Il mare d’inverno nella minestra maritata di Aguglia a Bacoli

“Il mare d’inverno è un concetto che il pensiero non considera. È poco moderno, è qualcosa che mai nessuno desidera.” Così cantava Loredana Berte. Invece, a Napoli, non solo diventa normalità, ma bisogno fisiologico anche nei giorni più freddi e fonte di ispirazione per trovare il coraggio di alterare addirittura la ricetta di un piatto natalizio tradizionale come la minestra maritata. 

minestra maritata con scapulin langhe bianco docg 2022 giuseppe cortese

La minestra maritata è uno dei piatti sacri a cui difficilmente le nonne campane rinunciano. Un piatto che richiede amore, dedizione, pazienza ed è la tipica pietanza che quando sei piccolo fai fatica anche solo ad assaggiare ma che dopo i 30 diventa sinonimo di conforto e piacere e se manca a tavola dal 25 dicembre al 1 gennaio è meno Natale, è meno casa. 

carpaccio di spigola con zeste di limone e ricotta agrumata

Alessandro Costigliola, il proprietario di Aguglia – Osteria di Mare di Bacoli, ha mostrato senza dubbio coraggio nell’approvare la proposta dello chef Francesco Fevola che ha eliminato la carne e dato spazio alle loro specialità di mare: gamberi rossi, seppie, calamari, ricciola, polpo, tonno, pesce spada. E poi bietole, cicoria, cavolo cappuccio, scarola liscia, verza e broccoli neri. 

Adesso, immagina di essere a pranzo in un giorno qualsiasi di dicembre. Indossare un maglione che ti tiene caldo e quel raggio di sole che fa capolino dalla veranda di Aguglia a completare il quadro.

tagliolini di seppia con crema di tarallo e tarallo sbriciolato

Il mare è di fronte e nel piatto: ti portano la loro minestra maritata di mare, rigorosamente accompagnata da un calice di vino bianco, uno chardonnay per la precisione (Scapulin Langhe Bianco Docg 2022 – Giuseppe Cortese) per dare ancora più sapore e quella sensazione di benessere che solo il buon cibo – e il mare – sa darti. 

polpettina di pesce con ragù e pesto di rucola

Questo assaggio di mare d’inverno a Bacoli è moderno e diventa esattamente quello che tutti desideriamo: mantenere viva la tradizione in casa, aggiungendo un pizzico di personalità fuori casa, senza dimenticare quello che eravamo né quello che siamo.

FIVI 2025: Teroldego e Vulcano, due territori a confronto tra tradizione e identità del vino italiano

Da sottolineare due entusiasmanti masterclass che rispettivamente hanno messo in luce due territori con peculiarità uniche nel loro genere.

Masterclass Teroldego di Rotaliano – Verticale di Vigilius

Qui ci troviamo nella Piana Rotaliana. La Piana Rotaliana è uno dei luoghi vitivinicoli più iconici del Trentino, una pianura piccola ma straordinariamente vocata, spesso definita da enologi e storici del vino come “il più bel giardino vitato d’Europa”. Si trova tra Mezzocorona, Mezzolombardo e San Michele all’Adige, un triangolo di terra fertile e perfettamente esposto che da secoli rappresenta la culla del Teroldego Rotaliano, il vitigno autoctono simbolo della zona.

Un territorio modellato dall’Adige

La Piana Rotaliana è una pianura alluvionale formata nel tempo dai depositi dell’Adige e del torrente Noce, che hanno creato suoli ricchi di sabbia, ghiaia e ciottoli. È un territorio drenante, fresco e ricco di minerali, ideale per esaltare la complessità aromatica e la forza espressiva del Teroldego.

L’altitudine moderata (tra 200 e 250 metri), un microclima ventilato e la protezione naturale offerta dalle montagne circostanti creano condizioni perfette per una viticoltura di alta qualità. Le estati sono calde ma mai torride, mentre le escursioni termiche serali favoriscono concentrazione aromatica e freschezza.

La culla del Teroldego Rotaliano

Il vero protagonista della Piana Rotaliana è senza dubbio il Teroldego, un vitigno rosso di antichissima origine, documentato da almeno il XV secolo. Qui raggiunge la sua forma più elegante e complessa, donando vini:

  • dal colore rubino intenso,
  • con profumi di frutti rossi maturi, mora, lampone e viole,
  • una bocca succosa, piena e vibrante,
  • tannini morbidi e una caratteristica vena minerale.

Stilisticamente, il Teroldego Rotaliano può essere immediato e fresco nelle versioni giovani, oppure strutturato, profondo e adatto all’invecchiamento nelle selezioni da singola vigna o nei cru storici.

De Vescovi Ulzbach: quattro secoli di storia nel cuore del Teroldego. E il Vigilius, anima del Campo Rotaliano

Il nome de Vescovi Ulzbach attraversa quasi quattro secoli di storia trentina. Una famiglia che, dalle origini in Valcamonica e poi in Val di Sole, approda nel 1641 a Mezzocorona, nel cuore del Campo Rotaliano: territorio che diventerà la culla del Teroldego e la ragione stessa del loro legame con la viticoltura. Dal 1708 ottengono il predicato nobiliare “Ulzbach” e consolidano un rapporto profondo con la terra e con la coltivazione della vite, interrotto solo nel Novecento, quando le uve vengono conferite alla cantina sociale.

La svolta moderna arriva nel 2003 con Giulio de Vescovi, enologo, che dopo esperienze in Italia e all’estero decide di riportare la famiglia alla produzione in proprio. La cantina storica del ’600, restaurata, diventa il centro di un progetto che unisce tradizione, studio del territorio e una visione contemporanea del Teroldego Rotaliano. I vigneti, con età media di 30 anni, si estendono nei tre poderi di famiglia, tra pergola doppia e spalliera, per valorizzare al meglio le potenzialità del vitigno.

Vigilius: l’interpretazione più profonda del Teroldego Rotaliano

Se il Teroldego è il “vino principe” del Campo Rotaliano, il Vigilius è la sua espressione più intima secondo de Vescovi Ulzbach. È la selezione che più racconta il carattere del territorio: nasce da parcelle vocate, vigneti storici e da una cura maniacale in cantina. L’obiettivo non è la potenza fine a sé stessa, ma la profondità: un vino che sappia raccontare la finezza minerale del suolo alluvionale, la ricchezza poli fenolica del vitigno e la capacità di evolvere con eleganza.

Il nome richiama la storia della famiglia e della comunità locale, evocando un senso di protezione e radicamento. L’affinamento, più lungo rispetto al Teroldego “classico”, dona struttura senza sovrastare il frutto. Il risultato è un rosso intenso, vibrante, con la tipica impronta di piccoli frutti scuri, grafite, spezie e una dinamica gustativa che alterna pienezza e tensione minerale. È un vino che guarda al futuro ma che parla la lingua antica della piana rotaliana.

La storia dei de Vescovi Ulzbach è quella di un ritorno consapevole: una famiglia che, dopo aver attraversato secoli di viticoltura, sceglie di riprendere il filo della propria identità producendo vini non solo tecnicamente impeccabili, ma narrativi. Il Vigilius ne è il manifesto: un Teroldego Rotaliano che non si limita a rappresentare un vitigno, ma interpreta un luogo e il cammino di una famiglia che ha scelto di custodirlo e rinnovarlo.

Teroldego Vigilius: viaggio sensoriale attraverso le annate

L’annata 2020, figlia di un’estate segnata dalle piogge di agosto, apre il viaggio con un naso intenso, dominato da spezie e erbe aromatiche. Il sorso è fresco, scattante, costruito su frutti rossi croccanti e una speziatura sottile che dà ritmo e tensione.

Più complessa la 2019, dove la leggera tendenza “verde” tipica dell’annata emerge al naso in note erbacee ben riconoscibili. In bocca, però, il vino sorprende: ricco, fruttato, con ritorni speziati e un tocco ematico che aggiunge personalità e profondità.

Con la 2018 si approda a una vendemmia più equilibrata, che regala profumi di frutta matura e un sorso pieno, caldo, avvolgente, capace di bilanciare generosità e misura.

È però con la 2016 che la verticale cambia passo: un’annata di grande finezza, dove le spezie, in particolare il pepe bianco, si fanno protagoniste di un sorso elegante, ricco e appagante, forse uno dei momenti più alti dell’intera degustazione.

La 2015 conferma il carattere generoso del millesimo: il rotundone è evidente già al naso e ancor più al palato, regalando una trama speziata golosa, quasi irresistibile. Si sente la maturità del frutto, ma sempre accompagnata da una freschezza che mantiene il vino vivo e dinamico.

Chiude la verticale la 2005, annata ormai prossima al tramonto ma ancora capace di emozionare. Proveniente da vigne allevate a pergola e spalliera e vendemmiata il 22 settembre, mostra un’evoluzione armonica: frutto in confettura, spezie dolci e una freschezza sorprendentemente integra, seppur in un quadro che lascia intravedere con eleganza la via del declino.

A ricordare quanto la natura possa decidere il destino di un vino, la 2017 è l’unica assente: un’annata mai prodotta a causa dell’eccessiva piovosità, segno che il Teroldego e il Vigilius in particolare non accettano compromessi.

Questa verticale è stata un racconto di autenticità, di annate che parlano con voce propria e di un vino capace di offrire profondità, energia e longevità. Un viaggio che conferma il Vigilius come una delle più alte e sincere espressioni del Teroldego contemporaneo.

Dal nord della nostra penisola, passiamo al centro Italia, nella regione del grande vulcano laziale.

Masterclass Viticultura su suolo vulcanico – L’identità del Lazio in degustazione

Alla masterclass “Viticultura su suolo vulcanico, L’identità del Lazio in degustazione”, sei cantine laziali: Casale Certosa, Tenuta La Pazzaglia, Merumalia, Riserva La Cascina, Cantina Morichelli e Migrante, hanno raccontato con i loro vini la straordinaria ricchezza dei suoli vulcanici che modellano il paesaggio e il carattere enologico della regione. A moderare l’incontro è stata Enza Saitta di Enotrio, proveniente dall’Etna, uno dei territori vulcanici più emblematici d’Italia: una voce autorevole per mettere in prospettiva quanto il Lazio stia crescendo in qualità e consapevolezza.

L’obiettivo della masterclass era chiaro: accendere un faro sull’identità dei vini laziali attraverso l’analisi delle loro radici geologiche. I suoli che oggi nutrono i vigneti regionali sono il risultato di antiche eruzioni, depositi di ceneri, lapilli, basalti e tufi che hanno generato substrati ricchi di minerali, drenanti e capaci di trasmettere freschezza e finezza aromatica ai vini.

Ogni areale del Lazio, dai Colli Albani alla Tuscia, dai Monti Cimini alla valle del Sacco, racconta una sfumatura diversa di questa matrice vulcanica. Qui la viticoltura beneficia di condizioni pedoclimatiche uniche, dove l’altitudine, la ventilazione e la composizione dei terreni si intrecciano con i vitigni autoctoni per dare origine a vini vibranti, tesi, salini, spesso caratterizzati da note fumé, agrumate e floreali.

Durante la degustazione, i produttori hanno sottolineato come il lavoro quotidiano in vigna, dalla gestione della mineralità al controllo del vigore della pianta, sia fondamentale per portare in bottiglia uve belle, sane e capaci di esprimere la complessità di questi suoli antichi. Una filosofia che si avvicina profondamente a quella della FIVI, fondata sulla sostenibilità, sull’artigianalità e sulla genuinità del prodotto.

La masterclass ha così messo in evidenza un concetto chiave: il Lazio non è soltanto una regione vulcanica, ma una regione che sta imparando a raccontarsi attraverso il suo vulcano diffuso, trovando nei suoi suoli un elemento identitario forte e riconoscibile. I vini degustati sono la prova che qui esiste una qualità crescente, sostenuta da produttori che credono nel territorio e lavorano ogni giorno per esprimerne la singolarità.

Un messaggio che merita di essere ascoltato: il Lazio del vino sta vivendo una nuova stagione, e il vulcano, reale o metaforico, continua a essere la sua fonte di energia più autentica.

1 – Poggio Triale 2019, Tenuta La Pazzaglia – Grechetto (IGT Umbria/Todi)
Profilo olfattivo caratterizzato da marcate note minerali e leggere sfumature idrocarburiche, seguite da sentori di fiori gialli (ginestra). Naso già in fase evolutiva, pulito e coerente.

2 – Frascati Superiore Riserva DOCG 2018 – Malvasia Puntinata, Bombino, Grechetto
Al naso presenta un registro fresco, con componenti vegetali e accenni floreali. Il sorso è teso, con acidità ben integrata, sapidità marcata e una chiara impronta minerale. Finale complesso, con ritorni di miele, frutta gialla matura e sfumature evolutive. Mostra ottimo potenziale d’invecchiamento.

3 – Malvasia Puntinata 2018, Casale Certosa (monovitigno)
Colore giallo dorato brillante. Al naso emergono note minerali e iodate, accompagnate da frutta a polpa gialla matura (pesca, pera). In bocca l’attacco è fresco, seguito da una sapidità ben definita; struttura piena, con richiami di frutta gialla, lieve pietra focaia, tocchi burrosi e accenni di caramello salato. Ottima concentrazione, evidenziata anche dalla consistenza alla rotazione.

4 – Gallieno 2017, Lazio IGT – Malvasia Puntinata Riserva (Cascina)
Giallo paglierino intenso. Il quadro aromatico si apre su note affumicate e minerali. Ingresso fresco, con componente agrumata nitida che evolve verso scorza d’agrume candito. Segue un registro minerale gessoso e una chiusura leggermente amaricante su mandorla. Profilo evoluto ma integro.

5 – Violo 2018, Cantina Morichelli – Violone (Montepulciano 100%)
Olfatto con note polverose, speziatura fine e leggere sensazioni vegetali. Al palato si distingue per freschezza e tannino ben levigato. Frutta rossa minuta croccante in apertura, seguita da cenni evolutivi più scuri. Buon equilibrio complessivo e discreta profondità.

6 – Cesanese di Olevano Romano 2010 “Migrante”
Affinamento: 2 anni in acciaio + 2 anni in bottiglia. Colore rosso granato fitto, quasi impenetrabile. Naso maturo, con evidenti note evolutive e una lieve componente volatile percepibile ma non invasiva. Il sorso mantiene una buona freschezza, tannino ben domato e un profilo fruttato che vira verso la confettura di ciliegie, amarene sotto spirito e frutta rossa matura. Finale caldo e persistente. In conclusione, queste due masterclass hanno rappresentato un viaggio attraverso territori profondamente diversi ma uniti da un’identità forte e inconfondibile. Dal rigore minerale e dalla nobiltà storica del Teroldego Rotaliano, capace di raccontarsi con sincerità attraverso le annate del Vigilius, fino alla vibrante energia dei suoli vulcanici laziali, dove la terra antica diventa matrice di vini tesi, sapidi e sempre più consapevoli. Due percorsi che mostrano come, dietro ogni vino, ci siano non solo tecniche e tradizioni, ma soprattutto territori che parlano, famiglie che custodiscono e produttori che interpretano.

FIVI 2025 ce lo ricorda con chiarezza: il futuro del vino italiano passa attraverso la capacità di valorizzare le proprie radici, trasformandole in racconti autentici e in calici che sanno emozionare.

Modus a Milano festeggia la cucina italiana patrimonio immateriale dell’Unesco

Dietro ogni evento ci sono professionisti che lo rendono possibile. In questa occasione, l’agenzia di comunicazione Carbot Comunication di Carla Botta, lo chef Paolo De Simone del ristorante Modus e la cantina di Francesca Carranante hanno collaborato per organizzare un evento dedicato alla cucina italiana e ai suoi sapori.

Il 10 dicembre, al Modus di Milano, si è svolta una serata speciale dedicata alla cucina italiana, proprio nel giorno in cui è arrivata la notizia storica: la cucina italiana è ufficialmente Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. Per la prima volta nella storia, viene dato questo riconoscimento ad un’intera tradizione gastronomica nazionale. L’UNESCO ha definito la cucina italiana come una “miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie”, capace di esprimere amore, benessere e identità culturale attraverso il cibo.

Il traguardo è il risultato di un iter complesso, iniziato a marzo 2023 con l’annuncio ufficiale della candidatura da parte del Governo, e di un lavoro corale che ha visto in prima linea istituzioni culturali, chef di fama, accademie e comunità locali.

Protagonista dell’evento, Paolo De Simone, patron del ristorante e ambasciatore della Dieta Mediterranea, ha guidato gli ospiti in un viaggio tra i sapori del Cilento, sua terra d’origine. Un percorso che ha spaziato dalle autentiche pizze cilentane, ben diverse dalle celebri napoletane, fino a reinterpretazioni raffinate dei grandi classicidel territorio, sempre nel segno della stagionalità, del rispetto delle materie prime e della sostenibilità.

Dopo anni di esperienza nel cuore del Cilento, Paolo ha scelto di esportare la sua visione gastronomica oltre i confini della sua terra d’origine. Nasce così Modus, un format innovativo che approda a Milano con un’idea chiara: riscoprire la semplicità del cibo.

La filosofia di De Simone, racchiusa nel concetto di “Semplice Mangiare”, si traduce in piatti essenziali, realizzati con ingredienti di stagione provenienti quasi esclusivamente dal Cilento. Dal pesce azzurro alle verdure fresche, fino ai prodotti simbolo della dieta mediterranea. Ha trasformato la sua passione per la panificazione in un percorso di eccellenza.

Oggi Modus vanta quattro location milanesi, tra ristorazione e gastronomia, confermando il successo di un progetto che unisce qualità, territorialità e innovazione.

Le sue pizze si distinguono per l’uso di lievito madre, farine locali integrali macinate a pietra, ricche di fibre e con basso indice glicemico. La sua filosofia punta su qualità e biodiversità, valori che gli hanno valso numerosi riconoscimenti: dal titolo di “Miglior Pizzaiolo d’Italia” fino al recente “Premio Biodiversità d’Italia” assegnato dalla guida Pizza & Cocktail di Identità Golose 2025.

Paolo, con grande passione, ci racconta ogni piatto: le origini, gli ingredienti, le tecniche di lavorazione e la sua visione personale.

Ad accompagnare l’esperienza, gli spumanti Metodo Classico dell’Oltrepò Pavese firmati da Francesca Carranante, perfetti per valorizzare ogni piatto e celebrare l’eccellenza enologica italiana. Il nome rivela origini campane: nata a Bacoli e innamorata del Pinot Nero, ha scelto una delle zone d’elezione di questo vitigno, l’Oltrepò Pavese. Laureata all’Accademia di Belle Arti di Brera, Francesca unisce due mondi, il vino e l’arte. Ne sono testimonianza le splendide cassette porta-bottiglie dipinte a mano, vere opere che riflettono il suo approccio creativo e la cura per i dettagli.

La cena si apre con il tipico antipasto cilentano: un mix di erbe (broccoli, scarola, cardi e cicoria) un piatto semplice ma ricco di sapori autentici; melanzana mbuttunata farcita con uova, cacio ricotta, prezzemolo e pomodoro; mozzarella di mucca che rispetto alla tradizionale mozzarella, risulta più asciutta e compatta. Ad accompagnarlo il Metodo Classico Dosaggio Zero, un profilo olfattivo elegante con sentori agrumati e richiami floreali, una buona struttura e una piacevole sapidità.

Si prosegue con il primo, cavatelli cime di rapa e alici di Menaica. Un piatto che racconta l’incontro tra due anime del Sud: la cucina contadina e la tradizione marinara cilentana. I cavatelli, pasta di semola e acqua, nascono nelle case rurali come simbolo di semplicità e sostanza. Le cime di rapa, ortaggio povero ma ricco di carattere, portano in tavola il gusto amarognolo dell’inverno.

A completare il piatto, le alici di Menaica, presidio Slow Food: pescate con la rete menaica, una tecnica antica che seleziona solo le alici più grandi e sane, salate e stagionate secondo usi che affondano le radici nella storia greca e monastica. Qui il calice accoglie il Metodo Classico Extra Brut 100% Pinot Nero, che ci accompagnerà anche nel secondo piatto. Un vino molto equilibrato con sentori di frutta a polpa bianca, crosta di pane, con una viva acidità e sfumature minerali.

Il secondo piatto fa onore al calamaro, protagonista indiscusso della tradizione marinara cilentana. Qui lo troviamo ripieno di scarola, olive e patate, ingredienti semplici che raccontano la storia di una cucina povera ma ricca di sapori autentici.

Terminiamo con un riconoscimento alla tradizione meneghina: il panettone con crema al mascarpone. Un dolce che non è solo simbolo del Natale, ma emblema di Milano. Completiamo l’esperienza con il Metodo Classico Brut Rosè, uno spumante raffinato e versatile, belle bollicine fini.

La cucina italiana, oggi patrimonio UNESCO, non è solo ricette, ma un sistema fatto di tradizioni, territori e competenze che contribuiscono all’economia e all’identità del Paese. La sfida ora è preservare questa ricchezza, garantendo che innovazione e globalizzazione non ne compromettano autenticità e valori. Un riconoscimento che chiama tutti, istituzioni, produttori e consumatori, a una responsabilità condivisa.

Non sono mancate le critiche, Giles Coren del Times ha alzato i toni, salvo poi ammettere che era solo una provocazione satirica contro lo snobismo britannico che sfoggia il made in Italy come trofeo. Poco male: il riconoscimento UNESCO non è un concorso di opinioni, ma la tutela di un patrimonio culturale universale.

La cucina italiana continuerà a raccontare la sua storia attraverso sapori e tradizioni, indipendentemente dai giudizi di chi preferisce discutere davanti a una tazza di tè.

Prosit!

Gran Caffè Gambrinus – I ritrovamenti nella Sala degli Specchi

Gran Caffè Gambrinus, completati i lavori di restauro alle sale in via Chiaia

Il locale storico torna nella sua dimensione originaria La famiglia Sergio – Rosati: “Un giorno memorabile”

Un’attenta opera di restauro e recupero minuzioso degli spazi quella che ha visto protagonista il Gran Caffè Gambrinus di Napoli ed in particolare le sale in via Chiaia che sono state unite al locale già esistente con ingresso da piazza Trieste e Trento.

Il restauro

La famiglia Sergio- Rosati ha fortemente voluto la riunificazione dell’intero locale, nel patrimonio di Città Metropolitana, annettendo le sale con affaccio in via Chiaia, oggetto di un corposo lavoro di recupero che ha portato alla luce un pavimento originario in marmo di Carrara, le ornie degli infissi, i dipinti, gli stucchi e gli affreschi il tutto con la supervisione della Soprintendenza.

La storia

Finalmente il sogno di Michele Sergio si è avverato: lui agli inizi degli anni ’70 diede inizio alla battaglia per recuperare i locali del Caffè situato nel cuore di Napoli, battaglia poi vinta. Ed ora con la Sala degli Specchi il Gambrinus si riappropria della sua storia.

Il presente

Oggi il lavoro di valorizzazione iniziato da Michele Sergio è portato avanti dai figli Arturo e Antonio Sergio e dai nipoti Massimiliano Rosati, Michele Sergio e Benedetta Sergio.  

“Per noi è un giorno davvero importante, un momento in cui ricordiamo nostro padre – affermano Arturo ed Antonio Sergio, titolari assieme al nipote Massimiliano Rosati -. Uno spazio recuperato, testimone di arte e urbanistica di un tempo, con opere d’arte da non sottovalutare, che è stato rimesso a nuovo nel pieno rispetto dei vincoli esistenti”.

L’arte

Affreschi su altorilievi della Scuola di Posillipo, stucchi e fregi nella nuova sala del Gran Caffè Gambrinus in via Chiaia, unita allo spazio del locale storico con affaccio su piazza Trieste e Trento e piazza del Plebiscito. Una sala che in realtà racchiude più ambienti, un colpo d’occhio davvero affascinante all’insegna del culto dell’accoglienza e della cultura. Sedersi ad uno dei tavolini è ripercorrere la storia di Napoli, quella autentica da leggere e approfondire guardando l’arte del locale finalmente nel suo insieme.

I decori in stile liberty e gli affreschi erano coperti dalle pannellature dei negozi che hanno occupato nel corso degli anni questi spazi. La Sala degli Specchi abbaglia chi vi entra per la prima volta, un tuffo all’indietro nel tempo per chi si fermerà ad uno dei tavolini e sui divani che arredano la sala. La Belle Epoque rivive ai giorni nostri e appassionati, turisti e cittadini potranno contare su un altro pezzo di storia napoletana riportato all’antico splendore con cura e attenzione. Uno spazio che nell’idea della proprietà sarà una naturale estensione del Gran Caffè Gambrinus, luogo di letterati, intellettuali, politici e personaggi del mono dello spettacolo.

DALLA RELAZIONE TECNICA

IL PAVIMENTO

Lo scavo, eseguito rigorosamente a mano, ha riservato una sorprendente scoperta: un pavimento originario quasi perfettamente conservato, in marmo bianco Carrara e tozzetti in marmo Emperador. La ritrovata pavimentazione è stata numerata, smontata e conservata in attesa dell’esecuzione dei lavori di manutenzione straordinaria

LE ORNIE
Nel deposito al piano inferiore sono state ritrovate le ornie originarie degli infissi su via Chiaia, cosi come soglie degli scalini dei vani di accesso e la boiserie in marmo.

I DIPINTI

I dipinti presenti nei riquadri che sovrastano le bucature di ingresso e la nicchia posta di fronte all’apertura individuata dal civico n.4 di Via Chiaia sono stati interessati da operazioni di pulitura che hanno ristabilito la leggibilità complessiva delle raffigurazioni.

Gli interventi di restauro sono stati seguiti sotto la supervisione della Soprintendente facente funzione, arch. Rosalia D’ Apice, e sono stati condotti nel rispetto dei principi fondamentali del restauro quali riconoscibilità, reversibilità, compatibilità, minimo intervento e interdisciplinarietà

Grazie al lavoro minuzioso di restauro degli antichi stucchi e di recupero dei pregevoli affreschi, il Gran Caffè Gambrinus rinasce a nuovo splendore. La totalità delle superfici decorate e intonacate è stata interessata dalla rimozione degli strati di tinteggiatura posticci, per restituire, con particolare riferimento per gli stucchi, la qualità e la tridimensionalità originali.

I MATERIALI

Tra i materiali di risulta sono stati ritrovati anche parte degli originali capitelli delle colonnine in legno facenti parte dell’apparato decorativo lateralmente agli specchi. Di questi è stato eseguito un calco e riprodotti quelli mancanti, rivestiti successivamente in foglia d’ oro. La bicromia degli stucchi mancanti è stata richiamata con un duplice trattamento superficiale. Il bianco potrà essere richiamato con finitura satinata; il dorato con finitura lucida.

Napoli: sorprende la veste “green” nei piatti di Michelasso, curati dallo chef Francesco Petito

Per lottare a colpi di mestoli e padelle nella metropoli partenopea bisogna armarsi di coraggio ed un pizzico di fantasia. Come l’audacia dell’imprenditore Lucio Sindaco, che ha voluto dedicare il progetto Michelasso alla mamma; il sogno autentico di alta ristorazione basata sulle tradizioni locali rivisitate.

L’estro invece delle mani del talentuoso chef Francesco Petito (classe ’96) che ha al suo attivo diverse esperienze in cucine importanti come La Mola di Porto Cervo, Casa del Nonno 13 a Mercato San Severino, Villa Crespi a Orta San Giulio (3 stelle Michelin) e Laqua Cannavacciuolo Countryside di Ticciano (1 stella Michelin).

Da ex negozio di abbigliamento con annesso centro estetico a pochi passi, ora qui si parla la lingua della buona cucina, con un occhio in particolare alle proposte vegan esaltate al meglio da Petito. Un sentiero da percorrere con maggior entusiasmo nel futuro, visto gli ottimi risultati della degustazione riservata alla stampa. Una valvola importante di sfogo in un settore che vive di alti e bassi, soprattutto a Napoli ormai presa d’assedio da turisti di ogni genere e tasche.

L’idea di sosta di qualità originale e tarata sulle usanze popolari da tenere sempre a mente come un faro luminoso, fatica a scrollarsi di dosso quell’immagine di mordi e fuggi a macchia di leopardo senza regole di continuità. Michelasso può proporsi come l’alternativa centrale, a pochi passi da piazza Municipio, per un viaggio nell’identità mediterranea italiana, fatta di ortaggi, erbe, funghi e contaminazioni.

Cibo e arte, con l’idea dei menù d’autore limited edition dedicati a risvolti benefici per ragazzi fragili, le cui famiglie necessitano di un conforto morale ed economico grazie al supporto di artisti amici a chilometro zero. Vini e sala affidati alle cure di Giorgio Zoccolella, che ha selezionato circa 450 etichette nazionali ed estere con prevalenza di quelle francesi.

Si parte dall’appetitosa bruschetta al pomodoro con colatura di mozzarella di bufala come amuse-bouche per proseguire con tonno tataki, dressing agli agrumi e mayo al basilico o carpaccio di manzo affumicato, lampone e cipollotto croccante per antipasto.

Coinvolgente e dall’alto profilo organolettico la cotoletta di funghi con salsa d’aglio dolce, bagnetto verde e mayo al prezzemolo. Ecco il profilo “green” giusto da seguire come via maestra, riproposto anche nella Wellington di fungo cardoncello, purea di sedano rapa e jus di fungo.

Artistici anche i dessert, in particolare la millefoglie croccante con crema diplomatica alla vaniglia e zabaione al lampone. Originalità, inventiva e sapore per un viatico intrigante dove l’unica incognita resta il rapporto con il prezzo medio, elevato nel confronto con il panorama dei pari concorrenti gourmet.

Michelasso si sviluppa su due livelli con circa 40 coperti interni divisi tra la sala superiore e la sala cantina, ideale per cene o degustazioni di piccoli gruppi. Dispone anche di un piccolo spazio esterno con 12 coperti.

Ristorante Michelasso

Via Santa Brigida, 14/16 – 80132 Napoli NA

Tel. 342 1689562 – www.michelasso.it

Torna a Isola del Liri la presentazione di “CastelWine”

Sabato 22 Novembre al castello a Isola del Liri in provincia di Frosinone, Stefano Boncompagni Viscogliosi e Isabella Citerni di Siena hanno nuovamente accolto giornalisti, autorità e amici all’evento esclusivo che ha visto la presentazione dei vini prodotti dall’azienda vinicola, curanti dalla mano sapiente dell’enologa Vincenza Folgheretti. Ne avevamo scritto già durante la prima edizione di Castello Viscogliosi presenta l’evento CastelWine e le due etichette prodotte in Toscana

I vigneti da cui si ottengono le uve sono ubicati nel Grossetano e più precisamente a Scarlino, terreni che già anticamente appartenevano alla famiglia Boncompagni Ludovisi e pervenuti per via ereditaria alla famiglia Viscogliosi. La degustazione per un ristretto numero di giornalisti si è tenuta in una bellissima sala affrescata del Castello.

L’azienda Castelli di Viscogliosi possiede circa tre ettari nella zona di Scarlino, di cui due impiantatati a vigneto, caratterizzati da suoli prevalentemente argillosi ricchi di sabbia, formatisi nell’Oligocene; si è scelto di puntare sui vitigni autoctoni quali pugnitello, ansonica e aleatico. La scelta di includere il merlot è stata dettata dal discendenza francese di Stefano. Il progetto è iniziato intorno al 2016 e sin dal principio si è voluto dare voce all’aleatico, vitigno molto difficile da seguire e vinificare, soprattutto quando si opta per la versione secca.

Il primo vino in degustazione è Carpiano 2024 un rosato da aleatico 100%, vinificato e affinato interamente in acciaio. La raccolta viene fatta manualmente intorno alla terza settimana di agosto,

Rosa salmone delicato e luminoso, profilo olfattivo discreto, che resta fedele alla qualità aromatica dell’uva senza esprimerla in modo esagerato: lampone, fragola, ciliegia, un nota speziata. In bocca il sorso è pieno, materico, e ha una bellissima chiusura sapida. Un rosato che si sposa bene con il cibo, mai banale e che invita alla beva.

Vincenza Folgheretti aggiunge che è un vino giovane, frutto di sperimentazioni eseguite nelle annate precedenti, per cercare di ottenere quel risultato che sembra proprio raggiunto con l’annata 2024.

La gestione tecnica è stata orientata per contenere e comporre gradevolmente la componente romantica. Sicuramente un’uva non semplice da seguire sia in vigna che in cantina, ma profondamente amata da Stefano Viscogliosi, perché legata ai ricordi dell’infanzia e alla tradizione della sua famiglia.

In assaggio anche Carpiano 2022, in cui spicca sicuramente il colore decisamente più intenso e la componente speziata che risulta in evidenza quasi rispetto alla componente fruttata che vira su note più mature. In bocca si percepisce l’identità del vitigno e la coerenza con quanto prima espresso a livello olfattivo e la distintiva nota salina, che rimanda al territorio da dove provengono le uve.

Il merlot dà vita a due vini, che si differiscono per lo stile di vinificazione: il primo in acciaio, il secondo in barrique nuove per un 25% e per il restante di terzo e quarto passaggio per 13 mesi e successivi 15 in bottiglia.

Alma è la versione che affina in acciaio per 9 mesi e a cui seguono altri 6 in bottiglia. Un vino che si offre nel calice con un rosso rubino con bagliori granato sul bordo, profumi di prugna, lentisco, ciliegia. Un tannino preciso e composto, come del resto la componente alcolica. Buona la persistenza e la sua versatilità negli abbinamenti.

Guado dell’Alma è la versione che prevede l’uso del legno, premiata a Merano Wine Festival: le note speziate, di cacao e tabacco arricchiscono il bouquet e donano un tocco elegante e internazionale, predisponendo a scenari evolutivi sicuramente interessanti.

Dulcis in Fundo – in tutti i sensi- una meraviglia prodotta in circa 400 esemplari: Alea, la versione dell’aleatico vendemmia tardiva. Una dolcezza che fa emozionare Stefano Viscogliosi, perché lo riporta al vino fatto dal nonno e bevuto durante le feste. Un bouquet che avvolge i sensi e si apre su note di marasca, china, dattero, prugna, pepe; l’acidità dà brio alle sensazioni dolci al palato e il finale è molto lungo e persistente.

Terminata la degustazione, i partecipanti hanno potuto ascoltare i saluti del sindaco di Isola del Liri e il racconto del Professor Viscogliosi sulla storia della famiglia del principe, che attraverso i secoli ha visto intersecarsi i destini di Papi, Nobili  e Reali e che ha svelato il motivo di questa liaison tra il Lazio e la Toscana, che ha visto i natali all’azienda Castello Viscogliosi.

Il pomeriggio si è concluso con l’assaggio dei vini abbinati a deliziosi finger food.

Muzic on Tour a Milano: il sottile filo rosso che unisce la cucina meneghina con i vini del Collio

Milano ha fatto da cornice a una serata che non è stata solo degustazione, ma racconto: Muzic on Tour, il progetto itinerante di Gambero Rosso, che fa dialogare cucina d’eccellenza e l’Azienda di grandi vini del Collio. L’evento ha confermato la cantina Muzic come una delle voci più autorevoli dell’areale, capace di tradurre in bottiglia la sensibilità agronomica del territorio e far brillare il territorio di San Floriano, uno spicchio eccellente della complessità geologica del Collio.

Dopo Roma, l’appuntamento meneghino ha confermato il ruolo della cantina Muzic, oggi la più premiata del Collio secondo Decanter, come ambasciatrice di un territorio che sta ridefinendo la propria identità.

Fabijan Muzic: un volto giovane per un Collio in evoluzione

Fabijan rappresenta la generazione che ha ricevuto in eredità una tradizione familiare e l’ha trasformata in progetto contemporaneo. I suoi vini cercano chiarezza e territorialità: profili aromatici netti, acidità vibrante, texture minerale. La sua è una pratica che unisce cura in vigna e decisioni coraggiose in cantina, con l’obiettivo di far emergere la singola parcella più che uno stile omologato.

Vini puliti, sinceri, capaci di raccontare il territorio senza forzature. La sua filosofia del “meglio non imbottigliare piuttosto che offrire un vino non all’altezza” è diventata la cifra stilistica dell’azienda e fa di questa Cantina l’ambasciatrice di un Collio unito e forte, che vuole essere Brand sociale ma oggi può e deve essere di più, deve essere riconosciuto per il mosaico di zone, microclimi e vigneron che rappresenta.

Dal Collio Evolution a Milano: un messaggio chiaro

Il recente evento Collio Evolution ha segnato un passaggio decisivo: il Collio non si accontenta più di rappresentare l’eccellenza tecnica dei bianchi italiani, ma punta a farsi riconoscere come territorio con molte facce e un linguaggio comune. La valorizzazione delle singole unità zonali, l’approccio agronomico più accorto e la comunicazione di una matrice geologica e pedologica (la “ponca”) sono i pilastri di questa nuova consapevolezza.

In questo contesto, Muzic si inserisce come interprete autentico: la ponca è lo spartito, le note sono gli autoctoni: Ribolla, Malvasia, Friulano, ed è un’arte del territorio e dei grandi Vigneron ricamare attraverso queste note grandi composizioni, vinificazioni e evoluzioni in contenitori differenti per ogni singola parcella, poi riuniti come in un coro polifonico all’interno di uno stesso calice.

Abba: Milano industriale e cucina contemporanea

La serata si è svolta da Abba, ristorante milanese guidato da Fabio Abbattista, dalle radici pugliesi e consolidate esperienze internazionali, una mano delicata, saporita ed eccellente per una cucina dal passo moderno. Il locale, si trova nel Certosa District, una zona rinnovata di Milano, in grande fermento, è un open space in un contesto industriale ristrutturato, e ha offerto un palcoscenico ideale: piatti pensati per esaltare i vini Muzic, con un approccio che privilegia leggerezza, contrasti e precisione tecnica.

Abba non ha mai cercato di sovrastare i vini, ma di dialogare con loro: ogni portata è stata costruita come un racconto parallelo, capace di sottolineare freschezza, sapidità e profondità delle etichette in degustazione. Il nostro plauso a Gambero Rosso per aver curato e creato questo splendido connubio.

I piatti e gli abbinamenti, tanti i richiami alle origini dello Chef, rivisitati in una chiave di grande eleganza:

Il primo calice è una Ribolla Gialla 2024 in versione ferma. Premesso che l’apertura con bolla non è una convenzione ma una scelta largamente diffusa (a volte scientemente) i Muzic non spumantizzano, non per intolleranza verso le bolle ma per una scelta dettata dall’interpretazione del vitigno che il loro territorio permette. Il clima nella località Bivio di San Floriano del Collio è Mediterraneo, accogliente, e la Ribolla che ama questo clima qui esprime il suo varietale fruttato agrumato in maniera importante, abbinato a una piacevole mineralità e salinità figli del patrimonio geologico. Un vino schietto, che soddisfa fin dal primo sguardo dai contorni dorati, coinvolge con i suoi toni di pompelmo e la freschezza che insieme alla dotazione salina invogliano tantissimo la beva.

In abbinamento:

•          Entreè di Benvenuto, Polpettine di Melanzana e Melanzana laccata al mosto di fichi. La prima è un racconto classico e una frittura ben eseguita, la seconda un perfetto gioco di texture, che danno alla melanzana una consistenza caramellata e brunita fuori, succulenta e scioglievole all’interno, impreziosita dal cacioricotta a sovrastare. Un ricordo spensierato delle grigliate tra amici, abbinamenti puliti e piacevoli.

•          Triglia di Scoglio, pepe Timut e mandorla — Splendido il ricordo delle fritture di paranza fronte mare, un assaggio carnoso,dai contorni crunchy, dal tocco pepato e quel finale lungo e umami portato dalla mandorla tostata che crea dipendenza. Qui la Ribolla Gialla Muzic ha trovato il suo terreno ideale: freschezza e acidità hanno bilanciato la grassezza del pesce, con ritorni agrumati che hanno accompagnato la nota aromatica del piatto.

Si prosegue col Collio Sauvignon DOC “Pàjze” 2024 di Muzic, una anteprima la cui chiave è ancora il territorio e il suo calore ben dosato. È un Sauvignon paglierino, di bell’ampiezza, che mette i toni vegetali in coda e coinvolge con toni di ananas e frutti freschi tropicali, erbe balsamiche, salvia e mentuccia, un leggero peperone in sottofondo.

•          Seppia e Carciofi — Bellissimo a vedersi e non solo, il velo è delicato e tenace al tempo stesso, il ripieno un concentrato di mare. L’abbinamento di difficile esecuzione del vegetale del carciofo è ottimamente riuscito e il sauvignon, ha accompagnato la delicatezza del ripieno che a sua volta esalta la freschezza del vino.

Proseguiamo col Collio Friulano Valeris 2024 un vino fortemente territoriale, è prodotto con vigne di oltre 40 anni, è la spina dorsale, del blend dello Stare Brajde e vinificato a sé fa subito comprendere perché. Carattere, bouquet olfattivo ampio e intensamente floreale svelano un sorso secco e morbido, dalla grande freschezza e con chiusura ammandorlata.

•          Gnocchetti di zucca, robiola e berberè – Un ricordo d’autunno. La dosata dolcezza gioca con l’acidità del formaggio, poi intervengono le spezie magistralmente dosate che proseguono il messaggio del piatto e donano nuovi spunti. Il Friulano trova in questa pienezza terreno fertile e completa benissimo creando sinergia e piacevolezza.

Entra in scena il Collio Bianco DOC “Stare Brajde” 2023 – Muzic, una celebrazione del Collio, una selezione delle migliori uve friulano, malvasia istriana, ribolla gialla, a cui viene effettuata decantazione statica, poi fermentazione in Tonneau di acacia e affinamento sur lie. 12 mesi minimi di affinamento in bottiglia. Vino di equilibrio estremo, curato da mani sapienti minuziosamente.

Descrive perfettamente la bellezza del Collio e la tradizionalità, l’arte del mélange di queste bacche bianche che tra loro si completano, si rafforzano, ampliano il loro messaggio e sotto mani sapienti si uniscono in una voce unica. Si apre al naso un ventaglio di agrumi, girando si amplia e svela toni di salvia e rosmarino, miele, mandorle tostate. Tensione di beva, salinità e una giusta grassezza lo rendono agile e versatile, più teso in gioventù, più largo e persistente nell’invecchiamento, che in questa etichetta (ma anche nelle altre) può protrarsi davvero molto e dare grandi emozioni.

•          Risotto, Castelmagno e mais Affumicato – una cartolina dal Piemonte, impreziosito dal mais affumicato da personalità. Lo Stare Brajde 2023 si coniuga e duetta bene col piatto, dando pulizia, coinvolgendoci con la sua vivacità aromatica.

Si torna allo Stare Brajde ma in annata più vecchia e temperatura leggermente più alta. Il volume si amplifica, la burrosità emerge, le note di frutta a guscio, di humus iniziano a far capolino al naso insieme a una piacevole oleosità al palato che lo allarga e gli da più capacità di pulizia.

•          Lavarello, lenticchie nere e curcuma — Piatto di equilibrio, succulenza e ricercata aromaticità, in abbinamento si completa gradevolmente e con pulizia.

•          Manzo alla brace, pastinaca e fava tonka – Dietro un canovaccio semplice si cela una esecuzione attenta a rendere ogni singolo morso un concentrato di sapore, delicato e suadente. L’abbinamento regge e convince, è pulito e piacevole.

Doc Friuli Isonzo – Picolit 2018 chiude gli assaggi di giornata un vino dolce raro, il Picolit soffre di acinellatura, ha rese bassissime ma estremamente eccellenti. L’uva viene raccolta e lasciata appassire sui graticci di legno per 30 giorni. Viene poi diraspata e lasciata macerare in botti di rovere da 228 litri per circa dieci mesi. Giallo dorato dai profondi riflessi ambrati, ricco e complesso al naso apre con ricordi di Frutta gialla matura, confettura di albicocca e miele, poi spezie dolci sul finale. Vellutato e ben dosato di zucchero.

•          Sorbetto ai cachi e cannella – Un duetto perfetto col picolit, la componente grassa lenisce l’effetto termico del sorbetto e lascia un tema fruttato giallo perfettamente in armonia col vino.

•          Focaccia dolce – Chiudiamo con un dolce della tradizione e col suo intingolo cremoso un percorso eccelso.

Oltre il “brand sociale”

Il Collio è conosciuto e amato, ma spesso percepito come marchio collettivo più che come somma di storie individuali. È necessario raccontare le zone, i singoli vignaioli, le radici familiari. Fabijan Muzic, con la sua energia e la sua visione, rappresenta proprio questo: una generazione che porta nel sangue i valori del territorio e li traduce in vini capaci di parlare al mondo con voce limpida e coerente.

Cosa ci lascia questo racconto La serata milanese è stata un tassello di un racconto più ampio: Muzic e Fabijan non rappresentano solo una cantina premiata, ma un modello di come il Collio possa farsi riconoscere uscendo dalla dimensione di “brand sociale” per affermarsi come territorio vivo, plurale e identitario. Milano ha ascoltato, assaggiato e capito: il prossimo passo è far conoscere ancora meglio le singole zone e gli autoctoni che rendono unico questo territorio. E Muzic, con Fabijan, è oggi uno dei protagonisti di questa rivoluzione.

Osteria Frangiosa a Ponte, la cucina tipica del Sannio beneventano

Ponte, nel Sannio beneventano, all’ombra del massiccio del Monte Taburno, è terra contadina di tradizioni vitivinicole e olivicole che evocano il buon vivere e il buon godere. L’anno che volge a concludersi è stato un anno particolare per Osteria Frangiosa, che da mezzo secolo racconta la storia del piccolo comune fatta di generazioni passate, dove ogni piatto, boccone e ricetta rappresentano un tuffo nella memoria gastronomica di un’epoca e di una cultura mai sopita. Anzi, spesso persino rimpianta.

Giovanni Franciosa, seconda generazione di osti, e sua moglie Annalisa accolgono sempre col calore del sorriso e con la voglia di non deludere mai. Ma prima di lui papà Oreste Frangiosa, fin dalle prime battute nel lontano 1975, era stato l’appassionato artefice di una avventura nella storia culinaria del Sannio che dura da dieci lustri mentre in cucina, a dirigere le operazioni, c’è sua moglie Concetta, mamma di Giovanni.   

L’atmosfera

Quando si varca la porta di un’osteria che segue la tradizione, oltre alla cura dell’oste, si viene fatalmente avvolti da un’aria d’altri tempi, fatta di luci soffuse e tavoli di legno che sembrano narrare dei propri innumerevoli utilizzatori. Il chiacchiericcio degli avventori si mescola al il tintinnio delle posate, creando un suono familiare che fa sentire ogni cliente come a casa propria. Giovanni, con il suo grembiule sbiadito dal lavoro e dalle risate, è pronto a raccontarti la storia di ogni ingrediente, ogni ricetta, ogni tecnica culinaria che ha attraversato il tempo per arrivare fino a quel piatto fumante che ti viene servito.

La cucina di Osteria Frangiosa non ha bisogno di fronzoli. Non si trovano in menu piatti ultra-fotografati o ingredienti esotici, ma piuttosto una cucina che rispetta la semplicità ed esalta l’autenticità, grazie all’amore che viene messo in ogni dettaglio e – soprattutto – nella cura maniacale e nella selezione delle materie prime.

Le “stelle” della Tavola

I veri protagonisti del menù (sempre rigidamente stagionale) di Osteria Frangiosa sono senza dubbio i piatti della tradizione locale: le lasagne preparate come una volta, con la sfoglia fatta a mano e il ragù che cuoce lentamente per ore; la polenta che ti scalda il cuore, servita con un ricco sugo di cinghiale o con formaggi che si fondono in un abbraccio perfetto; i bolliti misti, che tra il brodo e le salse varie raccontano la storia di una cucina che affonda le radici nella cultura contadina.

La selezione di salumi e formaggi locali è una sinfonia di sapori, un viaggio attraverso i terreni e i pascoli che hanno dato origine a questi prodotti. Le bruschette, abbondanti di olio extravergine di oliva e aglio, sono un richiamo irresistibile alla semplicità del buon cibo. Una menzione speciale merita proprio l’olio EVO di casa. “Emozionare” è un monocultivar di Ortice dedicato da Giovanni e Annalisa, che ne ha personalmente curato il bellissimo labelling, hanno dedicato alle quattro generazione che hanno portato ad oggi la coltivazione dell’oliveto di famiglia e l’Osteria. 

Non puoi uscire da Osteria Frangiosa senza però aver assaggiato i rustici ammugliatielli alla brace, le Rane fritte, la Panzetta di agnello ripiena oppure il rinomato ed introvabile piccione imbottito.  Ma per preparare il palato a queste vere gocce di tradizione vanno preventivamente assaggiati il pancotto con broccoli spadellati, l’uovo in salsiccia e l’involtino ai funghi porcini. E se la devozione alla pastasciutta non ammettesse deroghe, allora verranno in soccorso le orecchiette e broccoli con pomodori secchi e olive oppure, se di stagione, i paccheri alla zucca rossa con salsiccia e gli scialatielli ai funghi porcini.

Neppure nei vini sono ammesse deroghe nella tradizione locale: Falanghina del Sannio DOC solo per l’entrèe e poi Aglianico del Taburno DOCG nelle sue eclettiche espressioni. Un sorriso ti accoglie e un sorriso (quello disegnato dai dessert fatti in casa da mamma Concetta) ti congeda, come un arrivederci, una promessa di ritorno ed un augurio per i prossimi traguardi di Osteria Frangiosa, magari sotto la guida dei giovanissimi Oreste, Cosimo e Chiara Frangiosa.

Viaggio attraverso la Grecia del vino a Merano Wine Festival 2025

A Merano, in occasione della 34° edizione del WineFestival che ha avuto luogo dal 7 all’ 11 novembre 2025, in uno degli ampi saloni dell’Hotel Therme, si è tenuta una masterclass dal titolo: Viaggio attraverso la Grecia del Vino. Curata da “I Vini del Cuore” con Olga Sofia Schiaffino , in collegamento vi erano, Haris Papandreou, ideatore del Wine Greek Day e le cantine Hatzidakis, Jima e Diamantakis. Olga Sofia Schiaffino, esperta sommelier, nonché, autore di 20Italie, ha presentato i tre vini in degustazione interagendo con le persone citate.

I Vini del Cuore e una guida social, la prima in Italia, ideata da Olga Sofia Schiaffino in collaborazione con Clara Maria Iachini, giunta ormai alla sua quinta edizione. Al progetto sono stati coinvolti e selezionati Wine Blogger, Sommelier, Wine Expert ed Instagramer di tutta Italia e non solo. La prefazione in questa edizione è stata curata dal patron del Merano WineFestival Helmut Köcher.  Nella guida sono rappresentate tutte le regioni dello stivale ed alcune aree dei Balcani e della Grecia selezionate rispettivamente dai Wine Ambassador Haris Papandeou e Michela Cojocaru e molte novità a partire dai vini della Gran Bretagna curati dall’esperta e MW Patricia Stefanowicz e aggiunte e riconfermate Clizia Zuin e Tamar Tchitchiboshvili.

Ai vini selezionati dai partecipanti della guida non viene assegnato nessun punteggio, ma vengono solo raccontati in maniera emozionale. Per i vini da esaminare non viene richiesto l’invio da parte dei Blogger alle aziende. I vini sono talvolta di piccole aziende e reperibili sul mercato, capaci di suscitare piacevoli sensazioni dal profondo del cuore.

Ecco i vini degustati durante la masterclass:

Pgi Creta Diamatopetra bianco 2024 Diamantakis Winery – Vidiano 50% e Assyrtiko 50% –  Giallo paglierino con sfumature verdoline, emana sentori di ananas, pesca, albicocca, cedro e vaniglia, il sorso è vibrante, coerente, stimolante e persistente.

Kalomodia Super Girl 2024 Jima – Debina 100% – Giallo paglierino luminoso, sprigiona sentori di mela, pescanoce, ananas e zagara, al palato è fresco, saporito, corrispondente e duraturo.

Pdo Santorini Skitali 2023 Hatzidakis – Assyrtiko 100% – Giallo paglierino, sfumature oro, sviluppa sentori di fiori di camomilla, susina, albicocca e lime, al gusto è dinamico, leggiadro, pieno ed avvolgente.

Giovanni Senese: la nuova visione della pizza napoletana tra tradizione, contemporaneità e sostenibilità

Il pizzaiolo originario di Napoli entra nella guida “Identità Golose – Pizzerie e Cocktail Bar d’Autore 2026”

Napoli – Giovanni Senese, pizzaiolo napoletano e interprete appassionato della cultura gastronomica partenopea, è stato ufficialmente inserito nella guida Identità Golose 2026 dedicata alle pizzerie e ai cocktail bar d’autore, un riconoscimento che premia la sua visione  la sua costante dedizione nel valorizzare l’arte della pizza.

Il suo percorso nasce da un’idea precisa: raccogliere l’eredità della tradizione napoletana e proiettarla nella contemporaneità, sviluppando un linguaggio culinario capace di restare fedele ai sapori autentici, ma anche di dialogare con le esigenze del presente.

Tradizione come radice, innovazione come chiave di lettura

Per Giovanni Senese la pizza oltre ad essere un piatto popolare e iconico, è soprattutto un patrimonio culturale da raccontare.
Il suo lavoro punta a preservare gesti, tecniche e sapori di un tempo, reinterpretandoli attraverso processi moderni: impasti alleggeriti, fermentazioni controllate, cotture studiate, topping che nascono dal dialogo tra memoria e ricerca. Il risultato è un impasto che racconta nello stesso morso passato e presente, nella pizza e in altri panificati di sua produzione.

Educare alla qualità, costruire un futuro più sostenibile

Uno dei cardini della filosofia di Giovanni Senese è la scelta rigorosa delle materie prime. Le collaborazioni con produttori che condividono la sua attenzione per la stagionalità, unita al lavoro quotidiano nel suo orto sinergico, rappresentano solo una parte del suo impegno: la stessa cura è rivolta a tutti gli altri ingredienti, dalle verdure ai latticini, alle carni allevate in modo etico, fino ai prodotti del mare provenienti da filiere controllate. Per lui, qualità e sostenibilità non sono solo un valore aggiunto, ma una responsabilità che guida ogni scelta nel suo laboratorio.

La sua missione è anche educare il pubblico alla qualità, far comprendere che una pizza eccellente nasce da un equilibrio tra gusto, tecnica e sostenibilità. Una pizza che rispetta la terra, chi la lavora e chi la mangia.

Il piacere resta al centro

In un’epoca in cui si parla molto di attenzione all’alimentazione, approccio moderno e tecniche, Giovanni Senese non dimentica la matrice del suo mestiere: donare piacere attraverso una pizza buona, genuina e memorabile. Ogni creazione resta visceralmente napoletana, intensa e armonica, capace di suscitare emozioni al primo morso: una pizza che si rinnova.

Un riconoscimento che consolida un percorso

L’ingresso nella guida Identità Golose 2026 conferma il valore del lavoro di Giovanni Senese e il crescente apprezzamento della critica di settore. Un traguardo importante che racconta un percorso di studio, dedizione e visione.