Muzic on Tour a Milano: il sottile filo rosso che unisce la cucina meneghina con i vini del Collio

Milano ha fatto da cornice a una serata che non è stata solo degustazione, ma racconto: Muzic on Tour, il progetto itinerante di Gambero Rosso, che fa dialogare cucina d’eccellenza e l’Azienda di grandi vini del Collio. L’evento ha confermato la cantina Muzic come una delle voci più autorevoli dell’areale, capace di tradurre in bottiglia la sensibilità agronomica del territorio e far brillare il territorio di San Floriano, uno spicchio eccellente della complessità geologica del Collio.

Dopo Roma, l’appuntamento meneghino ha confermato il ruolo della cantina Muzic, oggi la più premiata del Collio secondo Decanter, come ambasciatrice di un territorio che sta ridefinendo la propria identità.

Fabijan Muzic: un volto giovane per un Collio in evoluzione

Fabijan rappresenta la generazione che ha ricevuto in eredità una tradizione familiare e l’ha trasformata in progetto contemporaneo. I suoi vini cercano chiarezza e territorialità: profili aromatici netti, acidità vibrante, texture minerale. La sua è una pratica che unisce cura in vigna e decisioni coraggiose in cantina, con l’obiettivo di far emergere la singola parcella più che uno stile omologato.

Vini puliti, sinceri, capaci di raccontare il territorio senza forzature. La sua filosofia del “meglio non imbottigliare piuttosto che offrire un vino non all’altezza” è diventata la cifra stilistica dell’azienda e fa di questa Cantina l’ambasciatrice di un Collio unito e forte, che vuole essere Brand sociale ma oggi può e deve essere di più, deve essere riconosciuto per il mosaico di zone, microclimi e vigneron che rappresenta.

Dal Collio Evolution a Milano: un messaggio chiaro

Il recente evento Collio Evolution ha segnato un passaggio decisivo: il Collio non si accontenta più di rappresentare l’eccellenza tecnica dei bianchi italiani, ma punta a farsi riconoscere come territorio con molte facce e un linguaggio comune. La valorizzazione delle singole unità zonali, l’approccio agronomico più accorto e la comunicazione di una matrice geologica e pedologica (la “ponca”) sono i pilastri di questa nuova consapevolezza.

In questo contesto, Muzic si inserisce come interprete autentico: la ponca è lo spartito, le note sono gli autoctoni: Ribolla, Malvasia, Friulano, ed è un’arte del territorio e dei grandi Vigneron ricamare attraverso queste note grandi composizioni, vinificazioni e evoluzioni in contenitori differenti per ogni singola parcella, poi riuniti come in un coro polifonico all’interno di uno stesso calice.

Abba: Milano industriale e cucina contemporanea

La serata si è svolta da Abba, ristorante milanese guidato da Fabio Abbattista, dalle radici pugliesi e consolidate esperienze internazionali, una mano delicata, saporita ed eccellente per una cucina dal passo moderno. Il locale, si trova nel Certosa District, una zona rinnovata di Milano, in grande fermento, è un open space in un contesto industriale ristrutturato, e ha offerto un palcoscenico ideale: piatti pensati per esaltare i vini Muzic, con un approccio che privilegia leggerezza, contrasti e precisione tecnica.

Abba non ha mai cercato di sovrastare i vini, ma di dialogare con loro: ogni portata è stata costruita come un racconto parallelo, capace di sottolineare freschezza, sapidità e profondità delle etichette in degustazione. Il nostro plauso a Gambero Rosso per aver curato e creato questo splendido connubio.

I piatti e gli abbinamenti, tanti i richiami alle origini dello Chef, rivisitati in una chiave di grande eleganza:

Il primo calice è una Ribolla Gialla 2024 in versione ferma. Premesso che l’apertura con bolla non è una convenzione ma una scelta largamente diffusa (a volte scientemente) i Muzic non spumantizzano, non per intolleranza verso le bolle ma per una scelta dettata dall’interpretazione del vitigno che il loro territorio permette. Il clima nella località Bivio di San Floriano del Collio è Mediterraneo, accogliente, e la Ribolla che ama questo clima qui esprime il suo varietale fruttato agrumato in maniera importante, abbinato a una piacevole mineralità e salinità figli del patrimonio geologico. Un vino schietto, che soddisfa fin dal primo sguardo dai contorni dorati, coinvolge con i suoi toni di pompelmo e la freschezza che insieme alla dotazione salina invogliano tantissimo la beva.

In abbinamento:

•          Entreè di Benvenuto, Polpettine di Melanzana e Melanzana laccata al mosto di fichi. La prima è un racconto classico e una frittura ben eseguita, la seconda un perfetto gioco di texture, che danno alla melanzana una consistenza caramellata e brunita fuori, succulenta e scioglievole all’interno, impreziosita dal cacioricotta a sovrastare. Un ricordo spensierato delle grigliate tra amici, abbinamenti puliti e piacevoli.

•          Triglia di Scoglio, pepe Timut e mandorla — Splendido il ricordo delle fritture di paranza fronte mare, un assaggio carnoso,dai contorni crunchy, dal tocco pepato e quel finale lungo e umami portato dalla mandorla tostata che crea dipendenza. Qui la Ribolla Gialla Muzic ha trovato il suo terreno ideale: freschezza e acidità hanno bilanciato la grassezza del pesce, con ritorni agrumati che hanno accompagnato la nota aromatica del piatto.

Si prosegue col Collio Sauvignon DOC “Pàjze” 2024 di Muzic, una anteprima la cui chiave è ancora il territorio e il suo calore ben dosato. È un Sauvignon paglierino, di bell’ampiezza, che mette i toni vegetali in coda e coinvolge con toni di ananas e frutti freschi tropicali, erbe balsamiche, salvia e mentuccia, un leggero peperone in sottofondo.

•          Seppia e Carciofi — Bellissimo a vedersi e non solo, il velo è delicato e tenace al tempo stesso, il ripieno un concentrato di mare. L’abbinamento di difficile esecuzione del vegetale del carciofo è ottimamente riuscito e il sauvignon, ha accompagnato la delicatezza del ripieno che a sua volta esalta la freschezza del vino.

Proseguiamo col Collio Friulano Valeris 2024 un vino fortemente territoriale, è prodotto con vigne di oltre 40 anni, è la spina dorsale, del blend dello Stare Brajde e vinificato a sé fa subito comprendere perché. Carattere, bouquet olfattivo ampio e intensamente floreale svelano un sorso secco e morbido, dalla grande freschezza e con chiusura ammandorlata.

•          Gnocchetti di zucca, robiola e berberè – Un ricordo d’autunno. La dosata dolcezza gioca con l’acidità del formaggio, poi intervengono le spezie magistralmente dosate che proseguono il messaggio del piatto e donano nuovi spunti. Il Friulano trova in questa pienezza terreno fertile e completa benissimo creando sinergia e piacevolezza.

Entra in scena il Collio Bianco DOC “Stare Brajde” 2023 – Muzic, una celebrazione del Collio, una selezione delle migliori uve friulano, malvasia istriana, ribolla gialla, a cui viene effettuata decantazione statica, poi fermentazione in Tonneau di acacia e affinamento sur lie. 12 mesi minimi di affinamento in bottiglia. Vino di equilibrio estremo, curato da mani sapienti minuziosamente.

Descrive perfettamente la bellezza del Collio e la tradizionalità, l’arte del mélange di queste bacche bianche che tra loro si completano, si rafforzano, ampliano il loro messaggio e sotto mani sapienti si uniscono in una voce unica. Si apre al naso un ventaglio di agrumi, girando si amplia e svela toni di salvia e rosmarino, miele, mandorle tostate. Tensione di beva, salinità e una giusta grassezza lo rendono agile e versatile, più teso in gioventù, più largo e persistente nell’invecchiamento, che in questa etichetta (ma anche nelle altre) può protrarsi davvero molto e dare grandi emozioni.

•          Risotto, Castelmagno e mais Affumicato – una cartolina dal Piemonte, impreziosito dal mais affumicato da personalità. Lo Stare Brajde 2023 si coniuga e duetta bene col piatto, dando pulizia, coinvolgendoci con la sua vivacità aromatica.

Si torna allo Stare Brajde ma in annata più vecchia e temperatura leggermente più alta. Il volume si amplifica, la burrosità emerge, le note di frutta a guscio, di humus iniziano a far capolino al naso insieme a una piacevole oleosità al palato che lo allarga e gli da più capacità di pulizia.

•          Lavarello, lenticchie nere e curcuma — Piatto di equilibrio, succulenza e ricercata aromaticità, in abbinamento si completa gradevolmente e con pulizia.

•          Manzo alla brace, pastinaca e fava tonka – Dietro un canovaccio semplice si cela una esecuzione attenta a rendere ogni singolo morso un concentrato di sapore, delicato e suadente. L’abbinamento regge e convince, è pulito e piacevole.

Doc Friuli Isonzo – Picolit 2018 chiude gli assaggi di giornata un vino dolce raro, il Picolit soffre di acinellatura, ha rese bassissime ma estremamente eccellenti. L’uva viene raccolta e lasciata appassire sui graticci di legno per 30 giorni. Viene poi diraspata e lasciata macerare in botti di rovere da 228 litri per circa dieci mesi. Giallo dorato dai profondi riflessi ambrati, ricco e complesso al naso apre con ricordi di Frutta gialla matura, confettura di albicocca e miele, poi spezie dolci sul finale. Vellutato e ben dosato di zucchero.

•          Sorbetto ai cachi e cannella – Un duetto perfetto col picolit, la componente grassa lenisce l’effetto termico del sorbetto e lascia un tema fruttato giallo perfettamente in armonia col vino.

•          Focaccia dolce – Chiudiamo con un dolce della tradizione e col suo intingolo cremoso un percorso eccelso.

Oltre il “brand sociale”

Il Collio è conosciuto e amato, ma spesso percepito come marchio collettivo più che come somma di storie individuali. È necessario raccontare le zone, i singoli vignaioli, le radici familiari. Fabijan Muzic, con la sua energia e la sua visione, rappresenta proprio questo: una generazione che porta nel sangue i valori del territorio e li traduce in vini capaci di parlare al mondo con voce limpida e coerente.

Cosa ci lascia questo racconto La serata milanese è stata un tassello di un racconto più ampio: Muzic e Fabijan non rappresentano solo una cantina premiata, ma un modello di come il Collio possa farsi riconoscere uscendo dalla dimensione di “brand sociale” per affermarsi come territorio vivo, plurale e identitario. Milano ha ascoltato, assaggiato e capito: il prossimo passo è far conoscere ancora meglio le singole zone e gli autoctoni che rendono unico questo territorio. E Muzic, con Fabijan, è oggi uno dei protagonisti di questa rivoluzione.

Osteria Frangiosa a Ponte, la cucina tipica del Sannio beneventano

Ponte, nel Sannio beneventano, all’ombra del massiccio del Monte Taburno, è terra contadina di tradizioni vitivinicole e olivicole che evocano il buon vivere e il buon godere. L’anno che volge a concludersi è stato un anno particolare per Osteria Frangiosa, che da mezzo secolo racconta la storia del piccolo comune fatta di generazioni passate, dove ogni piatto, boccone e ricetta rappresentano un tuffo nella memoria gastronomica di un’epoca e di una cultura mai sopita. Anzi, spesso persino rimpianta.

Giovanni Franciosa, seconda generazione di osti, e sua moglie Annalisa accolgono sempre col calore del sorriso e con la voglia di non deludere mai. Ma prima di lui papà Oreste Frangiosa, fin dalle prime battute nel lontano 1975, era stato l’appassionato artefice di una avventura nella storia culinaria del Sannio che dura da dieci lustri mentre in cucina, a dirigere le operazioni, c’è sua moglie Concetta, mamma di Giovanni.   

L’atmosfera

Quando si varca la porta di un’osteria che segue la tradizione, oltre alla cura dell’oste, si viene fatalmente avvolti da un’aria d’altri tempi, fatta di luci soffuse e tavoli di legno che sembrano narrare dei propri innumerevoli utilizzatori. Il chiacchiericcio degli avventori si mescola al il tintinnio delle posate, creando un suono familiare che fa sentire ogni cliente come a casa propria. Giovanni, con il suo grembiule sbiadito dal lavoro e dalle risate, è pronto a raccontarti la storia di ogni ingrediente, ogni ricetta, ogni tecnica culinaria che ha attraversato il tempo per arrivare fino a quel piatto fumante che ti viene servito.

La cucina di Osteria Frangiosa non ha bisogno di fronzoli. Non si trovano in menu piatti ultra-fotografati o ingredienti esotici, ma piuttosto una cucina che rispetta la semplicità ed esalta l’autenticità, grazie all’amore che viene messo in ogni dettaglio e – soprattutto – nella cura maniacale e nella selezione delle materie prime.

Le “stelle” della Tavola

I veri protagonisti del menù (sempre rigidamente stagionale) di Osteria Frangiosa sono senza dubbio i piatti della tradizione locale: le lasagne preparate come una volta, con la sfoglia fatta a mano e il ragù che cuoce lentamente per ore; la polenta che ti scalda il cuore, servita con un ricco sugo di cinghiale o con formaggi che si fondono in un abbraccio perfetto; i bolliti misti, che tra il brodo e le salse varie raccontano la storia di una cucina che affonda le radici nella cultura contadina.

La selezione di salumi e formaggi locali è una sinfonia di sapori, un viaggio attraverso i terreni e i pascoli che hanno dato origine a questi prodotti. Le bruschette, abbondanti di olio extravergine di oliva e aglio, sono un richiamo irresistibile alla semplicità del buon cibo. Una menzione speciale merita proprio l’olio EVO di casa. “Emozionare” è un monocultivar di Ortice dedicato da Giovanni e Annalisa, che ne ha personalmente curato il bellissimo labelling, hanno dedicato alle quattro generazione che hanno portato ad oggi la coltivazione dell’oliveto di famiglia e l’Osteria. 

Non puoi uscire da Osteria Frangiosa senza però aver assaggiato i rustici ammugliatielli alla brace, le Rane fritte, la Panzetta di agnello ripiena oppure il rinomato ed introvabile piccione imbottito.  Ma per preparare il palato a queste vere gocce di tradizione vanno preventivamente assaggiati il pancotto con broccoli spadellati, l’uovo in salsiccia e l’involtino ai funghi porcini. E se la devozione alla pastasciutta non ammettesse deroghe, allora verranno in soccorso le orecchiette e broccoli con pomodori secchi e olive oppure, se di stagione, i paccheri alla zucca rossa con salsiccia e gli scialatielli ai funghi porcini.

Neppure nei vini sono ammesse deroghe nella tradizione locale: Falanghina del Sannio DOC solo per l’entrèe e poi Aglianico del Taburno DOCG nelle sue eclettiche espressioni. Un sorriso ti accoglie e un sorriso (quello disegnato dai dessert fatti in casa da mamma Concetta) ti congeda, come un arrivederci, una promessa di ritorno ed un augurio per i prossimi traguardi di Osteria Frangiosa, magari sotto la guida dei giovanissimi Oreste, Cosimo e Chiara Frangiosa.

Viaggio attraverso la Grecia del vino a Merano Wine Festival 2025

A Merano, in occasione della 34° edizione del WineFestival che ha avuto luogo dal 7 all’ 11 novembre 2025, in uno degli ampi saloni dell’Hotel Therme, si è tenuta una masterclass dal titolo: Viaggio attraverso la Grecia del Vino. Curata da “I Vini del Cuore” con Olga Sofia Schiaffino , in collegamento vi erano, Haris Papandreou, ideatore del Wine Greek Day e le cantine Hatzidakis, Jima e Diamantakis. Olga Sofia Schiaffino, esperta sommelier, nonché, autore di 20Italie, ha presentato i tre vini in degustazione interagendo con le persone citate.

I Vini del Cuore e una guida social, la prima in Italia, ideata da Olga Sofia Schiaffino in collaborazione con Clara Maria Iachini, giunta ormai alla sua quinta edizione. Al progetto sono stati coinvolti e selezionati Wine Blogger, Sommelier, Wine Expert ed Instagramer di tutta Italia e non solo. La prefazione in questa edizione è stata curata dal patron del Merano WineFestival Helmut Köcher.  Nella guida sono rappresentate tutte le regioni dello stivale ed alcune aree dei Balcani e della Grecia selezionate rispettivamente dai Wine Ambassador Haris Papandeou e Michela Cojocaru e molte novità a partire dai vini della Gran Bretagna curati dall’esperta e MW Patricia Stefanowicz e aggiunte e riconfermate Clizia Zuin e Tamar Tchitchiboshvili.

Ai vini selezionati dai partecipanti della guida non viene assegnato nessun punteggio, ma vengono solo raccontati in maniera emozionale. Per i vini da esaminare non viene richiesto l’invio da parte dei Blogger alle aziende. I vini sono talvolta di piccole aziende e reperibili sul mercato, capaci di suscitare piacevoli sensazioni dal profondo del cuore.

Ecco i vini degustati durante la masterclass:

Pgi Creta Diamatopetra bianco 2024 Diamantakis Winery – Vidiano 50% e Assyrtiko 50% –  Giallo paglierino con sfumature verdoline, emana sentori di ananas, pesca, albicocca, cedro e vaniglia, il sorso è vibrante, coerente, stimolante e persistente.

Kalomodia Super Girl 2024 Jima – Debina 100% – Giallo paglierino luminoso, sprigiona sentori di mela, pescanoce, ananas e zagara, al palato è fresco, saporito, corrispondente e duraturo.

Pdo Santorini Skitali 2023 Hatzidakis – Assyrtiko 100% – Giallo paglierino, sfumature oro, sviluppa sentori di fiori di camomilla, susina, albicocca e lime, al gusto è dinamico, leggiadro, pieno ed avvolgente.

FIVI Bologna 2025: la festa dei vignaioli e il nuovo rapporto tra vino e consumatore

Bologna, 15–17 novembre 2025, con oltre 1100 produttori presenti, l’edizione 2025 del Mercato dei Vignaioli Indipendenti FIVI si conferma uno degli appuntamenti più coinvolgenti del panorama enologico italiano. Un evento che molti considerano il più “positivo” tra quelli dedicati al vino, capace di restituire un rapporto diretto, vero, umano tra vignaiolo e consumatore.

Fin dall’apertura, l’affluenza ha superato le edizioni precedenti: professionisti, ristoratori, enotecari, appassionati, tutti rigorosamente muniti delle piantine con la mappa degli stand, alla ricerca dei loro produttori del cuore. Il mercato FIVI resta uno dei luoghi dove acquistare vino è più conveniente, e la varietà proposta è semplicemente unica.

“Il vino deve tornare quotidiano”

Tra gli stand ho iniziato il mio percorso da Tre Botti, cantina dell’Alto Lazio, dove ho incontrato Ludovico Maria Botti, Consigliere Nazionale FIVI e Vicepresidente CEVI. La sua riflessione sul presente del vino è lucida: «Dobbiamo riportare il vino nella quotidianità delle famiglie. Negli ultimi decenni lo abbiamo caricato di una complessità eccessiva, creando un muro tra produttori e consumatori.»

Botti sottolinea come il prezzo dei grandi vini abbia generato l’idea che ciò che costa meno non sia di qualità. «Non è così. Molti vignaioli lavorano con una filosofia virtuosa, sostenibile, attenta alla salute delle uve».

A rallentare il settore c’è un’altra sfida: la burocrazia europea, che sottrae tempo al lavoro agricolo e pesa soprattutto sui piccoli produttori.

Visitare il FIVI significa osservare carrelli carichi di scatole, acquisti ponderati, regali già pronti per il periodo natalizio. La data a ridosso del Black Friday aiuta, trasformando il mercato in un’occasione perfetta per scegliere bottiglie significative da condividere o donare.

La logistica 2025 ha fatto un passo avanti: nuovo ingresso da Piazza della Costituzione e più punti di distribuzione dei bicchieri. Risultato: file ridotte, esperienza più fluida.

Le cantine che ho visitato: un viaggio attraverso l’Italia del vino

Di seguito le realtà incontrate nei tre giorni bolognesi, ognuna con il suo stile, il suo territorio e la sua personalità.

La Perla del Garda – Lombardia

Vini eleganti del Lago di Garda, freschezza e finezza con un’attenzione maniacale alla pulizia aromatica. Grandi spumanti Metodo Classico che valgono la bevuta.

Ca’ du Ferrà – Liguria

Cà du Ferrà è una cantina sospesa tra mare e cielo, nata su terrazze di pietra che guardano la Riviera ligure come palchi naturali affacciati sull’infinito. Qui la viticoltura è eroica nel vero senso della parola: ogni filare è conquistato alla montagna, ogni grappolo è il frutto di mani che lavorano con la stessa tenacia del mare contro le scogliere. Davide e Giuseppe sono la testimonianza della resilienza e dell’amore per il vino.

Alle Tre Colline – Piemonte

Produzioni artigianali e territoriali, con rossi che uniscono tradizione langarola e immediatezza espressiva. Elisa è giovane ma già con una grande forza e determinazione. Insieme al papà e al fratello, porta avanti una bellissima realtà.

Cantina Morichelli – Lazio

Una delle voci nuove più convincenti del Lazio: vini diretti, sinceri, ricchi di identità territoriale. Vini che rimangono impressi.

Casa Lucciola – Matelica (Marche)

Verdicchi di grande verticalità e precisione, capaci di sorprendere per struttura ed eleganza. Un posto che rimane nel cuore. Da sottolineare la nuova etichetta del Verdicchio Riserva, appositamente realizzata dalla famosa winedesigner Federica Cecchi e che al FIVI ha riscosso molto successo.

Fattoria di Poggiopiano – Firenze

Per me una nuova conoscenza e scoperta. Chianti autentici e dal timbro classico, espressione sincera delle colline fiorentine.

I Pampini – Lazio

Micro-produzioni curate e personali, dove l’attenzione al dettaglio è protagonista.

Tre Botti – Lazio

Dialogo e visione, vini che riflettono l’essenza agricola del territorio e una filosofia FIVI pura. Una realtà da approfondire.

Cipriani – Marche

Bianchi e rossi marchigiani di carattere, con interpretazioni fresche e gastronomiche. Protagonista la terracotta delle anfore.

Ciucci – Lazio

Una piccola realtà vinicola che lavora con passione e territorialità, vino schietto e diretto. Piccola si fa per dire in quanto i vigneti sono compresi in una estensione molto importante con produzione di olio di oliva e molto altro. Un punto di riferimento a Orte.

Terre D’Aquesia – Lazio

Interpretazioni moderne della Tuscia, vini equilibrati con un tocco di mineralità ed eleganza. Siamo ad Acquapendente, nel punto in cui il Lazio incontra Umbria e Toscana.

Podere dell’Anselmo – Montespertoli (FI)

Chianti e IGT toscani vigorosi, ben lavorati, con una bellissima impronta artigianale.

Antonella Pacchiarotti – Lazio

Interpretazioni eleganti e originali dell’Aleatico e non solo, con mano femminile e grande precisione. Antonella è la “Regina dell’Aleatico!”

Tenuta San Marcello – Marche

Verdicchio e Lacrima di grande personalità, territoriali e sempre più convincenti.

Casaleta – Marche

Casaleta è una cantina marchigiana che conquista con la sua autenticità: vini puliti, immediati, dal sorso piacevole e perfettamente bilanciato. Ogni bottiglia racconta la cura artigianale e l’armonia del territorio, con espressioni fresche, sincere ed emozionanti. Una realtà che sorprende per costanza, precisione e capacità di lasciare un segno nel cuore di chi la incontra.

Pantaleone – Marche

Pantaleone è una cantina che incarna l’anima più autentica delle colline ascolane: vigneti abbracciati dal vento, suoli ricchi e un approccio agricolo rispettoso che valorizza ogni sfumatura del territorio. I suoi vini sono vibranti, luminosi, profondamente territoriali: espressioni sincere che uniscono eleganza naturale e una freschezza che conquista il palato. Una realtà che racconta le Marche con purezza, passione e un’identità inconfondibile.

La Querce – Firenze

La Querce è una piccola gemma delle colline fiorentine, dove il lavoro artigianale incontra una visione moderna del Chianti. I vini nascono da vigne curate con precisione e rispetto, e raccontano un territorio vivo, solare, ricco di storia. La differenza la fanno i terreni, composti di argilla rossa — la stessa con la quale sono realizzate le anfore in cui maturano i vini, che conferisce mineralità, struttura e una personalità unica a ogni bottiglia. Tannini finissimi, freschezza equilibrata e una bevibilità schietta rendono ogni sorso autentico e appagante. Una cantina che parla con sincerità e conquista chi cerca vini veri, puliti e profondamente toscani.

Cristina Del Tetto – Langhe (Piemonte)

Ottimo vini Barbera e Nebbiolo di stile sincero, con una bella impronta di frutto e territorialità. Alta Langa che lascia il segno.

Palazzone – Umbria

Una delle firme più solide dell’Orvieto: bianchi profondi, nitidi, di impeccabile equilibrio. Una famiglia che da sempre fa vino e lo fa molto bene.

La Pazzaglia – Tuscia (Lazio)

Vini vulcanici tesi e sapidi, capaci di raccontare perfettamente la Tuscia collinare. Vini bianchi con grande tendenza all’evoluzione, tanto da rimanere impressi per la loro complessità.

Merumalia – Frascati (Lazio)

Merumalia è una cantina dei Castelli Romani che interpreta il Lazio con freschezza, eleganza e grande personalità. I suoi vini, coltivati su terreni vulcanici, esprimono tensione minerale, luminosità e un’identità territoriale chiara. Dietro ogni bottiglia c’è attenzione maniacale in vigna e in cantina, capacità di leggere il territorio e rispetto per la natura: vini vibranti, sinceri e contemporanei, capaci di sorprendere e di rimanere impressi nella memoria di chi li degusta.

Il Poggio di Gavi – Piemonte

Cortese di grande pulizia, vini freschi e minerali, perfetti per la tavola quotidiana. Straordinaria bevuta lo spumante Gavi di Gavi 2015 a base Cortese.

L’Avventura – Lazio

Stile contemporaneo del Cesanese e ricerca: vini dinamici e identitari, tra i più innovativi della regione. Un lavoro continuo sulla ricerca della qualità. Gabriella e Stefano sono simbolo di gentilezza, empatia e visione.

Cantinamena – Lazio

Cantina Amena è una realtà giovane e dinamica dei Castelli Romani, nata a Lanuvio su terreni di origine vulcanica che conferiscono ai vini freschezza, finezza minerale e forte identità territoriale. Gestita dalla famiglia Mingotti, l’azienda abbraccia da sempre una filosofia agricola biologica e sostenibile, unendo tradizione contadina e tecniche moderne di vinificazione. 

Donato Giangirolami – Lazio

Azienda biologica di lunga esperienza, famosa per bianchi nitidi e territoriali. Giangirolami è noto per la sua interpretazione pulita e contemporanea dei vitigni del territorio. Sauvignon, Malvasia Puntinata, Bellone, Merlot e Nero Buono, con vini sempre equilibrati, luminosi e di grande bevibilità.

Paride Chiovini – Piemonte

Paride Chiovini è una cantina artigianale situata nelle Langhe, in Piemonte, che interpreta con cura e attenzione i vitigni autoctoni del territorio: Nebbiolo, Barbera e Dolcetto.

I Ciacca – Lazio

Viticoltura storica e di montagna, recupero di antichi vitigni e identità contadina autentica. Famiglia emigrata in Scozia agli inizi del secolo scorso, riscopre le sue origini grazie a Cesidio che torna a Picinisco e inizia la sua riscoperta del territorio e dei vitigni dimenticati.

Antonelli San Marco – Umbria

Antonelli San Marco è una delle realtà storiche e più rappresentative del territorio di Montefalco, nel cuore dell’Umbria. La tenuta si trova nella zona di San Marco, una collina particolarmente vocata per la viticoltura e per la produzione di vini da uve autoctone, in primis Sagrantino, Sangiovese e Grechetto.

Castello di Torre in Pietra – Lazio

Castello di Torre in Pietra è una delle realtà più affascinanti e storiche del Lazio, situata alle porte di Roma, nel comune di Fiumicino. La tenuta si sviluppa attorno a un castello del XVII secolo costruito su una antica cava di tufo, elemento che segna profondamente l’identità dei suoi vini: bianchi salini e rossi morbidi, sempre equilibrati.

I Fauri – Abruzzo

I Fauri è una cantina familiare delle Colline Teatine, in Abruzzo, guidata dai fratelli Valentina e Luigi Di Camillo. Produce vini autentici e territoriali da vitigni autoctoni come Montepulciano, Pecorino, Passerina e Trebbiano, lavorando in biologico e privilegiando vasche in cemento e acciaio. Lo stile è fresco, pulito e sincero: vini immediati ma mai banali, che raccontano l’Abruzzo con genuinità e una piacevole capacità di beva.

Fongaro – Veneto

Fongaro è una storica cantina dei Monti Lessini, in Veneto, specializzata quasi esclusivamente nella produzione di metodo classico da uve Durella, vitigno autoctono noto per l’elevatissima acidità e la grande longevità.

Elena Fucci – Basilicata

Elena Fucci è una delle voci più autorevoli e identitarie del Vulture, in Basilicata. La sua cantina nasce da una scelta coraggiosa: non vendere i vigneti di famiglia, ma valorizzarli dedicandosi totalmente al vitigno simbolo della zona, l’Aglianico del Vulture, potenza e profondità, con uno stile impeccabile.

Borgo Stajnbech – Veneto

Borgo Stajnbech è un’azienda vinicola del Veneto orientale, situata nell’area di Belfiore di Pramaggiore, in una zona storicamente vocata alla viticoltura grazie ai terreni argillosi, ricchi di minerali e influenzati dalle brezze dell’Adriatico. Vini dal profilo elegante, pulito e ben definito.

Migrante – Lazio

Un progetto giovane e coraggioso per il Cesanese di Olevano Romano: vini vulcanici dallo stile sincero, vibranti e contemporanei, che sorprendono.

Colombaio Di Santachiara – Toscana

Colombaio di Santachiara è una delle cantine più rappresentative di San Gimignano, nel cuore della denominazione Vernaccia di San Gimignano DOCG. Azienda familiare guidata dai fratelli Logi, nasce da un forte legame con il territorio e da una visione produttiva che unisce tradizione e precisione tecnica. Specializzati nella Vernaccia, interpretano questo vitigno con stile contemporaneo: vini verticali, sapidi, minerali, capaci di evolvere nel tempo grazie ai suoli ricchi di sabbie marine e conchiglie fossili.

Palmento Costanzo – Sicilia (Etna)

Palmento Costanzo è una cantina simbolo dell’Etna e del suo straordinario patrimonio viticolo. Le uve principali sono le varietà autoctone: Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio per i rossi, Carricante e Catarratto per i bianchi. Lo stile dei loro vini è nitido, vibrante, profondamente minerale. Etnei autentici, capaci di coniugare eleganza, verticalità e una precisa impronta vulcanica.

El Zeremia – Trentino

Cantina El Zeremia è una piccola e preziosa realtà artigianale della Val di Non, in Trentino, conosciuta soprattutto per la produzione del Groppello di Revò, un raro vitigno autoctono coltivato quasi esclusivamente in questa valle. A conduzione familiare, El Zeremia lavora con grande attenzione alla tradizione: vigneti in aree vocate, rese contenute e vinificazioni semplici e trasparenti che lasciano emergere il carattere del Groppello.

Al FIVI di Bologna Filippo Legnaioli (FIOI) ribadisce il ruolo chiave dell’Olio Extravergine di Oliva nella cultura alimentare italiana

Uno degli appuntamenti più autorevoli dedicati ai vignaioli indipendenti, l’intervento di Filippo Legnaioli, Presidente Nazionale di FIOI – Federazione Italiana Olivicoltori Indipendenti, ha riportato al centro del dibattito un protagonista spesso dato per scontato ma essenziale: l’Olio Extravergine di Oliva.

Legnaioli ha sottolineato come l’extravergine non sia semplicemente un condimento, bensì un pilastro culturale, agricolo e nutrizionale del nostro Paese. «L’olio di qualità – ha ricordato – deve essere riconosciuto come un alimento, non come una merce indistinta. È il risultato di un lavoro artigianale, identitario, legato al territorio e alla sostenibilità».

Un messaggio forte in un momento in cui il settore olivicolo italiano vive sfide legate ai cambiamenti climatici, alla concorrenza internazionale e alla scarsa consapevolezza del consumatore sulla differenza tra un extravergine di alta qualità e un prodotto industriale.

Il FIOI, sotto la guida di Legnaioli, si sta affermando sempre più come un attore fondamentale nella promozione della cultura dell’extravergine. L’obiettivo è duplice: da un lato valorizzare il lavoro degli olivicoltori indipendenti, dall’altro educare il pubblico al riconoscimento delle qualità sensoriali e nutrizionali dell’olio prodotto con cura, trasparenza e rispetto della terra.

Durante l’incontro bolognese è emersa chiaramente la visione della Federazione: l’Olio Extravergine di Oliva non è solo un ingrediente cardine della Dieta Mediterranea, ma un patrimonio da tutelare. Un prodotto che racconta territori, cultivar, manualità, biodiversità, e che oggi più che mai necessita di essere difeso e comunicato con competenza.

Il messaggio finale è stato chiaro: sostenere l’extravergine di qualità significa sostenere la nostra agricoltura, la nostra identità e la salute dei consumatori. E la FIOI, con il suo lavoro di valorizzazione, formazione e difesa dell’autenticità, si conferma un presidio essenziale per il futuro dell’olivicoltura italiana. Il FIVI Bologna 2025 si è confermato molto più di un mercato: è stato un abbraccio collettivo tra chi il vino lo fa e chi lo ama davvero.

Tre giorni in cui fatica, visione e identità si sono trasformate in calici condivisi, storie raccontate, incontri che restano. In un momento storico in cui il mondo del vino cerca nuove direzioni, i vignaioli indipendenti hanno ricordato a tutti da dove si riparte: dalla terra, dalle mani, dalla verità di un prodotto che nasce per essere vissuto, non solo giudicato.

Si torna a casa con qualche bottiglia in più, certo, ma soprattutto con la sensazione che il futuro del vino italiano sia già qui ed è più umano, più consapevole e più luminoso che mai.

Il Chianti Classico di Panzano secondo Tenuta Casenuove

A Panzano in Chianti una storica realtà viticola ha riconquistato giovinezza, si tratta di Tenuta Casenuove, localizzata nella parte nord orientale del comune su suoli di pietraforte e galestro.

Qui nel 2015 Philippe Austruy ha avviato il suo progetto chiantigiano, avvalendosi della collaborazione di Alessandro Fonseca, agronomo, e di Cosimo Casini e Maria Sole Zoli, enologi. Abbiamo recentemente avuto occasione di visitare la tenuta e di fare un consuntivo dei primi anni di attività attraverso le corrispondenti prime dieci annate di Chianti Classico prodotte.

Ad accoglierci sono Alessandro, Cosimo e Maria Sole.

Austruy imprenditore francese nel mondo della sanità e appassionato d’arte, approda al mondo del vino negli anni Novanta del secolo scorso con l’acquisizione di una tenuta in Provenza. E’ poi la volta di Bordeaux e del Portogallo per giungere infine in Italia, dove incontra Alessandro Fonseca e Casenuove.

“Nel 2014 facevano capo alla cantina poco più di 13 ettari di vigne, la maggioranza a sangiovese, il saldo a merlot e cabernet,” ci racconta Alessandro, “lo stato agronomico non era dei migliori. Oggi gli ettari vitati totali sono trenta a conduzione biologica.”

La cantina si trova a quota 440 mt s.l.m. ma la tenuta, di circa 120 ettari – tra boschivo, vigneti e uliveti – si estende tra i 365 e i 500 mt sul livello del mare. Quattro le etichette prodotte: IGT Toscana, Chianti Classico Annata, Riserva e Gran Selezione, per cui verrà rivendicata UGA Panzano in Chianti.

Il progetto di Austruy include anche l’ospitalità: il casale originario, risalente alla metà del diciassettesimo secolo e teatro si rilevanti azioni partigiane durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato opera di recupero conservativo per la creazione di un B&B di charme di sole sei stanze.

La cantina invece, completamente ristrutturata, è stata adeguata alle più moderne tecniche costruttive: le vasche di fermentazione in cemento non vetrificato si aprono a livello pavimento calpestabile, nell’area di accettazione uve, in modo da avere un controllo visivo diretto della fermentazione e due di esse sono predisposte per la macerazione semicarbonica.

La fermentazione per singole parcelle avviene ad acino intero  per controllare l’estrazione in maniera meticolosa. Anche il successivo affinamento avviene in diversi contenitori per assecondare il più possibile le caratteristiche parcellari delle vigne: si prediligono i legni grandi, ma è lasciato spazio anche alla barrique e all’anfora clavyer. L’assemblaggio delle diverse masse avviene dopo circa un anno.

La degustazione delle prime dieci annate di produzione della Tenuta è avvenuta nella sala ricavata dall’antico frantoio.

Al di là delle valutazioni fatte sui singoli campioni, legate all’andamento stagionale, quello che ci preme sottolineare è l’evoluzione stilistica del Chianti Classico di Tenuta Casenuove, non solo percettibile nel percorso di degustazione, ma anche contestualizzato dalla  narrazione di Cosimo e Maria Sole, che hanno posto l’accento sulle tappe di crescita della cantina, sia da un punto di vista agronomico che di tecnica enologica.

I campioni a partire dalla 2015 sono stati divisi in tre batterie; per quanto riguarda le annate 2024 e 2025, si trattava rispettivamente di campioni da botte e da vasca.

2015 – 2018 – LA TRANSIZIONE

La prima batteria di vini è quella prodotta utilizzando le attrezzature cedute col passaggio di proprietà e le vigne nello stato in cui si trovavano. La proprietà è stata acquisita nel febbraio 2015, dunque, in particolare la prima annata, è di transizione dal punto di vista agronomico. 

I cambiamenti iniziano già dal 2016: nuovi impianti di vigna e sperimentazione di potatura a guyot, anziché a cordone speronato, su alcuni filari di sangiovese.

In questa prima tornata di campioni, è ancora importante la presenza dei vitigni internazionali in uvaggio col sangiovese, il 20% tra merlot e cabernet sauvignon.

Da un punto di vista climatico, i primi quattro anni di produzione si alternano tra annate calde se non estreme (la 2017 in particolare) ad annate più fresche e piovose (la 2016 e la 2018)

La 2015 è un vino generoso e profondo, specchio dell’annata di cui è figlio.

I frutti scuri in confettura dominano l’olfatto, al palato è caldo e potente. Di passo completamente diverso, le tre annate successive: con la 2016 inizia a dominare l’espressione varietale del sangiovese che si traduce in un sorso più scattante e succoso; la 2017, frutto di un’annata estrema, ci restituisce comunque un campione equilibrato, mentre la 2018 ci porta nel bicchiere un campione nuovamente più tagliente e diretto.

2019 – 2021 IL CAMBIAMENTO

Con il 2019 inizia il rinnovamento delle attrezzature di cantina, a partire dalle vasche di fermentazione in cemento. Questo favorisce un controllo nella fase fermentativa, soprattutto per quanto concerne tempistiche di macerazione ed estrazione.

Da questa annata la potatura a guyot viene estesa a tutto il sangiovese; inoltre gli internazionali cedono il passo nell’uvaggio ai vitigni autoctoni, in particolare al canaiolo.

Le tre annate degustate hanno in comune il tratto elegante che valorizza la tipicità del sangiovese, la più completa ci sembra la 2022, capace di coniugare in modo armonico caratteri di freschezza, sapidità, trama tannica ed esprimere un’importante ampiezza gusto-olfattiva, che spazia dalla frutta in confettura, alle spezie fino a declinare nell’arancia dolce essiccata.

2022-2025 IL NUOVO PASSO

Le annate 2022 e 2023 sono state per diversi motivi estremamente difficili, con una resa ridotta fino al 35% nel 2023: secca e calda la prima, molto piovosa la seconda, si esprimono con grande carattere nel bicchiere, a testimonianza della raggiunta maturità nella gestione delle uve e delle tecniche di cantina. La 2022 grazie a tempi di macerazione accorciati, esprime un tannino ben integrato e un sorso equilibrato. Mentre la 2023, imbottigliata nel mese di maggio di quest’anno,  ha un ventaglio olfattivo molto variegato ed espressivo, e al sorso risulta più incisiva, golosa e persistente.

Una storia ancora tutta da scrivere invece per la 2024 e per la neo-nata 2025.  La prima è un campione da botte, andrà in bottiglia nella primavera del 2026. Esprime un carattere fruttato e risulta succosa e già ben equilibrata. Con la 2025 sangiovese e canaiolo andranno in blend con una piccola percentuale di colorino e ciliegiolo. Il campione degustato deriva per la prima volta da una macerazione semicarbonica che ha esaltato la parte fruttata e fresca del sangiovese.

Chiudiamo la nostra degustazione con un fuori programma, il canaiolo risultato della vendemmia 2025. Dal 2019 in blend con il sangiovese, grazie al corredo floreale e speziato, ben si presta a ingentilire il carattere più spigoloso del fratello maggiore.

La cucina italiana è diventata patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco. E adesso?

Nel 2017 è toccato all’arte del pizzaiuolo napoletano; oggi è il momento di gloria per la cucina italiana, divenuta anch’essa patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco.

Un traguardo sperato da molti, tra politici, chef e professionisti del settore. E mentre si fa a gara per tirarsi la giacchetta a vicenda e salire sul carro dei vincitori (anche questo “modo di vivere nostrano” diventerà Patrimonio Unesco…) i ristoranti gourmet viaggiano su note in chiaroscuro, con trattorie, osterie e piccoli bistrot che recitano la parte del leone nel mangiar bene italiano.

Ne parlava il tristellato chef Enrico Crippa durante la presentazione della Guida Ristoranti d’Italia 2026 del Gambero Rosso: «Nel nostro Paese ormai ovunque si mangia davvero bene». Lo vediamo nelle carte rivisitate dei menu, contraddistinte dal tricolore negli ingredienti e dall’appartenenza alla cultura gastronomica di popolo del Mediterraneo. Lo assaggiamo nei piatti delle numerose eccellenze lungo lo Stivale: pietanze personalizzate, sempre meno copia e incolla di luoghi e tecniche a noi troppo lontani.

L’augurio è che questo sia solo il passo intermedio tra la trasformazione dei retaggi del passato e lo stile da imitare e invidiare in giro per il mondo in futuro. Evviva!

Lombardia: Galleria Campari, dove l’arte incontra l’aperitivo italiano

“Campari gira, al ritmo del tuo tempo-o, Campari gira sempre insieme a te.” Chi ricorda questo jingle ha qualche annetto sulle spalle, come me del resto. Siamo nel lontano 1987 e l’estate italiana esplodeva tra spiagge affollate, radio accese e quello slogan che sembrava inseguirti ovunque. L’ho riascoltato durante la mia visita alla Galleria Campari ed è stato per me un tuffo nel passato.

Nel cuore di Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, sorge la Galleria Campari, uno spazio interattivo e multimediale che celebra il legame profondo tra il celebre bitter rosso e il mondo dell’arte, della comunicazione e del design.

Inaugurata nel 2010, in occasione del 150° anniversario del brand, la Galleria è ospitata nella storica palazzina Liberty che fu sede della prima fabbrica Campari, costruita nel 1904 da Davide Campari. Dopo oltre un secolo di attività produttiva, l’edificio è stato trasformato in un museo d’impresa su progetto degli architetti Mario Botta e Giancarlo Marzorati, diventando il cuore culturale del Campari Group.

La collezione permanente comprende oltre 4.000 opere, tra manifesti pubblicitari, bozzetti, oggetti di design e spot cinematografici firmati da artisti e registi di fama internazionale come Fortunato Depero, Bruno Munari, Ugo Nespolo, Federico Fellini e Paolo Sorrentino. Il percorso museale si articola su due piani: il primo dedicato alla storia del marchio attraverso le sue campagne artistiche e pubblicitarie; il secondo focalizzato sul prodotto, con bottiglie storiche, merchandising vintage e ambientazioni legate al mondo del bar.

Oggi Campari è un’icona. Ma per capire davvero la sua anima, dobbiamo tornare indietro, a quando Gaspare Campari nel 1860 mescolava erbe e spezie nel retrobottega del suo Caffè di Novara, cercando il gusto perfetto. Quando servì il suo nuovo liquore, dal gusto amaro e dal colore rosso acceso, i clienti lo chiamarono “il Bitter del Signor Campari”.

Nel 1862 Gaspare si trasferisce a Milano, dove apre il Caffè Campari nel Coperto dei Figini, un edificio rinascimentale con portici, poi demolito nel 1864 per fare spazio alla costruzione della più nota Galleria Vittorio Emanuele II.

Campari, inizialmente, si occupò personalmente della promozione dei suoi prodotti. Il primo annuncio pubblicitario fu un trafiletto testuale pubblicato sul Corriere della Sera il 7 gennaio 1889

Ma fu grazie al figlio Davide, che il Bitter si trasforma in un simbolo, in un marchio. Davide non era solo un imprenditore. Era un visionario.

Nel 1904 apre lo stabilimento di Sesto San Giovanni, segnando il passaggio dalla bottega artigianale alla produzione industriale. Ma la sua vera rivoluzione è nella comunicazione: Davide Campari capisce che per distinguersi serve parlare al pubblico con l’arte.

Nel 1915 inaugura il Camparino in Galleria, rivoluzionando il modo di gustare il bitter. Il locale presto divenne il simbolo dell’aperitivo e un punto di ritrovo per artisti e intellettuali. Fu il primo Caffè con un sistema idraulico che portava l’acqua frizzante direttamente dalle cantine al bancone per preparare i cocktail.  

Negli anni ’20 e ’30, stringe collaborazioni con artisti come Fortunato Depero, genio del Futurismo, che disegna manifesti audaci e anche la celebre bottiglietta conica del Campari Soda, lanciata nel 1932, porta la sua firma. Un oggetto di design puro, senza etichetta.

Davide commissiona anche opere a Leonetto Cappiello, autore del famoso Spiritello avvolto nella buccia d’arancia, e a Marcello Dudovich, maestro dei manifesti pubblicitari.

Per Davide, l’arte non è decorazione, è identità. “Campari è diverso, quindi lo comunicheremo in modo diverso”, diceva.

Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, Campari visse un periodo di grande difficoltà, ma anche di resilienza e trasformazione.

Con l’entrata dell’Italia nel conflitto, l’azienda decise di sospendere la produzione del suo celebre Bitter. Le ragioni erano legate sia alla scarsità di materie prime, sia alla volontà di non compromettere la qualità del prodotto.

La rinascita arriva l’11 maggio 1946, in un momento simbolico per Milano e per l’intero Paese: la riapertura del Teatro alla Scala, ricostruito dopo i bombardamenti. A dirigere il concerto inaugurale è Arturo Toscanini, figura emblematica della cultura italiana. Campari è presente, sponsorizzando la trasmissione radiofonica dell’evento, e riaffermando il suo legame profondo con l’arte, la musica e la rinascita culturale.

Nel 1960, arriva un’altra tappa storica: in occasione delle Olimpiadi di Roma, diventa il primo sponsor ufficiale dei Giochi Olimpici nella storia moderna. Un gesto visionario, che anticipa di decenni il concetto di brand come protagonista attivo nella narrazione sportiva e culturale.

Nel 1964, Bruno Munari, altroimportante artista dell’entourage Campari, realizza la celebre “Declinazione grafica del nome Campari”, un’opera che segna un momento cruciale nella storia della pubblicità visiva italiana. Creata per celebrare l’apertura della prima linea metropolitana di Milano (M1), questa composizione fu ideata per essere percepita in movimento, pensata appositamente per i viaggiatori in transito. Il suo design permette al messaggio di rimanere chiaro e riconoscibile anche se osservato solo in parte o per pochi istanti.

Negli anni ’60 e ’70, Franz Marangolo fu l’ultimo grande illustratore a firmare i manifesti pubblicitari di Campari prima che la fotografia prendesse il sopravvento nella comunicazione visiva del marchio. Le sue opere, eleganti e minimali, ritraevano figure femminili slanciate e uomini dal portamento sicuro, che ricordavano le star del cinema come Audrey Hepburn e Gregory Peck.

Negli anni Ottanta arriva una svolta decisiva nella comunicazione visiva, aprendo la strada a collaborazioni con grandi maestri del cinema. Il 1984 è l’anno che entra nella storia: Federico Fellini, icona del cinema mondiale, firma il suo primo spot pubblicitario per il brand.

Il cortometraggio, pensato per il pubblico italiano, è molto più di una semplice réclame. In sessanta secondi, Fellini costruisce una micronarrazione surreale ambientata su un treno: una donna annoiata e un uomo si sfidano in un gioco di sguardi mentre fuori scorrono paesaggi mutevoli. Con un telecomando, la donna cambia le immagini fino a quando l’uomo le mostra il Campo dei Miracoli di Pisa, dove campeggia una bottiglia di Campari. Un omaggio alla bellezza italiana e al potere dell’immaginazione, che trasforma la pubblicità in arte.

Con Fellini, Campari inaugura una nuova era: la pubblicità non è più solo promozione, ma narrazione cinematografica. Questo approccio si consolida negli anni successivi con altri volti noti.

Alla fine degli anni ’90 Campari firma uno dei suoi spot più audaci: Il Graffio, diretto da Tarsem Singh, regista indiano celebre per il linguaggio visivo potente e surreale. Ambientato in un elegante hotel durante una festa sofisticata, il cortometraggio racconta un gioco di sguardi tra due donne, in un crescendo di tensione e ambiguità che culmina in una rivelazione: il desiderio non conosce confini.

Considerato il primo spot italiano a sfiorare il tema dell’omosessualità femminile, Il Graffio non usa parole esplicite, ma lascia parlare le immagini. Il gesto che dà il titolo alla campagna, un graffio, diventa simbolo di rottura e identità.

Negli ultimi vent’anni, Campari ha cambiato il modo di comunicare il proprio marchio, trasformandolo in un’esperienza completa e coinvolgente. Non si limita più agli spot in TV, ma ha creato un mondo che include arte, moda, cinema e digitale.

Tra le iniziative più famose ci sono i Calendari Campari, diventati veri pezzi da collezione. Hanno avuto come protagoniste donne bellissime e di grande carisma, come Penélope Cruz, Eva Mendes, Uma Thurman, Salma Hayek e molte altre. Ogni calendario racconta una storia e un’idea creativa che mette in risalto il rosso Campari, simbolo di passione ed eleganza.

E’ del 2010, in occasione del 150 anni del marchio, l’inaugurazione della Galleria Campari.

Il 10 dicembre 2024 Campari Group ha lanciato la campagna globale “Take Time to Taste” per promuovere un consumo responsabile.

Con cocktail iconici come Aperol Spritz, Americano e Negroni, il Gruppo invita i maggiorenni a godersi i momenti di convivialità con calma, mettendo al primo posto moderazione e responsabilità. Che la Red Passion sia con voi!

Pink Starlight, il charity dinner di Natale firmato Maturazioni per Komen Italia

Maturazioni celebra il Natale con Pink Starlight, una cena di solidarietà dedicata alla prevenzione e al sostegno delle donne che affrontano un tumore. L’evento benefico, in favore di Komen Italia, si terrà lunedì 15 dicembre alle ore 20.30 presso Maturazioni Pizzeria, in via S. Leonardo Zabatta 105 a San Giuseppe Vesuviano (NA).

La serata nasce dal desiderio di unire gusto, condivisione e impegno sociale in un periodo dell’anno che più di ogni altro richiama il valore del dono. Maturazioni ha scelto di sostenere Komen Italia, fondazione impegnata nella prevenzione dei tumori femminili e vicina alle Donne in Rosa, attraverso un charity dinner che ribadisce l’importanza della prevenzione e della cura di chi vive momenti difficili. Il ricavato della serata organizzata da Maturazioni, come tutti i fondi raccolti da Komen Italia sarà destinato a: progetti dedicati alle Donne in Rosa, Carovane della Prevenzione, erogazione di contributi alle associazioni, ricerca.

Komen Italia sostiene ogni anno tante donne, non solo con attività di sensibilizzazione diagnosi precoce, ma anche con percorsi di cure integrate, come supporto psicologico, attività sportive e di meditazione, oncoestetica e iniziative pensate per accompagnare chi sta affrontando un tumore in ogni fase del percorso.

«Questo evento per noi ha un valore speciale: il Natale ci ricorda quanto sia importante prendersi cura degli altri e creare comunità. Sostenere Komen Italia significa dare forza alla prevenzione e alle donne, un principio che guida ogni nostra scelta – dichiarano Antonio Conza e Gabriella Esposito, le due anime di Maturazioni. Le storie delle donne in rosa ci toccano profondamente. Con Pink Starlight vogliamo accendere una luce su chi sta vivendo un momento difficile e contribuire concretamente alle iniziative che ogni giorno offrono supporto, ascolto e speranza».

Per l’occasione, il menu della serata sarà realizzato a quattro mani da Antonio e Gabriella, unendo creatività e tradizione in cinque portate pensate esclusivamente per l’evento: Frittatina alla mammà con manfredi ragù e ricotta, Margherita, Maritozzo cremoso di friarielli con tataki di tonno e cipolla marinata all’aceto di riso, Padellino al cacao con bbq affumicata, pancia di maiale CBT, carciofo arrosto e chutney di mela, e infine Padellino cheesecake con banana arrosto, caramello salato e pop corn tostato.Info e prenotazioni: 376 1125596

TellyWine®: quando il vino italiano incontra l’Intelligenza Artificiale

Nell’immensa offerta di applicazioni dedicate al mondo del vino, c’è una nuova proposta che vuole proporre contenuti nuovi.

Nasce TellyWine®, la prima web–app capace di riconoscere, interpretare e raccontare ogni vino italiano grazie all’Intelligenza Artificiale. Un progetto ambizioso, tutto Made in Italy, che trasforma ogni bottiglia in un piccolo ambasciatore digitale della nostra cultura enologica. Dietro TellyWine® c’è una storia fatta di passione, studio e visione. L’idea è di Ivano Valmori, un imprenditore che dal 2018 lavora per rendere più accessibile e comprensibile la straordinaria varietà dei vini italiani. Attorno a lui, una squadra di esperti di vino, marketing, management, informatica e AI. Tutti uniti da un obiettivo comune: raccontare i 420.000 volti del vino italiano in un linguaggio semplice, moderno e universale.

Non volevamo un’altra app che vende o recensisce vini”, spiega Valmori, “ma uno strumento che li raccontasse, che desse voce alle etichette e ne svelasse l’anima.”

Dal Parlamento al calice

Il 27 ottobre, nella suggestiva cornice della Sala Stampa di Palazzo Montecitorio, TellyWine® è stata presentata ufficialmente al pubblico.
Un luogo simbolico, dove tradizione e innovazione si incontrano anche nelle parole dei protagonisti:
Paolo Brogioni (Assoenologi), Massimo Trapani (direttore TellyWine), Antonella Amodio (giornalista enogastronomica) e lo stesso Ivano Valmori e l’On. Mauro Malaguti.
L’incontro, curato dall’Agenzia Iconica Ufficio Stampa, ha segnato l’ingresso del vino italiano in una nuova era: quella della conoscenza digitale condivisa.

Una piattaforma, migliaia di storie

Immaginate di prendere in mano una bottiglia e, con un semplice scatto, scoprire tutto ciò che c’è dietro quell’etichetta: il vitigno, il territorio, il disciplinare, perfino le calorie o la distanza dal luogo di produzione. È esattamente quello che fa TellyWine®.

Grazie a un sistema basato su Intelligenza Artificiale, OCR (riconoscimento dei testi) e una banca dati ufficiale alimentata da enologi, agronomi e sommelier, la web–app è in grado di leggere e interpretare qualsiasi vino italiano, anche quelli di cantine non ancora aderenti al progetto.

Ogni etichetta si trasforma in una scheda viva e interattiva, con oltre 30 informazioni aggiuntive: dal livello zuccherino al calcolo alcolemico personalizzato, dalla spiegazione dei loghi al numero di bicchieri che si possono ricavare da una bottiglia.
Un vero strumento educativo, utile agli esperti ma anche a chi si avvicina per la prima volta al mondo del vino.

Il valore per le cantine

Per i produttori, TellyWine® rappresenta una nuova opportunità:

  • raccontare la propria storia con schede dettagliate;
  • collegare social, e-commerce e servizi enoturistici;
  • raggiungere mercati e consumatori in tutto il mondo.

È una vetrina digitale che non sostituisce la bottiglia, ma la arricchisce di parole e significato, trasformandola in un’esperienza.

Come dice Valmori:

“TellyWine® deve leggere, capire e interpretare l’etichetta, integrandola con tutte le informazioni che rendono la scelta, l’acquisto e la degustazione momenti di conoscenza e piacere.”

Ma il vero protagonista resta l’utente. Chiunque potrà creare la propria cantina digitale, registrare le degustazioni, assegnare punteggi privati e ricordare dove e quando ha assaggiato un vino.
Un diario personale del gusto, gratuito e sempre accessibile. TellyWine® ha come obiettivo, essere più di una piattaforma: vuole essere un ponte tra cultura e tecnologia, tra il sapere antico del vino e la curiosità contemporanea del mondo digitale.

Un progetto che parla italiano, ma pensa globale, e che, sorso dopo sorso, vuole diventare la più grande enciclopedia interattiva dei vini italiani, pronta a raccontare la nostra eccellenza al mondo intero. Sarà veramente così? Soltanto il tempo saprà dircelo. Io sono curioso e ho intenzione di utilizzarla, ma ho paura che possa essere una delle tante applicazioni che vengono scaricate e poi dimenticate.

Christmas Gospel Concert 2025: la magia del Natale torna a Napoli e Salerno

Venerdì 19 e sabato 20 dicembre 2025, nella suggestiva Basilica di San Lorenzo Maggiore, nel cuore del centro storico di Napoli, e domenica 21 al Teatro Augusteo di Salerno, uno straordinario concerto gospel per celebrare la magia del Natale con le voci di Tyree Miller & The Gospel Sound Collective e Rita Ciccarelli & FlowinGospel.

Il 19 e 20 dicembre 2025 la Basilica di San Lorenzo Maggiore di Napoli e domenica 21 al Teatro Augusteo di Salerno si prepara ad accogliere un evento unico, organizzato da Vivere Napoli in collaborazione con Mutart Srl e Grandenapoli come media partner: il Christmas Gospel Concert. Un appuntamento straordinario che promette di travolgere il pubblico con l’energia e la passione della musica gospel

Giunto alla sua undicesima edizione in città e alla quarta a Salerno, quest’anno anche per la prima volta a Bari, il Christmas Gospel Concert è ormai un evento simbolo del Natale, capace di unire storia, cultura e tradizione con un linguaggio musicale che parla a tutti. Lasciarsi trasportare dal gospel significa immergersi in un mondo di emozioni e riscoprire lo spirito natalizio in una veste unica e coinvolgente.

Un viaggio che parte dall’anima e arriva al cuore, attraverso la straordinaria voce di Tyree Miller & The Gospel Sound Collective, artista di fama internazionale proveniente da Philadelphia (USA), e il talento eccezionale di Rita Ciccarelli e i FlowinGospel, ormai punti di riferimento per il gospel in Italia. Le loro interpretazioni, intense e vibranti, porteranno in scena non solo la tradizione del gospel ma anche la sua capacità di evolversi e connettersi con la cultura contemporanea, trasmettendo il messaggio spirituale e universale del Natale

Si preannuncia un evento emozionante in cui 28 artisti daranno vita a una serata ricca di musica, energia e spiritualità. Tra arrangiamenti moderni e canti che hanno fatto la storia del genere, il pubblico sarà trasportato in un’atmosfera unica, riscoprendo il calore e la gioia delle festività attraverso il linguaggio universale della musica

Tyree Miller & The Gospel Sound Collective, insieme a Rita Ciccarelli e ai FlowinGospel, offriranno una serata di musica potente e coinvolgente, in cui ritmo e sentimento si fondono per raccontare l’essenza del Natale: un messaggio di pace che attraversa ogni confine.

La seratadi Napoli  sarà anche un’occasione per fare del bene: parte del ricavato sarà infatti devoluto alla St. Anthony Clinic di Novaliches (Quezon City, Filippine), una struttura sanitaria impegnata nel sostegno a bambini, adolescenti e famiglie in difficoltà.

L’evento è sponsorizzato da Euronics TufanoMoka Moka Caffè, e Form Retail.

I biglietti sono acquistabili su Etes e Ticketone

Per info potete scrivere a prenotazioni@viverenapoli.com– tel. +39 334 111 9819