I Caporale, Tre Galletti nella Guida 2026 Le Migliori 350 Pizzerie della Campania

Massimo riconoscimento nella pubblicazione curata dal giornalista Luciano Pignataro

Premiati tra le “Pizzerie Eccellenti” in 50 Top Pizza Italia 2025, per I Caporale di Casalnuovo arriva un’altra prestigiosa affermazione: l’ottenimento dei Tre Galletti della Guida 2026 Le Migliori 350 pizzerie della Campania curata dal giornalista e critico enogastronomico Luciano Pignataro con la collaborazione della giornalista Antonella Amodio.

Lo scorso anno la pizzeria dei fratelli Giuseppe e Raffaele Caporale aveva ottenuto Due Galletti nella stessa pubblicazione, un risultato già molto importante considerando il numero di locali recensiti in tutte le province della regione, corredati ciascuno da un giudizio di merito.

I Tre Galletti sono un premio per l’impegno dell’intera squadra, oltre che per la passione dei fratelli Caporale che in pizzeria hanno sempre al loro fianco papà Domenico: fu lui nel 2006 a rilevare l’attività coinvolgendoli con passione. Ed ora arriva questo nuovo riconoscimento per la pizza contemporanea tradizionale dei Caporale che si evolve tra studio e impegno quotidiano e dà vita a proposte sempre particolari, con stili e consistenze di impasto accattivanti.

Idratazione molto elevata e scelta dei topping- che sono un chiaro richiamo alle proprie radici – senza mai perdere di vista il territorio. Hanno trionfato per questo Giuseppe e Raffaele Caporale, con una menzione all’interno del giudizio anche per la piacevole sala, per l’importanza data al senza glutine e per l’ampia proposta di pizze, tutte molto equilibrate.

La tradizione familiare e l’identità contraddistinguono le preparazioni d’autore dei fratelli Caporale, realizzate con l’utilizzo della salutare farina Varvello: dai padellini croccanti – in cui il crunch la fa da protagonista – ai diversi stili e metodi di cottura, per pizze sempre molto leggere, piacevoli e digeribili. “Non possiamo che essere soddisfatti – spiegano Giuseppe e Raffaele Caporale -. Un risultato sorprendente che premia il nostro lavoro quotidiano assieme a quello di tutto lo staff. Ringraziamo soprattutto i nostri clienti perché senza i loro consensi non avremmo ottenuto questo riconoscimento”.

Antonio Tancredi conferma i Due Galletti nella Guida 2026 Le Migliori 350 Pizzerie della Campania

Il giovane pizzaiolo premiato per il lavoro nella sua pizzeria “Diametro 3.0” a Casoria

Passione, impegno, studio e creatività. Doti che Antonio Tancredi conosce bene e che gli sono valse la conferma dei prestigiosi Due Galletti della Guida 2026 relativa alle Migliori 350 Pizzerie della Campania. Nella pubblicazione curata dal giornalista e critico enogastronomico Luciano Pignataro con la collaborazione della giornalista Antonella Amodio, rispetto allo scorso anno sono stati recensiti ed inseriti nel volume 50 locali in più, di tutte le province della regione.

Con il team della sua pizzeria Diametro 3.0 di Casoria, in provincia di Napoli, Antonio Tancredi prosegue nel lavoro intrapreso nel 2018 soffermandosi su impasti morbidi, molto idratati, pizze dal cornicione pronunciato e con diversi topping: dai più classici e intramontabili ai contemporanei, più generosi nei condimenti, per abbracciare i gusti di una clientela sempre più eterogenea in termini di età e preferenze. Ecco che accanto alla margherita in menu c’è da qualche mese la Matisse, una pizza doppia cottura passata in forno a legna e poi elettrico condita con pomodori dalle diverse consistenze come se il disco fosse una vera e propria tela bianca su cui sprigionare il proprio estro.

Il riconoscimento della Guida 2026 segue anche la partecipazione del giovane ed innovativo pizzaiolo Antonio Tancredi a prestigiose kermesse del settore gastronomico in cui il confronto e la condivisione di idee e progetti mirano ad accrescere il proprio bagaglio culturale, come è avvenuto di recente con “Vinoforum” a Roma. “Essere presente nella Guida curata da un esperto del settore come il giornalista Luciano Pignataro – spiega Antonio Tancredi – è per me motivo di orgoglio. Mi spinge senza dubbio a proseguire nel mio impegno quotidiano assieme alla grande squadra della pizzeria Diametro 3.0 con cui sento di condividere questo ulteriore, prestigioso traguardo”.

Greek Wine Day 2025

Firenze da capitale d’Italia e capitale del Rinascimento per un giorno con Greek Wine Day, lo scorso 1° novembre è  tornata capitale del vino greco. L’appassionante evento giunto alla sua quarta edizione si è svolto nel salone Michelangelo dell’hotel Albani di Firenze. Strategicamente perfetto, a poca distanza dalla Basilica di Santa Maria Novella e dalla Fortezza da Basso.

Ideato da Haris Papandreou, grande appassionato ed esperto di vino e organizzato con il patrocinio del Consolato Onorario di Grecia a Firenze e la collaborazione di Fisar Firenze. Il più grande evento in Italia interamente dedicato al nettare di Bacco della penisola ellenica. 

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Visto il crescente successo della kermesse ed il grande interesse al vino greco da parte degli operatori e dei wine lovers, gli organizzatori sbarcheranno a breve anche in altre città italiane con lo stesso format. Come dire, squadra che vince non si cambia. Gli espositori presenti erano ben 49 con circa 225 etichette in degustazione e dietro ai banchi d’assaggio sia i sommelier, sia molti produttori, accorsi dalla Grecia per l’avvincente occasione.

È stata una ghiotta occasione per assaggiare e approfondire la conoscenza del vino di questo meraviglioso lembo di terra. La Grecia vanta una storia vitivinicola ultra millenaria ed un clima propizio per l’allevamento della vite,  nei terreni della penisola affondano le radici in prevalenza di varietà autoctone,  tuttavia, anche alcune internazionali. Le varietà di uva autoctone più diffuse sono: Assyrtiko, Vidiano e Malagousia a bacca bianca e Agiorgitiko e Xinomavro a bacca rossa.

Alcuni assaggi

Cavalieri Malagousia 2024 Chateau Nico Lazariti – Malagousia 100% – Paglierino luminoso,  sprigiona sentori di fiori d’acacia,  pesca, albicocca, cedro ed erbe aromatiche,  sorso fresco, saporito e coerente.

Vidiano 2024 Diamantakis Winery – Vidiano 100% –  Giallo paglierino con sfumature verdoline, rivela sentori di pera, mela cotogna, mandarino e mandorla,  gusto vibrante, stimolante e persistente.

Plano Assyrtiko 2023 Wine Art Estate – Assyrtiko 100% – Tonalità paglierino luminoso,  libera sentori di melone, frutta tropicale e lime, scivola fresco e saporito in bocca, finale lungo.

Petali 2024 Diamantakis Winery – Assyrtiko 100% – Paglierino brillante,  rimanda sentori di zagara, pesca, susina e sbuffi agrumate, la freschezza stimola il lungo e sapido sorso.

Mantineia 2024 Domaine Skouras – Moschofilero 100% – Giallo verdolino, i sentori richiamano la zagara, petali di rosa, ananas e agrumi, al palato risulta fresco, aggraziato e armonioso.

Mouhtaro 2023 Muses Estate – Mouhtaro 100% – Rubino vivace, emana sentori di ribes, lampone, ciliegia e fico, al palato risulta avvolgente pieno, appagante è persistente.

Idisma Drios XInomavro 2020 Wine Art Estate  – Xinomavro 100% – Rubino intenso, arrivano al naso note di prugna, lampone maturi, pomodoro e spezie,  tannini poderosi ma setosi,  suadente e duraturo.

Vasilio 2021 Estate Costantin Gofas – Agiorgitiko 100% – Bel rubino,  all’olfatto si percepiscono sentori di amarena, prugna,  polvere di caffè e di cacao e tabacco,  in bocca è vellutato, appagante e coerente.

La Guida Essenziale ai Vini d’Italia 2026 di Doctor Wine

Un periodo difficilissimo nella seconda metà degli anni ‘80, in seguito allo scandalo delle produzioni vinicole con metanolo, ebbe l’effetto di stimolare alcuni giornalisti e appassionati enogastronomici a creare dal nulla una guida ai vini d’Italia. Daniele Cernilli è ancor oggi il motore dietro la produzione di questo splendido libro che ogni anno, dal 1987, illustra gli areali vitivinicoli italiani e ne seleziona le produzioni migliori e più originali.

La “Guida” nasce assieme al Gambero Rosso nel contesto editoriale de Il Manifesto, ma se ne distacca già nell’anno successivo producendo la “Guida 1989” in seno alla Gambero Rosso Editore all’interno del Gruppo L’Espresso. Quell’anno è la svolta della pubblicazione in virtù della sponsorizzazione dal gruppo farmaceutico Sigma Tau, che produce ben sessantamila copie della guida e ne assicura il futuro. Cernilli è il fine analista del trio originario di produzione formato da Cernilli con Stefano Bonilli, giornalista economico, e Carlin Petrini, giornalista gastronomico — che creerà presto da ArciGola lo spin-off “Slow Food” ad illustrare il potenziale dirompente della cucina italiana in patria e nel mondo.

La Guida svolge da allora, anche grazie all’autonomia da Gambero Rosso acquisita nel percorso, una assidua ricerca delle produzioni vinicole emergenti da affiancare a solidi protagonisti affermati sui mercati internazionali. Cura del racconto del territorio, minuziosa descrizione dei processi produttivi in vigna e in cantina, racconti della storia — spesso intensamente familiare e ricca di aneddoti – dei produttori italiani più esigenti e identitari.

È a Roma all’Eur quest’anno, il 12 ottobre a Spazio Novecento, che Daniele Cernilli e la sua redazione presentano 92 tra le premiate cantine italiane meritevoli di inserimento nella “Guida Essenziale ai Vini d’Italia 2026”. L’evento segue la presentazione tenuta a Milano a settembre.

La pubblicazione riporta accuratamente migliaia di referenze, descrivendole gustativamente grazie al lavoro del nutrito team di degustazione ufficiale: le valutazioni sono classicamente in centesimi, ma si presentano partendo da un breve racconto dell’azienda (con appendice speciale se “enoturistica”) che viene valutata in “stelle” da una a tre; si conclude col prezzo sul mercato (che concorre al premio “Miglior Rapporto Qualità/ Prezzo”) e una valutazione del “DoctorWine” ovvero Cernilli stesso, ad apporre una sua faccina se il punteggio eccede i 95/100 e merita un suo endorsement.

Il bello di questo incredibile, massivo lavoro di raccolta dati e notizie — attualmente prodotto anche in inglese e tedesco — è offerto dal l’assegnazione di premi speciali che mirano a far luce sullo stato della viticoltura italiana: sono le aziende, le persone e i loro progetti a raffigurare il momento propulsivo dell’intero comparto per l’anno in analisi. 

Partendo dall’Azienda dell’Anno, la selezione declina la qualità del lavoro di produttori per il Vino Rosso, il Vino Rosato, il Vino Bianco, il Vino Dolce e il Vino “Vivace” dell’Anno, a ricomprendere le macro-categorie di produzione, terminando con l’Esordio Vincente dedicato alla più eccellente new entry italiana sui mercati. Si conclude con award riferiti alle persone, alla loro vita dedicata alla produzione vinicola culminanti con il Winemaker dell’Anno e il riconoscimento “Una Vita per il Vino”.

Una menzione speciale per la lista “I Migliori Vini da Monovitigno” rende infine il perimetro dell’eccellenza produttiva in Italia.

Ultimo, un premio “Progetto Qualità” assegnato al protocollo Equalitas ormai adottato da una azienda su cinque in italia.

All’evento, atteso da quasi un migliaio di partecipanti, troviamo 18 delle venti regioni italiane rappresentate, tra gli elegantissimi banchi d’assaggio, a comporre un affresco di colori equamente distribuiti lungo lo stivale. 

In realtà la giornata è il terminale di un intero anno di comunicazione su diversi media, inclusi i social media che hanno garantito ai produttori visualizzazioni – specie dei video descrittivi del vino – fino a 75mila visualizzazioni. Il sito di DoctorWine in particolare offre le valutazioni di intere verticali di vini eccellenti. 

Tra le centinaia di referenze in degustazione, ecco una selezione di quelle apparse più originali – o classiche, ma superiori alla loro stessa reputazione.

Elena Walch “Beyond the Clouds” 2022: è una delle produzioni più originali dell’areale attorno a Termeno, offre un blend incentrato sullo Chardonnay ma impreziosito da Pinot Bianco e altre uve autoctone minori. Complessità fruttata e floreale intensa e vibrante, per un gusto lungo e sostenuto da rilevante acidità. Gastronomico eppure suadente per palati innamorati dell’inimitabile purezza di gusto alto-atesina.

Attilio Contini 1898 “I Giganti” 2023: non presente in guida (dove è premiato un suo vino più mainstream), è una originalissima elaborazione del blendaggio di Vernaccia al 70% e Vermentino al 30%. Privilegia l’intensità e il gusto di erbe aromatiche ad aprire una struttura sapida non comune e pregna di sentori di mandorle e fichi secchi, con finale altrettanto complesso di tabacco e sbuffi di cioccolato bianco. Originalissimo.

Antinori “San Giovanni della Sala” 2023: ormai una referenza identitaria dell’Orvietano, questo blend di Grechetto e Procanico aggiunge Pinot bianco e, sapientemente, un 5% di Viognier a garantire persistenza a un bianco dell’Italia Centrale ricco di corredo olfattivo e palatale, incentrato su pesche gialle e fiori di campo. Apprezzabile l’equilibrio pressoché perfetto, per una boccata soddisfacente e protesa alla gastronomia locale.

Villa Cordevigo “Gaudenzia” 2023: un Chiaretto di Bardolino accattivante e persuasivo per eleganza e suadenza di profumi. Siamo in Valpolicella ed è d’obbligo attendersi vini classici, ma questo Chiaretto, assieme all’omonimo della casa più giovane e orientato alla ristorazione, ha più di un appeal originale e garantito dal blend di Corvina, Rondinella e Molinara, ad attrarre i palati più fini: sentori di rosa e violetta si sposano a fragola e lamponi, circondati da sbuffi di note agrumate. Non marca un finale significativo, ma persiste grazie alla sapiente fattura della casa e a una vena minerale che ne accenta il delicato aroma. Imperdibile.

Moser “Tracce” TrentoDoc Riserva Extra Brut 2012: la sfida del metodo classico a 132 mesi è vinta a mani basse! Uno Chardonnay intenso e dal perlage finissimo, esuberante di fragranze di farine e crosta di pane variegato da sentori di menta e pietra focaia, accenti agrumati di limone e fiore d’acacia. È un Trento DOC, consegna ciò che promette: immediatezza di gusto e cremosità mista a palato lungo e rapida successione di sapori. Non se ne lascia un goccio al calice.

Berlucchi “Palazzo Lana” Extreme Riserva 2014: altra sfida, i 115 mesi di un metodo classico caratterizzato da un semestre in barrique. Il colore oro-rosa tradisce da subito la natura Blanc de Noir, dacché il Pinot Nero suggerisce subito al naso le sue note agrumate miste a frutto di polpa gialla. Fragranza di crosta di pane in ottimo equilibrio, distinta la persistenza. Where’s the party?!

Lunae “Cavagino” Vermentino 2022: i Colli della Lunigiana sono incantevoli e la loro prossimità marittima mista al terreno ricco di marna e argille offre un letto ideale al Vermentino. È una creazione cantiniera di tutto rispetto, fondata su un 60% fermentato in barrique. Grande bocca che conferma un naso sufficientemente complesso, ad offrire note di pesca gialla e agrumi in moderazione, lasciando i sentori di frutta tropicale a garantire un gusto ricco e lungo, reso elegante dal finale di erbe aromatiche e da una combinazione di note calde e saline. Bello e seducente.

Tenuta di Fiorano “Semillon” 2022: il Lazio è una regione vinicola ampiamente sottovalutata, ma esordienti come questo Semillon d’origine bordolese rendono giustizia alla sua vocazione per i vitigni che amano i terreni vulcanici. Un anno in botte piccola, tradizione antica, a offrire sentori di cera d’api, mela cotogna e frutta gialla avvolto da una delicata nota balsamica e da uno sbuffo di fieno. Davvero elegante alla beva, deciso e moderatamente persistente: la tecnica della elaborazione è raffinata, per un gusto elegante oltre le attese.

Velenosi “Rêve” Offida DOCG 2023: è un Pecorino classico e al tempo stesso originale, dove la sontuosità delle note floreali – spicca la ginestra – tipiche di accompagnano a note agrumate miste ad erbe aromatiche. Nell’equilibrio tra mineralità salina e nota calda, si apprezza il gusto composto e lungo, con un finale delicato di erbe e fiorellini di campo.

Livio Felluga “Terre Alte” Rosazzo DOC 2022: *in cauda sublimis* avrebbero detto le legioni romane accampate ai confini dell’odierno Friuli. Livio Felluga è l’intelligenza e la visione identitaria di una cantina che ha generato una storia vinicola ancora attiva grazie ai figli. Marco è l’autore di questo blend ormai canonizzato all’Abbazia di Rosazzo dove oggi hanno residenza fisica le loro botti. Un taglio geometrico fatto di 40% Sauvignon, 30% Friulano e 30% Pinot Bianco, per un anno sui lieviti autoctoni e una evoluzione in barrique per il solo Pinot Bianco. Complessità eccezionale, quasi indescrivibile completamente: frutti a pasta gialla, eccelle la susina, conditi da sentori di passion fruit ed erba medica. Corpo avvolgente e leggerissimamente squilibrato verso la mineralità – ma è un friulano vero, te lo aspetti… boccata salina e persistente per un’esperienza gustativa completa e dal finale classico persistente. Una cassa subito, please.

Lunae “Vermentino Nero” 2024 a Toscana IGT: La giovanissima età trasmette già al naso le esuberanti note floreali di timo e rosa canina, lasciando al gusto l’onere di apprezzare il corpo e la struttura assieme ai dominanti sentori di ciliegia e lampone. È un bellissimo giovane dal color rosso rubino intenso, in cui prevalgono per ora note calde e acidità, ma il cui tannino si accenna e si combina con mineralità salina esprimendosi più nel finale accompagnato da una leggera nota amarognola. Grande promessa.

Peter Zemmer “Pinot Nero Riserva Vigna Kofl” 2022: probabilmente tra i migliori Pinot Noir italiani, è la creazione che meglio rappresenta questa cantina sulla “Strada del Vino” che collega Bolzano a Trento. Intensità immediata, equilibrio gusto-olfattivo invidiabile per un composto di frutti di bosco e amarena con note di cioccolato e fragoline. La morbidezza è intatta dall’acidità, un tannino suadente accompagna il gusto molto elegante fino al finale senza grandi influenze da barrique francesi – dove affina per 12 mesi. 

Casale del Giglio “Mater Matuta” 2021: non si sbaglia a definire questo vino un “SuperLatium” perché l’elaborazione del Syrah di casa Santarelli vive da quarant’anni una progressione inarrestabile. 24 mesi di barrique di primo impiego mirano a stabilizzare l’equilibrio con il 15% di Petit Verdot che costituisce l’ispirazione bordolese di questo vino molto complesso e ricco di sensazioni olfattive e gustative, dal balsamico floreale accentato di spezie e pietra focaia, alla frutta gialla mista a ciliegia con una speziatura a tratti materica. Finale lungo ed elegantissimo, per palati esigenti.

Michele Chiarlo “Barolo Cerequio” 2021: quasi un vessillo per questa famiglia di vini celebratissimi in tutto il mondo, l’annata del Cerequio premiata rappresenta l’Accademia per la elaborazione di un Barolo. Corpo armonico e struttura equilibratissima s’impongono al gusto ricco ed espressivo di amarena e lamponi, annunciati da note olfattive dense di rosa e frutti di bosco. La speziatura è presente, le botti di rovere per 24 mesi lasciano un segno giusto, ma il gusto è tanto ricco di luce e slancio quanto il brillante rubino che lo colora. Finale moderato ma intenso per lunghezza.  

Giuseppe Cortese “Barbaresco Rabajà” 2022: un esemplare splendido e forse inarrivabile del suo territorio, questo cru di livelli mondiali ha nella sua complessità avvolgente il suo merito maggiore. Melagrana e ribes in un contorno etereo di lacca, accento di maraschino fin nel finale, e tannino essenziale alla struttura perfettamente equilibrata di un Barbaresco memorabile nella edizione 2021. Da collezione.

Fiorentino “Taurasi Riserva” 2020: un gusto amplissimo e lungo, tannico nobile eppur marcato, sono i tratti di un campione dell’areale di Taurasi nel quale l’edizione 2021 Riserva conquista il podio più alto. Un cru, annunciato al naso da sbuffi balsamici a introdurre una complessità di bacche e more e marasche, confermata al gusto che termina con accenti di fumi nobili e pietra focaia. Bel risultato per un’azienda giovane e sostenibile grazie all’indipendenza energetica. 

Siro Pacenti “Brunello di Montalcino Riserva PS” 2019: l’esperienza ilcinese di un degustatore metodico e gaudente porta a guardare a questo Riserva PS nella prospettiva identitaria più moderna e raffinata. Frutti rossi e pesca gialla creano le fondamenta per sentori speziati e balsamici, acuti di erbe officinali: una complessità che induce allo studio, per un cru da viti settuagenarie che risulta un pò severo, dai 36 mesi in barrique, ma estroverso e godibilissimo per morbidezza e lunghezza dei tannini.

Vietti “Barolo Lazzarito” 2021: nel più classico dei terroir dove è prodotto il Barolo, emerge per modernità un Nebbiolo elaborato in botte grande per 30 mesi, equilibratissimo e distinti per l’armonia gusto-olfattiva tra i fiori scuri e l’erbaceo rispetto alla polpa di prugne nere a distinguere l’intensità delle percezioni. Tannini di classe assoluta, un gusto schiettamente nobile e magistralmente persistente senza alcuna perdita di equilibri tra i formanti. Annata memorabile.

Si avvicina alle battute finali il progetto solidale “Pizza, una questione di famiglia” di Enzo Coccia

L’iniziativa del pizzaiolo Enzo Coccia a favore dell’associazione S.O.S. Sostenitori Ospedale Santobono ETS, uno degli enti che sostiene lo storico ospedale pediatrico di Napoli.

Cibo, vino e solidarietà nello stesso format. Organizzato dalla sensibilità di Enzo Coccia e dei figli Andrea e Marco per aiutare l’ente che raccoglie fondi per realizzare progetti dedicati ai piccoli pazienti, garantendo cure all’avanguardia e ambienti di degenza più accoglienti sia per i bambini che per le famiglie che li accompagnano, il progetto è giunto alla fase finale con l’ultimo appuntamento previsto per il 10 novembre presso La Notizia 94 a Napoli.

Prima di Pierluigi Police, della pizzeria ‘O Scugnizzo di Arezzo con il figlio Gennaro è il momento del racconto della serata straordinaria del 13 ottobre con Attilio Bachetti, Pizzeria Da Attilio alla Pignasecca, con il figlio Mario. Ognuno dei tre appuntamenti ha visto infatti la partecipazione anche delle nuove leve della gastronomia partenopea a cominciare dal 29 settembre con Ciro Oliva di Concettina ai Tre Santi e papà Antonio.

Indispensabile l’apporto di linfa giovane per il disco di pasta lievitato più conosciuto al mondo, anche se l’occhio saggio dei genitori non può che indirizzare nella maniera giusta il talento dei ragazzi. Gli impasti si alternano tra diretti e con utilizzo di biga o pre-fermenti, ma è nei topping che si rivela tutta la grinta e le contaminazioni tanto in voga oggigiorno.

Mario, l’erede di Attilio Bachetti della pizzeria Da Attilio alla Pignasecca, ha colpito nel segno con la pizza “profumi d’autunno” con crema di finocchio, aglio nero, fiordilatte di Agerola, pan grattato croccante, finocchietto fresco e pepe nero. L’esperienza da uomo di partita imparata allo storico gourmet Del Cambio di Torino fa la differenza, anche nella proposizione dei dolci, articolati e diversi dalle consuete proposte.

Apertura con il Caseficio il Casolare di Alvignano di Mimmo La Vecchia e le sue ricottine di bufala, mozzarelle gustose e formaggi freschi o stagionati che rappresentano la forza di un intero areale nel cuore del casertano. Ne abbiamo già parlato su 20Italie con l’articolo riguardante il territorio del Matese: un giorno in Alta Campania alla ricerca del nostro “Vecchio West”.

Enzo Coccia si esalta nella “sua” Margherita con pomodoro San Marzano, fior di latte di Agerola, formaggio Grana Padano grattugiato, olio extravergine d’oliva e basilico unica e saporita nel suoe genere. A riguardo il celebre pizzaiolo, da poco promosso sommelier ad honorem dal presidente di A.I.S. Campania Tommaso Luongo, esprime così la propria soddisfazione: «Non esistono segreti per fare una pizza di qualità. Esistono tecniche e tradizioni da unire. Gli ingredienti contano, ma un artigiano deve saper lavorare con testa, cuore e mani».

Chiude l’ospite d’onore Attilio Bachetti, in parziale discontinuità rispetto al discorso precedente, esaltando invece gli unici protagonisti per un impasto perfetto: farina bianca, acqua e lievito. Poco importa chi ha davvero ragione, l’unica cosa che conta è il successo di pubblico per una iniziativa che fa bene al cuore e al palato.

Chocoland, a Napoli cinque giorni nella terra dei golosi

Dal 29 ottobre al 2 novembre, in piazza Municipio. Edizione speciale dedicata ad Halloween. Espositori, show cooking, spettacoli, laboratori ed intrattenimento per i più piccoli

Un’edizione speciale di Chocoland dedicata ad Halloween, quella in programma dal 29 ottobre al 2 novembre, a Napoli, in piazza Municipio. Protagoniste saranno le creazioni di maestri cioccolatieri e pasticcieri provenienti da ogni regione d’Italia e non solo. Oltre a specialità come il “torrone dei morti” di tradizione napoletana e il croccante siciliano, sarà infatti possibile gustare, nei numerosi stand allestiti nel cuore della città, il kurtos ungherese o varie tipologie di crepes. E, ancora, show cooking, spettacoli, laboratori ed intrattenimento per i più piccoli.

Organizzata dalla D2 Eventi, con il patrocinio di Casartigiani Napoli, la manifestazione giunge alla sua quarta edizione, forte del successo di pubblico che ha sfiorato lo scorso anno le 500mila presenze nei cinque giorni di apertura al pubblico.

Chocoland, tra le principali fiere del cioccolato artigianale di tutto il Mezzogiorno, sarà allestito anche quest’anno tra il Molo Beverello e Palazzo San Giacomo, con un fitto programma di eventi che prenderanno il via mercoledì 29 novembre alle ore 17, con una cerimonia di inaugurazione, per proseguire fino al 2 novembre con orario dalle ore 10 fino a tarda sera.

Tra i vari show cooking, che saranno presentati dal comico Lino D’Angiò, si segnalano giovedì 30 ottobre, quello che vedrà protagonista la Pasticceria Mignone che presenterà la sua “Perla Tartufata”. Appena ieri, la storica insegna di piazza Cavour, ha ricevuto la “Medaglia della Città di Napoli”, conferita come segno di stima e di gratitudine verso una realtà che da venticinque anni rappresenta un’eccellenza dell’artigianato dolciario napoletano.

Il 31 ottobre sarà invece la volta della Pasticceria Tizzano con lo chef Nicola Paparone che presenterà il celebre “Pastrocchio”, e il suo Babà, per l’occasione farcito al cioccolato. Ancora, sempre venerdì, alle ore 19, l’atteso appuntamento con il “Tiramisù Espresso” di Merisù.

Dal dolcetto allo scherzetto, con lo “Speciale Halloween Make-Up”. Giovedì 30 ottobre e venerdì 31, dalle ore 16 alle 20, sabato 1 novembre e domenica 2 dalle ore 10 alle 13 e dalle 16 alle 20, sarà possibile per adulti e bambini lasciarsi truccare per trasformarsi per qualche ora in esseri spaventosi, dagli zombie ai vampiri. Disponibile anche una selfie zone dove immortalarsi con una foto al fianco dell’Uomo Zucca o dello Stregone.

Tante le occasioni di divertimento per i più piccoli. Tra gli appuntamenti, il “Drago Luminoso”, con spettacoli previsti giovedì 30 ottobre e venerdì 31 dalle ore 16 alle 20, sabato 1 novembre e domenica 2 dalle ore 10 alle 13 e dalle 16 alle 20 e il teatro dei burattini di Mario Ferraiolo, con spettacoli diversi ogni giorno.

“Casartigiani Napoli è accanto a Chocoland per promuovere la fantasia, la cultura e l’artigianato: la vera magia di Napoli nasce infatti dalle mani e dal cuore” sottolinea Fabrizio Luongo, segretario dell’associazione di categoria degli artigiani.

Per Luigi De Simone, presidente della D2 Eventi, “Chocoland rappresenta ormai un appuntamento fisso per i tantissimi appassionati, proponendo una formula itinerante, che si svolge in alcune delle più importanti località della Campania, e che affianca al gusto tante occasioni di divertimento per adulti e bambini”.

Tutti gli eventi sono gratuiti e aperti a tutti. Info ed aggiornamenti sul sito https://chocolanditalia.it

Un viaggio tra gusto ed eleganza da Bellavista con Longo Speciality

Nel territorio collinare della Franciacorta, situato nell’entroterra del Lago d’Iseo, l’evento esclusivo che ha celebrato l’eccellenza enogastronomica italiana. Protagonista della serata è stata Longo Speciality, punto di riferimento nel mondo delle specialità gourmet, che ha scelto Bellavista, nota per la produzione di Franciacorta di alta qualità, quale sede dell’iniziativa.

Fondata nel 1961 da Consiglio e Carla Longo, Longo Speciality è oggi una delle realtà italiane più riconosciute nel settore dei regali enogastronomici aziendali di alta gamma. Nata come impresa familiare, l’azienda ha saputo evolversi nel tempo, mantenendo salde le proprie radici e allargando il proprio campo d’azione.

Giunta alla terza generazione, si distingue non solo per la qualità dei prodotti selezionati, ma anche per la capacità di innovare. L’azienda ha sviluppato una solida rete di export e un canale e-commerce dedicato alla vendita di specialità alimentari e vini italiani, portando l’eccellenza del Made in Italy in tutto il mondo.

Tra le iniziative che hanno segnato il percorso dell’azienda, spiccano la fondazione dell’Enoteca Longo a Legnano nel 1983, oggi punto di riferimento per gli estimatori del buon bere, e la creazione della guida “Fuoricasello”, un progetto editoriale che valorizza le eccellenze gastronomiche italiane situate nei pressi delle principali arterie autostradali.

A testimonianza della sua storia e del suo legame con il territorio, Longo Speciality ha creato lo Spazio Longo, un vero e proprio museo d’impresa situato nella cantina originaria di San Giorgio su Legnano. Qui, tra documenti, oggetti e racconti, si ripercorre il cammino di un’azienda che ha fatto della passione per il gusto e della cura per il dettaglio il proprio tratto distintivo.

Lo Spazio Longo non è solo un tributo al passato, ma anche uno sguardo al futuro, grazie al coinvolgimento della terza generazione – Andrea, Cecilia e Giulia – che porta avanti con entusiasmo e innovazione l’eredità di famiglia.

C’è un legame chiaro e coerente tra la passione per il gusto e la cura del dettaglio che da sempre caratterizzano l’azienda Longo, e l’eleganza della cantina Bellavista. L’esperienza della serata prende il via proprio qui.

La visita alla cantina inizia con il racconto della visione ambiziosa di Vittorio Moretti, patron di Bellavista, e della sua instancabile ricerca della perfezione. Tutto è cominciato con pochi ettari di terra, una casa immersa nel verde e una piccola cantina accanto. Un progetto nato dal desiderio autentico di creare un vino da condividere con gli amici, in un’atmosfera familiare. Ma quel sogno, semplice e genuino, ha presto preso il volo.

La svolta arriva con i viaggi in Francia, dove Moretti entra in contatto con una cultura enologica profonda e radicata. In quei luoghi, il vino non è solo prodotto: è parte integrante della vita, della storia, dell’identità. Qui si apprende dai grandi maestri, si visitano cantine leggendarie, si respira un’aria nuova che ispira e trasforma.

Nel 1981 l’incontro con l’enologo Mattia Vezzola dà vita a uno stile unico, basato su tradizione e innovazione. Vezzola contribuisce a definire il profilo sensoriale dei vini Bellavista.

Questa visione, nutrita da esperienze internazionali e da un profondo rispetto per il territorio, prende forma concreta nel lavoro quotidiano in cantina. È qui che la filosofia Bellavista si traduce in pratica, a partire dalla cura meticolosa della produzione. La visita prosegue infatti tra le vasche di fermentazione, dove ci viene raccontato il processo di raccolta manuale delle uve, la selezione dei grappoli migliori e l’evoluzione delle tecniche di vinificazione.

La visita prosegue e scendiamo nella bottaia, uno degli ambienti più suggestivi della cantina. Qui ci vengono spiegate le differenze tra i materiali utilizzati nel tempo e le tempistiche di riposo a seconda della tipologia di vino. Percorriamo le gallerie storiche, scavate nella roccia e dedicate al riposo del vino. Qui, l’ambiente è fresco, silenzioso e perfettamente organizzato: migliaia di bottiglie sono disposte ordinatamente, suddivise per annata e tipologia.

In queste gallerie si svolge anche il remuage, il processo che consiste nel ruotare manualmente le bottiglie per far depositare i sedimenti nel collo. Mentre molte cantine hanno automatizzato questa fase, Bellavista continua a eseguirla a mano, mantenendo viva una tradizione che contribuisce alla qualità finale del prodotto.

Concludiamo la visita con un aperitivo, è il momento di degustare Alma Assemblage 2 Pas dosè.

Questo vino rappresenta al meglio il patrimonio vitivinicolo di Bellavista, un perfetto equilibrio tra tradizione, qualità e identità locale. Un perlage fine e persistente, con bollicine cremose e vivaci. Sentori di agrumi, zenzero e note minerali. Equilibrato al gusto, con aromi di cedro, limone ed erbe aromatiche. Una lunga persistenza.

La serata prosegue con la cena gourmet. È l’occasione perfetta per continuare a scoprire il legame tra i vini Bellavista e l’alta cucina, in un contesto che valorizza il territorio e la qualità. Cena curata nei minimi dettagli dal catering Arte del Sapore con i piatti del ristorante stella Michelin Acqua di Olgiate Olona, dove ogni piatto è stato ideato per abbinarsi al meglio con i vini della cantina:

  • Flan di porcini alle erbe di campo, Chutney di zucca, robiola tre latti abbinato al Brut Teatro Alla Scala 2020. È tra le etichette più rappresentative di Bellavista, espressione del suo stile raffinato. Alla vista si presenta con spuma fine e persistente, colore giallo paglierino intenso. Al naso emergono note minerali, agrumi, vaniglia e mandorla. Al palato è fresco, vivace, con un finale cremoso e minerale, elegante e pulito.
  • Ravioli al pomodoro secco, salsa al guanciale e ricotta salata accompagnati dal Franciacorta Rosé, questo Rosé è la declinazione intrigante e seducente del celebre e tradizionale spumante Bellavista, capace di unire la freschezza delle grandi bollicine alla delicata ma intensa struttura del Pinot Nero.
  • Controfiletto di cervo, jus ai mirtilli, purea di topinambur e pepe rosa con il Toscana IGT Merlot Quercegobbe, Rosso rubino intenso. Al naso spiccano frutti rossi, spezie e note balsamiche di mirto ed eucalipto. Al palato è elegante, fresco e sapido, con un finale lungo e armonioso.
  • Pera cotta all’hibiscus, mousse alle vinacce, polvere di sambuco incontra il Nectar. Demi-Sec da sole uve Chardonnay, provenienti da 30 vigneti collinari. I grappoli, appassiti in pianta, fermentano in parte in piccole botti di rovere. Dopo 4 anni di affinamento, il vino si presenta con profumi di frutta candita, miele e fiori. Al palato è morbido, cremoso e avvolgente.

Grazie alla sua profonda conoscenza del territorio e alla passione per l’eccellenza, Longo Speciality ha dato vita a un evento che ha saputo valorizzare le tradizioni locali, l’arte dell’ospitalità e il piacere dello stare insieme. Un’occasione speciale che ha messo in luce il meglio della cultura enogastronomica italiana, lasciando un ricordo vivido e confermando il ruolo centrale dell’azienda nella promozione del bello e del buono.

Un ruolo che trova la sua espressione più autentica nella capacità di trasformare questa ricerca di eccellenza in un linguaggio universale: quello del dono. Ogni confezione, ogni selezione, non è soltanto un insieme di prodotti scelti con cura, ma un gesto pensato per creare legami, emozioni e memoria condivisa. È in questa capacità di rendere il regalo un’esperienza che Longo trova la sua cifra più autentica e unica.

Prosit!

Rosé Revolution a Terre di Pisa Food & Wine Festival

Nel centro storico di Pisa, dal 17 al 19 ottobre 2025 presso piazza Vittorio Emanuele II ha avuto luogo “Terre di Pisa Food & Wine Festival”.

Pensato per diffondere la cultura, la promozione e valorizzazione della filiera enogastronomica pisana del cibo e del vino di qualità e far conoscere i prodotti delle “Terre di Pisa”. Tre giornate che hanno avuto in programma, oltre agli stand d’assaggio, anche numerose masterclass presso il Salone ex Borsa Merci della Camera di Commercio, guidate da esperti del settore e molti interessanti show cooking.

Tra queste anche la degustazione guidata “Rosé Revolution”, dedicata ai vini rosati della provincia di Pisa condotta da Dario Pantani ed Elisa Bani di FISAR Pisa. Un excursus sulla storia dei rosati e sui vitigni più diffusi nell’areale. Durante la masterclass sono intervenuti anche alcuni produttori presenti. Un vino snobbato in Italia per diversi anni, solo recentemente sono state riscoperte e apprezzate le varie tipologie variegate e ricche di fascino.

Qualche breve cenno su come si ottiene il vino rosato in versione fermo, anticipa le note sensoriali dei vini degustati.

Le vinificazioni in rosato più diffuse sono con breve macerazione delle bucce da uve a bacca nera con il mosto e conseguente separazione delle stesse oppure con la tecnica del salasso, prelevando dalla vasca di macerazione da un vino rosso una quantità di mosto variabile per vinificarlo senza il contatto con le bucce.

Le ore di permanenza a contatto con le bucce sono determinanti per fissare il colore e la temperatura in fermentazione influisce sugli aromi. Pertanto i colori variano e assumono varie tonalità, come: rosa tenue, rosa cerasuolo, rosa chiaretto e rosa buccia di cipolla, tuttavia la scala e la nomenclatura dei colori non è uguale per tutte le schede tecniche delle associazioni della sommellerie. La durata della macerazione influisce non solo sulla tonalità del colore ma anche sui sentori e sul gusto.

Le varietà di uva più diffuse in Italia per ottenere vini rosa sono, sangiovese, montepulciano, negramaro,  corvina e nebbiolo. Il rosato è un vino conviviale e versatile, in funzione del vitigno e della tipologia trova abbinamento con un vasto numero di piatti.

Brusio d’Era Le Palaie No Vintage spumante Rosato brut. Sangiovese 100% – Rosa tenue brillante, sprigiona sentori di rosa, fragola, ribes e crosta di pane. Attacco fresco, cremoso, sapido e duraturo.

Penteo Rosato Gianni Moscardini,IGT Costa Toscana Rosato 2024 – Ciliegiolo 100% – Rosa tenue dai riflessi aranciati, emana sentori di ribes, lampone, ciliegia e scorza d’arancia. Sorso fresco, avvolgente, saporito e persistente.

Larthia Podere Marcampo IGT Toscana Rosato 2024 – Ciliegiolo 50% Pugnitello 50% – Rosa cerasuolo, sviluppa note di fragolina di bosco, agrumi, origano e nuances balsamiche; vibrante, vellutato e lungo.

Rubedo Antica Fornace IGT Toscana Rosato 2024 – Foglia Tonda 100% – Rosa cerasuolo, rivela sentori di iris, frutti di bosco, pompelmo rosa, eucalipto e salvia. Attacco fresco e saporito, coerente e persistente.

Cimba Podere Pellicciano IGT Toscana Rosato 2024 – Sangiovese 70% Malvasia Nera 20% Canaiolo 10% – Rosa cerasuolo, rimanda sentori di frutti di bosco, albicocca, pesca, pompelmo e arancia. Il sorso è leggiadro, pieno, saporito e coerente.

Timo-rosa I Moricci IGT Toscana Rosato 2024 – Sangiovese e una piccola percentuale di Colorino – Rosa pallido, presenta sentori di zenzero, lavanda, erbe aromatiche e balsamiche. Fresco, dinamico, armonico e suadente.

Il Rosato di Spazzavento Podere Spazzavento IGT Toscana Rosato 2024 – Sangiovese 100% – Rosa chiaretto, al naso giungono note di agrumi, frutti di bosco e nuances fumée. Ingresso morbido, vibrante e saporito.

Incanto Rifugio dei Sogni IGT Toscana Rosato 2024 – Cabernet Sauvignon 100% – Rosa chiaretto, sprigiona sentori di scorza d’arancia, pietra focaia e frutta a polpa rossa. Al palato è avvolgente, pieno e corrispondente.

IngioveColline Albelle IGT Toscana Rosso 2024 – Sangiovese 100% – Rosa chiaretto, emergono sentori di frutti di bosco, ciliegia e arancia amara. Al gusto è rinfrescante, saporito e coerente.

Rossato Pieve de’ Pitti IGT Toscana Rosato 2024 Sangiovese 100% – Rosso rubino trasparente, presenta sentori di violetta, ciliegia, pino, incenso e menta. Il sorso è fresco, pieno ed appagante.

Un ringraziamento per il gentile invito a Claudia Marinelli di DarWine&Food per l’organizzazione delle masterclass.

Diana Beltrán e la dispensa della cucina messicana

Nel pentolone del tempo si leva un profumo. Il viaggio attraverso gli elementi primordiali, le spezie, la terra e il fuoco, due oceani, le foreste verdi, l’agave blu e il pozole che riempie l’aria. Il mais, dono sacro, macinato con cura, diventa tortilla tonda come la pancia del mondo, letto di gioia per carne, pesce, verdure e salse che danzano insieme in un’armonia di gusto, e dal sapore della Natura.

Il piccante del chili un bacio ardente e vivo; il coriandolo fresco, un’onda che risveglia l’anima. Il fumo del comal, un abbraccio caldo, forte e la vita che si celebra tra riso e fagioli, cacao e canti di gente. Ogni piatto un racconto, una storia da ascoltare, dalle feste di piazza, ai gesti quotidiani. Un inno alla vita, un sapore che incanta, nel cuore del Messico, ogni giorno è una festa.

Non è per nulla semplice cercare di descrivere una cultura millenaria come quella del Messico, dalla complessità antropologica e gastronomica, in un solo pezzo: le sue fondamenta sono gettate sulle straordinarie civiltà precolombiane, come i Maya, gli Aztechi e i Teotihuacani, le quali hanno lasciato a testimonianza siti archeologici come le Piramidi del Sole e della Luna, Chichén Itzá e Tulum, a dimostrazione della loro grande ingegnosità e spiritualità nel rispetto delle leggi della natura.

Tale retaggio e ricchezza storica si manifestano anche in tradizioni dal grande appeal popolare, come ad esempio il Día de Muertos: una ricorrenza che celebra i defunti e onora le radici indigene al tempo stesso, con influenze che restano comunque caratterizzanti dell’identità messicana; durante la celebrazione i messicani offrono ai defunti i loro piatti preferiti, spesso accompagnati dall’atole, una bevanda calda a base di mais, cannella e zucchero di canna. La varietà dei piatti tipici messicani, la ricchezza in termini di valori proteici e sali minerali, sociale e culturale della cucina messicana, è il motivo fondante della decisione da parte dell’Unesco di dichiararla, nel 2010, patrimonio dell’umanità.

Oltre al bellissimo tricolore, una delle cose che unisce e identifica per certi versi l’Italia e il Messico, è proprio la tradizione gastronomica: la cucina messicana e la cucina italiana non esistono, nella misura in cui le similitudini stanno proprio nel fatto che l’identità culinaria e la cultura gastronomica dei due Paesi, in relazioni diplomatiche e scambi bilaterali da oltre 150 anni, sono l’insieme delle reciproche cucine regionali, veri e propri Stati nel caso del Messico, che ne compongono un grande mosaico in termini di cultura, sfumature folkloristiche e sapori incredibili.

Diana Beltrán, la Cucina del Messico in Italia e nel Mondo

Si è trasferita in Italia da quando aveva 19 anni, decidendo di restare per l’amore della sua vita. Da qui ha viaggiato attraverso la gastronomia italiana e ne conosce le diverse sfumature regionali. Originaria dello Stato di Guerrero, precisamente di Acapulco, Diana Beltrán è una cuoca straordinaria che promuove da sempre la più autentica cucina messicana sia nel nostro Paese che in Città del Vaticano.

La sua è una storia fondata sulla necessità e al tempo stesso sulla passione, grazie alla quale si è sempre contraddistinta, facendo prevalere le sue radici e l’importanza di mostrare al mondo l’arte culinaria messicana e la sua grande vocazione ad essere, di diritto, parte della cucina internazionale.

Diana si è dedicata sin da piccola alla cucina, come ricordano le sue parole:

Il mio incontro con gli aromi e i sapori della cucina è iniziato da bambina, perché mia nonna era cuoca di un imprenditore e io vivevo in mezzo a quegli aromi. Ho un aneddoto d’infanzia: quando arrivavamo in paese, mia nonna aveva una di quelle vecchie cucine, tutte fatte di argilla, con un grande comal. Una donna arrivava con l’impasto appena macinato e nixtamalizzato e ci preparava le tortillas. Adoravo mangiarle solo con il sale. Ho imparato da mia nonna. È stata mia mentore e per me la cucina è stata le ali per volare. Grazie alla cucina, oggi sono Diana Beltrán e mi ha dato molte soddisfazioni“.

È molto apprezzata anche nel nostro Paese, dove ha aperto il suo primo ristorante venticinque anni fa, richiedendo sempre che gli ingredienti provenissero dalla Madrepatria e imparando l’arte dell’arrangiarsi. Creativa, volitiva, ingegnosa e lavoratrice ancora oggi Diana è sempre in prima linea per gli eventi ufficiali presso l’Ambasciata del Messico in Italia e per la Camera del Turismo del Messico, curando in prima persona tutte le preparazioni. È stata invitata diverse volte a Masterchef, come giudice internazionale, e ha svolto diverse masterclass per Gambero Rosso, fino ad ottenere un prestigioso premio da parte del governo messicano: il Premio Ohtli, ottenuto per la sua pedissequa promozione della cultura messicana all’Estero.

Proprietaria di celebri ristoranti capitolini come La Cucaracha e El Tiburon, Diana è affiancata oggi da suo figlio Gianluca Marinelli che presiede alle operazioni digitali dei suoi ristoranti, lasciandola concentrata sulla promozione della cucina di pesce messicana, ancora oggi poco conosciuta in Italia e che tanto rappresenta Guerrero.

Oltre ad aver cucinato per il Papa emerito Benedetto XVI, continua a preparare i suoi manicaretti per le centinaia di persone che visitano il Vaticano il tradizionale Presepe ogni anno, per non parlare delle celebrità tra attori cinematografici, letterati, cardinali, politici e calciatori che, provenienti dall’Italia e dal mondo, siedono alla sua tavola. Ama tantissimo dell’Italia il pane, la pizza e la pasta e i pomodorini dolci, come tutte le sfumature di pomodoro che il nostro Paese ha da offrire del resto.

Tra i piatti messicani in cui più si identifica Diana menziona le enchiladas verdes: è un piatto che va servito nelle tortillas di mais e che richiede piccoli pomodori verdi di origine messicana, a cui vanno aggiunti pollo, coriandolo, peperoncino, cipolla e molto altro.

La Cucina Messicana è Patrimonio Unesco

La cucina tradizionale messicana è un modello culturale completo che comprende l’agricoltura, le pratiche rituali, le abilità secolari, le tecniche culinarie e le usanze e i modi ancestrali della comunità. È resa possibile dalla partecipazione collettiva all’intera catena alimentare tradizionale: dalla semina e dalla raccolta, alla cottura e al consumo.”

Questo è quanto l’Unesco ha asserito nell’inserire la cucina messicana tra i patrimoni immateriali dell’Unesco.

Ovviamente, gli ingredienti più caratterizzanti alla base della cucina messicana, così come la descrissero i conquistadores quando approdarono sulle coste del Messico nel 1519, sono il mais, i fagioli e il peperoncino: questi elementi costituivano la colonna portante della dieta delle popolazioni indigene locali, per quanto è opportuno sottolineare che, ai nostri giorni, la produzione di caffè, cacao e vaniglia è di grande qualità.

Dalle contaminazioni con la cucina spagnola e dagli ingredienti provenienti dal Vecchio Continente nacque la cucina messicana, così come la riconosciamo e la apprezziamo oggi, da non confondere però con i modelli Tex-Mex, Mex-Cali e del Nuovo Mexico, dovuti all’influenza reciproca con gli Stati Uniti, che hanno dato vita a piatti come la tortilla arrotolata, il chili con carne e i burrito, spesso confusi come preparazioni autentiche.

Senza nulla togliere alle eccellenti gastronomie di altre aree del Messico, vale assolutamente la pena di menzionare almeno quelle più famose, professate e praticate nelle macro-regioni come Oaxaca, Yucatan e Riviera Maya, Veracruz, Puebla e Chiapas.

Il peperoncino

Il peperoncino è chiaramente originario del Messico: coltivato e utilizzato fin dal 5000 a.C. dalle civiltà preispaniche per la cucina, la medicina e come moneta di scambio, è stato introdotto in Europa da Cristoforo Colombo nel 1493, e da lì si è poi diffuso in Asia e Africa, diventando parte integrante di molte cucine del mondo. La stragrande maggioranza di cultivar di Capsicum L si trova in questa parte del mondo. Ciò che è opportuno sapere è che le proprietà organolettiche del peperoncino cambiano da fresco a essiccato, così come, nella versione disidratata, ne aumenta il contenuto di capsaicina.

Per questa motivazione il nome del peperoncino muta a seconda che sia fresco o secco: l’jalapeño, fresco e verde, diventa chipotle quando viene affumicato ed essiccato, presentando aroma affumicato, piccantezza media, rendendolo ideale per salse e stufati; il poblano, carnoso e poco piccante da fresco, da essiccato prende il nome di ancho e, sfoggiando note dolci di cacao e uvetta, si presta bene per diversi tipi di mole e le salse scure; Il chilaca, allungato e sottile, una volta disidratato diventa pasilla: con profumi di prugna secca e cioccolato, è perfetto per salse vellutate; Il mirasol, quando essiccato, si trasforma in guajillo: dal colore rosso brillante e dai sapori fruttati di pomodoro e frutti rossi, questa varietà è molto versatile in stufati e marinature; Il serrano fresco, una volta seccato, prende il nome di colorado e il suo colore rosso acceso arricchisce diversi tipi di salse; Il peperoncino bola è tondeggiante e croccante: da essiccato diventa cascabel, i semi liberi lo fanno vibrare come un sonaglio e l’aroma tostato e nocciolato è inconfondibile.

La gastronomia di Oaxaca

La cucina do Oaxaca è fatta di saperi antichi, ingredienti specifici e preparazioni, come quelle che vedono peperoncini, frijoles e spezie, selezionati con cura e preparati in un metate, un mortaio di pietra. La cucina oaxaqueña, oltre ai lunghi processi di tostatura e frittura degli ingredienti, seguiti da lunghe cotture, fonde sapori dolci a quelli aciduli, incorporando ingredienti tropicali come le banane, a formaggi, come il Quesillo, e alla panna acida. Le salse tipiche di Oaxaca sono i moles, il guacamole e la salsa molcajete, salsa piccante tradizionale, preparata con peperoncino morita tostato, pomodoro verde e aglio, il tutto pestato in un molcajete, un mortaio di pietra diverso nella forma rispetto al metate.

Il mole negro è una salsa ricca e scura, preparata con vari tipi di peperoncino e ingredienti tostati, come la tortilla di mais bruciata, e spesso include anche il cacao; Il mole amarillo, di colore giallo, è il meno complesso da preparare rispetto ad altri moles, ma è altrettanto ricco di ingredienti e gustoso. Il mole mancha manteles è una salsa rossa, che contiene peperoncino ancho, pomodoro, aglio, cipolla e spezie come ad esempio i chiodi di garofano; il mole mojo è una salsa rossa a base di peperoncino guajillo, cipolla, pomodoro, aglio, nocciole e sesamo.

Il Mole Verde invece ha un sapore leggero ed erbaceo, e viene preparato con tomatillo, peperoncini verdi, la hoja santa, un tipo di spezia messicano che ricorda il gusto del pepe, e il prezzemolo. Il mole amarillito deve il suo colore giallo al peperoncino chilhuacle, detto anche chile wajillo, mentre il mole coloradito ha un sapore leggermente dolce e il suo colore rossastro deriva dall’uso di pan de yema e zucchero, oltre a peperoncini rossi e, infine, il mole chichilo è il più raro e complesso, preparato con il peperoncino chilhuacle negro, in via di estinzione, e foglie di avocado.

Il guacamole, come tutti sanno, è una salsa verde a base di avocado, peperoncino verde, pomodoro, cipolla, coriandolo e succo di lime. A tavola non mancano mai le chapulines, cavallette tostate e condite, che aggiungono un sapore croccante e insolito a piatti come il guacamole, piuttosto che i tamales, panetti di pasta di mais, cotti al vapore e ripieni di carne, formaggio o pollo, oppure le tetelas: triangoli di masa ripieni, spesso di fagioli neri, che rappresentano un antojito, uno spuntino, costituito da un incrocio tra una tortilla e un tamale. Le tlayudas sono grandi tortillas di mais molto sottili e croccanti, simili a una pizza, guarnite con una tipologia di lardo tostato detto asiento, fagioli, insalata, cavolo, carne e quesadillo. Invece le tortillas fritte con carne, cipolla e un’insalata fermentata, sono chiamate garnachas.

È opportuno prestare attenzione a ciò quando si parla di tortillas de mais: quelle ben fatte ricordano talvolta l’odore della pioggia quando bagna la terra, talvolta di lieve sentore di muffa, ciò deriva dal processo di nixtamalizzazione, ossia dalla bollituradei chicchi in acqua e calce, atta ad aumentare la biodisponibilità e valore nutrizionale del cereale.

Ci sono anche il mole de Chepil, il chileatole, i mengues, l’estofado tehuano, il Zee Belá Bihui, una ricetta ancestrale, tramandata di generazione in generazione, che valorizza l’uso del mais tostato alla carne di maiale, poi la quesadilla de arroz e la malanga dorada, a base di un tubero tropicale appartenente alla famiglia delle Araceae, caratterizzato da una polpa gialla e un sapore che ricorda quello della castagna o delle patate dolci, sebbene più nocciolato. Immancabile il mezcal, di cui Oaxaca è la capitale assoluta.

Oaxaca è uno degli Stati del Messico che ben dimostra quanto questo Paese sia altamente produttivo: la sua biodiversità è considerata la più varia di tutto il Messico, la sua cucina ineguagliabile, tra le migliori del panorama nazionale, e le sue bellezze architettoniche, ragioni che richiedono a chiunque di visitare Oaxaca almeno una volta nella vita, potendo così ammirare templi religiosi, siti archeologici, edifici antichi e musei, passeggiando tra le variopinte strade di Oaxaca de Juárez. L’estate è probabilmente il periodo più indicato per visitare Oaxaca, di modo da apprezzare la cultura delle diverse etnie e partecipare alle celebrazioni della Guelaguetza.

La gastronomia dello Yucatan

Qui gli ingredienti, oltre a quelli che compongono la base tipica della cucina messicana sono l’achiote, noto anche come annatto o rocou, è una spezia derivata dai semi della pianta tropicale bixa orellana, utilizzata come colorante naturale rosso-arancio per alimenti come formaggi e riso, e come ingrediente per conferire un sapore lievemente pepato e terroso a piatti come la cochinita pibil; poi abbiamo il peperoncino habanero, per conferire una particolarissima piccantezza alle ricette e, infine, il chaya, una foglia spinosa locale che può essere usata nelle empanadas. Tra le salse più caratterizzanti merita la menzione il sikil pak, una crema densa a base di pomodori grigliati, semi di zucca e succo d’arancia, servita su tortillas, mentre l’huevo motuleño, consiste in un piatto di uova fritte servite su tortillas con fagioli neri, formaggio, prosciutto, piselli, banana e una salsa piccante.

Un piatto molto diffuso nello Yucatan, a base di formaggio di origine olandese riempito con carne macinata, servito con salsa bianca e salsa di pomodoro, è il queso relleno. Tipiche sono le papadzules, un tipo di tortillas di mais ripiene di uova sode, ricoperte da una salsa di semi di zucca e salsa di pomodoro e habanero, così come le panuchos y salbutes, tortillas fritte che possono essere farcite con fagioli neri, pollo, tacchino e accompagnate da verdure come pomodoro, lattuga e cipolla rossa sottaceto.

Il poc chuc, maiale marinato agli agrumi e cotto alla griglia, è molto apprezzato, esattamente come la sopa de lima, una zuppa profumata a base di carne di tacchino, tortilla chips e lime, il relleno negro, un piatto piccante di carne di tacchino o maiale, immersa in una salsa scura di peperoncini, oppure pescado en Tikin-Xic, cernia preparata con cipolle, spezie, tra cui pasta di achiote, chiodi di garofano, aglio, pepe di Castiglia, pepe Tabasco e sale, il tutto macinato e diluito in arancia amara, successivamente ricoperta con peperoni, cipolla e pomodoro a fette, avvolta nelle foglie di banano e grigliata.

Il piatto più iconico dello Yucatán, a base di carne di maiale marinato in succo d’arancia achiote, poi arrostito lentamente in foglie di banana, resta la cochinita pibil, mentre le marquesitas costituirebbero un delizioso dessert: consistono in cialde croccanti arrotolate, come crespelle, ripiene di formaggio Edam e dolcetti come latte condensato, crema pasticcera o cioccolato.

Tra i vari stati del Messico, quello dello Yucatan è uno dei più emblematici: siti archeologici, natura, città coloniali e spiagge dalle acque cristalline che si affacciano sul Mar dei Caraibi. Un viaggio nello Yucatan è un viaggio trasversale capace di incontrare le esigenze di ogni tipo di viaggiatore.

La gastronomia di Veracruz

A partire dalle picaditas, una tipologia regionale di antojos, preparato con una tortilla di mais con salsa de jitomat, carne di maiale o pollo, frijoles e peperoncino, la cucina di Veracruz si colora di ingredienti e sapori che trovano ottime combinazioni in piatti come l’arroz a la tumbada, un riso che combina un brodo molto ristretto e cremoso a gamberi, polpo e granchio a seconda della disponibilità.

Nella ricetta originale questa tipologia di molluschi e crostacei viene combinate anche ad altri pesci in tranci, piuttosto che a vongole e a cozze, a seconda della disponibilità, con cipolle e pomodoro, mentre l’aroma più caratterizzante è costituito dall’epazote, che può essere sostituito con il coriandolo. Imperdibile sia lo huachinango a la veracruzana che il pescado alla veracruzana: in un intingolo molto gustoso di pomodori, aglio, olive, capperi e peperoncini, serviti entrambi con tortillas di mais, il primo contempla prevalentemente pesci al trancio come il dentice o il branzino, mentre il secondo vede l’impiego di frutti di mare e crostacei.

Giusto per la cronaca: in questo Stato del Messico si trovano allevamenti di tarantole ed esistono pochi locali dove è legalmente consentito di servire ai clienti i tacos con l’artropode.

Tra le bevande tipiche di Veracruz vanno annoverate la Michelada, una birra con tabasco, salsa al pomodoro e peperoncino, e il Torito de Cacahuates, a base di arachidi, latte condensato e rum; inoltre, vista la rinomata produzione di caffè e vaniglia occorre provare il cafè lechero e godersi il rituale di preparazione.

Lo Stato di Veracruz si sviluppa entro la parte più interna del Golfo del Messico, presentando un paesaggio marcato da coste basse e mangrovie, nell’interfaccia marittimo, piantagioni nell’interno e montagne verso la Sierra Madre Orientale. il porto di Veracruz, detta “cuatro veces heroica”, è una tappa fondamentale in quanto mostra il volto messicano che sia apre ai commerci e all’incontro tra culture.

La cucina veracruzana è di grandissimo rilievo culturale in Messico, non soltanto perché combina i sapori di mare a quelli di terra, bensì perché costituisce l’eredità culinaria della cucina Jarocho e si distacca per alcune influenze ispano-mediterranee. Xalapa, la capitale, ospita il MAX – Museo de Antropología de Xalapa, tra le migliori collezioni olmeche del Paese, mentre più a nord precisamente a Papantla, è possibile visitare il sito archeologico di El Tajín, cuore della cultura totonaca.

La gastronomia del Puebla

Le attrattive di questa regione sono tantissime ma vale la pena citare al meno la piramide di Cholula, la più grande al mondo, e il Tempio di Santa María Tonantzintla, un mirabile esempio di architettura barocca messicana, con interni finemente decorati.

Tra le pietanze più iconiche del Messico, al punto da essere definito il piatto nazionale e che viene preparato, generalmente, da luglio a settembre, c’è il piatto di Puebla per eccellenza: il Chile en Nogada. Viene preparato con un tipo di peperoncino di dimensioni maggiori, il chile poblano, la salsa di noci e chicchi di melograno, come a rappresentare il tricolore messicano, assieme a una complessa preparazione di carne macinata di vitello e maiale, cipolla, pere, pesche e mela cotogna, con pinoli, mandorle, prezzemolo, peperoncino e formaggio di capra.

Non si può non contemplare il tradizionale Mole de Caderas: un piatto elaborato con carne di capra della regione di Tehuacan che, grazie al lungo ed attento periodo di svezzamento dell’animale, dona un sapore delizioso ed unico che potrà essere assaporato esclusivamente a novembre. Inoltre, ci sono le tradizionali Las Chalupas, piccole tortillas di mais e grasso di maiale, bagnate da una salsa verde o rossa ed accompagnate da cipolle, carne secca di manzo, maiale e pollo. Infine, le Cemitas Poblanas: pani croccanti ricoperti da semi di sesamo, farciti con carne di manzo o pollo, avocado, formaggio, peperoncino, cipolla olio di oliva. 

La gastronomia del Chiapas

Il Chiapas è lo stato più a sud del Messico, presenta una natura incontaminata e vari microclimi che presentano condizioni variabili di sole, caldo, freddo e abbondanti piogge. Per quanto non sia economicamente avvantaggiato, il Chiapas rappresenta una risorsa insostituibile per il Messico in quanto a naturalezza e paesaggi di incredibile bellezza, tra cascate, laghi, fiumi, flora e fauna. Questa regione si distingue dal punto di vista gastronomico per la sua cultura indigena, per l’erba chipilìn, usata in nessun’altra parte del Messico, impiegata per zuppe e tamales e per la preferenza di peperoncini dolci e di stagione, per quanto sia molto apprezzato anche il piccantissimo simojovel; nel Chiapas, grazie ai grandi pascoli, la cucina tende a impiegare le pregiate carni di manzo e una buona varietà di formaggi.

Il piatto che meglio riflette la gastronomia dell’area è il tamal, nella versione del tamal de chipilín, del tamal toro pinto, dal carattere rituale, fatto con fagioli freschi e offerto durante le celebrazioni del Giorno dei Morti e le feste patronali, e il tamal de bola, che presenta un ripieno di mole, zucca con svariate tipologie di carne, talvolta anche gamberi, e frutta secca come le prugne. Infine non mancano la chanfaina, la sopa de pan e il menudo, quest’ultima con la trippa.

In onore alle origini della chef Diana Beltrán un accenno alla Cucina Messicana di Guerrero

Dai siti archeologici precolombiani all’antica arte rupestre delle caverne sulle montagne, sino alle meravigliose aree balneari, lo Stato di Guerrero è uno dei più famosi del Messico: si consideri che Acapulco è stata la meta prediletta delle star di Hollywood sin dagli anni ’50 e continua ad affascinare ancora oggi, tanto per l’architettura coloniale del suo centro storico che per la sua caratteristica baia. Nella terra guerrera è possibile comprendere la cultura del Mezcala, tipica della regione, visitando uno dei numerosi siti archeologici del territorio: mirabili esempi dell’architettura locale si trovano presso la località di La Organera-Xochipala; altrettanto affascinante è il complesso speleologico costituito dal sistema di caverne del Parco Nazionale Grutas de Cacahuamilpa e, per i più avventurosi, è possibile fare rafting lungo il fiume Papagayo.

Come per tutto il Messico, gli ingredienti essenziali della cucina guerrera sono il mais, il peperoncino e i fagioli, ma il pescato e i frutti di mare rivestono un ruolo decisivo per la gastronomia di quest’area, soprattutto nelle regioni di Costa Chica e Costa Grande. Anche la cucina di Guerrero affonda le sue radici nelle tradizioni delle etnie locali che hanno abitato questi luoghi: infatti, essa si basa sulla fusione delle tradizioni nahuatl, purépecha, mixteca, tlapanec o yope e amuzga, con influenze spagnole, francesi, africane e di altri paesi europei.

Il pescado a la talla consiste in un dentice, o altre varietà, arrostito a fuoco dolce con una marinatura a base di chile guajillo, tipico della costa guerrera; la ricetta del pulpo en su tinta, servito in una casseruola con aggiunta di platani fritti e riso bianco, è frutto di un soffritto di aglio in olio di oliva, cui si aggiunge la cipolla, del peperoncino del tipo serrano e il pomodoro, a cui va aggiunto il polpo tagliato a pezzi e l’inchiostro di seppia; il ceviche verde consiste in pesce crudo marinato con succo di lime e pepe, origano, cipolla, tomatillo, coriandolo fresco e cetrioli, servito con una salsa verde e semi di zucca tostati, mentre i camarones al mojo de ajo sono gamberi saltati con aglio, olio e varie spezie. Che si tratti di gamberi, scampi, aragoste o polpi, conditi con olio, sale, pepe, limone e talvolta con erbe aromatiche o aglio, per fare un buon barbacoa de mariscos il segreto sta nel cuocerli alla parrilla di modo che i frutti di mare restino succosi.

Celebre il pozole: è una zuppa tradizionale a base di mais nixtamalizzato, spesso preparata con diverse tipologie di carne e ne esiste anche una versione verde con una salsa specifica, pomodori verdi, semi di zucca, spinaci e coriandolo; Il barbacoa de chivo, a base di carne di capra, prevede una marinatura preventiva con sale, pepe, origano e timo, per poi essere cotta scavando una buca di circa un metro, contornata di pietre laviche ardenti. Una volta sigillato il contenitore di terracotta con dentro carote, cipolle, aglio, foglie di maguey e una tazza di ceci, bisognerà solo attendere che la lenta cottura, che talvolta supera le 6 ore, giunga a compimento. Il bazo relleno è un piatto tipico della Costa Chica, è molto apprezzato quello di Cuajinicuilapa, che consiste in tagli di carne di manzo, talvolta anche la milza, con patate, cipolle, salsa aromatica e foglie di hierba buena, molto simile alla menta, cotto molto lentamente al forno e in tegami di terracotta.

Nello Stato di Guerrero si fa presto a dire frijoles, o quasi: le preparazioni contemplano i frijoles de fiesta, frijol de vara, frijol mongo adobado, frijoles apozonquis, frijoles charros e si potrebbero mangiare tutti i giorni senza mai annoiarsi.

Creata a Taxto inizialmente con il nome di “La Vencedora” da Manuel Castrejón Gómez, lo Yoli, noto anche come Yoli de Acapulco, è una bevanda analcolica messicana al limone il cui marchio era un tempo di proprietà del Grupo Yol, una società di imbottigliamento della Coca Cola nello stato di Guerrero. La bevanda si inserisce comunque nella tradizione delle aguas frescas per certi versi: in Messico e in diversi paesi dell’America Centrale, come El Salvador, Guatemala e Hondura, sono delle bevande analcoliche a base di acqua, frutta come papaya, ananas, cocco, guava e melone, ad esempio, con semi, cereali o fiori e zucchero. Speciale il chilate, una bevanda fredda a base di cacao, riso, cannella e zucchero di canna, chiamata piloncillo.

Un dolce per tutti: le cocadas sono fatte di polpa di cocco, latte e acqua di cocco, cotti fino a caramellare.

Culturalmente legato al Centro America ma geopoliticamente appartenente all’America del Nord, il Messico deve poter essere considerato un continente a sé stante per complessità storica, per lo spaccato demografico, per la diversificazione dei suoli e del territorio e per la biodiversità, come già detto, riservando pertanto costanti sorprese e un’infinità di curiosità. Una curiosità gastronomica è costituita dal huitlacoche: meglio noto come Ustilago Maydis, è un fungo patogeno e parassitario che infesta i chicchi del mais con le sue spore che, una volta penetrate nello spadice della pannocchia, rendendoli gonfi e grigiastri.

Detta anche carbone del mais, questa malattia ha un etimo che viene fatto risalire alla lingua nahuatl, ed è stato dimostrato che il consumo di mais infestato ha avuto origine nella cultura azteca e anche tra l’antica popolazione dello Utah. In realtà l’huitlacoche, noto anche come “tartufo messicano”, è decisamente molto apprezzato anche oggi: studi recenti lo annoverano come potenziale alimento funzionale, producendo sostanze bioattive naturali che conferiscono caratteristiche organolettiche e nutraceutiche tanto da poterlo considerare tale, oltre che foriero di composti per arricchire altri alimenti con cui si abbina nella cucina messicana.

Nel mais dove si è sviluppato si riscontra un aumento delle proteine dal 3% al 19% con un incremento dei livelli di lisina e di altri sedici amminoacidi essenziali, ad esclusione del triptofano. L’huitlacoche presenta un gradevole e ricercato gusto nocciolato tendente alle note fungine e del sottobosco, prestandosi ad una infinità di applicazioni culinarie. Durante il suo sviluppo produce una sostanza chiamata ustilagina, il cui principio attivo presenta effetti simili all’ergotamina prodotta dalla segale cornuta, in quantità troppo basse per provocare effetti indesiderati. Per tutto il resto c’è pur sempre il peyote.

La Cucina Napoletana di Luciano Pignataro, edizioni Hoepli, è in libreria

Lunedì 27  ottobre, ore 18.00  la presentazione

alla Feltrinelli in Piazza dei Martiri

La Casa editrice Hoepli ha deciso di ripubblicare la seconda edizione de La Cucina Napoletana di Luciano Pignataro dopo il successo della prima del 2016 andata completamente esaurita.
Il volume si presenta in una veste completamente rinnovata, con la prefazione della Principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli e le bellissime foto di Ciro Pipoli. Una grafica che riflette il bellissimo momento che vive Napoli, un regalo per i suoi primi 2500 anni.

Dopo un saggio introduttivo sulla storia della cucina napoletana, il libro ripropone tutto il ricettario classico che costituisce la base della cucina italiana alle soglie del suo riconoscimento come Patrimonio Immateriale dell’Umanità dell’Unesco.

 La grande novità è un elenco di nuovi classici che portano la firma di alcuni dei cuochi che hanno fatto grande questa tradizione negli ultimi anni rinnovandola e imponendola all’attenzione della critica e del pubblico con ricette che sono entrate nella tradizione popolare: Nino Di Costanzo, Antonio Dipino, Gennaro Esposito, Salvatore Giugliano, Paolo Gramaglia, Peppe Guida, Rosanna Marziale, Maicol Izzo, Fabrizio Mellino, Francesco Sposito e Marianna Vitale sono i nuovi alfieri di questa tradizione che non è un museo, ma un patrimonio di un’intera comunità che vive e si rinnova.

Non mancano capitoli sui prodotti della Campania e sui vini.

Il suo successo è così spiegato dall’autore: “Napoli è un viaggio dell’anima. Ogni quartiere ha la sua psicologia, quasi una
sua inflessione dialettale, qui si nascondono meraviglie incredibili
nelle quali sembra quasi che la realtà si incroci con l’irrealtà,
il quotidiano con la fantasia, i vivi con i morti, perché qui le
persone scomparse continuano a essere presenti nei piccoli gesti
quotidiani, nei sogni, nella proverbiale scaramanzia del popolo
partenopeo… Il cibo per i napoletani è talmente importante che non hanno un sostantivo per indicarlo: usano il verbo mangiare che diventa sostantivo, ’o magnà, ossia il mangiare”.

Il libro sarà presentato lunedì 27 ottobre alla libreria Feltrinelli in Piazza dei Martiri alle 18.00, presenti l’autore, la Principessa Pignatelli, la giornalista del Mattino e Presidente dell’Accademia della Cucina Italiana Santa di Salvo. Partecipa l’Onorevole Alfonso Pecoraro Scanio, Presidente della Fondazione Univerde e promotore della proposta  di Patrimonio della cucina italiana all’Unesco.

Modera il giornalista Antonio Puzzi.

Luciano Pignataro. La cucina napoletana, Hoepli Editore. pp. 256, euro 26,90