Modus di Paolo De Simone: il pranzo della domenica dal Cilento direttamente nel cuore di Milano

Paolo De Simone, creator e pizza chef della catena Modus Pizzeria e Ambasciatore della Dieta Mediterranea, da sempre impegnato nella promozione e nella valorizzazione delle tradizioni gastronomiche del Cilento, ha ideato per le domeniche che ci proiettano alle festività natalizie, un menù ad hoc. Il pranzo della domenica da Modus Pizzeria è un appuntamento pensato per chi desidera vivere il giorno di festa all’insegna del gusto, della convivialità e delle materie prime d’eccellenza. Con il concept il tuo pranzo della domenica a Milano, Modus trasforma il momento più italiano della settimana in un’esperienza autentica, calda e accogliente: un vero e proprio viaggio nel cuore del Cilento, pur restando nel centro meneghino.

L’obiettivo è semplice e ambizioso ovvero accogliere tutti da chi arriva da lontano o chi vive a Milano, da chi cerca un pranzo speciale a chi desidera solo un momento di serenità. Il tutto senza formalità, senza fretta, con quella naturalezza tipica del Sud, dove il cibo è cura, attenzione, relazione, la stessa che si crea davanti a piatti che sanno di ricordi, pizze che raccontano il Cilento, antipasti pensati per essere condivisi, dolci che riportano all’infanzia.

Ogni domenica, Modus propone un’esperienza gastronomica che unisce tradizione e creatività, con un menù dedicato in grado di valorizzare i prodotti tipici del Cilento e della Dieta Mediterranea, dagli sfizi e fritti più iconici, ai primi con pasta fatta in casa al profumo di ragù, passando per il pollo al forno e finendo con l’immancabile dolce della domenica.

Paolo De Simone nella scelta del menù mette come sempre al centro la sua filosofia Modus semplice mangiare, un conetto che abbraccia i valori della tradizione del pranzo domenicale in famiglia. “La domenica è il giorno della famiglia, del relax e del buon cibo. Con questo nuovo format voglio offrire a chi sceglie di trascorrere la domenica da Modus, uno spazio accogliente dove ritrovarsi e vivere un pranzo speciale, senza fretta, con la qualità che da sempre ci contraddistingue” afferma Paolo De Simone.

Ogni ingrediente del menu della domenica di Modus racconta una storia, ogni piatto porta con sé il ricordo di una domenica in famiglia, “cucinare significa custodire le radici, ma anche avere il coraggio di reinterpretarle con rispetto e curiosità” conclude Paolo che da sempre porta a Milano un pezzo del suo Cilento. I sapori autentici, la cultura dell’accoglienza, l’arte della condivisione, i profumi del cibo fatto in casa diventano un ponte tra Sud e Nord, tra tradizione e innovazione.

Dettagli

  • Ogni domenica dalle 12.30 alle 14.30
  • Modus Pizzeria Milano – Corso Magenta 25

Info e prenotazioni: +39 02 828 60326 / https://reservations-guest.teamsystem.cloud/moduscorsomagenta

Giovanni Senese: il pizzaiolo che riscrive la tradizione napoletana con etica, sostenibilità e l’orto biologico

Giovanni Senese, giovane pizzaiolo napoletano, si presenta al panorama gastronomico non solo come artigiano del forno, ma anche come portavoce di una filosofia che unisce pizza, etica e gusto. Dopo oltre dieci anni di esperienza e ricerca in Liguria, Senese è pronto a tornare nella sua Napoli per proseguire il suo percorso nella pizza contemporanea reinterpretando l’eredità partenopea con creatività e avanguardia. 

La pizza come equilibrio etico e alimentare

La filosofia di Giovanni Senese è un manifesto di principi che va oltre il semplice piatto, concentrandosi su tre pilastri fondamentali: 
Equilibrio: l’obiettivo è offrire un pasto consapevole, nutriente e bilanciato. 
Sostenibilità: per Senese è un imperativo morale che si traduce nella lotta allo spreco, nell’uso della filiera corta e nell’impiego di macchinari a basso impatto ambientale, ed grazie a questa attenta filosofia che 50Top Pizza gli riconosce il premio forno verde per la sostenibilità
Contaminazione: il racconto del suo percorso professionale, dalle radici sul lungomare di Napoli all’esperienza in altre regioni, si riflette nella creazione di audaci contaminazioni che esaltano le cucine locali. 

L’orto: dove la pizza prende vita

Il vero cuore della sua cucina di Giovanni Senese è il suo orto biologico, vivo e sinergico. Questo ecosistema segue i ritmi delle stagioni e detta quotidianamente il menù: qui nascono le materie prime – come melanzane, zucche, barbabietole ed erbe aromatiche – che vengono trasformate in topping, creme e contrasti di gusto. L’orto biologico per Giovanni Senese é un atto d’amore verso la natura, senza sprechi senza forzature e rappresenta in pieno la filosofia verde che caratterizza da anni l’attività di Giovanni Senese. 

Un Impasto che sfida la tradizione

L’impasto di Senese è un connubio di tradizione e scienza alimentare. Per garantire un alto profilo nutrizionale e una resa ottimale nella lievitazione, vengono utilizzate farine tipo 1 e grani antichi, oltre a dedicare un impasto specifico interamente al senza glutine. La lievitazione per Senese non ammette scorciatoie: solo tempo, aria, tecnica e pazienza. Il risultato è una pizza digeribile, soffice e completa sotto il profilo nutrizionale. 

Giovanni Senese dopo aver ricevuto il prestigioso riconoscimento di 3 spicchi da parte di Gambero Rosso è pronto a far scoprire la sua visione di pizza, un viaggio che parte dalla terra e arriva al piatto, dove tradizione, equilibrio, innovazione e natura si incontrano.

Le Cimate: il respiro del vino tra le colline di Montefalco

Tra le colline sinuose di Montefalco, dove i filari disegnano geometrie perfette e il vento accarezza la terra, il vino nasce come un atto d’amore. Qui, nel cuore verde dell’Umbria, si trova Le Cimate, una cantina che unisce radici antiche e visione moderna.

Una storia di famiglia e di coraggio

La storia della famiglia Bartoloni affonda le sue radici nell’Ottocento, quando il nonno Cavalier Paolo guidava con dedizione la Cantina Sociale dei Colli Spoletini. Poi fu la volta del figlio, l’ingegner Giovanni a portare nella tradizione familiare un approccio innovativo e razionale.

Ma è con Paolo, il nipote, che nel 2011 nasce il sogno chiamato Le Cimate: una cantina contemporanea, rispettosa della terra e sostenibile, grazie anche ai pannelli fotovoltaici che la rendono energeticamente autosufficiente. Un progetto che parla di continuità, passione e rispetto per l’ambiente, dove la tecnologia non è mai invasiva ma dialoga in armonia con la natura.

Un nome che nasce dal vento

Le Cimate” non è un’invenzione di marketing: è un nome che appartiene al luogo stesso, alla cima della collina su cui sorge la tenuta. Ventotto ettari di suolo limo-argilloso, acquistati nel 1993 dalla Curia di Spoleto, dove il vento porta con sé leggende antiche: si racconta che Santa Chiara della Croce, nel Trecento, pascolasse qui il suo gregge accanto a una fonte d’acqua oggi scomparsa.
Forse è solo una storia, ma quando il sole filtra tra i tralci e illumina la terra umida, viene naturale crederci. C’è davvero una luce speciale su questa collina una luce che sembra restituire vita a tutto ciò che tocca.

Innovazione e identità

All’interno della cantina, l’atmosfera cambia ritmo. L’acciaio lucido e i touchscreen che controllano le fermentazioni convivono con il legno delle botti dove maturano i rossi e l’unico bianco, il Trebbiano Spoletino, che affina un anno in rovere austriaco e due in bottiglia.

Il Montefalco Rosso DOC, nato nel 1979, non è una “versione minore” del Sagrantino, ma una denominazione autonoma, con un disciplinare preciso (Sangiovese 60-80%, Sagrantino 15-25%, altri vitigni rossi).
Il nonno di Paolo usava Cabernet Franc e Merlot; oggi, grazie alla consulenza dell’enologo Maurilio Chioccia, Paolo ha scelto di sperimentare: introduce il Refosco dal peduncolo rosso e il Tannat, varietà insolite per la zona ma capaci di donare acidità, colore e struttura. Il risultato è un vino più snello, elegante e verticale, che esprime il carattere di Montefalco con spirito contemporaneo.

La misura della qualità

Le vigne potrebbero produrre fino a 250.000 bottiglie l’anno, ma la famiglia Bartoloni ha scelto di fermarsi a 100.000. Una decisione controcorrente che privilegia la qualità, non la quantità.
Ogni grappolo è raccolto a mano, ogni fase seguita con cura artigianale e nella barricaia, immersa nel silenzio tra il profumo avvolgente del legno di Slavonia e dell’Allier, i vini riposano e respirano, trovando equilibrio e profondità nel tempo.

L’ospitalità: la voce del territorio

L’accoglienza è parte integrante del progetto Le Cimate. Nella sala degustazione panoramica, i visitatori vengono guidati da personale competente in un percorso che unisce racconto e assaggio.
Quando il vino arriva nel bicchiere, è come se la collina parlasse: ogni sorso racconta una sfumatura diversa della sua terra.

I vini degustati

  • “Dedicato a te” – Trebbiano Spoletino MC Brut Nature Millesimato 2021

(dosaggio zero, sboccatura prevista 06/2025)
Metodo classico sorprendente per identità e finezza. Profumi di pera Williams, fiori bianchi e agrumi, con un sorso teso e minerale. Lungo, elegante, autentico interprete del Trebbiano Spoletino in versione contemporanea.

  •  Trebbiano Spoletino DOC 2024

Giovane e vibrante, esprime la freschezza varietale del vitigno. Al naso fiori appassiti, pesca e mela; in bocca è rotondo, scorrevole, di grande equilibrio. Un bianco immediato e armonico, capace di conquistare al primo sorso.

  • Trebbiano Spoletino Superiore “Del Cavaliere Bartoloni” 2021

Un bianco di spessore e complessità. Profumi evoluti di humus e sottobosco, con un sorso pieno e strutturato. Il legno, perfettamente integrato, accompagna note di albicocca secca e frutta matura, per un finale elegante e persistente.

  • Montefalco Rosso 2022

Blend di Sangiovese (60%)Sagrantino (20%)Refosco (10%) e Tannat (10%), affinato 18 mesi in legno.
Profumi di frutti rossi e spezie dolci, tannini fini e una viva freschezza che rende il sorso dinamico e verticale. Un Montefalco Rosso moderno e coerente, firmato con mano sicura.

  • Montefalco Sagrantino 2018

Il cuore pulsante della degustazione.
Note di amarena, erbe aromatiche, tabacco e cioccolato fondente. In bocca è potente ma equilibrato, con una struttura imponente e un finale lunghissimo.
Un Sagrantino elegante e misurato, che dimostra quanto la forza possa convivere con la grazia.

  • “Macchieto” Umbria Rosso IGT 2018

Unione perfetta tra Sagrantino (50%) e Cabernet Sauvignon (50%).
Vino profondo e meditativo, con sentori di frutta matura, cacao e spezie scure. Denso e avvolgente, ideale da gustare con cioccolato fondente o da solo, in un momento di riflessione.

Un racconto che unisce memoria e visione

La degustazione firmata Giovanni Bartoloni è un percorso coerente e armonico, che attraversa le sfumature del Trebbiano Spoletino fino alla potenza del Sagrantino. Sette anni di affinamento raccontano una filosofia chiara: non avere fretta.
Il tempo, qui, è parte del vino stesso lo scolpisce, lo ammorbidisce, lo rende longevo. Paolo Bartoloni rappresenta la vera continuità della passione di famiglia per questa terra, che dona uve uniche, interpretando al meglio la tradizione in chiave innovativa.

A Sansepolcro debutta B.E.V.I. – Borgo Eccellenze Vinicole Italiane

A Sansepolcro (Ar), nei giorni 25 e 26 ottobre 2025 all’interno dei saloni del Borgo Palace Hotel si è svolta la prima edizione di B.E.V.I. – Borgo Eccellenze Vinicole Italiane. Oltre 100 produttori provenienti da tutta Italia, un parterre caratterizzato da prestigiose e affermate realtà vitivinicole del nostro Paese ed alcune valide emergenti.

Sansepolcro è una ridente cittadina in provincia di Arezzo, in Valtiberina, attraversata dal fiume Tevere, che si incunea tra le Marche, l’Umbria e l’Emilia Romagna. Nota per aver dato i natali a Piero della Francesca. Facilmente raggiungibile in auto, il luogo dell’evento è un hotel dotato di ampie sale meeting con ampio parcheggio.

Organizzato dal comune di San Sepolcro in collaborazione con AIS Toscana e aziende selezionate dal Wine Critic Luca Gardini, il programma è stato denso di masterclass ed iniziative nel centro storico.

Tanti i volti conosciuti ed alcuni assaggi memorabili di Toscana:

Bacicolo Toscana Rosso Igt  2022 Il Colombano di Santa Chiara – Cabernet Franc 100% – Rubino intenso,  sviluppa note di ribes, mirtillo, spezie dolci ed eucalipto, al gusto è vellutato,  fine, goloso e lungo.

Sassicaia Bolgheri Doc 2022 Tenuta Incisa della Rocchetta – Cabernet Sauvignon 85% e Cabernet Franc 15% – Rubino vivace, rivela sentori di frutti di bosco, amarena, violacciocca e spezie dolci; al palato scivola morbido, setoso e armonioso.

Guado al Tasso Bolgheri Doc Superiore 2022 Antinori – Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc,  Mere Petit Verdot – Rubino intenso, sprigiona sentori di frutti di bosco maturi, menta, vaniglia e polvere di cacao, avvolgente,  corrispondente e persistente.

Pugnitello Toscana Rosso Igt 2021 San Felice – Rubino profondo, libera sentori di frutti di bosco, cannella, tabacco e bacche di ginepro, al palato è pieno ed appagante con tannini setosi e un finale lungo e saporito.

Galatrona Val d’Arno di Sopra Doc 2023 Petrolo – Merlot 100% – Rubino intenso, dipana sentori di di mora, mirtillo, tabacco e liquirizia, sorso ricco, avvolgente, coerente è persistente.

Vino Nobile di Montepulciano Docg Madonna della Querce 2018 Dei – Sangiovese 100% – Rubino brillante, rimanda a sentori di violetta,  amarena,  prugna e spezie orientali; al gusto è avvolgente con tannini nobili dalla chiusura lunga e duratura.

Brunello di Montalcino Docg 2020 Capanna – Bel rubino tendente al granato, i sentori richiamano la ciliegia,  sottobosco, viola appassita e liquirizia, in bocca risulta vellutato. Elegante, generoso e appagante.

Rosso di Montalcino Doc 2023 Col di Lamo – Bel rubino, richiama sentori di violetta, marasca, frutti di bosco e arancia sanguinella, al palato è piacevolmente fresco, saporito e corrispondente. 

Sergio Zingarelli Chianti Classico Gran Selezione Docg 2020 Rocca delle Macie – Sangiovese 100% – Rosso rubino con sfumature granato, le note spaziano dalla rosa, alla ciliegia con nuances speziate e balsamiche. Il sorso è ricco e suadente nonché persistente.

Montecristo Suvereto Docg 2020 Bulichella – Cabernet Sauvignon e Franc, Merlot e Petit Verdot – Rubino brillante, emana sentori di prugna, mora, arancia, liquirizia e polvere di caffè; sorso dinamico,  setoso e armonioso

Biskè – Buon cibo, calda accoglienza, anima salentina

Un nuovo capitolo di gusto in via Nomentana: il calore del Sud incontra la convivialità romana.

Prende vita un locale che porta con sé la passione delle tradizioni e il sapore autentico del Salento.
Arriva Biskè, in via Nomentana a Roma, ristorante-pizzeria-braceria con un’anima salentina che fa della genuinità, dell’artigianalità e dell’accoglienza i propri valori fondanti. Un luogo dove ci si siede per mangiare bene ma si resta per sentirsi a casa.

Il calore e l’energia della Puglia.

Biskè nasce dall’esperienza e dalla visione di Giuseppe e Maria Todaro, coppia nella vita e nel lavoro, che da oltre trent’anni coltivano la passione per la buona cucina. Entrambi pugliesi d’origine, portano nella capitale il calore, l’ospitalità e i sapori della loro terra, trasformando ogni piatto in un racconto di identità e memoria.

«La Puglia è il nostro punto di partenza e la nostra anima» racconta Giuseppe Todaro, pizzaiolo e fondatore. «Ogni pizza, ogni puccia, ogni pezzo di pane nasce dal sole e dal grano della nostra terra. È da lì che tutto ha inizio.»

Una cucina che parla salentino

Da Biskè la tradizione incontra l’innovazione: pucce salentine cotte nel forno a legna, pizze ad alta idratazione (oltre l’80%) realizzate con farine pugliesi Molino Casillo, carni danesi alla griglia, fritti e dolci rigorosamente fatti in casa.
Il risultato è una proposta gastronomica che unisce autenticità e modernità, con un’attenzione estrema alla qualità e alla digeribilità.

Se la pizza napoletana parla il dialetto del Vesuvio, quella di Biskè parla la lingua del Salento: cotta a 300°C, fragrante e profumata, simbolo di una Puglia che si rinnova senza dimenticare le proprie radici.
E accanto alla pizza, la Puccia — morbida, croccante e saporita — è la vera ambasciatrice del locale: farcita con ingredienti genuini, stagionali e spesso sorprendenti, dal pulled pork agli hamburger artigianali.

La griglia, la convivialità, la casa

Da Biskè l’arte della griglia non è solo tecnica, ma rituale: il profumo del fuoco, la selezione delle carni, la cura nella cottura. Il banco carni — con costate, fiorentine e filetti danesi — è un richiamo alle antiche macellerie pugliesi, dove la qualità si sceglie a vista e la scelta parte da una fiducia incondizionata.

Gli ambienti sono ampi e accoglienti: sale interne luminose, un garden estivo perfetto per le serate romane, area bimbi e un palco dedicato alla musica live. Un locale pensato per famiglie, coppie e gruppi di amici, dove ogni tavolo diventa occasione d’incontro.

Un’identità che evolve, senza cambiare anima

Biskè segna l’evoluzione naturale di un progetto familiare nato nel 2005, che oggi si rinnova nel nome e nell’immagine, ma resta fedele alla propria filosofia:
 “Fatto in casa, fatto con cuore”.

La nuova identità visiva — contemporanea, semplice e riconoscibile — racconta un brand che cresce rimanendo autentico. Perché da Biskè non si entra solo in un ristorante, ma in una casa del gusto, dove ogni dettaglio parla di calore umano e tradizione.

Informazioni utili

Biskè – Via Nomentana 1040, Roma
Tel: 06 8209 8204 | WhatsApp: 351 7990 977
Orari: Invernali: Mar–Ven dalle 19:45 a mezzanotte | Sab–Dom dalle 12:30 alle 15:30 / dalle 19:45 a mezzanotte
Estivi: Mar–Dom dalle 19:45 a mezzanotte (Lunedì chiuso)
Parcheggio libero fronte ristorante

Giuseppe Cutraro, napoletano di Francia, vince l’undicesimo Campionato Mondiale Pizza DOC, il campionato con più gare al mondo

Giuseppe Cutraro, classe 1988, napoletano dei Quartieri Spagnoli e proprietario di Gruppo Peppe, dal 2020 in Francia con ben 8 sedi tra Parigi e Lyon, si è aggiudicato il Campionato Mondiale Pizza DOC – Pizza DOC World Championship 2025, undicesima edizione della rassegna dedicata al Mondo Pizza.

“La pizza mi ha cambiato la vita, ho girato il Mondo attraverso la pizza ed è la pizza che mi ha formato e mi ha fatto diventare l’uomo che sono oggi. Sono fiero di essere riuscito a sdoganare lo stereotipo del napoletano dei Quartieri Spagnoli senza destino e senza futuro, quello te lo crei, ti rimbocchi le maniche. A 18 anni vivevo in un basement a New York, da solo, e sognavo un giorno come questo. Sono un pizzaiolo napoletano contemporaneo, per me la pizza è del popolo e deve restare tale, ma siamo nel 2025 e ho deciso di apportare dare il mio tocco moderno alla tradizione” ha affermato Giuseppe Cutraro, fresco Campione Mondiale Pizza DOC 2025.

Giuseppe Cutraro ha vinto con una pizza semplice ma rivisitata. Tra le 4 categorie top, Cutraro ha vinto la categoria Pizza Classica con una pizza provola e pepe con un pomodoro San Marzano arrostito al forno, con aggiunta di un pomodoro confit all’uscita. 

Al secondo posto assoluto si è classificato Vincenzo Abbate, pizzaiolo napoletano con omonima pizzeria ad Aversa, in provincia di Caserta, che è risultato essere vincitore della categoria Pizza Contemporanea.

Terzo posto assoluto, invece, per Daniele Gagliotta, pizzaiolo napoletano d’America già vincitore assoluto del CMPD 2024, che è risultato essere vincitore della categoria Pizza a Ruota di Carro.

Questo posto assoluto, infine, per il francese di Strasburgo Pierre James Quirin, vincitore della categoria Pizza Margherita DOC.

Una vittoria ottenuta su poco più di 1000 pizze sfornate da circa 600 concorrenti. Numeri per l’undicesimo Campionato Mondiale Pizza DOC che lo rendono tra i campionati di pizza, se non il primo in assoluto al Mondo, con il maggior numero di competizioni affrontate durante la gara. I concorrenti sono arrivati al NEXT di Capaccio Paestum, in provincia di Salerno, da tutte le regioni d’Italia ma soprattutto da oltre 30 Paesi di tutto il Mondo. Tantissimi concorrenti, infatti, sono arrivati da USA, Australia, Portogallo, Brasile, Argentina, Canada, Cile, Venezuela, Ecuador, Colombia, Panama, Korea del Sud, Albania, Tunisia, Polonia, Svezia, Francia, Spagna, Regno Unito, Slovacchia, Romania, Ungheria, Malta ma soprattutto da tutta Europa. 

Un’edizione da record, quindi, supportata appieno dalla dall’amministrazione comunale di Capaccio, dalla Provincia di Salerno, dalla Regione Campania e dalla Camera di Commercio di Salerno.

Organizzato da Accademia Nazionale Pizza DOC, ente di formazione guidato dal presidente Antonio Giaccoli, l’undicesimo Campionato Mondiale Pizza DOC si è tenuto da martedì 11 a giovedì 13 novembre 2025 negli spazi del NEXT – Nuova Esposizione ex Tabacchificio, a Capaccio – Paestum.

“L’undicesima edizione del Campionato Mondiale Pizza DOC è quella dei record. Siamo riusciti a diventare il Campionato Mondiale della Pizza con il maggior numero di competizioni al mondo tenute dagli oltre 600 concorrenti. Un traguardo che diventa subito un nuovo punto di partenza per tutti noi. Un numero enorme di partecipanti, per le aziende in Expò e soprattutto per i visitatori – ha affermato entusiasta il patron Antonio Giaccoli – Vedere persone partecipare da 30 Paesi esteri rappresenta il fatto che stiamo lavorando bene. L’Accademia ed il Campionato Mondiale Pizza DOC contribuiscono a valorizzare il Made in Italy ed il ruolo del pizzaiolo nel mondo”

 Un’edizione resa possibile anche al supporto di aziende leader del settore come Mulino Caputo con le sue farine, i prodotti caseari di Latteria Sorrentina, il pomodoro San Marzano di Solania, i prodotti conservieri di Carbone Conserve, i forni elettrici di Sa.Car Forni, le impastatrici di Mecnosud, l’hotellerie di De Luca – Attrezzature per la ristorazione, gli abiti professionali di Divise e Divise, la mozzarella di bufala di Sorì.

Aziende partner a cui si vanno aggiungere le circa 70 aziende che hanno colorato gli spazi fieristici dell’Expò DOC.

Questi i vincitori di tutte le categorie in gara:

  • Pizza Classica, ovvero la pizza specialità del concorrente; 1. Giuseppe Cutraro, 2 ex aequo Simone Magliulo e Andrea Mazzucca, 3 ex aequo Alberto Paolino e Gannaro Arrichiello;
  • Pizza Margherita DOC, anche senza rispettare il disciplinare STG; 1. Qurin Pierre James, 2. Morelys Carrero, 3 ex aequo Salvatore D’Ambrosio e Cristian Nasti
  • Pizza Contemporanea, realizzata con tutte le moderne tecniche di impasto, 1. Vincenzo Abbate; 2 ex aequo Andrea Lecca e Giuseppe Pasquale Ciaburri, 3 ex aequo Cosimo Chiodi e Daniele Gagliotta;
  • Pizza a Ruota di Carro, la classica pizza napoletana dal diametro tra i 35 ed i 40 cm, 1. Daniele Gagliotta, 2 ex aequo Pietro Musto e Salvatore Lo Faro; 3. Espedito Ammirata;
  • Pizza in Teglia, ovvero la classica pizza a fette; 1. Vincenzo Marco Della Rocca, 2. Antonio Gargiulo, 3. Fabio Strazzella; 
  • Pizza in Pala, la classica pizza scrocchiarella; 1.Felice Mellone, 2. Davide Montalbano, 3. Paolo Valles;
  • Pinsa Romana, famosa per la sua forma ovale; 1. Gianluca Piersanti, 2. Luigi Ontella, 3. Gabriele Ferrarese;
  • Pizza senza Glutine, la pizza gluten free margherita o classica; 1. Rosa Anna Citro, 2. Paolo Valles, 3. Fabio Cartone;
  • Pizza Fritta, il classico “battilocchio” o quella larga con “due pettole”; 1. Isabella De Cham, 2. Giovanni Barbieri, 3. Mario Dattilo;
  • Fritti, ovvero le 3 tipologie di fritto classico e contemporaneo come il crocchè di patate, arancino e frittatina di pasta, 1. Vito Iuorio, 2. Ferdinando Gilvetti, 3. Simone Magliulo; 
  • Pizza Gourmet, la pizza realizzata come un piatto di alta ristorazione, sia salata che dolce, 1. Giuseppe Cutraro, 2. Carlo Cardone, 3. Durman Esquivel Quesada;
  • Pizza Romana a mattarello, novità di quest’anno, ovvero la classica pizza tonda romana stesa con il mattarello, 1. Vanessa Savi, 2. Giuseppe Pompamea, 3. Mattia Di Giavannantonio
  • Pizza Parigina, novità di quest’anno, uno dei pezzi di rosticceria più iconici della cucina napoletana;1. Fabio Ciano di Cianò Parigine;
  • Pizza in Team, con più concorrenti che possono concorrere in team anche in categorie differenti, 1. New Sud con Fabio Strazzella, Alex Muscaritolo, Angelo Buzzacchino, Gabriele Ferrarese; 2. Team Las Vegas con Antonio Mazza, Vincent Cavaleri, Cosimo Chiodi, Gianluca Abbate; 3. Cilento Pizza con Giuseppe Bonviso, Giuseppe D’Alessandro, Alberto Paolino, Gabriele Passarelli; 3 Team Romania con Iannis Antonelakis, Vlad Holicov, Simone Castaldi, Alessandro Cardone;
  • Pizza a due, la collaborazione con uno chef o pasticcere o pizzaiolo, 1. Tamer Mohamed Ali, 2. Mohamed Moustafa E, 3. Veronica Matturo;
  • Brand di Pizzeria, un vero e proprio mini torneo tra grandi catene di pizzerie, 1. Manuè Ristorante Pizzeria di Bergamo; 2. Da Zero di Milano; 3 ex aequo Rossanos e Al Sotto Porzio di Napoli;
  • Pizza DOC School, ovvero il concorso dedicato agli istituti scolastici alberghieri, con l’istituto scolastico “Ancel Keys” di CastelNuovo Cilento a vincere il primo premio;
  • Free Style, il vero spettacolo acrobatico tra pizza e pizzaiolo, 1. Francesco Valente, 2. Alex Muscarutolo, 3. Rodny Lopez;
  • Pizza più larga, la pizza dal diametro più lungo, 1.Susana Sanchez Cruz, 2. Walter Di Natale, 3. Giovanni Lisa;
  • Pizza più veloce, la pizza stesa nel minor tempo possibile, 1. Alfio Cavallaro, 2. Luigi Pappacena, 3. Giovanni Lisa;
  • Trofeo Panuozzo DOC, dedicata ad un vero e proprio fratello della pizza, 1. Fabio Strazzella, 2 Nunzio Mascolo, 3. Flavio Di Martino;
  • Trofeo Pizza e Vino, novità di quest’anno, dove si celebra e si premia il pairing tra pizza e calice di vino, 1. Cosimo Chiodi, 2. Francesco Pio Comune, 3 Michele Friello
  • Trofeo Pizza e Drink, novità di quest’anno, ovvero il pairing tra pizza e cocktail, 1. Michele Friello, 2. Balazs Attila, 3. Mario Libero;
  • Pizza DOC Lovers, la categoria per i pizzaioli amatoriali, 1. Antonio Castiello, 2. Alessandro Memoli, 3. Massimo Esposito.

Tra le tante menzioni speciali, ricordiamo:

  • Miglior Pizzaiolo Estero 2025 – Pierre James Quirin
  • Miglior Pizzaiola Doc 2025 – Isabella De Cham 
  • Pizza DOC Special 2025 – Giuseppe Cutraro

Alle categorie in gara si aggiunge poi Pizza DOC Social. Tutte le pizze in gara fotografate dall’11 al 13 novembre saranno inserite in un album apposito condiviso sui canali facebook del Campionato. Dal 20 novembre alle 23.59 del 5 dicembre il pubblico potrà votare la pizza preferita e scegliere il vincitore della categoria. La foto che avrà ricevuto il maggior numero di like, sarà la vincitrice della categoria. Il vincitore sarà premiato il 10 dicembre in occasione dei Pizza DOC Awards 2025, che si terranno al Teatro Mediterraneo della Mostra d’Oltremare di Napoli.

Oltre 100 tra giornalisti di settore e foodblogger hanno valutato le pizze in gara. “E’ stato un Campionato davvero speciale. Si respirava un clima entusiasmo, sia da pizzaioli giovani che meno giovani, ma anche da parte dei giudici, infatti non ho percepito affatto chiusura, anzi c’è stata una volontà di confrontarsi, di capire. C’è stato sicuramente un salto di qualità incredibile” ha affermato la presidente di giuria Antonella Amodio, vero punto di riferimento per l’informazione food&beverage. Il giornalista Alfonso Del Forno, invece, è stato il giudice della sezione Pizza senza glutine.

Direttore tecnico della gara è stato Marco Di Pasquale, maestro pizzaiolo coadiuvato dai docenti della Accademia Nazionale Pizza DOC. 

Durante i 3 giorni di gara sono tornati i DOC Talk, i workshop di approfondimento condotti da Luca Fresolone, meglio conosciuto sui social come “La cucina del Presidente”. Protagonisti del format sono stati il giornalista Luciano Pignataro, la presidente di giuria Antonella Amodio, il giornalista Vincenzo Pagano, i libri dell’Accademia Nazionale Pizza DOC con Errico Porzio, Salvatore Lioniello, Cristian Zaghini, gli chef stellati Peppe Guida e Paolo Gramaglia, i food creator Gegè di Eat Food Porn e Giuseppe e Federica di Il mio viaggio a Napoli, la rucola della Piana del Sele di Ortomad, la pizza napoletana con prodotti al 100% campani e la Regione Campania, diversi incontro con onlus e cooperative sociali dedicata al supporto di bambini con disabilità e pizzaioli sordomuti. Una kermesse enorme che permetterà al vincitore Giuseppe Cutraro di guardare al futuro con un entusiasmo maggiore soprattutto dopo essersi aggiudicato il titolo di vincitore assoluto dell’undicesimo Campionato Mondiale Pizza DOC – Pizza DOC World Championship.

Ricordi di un’estate al ristorante Caracol con i vini del Consorzio Tutela del Roero

L’avvicinarsi dell’inverno porta con sé la bellezza del foliage e quella malinconia tipica delle giornate di sole sempre più corte. Abbandonarsi ai ricordi dolci dell’estate è un toccasana per l’animo, ripensando ai tanti momenti di festa e di unione, nelle serate trascorse a parlare di cultura enogastronomica.

Ripensare ai tramonti sfuggenti del Caracol, ristorante gourmet sulla baia di Bacoli, ai piatti firmati da chef Angelo Carannante e alla proposta vini in abbinamento curata dal Consorzio Tutela del Roero è il paradigma ideale per comprendere le cose belle della vita.

Massimo Damonte, presidente del consorzio, racconta la storia di un territorio ancora da scoprire, posto nella parte sud del Piemonte: «In queste colline si fa vino sin dal 600 secondo gli scritti a noi pervenuti. L’Arneis, la varietà autoctona per eccellenza nel territorio, veniva proposto in versione dolce o per il Vermouth di Torino, fino al cambio di prospettiva ed alla valorizzazione della sua versatilità nelle tipologie spumante e secco».

I suoli derivano dai fondali subacquei preistorici, una delle ultime zone collinari riaffioranti dal mare. Ricco di biodiversità il Roero è una delle poche denominazioni italiane ad avere la menzione Docg sia per il bianco che per il rosso. Nelle Menzioni Geografiche Aggiuntive emerge la forte eterogeneità tra zona e zona, eliminati i declivi posti a fondo valle. Ben 19 i Comuni interessati lungo l’antica via del commercio che collega la regione con la confinante Liguria.

«Il 1436 è stato l’anno della svolta – prosegue Damonte – L’Arneis venne individuato tra i filari di Nebbiolo, veniva paragonato al moscato e come tale si poteva anche mangiare. Il nome deriva dalla collina di Renesio, luogo a maggior vocazione per la coltivazione dell’uva». I bianchi dimostrano la delicatezza dei sentori floreali e mediterranei e un’ottima spinta salina che li rende agevoli alla beva e pronti a resistere al tempo.

I rossi sorprendono per uno stile diverso del Nebbiolo proveniente dalla riva destra del Tanaro. Carattere energico dei tannini in gioventù, corroborati da spezie scure e buona balsamicità, nell’evoluzione diventano compagni insostituibili anche da semplice meditazione. Nei piatti di Angelo Carannante del Caracol, ristorante una stella michelin, il pescato selezionato e quel tocco sempre presente di erbe aromatiche, consentono abbinamenti stuzzicanti, fuori dagli schemi.

Come nei tubetti rigati, anemoni, ricci di mare, salsa di rafano e sconcigli o come nel riso carnaroli riserva San Massimo, salsa verde, gamberi e limone candito. Fresco e da tutto pasto l’Arneis spumante millesimo 2019 “RitaSté” di Tibaldi.

Versatile invece l’Arneis 2024 di Marco Porello, annata per nulla semplice e storico l’Arneis Riserva 2017 “7 anni” di Angelo Negro con tocchi di vaniglia e frutta tropicale che ne allungano il sorso. Sul finale il Roero 2001 di Monchiero Carbone a rendere indelebile una notte di mezza estate.

Il villaggio operaio di Crespi d’Adda, un sogno industriale divenuto Patrimonio UNESCO

Dietro le mura ordinate e le strade silenziose del villaggio operaio di Crespi d’Adda si nasconde una storia di visione e coraggio imprenditoriale. Una storia che porta il nome di una famiglia capace di trasformare un’idea in un modello sociale unico, anticipando di decenni i temi del welfare e della dignità del lavoro.

Collocato tra Milano e Bergamo, in una piccola valle tra il fiume Adda e il suo affluente, il Brembo, Crespi d’Adda è un villaggio operaio progettato tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, quando in Italia nasceva l’industria moderna, per garantire case e servizi agli operai del cotonificio dei Crespi: un raro esempio di utopia industriale concretizzata, dove lavoro, vita e comunità si intrecciavano in un progetto visionario e armonico.

Case ordinate, tutte uguali, con giardino e orto. Una scuola, una chiesa, un teatro, persino un lavatoio pubblico con l’acqua calda. Il concetto era chiaro: se l’operaio vive bene, lavora meglio. E in questo equilibrio tra produzione e vita privata, tra industria e comunità, si rifletteva una visione paternalistica ma anche profondamente innovativa.

Nel 1878, quando iniziarono i lavori per la costruzione del villaggio qui non c’era praticamente nulla: solo boscaglia e qualche robinia.

I terreni vennero acquistati da Cristoforo Benigno Crespi, imprenditore tessile originario di Busto Arsizio, che conosceva bene la zona: qualche anno prima aveva tentato di avviare un’attività industriale a Vaprio d’Adda, poco distante.

Quella che inizialmente sembrava una sfida ambiziosa si trasformò ben presto in un progetto visionario, grazie soprattutto all’opera che portò avanti suo figlio Silvio: la creazione di un villaggio operaio che non fosse un semplice luogo dormitorio, ma una vera e propria comunità autosufficiente. Per realizzare questa visione, Crespi decise di dotare il villaggio di una serie di servizi fondamentali.

Uno di questi fu la scuola, oggi sede del Visitor Center UNESCO. Sulla porta campeggia ancora la scritta: Scuole Asilo S.T.I. L’istruzione, per la famiglia Crespi, era un valore centrale: volevano che ogni membro della comunità fosse in grado di leggere, scrivere e far di conto. Le prime generazioni di operai erano in gran parte analfabete, ma i loro figli iniziarono tutti a frequentare la scuola fino alla quinta elementare.

Le maestre erano scelte direttamente dai Crespi e assunte come dipendenti dell’azienda. Al termine del percorso scolastico, i bambini potevano decidere se iniziare subito a lavorare in fabbrica oppure, se particolarmente meritevoli, proseguire gli studi.

Di tutti le costruzioni presenti nel villaggio, la chiesa è sicuramente quella più particolare. Non rispecchia l’architettura degli altri edifici: il suo stile ricorda quella rinascimentale di Bramante, una scelta che richiama la chiesa di Busto Arsizio, paese d’origine della famiglia Crespi, alla quale erano profondamente legati.

Inizialmente costruita come cappella del villaggio, era destinata alla celebrazione delle messe festive e feriali. Con il passare del tempo, la chiesa assumerà un ruolo sempre più centrale nella vita religiosa della comunità, diventando prima vicariato parrocchiale e poi, nel 1983, parrocchia a tutti gli effetti.

Proprio di fronte alla chiesa si trova il cosiddetto “castello”, l’edificio che fungeva da dimora di rappresentanza della famiglia Crespi. I proprietari non vivevano stabilmente nel villaggio, ma a Milano, in via Borgonuovo. Quando necessario, si trasferivano temporaneamente al “castello”. Per facilitare le comunicazioni tra Milano e Crespi, fecero installare una linea telefonica diretta: la prima di tutta la zona.

Per quanto riguarda gli edifici del villaggio, all’inizio, nel 1878, esistevano solo i caseggiati. Successivamente vennero costruite le villette monofamiliari e bifamiliari: abitazioni molto ampie, pensate per accogliere famiglie numerose, com’era comune all’epoca.

La colorazione delle facciate arrivò solo in un secondo momento, durante il periodo fascista. Quelli che oggi appaiono come curati giardini erano, in origine, orti destinati all’autosostentamento. Il bagno si trovava nel retro, in un piccolo edificio separato. Nonostante la semplicità, tutte le abitazioni erano dotate di acqua corrente ed elettricità, un dettaglio non scontato per quei tempi.

Le case venivano affittate agli operai della fabbrica a un prezzo simbolico, detratto direttamente dallo stipendio. Un modo per ricordare loro che la casa era legata al lavoro: si poteva mantenerla solo finché si era impiegati nell’azienda.

Negli anni Venti, dopo la Grande Guerra, le condizioni dei lavoratori migliorarono. Iniziarono ad avere del tempo libero e venne istituito il dopolavoro, uno spazio dove ritrovarsi, giocare a carte, bere qualcosa a bassa gradazione alcolica e socializzare. Il tempo libero era comunque organizzato: il villaggio offriva impianti sportivi, un velodromo, una banda degli operai finanziata dai Crespi (che fornivano anche gli strumenti musicali) e persino una piccola compagnia teatrale.

Accanto alle abitazioni erano stati predisposti dei lavatoi, per evitare alle donne la fatica di andare a lavare al fiume. Il lavatoio era anche un luogo di socialità femminile, e disponeva di acqua riscaldata, come i bagni pubblici, dove si poteva accedere a una piccola piscina e alle docce calde.

Dopo le abitazioni destinate agli operai, il villaggio prevedeva un’area riservata agli impiegati. Queste case riflettevano una condizione sociale leggermente superiore. Più curate e più recenti, vennero edificate negli anni ’20 e si distinguono per dettagli come tapparelle, terrazzini e sottogronda dipinti, segni di maggiore eleganza. Nulla però a che vedere con le ville dei dirigenti, collocate nella zona più appartata: residenze singole, molto più articolate, ciascuna diversa dalle altre e circondate da ampi giardini.

Questa disposizione degli edifici rispecchiava fedelmente l’organizzazione interna dell’azienda.

Ogni abitazione, ogni spazio, raccontava il ruolo che ciascuno ricopriva nella fabbrica, in un sistema dove lavoro e vita quotidiana erano profondamente intrecciati. Questa forte identificazione con il proprio mestiere emergeva anche nei momenti più solenni, come negli epitaffi delle tombe.

Uno in particolare, dedicato a un capo officina, recita:

“Forte e instancabile lavoratore, meccanico valente, capo officina, si acquistò stima dai superiori e ammirazione dai conoscenti.” Un tributo che non celebra solo la persona, ma anche il ruolo che ha incarnato con dedizione.

Per comprendere appieno il senso di questo luogo, è necessario raccontare la storia della famiglia Crespi, soprattutto, come già dicevo, del figlio del fondatore: Silvio Crespi.

Nacque a Milano nel 1868. Dopo la laurea in giurisprudenza a soli ventun anni, volò in Inghilterra per studiare da vicino l’evoluzione dell’industria cotoniera. Tornato in Italia, nel 1889 entrò nell’azienda di famiglia, assumendone presto la guida.

Tenace e instancabile, Crespi non si limitò a dirigere la fabbrica: fu protagonista in campo industriale, politico e finanziario. Pubblicò studi sulla sicurezza sul lavoro, guidò l’Associazione Cotonieri, sedette nel Consiglio Superiore dell’Industria e del Commercio. Alla presidenza della Banca Commerciale Italiana e dell’Automobile Club d’Italia, consolidò il suo ruolo di leader.

In Parlamento, da deputato e senatore liberale cattolico, si batté per l’industria e per i diritti degli operai. Dopo la Grande Guerra, il governo lo nominò ministro plenipotenziario, riconoscendo il peso di una figura che aveva saputo coniugare impresa, innovazione e responsabilità sociale.

In collaborazione con gli architetti Ernesto Pirovano e Pietro Brunati, Silvio contribuisce a definire l’assetto definitivo di Crespi d’Adda.

Silvio Crespi, sintetizza la sua visione in una frase che racchiude il senso profondo del villaggio:

“Ultimata la giornata di lavoro, l’operaio deve rientrare con piacere sotto il suo tetto, curi dunque l’imprenditore ch’egli vi si trovi comodo, tranquillo ed in pace.”

Alla fine degli anni Venti, il modello paternalistico su cui si fondava il villaggio inizia a mostrare i suoi limiti. I cambiamenti economici, sociali e industriali del Novecento rendono sempre più difficile sostenere un sistema così strutturato e dipendente dalla figura del “buon imprenditore”.

Tra il 1925 e il 1927 il cotonificio Crespi affrontò la prima vera crisi, causata dalle politiche autarchiche del regime che penalizzarono le esportazioni e portarono a pesanti licenziamenti.

La famiglia Crespi, pur avendo lasciato un’impronta indelebile, esce gradualmente dalla gestione diretta dell’azienda.

Nel 1929 Silvio vende la fabbrica, e con questo gesto si chiude simbolicamente l’epoca Crespi.

Superata la tempesta del ’29, nel 1930 nacque la Società anonima commerciale dei cotonifici Benigno Crespi, con sedi in Veneto e Toscana. Nel 1931 arrivò la fusione con il Cotonificio Veneziano e le Manifatture Toscane Riunite: nacquero gli Stabilimenti Tessili Italiani, un colosso con 21 impianti tra filatura, tessitura e finissaggio.

Nel 1937 la direzione fu affidata a Bruno Canto, che rilanciò la produzione sfruttando la congiuntura favorevole e avviò lavori di ammodernamento nel villaggio e nei servizi.

Il villaggio continua a vivere, ma perde quella visione unitaria che lo aveva reso un esperimento sociale unico.

Il 5 dicembre 1995 il villaggio operaio di Crespi d’Adda entra ufficialmente nella lista dei siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO. Nel 2003 lo storico stabilimento chiude i battenti. Dieci anni più tardi, nel 2013, la proprietà passa alla società Odissea, parte del Gruppo Percassi Il villaggio è oggi abitato in gran parte dai discendenti degli operai originari.

Ardecore: il cuore irpino che batte al centro della capitale

L’irpinia arriva a Roma. All’interno di un edificio storico nel vivace quartiere dell’Esquilino, a pochi passi da Piazza Vittorio Emanuele II, si trova Ardecore, indirizzo gastronomico dove il calore dell’entroterra campano sposa i gusti della capitale, in un trionfo unico di tradizione e contemporaneità.

Il ristorante pizzeria nasce con un progetto ben definito: “Dall’Irpinia a Roma – un viaggio nel gusto”. Il mix irpino-romano è elemento fondante fin dalla nascita: a dare vita ad Ardecore sono infatti tre soci, giovani ma di grande esperienza, che hanno deciso di mettere insieme competenze, visione e soprattutto origini. Alessandro Zirpolo, il pizza chef dietro al banco, originario di Manocalzati, e Roberta Boccella, vengono infatti dall’Irpinia, mentre Matteo Meloni da Roma.

Territorio Irpino al centro

L’intero concept del locale ruota attorno alle radici irpine dei fondatori Zirpolo e Boccella che, dopo esperienze maturate tra Avellino e la Svizzera, hanno deciso di trasferire nella capitale l’amore per la propria terra d’origine, costruendo insieme a Meloni un luogo dall’identità ben solida e con uno standard qualitativo altissimo.

La proposta gastronomica mette al centro i prodotti della tradizione irpina, con un menù dedicato ai piatti tipici della tradizione, dalla Maccaronara alle ricette di casa. Un menù che si arricchisce con le proposte della pizzeria, mantenendo l’Irpinia sempre protagonista tra salumi, formaggi, miele e confetture artigianali, tutti selezionati con cura da piccoli produttori locali. Prodotti che è anche possibile portare a casa acquistandoli nella Bottega all’interno del locale.

Una proposta gastronomica autentica

Punto forte della proposta gastronomica è un impasto della pizza che interpreta la tradizione napoletana in chiave contemporanea: cornicione pronunciato, lunga lievitazione, farine e ingredienti selezionati con cura dalle mani del maestro pizzaiolo Zirpolo.

Il menù delle pizze è più che mai ricco. Accanto alle più classiche, come la «Margherita» con pomodoro San Marzano DOP e fiordilatte di Agerola, si possono trovare proposte più creative e originali, come la «Zucchetta», con crema di zucca fatta in casa e salsiccia tagliata al coltello, e specialità gourmet come la «Tartufata», con crema al nero di Bagnoli Irpino, funghi porcini e pancetta arrotolata. Non manca una vasta offerta di fritti artigianali napoletani: crocchè, montanare, fiori di zucca e, ovviamente, la famosa, amatissima pizza fritta.

A completare l’offerta esperienziale una vasta selezione di salumi e formaggi tipici dell’Irpinia, la cantina con etichette della Campania/Irpinia, l’aperitivo dedicato all’Irpinia. Insomma, un menù che omaggia in ogni riga il territorio campano.

Calore e accoglienza tra le mura di un edificio storico.

Il locale nasce all’interno di un edificio storico, con archi e mattoni che custodiscono il fascino del passato, ma presenta un’anima moderna fatta di calore, dettagli curati e un servizio attento, capace di autentica accoglienza. L’arredo è di design, con pareti indaco che convivono accanto a un bancone rosso fuoco, circondati da pannelli fonoassorbenti per garantire comfort acustico.
Il risultato è un locale dal mood pop-contemporaneo, che sa inserirsi perfettamente nel quartiere Esquilino, vivo e multiculturale, in modo originale ma senza perdere l’identità territoriale. Un locale che vale sicuramente la pena di conoscere.

Apertura e contatti

– Dal martedì alla domenica, dalle 19.00 alle 23.00

– Via Buonarroti 32, 00185 Roma (zona Piazza Vittorio)

– Telefono: 06 6927 1955
– Sito web: www.ardecore.it – Social: Instagram @ardecore_pizzeria

Le armonie e il vino: un commosso ricordo del Maestro Peppe Vessicchio

Nel vicinato la gente lo conosceva come “il Maestro di Sanremo”. A Città Giardino, nel quartiere di Montesacro a Roma, esiste una certa armonia non comune nella capitale, tra villette e alberi e tra il suono costante del vento pomeridiano che accarezza e spinge le foglie dagli alberi.

Ed è il rapporto tra questo quartiere e la sua gente ad aver costituito l’alveo sociale naturale in cui Peppe, per tutti “Il Maestro”, ha scambiato sorriso e parole sincere, in umiltà e semplicità con chiunque, lontano dal clamore delle luci della ribalta televisiva.

Lo aspettavamo di frequente, quando aveva tempo, in enoteca da Francesco Bertini. Ragionando di vini e di metodi produttivi, decantavamo e tessevamo le lodi di questo o quel produttore o di quel vitigno meno conosciuto, ma comunque meritevole di affermazione. Era una chiacchierata tra appassionati enofili sul modo di sentirsi a casa, con qualche espressione napoletana e una virata immediata della conversazione verso forme mediterranee e calde dai sentimenti sinceri.

Peppe era così, schietto come i vini che amava e come la musica che componeva o arrangiava, anche se a comporre era più bravo a suo dire! E come i vini che produceva da qualche anno, era schietto il suo modo di ragionar di cose del vino: più che un’opinione, Vessicchio esprimeva quella che secondo lui poteva essere una tendenza, una strada nuova verso armonie di gusti più alte e ispiratrici.

Non è casuale che ad ogni occasione utile lui si ripetesse nella sua spiegazione dell’influenza delle sequenze armoniche sugli elementi essenziali del vino. Che “armonizzasse” una bottiglia o una barrique; Peppe intendeva riportare un ordine armonico in quel liquido facendo sì che quell’armonia inducesse un’apertura di gusti e di equilibri sensibili non altrimenti ottenuti.

E ce ne dava prova, aperta una bottiglia di un vino famoso ne versava metà in una caraffa “testimone” dello status quo ante, mentre applicava con lo smartphone alla base della bottiglia, appoggiata, una sequenza di suoni da lui composti per un tempo determinato.

Poi degustavamo da entrambe i recipienti. E sempre, sempre rimanevano a bocca aperta. “Ma che gli hai fatto a sto vino, Peppe?” E i commenti positivi si sprecavano…

Era come se il Pifferaio Magico avesse condotto tannini, antociani, minerali e note calde in uno schema geometrico sublime, a risultare perfetti in armonia al nostro gusto. 

E pensare che questo “Metodo Freeman” lui lo aveva studiato e sviluppato partendo dai pomodori, simbolo della tradizione campana della qualità dei cibi. Ma aveva scelto il terreno della tradizione enoica per affermarlo appieno. 

Da produttore, aveva scelto uve Barbera per “comporre” il suo “ReBarba” al quale applicava processi acustici di armonizzazione fin dal mosto nel tino, o nelle evoluzioni in botte. Anche le uve di Trebbiano aveva scelto per produrre un vino di inusitata freschezza. 

Tra le chiacchiere più divertenti c’erano i suoi racconti di episodi vissuti a Sanremo, kermesse storica del nostro paese in cui fu protagonista assoluto nella direzione d’orchestra prima, nell’ultimo decennio del secolo scorso e poi nel primo del nuovo secolo. Come arrangiatore, aveva collaborato con tantissimi artisti famosi, ma di tutti lui amava raccontare degli episodi con gli “Elii“ di Elio e le Storie Tese – battute esilaranti e iperboliche – spesso tecniche di argomenti musicali. 

E forse il nostro merito, come suoi amici, è stato quello di aver trovato sempre un ottimo vino da mescere al calice e godere in sua compagnia.

Quando dicevamo assieme che ”il vino buono lega le persone insieme come la buona musica” rappresentavano con lui di quel che vivevamo assieme in quei momenti in enoteca. Lo ricorderemo sempre, semplice e mediterraneo, col crine e la barba di Giuseppe Verdi, ma col calice di un intenditore di vini che aveva compreso quanto l’armonia dei suoni possa dare all’armonia dei vini.

Ciao Peppe, ciao Maestro!