Da quel lontano 1971, epoca in cui Arnaldo Caprai, re di filati e merletti pregiati, acquisì la Tenuta Val di Maggio ai piedi di Montefalco, l’areale famoso per il Sagrantino ha vissuto momenti di gloria accomunati da altrettante turbolenze.
In questo lungo lasso di tempo l’azienda omonima, intestata al founder e gestita poi dai suoi figli, in primis Marco Caprai, ha sempre puntato il faro sulla ricerca e l’innovazione per una varietà d’uva rara e altrettanto ostica da far comprendere per stili e comunicazione. Sono stati anni delicati, con visioni differenti tra i vari produttori del comprensorio, riportate anche in seno all’autorità consortile.

Se da un lato Arnaldo Caprai ha fatto da apripista – e talvolta da parafulmine – parimenti non si può affermare che sia avvenuto quel “decollo economico” tanto sperato e sofferto per il territorio. Lo si nota dal prezzo medio per ettaro di vigneto, ben al di sotto delle aspettative e del confronto con i vicini competitor toscani. A ciò si aggiunge un numero di fascette Docg altrettanto ferme e l’attenzione puntata, anche quella non senza patemi d’animo, per il Trebbiano Spoletino che avrebbe il potenziale sincero per essere già uno dei migliori bianchi d’Italia.

E invece parlare di Sagrantino per molti attori significa menzionare solo qualche dato statistico e qualche leggenda storica, pensando che le cose cambino senza sforzi e dimenticando persino che qui si produceva (e ancora adesso si produce) in prevalenza Grechetto e Sangiovese. La famiglia Caprai ha tracciato un sentiero non da tutti condiviso e persino osteggiato con la sana “rivalità” di guardare nelle tasche altrui. Ora Arnaldo viene rimpianto da molti, come spesso accade di fronte alla forza del lutto, anche se le attività non lo vedevano coinvolto da tempo in prima persona.
Marco Caprai intervistato un anno fa per 20Italie durante l’evento Paestum Wine Fest
Come ogni imprenditore che si rispetti infatti, il vero comando lo si acquisisce solo con la capacità di poter delegare e lasciare al momento giusto ciò che si è realizzato nelle mani degli eredi. A loro va il nostro affetto e la malinconia per aver perso uno dei simboli del “sogno italiano” del boom del secondo dopoguerra, quando tutto era ancora possibile, anche quello di creare fortuna con le sole forze, partendo da zero. L’eredità lasciata dalla sua scomparsa deve essere un preciso monito per guardare oltre le divisioni, i particolarismi e le abitudini al pessimismo.



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