Toscana: il Brunello di Montalcino secondo Podere Le Ripi

In Toscana le “ripi” sono formazioni sedimentarie argillose, che testimoniano la presenza del mare in questa zona in epoca antichissima. Si tratta di getti a forma di cono, eruzioni di terra solidificate che conferiscono al paesaggio un aspetto onirico.

Da Podere Le Ripi ci troviamo nel quadrante sud orientale dell’areale di Montalcino, a Castelnuovo dell’Abate, su un poggio di poco meno di 300 metri, costeggiato dal fiume Orcia e affacciato sul Monte Amiata. Qui nel 1997 Francesco Illy ha trovato il suo buen retiro dando il via alla propria avventura ilcinese, con un piccolo podere e qualche ettaro di terra acquistato da un pastore sardo.

A ventotto anni di distanza la sensazione di essere in un luogo fuori dallo spazio e dal tempo rimane intatta; varchiamo il cancello di Podere Le Ripi al termine di una lunga strada sterrata e ci troviamo immersi in un vero e proprio ecosistema dove a dettare legge è la natura con i propri ritmi.

Podere Le Ripi è infatti una fattoria a conduzione biodinamica nata per preservare il territorio: all’attivo, oltre alla produzione di vino, ci sono quelle di olio d’oliva e di miele. L’orto è un’oasi giardino, dove vengono coltivate le verdure -ovviamente biologiche- utilizzate nella cucina del Serendipity, la bella terrazza-ristorante che affaccia sulla valle  del  fiume Orcia e fa venir voglia di perdersi qui, dove l’idea di serendipità – la scoperta fortuita di qualcosa di prezioso – risuona in ogni angolo.

Francesco ha voluto produrre sin da subito un Brunello di Montalcino di carattere. La prima vigna impiantata è stata quella di Lupi e Sirene, l’attuale riserva, coltivata ad alta densità, alla maniera bordolese: 12 mila ceppi per ettaro (la media a Montalcino si aggira intorno ai 10 mila), appena mille in meno del limite imposto dal disciplinare.

La nostra visita inizia da questa vigna storica e da un’altra iconica, quella dell’IGT Bonsai. Qui la sperimentazione si è spinta all’estremo perché ci troviamo nella vigna a più alta densità al mondo: 62.500 ceppi per ettaro, un sesto d’impianto serratissimo che in un conflitto estremo tra ceppi spinge le radici fino a tre metri di profondità. E poi la cantina di vinificazione e affinamento, una struttura a chiocciola in mattoni di calce, che riproduce la sezione aurea di Fibonacci e scende per tredici metri sotto il livello del suolo.

Lungo il corridoio elicoidale sono disposti i tini troncoconici di fermentazione e le vasche di cemento e vetroresina; al termine si accede al nucleo centrale della chiocciola che accoglie la sala di affinamento, una cupola che si innalza fino all’apice della sezione aurea e ricorda il Pantheon di Roma. In piena vendemmia assistiamo alle operazioni di rimontaggio, eseguite fino a quattro volte al giorno per il Sangiovese, e alla fermentazione del Bonsai in tonneau aperti.

Allo stesso livello della sala di affinamento accediamo alla sala delle anfore utilizzate per la produzione di un altro vino destinato a lasciare un’impronta alla nostra visita, il bianco IGT Toscana Canna Torta. Netta è la percezione che ogni vino prodotto in questa cantina sia una creatura a sé stante. E’ questa d’altronde la filosofia di Sebastian Nasello alla conduzione enologica nonché direttore del podere: ascoltare e accompagnare ogni annata nella migliore espressione di sé stessa.

La degustazione

Iniziamo la degustazione dalla linea giovane degli IGT: vini che non ricercano l’eleganza  a tutti i costi, piuttosto mirano a lasciare il segno.

Canna Torta 2023 – Toscana bianco IGT

L’unico bianco prodotto a Podere Le Ripi è una vera sorpresa. Blend di malvasia, trebbiano toscano e vermentino, la 2023 ha fatto macerazione in anfora per circa due mesi e mezzo. Il naso impatta grazie alla minima percentuale di malvasia (il 15%), per nulla scontato. Di carattere anche il sorso, materico e astringente, che si delinea nell’immediata sensazione fresco-sapida chiudendo su una piacevole nota amaricante. Nel calice sviluppa sentori agrumati di pompelmo rosa e mandarino.

Cappuccetto Rosa 2023 – Toscana rosato IGT

Acciaio e cemento per questo sangiovese in purezza, che macera otto ore sulle bucce, risultando più vicino a una rosso di corpo leggero che a un classico rosato. Succoso all’olfatto, si distingue per la sapidità di beva. Da gustare lentamente per apprezzare a pieno l’equilibrio che le varie componenti gustative costruiscono all’interno del bicchiere.

Attenti al Lupo 2022 – Toscana Rosso IGT

Un sangiovese alla maniera del Beaujolais grazie alla fermentazione a grappolo intero  e alla macerazione carbonica . Ne risulta una beva fresca e giocosa al gusto di frutta e di tannino grintoso. Nel nome in etichetta compare il lupo: filo conduttore di tutti i rossi di Podere Le Ripi, rappresenta la potenza del sangiovese.

Proseguiamo adesso con i vini tradizionali dell’areale di Montalcino. Si caratterizzano tutti per la fermentazione scoperta e l’utilizzo minimo di solforosa.

Sogni e Follia 2021 – Rosso di Montalcino DOC

Definito “baby Brunello”, è un Rosso che racchiude in sé già i caratteri del fratello maggiore. Le uve provengono dalle vigne circondate dai boschi che Podere Le Ripi ha acquisito nel quadrante ovest dell’areale, caratterizzato da sabbia, limo e terreni alluvionali. Dopo la fermentazione,  affina 24 mesi in botti grandi e 8 mesi in cemento. Assaggiamo la 2021 che mantiene un ottimo carattere di freschezza definito dal frutto di rovo  ancora croccante.

Cielo d’Ulisse 2019 – Brunello di Montalcino DOCG

Anche per il primo Brunello in degustazione, il sangiovese proviene dalle vigne occidentali. Dopo la fermentazione, affina 36 mesi in botti di rovere e 2 mesi in cemento. Il naso sa di frutta scura. Pronto da bere, al palato è fresco e di tannino gentile. Un termine su tutti per racchiuderlo: verticalità.

Amore e Magia 2020 – Brunello di Montalcino DOCG

Il sangiovese di questo Brunello proviene invece dalle vigne storiche della cantina, a Castelnuovo dell’Abate, su terreni caratterizzati da calcare e argilla. Amore e Magia è solare nel naso speziato e fruttato di pesca nettarina. Al sorso scalpita ancora e necessita di ulteriore evoluzione per essere goduto a pieno. Qui l’aggettivo giusto è succosità.

Lupi e Sirene 2019 – Brunello di Montalcino Riserva IGT

Ritorna il lupo nel nome in etichetta – la potenza del sangiovese- qui affiancato alla sirena, simbolo di eleganza. Ed è proprio in questo termine, eleganza, che si racchiude tutta l’essenza di Lupi e Sirene, la riserva di Brunello proveniente dalla vigna storica di Francesco Illy. Dopo la fermentazione, affina 36 mesi in botti di rovere e 14 mesi in cemento. Spezie dolci e pepe, prugna e frutta scura al naso, al palato è come una danza maestosa e potente, in cui il tannino si fa compagno leggero.

Bonsai 2021 – Toscana rosso IGT

Chiudiamo la nostra degustazione con un vino diventato ormai simbolo, Bonsai, che ci riporta nell’ambito degli IGT. Prodotto in poco più di un migliaio di bottiglie, è un vero e proprio concentrato di sangiovese. Dalla vigna a più alta densità al mondo, in grado di produrre al massimo due pigne per pianta, l’uva, dopo la vendemmia, viene diraspata manualmente chicco per chicco; successivamente gli acini fermentano in tonneaux aperti per circa venti giorni. Segue affinamento di 18 mesi in tonneau e dodici mesi in bottiglia. Il naso è intenso di frutti e fiori scuri, al palato risulta sapido, denso e concentrato, di tannino  schietto e impattante, rispecchiando in pieno la filosofia produttiva.

Podere Le Ripi

53024 Montalcino (SI)

Il salame di Mugnano del Cardinale

Eccellenza gastronomica in bilico tra le province di Avellino e Napoli

Il contesto territoriale e il contesto storico

La conurbazione dei sei comuni che formano l’area baianese costituisce una sorta di territorio cerniera tra la provincia di Avellino e l’Ager Nolanum in provincia di Napoli. I comuni di  BaianoAvellaMugnano del Cardinale, ove è ubicato il famoso santuario di Santa FilomenaQuadrelleSirignano e Sperone, che fanno parte a loro volta della Comunità Montana Vallo di Lauro e Baianese, comunità non contigue in termini provinciali in quanto Visciano che appartiene alla città metropolitana di Napoli in mezzo ad essi.

Tali borghi costituiscono un’eccezione nel contesto avellinese sia perché sono bene accorpati tra loro, e quindi più simili ai comuni napoletani limitrofi, che per il dialetto locale: infatti lo slang del posto non è il dialetto irpino ma bensì dialetto baianese.

In bilico tra queste due province, per quanto originario del comune di cui porta il nome, nasce la tradizione norcina del salame di Mugnano. Il borgo di Mugnano del Cardinale ha visto un primo e vero e proprio nucleo abitativo a partire tra l’XI ed il XII secolo in corrispondenza dell’odierno quartiere Cordadauro, periodo durante il quale la baronia di Avella, a seguito della conquista normanna, fu oggetto di un vasto piano agrario avviato grazie ad opere di dissodamento del terreno e dalla sua conseguente rimessa a coltura, nonché dalla creazione di nuovi insediamenti abitativi, tra cui appunto Mugnano, il cui etimo però sembra derivare da Fundus Munianus, risultante dell’ingrandimento delle proprietà che al tempo, precisamente tra il I secolo a.C. ed il II secolo d.C. , vennero assegnate ai veterani dell’esercito romano e ripartite secondo il criterio della centuriazione.

Nel 1312 Riccardo II Scillato, barone del feudo di Litto e Ponte Mignano, comprendente anche Mugnano, cedette questo territorio all’Abbazia di Montevergine, ricevendo dalla stessa i possedimenti nel salernitano; nel 1430 l’Abbazia di Montevergine ed i suoi feudi divennero una «Commenda», ossia passarono all’autorità di un cardinale «commendatario» e non più all’abate. Nel 1511 la Commenda di Montevergine passò al cardinale Ludovico d’Aragona il quale, dopo quattro anni, la cedette alla Casa dell’Annunziata di Napoli, all’epoca uno dei maggiori enti assistenziali del Regno di Napoli, passando di fatto alla giurisdizione della stessa ed entro alla quale vi rimase sino all’abolizione del feudalesimo nel 1806.

L’avvenimento più importante per la storia di questo borgo di origine medievale avvenne giusto un anno prima: il sacerdote mugnanese Francesco Di Lucia portò a Mugnano i resti di una giovane martire cristiana rinvenuti nelle catacombe romane di Santa Priscilla il 25 maggio del 1802 ottenuti da Pio VII, dando così inizio al culto di Santa Filomena, diffusosi ben preso in tutto il Meridione grazie anche alla protezione di Ferdinando II di Borbone; merita una menzione il Castello del Litto, dall’omonima frazione, costruito su un punto strategico da cui si nominava la Valle del Gaudio, attraversata tutt’oggi dall’importante strada regia delle Puglie.

Le origini medievali di un’eccellenza di origine irpina

Di questo eccellente prodotto di origine irpina si hanno notizie sin dal Medioevo ed anche successivamente: il 7 novembre 1849 il pontefice Pio IX, accompagnato dai regnanti borbonici, dopo aver celebrato messa al Santuario di Santa Filomena, ricevette in omaggio una cassetta in legno col pregiato salame di Mugnano; inoltre questo salame paesano, verso la fine del 1800, coinvolgeva nella sua produzione molte donne della zona, le quali si tramandavano di madre in figlia la tradizione artigianale, alimentando un vero e proprio indotto locale fino a far diventare l’insaccato mugnanese un fiore all’occhiello della gastronomia e utilizzato dai contadini irpini come merce di scambio.

Il Salame di Mugnano: Prodotto Agroalimentare Tradizionale

Il salame di Mugnano è stato riconosciuto quale Prodotto Agroalimentare Tradizionale dal Ministero delle Politiche Agricole con Decreto del 18 luglio 2000, su richiesta della Regione Campania, e la sua lavorazione oggigiorno è ammessa nei seguenti comuni: Mugnano del Cardinale, Avella, Baiano, Sirignano e Sperone, in provincia di Avellino, con Camposano, Casamarciano, Cicciano, Cimitile, Comiziano, Marigliano, Nola, San Vitaliano, Saviano, Scisciano e Tufino nel napoletano, comuni ai quali, nel tempo, si è diffusa la tecnica di preparazione.

Storia Norcina da oltre 700 anni

Un tempo svolta a livello domestico, prevedendo il concorso di più parti del maiale e l’affumicatura dinanzi ai camini o in prossimità delle cucine in muratura, la produzione del salame di Mugnano si è radicalmente evoluta, soprattutto dalla nascita della prima fabbrica norcina che risale al 1890 con la famiglia De Lucia, la quale era solita acquistare suini anche al Nord, di sola provenienza italiana e ancora in vita. Chiaramente, durante un tragitto piuttosto lungo, la carne degli animali finiva con l’indurirsi, sicché la famiglia De Lucia propese per tenerli allo stato brado sulla frazione mugnanese del Litto, per poi ucciderli dopo alcuni giorni.

L’odierna produzione

Per la produzione di questo salume occorrono le carni magre di spalla e fiocco di prosciutto macinate a grana grossa nel tritacarne, unite assieme al grasso di pancetta che dovrà risultare ben sodo per essere idoneo rispetto ai dettami artigianali, che lo vorrebbero tagliato generalmente a punta di coltello, il tutto da miscelarsi naturalmente alla concia fatta di sale e pepe nero in grani e per essere infine insaccato nel cosiddetto budello crespone o culare, corrispondente all’intestino crasso del suino.

Il segreto del Salame di Mugnano: il Vento

Le fasi di asciugatura e stagionatura vengono calcolate nell’insieme per una durata complessiva di almeno due mesi durante i quali, dopo l’affumicatura per mezzo di appositi bracieri, il salame di Mugnano si giova del suo ingrediente più tipico: il vento; infatti la posizione geografica di Mugnano del Cardinale, posta ad un’altitudine media di 250 metri con aree che arrivano a superare anche i 1400 metri sul livello del mare, vede la cittadina svilupparsi alle propaggini occidentali del Massiccio del Partenio ed esposta ai venti di Sud-Ovest, lievi ma costanti, i quali garantiscono una totale assenza di ristagni di aria e sono apportatori delle fragranze montane di castagni, faggi e querce, garantendo un’essiccazione naturale davvero privilegiata.

Caratteristiche Sensoriali del Salame di Mugnano

L’aspetto del salame di Mugnano, legato manualmente con lo spago, è piuttosto tondeggiante ed irregolare, a forma di pugno, con una pezzatura variabile dai 200 ai 500 grammi e con un diametro che supera, giusto per avere un termine di paragone, quello del salame tipo Napoli; una volta affettato si presenta di colore rosso vivo tendente al rubino, per quel che attiene alle carni, e bianco per il grasso, vedendo una buona distribuzione di entrambi ed una piacevole coesione della fetta, che deve essere pelata senza alcuna difficoltà data la natura del budello.

Dalla fetta del salame di Mugnano si irradia un profumo abbastanza intenso, piacevole e delicato di tostatura da legno, affumicato, stagionato e leggera nota piperita, mentre al gusto si avverte, sempre con buona intensità, un piacevole bilanciamento dei sapori, con i ritorni delle note odorose cui si va ad aggiungere il sapore suino unitamente al tocco umami, soprattutto se prodotto con suino nero, una buona persistenza e la texture omogenea che ne rende piacevole palatabilità e masticabilità. Un salume decisamente armonico nella sua semplicità ove il modello produttivo premia maggiormente la qualità della materia prima.

Il salame di Mugnano rappresenta ancora oggi il salume delle feste, quelle che pur riunendo talvolta il sacro col profano continuano ad essere feste concrete, fatte di valori familiari e gioia, pertanto un rosso frizzante della Penisola Sorrentina Doc come il Gragnano sarebbe un abbinamento ideale grazie al brio ed all’eleganza contadina che entrambi sono capaci di evocare con la loro genuina rusticità, piuttosto che una Vernaccia di Serrapetrona spumantizzata nella sua versione dry, così come anche l’avvolgente morbidezza di un Aglianico nella versione Campi Taurasini, meno austera rispetto al Taurasi ma comunque di buona persistenza aromatica intensa, potrebbe costituire un buon match.

Apre al Vomero Salvatore Santucci Pizzeria con la sua verace napoletana alternativa

Da novembre l’esteta della pizza a Napoli in Via Giotto, 14

Apre al Vomero, in via Giotto, 14, “Salvatore Santucci Pizzeria”, il nuovo progetto del maestro dell’impasto e formatore internazionale del Gambero Rosso, Salvatore Santucci, Ambasciatore della Pizza Verace Napoletana nel mondo, Istruttore Senior della Verace Pizza Napoletana e già docente presso l’Università Federico II di Napoli. Un locale in cui artigianalità e ricerca scientifica convivono: dagli impasti studiati in base alla stagionalità ai processi di lievitazione naturale diretta che rispettano salute e gusto.

Dopo aver esportato la sua arte da Buenos Aires a Shanghai, da Lione a Pechino, Santucci, l’esteta della pizza, ha scelto il cuore del Vomero per un progetto che racchiude tutta la sua esperienza tra artigianalità, scienza e cuore. “Non cerco la perfezione, ma la bravura – spiega Santucci – quella che nasce dalle mani, dalla conoscenza e dall’amore per l’arte bianca perché, per me, i dettagli non sono dettagli, sono regole”.

Alla base del suo lavoro c’è la filosofia BSB (Buono, Sano e Bello), marchio di fabbrica dell’Officina degli Impasti, la scuola e laboratorio fondati da Santucci per formare nuove generazioni di pizzaioli consapevoli. Concetti che trovano casa in un luogo dove la pizza diventa racconto, arte e ricerca, e dove la tradizione napoletana si veste di bellezza.

La verace napoletana alternativa, la pizza di Salvatore Santucci racconta una Napoli che evolve senza dimenticare le proprie radici. Ogni impasto nasce da un lievito madre vivo, curato e rinnovato da venticinque anni, unito a miscele di farine selezionate in collaborazione con mulini di fiducia.

Tra le creazioni più iconiche: La Gialla in Crosta, con curcuma, crema di pistacchio e pancetta croccante; La Scapriccianera, con impasto al carbone vegetale e alici del Mar Cantabrico; e Alice nelle Meraviglie, con alici fresche del Golfo di Napoli, provola, lime e pepe, premiata come Pizza dell’Anno.

Ogni pizza firmata Santucci è un equilibrio tra leggerezza, digeribilità e gusto, costruita su impasti a lievitazione diretta che cambiano con le stagioni: dal verace napoletano all’integrale, fino a quello con acqua di mare, che, sorprendentemente, regala un minore tasso di salinità.

Accanto alle pizze, la carta celebra i grandi fritti napoletani, montanara, frittatina, arancino,

preparati con la stessa attenzione all’equilibrio e alla qualità che caratterizza ogni suo impasto.
Non mancano i percorsi di abbinamento tra pizza, vino, birra e cocktail, con incursioni di mixology creativa che raccontano una Napoli contemporanea, tra champagne rosé e Negroni.

Con il progetto J’ham, infine, Santucci esplora il mondo della carne di qualità e del lievitato gourmet: un “pagnottiello” napoletano reinterpretato con carni selezionate, chianina, marchigiana, fassona, suino nero del Cilento, e ingredienti stagionali, in un connubio tra street food e fine dining. “Il mio desidero è diffondere informazioni sane e sapere esattamente cosa servo ai miei clienti”, conclude Santucci. Tra poche settimane, la pizzeria di Via Giotto 14 accoglierà gli ospiti in un ambiente caldo, curato e familiare, dove ogni elemento, dal forno alle luci, dagli arredi ai piatti, racconta una storia di passione, rigore e bellezza. Un luogo dove la pizza torna ad essere un gesto d’amore verso Napoli, i suoi clienti e la sua tradizione più verace.

Roma, I Colli Tortonesi di Sassaia sulle terrazze del centro storico

C’è un tratto di Piemonte che sembra parlare sottovoce. Non ha l’arroganza delle grandi denominazioni né la frenesia delle mete battute dal turismo del vino. È l’Alto Monferrato roccioso, minerale, essenziale. Ed è qui, a Capriata d’Orba, che la cantina Sassaia ha deciso di scrivere una storia nuova, fatta di tradizione e innovazione, di famiglia e di scienza, di Borgogna e di Piemonte.

Sassaia significa “letto roccioso”: un nome che è già un manifesto.

Una nuova generazione con radici antiche

Alla guida ci sono Enrico ed Ellen De Alessandrini. Lui, italo-americano figlio di un diplomatico italiano, ha valorizzato la proprietà ereditata in Piemonte. Mente tecnica e cuore agricolo, ha scelto una viticoltura rigorosa, di precisione. Ellen, ponte con il mondo, cura la comunicazione e la visione internazionale del brand. Insieme hanno costruito una cantina che non vuole imitare nessuno: vuole interpretare.

A completare la squadra c’è un tassello che racconta già la portata del progetto: Pierre Naigeon, enologo borgognone, custode di quella eleganza produttiva che ha fatto scuola oltralpe. Il risultato è un approccio moderno, libero da dogmi, ma rispettoso della terra: fermentazioni spontanee o non invasive, legno discreto, interventi tecnici essenziali.

Sassaia è un triangolo culturale: piemontese nel terreno, francese nel metodo, americano nella precisione dei dati.

I suoli compatti e ricchi di minerali donano una firma gustativa chiara: eleganza e verticalità nei bianchi, freschezza e struttura nei rossi. Non è un caso che il Timorasso – il grande bianco dei Colli Tortonesi – sia diventato la bandiera della cantina.

Una presentazione nel cuore di Roma

Per presentare questi vini serviva una cornice all’altezza.

Così, giovedì 26 ottobre, grazie alla impeccabile organizzazione di Elvia Gregorace, i calici di Sassaia sono arrivati a Roma, sulla splendida terrazza del Roof Top Lounge dell’Hotel La Lunetta, in Piazza del Paradiso. Una serata intima, elegante, con il tramonto che slittava dietro i tetti del centro storico.

Gli ospiti del mondo del vino hanno ascoltato direttamente la voce dei protagonisti: Enrico e la moglie Ellen, che hanno raccontato la cantina con la calma di chi non ha bisogno di slogan per emozionare. Solo verità agricole, precisione tecnica e una visione chiara.

Accanto ai vini, un percorso gastronomico studiato per accompagnarli con finezza:

• Bruschette fantasia

• Paninetto rustico con crema di melanzane, mozzarella e pomodoro secco

• Spiedino di zucchine profumate al timo e bufala

• Insalata di farro con verdure cotte al forno

• Tartufini di caprino alla frutta secca

Piccoli abbinamenti, precisi come i vini: sapidità, freschezza, consistenze. Nulla fuori posto.

Note di degustazione

Piemonte Bianco 2024

Il primo calice si apre con la delicatezza di un fiore. Giallo paglierino, riflessi dorati. Naso elegante di agrumi, fiori bianchi e una sfumatura balsamica di eucalipto.

In bocca equilibrio, una morbidezza iniziale che si trasforma in sapidità, con pera, pesca bianca, scorza di limone e minerale. Freschezza viva ma non tagliente, persistenza lunga.

Un bianco contemporaneo, rigoroso, cesellato.

Derthona Timorasso 2023

È il vino che racconta la roccia. Profumi di fiore bianco, scorza di limone e miele d’acacia. Poi la salinità, netta, che richiama la pietra calda.

Il sorso è tridimensionale, pieno, sapido, con limone, pesca bianca e mandorla nel finale.

Un Timorasso di sostanza e precisione: non chiama il sorso veloce, chiede ascolto.

Piemonte Dolcetto 2021

Rubino fitto, naso di frutta nera matura, violetta e spezie. In bocca è succoso, morbido, con mora, amarena e un tocco di pepe bianco.

Tannino gentile, quasi cremoso.

È un Dolcetto che non si nasconde dietro la rusticità: è pulito, equilibrato, elegante.

Monferrato Nebbiolo 2024

Rubino luminoso, trasparente. Profumi di ribes, lampone, ciliegia, poi cacao e violetta. Il grappolo intero regala una finezza aromatica sottile.

In bocca è nitido, verticale ma non severo: ciliegia croccante, liquirizia, spezie leggere.

Tannino giovane ma già in armonia. Un Nebbiolo moderno, cesellato, più elegante che muscolare.

Una promessa per il Piemonte di domani

Quando la notte romana è scesa sulla terrazza dell’Hotel La Lunetta, una cosa era chiara: Sassaia è una cantina giovane, ma già adulta. Non cerca il rumore, cerca la precisione. Non punta al colpo scenico, ma alla profondità. Racconta un Piemonte che sa evolvere senza tradirsi, che accoglie la scienza senza perdere la poesia. In un panorama di grandi nomi storici, Sassaia è una voce nuova, pulita, riconoscibile.

E forse è proprio qui la sua forza: far parlare un pezzo di terra pietrosa e silenziosa trasformandolo in vino che resta nella memoria.

La spesa che sostiene la scuola: i supermercati Euroesse aderiscono all’iniziativa “Noi amiamo la scuola” del Gruppo VéGé

Fino al 10 dicembre 2025, La spesa si trasforma in buoni digitali da assegnare alle scuole, utilizzabili per l’acquisto di materiale didattico tramite l’app

Anche la spesa quotidiana può diventare un’occasione per sostenere l’istruzione e le scuole del territorio, per questa ragione anche i supermercati Euroesse, insegna campana della F.lli Morgese Srl, partecipano all’iniziativa “Noi amiamo la scuola”, promossa dal Gruppo VéGé con il supporto della Rete ITAsf, rete di scuole riconosciuta dal Ministero dell’Istruzionedell’Università e della Ricerca. Il progetto consente di trasformare la spesa in codici digitali, che le scuole poi possono convertire in buoni per l’acquisto di materiali e attrezzature didattiche.

Fino al 10 dicembre 2025, nei punti vendita della catena campana – parte del Gruppo d’acquisto VéGé – ogni 15 euro di spesa permette di ottenere un QR code da assegnare a una scuola a scelta tra istituti comprensivi, scuole statali e paritarie di 1° e 2° grado, asili nido e scuole dell’infanzia.

I punti vendita aderenti sono riconoscibili grazie al materiale promozionale esposto, e i codici possono essere assegnati tramite l’App “Noi amiamo la scuola”, disponibile per Android e iOS, selezionando l’istituto e inquadrando il codice. Tutte le scuole registrate sul sito www.noiamiamolascuola.it sono coinvolte nell’iniziativa.

Al termine dell’iniziativa la società promotrice verificherà i codici raccolti da ciascuna scuola sulla base dei dati e assegnerà buoni digitali per l’acquisto di articoli utili all’attività scolastica. Per poter partecipare alla graduatoria le scuole dovranno aver ricevuto almeno 50 QR code.  Alle scuole saranno attribuiti, tramite una graduatoria, Buoni Digitali del valore di 500 euro e 700 euro, in funzione al numero dei QR code ricevuti. Inoltre, sarà individuata la Best School, la scuola che avrà ricevuto più Codici QR da parte dei Clienti finali (una per insegna) alla quale sarà riconosciuta una Digital Gift Card del valore di € 3.000,00.

“Euroesse condivide i valori di prossimità e sostegno al territorio che da sempre caratterizzano il Gruppo VéGé,” – dichiara la F.lli Morgese Srl. – “Con questa iniziativa vogliamo contribuire alla crescita del nostro territorio, investendo nel futuro dei giovani e nella formazione.” La F.lli Morgese Srl, fondata negli anni ’60 e guidata dai fratelli Morgese, opera in Campania con una rete vendita totale di oltre 20 supermercati con circa 200 collaboratori l’azienda rappresenta una realtà solida e storica della distribuzione organizzata ed è stata tra i fondatori del Gruppo VéGé nel 1965, del quale fa nuovamente parte dal 2019.

La Vallée de la Marne a Bologna Champagne Experience 2025

“Champagne Experience” per l’ottava edizione non ha cambiato regione, bensì, città, trasferendosi da Modena a Bologna.

Il più grande evento italiano dedicato esclusivamente ad uno dei vini più rinomati al mondo, come lo Champagne. La location era all’interno degli ampi spazi di BolognaFiere, organizzato da Società Excellence, prestigiosa realtà che riunisce 21 importatori e distributori di vino italiani. In questa edizione sono aumentati notevolmente i visitatori e gli spazi espositivi. 

Ben 140 banchi d’assaggio di importanti maison e vigneron con la possibilità di degustare oltre 800 etichette. Un’occasione importante anche per incontrare molti produttori francesi presenti. L’evento è rivolto agli operatori professionali e all’ampio pubblico di appassionati.

Una kermesse ben organizzata e vini serviti sempre alla giusta temperatura. Il programma era ricco di interessanti masterclass per approfondire le peculiarità del territorio, di cui molte avevano registrato il sold-out. Le case produttrici suddivise in base alla loro appartenenza geografica, corrispondente alle diverse zone di produzione della Champagne: Montagne de Reims, Vallée de la Marne, Côte des Blancs, Côte des Bar e Maison Classiche.

Una full immersion tra i produttori della Vallée de la Marne, comprensorio ove vengono allevate tutte le varietà da disciplinare e dove il Meunier resta il più diffuso.

Ecco alcuni assaggi

Meunier Apollonis Michel Loriot – Meunier 100%, 24 mesi sui lieviti, dosaggio: 8 g/l. Dorato brillante,  bollicina finissima, emana note di melone, pera, lampone, ribes, crostata ai frutti di bosco. Scivola fresco in bocca, saporito resta a lungo.

Cuvée n°743 Jacqueson – Chardonnay 1/3, Pinot Noir 1/3 e Meunier 1/3, 89 mesi sui lieviti,  dosaggio 0 g/l. Dorato luminoso, perlage duraturo, sprigiona sentori di frutta secca, agrumi canditi e pasticceria da forno; il sorso è verticale, pieno, appagante e molto persistente.

Cuvée Racines Blanc de Noirs Extra Brut Collard-Picard – Meunier 100% da vigne vecchie, 84 mesi sui lieviti, dosaggio 3 g/l. Dorato luminoso, perlage finissimo, sviluppa note di frutti di bosco, scorza d’agrumi,  nocciola e pan brioche, il gusto è avvolgente, vibrante, sapido e di lunga durata.

Es ‘Sense Brut Demiere – Meunier 100%, 48 mesi sui lieviti, dosaggio 7 g/l. Paglierino luminoso con riflessi dorati, perlage fine e incessante, al naso sprigiona sentori di frutti di bosco, rosa canina, pompelmo rosa e croissant. Al palato è fine e fresco, deciso, setoso e armonioso.



San Soufre Telmont – Chardonnay 70%, Meunier 30%, 108 mesi sui lieviti, dosaggio 1,7 g/l. Color oro brillante, bollicina sottile, rivela sentori di albicocca, pera, mandorla, burro e crosta di pane. Vibrante, composito, pieno, avvolgente e interminabile.

Le Chemins de Traverse Harlin Père et Fils – Pinot Noir 100%, 34 mesi sui lieviti, dosaggio 3,8 g/l. Tonalità giallo dorato, perlage fine e persistente, i sentori sono quelli di viola, mora, ribes nero e crostata di mirtilli. La freschezza ne stimola il lungo sorso.

Instinct Meunier Jeaunaux- Robin – Meunier 100%, 36 mesi sui lieviti, dosaggio 0 g/l. Paglierino brillante, bollicina fine, emana note di verbena, susina, frutti di bosco e pasticceria mignon. Attacco fresco e sapido, coerente, rotondo e inesauribile.

Brut Nature  Cuvée La Marquise Paul Berthelot – Chardonnay 100%, 48 mesi sui lieviti, dosaggio 0,4 g/l. Paglierino luminoso, perlage persistente, al naso arrivano note di banana. pesca, agrumi e gelsomino. Il sorso è rinfrescante, cremoso, armonioso e durevole.


Brut Cornalyne Dom Caudron – Meunier 100%, 36 mesi sui lieviti,  dosaggio 6 g/l. Giallo oro, bollicine finissime, libera sentori di fiori bianchi, cassis, mora e pan brioche. Al palato risulta vibrante, corrispondente, equilibrato e molto persistente.

IX. Millésime 2016 Autreau- Lasnot – Chardonnay 35%, Pinot Noir 65%, 84 mesi sui lieviti, dosaggio 7 g/l. Giallo oro brillante, perlage fine, al naso rimanda note di albicocca, croissant, miele e mandorla che ben si integrano con nuances agrumate. Saporito, verticale ed avvolgente, con finale decisamente persistente.

L’appello solidale di Emanuele Riemma: “Piccoli gesti possono creare impatti di valore”

Il viaggio in Kenya del pizza chef diventa messaggio di solidarietà e consapevolezza

Diffondere la conoscenza di realtà che ogni giorno lavorano in silenzio per sostenere i più fragili è una responsabilità collettiva. Il pizza chef Emanuele Riemma ne è convinto, dopo la sua recente esperienza presso la Casa Famiglia Milele Rescue Center di Gede, in Kenya, (Famiglia Sempre Onlus in Italia) dove ha vissuto momenti di profonda umanità a contatto con cinquanta bambini orfani.

Siamo partiti con l’idea di un viaggio, ma si è trasformato in una lezione di vita – racconta Riemma –. Questi bambini non hanno nulla, eppure riescono a donarti amore puro. È lì che capisci quanto sei fortunato e quanto sia importante fare qualcosa di concreto per chi vive in condizioni difficili”. Attraverso la sua testimonianza, Emanuele Riemma vuole accendere i riflettori su associazioni che operano in silenzio, ma che fanno la differenza ogni giorno. L’obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di destinare risorse, tempo o competenze a queste realtà, anche con gesti semplici come la donazione del 5×1000.

Nel modello 730 si può indicare un’associazione specifica a cui devolvere il 5×1000 – spiega Riemma –. Se si sceglie un ente preciso, quei soldi arrivano direttamente dove servono davvero. È un piccolo gesto che vale tantissimo”.

L’associazione Famiglia Milele, fondata e guidata da Gessica Vianello Bota, opera da anni nel villaggio di Gede in Kenya, offrendo accoglienza, istruzione e assistenza sanitaria a decine di bambini orfani e famiglie in difficoltà. Durante la visita, Riemma e la sua compagna hanno trascorso una giornata all’interno dell’orfanotrofio, portando non solo sorrisi, ma anche sapori italiani: lo chef ha preparato oltre 150 montanarine napoletane, simbolo di condivisione e convivialità. “Vederli felici, mangiare e cantare insieme a noi è stato il momento più emozionante. È incredibile come il cibo possa diventare un linguaggio universale di amore e speranza”, racconta.

Tornato in Italia, Riemma ha deciso di trasformare questa esperienza in un messaggio di educazione alla solidarietà e di comunicazione sociale. “Non voglio che resti solo un bel ricordo – conclude -. Voglio che serva a far conoscere Famiglia Milele e tante altre associazioni simili, spesso dimenticate. Comunicare queste storie è fondamentale per dare continuità ai progetti umanitari”. Emanuele Riemma invita, dunque, tutti a scoprire e sostenere realtà come Famiglia Milele, il cui nome di riferimento in è Famiglia Sempre Onlus, e a utilizzare il 5×1000 o altri strumenti a disposizione, per supportare chi lavora ogni giorno per garantire un futuro migliore ai meno fortunati.

Paolo De Simone con “Storie di Pane” nella Guida 2026 Le 350 Migliori Pizzerie della Campania

Inserito il locale dell’imprenditore cilentano con sede a Vallo della Lucania e a Capaccio Paestum

Nella Guida 2026 Le 350 Migliori Pizzerie della Campania c’è spazio anche per i panifici che fanno della valorizzazione delle materie prime e della promozione del territorio la chiave del loro successo.

Ne è un esempio Storie di Pane del pizza chef e imprenditore Paolo De Simone, con sede a Vallo della Lucania e a Capaccio Paestum, in Cilento.

Botteghe ma anche e soprattutto presìdi sul territorio di cultura, di conoscenza e promozione delle produzioni locali, da quelle casearie ai salumi, dalle confetture al mondo vitivinicolo e molto altro. Lo storytelling di Storie di Pane è all’insegna della tradizione, quella più autentica e verace da salvaguardare e preservare, capace di ritagliarsi sempre un posto di rilievo nel panorama gastronomico italiano.

Lievitati di qualità sono disponibili sempre nei due locali, a partire dall’ora della colazione con fragranti brioche per lasciare poi spazio alle diverse tipologie di pane, ai calzoni cilentani, alla varietà di pizze al taglio che fanno di Storie di Pane un punto di riferimento anche per conoscere prodotti di nicchia a chilometro zero, tutti “made in Cilento”.

D’altronde Paolo De Simone, creator e pizza chef della catena Modus Pizzeria, oltre che titolare di Storie di Pane, è Ambasciatore della Dieta Mediterranea nel Mondo, un riconoscimento al suo impegno nel promuovere e valorizzare le tradizioni gastronomiche del Cilento, mettendo al centro della sua filosofia la stagionalità, la biodiversità e la sostenibilità e dando spazio sempre alla filiera di produttori locali, custodi e testimonial del Cilento nel mondo. Proprio come Paolo De Simone.

AIS Campania protagonista anche quest’anno a Merano WineFestival

La squadra di sommelier con il presidente Tommaso Luongo presente all’evento

Sono 10 i sommelier guidati dal presidente AIS Campania Tommaso Luongo presenti durante uno degli eventi internazionali più ambiti nel settore enogastronomico: Merano WineFestival 2025. Curata dal patron Helmuth Köcher, The WineHunter, la manifestazione aprirà i battenti dal 7 all’11 novembre con le consuete iniziative culturali dove cibo e vino diventano i protagonisti assoluti.

Show cooking, degustazioni e abbinamenti tematici saranno a cura di Tommaso Luongo e di Franco De Luca, referente didattica AIS Campania. Da venerdì 7 a lunedì 10 novembre nella Gourmet Arena – Campania Gourmet – l’evento “Leopardi a Tavola”, il progetto che intreccia cultura, cucina e identità, rendendo omaggio alla figura di Giacomo Leopardi attraverso i sapori della tradizione partenopea. Nel cuore della Gourmet Arena, il maestro Antonio Tubelli, custode della memoria gastronomica napoletana, darà vita a un percorso di cucina e racconto, accompagnato dagli chef Lino Scarallo e Peppe Aversa, e dalle interpretazioni contemporanee di grandi protagonisti della ristorazione campana e non solo: Umberto De Martino, Tiziano Palatucci, Alberto Toè, Angelo D’Amico, Pasquale Tarallo e Carlo Scutiero.

Immancabili le masterclass esclusive come quella di venerdì 7 novembre 2025 dalle ore 13 alle 14 presso la Sala 40 del Kurhaus di Merano condotta da Tommaso Luongo, Dante Stefano Del Vecchio e Luciano D’Aponte, che accompagneranno il pubblico in un percorso di analisi e riflessione sull’evoluzione enologica della regione, tra innovazione tecnica, valorizzazione dei vitigni autoctoni e affermazione sui mercati internazionali.

Soddisfazione nelle parole di Tommaso Luongo, presidente di AIS Campania: «Ancora una volta siamo accanto ai produttori vitivinicoli, ai ristoratori e a tutti gli appassionati del vasto mondo enogastronomico. Fondamentale la dimostrazione del corretto abbinamento tra cibo e vino, nella cornice storica di “Leopardi a Tavola”, ma altrettanto importante dimostrare che lo scorrere del tempo ha i suoi benefici nei nostri straordinari bianchi, un patrimonio da valorizzare nel mondo. Grazie ancora alla nostra squadra che ha aderito in maniera compatta, tra sommelier e delegati provinciali, per coadiuvare al meglio la buona riuscita di un evento unico nel panorama italiano come Merano WineFestival».

La Campania del vino parteciperà infatti con un progetto corale di valorizzazione e promozione del territorio: “Campania Wines”. Ancora una volta, quattro consorzi di tutela si presenteranno insieme nello spazio esclusivo Casa Campania, un luogo di incontro, degustazione e racconto dedicato alla qualità e alla ricchezza enologica della regione. Capofila dell’iniziativa è il Sannio Consorzio Tutela Vini, in qualità di soggetto mandatario dell’ATS “Campania.Wine”, costituita insieme al Consorzio Tutela Vini Vesuvio, al Consorzio Vita Salernum Vites e a VITICA – Consorzio Tutela Vini Caserta. Con il supporto di Maria Grazia De Luca, delegata AIS Benevento; Pietro Iadicicco delegato AIS Caserta e dei sommelier AIS Campania.

Il programma completo di “Leopardi a Tavola”

Venerdì 7 novembre 2025
• h 11.00 – Antonio Tubelli, storico e cuoco della cucina napoletana – Napoli
• h 13.30 – Tiziano Palatucci e Alberto Toè – Castel Badia Dolomiti, Bolzano
• h 16.00 – Carlo Scutiero – La Smorfia, Merano
Sabato 8 novembre 2025
• h 11.00 – Tiziano Palatucci e Alberto Toè – Castel Badia Dolomiti, Bolzano
• h 13.00 – Nina Gabuldani (Ristorante Georgiano Aisi, Roma) e Misha Avsajanishvili – Omaggio alla cucina della Georgia
• h 15.30 – Carlo Scutiero – La Smorfia, Merano
Domenica 9 novembre 2025
• h 12.00 – Antonio Tubelli, storico e cuoco della cucina napoletana
• h 15.00 – Lino Scarallo e Peppe Aversa
• h 16.30 – Pasquale Tarallo – Ristorante Paisà, Agnone Cilento
Lunedì 10 novembre 2025
• h 11.00 – Angelo D’Amico – Locanda Radici, Melizzano (Benevento)
• h 13.00 – 16.00 – Jam session gastronomica con Lino Scarallo, Peppe Aversa e Umberto De Martino

La selezione di prestigio dei vini in degustazione nell’evento “Master Class Campania”

Quintodecimo – Grande Cuvée Luigi Moio 2020

I Favati – Fiano Pietramara etichetta bianca DOCG 2018

Di Meo – Fiano DOCG Alessandra Riserva 2015

Feudi di San Gregorio – Goleto Greco di Tufo Riserva DOCG 2019

Cantine Marisa Cuomo – Fiorduva 2020

Fontanavecchia – Facetus Taburno Falanghina del Sannio DOP 2015

Villa Matilde – Vigna Caracci, Falerno del Massico DOP Bianco 2018

Cantine Antonio Mazzella – Vigna del Lume Biancolella DOP 2021

Mastroberardino – Stilèma Greco di Tufo Riserva 2019

Info: stampa@aiscampania.it

Lentezza e meraviglia all’Abbazia di Santa Cecilia”: a Castinatelli si riscopre il rituale autentico della tavola cilentana

Ci sono luoghi che non solo esistono, ma custodiscono il tempo stesso, trattenendo il respiro in una dimensione sospesa tra storia e natura.

L’Abbazia di Santa Cecilia, incastonata tra i boschi del piccolo borgo di Castinatelli, una delle frazioni di Futani, nel cuore più intimo del Cilento, è uno di questi, dove ogni pietra sembra raccontare una storia e ogni fruscio delle fronde degli alberi invita al silenzio e alla lentezza.

È qui che l’antica abbazia ha ritrovato nuova vita grazie al secondo appuntamento di “Andamento Lento: il pranzo della domenica come una volta”, il format enogastronomico e culturale ideato da Giuseppe Boccia, patron di Stratto pizza e fermento, la rinomata pizzeria di Vallo della Lucania e promosso da Campania da Vivere.

Un progetto che celebra la lentezza come valore, il gusto come linguaggio e la convivialità come rito collettivo. Domenica 12 ottobre, tra profumi d’autunno e sapori autentici del Cilento, si è compiuto un rituale semplice e sacro: sedersi insieme a tavola.

La scelta dell’Abbazia non è stata casuale: questo luogo incantato, incastonato tra ulivi e querce secolari, sembra senza età. Poco conosciuta persino da molti amanti del Cilento, l’Abbazia di Santa Cecilia – risalente all’XI secolo – ha offerto il contesto ideale per un’esperienza che unisce storia, natura e gastronomia. La sua quiete ha accolto gli ospiti in un’atmosfera quasi magica, dove la lentezza è diventata linguaggio e il paesaggio stesso si è fatto narrazione.

L’allestimento, curato con maestria, è stato uno spettacolo nello spettacolo. Sei Lunghe tavolate imperiali, adagiate tra gli alberi e accarezzate dalla brezza d’ottobre, portavano i nomi dei monti simbolo del territorio — Gelbison, Bulgheria, Cervati, Stella, Vesale e gli Alburni — in un omaggio poetico alla maestosità del Cilento.

Ogni tavolo era un microcosmo d’autunno, ornato da Sara De Marco, raffinata event planner che ha saputo tradurre la stagione in una tavolozza di frutta di stagione, foglie, bacche e colori caldi, impreziosita da alzatine ispirate alle coppe dei banchetti romani. Un tocco di eleganza e misura che ha trasformato il pranzo in un’esperienza estetica e sensoriale insieme, dove la bellezza dialogava con il gusto.

La giornata si è aperta a mezzogiorno con l’aperitivo itinerante “A Passeggio nel Bosco”: un percorso tra i profumi della legna arsa e del sugo messo a stufare piano in pentola. Gli ospiti, avvolti dal tepore del bosco, hanno potuto assaporare pizze al forno a legna, fragranti e rustiche; il cacio impiccato, colante e aromatico e il prosciutto crudo tagliato a coltello, offerto in diretta come gesto d’arte e di tradizione.

Il menu significativamente intitolato “Cchì pieri sotto a tavola”, ha reso omaggio all’anima più autentica del Cilento, attraverso piatti che profumano di casa e appartenenza: pasta al forno profumata di casa; bombette ripiene di prezzemolo, formaggio, prosciutto cotto e caciocavallo, firmate I Salumi di Mastro Titta di Daniele Botticchio (Novi Velia).

E poi arrosticini alla brace, cotti lentamente come una volta o foglie e patate con peperone crusco e zucca alla griglia, preparate con le verdure e l’olio extravergine di Rareche Mercato Rurale Naturale.

A esaltare ogni boccone, le etichette selezionate di Fattoria Albamarina con il Futos Aglianico Paestum IGP ed il Valmezzana Fiano DOP Cilento e le Cantine Barone tra Aglianico e Falanghina IGP Campania), autentici ambasciatori del vino cilentano.

L’invito a tornare al passeggio nel Bosco per due ulteriori assaggi: “Pe’ spizzulià” le caldarroste, offerte dalla cooperativa Sant’Anna di Futani e per chiudere in dolcezza l’esperienza “Pe’ Digerì” ha proposto un sorbetto artigianale di Neve Gelati e Torte, nei profumi autunnali di mela annurca e cannella e castagna e rosmarino un connubio di fragranze che evocava l’essenza stessa dell’autunno cilentano.

A fare da colonna sonora, le melodie dei Corus Mediterraneo e di un gruppo di posteggia napoletana “Na poesia”, i canti di Angelo Loia & il Progetto Oizza, i racconti del cantastorie Domenico Monaco. La musica ha intrecciato brindisi e risate, mentre le danze delle ballerine Antonietta Santoro e Federica Mercadante hanno aggiunto grazia e leggerezza, trasformando il bosco in un palcoscenico naturale, animato di suoni e colori.

L’evento ha goduto del patrocinio del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, di Legambiente e del Museo della Dieta Mediterranea, a testimonianza del suo valore culturale e territoriale. Un riconoscimento che rafforza il legame tra gastronomia, paesaggio e identità, nel segno di una Cilento che si racconta attraverso il gusto e la lentezza.

Ma “Andamento Lento” non si ferma qui: il viaggio prosegue con altri luoghi, sapori, incontri e persone, alla ricerca delle tradizioni più autentiche e nascoste del Cilento. Un percorso capace di restituire valore al tempo, alla terra e alla tavola, cuore pulsante della comunità, luogo dove si intrecciano storie, sapori e relazioni.

Un cammino che invita a rallentare, ad ascoltare e a ritrovare nel cibo e nella condivisione la più antica forma di appartenenza. All’Abbazia di Santa Cecilia, il tempo si è fermato giusto il necessario per ricordarci che le cose migliori accadono sempre lì, dove il vino riempie i bicchieri, le mani si incontrano e le voci si fondono in un unico, armonioso racconto di vita.