Campania – Vincenzo Di Fiore festeggia il decennale nella prestigiosa Guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso

Vincenzo di Fiore festeggia dieci anni con i “2 spicchi” della prestigiosa guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso.

Un successo legato all’amore per la tradizione e per il territorio che il maestro pizzaiolo celebra in ogni sua creazione. Il lungo percorso è iniziato ad Acerra nel 2004 ed ora è giunto, nella sua tappa più recente, a Pomigliano D’Arco con il nuovo locale in via Gandhi, dove abbiamo avuto recentemente occasione di degustare alcune delle proposte più note del menù Di Fiore.

Un percorso non scontato, in un’epoca che ha fatto della sperimentazione e dell’innovazione i cavalli di battaglia del comparto pizza, Di Fiore è rimasto strettamente legato ai canoni dettati dal disciplinare dell’Associazione Verace Pizza Napoletana di cui è membro dal 2018: farina di forza media-debole, impasto diretto, lievitazione per un massimo di venti ore.

Il risultato è la pizza tradizionale per eccellenza, sottilissima al centro e dal cornicione ben alveolato. L’abbiamo gustata nelle sue versioni più semplici e popolari, margherita e salsiccia e friarielli. Ma è risaputo che sui terreni semplici si giocano le battaglie più dure, in questo caso vinta grazie al binomio spessore e cottura perfetta: il condimento non scivola via, la pasta non si affloscia e la chiusura a portafoglio è garantita. In un unico termine: equilibrio. 

La cura di Vincenzo per il territorio va oltre e si spinge fino al recupero di prodotti locali, come il fagiolo dente di morto, Presidio Slow food di Acerra, protagonista di uno dei fritti presenti a menù, l’Arancino Pulcinella. Bianco, con provola e pomodorini gialli, è dedicato alla maschera che proprio ad Acerra, secondo la leggenda, deve i natali. Di media grandezza, decisamente non un finger food, è appagante, anche grazie alla frittura pulita e asciutta che avvolge il ripieno cremoso.

Il vero flashback proustiano, che ci risucchia in un vortice di ricordi come lo chef Ego che assaggia la ratatouille dell’omonimo film, sta però nel gioiello di Vincenzo Di Fiore, la pizza lampiata.

“Sono un pizzaiolo della tradizione, mi piace riproporre i piatti che non si fanno più”, commenta Di Fiore, raccontando la storia della sua preparazione più famosa.

Tradizionale della provincia napoletana, ogni famiglia aveva la propria ricetta, con un unico punto in comune: la lampiata si cuoceva in teglia di ferro, sfruttando il calore del forno dopo la cottura del pane, quindi a una temperatura inferiore rispetto alla pizza verace. Le ultime lampe di fuoco scaldavano lentamente la pizza e diffondevano nei cortili e nelle strade il tipico profumo che si traduceva in un boccone arruscato e goloso.

Più alta e soffice della verace, senza cornicione,  l’abbiamo degustata in versione margherita e salsiccia e friarielli: un cibo confortevole e familiare, che nella mancanza di ricercatezza e di virtuosismi gastronomici, vede il suo punto di forza. Vincenzo la propone anche con baccalà e papaccelle o parmigiana, come sostituto estivo della salsiccia e friarielli.

Dieci anni di consolidata qualità senza compromessi sulla tradizione: questa la sfida vinta da Vincenzo Di Fiore.

Pizzeria Vincenzo Di Fiore Acerra

Corso Italia, 30

Acerra (Na)

Pizzeria Vincenzo Di Fiore Pomigliano

Via Gandhi, 18

Pomigliano d’Arco (Na) Tel. 334 8081782

Battipaglia, il ristorante gourmet Cinque Foglie entra ufficialmente in Guida Michelin

È il 1° e unico ristorante della città ad essere segnalato dalla “Rossa”

Cinque Foglie conquista la sua prima, prestigiosa segnalazione all’interno della Guida Michelin, come 1° e unico ristorante della città di Battipaglia ad entrare nel celebre firmamento della critica gastronomica internazionale. Un riconoscimento storico per la città, che entra così ufficialmente nella mappa dell’alta ristorazione italiana.

Un progetto che segna una nuova onda gastronomica nella Piana del Sele

Nato dal sogno della famiglia AdinolfiCinque Foglie è un luogo di ricerca, un laboratorio creativo immerso nella natura della Piana del Sele, dove lo chef Roberto Allocca trasforma tradizione mediterranea e tecnica contemporanea in un linguaggio gastronomico unico. Il nome Cinque Foglie incarna la filosofia di un progetto che mette al centro la perfezione nascosta della natura nella selezione delle materie prime e la continua ricerca di armonia: un luogo in cui la bellezza dei gesti agricoli e quella della cucina d’alta gamma convivono nella stessa luminosa identità.

Nel cuore della Piana del Sele, tra natura, tecnica e ispirazione

Al centro del progetto c’è un’idea di cucina che parte dalla terra: il ristorante è circondato da un un giardino mediterraneo di un ettaro coltivato a biologico è il cuore pulsante dell’esperienza gastronomica: una dispensa viva da cui arrivano frutta, ortaggi ed erbe utilizzati in cucina. Da qui provengono molte delle materie prime utilizzate nei piatti.

La filiera corta diventa cortissima in un atto di voluta autenticità. I piatti raccontano la potenza della costa, la dolcezza delle colline, l’equilibrio fragile e perfetto della terra madre. Ogni sapore è narrazione, ogni aroma è memoria che si fa presente.

Il menu ovvero un ecosistema gastronomico integrato

Due i percorsi degustazione firmati dallo chef Roberto Allocca che definiscono l’identità di Cinque Foglie:

  • NOSTOS, un viaggio tra mare e terra che racconta la morfologia del Cilento attraverso contrasti, memorie e profumi mediterranei.
  • L’Orto di Francesca, un itinerario vegetale dedicato alla giovane Francesca Adinolfi, oggi custode dell’azienda agricola di famiglia, che rende omaggio alle radici contadine e all’eredità culturale della Valle dei Templi.

L’esperienza è arricchita da una cantina di 250 mq di oltre 1800 etichette, a breve aperta anche al pubblico e da un ecosistema gastronomico che comprende anche il bistrot Le Radici e il cocktail bar Linfa, realtà sorelle che condividono valori di sostenibilità, ricerca e legame profondo con il territorio.

La firma dello chef Roberto Allocca

Alla guida della cucina c’è Roberto Allocca, chef campano dal percorso intenso e prestigioso: dalla scuola di maestri come Enrico Derflingher, Alfonso Iaccarino e Paolo Barrale, alla conquista della stella Michelin come Executive Chef del Relais Blu, fino alle esperienze al Marennà e all’Hotel Le Agavi.

La sua cucina è fatta di rispetto, tecnica e poesia. Ogni piatto è un racconto sussurrato, un invito alla scoperta lenta, un equilibrio tra emozione e misura.

Un riconoscimento che segna un inizio

La segnalazione nella Guida Michelin è la conferma di una visione. Cinque Foglie continuerà a coltivare il suo dialogo tra natura e cultura, memoria e innovazione, tecnica e poesia. Al centro il grande atlante di sapori della Piana del Sele.

È possibile visualizzare la presenza del ristorante sul sito della Guida Michelin al seguente link insieme alle nuove entrate del mese:

https://guide.michelin.com/it/it/selection/italy/ristoranti/nuovi-ristoranti

Roma – Tutta l’eleganza delle Langhe con i vini di Josetta Saffirio al ristorante Da Francesco

Roma accoglie la Langa e i suoi profumi. I sampietrini lucidi per la leggera pioggia, in una grigia mattinata nel cuore della città, tra le vie storiche che incorniciano Piazza del Fico, l’azienda Josetta Saffirio ha presentato alla stampa le sue nuove annate in un evento organizzato in collaborazione con AB-Comunicazione.

A guidare i giornalisti alla scoperta delle etichette è stata Sara Vezzi, voce autorevole della cantina, che con competenza e passione ha raccontato filosofia, stile e identità produttiva dell’azienda.

Il Ristorante Da Francesco, noto indirizzo romano e luogo di incontro per buongustai e addetti ai lavori, si è trasformato per l’occasione in una scenografia ideale: intima, accogliente, autenticamente cittadina, perfetta per far dialogare Roma con le colline di Langa.

Un ponte tra Roma e Monforte d’Alba

La famiglia Saffirio, dal 1800 è custode di una delle realtà più identitarie di Monforte d’Alba, ha presentato alla stampa una selezione delle sue etichette più rappresentative. L’evento ha messo in luce l’anima più elegante della Langa, evidenziando la coerenza stilistica della cantina: vini precisi, profondi, puliti, capaci di raccontare con sensibilità la complessità dei diversi cru.

La presenza di un pubblico attento ha reso il dialogo vivace e ricco di spunti, mentre l’organizzazione impeccabile di ab-comunicazione ha garantito un contesto professionale e coinvolgente.

Il menù dello Chef Gianluca Marrella: un viaggio gastronomico in abbinamento ai Barolo

L’esperienza è stata esaltata da un percorso culinario sapientemente elaborato dallo Chef Gianluca Marrella, che ha studiato piatti in equilibrio tra tradizione romana, note autunnali e richiami piemontesi, valorizzando al meglio la struttura e l’eleganza dei vini in degustazione.

I piatti e gli abbinamenti:

  • Verdura di stagione in tempura con salsa piccante in agrodolce Abbinamento: Spumante Metodo Classico Alta Langa DOCG sciccheria 2021. Un incontro fresco e dinamico, perfetto per aprire le danze.
  • Tagliolino cacio, pepe e tartufo nero Abbinamento: Monforte 2020 Barolo DOCG (Comune di Monforte d’Alba) Cremoso, aromatico, elegante: un abbinamento che ha esaltato la verticalità del vino.

  • Fusillo con ragù di vitello e castagne Abbinamento: Ravera 2019 Barolo DOCG Un piatto che gioca sulle morbidezze e sul calore autunnale, perfetto per la struttura del cru Ravera.
  • Guancia di vitello brasata con crema di zucca Abbinamento: Barolo DOCG Riserva  1948 2018. Uno dei momenti più intensi del pranzo: profondità, complessità ed emozione nel bicchiere.
  • Degustazione di formaggi Abbinamento: Barolo DOCG Persiera – Magnum edizione limitata (bottiglia 41/340) Una rarità servita in grande formato, capace di avvolgere e valorizzare ogni forma e stagionatura.
  • Conclusione dolce: crema di zabaione e frutti di bosco Chiusura armoniosa, fresca e vellutata, perfetta per lasciare una nota memorabile.

Il racconto del vino secondo Sara Vezzi

Durante la presentazione, Sara Vezzi ha accompagnato la stampa in un percorso narrativo che ha intrecciato viticoltura, stile enologico e visione aziendale. Dai Barolo più austeri e longevi alle interpretazioni più immediate del Nebbiolo, ogni vino ha espresso un’identità chiara e riconoscibile, sottolineando la fedeltà della cantina ai valori di sostenibilità, precisione e rispetto del territorio.

L’evento al Ristorante Da Francesco è stato molto più di una degustazione: un incontro culturale, un momento di confronto, una celebrazione della Langa raccontata nel cuore di Roma.

I vini di Josetta Saffirio, presentati con competenza e passione da Sara Vezzi, hanno saputo coinvolgere e conquistare i presenti, mentre la cucina di Gianluca Martella ha firmato un percorso gastronomico capace di dialogare con eleganza e intensità con ogni calice. Un appuntamento che conferma, ancora una volta, come il grande vino sia soprattutto narrazione, identità e condivisione.

PODERE 1925 presenta il suo metodo classico “021” da Caveau 14 a Giugliano in Campania

Non ha nulla in comune con la smorfia napoletana né fa riferimento a qualche speciale assemblaggio la scelta del numero che dà il nome al nuovo metodo classico millesimato lanciato da Podere 1925.

“021” è infatti l’anno di nascita della piccola Serena Di Maro, ultima nata di una famiglia che, nell’arco di tre generazioni, ha segnato le proprie tappe nel solco della storia del vino italiano. Il viaggio della famiglia Di Maro inizia nel 1956 con Vincenzo: selezionatori di uve italiane, provenienti dalle regioni più vocate, producono e vendono vino sfuso. Successivamente, con Nicola, si concentrano su uve e vini tipicamente campani, e solo con la terza generazione, quella dei tre fratelli Raffaele, Stefania e Amalia, compiono il passo decisivo, passando dallo sfuso  all’imbottigliato. 

Da questo momento in poi, che nel 2016 segna il nuovo passo della cantina, si avvalgono della consulenza enologica di Gianluca Tommaselli, dando il via a una linea di etichette di vini campani che omaggia ogni membro della famiglia con la propria data di nascita: dall’aglianico 25 del  bisnonno Vincenzo  alla falanghina metodo charmat 83 di papà Raffaele, il metodo classico 021 non poteva che essere della piccola Serena.

Abbiamo avuto occasione di degustare le prime due annate di 021, in un evento ospitato da Caveau 14 – wine boutique con cucina a Giugliano –  durante il quale sono intervenuti Raffaele Di Maro e Gianluca Tommaselli, moderati dalla giornalista Antonella Amodio.

Attraverso il racconto di Raffaele, papà della piccola Serena, abbiamo toccato le tappe salienti dell’impresa di famiglia mentre Gianluca ha presentato il progetto 021 e le scelte tecniche ed enologiche che hanno portato ad imbottigliare la seconda annata di un metodo classico dalla tiratura limitata: appena mille bottiglie.

La scelta delle uve è ricaduta immediatamente sulla Falanghina. Poiché i fattori determinanti per la riuscita di un buon metodo classico sono il PH e l’acidità – ha spiegato Tommaselli – è  stata preferita la Falanghina del Sannio a quella dei Campi Flegrei, perché questi due parametri  avevano determinato risultati migliori nella spumantizzazione.

Il processo di vinificazione è interamente in acciaio; imbottigliamento, sosta sui lieviti e sboccatura avvengono in seno alla cantina, che d’altra parte dispone anche delle autoclavi per la produzione della Falanghina 83 metodo charmat.

Il primo campione in degustazione è il più giovane, annata 2024, dodici mesi sui lieviti, sboccatura del primo lotto avvenuta un paio di settimane prima della presentazione. Una sorta di esperimento lo definisce Tommaselli, per esaminare con un pubblico professionista lo stato evolutivo del prodotto.

Sentori di canfora e pietra focaia emergono da una fitta trama fumé e non lasciano spazio alle nuance più fresche e fruttate, che invece caratterizzano un sorso già piacevolmente equilibrato in sapidità e freschezza.

Il secondo campione è la prima annata prodotta, la 2021, con due anni di sosta sui lieviti e sboccatura avvenuta nel 2024.

La matrice olfattiva è chiaramente la medesima del primo campione, ma in questo secondo caso i sentori mentolati e fumé appaiono integrati con il frutto a pasta bianca. Il sorso rivela freschezza e cremosità grazie all’effervescenza fine e persistente, mentre il finale amaricante che caratterizzava il primo campione ora assume appieno le caratteristiche del pompelmo rosato.

Una maggior sosta sui lieviti e in bottiglia, successivamente alla sboccatura, hanno chiaramente favorito una migliore evoluzione di 021 restituendoci un prodotto gradevole e adatto a pasteggiare.

Lo abbiamo sperimentato immediatamente in abbinamento alle proposte gastronomiche di Stefano Battista, di Caveau 14, e il matrimonio con i gamberi in tempura e con la pinsa condita con burrata e tartare di scampi è risultato quello ideale.

Podere 1925

Piazza Margherita 6

80145 Napoli

Caveau 14

Corso Campano 414 80014 Giugliano in campania

La Ciacolada e Azienda Casearia Fior d’Agerola, la storia gastronomica e imprenditoriale di due famiglie campane

La Ciacolada a Grado, pizzeria con cucina nata dal sogno condiviso di Laura e Luigi Buondonno si unisce alla tradizione dell’azienda casearia Fiordilatte di Agerola, una delle eccellenze più rinomate della Campania dal 1840.

Questa partnership nasce dal desiderio di combinare in modo armonico due territori ricchi di storia, cultura e sapori profondamente identitari: da un lato i Monti Lattari e la maestria dei casari agerolesi, dall’altro l’atmosfera friulana e l’eleganza della laguna gradese, con il suo ritmo rilassato e la sua cucina essenziale e sincera. Laura e Luigi, founder e titolari di La Ciacolada, hanno origine agerolesi: traferitisi dalla Costiera in Friuli hanno da subito creato uno stretto rapporto con la città di Grado omaggiando la terra friulana con dei piatti in grado di unire la tradizione gastronomica campana a quella friulana.   

“La Ciacolada nasce dal desiderio di raccontare chi siamo e da dove veniamo”, dichiarano Laura e Luigi, “la Campania è la nostra casa, la nostra terra, il luogo dove abbiamo imparato il valore delle materie prime, del lavoro artigianale e del rispetto per la tradizione. Portare tutto questo a Grado è per noi motivo di orgoglio”. Il cuore del progetto è una cucina che rispetti i canoni della tradizione campana, frutto di impasti curati, rispetto per il prodotto, piatti che valorizzino il pesce fresco della laguna gradese oltre a ingredienti selezionati. Fondamentale, in questo percorso, è il rapporto diretto con l’azienda casearia Fior d’Agerola, eccellenza dei Monti Lattari, un’arte che si trasmette di padre in figlio fin dal 1840 e che fornisce i formaggi utilizzati in pizzeria.

Dal produttore direttamente al consumatore, utilizzo di latte fresco e consegnato allo stabilimento a non più di 24 ore dalla mungitura e immediatamente trasformato, lenta maturazione, sapiente filatura e formatura, una giusta salatura garantiscono un prodotto di qualità che mantiene intatta la propria freschezza. Questa collaborazione non è soltanto un incontro di tradizioni culinarie, ma un vero e proprio progetto culturale ed imprenditoriale che unisce nord e sud Italia attraverso il linguaggio del gusto. La cucina friulana si caratterizza per la sua essenzialità, l’attenzione alle materie prime e un legame profondo con la natura; la tradizione campana, invece, esprime calore, intensità aromatica, tecniche secolari e una storia gastronomica legata al Mediterraneo.

Ne nasce una cucina che rispetta il territorio, ma che non rinuncia alla voglia di esplorare nuove contaminazioni, un modo di fare gastronomia capace di parlare a un pubblico ampio ma attento alla qualità. La Ciacolada riaprirà nel mese di marzo ma Luigi e Laura e tutto il loro team sono al lavoro dietro le quinte pronti ad offrire sempre il meglio della tradizione campana.

Manuel Maiorano presenta la Parigina Crunch: il nuovo street food gourmet che conquista tutti

Si chiama Parigina Crunch la nuova creazione firmata Manuel Maiorano, chef e titolare di Crunch Pizza di Strada e dello storico locale La Fenice Pizzeria Contemporanea. Un prodotto che reinterpreta in chiave Maiorano la classica parigina napoletana, trasformandola in un’esperienza croccante, leggera e ricca di carattere.

Pensata per portare l’eccellenza della pizza contemporanea nel mondo dello street food gourmet, la Parigina Crunch unisce tecnica e identità territoriale. Alla base c’è un impasto da teglia ad alta idratazione (90%), che garantisce una croccantezza unica e una struttura ariosa, diversa dalle versioni tradizionali più soffici. La parte superiore è invece una sfoglia artigianale, volutamente non spennellata con l’uovo, per mantenere un effetto opaco e naturale, simbolo di una lavorazione autentica.

Le varianti della Parigina Crunch sono un viaggio tra i sapori della Toscana: salsiccia e stracchino, porchetta e patate, salsiccia e friarielli. Ogni combinazione nasce dal desiderio di fondere la tradizione campana con ingredienti e gusti tipici locali, creando un equilibrio perfetto tra croccantezza, morbidezza e sapidità.

Con la Parigina Crunch ho voluto unire due mondi che amo: la pizza di strada e la cucina toscana – racconta Manuel Maiorano. È un prodotto semplice, ma tecnico, pensato per essere croccante, leggero e goloso. Mi piace l’idea che chi la assaggia possa ritrovare un pezzo di Napoli e un tocco di Toscana in un solo morso”. E se a La Fenice Pizzeria Contemporanea, punto di riferimento a Pistoia per gli amanti della pizza d’autore, Maiorano porta avanti da anni un percorso di innovazione che coniuga tecnica e territorio, da Crunch Pizza di Strada, questa visione trova oggi la sua espressione più pop e croccante, proprio con la sua strepitosa Parigina.

La scomparsa di Arnaldo Caprai e la pesante eredità per il territorio di Montefalco

Da quel lontano 1971, epoca in cui Arnaldo Caprai, re di filati e merletti pregiati, acquisì la Tenuta Val di Maggio ai piedi di Montefalco, l’areale famoso per il Sagrantino ha vissuto momenti di gloria accomunati da altrettante turbolenze.

In questo lungo lasso di tempo l’azienda omonima, intestata al founder e gestita poi dai suoi figli, in primis Marco Caprai, ha sempre puntato il faro sulla ricerca e l’innovazione per una varietà d’uva rara e altrettanto ostica da far comprendere per stili e comunicazione. Sono stati anni delicati, con visioni differenti tra i vari produttori del comprensorio, riportate anche in seno all’autorità consortile.

Se da un lato Arnaldo Caprai ha fatto da apripista – e talvolta da parafulmine – parimenti non si può affermare che sia avvenuto quel “decollo economico” tanto sperato e sofferto per il territorio. Lo si nota dal prezzo medio per ettaro di vigneto, ben al di sotto delle aspettative e del confronto con i vicini competitor toscani. A ciò si aggiunge un numero di fascette Docg altrettanto ferme e l’attenzione puntata, anche quella non senza patemi d’animo, per il Trebbiano Spoletino che avrebbe il potenziale sincero per essere già uno dei migliori bianchi d’Italia.

E invece parlare di Sagrantino per molti attori significa menzionare solo qualche dato statistico e qualche leggenda storica, pensando che le cose cambino senza sforzi e dimenticando persino che qui si produceva (e ancora adesso si produce) in prevalenza Grechetto e Sangiovese. La famiglia Caprai ha tracciato un sentiero non da tutti condiviso e persino osteggiato con la sana “rivalità” di guardare nelle tasche altrui. Ora Arnaldo viene rimpianto da molti, come spesso accade di fronte alla forza del lutto, anche se le attività non lo vedevano coinvolto da tempo in prima persona.

Marco Caprai intervistato un anno fa per 20Italie durante l’evento Paestum Wine Fest

Come ogni imprenditore che si rispetti infatti, il vero comando lo si acquisisce solo con la capacità di poter delegare e lasciare al momento giusto ciò che si è realizzato nelle mani degli eredi. A loro va il nostro affetto e la malinconia per aver perso uno dei simboli del “sogno italiano” del boom del secondo dopoguerra, quando tutto era ancora possibile, anche quello di creare fortuna con le sole forze, partendo da zero. L’eredità lasciata dalla sua scomparsa deve essere un preciso monito per guardare oltre le divisioni, i particolarismi e le abitudini al pessimismo.

Toscana: Montespertoli, dove la geografia diventa vino

Il debutto della mappa dei vigneti firmata Enogea racconta un territorio che si lascia finalmente leggere e comprendere.

Montespertoli ha il passo lento delle colline toscane, quello delle strade che si arrampicano tra vigne e oliveti, dei borghi che sembrano sospesi tra passato rurale ed energia contemporanea. Ma il 1° dicembre 2025, al MuTer, il Museo del Territorio, quel passo ha accelerato: per un momento, il cuore vitivinicolo del comune fiorentino ha battuto all’unisono, mentre la nuova mappa dei vigneti di Montespertoli veniva svelata alla stampa di settore e agli operatori. Insieme al collega Adriano Guerri, abbiamo assistito a questo eccellente lavoro che aggiunge valore al territorio di Montespertoli.

Un grande applauso ha sciolto la tensione quando il drappo è caduto, rivelando la cartografia firmata da Alessandro Masnaghetti per Enogea. Non una semplice mappa, ma una fotografia totale di un territorio: vigne, geologia, storia, altimetrie, acqua, boschi. Una chiave di lettura che, per la prima volta, restituisce l’identità di Montespertoli in un quadro unitario, complesso e suggestivo.

Una visione d’insieme: il primo vero passo verso l’identità territoriale

Il progetto è stato voluto dalle tredici aziende dell’Associazione Viticoltori di Montespertoli, nata solo nel 2022 ma già sorprendentemente dinamica, supportata dal Comune e guidata dalla determinazione del presidente Giulio Tinacci. Importante contributo di Marina Ciancaglini dell’Ufficio Stampa Affinamenti, che ha dato il giusto respiro mediatico all’evento.

«Vederlo concreto, poterlo toccare, ci rende ancora più orgogliosi di fare vino a Montespertoli» ha raccontato Tinacci. Una frase che restituisce bene il senso del lavoro: non un esercizio estetico, ma un atto di consapevolezza collettiva.

Masnaghetti ha interpretato Montespertoli non come un’appendice del Chianti, bensì come un sistema viticolo autonomo, densissimo e sfaccettato. Qui si trova la sottozona più vitata dell’intero Chianti DOCG, e il Comune, con i suoi 2215 ettari di vigneto, supera per superficie tutte le municipalità del Chianti Classico. Numeri che raccontano un peso storico, produttivo e paesaggistico che per troppo tempo era rimasto in secondo piano.

Una terra che cambia da una collina all’altra

La mappa mette ordine in una geologia tutt’altro che semplice. Montespertoli è uno spartiacque naturale:

  • da una parte gli antichi depositi alluvionali rivolti verso Firenze;
  • dall’altra le argille azzurre plioceniche, di origine marina, che guardano verso il mare.

Un territorio stratificato, dove argille, sabbie e ciottoli si alternano come pagine di un libro geologico complesso. Qui, anche un singolo vigneto può attraversare più strati diversi sulla stessa pendenza, generando interpretazioni del Sangiovese, e degli altri vitigni locali, sorprendentemente eterogenee.

Su queste basi, lo studio di Enogea ha suddiviso il territorio in quattro settori principali (nord-occidentale, sud-occidentale, centrale, orientale) e individuato, grazie anche al Catasto Ferdinandeo Leopoldino, 18 Unità Geografiche: strumenti preziosi per comunicare ai consumatori la ricchezza di sfumature che questa terra può offrire.

Non mancano gli elementi del paesaggio che completano il mosaico: l’olivo, pilastro culturale tanto quanto agricolo, e i numerosi geositi, luoghi dove la geologia si mostra letteralmente “a vista”, rendendo tangibile il legame tra suolo e vino.

Un territorio che cambia, ma con memoria lunga

Tra i dati più interessanti presentati durante l’incontro c’è quello sulle precipitazioni:

  • 925 mm annui tra 1921 e 1950,
  • 819 mm tra 1951 e 1980,
  • 830 mm tra 2010 e 2024.

Diminuzioni, oscillazioni, ma nessuna frattura radicale: Montespertoli insegna che il clima può cambiare, sì, ma spesso seguendo cicli lunghi, non sempre lineari.

Le aziende, il Comune e la comunità del vino

Il sindaco Alessio Mugnaini, presente all’incontro, ha espresso la soddisfazione dell’amministrazione: «È uno strumento di ricerca e promozione che mancava. Sarà utile per le aziende e troverà spazio anche nel Museo del Territorio».

Ed è vero: la mappa è un nuovo punto di riferimento per le tredici aziende associate — da Podere all’Anselmo a Castello Sonnino, passando per La Gigliola, Le Fonti a San Giorgio e Montalbino — impegnate nel promuovere una delle aree più vitate della Toscana.

Gli Ambasciatori di Montespertoli 2025

Durante l’evento sono stati premiati anche coloro che hanno contribuito a diffondere la cultura del territorio:

  • Miglior Comunicatore: Martin Rance (Fisar Firenze)
  • Miglior Enoteca: Maciste Wine Bar (Empoli)
  • Miglior Ristorante: La Lanterna di Pulica (Montelupo Fiorentino)

Un segnale: per crescere, un territorio ha bisogno di vignaioli, certo, ma anche di chi il vino lo racconta, lo serve, lo cucina.

La degustazione e l’olio: due facce della stessa identità

Dopo la presentazione, la degustazione collettiva dei vini ha accompagnato un light lunch preparato dagli osti locali. Ma Montespertoli non è solo vigne: è anche olio, come dimostra il progetto MontEspertOlio DICIANNOVE.

Diciannove come i soggetti coinvolti, tra aziende, Comune, università e partner tecnici, e come le storie che questa bottiglia vuole rappresentare. Il packaging, nero con dettagli dorati, porta inciso in forma stilizzata il territorio di Montespertoli, con un punto d’oro che indica la posizione di ciascuna azienda. Un segno grafico semplice, ma potentissimo: ancora una volta, un’identità che si riconosce nella geografia.

Una mappa che non è un punto d’arrivo

La mappa dei vigneti di Montespertoli non chiude un percorso: lo apre. È uno strumento per capire dove si è, ma anche per immaginare dove si può andare. In un tempo in cui l’enologia italiana cerca sempre più di raccontarsi attraverso territori precisi, Montespertoli sceglie la strada della conoscenza, della trasparenza e della coralità. E oggi, quelle colline che da sempre disegnano il paesaggio toscano possono finalmente raccontarsi con voce più chiara, più consapevole, più propria. Una voce che, grazie a questa mappa, è appena diventata più forte.

Napoli: OWAP apre al Vomero

Lo avevamo conosciuto nella serata a quattro mani con Luigi Mastellone, presso la pizzeria Basilico a Sorrento. Ora abbiamo avuto occasione di vederlo a lavoro in casa propria, nel locale di recente apertura a Napoli, in via Merliani, a due passi da Piazza Vanvitelli – “Incontri di pizze” da Basilico Italia a Sorrento.

Si tratta del maestro pizzaiolo Mauro Espedito che a novembre ha puntato una nuova bandierina del suo percorso al Vomero, dove è approdato col suo marchio OWAP One World All Pizzas. Espedito, grazie al suo percorso internazionale, ha fatto delle contaminazioni culinarie il proprio fil rouge tra gli impasti, senza mai perdere di vista le radici napoletane.

Al Vomero troviamo un locale intimo e accogliente – una trentina di coperti in totale- di gusto tutto partenopeo: all’ingresso ci accolgono il Vesuvio, San Gennaro e  il presepe fatto di pasta di pizza. “Una bella occasione che ho voluto cogliere nella mia città”, ha commentato Espedito a 20Italie, senza perdere di vista il lavoro davanti al forno.

Un menù ben assortito quello di OWAP, che spazia dai classici senza tempo della pizzeria napoletana, alle creazioni più estrose di Espedito tra cui spiccano la Margherita OWAP, con ketchup di pomodorino del piennolo, e la Pepperoni, condita col salame piccante più amato negli States. Non mancano i calzoni ripieni e la proposta light per chi proprio non vuole eccedere.

In questa circostanza, tra fritture e pizze, abbiamo alternato tradizione ed evoluzione come concepite da Mauro Espedito.

Il nostro viaggio è iniziato con le sfizioserie tipiche: il crocchè di patate, la frittatina di pasta, le soffici montanarine proposte in doppia versione con salsa di datterino rosso, ricotta in salvietta, basilico, scaglie di parmigiano e con crema di datterino giallo, ricotta di bufala, pepe rosa, alici del Mar Cantabrico, basilico. Asciutti ed equilibrati, frienno magnanno aprono la fame e la strada alle pizze successive.

Con miscela di farine tipo 0 e tipo 1, tutti gli impasti fanno doppia lievitazione con autolisi, per un minimo di ventiquattro ore fino a un massimo di cinquantaquattro.

Degustiamo due pizze Evergreen e due montanare a doppia cottura, prima al forno e poi fritte. Iniziamo dalla regina del menù di ogni pizzeria che si rispetti, la Margherita. Sottile, cornicione ben alveolato, si fa mangiare con le mani e richiama una fetta successiva senza alcun senso di colpa.

Delizia Campana è invece la rivisitazione della salsiccia e friarielli, qui proposta con provola e salsiccia di maialino nero casertano: leggera ed equilibrata anche grazie al broccolo senza particolare retrogusto amaricante.

Le montanare a doppia cottura rientrano tra le cosiddette pizze alternative del menù OWAP, creazioni di Mauro Espedito.

La Stracciata 2.0 fresca è delicata, condita fuori forno con prosciutto crudo, stracciata, pomodorini semi-dry, pesto di basilico e polvere di pomodoro e  passiamo subito dopo al gusto più deciso della Selvaggia, dove a prevalere è il ragù di cinghiale in accoppiata col sapore tutto regionale del Provolone del Monaco. Concludiamo la carrellata con la pizza napoletana per eccellenza, la marinara aglio e origano: Espedito fa parte di quella schiera secondo cui va condita anche con basilico, aspetto su cui concordiamo.

La carta dei dolci, essenziale ma ben costruita, si avvale delle preparazioni della storica pasticceria di Mario Di Costanzo. Scegliamo di chiudere con la dolcezza  condita di irriverenza tutta partenopea del San Gennà futtetenne: una stratificazione di gelèe ai lamponi, mousse al cioccolato fondente, croccante al gruè di cacao e gelèe di pellecchiella del Vesuvio per onorare il Santo del popolo napoletano.

OWAP

Via Giovanni Merliani, 51

80129 Napoli

Il viaggio in Irpinia secondo Paul Balke

Oggettivamente L’Irpinia non è quella di chi pratica l’arte delle passerelle con il sorriso a comando, fatto di plastica e botulino e che ha confuso la quintessenza del vino con il volto del loro unico Dio: il denaro, le nomine politiche e altre cose parallele per i riflettori e la notorietà.

C’è un’Irpinia, invece, il cui cuore batte più forte e il verde brilla ancor più: è quello che ha dato vita alla Valle dei Mulini, è l’area avellinese dei fiumi gemellari, Il Sabato e il Calore, nati sulle alture di Montella che si salutano virtualmente per ritrovarsi nel Sannio. Il lungo respiro delle foreste e dei boschi incontaminati, delle fonti idriche cospicue che scendono sino alle Puglie, la volta stellata che di notte riluce come al tempo degli Antichi Miti.

È l’Irpinia più autentica, quella delle piccole cantine che narrano sé stesse senza ostentazioni su un territorio diffuso, fiere di aprirsi al cittadino temporaneo per condurlo verso i propri borghi colmando il calice con il proprio vino, esortando persino l’assaggio dei prodotti delle altre aziende agricole, quelle del comprensorio, come nei più genuini rapporti di buon vicinato.

Questa è l’Irpinia di chi sa guardare oltre il calice e ciò che gli fa più comodo; è l’Irpinia come è sempre stata e come spesso non appare agli occhi di chi la vive e la abita da autoctono, forse perché assuefatto da una bellezza che non appare mai scontata all’animo delle persone sensibili. Una bellezza che autenticamente si rispecchia nel paesaggio e nell’umanità di chi lavora la terra per davvero e la cui ospitalità non è né ostentata né scontata.

È piuttosto facile vedere oggigiorno questo esteso distretto vitivinicolo come uno tra i più grandi laboratori a cielo aperto dell’eccellenza enologica italiana, è evidente come lo è l’indiscussa qualità dei vini che riesce ad esprimere: il punto però non è il valore enologico, né la capacità di sfidare il clima, grazie ad eccezionali fattori pedoclimatici, o la possibilità di ambire a un mercato più ampio, sia a livello nazionale che internazionale: il fattore determinante che fa fatica ad affiorare è “l’identità irpina”, sin troppe volte maldestramente ed egoisticamente celebrata a porte chiuse con una comunicazione e una visibilità non sempre accessibile ai più.

Certo è che l’Irpinia sta vivendo da circa un decennio un periodo di profondo mutamento trasformazione: oltre alle vendemmie anticipate e all’aumento dei costi in salita, comincia a scarseggiare la manodopera e non ci sarebbe neanche troppo da meravigliarsi visto che il rischio di spopolamento è stato annunciato da un pezzo, le nascite sono in calo e i giovani in fuga.

Eppure, tutta la provincia di Avellino ha una fortissima vocazione all’enoturismo, anzi al turismo intermodale poiché in quest’area meravigliosa della Campania si concentrano natura, storia, archeologia e percorsi religiosi che rendono necessari nuovi modelli di accoglienza e indispensabile quell’identità che, per quanto pur certo esiste, deve potersi imporre agli occhi dei tour operator e dei visitatori desiderosi di fare esperienze vere e a misura d’uomo, dall’Italia e dal mondo.

E dal mondo Paul Balke ha saputo portare in Irpinia occhi e volti nuovi: grazie alla sinergia tra sindaci, associazioni e realtà produttive, durante un’international press tour di ampio respiro e fuori dagli schemi, si è potuto vedere il coinvolgimento di giornalisti ed enogastronomi provenienti da diversi Paesi, per la prima volta in visita nella Verde terra. I testimoni dello straordinario potenziale e di un’identità autentica, incastonata tra le montagne, che mai avrebbero potuto immaginare se non fossero venuti qui apposta.

Giornalista, scrittore e sommelier olandese, noto per i suoi libri e la sua profonda passione e conoscenza del vino italiano, specializzato in regioni come Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Campania e Puglia, oltre che per aver creato signature wines capaci di unire diverse realtà vinicole europee, con un focus culturale e innovativo, Paul Balke, da sensibile pianista, ha saputo mostrare una programmazione molto articolata.

L’Irpinia più autentica dinanzi a un pubblico internazionale, fatto di esperti comunicatori e specialisti del vino, arrivando persino a confrontare il Taurasi con il Barolo: non lo ha fatto soltanto dal punto di vista espressivo ed evolutivo, come Arturo Marescalchi fece, ma addirittura da una prospettiva antropologica tra due borghi, quello avellinese e quello piemontese, fatto ugualmente di genti di montagna, funestati da una simil povertà, ma con la creazione di un futuro diverso, proprio grazie al vino.

Un futuro diverso grazie al vino che però in Irpinia fa fatica a decollare, come diversamente accaduto nelle Langhe, e che non vede ancora il Taurasi assurgere al suo totale riconoscimento, per quanto iconico almeno tanto quanto al Barolo e al Brunello. Eppure, Beppe Fenoglio con i suoi racconti di miseria in “La malora” e il culmine della tragedia irpina col terremoto del 23 novembre 1980 dovrebbero essere il metronomo di una povertà che non si è arresa a sé stessa, ma che ha generato voglia di riscatto e di ricostruzione che ha portato a un cambio paradigmatico dei due territori, da infelice a rinomato.

E perché i vini irpini, come il Taurasi ad esempio, per quanto di altissimo profilo qualitativo fanno fatica ad affermarsi come il re dei rossi piemontesi? Certo, servono strade e collegamenti funzionali e ben manutenuti, collegamenti e segnaletica efficienti, trasporti pubblici e una politica degna di questo nome e che abbia finalmente voglia di fare. Ma, stando alle considerazioni di cui sopra, ci vorrebbe meno egoismo e manie di grandezza proprio da parte di chi dovrebbe prodigarsi per l’evoluzione di questo fantastico distretto vitivinicolo e garantire crescita e prestigio per tutti.

Per fortuna il mondo del vino è fatto da chi vede le cose con oggettività e una sensibilità diversa, rispetto al territorio, al vino così come dovrebbe essere, guardando con attenzione e riguardo alle persone che si prendono cura del vigneto, e quindi del paesaggio irpino, ben oltre il loro ruolo di produttori e attori economici di una delle più importanti filiere vitivinicole del Sud Italia.

Durante una serie di giornate davvero intense e ricche di visite ai borghi, a produttori, ristoratori e cantine, giornalisti come Annie B. Shapero e Eric Lyman, fra i tanti altri, sono stati accolti in terra irpina e coinvolti in un programma di rivalutazione territoriale sotto la guida attenta di Paul Balke.

Il progetto, dal titolo “Radici e Riti – Il Viaggio dei Borghi Irpini”, è stato realizzato grazie al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione della Regione Campania e grazie alla lungimiranza di Cassano Irpino, comune capofila, Castelfranci, Nusco, Rocca San Felice, Sant’Angelo dei Lombardi e Torella dei Lombardi.

Il nutrito gruppo di specialisti della comunicazione è stato accolto dalla governance locale presso Il Vecchio Mulino 1834, in quell’oasi naturalistica, boschiva e fluviale, tratteggiata dal fiume Calore, con diverse rappresentanze dei vari municipi tra cui Salvatore Vecchia, sindaco di Cassano Irpino, il quale ha molto tenuto a precisare il ruolo dell’attrattore territoriale e, successivamente, della rete che deve avere capacità di trattenere.

Dopo una relazione sulla storicità dei luoghi e sulla geomorfologia dei suoli, i giornalisti sono stati accolti dai proprietari delle cantine aderenti, entrando nel vivo con una full immersion enologica, internamente dedicata ai loro vini. Precisamente, a dare il benvenuto ai cittadini temporanei con i loro vini, c’erano i produttori di Cantine Gambale, Colle di Castelfranci, Boccella, Cortecorbo, Antonio Molettieri, Regina Collis e Perillo.

L’analisi che ne è venuta fuori è stata non soltanto organolettica ma altresì concettuale: vini di territorio di piccole produzioni, ciascuno con sfumature riconoscibili nel range di filosofia produttiva, ma legati allo stesso tempo da una forte caratterizzazione, senza compromessi, senza banalizzazioni e senza strizzare l’occhio al palato internazionale; ne è venuto fuori il terroir nudo e crudo: vini di stoffa legati da racconti di viaggio e visite sul campo alla gastronomia locale, alla mefite, alle sorgenti di Cassano Irpino, ai castagneti, ai musei contadini e al foliage nei vigneti del comprensorio a incorniciare i piccoli paesini con i loro colori variegati.

Convocati da Paul Balke, gli specialisti della comunicazione hanno potuto respirare il vento montano dell’Irpinia e del suo verde brillante, unitamente al sorriso di tutte le persone incontrate, tra cui Daniele del Polito, al timone del ristorante Il Vecchio Mulino 1834, il quale ha portato a tavola sapori per loro inesplorati: il caciocavallo podolico, i salumi tipici, tra cui la culatta e il capocollo dell’azienda agricola Biancaniello, a Torella dei Lombardi, la polenta fritta con ricotta al tartufo, la sontuosa fesa salmistrata di manzo podolico con nocciole tostate e maionese alla senape, la maccaronara al ragù, la sfrittuliata, fatta con tocchetti di maiale, patate e papaccelle e Il cannolo di ricotta scomposto.

Oltre a questa forma di gastronomia irpina più ricercata, i visitatori internazionale hanno potuto confrontarsi anche con la versione più tradizionale officiata presso l’Agriturismo Montagne Verdi a partire dai ricchissimi antipasti, tra cui il pane casereccio al caciocavallo impiccato, i ravioli ripieni di ricotta mantecati al burro e tartufo di Bagnoli, tutto un seguito di formati di pasta fatta in casa, il baccalà alla pertecaregna con peperone crusco e le ottime carni alla brace a base di manzo, suino e agnello con funghi porcini e di stagione.

Le giornate sono state tutte contraddistinte dalla reale rappresentazione di uno degli spaccati irpini, con il suo epicentro a Castelfranci, più autentici e di impatto tra natura, storicità e gastronomia, con degustazioni mirate di Falanghina, Fiano di Avellino, Aglianico e Taurasi, privi di omologazione e che hanno mostrato il valore del meglio della produzione enologica, oltre alla capacità di fare accoglienza enoturistica, delle Cantine Gambale, di Colle di Castelfranci, di Boccella, delle cantine Cortecorbo, di Antonio Molettieri, dell’azienda agricola Regina Collis e della cantina Perillo.

I press tour internazionali organizzati da Paul Balke hanno avuto dei risultati strepitosi, un grandissimo consenso da parte di tutti gli operatori coinvolti, culminando il 29 novembre scorso alla celebrazione di un evidente successo durante una cena di gala esclusiva presso il Palazzo Marchionale di Taurasi, dove lo storico rosso a denominazione di origine controlla e garantita ha fatto sfoggio di sé in tutte le sue principali interpretazioni e sfumature territoriali.

Paul Balke ha saputo creare una rete fatta anzitutto di persone grazie alla sua sensibilità e alle sue doti umane, svelando il volto reale dell’Irpinia, il suo cuore pulsante, le mani che duramente lavorano per tenere insieme questo territorio straordinario, anche se a volte pieno di contraddizioni, dimostrando che la coerenza, la competenza e il gioco di squadra tra persone che condividono comuni passioni, valori autentici e obiettivi concreti, saranno gli elementi irrinunciabili per l’ennesimo rilancio del Vino Irpino.