardo Ciccarelli
Da Pasqualino Antica Pizzeria di Giulia Cannada Bartoli
Da Umberto. di Santa Di Salvo
La Pizza, un morso di salute e allegria di Francesca Marino

De Figliole di Antonella Amodio
Gorizia 1916 di Fosca Tortorelli
Imperatore 1906 di Antonella Amodio
La Masardona di Luciano Pignataro
La Pizza da Gennaro di Luciano Pignataro
Lombardi 1892 di Mariangela Barberisi
Mattozzi di Emanuela Sorrentino
Pellone di Francesca Pace
Port’Alba di Antonella Amodio
Starita di Leonardo Ciccarelli
Trianon di Leonardo Ciccarelli

La pizza Napoletana fra passato e presente

Il matrimonio perfetto: la pizza e i social network con Enrico Porzio Vincenzo Capuano

Enzo Coccia di Luciano Pignataro

Il ricordo su Papero Giallo di Maurizio Cortese

Gino Sorbillo di Laura Guerra
Carmnella di Fosca Tortorelli
Diego Vitagliano, il destino del numero 10 di Luciano Pignataro
La pizza al Cinema e in tv di Santa Di Salvo
Lo sputo che divenne pizza di Alex Giordano

Romagna: Brisighella in Bianco, la degustazione tecnica della seconda annata delle Albana “Brix”

Si chiama Brisighella in Bianco III (tre) a indicare il terzo appuntamento che vede protagonista l’associazione Brisighella anima dei tre colli. Sono invece due le candeline spente per la loro Albana Brix della quale abbiamo avuto già l’opportunità di assaggiare le prime 2022 lo scorso fine agosto. Se vi ricordate, un anno fa ci eravamo immersi nell’anima del progetto svelando le prime interpretazioni dell’Albana: oggi torniamo a quel dialogo per degustare la nuova annata (2023) e scoprire come il lavoro dei produttori stia evolvendo, tra conferme, progressi e forse qualche incertezza.

La prima batteria vede al confronto due versioni coltivate nella zona delle terre fini e calcaree.

  1. Gallegati – Corallo Oro Brix 2023

Rispetto all’annata precedente, il Corallo Oro di Gallegati conferma e affina il suo profilo stilistico. Il naso si apre con profumi avvolgenti e delicati, dove il calore del frutto maturo convive con una sensazione di freschezza. In bocca si ritrova l’equilibrio tra volume e tensione: la struttura è piena ma bilanciata da una viva acidità. La fine astringenza, imprime il caratteristico timbro Albana, mentre il finale di bocca è fruttato e pulito. Un vino che segna una continuità solida nel percorso del produttore, confermando la maturità del progetto.

  • Bulzaga – Scorzonera Brix 2023

Rispetto all’annata precedente, lo Scorzonera di Bulzaga non mostra un’evoluzione significativa e resta su un profilo espressivo che privilegia l’impatto aromatico più che la profondità varietale. Il naso è intenso, quasi esuberante, con note che ricordano essenze floreali e frutta matura. In bocca emergono sentori di nespola giapponese, accenni vegetali e un tocco di marzapane, mentre il passaggio in legno (questa volta con barrique nuove) risulta marcante, coprendo in parte l’identità del vitigno. Il risultato è un vino tecnicamente corretto, ma che ci fa allontanare dal carattere autentico dell’Albana.

La seconda batteria ha un unico campione, proveniente dalla vena del gesso.

  • Casadio – Albagnese Brix 2023

L’Albagnese di Casadio si presenta con un colore deciso, quasi da orange wine, anticipando un profilo marcatamente macerativo. Il naso conferma questa impressione con note di albicocca sciroppata, frutta disidratata e accenni di frutta secca. L’impatto aromatico è intenso e ampio, ma tende a coprire le componenti più fresche. In bocca si avverte una leggera punta di carbonica (probabilmente legata a una rifermentazione) che disturba in parte l’assaggio. Il sorso resta comunque coerente con l’impostazione morbida e calda del vino, più orientato alle sensazioni dolci che alla tensione acida.

La terza e ultima batteria prende in esame quattro brix da terreni marnoso-arenacei.

  • Baccagnano – Alveda Brix 2023

Debutto per Baccagnano nel progetto Brix, con un’Albana dal colore sorprendente: una tonalità che ricorda quella di un Crodino per luminosità e brillantezza. Al naso emergono note dolci, quasi da pasticceria, che suggeriscono inizialmente un profilo da vino passito. In bocca, invece, la freschezza fa da contrappunto a una presenza importante del legno, che tende però a sovrastare la componente varietale. L’astringenza, piacevole e tipica dell’albana, restituisce un tocco di autenticità. Un vino ricco, con una macerazione che guarda più al carattere rustico che all’eleganza.

  • Vigne di San Lorenzo – Montesiepe Brix 2023

Nel segno di una svolta stilistica, Manetti presenta per la prima volta un’Albana vinificata interamente in bianco, a freddo, in un grande tronco conico di legno esausto da 15 ettolitri. Una scelta che si rivela vincente e che restituisce un profilo di straordinaria pulizia e precisione. Il naso è essenziale ma nitido, giocato su note fresche di frutto e vegetazione, con un’immediatezza che conquista per naturalezza. In bocca spiccano equilibrio e coerenza: l’acidità e la lieve astringenza dialogano perfettamente con il calore e l’estratto, dando vita a un sorso centrato, armonico e vibrante. Un vino che segna un punto di maturità nel percorso di Filippo.

  • Fondo San Giuseppe – Fiorile Brix 2023

Rimaniamo in terre marnoso-arenacee ma saliamo un po’ di quota, in zona Valpiana, dove Stefano Bariani conferma l’ottimo lavoro della 2022. Il vino si distingue per un naso di grande fascino e complessità, dove le note di torta di mele e cannella si intrecciano a spezie dolci, accenni vegetali e un leggero tocco fumé sullo sfondo. La fermentazione in cemento e barrique trova un perfetto equilibrio, grazie a un assemblaggio finale condotto solo in cemento che restituisce freschezza e armonia. In bocca il sorso è pieno e misurato, con un equilibrio quasi esemplare tra calore e acidità. Un vino di grande eleganza, coerente e luminoso, che rappresenta una delle espressioni più centrate di questa annata.

  • Vigne dei Boschi – Monterè Brix 2023

Il Monterè di Babini, dirimpettaio di Bariani, colpisce subito per il colore capace di catturare la luce con eleganza. Il naso è complesso e vibrante, dominato da note erbacee e balsamiche che ricordano erbe di campo, rucola e salvia, con accenni di fiori appassiti, china e camomilla. In bocca una leggera volatile dona dinamismo e contribuisce alla freschezza del sorso, che si sviluppa con grande equilibrio. Il finale sorprende per la comparsa di un frutto polposo, inatteso rispetto al profilo olfattivo, che completa un vino di autentico carattere e finezza.

In conclusione: Il salto rispetto alla 2022 è netto, quasi un salto quantico. Un risultato ancora più significativo se si considera la complessità dell’annata 2023, vendemmia segnata da piogge torrenziali, frane e perdite dolorose (come l’espianto della storica vigna di Albana di oltre sessant’anni di Stefano Bariani). Eppure, proprio in questo contesto difficile, il progetto Brix mostra la sua forza: quella di una comunità di produttori che continua a credere nell’Albana come baricentro bianco della Romagna.

Nonostante i progressi, resta però un nodo importante. Molte Albana Brix non sono state presentate in denominazione Romagna Albana DOCG, una scelta che rischia di indebolire la direzione del progetto. Brix nasce per costruire un linguaggio comune, un percorso condiviso fatto di regole e tempi (legno, affinamento prolungato, esclusione della grande distribuzione) che, pur non essendo ancora un disciplinare ufficiale, ne rappresentano già l’ossatura. Tornare all’interno della DOCG, per dar vita a sottozone e valorizzare le sfumature del territorio, sembra oggi un passo necessario.

L’Albana resta il vanto della Romagna, la sua unicità rispetto a ogni altra regione. Ma come già emerso un anno fa, la sua natura poliedrica, la sua “personalità dalle tante doti”, continua a generare una frammentazione stilistica. Questa ricchezza è al tempo stesso la sua forza e la sua debolezza: esalta la libertà espressiva dei produttori, ma rischia di rendere difficile identificare un tratto comune. Ed è proprio qui che il progetto Brix trova la sua missione più alta: arrivare a un’Albana riconoscibile, non solo per chi la produce, ma anche per chi la sceglie. L’obiettivo è chiaro: poter sedere in un ristorante, leggere “Albana Brix” sulla carta dei vini e sapere con precisione cosa si sta ordinando. Oggi questo non è ancora possibile, ma la strada è tracciata.

E forse la vera domanda da porsi è proprio questa: quanto tempo servirà perché la libertà creativa dell’Albana si trasformi finalmente in identità condivisa?

Ambasciata del Messico a Roma: l’associazione Identità Mediterranea coinvolta di nuovo nella cerimonia per l’anniversario dell’inizio della liberazione del Messico

Identità Mediterranea, piccola associazione culturale in provincia di Salerno, conferma per il secondo anno consecutivo la sua presenza durante l’appuntamento più importante e prestigioso dell’anno presso l’ambasciata del Messico a Roma: la celebrazione del 215° Anniversario dell’Inizio della Liberazione del Messico.

Così come per la precedente edizione è stato organizzato il brindisi augurale presso la relativa sede diplomatica capitolina e Gaetano Cataldo, in qualità di founder dell’associazione e wine specialist, ha curato la selezione delle cantine e la scelta dei vini da assaggiare, puntando sulla trasversalità territoriale, la diversificazione del modello enologico e del profilo sensoriale.

Lo scorso 19 settembre infatti, all’Ambasciata del Messico si è brindato con calici di vino italiano, a dimostrazione del fatto che gli oltre 150 anni di relazioni diplomatiche bilaterali hanno consolidato gli scambi interculturali con grande spirito di stima e apprezzamento che il popolo messicano ha per il Made in Italy. In un contesto di altissimo rango l’inizio della carriera diplomatica di Genaro Fausto Lozano Valencia, politologo, accademico e giornalista: è lui il nuovo ambasciatore, nominato proprio lo scorso mese scorso dalla presidente del Messico, Claudia Sheinbaum.

Dodici cantine di alta rappresentatività, provenienti da diverse regioni italiane, hanno potuto confermare la loro cooperazione con la sede diplomatica messicana, onorandosi di aderire alla serata del 215° Anniversario di Liberazione del Messico.

Dall’area di Conegliano Valdobbiadene, e quindi dalle colline di Cartizze, alle rive del Lago di Garda, sino all’altopiano calcareo delle Murge, la selezione delle aziende vitivinicole non poteva non includere il Massico, i Campi Flegrei, l’Agro Aversano, il Vesuvio e l’Irpinia. Tale potenziale si è espresso mediante diversi stili e filosofie produttive, con il fil rouge della qualità indiscutibile del vino, ma anche attraverso le diverse sfumature di vini provenienti da aree con peculiarità specifiche.

Durante la serata i sapori della gastronomia del Messico più autentica hanno deliziato il palato esigente degli ospiti presenti in sala: a preparare le elaborate ricette Diana Beltrán, originaria di Acapulco, che ha aperto le porte di ristoranti come La Cucaracha ed El Tiburon a Roma. Apprezzatissima in patria, conosce benissimo la cucina capitolina e quella italiana in generale, restando un punto di riferimento per l’ambasciata e la cultura messicana. Diana, ha preparato i chiles en nogada: nel giorno dell’Indipendenza del Messico ogni messicano che si rispetti mangia questo piatto gustosissimo, letteralmente “peperoni in salsa di noci”, che con i suoi colori emula la bandiera e i valori di fede, unione e indipendenza.

Le Cantine Partecipanti…

La cantina Fatalone, a Gioia del Colle. Un primo impianto della tenuta è stato costruito verso il XIX secolo da Nicola Petrera, che in quest’area elesse dimora, eseguendo lavori di disboscamento e scavi per la realizzazione di pozzi che garantissero una buona riserva d’acqua, preservando le rocce estratta di cui è fatta l’antica masseria, sormontata da un triangolo scolpito quale riferimento cartografico. Il legame di Nicola Petrera con il Primitivo di Gioia del Colle era così passionale e radicato da essere stato trasmesso agli attuali eredi, creando la prima bottiglia di Primitivo in assoluto e fondando il relativo consorzio di tutela. Oggi è Pasquale Petrera, la quinta generazione, a tenere le redini aziendali.

Ciro Urciuolo e sua moglie Caterina Tammaro hanno raccolto e rilanciato l’eredità vitivinicola delle rispettive famiglie di origine.  La cantina Urciuolo è in costante crescita, vantando una copiosa ma attenta produzione di vitigni autoctoni, sino ad avere la gestione di numerosi vitigni provenienti da altre aree del Sud Italia, soddisfacendo tanto i palati italiani che internazionali. Con una scelta fortemente voluta dalla proprietà e piuttosto situata, vini Urciulo ha portato ai banchi di assaggio la sua linea più moderna e innovativa, per quanto ispirata dai valori familiari e dalla ventennale esperienza della maison, gestita direttamente dal giovane e promettente enologo Davide Urciuolo.

Cantina Giovanni Molettieri ha iniziato il suo percorso produttivo nel 1999 a Montemarano, nel cuore dell’Irpinia, tra le colline sinuose e gli impervi declivi di un territorio di grande storicità, oltre che altamente vocato per la viticoltura. Durante quasi trent’anni di attività Giovanni Molettieri ha perseguito un’attività che nell’esperienza della cura delle viti è ad impronta familiare.

Ubicata tra le colline di Montemiletto, immersa in un paesaggio che diventa anche teatro un teatro della contemplazione della natura, Tenuta Donna Elvira costituisce una cantina relativamente più giovane, avendo iniziato la sua avventura enologica nel 2010, ma ha radici altrettanto profonde, narrando qualcosa di significativo: infatti essa è costruita sul sogno di Tony Fink e della sua famiglia, che più che vivere un turismo delle radici, ha a che fare con l’enologia delle radici e del ritorno alla terra natia di sua madre, donna Elvira, cui ha dedicato l’azienda agricola, che vanta possedimenti anche a Santa Paolina e Montefusco. Grazie alla direzione virtuosa ed innovativa dell’agronomo Mirco Colella e all’enologia di Arturo Erbaggio, Tenuta Donna Elvira vanta una produzione meticolosa, sostenibile e dal grande appeal territoriale.

È una veterana della vitivinicoltura irpina e ne è ambasciatrice nel mondo, ha avuto l’onore di essere inserita nella carta del vino creata da Gaetano Cataldo durante la cena in Casa Messico al momento degli accordi bilaterali per la partecipazione dell’Italia alla fiera internazionale del libro di Guadalajara, è stata selezionata per celebrare la famosa ballerina Triana Botaya e, per la seconda volta, onora Identità Mediterranea della sua presenza alla serata di gala del 215° anniversario della Liberazione. L’estensione degli ettari vitati di proprietà di Agricola Bellaria e la loro diversificata ubicazione nel territorio avellinese è una dimostrazione di quanto le cantine della famiglia Maffei, con sede a Roccabascerana, abbiano a cuore i concetti di zonazione e di vocazionalità del terreno a seconda dei vitigni di riferimento.

Da un quadrante diverso del Complesso Vesuvio-Monte Somma, precisamente da San Giuseppe Vesuviano, anche Vigne Ambrosio ha preso parte alla serata esclusiva presso la sede diplomatica del Messico a Roma. Con un retaggio storico che ha portato la cantina, oggi capitanata da Ferdinando Ambrosio, ad essere fornitrice della Real Casa di Borbone, della Santa Sede e della Real Casa di Spagna, con esportazione dei celebri vini vesuviani negli Stati Uniti d’America, le referenze enologiche hanno destato un certo interesse tra i convitati, distinguendosi per un modello produttivo improntato tra la tecnica e l’artigianalità.

Siamo nel comune di Trecase, precisamente in Località Bosco del Monaco e Casa Setaro è un punto di riferimento dell’enologia napoletana e visitarla è un po’ come andare su di una terrazza panoramica da cui si riesce a scorgere agevolmente l’Isola di Capri. Fumanti bollicine vulcaniche da uve Caprettone e tutta la carica dei terreni lavici nei vini da Piedirosso hanno fatto scintillare i calici durante l’esclusiva serata diplomatica.

Il Quarto Miglio fondata da Raffaele Verde è un riferimento imprescindibile della viticoltura del Campi Flegrei e, soprattutto, dell’allevamento di viti autoctone su piede franco. Raffaele, da sempre rapito dall’amore per la viticoltura, ha passato il testimone a suo figlio, Ciro Verde, oggi alla guida sia agronomica che enologica. In omaggio alla serata di gala per la Liberazione del Messico Il Quarto Miglio non poteva che proporre il Piedirosso e la Falanghina dei Campi Flegrei, quest’ultima in diverse versioni che ben riflettono la caratterizzazione di un territorio sospeso tra lava vulcanica e salsedine. Anche Ciro Verde ha voluto confermare la sua partecipazione per il secondo anno.

Le famiglie Benfidi e Vanacore sono un riferimento per la viticoltura di Villa di Briano, nell’Agro Aversano, sin dai primi decenni dell’800, iniziando la produzione dell’autoctono Asprinio di Aversa, raccogliendone l’uva dai terreni di loro proprietà, con il sistema ad alberata che tutt’oggi definisce eroico il vino che ne viene prodotto. Ai massimi livelli la produzione degli storici vitigni casertani, inclusi il Pallagrello Bianco, Il Pallagrello Nero e il Casavecchia.

Cantine Palazzo Marchesale, sia per gli ospiti che come omaggio all’ambasciatore, hanno puntato sul Brianò, spumante metodo charmat da Asprinio di Aversa, frutto della collaborazione tra gli enologi Stefano Ferrante e Danilo Trabucco.

L’Azienda Agricola fondata da Pietro Vezzoso a Falciano del Massico nel 2021 conta sulla passionalità e l’energia di una giovane cantina, che però affonda le proprie radici nella terra che ha dato alla luce il Falerno del Massico, il vino più celebre dell’Antica Roma, e nella tradizione familiare dell’allevamento della vite che perdura da molto più tempo. La Cantina Vezzoso, già vincitrice di diversi wine awards, ha voluto portare agli ospiti dell’Ambasciata del Messico anche il pregiato vino tanto decantato attraverso i versi di poeti come Catullo, Marziale e Orazio.

La famiglia Bulgarini ha confermato per la seconda volta la sua presenza assieme a Identità Mediterranea; la sede della cantina è ubicata a Pozzolengo, un territorio cerniera che imbriglia enologicamente tanto il bresciano quanto il veronese, dedicandosi pertanto alla tradizione vitivinicola di entrambe le aree, affacciandosi con nuovi tenimenti verso il friulano. Vicinissima al Lago di Garda infatti è tra i migliori produttori ed interpreti delle uve Turbiana.

Direttamente da Valdobbiadene la Cantina Bottignolo, la cui storia ha avuto inizio verso il 1600, con il Prosecco dei Bethignoli, ha dispiegato bollicine di qualità a tutto spiano per l’evento, portando con sé un’esperienza di oltre tre secoli che si è consolidata grazie alla passione di Gino e Romangela Bottignolo. Oggi Cristian e Alessandro, sulle orme dei genitori e con la stessa dedizione, proseguono una tradizione che negli anni ha consentito di affinare l’arte spumantistica, dando vita a prodotti di innovazione e proiettando il loro territorio in tutto il mondo.

“Gli scambi interculturali sono sempre stati nelle corde dell’associazione e lo dimostrano gli svariati eventi cui partecipiamo ogni anno e che provvediamo ad organizzare. Non potrebbe essere diversamente per una cultura millenaria come quella messicana, la cui arte culinaria è molto incline al maridaje con i vini italiani – afferma Cataldo – Occorre fare un’osservazione lucida sulle grandi opportunità che il mercato messicano ha da offrire alle cantine italiane: il Messico nel 2022 è risultato essere il ventiduesimo mercato di sbocco a livello mondiale per le esportazioni italiane del vino, ma l’interesse per il prodotto italiano è in forte crescita e c’è necessità di attività promozionale per aumentare il livello di conoscenza della varietà enologica italiana e recepire l’eventuale introduzione di nuove tipologie.

Uno degli aspetti che meglio lega il Messico all’Italia, al di là della latinità, è l’approccio alla gastronomia: entrambi i Paesi vedono, più che una cucina nazionale, un mosaico di cucine regionali, fatto di saperi e tradizioni che contano millenni, oltre che di materie prime eccellenti. Se non si volesse considerare che i messicani sono dei veri e propri gourmet, la sola Città del Messico è una delle metropoli con la più alta concentrazione di ristoranti italiani al mondo”.

Particolarmente per il vino italiano ecco alcuni dati: l’esportazione totale di materia prima enologica in tutte le forme è valsa 52 milioni di euro nel 2019, 40 milioni nel 2020, 49 milioni nel 2021, 58 milioni nel 2022, 65 milioni nel 2023 e 40 milioni nel 2024 (statistiche effettive della Commissione UE). Non si può parlare di contrazioni o flessione del mercato messicano rispetto al vino, malgrado il trend altalenante dei volumi di affari: intanto non scendere sotto la soglia dei 40 milioni di euro è un dato assolutamente positivo, ma ciò che deve poter essere considerato è uno scarso impegno sulle attività di marketing e di comunicazione del vino in Messico.

Zagrea, la prima guida dedicata ai vini da vigne a piede franco

Si chiamerà Zagrea la nuova guida dedicata ai vini nati da viti da vigne a piede franco, presentata dall’associazione Identità Mediterranea e dal suo fondatore Gaetano Cataldo durante la Conferenza Nazionale sulla viticoltura a piede franco alla Villa Campolieto di Ercolano.

Un progetto ambizioso che non mira a pubblicare la classica guida per orientare i fruitori all’interno di una specifica categoria di vini, ma si pone come obiettivo quello di sostenere la ricerca sulla viticoltura a piede franco in campo agronomico ed enologico.

Roberto Cipresso

Al convegno, insieme agli interventi istituzionali di Governo, Regione, Consorzi di tutela Vino ed Enti Locali, sono intervenuti: l’enologo e scrittore Roberto Cipresso, la Professoressa di Economia Agraria dell’Università Federico II Teresa Del Giudice, il presidente di Assoenologi Sardegna e direttore enologico di Casa Argiolas Marian Murru e l’agronomo Gaetano Conte di Vitis Rauscedo. A moderare il giornalista Gaetano Cataldo.

«La viticoltura a piede franco rappresenta ancora un territorio inesplorato sotto molti aspetti – spiega Cataldo – Sappiamo che la vite a piede franco ha trovato le condizioni ideali di sopravvivenza nei suoli vulcanici o sabbiosi, ma ancora oggi viene guardata con sospetto in quanto portatrice di fillossera. Anche le sterpaglie nei boschi rappresentano una possibile recrudescenza di incendi, ma non per questo estirpiamo boschi interi».

Gaetano Cataldo

Sottolineata infine la necessità di studiare a fondo la cosiddetta “vite integra” per comprendere a pieno i caratteri peculiari – innanzitutto una miglior tolleranza al cambiamento climatico – preservare il patrimonio esistente e pensare persino a nuovi impianti, laddove le condizioni siano favorevoli: «Non bisogna spingere a piantare il franco di piede in ogni luogo – interviene Gaetano Conte – Solo nelle zone con caratteristiche adatte si possono ottenere degli ottimi risultati».

In Italia la Sardegna rappresenta la Regione con maggior estensione di ettari vitati a piede franco, oltre 400, ma non siamo in grado di determinare quale sia l’effettiva estensione nel nostro Paese né tantomeno nel resto del mondo, volendo includere anche le vigne in stato di abbandono.

Teresa Del Giudice

Durante il convegno molti gli spunti d’interesse emersi: dalla necessità di salvaguardare e valorizzare il patrimonio naturale, come ha sottolineato il Presidente del Consorzio Vesuvio Ciro Giordano – a poche settimane dagli incendi che hanno devastato un intero versante del vulcano campano – all’esigenza di contestualizzare la viticoltura a piede franco in un tessuto più ampio legato al territorio e all’agricoltura, senza perdere di vista un progetto e un budget economico serio, come evidenziato dalla professoressa Del Giudice.

In maniera del tutto inconsueta, il progetto Zagrea si propone di vedere la luce all’interno di un ateneo universitario o tra più atenei congiunti (Sassari, Vicenza, Palermo, Napoli e Tbilisi i favoriti).

Il primo passo sarà quello di costituire una commissione scientifica multidisciplinare che sia in grado di approcciare in maniera sistematica la ricerca. Alcune sue componenti saranno anche parte di un panel di degustatori esperti in analisi sensoriale. Tra i nomi emersi quello dello stesso Roberto Cipresso, del fondatore della rivista Mediterranea Online Gianmarco Murru del ricercatore del CNR Stefano Del Lungo, della giornalista  Costanza Fregoni, del genetista Riccardo Aversano, della professoressa ed enologa Elisabetta Pittari, del sommelier di fama internazionale Charlie Arturaola.

Villa Campolieto

Zagrea sarà gratuita per il pubblico, divulgata in più lingue, sovvenzionata con il contributo delle cantine che ne entreranno a far parte ma anche di quei ristoranti la cui carta preveda almeno il 20% delle etichette da viti a piede franco. Da Zagrea si alimenterà anche il progetto UVA – Ungrafted Vine Ambassador – con lo scopo di creare ambasciatori della vigna a piede franco e dei vini da essa derivati.

D’altro canto nella mitologia greca Zagreus, divinità agreste figlio di Zeus e Persefone, fu smembrato e divorato dai Titani per ordine di Era, ma successivamente dal suo cuore, grazie all’intervento di Atena, dea di guerra e di saggezza, nacque Dioniso.

Cake Art piccola pasticceria artistica a Sorrento: 25 metri quadri di bontà

Benedetta d’Antuono di Cake Art piccola pasticceria artistica a Sorrento ha creato in pochi metri uno spazio d’arte dove lasciar esprimere le emozioni. Che sia la tela di un quadro, quando trova il tempo per la passione della pittura o la proposta di un dolce della sua bottega artigianale, qui ogni cosa assume quel tocco di arte che appaga l’occhio prima ancora del cuore.

Gli inizi con un corso di pasticceria ai tempi del liceo, la lotta vinta contro un disturbo alimentare giovanile e la scelta di andare a Parigi, dove ha conosciuto Angelo, spalla forte che la sostiene e con cui condividere i segreti della gastronomia, sono solo una minima parte del coraggio dimostrato da Benedetta. In vetrina tante proposte estere, dalle madeleine ai cookie passando per cupcake e petit pâtisserie rivisitate, però, in base ai gusti nostrani. E poi torte e dessert originali e decorati, da gustare comodamente seduti al tavolo o da portare a casa.

Benedetta, quando è iniziato il sogno Cake Art?

«Nel 2023 con le mie forze. Già lavoravo in altre strutture, ma sentivo di non essere valorizzata appieno nelle creazioni. Decisi di fare il grande salto mettendomi in proprio… ed eccomi qua. In seguito ho avuto la fortuna di incontrare l’amica Laura che veniva da un altro settore e che si era candidata per aiutarmi nel mondo della pasticceria».

Cosa possiamo trovare nella tua bottega a Sorrento?

«Tanta qualità, ricerca e territorio, anche nelle realizzazioni classiche francesi o americane. Cerco di mantenere intatte le ricette originali che sorprendono spesso sorprendono il cliente perché poco conosciute. Siamo aperti tutti i giorni dalle 10 alle 20 e la domenica ci divertiamo nelle proposte colazione dalle 8 alle 13 con gli special pain au chocolat e cinnamom rolls».

Sei molto attiva sui social e i follower non mancano

«Lo strumento dei social rappresenta una vetrina diretta, non comunico solo il lavoro, ma anche il mio modo di essere. La realtà virtuale deve però andare di pari passo con quella concreta: organizzo infatti “appuntamenti itineranti” all’interno della Villa Comunale di Sorrento per avvicinare le persone alle basi del mestiere».

Cosa immagini nel tuo futuro?

«Più spazio, magari per aumentare l’offerta negli eventi e nei catering. Penso in particolare ai matrimoni, gettonati in questa splendida location della Penisola Sorrentina. E alle torte su commissione che richiedono grande sforzo ed investimenti per macchinari all’avanguardia o ad ampliare la gamma dei lievitati con i panettoni».

E i ristoranti?

«Ho rifiutato in passato collaborazioni anche prestigiose. Per me è un capitolo ormai chiuso. Credo nell’artigianalità e non nei grandi numeri quotidiani e non vorrei perdere il contatto con la gente. Ho aperto Cake Art per passione non pensando al profitto, ora posso dire di essere davvero felice».

Non mancano i riconoscimenti

«Sì, da poco ho iniziato a partecipare ai concorsi di pasticceria, ottenendo nel 2025 la medaglia d’argento come miglior uovo di Pasqua decorato – dedicato alla celebre Notte stellata di Van Gogh – nel campionato italiano pasticceria gelateria e cioccolateria organizzato dalla Federazione Internazionale Pasticceria Gelateria e Cioccolateria – FIPG. Mi sono cimentata con buoni risultati anche al recente contest di Mulino Caputo al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo».

E il miglior abbinamento per i tuoi dolci?

«Dipende dalla tipologia, ma un tè sorseggiato nella mia futura sala da tè potrebbe essere l’ideale. Sogni a parte, l’emozione di stare in buona compagnia, la giusta decorazione ed il rispetto delle dosi e dei sapori sono già sufficienti».